Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2017

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

TERZA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2017, consequenziale a quello del 2016. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

L’ITALIA DELLE RIFORME IMPOSSIBILI.

IL PARTITO DELL'ASTENSIONE.

LO "IUS SOLI" COMUNISTA.

ITALIANI SENZA INNO NAZIONALE.

ITALIANO: UOMO QUALUNQUE? NO! SONO TUTTI: CETTO LA QUALUNQUE.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

ITALIANI: VITTIME PATOLOGICHE.

L'ITALIA DEI SOCIAL. QUELLO CHE LA GENTE PENSA E SCRIVE...

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

PARLAR MALE DELL'ITALIA? LA GODURIA DEGLI ITALIANI.

L'ITALIA DEI CAMPANILI.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO E DEL PRECONCETTO.

GLI ITALIANI NON SANNO PERDERE.

ITALIANI RANCOROSI.

ITALIANI: POPOLO DI TRADITORI.

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

L’IPOCRISIA DELLA RICONOSCENZA.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

ITALIA. IL PAESE DEI CAFONI.

ITALIANI: UN POPOLO DI ASOCIALI.

L’ITALIA DEGLI INVIDIOSI.

ITALIANI SCROCCONI.

ITALIA. IL PAESE DEI LADRI.

LADRI DI BICICLETTE.

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE.

GLI ITALIANI ED IL TURPILOQUIO.

L’ITALIA DEL TRASH (VOLGARE).

ITALIANI: UN POPOLO DI STUPIDI ODIOSI.

GLI ITALIANI E LA STUPIDITA’.

L’ITALIA DELLA SCARAMANZIA.

L’ITALIA DEI PAZZI.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

CERVELLI IN FUGA.

NON SIAMO STOICI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

VIVA GLI ANTIPATICI.

ITALIA. PAESE DI GIOCATORI D’AZZARDO.

ITALIA. PAESE DI SANTI, NAVIGATORI E...POETI.

EDITORIA A PAGAMENTO.

ITALIA PAESE DI SCRITTORI CHE NESSUNO LEGGE.

LA SCUOLA AL FRONTE.

ITALIANI: POPOLO DI IGNORANTI LAUREATI.

L'ITALIANO: LINGUA MORTA, ANZI, NO!

L’ITALIA DEI SACCENTI. TUTTI PARLANO. NESSUNO ASCOLTA.

L’ITALIA DEI GENI.

IL CALENDARIO CIVILE VISTO DALLA SINISTRA.

IL GIORNO DEL RICORDO…DIMENTICATO.

PADRI DELLA PATRIA: LA NOSTRA ROVINA.

FRATELLI D’ITALIA? MASSONI ITALIANI.

ABOLIAMO LA MASSONERIA?

DA DE GASPERI A RENZI. COME L'ITALIA SI E' VENDUTA AGLI AMERICANI.

MISTERI E DEPISTAGGI DI STATO.

LA MAFIA GLOBALIZZATA.

I DIECI COMANDAMENTI DELL’ANTIMAFIA.

L’ANTIMAFIA IMPLACABILE.

LE VITTIME DELL’ANTIMAFIA ED IL REATO CHE NON C’E’: IL CONCORSO ESTERNO.

PENTITI E PENTITISMO. LA LINGUA BIFORCUTA.

LA MAFIA NON ESISTE, ANZI, E' DI STATO!

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA COMUNISTA. IL RACKET DELLE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI IMMOBILI.

IL RACKET DEI TURISTI NORDISTI.

ITALIANI. MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA. CACCIA ALLE STREGHE? NO! CACCIA ALLE ZEBRE...

L'ANTIMAFIA SPA E PARTIGIANA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

L'ITALIA CERVELLOTICA DEGLI SPRECHI ASSURDI.

IL PAESE DEI COMUNI FALLITI.

IL PAESE DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI MINACCIATI.

IL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO).

QUELLI…PRO SATANA.

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

2016. EUROPA, UN ANNO DI TERRORE.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

ONESTA' E DISONESTA'.

DUE PESI E DUE MISURE.

LA SETTA DEI 5 STELLE.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

CERCANDO L’ITALEXIT.

MORIRE DI CRISI.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

UNA COSTITUZIONE CATTO-COMUNISTA.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA DESTRA.

CUORI ROSSI CONTRO CUORI NERI.

C’ERANO UNA VOLTA I LIBERALI.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DA TENCO A PASOLINI, DA TOTO’ A BONCOMPAGNI.

E POI C’E’ ALDO BISCARDI.

1977: LA RIVOLUZIONE ANTICOMUNISTA.

FASCISTI-COMUNISTI PER SEMPRE.

L'ITALIA ANTIFASCISTA. 

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

I GIORNALISTI SON TROPPO DI SINISTRA.

LA TRUFFA DELL'ANTIFASCISMO.

DEMOCRATICI: SOLO A PAROLE.

QUELLI CONTRO...IL SUFFRAGIO UNIVERSALE.

LA DEMOCRAZIA DEI TIRANNI INTELLETTUALI.

MAI DIRE BEST SELLER. LA CULTURA COMUNISTA E L’INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

I NEMICI DELLA LIBERTA DI STAMPA? QUELLO CHE NON SI DEVE E NON SI PUO’ SCRIVERE.

DIRITTO DI CRONACA E DIRITTO DI STORIA VITTIME DEL DIRITTO ALL'OBLIO.

DIRITTO ALL'OBLIO, MA NON PER TUTTI.

L'ITALIA DELL'ACCOGLIENZA.

LA LUNGA STORIA DEI POPULISMI.

LA SINDROME DI MEDEA.

L’ITALIA ANTICONFORMISTA.

NON SONO TUTTI ...SANREMO.

C'ERA UNA VOLTA...CAROSELLO.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE. TUTTI CONTRO UNO.

GLI ITALIANI...FANTOZZI!

QUELLI CHE...REGIONANDO E PROVINCIANDO, TRUCCANO.

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

L’ITALIA DELLE CASTE.

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

L'ITALIA ALLO SBANDO.

SOLDI E COMPLOTTI NELLO SPORT.

LA FIDAL ED I VERI ATLETI.

L'ITALIA IN GUERRA.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI INTERESSATI.

QUELLI CHE…SONO RAZZISTI CON ARTE, SENZA PARTE.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI E BASTA.

QUELLI CHE SONO RAZZISTI...A RAGIONE.

 

INDICE TERZA PARTE

 

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

L'INSICUREZZA PUBBLICA ED IL PARTITO DEI CENTRI SOCIALI.

L'ITALIA E L'ILLEGALITA' DI MASSA.

L’ITALIA DEI CONDONI.

LEGGE ED ORDINE.

PARLIAMO DELLE CELLE ZERO.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

DEVASTATI DA MANI PULITE.

I GIORNALISTI. I KILLER DELLA PRIMA REPUBBLICA.

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

IL COMUNISMO, IL FASCISMO ED I 5 STELLE: LA POLITICA COL VINCOLO DI MANDATO.

LA VERITA' E' FALSA.

IL TURISMO DELL'ORRORE.

IL GIORNALISMO DELLA MALDICENZA.

GIORNALI E PROCURE.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

GIUSTIZIA CAROGNA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

L'ITALIA DEGLI APPALTI TRUCCATI.

NOTIZIE FUGACI E TRUCCATE.

LE SPECULAZIONI ELITARIE.

PARENTELE TOGATE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

IL 2016 ED I FLOP GIUDIZIARI.

L’ITALIA SPORCA AL CINEMA: SESSO, DROGA E CORRUZIONE.

IL PROIBIZIONISMO E LO STATO PATERNALISTA.

2016 FATTI E NOMI PIU’ IMPORTANTI.

I DESAPARECIDOS ED IL PIANO CONDOR.

LE PEGGIORI CAZZATE VIP DETTE NEL 2016.

EI FU: IL CORPO FORESTALE.

FIGLI DI TROJAN. HACKER E CYBERSPIONAGGIO.

A COSA SERVONO...

 

INDICE QUARTA PARTE

 

UN POPOLO DI NON IDENTIFICATI. I CORPI SENZA NOME.

FUNERALE LAICO. SENZA DIRITTI ANCHE DA MORTI!

LA GERMANIA: AL DI LA' DEI LUOGHI COMUNI.

REGENI, PUTIN, TRUMP E LE FAKE NEWS (BUFALE/FALSE VERITA').

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

SINISTRISMO E RADICAL-CHIC.

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

I MURI NELL'ERA DI INTERNET.

IL RAZZISMO IMMAGINARIO.

RAZZISMO E STEREOTIPI.

TRADIZIONI E MENZOGNE.

QUELLI CHE...SON SOLIDALI.

PARLIAMO DI IMMIGRAZIONE SENZA PARTIGIANERIA.

QUELLI CHE...COME I SINDACATI.

QUELLI COME…I PARLAMENTARI.

QUELLI…PRO GAY.

QUELLE CHE…SON FEMMINISTE.

L'ITALIA DEGLI IMBOSCATI.

L'ITALIA DEI CORROTTI.

CORROTTI E CORRUTTORI. UN POPOLO DI COMPRATI E DI VENDUTI. L’ITALIA DEI BONUS E DEI PRIVILEGI.

LA SANITA’ MALATA.

REATO DI ANZIANITA'. ADOTTABILITA' DEI FIGLI: NEGATA AGLI ANZIANI, MA PERMESSA A GAYS E LESBICHE.

GENITORIALITA' MALATA.

FILIAZIONE MALATA.

PARENTICIDI: OMICIDI FAMILIARI.

ABRUZZO. GIUSTIZIERI, TERREMOTO E VALANGHE. HOTEL RIGOPIANO. I MORTI SONO STATI UCCISI.

PARLIAMO DELLA BASILICATA.

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

PARLIAMO DELLA CAMPANIA.

PARLIAMO DELL’EMILIA ROMAGNA.

PARLIAMO DEL LAZIO.

PARLIAMO DELLA LIGURIA.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

PARLIAMO DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D’AOSTA.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

PARLIAMO DELLA SARDEGNA.

PARLIAMO DELLA SICILIA.

PARLIAMO DELLA TOSCANA.

PARLIAMO DELL’UMBRIA.

PARLIAMO DEL VENETO.

 

 

 

 

TERZA PARTE

 

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

Ecco come è cambiato il mondo in 25 anni. Da Tangentopoli all’Euro passando per l’11 settembre e l’avvento dei cellulari. In 25 anni sono mutati costumi, governi, confini e mode. Ma Totti dal 1993 è sempre lo stesso. Ed lo abbiamo sempre al nostro fianco, scrive Francesco Balzani il 27/09/2016 su “Forza Roma”.

1993 – Il prologo del 1992 aveva portato le carneficine di Capaci e via D’Amelio, e il battesimo dell’inchiesta Mani pulite. Nel 1993 la Mafia purtroppo torna a colpire: prima il cronista Beppe Alfano poi Don Puglisi. Il 15 di gennaio viene arrestato a Palermo il capo di Cosa Nostra, Totò Riina, latitante da ben 23 anni. Il giorno dopo a Firenze è il turno di Pietro Pacciani, che si presume sia il cosiddetto “Mostro di Firenze. In politica nasce la cosiddetta Seconda Repubblica: hanno ricevuto avvisi di garanzia tutti i leader della Dc, del Psi, del Pri, del Pli. Un intero sistema viene raso al suolo a colpi di codice penale: da Craxi ad Andreotti. Senza sconti. E il volto del magistrato Antonio Di Pietro diventa popolarissimo. Il Sindaco di Roma diventa Rutelli.

1994 – Tredici giorni dopo le dimissioni del governo Ciampi c’è un volto nuovo a scuotere la politica italiana. E’ quello di Silvio Berlusconi che il 24 gennaio annuncia di “voler scendere in campo”. E’ l’anno del processo ad Andreotti e delle dimissioni di Occhetto dal Pds. Da segnalare in cronaca nera l’evasione di Felice Maniero dal carcere di Padova, l’omicidio da parte della ‘ndrangheta’ dei carabinieri Garofalo e Fava sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria nei pressi dello svincolo di Scilla (Reggio Calabria). E quello a Mogadiscio della giornalista della Rai Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin. La Alpi indagava su traffici internazionali di armi e di rifiuti tossici.

1995 – In politica è ancora caos e a governare è Lamberto Dini dopo lo scioglimento delle Camere e la fine di quello Berlusconi mentre nasce Alleanza Nazionale di Fini e l’Ulivo di Prodi e Veltroni. La cronaca registra l’omicidio del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo durante Milan-Genoa del 25 gennaio e l’estradizione dell’ex-capitano delle SS Erich Priebke in Italia. Si apre anche il processo di Andreotti per associazione mafiosa.

1996 – Il 13 gennaio Lamberto Dini rassegna le dimissioni da Primo Ministro e il 21 aprile a trionfare sarà Romano Prodi che diventa così Presidente del Consiglio superando Berlusconi e la Lega Nord di Bossi. A febbraio Pietro Pacciani viene assolto per non aver commesso il fatto, dalla Corte d’appello di Firenze, dopo essere stato condannato all’ergastolo per i delitti del Mostro di Firenze. Era in carcere da 1.100 giorni.

1997 – L’anno si apre con una tragedia. Il 12 gennaio a Piacenza infatti l’ETR 460 “Pendolino” deraglia all’entrata della stazione medesima provocando 8 morti e 29 feriti. Nel mezzo del convoglio si trova anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, per cui molti pensano si tratti di attentato. L’11 aprile un incendio provoca danni al Duomo di Torino mentre il 31 ottobre a Milano, presso l’Ospedale Galeazzi, 11 persone muoiono carbonizzate nell’incendio di una camera iperbarica. E’ anche l’anno dei Referendum abrogativi e dell’omicidio di Marta Russo all’Università La Sapienza di Roma.

1998 – Prodi si dimette il 9 ottobre e il suo posto sarà preso da Massimo D’Alema. Il 5 maggio le località di Sarno, Quindici, Bracigliano e Siano sono colpite da un gravissimo fenomeno franoso, composto da colate rapide di fango, l’evento provocò la distruzione di molte abitazioni e la morte di 137 persone nella sola Sarno. Il 13 novembre giunge in Italia il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan, ricercato dalla polizia turca. Un evento che porterà a una crisi tra i due paesi.

1999 – Il Presidente del Consiglio è ancora D’Alema col cosiddetto “Governo D’Alema 2”. E’ un maggio caldissimo: il 13 viene proclamato presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che succede a Scalfaro. Undici giorni prima Papa Giovanni Paolo II proclama beato Padre Pio da Pietrelcina. Il 20 a Roma, invece, le Brigate Rosse uccidono il consulente del ministero del lavoro Massimo D’Antona. Tragedia a Foggia l’11 novembre quando per il crollo di un palazzo in viale Giotto muoiono 67 persone.

2000 – L’inizio del nuovo millennio viene vissuto anche in Italia tra paura del Millenium Bag e l’apertura della Porta Santa per il Giubileo più importante della storia. E’ l’anno dello storico accordo tra Fiat e General Motors, della divulgazione del Terzo segreto di Fatima, della condanna alle agenzie assicurative e dell’addio alla Lira. E’ anche l’anno delle dimissioni di D’Alema e del grigio Governo Amato che riapre una stagione di dura lotta tra i partiti.

2001 – L’anno dello scudetto romanista si apre a gennaio con la scomparsa dalla sua villa di Portofino della contessa Francesca Vacca Agusta. Il cadavere sarà trovato sugli scogli francesi tra Marsiglia e Tolone. E anche con l’apertura dell’inchiesta sui decessi di alcuni soldati. Si sospetta che la morte sia causata dall’uso di armi all’uranio impoverito nei Balcani. Il 21 febbraio invece un delitto scuote il Paese: Erika e Omar, i due fidanzatini di Novi Ligure, uccidono barbaramente il fratellino e la mamma di Erika. L’otto ottobre all’aeroporto di Linate un Cessna sbaglia raccordo durante il rullaggio ed entra in pista scontrandosi con un altro aereo e causando 118 morti. Intanto il Governo i raggiunge accordi per cancellare il debito estero di 22 paesi poveri. Si conclude il processo per l’omicidio di Marta Russo, la sentenza di secondo grado condanna Scattone a 8 anni di carcere e Ferraro a 6 anni. E’ anche l’anno della condanna alla satira: dei licenziamenti di Luttazzi e Travaglio, delle polemiche tra Santoro e Berlusconi. Il 27 marzo il Ministero della sanità, firma l’ordinanza anti mucca pazza che bandisce la bistecca alla fiorentina dal primo aprile al 31 dicembre. A giugno nasce il secondo Governo Berlusconi e in seguito all’undici settembre vengono varate le prime norme anti-terrorismo. Qualche mese prima il G8 di Genova era stato teatro di fortissimi scontri, del massacro della scuola Diaz e dell’omicidio di Carlo Giuliani. Sindaco di Roma diventa Walter Veltroni.

2002 – Il 19 marzo fanno il loro ritorno le Brigate Rosse con l’omicidio a Bologna dell’economista e consulente del ministero del Lavoro Marco Biagi, ma a scuotere l’Italia è il delitto di Cogne: Anna Franzoni uccide il figlioletto Samuele di appena 3 anni con violenti colpi alla testa. Ci vorranno anni prima di arrivare a una sentenza definitiva. E’ l’anno delle grandi manifestazioni contro le modifiche del governo all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dell’approvazione della legge Bossi-Fini contro l’immigrazione e del ritorno dei Savoia. Il 31 ottobre un’altra tragedia: le scosse di un violento terremoto in Molise dell’8º grado della Scala Mercalli causano il crollo di una scuola a San Giuliano di Puglia (CB), uccidendo 27 scolari e un’insegnante. Altre due persone muoiono in paese. A novembre, infine, il senatore Giulio Andreotti viene condannato a 24 anni di carcere al processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

2003 – Dopo la Mucca Pazza arriva il pericolo Sars. Per la prima volta a marzo viene isolato a Milano il virus della la polmonite atipica che ha ucciso 376 persone e contagiato quasi altre 6 mila. Il 26 giugno, invece, è il giorno del grande black-out a sorpresa per sei milioni di italiani che si ripete in particolar modo a Roma il 28 settembre durante la Notte Bianca. La data, purtroppo, da cerchiare col rosso però è quella del 12 novembre quando un attentato suicida a Nassiriya contro il quartier generale dei Carabinieri, uccide 13 Carabinieri, 4 militari dell’Esercito Italiano e 2 civili iracheni.

2004 – Il 14 febbraio viene ritrovato morto nel residence “Le Rose” di Rimini il ciclista Marco Pantani, accanto ad una confezione di ansiolitici. Nell’appartamento erano presenti anche altri farmaci. Qualche giorno prima il mondo del calcio e dell’imprenditoria aveva subito due brutti colpi coi crack di Cirio e Parmalat e l’arresto di Cragnotti e Tanzi. Nelle piazze italiane intanto sono sempre più popolati i girotondi in nome della Pace e contro la guerra in Iraq. Il 29 luglio dopo 143 anni di coscrizione, il parlamento approva l’abolizione del servizio militare obbligatorio (leva obbligatoria) mentre ad ottobre a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, scompare la piccola Denise Pipitone, di soli 4 anni. La bambina non è stata ancora ritrovata. Al governo c’è ancora Berlusconi che viene assolto in numerosi processi a suo carico.

2005 – Il 2 aprile muore il Papa più amato della storia: Giovanni Paolo II. Tutto il mondo lo piange e a Roma arrivano a milioni per il suo funerale a San Pietro. Il 20 aprile invece Berlusconi annunciò in Senato la volontà di costituire un nuovo governo di e tre giorni dopo si presentò al Quirinale con la nuova lista dei ministri. Il giorno dopo in Piazza San Pietro si svolge la Messa di insediamento e di inaugurazione del Pontificato del neo-eletto Papa Benedetto XVI (Ratzinger). Il 29 dicembre Mario Draghi diventa il nuovo Governatore della Banca d’Italia. Tra i fatti di cronaca purtroppo spicca la storia della piccola Matilde morta per un calcio infertole mentre in casa con lei c’erano solo la madre e il suo convivente.

2006 – L’Italia è scossa dal rapimento del piccolo Tommaso Onofri alla porte di Parma. Dopo settimane col fiato sospeso il corpo del bambini viene ritrovato senza vita. Un altro terribile fatto di cronaca andrà in scena l’undici dicembre quando Olindo Romano e Rosa Bazzi ad Erba compiono una strage uccidendo a coltellate e sprangate i vicini di casa Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk di soli 2 anni, Paola Galli (nonna del bambino) e Valeria Cherubini. Il 12 febbraio vengono scoperti dei cigni affetti da influenza aviaria in Sicilia e in altre regioni italiane. L’allarme pian piano contagia tutta Europa. L’undici aprile invece viene arrestato il boss siciliano Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza. Il senatore a vita Giorgio Napolitano viene eletto 11º Presidente della Repubblica Italiana. Nei giorni precedenti era caduto di nuovo il governo Berlusconi e il 17 maggio sarà di nuovo Prodi a essere eletto.

2007 – E’ un anno terribile. Cinque delitti scuotono l’Italia: In occasione del derby calcistico Catania-Palermo, scoppia infatti una guerriglia tra le tifoserie che porta alla morte dell’ispettore di Polizia Filippo Raciti. Il 13 agosto la ventiseienne Chiara Poggi viene uccisa nella sua villetta di via Pascoli 8 a Garlasco e il suo cadavere viene scoperto dal fidanzato Alberto Stasi. Il primo novembre muore a Roma Giovanna Reggiani, quarantasettenne aggredita e uccisa due sere prima alla stazione di Tor di Quinto da un immigrato rumeno di etnia rom. Due giorni dopo viene uccisa a Perugia la studentessa inglese Meredith Kercher. Verranno accusati dell’omicidio Amanda Knox, studentessa statunitense coinquilina della vittima; Raffaele Sollecito, fidanzato di quest’ultima e Rudy Hermann Guede. L’undici novembre, infine, in un autogrill di Badia Al Pino il tifoso laziale Gabriele Sandri viene ucciso da un colpo di pistola sparato dal poliziotto Spaccarotella. In Politica è sempre mare mosso: dopo una bocciatura al Senato in materia di politica estera, il presidente del Consiglio italiano Romano Prodi rassegna le sue dimissioni al Quirinale che però vengono respinte da Napolitano.

2008 – Tra febbraio e marzo Prodi annuncia il suo addio alla politica italiana e nel frattempo Berlusconi e Fini fondano il partito Popolo della Libertà. Proprio il Cavaliere tornerà al potere per la terza volta e resterà a capo del Governo fino al 2011. E’ l’anno in cui esplode la polemica per le morti bianche sul lavoro. Il più grave a Molfetta dove cinque operai rimangono asfissiati da esalazioni di anidride solforosa in un’autocisterna. Veltroni lascia alla fine del secondo mandato da Sindaco. Il 29 aprile viene eletto Gianni Alemanno del Centro Destra.

2009 – Sarà ricordato come l’anno del violentissimo terremoto in Abruzzo. Il 6 aprile, infatti, una scossa di magnitudo 6,3 fa tremare la Provincia dell’Aquila alle 3:32 causando 309 vittime, 1500 feriti, 65000 sfollati e il crollo di molti edifici. A Viareggio il 29 giugno deraglia un treno merci con 14 cisterne di Gpl, una esplode causando crolli e incendi nelle case nel raggio di 200 metri, il bilancio è di 32 morti e 23 feriti. il 2 ottobre altra tragedia a Messina: una frana devasta due paesi e provoca 35 morti. Il 15 ottobre, infine, muore Stefano Cucchi durante la custodia cautelare.

2010 – Un altro delitto diventa oggetto dell’attenzione morboso dei media. Il 26 agosto, infatti, la 15 enne Sarah Scazzi scompare ad Avetrana. Il suo corpo sarà ritrovato in un pozzo. La vicenda ha avuto un grande rilievo mediatico in Italia, culminato nell’annuncio della confessione dello zio in diretta sul programma Rai Chi l’ha visto? dove era ospite, in collegamento, la madre di Sara. Per il delitto sono stati condannati in primo grado e poi in appello all’ergastolo dalla Corte d’assise di Taranto, la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano con le accuse di concorso in omicidio volontario premeditato aggravato, mentre Michele Misseri, padre di Sabrina e marito di Cosima, è stato condannato alla pena di otto anni di reclusione per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Nello stesso anno a Brembate di Sopra (BG) il 26 novembre scompare la 13 enne Yara Gambirasio. Il suo corpo senza vita sarà trovato tre mesi dopo in un campo aperto.

2011 – Ricorre il 150° anniversario dall’Unità d’Italia. Il 4 novembre a Genova muoiono 6 persone tra cui 2 bambini a causa dell’alluvione. Esondano Bisagno, Fereggiano, Sturla e Scrivia a causa delle intense precipitazioni. Il 12 novembre Berlusconi rassegna di nuovo le dimissioni. Dopo alcuni giorni di consultazioni, nasce ufficialmente (prestando giuramento) il Governo tecnico presieduto da Mario Monti tra crisi economiche, spread e proteste popolari.

2012 – Il 13 gennaio il naufragio della Costa Concordia nei pressi dell’Isola del Giglio provoca 33 morti e la condanna per il comandante Francesco Schettino. Un altro terremoto provoca danni e vittime. Stavolta a essere colpita è la provincia di Modena dove una scossa di magnitudo 6,0 causa 7 morti e diversi milioni di euro di danni. A Brindisi, invece, il 29 giugno davanti all’Istituto professionale “Francesca Laura Morvillo-Falcone” vengono fatti esplodere due ordigni: una ragazza sedicenne, Melissa Bassi, originaria di Mesagne, muore sul colpo. Altre sei studentesse rimangono ferite. Il responsabile, Giovanni Vantaggiato, verrà fermato pochi giorni dopo e condannato all’ergastolo. il 26 ottobre l’ex premier italiano Silvio Berlusconi è condannato in primo grado a 4 anni (di cui 3 condonati) nel processo per frode fiscale sull’acquisizione di diritti televisivi del gruppo Mediaset. Il 22 dicembre nuovo scioglimento delle Camere.

2013 – E’ un anno contraddistinto dalle dimissioni da pontefice di Papa Benedetto XVI. E’ l’undici febbraio e la notizia fa il giro del mondo in pochi minuti grazie ai social. Il 13 marzo, dopo lunghe consultazioni, sarà eletto Jorge Maria Bergoglio nuovo pontefice col nome di Papa Francesco. Il 20 aprile, invece, Giorgio Napolitano viene rieletto Presidente della Repubblica Italiana, divenendo il primo presidente nella storia della Repubblica ad ottenere un secondo mandato. Una settimana dopo Enrico Letta diventa Presidente del consiglio, anche se non ci sono state elezioni. il 29 dicembre l’ex pilota Schumacher entra in coma dopo un incidente sugli sci. Sindaco di Roma viene eletto Ignazio Marino del Pd.

2014 – Il 22 febbraio, di nuovo senza elezioni, Matteo Renzi assume l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Il 23 novembre la prima donna italiana astronauta, Samantha Cristoforetti, inizia il viaggio verso lo spazio. Alle elezioni per il Parlamento Europeo Matteo Renzi e il suo PD ottengono il 40% dei voti, seguiti dal sorprendente Movimento 5 Stelle con il 21% e Forza Italia con il 16,8%.

2015 – E’ un anno contraddistinto dalle tragedie dei migranti in mare. Il più grave avviene il 18 aprile nel Canale di Sicilia dove una imbarcazione carica di887 migranti al largo delle coste libiche, impattato incidentalmente con la nave King Jacob. Oltre 800 i morti, il numero più alto di vittime mai registrato. Il 31 gennaio Sergio Mattarella diventa Presidente della Repubblica mentre il 13 marzo Papa Francesco annuncia il Giubileo straordinario. Marino viene “esonerato” come sindaco di Roma dal governo Renzi in seguito a numerosi scandali tra cui Mafia Capitale che ha scoperchiato il rapporto tra mafia italiana e appalti pubblici.

2016 – Lo stiamo vivendo e purtroppo dobbiamo registrare un altro terremoto terribile che il 24 agosto scorso ha distrutto molti paesi del Centro Italia tra cui Amatrice. La scossa principale si è prodotta alle 3:36:32 e ha avuto una magnitudo momento 6 e provocato oltre 200 vittime. Viene eletto come Sindaco di Roma il candidato dei Cinque Stelle Virginia Raggi.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

Troppe leggi, così affonda la legalità. Commi, codicilli, deroghe, incoerenze. E veri e propri deliri semantici dei legislatori. Così si corrompe il concetto stesso del vivere sociale, scrive Michele Ainis il 30 agosto 2017 su "L'Espresso". In Italia l’esame di maturità viene regolato da 59 atti normativi (leggi, decreti, circolari, protocolli). Per introdurre le unioni civili, viceversa, è bastato un solo articolo di legge, che però al suo interno si declina in 69 commi. Il nuovo codice degli appalti – celebrato dal governo Renzi come un monumento alla semplificazione – ospitava 181 errori nei suoi 220 articoli, e ha ricevuto 131 modifiche nel giro d’un anno. Dopo l’approvazione del Jobs Act, dopo la riforma del pubblico impiego entrata in vigore il 22 giugno scorso, ai licenziamenti s’applicano 8 regimi diversi, a seconda dei loro presupposti (giusta causa, giustificato motivo soggettivo, giustificato motivo oggettivo, procedura di licenziamento collettivo e via elencando), del tipo di licenziamento (disciplinare, economico individuale, economico collettivo, discriminatorio), delle caratteristiche del datore di lavoro (grandi imprese, imprese agricole, piccole imprese, settore pubblico). Risultato: le cause di lavoro crescono (18,7% in più dal 2014 al 2016), il lavoro cala. Ma calano altresì gli investimenti, i redditi, l’innovazione tecnologica, la competitività del nostro Paese. E affonda il senso stesso della legalità, insieme alla certezza del diritto. Per forza: quando le leggi sono troppe s’elidono a vicenda, e in ultimo ciascuno fa come gli pare. Dal pieno nasce il vuoto, l’eccesso di diritto determina un ordinamento lacunoso, senza regole precise per la nostra convivenza.

E se poi all’inflazione normativa si somma il pessimo linguaggio delle norme, ciascun interprete (il giudice, il burocrate, il commercialista, l’avvocato) diventa un legislatore in miniatura, nel senso che crea la regola, invece d’applicarla. Provateci un po’ voi, del resto, a interpretare leggi che suonano come altrettanti abracadabra, che si contraddicono l’una con l’altra senza mai abrogarsi espressamente, che dicono, disdicono, e alla fine maledicono. Da qui un campionario che avrebbe fatto gola a Ionesco, maestro del teatro dell’assurdo. La costituzione di pegno sui prosciutti (legge n. 401 del 1985). Gli «effetti letterecci», menzionati dal testo unico in materia sanitaria per indicare cuscini e lenzuola delle camere d’albergo. La norma con i logaritmi (art. 39 del decreto legislativo n. 277 del 1991). Le «nuove imprese innovative» di cui straparla la legge n. 388 del 2000 (art. 106). Le «modalità per la sosta dei cadaveri in transito», disciplinate dal regolamento di polizia mortuaria (decreto presidenziale n. 285 del 1990). Il divieto d’usare ruote quadrate, prescritto dal vecchio codice della strada (art. 66). O infine il delirio semantico che avrebbe inondato la Costituzione stessa, se la riforma Boschi fosse stata accettata al referendum: da 9 a 430 parole nel nuovo art. 70, e il Senato competente «per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma». Questo virus non corrompe unicamente l’universo del diritto: no, corrompe anche la nostra vita democratica. Come diceva Hegel, non c’è democrazia se le leggi sono appese tanto in alto da non poter essere lette. Ma a quanto pare la questione non interessa più nessuno.

C’è forse un partito, un movimento, un leader che se ne faccia portavoce? Eppure qualche anno fa è successo, con un soprassalto di consapevolezza, con uno sforzo bipartisan che coinvolse governi di destra e di sinistra, attraversando tre legislature. Fu l’epoca della «Taglialeggi», ossia della ghigliottina automatica per tutti gli atti legislativi anteriori al 1970, con poche eccezioni circoscritte: un meccanismo inventato dalla legge n. 246 del 2005, perfezionato attraverso una serie d’interventi, dopo di che sfasciato, smontato, rovesciato. Così, la delega della Taglialeggi è stata emendata un paio di volte (dalle leggi 15 e 69 del 2009), mentre l’esecutivo con una mano ha tolto (mediante due decreti legge abrogativi, nonché per effetto del decreto legislativo 212 del 2010), con l’altra mano ha aggiunto (per mezzo del decreto «Salvaleggi»: n. 179 del 2009). E in conclusione ne siamo usciti con più dubbi di quanti ne avevamo indosso prima, mistero sulle leggi abrogate e su quelle salvate, i vivi e i morti assiepati in un unico carnaio, nello stesso girone dell’inferno. Sicché non resta che appellarsi a soluzioni drastiche, tranchant. Sia per svuotare il gran mare delle leggi (nel 2007 la commissione Pajno contò 21.691 atti legislativi dello Stato in vigore, cui però bisogna aggiungere almeno altrettante leggi regionali, nonché 70 mila regolamenti della più varia risma). Sia per depurarne il linguaggio dal burocratese che lo rende inaccessibile ai comuni mortali. Da qui due idee per la prossima legislatura, con la speranza che qualcuno le raccolga. Primo: ogni nuova legge ha l’obbligo d’abrogarne due. Secondo: nessuna legge può superare mille parole. Perché nella patria del diritto, a questo punto, la regola più urgente è il risparmio delle regole.

Così il lavoro affoga nella burocrazia. Quintali di carta, moduli da riempire, certificazioni, autodichiarazioni. Dal chirurgo al ristoratore la moltiplicazione delle scartoffie ruba tempo e tutela poco, scrive Francesca Sironi il 30 agosto 2017 su "L'Espresso". L'ipocrisia di una regola affermata, ma sistematicamente disattesa nella pratica, è un male peggiore dell’assenza di quella stessa norma. Perché «le regole nascono per dare soluzioni ai problemi concreti. Questa è la funzione che dovrebbero tornare a svolgere. Altrimenti ecco le disfunzioni che stiamo osservando in Italia». Riccardo Salomone è ordinario di Diritto del lavoro a Trento. Ed è convinto che «il diritto sia stato caricato di funzioni e significati diversi dai propri». Che soffra, soprattutto, di «una sistematica, perniciosa, ipocrisia», nel nostro paese. Ipocrisia che porta a scrivere un’abbondanza di protocolli, codici e cavilli in commi a contratti, per poi lasciare che la realtà continui a discostarsene con «deviazioni gigantesche». Generando così una doppia stortura: da una parte le norme si fanno più complesse; dall’altra i cittadini smettono di farvi affidamento. «I sistemi normativi sembrano servire oggi soprattutto per evitare questioni. Le regole vengono usate per proteggere se stessi piuttosto che per risolvere i bisogni degli altri», continua Salomone. Risultato? «Diventano burocrazie». Ovvero: l’esercizio del diritto si esaurisce in un modulo che ne prevede la tutela. Per iscritto. E poi non resta altro che un foglio, un’indicazione astratta, incapace di fermarne le eventuali violazioni, di dare soluzioni e spazi, di entrare nel merito. «È la frammentazione degli interessi e del potere», conclude il professore: «Ad aver fatto sì che tutti abbiano fretta oggi di usare le regole per autogarantirsi, per non essere messi in discussione da altri centri di influenza, piuttosto che per risolvere le difficoltà degli altri».

Roberto Orlandi è un ortopedico, non un giurista. Ma vede nella sua pratica gli stessi meccanismi indicati da Salomone. Due mesi fa ha scritto a un quotidiano locale, a Bergamo, lamentando come «la burocrazia valga ormai più del malato». «Da chirurgo penso che sia giusto, e fondamentale, che il medico, il primo responsabile di quanto accade in sala operatoria, scriva nel dettaglio e firmi il verbale dell’intervento eseguito», racconta: «Verbale che comprende la diagnosi, la descrizione, i codici operativi, le check list e tutto il resto. Ma non è normale che io debba ricopiare sulla scheda di dimissioni quanto è già contenuto in quel documento. E così per tutti i copia e ricopia che ci è chiesto di fare, anche dieci volte a operazione, carta che sottrae il nostro tempo a chi è in cura e all’aggiornamento professionale». Sono mansioni amministrative e burocratiche, insiste «che servono solo ad agevolare i controller, non i pazienti». Da due anni si cerca di estendere in Italia la cartella clinica elettronica, che dovrebbe rendere automatico il processo, «ma rischia di rimanere indiscusso il principio: quello di aumentare i moduli per scaricare le responsabilità lungo la catena. È come mettere un divieto da 40 chilometri sulla rampa d’uscita dell’autostrada: sai che tutti andranno più forte, ma così scarichi la responsabilità».

Anche se lavora in un settore e in una regione lontani da quelli dell’ortopedico o del professore, Raul Pennino conosce la stessa ombra. Un anno e mezzo fa, con un gruppo di amici, ha fondato in provincia di Caserta una startup che produce hamburger, fettine e ragù 100 per cento vegetali. Ha la certificazione biologica, quella vegana, i collaboratori formati per la sicurezza, e una frustrazione: «Il corso di formazione sanitaria? Paghi, e passa. Le certificazioni? Paghi, e passa. Gli enti che distribuiscono i loghi sono privati, e non hanno un grande interesse a eseguire ispezioni. Allora è perché io sono meticoloso, e ci tengo, che qui è uno specchio, altrimenti basterebbero quei quintali di carta. Cinque copie di ogni registro, e sei a posto. Loro, li ho visti solo due volte. E a me dispiace tanto, perché penso che i controlli migliorerebbero il settore».

Il problema delle certificazioni nell’alimentare e nel bio, mercati di punta per l’Italia che cerca di uscire dalla crisi, è nazionale: molte di queste non sono che auto-dichiarazioni, operazioni quasi di marketing per avere un bollino. Anche gli istituti più seri restano consorzi privati. «Servirebbe un ente statale. I Nas ad esempio da me sono venuti una volta, a sorpresa.

Hanno trovato ovviamente tutto a posto, perché per me è fondamentale rispettare le regole». Norme, dice, «che sarebbero tutte di buon senso, se non restassero teoriche. E soprattutto se fossero ben coordinate». Altra esperienza diretta che ha: per aprire l’azienda ha fatto la spola fra uffici e uffici che «non sapevano a che classe Ateco ricondurre i miei prodotti», e che «non mi hanno aiutato a districarmi nel sistema». «Alla fine mantieni questa sensazione che se ci riesci, è perché ti hanno fatto un favore», commenta: «Ma questa è proprio una sensazione che non sopporto».

L’ipertrofia e la complessità della normativa sono un altro degli aspetti che ciclicamente riemergono nell’osservare l’impasse burocratica del paese. «Basti pensare all’occupazione: ci sono 800 contratti nazionali di lavoro in Italia. Un paese normale ne ha 200. A cui vanno aggiunti il livello aziendale, le norme europee...», spiega Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi Marco Biagi dell’università di Modena e Reggio Emilia: «Partiamo con una quantità enorme di regole. In parte sconosciute agli stessi imprenditori». L’obiettivo dovrebbe essere «avere regole flessibili ma che si applichino a tutti», non regole rigide che vengono sistematicamente aggirate. «Il dibattito di questi giorni sull’autocertificazione nei primi tre giorni di malattia ad esempio è fondamentale. Perché significa diminuire l’impatto di 23 milioni di lavoratori sui medici di base», in un momento, spiega: «in cui piuttosto che di mini verifiche dovrebbero occuparsi del prossimo futuro: ovvero i malati cronici al lavoro. Con l’invecchiamento della popolazione sarà uno dei più importanti temi mondiali secondo l’Oms. E noi non abbiamo nessuna legislazione chiara in merito». Ovvero: «Abbiamo poche regole per le cose più importanti e molte per quello che lo sono meno».

In cucina, come in sala, sarebbero tutti d’accordo, nel ristorante da tre stelle Michelin che la famiglia Cerea conduce da mezzo secolo. «Abbiamo 50 dipendenti. Cresciamo di anno in anno», racconta Chicco Cerea: «Certo, il carico fiscale ti fa passare la voglia d’ingrandirti. E la burocrazia fa il resto per togliere ogni entusiasmo... ma ci proviamo». L’ipertrofia, per Cerea, ha il timbro «dei 12 diversi enti che possono venirci a fare un controllo. Dodici! E poi fanno la legge per “l’home-restaurant”... Immagino i controlli agli abbattitori casalinghi». Si riferisce a una norma per regolamentare le startup delle cene a domicilio: per l’Antitrust il testo in discussione in parlamento è considerato troppo restrittivo. Per Cerea, invece, si tratta già di concorrenza sleale. Di creare due binari: quello di chi avrà meno o zero regole, e quello di chi continua a averne troppe. «Un esempio? La normativa sugli allergeni: giustissima. Ma per un ristorante come noi che cambia il menu praticamente ogni giorno, a seconda delle primizie, è possibile che io debba compilare fogli e fogli con tutti gli allergeni che sono dentro ogni ricetta ogni giorno? Chi li legge?». È teoria. Non pratica. E ogni piccolo sasso sulla strada, per chi cerca d’essere una Ferrari, e non un’utilitaria, è un muro.

La metafora è di Stefano Piccolo, professore di Biologia molecolare all’università di Padova, autore di studi d’avanguardia sulle cellule staminali. Riflettendo sulle “regole”, Piccolo richiama quelle che formano i criteri per la valutazione dei docenti, «in modi che spingono alla medietà. Che non premiano lo sforzo all’eccellenza, anzi abbassano la soglia della qualità». Regole «formali. La cui applicazione egemonica asfissia il merito anziché favorirlo. Queste regole infatti premiano chi si adegua. Non chi innova». Il perché riporta all’inizio della discussione: «perché si delega a una norma, a un algoritmo, la responsabilità di entrare nel merito» . Che dovrebbe invece essere delle persone. E non di moduli.

Lavoro e regole, ecco quelle da buttare secondo cinque professionisti, scrive il 30 agosto 2017 "L'Espresso".

1 - Il ricercatore. Stefano Piccolo, università di Padova il suo allarme è sulla «convergenza al medio del mondo universitario». «Siamo tutti d’accordo sul fatto che dobbiamo essere valutati. Ma i criteri oggi sono al ribasso: non premiano chi si sforza - infinitamente di più - per raggiungere i livelli più alti. E allo stesso tempo non risolvono il problema dei fannulloni». Bisogna entrare nel merito. Riportare le regole alle responsabilità dei pari. «E poi sì, c’è la burocrazia: stessa applicazione di una logica perversa, per cui io devo passare da Consip anche per comprare una penna con finanziamenti europei che ho trovato io. Mentre chi vuole trasgredire sul serio, è preoccupato dalla Consip?».

2 - Il ristoratore. Normativa sugli allergeni: giusta, ma può diventare una mole di carta da compilare ogni giorno ogni volta che cambiamo un piatto? Verifiche Hccp: giuste, ma possiamo avere controlli a sorpresa il sabato sera quando è da 50 anni che dimostriamo di far tutto più che in regola? Sicurezza alimentare: fondamentale; ma a volte sembra partire dal presupposto che siamo tutti frodatori. Penso al tappo antirabbocco obbligatorio per l’olio. Studi di settore: qualcosa sta cambiando, dicono, ma ancora se mandiamo a lavare 100 tovaglioli, non hanno l’elasticità di capire che potremmo averli sostituiti più volte a cliente. No. Considerano 100 coperti».

3 - Il medico. Date al chirurgo quello che è del chirurgo ovvero: «Bisognerebbe far sì che gli amministrativi possano occuparsi pienamente delle pratiche burocratiche. Il medico è necessario per i verbali di merito, ma per il resto? Devo essere io a ricopiare 10 volte una cartella e tutti i suoi codici?». Roberto Orlandi è un ortopedico contro una «burocrazia che toglie il nostro tempo ai malati e all’aggiornamento professionale» «Soprattutto se l’obiettivo non è snellire le procedure, o aumentare la trasparenza, ma solo garantire che i controlli - dall’alto - possano essere fatti solo sui moduli e più velocemente». Bisogna estendere le cartelle cliniche elettroniche quindi. Ma anche cambiare passo.

4 - Il giuslavorista. Primo: ridurre «La salute e la sicurezza sul lavoro sono temi importantissimi. Non possono essere delegati a un codice con 306 articoli con 50 legati tecnici. Una cascata di norme che un operatore a volte non riesce nemmeno a conoscere». Quello che è fondamentale è la concretezza dei metodi per proteggere l’integrità dei lavoratori. Secondo: cambiare priorità «Dobbiamo rendere le regole più flessibili. Ma anche far sì che si applichino a tutti» Terzo: guardare al futuro «Le fabbriche del domani saranno reti territoriali di soggetti. Dobbiamo iniziare a investire allora in contratti del territorio».

5 - Il piccolo imprenditore.

Certificazioni. Servirebbe un ente statale per le certificazioni biologiche e veg. Non solo consorzi privati. Che spesso riducono l’adesione a un pagamento, e a un controllo se mai solo di carte, raramente a una verifica reale.

Coordinamento. Le regole sono giuste, ma devono essere coordinate fra loro.

Formazione. «Quando vuoi lanciare un’impresa, in Italia non c’è una forma di avviato o formazione, o tutoring. Dagli uffici ricevevo solo risposte contraddittorie e quasi mai risolutive. L’impatto con la burocrazia è stato pesante, per noi».

Digitale. Raul Pennino ha lanciato la sua startup in Campania, ora si sta trasferendo nelle Marche. «La digitalizzazione dei servizi era zero», racconta.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

Quelle 700 norme che in Italia sono legge solo in teoria: un'attesa che dura anche tre anni. Siamo un Paese di provvedimenti attuativi in attesa, che significa norme non attuate, diritti negati, politiche di governo lasciata incomplete. I dati sugli ultimi tre governo, da Monti in poi: due leggi su tre sono ancora da completare e almeno 74 provvedimenti sono ormai scaduti, scrive Alessia Sgherza il 27 febbraio 2017 su "La Repubblica". In Italia esiste un limbo delle leggi, un arco di tempo in cui le norme sono state approvate ma rimangono teoria. Norme che vivono in una bolla, un'epoché, una sospensione del giudizio, tra reale e irreale. Perché spesso le leggi demandano la propria effettiva attuazione a successivi provvedimenti attuativi che devono declinare dei princìpi nel mondo di tutti i giorni, imponendo limiti, procedure, precisazioni. Un limbo che sfiora in alcuni casi i tre anni e riguarda centinaia di norme (709 per la precisione): due leggi su tre tra quelle approvate nell'ultimo quinquennio sono ancora da completare. Quello dei provvedimenti attuativi è un altro aspetto critico per la certezza del diritto in Italia. Ci sono i ritardi della giustizia - penale, civile o amministrativa che sia - e i ritardi da parte di ministeri ed altri enti nel rendere efficaci le norme approvate. Con un corollario non irrilevante: a volte le leggi prevedono un termine ultimo entro cui i provvedimenti vanno approvati. E non è raro che quel termine passi. Come è successo a decine di norme (74 per la precisione) approvate tra il novembre 2011 e il febbraio 2014. Norme che restano inapplicate e che per rendere effettive potrebbe essere necessario reintrodurre con una nuova legge, che farebbe scattare una nuova corsa contro il tempo. Sono questi i risultati di un dossier sulle norme in attesa di attuazione prodotto da Openpolis per Repubblica.it e significativamente intitolato 'Il secondo tempo delle leggi'. Un titolo che sottolinea come l'approvazione delle Camere non sia altro che metà della partita, il cui risultato non è definitivo. Indicativo certo, ma non sempre decisivo. La base dei dati. Tutti i dati riportati in questa analisi sono tratti dai report periodici dell'Ufficio per il programma di governo della presidenza del Consiglio dei ministri. Istituito nel 2012 dal governo Monti, l'ufficio tiene traccia dei provvedimenti attuativi di norme di legge già adottati o ancora da adottare. I dati dei report, per quanto utili, sono ancora parziali: al cambiare del governo infatti cambia anche la struttura del dato che è diffuso, e quindi è difficile fare dei confronti. Tutti i dati sono aggiornati al 3 gennaio 2017 e dove non diversamente indicato coprono il periodo che va dal novembre 2011 a oggi, ovvero il periodo di durata in carica dei governi Monti, Letta e Renzi. L'iter delle leggi. Dire "abbiamo approvato la legge" non sempre basta affinché i cittadini possano godere di quei diritti. Come detto le leggi ordinarie, i decreti legislativi (dlgs) e le leggi di conversione dei decreti legge (un complesso che da ora in poi indicheremo per comodità solo come 'leggi') possono - in uno o più articoli - rimandare a un atto successivo che dia concretezza a quelle norme. Più precisamente: tre leggi su dieci hanno bisogno di uno o più provvedimenti attuativi. Può trattarsi di decreti ministeriali (dm); di decreti del presidente della repubblica o del presidente del consiglio (dpr o dpcm); ma anche provvedimenti direttoriali, deliberazioni Cipe, linee d'indirizzo e altro ancora. Con una moltiplicazione dei soggetti coinvolti che rende difficile monitorare il secondo tempo. E quanto manca ancora da fare. La maggior parte di queste leggi (184 su 227) richiedeva un massimo di 10 interventi successivi. Ma in tre casi i provvedimenti richiesti erano più di 80. Si tratta della legge di stabilità 2016 (136 provvedimenti richiesti), della legge di stabilità 2015 (94) e della seconda legge sulla spending review del governo Monti (84). Quasi sempre sono le leggi economiche quelle che richiedono più interventi, e quindi il maggior lavoro ricade proprio sul ministero di via XX settembre. La legge di bilancio 2017 ad esempio, approvata prima delle dimissioni del governo Renzi, richiederà 77 decreti attuativi. O ancora: il decreto sviluppo ne richiedeva 70, il Salva Italia 61, la Stabilità 2014 65. Vedremo poi come nessuna di queste leggi sia stata ancora completamente attuata. Una pesante eredità. C'è uno slittamento di responsabilità e carico di lavoro che è importante sottolineare. I governi e le strutture amministrative sono responsabili di emettere le norme attuative di tutte le leggi che vengono approvate mentre sono in carica, ma non sempre riescono a completare l'opera prima della fine della legislatura o prima di cadere. Ma quella parte di provvedimenti non adottata fa capo sempre a una legge in vigore, quindi il governo successivo deve farsi carico anche dei provvedimenti non adottati dai quelli precedenti. Il governo Gentiloni, in carica da metà dicembre, ha così ereditato tutto il 'non fatto' dei governi che l'hanno preceduto. Solo l'esecutivo Renzi ha lasciato in eredità 550 provvedimenti. Ma nel frattempo ha smaltito parte del carico ereditato da Monti e Letta, e così via. Cosa aspettiamo. Delle 227 leggi che rinviano a provvedimenti attuativi approvate dal 16 novembre 2011, solo 78 sono state completate e sono quindi pienamente efficaci. Ne restano fuori altre 149, che hanno gradi di completamento diversi. Alcune sono quasi complete, come la seconda Spending review (77 adottati su 84 previsti, il 91%) o il decreto Competitività (31 su 33, il 94%). Ma ci sono anche leggi che sono ancora a zero. Due di queste risalgono ai tempi di Monti: si tratta delle leggi sulla Corte penale internazionale e la Legge comunitario 2010. Entrambe prevedevano un solo decreto attuativo, ma in più di 4 anni quell'unico decreto non è stato approvato. Molte le leggi del governo Renzi che hanno un grado di attuazione pari a zero, ma essendo più recenti è meno grave. In ogni caso, da oltre tre mesi si attende un decreto attuativo della riforma del terzo settore, tre provvedimenti previsti della Legge Europea 2015/2016 e una norma della legge per la città di Taranto. L'incidenza dei decreti legge. Il dl è la tipologia di legge che viene completata maggiormente, questo per due motivi: il primo è che la decretazione d'urgenza viene usata appunto per affrontare situazioni emergenziali che hanno bisogno di interventi rapidi; il secondo che a volte gli esecutivi utilizzano questa forma per velocizzare gli atti caratterizzanti il programma di governo. Così abbiamo che i decreti legge hanno il 'tasso di conversione' maggiore rispetto alle altre leggi: l'81% dei provvedimenti attuativi richiesti dai dl sono stati approvati (809 su 990), contro un tasso del 52% per le leggi ordinarie (320 su 611) e del 49% per i decreti legislativi (232 su 469). La percentuale sale di molto per le leggi che risalgono alla fine della XVI legislatura (sotto Monti), con tassi di conversione dell'81% sia per le leggi che per i decreti legislativi e l'86% per i decreti legge. Per i decreti sotto governo Letta stesso 86%, che però scende rispettivamente a 73 e 78% per leggi e dlgs. Renzi - che essendo più recente ha tassi di approvazione più bassi - si ferma al 70%, 42% e 39%. Guardando al totale, questo significa che siamo ancora in attesa di 709 provvedimenti attuativi di norme che sono diventate legge negli ultimi 5 anni. Mille giorni. Se il governo Renzi ha celebrato i suoi mille giorni in carica poco prima di cadere e Claudio Baglioni ha dedicato a questa cifra tonda addirittura una canzone, ci sono altri mille giorni che invece sarebbe meglio dimenticare. È la giacenza media di attesa perché un decreto legge sia completato con tutti i decreti attuativi. Ci sono attualmente 40 dl approvati dai governi Monti, Letta e Renzi che sono ancora incompleti pur essendo stati approvati (in media) da 1032 giorni. E bisogna sottolineare il paradosso dell'inserire norme differibili nella decretazione di urgenza e poi far passare centinaia di giorni prima di renderle efficaci. Il dato di giacenza è un po' più basso per le leggi ordinarie: ci sono 20 leggi ancora incomplete da 815 giorni. Quattro volte il tempo che ci ha messo il parlamento ad approvarle. Alle lentezze del sistema bicamerale si sommano quelle del secondo tempo. Nel 2012 ci furono anche due casi limite. Il governo Monti adottò due norme che risalivano al primo governo Prodi. Ovvero a quindici anni prima, leggi approvate tra il 1996 e il 1998. Tempo scaduto. Corollario della lentezza dell'approvazione è il problema della scadenza. Altro che zona Cesarini: il secondo tempo delle leggi spesso termina senza che le norme si possano approvare. Perché a volte le leggi prevedono un termine entro il quale i decreti attuativi vanno approvati. E non sempre succede. I numeri sono impietosi: dei 154 decreti attuativi risalenti ai governi Monti e Letta, 74 sono ormai scaduti. Si tratta quasi della metà, il 48,05%. Poi ce ne sono due che ancora si è in tempo per adottare e altri 78 che per fortuna delle amministrazioni pubbliche non hanno scadenza. Ma i numeri freddi da soli non bastano a dare il senso, se non si calano nella realtà delle norme e della società. Su un tema caldo della politica come il finanziamento ai partiti, la legge approvata dal governo Letta richiedeva in totale 5 provvedimenti attuativi. Due non sono mai stati adottati, e ormai sono scaduti. Il primo è il decreto che doveva definire criteri e modalità del divieto per i gruppi di società, società controllate e collegate di effettuare 'erogazioni liberali', ovvero donazioni, ai partiti per un valore superiore ai 100.000 euro. L'altro decreto attuativo che non ha visto la luce doveva stabilire come tracciare i finanziamenti e i contributi effettuati con mezzi di pagamento diversi dal contante. Non proprio due problemi irrilevanti o marginali. Superlavoro per Padoan. La maggior parte del lavoro di attuazione delle leggi ricade sul ministero dell'Economia, una costante per tutti i governi considerati. E il ministero di via XX Settembre è anche uno dei dicasteri più efficienti, considerando la mole di lavoro. Prendiamo il periodo Monti. L'Economia ha attuato l'88% di norme con l'adozione di 141 norme. I ministeri della Difesa, degli Esteri e degli Affari regionali hanno un tasso di approvazione del 100%, ma avevano in carico solo 15, 6 e 1 provvedimento in carico (rispettivamente). I meno efficienti - sempre in riferimento al periodo Monti - sono i ministeri dell'Istruzione (35 approvati su 44, 79%), Cultura (7 su 9, 79%), Infrastrutture (31 su 40, 77%), Interno (28 su 37, il 75%) e Giustizia (18 su 24, sempre il 75%). Con Letta si confermano al 100% gli Esteri e gli Affari regionali (ma in valori assoluti sempre di pochi atti si tratta, rispettivamente 2 e 1), mentre Giustizia e Cultura si riscattano adottando tutti i provvedimenti necessari (11 e 16). La maglia nera va invece al ministero dei Rapporti con il parlamento: solo 1 su 2. A ruota il ministero della Salute (9 su 15, il 60%). Sotto Renzi tassi di approvazione più bassi, ma l'economia spicca sempre per il superlavoro: ne ha adottati 122 su 300. Nessun altro ministero ne ha così tanto in carico: solo il Lavoro supera i cento (102, di cui solo 55 adottati). Miglior performance per il ministero dell'Ambiente, con tre provvedimenti su 4 adottati. Zero per cento per il ministero delle Riforme e dei rapporti con il Parlamento, con tre atti ancora in attesa. Il governo Gentiloni all'opera. Al di fuori dei dati del dossier Openpolis, che come detto si ferma a inizio gennaio, possiamo andare a fare un primo bilancio dell'attività del governo Gentiloni, che ha pubblicato il suo primo report (pdf). Al 1° febbraio, i ministri del governo in carica avevano dato attuazione a 19 norme, di una risalente al governo Letta e le altre approvate sotto il governo Renzi. Il più vecchio è quindi il decreto ministeriale previsto dal comma 54, articolo 1, della legge di Stabilità 2014 che riguarda la "Definizione delle misure per favorire i processi di crescita dei consorzi di garanzia collettiva dei fidi (confidi) sottoposti alla vigilanza della Banca d'Italia". Tra le altre norme diventate realtà nelle ultime settimane troviamo un dpcm atteso da oltre un anno (era nella Stabilità 2016), ovvero l'aggiornamento dei Livelli minimi di assistenza che ha impatto sulla salute di decine di milioni di persone. Altra norma che riguarda molti dipendenti pubblici è la definizione delle amministrazioni statali "verso le quali è consentito il transito del personale del Corpo forestale dello Stato" che è stato accorpato ai Carabinieri e la "definizione dei criteri da applicare alle procedure di mobilità". La legge era stata approvata il 19 agosto scorso. E c'è ovviamente anche la norme del decreto terremoto, per i territori colpiti dal sisma di Amatrice, che riconosce "i Comuni colpiti dagli eventi sismici come aree di crisi industriale complessa". Ma la strada è ancora lunga. Almeno altri 700 gradini di una scala che continua ad alzarsi. 

L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

Vietato dire che i ricercati sono stranieri. Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale".  Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo. Lo stupro è un reato infame, chiunque lo commetta. Ma il punto è: perché non dire chi, o meglio chi si sta cercando come presunti responsabili, come sta accadendo per il caso della ragazza violentata sulla spiaggia di Rimini? I lettori della maggior parte dei giornali quotidiani di ieri e dei telegiornali, che pure hanno riservato ampio spazio al fatto, non sanno o hanno al massimo intuìto, leggendo tra le righe, che la polizia sta dando la caccia a tre immigrati maghrebini. Saranno loro i colpevoli? Non lo sappiamo, ma la notizia è che gli inquirenti stanno cercando proprio loro. E allora perché non dirlo, non fornire all'opinione pubblica l'identikit del possibile assassino, come avviene in tutti i casi di cronaca nera fin dai tempi dei tempi? Siamo certi che se la ragazza stuprata e il suo compagno ferito avessero riferito di essere stati assaliti invece che da persone di carnagione scura da italiani, non ci sarebbero state tutte queste precauzioni e omertà. E i titoli sarebbero stati più o meno: «La banda dei biondini violenta giovane turista». Ripeto, oggi nessuno sa la verità, ma gli inquirenti sanno bene chi stanno cercando, i giornalisti sanno bene la pista battuta dagli inquirenti, i direttori dei giornali sanno bene cosa sanno i giornalisti. Tutti sanno, ma nessuno osa dire e scrivere con chiarezza. Siamo al punto che gli immigrati, rispetto a noi italiani, non solo sono tutelati dal sistema quando occupano una casa ma pure quando sono sospettati di avere stuprato una ragazza. È il maledetto virus con cui le Boldrini e i Saviano hanno infettato il paese, un razzismo all'incontrario, tutelato perfino dall'Ordine dei giornalisti che indaga e punisce i colleghi che osano vaccinarsi, cioè chiamare le cose con il proprio nome. Di recente sono finito sotto processo per un titolo: «Tentano di rapire un bimbo, la polizia setaccia campo rom», che riportava fedelmente i fatti. Rivendico la libertà di informarvi che la polizia, per i fatti di Rimini, sta cercando tre immigrati, il che non vuole dire nulla di più e nulla di meno di ciò che sta accadendo in queste ore. Non saremo politicamente corretti ma professionalmente sì. E questo ci basta.

Lo stupro innocente, scrive Antonella Grippo il 30 agosto 2017 su "Il Giornale". C’è stupro e stupro. C’è fallo e fallo. Quello immigrato, ad esempio, detiene un’intrinseca ragionevolezza sociologica, persino nella sua massima e ruvida erezione. Non è che puoi fare la femminista, se non c’è di mezzo un maschio di Ladispoli, di Muro Lucano o di Busto Arsizio! Come fai a prendertela con il piffero magrebino? A ben guardare, è poetico, intriso di lirismo ancestrale. Di fremiti di guerra e povertà. Si tratta di un fiotto di antropologia tribale. Va argomentato, discusso. Giammai decontestualizzato dalle braghe di riferimento. Vuoi mettere…Altro che la saccente protuberanza virile degli impiegati del catasto di Avellino, che, ancorché dimessa, si sollazza con lo stupro di suocere, colpevoli assertrici della secessione di Romagna. Per non parlare della fava dei benzinai di Matera, che quando s’ingrifa, non corrisposta, è capace di ispirare l’intera arte operaia del Femminicidio. Tutto il resto non fa dottrina. Del resto, non si può pretendere che le Damine di San Vincenzo disertino i summit settimanali sui prodigi terapeutici del ricamo ad uncinetto, per occuparsi di femmine sfigate, perdippiù polacche, incapaci di interloquire con la bestia che abita i calzoni africani, al fine di capirne i bisogni, interrogarne le aspettative, in un clima di Multimazza. Meglio falcidiare l’assioma partenopeo per eccellenza: Il cazzo non vuole pensieri. Contrordine, compagne: il pisello magrebino convoca tutta la storia del pensiero occidentale. Esige e reclama lo sguardo delle scienze umane. Chiede di essere indagato, decriptato. Accolto. In fondo, è un’innocenza analitica. Politically correct.

Stupri e immigrati, scrive Giampaolo Rossi il 31 agosto 2017 su "Il Giornale".

PREGIUDIZI E TABÙ. L’argomento è scottante e viola il rigido protocollo imposto dai talebani del politically correct. Certo, se decidete di affrontarlo, aspettatevi la solita accusa di essere i nipotini di Goebbels. Non vi preoccupate, fa parte del gioco; sopportate con santa pazienza e andate avanti perché il problema esiste e non va rimosso; e non solo sull’onda dell’emotività che la cronaca ci riserva: la giovane turista polacca stuprata a Rimini o l’anziana di Forlì violentata da un nigeriano o la 12enne di Trieste abusata da tre immigrati (solo per citare gli esempi più recenti). Quando un anno fa la piddina Debora Serracchiani, di fronte allo stupro di una studentessa italiana minorenne da parte di un richiedente asilo iracheno, dichiarò: “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”, un fiume in piena di scandalizzata indignazione si riversò contro di lei: colleghi di partito e immancabili intellettuali del Pensiero Collettivo. Allora proviamo ad affrontare il tema senza tabù e senza pregiudizi.

I NUMERI IN ITALIA. Stefano Zurlo, su Il Giornale, ha riportato una notizia scioccante: un’indagine di Demoskopika, realizzata elaborando dati del Viminale, ha svelato che “nel quinquennio 2010-2014, il 39 per cento delle violenze sessuali in Italia è stato compiuto da stranieri”. Un numero impressionante – nota Zurlo – se si considera “che nel 2014, solo l’8,1% dei residenti in Italia veniva da fuori”. Ovviamente Zurlo è molto cauto e sottolinea che non bisogna fare “generalizzazioni”, né “distribuire patenti di primogenitura”. Anche perché a distribuirle ci pensa il Ministero dell’Interno il giorno dopo, inviando una nota all’AdnKronos in cui spiega che nel 2016 i reati contro le donne compiuti dagli italiani sono aumentati (1.534 contro i 1.474 del 2015), mentre quelli degli stranieri sono diminuiti (904 contro i 909 del 2015, 4 in meno). Ma la stessa AdnKronos ammette che se si guardano le percentuali in rapporto alla popolazione (che è esattamente ciò che si dovrebbe controllare) le violenze commesse dagli stranieri sono maggiori. Anche perché al conteggio sfuggono ovviamente i casi non denunciati che è plausibile siano maggiori nelle comunità di immigrati perché una donna straniera (magari profuga e richiedente asilo, inserita in contesti comunitari chiusi) ha più timore a denunciare una violenza subita rispetto ad una donna italiana. D’altronde è un dato di fatto che la possibile correlazione tra l’esodo migratorio di giovani maschi e l’aumento delle violenze sessuali non sembra riguardare solo l’Italia. In tutti i paesi che hanno adottato politiche di accoglienza massiccia i reati a sfondo sessuale sono tra quelli con maggiore aumento, insieme ai furti.

I NUMERI IN GERMANIA. Il Rapporto annuale sulla “Criminalità nell’ambito della migrazione” pubblicato il 27 Aprile scorso dalla Bundeskriminalamt (BKA), la Polizia Federale tedesca, rivela che nel 2016, il numero dei reati a sfondo sessuale compiuti da stranieri è aumentato del 102%, passando da 1.683 violenze del 2015 alle 3.404 del 2016. In altre parole, da quando la signora Merkel ha aperto le frontiere ad oltre un milione di immigrati, avvengono circa 5 reati sessuali al giorno compiuti dai nuovi arrivati. Negli ultimi quattro anni, l’aumento è stato del 500%. I reati comprendono molestie, stupri e abusi sessuali su bambini e minori; quest’ultimo reato (il più odioso) è quello che ha registrato il tasso di crescita più elevato, +120%. Il 71% degli immigrati autori di violenze sessuali ha meno di 30 anni (il 17% è in età adolescenziale). Soeren Kern analista del Gatestone Institute e studioso dei problemi connessi alla migrazione in Germania l’ha definita una “epidemia di stupri”.

IL CAPODANNO DI COLONIA. Il caso più eclatante avvenne la notte di Capodanno del 2015, quando circa 1200 donne subirono aggressioni e molestie sessuali in diverse città tedesche (600 solo a Colonia e 400 ad Amburgo). Un vero e proprio assalto di massa perpetrato, “nella stragrande maggioranza da persone che rientrano nella categoria generale dei rifugiati”, come dichiarò allora il Procuratore di Colonia Ulrich Bremer. Il Capo della Polizia Holger Münch dichiarò che era evidente “la relazione tra ciò che era accaduto e la forte immigrazione avvenuta nel 2015″. La polizia tedesca denunciò i fatti di Colonia come applicazione del Taharrush, una sorta di “molestia sessuale collettiva” (che a volte si conclude con stupri di gruppo) praticata in alcuni paesi islamici e venuta alla ribalta dei media occidentali durante le manifestazioni di piazza della Primavera Araba, quando si verificarono diversi casi di violenze ai danni di giovani donne musulmane. Da sottolineare che per mesi, i media tedeschi hanno nascosto la portata dell’accaduto secondo un comportamento coerente con la volontà di manipolare l’informazione sui temi dell’immigrazione; volontà denunciata da una clamorosa ricerca scientifica che inchioda la stampa tedesca alle proprie responsabilità. La situazione è divenuta di una tale emergenza sociale che il 7 luglio 2016 il Parlamento tedesco ha dovuto approvare modifiche al codice penale proprio sui reati sessuali, ampliando la definizione di stupro per consentire più facilmente l’espulsione degli immigrati colpevoli.

SVEZIA E FINLANDIA. Il tema dell’aumento dei reati sessuali in relazione all’immigrazione è stato analizzato anche in altri paesi come la Svezia e la Finlandia dove hanno fatto scalpore episodi cruenti di violenze operate da giovani immigrati. In particolar modo nel 2016, in Svezia venne a galla lo scandalo della copertura che la polizia operò sulle violenze durante un festival musicale a Stoccolma, quando diverse adolescenti svedesi furono aggredite da giovanissimi immigrati, per lo più afghani. Uno solo caso di stupro ma decine i casi di molestie sessuali e violenze. La legislazione svedese vieta di rendere note le identità etniche e religiose di chi commette reati; è quindi impossibile capire se l’aumento oggettivo di stupri negli ultimi 10 anni sia legato al massiccio aumento di immigrati dai paesi islamici o solo a modifiche dell’apparato legislativo svedese che ha allargato la definizione di violenza sessuale (come tendono ad affermare i difensori del modello multiculturale). In Finlandia il più recente rapporto della polizia denuncia un aumento dei reati sessuali del 23% nei primi 6 mesi del 2017 ed un calo del 5% di quelli commessi da stranieri. Ma la percentuale degli abusi sessuali commessi da immigrati continua ad essere altissima, quasi il 30%.

IL PROBLEMA C’È. Tutto questo cosa significa? Che esiste un’equazione immigrato = stupratore? Certo che no e se qualcuno lo pensa è un imbecille. Ma è un imbecille anche chi nasconde l’identità di uno stupratore quando è un immigrato, per non suscitare sentimenti razzisti. È evidente che l’immigrazione a cui l’Europa si è aperta, presenta enormi criticità che mettono a rischio la tenuta sociale ed economica delle nazioni e la loro identità culturale ed il loro sistema giuridico. Alcuni punti da sottolineare: Profughi e richiedenti asilo rappresentano una minoranza di coloro che entrano in Europa. Dalle guerre fuggono in genere donne e bambini, mentre l’Europa sta accogliendo prevalentemente maschi giovani di età compresa tra i 17 e i 30 anni in piena vitalità sessuale. Quando un processo immigratorio non è governato ma subìto, come avviene (grazie all’irresponsabilità dei governi europei e alla volontà criminale delle élite globaliste), è impossibile controllare chi accogli nei tuoi paesi. Gli immigrati provengono prevalentemente da paesi con culture che hanno una visione del “femminile” e dei diritti tra uomo e donna molto diversi dall’Occidente. In queste culture (soprattutto islamiche) la condizione di sottomissione della donna rende difficile stabilire i limiti legislativi all’interno dei quali definire cos’è un abuso sessuale o una violenza

Ovviamente il problema non è se gli europei stuprano più degli immigrati o se un immigrato che stupra è più colpevole di un europeo (anche se il principio dell’accoglienza e dell’ospitalità, implica l’obbligo della reciprocità e rende più odioso un reato commesso da un immigrato, su questo ha ragione la Serracchiani); il problema è sancire l’esistenza di un problema sociale e culturale senza rimuoverlo secondo quel meccanismo paranoico proprio dell’ideologia globalista, liquidando come razzista chi lo pone; problema che deriva da un’immigrazione non più sostenibile.

IL CASO GOREN. In Germania fece scalpore il caso di Selin Goren giovane portavoce di Solid, movimento di estrema sinistra; una ragazza impegnata in politica nei movimenti a favore dell’immigrazione. Una sera di Gennaio del 2016, in un parco di Mannheim, la ragazza venne violentata da tre uomini. Alla polizia dichiarò che i tre parlavano tedesco. Solo tempo dopo, convinta da una sua amica, ritrattò e affermò che i tre erano immigrati e parlavano arabo. In un’intervista a Der Spiegel spiegò che aveva mentito per non “aumentare l’odio verso i migranti”. Dopo essere stata violentata questa ragazza imbevuta di ideologia, si è auto-violentata in nome di un buonismo che rasenta la patologia sociale. Vittima due volte: di una violenza generata da altri e di una generata da se stessa. Ecco questa è l’immagine più chiara di come l’Europa rischia di finire: auto-violentandosi per non guardare in faccia la realtà.

Stupratori, il dato choc: stranieri quattro su dieci. I non italiani sono l'8% della popolazione. I nodi: espulsioni e controllo del territorio, scrive Stefano Zurlo, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale". I dati sembrano essere fatti apposta per rovinare il presepe del politicamente corretto, ma i numeri non possono essere ignorati. Le statistiche criminali, anche se incomplete e in ritardo, ci dicono che quasi 4 stupri su 10 sono commessi da stranieri. Tanti, tantissimi, ancora di più se si pensa che i non italiani rappresentano solo l'8 per cento della popolazione. Inutile voltarsi dall'altra parte e fingere di non vedere: la realtà è lì con tutto il suo peso a travolgere facili teorie buoniste, ingenue come le favole. Non si tratta di un atto d'accusa, ma di riflettere su un Paese che si sta slabbrando per tante ragioni, non ultima un'immigrazione senza griglie e controlli che sta regalando frutti avvelenati. L' indagine condotta da Demoskopika, elaborando le tabelle del Viminale, compone un quadro purtroppo inquietante: nel quinquennio 2010-2014 il 39 per cento delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61 per cento opera di italiani. Dal punto di vista delle proporzioni qualcosa non quadra, anzi stride: nel 2014 risiedevano nel nostro Paese 60,8 milioni di persone e di queste il 91,9 per cento era italiano e solo l'8,1, circa 4,9 milioni, veniva da fuori. Le quote non sono in linea. Anzi. Denunce e arresti si sono moltiplicati in quella direzione. Su 22.864 casi segnalati nel quinquennio (il numero vero delle violenze resta naturalmente sconosciuto) molto spesso gli investigatori hanno messo nel mirino individui con passaporto non tricolore: romeni, anzitutto, e poi albanesi e marocchini. Sia chiaro, non si tratta di assolvere frettolosamente i nostri connazionali: sappiamo benissimo che tante donne subiscono angherie, soprusi e molestie di ogni genere fra le mura domestiche: gli autori sono mariti, fidanzati, ex che non ne vogliono sapere di alzare bandiera bianca. E sappiamo altrettanto bene che la lista degli autori di questi crimini efferati, dallo stalking fino al femminicidio, comprende nomi che suonano e ci sembrano familiari. Dunque non pericolosi, secondo un'equazione che invece non torna. Ma questo è solo un capitolo del libro nero: poi c'è l'altro che ha a che fare, gira e rigira, con la qualità di chi arriva. L'Italia è diventata, anche se non è elegante sottolinearlo, una sorta di Bengodi per ceffi e delinquenti in fuga dai loro Paesi e convinti, come ha scritto un giudice, che qui sia possibile fare quel che si vuole. Nella più completa impunità. Poi c'è il nodo di un'immigrazione fuori controllo, regolata con superficialità o peggio, come per la Romania, sottovalutando sconsideratamente le obiezioni all'ingresso di Bucarest nella Ue. Ci sono pure paesi in cui la donna vale poco o niente e questo inevitabilmente non è un elemento neutrale. Tanti problemi che si sommano, quelle cifre sconfortanti da mettere in fila. I romeni sono solo l'1,8 per cento dei residenti, ma vengono loro addebitati l'8 per cento degli stupri. Numeri pesanti anche per albanesi, tunisini, marocchini. Nessuna generalizzazione, ci mancherebbe, e nemmeno distribuzione di patenti di primogenitura. È che il nostro Paese ha una politica criminale che fa acqua: si difende poco e male e cosi tutela ancora meno le donne, italiane e non. La terribile vicenda di Rimini, la caccia al branco che viene da fuori, riapre una ferita mai chiusa. E che tocca tanti nodi: il controllo impossibile del territorio, l'effettività della pena, gli ingressi senza semaforo e le mancate espulsioni, la lentezza e la farraginosità della nostra giustizia. Non e' con qualche formuletta multietnica che si affrontano questi temi, come non è con una legge a costo zero e con la solita retorica delle buone intenzioni che si può fermare la mattanza che insanguina le nostre case da troppo tempo.

Ogni anno mille stupri commessi da immigrati: 3 casi al giorno. Gli abusi sessuali non calano mai. Ogni anno mille casi da stranieri, che sono i violentatori nel 40% dei casi. E spesso gli stupri rimangono senza denuncia, scrive Claudio Cartaldo, Venerdì 1/09/2017, su "Il Giornale". Ogni anno mille stupri commessi da migranti, regolari o clandestini. Un dato che allarma le autorità e gli italiani, sempre più spaventati dal rischio di finire vittime di un branco di stupratori come accaduto nei giorni scorsi a diverse coppie a Rimini. Le stime diffuse dall'Istati parlano chiaro e sono sempre numeri al ribasso, visto che solitamente solo il 7% degli stupri viene denunciato. L'istituto di statistica, come riporta il Corriere, spiga che nei primi sei mesi del 2017 le violenze sessuali sono state 2.333, allo stesso livello di quelle commesse nell'anno precedente, quando gli stupri furono 2.345. Tanti, anche se sottostimati. A sorprendere però sono gli autori denunciati di tali orribili atti: nel 2017 sulle scrivanie delle forze dell'ordine sono finiti i profili di 1.534 italiani e ben 904 stranieri. Divisione rimasta anche questa pressocché invariata rispetto all'anno precedente, quando gli stranieri furono 909 e i nostri concittadini 1.474. A conti fatti, dunque, ogni anno mille migranti si macchiano dell'orrendo reato dello stupro. Vi sembrano pochi rispetto agli italiani? Non è così. Perché il calcolo va fatto considerando che gli stranieri regolari in Italia sono appena 5 milioni (secondo l'ultimo dato ufficiale) oltre ad un altro milione di irregolari. Questo significa che il tasso di incidenza sulla percentuale di stupri è molto più alta rispetto a quella dei cittadini autoctoni. La "società di ricerche Demoskopica - scrive il Corriere - ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010- 2014, secondo cui 'il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali'". I numeri sulle violenze carnali non sono incoraggianti. Secondo le stime il 21% delle donne italiane, ovvero 4,5 milioni di individui, almeno una volta nella vita è stata costretta ad avere un rapporto sessuale e almeno 1,5 milioni sono state vittima di volenze carnali più gravi: "653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro", scrive il Corriere. E spesso le violenze avvengono in famiglia, dove quasi il 40% delle mogli, figlie o fidanzate è stata vittima almeno una volta di aggressioni che hanno portato a ferite o lesioni.

Il dossier del Viminale: 2.438 denunciati per stupro o abusi. Secondo i dati sui primi sei mesi di quest’anno, sono 1.534 italiani e 904 stranieri, scrive Fiorenza Sarzanini il 31 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". È certamente uno dei reati più odiosi. Ed è anche l’unico a restare sempre uguale nel numero di segnalazioni, a fronte di un generale calo dei delitti. Segnalazioni che, peraltro, sono una percentuale minima rispetto alla realtà. Perché le stime diffuse dall’Istat dicono che appena il 7 per cento degli stupri viene denunciato, vuol dire che migliaia di episodi rimangono impuniti. Le donne hanno paura, visto che molto spesso la violenza la subiscono in famiglia. Oppure si vergognano, comunque temono le conseguenze. La conferma è nei dati forniti dal Viminale: tra gennaio e giugno del 2017 sono state commesse 2.333 violenze carnali, nello stesso periodo del 2016 furono 2.345. Basso anche il numero delle persone denunciate o arrestate: 2.438 nei primi sette mesi di quest’anno. Tra loro, 1.534 italiani e 904 stranieri. Un dato che - come chiariscono investigatori e analisti - si deve però rapportare al numero degli abitanti e dunque all’incidenza percentuale rispetto alla popolazione. Nel 2016 sono stati 2.383 con una divisione che è rimasta pressoché invariata: 1.474 italiani, 909 stranieri.

6 milioni di vittime. È proprio l’Istat a fornire una fotografia drammatica. Secondo l’ultimo rapporto ben il 21 per cento delle donne italiane - pari a 4,5 milioni - è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subito la violenza più grave: 653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro. Un intero capitolo è dedicato della relazione è dedicato agli abusi in famiglia: il 37,6% tra mogli e fidanzate ha riportato ferite o lesioni, il 21,8% soffre di dolori ricorrenti. E in una catena di orrori senza fine si scopre che nel 7,5 % dei casi a scatenare l’ira del partner è la gravidanza indesiderata. Indicativo, secondo gli analisti, è lo stato di vessazione psicologica che riguarda ben 4 donne su 10. In questo caso viene sottolineata l’incidenza sui rapporti interpersonali di quello che gli esperti definiscono l’«asimmetria di potere» che «sempre più spesso sfocia in gravi forme di svalorizzazione, limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico. Il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni, «è stata abusata verbalmente fino a sopportare gravi danni allo sviluppo della propria personalità, una su 4 ha difficoltà a concentrarsi e soffre di perdita di memoria».

Delitti in calo. I numeri forniti dal ministero dell’Interno a Ferragosto segnalano un generale calo - in alcuni casi molto evidente - dei delitti. Negli ultimi due anni c’è stata una diminuzione pari al 12 %: si è infatti passati da 1.463.156 reati denunciati nei primi sette mesi del 2016 a 1.286.862 nello stesso periodo del 2017. Scendono del 15,1% gli omicidi passando da 245 a 208; giù del 11,3% le rapine da 19.163 a 16.991; si riducono del 10,3% i furti (anche se pure in questo caso gioca soprattutto la diminuzione delle denunce) da 783.692 a 702.989. A rimanere stabile è appunto soltanto il numero degli stupri: la statistica parla di una riduzione dello 0,5% quindi, di fatto, inesistente. E a far paura è anche l’analisi di un fenomeno che coinvolge spesso anche i minorenni. Nel 2015 il ministero della Giustizia aveva in carico 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo.

Gli stranieri denunciati. Il numero di stranieri denunciati o arrestati è basso, ma diventa indicativo se si fa un raffronto con le presenze in Italia che - secondo le ultime stime - sono di circa 5 milioni di residenti e quasi un milione di irregolari. Nei giorni scorsi la società di ricerche Demoskopica ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010-2014, secondo cui «il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali». L’analisi per etnie delle denunce presentate dice che dopo gli italiani «ci sono i romeni, poi gli albanesi e i marocchini». Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa, avverte: «Più che fare una differenza di cittadinanza, dobbiamo preoccuparci visto che sta passando un messaggio tremendo di impunità. Gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno».

Igor e paradossi. La Questura sapeva solo leggendo i giornali, scrive mercoledì 1 Novembre 2017 "Estense". Anche la Provincia: “Non informati del concreto rischio della presenza di un latitante altamente pericoloso”. Alla riunione del Comitato provinciale su ordine e sicurezza pubblica tenutosi il 7 aprile “nulla era riferito dal comandante provinciale dei Carabinieri di Ferrara, colonnello Andrea Desideri, sulla problematica rappresentata dal rischio della latitanza del pluripregiudicato e ricercato Igor Vaclavic. L’omissione di siffatte informazioni impediva a Prefettura e Questura l’adozione di misure di sicurezza più idonee e mirate a tutelare l’incolumità degli operatori del settore e questo anche con particolare riferimento alle Guardie Ecologiche Volontarie”. Che fosse risaputo che Igor gravitasse in quella zona, tanto da essere ricercato dalle forze dell’ordine di tre provincie, lo si evince anche dal provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso il 10 aprile dal pm Savino per l’omicidio di Verri e il tentato omicidio di Ravaglia: “Sussiste fondato motivo di ritenere che autore dell’omicidio sia Vaclavic Igor. Il predetto, che gravita proprio nella zona ove è stato commesso l’omicidio, era ricercato dagli operanti di Ferrara, Ravenna e Bologna”. In questa catena di avvenimenti ve n’è infine uno che Anselmo giudica “paradossale”: “la Questura di Ferrara afferma nella comunicazione dell’8 giugno 2017 in più passaggi di avere appreso notizie dagli organi di informazione e dalla stampa, anziché dalle autorità all’uopo preposte a fornirle e precipuamente il Comando Provinciale dei Carabinieri”. Lo stesso vale per la Provincia, competente per le guardie provinciali. In una comunicazione dell’8 giugno il suo presidente afferma “di non essere stato informato da alcuno ed in alcuna forma del concreto rischio rappresentato dalla presenza, nel territorio ferrarese, di un latitante altamente pericoloso per la pubblica sicurezza e personale della polizia in servizio”. Anche Tagliani aveva appreso dalla lettura dei giornali della “zona rossa” ma senza alcuna comunicazione ufficiale. Sempre Tagliani aggiunge che “il Comandante della Polizia Provinciale avesse sospeso i servizi delle Guardie Ecologiche Volontarie dal 10 aprile con telefonate e messaggi via sms e whatsapp nella “zona rossa” per evitare intralci all’attività di ricerca dell’autore dell’omicidio”. Eppure la collaborazione della questura poteva risultare utile, visto che si era occupata indirettamente di Vaclavic in seguito alle rapine in villa dell’estate del 2015 con la banda Pajdek. La squadra mobile scrive infatti il 18 aprile alle procure di Bologna e Ferrara “per ogni sviluppo investigativo” che una testimone sentita nel processo per l’omicidio di Tartari abitava a pochi km dal bar Riccardina di Budrio e ancor meno dal luogo dove era stato abbandonato il Fiorino utilizzato da Igor per darsi alla fuga dopo l’omicidio Verri. “Se la Questura avesse avuto tempestiva conoscenza – sottolinea l’avvocato – del fatto che si sospettava fondatamente che Igor fosse autore dei delitti del 30 marzo e del 1º aprile, avrebbe potuto rendere nota siffatta circostanza nell’immediatezza e costituire così valida pista investigativa. Si sarebbe potuto controllare la presenza di Igor in quel posto, come è probabile che sia avvenuto considerato che Igor rimase ferito durante la rapina del 1º aprile e necessitasse di cure”. Tutti elementi che secondo il legale dei figli di Verri confermano “la sussistenza del nesso causale tra l’omessa tempestiva informazione da parte degli organi inquirenti dell’Arma dei Carabinieri alla Questura ed alla Prefettura e la morte di Valerio Verri”. La mancata comunicazione con urgenza del “reale ed effettivo esito delle indagini svolte ha impedito l’adozione di quelle misure da parte di Questura, Prefettura e Provincia, che solo successivamente all’omicidio dell’8 aprile sono state adottate, a tutela dell’incolumità pubblica e che sarebbero state concretamente e certamente idonee ad impedire la morte di Valerio Verri. Sarebbe stato, infatti, sufficiente sospendere i servizi delle Guardie Ecologiche Volontarie nelle zone che si conosceva essere luoghi di azione di Igor”. “Era, pertanto, pretendibile che il territorio di Argenta e Portomaggiore – conclude il documento – fosse interdetto dall’azione delle Guardie Ecologiche Volontarie proprio per la peculiarità del servizio da essi svolto, suscettibile di grave e contingente pericolo. Se ciò fosse stato fatto Valerio Verri non sarebbe morto”.

Igor e quella badante «dimenticata». Sulle tensioni tra chi investigava intervengono i carabinieri: tutto è stato condiviso. J’accuse della questura di Ferrara: potevamo fornire molti elementi in più su Feher. Spunta il legame del fuggitivo con una donna, testimone chiave per l’omicidio Tartari, il 73enne massacrato dopo una rapina nel Ferrarese nel 2015, scrive il 3 novembre 2017 “Il Corriere della Sera”. Se i carabinieri avessero fatto circolare meglio le informazioni in loro possesso, la Questura di Ferrara avrebbe potuto fornire ai militari molti elementi su Norbert Feher, alias Igor Vaclavic, anche prima dell’omicidio di Valerio Verri. Tra questi l’indicazione di una badante che frequentò la banda di Pajdek, con cui Igor aveva seminato il terrore nella Bassa Ferrarese fino al 2015, e che viveva proprio a Molinella, a una manciata di chilometri dal bar di Davide Fabbri.

Scambio di informazioni. La tesi che uno scambio di informazioni più trasparente tra le forze dell’ordine avrebbe potuto evitare il secondo omicidio, quello della guardia volontaria Valerio Verri, è alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura di Ferrara depositata dal legale della famiglia Verri, Fabio Anselmo. Ma il comando provinciale dei carabinieri di Ferrara rigetta le accuse e in una nota precisa che «le attività per la ricerca del latitante sono state costantemente condivise». Invece l’avvocato mette in fila una serie di documenti e comunicazioni riservate dei carabinieri che indicherebbero come i militari sospettassero già subito dopo l’omicidio di Fabbri del rapinatore seriale Igor Vaclavic. Circostanza che però il comando provinciale di Ferrara continua a smentire, aprendo di fatto un braccio di ferro e sostenendo che «si sono acquisiti elementi sulla possibile presenza di Norbert Feher alias Igor Vaclavic nelle Valli del Mezzano solo dopo i fatti delittuosi del tragico 8 aprile 2017», cioè dopo l’omicidio Verri. Ma allora perché la scheda segnaletica di Igor Vaclavic fu diffusa a tutti i comandi della regione e alle pattuglie alle 15 del 2 aprile?

La storia della badante. E poi ancora il 18 aprile 2017 la Squadra mobile di Ferrara scrive alle Procure di Bologna e Ferrara che una testimone chiave del processo per l’omicidio Tartari (il 73enne massacrato dopo una rapina nel Ferrarese nel 2015, ndr), la zia del rumeno Patrik Ruszo, è stata prelevata dagli agenti il 13 gennaio nell’abitazione in cui lavorava come badante di un anziano, padre di un’infermiera, proprio a Molinella. La stessa Questura scrive che quella casa dista 13 chilometri dal bar Gallo e 5 dal luogo dove Igor ha abbandonato il Fiorino per darsi alla fuga dopo l’omicidio Verri. «Se la Questura avesse avuto tempestiva conoscenza del fatto che si sospettava fondatamente che Igor fosse autore dei delitti del 30/03 (rapina a Consandolo, ndr) e del 1/04 — scrive il legale dei Verri — avrebbe potuto rendere nota di tale circostanza e costituire così valida pista investigativa. Si sarebbe potuto controllare la presenza di Igor in quel posto, considerato che era ferito e necessitava di cure».

I ritardi. Dopo l’omicidio Verri dell’8 aprile, infatti, molte persone che negli anni passati avevano gravitato nella cerchia di Vaclavic sono state interrogate e intercettate, ma senza successo. Ci sono poi gli oggetti ritrovati dai carabinieri di Argenta in un bivacco il 3 aprile, inviati ai Ris solo due settimane dopo. Nella serie di ritardi segnalati dai Verri, c’è anche la riunione del comitato provinciale per l’ordine pubblico del 7 aprile, 24 ore prima dell’omicidio di Portomaggiore, in cui «nulla era riferito dal comandante dei carabinieri di Ferrara Andrea Desideri sul rischio della latitanza del pregiudicato Vaclavic» in quelle zone.

I silenzi dei carabinieri: "Sapevano chi era Igor, nel fax non lo scrissero". Emergono omissioni che favorirono la fuga del ricercato. La Questura di Ferrara: "Non segnalate informazioni preziose", scrive Marco Mensurati e Fabio Tonucci il 3 novembre 2017 su “La Repubblica”. Una cortina di silenzi e omissioni ha coperto le azioni e la fuga di "Igor il Russo", il criminale che nella primavera scorsa ha terrorizzato la pianura Padana a cavallo tra Ferrara e Bologna. Da allora Igor è sparito nel nulla. Probabilmente perché, nella fase più calda della caccia all’uomo, pezzi dello Stato hanno volutamente tenuto all’oscuro altri pezzi dello Stato. Incartandosi da soli. In queste ore l’Arma dei carabinieri, che ha condotto le indagini, è precipitata in un profondo imbarazzo e il goffo comunicato stampa diffuso ieri dal Comando provinciale di Ferrara ne è l’ultima testimonianza.

LA CORTINA DI SEGRETI. Quando la fuga di Igor era appena agli inizi, e cioè subito dopo l’assassinio di Davide Fabbri, il tabaccaio di Budrio, i carabinieri di Bologna nascosero alle autorità di Ferrara (polizia e prefettura) l’identità del ricercato. Peccato che la polizia avesse appena concluso con successo un’inchiesta su Igor e la sua banda di rapinatori e, dunque, fosse in possesso di informazioni preziose e potenzialmente utili per individuarlo. E che il prefetto di Ferrara, organismo responsabile dell’incolumità pubblica nella provincia dove il killer ha vissuto negli ultimi anni e dove si è sempre rifugiato, se avvertito tempestivamente avrebbe potuto (e dovuto) dire a tutti gli “operativi” che battevano il territorio di stare attenti. Invece, sette giorni dopo l’omicidio di Budrio, Igor il Russo ha potuto uccidere ancora. Un agguato nel parco delle Valli del Mezzano, proprio in provincia di Ferrara. Dove, sotto i colpi della sua Smith&Wesson calibro 9 è caduto Valerio Verri, un volontario. Stava cercando addestratori abusivi di cani. Ha trovato Igor.

L'ASSASSINO SENZA NOME. Che poi, Igor non è russo. È serbo, di origini ungheresi. E non si chiama nemmeno Igor, ma Norbert. Norbert Feher. Di lui, i carabinieri hanno sempre saputo tutto. Solo che non lo hanno detto a chi dovevano, non hanno condiviso informazioni trincerandosi dietro il segreto investigativo. Ancora nella notte tra l’otto e il nove aprile, cioè una settimana dopo i fatti di Budrio e poche ore dopo l’omicidio del volontario, la compagnia di Porto Maggiore trasmise a svariati organismi istituzionali — tra cui la questura e la prefettura di Ferrara — un telex in cui negava di conoscerne l’identità. “Ignoto — così lo definiscono i militari nel documento che Repubblica ha visionato — esplodeva numero 5 colpi di arma da fuoco calibro 9 x 21 attingendo autovettura polizia provinciale Ferrara con a bordo l’agente scelto della Polizia provinciale Ravaglia Marco e Valerio Verri, volontario Legambiente”. Ignoto. Eppure è documentato che i carabinieri dei due comandi provinciali, Bologna e Ferrara, stavano indagando su Norbert Feher già dalla notte del 30 marzo quando questi rubò la pistola a una guardia giurata. Fin da subito, un maresciallo di Bologna riconobbe il modus operandi del ben noto Feher, tanto che il 3 aprile gli investigatori misero sotto controllo il suo telefono cellulare. Nelle cinque pagine della richiesta di intercettazioni, datata 2 aprile, l’identità del presunto assassino è certa. “Considerata la gravità dei reati e il concreto pericolo di reiterazione e l’esistenza di un quadro di gravità indiziaria nei confronti di Vaclavic, appare indispensabile attivare immediate intercettazioni telefoniche”. Avevano il loro uomo. Tutto stava a prenderlo.

TUTTI CONTRO TUTTI. In quei giorni convulsi di inizio aprile, tra il primo e il secondo omicidio, alla Questura di Ferrara niente fu detto. I giornali già pubblicavano le foto di Feher/Igor e nel frattempo i canali ufficiali rimanevano muti. “Nessuna segnalazione risulta pervenuta in relazione all’omicidio Fabbri”, scrive la prefettura di Ferrara in una nota alla procura. Lo stesso sostiene la Questura: “Nessun elemento investigativo o di rilievo per la sicurezza pubblica ci è stato comunicato”. E però ieri sera i carabinieri di Ferrara hanno fatto uscire un comunicato che ribalta, o vorrebbe ribaltare, tutto. “Nessun dato investigativo fino all’8 aprile faceva presagire la sua responsabilità penale (di Feher, ndr) per gli episodi delittuosi del 30 marzo e del 1° aprile, né la sua presenza nella zona”. Esattamente l’opposto di quanto sostengono gli stessi carabinieri (ma quelli di Bologna) e le carte agli atti dell’indagine.

L'ULTIMO COMUNICATO. Per difendersi dall’esposto dell’avvocato Fabio Anselmo il quale ritiene che l’uccisione di Verri potesse essere evitata, i carabinieri bolognesi hanno dimostrato alla procura che già il 2 aprile la loro centrale operativa aveva trasmesso “informalmente via mail” l’identità del ricercato. Nome, cognome e grado di pericolosità: “Ha un fucile da caccia e una semiautomatica”. Nel lungo elenco dei destinatari della segnalazione “informale” mancano però Questura e Prefettura di Ferrara. Incrociando il contenuto di questa mail con il comunicato stampa di ieri, il risultato.  è da bancarotta: nell’imminenza dei fatti i carabinieri non hanno informato chi doveva tutelare l’incolumità pubblica (ai sensi della legge 121 del 1981), probabilmente al fine di tagliare fuori la polizia da un’inchiesta che prometteva molta visibilità. Mesi dopo, di fronte alle critiche, si difendono contraddicendosi l’un l’altro. E dimostrando come, sul campo, il grande vantaggio di Igor fu la disorganizzazione di chi doveva braccarlo.

Bologna, i figli di Verri al colonnello dei Carabinieri: "Su Igor chieda scusa". Il padre, Valerio, venne ucciso da Norbert Feher l'8 aprile scorso. La famiglia critica il lavoro il comandante dell'Arma di Ferrara, scrive il 3 novembre 2017 su "La Repubblica". "Ma è sicuro di ciò che dice? Non crede sia meglio invece tacere e magari chiedere scusa? O chiedere scusa non è contemplato per un colonnello dei Carabinieri anche quando commette errori imperdonabili che sono costati la vita di una brava ed onesta persona che l'unico torto che ha avuto è stato quella di avere una grande passione per la sua terra e per l'ambiente?". Sono le domande al comandante dei Carabinieri di Ferrara, colonnello Andrea Desideri, di Francesca e Emanuele Verri, figli di Valerio, ucciso l'8 aprile da Norbert Feher. In una lettera, i Verri.  Replicano alla nota dell'Arma ferrarese, dopo le notizie sulle accuse sul scambio di informazioni sulle indagini: "Se lei non intende chiedere scusa lo facciamo noi per lei. Chiediamo scusa a tutti i bravissimi Carabinieri che lavorano sotto di lei ai quali va comunque la nostra riconoscenza, il nostro rispetto ed il nostro affetto. Chiediamo scusa per la situazione in cui ora si trovano e non certo per colpa nostra o di nostro padre. Non è d'accordo?".

Igor finì tre volte nel mirino: «Non sparate, aspettate rinforzi». Così riuscì a scappare la sera dell’8 aprile ai carabinieri: la verità dagli atti dell’inchiesta. Scese dall’auto e andò nel bosco, tornò indietro per riprendere lo zaino e scappò di nuovo, scrive Daniele Predieri il 9 agosto 2017 SU "La Nuova Ferrara". Quell'8 aprile 2017 i carabinieri si trovarono a 50 metri da Igor/Norbert, ma non spararono perchè era stato ordinato loro di attendere i rinforzi. Se lo trovarono davanti, quella sera, ben tre volte: quando Igor uscì dal Fiorino bianco per nascondersi nel bosco, quando tornò indietro per prendere lo zainetto dimenticato nel cassone e quando scappando lo videro ai limiti del boschetto. Per tre volte finì nel mirino ma nessuno sparò, dei tre carabinieri presenti, un vicebrigadiere e due carabinieri scelti. Se l’avessero fatto, se avessero fermato, bloccato e (anche) ucciso Igor, tutto ciò che è venuto dopo sarebbe stato evitato: una caccia all’uomo senza precedenti, indagini forsennate, una spesa di non si sa quanti zeri, beffe e burle a non finire, e tantissime bufale, notizie e fatti inventati, anche su quella sera.

Tutto è cominciato qui, una sera dell’aprile scorso, in una stradina di campagna, poco più larga di una macchina, via Spina, a cavallo tra Consandolo e Marmorta. Igor era in fuga, aveva appena ucciso Valerio Verri, nel Mezzano, 15 chilometri più su, attorno alle 19. Scappava a bordo di un Fiorino bianco, rubato pochi giorni prima e venne intercettato e fermato in via Spina. Di quel momento, di quel faccia a faccia tra Igor e i tre carabinieri- per la prima volta - la Nuova Ferrara, può raccontare la verità, sulla base delle dichiarazioni dei tre carabinieri- testimoni, affidate all’«annotazione di polizia giudiziaria», poi trasmessa a procura e ora agli atti delle inchieste.

Tutti cercavano quel Fiorino bianco, la caccia all’uomo dopo l’omicidio di Verri e il ferimento di Marco Ravaglia era appena cominciata, Igor in fuga viene intercettato la prima volta alle 19.45: nell’«auto di copertura» ( scrivono nel rapporto), i tre carabinieri, tutti e tre in auto e abiti civili, stanno correndo verso Argenta, da Molinella dove sono in servizio. Incrociano Igor in via Nazionale Nord, poco prima Consandolo: notano «in senso contrario un’auto di colore bianco corrispondente a quella descritta e ricercata». Poi vedono Igor svoltare in via Cavo Spina di Consandolo, fanno inversione e lo inseguono, il Fiorino li ha già distaccati di un paio di chilometri, ma danno l’allarme: «Veniva subito allertata la Centrale operativa dei carabinieri di Molinella, indicando posizione e direzione di marcia del Fiorino» dice il rapporto e si faccia attenzione a questa allerta, che dimostra il contatto con la Centrale (particolare che si spiegherà dopo).

I carabinieri corrono dietro Igor, lo raggiungono tenendosi «ad una distanza di sicurezza di circa 100/150 metri e percorrevano via Spina fino a giungere in prossimità di un piccolo bosco sulla sinistra rispetto la direzione di marcia»: via Spina è una stradina stretta, tra Consandolo e Marmorta, che due macchine affiancate difficilmente possono percorrere. I carabinieri si fermano, vedono da lontano Igor che fa inversione e va verso di loro: Igor - raccontano i militari - «veniva monitorato e mediante contatto via telefono la centrale operativa veniva informata: i militari (spiega il rapporto, ndr) venivano esortati a mantenere la calma, a limitarsi a osservare i movimenti del soggetto, in quanto erano stati inviati i rinforzi e da lì a poco sarebbero arrivati».

Anche questo è un passaggio fondamentale: i tre carabinieri, armati (M12, mitragliette e pistole, colpo in canna) vengono invitati solo a controllare. A non sparare, questa la ricostruzione ufficiale. La verità documentale, degli atti. Igor è a 100 metri da loro, a bordo del Fiorino. I tre militari «si ponevano nella parte posteriore dell’auto di servizio che al momento risultava essere l’unico riparo»: si proteggono, sanno che Igor ha appena ucciso, forse è ancora armato. Igor non li ha ancora riconosciuti come carabinieri: «a bordo del Fiorino bianco Igor si avvicina lentamente all’auto di servizio, e - descrivono i militari - risultava essere accovacciato nell’abitacolo e teneva le luci abbaglianti accese creando così disturbo nella visuale dei tre carabinieri da non permettere una efficace risoluzione mediante l’utilizzo delle proprie armi in dotazione». Il linguaggio in carabinier-burocratese raggiunge il parossismo: in poche parole, Igor punta gli abbaglianti, loro non possono vederlo bene e non sparano.

Igor viene avanti, arriva a 50 metri dai tre carabinieri. All’improvviso Igor ferma il Fiorino e «con un cenno della mano con la mano sinistra fuori dal finestrino chiedeva di poter passare», visto che non li ha ancora riconosciuti e l’auto occupa la carreggiata.

Qui il primo contatto: il vicebrigadiere, il capo pattuglia, «intimava al soggetto di scendere dall’auto e mostrare le mani». Igor però innesta la retromarcia, fa 150 metri all’indietro, si allontana per fermarsi a ridosso del boschetto vicino alla strada. Lascia l’auto accesa e scende «e si addentrava con molta calma nel bosco», mentre i tre militari si avvicinavano «rimanendo a distanza di sicurezza». Attenti, perchè la beffa non finisce qui.

«All’improvviso, lo stesso (Igor, ndr) usciva dal bosco, e si avvicinava nuovamente al veicolo e prelevava uno zaino militare nel cassone del Fiorino e poi si addentrava nel boschetto». Non una selva o una giungla per Rambo, nè zona impervia come descritta da tanti: anzi un bosco di arbusti triangolare di 200/300 metri per lato. «Igor lo percorreva - spiega il rapporto - per tutta la sua lunghezza, affacciandosi poi sul lato più lungo (l’ipotenusa del triangolo, ndr) dove veniva nuovamente avvisato dai tre militari»: terza volta nel mirino mentre nel frattempo i tre carabinieri controllavano, lungo i tre lati che non si allontanasse.

I rinforzi arriveranno alle 20.15, mezzora dopo il primo contatto. e «venivano impiegati immediatamente nella cinturazione dell’area». Secondo l’annotazione, Igor non poteva essersi allontanato dal boschetto. Lo descrivono vestito con cappello da pescatore verde militare, giaccone e pantaloni di stesso colore, maglione nero e occhiali con lenti scure a coprire il viso. Era armato? «L’uomo non mostrava alcuna arma». E allora, perchè non hanno sparato? la domanda che tanti si sono posti. «Non è stato possibile attingerlo con le armi in dotazione, i militari non erano in alcuna posizione favorevole da potere ottenere risultati senza conseguenze per la loro incolumità: per cui, stante alle disposizioni e alle circostanze, l’unica azione era quella di porre una attenta osservazione in sicurezza». Quattro mesi e mezzo dopo, l’osservazione continua.

Igor il Russo, i figli della guardia ecologica Valerio Ferri scrivono ai ministri Minniti e Orlando. Questa è la lettera, pubblicata da “Libero Quotidiano” l’11 Agosto 2017, che Francesca e Emanuele, figli di Valerio Verri (la guardia ecologica uccisa da Igor il russo), hanno scritto ai ministri della Giustizia Andrea Orlando e dell’Interno Marco Minniti dopo aver scoperto che i carabinieri hanno incrociato il killer tre volte. Senza mai prenderlo.

"Caro Ministro Orlando e caro Ministro Minniti, siamo Francesca e Emanuele Verri. Siamo i figli di Valerio, ucciso a sangue freddo quattro mesi fa nel Mezzano di Ferrara. Dopo gli articoli apparsi sulla nostra stampa locale dove si dava cronaca del fatto che per ben tre volte il famigerato Igor, assassino di nostro padre, per ben tre volte avrebbe incontrato pattuglie dei Carabinieri e per tutte e tre le volte sarebbe stato lasciato andare in attesa di rinforzi, noi adesso diciamo veramente basta. Questa sembra essere diventata una commedia che manca di rispetto alle vittime. Ci sono stati dei morti ammazzati. Uno di questi è nostro padre. Noi siamo cittadini e non numeri. Rivendichiamo rispetto. Non ce l'abbiamo con i giornalisti. Anzi. Siamo arrabbiati con le istituzioni. Cosa si sta facendo in concreto per catturare questa persona? Cosa si sta facendo in concreto per perseguire le gravi responsabilità di coloro che hanno gestito in modo così superficiale e dilettantistico il nostro territorio? Questa non è una fiction dove qualcuno deve dimostrare di essere più bravo degli altri mentre i cittadini ci rimettono la pelle. La giustizia esiste solo per coloro che non portano la divisa? Ma noi diciamo questo: chi sbaglia deve essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Punto e basta. Mentre Carabinieri armati ed addestrati non sono stati ritenuti in grado di affrontare insieme quel criminale, nostro padre, pensionato e volontario di Legambiente, è stato mandato allo sbaraglio, disarmato, proprio in quei luoghi dove il comando dei Carabinieri ben sapeva si trovasse il latitante e pluriomicida Igor. Questo è un delirio totale inaccettabile cui si adegua anche la giustizia? Lo vogliamo chiedere personalmente a Voi Ministri Orlando e Minniti, se vorrete risponderci e riceverci. Pretendiamo rispetto e responsabilità. Non vendetta o commiserazione. E rispetto vuol dire chiamare alle proprie evidenti responsabilità colui che, anche se "importante" ha sbagliato più e più volte in modo intollerabile. Ogni volta che vediamo conferenze stampa dove le forze dell'ordine vengono fotografate per aver arrestato spacciatori od ubriachi noi cambiamo canale. Non è certo colpa loro, ma qualcuno si pone il problema di come ci possiamo sentire noi cittadini del Mezzano? Qualcuno si pone il problema di come ci possiamo sentire noi figli di Valerio Verri??? Famiglia Valerio Ferri".

E che dire della lotta alla criminalità.

Spunta il "Serpico" all'italiana: gli strani casi di Ostia e Latina. Mobbing in polizia: agenti scelti costretti a lasciare la divisa. E il sindacato di categoria chiede: “Gabrielli apra un’indagine”, scrive Stefano Vladovich, Mercoledì 23/11/2016, su "Il Giornale". Mobbing in polizia: gli strani casi di Ostia e Latina. Agenti scelti costretti a lasciare la divisa. E il sindacato di categoria chiede: “Gabrielli apra un’indagine”. Lo conoscevano su tutto il litorale. Un superpoliziotto tosto, di quelli che da soli mandano avanti un intero ufficio. Soprattutto una “guardia” che non lascia tregua ai criminali, alle famiglie mafiose che contano, alle cosche in affari spesso con i “colletti bianchi”. In quattro anni, aiutato da un solo assistente, riesce a combattere la criminalità organizzata del sud pontino sul piano peggiore: il denaro. Con indagini serratissime, spesso al limite di ogni possibilità, trova le prove per confiscare, in 60 operazioni, ben 500 milioni di euro ai malavitosi. Giovanni, chiamiamolo così, colleziona encomi su encomi. Tanto che nel 2011 il dirigente della sezione anticrimine della squadra mobile di Latina lo segnala al questore per la sua attività. Indagini che trovano tutte conferma nelle aule giudiziarie, fino alla Corte di Cassazione. “Basta un cambio al vertice della stessa questura durante l’anno - spiega Filippo Bertolami, vicequestore di Roma e segretario nazionale con delega per l'Italia centrale e gli uffici dipartimentali del sindacato di polizia PNFD, polizia nuova forza democratica - per passare dalla fama di superpoliziotto a quella di superindisciplinato”. “Il sostituto commissario dimostra un contegno scorretto verso un superiore (il nuovo questore ndr) nonché abituale negligenza nell’apprendimento delle norme e delle nozioni che concorrono alla formazione professionale”. Una storia di sbirri fuori dalle righe, appunto, come in quella del Serpico newyorkese. “Insomma - continua Bertolami - se per la vecchia dirigenza Giovanni è un appartenente delle forze dell’ordine da prendere come esempio, per la nuova direzione, solo mesi dopo, è un poliziotto della peggior specie. Mi chiedo, com’è possibile che stiamo parlando della stessa persona?”. Giovanni, secondo il racconto dei poliziotti, viene isolato, “mobbizzato”. In breve per l’ispettore viene avviato un procedimento disciplinare che dovrebbe portare a pesanti sanzioni. Nonostante una sentenza del Tar che annulla tutto, il funzionario non può far altro che lasciare la polizia. Alla notizia sembra che le cosche abbiano festeggiato a base di champagne: uno a zero per i cattivi. Di fatto l’allontanamento di Giovanni non porta nulla di buono. Un caso anomalo per il vicequestore sindacalista che vuole andare in fondo alla vicenda una volta per tutte. Altro scenario, altri gruppi criminali. All’aeroporto di Fiumicino passano quintali di droga. La “roba” sbarca sul litorale romano in quantità impressionante. Intrisa nella carta di libri antichi, nei doppifondi di valigie e statuette d’importazione, sciolta nel rum destinato a catene di supermercati in forte odore di mafia. Persino nascosta all’interno di reattori di jet di linea. Se ne accorgono alcuni poliziotti attenti, in forza alla polizia di frontiera, che avviano indagini senza sosta. La squadra anticrimine scopre una serie di attività di copertura aperte e richiuse in gran fretta proprio all’interno dell’aeroporto. Queste farebbero capo a personaggi di spessore da tempo stanziati a Ostia. Soprattutto alle famiglie siciliane Cuntrera - Triassi - Caldarella, da anni attive sul litorale romano, nonché su camorristi d’eccezione, come la famiglia Senese, trasferita da Afragola alla Marranella o al clan Fasciani, da sempre padrone del Lido di Roma. La squadra speciale in più occasioni stana latitanti eccellenti, scoperti grazie a intercettazioni e inseguimenti da brivido. Ma un omicidio “eccellente” manda tutto a monte. È il 18 ottobre del 2002, Paolo Frau è uscito da poco dal carcere. Era stato processato e condannato nel maxi processo contro tutti i componenti della Banda della Magliana nel 1993. Dopo l’Operazione Colosseo e i suoi sviluppi Frau cerca di rifarsi una vita gestendo il parcheggio di una multisala di Ostia, Cineland. Qualcuno, però, gli piazza in testa tre pallottole calibro 38 e chiude per sempre i conti. “Il caso viene affidato alla squadra mobile romana guidata da D’Angelo - continua il vicequestore Bertolami - che inizia a lavorarci senza perdere un solo istante. I poliziotti di Fiumicino, che fino al giorno prima seguivano lo stesso Frau, vanno ad affiancare i colleghi romani. Tutto sembra filare liscio, nel buon nome del risultato finale che tutti si aspettano”. Non è così. Arriva l’estate 2003: l’informativa della Polaria, risultato del lavoro svolto fino ad allora, ovvero l’ipotesi investigativa sui gruppi criminali che inondano di droga la capitale ripulendo denaro in attività di copertura a Ostia, viene ridimensionata. “Stroncata” dicono lapidari gli ex poliziotti. Ridotta di decine di pagine, quando finisce sul tavolo del procuratore della Dda viene definitivamente messa da parte. Due richieste di missioni in Costa Rica per riportare nelle patrie galere dei narcos nostrani vengono cestinate, respinte in nome di una presunta “spending review”. Le conclusioni cui era arrivato il lavoro dei poliziotti aeroportuali verranno confermate 10 anni più tardi dall’operazione antimafia “Nuova Alba”, che porta a decine di arresti e a sequestri di beni per milioni di euro. Intanto i quattro poliziotti di Ostia e un ispettore di Roma, coordinatore del pool, vengono inviati ad altro incarico. Poi sospesi, congelati, in seguito a un esposto anonimo che insinua, addirittura, falsi rimborsi spese. “In sostanza veniamo spediti a investigare sui tassisti abusivi” ricorda uno di loro, oggi riformato per malattia. Tempo dopo tutte le accuse nei loro confronti cadono. Ma a quel punto il vantaggio per le cosche è notevole. Le indagini sull’omicidio Frau durano due anni e terminano definitivamente nel 2004 con l’operazione “Anco Marzio”, dal nome della piazza da cui partono le intercettazioni fra i narcos latitanti e gli imprenditori locali. Un flop colossale che porterà in galera, e solo per pochi mesi, alcuni spacciatori, semplici “cavalli”. Mandanti ed esecutori dell’assassinio di “Paoletto” non verranno mai trovati. Cosa c’entra questa storia con quella di Latina? “A capo della squadra mobile romana e della questura di Latina, in tempi ovviamente differenti, troviamo lo stesso dirigente, Alberto Intini, attuale questore di Firenze - conclude Bertolami -, che ha dato il cambio in entrambi i casi a Nicolò D’Angelo, attuale questore di Roma. Intini è oggi coinvolto, ma non indagato, nell’operazione Olimpia, l’indagine che avrebbe scoperchiato un calderone di connivenze fra il calcio, l’imprenditoria locale e l’ufficio urbanistico del Comune pontino. Non ci resta che chiedere al nuovo capo della polizia, Franco Gabrielli, di mettere a confronto i due vecchi dirigenti della questura di Latina, nonché della squadra mobile romana, Intini e D’Angelo, su fatti e situazioni visti in maniera diametralmente opposta e fare chiarezza definitivamente su episodi che possono mettere in grave pericolo le stesse istituzioni, oltre che neutralizzare agenti di alto valore investigativo”.

L’ex super-poliziotto: “Bloccato quando ho toccato livelli politico-istituzionali”, scrivono Lorenzo Galeazzi e Luca Teolato il 6 ottobre 2014 su "Il Fatto Quotidiano". “Il mio ufficio è stato messo in condizione di non operare più dal momento in cui ho iniziato a toccare i livelli politici istituzionali”. A raccontare la vicenda, che sembra un vero e proprio caso di mobbing, è l’ex sostituto commissario della Questura di Latina (ora in congedo) che dal 2005 al 2011 si è occupato delle misure di prevenzione: sequestri e confische di capitali, beni mobili e immobili appartenenti a presunti esponenti delle organizzazioni criminali che infestano il basso Lazio, territorio ad alta densità mafiosa. Con circa 60 operazioni effettuate per un importo superiore ai 500 milioni di euro, il super-poliziotto è stato un vero e proprio incubo per la criminalità organizzata. Una carriera impreziosita da premi ed encomi che ad un certo punto viene inspiegabilmente bloccata. Come già denunciato dall‘Anip-Italia Sicura del Lazio, Federazione Uil Polizia, il sostituto commissario è stato prima isolato, poi colpito di una sanzione disciplinare (annullata dopo il ricorso e la vittoria al Tar) e infine si è trovato costretto a trasferirsi in un altro ufficio. “Mi si imponeva di non andare più a lavorare il pomeriggio – ricorda l’ex poliziotto – dicendo che i soldi per gli straordinari erano finiti, in alcune occasioni non avevo il necessario supporto delle volanti nelle attività di confisca, mi veniva negata la documentazione per dei lavori che stavo svolgendo. In pratica dal punto di vista operativo non era più possibile andare avanti”. Accuse che l’ex poliziotto ha messo nero su bianco in un esposto presentato alla Procura di Latina e consegnato al ministro dell’Interno e al Capo della Polizia. “Al procuratore – prosegue – ho dato anche due lavori importanti che avevo concluso e che dovevano essere firmati dal questore per poi essere depositati in tribunale ma tutto questo inspiegabilmente non avvenne. Fatalità, circa tre mesi dopo, che la Questura di Latina abbia depositato in Procura gli stessi lavori da me conclusi”.

Latina, l’agente antimafia punito dalla polizia. I sindacati: “Sembra mobbing”. Era il poliziotto che combatteva la criminalità organizzata nel litorale laziale. Aveva sequestrato un tesoro ai clan, guadagnando numerosi encomi. Poi è caduto in disgrazia, fino a ricevere una sanzione disciplinare poi annullata dal Tar. Ma ora l'investigatore ha abbandonato la divisa. La denuncia dell'Anip-Italia sicura Regionale per il Lazio, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 10 marzo 2014. Alle forze dell’ordine, che combattono il crimine senza più mezzi né risorse, rimangono gli uomini, ma se poi neanche questi vengono messi in condizione di lavorare, allora tanto vale andare tutti a casa”. Parola di Filippo Bertolami, vice questore e segretario regionale per il Lazio del sindacato di polizia Anip-Italia Sicura, che denuncia “uno strano caso” avvenuto all’interno della Questura di Latina: “Una storia tutta da chiarire perché sembra un vero e proprio caso di mobbing”. La vittima è uno di quegli sbirri che da soli portano avanti il lavoro di un intero ufficio: il sostituto commissario per oltre quattro anni si è occupato, praticamente da solo, delle cosiddette misure di prevenzione, e cioè i sequestri e le confische di capitali, beni mobili e immobili di presunti esponenti delle organizzazioni criminali che infestano il basso Lazio, territorio ad alta densità mafiosa. A parlare sono i risultati: 800 milioni di euro sequestrati e una carriera impreziosita da premi ed encomi vari sul suo operato. Ma non è bastato. Prima l’isolamento, poi la sanzione disciplinare e infine il trasferimento in un altro ufficio. “Una tecnica che ha funzionato – prosegue il sindacalista – tant’è che Carlo (nome di fantasia, ndr) alla fine è stato costretto a lasciare la Polizia di Stato”. Secondo il sindacalista, “l’agente passa dalle stelle alle stalle con il cambio della guardia ai vertici della Questura di Latina”. Così, nonostante i sequestri disposti dal poliziotto trovino sempre conferma nei pronunciamenti della Corte di Cassazione, dal 2011 per lui le cose cominciano a mettersi male. Nonostante il suo stato di servizio, il nuovo questore non sembra stimare il suo collaboratore, come mette nero su bianco nella sanzione disciplinare che gli infligge nel 2012: “Il sostituto commissario dimostra un contegno scorretto verso un superiore (il questore) nonché abituale negligenza nell’apprendimento delle norme e delle nozioni che concorrono alla formazione professionale”. Ma Carlo non ci sta e decide di fare ricorso; il Tar, seppure per un vizio di forma, gli dà ragione. Sì, perché secondo il tribunale amministrativo, chi “irroga una sanzione disciplinare non può essere anche quello direttamente leso dal comportamento del soggetto”. Una situazione, secondo le toghe, che non fornisce le sufficienti garanzie sulla “terzietà e obiettività nel comportamento dell’amministrazione”. Una vittoria sul piano formale che però non basta a rasserenare un clima oramai avvelenato. Poco importa che solo qualche mese prima il dirigente della Divisione anticrimine abbia segnalato il poliziotto proprio al questore “per il suo lodevole comportamento nell’espletamento delle attività di istituto”. La nota è un encomio per il lavoro del 2011 portato avanti in solitaria o al massimo con l’aiuto di un assistente: “Ha incessantemente monitorato personaggi di interesse che gravitano nella criminalità presenti in questa provincia, analizzando le loro consistenze patrimoniali, i loro traffici, le movimentazioni finanziarie e quant’altro è stato necessario per dimostrare alle autorità competenti le illecite attività per ottenere l’applicazione di provvedimenti idonei ad infrenare la delinquenza e realizzare così una concreta ed incisiva azione di deterrenza alla criminalità nel Sud pontino”. Prima lodato e apprezzato, poi, solo cinque mesi dopo, protagonista di un comportamento così inadeguato da meritarsi una sanzione. “A leggere le carte si fa persino fatica a pensare che si stia parlando della stessa persona – chiosa Bertolami – tant’è che come sindacato vogliamo vederci chiaro e chiediamo quindi al Capo della Polizia di mettere a confronto i due alti dirigenti per comprendere come sia stata possibile una valutazione diametralmente opposta sullo stesso collega. Chiediamo altresì al Procuratore capo di Latina di indagare a fondo sui dettagliati esposti presentati dallo stesso”. Per il sindacalista, questa vicenda ricorda molto da vicino un’altra storia successa una decina d’anni fa sempre sul Litorale, ma qualche chilometro più a nord, ad Ostia, quando nel 2003 una squadra di poliziotti fa luce sulla cupola mafiosa dedita allo spaccio internazionale che reinvestiva i proventi nelle attività commerciali sul territorio. Per uno strano caso del destino l‘indagine viene insabbiata e i protagonisti, un pool composto dai membri scelti dalla Squadra mobile di Roma e dalla Polaria di Fiumicino, screditati. Peccato che nell’estate del 2013, la maxi operazione Nuova Alba abbia confermato molte delle piste d’indagine contenute nell’informativa vergata dai poliziotti dieci anni prima: nomi, cognomi, episodi e società di copertura. Storia che si è ripetuta solo pochi giorni fa, quando l’inchiesta Tramonto, condotta dai finanzieri del Gico, scoperchia il sistema imprenditoriale, in apparenza pulito, messo in piedi dalle cosche di Ostia. “Anche in quel caso i guai per gli investigatori iniziarono con il passaggio di testimone ai vertici della Squadra mobile della Questura di Roma”, racconta Bertolami ricordando che ai tempi i poliziotti sporsero denuncia, ma senza successo. L’auspicio dell’Anip – Italia Sicura è di non dover leggere anche oggi per le vicende di Latina delle conclusioni come quelle. “In ballo – conclude il dirigente sindacale – c’è la credibilità delle istituzioni, la sicurezza dei colleghi che lavorano sul territorio, ma soprattutto la fiducia di quei cittadini che credono ancora nella giustizia”.

Poliziotto encomiato finisce «mobbizzato», scrive Roberto Filibeck, Mercoledì 15/08/2007, su "Il Giornale". Quando lo vedi ti sembra di avere davanti Luca Zingaretti, il commissario Montalbano della tv. Ma non siamo sul set di una fiction. Il poliziotto che racconta al Giornale la sua storia è un poliziotto vero, un investigatore pluridecorato con 23 anni di servizio, sei dei quali trascorsi in missioni all’estero. In Italia ha lavorato due anni in prima linea, a combattere le infiltrazioni della mala. Tutto questo per portare a termine con successo, con tanto di encomio da parte dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, operazioni come «Black Rain» e «Anco Marzio». Indagini sui clan mafiosi che spadroneggiavano nel Lazio, riciclavano denaro, gestivano il narcotraffico, erano collegati con clan affiliati in paesi esteri. Indagini che portarono all’arresto di 20 malavitosi e al sequestro di 75 chili di cocaina. Eppure oggi P.F., 42 anni, assistente capo, è forse il primo investigatore «mobbizzato». Attualmente, oltre a essere stato ricoverato per due volte al Centro anti-mobbing del Policlinico Umberto I, è in cura al Dipartimento di igiene mentale della Asl Roma D. Soffre di disturbi psicosomatici, gastrite, stati d’ansia reattiva. Dopo una guerra giudiziaria che dura da due anni, al posto di encomi e medaglie gli sono stati chiesti indietro 27mila euro per le missioni svolte per le operazioni «Black Rain» e «Anco Marzio». Missioni che per una serie di incongruenze non sono state più considerate tali.

Partiamo dall'inizio...

«Dopo una lunga scia di sangue lasciata dai clan in lotta per il controllo del narcotraffico nel litorale laziale, culminata con l’uccisione, nel settembre 2002, del boss Paolo Frau, la squadra mobile di Roma di Francesco di Maio, decise che era giunta l’ora di un repulisti. Così misero in piedi un pool composto da alcuni di noi, esperti del territorio e degli insediamenti mafiosi nella zona. A condurre le indagini all’epoca era l’ex capo della mobile, Alberto Intini, a coordinarle il pm Adriano Iasillo. Si lavorava sull’omicidio Frau e sulla presenza di clan mafiosi sul territorio; su entrambi i filoni la Dda aprì fascicoli».

Poi cosa accadde?

«Nel febbraio 2003 scrivemmo un’informativa sugli insediamenti mafiosi sul litorale e i collegamenti con alcuni Paesi dell’America Latina. La Dda per due volte chiese di mandare due di noi in Costarica e Brasile. Tutte e due le volte la missione abortì. A settembre ci allontanarono dall’operazione senza motivo. Si cominciò a parlare di lettere anonime inviate al ministero per screditare la nostra immagine e credibilità. Stranamente nel febbraio 2004 ci richiamarono in servizio per chiudere, a novembre, l’operazione Anco Marzio».

Ma i problemi non sono finiti.

«A sei di noi, che lavoravamo con altri 15 colleghi della I sezione della mobile di Roma, nel marzo 2005 arrivò la richiesta da parte del Trattamento economico pensioni di risarcimento per le missioni effettuate nel corso dei due anni. Cifre tra i 10 e i 30mila euro che avremmo dovuto restituire con trattenute dalla busta paga. Dicevano che svolgevamo missioni nello stesso luogo di residenza, quando noi operavamo su tutto il Lazio. Presentammo ricorso a De Gennaro, un dirigente venne negli uffici di Fiumicino e acquisì, a mio avviso in modo fraudolento, i nostri turni di servizio. Alla fine fece una relazione di servizio che stabilì che la missione era pertinente, quindi avevamo diritto a quei rimborsi, ma in diverse occasioni non ci saremmo recati fisicamente a svolgere il nostro lavoro. Una pura menzogna nata dall’ennesima lettera anonima. La procura di Civitavecchia intanto aveva aperto un fascicolo». 

Le cose precipitano...

«Inizia la persecuzione per noi sei: trasferimenti, mansioni minori. E a inizio 2006 arriva per posta in forma anonima, a tutti noi che avevamo svolto le missioni, una lettera di encomio datata 15 marzo 2005 da parte del Capo della Polizia. Paradossale, no?». 

Inizia la guerra giudiziaria...

«Il ricorso al capo della Polizia fu rigettato dopo un anno. Chiedemmo invano l’accesso agli atti. Solo dopo essere passati alle minacce di denunce per omissioni, ci consegnarono i documenti e scoprimmo che il funzionario Tep aveva tenuto un anno fermi i risultati dell’ispezione senza pronunciarsi. Intanto da Fiumicino era scomparsa la documentazione acquisita dal funzionario del Tep. Per questo il 14 aprile abbiamo depositato il ricorso in auto-tutela al Capo della Polizia, ma tutto tace».

Questa storia che danni ha causato nella sua vita?

«Enormi. Sono stato costretto a rivolgermi a un pool d’avvocati, ma non avevo soldi. Il nostro ente previdenziale mi negò un prestito, ho venduto la casa. Da due anni sono in aspettativa per malattia al minimo di stipendio. Il Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma D certifica un danno biologico del 10 per cento; soffro di disturbi psico-somatici dovuti a tutta questa faccenda. Mi riservo di denunciare i gravi fatti all’autorità giudiziaria ma confido nell’autorevole intervento del nuovo capo della Polizia, Antonio Manganelli, affinché sia fatta luce su una vicenda che mi ha rovinato la vita».

Latina, poliziotto anti mafia. Lotta al crimine, elogi e poi… “mobbing”.  E' la storia di Carlo (nome di fantasia), è la storia, come scrive il Fatto Quotidiano dell'agente antimafia punito dalla stessa polizia. Ma è anche la storia della criminalità organizzata nel litorale laziale, da Latina a Ostia, scrive il 10 marzo 2014 Gianluca Pace su "Blitz Quotidiano".  E’ lo strano caso di Carlo (nome di fantasia), un agente antimafia, non uno qualsiasi, ma uno sbirro, uno di quelli che combatte, uno di quelli che, come scrivono Lorenzo Galeazzi e Luca Teolato sul Fatto Quotidiano (clicca qui per leggere l’articolo completo) – “portano avanti il lavoro di un intero ufficio”. E che nonostante questo dice di essere vittima di mobbing, penalizzato dai suoi stessi colleghi. Uno dalla carriera invidiabile: 800 milioni sequestrati ai clan, premi ed encomi vari sulla scrivania. E tutto nel basso Lazio, a Latina, una delle zone “contaminate” dalla criminalità, la porta della camorra per Roma, per la capitale. Fondi, Latina, poi Aprila, Pomezia, Ostia. E’ questa l’autostrada della camorra verso Roma. Poi, finiti i premi, gli elogi, Carlo cade in disgrazia, o, come sospettano anche i sindacati, “viene fatto cadere” in disgrazia. “L’agente passa dalle stelle alle stalle con il cambio della guardia ai vertici della Questura di Latina” spiega al Fatto Quotidiano Filippo Bertolami, vice questore e segretario regionale per il Lazio del sindacato di polizia Anip-Italia Sicura. Prima Carlo viene isolato, poi sanzionato e infine trasferito. Nel 2011 gli elogi “per il suo lodevole comportamento nell’espletamento delle attività di istituto”. E nel 2012 arrivano le sanzioni disciplinari: “Il sostituto commissario dimostra un contegno scorretto verso un superiore (il questore) nonché abituale negligenza nell’apprendimento delle norme e delle nozioni che concorrono alla formazione professionale” si legge negli atti. “A leggere le carte si fa persino fatica a pensare che si stia parlando della stessa persona – dice Bertolami – tant’è che come sindacato vogliamo vederci chiaro e chiediamo quindi al Capo della Polizia di mettere a confronto i due alti dirigenti per comprendere come sia stata possibile una valutazione diametralmente opposta sullo stesso collega. Chiediamo altresì al Procuratore capo di Latina di indagare a fondo sui dettagliati esposti presentati dallo stesso”. E poi l’accusa: “Una storia tutta da chiarire perché sembra un vero e proprio caso di mobbing”. “Una tecnica che ha funzionato – conclude Bertolami – tant’è che Carlo alla fine è stato costretto a lasciare la Polizia di Stato”. Ma quella di Carlo è solo una delle tante strane storie del litorale romano. Come quella di Gaetano Pascale, ex squadra mobile di Roma, e Piero Fierro, Polaria, due dei protagonisti del pool che nel 2003 indagò sulla criminalità organizzata (di stampo mafioso) ad Ostia e sul litorale romano. Una strana storia, una strana indagine che finì dimenticata in qualche cassetto, in qualche fascicolo. Quella di Pascale, come scriveva il Giornale, “è la storia, surreale, dell’ispettore della Narcotici capitolina, prepensionato ufficialmente per inabilità dalla mattina alla sera dal ministero dell’Interno ma che l’Fbi americana ha ritenuto invece capace d’intendere e di volere al punto da affidargli la conduzione di alcuni corsi universitari sull’infiltrazione dei propri uomini nelle organizzazioni criminali”. Una strana storia poi riemersa nel 2013 (“un déjà vu” si leggeva su Repubblica), quando, forse con dieci anni di ritardo, con l’operazione “Alba Nuova” si smascherò la rete criminale di Ostia. Nomi, cognomi, prestanomi, aziende, società che già riempivano le carte presentate (e poi archiviate) nel 2003.

La storia del Serpico italiano Roma lo caccia, l'Fbi lo assume, scrive Gian Marco Chiocci, sabato 16/02/2008, su "Il Giornale".  Questa è la storia del Frank Serpico de 'noantri, fermato in circostanze oscure (sulle quali indagano due procure) insieme ad alcuni colleghi quandera a un passo dall’arresto di narcotrafficanti collegati ai cartelli sudamericani e alle cosche siculocalabresi che hanno piantato le tende sul litorale laziale. È la storia, surreale, dell’ispettore della Narcotici capitolina, Gaetano Pascale, prepensionato ufficialmente per «inabilità» dalla mattina alla sera dal ministero dell’Interno ma che l’Fbi americana ha ritenuto invece capace d’intendere e di volere al punto da affidargli la conduzione di alcuni corsi universitari sull’infiltrazione dei propri uomini nelle organizzazioni criminali, i cosiddetti agenti sotto copertura, undercovered alla Donnie Brasco per intendersi. Insomma, se in Italia lo hanno dichiarato «non abile» al lavoro e gli hanno tolto la pistola (per poi ridargliela un mese dopo, quand’era ormai fuori dalla polizia), oltreoceano gli hanno offerto una cattedra d’investigazione all’ateneo di Fresno, presso la Alliant International University, anche perché tra i suoi più accesi sostenitori c’è proprio il celebre poliziotto anticorruzione del dipartimento di New York, Frank Serpico. Questa di Pascale è una storia che comincia qualche anno fa, e che è ancora lontana dall’essere scritta del tutto poiché tra esposti violentissimi e indagini insabbiate, l’autorità giudiziaria ancora deve mettere la parola fine. Ma andiamo con ordine. Gaetano Pascale è da sempre un cagnaccio. Giorno e notte per strada, a caccia di chi smercia lo sballo, sempre al limite tra confidenti e legalità. Come tanti colleghi della Mobile accumula, negli anni, encomi e riconoscimenti da appendere sulla parete. Più degli altri, però, vanta due promozioni per meriti straordinari: un conflitto a fuoco in Brasile, culminato con l’arresto di sei latitanti mafiosi, e una sparatoria alla periferia della Capitale con quattro rapinatori, due dei quali rimasti sull’asfalto. A un certo punto Pascale si ritrova a lavorare su alcuni omicidi di «mala» legati al controllo del mercato degli stupefacenti. Insieme a lui sgobbano poliziotti di Fiumicino poiché più filoni d’indagine, vedi le operazioni «Black Rain» e «Anco Marzio», trovano interessanti punti di convergenza. Intercettazioni, pedinamenti, spiate. Due boss vengono localizzati in Sudamerica. La procura di Roma dà carta bianca per andarli a prendere ma inspiegabilmente qualcosa si inceppa. Le indagini su droga e omicidi passano ad altro ufficio, tempo sette mesi e vengono «declassificate» a sfruttamento della prostituzione minorile. Pascale e gli altri protestano. Elaborano relazioni su relazioni. L’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, è all’oscuro di tutto. Chiede spiegazioni per le vie gerarchiche anche perché, nel frattempo, proprio chi indaga finisce indagato. Pascale viene considerato mezzo pazzo e sospeso dal servizio per aver addirittura sparato a un autovelox (solo mesi dopo si appurerà che non era stato lui). Anche i colleghi della sezione investigativa di Fiumicino hanno i loro guai: alcune lettere anonime vengono prese sul serio dai superiori che li mandano sott’inchiesta sorvolando su altre vicende che coinvolgono altri poliziotti. Tra le accuse (risultate infondate) anche ammanchi di denaro. Ma il danno ormai è fatto. L’indagine langue, il Serpico romano allerta il pm che con lui svolge le indagini sul filone Ostia-Costa Rica-Brasile delle anomalie e subito dopo è convocato urgentemente per le visite mediche dal Viminale. Pascale esce a pezzi dal controllo: assolutamente inabile al servizio, con patologie varie, problemi irreversibili. Deve riconsegnare la pistola. Già che c’è rimanda indietro anche il distintivo accompagnando il tutto con una lettera in cui chiede il prepensionamento. Quand’è fuori dalla polizia, per sfizio, fa domanda per il rilascio del porto darmi. È passato appena un mese, nuova visita: stavolta, l’inabile diventa abile. Stesso ufficio, diversità di vedute, Pascale ora può utilizzare armi da fuoco. Nel dossier al capo della polizia l’ispettore fa capire che ormai i giochi sono fatti, che il destino è deciso. Per il ministero dell’Interno è pazzo a metà, per gli americani è un cervello raro. Detto, fatto. Grazie al vero Frank Serpico - suo grande sponsor - adesso Pascale fa il docente, tiene conferenze agli sbirri a stelle e strisce, insegna ai futuri detective dell'Fbi come ragiona, cosa pensa, in che modo si muove un criminale. Licenziato in Italia, assunto negli Usa.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01402. Atto n. 3-01402. Pubblicato il 11 novembre 2014, nella seduta n. 348.

VACCIANO, SIMEONI, BULGARELLI, MOLINARI, GIROTTO, BERTOROTTA, BLUNDO, LEZZI, MANGILI, BUCCARELLA, MARTELLI, CAPPELLETTI, CASTALDI, MONTEVECCHI, MORONESE, 

CIOFFI, CRIMI, PETROCELLI, PUGLIA, DONNO, SANTANGELO, SCIBONA, SERRA, FUCKSIA, 

GAETTI, GIARRUSSO, CIAMPOLILLO, MARTON, AIROLA, FATTORI, BOTTICI, CATALFO, 

TAVERNA, NUGNES - Al Ministro dell'interno. - Premesso che:

da un articolo de "il Fatto Quotidiano" online del 10 marzo 2014, si è venuti a conoscenza della vicenda di presunto mobbing ai danni di un ex sostituto commissario della Questura di Latina. La notizia è stata nuovamente ripresa in un successivo articolo del 6 ottobre 2014 del quotidiano, questa volta con una video intervista del poliziotto oramai in congedo dal 2013, il quale ha parlato col volto oscurato perché è stato oggetto di minacce di morte, probabilmente a seguito di alcuni sequestri patrimoniali inflitti. Per le citate intimidazioni l'ex agente è parte offesa in un procedimento penale;

la sua azione investigativa avrebbe coinvolto anche un clan pontino, affiliato ai potenti cugini Casamonica di Roma, al quale sono stati sequestrati proprietà e conti correnti per un valore di circa 8 milioni di euro. In generale, l'operato dell'ex agente si è concentrato in un arco di tempo compreso tra il 2005 e il 2011, durante il quale ha portato a termine un totale di 60 operazioni conclusesi con confische e sequestri di beni mobili e immobili per circa 500 milioni, togliendo materialmente mezzi e strumenti alle attività criminali e, inoltre, il 70-80 per cento di questi provvedimenti sono stati già confermati in grado di Cassazione. La condotta eccellente del poliziotto pontino è stata premiata con encomi e avanzamenti di carriera, tuttavia dal 2011 la sua situazione è cambiata e gli sono stati imposti il fermo alle attività investigative, il cambiamento di mansione, il trasferimento di ufficio e un provvedimento disciplinare, che però venne annullato dal Tar del Lazio dopo un suo ricorso;

questi fatti sono stati delineati in un esposto presentato dall'ex agente alla Procura di Latina e al Ministro dell'interno e al capo della Polizia. Al procuratore capo di Latina nel marzo 2012 venivano consegnati gli ultimi 2 lavori che l'ex poliziotto aveva concluso, indagini depositate a gennaio dello stesso anno alla dirigente dell'ufficio a cui faceva capo l'ex sostituto commissario. Per far sì che potessero essere accettati dal Tribunale era indispensabile una firma del questore, che non arrivò in tale circostanza. Queste indagini, in seguito, furono consegnate nel giugno 2012 alla Procura della Repubblica di Latina dal questore, senza essere messe in relazione con il poliziotto che ne lamenta la paternità. A quanto risulta agli interroganti sono rimaste le uniche 2 operazioni depositate dalla Questura di Latina al Tribunale per tutto il 2012;

nella parte dell'intervista in cui il poliziotto parla dello stop ricevuto alle sue indagini nel 2011, viene fatta menzione di avvicendamenti e insediamenti, a cui viene, a giudizio degli interroganti, spontaneo associare il passaggio del testimone per la dirigenza della Questura di Latina del 3 ottobre 2011, ossia da Nicolò D'Angelo ad Alberto Intini;

considerato che:

un cambio di vertice al comando della squadra mobile della Questura di Roma, che ha casualmente comportato un cambiamento nella conduzione delle indagini, lo si ritrova, a parere degli interroganti, lungo l'orizzonte temporale degli eventi che accaddero tra Ostia e Fiumicino nel dietro le quinte di 2 importanti operazioni di polizia denominate "Black Rain" e "Anco Marzio". Altra circostanza in cui Alberto Intini succede a Nicolò D'Angelo, nel luglio 2003. In quest'altra vicenda, vita e carriera di 6 agenti della Polaria, polizia giudiziaria della frontiera aerea dell'aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino che collaboravano per queste 2 indagini dirette dalla mobile di Roma, sono state segnate da provvedimenti sanzionatori e disciplinari, poi riconosciuti immeritati, ai quali ad oggi non si è posto rimedio;

da un articolo de "il Giornale" del 15 agosto 2007, si apprende da un'intervista ad uno dei 6 agenti della Polaria: "Nel febbraio 2003 scrivemmo un'informativa sugli insediamenti mafiosi sul litorale e i collegamenti con alcuni paesi dell'America Latina. La DDA per due volte chiese di mandare due di noi in Costarica e Brasile. Tutte e due le volte la missione abortì. A settembre ci allontanarono dall'operazione senza motivo. Si cominciò a parlare di lettere anonime inviate al ministero per screditare la nostra immagine di credibilità. Stranamente nel febbraio del 2004 ci richiamarono in servizio per chiudere, a novembre, l'operazione Anco Marzio";

gli stessi agenti, come riferisce lo stesso quotidiano in un articolo del 7 agosto 2007 sarebbero stati "accusati da fonte anonima proveniente dallo stesso ufficio di polizia giudiziaria del Leonardo Da Vinci";

i 6 agenti della Polaria hanno collaborato con alcune unità della squadra mobile di Roma per l'operazione denominata Black Rain che "viene inspiegabilmente ridotta a troncone dell'inchiesta Anco Marzio che punta, invece, su estorsioni e videopoker", come riportato in una notizia del "Il Messaggero" del 24 aprile 2008. "Quando il cerchio si sta per stringere, proprio quando il magistrato delega i poliziotti alla missione in Sud America, questi vengono accusati di aver frodato l'amministrazione e messi da parte. E tutto il gruppo operativo definitivamente smantellato", esclama Filippo Bertolami, responsabile legale dell'Anip - Italia Sicura, nello stesso articolo de "Il Giornale" dell'agosto 2007;

nelle fonti menzionate si persevera sulla linea che l'operazione Anco Marzio, un successo per la lotta a videopoker ed estorsioni, non ha portato frutti per quanto concerne l'azzeramento dell'asse di traffico di droga che va dal sud America al litorale romano. "La Procura di Civitavecchia, che ha indagato su di loro per tre anni, archivia tutto: quattro agenti vengono reintegrati alla Polaria di Fiumicino, uno in malattia, l'ultimo «riformato» e nel frattempo emigrato negli Usa, dove insegna criminologia ai colleghi americani" ("Il Giornale" del 26 aprile 2008);

i suddetti poliziotti hanno anche depositato un ricorso in autotutela al capo della Polizia, che fino ad oggi non ha avuto alcuna risposta;

considerato infine che a parere degli interroganti dalle varie vicissitudini occorse nelle questure di cui si sono esposti i fatti, è indubbio che siano previsti dei meccanismi di valutazione interni al corpo di Polizia e che questi debbano essere utilizzati nella maniera più puntuale, chiara e rapida possibile, di modo che venga scalzata qualsiasi ombra su agenti, dirigenti o addirittura questori, gli stessi che sono chiamati a rappresentare il Ministero dell'interno e a garantire la legalità sul territorio nazionale. Quanto più le persone chiamate a svolgere questo compito saranno al di fuori anche del legittimo sospetto, tanto più le stesse istituzioni godranno della fiducia dei cittadini, si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo fosse a conoscenza dei fatti esposti, visto il documento inviato al Ministero nel 2012;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di proteggere l'incolumità dell'ex poliziotto che prestava servizio presso la Questura di Latina, date le minacce di morte che avrebbe ricevuto a causa dei provvedimenti patrimoniali inflitti a seguito delle indagini da lui condotte, quando comunque era ancora alle dipendenze della Polizia di Stato e quindi del Ministero;

quali siano i motivi che hanno comportato l'interruzione di indagini condotte con successo dagli agenti investigativi a cui sono seguiti cambiamento di mansione, trasferimento di ufficio nonché provvedimenti sanzionatori e disciplinari, che nel caso dell'ex sostituto commissario della Questura di Latina il Tar del Lazio ha provveduto ad annullare;

quali iniziative di propria competenza intenda adottare per assicurare sistemi valutativi del personale delle forze di polizia, garantendo anche rapidità di riscontro sia nel caso di negligenze che di merito.

La nuova Legge sulla tortura: la maschera di un reato per un convitato di pietra. Tortura. Parola grossa. Ora in Italia esiste una legge che la prevede e la punisce come reato. O, almeno, così sembra, scrive Fabio Cammalleri su "La Voce di New York" l'8 Luglio 2017. La legge appena approvata sfuma, cavilla, svicola. Perciò il convitato di pietra, anche del reato di tortura, è il solito ignoto italiano. E, siccome il solito ignoto italiano, è al riparo da ogni reale controllo e da ogni personale responsabilità, stiamo solo perdendo tempo. Forse, anche per la tortura, c’è un uomo nero che non si deve scoprire: il potere cautelare e i suoi titolari. La tortura, in linea generale ma chiara, è un abuso, commesso da chi detiene legalmente una persona, verso di essa. L’abuso è commesso con violenza, fisica o psichica: sia mettendola in atto, sia solo minacciandola. A vari fini. Ma il fine eminente è la confessione. La confessione è l’affermazione che la persona detenuta fa al torturatore, di un comportamento variamente ritenuto colpevole: proprio o, più frequentemente, anche altrui. A ciò indotto dalla promessa, esplicita o larvata, o dalla speranza, che la violenza cessi, o che la minaccia sia riposta. Il cerchio si chiude, dunque, dicendo che la tortura è l’esercizio di un dominio legalistico assoluto, di un’istituzione coercitiva, su un essere umano. Questo è: per esperienza e dottrina acquisite lungo i secoli, in Italia, e dovunque nel mondo; ma in Italia, essendo culla del diritto, siamo anche culla dei suoi profili, per così dire, meno esemplari. Facile, no? Nemmeno per sogno. Perché la legge appena approvata sfuma, cavilla, svicola. Due parole, due: perché a fare “ermeneutica” si affaticano vanamente le meningi: e poi, non serve a granché. Andiamo alla grossa, che basta e avanza. In primo luogo, ci imbattiamo in un “Chiunque”. Ma che c’entra il “chiunque”, se siamo in un ufficio di una Forza di Pubblica Sicurezza (ma non solo, come vedremo)? Si vuole dire che è tortura anche l’atto del vicino matto, che ci chiude in garage, e ci incatena o peggio? Niente da fare: sarebbero lesioni, sequestro di persona e altro, più o meno aggravati; già previsto. Poi leggiamo che alla tortura metterebbero capo “più condotte”. Ah sì? E cos’è “condotta”, al singolare, allora? Un atto che si compie entro la sfera di dominio corporeo dell’autore? E di un atto formale, o legale, come un provvedimento apparentemente ineccepibile, che ne facciamo? E, comunque, se, nel primo caso, finisce che un bel pugno magari non basta, a configurare la tortura, proprio perché è uno; ecco che, il secondo, ci fa intravedere da cosa o da chi la nuova Legge realmente svicola, per chi cavilla. Un provvedimento, anche solo dal punto di vista corporeo, implica l’intervento di più soggetti, ciascuno dei quali è competente per una parte, ma non per le altre: sicché risulterebbe impossibile riferirgli le molteplici “condotte” che pure ci sarebbero. E peggio sarebbe se, al contrario, si volesse considerare il provvedimento in termini “funzionali”, come una unità “procedimentale”, indistinguibile dalle singole parti che la compongono: proprio perché allora sarebbe solo uno. E tanto, solo per considerare la faccenda dal punto di vista delle “più condotte”. Ma abbiamo solo intravisto l’uomo nero che non si deve scoprire. Proviamo a vedere meglio. E’ prevista l’ipotesi che “i fatti di cui al primo comma”, siano commessi da “pubblici ufficiali” (ma va’?), e ne verrebbe una circostanza aggravante; però, ecco la magia: questa “non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Eccoci.

Questo accorgimento liberatorio, che pare riferirsi solo ad un’ipotesi secondaria (una semplice circostanza aggravante), ci svela a chi si sta pensando. Perché, ponendo l’accento sulle “sofferenze” che, nell’impianto della fattispecie, costituiscono “l’evento” causato dalle “più condotte”, e presentandoci l’ipotesi che queste si diano in un certo “ambiente” (“legittime misure privative o limitative di diritti”), esso ci mostra in realtà che “tortura”, oggi, non è la fune di una carrucola, o i ferri roventi, ma l’arnese custodiale: siamo in Procura, non in un sotterraneo ammuffito. E’ parsa allora precipitosa l’affermazione del dott. Carlo Nordio, che pure è voce sempre acuta, e attenta a rilevare le miserie del nostro sistema giudiziario: “Come strumento di indagine, dopo essere stata adottata equamente da tutti gli stati, dai tempi di Lugalzaggisi, re di Uruk, fino alla quarta repubblica francese in Algeria, è quasi scomparsa nei Paesi democratici.” Ma l’uso della custodia cautelare per estorcere confessioni non è una distopia normativa, come oggi dicono i colti: è una prassi rivendicata e ampiamente legittimata, dei cui alti e bassi sostenitori sono noti nomi, cognomi e soprannomi. Critiche dolenti da convegno, a parte. I sommari lineamenti “dell’istituto”, presentati all’inizio di queste righe, per ciascuno che volesse, infatti, si attagliano senza la minima forzatura proprio ai casi nostri. In questi termini, appare ancor più chiaro che la previsione principale, quella rivolta a “chiunque”, è una maschera; sotto, al primo posto, c’è chi ha realmente il potere di “cagionare” “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale”. Il quale, però, gode di quella che, di fatto, è una scriminante generale e automatica. Una volta posto al riparo dalle responsabilità per la “tortura da provvedimento”, il “pubblico ufficiale”, non avrà soverchie difficoltà a porsi al riparo anche dalla norma “principale”, per come è congegnata. Che poi, questa trama di previsioni e di sottintesi, possa riferirsi anche a soggetti appartenenti alle Forze dell’Ordine, è ovvio; dato che “le misure privative o limitative di diritti” implicano necessariamente il loro intervento materiale: ma costoro agiscono, anche quando sono Alti Ufficiali, alle dipendenze “funzionali” del Pubblico Ministero. Perciò il convitato di pietra, anche del reato di tortura, è il solito ignoto italiano. E, siccome il solito ignoto italiano, è al riparo da ogni reale controllo e da ogni personale responsabilità, stiamo solo perdendo tempo. Ma sia chiaro: il grande demerito, per il consolidarsi del regresso istituzionale, culturale e civile in Italia, è di simili riformatori: con la loro sesquipedale, servile sciatteria. Un demerito che, ogni giorno di più, appare persino maggiore di quello acquisito dalla magistratura associata: in questi infelicissimi, ultimi venticinque anni.

Legge sul reato di tortura: che cos'è e perché è contestata. Dopo quattro anni potrebbe finalmente essere approvata. Ma le critiche fioccano: "Con questo testo non ci sarebbero state le condanne del G8 di Genova", scrive il 5 luglio 2017 Panorama.  Dopo l'ok del Senato il 17 maggio scorso, la legge che introduce nel codice penale il reato di tortura torna alla Camera dei Deputati, che probabilmente il 5 luglio l'approverà definitivamente. Un atto che finalmente risponde, secondo Amnesty International, a quanto richiesto dalla Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite, ratificata dall'Italia nel 1989. E soprattutto risponde alle nere vicende del G8 di Genova e alla violenta irruzione delle forze dell'ordine nella scuola Diaz, nella sera buissima del 12 luglio 2001. Ecco in cosa consiste la nuova legge sul reato di tortura, il suo percorso travagliato e i pareri a favore e i tanti contro (lo stesso ideatore e primo firmatario della legge, Luigi Manconi del Pd, ora se ne dissocia). 

Le tappe travagliate della legge. Il senatore del Pd Luigi Manconi presentò il ddl nel 2013. È da oltre tre anni che il testo sul nuovo reato di tortura viene rimpallato da una Camera all'altra. Era il 5 marzo 2014 quando il Senato - dove ha avuto inizio l'iter legislativo - lo approvò la prima volta. La Camera dei Deputati l'ha quindi modificato rispedendolo a Palazzo Madama il 9 aprile 2015.  Dopo averlo tenuto nel cassetto per oltre due anni, il Senato l'ha di nuovo modificato e inviato a Montecitorio il 17 maggio 2017. 

Cosa dice il ddl sul reato di tortura. La tortura diventerebbe un nuovo reato del codice penale, numero progressivo 613 bis, delineato in sei articoli. Ciò che accende la polemica si concentra soprattutto nelle prime righe. L'articolo 1 prevede che "Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minore difesa, è punito con la reclusione da 4 a 10 anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona". Se il reato è commesso da "un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, la pena è della reclusione da 5 a 12 anni". L'articolo 2 stabilisce che le dichiarazioni ottenute attraverso il delitto di tortura non sono utilizzabili in un processo penale.

Quali sono i punti criticati. Sotto accusa soprattutto alcuni passaggi del primo articolo della nuova legge, passaggi di dubbia interpretazione o che rendono difficile dimostrare il reato.

"Verificabile trauma psichico": come si verificherebbe tale trauma?

"Mediante più condotte": se il reato è commesso tramite una sola condotta cosa succederebbe?

"Un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona": quali sono i parametri per valutarlo? 

"Abuso di poteri" e "violazione dei doveri": sarà necessario dimostrare anche che ci sono state queste condizioni, nel caso di pubblico ufficiale coinvolto.

Cosa dice chi contesta la legge. Il senatore del Pd Luigi Manconi, prima firma del ddl, non si riconosce più in questa nuova legge: "Il mio testo, che presentai nel 2013 il primo giorno della legislatura, è stato stravolto", tanto che si è rifiutato di votarlo. Gli fa eco sul Foglio Matteo Orfini, presidente del Pd, che definisce la legge così scritta "inutile": "Ce l'ha detto anche l'Europa, è fatta di compromessi al ribasso. In un paese che ha avuto i casi Cucchi, Aldrovandi, Genova, ci vorrebbe maggior coraggio". La legge in Italia è attesa da più di vent'anni, ma così stilata fallisce il proprio scopo perché si allontana molto dalla Convenzione contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti approvata dalla Assemblea Generale dell'Onu nel 1948, è il parere di Area democratica per la giustizia, il cartello delle correnti di sinistra nella magistratura. Che sostiene: "Apre la strada a valutazioni incerte ed è destinata a rendere ancor più complesse ricostruzioni giudiziarie già per loro natura delicate e difficoltose", "consente di considerare tortura solo i comportamenti ripetuti (si parla di violenze, minacce e condotte, al plurale); richiede che le sofferenze inflitte alla vittima siano acute, senza dare rilievo al loro protrarsi nel tempo; consente la punibilità della tortura mentale solo se il trauma psichico conseguente è verificabile; non garantisce un'efficace repressione ai trattamenti inumani o degradanti che non assurgono a livello di gravità della tortura". La bocciatura arriva anche da giuristi come Vladimiro Zagrebelsky, addirittura dalle toghe protagoniste dei processi del G8 alla Diaz e a Bolzaneto che hanno presentato un appello al presidente della Camera, spiegando che questa legge sarebbe stata inutile per punire molti degli abusi del 2001. Nils Muiznieks, commissario per i diritti umani presso il Consiglio d'Europa, ha scritto ai presidenti della Camera e del Senato parlando di legge è "disallineata" rispetto alla giurisprudenza della Corte e alle raccomandazioni della Commissione europea. A Repubblica Manconi è lapidario: "Con il testo che sta per essere approvato gran parte delle violenze alla scuola Diaz non sarebbero considerate tortura". Le preoccupazioni del centrodestra sono invece opposte: il timore è che il ddl risulti "un atto ostile contro le Forze dell'ordine" e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia assicura che alla Camera "questa vergogna" verrà cancellata.

Chi difende la legge, nonostante tutto. A sorpresa, tra chi difende la nuova legge, c'è Amnesty International, l'organizzazione che difende i diritti dell'uomo. Antonio Marchesi il presidente di Amnesty International Italia, a Radio Radicale ha detto: "Il ddl non ci piace. Riteniamo che comunque rappresenti un piccolissimo passo avanti. Amnesty è un'organizzazione pragmatica, che si dà obiettivi concreti". Turandosi il naso, prende quel che viene: "Tra il niente e questa schifezza, Amnesty sceglie di avere qualcosa".

Tortura, via libera della Camera. Con 198 sì il reato è legge: fino a 12 anni di carcere. I contrari sono stati 35, gli astenuti 104. Hanno votato a favore Pd e Ap, mentre molte forze, tra cui M5S, Sinistra italiana e Mdp, non hanno votato. Ci sono voluti quattro anni perché il Parlamento approvasse la legge, scrive il 5 luglio 2017 "La Repubblica”. L'aula della Camera ha approvato in via definitiva il ddl che introduce il reato di tortura nell'ordinamento italiano. I sì sono stati 198 (Pd e Ap), i no 35 (Fi, Cor, Fdi e Lega), gli astenuti 104 (M5S, Si, Mdp, Scelta civica e Civici e innovatori). Le pene previste sono pesanti: la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, che salgono fino a un massimo di 12 se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri. Ci sono voluti quattro anni perché il Parlamento approvasse la legge. Quattro anni di stop, di divisioni tra le forze politiche e di tentativi di insabbiamento. L'iter del provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, è stato particolarmente complicato: iniziato al Senato il 22 luglio del 2013, per poi essere licenziato un anno dopo, è approdato alla Camera nel 2015 per poi tornare nuovamente all'esame di palazzo Madama e, infine, essere licenziato da Montecitorio. Più volte modificato nei passaggi tra i due rami del Parlamento, il testo non ha subito ulteriori modifiche durante l'ultimo esame. Si tratta di un provvedimento che ha diviso le forze politiche: voluto dal Pd e sostenuto dagli alleati di governo, gli alfaniani di Alternativa popolare, è invece stato osteggiato dalle forze di centrodestra, Lega e FdI in testa. I detrattori della legge sostengono che si tratta di un provvedimento punitivo nei confronti delle forze dell'ordine, limitandone il campo d'azione. Niente di tutto ciò, hanno sempre replicato Pd e governo, nessuna "norma vessatoria", al contrario si tratta di un provvedimento che "colma una lacuna" e fa sì che l'Italia "non sia più fanalino di coda", è stata sin dall'inizio la posizione dei sostenitori del testo.

• LE PENE. L'articolo 613-bis c.p. punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenze o minacce gravi ovvero agendo con crudeltà cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa, se il fatto è commesso con più condotte ovvero comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona. La pena sale da 5 a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio.

• ARTICOLO 2 . L'articolo 2 stabilisce che "le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili" in un processo penale.

• LESIONE GRAVE. Se c'è "una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e se ne deriva una lesione personale gravissima sono aumentate della metà". Se invece "dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, le pene sono aumentate di due terzi. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell'ergastolo. Se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta".

• ISTIGAZIONE. Viene anche punito da 6 mesi a 3 anni "il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio il quale, nell'esercizio delle funzioni o del servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura".

• STOP ESPULSIONI. Sono vietate le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni ogni volta che sussistano fondati motivi di ritenere che, nei Paesi nei confronti dei quali queste misure amministrative dovrebbero produrre i loro effetti, la persona rischi di essere sottoposta a tortura. La disposizione - sostanzialmente aderente al contenuto dell'articolo 3 della Convenzione Onu - precisa che tale valutazione tiene conto se nel Paese in questione vi siano violazioni "sistematiche e gravi" dei diritti umani.

• ESTRADIZIONE. Viene poi previsto l'obbligo di estradizione verso lo Stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura; nel caso di procedimento davanti ad un tribunale internazionale, lo straniero è estradato verso il Paese individuato in base alla normativa internazionale.

• IMMUNITA'. Il provvedimento esclude il riconoscimento di ogni "forma di immunità" per gli stranieri che siano indagati o siano stati condannati per il delitto di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale (comma 1). L'immunità diplomatica riguarda in via principale i Capi di Stato o di governo stranieri quando si trovino in Italia nonché il personale diplomatico-consolare eventualmente da accreditare presso l'Italia da parte di uno Stato estero. Seguono l'articolo 5 (invarianza degli oneri) e l'articolo 6 (entrata in vigore).

• REAZIONI. "In Italia da oggi c'è il reato di tortura nel codice penale. Una legge da noi profondamente criticata per almeno tre punti: la previsione della pluralità delle condotte violente, il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi di prescrizione ordinari". Così in una nota l'Associazione Antigone. La legge approvata che incrimina la tortura non è la nostra legge e non è una legge conforme al testo Onu - denuncia Antigone -. Per noi la tortura è e resta un delitto proprio, ossia un delitto che nella storia del diritto internazionale, è un delitto tipico dei pubblici ufficiali". "Quella approvata oggi dal Parlamento, che introduce con quasi 30 di ritardo il reato specifico di tortura nel codice penale ordinario, non è una buona legge. È carente sotto il profilo della prescrizione" dice Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. "A 33 anni della Convenzione Onu, l'Italia ha una legge contro la tortura. Un risultato importante, il migliore possibile oggi in Parlamento", afferma la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro. "Il testo sarebbe stato più incisivo se non fosse stato modificato due anni fa. Ma davvero si pensa che un altro passaggio parlamentare sarebbe stato possibile? Se avessimo cambiato di nuovo questa legge non sarebbe mai nata", ha sottolineato il capogruppo dem in commissione Giustizia, Walter Verini. "Questo governo e questa maggioranza stanno riempiendo il Codice penale di norme assurde, con un diritto penale del consenso, modaiolo. Un diritto penale di consegna del Paese alle Procure, scambiando la giustizia con le indagini. Un atteggiamento gravissimo del quale pagheremo tutti le conseguenze", attacca Francesco Paolo Sisto, secondo il quale il Pd sta "trasformando il nostro Paese in uno stato di polizia". Per FdI "passa l'infamia del ddl tortura voluto dal Pd: una legge che non punisce la tortura ma serve solo a criminalizzare le Forze dell'Ordine", dice Giorgia Meloni. "Non sono riusciti ad approvare una legge che punisca per davvero il reato di tortura. È un giorno amaro", è la linea pentastellata. Critiche anche le forze di sinistra: sia Mdp che Sinistra italiana si sono astenute, bollando il testo come una legge "debole, inefficace e poco incisiva".

La tortura diventa reato (tra le polemiche): pene fino a 12 anni, scrive Alessandro Di Matteo il 6 luglio 2017 su "Il Secolo XIX". Per la sinistra fuori dal Pd è troppo poco, per Fi e il centrodestra è troppo, ma il reato di tortura adesso fa parte del codice penale e chi lo commette rischia fino a 10 anni di carcere, che possono diventare 12 se il colpevole è un pubblico ufficiale. Non è stato un percorso facile, ci sono voluti quattro anni per arrivare al via libera, ma ieri la Camera ha dato l’ok definitivo con il sì del Pd e di Ap, l’astensione di M5s, Sinistra italiana e Mdp e il no di Fi, Fdi e Lega. Il crinale è stretto, da un lato si cerca di tutelare chi si trova ad essere privato della libertà, dall’altra si è voluto evitare una norma troppo limitativa per chi deve garantire la sicurezza dei cittadini. Le aggravanti sono previste se a commettere il reato è un «pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio», ma non si applicano se le sofferenze derivano unicamente «dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti». Una formula di compromesso, inserita alla fine dell’iter per cercare di evitare che le forze dell’ordine si trovino a dover rispondere del reato di tortura anche per le normali azioni repressive che fanno parte del loro dovere. Ma saranno considerate aggravanti anche le «lesioni personali comuni» e le «lesioni gravi», che comporteranno un aumento fino a un terzo della pena, mentre per le lesioni «gravissime» la pena aumenta della metà. Infine, in caso di morte come conseguenza della tortura la condanna sarà a 30 anni, se l’evento non era «voluto» e all’ergastolo se invece l’obiettivo era proprio l’uccisione della persona. Anna Finocchiaro, a nome del governo, parla di un «risultato importante che colma una grave mancanza nel nostro ordinamento. Il testo è il migliore possibile, nelle condizioni date. L’applicazione concreta delle nuove norme ci dirà se sarà necessario successivamente introdurre eventuali correttivi». Quasi identiche le parole di Laura Boldrini, presidente della Camera, è «un passaggio decisivo, ma come sempre potrà essere il Parlamento, sulla base della concreta applicazione delle norme, ad apportare le modifiche che si dovessero rivelare necessarie». Anche Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia, invita al pragmatismo: «Certo, il testo sarebbe stato più incisivo se non fosse stato modificato quello che approvammo qui alla Camera ben due anni fa. Ma davvero si pensa che un altro passaggio parlamentare sarebbe stato possibile? Ovviamente no». Per Amnesty international, invece, «non è una buona legge, ma è un passo avanti». A sinistra non è d’accordo Nicola Fratoianni, Si, la legge è un «pasticcio, non consentirà di perseguire in modo efficace chi si rende autore di questi orrendi atti». Tesi simile a quella di M5s: «Non sono riusciti ad approvare una legge che punisca per davvero il reato di tortura. E’ un giorno amaro». Per Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucch i, «l’Italia ha paura di una vera legge sulla tortura». Al contrario, per Gregorio Fontana di Fi la legge è uno «schiaffo alle forze dell’ordine, un provvedimento intimidatorio che rischia di compromettere l’operatività delle forze di polizia». E anche per la Lega «si legano le mani alle forze di polizia».

Approvato il reato di tortura, il Sap reagisce: la paginata su "Il Tempo" contro il ddl, scrive il 6 Luglio 2017 "Libero Quotidiano". La Camera ha approvato, in via definitiva, il ddl che ha introdotto il reato di tortura nell'ordinamento italiano: 198 i sì, 35 i contrari, 104 gli astenuti (tra questi, M5s, Sinistra Italiana e Mdp). Dopo oltre quattro anni, dunque, uno dei più controversi disegni di legge è stato approvato: ora, i poliziotti, rischiano fino a 12 anni di carcere. E a criticare l'approvazione del ddl, contro il quale da tempo si battono le forze dell'ordine, su Il Tempo è apparsa una paginata pubblicitaria del Sap, il sindacato autonomo di polizia, non nuovo a queste iniziative. La pubblicità è quella che potete vedere nella foto: "Tortura per brava gente". Esplicito il pensiero del Sap: "Una legge è come una bottiglia...potrebbe contenere del buon vino...in realtà poi vi è metanolo". Secondo il Sap, "la legge sul reato di tortura è un pessimo groviglio giuridico" poiché "così come strutturato non reprime i comportamenti di tortura ma punta solo a delegittimare le Forze dell'ordine". Secondo il sindacato, che chiede "che siano puniti severamente i comportamenti di tortura", quello appena approvato è "un manifesto ideologico contro le forze di Polizia".

“Omicidi e reati in calo”. Parola di Minniti…, scrive il Dubbio " il 16 agosto 2017. Nella conferenza di Ferragosto il ministro degli interni ha escluso un pericolo di “terrorismo imminente”. “La migrazione è un fenomeno epocale. L’obiettivo che ci siamo dati è di governare i flussi migratori” e in questo “il principio fondamentale è la sicurezza dei cittadini”. Inizia così la conferenza di Ferragosto del ministro degli interni Marco Minniti. Inizia sul tema del momento, quello dei migranti che sta innescando polemiche e reazioni a catena. A cominciare dalla decisione delle Ong di bloccare i soccorsi in mare proprio a causa delle nuove regole imposte dal ministro. Ma il ministro è ottimista: “siamo ancora sotto il tunnel – ha ammesso – Il tunnel è lungo ma io comincio a vedere la luce alla fine. Non so – ha aggiunto – se sono troppo ottimista. L’auspicio è che si possa continuare con l’impegno e la passione civile di un grande Paese che ha affrontato sfide difficilissime in questi anni”, ha concluso. “I dati – ha poi continuato Minniti – ci dicono oggi che abbiamo una lieve flessione, poco più del 4% rispetto allo scorso anno. E’ ancora presto per fare una valutazione di carattere strutturale”, ha aggiunto il ministro. Per quel che riguarda la sicurezza in senso stretto, Minniti ha spiegato che “Sono 67 gli stranieri espulsi quest’anno dall’Italia nel quadro della prevenzione antiterrorismo”. E sul terrorismo il titolare del Viminale ha spiegato che “il quadro della minaccia del terrorismo rimane alto, ma non c’è una minaccia imminente”. Per quel che riguarda la sicurezza interna Minniti ha confermato il calo dei reati, un trend in continua discesa negli ultimi decenni: “Nei primi sette mesi del 2017 gli omicidi in Italia sono calati del 15% e i delitti del 12%”. Po il ministro ha annunciato per il prossimo autunno un G7 dei ministri dell’Interno europei.

L'Italia è un Paese senza reati, ma il populismo vede reati ovunque. È il titolo dell’editoriale su “Il Dubbio tv" di Piero Sansonetti del 16/08/2017, in quale aggiunge che ci sono il 40% in meno di reati di mafia. 

Contro il mercato della paura. I micro casi di cronaca nera si sono impossessati dell’agenda mediatica e stanno alimentando un mostro a tre teste chiamato “insicurezza”. Problema: ma siamo davvero un paese insicuro? Indagine su una grande balla italiana, scrive Claudio Cerasa il 6 Aprile 2017 su “Il Foglio”. Il mercato della paura è il cugino del mercato del malumore e quando il sonno della politica (il congresso del Pd, zzzz) apre immense voragini sui giornali, crea sconvolgenti vuoti sui telegiornali e genera panico totale nei talk-show succede sempre quello che stiamo vedendo in questi giorni: i piccoli casi di cronaca nera si impadroniscono dell’agenda del nostro paese e improvvisamente il mondo dell’informazione entra in un cortocircuito letale all’interno del quale si alimenta un mostro chiamato insicurezza. Siamo davvero un paese corrotto, depresso, condannato alla paralisi eterna? Col cavolo. Appello (con molti dati e buonumore) per evitare che la politica del realismo accetti il terreno suicida imposto dai professionisti dello sfascio. A guardare con attenzione le notizie meglio valorizzate nelle ultime settimane dai giornali, dai telegiornali, dai talk-show e dalla classe politica, l’impressione è che l’Italia sia un paese integralmente dominato da giovani tossici pronti a uccidere il loro prossimo con una spranga, figli inevitabilmente destinati a essere rinchiusi in una valigia e gettati in mare, uomini pronti a uccidere le proprie compagne dopo averle likate su Facebook, padri tentati dall’uccidere i propri figli facendoli precipitare in un burrone, baristi o farmacisti destinati a essere preda di un qualche rapinatore senza scrupoli. Il sottotitolo di ogni notizia e di ogni articolo è più o meno sempre lo stesso: l’Italia è un paese sempre più insicuro che per colpa di una politica assente, che non sa rispondere come dovrebbe all’emergenza sicurezza, sta precipitando verso un baratro senza ritorno. Il ritorno poderoso della cronaca nera sulle prime pagine dei giornali e sulle copertine di molti talk-show è una scelta editoriale legittima ma che si fonda su un falso storico che nessuno ha il coraggio di denunciare, perché dicendo la verità su questo tema sarebbe più complicato per tutti trasformare episodi di cronaca locale in casi di scandali nazionali. La verità riguarda la risposta a una domanda precisa: ma l’Italia è o non è un paese insicuro? Qualche giorno fa abbiamo letto un bellissimo corsivo sulla Stampa di Mattia Feltri, che ha ricordato che gli omicidi in Italia calano ininterrottamente dal 1992, quando furono quasi tremila e cinquecento e che le rapine diminuiscono da tre anni. Dopo aver letto il corsivo di Feltri abbiamo preso tutti i dati messi a disposizione dall’Istat, dall’Eurostat e dal ministero dell’Interno, li abbiamo miscelati con un bellissimo rapporto sulla “Criminalità predatoria” realizzato nel novembre del 2016 dall’Associazione bancari italiani e abbiamo messo insieme un po’ di numeri per smontare una delle grandi fake news che tengono in ostaggio il nostro paese: l’insicurezza dell’Italia. La premessa ce la offre l’Istat, con un rapporto sulla sicurezza presentato il 7 dicembre 2016. Pronti? Via. “Il complesso degli indicatori soggettivi e oggettivi che misurano l’evoluzione della sicurezza nel nostro Paese mostra una generale tendenza al miglioramento. Continua la diminuzione degli omicidi, ma non nel caso delle donne vittime dei partner (o ex partner), e inizia a consolidarsi il calo dei reati predatori, con l’unica eccezione delle truffe informatiche. Nel contesto europeo, l’Italia si colloca tra i paesi con la più bassa incidenza di omicidi, mentre per quanto riguarda i furti e le rapine la situazione è ancora problematica. E’ sostanzialmente stabile la percezione della sicurezza, rispetto al 2009, mentre sono in miglioramento nel 2016 gli altri indicatori soggettivi. Diminuisce la preoccupazione per sé o per altri della propria famiglia di subire una violenza sessuale e si notano meno di frequente segni di degrado sociale nella zona in cui si vive. Inoltre, sono in calo alcune forme di violenze sessuali subite dalle donne”. Basterebbe questo ma l’Istat va oltre. “In Italia, gli omicidi segnano una continua diminuzione dagli anni ’90, quando il tasso raggiungeva il livello di 3,4 omicidi per 100 mila abitanti. Nel 2015, sono state uccise 469 persone (pari allo 0,8 per 100 mila abitanti), un numero che è diminuito di 4 volte in 25 anni. La diminuzione ha caratterizzato anche i tentati omicidi, 2 ogni 100 mila abitanti nel 2015, con un andamento analogo a quello degli omicidi (erano 3,9 ogni 100 mila abitanti nel 1991), sebbene più oscillante nei diversi anni”. Si dirà: ma se non c’è un problema di sicurezza, ci sarà allora un problema legato alla percezione della sicurezza, sennò che senso avrebbe parlare a ogni ora del giorno dell’omicidio di Sarah Scazzi o della necessità di allargare il perimetro della legittima difesa? Scrive ancora l’Istat: “Anche sul fronte delle percezioni della popolazione emerge una situazione complessivamente positiva, si segnala una minore preoccupazione di subire una violenza sessuale, un più basso livello di degrado e una sostanziale stabilità delle persone che si sentono sicure”. E per di più, ma guai a dirlo, “una netta diminuzione riguarda l’indicatore sulla preoccupazione di subire una violenza sessuale: nell’arco di sei anni la preoccupazione, per sé o per qualcuno della propria famiglia, è diminuita, passando dal 42,7 per cento del 2009 al 28,7 per cento del 2016”. L’Italia del Far West non esiste ma l’emergenza sicurezza è diventata una nuova leva da usare come un manganello contro la casta della politica e in nome di questo principio si è perfettamente legittimati a trasformare l’episodio di cronaca in quello che diventa giorno dopo giorno lo specchio o l’anima di un paese. E di conseguenza si può fare anche a meno di guardare in faccia la realtà. Cambiamo documento e andiamo a prendere la relazione sullo stato della sicurezza in Italia presentata il 15 agosto del 2016 dal ministero dell’Interno. Dal 2011 al 2015 è successo questo: il numero totale di reati commessi è sceso del sette per cento; il numero totale dei furti è sceso del 9,2 per cento; il numero di rapine commesse è sceso del 10 per cento; il numero di omicidi commessi è sceso dell’11 per cento passando dai 555 casi del 2011 ai 398 del 2015 (in tutta Italia ogni anno vengono uccise più o meno la metà delle persone uccise in un anno a Chicago, nel 2016 i morti sono stati 762); e confrontando i dati dei primi sei mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il totale dei delitti commessi è passato da un milione e 347mila, a un milione e 129 mila (-16,2 per cento). Passiamo al terzo documento, quello dell’Abi. Il dossier è stato strutturato sulla base dei dati operativi del dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. Riguarda la sicurezza di ambienti come le poste, le tabaccherie, le farmacie, gli esercizi commerciali, i distributori di carburante, il trasporto valori. Tenetevi forte. Punto primo: le rapine denunciate in Italia nel corso del 2015 sono state 34.957, pari ad un decremento del 10,9 per cento rispetto al 2014. In calo anche il tasso di rapine ogni 100 mila abitanti, passato da 64,6 rapine ogni 100 mila abitanti nel 2014 al 57,5 nel 2015. E non solo: “Il decremento registrato per il totale dei reati ha caratterizzato quasi tutte le categorie principali, tra le quali in particolare i furti di motocicli/ciclomotori (-9,9 per cento), i furti in abitazione (-8,6 per cento) e i furti con strappo (-7,2 per cento). L’unico incremento è stato registrato per i furti ai distributori di carburante (+2,4 per cento rispetto al 2014). Nel 2015 le rapine ai danni degli sportelli bancari sono state 772, pari a un calo del 2,4 per cento rispetto al 2014. Il trend degli ultimi anni mostra un continuo calo delle rapine in banca, rallentato solo da una stabilità dei casi che aveva contraddistinto il 2013. Le rapine consumate sono state invece 536, pari a un calo dell’8,7 per cento. Continua, inoltre, ad aumentare la percentuale di rapine fallite: si è passati, infatti, dal 17 per cento del 2010 al 30,6 per cento del 2015”. Sintesi a uso e consumo delle infografiche dei talk: tra il 2015 e il 2014 le rapine ai danni degli esercizi commerciali sono diminuite del 13,9 per cento e i furti ai danni degli esercizi commerciali del 4,4 per cento. Tutto questo elenco di numeri, che difficilmente avrete trovato su altri giornali, non vuole dimostrare che in Italia non esista un problema legato alla sicurezza: esiste, e naturalmente il rischio terrorismo mescolato all’aumento dell’immigrazione clandestina può contribuire a generare una sensazione di insicurezza. Quello che non esiste è invece un caso Italia, una qualche grave anomalia relativa alla protezione del nostro paese. L’emergenza sicurezza è entrata a far parte della nostra agenda quotidiana – come in tutti i paesi europei e occidentali – ma l’Italia non è un paese insicuro e far credere il contrario significa alimentare una grande fake news. E alimentare le fake news di solito aiuta non a fare i conti con la realtà ma a regalare voti ai populisti e agli irresponsabili specializzati nel capitalizzare il mercato della paura.

Quei piccoli reati che nessuno denuncia per mancanza di fiducia nella Polizia, scrive il 25 giugno 2016 “Il Caffe tv".  “Secondo informazioni in nostro possesso, sembra che nella provincia pontina si stia riducendo il numero dei cosiddetti reati predatori”, così ha esordito Elvio Vulcano, Segretario Provinciale di Latina del Movimento dei Poliziotti Democratici e Riformisti. “La notizia in sé sarebbe entusiasmante - spiega -se non temessimo che, al contrario, molti cittadini non denunciano più i cosiddetti piccoli reati per tante ragioni: per non perdere tempo per recarsi presso un Presidio delle Forze dell’Ordine, perché se rubano loro una bicicletta viene a scomparire una cifra contenuta di denaro, ormai abituati a questa tipologia di reato, per scarsa fiducia nel lavoro e nella capacità delle Istituzioni preposte alla Sicurezza” ha proseguito Vulcano. “Ma qualunque possa essere la motivazione che induca il cittadino a non segnalare un episodio che lo veda danneggiato o testimone, ciò comporta per il medesimo una ricaduta in termini di sicurezza. Infatti, la diminuzione del numero delle denunce autorizza a ritenere che le statistiche, in possesso delle Autorità preposte, dimostrino l’efficienza e l’efficacia del lavoro svolto dai poliziotti e ne esaltino l’operato. Ma meno reati uguale meno agenti! Per spiegare meglio, è difficile che un’area territoriale dove i reati sono in calo possa venire incrementata con appartenenti alle Forze dell’Ordine; si rischia di innescare un circolo vizioso all’interno del quale la popolazione continua ad abituarsi a subire e a non denunciare, quasi accettando il torto, la sopraffazione”, ha chiosato Vulcano. “Noi riteniamo che il cittadino debba pretendere un’adeguata tutela a tutto tondo, anche con una partecipazione attiva, per meglio aiutare nel loro compito le Forze dell’Ordine e impedire che qualcuno dica: va tutto bene”.

Meno delitti, più detenuti: il paradosso della sicurezza, scrive Damiano Aliprandi il 26 Maggio 2017 su "Il Dubbio". Calano furti, rapine e omicidi, ma le carceri sono piene. Il 13esimo rapporto dell’Associazione Antigone sullo stato delle nostre prigioni è un grido d’allarme: dal sovraffollamento cronico all’abuso della custodia cautelare. Il carcere ritorna protagonista: aumenta il numero dei detenuti, nonostante la diminuzione dei reati. È quello che emerge dal tredicesimo rapporto dell’associazione Antigone intitolato “Torna il carcere”. I numeri sono chiari: negli ultimi 6 mesi si è passati da 54.912 presenze a 56.436. Il rapporto dell’associazione Antigone, presieduta da Patrizio Gonnella e dalla coordinatrice Susanna Marietti, sulle condizioni di detenzione è stato presentato ieri mattina a Roma con il Capo del Dap, Santi Consolo, e il Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat, infatti, si registra il 10,6% in meno di rapine (cioè furti aggravati dalla violenza o dalla minaccia), quasi il 7% in meno dei furti, il 15% in meno di omicidi volontari e tentati omicidi, il 6% in meno di violenze sessuali il 7,4% in meno di usura). Ci si era illusi che, dopo la condanna per trattamenti inumani e degradanti della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (sentenza Torreggiani, 2013), il carcere potesse tornare a perseguire gli obiettivi dettati dalla Costituzione. I provvedimenti che incentivavano l’utilizzo delle misure alternative, le proposte degli Stati Generali dell’Esecuzione penale, l’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà aveva reso fiducioso Antigone per un positivo cambio di clima politico. E invece numeri e politiche ben fotografate dal rapporto, curato da Alessio Scandurra, Gennaro Santoro e Daniela Ronco, evidenziano passi indietro: 56.436 è il numero di persone detenute duemila persone in più in soli quattro mesi -; sono stati 45 i suicidi in carcere nel corso del 2016 – spesso avvenuti dopo la detenzione in celle di isolamento – e con 19 suicidi dall’inizio del nuovo anno; la riforma dell’ordinamento penitenziario è ferma al palo; la legge sul reato di tortura resa “monca” per le varie modifiche. E il populismo penale rischia di essere l’unica risposta all’insicurezza dei cittadini.

SOVRAFFOLLAMENTO. Nel rapporto di Antigone viene spiegato che negli ultimi 6 mesi si è passati dalle 54.912 presenze del 31 ottobre del 2016 alle 56.436 del 30 aprile 2017, con una crescita di 1.524 detenuti in un semestre. Alessio Scandurra scrive nel rapporto che si tratta di un aumento tutt’altro che trascurabile: non solo conferma una tendenza all’aumento già registrato nei mesi precedenti, ma soprattutto perché questa tendenza viene consolidata e appare in progressiva accelerazione. Nel semestre precedente, dal 30 aprile al 31 ottobre del 2016, la crescita era stata infatti di 1.187 detenuti. «Se i prossimi anni dovessero vedere una crescita della popolazione detenuta pari a quella registrata negli ultimi sei mesi – spiega Scandurra -, alla fine del 2020 saremmo già oltre i 67.000».

CUSTODIA CAUTELARE. L’Italia è il quinto paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare, scrive Gennaro Santoro nel rapporto, con una percentuale di detenuti non definitivi, al 31 dicembre 2016, pari al 34,6% rispetto ad una media europea pari al 22%. Tra le varie cause che provocano l’elevato numero di ristretti non definitivi viene identificata l’eccessiva durata del procedimento penale e la scarsa applicazione di misure meno afflittive, quale ad esempio gli arresti domiciliari (con o senza l’utilizzo del braccialetto elettronico). Tale dato, inevitabilmente comporta che la custodia cautelare rappresenti anche una anticipazione (o, spesso, una sostituzione) della pena finale. “Ciò comporta – si legge sempre nel rapporto – che la custodia cautelare svolga una funzione in parte contraria alla legge, perché si pone in contrasto con il principio di presunzione di innocenza sopra menzionato: la funzione della custodia cautelare dovrebbe infatti risiedere esclusivamente nel rispondere alle esigenze cautelari”. Antigone denuncia le conseguenze drammatiche di tale situazione che si riversano sui detenuti stessi che, in quanto non definitivi, sono destinatari di norme e prassi carcerarie deteriori rispetto a quelle dedicate ai definitivi (ad esempio, per l’accesso al lavoro), nonostante possano trascorrere in carcere numerosi anni.

STRANIERI IN CARCERE. Secondo Antigone ci crea un effetto “criminalizzazione dello straniero”, con un aumento dal 33,2% del 2015 al 34,1% di oggi. Sono, poi, 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. 11 sono i minori detenuti con l’accusa di essere scafisti. Ma, secondo Antigone, vi è il “forte rischio” che tra loro ci siano ragazzi indicati come tali dai veri scafisti, solo perché dovevano reggere il timone o svolgere altre piccole mansioni a bordo.

MISURE ALTERNATIVE. “Sarebbe importante monitorare scrive Daniela Ronco nel rapporto di Antigone – in maniera sistematica e accurata i dati sulla recidiva nel nostro paese: le ricerche condotte, a livello nazionale o locale, dimostrano l’idea della funzione di riduzione della recidiva in caso di condanna scontata in misura alternativa anziché in carcere”. L’Ordinamento Penitenziario individua tre tipi di misure alternative: l’affidamento in prova al servizio sociale, la semi- libertà, la detenzione domiciliare. La misura più utilizzata resta l’affidamento in prova al servizio sociale, ossia quella sanzione penale che consente al condannato di espiare la pena detentiva inflitta o residua in regime di libertà assistita e controllata, sulla base di un programma di trattamento.

Rapine e reati con troppi impuniti. Così muoiono uomini e sicurezza. In Italia un bar e un negozio vengono rapinati a mano armata ogni due ore. E solo nella metà dei casi il colpevole è arrestato. Ma in generale i furti e le rapine sono coperti da un velo di impunità. E la paura aumenta, scrive Antonio Galdo. L’urlo demagogico, ma anche il mettere la testa nella sabbia come gli struzzi, sono le peggiori reazioni che si possono avere di fronte alle tragedie come quella di un povero barista, Davide Fabbri, ucciso per rapina, sotto gli occhi della moglie, nella frazione Riccardina di Brudio, in provincia di Bologna, nel cuore di un’Italia dove la vita comunitaria è sempre stata un modello, e adesso è messa a rischio da autentici assassini. La demagogia tracima fino all’invocazione delle armi (come se così si risolvesse il problema) come autodifesa, chiedendo di trasformarci tutti in cittadini-pistoleri a fronte di uno Stato che non ci protegge. La testa nella sabbia, invece, mescola un pietismo di maniera con la rimozione di un problema con il quale dobbiamo fare i conti: la nostra sicurezza. Un bene assoluto, talvolta sprecato. Nel circolo vizioso di questa doppia ipocrisia, si perde di vista la realtà, l’unica che può aiutarci a restare con i piedi per terra ed a reagire nei modi giusti, o perlomeno utili e ragionevoli. La realtà parte da due numeri: in Italia bar e negozi subiscono 14 rapine a mano armata al giorno, una ogni due ore. Cifre impressionanti, che ci fanno capire come questi negozianti, spesso, come il barista di un piccolo centro emiliano, punti di riferimento sul territorio, sono sotto lo schiaffo della criminalità. Piccola, media o grande, è perfino secondario. Allo stesso tempo, c’è da dire l’Italia non è il Far West, e in ogni caso le rapine alle attività commerciali sono diminuite del 13,6 per cento (la fonte è l’Istat) negli ultimi anni. Le rapine sono diminuite come la sicurezza, e la percezione che i cittadini ne hanno: come si spiega questa apparente contraddizione? Dove sta il buco nero? Le risposte sono racchiuse in una parola: impunità. Di queste rapine al ritmo di una ogni due ore, solo nella metà dei casi si riesce ad arrestare il malvivente colpevole. Poco, troppo poco, nonostante lo sforzo coraggioso di tanti carabinieri e poliziotti che fanno il loro dovere di servitori dello Stato. E quanto tempo si riesce a tenere in carcere un colpevole di omicidio o di tentato omicidio? Poco, troppo poco, rispetto alla gravità del reato: su 10mila rapinatori (anche a mano armata) arrestati ogni anno grazie anche al lavoro (pagato poco e male) delle forze dell’ordine, meno della metà sono in carcere dopo un anno, e questo significa la cancellazione con un colpo di spugna del principio di civiltà della certezza della pena. Anche per i soliti buchi neri della macchina della giustizia penale, per il fatto che molti magistrati considerano questa un’attività minore nel loro lavoro (rispetto alla popolarità che si guadagna, per esempio, con un’indagine a cavallo tra politica e corruzione), e per un meccanismo bestiale della Giustizia che, tra mille sprechi di leggi, leggine e furbizie varie, riesce quasi sempre a garantire l’impunità ai colpevoli. Anche quelli di rapine a mano armata. Lo stesso film, se ci pensate e se andate a vedere da vicino, che vediamo a proposito della corruzione, dell’assenteismo di massa, dei furti in casa (senza colpevoli nel 99 per cento dei casi!). Qui si consuma la nostra paura e la nostra rabbia di cittadini. Qui frana il Paese legale e si afferma l’Italia dell’illegalità. Qui pescano i cultori della violenza, offensiva e difensiva. E da qui bisognerebbe partire per dire: Più sicurezza per tutti, meno delinquenti che la fanno franca sempre e comunque.

Furti in casa: ne subiamo uno ogni due minuti. E il 99 per cento sono impuniti, scrive Antonio Galdo. Il governo corre ai ripari alzando le pene minime e riducendo le attenuanti generiche. Ma il punto è che nessuno si impegna a reprimere questi reati, e soltanto 2mila colpevoli hanno fatto un giorno di carcere. Uno solo. Il governo prova a correre ai ripari rispetto al dilagante fenomeno di furti e scippi. Nel modo più semplice: alzando la pena minima da un anno a tre anni di reclusione (4 anni se ci sono le aggravanti) e restringendo il campo delle attenuanti. Bene. Un segnale ci voleva, su un tema che scuote l’intero paese, implica uno spreco di risorse e di mezzi a vario livello, e diffonde un’idea di completa insicurezza dei cittadini. Ma il vero problema delle rapine negli appartamenti, aumentate del 127 per cento negli ultimi dieci anni, non è tanto legato alle (eventuali) pene, ma alla totale impunità di questo grave reato. I numeri ci dicono che lo scorso anno sono state svaligiate oltre 250mila case, una ogni due minuti, ed a questa cifra bisogna aggiungere gli episodi non denunciati dalle vittime. A fronte di una valanga di furti, il 99 per cento restano impuniti. Non solo. Delle appena 15mila persone denunciate, solo 2mila hanno fatto un giorno di carcere. Uno solo. L’impunità, quindi, è generalizzata, ed è su questo versante che bisogna lavorare perché senza la certezza della pena il diritto non esiste. D’altra parte chiunque ha subìto un furto in casa, al momento della denuncia alla polizia o ai Carabinieri si è sentito dire qualcosa del genere: «Sì, faccia la denuncia, ma non si aspetti molto…». Le indagini, infatti, non si fanno più e questo tipo di reati vengono considerati endemici, quindi impuniti. Ancora peggio accade in sede giudiziaria: i magistrati non amano occuparsi di questi fascicoli, li considerano di serie B e non danno alcuna pubblicità sui giornali e in televisione. Poco meno di un lavoro di ordinaria amministrazione. E così, tra uno sconto di pena e un’attenuante accertata, ed a colpi di rinvii del processo, nessuno dei colpevoli individuati e inchiodati dalle prove, viene mai sanzionato come previsto dalla legge. E il furto in casa come lo scippo, di fatto, sono due reati cancellati.

Niente carcere per furti e truffe Così Renzi velocizza la Giustizia. Con un decreto legislativo il Guardasigilli Orlando archivia i piccoli reati: niente processo. E le vittime? Potranno fare ricorso. Ma l'ultima parola spetterà sempre a un giudice, scrive Andrea Indini, Domenica 16/11/2014 su "Il Giornale". Prendete Renato Vallanzasca. Nei giorni scorsi è stato connato a dieci mesi di carcere per aver rubato un paio di mutande e alcuni oggetti da giardinaggio. La sinistra si è subito affrettata a spiegare che il gesto è stato dettato dalla fame, dal disagio sociale, dalla crisi economica. Ebbene se il decreto legislativo che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha trasmesso al parlamento fosse già stato convertito legge, il bel René non si sarebbe fatto nemmeno quei mesi di carcere. Perché, per "snellire" le Aule dei tribunali, il governo Renzi sta pensando bene di non perseguire i "piccoli" reati. Niente processo, insomma, per truffe, furto o lievi forme di abuso d'ufficio o peculato. E la vittima? Rimarrà col cerino in mano. È il soliti brutto vizio della sinistra. Giustizialisti e manettari solo quando conviene. Perché c'è furto e furto. A seconda della convenienza. Li chiamano reati "bagatellari", ma pur sempre di reati si tratta. Tanto che ad oggi, in Italia, vengono comunque perseguiti in ossequio al sacrosanto principio dell'obbligatorietà dell'azione penale. Adesso il Guardasigilli ha scritto cinque articoletti, riuniti sotto un unico decreto legislativo, per depenalizzare i reati "bagatellari". Ladri e truffatori se la caveranno con un buffetto. Nemmeno la ramanzina. Perché, dovesse diventare legge, "nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo, l'offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale". Difficile districarsi nel "giuridichese" di Orlando. Ma quello che introduce la bozza del provvedimento è "l'improcedibilità per tenuità" del danno arrecato. Le truffe, i furtarelli, gli abusi d'ufficio di lieve entità e il peculato d'uso potranno essere chiusi subito, senza andare a processo. E, quindi, senza essere condannati. Ci sarà, insomma, l'archiviazione per il vecchietto che al supermercato ruba un formaggio e per il rom che ti trancia la catena e si porta via la tua bicicletta. Perché, nascondendosi dietro alla "esigenza di alleggerimento del carico giudiziario", Orlando punta a introdurre il "principio di proporzione" in modo da tutelare il ladro o il truffatore di turno per non essere "costretti a sopportare il peso psicologico del processo a suo carico". E le vittime? Rimarranno senza giustizia. Certo, chi ha subito il danno potrà far valere le proprie ragioni in sede civile. Entro dieci giorni potrà anche prendere visione degli atti in modo da opporsi, qualora lo volesse, alla richiesta di archiviazione del pm. Ma chi deciderà se archiviare il ricorso alla archiviazione del pm? Un altro giudice. Con un margine di discrezionalità che, all'occorrenza, non tutela mai le vittime.

Furti e rapine restano impuniti. "Pochi vanno in carcere se è il primo reato". Si riapre il dibattito dopo il caso delle sorelle bruciate: solo il 4,6 per cento dei ladri viene scoperto. "La condizionale è un diritto", scrive Fabio Tonacci il 3 giugno 2017 su "La Repubblica". Un orribile caso di cronaca nera, la morte delle tre sorelle rom bruciate vive in un camper di Centocelle, torna a interrogare il sistema giudiziario italiano. Perché uno dei presunti autori della strage, il bosniaco Serif Seferovic arrestato a Torino giovedì, non più tardi del febbraio scorso era stato condannato a due anni di carcere per lo scippo della studentessa cinese Yao Zhang, conclusosi nel peggiore dei modi: la ragazza investita da un treno mentre cercava di recuperare la borsetta. Serif Seferovic si è fatto ventuno giorni di carcere, poi è tornato in libertà. Perché? Sembra il fallimento di un intero sistema, che prima acciuffa il ladro e poi subito lo libera, ma in realtà lo prevede la legge per chi è incensurato. Quando strappa la borsa della studentessa cinese lungo la ferrovia romana, il 5 dicembre scorso, Seferovic ha la fedina penale linda. Non ha neanche precedenti di polizia. Dopo che si sparge la notizia della morte dì Yao Zhang, l'avvocato Gianluca Nicolini lo convince a consegnarsi ai magistrati di Roma. Cosa che avviene il 23 dicembre, nel pomeriggio. In quel momento Seferovic è ancora un uomo libero, ma dopo l'interrogatorio viene portato nel carcere di Regina Coeli. Dove rimarrà fino al 13 gennaio, giorno in cui viene liberato dal Tribunale del Riesame perché il suo legale e il pm si sono accordati sul patteggiamento. "Due anni di prigione - racconta Nicolini - una pena alta per uno scippo. Il giudice poi ci ha concesso la sospensione della pena perché non c'erano pericoli di fuga e Serif era incensurato". A febbraio, dunque, è tornato in libertà. La cella l'ha vista solo per ventuno giorni. Dire però che in Italia i ladri non pagano mai è una semplificazione grossolana, contraddetta dai fatti: attualmente 11.585 detenuti in carcere per furto (di cui 606 donne) e i 16.242 detenuti per rapina (tra cui 523 donne). È vero, invece, che se si è al primo borseggio è praticamente impossibile finire dietro le sbarre. La pena base per il furto aggravato va da uno a sei anni (fino a dieci anni se commesso in appartamento), ma qualsiasi avvocato col minimo sforzo riesce a evitare all'imputato la prigione. Al processo per direttissima, tra attenuanti generiche (ad esempio, la confessione e la riconsegna del bottino) e la scelta del rito abbreviato che riduce di un terzo la pena, il giudice raramente emette condanne superiori a un anno, si arriva a due nei casi particolari come quello di Seferovic. "Del resto la sospensione condizionale della pena per due anni è un diritto", ricorda Roberto Trinchero presidente delle Camere penali del Piemonte occidentale e Valle D'Aosta. "Quando invece si è recidivi, il discorso cambia". O meglio, dovrebbe cambiare. Perché poi si incontra la storia di "mamma borseggio", come è stata ribattezzata la 36enne nomade arrestata dai carabinieri nel centro di Roma a febbraio. L'avevano notata mentre sbirciava dentro gli zaini di alcuni turisti sulla linea Termini-Vaticano e l'hanno controllata. Quando hanno inserito le sue impronte digitali nel terminale, i militari sono rimasti senza parole: la donna di origini serbe aveva alle spalle 25 sentenze di condanna in Italia per furto e borseggio, una carriera criminale cominciata tra Milano e Firenze ancora minorenne e proseguita per vent'anni grazie ai suoi dieci figli. Ogni volta che veniva catturata, infatti, il tribunale era costretto a liberarla perché costantemente in stato di gravidanza. "Donne incinte e minorenni non finiscono in carcere neanche quando sono ladri conclamati - spiega a Repubblica un alto magistrato di Cassazione - anche nei casi di recidiva, non è così scontato che si vada in cella: perché a un imputato di furto si possa contestare la recidiva che aumenta la pena, infatti, bisogna che ci sia stata una sentenza definitiva per l'altro reato e spesso ci si mette anni". Ladri e borseggiatori, poi, spesso sfuggono alle maglie della polizia, in carenza di forze in campo: solo nel 4,6 per cento dei casi (dati Istat) vengono scoperti gli autori, addirittura solo due volte su cento per i furti in appartamento. Certo, se il sistema carcerario svolgesse il compito affidatogli dalla Costituzione, la riabilitazione del detenuto, ce ne sarebbero meno in giro. Uno studio commissionato dal ministero della Giustizia ha dimostrato che un percorso di riabilitazione corretto riduce del 10-15 per cento la possibilità della recidiva. Ma nonostante lo svuota carceri, sono ancora troppo affollate, motivo per cui i magistrati in sede di giudizio per furto tendono a non dare pene tali da finire dentro. C'è poi chi punta il dito sulla mancanza della certezza della pena, perché difficilmente i detenuti scontano l'intero periodo stabilito dalla condanna. "Ma la liberazione anticipata, i permessi, l'affidamento in prova ai servizi sociali sono istituti previsti dal codice - sostiene l'avvocato Troncheri - la certezza della pena talvolta è in contrasto con la rieducazione".

Furto in casa, il reato più impunito. Lo scorso anno 251 mila abitazioni sono state depredate. Ma in cella per questo reato ci sono solo 3600 persone. Perché le indagini non si fanno quasi mai. E così il senso di insicurezza dei cittadini continua a crescere, scrive Giovanni Tizian l'8 aprile 2015 su "L'Espresso". Ogni casa un furto, inesorabilmente. A Lesignana, una piccola frazione alle porte di Modena, si sentono prigionieri di un incubo, come se quell’angolo di pianura padana fosse Far West: rubano in ogni abitazione, in ogni negozio. Ma la stessa esasperazione riguarda la maggioranza degli italiani, nel centro di Roma, di Bologna o di Milano come nel più remoto dei paesini: le mura domestiche non sono più sinonimo di sicurezza, anzi. Le razzie negli appartamenti e nelle ville stanno diventando la regola. E quello che rende ancora più inaccettabile la situazione è la sfiducia nelle istituzioni: c’è la consapevolezza che la denuncia fa soltanto perdere tempo per riempire moduli. Perché nessuno si impegnerà per catturare i ladri e non ci saranno provvedimenti per sconfiggere l’assalto. Non è un sentimento irrazionale, non è una proiezione delle paure: oggi il 99 per cento dei furti in casa restano di fatto impuniti. È un dato choc, che “l’Espresso” ricava dal confronto tra i detenuti per questo tipo di reato e il totale di razzie domestiche messe a segno nel 2014: in carcere sono finite 3600 persone mentre i colpi sono stati 251.558. Due numeri che fotografano l’angoscia. E che trovano riscontro nell’ultima statistica ufficiale, elaborata dall’Istat sulla base delle informazioni del ministero dell’Interno: nel 2013 solo il 2,9 per cento dei responsabili dei furti in abitazione commessi nel corso dell’anno è stato individuato, anche se una fetta consistente di loro se l’è cavata con una denuncia a piede libero. Una pacchia per i delinquenti. Scassinare porte e finestre gli permette di fare rapidamente incetta di gioielli, orologi, computer, telefonini e contanti. Un bottino facile, praticamente senza rischi. Mentre per chi viene derubato c’è una ferita profonda. Li chiamano topi d’appartamento, li paragonano al galante Arsenio Lupin ma la realtà è sempre traumatica. Spesso all’irruzione si accompagna lo sfregio, la devastazione gratuita di mobili e oggetti. E in tutti i casi siamo di fronte a un reato traumatico, che lascia un danno psicologico pesante nelle vittime. Anche quando la perdita economica è limitata, si ferisce il senso più profondo della sicurezza. «Colpire l’abitazione assume un valore simbolico e culturale molto forte. Violare il luogo dell’intimità domestica può avere un forte impatto sul vissuto delle persone, generando anche traumi profondi», sottolinea a “l’Espresso” Marco Dugato, ricercatore di Transcrime e tra gli autori dello studio su questo fenomeno, realizzato in collaborazione con il Viminale, che verrà presentato a fine aprile. Svaligiare case è il crimine che sta dilagando. Anche a Pasqua, decine di colpi. A Pisa hanno derubato i genitori di un consigliere comunale del Pd; a Legnano sono penetrati nella canonica durante la veglia notturna, portando via telefonino e pc del parroco. E non si può definirla un’emergenza, perché da dieci anni l’assalto cresce senza sosta: dal 2003 le denunce sono raddoppiate. Il picco più alto è stato raggiunto nel 2014, arrivando a 251 mila assalti alle mura domestiche. A parte i danneggiamenti, che spesso sono funzionali all’irruzione negli appartamenti, si tratta del reato più numeroso in assoluto. Ogni giorno 689 incursioni, in pratica 29 ogni ora: ogni due minuti un ladro penetra in un’abitazione. Basta poco. Ci sono le “chiavi bulgare”, che riescono ad avere ragione di ogni serratura. E per i predoni meno raffinati si usano piedi di porco o cric, devastando porte blindate o serramenti antiscasso. Non esistono difese inespugnabili. La politica si è accorta dell’emergenza. Ma l’unica risposta all’angoscia dei cittadini è una proposta del ministero della Giustizia: aumentare le pene. Dovrebbero diventare da un minimo di due al massimo di otto anni di carcere, rispetto al tetto di sei previsti oggi. Misura che renderebbe più difficile evitare il carcere sfruttando la condizionale. E vanificherebbe la prescrizione. Ma il problema non è questo. I razziatori di case che ne beneficiano sono pochi: secondo il ministero, solo tra il 4 e il 5 per cento sfugge alle condanne grazie alla prescrizione. No, qui c’è un guasto più drammatico: i ladri non vengono individuati quasi mai, restano una moltitudine di soliti ignoti. A Firenze tra il 2013 e il 2015 la procura ha aperto più di 11 mila procedimenti per furti in casa, ma quelli con un presunto colpevole sono appena 206. A Milano le cose vanno meglio: i fascicoli contro ignoti sono più di 9 mila su un totale di 12 mila. Resta però un colossale buco nero, comune a tutte le città e tutte le procure. Una rassegnazione delle istituzioni che si scontra con il bollettino di guerra dei colpi, che nell’ultimo decennio sono aumentati a Milano del 229 per cento, a Firenze del 177 per cento, a Torino del 172 per cento, a Padova e Palermo del 128 per cento, a Roma e Venezia del 120 per cento, a Bologna e Verona quasi del 104. E le forze dell’ordine cosa fanno? L’ultimo bilancio completo riguarda il 2013, quando ci sono stati 251.422 furti in casa. In meno della metà dei casi è stato aperto un fascicolo. Poi, secondo il Viminale, le indagini hanno portato alla denuncia a piede libero di 15.263 persone, ma quasi un decimo sono minorenni. Gli arrestati invece sono meno della metà: 6.628, di cui 486 minori. Ma in cella restano pochissimo. Tanto che oggi i detenuti sono 3600, di cui 2075 italiani, mentre il numero dei reati è aumentato. Perché l’impunità arriva a livelli così alti? La prima risposta degli investigatori è chiara: le indagini non sono semplici. Spesso sono gang in trasferta che non lasciano traccia: prendono di mira una zona, poi cambiano territorio di caccia. E solo in pochi casi le impronte digitali lasciate sulla scena del crimine riconducono a un profilo già schedato. Anche se una lamentela delle vittime è che raramente agenti e militari cercano le impronte. La scienza in questo campo appare come un’eccezione, ci si abitua a vedere in tv le mirabolanti imprese di Ris e Csi, ma le tute bianche non intervengono quasi mai dopo i furti. A Napoli alcuni anni fa i carabinieri repertarono il dna di una banda che per spregio defecava negli alloggi svaligiati, riuscendo così a incastrarla. Una vera rarità. L’altra giustificazione invocata dagli operatori è la carenza di risorse, la stessa che affligge tutto il settore della sicurezza. Il sindacalista Daniele Tissone, che rappresenta il Silp, ossia la Cgil della polizia, spiega: «Le pattuglie sono diminuite, manca il personale e i mezzi scarseggiano. Un esempio? In molte occasioni gli agenti attendono in ufficio la macchina del turno precedente». C’è anche però un altro difetto, più tecnico: «Per indagini che puntano a bande organizzate l’attività di intelligence è quantomai complessa e ha senso solo nel caso si dimostri una associazione a delinquere, condizione che permette la richiesta di arresti», prosegue Tissone. Qualche operazione brillante viene messa a segno. La scorsa settimana dodici persone sono state arrestate dalla polizia di Firenze. Professionisti originari dell’Est, che sfruttavano due badanti per recuperare notizie preziose sugli appartamenti da ripulire. Le badanti-spie fornivano orari, abitudini e segnalavano la refurtiva “interessante”. Così invece di prendersi cura dell’anziano lo vendevano alla gang, composta da criminali di peso: uno di loro, hanno sottolineato gli inquirenti, è collegato alla mafia russofona. Paradossalmente però è più facile contrastare una banda di maghi del settore. In questi casi infatti le indagini vengono gestite dagli uffici specializzati. E basta un indizio perché l’istruttoria si arricchisca di particolari, di nomi e cognomi. La gang toscana per esempio è finita nel mirino per aver utilizzato un “compro oro” sospetto per ricettare la merce: una pista decisiva per smascherarli. È molto più complicato catturare i cani sciolti: colpiscono senza una logica, selezionano a caso gli obiettivi e possono aspettare molto tempo tra un colpo e un altro. Il compito ricade spesso su commissariati e stazioni di quartiere, ingolfati da una pletora di attività d’ogni genere, che non riescono a trovare tempo e uomini per intervenire.

Tutte motivazioni fondate, ma non bastano a soddisfare le vittime, alle prese da un decennio con l’inarrestabile escalation dei predoni. Tanto che in tutta Italia i residenti dei quartieri più bersagliati scelgono la difesa fai da te: presidiano il territorio, si uniscono in comitati e sfruttano le nuove tecnologie per controllare i quartieri. Si ingegnano perché spesso non percepiscono l’impegno delle forze dell’ordine su questo fronte. E lo stesso fanno diverse amministrazioni comunali che firmano accordi con società di vigilantes offrendo ai residenti servizi low cost di sorveglianza. Questa débâcle dell’ordine pubblico apre la strada a una giustizia privata che finisce anche per rivolgersi alle mafie. Offrendo una ricompensa per ottenere la restituzione del bottino. Si va dal “referente” di zona per cercare di recuperare gioielli, auto o scooter. Per ritrovare la collezione di orologi trafugata nella sua villa Gigi D’Alessio – come ha rivelato “l’Espresso” - ha chiesto persino l’intervento dei servizi segreti mentre le intercettazioni di “Mafia capitale” hanno documentato l’intervento degli uomini di Massimo Carminati per risolvere la questione. L’assalto alle case è un fenomeno trasversale. Ci sono i due anziani della provincia emiliana che hanno perso tutto nell’ora in cui si erano allontanati per andare alla via crucis del paese, la giovane coppia che trova l’appartamento svaligiato dopo una giornata di lavoro, l’attico ai Parioli dell’attrice Vittoria Belvedere violato nonostante l’allarme fino alla moglie di Antonio Catricalà, l’ex sottosegretario e viceministro, che rientrando in anticipo ha sorpreso in malviventi. I ladri non guardano in faccia nessuno. «La famiglia ha subito un cambiamento epocale. Le case sono sempre meno vissute, sempre più vuote per molte ore al giorno», spiega il sociologo Marzio Barbagli, tra i massimi esperti nei temi della sicurezza urbana. «E questo incide sulla scelta dell’obiettivo da parte dei malviventi, che prendono di mira le abitazioni dove il rischio di trovare qualcuno all’interno è basso».

Nell’Italia che ancora soffre la crisi, le case svaligiate non fanno che acuire insicurezza e rabbia. «È un fenomeno che influisce in maniera rilevante sulla percezione di sicurezza», riconosce Marco Dugato, ricercatore di Transcrime. Anche se il rischio poi cambia da territorio a territorio: «Noi sappiamo che la probabilità di subire un furto varia in maniera molto rilevante a seconda del luogo e del momento». Per prevenire è fondamentale studiare il profilo del bandito: «Si va dal ladro non specializzato che coglie l’occasione del momento, come una finestra lasciata aperta, a veri professionisti fino ad arrivare alle bande organizzate che pianificano i colpi con largo anticipo». Se per scoraggiare gli inesperti basta un semplice adesivo che segnala la presenza di telecamere, la videosorveglianza serve a ben poco quando in ballo ci sono i gran maestri scassinatori. «In generale si può dire che gli effetti della videosorveglianza sul numero di reati sono controversi, mentre sicuramente rassicura i residenti», conclude il ricercatore. C’è anche un altro elemento che rende gli occhi elettronici pressoché inutili: i sistemi collegati alle sale operative di polizia e carabinieri non garantiscono l’intervento, salvo che una pattuglia non si trovi a passare in zona. Molto più utili sono i software che inviano all’istante sul cellulare le immagini registrate nell’abitazione. Il proprietario ha così la possibilità di verificare in diretta eventuali ombre anomale e segnalarle immediatamente al 112 o al 113. Sperando che ci sia una volante in grado di intervenire. Ma la sensazione di insicurezza aumenta con il crescere degli assalti impuniti. E apre la strada ai peggiori scenari, con il rischio di giustizieri improvvisati. A Treviso negli ultimi mesi c’è stato il boom di iscrizioni al poligono di tiro. Con casalinghe e anziani in prima fila per esercitarsi a sparare. Tutti dicono di sentirsi soli e insicuri. E - spiegano - per proteggersi, in fondo, un arma costa meno di un impianto d’allarme.

Non esistono i ladri gentiluomini. Ci vuole un po’, dopo un furto in casa, per sentirsi di nuovo a casa. Intuisci che ciò che davvero t’inquieta in quei momenti non è la scoperta progressiva degli oggetti più o meno preziosi che mancano, ma il senso di una privazione più profonda, di una violazione dei tuoi spazi più intimi che, così com’è avvenuta, potrebbe anche ripetersi, scrive Diego De Silva l'8 aprile 2015 su "L'Espresso". La prima volta che ho subito un furto in casa ho pensato che il ladro gentiluomo non esiste. È stato un po’ come smettere di credere a Babbo Natale: in fondo l’avevi sempre saputo, ma quando te lo dicono un po’ ti dispiace. Mentre ti rotolano i sentimenti davanti allo scempio che i soliti ignoti ti hanno lasciato in bella (si fa per dire) mostra, ti scopri malinconicamente a pensare che un ladro gentiluomo, tanto per cominciare (e benché ti sembri un paradosso; il che poi non è così paradossale, se consideri che “ladro gentiluomo” è un ossimoro), non entrerebbe mai nelle case altrui. Lo scorso anno 251 mila abitazioni sono state depredate. Ma in cella per questo reato ci sono solo 3600 persone. Perché le indagini non si fanno quasi mai. E così il senso di insicurezza dei cittadini continua a crescere Se proprio dovesse abbassarsi a una simile marchetta delinquenziale cercherebbe di nobilitarla, studiando il modo di accedere direttamente alla stanza della cassaforte (perché un ladro gentiluomo sceglierebbe come minimo una casa dotata di cassaforte di dimensioni almeno medie), evitando con cura di attraversare (almeno) la zona notte, per non violare la privacy delle vittime. Perché un ladro gentiluomo (che non esiste) sa che ciò che più offende del furto in un’abitazione non è il furto in sé, ma la violazione di domicilio che implica; ed essendo orgoglioso della sua reputazione di ladro sensibile, limiterebbe al massimo lo spossessamento dell’intimità che questo specifico reato comporta e che – come potrà confermarvi chiunque abbia subito un furto in casa – è ben più grave della sottrazione materiale dei beni, anche quelli di un certo valore. Il fatto è che il ladro d’appartamento ha la vocazione al casino, e soprattutto allo sfregio. Non gli basta rubare: anzi, a giudicare dallo spettacolo che offre al proprietario che rientra, sembra che il vero gusto della sua razzia consista nel rovesciare i cassetti, mettere a soqquadro gli armadi, lacerare le federe dei divani, insudiciare in vario modo gli ambienti in cui passa, strappare i quadri dalle pareti nella speranza di trovarci dietro una cassetta di sicurezza; quasi che portar via degli oggetti di valore sia faccenda tutto sommato secondaria rispetto all’obiettivo principale di lasciare tracce evidenti di disprezzo e costruire (destrutturandola) una scenografia mortificante che ha il valore simbolico del messaggio e dice: «Sono stato qui, e posso tornare quando voglio». Ci vuole un po’, dopo un furto in casa, per sentirsi di nuovo a casa. Anche se il tuo primo istinto è quello di fare la conta delle cose rubate (a molte delle quali non sapevi di tenere, finché non ne realizzi la scomparsa), intuisci che ciò che davvero t’inquieta in quei momenti non è la scoperta progressiva degli oggetti più o meno preziosi che mancano, ma il senso di una privazione più profonda, di una violazione dei tuoi spazi più intimi che, così com’è avvenuta, potrebbe anche ripetersi. Come se quella storia non finisse lì. Come se avessi ricevuto un’intimidazione camuffata da furto. Come se casa tua lo fosse un po’ meno. Allora prendi a circolare fra le stanze e ti guardi intorno con un misto di pena e d’indignazione, lottando contro un senso d’insicurezza che ti ha già modificato la percezione degli ambienti, quasi temessi d’essere aggredito alle spalle, e dovessi far fronte a un’improvvisa necessità di difenderti, che fino ad allora non avevi considerato. Ecco cosa si porta via davvero il devastatore (nonché ladro) di appartamenti: la disponibilità di uno spazio in cui non devi difenderti da nessuno. In un certo senso, distrugge un’illusione. Di più: inscena una negazione della proprietà privata, che però non contiene (e dunque non trasmette) alcun pensiero critico, alcuna prospettiva, alcun antagonismo. È un atto qualunquista, che fa passare l’idea di doversi blindare per vivere, e imparare a diffidare del mondo. Non è un caso che le grate alle finestre che il fabbro viene a montarci la mattina dopo ci mettano tristezza, come se guardare fuori attraverso una griglia di ferro, anche se laccata di bianco e dalle forme gradevoli, ci portasse via un po’ di dignità.

L’impunità del reato scoraggia la denuncia, scrive un Consigliere Corte di appello di Roma il 14 dicembre 2015 su “Il Sole 24 ore". Un paio di mesi fa, a Roma. Un’universitaria torna di giorno nel miniappartamento che ha in locazione e lo trova svaligiato: fra quanto sottrattole c’è un ipad sul quale è installato un gps. Col proprio cellulare la ragazza scopre che l’ipad si trova a breve distanza, è segnalato a qualche centinaio di metri, in corrispondenza di un insediamento abusivo rom. Corre al più vicino presidio di polizia e parla con chi di dovere: si aspetta che qualcuno venga mandato sul posto, che si recuperi almeno una parte della refurtiva e che si identifichi chi ne sia in possesso, magari arrestandolo. Viene invece invitata a tornare il giorno successivo per formalizzare la denuncia. Inutile dire che il segnale gps scompare dopo poco, e con esso i pochi beni sottratti e la possibilità di scoprire chi è il ladro. Un paio di settimane fa, sempre a Roma. Mentre passeggia coi bambini, un professionista viene avvertito da un passante che un tale gli ha appena sfilato dalla tasca un telefono mobile: si gira, vede il ladro mentre si allontana ma non riesce a raggiungerlo. Si reca al primo comando di polizia - se il cellulare è acceso lo si può ancora localizzare -, ma gli viene consegnato un modulo di smarrimento dell’apparecchio, accompagnato dal consiglio di non perdere tempo con denunce di furto: far finta di averlo perso è più rapido - così si sente dire - per bloccare la scheda col gestore ed evitare problemi. Storie del genere sono frequenti, non solo nella capitale. Leggendo le pagine del Sole-24 Ore sui reati denunciati in Italia nel 2014, compresi i box di approfondimento su talune tipologie di illeciti, è legittimo domandarsi se e quali criteri esistono per fornire - insieme con i numeri ufficiali, basati sulle denunce - una stima della consistenza effettiva di alcuni delitti. Non vale solo per il furto: l’incremento di circa il 20% fra 2013 e 2014 delle estorsioni non è un dato in sé negativo; con molta probabilità indica una maggiore propensione alla denuncia, e quindi più fiducia nel sistema di contrasto, rispetto a un fenomeno che non è detto che sia cresciuto di 1/5 da un anno all’altro. Il caso del furto è però più emblematico: l’esperienza di ciascuno, limitata e soggettiva, attesta una quantità crescente di denunce non presentate o non fatte presentare. Capire perché questo accade, nonostante l’enorme mole di denunce comunque ricevute, è più importante che prendersela con presunte omissioni fra le forze di polizia: le incombenze scaricate su poliziotti e carabinieri sono sempre di più e sempre più impegnative, mentre il turn over è ridotto all’osso, i mezzi pure, e gli straordinari non si sa se e quando vengono pagati. Vi è poi una percezione delle priorità, che fra esse non fa individuare la repressione dei furti: se gli automezzi a disposizione sono destinati ad altre funzioni, è ovvio che il territorio non viene pattugliato per scoraggiare gli scippi o gli accessi indesiderati nelle abitazioni. Se - nonostante tutto - il ladro è scoperto, non sempre il magistrato di turno autorizza l’arresto; di frequente dispone che sia denunciato a piede libero. Se il ladro è scoperto e viene consentito l’arresto, in cella trascorre qualche ora, al massimo qualche giorno: il tempo di patteggiare al minimo (non più di 3 o 4 mesi di reclusione) e di tornare in libertà a riprendere il proprio “lavoro”, dal momento che quella limitata entità di pena non viene mai espiata. Se non si fa il patteggiamento, nella gran parte dei casi il processo si estingue per prescrizione già in primo grado, al più tardi in appello: ciò spiega perché alla fine - pur se denunciato - il furto resti impunito nel 98% dei casi. E poiché in altre nazioni europee per il furto i giudici irrogano anni di reclusione, ciò contribuisce a spiegare la migrazione in Italia, all’interno dell'area Schengen, di persone che per mestiere svaligiano il prossimo. Perché allora lo zelo dovrebbe manifestarsi al momento della denuncia, e dei successivi immediati accertamenti, quando gli operatori dei polizia hanno la piena consapevolezza che saranno fatica, uomini e mezzi sprecati? Non è questione di sanzioni, che sulla carta esistono e sarebbero pure elevate, o di modifiche legislative: discettare di questo non fa fare passi avanti. La decisione di abrogare un reato che altrove non viene ritenuto bagatellare, e che continua a turbare chi lo subisce, non può restare tacita, ma esige un dibattito, come accade per le scelte di politica della sicurezza. Meglio un confronto sincero che discutere, spesso demagogicamente, sui limiti della legittima difesa, dopo reazioni sproporzionate verso chi entra nella propria abitazione, dettate dal senso di impotenza e dalla mancanza di effettiva tutela. Più che appassionarsi sul se e del quando un privato può sparare, conviene capire quanto e come oggi lo Stato tutela la proprietà e le persone oneste.

Legittima difesa: come funziona all'estero. La riforma varata dal Pd alla Camera è già criticata da Matteo Renzi e Pietro Grasso. Basterebbe copiare i modelli di Francia, Germania, Spagna...scrive Maurizio Tortorella l'8 maggio 2017 su Panorama. La Camera l’aveva appena varata e dopo poche ore Matteo Renzi già cassava come "pasticcio incomprensibile" la riforma della legittima difesa votata dal Partito democratico e da una maggioranza allargata al centro di 225 deputati. Hanno votato contro 116 deputati di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 stelle e Sinistra ecologia e libertà. Il nuovo testo allarga l’ambito della legittima difesa individuandola come la giustificata reazione a un’aggressione che avviene in casa, in negozio o in ufficio, se l’accesso avviene "con la violenza, la minaccia o l’inganno" e soprattutto se "in ore notturne". È proprio il passaggio sulla notte a non convincere il segretario democratico. Ma non piace nemmeno a Piero Grasso, il presidente pd del Senato cui ora la norma passerà per la seconda lettura: "Per fortuna c’è il Senato", ha detto Grasso, implicitamente criticando la riforma costituzionale renziana poi bocciata dal referendum istituzionale lo scorso 4 dicembre. La riforma non tocca il codice penale là dove prevede la necessità che vi sia "proporzione tra la difesa e l’offesa" (cioè: non si può sparare a un rapinatore disarmato) e che ci sia "attualità del pericolo" (cioé: non si può sparare alle spalle di un rapinatore che fugge). Chi si difende, insomma, potrà ancora trovarsi indagato per una gamma d’ipotesi di reato: dall’eccesso di difesa fino all’omicidio colposo e volontario. La nuova norma, però, punta a escludere la colpa di chi spara se la reazione è stata conseguenza di un "grave turbamento psichico" causato dall’aggressore. Nel caso in cui sia dichiarata la non punibilità di chi ha reagito a una minaccia, infine, è previsto che spese processuali e parcelle legali siano a carico dello Stato. Il centrodestra, in particolare, voleva una legge che evitasse a chi si sia difeso da un’aggressione di subire un processo, così come avviene in Francia, Spagna, Germania e in altri Paesi europei. Perché i legislatori italiani non studiano mai le norme penali dei Paesi nostri vicini? Avrebbero molto da imparare.

In Francia: non risponde penalmente (cioè non merita un processo) la persona che, "a fronte di un attacco ingiustificato contro di sé o un’altra persona, compie, nello stesso momento, un atto imposto dalla necessità della legittima difesa per sé stesso o un’altra persona, salvo che vi sia sproporzione tra i mezzi impiegati per la difesa e la gravità dell’attacco". Si presume che abbia agito in stato di legittima difesa chi ha agito: "1) per respingere, di notte, l’ingresso con effrazione, violenza o inganno in un luogo abitato; 2) per difendersi dagli autori di furto o saccheggio eseguiti con violenza".

In Germania: non viene mai punito chi eccede i limiti della difesa per turbamento, paura o panico. Il codice tedesco richiede solo che l’aggressione sia "presente e attuale" (gegenwärtig); ciò significa che dev’essere imminente, oppure che avvenga precisamente nel momento dell’atto di difesa. La norma non fa alcuna menzione della necessità di proporzionalità fra difesa e offesa.

In Spagna: è sempre esente da responsabilità penale "chi agisce in difesa della persona o di diritti propri o altrui", sempre che ricorrano questi due requisiti: 1) "l’aggressione ingiusta", ovverosia un attacco illecito che espone la persona a un pericolo o i suoi beni "a un pericolo grave e imminente di perdita o distruzione". In caso di difesa della casa o delle sue dipendenze, basta però "l’indebita introduzione" a configurare l’aggressione ingiusta. 2) La ragionevole necessità del mezzo impiegato per impedire o respingere l’aggressione ingiusta.

Scarcerazioni facili? I dati smentiscono gli allarmisti, scrive Damiano Aliprandi il 6 Aprile 2017 su "Il Dubbio". Si fa confusione tra scarcerazioni, arresti domiciliari e misure alternative e le cifre fornite dal Dap lo confermano chiaramente. Dai dati forniti dal Dap risulta che in carcere, al 31 dicembre 2016, ci sono 12191 detenuti per furto (7917 italiani e 4274 stranieri), dei quali 9589 condannati, mentre quelli reclusi per rapina sono 16765 (12344 italiani e 4421 stranieri), con 11920 condannati. Va considerato, chiaramente, che ci sono anche le persone che vengono prosciolte perché innocenti e altre che non sono messe in libertà, ma ai domiciliari o affidati ai servizi sociali per la messa alla prova. La maggioranza, quindi, rimane in carcere. Da qualche giorno su alcuni quotidiani sta prendendo piede una tesi secondo la quale ci sarebbe un boom di scarcerazioni dovuto dallo “svuotacarceri”. In particolar modo, in un articolo di Repubblica, si fa riferimento ai condannati per rapine e furti nelle abitazioni che non rimangono in carcere quanto dovrebbero. Ancora una volta si invoca mancata certezza della pena. In realtà i fatti sono diversi. In questi anni, grazie anche al lavoro di giuristi, associazioni come Antigone e movimenti e partiti politici, con i Radicali in testa, ha preso sempre più piede l’idea che il carcere non è sempre la soluzione per punire e riabilitare chi sbaglia nella vita. Per questo motivo i legislatori hanno studiato delle leggi che puntano alle misure alternative, esecuzioni penali esterne, lavoro di pubblica utilità e messa alla prova. Il decreto “svuotacarceri”, diventato legge nel febbraio 2014 è stato un provvedimento che puntava a sfoltire la presenza nelle carceri, in virtù di alcune misure che prevedono sconti di pena, incremento dell’uso del braccialetto elettronico e innovazioni relative all’affidamento in prova ai servizi sociali. Uno solo dei provvedimenti adottati ha avuto caratteristica eccezionale: si tratta del provvedimento di “liberazione anticipata speciale” che per cinque anni ha aumentato la riduzione discrezionale – secondo parametri normativamente definiti – della sentenza residua per ogni semestre di comportamento detentivo di positiva adesione al programma trattamentale, portandola da 45 a 75 giorni. Il provvedimento è stato previsto solo per il quinquennio 2010 – 2015, in funzione chiaramente deflattiva. L’introduzione più rilevante – che prima riguardava solamente i detenuti minorenni – è l’istituto giuridico della sospensione del procedimento penale con messa alla prova per gli adulti. La sua introduzione nell’ambito penale degli adulti ha effetti sull’espansione del sistema penale esterno e rafforza di contenuto rieducativo l’esecuzione delle misure non detentive e di comunità richiedendo, alla persona alla quale viene concesso, di aderire a un progetto, che può includere lavori di pubblica utilità e azioni di riparazione del danno commesso o a favore della vittima. Se negli ultimi tre anni in ambito minorile le cifre dei casi di sospensione del procedimento penale con messa alla prova non hanno subito grandi variazioni oscillando di poche centinaia tra un anno e l’altro (al 31 dicembre 2016 si contavano 3.581 casi contro i 3.340 dell’anno precedente), la portata della diffusione dell’utilizzo del recente istituto giuridico diventa palese nell’ambito degli adulti: l’incremento dei casi di sospensione del procedimento è particolarmente importante, dai dati messi a disposizione dal ministero della Giustizia si passa da 511 nel 2014 a 9598 al 31 marzo di quest’anno. Al 31 dicembre 2016, sempre secondo via Arenula, sono 12811 i detenuti in affidamento in prova, 756 in semilibertà e 9857 ai domiciliari. Come ha illustrato recentemente il garante nazionale Mauro Palma nella sua relazione annuale, l’introduzione di istituti giuridici diversi dalla reclusione «permette di superare l’impraticabilità di fatto dell’osservazione scientifica della persona all’interno del carcere e il rischio di produrre un mero “alloggiamento” di persone delle quali non è possibile prevedere un trattamento individualizzato perché spesso sconosciute agli operatori penitenziari». Diverse ricerche hanno dimostrato che attraverso un percorso diverso, soprattutto con l’esecuzione penale esterna, si ha un’importante riduzione della recidiva. Tradotto vuol dire più sicurezza per i cittadini. Andando sullo specifico, ovvero sulla percezione che chi fa rapine non finisce in galera, prendiamo in esame i dati generali, forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2016 dai quali risulta che in carcere ci sono 12191 detenuti per furto (7917 italiani e 4274 stranieri), dei quali 9589 condannati, mentre quelli reclusi per rapina sono 16765 (12344 italiani e 4421 stranieri), con 11920 condannati. Va considerato, chiaramente, che ci sono anche le persone che vengono prosciolte perché innocenti e altre che non sono messe in libertà, ma ai domiciliari o affidati ai servizi sociali per la messa alla prova. La maggioranza, quindi, degli arrestati rimane in carcere. Il vero allarme è che si utilizza ancora troppo poco l’affidamento in prova visto che viene concessa quando c’è una situazione familiare e lavorativa idonea a supportare questa ultima fase dell’esecuzione della pena. Sono misure necessarie anche per contenere l’evidente trend di crescita del sovraffollamento carcerario. Anche l’ultimo dato del Dap, aggiornato al 31 marzo conferma la crescita del tasso di detenzione: 56.289 reclusi su – senza considerare le celle inagibili che si stimano intorno alle 5000 – una capienza massima di 50.177 posti. La certezza della pena, costituzionalmente riconosciuta, si confonde molto spesso con la certezza del carcere. Dal 1975 il nostro Ordinamento penitenziario prevede che il magistrato di Sorveglianza possa modificare la pena stabilita dal giudice della cognizione, se questo serve alla rieducazione come impone la Costituzione, e ciò soprattutto nella parte finale dell’espiazione, attraverso le misure alternative. Molto spesso l’informazione, dove ci specula gran parte della politica, fornisce percezioni errate. Le misure alternative costituiscono una modalità diversa di espiare la pena, non è assolutamente libertà piena.

Prendiamo in esame la semilibertà. Significa esattamente che la persona detenuta sta in carcere di notte e di giorno esce a lavorare. Non una libertà totale quindi, ma una semi- libertà e una persona ha un lavoro, a un certo punto della pena può esserle concesso di esercitarlo fuori dal carcere, ma sotto controllo, con grosse e giuste limitazioni, e se viola le prescrizioni può essergli revocata la misura; quindi egli è ancora completamente all’interno della struttura penitenziaria, salvo la possibilità di uscire per alcune ore e solo per lavorare. Questo è di uno dei maggiori fattori di rieducazione: attraverso il lavoro una persona comincia a risocializzare con gli altri, a guadagnare lecitamente, ad apprendere un mestiere.

Prendiamo in esame una seconda misura alternativa come la detenzione domiciliare. Si tratta di un beneficio per alcune tipologie di condannati, perché è meglio espiare la pena a casa che in carcere, però comunque ha una forte natura contenitiva e restrittiva, perché il condannato non può uscire per lavorare, non può uscire per portare i bambini a scuola: ha delle restrizioni che comunque gli consentono per il momento di rientrare nella famiglia dove poi dovrà rimanere quando la pena sarà terminata. Quindi un po’ alla volta si abitua al rientro nella società, dove prima o poi dovrà tornare. Ciò non vuol dire non punire ed evitare la certezza della pena, ma riabilitare ed evitare la recidiva per il loro bene e del Paese intero. Ecco perché le misure alternative al carcere dovrebbero essere concesse, senza allarmismi, con più facilità.

Mano morbida con i rom. I veri razzisti? I giudici. A Brescia liberati gli aguzzini di una tredicenne Come a Lecco i due che rapirono un’altra bimba, scrive Luca Fazzo, Sabato 03/06/2017, su "Il Giornale". Forse i veri razzisti sono quelli che li giustificano in nome della loro cultura: come se la cultura rom obbligasse a delinquere, non lasciasse alternative. Invece ci sono un sacco di rom onesti. Ma con quelli che onesti non sono, spesso la giustizia si mostra comprensiva. Il caso di questi giorni a Roma è eclatante: Serif Seferovic scippa una cinese che per inseguirlo finisce sotto un treno. Chiunque altro sarebbe stato incriminato anche per omicidio, «morte come conseguenza di un altro reato». Invece il pm romano incrimina Seferovic solo per scippo, lo scarcera e lo lascia così libero di andare tre mesi dopo a bruciare vive tre giovani nomadi in un accampamento rivale. Non è un caso isolato. Le cronache di questi anni sono piene, purtroppo, di storie in cui la magistratura usa più la carota che il bastone nei confronti dei crimini dei rom. Il caso più eclatante è forse quello di Brescia, dove il tribunale del Riesame scarcerò due rom che avevano costretto una bambina di tredici anni a fidanzarsi e a andare a letto con un uomo scelto dalla famiglia: la cerimonia, scrissero i giudici, era avvenuta «secondo la tradizione propria del Paese d'origine», dunque perché indignarsi? A Verona dovette intervenire il ministro della Giustizia per indagare sul giudice preliminare che aveva annullato gli arresti di quattro rom che mandavano i propri figli a rubare: anche lì, in nome della diversità di culture. In precedenza, il ministero si era mosso anche sul giudice di Lecco che aveva condannato assai blandamente - otto mesi di carcere - due nomadi che avevano cercato di rapire una bambina. È cultura, no? Come nella storiaccia romana di questi giorni, può accadere che il rom frettolosamente liberato commetta delitti ancora più gravi, che si sarebbero evitati tenendolo in carcere: è il caso dell’uccisione di Emanuele Adani, commerciante teramano, massacrato da tre rom ubriachi. Uno dei tre, si scopre poco dopo, era stato arrestato un anno prima con l’accusa di avere venduto quaranta chili di droga, ma era già libero. A Torino due anni fa desta scandalo la notizia di una ragazzina rom picchiata brutalmente perché rifiutava di adeguarsi alla cultura del clan e voleva addirittura trovarsi un lavoro: ma nel giro di pochi giorni lo liberano, come se la ragazza si fosse inventata tutto. A Milano il 9 giugno 2011 il signor Pietro Mazzara viene ucciso da una Bmw con tre nomadi e un africano che scappano dalia polizia dopo una spaccata in una gioielleria. Li catturano, uno dei nomadi viene condannato a otto anni ma dopo meno di un anno è fuori per decorrenza termini, pronto a derubare una vecchietta col trucco dello specchietto. A Torino un giudice assolve dall’accusa di violenza privata una madre rom che per impietosire i passanti teneva in pieno inverno la figlia neonata a un incrocio, la condanna solo per «impiego di minori nell’accattonaggio» e le concede le attenuanti generiche «in relazione alla cultura dell'appartenenza etnica». Sullo stesso tema, a Bergamo un giudice va ancora più in là, e assolve un padre rom che lasciava la figlia di sette anni da sola agli incroci: «i bambini stessi sono abituati a queste situazioni e conoscono perfettamente lo stile di vita nel quale sono destinati a crescere». A Bologna un meccanico di 72 anni, Quinto Orsi, scopre un giovane rom che sta rubando un auto davanti alla sua officina, quello lo schiaccia contro il muro e lo ammazza: condannato a sedici anni in primo grado, in appello gli dimezzano la pena E si potrebbe andare avanti, in una ridda di decisioni dove si affollano sociologismi da bar e indulgenze senza capo nè coda: e di cui alla fine le vere vittime sono anche i rom onesti, che si vedono riapparire nei loro campi i criminali dopo una manciata di giorni dall’arresto, pronti a riprendere a spadroneggiare; e pronti a insegnare ai ragazzini che in Italia rispettare la legge è da scemi.

Un arrestato per rapina su due fuori dalla cella dopo un anno: "Manca la certezza della pena". Boom di scarcerazioni dovuto allo svuotacarceri, ma anche alle lungaggini che fanno scadere i termini per la custodia cautelare, scrive Fabio Tonacci il 4 aprile 2017 su “La Repubblica”. Alessia e Christian sono due rapinatori. Il 13 settembre scorso hanno drogato Valentino mescolando benzodiazepine alla sua bibita, gli hanno rubato il portafogli e il bancomat, lo hanno mandato all'ospedale. La polizia li ha beccati grazie alla telecamera della banca da cui hanno prelevato con la carta. Christian ha confessato subito, quindi i due hanno patteggiato la pena per il reato dell'articolo 628 del codice penale. La rapina, appunto. Quando non è aggravata, sono previsti da tre a dieci anni di prigione. Ma Alessia F. e Christian C. non hanno mai fatto un giorno di carcere. Questa storia, piccola ma simbolica, arriva da Pescara e traduce in fatti quel sentimento sempre più diffuso in una parte dell'opinione pubblica che ritiene che in Italia non vi sia certezza della pena. Che ladri e rapinatori, cioè, non vengano perseguiti come si dovrebbe o evitino quasi sempre di pagare per i loro crimini. Ancora due giorni fa è stato il sindaco di Budrio Giulio Perini a rilanciare il tema, dopo l'omicidio del barista Davide Fabbri: "L'unica giustizia è quella della legge, occorre la certezza della pena". L'argomento è assai complesso, e investe tutto il sistema della giustizia. A Pescara, per dire, i due rapinatori Alessia e Christian hanno potuto beneficiare degli effetti del decreto Svuotacarceri, che impedisce la custodia cautelare dietro le sbarre (salvo per reati più gravi) se si prevede che sarà inflitta una pena non superiore ai tre anni alla fine del processo. Per Alessia, che ha fatto da esca e ha drogato la sua vittima, è bastato l'obbligo di dimora a Pescara per un anno. Poi con il patteggiamento, le attenuanti generiche, il peso della fedina penale fino ad allora pulita, la sospensione condizionale della pena, i due rapinatori hanno chiuso la questione senza scontare neanche un giorno. Un caso limite, certo. Quasi sempre infatti, i responsabili di rapine e furti nelle abitazioni che vengono presi in flagranza o a seguito di un'indagine, in carcere ci finiscono. Il problema è che poi non ci rimangono quanto dovrebbero. Alcuni dati ufficiali, e inediti, del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dimostrano infatti che il richiamo dei sindaci alla certezza della pena non è poi così campato in aria. Nel 2015 nel nostro Paese sono state arrestate 10.203 persone con l'accusa di rapina: la metà di queste è già uscita. Ad oggi 3.573 sono state scarcerate per proscioglimento o decorrenza dei termini, che significa che gli indagati erano sottoposti a custodia cautelare per evitare che scappassero o ritornassero a rapinare, ma poiché il processo tardava ad arrivare, il magistrato li ha rimessi in libertà. Altri 1.741 detenuti, invece, non sono più in cella perché sono stati concessi loro i domiciliari o l'affidamento ai servizi sociali. Sommando le due cifre, fa il 50 per cento. Uno su due. La tendenza nel 2016 si conferma: su 10.139 arrestati per rapina, sono ancora in prigione in 6.120. Gli altri sono stati scarcerati (2.196) o sono fuori perché ai domiciliari oppure affidati ai servizi sociali (1.823). Un buon 40 per cento. "Tanto lavoro per nulla, viene da dire", commenta Enzo Letizia, segretario dell'Associazione nazionale dei funzionari di polizia. "Sono dati sconcertanti. Oltretutto invece di aumentare i posti nelle nostre carceri, si sono scelte normative come lo Svuotacarceri che pur partendo da un principio corretto finiscono per andare in direzione opposta alla certezza della pena". Alcuni sociologi, come Marzo Barbagli, identificano l'origine del problema più "nella individuazione degli autori dei reati" che nelle disfunzioni dell'apparato giudiziario. Nelle grandi città, le forze di polizia soffrono sistematicamente della riduzione di organici e risorse e quindi tendono a non dare priorità investigativa a piccoli furti e a rapine di poco conto, realizzate senza armi da fuoco: così si spiegano le impietose statistiche dell'Istat (le ultimi disponibili sono relative al 2015) che fissano al 4,6 per cento la percentuale media dei furti di cui si è scoperto il responsabile, e al 25,5 per cento quella delle rapine. La stessa valutazione la fanno anche i pm, quando sono sommersi dai fascicoli di indagine. "Si dà la precedenza alle denunce per violenza sessuale, stalking e minacce", racconta un magistrato che si occupa di reati predatori. "Questo perché in questi casi c'è una vita a rischio".

Accusati di aver assaltato 35 bancomat tornano (ancora) liberi i giostrai. Arrestati a fine settembre, poi liberati a inizio ottobre e riarrestati a gennaio, da venerdì in libertà per un pasticcio giudiziario. Tornano in libertà i giostrai accusati di aver messo a segno 35 assalti ai bancomat tra Veneto e Friuli. Quelli arrestati a fine settembre liberati a inizio ottobre e riarrestati a gennaio. Da venerdì mattina sono tutti nuovamente liberi. Il motivo? Dopo il secondo arresto non sono stati interrogati dal gip Umberto Donà, lo stesso che ha firmato le due ordinanze d’arresto. E per questo i loro avvocati hanno chiesto la revoca della misura cautelare. Il gip non ha potuto che accordarla, anche alla luce della sentenza del tribunale del Riesame al quale, per lo stesso motivo, si erano appellati i legali di uno degli indagati. Insomma un vero e proprio pasticcio giudiziario iniziato con l’annullamento della prima ordinanza da parte del Riesame che aveva rilevato «vizi procedurali». Era seguita una nuova ordinanza, questa volta confermata dal Riesame. Ma qualcosa è andato storto, nuovamente. Gli indagati non sono stati sottoposti a interrogatorio di garanzia come invece avrebbero dovuto per poter contestare le nuove esigenze cautelari espresse dal gip Donà nel nuovo provvedimento. Da venerdì mattina quindi, sono di nuovo liberi i presunti capi Davide Massaroni Gabrieli, Gionata Floriani, Rodolfo Cavazza, Jody Garbin e i relativi presunti complici Donal Major, Robin Cavazza, Angelo e Alberto Garbin, Matteo Cavazza, Lorenzo Cassol, Moreno Pietrobon, Andrea Rossetto, Fracasso Rienzi, Charli Gabrielli, Claudio Major, Renato Pietrobon e Davide Scitorri (difesi dagli avvocati Stefano Pietrobon, Fabio Crea, Giuseppe Muzzupappa, Giovanni Gentilini, Carlo Augenti, Pietro Sartori, Andrea Frank e Massimo Bissi). Milvana Citter il 01 aprile 2017 su Corriere del Veneto.

Furti in appartamento, in Italia la pena è di 46 ore, di Francesco Vecchi. 1 aprile 2017 “Libero Quotidiano”. Presumo - posso solo presumere perché non ne ho mai organizzato uno - ma presumo che per mettere a segno un colpo in appartamento occorra un po' di organizzazione: sicuramente, come sanno tutti quelli che vanno in vacanza e si ritrovano la casa svaligiata, bisogna trascorrere qualche ora in appostamento, osservare, prendere nota, imparare a memoria i movimenti del palazzo. Insomma, almeno 2 giorni per organizzarsi, ci vorranno, no? Se è così, si può dire che in media per ogni furto in Italia si trascorrono più ore a progettarlo di quante non se ne trascorrano in carcere. Dietro le sbarre si scontano infatti solamente 46 ore e 48 minuti per ogni casa o negozio svuotati: nemmeno 2 giorni. È incredibile. Se ci pensate, è tremendo. Chiunque abbia subito una violazione di domicilio lo sa: in meno di 48 ore la vittima non riesce neanche a raccapezzarsi, tra lo choc di ritrovarsi l'appartamento sottosopra, la sensazione di sentirsi violentati e le estenuanti trafile per ritornare alla normalità. Bisogna sporgere denuncia, chiamare il fabbro, fare la conta dei danni subiti e superare la perdita di oggetti che saremmo stati disposti a pagare anche il doppio di quello che valgono pur di tenerceli, tanto ne siamo affezionati. Invece chi ha compiuto la rapina sa che mediamente in questo stesso lasso di tempo sarà già fuori di galera, già pronto a compierne un'altra. Il dato viene fuori incrociando le statistiche dell'Istat con quelle dell'Amministrazione Penitenziaria. Secondo l'Istat infatti, su oltre 200 mila proprietà svaligiate in Italia in un anno (si parla di un colpo ogni 2 minuti), solo 6000 responsabili vengono fermati. Il 97% dei furti resta impunito, il che significa che nel 97% dei casi, il ladro la fa franca e sconta 0 giorni in carcere. Dei 6000 che vengono fermati, mica tutti vengono condannati, nessuno si fa davvero i giorni di carcere previsti dal codice penale. Per un furto con scasso (difficile che un furto in appartamento avvenga senza almeno l'aggravante dello scasso) la legge prevede che i ladri vengano puniti con una condanna dai 3 ai 10 anni, ma la realtà è completamente diversa. Qualcuno magari sì, subisce effettivamente una condanna, ma la maggior parte resta in cella solo in attesa di giudizio, poi viene rilasciato, oppure rimesso fuori con la condizionale oppure ancora finisce agli arresti domiciliari o con un braccialetto elettronico. Secondo l'indagine fatta sui dati dell'Amministrazione Penitenziaria dalla rivista dei carcerati Ristretti Orizzonti, quelli che restano in cella più di 12 mesi sono pochissimi, sono solo lo 0,71% degli imputati. Quasi tutti, il 73% degli imputati, restano meno di 1 mese. È naturale che non tutti gli imputati siano colpevoli, ma viene comunque da chiedersi a che cosa serva scrivere leggi lontane mille miglia dalla realtà. Ma quali condanne dai 3 ai 10 anni? Il dato medio ci dice che quando si viene fermati per un furto, si resta in carcere circa 65 giorni. Insomma, se state leggendo e siete dei ladri, fatevi pure i vostri conti: ogni 33 rapine verrete presi 1 volta e quella volta che verrete presi vi farete 65 giorni in carcere. Non preoccupatevi dunque per la borsa da preparare: oltre a trapano e piede di porco vi basterà giusto un pigiama e uno spazzolino.

Record di furti in via Mecenate, arrestate la mamme rom e il quartiere fa festa, scrive Salvatore Garzillo, il 31 marzo 2017 “Libero Quotidiano". Si è concluso con un applauso alla polizia l'incubo quotidiano degli abitanti attorno via Piazzetta e via Ravenna, diventate l'area di sosta di un gruppo di rom che in pochi mesi hanno portato un aumento dei furti. Il motore immobile era un camper, ufficialmente la casa di Kostana H., 21enne italiana con due bambini, e Sulemaj N., bosniaca di 25 con 4 figli e ora incinta. Vivevano tutti assieme nel mezzo dallo scorso gennaio, da quando il tribunale ha concesso a entrambe i domiciliari per una serie di furti commessi anche mentre erano in gravidanza. I residenti protestavano da mesi, ormai il parchetto del quartiere era terra di nessuno, trasformato nel giardino personale di amici e i parenti delle due nomadi. Gli agenti del commissariato Mecenate hanno «liberato» gli abitanti dimostrando alla procura che le due donne non rispettavano in alcun modo le disposizioni del tribunale, anzi erano solite evadere dai domiciliari per commettere furti nei negozi. Mercoledì le volanti si sono presentate in via Piazzetta e hanno notificato alle nomadi la custodia cautelare in carcere. «Abbiamo disposto pure la rimozione del camper e la pulizia dell'area. La gente ci ha accolto con un applauso», ha spiegato il commissario capo di Mecenate Pasquale Pagano. «Devono scontare ancora circa un anno di reclusione ma è possibile che nel frattempo arrivino altre condanne per altri reati. In questi mesi hanno vissuto nel camper assieme ai sei figli, il più grande ha 7 anni». Tre minori di 3 anni hanno accompagnato le madri a San Vittore e resteranno con loro per tutto il resto della pena, gli altri sono stati affidati a una parente. «Ci avevano contattati anche le scuole dei bambini», ha continuato Pagano. «Dicendoci che non frequentavano le lezioni. Ora abbiamo avvertito i servizi sociali. Erano arrivate il 17 gennaio scorso, il camper era di loro proprietà e regolarmente assicurato. I cittadini ci hanno segnalato un notevole aumento dei reati e la loro impossibilità di accedere al parchetto della zona a causa della presenza di altri camper di rom attirati dalle due nomadi. Erano felicissimi di potersi riappropriare di quel pezzo di verde». Le due madri avevano scelto quel punto innanzitutto la per fontanella pubblica che gli permetteva di potersi lavare e di bere. «Finalmente il quartiere ha ritrovato la sua serenità», ha commentato l'assessore Carmela Rozza. «L' impegno degli agenti è stato continuo: negli ultimi mesi le pattuglie dei vigili si recavano due volte al giorno a controllare l'area e sono stati fatti 30 allontanamenti di camper». «Sono grata agli agenti del Commissariato Mecenate», ha commentato Silvia Sardone (FI). «Un blitz che può liberare definitivamente questa area dal degrado e dall' insicurezza. Speriamo che questa situazione sia per sempre solo un ricordo».

Igor e il mistero della fuga in Brasile. "Ignorata la pista del telefonino". Un anno fa poteva essere fermato tracciando un cellulare. Ora spunta una soffiata in Brasile, ma la fonte è stata arrestata, scrive Gabriele Bertocchi, Venerdì 28/07/2017, su "Il Giornale".  Gli omicidi, la fuga, le ricerche della polizia e infine la cartolina in cui saluta l'Italia: tutto questo ha come denominatore comune Igor "il russo", o se preferite Ezechiele Feher. L'uomo che ha ucciso Davide Fabbri, proprietario del bar Gallo di Riccardina di Budrio, e Valerio Verri, guardiapesca volontario nel "Delta del Po". Ora sulla vicenda, che per mesi ha tenuto in scacco la zona tra il Bolognese e il Ferrarese e che ha coinvolto anche i corpi speciali ad una caccia all'uomo mai vista, si aggiunge un nuovo mistero. Circa due mesi fa, a giugno, arriva alla Procura di Bologna una nota riservata dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia. Nel documento si legge che "una fonte confidenziale attendibile" avrebbe notizie di rilievo sulla presenza "del noto latitante serbo Norbert Feher, alias Igor Vaclavic il Russo" in un Paese del Sudamerica. Il pubblico ministero Marco Forte, incaricato del caso, chiede venga redatta una relazione dettagliata attraverso la squadra mobile bolognese. Nessun problema: la relazione arriva scarna di dettagli. Ma si legge, come racconta il Corriere della Sera, che un agente è stato inviato in Brasile (il paese sudamericano citato nella nota per la Sco) per indagare sulla soffiata. Tutto regolare se non fosse che quando il poliziotto arriva in terra carioca scopre che la fonte è stata arrestata. Nulla da fare, senza contatti l'indagine subisce ancora un rinvio e dall Procura nessuna nuova richiesta di indagine ulteriore. Un caso che con l'ultimo capitolo, quello della soffiata in Brasile, fa sorgere molte domande: come ha fatto a fuggire mentre le sue foto tappezzavo i territori tra Bologna e Ferrara? E come ha potuto raggiungere il Brasile? Una dei quesiti che rimangono in sospeso però è quello sul numero di telefono. Piccolo passo indietro: Igor a d un certo punto della sua carriera criminale litiga col capo della banda di cui faceva parte, Pajdek. "Il russo si stacca", la brigata di fuorilegge arruola un nuovo complice. Quest'ultimo durante un rapina nel2015 uccide un pensionato. I 3 componenti della banda finiscono in cella e raccontano come è morte l'uomo. Fanno il nome di Igor, lo incastrano. Negli atti degli inquirenti viene scritto anche il numero di di cellulare di quel tizio che per tutti era Igor Vaclavich, nato in Russia il 21/10/76. Un'ordinanza per le rapine del 2016 viene emessa nei confronti di due ex complici e di Igor. Ma questo è irreperibile. Non può essere catturato e messo in carcere. Nessuno lo cerca. Nessun tentativo di ricerca. Dopo gli omicidi di Davide Fabbri e Valerio Verri però la vita di quel cittadino serbo di Subotica, ex soldato accusato di stupro che si iscrive a Facebook con il nome di Ezechiele Feher si scopre che quel numero di cellulare dato dai complici è rimasto attivo a lungo dopo l’emissione dell’ordinanza. E anche qui sorge una domanda: perchè la pista del telefono non è stata seguita. E pensare che sarebbe bastato localizzarlo e tracciarlo per catturare Igor.

Lo Stato non garantisce la sicurezza e inibisce chi ci pensa da solo con la burocrazia e con le reprimende e le speculazioni.

Inchiesta del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

I media da sempre ce la menano sul fatto che contro gli atti criminali, specie quelli bagatellari e comuni, bisogna denunciare. Poco si sa, invece, che la gente rinuncia a denunciare proprio quei reati più odiosi, per il fatto sottaciuto che, in un modo o in un altro, le notizie di reato non vanno avanti per insabbiamenti (denunce non registrate; archiviazioni artefatte, non comunicando la richiesta di archiviazione, quando preteso per presentare opposizione; indagini mai svolte o svolte male), o per il disincentivo (perchè è solo una perdita di tempo).

Allorquando qualcuno si incaponisce a credere che ci sia uno Stato di Diritto e questi ha bisogno di prove per perseguire i responsabili del reato e lo fa con la ripresa delle immagini. Ecco che allora lo Stato lo inibisce in tutti i modi.

Certo è che lo Stato, prima ti sbeffeggia. La Stabilità 2016 ha stanziato fondi (15 milioni di euro) per il Bonus Sicurezza, ovvero un credito d'imposta per quei privati che decidono di installare sistemi di videosorveglianza. I cittadini che si doteranno di impianti si vedranno riconoscere il 50 per cento della spesa sostenuta.

I fondi son limitati. Ergo: Chi prima arriva, prima alloggia...

Dopo lo sberleffo arriva l'inghippo. Tutti i modi per impedire la sicurezza fai da te.

1. Il tema della Privacy. Ce lo spiega Alessio Sgherza il 15 febbraio 2017 su "La Repubblica". Il tema videocamere pone per i cittadini un problema di privacy: il problema di chi viene ripreso e deve mantenere il suo diritto alla riservatezza e ai suoi dati personali; e il problema di chi decide di installare i sistemi di videosorveglianza perché ha il diritto a difendere le proprie pertinenze. Due diritti che si contrastano sulla carta e tra i quali è necessario trovare un equilibrio. Ecco quindi che sul tema - già dal 2004 - è intervenuto il Garante della Privacy, che ha emesso un provvedimento sulla videosorveglianza datato 2010 e in corso di aggiornamento. Il testo è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 aprile 2010 e elenca tutte le misure che soggetti pubblici e privati devono mettere in pratica per installare questi sistemi. Per quanto riguarda i privati, è esplicitamente prevista la possibilità di installare telecamere "contro possibili aggressioni, furti, rapine, danneggiamenti, atti di vandalismo, prevenzione incendi" e in questi casi "si possono installare telecamere senza il consenso dei soggetti ripresi, ma sempre sulla base delle prescrizioni indicate dal Garante". Ma quali sono le prescrizioni del Garante? Eccole, in quattro punti:

I cittadini che transitano nelle aree sorvegliate devono essere informati con cartelli della presenza delle telecamere.

I cartelli devono essere resi visibili anche quando il sistema di videosorveglianza è attivo in orario notturno.

Le immagini registrate possono essere conservate per periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore.

Nel caso in cui i sistemi di videosorveglianza installati da soggetti pubblici e privati (esercizi commerciali, banche, aziende etc.) siano collegati alle forze di polizia è necessario apporre uno specifico cartello, sulla base del modello elaborato dal Garante.

2. Il tema sindacale. L'autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro. Ce lo spiega "La Gazzetta di Reggio" il 26 ottobre 2016. Un ispettore del lavoro, dopo un sopralluogo, gli ha fatto togliere tre telecamere che aveva da poco messo nel locale, appioppandogli anche una multa di circa 500 euro. Ma appena spento l’occhio elettronico, un ladro è entrato nel negozio è ha portato via l’incasso, pari ad altri 500 euro. È l’odissea raccontata da Federico Ferretti, insieme a Fabrizio Salsi uno dei soci della gelateria Cupido in via Emilia San Pietro 71. Dopo un punto vendita a Carpi e Correggio, a maggio la gelateria ha aperto un locale anche in città. E alla fine di luglio, i due soci avevano deciso di installare nel locale tre telecamere di videosorveglianza, due nell’area vendita e una nel laboratorio. «Eravamo in attesa dell’autorizzazione, dal momento che in estate molti uffici erano chiusi – racconta Ferretti – quando il 12 agosto abbiamo ricevuto la visita di un ispettore del lavoro, che ci ha contestato il fatto che le telecamere riprendessero il bancone, dicendo che dovevano essere indirizzate solo all’ingresso. Sosteneva che usavamo le telecamere per controllare i nostri due dipendenti, che invece avevano firmato la liberatoria. Noi le avevamo collocate così solo per ragioni di sicurezza». Dal sopralluogo è scattato un verbale, recapitato ai soci a metà settembre, in cui si dava tempo trenta giorni per rimuovere la videosorveglianza. «Sabato – aggiunge Ferretti – abbiamo rimosso l’impianto. L’ispettore ci ha anche chiesto la certificazione dell’azienda che le ha tolte, con un eccesso di rigidezza». Ma, due giorni dopo la rimozione, nella gelateria è avvenuto un furto: «Lunedì sera, intorno alle 21, c’erano il mio socio e un dipendente. Il socio era nel laboratorio. E ha chiamato un secondo il dipendente per dargli del gelato pronto. Un secondo. Ma qualcuno è entrato nel negozio e velocissimo ha rubato incasso e fondo cassa, in totale quasi 500 euro. Abbiamo subito chiamato i carabinieri. La prima cosa che ci hanno chiesto: “Avete telecamere?”. Gli abbiamo dovuto spiegare che ce le avevano appena fatte togliere». Per i titolari, oltre al danno la beffa: «Abbiamo ripresentato domanda per una nuova installazione, ma dall’ispettorato ce l’hanno bocciata. Siamo reggiani, abbiamo deciso di investire qui, dove i furti sono all’ordine del giorno. Non è possibile trovarsi davanti a queste cose. Le telecamere sono presenti anche nelle grandi catene e nessuno dice niente». 

3. Il tema Amministrativo-burocratico. Per le telecamere occorre la Scia, scrive Maurizio Caprino su "Il Sole 24ore" del 9 marzo 2017. Le telecamere di videosorveglianza sono sostanzialmente fuorilegge, se sono anche del Comune. In questo caso, vanno trattate come impianti privati e quindi necessitano di un’autorizzazione, che in molti casi manca. Lo stesso vale per altri impianti di trasmissione, tra cui quelli per le radio di servizio dei vigili urbani. Lo afferma chiaramente la Prefettura di Pordenone, nella nota n. 6104, emanata il 6 marzo dopo una segnalazione del ministero dello Sviluppo economico. E quella della provincia friulana è una realtà...tutta italiana.

4. Il tema fiscale-speculativo. Lo Stato stanga la sicurezza "fai da te". Multati i Comuni che installano telecamere. Sanzioni dal prefetto per i sindaci che si dotano di sistemi di sorveglianza, scrive Pier Francesco Borgia, Venerdì 10/03/2017, su "Il Giornale". Nell'Italia dei campanili, quella più alta è sempre la torre del paradosso. Solo da noi, infatti, possiamo assistere al poco comprensibile «spettacolo» di una prefettura che commina multe e sanzioni ai Comuni che per difendere la tranquillità dei propri cittadini decide di investire le scarse risorse a disposizione per installare sistemi di videosorveglianza. Con una nota del 16 febbraio scorso, infatti, il Ministero dello Sviluppo economico, tramite il suo Ispettorato territoriale di Pordenone, ha fatto sapere alla prefettura del capoluogo friulano «di aver rilevato presso le Amministrazioni comunali ripetute problematiche conseguenti la carenza dei necessari dati informativi relativi agli obblighi di legge previsti per l'installazione ed esercizio di reti e servizi di comunicazione elettronica». La citazione è presa da una circolare che gli uffici della prefettura di Pordenone hanno inviato il 6 marzo a tutte le amministrazioni comunali della provincia. Lo scopo è quello di chiarire che a disciplinare i sistemi di videosorveglianza ci pensa il Decreto legislativo 259 dell'agosto del 2003 (ovvero il cosiddetto Codice delle Comunicazioni elettroniche). Fatto questo che fa ricadere le stesse telecamere a circuito chiuso nei sistemi di informazione. E quindi chi li installa, che si tratti di un privato o di un'amministrazione locale poco importa, è tenuto a corrispondere un canone al Mise (il già citato Ministero per lo sviluppo economico). Da qui la facile deduzione che senza quel canone si rischia un'ammenda. D'altronde, spiega Stefano Manzelli direttore della rivista on line poliziamunicipale.it, «molti di quegli amministratori non immaginavano nemmeno che un sistema di telecamere a circuito chiuso fosse paragonato a un sistema aperto di trasmissioni radio». La violazione di queste norme, insomma, sarebbe avvenuta in buonafede. Resta però il fatto che senza quel canone scatta la sanzione e si rende più faticosa la gestione del territorio di competenza. E questo contraddice - fa notare lo stesso Manzelli - lo stesso spirito del decreto legge 14 del 2017 che aumenta lo spettro delle competenze in materia di sicurezza. «Ora i sindaci hanno ricevuto ulteriori poteri di ordinanza su questioni di ordine pubblico e sicurezza, per migliorare il controllo e la qualità della vita delle aree più a rischio. Eppure, se non pagano il canone di questi sistemi di videosorveglianza, rischiano le sanzioni». Un sistema per evitare il peggio sarebbe quello di affidare questi sistemi di videosorveglianza direttamente allo Stato, attraverso le forze dell'ordine. Gli unici soggetti, infatti, esentati dal pagare il canone. L'iter, però è lungo e farraginoso, spiega Manzelli, e non sempre le amministrazioni locali hanno la possibilità di ricorrere a questo escamotage. Resta il fatto che se un Comune si pone anche solo l'obiettivo di regolare l'accesso ad aree a traffico limitato per le auto, deve sottostare alle regole imposte dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche con tanto di canoni da sborsare.

L'INSICUREZZA PUBBLICA ED IL PARTITO DEI CENTRI SOCIALI.

Quei democratici che vogliono cancellare Salvini. Dai coniugi de Magistris a Emiliano, la sinistra arriva pure a giustificare i disordini contro la Lega, scrive Laura Cesaretti, Martedì 14/03/2017 su "Il Giornale". La sommossa che ha messo a ferro e fuoco Napoli? «È stata una manifestazione importante. Assolutamente pacifica. Gente tranquilla. Aria di festa». La libertà di espressione sancita dalla Costituzione? «Ok, ma con dei limiti». Ora, lungi da noi volere infierire su una signora che già deve avere i suoi bei problemi, essendo coniugata con Giggino 'a Manetta sindaco di Napoli. Ma le dichiarazioni della moglie di de Magistris, che sabato ha sfilato giuliva col corteo dei neo-lazzaroni che si son lasciati alle spalle le macerie di Fuorigrotta, sono esemplari del terrificante cortocircuito mentale di chi, per opporsi al comizio di un esponente politico che lancia proclami incendiari, dà direttamente fuoco alla città. Perché a decidere chi ha diritto di manifestare le proprie idee devono essere loro. Sennò, botte. La sommossa di piazza contro il leader della Lega sceso ad arringare le folle in quel di Napoli, ricorda il filosofo partenopeo Biagio De Giovanni, è stata aizzata dallo stesso sindaco: «Ignaro di ogni vincolo istituzionale e di ogni limite che il suo ruolo dovrebbe imporgli, non ha esitato a stimolare, con parola tonante, la lotta contro il leader di un partito che siede in Parlamento, venuto a Napoli a manifestare le sue idee». Ora che la manifestazione ha avuto il proprio esito catastrofico, che il suo promotore istituzionale ha fatto una figuraccia internazionale, ulteriormente umiliando la propria città, e che le forze dell'ordine chiedono al sindaco di «assumersi le sue responsabilità», visto che «ha fomentato la piazza», de Magistris e signora provano a costruirsi un alibi. Così inventano oscuri complotti di forze misteriose contro la loro «festosa» e «pacifica» manifestazione anti-Salvini. Arrivando ad insinuare che siano state proprio le forze dell'ordine a pilotare i violenti. Il sindaco (che nei centri sociali e negli ultras da curva ha il suo serbatoio di consensi, e se lo deve coccolare) accusa: «Qualcuno voleva gli scontri», ed evoca confusamente «poteri con le mani sporche di sangue». La degna consorte ci spiega che i cattivi «potevano essere fermati prima che si infiltrassero dall'esterno», e si chiede: «Perché non è stato fatto?». A dare manforte alla simpatica coppia non poteva mancare il collega ex pm Michele Emiliano che - spinto dall'urgente bisogno di farsi procurare da de Magistris un po' di voti per non sfigurare troppo alle primarie - liscia il pelo alla piazza di Fuorigrotta: «Napoli è una bellissima città che non va irrisa né provocata». Quel che è accaduto, spiega, era «assolutamente prevedibile», e la colpa è tutta di Salvini: «La sua tecnica è vergognosa», le bombe carta per farlo tacere invece no. Una cosa però è certa: se quella di Salvini (che sfida de Magistris a un confronto pubblico ovunque «meno che in un centro sociale») era una provocazione, Giggino e consorte ci sono caduti come due pere cotte. E la stessa signora de Magistris lo ammette candidamente: «In definitiva si è fatto il gioco di Salvini, gli scontri han giovato solo a lui». C'è arrivata persino lei.

Il partito dei centri sociali tra affari, trame e coperture. I sindaci Pd e M5S li coccolano, legittimando le violenze: cedono palazzi, pagano bollette e tollerano l'illegalità, scrive Luca Fazzo, Martedì 14/03/2017, su "Il Giornale". Non sono solo i giudici a essere comprensivi verso i «duri» dei centri sociali. Se nelle aule di tribunale gli antagonisti vengono quasi sempre condannati a pene abbastanza lievi da evitare il carcere, anche se hanno messo a soqquadro una città e aggredito le forze dell'ordine, altrettanta disponibilità incontrano spesso da parte delle amministrazioni locali che scendono a patti con loro. Affitti simbolici, bollette pagate, occupazioni tollerate, convenzioni, bandi su misura. È lungo l'elenco delle cortesie che sindaci di molte città riservano ai centri dell'ultrasinistra, anche quando sono documentati i loro rapporti con violenze e altre illegalità. Un rapporto in cui i sindaci impiegano risorse pubbliche per garantirsi due contropartite importanti: la pace sociale o l'appoggio elettorale. A volte tutti e due. A scendere a patti con gli estremisti sono quasi sempre sindaci di giunte di sinistra. Ma a Torino anche la giunta grillina di Chiara Appendino sta continuando e rafforzando la liaison avviata dai sindaci Pd che l'hanno preceduta: Radio Black Out, megafono dell'autonomia e dei No Tav, è ospitata a canone dimezzato in uno stabile comunale, 569 euro di affitto. E i grillini vanno oltre: hanno candidato nelle loro liste una esponente del centro sociale «Gabrio», Maura Paoli, che si è spesa di recente in difesa dei coltivatori di marijuana scoperti dalla polizia all'interno del centro.

Da nord a sud, i casi di feeling sono numerosi. C'è chi, come il sindaco napoletano Luigi de Magistris, ostenta e rivendica (già da prima della baraonda di sabato scorso) i suoi buoni rapporti con «okkupanti» e rivoluzionari, che si sono impadroniti di una sfilza di stabili comunali con il silenzio-assenso della giunta: compreso l'ex asilio Filangieri, per il quale il Comune ha speso sette milioni per ristrutturare. De Magistris ha fatto dichiarare «bene comune» gli stabili occupati: in cambio i caporioni dei centri sociali nel settembre 2016 scortarono il sindaco a Roma a protestare contro il risanamento di Bagnoli. Continua a tubare con gli ultras la «rossa» Bologna: i centri sociali Tpo, Xm24, Lazzaretto e Vag61 sono tutti legati da convenzioni al Comune; dopo l'ira di Dio scatenata nelle strade il 18 ottobre, il sindaco Virginio Merola ha annunciato lo sfratto di uno di loro, l'Xm24, che però ha già fatto sapere che non se ne andrà: e intanto domenica scorsa ha fatto impazzire gli abitanti del quartiere della Bolognina con un rave durato fino all'alba. La strada era stata segnata d'altronde dal filosofo Massimo Cacciari quando era sindaco di Venezia, e scese a patti con gli sfasciavetrine del centro sociale «Rivolta». Dove non ci sono convenzioni firmate, i Comuni soccorrono gli ultras pagando le loro bollette con i soldi dei cittadini o permettendo che non siano pagate. A Treviso il sindaco Pd paga le bollette del centro «Django», a Torino la Appendino paga acqua e luce al «Gabrio; a Roma la grillina Raggi non fa staccare la luce a case occupate e centri sociali che hanno accumulato - secondo un'inchiesta del Tempo - un arretrato di 12,6 milioni; a Caserta il sindaco renziano Carlo Marino ha fatto riattaccare la luce (non a spese sue) al centro sociale «Canapificio». E via di questo passo.

Si dirà: piccole agevolazioni. Ma che di fatto legittimano comportamenti fuorilegge, e non solo quando gli ultras scatenano violenze che devastano le città: ma tutti i giorni, nel commercio illegale di cibi, bevande, droghe leggere, che avviene all'interno di centri diventati aziende a tutti gli effetti (tranne a quelli fiscali). E qui il caso più vistoso è quello di Milano, dove di sgomberare il Leoncavallo non si parla più: il patto di scambio (a spese del pubblico demanio) offerto agli autonomi dal sindaco Pisapia è ufficialmente ancora sul tavolo, il sindaco Sala non dà segni di voler affrontare la faccenda; anzi permette che uno stabile di proprietà comunale, nell'ex mercato di viale Molise, venga occupato a costo zero dal centro sociale «Macao». E gli paga pure le utenze.

L'ITALIA E L'ILLEGALITA' DI MASSA.

Il mistero di Alatri, scrive Massimo Gramellini su “Il Corriere della Sera" Martedì 28 marzo 2017. Qualunque essere pensante - anche pensante in dosi morigerate come il sottoscritto - rimane sconvolto dalla manifesta gratuità del massacro di Alatri. La spiegazione ufficiale - il branco si accanisce a botte e sprangate su un ragazzo di vent’anni per punirlo di avere difeso la fidanzata dagli approcci sgangherati di un ubriaco - non soddisfa i nostri meccanismi cerebrali addestrati alla legge di causa ed effetto. Il male, persino quando è banale, non è mai gratuito. Dietro ogni atto immondo ci deve essere una motivazione, sia pure immonda. Un pregiudizio religioso, ideologico, razziale. Una questione di corna arretrate e mai smaltite. L’appartenenza a una tribù. Se ad Alatri un manipolo di ultrà avesse teso un agguato a un tifoso avversario, il nostro cuore sarebbe sì in subbuglio, ma almeno il cervello troverebbe una ragione. Sproporzionata e ingiustificabile, sbagliata, ma riconoscibile. Qui invece la ragione non si trova e bisogna accettare che in una società umana esistano sacche di male refrattarie a qualsiasi spiegazione. Persone che infieriscono sul prossimo senza altro movente che il proprio malessere. In attesa di trovare una chiave di accesso ai loro sentimenti, ammesso che ne abbiano, si può lavorare soltanto sull’unica emozione che conoscono. La paura. A renderle così orgogliose del loro niente è una spavalda certezza di impunità: in famiglia, a scuola, nei tribunali. La sicurezza, e dunque il timore, di una pena esemplare sembra essere al momento il solo linguaggio che sono in grado di capire.

Emanuele Morganti, il 20enne ucciso dal branco: i particolari horror della sua morte, scrive il 27 marzo 2017 “Libero Quotidiano”. "È stata la via Crucis di Emanuele...hanno anche sputato sul corpo a terra..."Prende fiato e tempo Pietro Morganti, lo zio di Emanuele, il 20enne massacrato di botte, anche con un corpo contundente (pare fosse un paletto in ferro e/o una grossa chiave inglese), all’esterno di una discoteca di Alatri nella notte tra venerdì e sabato e poi morto in ospedale a Roma. Misura le parole ma poi le tira fuori, e parla di esecuzione. "I testimoni ci hanno detto che lo picchiavano ovunque, lui ha provato ad andare via con la fidanzata, poi è caduto e l’hanno finito...". Pietro è finora l’unico della famiglia che parli, cerca di fare barriera e di far sì che il padre e la madre di Emanuele, come pure sorella e fratello della vittima, possano stare al riparo dall’assedio di tv, dalle domande. La casa di Emanuele è a qualche centinaia di metri, in via del Convento. L’accesso è interdetto, genitori, sorella e fratello sono chiusi dentro, avvolti in un incubo, in un dolore che neppure Pietro riesce a descrivere nella sua interezza. C’è un medico in quella casa: Lucia, la mamma di Emanuele, è malata, deve affrontare cicli di cure chemioterapiche. Il padre lavora al Pantheon, a Roma, e di recente aveva avuto in dono, di seconda o terza mano, un’auto. Quella con cui Emanuele venerdì aveva preso la fidanzata Ketty ed era andato nel centro storico di Alatri, destinazione la discoteca Mirò. Poi è finita in massacro, vittima del branco. Lo zio della vittima riferisce al cronista quello che chi c’era gli ha detto a sua volta, e cioè "l’hanno pestato a sangue, a morte. Gli hanno sputato, l’hanno calpestato. Una ragazza che era nel gruppo ha detto “questo è quello che ti meriti”. Ma perchè, per cosa? Non c’era mai stato nulla prima". Un giovane che ha provato a prendere le difese di Emanuele è stato a sua volta picchiato ed è finito in ospedale: i carabinieri hanno raccolto anche la sua testimonianza. Come quelle di altri e come quella di Ketty. "Chi arrivava, menava...è orribile quanto avvenuto", aggiunge Pietro Morganti. Che parla del ruolo svolto nella brutale vicenda in particolare da due giovani italiani e di un uomo che a sua volta impediva che qualcuno si lanciasse in soccorso di Emanuele. C’è anche la zia della vittima che dice qualcosa, ed è più netta del marito: "Devono pagare, devono soffrire come ha sofferto lui, devono sentire addosso che significa il dolore, minuto dopo minuto. Hanno avuto il coraggio di dire che era inciampato da solo in un sampietrino...". La certezza della pena è quello che viene invocata, "questa cosa ha straziato tutti - dice la donna - è inconcepibile». I genitori della vittima volevano donare gli organi di Emanuele, quello che si poteva ancora salvare per dare vita ad altri. Hanno subito detto sì quando i medici glielo hanno chiesto staccando i macchinari. Ma non è possibile farlo. Esigenze istruttorie lo impediscono. Resta comunque il forte significato di quel sì detto nonostante l’orrore per un figlio perso, ucciso così.

“Sto vivendo un incubo. Vorrei risvegliarmi e trovarlo al mio fianco”. La fidanzata del ragazzo ucciso fuori da un locale ad Alatri: «Me l’hanno strappato dalle mani e non ho potuto fare nulla». «È la foto che ti piaceva più di tutte amore mio», ha scritto ieri Ketty su Facebook postando questa immagine, scrive Grazia Longo il 28/03/2017 su “La Stampa”. Non mangia, non dorme, non vuole accettare la realtà. Ketty Lisi, vent’anni ad agosto, da quasi un anno era fidanzata con Emanuele Morganti. Da sabato mattina non esce di casa, una villetta a Fumone, a pochi chilometri da Tecchiena, la frazione di Alatri dove abitava «il mio unico e immenso amore». Protetta dalla presenza affettuosa del papà Giulio e della mamma Simonetta, ha perso quasi la voce per il troppo dolore.  

Che cosa ricordi di quei terribili momenti?  

«Tutto e niente. Tutto, perché ho ancora davanti agli occhi quei maledetti che lo picchiavano e gli davano addosso nonostante io e gli amici di Emanuele provassimo a difenderlo. Niente, perché è durato tutto pochissimi minuti. Ma è stato un inferno vero e proprio». 

In che modo hai provato ad intervenire?  

«Quando ci hanno sbattuto fuori dal Mirò club e quelli hanno incominciato a picchiare Emanuele, io ho cercato di tirarlo via, ma quelli erano troppo forti. Me l’hanno strappato dalle mani e mi hanno scansato via. Non riesco a credere che fossero così feroci, sembravano delle bestie». 

Ma perché tanta ferocia? Perché si sono accaniti con tanta brutalità contro Emanuele?  

«Non riesco ancora a capirlo. Una follia pura. Stavamo bevendo una cosa al bar, al primo piano del circolo. A un certo punto un ragazzo, credo un albanese che era ubriaco ha iniziato a spintonare Emanuele, a darci fastidio. Vicino a lui c’era anche un italiano, c’era la musica alta, molto alta, non si capiva neppure bene quello che dicevano. A un certo punto Emanuele ha replicato “E adesso basta” e lì è incominciato il litigio». 

A quel punto i buttafuori, invece di sedare la lite, vi hanno cacciato?  

«Ci hanno buttato fuori e sulla piazza sono arrivati in tantissimi. Sembravano più di venti delle furie. È stato terribile. M’hanno scavato un buco dentro, non ce la faccio, è un peso troppo grande da sopportare». 

Tu ed Emanuele vi siete conosciuti un anno fa, quando vi siete fidanzati?  

«No, ci conoscevamo già da molto tempo prima. Abbiamo frequentato la stessa scuola, l’Istituto chimico e biologico di Alatri. Ci siamo diplomati lì e ora lavoriamo, anzi devo dire lavoravamo, nella stessa fabbrica di materiale elettrico». 

Vi dipingono tutti come una coppia molto unita, oltre che molto bella.  

«Fatico a pensarlo al passato. Vorrei tanto che fosse solo un incubo, vorrei svegliarmi di colpo e scoprire che non è successo niente di così terribile e che Emanuele fosse ancora al mio fianco. Bello e sorridente come il sole. Gentile, generoso e affettuoso con tutti. Anche con la mia famiglia. Mia madre spesso ci prestava l’auto, altre volte lo faceva Melissa, sorella di Emanuele. Venerdì sera, invece, per la prima volta siamo usciti con la macchina di suo padre. Era così contento. E invece non è più tornato a casa. Sono disperata anche per loro, che stanno soffrendo terribilmente».

Emanuele Morganti, dietro all'omicidio di Alatri l'ipotesi di una faida locale, scrive Daniele Dell'Orco il 28 marzo 2017 su “Libero Quotidiano”. Dietro alla morte di Emanuele Morganti, il ragazzo pestato a morte e martoriato nel Frusinate, potrebbe esserci una faida locale. È questo il sospetto degli inquirenti. Dietro all'ipotesi, il fatto che tra i giovani del centro storico e quelli della frazione di Emanuele c'è sempre stata una forte rivalità, che potrebbe aver spinto, venerdì notte, fino a un brutale omicidio. Nel corso della notte tra lunedì e martedì due persone sono state poste sotto fermo: i due sono stati fermati dai carabinieri che indagano sul caso. L'inchiesta, dunque, sarebbe a una svolta. Nell'articolo che segue, vi diamo conto delle fazioni che si contrappongono sul territorio dove è avvenuto l'orrore. Se l'Italia intera la si considera di norma variegata e piena di singole identità, allora la Ciociaria, intesa come microarea, rappresenta l'Olimpo di tutti i campanilismi. È nelle diverse anime locali che risiedono la ricchezza culturale della regione ma pure le parecchie divisioni: quella tra il Nord e il Sud, quella tra i singoli comuni e, nei casi più eclatanti, quella tra contrade. Spostandosi di appena tre o quattro chilometri è persino possibile ascoltare dialetti differenti. Il Comune di Alatri non fa eccezione. Cittadina di 30mila abitanti nel Nord della provincia, è formata da diverse contrade che si sviluppano intorno al centro storico. In una di queste frazioni, Tecchiena, la più popolosa in assoluto (4mila abitanti), risiedeva Emanuele Morganti. Dapprima considerato un mero dettaglio a corredo della ricostruzione dell'omicidio consumatosi venerdì notte, acquisisce via via più importanza man mano che il quadro va schiarendosi. L'ostracismo che intercorre tra quanti risiedono nel territorio comunale posto al di fuori delle mura ciclopiche, che delimitano i vicoli del centro storico, e quanti invece risiedono "in città", ha radici secolari e riguarda in qualche modo da vicino anche le persone coinvolte. Ad Alatri, un fatto ben noto alle forze dell'ordine locali da almeno due lustri, la microcriminalità albanese e quella locale compongono un legame parecchio stretto, da qui l'equivoco secondo cui a comporre il branco fossero per la maggior parte balcanici. Un mix abbastanza esplosivo che rende gli esponenti di quella che di fatto sarebbe una famiglia-gang anche "colpevole" di aver colpito un abitante di Tecchiena, frazione molto semplice e tranquilla ma allo stesso tempo agguerrita e solidale con gli altri concittadini. Il motivo per cui Emanuele si trovasse "fuori-zona" a trascorrere la serata al Mirò Music Club risiede nel fatto che i punti di ritrovo cittadini sono quasi tutti situati nel centro storico. Questo in particolare, è un circolo Arci che si trova nella seconda piazza più importante del Comune, Piazza Regina Margherita. Il locale è l'unico che resta aperto fino a tarda notte nel week-end, ed è quindi meta obbligata di quanti dopo l'una vogliono proseguire la serata. Prima dell'apertura dell'attuale circolo si sono susseguite nello stesso stabile altre attività simili, ma che non hanno riscosso molta fortuna anche a causa della clientela non sempre raccomandabile. Sarà dovuto anche alla conformazione geografica della piazza stessa, forse, da sempre ritrovo di bulli per via della sua posizione isolata e della scarsa illuminazione. Di fronte al portone d' ingresso del club, infatti, ci sono gli uffici del Giudice di Pace cittadino e una piccola sala mostre ma, soprattutto, l'ex ospedale di Alatri, diroccato da trent' anni e impossibile da riqualificare a causa dell'amianto. Nell' oscurità, spesso, è più facile girarsi dall' altra parte, ma i cittadini di Alatri sono tutt'altro che omertosi. Ieri mattina sono persino circolati sui social nomi e cognomi dei protagonisti del branco, frutto delle diverse testimonianze rilasciate alle forze dell'ordine da chi, fuori dal portone di quel club, c' è sempre. Grazie a quelle voci è stato possibile ricostruire in tempi brevi gran parte dell'accaduto. Perché nessuno, a parte un amico di Emanuele, sia intervenuto lo si può attribuire solo al terrore. Ma l'istinto alla fuga o alla lotta è inscritto nel codice genetico, e non c' entra con l'omertà. Daniele Dell'Orco

Campanilismi e razzismi. Illegalità senza fine. Salvini allarme rosso: le parole di Matteo che hanno fatto arrabbiare i leghisti, scrive il 27 marzo 2017 "Libero Quotidiano". E' un Matteo Salvini inedito, quasi aperto all'immigrato, all'accoglienza, quello che viene fuori da Il Giornale all'indomani della sua visita nel profondo Sud, isola di Lampedusa, dove ha abbracciato la sindaca Giusi Nicolini. "Permettiamo a chi ha diritto di partire da zone di guerra di farlo in modo sacrosanto e tranquillo. E agli altri garantiamo un futuro tranquillo nei loro Paesi - dice - Mai stato contrario a quest' idea", dice Salvini. Veramente noi ci ricordiamo il contrario ma tant'è. Quelli che non perdonano sono i leghisti duri e puri, quelli dell'orgoglio nordico e italico. Non gradiscono la visita del leader della Lega al Sud con tanto di foto coi cannoli siciliani. Salvini se ne deve essere accorto e poco dopo è corso su Facebook a pubblicare una foto di piatti rigorosamente settentrionali. Con uno scatto ha mostrato la foto del piatto per i suoi bimbi, fontina valdostana, grana padano, prosciutto cotto emiliano e, se proprio vogliono, carote siciliane. Però le critiche l'hanno travolto lo stesso. "Prossima tappa Africa alla conquista di consensi", "per prendere qualche voto al Sud il felpino ne ha persi molti al Nord avendo crisi di rigetto sulla Padania", ma se nel 2013 dicevi "Il governo aiuterà i giovani del Mezzogiorno. Bene, ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno. Che vadano affanculo". Insomma la svolta sudista, per ora è un boomerang. 

Poi c’è l’apologia delle manifestazioni non autorizzate. Russia, Salvini: bene polizia, manifestazione non autorizzata "Arresto Navalny ennesima montatura mediatica", scrive il 27 marzo 2017 "L'askanews". L’arresto di Alexei Navalny “è l’ennesima montatura mediatica”, “mi sembra esagerato creare novelli eroi”. Lo afferma il segretario della Lega, Matteo Salvini, in un’intervista alla Stampa a proposito delle proteste anti-Putin in Russia. “Ho fatto una ricerca, e mi sono informato sul personaggio in questione. Un blogger anti-Putin, venduto come leader dell’opposizione. Secondo le stime – spiega – avrebbe solo il 3%. Insomma, è uno dei tanti che si oppone a Putin. È come se in Italia Nicola Fratoianni fosse considerato l’anti Renzi”. “Io sono per la libertà di pensiero e sono sempre per le manifestazioni autorizzate – sottolinea Salvini -. Ma non mi sembra che questa sia stata autorizzata”.

Quando Obama arrestava manifestanti, scrive il 27 marzo 2017 Roberto Vivaldelli su "Gli occhi della guerra” Ha suscitato grande scalpore e un vero e proprio caso mediatico e diplomatico l’arresto dell’oppositore russo Aleksej Navalny durante una manifestazione non autorizzata svoltasi ieri a Mosca. Nella Capitale era in corso una manifestazione indetta dal blogger e da altri 500 sostenitori contro la corruzione che dilaga nel Paese. Proteste analoghe si sono svolte in molte altre città russe. Nel mirino delle proteste, in particolare, il primo ministro Dmitri Medvedev. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Tass, “più di 500 persone” sono state fermate durante la manifestazione non autorizzata organizzata da Aleksej Navalny. “Molte persone si trovano sugli autobus che si stanno dirigendo verso le stazioni di polizia”, ha riferito ieri l’agenzia secondo cui la maggior parte “verrà liberata” dopo la contestazione “di violazione amministrativa”.

Usa e Ue contro la Russia. Sdegno da parte degli Usa e della comunità internazionale: gli Usa, secondo quanto riporta l’Ansa, “condannano fermamente gli arresti di centinaia di manifestanti pacifici in Russia”, tra cui il blogger anti Putin Aleksej Navalny, e “chiedono al governo russo di rimetterli subito in libertà”. Lo afferma in una nota Mark Toner, portavoce del dipartimento di stato Usa, sostenendo che “fermare dei manifestanti pacifici, degli osservatori dei diritti dell’uomo e dei giornalisti è un affronto ai valori democratici fondamentali”.

Due pesi e due misure. La vicenda è abbastanza curiosa, se pensiamo che in tutto il mondo occidentale e nelle moderne democrazie liberali, qualsiasi manifestazione non autorizzata viene bloccata di norma dalle forze dell’ordine. L’11 aprile 2016, negli Usa, 400 manifestanti pacifici che protestavano contro la corruzione vennero arrestati davanti alla Casa Bianca con la medesima accusa: “manifestazione illegale”. La protesta era organizzata da Democracy Spring, un’importante associazione che si batte contro i costi della politica e che chiedeva “al Congresso di agire subito per far cessare la corruzione del denaro nella nostra politica e per garantire elezioni libere e imparziali”. Il presidente era Barack Obama ma nessun esponente della comunità internazionale o delle ong per i diritti umani osò dire nulla. Nessuna reazione né condanna rilevante. A Mosca, invece, un fatto analogo diventa un caso diplomatico internazionale e mediatico al fine di screditare il presidente russo Vladimir Putin e il suo governo. Nel caso della manifestazione indetta ieri da Navalnj, pare che il comune di Mosca abbia concesso inizialmente l’autorizzazione, da svolgersi in altre aree della città dove avvengono spesso eventi pubblici. Il blogger ha radunato i suoi sostenitori in pieno centro, al fine di provocare le autorità e arrivare all’inevitabile arresto.

La legislazione in Italia in materia di manifestazioni non autorizzate. Interessante capire cosa dice la legge italiana in merito a manifestazioni non autorizzate. Secondo l’Art 18 R.D. 773/31 TULPS, “i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore. È considerata pubblica anche una riunione, che, sebbene indetta in forma privata, tuttavia per il luogo in cui sarà tenuta, o per il numero delle persone che dovranno intervenirvi, o per lo scopo o l’oggetto di essa, ha carattere di riunione non privata. I contravventori sono puniti con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da € 103,00 a 413,00. Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle riunioni predette prendono la parola. Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione. I contravventori al divieto o alle prescrizioni dell’autorità sono puniti con l’arresto fino a un anno e con l’ammenda da € 206,00 a € 413,00”.

Navalny, condannato per appropriazione indebita. Non va dimenticato che Aleksej Navalny è un condannato per appropriazione indebita, come stabilito dal tribunale Kirov nel febbraio scorso. Secondo la sentenza del primo processo con cui era stato condannato a cinque anni di carcere, Navalny avrebbe truffato l’azienda statale Kirovles, che si occupa di produzione di legname. Un fatto che getta molte ombre e dubbi sull’uomo simbolo della lotta alla corruzione in Russia.

“Manifestazioni non autorizzate, non problema sociale ma reati”, scrive il 17 aprile 2012 "Ravenna24ore". Ancisi (LpRa) risponde al Movimento studentesco. “Un non meglio conosciuto a Ravenna Movimento Autonomo Studentesco, lanciando l’“appello a tutti i ravennati: non perdiamo la testa”, rivolto, indistintamente da tutto e da tutti, a non “considerare l’arrivo dei giovani tunisini in emergenza umanitaria come un problema di ordine pubblico”, ha chiesto, tra l’altro, ai lettori di Ravenna 24 Ore “con quali grandi doti da statista Ancisi (LpRA) si ostini a invocare una repressione eccellente contro i cortei degli ultimi giorni”. In attesa di conoscere il nome, e non solo il nick name dell’intrepido autore di tale pronunciamento posso comunque anticipare che dalla scuola, oltre all’educazione con cui ci si rivolge alle persone che non si conosce, non ha appreso neppure la lettura. Se così non fosse, avrebbe letto come la “repressione” che ho chiesto sia di “ogni manifestazione di ribellione (come sono i cortei non autorizzati e regolati), identificandone gli organizzatori e i partecipanti e perseguendone ogni stato di illegalità”. I “cortei degli ultimi giorni”, che l’Intrepido derubrica a “problema sociale”, sono invece da me raccontati come segue: “la prima manifestazione non autorizzata, che può aver colto di sorpresa le forze dell’ordine domenica scorsa, e quella del giorno successivo, altrettanto non autorizzata, hanno potuto svolgersi per intero, nonostante che, oltre al reato di assembramento in luoghi pubblici non autorizzato, di cui all’art. 18 del testo unico di pubblica sicurezza, altri reati, con l’occasione, siano stati vistosamente commessi, tutti perseguibili d’ufficio: tra questi, quanto meno, il vilipendio delle forze armate (art. 290 del codice penale), il vilipendio della nazione italiana (art. 291) e l’ espressione di grida sediziose o lesive del prestigio dell'autorità durante un assembramento in luoghi pubblici (art. 20 del testo unico di pubblica sicurezza): sempre che l’odio razziale non valga anche se rivolto agli italiani (allora si incorrerebbe nei crimini d’odio perseguiti dalla legge  n. 205 del 1993)”.  

E poi: Cosa succede davvero durante i concorsi pubblici? Certo è la scoperta dell'acqua calda ma consigliamo di leggere quanto la nostra redazione ha trovato in rete. Un vero campionario di scorrettezze per truccare i concorsi pubblici. Non è certo una notizia che il sospetto sui concorsi truccati sia, in realtà, qualcosa di più di un sospetto. Pochi giorni fa abbiamo riportato il link di un post apparso sul blog di Beppe Grillo. Oggi, durante le nostre ricerche redazionali, abbiamo trovato un articolo pubblicato sulla testata online Oggi.it che tenta di spiegare cosa succede davvero durante i concorsi pubblici, o almeno durante molti di essi.

Come si “trucca un concorso”. Molte sono le fasi durante le quali non è poi così difficile che succeda qualcosa di poco chiaro. Addirittura durante la fase in cui viene indetto un concorso: succede spesso che esso venga appunto indetto quando si sa che chi vi partecipa (chi vi deve partecipare) è in grado di soddisfare tutti i requisiti richiesti. Insomma concorsi fatti ad personam, spesso fatti proprio per un solo candidato, come succede, talvolta, per concorsi presso alcuni atenei. Cose non proprio trasparenti avvengono anche all’interno delle commissioni d’esame in cui capita che a presiederle vi sia qualcuno non compatibile con il ruolo; o come commissioni in cui non vi sono le persone necessarie al fine di giudicare la parte tecnica di una specifica prova di concorso.

Concorsi inutili. L’articolo pubblicato su Oggi.it riporta addirittura il caso di un concorso che, più che inutile, era davvero una presa in giro. Si tratta di un concorso per 1940 posti all’INPS, fatto per “sistemare” alcuni lavoratori socialmente utili che già lavoravano presso la stessa INPS.

Prove d’esame segrete? Anche questo è un argomento delicato. È successo che alcune di queste prove siano state divulgate su internet anche giorni prima dell’esame (come avvenuto in occasione di alcuni esami per dirigenti scolastici. Ancora più paradossale il caso di concorsi che si svolgono in sedi diverse e in cui, per inspiegabili motivi, si hanno orari diversi di inizio concorso (misteriosi ritardi) che consentono la divulgazione delle prove stesse tramite tablet e cellulari.

E la segretezza degli elaborati? Sembra un’illusione anche questa. In teoria il materiale d’esame deve essere consegnato in una busta grande che, sigillata, deve contenere una busta più piccola con il nome del candidato. Tutto dovrebbe essere anonimo e irriconoscibile. Inutile dire che pare non sia così.

Consigliamo la lettura completa dell’articolo di Antonio Giangrande, consultabile in rete con il titolo “Ecco come si truccano i concorsi pubblici”.

L’illegalità di massa che deve far riflettere. Parlare di una nuova era di Tangentopoli rischia di portare fuori strada. In realtà la vera questione è l’enorme diffusione di comportamenti fuorilegge, scrive Giovanni Belardelli il 27 marzo 2017 su “Il Corriere della Sera”. Viviamo davvero in una perenne Tangentopoli, come i continui scandali, episodi di corruzione, inchieste della magistratura sembrerebbero indicare? Benché continuamente evocata (se si digita su Google «nuova Tangentopoli» si ottengono oltre 250 mila risultati) questa rappresentazione è ingannevole. Non tanto e non solo perché a volte dietro il molto fumo di un’indagine, alimentato dai media, si finisce con il trovare una limitata porzione di arrosto (potrebbe essere questo il caso dello scandalo Consip, almeno in relazione al ministro Lotti e a Tiziano Renzi); quanto perché l’idea di una Tangentopoli continua, che coinvolge il mondo della politica e degli affari, distoglie il nostro sguardo da un’altra questione: la diffusione ormai raggiunta nella società italiana da comportamenti illegali di massa. Pensiamo ad esempio a quanti beneficiano della legge 104, che tutela le gravi disabilità: mentre nel settore privato vi fa ricorso il 3,3 per cento dei dipendenti, la percentuale sale al 13,5 per cento nel settore pubblico, e in particolare nelle istituzioni scolastiche (proprio quelle a cui sempre ci si appella perché diffondano tra i giovani il senso della legalità). Il dato è così anomalo da suggerire la massiccia presenza di irregolarità. Del tutto chiara l’illegalità nei casi di assenteismo fraudolento da parte di quanti — medici nel Napoletano o impiegati in questo o quel comune — falsificano la presenza al lavoro. In questi casi colpisce il senso di impunità, cui forse va aggiunta la percezione che si tratti di piccole furbizie, di qualcosa di non veramente grave. Non si spiegherebbe altrimenti come comportamenti del genere continuino nonostante i tanti casi scoperti negli ultimi anni. Ma l’elenco di questi comportamenti di illegalità diffusa potrebbe essere molto lungo. Si va dalle false dichiarazioni Isee nelle iscrizioni all’università (un’indagine del 2013, riferita ai tre atenei statali della Capitale, rivelava che solo il 63 per cento erano regolari) alle ingiustificate esenzioni del ticket che riguarderebbero, secondo dati di un anno fa, un italiano su dieci. Poi ci sono naturalmente i dati sull’evasione fiscale, sull’abusivismo edilizio, sulle false pensioni di invalidità e così via. E le tante affittopoli italiane, cioè i casi in cui gli immobili pubblici sono stati assegnati a un affitto di favore o semplicemente ridicolo, quando non occupati e basta. O ancora, l’abnorme numero di incidenti stradali in certe zone del Paese; un numero che a Napoli, ad esempio, è 11 volte maggiore rispetto a Roma. In effetti, è forte la tentazione di collocare soprattutto nel Mezzogiorno la presenza di comportamenti di illegalità diffusa; sono davvero impressionanti, al riguardo, certi dati sulla Sicilia riportati di recente da Paolo Mieli (Corriere, 20 marzo). Si potrebbe spiegarlo con la presenza della malavita organizzata e di situazioni di particolare degrado sociale, ma anche con l’uso particolarmente dissennato delle risorse pubbliche a fini di consenso (elettorale). Certo è che la Capitale non pare voler restare troppo indietro quanto alla diffusione di comportamenti al limite, od oltre il limite, della legalità: migliaia di appartamenti occupati abusivamente o per i quali si pagano affitti di dieci o venti euro in pieno centro storico; indagini continue che hanno interessato il corpo dei vigili urbani, raramente o mai sanzionati; le municipalizzate Atac e Ama utilizzate per l’assunzione di parenti e amici; senza dimenticare i parcheggiatori abusivi ovunque e le auto in sosta nelle zone riservate ai pedoni. Interrogarsi su tutto ciò vorrebbe dire chiedersi perché l’arrivo del benessere, a partire dagli anni del «miracolo economico», abbia reso l’Italia più ricca ma non abbia portato a un maggior senso di legalità e a una maggiore coscienza civica. Molto più facile ricorrere al grande alibi di una Tangentopoli continua, a quella denuncia di una politica sempre corrotta che alimenta il successo dei Cinque Stelle. Una rappresentazione consolatoria che però poco corrisponde alla realtà di un Paese i cui abitanti, certo non tutti ma una cospicua minoranza sì, avrebbero bisogno di interrogarsi seriamente anche sui propri comportamenti.

ITALIA, PAESE DELL'ILLEGALITA' DI MASSA: IL 25% HA COMPRATO PRODOTTI ILLEGALI O CONTRAFFATTI NEL 2013 (MA ANCHE PRIMA), scrive lunedì 4 novembre 2013 “Il Nord”. ''Un consumatore su quattro (il 25,6%) ha acquistato almeno una volta nel 2013 un prodotto o un servizio illegale. Il fenomeno, in aumento negli ultimi anni, è più diffuso tra le donne e i giovani; il Mezzogiorno l'area più colpita. In crescita rispetto al passato l'acquisto di prodotti e l'utilizzo di servizi illegali (soprattutto i prodotti di pelletteria, seguiti da quelli dell'abbigliamento, parafarmaceutici, alimentari, dell'elettronica ed elettrodomestici), nonchè i fenomeni illegali nuovi, come l'acquisto, il più delle volte in rete, di biglietti per spettacoli di vario genere (cinema, concerti) o titoli di viaggio pirata; tra i prodotti illegali acquistati nel 2013 spiccano quelli dell'abbigliamento (41,2%), dell'alimentare (28,1%), della pelletteria (26,9%) e gli occhiali (27,6%)''.Questi, in sintesi, i principali risultati che emergono dall'indagine realizzata da Confcommercio-Imprese per l'Italia, in collaborazione con Format Ricerche, sul sentimento dei consumatori nei confronti dell'illegalità, della contraffazione e dell'abusivismo. ''Per oltre il 50% dei consumatori la ragione principale degli acquisti illegali è di natura economica. Acquistare prodotti o servizi illegali rischia di diventare la normalità: il 55,3% dei consumatori ritiene questi acquisti piuttosto normali e, inoltre, utili per chi ha difficoltà economiche. Solo il 36,2% dei consumatori è convinto che l'acquisto illegale sia effettuato inconsapevolmente'', sottolinea Confcommercio. ''Circa l'80% dei consumatori ritiene che l'acquisto di prodotti illegali/contraffatti o l'utilizzazione di servizi svolti da abusivi possa comportare rischi per la salute e la sicurezza, rivelandosi di scarsa qualità. Il 79% è consapevole del fatto che l'illegalità altera le regole del mercato e penalizza le imprese regolari'', prosegue la nota. 

''Il 35,6% dei consumatori italiani ha avuto occasione, almeno una volta nella vita, di acquistare prodotti illegali/contraffatti o servizi erogati da parte di soggetti non autorizzati. Con questi termini si intende l'acquisto di prodotti con false griffe, contraffatti, con un marchio non originale, imitazioni degli originali, lo scarico da Internet di musica, film, videogiochi, in qualche modo pirata (download gratis), o il noleggio/acquisto irregolare di film o videogiochi, l'utilizzo di servizi - anche di natura professionale - prestati da soggetti senza i regolari permessi (es. guida turistica abusiva, etc.)'', continua Confcommercio. ''Il fenomeno è leggermente più diffuso tra le donne e i giovani (specialmente con un titolo di studio medio-basso). A livello territoriale il Mezzogiorno è l'area più colpita. Tra i consumatori che almeno una volta nella vita hanno acquisto prodotti o servizi illegali, il 71,9% lo ha fatto anche nel 2013. Ciò significa che un consumatore su quattro (il 25,6%) dichiara di aver acquistato nell'anno in corso almeno una volta un prodotto o un servizio illegale'', continua la ricerca. ''Tra i prodotti acquistati in qualche modo 'fuori dalle regole' spiccano quelli dell'abbigliamento (41,2%), gli alimentari, bevande incluse (28,7%), gli occhiali (26,7%), la pelletteria (26,9%), le scarpe e calzature (21%), i profumi e i cosmetici (18,1%), i farmaci (15,6%) e i prodotti parafarmaceutici (14,9%), spesso acquistati su siti Internet non italiani'', continua Confcommercio.

''Rispetto al 2010 sono aumentati l'acquisto di prodotti e l'utilizzo di servizi illegali, così come i fenomeni illegali nuovi, come l'acquisto, il più delle volte in rete, di biglietti per assistere a manifestazioni di vario genere (cinema, concerti) o di titoli di viaggio pirata. Al primo posto di questa ''speciale'' classifica i prodotti di pelletteria, seguiti da quelli dell'abbigliamento, parafarmaceutici, alimentari, dell'elettronica ed elettrodomestici'', continua Confcommercio. ''Il 10,3% dei consumatori si è imbattuto, almeno una volta nella vita, nell'acquisto di un prodotto o di un servizio che successivamente ha scoperto essere illegale o erogato da parte di soggetti non autorizzati, mostrando in maggioranza un atteggiamento tollerante. In particolare: il 38,8% non ha ritenuto grave l'accaduto pensando che 'sono cose che succedono', il 43,7%, pur ritenendo grave l'accaduto, ha preferito non fare nulla, il 9,7% ha protestato e solo il 7,8% ha denunciato l'accaduto''. ''Per oltre il 50% dei consumatori la ragione principale dell'acquisto di prodotti o servizi illegali è sostanzialmente di natura economica (..è un affare, ..il costo è inferiore, ..si risparmia).In particolare, si acquista un prodotto contraffatto o si ricorre a servizi esercitati in modo palesemente abusivo, o si scaricano illegalmente dal web prodotti pirata perchè si pensa di fare un buon affare, risparmiando (62,7%); perchè non si hanno soldi per comprare prodotti legali o perchè un servizio abusivo costa meno (52,1%); perchè i prodotti illegali costano comunque meno rispetto a quelli non illegali (47,3%); perchè anche se pericoloso è più economico e si risparmia (35,4%); perchè è giusto sostenere forme di commercio alternative e battersi contro i prezzi elevati (17%); non c'è una ragione particolare, è un acquisto come un altro (16,7%); perchè acquistando da un ambulante abusivo si pensa di fare una buona azione (15,9%); per mancanza di sufficiente informazione sui pericoli che si corrono acquistando beni e servizi illegali (13,5%); perchè è divertente acquistare questo genere di prodotti, soprattutto quando si è in vacanza (6,9%); perchè sulla "rete" ci sono prodotti di difficile reperimento che si vuole acquistare anche se illegali (0,9%)'', continua Confcommercio.

''La maggior parte dei consumatori associa all'acquisto 'illegale' un qualche genere di rischio (circa l'80%). In particolare, il timore principale è legato ad eventuali conseguenze per la salute (per il 52,6% dei consumatori), seguito da quello per la sicurezza in senso generale (46,5%) e dalla scarsa fiducia nella qualità del prodotto/servizio offerto (41,1%). Meno preoccupante appare il rischio, pure reale, di essere multati (23,8%). Il 79% dei consumatori condivide l'idea che l'acquisto illegale alteri le regole del mercato e danneggi le imprese regolari'', continua la ricerca. ''Per tre consumatori su cinque le sanzioni verso chi produce, chi immette in commercio prodotti illegali o contraffatti e chi pratica abusivamente un'attività (60,6%) e verso coloro che li acquistano (64,1%) sono insufficienti, ovvero non costituiscono un deterrente efficace contro tali comportamenti. Il 75,2% dei consumatori ritiene necessaria una campagna di comunicazione, informazione e sensibilizzazione dei cittadini sull'illegalità, la contraffazione e l'abusivismo'', conclude Confcommercio. (Adnkronos)

Quando corruzione e illegalità sono di massa, scrive Lavoce.info il 20 novembre 2012, riportata su "Il Fatto Quotidiano". Una truffa all’Inps in Calabria è un valido esempio di come le leggi sulla corruzione possono diventare efficaci solo in contesti etici senza zone grigie. E nei quali si hanno controlli rapidi sull’erogazione di denaro pubblico. Di Mario Centorrino e Pietro David (lavoce.info).

La saggistica e le cronache sul tema della corruzione analizzano e raccontano generalmente casi con pochi attori. E si interessano più della notorietà di questi ultimi, per i ruoli istituzionali ricoperti o per la rete di influenza in cui risultano inseriti, che alle ricadute complessive di reati commessi in termini economici e di diseducazione alla legalità, al contrario di quanto avviene sul tema della criminalità organizzata: le stime del fatturato da corruzione, infatti, sono puramente convenzionali (il 3 per cento del Pil), quelle del fatturato mafioso più articolate e differenziate. Vale dunque la pena accennare a modelli di quella che potremmo definire macro-corruzione: reati cioè di corruzione dai quali si propagano effetti di arricchimento non limitati ai soggetti che li commettono, ma che si trasformano in produttori di convenienza per un universo di altri soggetti. Una illegalità con carattere di sistema che rende difficile prevenzione, intervento e sanzione. E una illegalità (distorsione nel mercato del lavoro, ad esempio) che deborda in altre aree: in primis, quella di una corretta applicazione delle regole di democrazia (distorsioni sul mercato politico, ad esempio).

Un caso esemplare. Esaminiamo, allora, un recente episodio di macro-corruzione: la scoperta di 4.100 falsi braccianti in una cittadina calabrese (Rossano), un episodio che coinvolge politici, dipendenti dell’Inps, sindacalisti e commercianti. A Rossano e in altri paesi limitrofi, vengono costituite cooperative agricole ad hoc, con centinaia di lavoratori che, in realtà, svolgevano la loro attività solo sulla “carta”, presso terreni di committenti ignari o addirittura inesistenti. I lavoratori fittizi, al fine di godere dei diritti derivanti dallo status di stagionali, dipendenti cioè a tempo determinato, erano disposti ad anticipare all’organizzazione somme di denaro necessarie per il versamento dei contributi previdenziali. Le somme, versate per il tramite delle cooperative agricole, costituivano il presupposto necessario per far ottenere agli stagionali fittiziamente assunti il riconoscimento delle indennità di disoccupazione agricola, di malattia, di maternità e degli assegni familiari. Di contro, l’organizzazione criminale lucrava sulle indennità maturate dai falsi braccianti trattenendo per sé una quota delle somme erogate dall’Inps. Quattro domande: quale è lo specifico atto di corruzione che è alla base della truffa? Quale è il valore economico di quest’ultima? Come vengono provocati effetti distorsivi sul mercato del lavoro e nel “mercato politico”? Il fatto di Rossano si regge sulla corruzione di funzionari dell’Inps locale (Istituto che peraltro con altri funzionari ha fornito dati e informazioni indispensabili per la scoperta dell’imbroglio) che accettavano le false certificazioni presentate da un patronato, da commercialisti e consulenti del lavoro. Senza questa corruzione non ci sarebbero state le condizioni opportune tali da far percepire a 4.100 falsi braccianti (in realtà praticanti presso studi legali, dipendenti del patronato, casalinghe, studenti), inquadrati in ventotto cooperative agricole senza terre, 11 milioni di euro nel periodo 2006-2009. Se qualcuno fosse andato a controllare chi in realtà svolgeva all’epoca lavori agricoli nel territorio sotto osservazione avrebbe trovato immigrati in condizioni di disagio sottopagati e senza permesso di soggiorno. Tra l’altro, i “falsi” braccianti dovevano garantire, con un sistema di condizionamento del consenso, sostegno e preferenze elettorali.

La “legittimazione” della corruzione. Quando la truffa è stata scoperta e i flussi di pagamento irregolari bloccati, si sono avute violente manifestazioni di protesta con blocchi stradali. Sembrerebbe dunque che leggi sulla corruzione acquistano efficacia in contesti etici senza zone grigie e nei quali si attivano controlli rapidi sull’erogazione di denaro pubblico. Ancor più quando il reato di corruzione è tale da poter innescare sistemi di illegalità di massa. Se andiamo a rileggere la letteratura sulle interpretazioni teoriche del fenomeno alla luce del “modello Rossano”, la più convincente sembra quella della razionalità strategica di Andivig e Moene. Quanto più grande è la frazione di corrotti tanto minore è la probabilità di essere scoperti da un collega disposto a sporgere denunzia o dalle vittime stesse (che nel caso raccontato rimangono indistinte). In sostanza, quanto più la corruzione è praticata, tanto minore l’imbarazzo per chi decide di intraprendere questa attività. Tanto più bassa la percezione di un rischio, dato il clima di connivenza, tanto più favorevoli le occasioni di socializzazione dell’illecito. Gli stessi costi morali possono indebolirsi in presenza di corruzione capillare. Esiste, spiegano i psicologi, un processo di auto giustificazione del tipo: “tutti lo fanno, perché non dovrei farlo anch’io”. Un avviso, dunque, ai naviganti.

Una definizione ufficiale di “corruzione” possiamo trarla dalla Convenzione di diritto civile sulla corruzione del Consiglio d’Europa (Strasburgo 4.11.1999; European Treaty Services, n.174). Si parla di corruzione di fronte al “sollecitare, offrire, dare o accettare, direttamente o indirettamente, una somma di denaro o altro vantaggio indebito o la promessa di tale vantaggio indebito, che distorce il corretto adempimento di una funzione/compito o comportamento richiesto dal beneficiario dell’illecito pagamento, del vantaggio non dovuto o della promessa di tale vantaggio. In senso più ristretto si parla di corruzione di fronte a reati la cui connessione implica un danno anzitutto rivolto all’integrità del patrimonio della Pa, dei suoi beni e dei suoi mezzi aventi valore economico, a prescindere dalla circostanza che la commissione di questi reati determini costi sociali che si propagano ben al di là della sola dimensione economica. Si parla di corruzione anche in riferimento a una serie di altri reati (concussione, abuso d’ufficio, peculato, falso in atto pubblico, truffa ai danni dello Stato o alla Comunità europea, turbata libertà degli appalti). Per un approfondimento può essere utile la lettura del rapporto della Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione della Pa, presentato il 22 ottobre 2012.

Le truffe all’Inps sono una delle voci più consistenti degli sprechi di denaro pubblico. Secondo un recente rapporto della Guardia di finanza, ad esempio, tra gennaio e settembre di quest’anno sono state controllate 9.643 famiglie e sono stati scoperti ben 2.324 illeciti – uno su quattro cioè – con un esborso non dovuto che supera i 65 milioni di euro. Sono gli ormai famosi “falsi poveri”, liberi professionisti e imprenditori che riescono a nascondere i propri guadagni e così finiscono ai primi posti delle graduatorie comunali quando si tratta di ottenere agevolazioni per le mense scolastiche, per l’acquisto di libri, per l’iscrizione dei più piccoli negli asili nido, ma anche sgravi su medicine e assistenza domiciliare. Quanto incide la corruzione sulla mancanza di controlli necessari a “scoraggiare” questa illegalità di massa?

Ma l’illegalità è uno sport di massa nel Belpaese, scrive Giuseppe De Tomaso il 18 Febbraio 2010 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Non è necessario aspettare i rapporti annuali della Corte dei Conti per apprendere che in Italia l’illegalità è il vero sport di massa. Né è necessario attendere gli esiti di alcune inchieste giudiziarie, che offrono lo spaccato di un Paese profondamente corrotto, a monte e a valle (come si dice). Né è necessario attendere l’elenco degli eletti di molte consultazioni popolari, che spesso premiano la spregiudicatezza e puniscono l’integrità morale dei candidati. La prova del nove più eclatante sulla tendenza di larghi strati della popolazione a dribblare la legge e la legalità con la stessa disinvoltura di un Ronaldinho quando ridicolizza l’avversario con un tunnel, la fornisce, ogni anno, l’Italia del Fisco, le cui dichiarazioni, in buona parte, sono più insincere di una bugia di Pinocchio. Dispiace dirlo. In Italia la società civile spesso corrisponde alla società incivile. Non si spiegherebbe altrimenti il perdonismo che anima molti cittadini comuni di fronte alle infrazioni di legge e agli abusi commessi dalla Razza Potentona. Più che un sentimento di riprovazione e condanna, sovente scatta una reazione di invidia e comprensione. Si ragiona così: se lo fanno tutti, il reato è meno grave. Il Fisco, dicevamo, è la cartina di tornasole della moralità generale. Inutile ripetere che le tasse italiane, per chi le paga, sono le più alte del pianeta. Ma ben undici milioni di persone, nello Stivale, non sono toccate dall’Irpef (il 27% degli italiani). E poi. Il 91% dei contribuenti non supera i 35mila euro di reddito lordo annuo mentre solo l’1% supera i 100mila euro lordi (contribuendo però quest’ultimi ad assicurare quasi la metà del gettito complessivo dello Stato). Se le denunce dei redditi dicessero il vero l’Italia, si troverebbe in una condizione pre-insurrezionale: povertà diffusa, assalti ai forni, espropri proletari, rivolte di piazza. Invece, la rivoluzione, nella Penisola, resta possibile solo d’intesa con i carabinieri, secondo la battuta del grande Ennio Flaiano (1910-1972). Semmai l’Italia è terra di scioperi, non di rivoluzioni. Ecco. Se davvero la realtà del Belpaese fosse quella rappresentata dalle cifre del Fisco, i ristoranti resterebbero vuoti anche la notte di San Silvestro, gli alberghi romagnoli sarebbero meno affollati della Siberia polare e le Ferrari si ammirerebbero soltanto in televisione. Per fortuna non è così. Per fortuna il tenore di vita degli italiani è decisamente più alto di quanto lascerebbero pensare stipendi, guadagni e profitti dichiarati. Ma la profonda spaccatura fra i dati ufficiali e i dati reali dimostra una verità incontestabile: gli italiani (non tutti, meno male) sono più infedeli allo Stato e alla Legge che ai loro rispettivi coniugi. Anzi. Metabolizzano, addirittura, prima il senso del reato che il senso del peccato. Aggirare le norme, anche quelle più semplici e elementari che meno si prestano alla confusione e alla tentazione di irriderle, appare il loro vero allenamento quotidiano. Sembra una gara tra chi si comporta peggio. Se la «massa» fa di tutto per beffare il Fisco, chi governa fa il massimo per allontanare il Fisco dai cittadini. Ogni anno le statistiche sulle entrate delle famiglie testimoniano come i veri ricchi non siano certo quei «fortunati» (o sfessati) che oltrepassano la soglia dei 100mila euro lordi di reddito (il netto equivale a poco più della metà), visto che i veri paperoni riescono a nascondersi nelle fasce reddituali inferiori o addirittura a rientrare nell’area ignorata dal Fisco. Ma, puntualmente, ogni mese c’è chi invoca una nuova torchiatura contro quell’1% di popolazione che già garantisce il 50% del gettito nazionale, quasi che la risoluzione di tutti i problemi di bilancio dipendesse dalla repressione, dalla punizione esemplare di questa classe di «privilegiati», di questa inammissibile reincarnazione dei «nemici del popolo». In pochi, nei Palazzi (non soltanto della politica), sorge il dubbio che quell’1% va semmai affiancato all’idea di onestà, magari obbligata perché impossibilitati, i signori dell’1%, a evadere; ma di sicuro un’onestà accertata e ratificata. Invece. Invece l’Italia è più matta di Carnevale. Incoraggia i frodatori e scoraggia i galantuomini. E’ una miscela esplosiva: da un lato lo statalismo compulsivo (teso ad accaparrare ogni anno nuove fette di Pil) che - a leggere l’analisi della Corte dei Conti - sta alla corruzione come Ilona Staller sta alla pornografia; da un lato lo stimolo diretto e indiretto a eludere la legge, in particolare la legge del Fisco, a causa di politiche impositive vessatorie proprio contro chi dà il buon esempio. Logico che, di questo passo, il tasso di immoralità pubblica e privata, tra Merano e Lampedusa, raggiungerà livelli birmani o congolesi. Con buona pace di tutti gli appelli all’etica, al buongoverno e alle grandi riforme che, chissà come e perché, dovrebbero trasformare Barabba in Gesù Cristo.

L'ingiustizia di Stato è servita: le vittime pagano i ladri. Chi ferisce o uccide per legittima difesa deve risarcire i delinquenti. Ecco le storie, dal benzinaio al carabiniere, scrive Giuseppe Marino, Martedì 28/03/2017, su "Il Giornale".  Il carabiniere, le guardie giurate, il benzinaio, il tabaccaio. Tutti condannati a risarcire i delinquenti che avevano cercato di derubarli o addirittura di ucciderli. È l'albo nero dell'ingiustizia che premia chi vive di violenza. Un'ingiustizia con i bolli di Stato, perché imposta da altrettante sentenze di tribunali in tutta Italia. Il Giornale ha raccontato ieri la storia di Enrico Balducci, proprietario di una catena di distributori di benzina a Bari, cui un giudice ha posto sotto sequestro 170mila euro a fronte di una richiesta da un milione avanzata dai familiari del rapinatore che aveva fatto irruzione in uno dei suoi distributori. Ma non è un caso isolato. Il caso più clamoroso è quello di Ermes Mattielli, l'anziano robivecchi di Arsiero, in Veneto, che, spaventato dall'irruzione di due ladri di rame nel suo deposito, ha sparato nel buio, ferendoli. Il giudice l'ha condannato a pagare 135mila euro a favore dei due, entrambi rom con una lunga lista di precedenti. E così il furto sventato è riuscito in tribunale: Mattiello è morto due anni fa lasciando un paio di immobili destinati a finire in eredità a chi aveva cercato di derubarlo, per pagare il risarcimento. C'è poi il caso del tabaccaio del Padovano, Franco Birolo, anche lui condannato in primo grado a pagare 325mila euro ai parenti di un 23enne moldavo che aveva cercato di rapinare il suo negozio di tabacchi. Pochi giorni fa la sentenza è stata ribaltata in appello e Birolo è stato prosciolto, ma l'ultima parola non è ancora scritta. Perché sono possibili ricorsi e anche perché la legge prevede, oltre alla provvisionale stabilita in sede penale, la possibilità di un risarcimento per il «danno da perdita parentale» da stabilire con una causa civile, come nel caso di Balducci. Una legge con il buco, nel senso che la norma prevede i parametri per determinare il risarcimento pesando «l'intensità del vincolo familiare, della convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza idonea a comprovare l'intensità del legame», spiega l'avvocato Fabio Gaudino. La circostanza che la perdita sia strettamente collegata al fatto che il caro estinto se ne andasse in giro armato a fare rapine come occupazione abituale non conta: se la vittima della rapina viene condannata perché ha oltrepassato i limiti della legittima difesa la famiglia del rapinatore può chiedere il risarcimento. «Nell'attuale assetto normativo non c'è scampo a questo paradosso - spiega Gaudino al Giornale - il giudice ha il potere di agire secondo equità ma non contro la legge». Dunque se il giudice penale può almeno distinguere le responsabilità caso per caso, e può avere lo scopo di frenare la giustizia fai-da-te, qual è lo scopo di premiare i parenti di un rapinatore riconosciuto? E spesso a reclamare ricchi risarcimenti sono proprio i parenti di delinquenti abituali. «Se almeno fossimo condannati a risarcire lo Stato ci sarebbe una logica, ma così...», protesta Balducci, che ha fondato un'associazione di vittime di reati violenti, Nessuno tocchi Abele. A trovarsi nella condizione di dover pagare ladri e rapinatori o i loro parenti, ci sono perfino membri delle forze dell'ordine, come l'appuntato dei carabinieri Mirco Basconi, che sparò contro le ruote di un Suv rubato che cercava di investire i suoi colleghi ad Ancona. Un 24enne albanese, Korab Xheta, venne ucciso da un proiettile di rimbalzo e il militare si beccò un anno per eccesso di legittima difesa. Il suo caso è ancora aperto e il giudice ha rinviato alla causa civile il risarcimento. Che potrebbe ammontare a 2,5 milioni. Cifre minori di quelle che hanno dovuto pagare due guardie giurate, Mauro Pelella e Marco Dogvan in situazioni simili. O Antonio Monella, imprenditore che ha pagato duramente per aver sparato a un ladro. Il presidente Mattarella l'ha poi graziato. Ma è solo una toppa, l'ingiustizia resta intatta. E nessuno se ne cura.

L’ITALIA DEI CONDONI.

L'Italia dei condoni. Mansarde, villette e seminterrati. Regione che vai, sanatoria che trovi. La motivazione è sempre la stessa: "Contenere il consumo del suolo”. In realtà spesso è la formula usata dalla politica per aggirare le norme e aggiustare gli abusi edilizi, scrive Sergio Rizzo il 31 luglio 2017 su "La Repubblica". La foglia di fico è sempre la stessa, e quando la mettono si aspettano persino l'applauso: "Contenere il consumo del suolo". C'è scritto questo nella sanatoria delle mansarde, che la Regione Lazio sta prorogando da otto anni a questa parte, e c'è scritto questo pure nella sanatoria delle cantine, fresca di pubblicazione sul bollettino ufficiale della Regione Abruzzo. Avete capito bene: le cantine. Chi non sottoscriverebbe una legge regionale sul "Contenimento del consumo del suolo attraverso il recupero dei vani e locali del patrimonio edilizio esistente"? Leggendo il titolo si potrebbe immaginare un provvedimento per favorire il riuso degli immobili abbandonati, spesso così belli da lasciare senza fiato, dei quali l'Italia è piena. Prima però di aver scorso il testo, scoprendo che delimita invece quel recupero ai "vani e locali seminterrati " da destinare "a uso residenziale, direzionale, commerciale o artigianale ". Ma non religioso: sia chiaro. Perché la sanatoria delle cantine decretata dalla Regione Abruzzo esclude invece espressamente, all'articolo 3, la possibilità di cambiare la destinazione d'uso dei seminterrati "per la trasformazione in luoghi di culto". Insomma, fateci tutto, anche un bed & breakfast (non è forse attività residenziale?). Tranne che una moschea. Certo, per ottenere questo curioso condono (termine che di sicuro i proponenti rigetteranno sdegnati) bisognerà pagare gli "oneri concessori". Se però l'intervento riguarda la prima casa è previsto uno sconto del 30 per cento. Va pure da sé che i locali debbano avere determinate caratteristiche. Per farci abitare gli esseri umani sono necessari impianti di "aero-illuminazione" (testuale nella legge) e l'altezza dei locali non può essere inferiore a due metri e quaranta. Ma a trovarle, cantine così alte... Niente paura. Anche in questo caso la legge della Regione Abruzzo offre una elegante scappatoia. Eccola: "Ai fini del raggiungimento dell'altezza minima è consentito effettuare la rimozione di eventuali controsoffittature, l'abbassamento del pavimento o l'innalzamento del solaio sovrastante ". Il vostro scantinato tocca a malapena uno e novanta? Niente paura: scavate un altro mezzo metro o alzate il solaio di cinquanta centimetri. Sempre rispettando "le norme antisismiche ", però. Dopo quello che è successo in Abruzzo, è il minimo. Già... Ma colpisce che nemmeno il terremoto sia stato capace di frenare lo stillicidio delle sanatorie. Anzi. Qualche mese fa c'è stato chi ha rivelato che i contributi pubblici per il sisma non avrebbero discriminato le case abusive. Suscitando la reazione risentita delle strutture commissariali, anche se nessuna smentita ha potuto cambiare la realtà dei fatti: per ottenere i denari statali è sufficiente autocertificare che l'abitazione andata distrutta non era interamente abusiva. E poi presentare domanda di sanatoria. La prova, se ce ne fosse ancora il bisogno, che abusivismo e condoni se ne infischiano anche delle scosse telluriche del settimo grado. Il vecchio caro condono edilizio ha così pian piano cambiato pelle. Sbarrata la strada in Parlamento, si è aperto la via nelle pieghe delle leggi regionali assumendo le forme più subdole e creative. Non soltanto per i sottotetti, come nel Lazio e in Lombardia (Regione che ha deliberato anch'essa il salvataggio delle mansarde), o per le cantine, come in Abruzzo. Emblematico è il caso della Campania, dove il Consiglio regionale ha appena sfornato una legge per l'adozione di "linee guida per supportare gli enti locali che intendono azionare misure alternative alla demolizione degli immobili abusivi". Tradotto dal burocratese, sono le direttive alle quali si devono attenere i Comuni per evitare di buttare giù le costruzioni illegali. Per esempio, si deve valutare "il prevalente interesse pubblico rispetto alla demolizione". Come pure tenere debitamente conto dei "criteri per la valutazione del non contrasto dell'opera con rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell'assetto idrogeologico ". E che dire dei "criteri di determinazione del requisito soggettivo di 'occupante per necessità"? Ecco dunque gli abusivi per bisogno, quella figura mitica capace di spazzare via ogni tabù ambientale con relativo senso di colpa. In Campania sono il corpo elettorale fra i più consistenti e la tentazione di grattargli la pancia, tipica di certa destra, ha ormai fatto breccia anche presso certa sinistra. I Verdi hanno adesso chiesto al governo di Paolo Gentiloni di impugnare la legge votata dalla Regione governata dal suo compagno di partito Vincenzo De Luca e di stroncare insieme anche la sanatoria delle cantine che ha fatto breccia nel cuore dell'Abruzzo presieduto da un altro dem: Luciano D'Alfonso. Arduo prevedere con quali speranze di successo. Probabilmente non più di quante ne abbiano gli oppositori di una recentissima leggina della Regione Sardegna, ora governata dal centrosinistra di Francesco Pigliaru, per bloccare la possibile invasione delle coste dell'isola con bungalow e casette di legno. Nel provvedimento sul turismo è spuntata infatti la possibilità per i camping isolani di piazzare costruzioni mobili (ma nella versione iniziale erano ammesse anche nella versione non amovibile) al fine di "soddisfare esigenze di carattere turistico". Le quali, precisa il disegno di legge, "non costituiscono attività rilevante ai fini urbanistici ed edilizi". Sono quindi case vere e proprie, ma è come se non lo fossero. Bisogna ricordare che questa non è una novità assoluta. Anche in precedenza le leggi regionali consentivano di impiantare strutture del genere nei camping. Ma all'inizio non si poteva superare il 25 per cento della capacità ricettiva di un campeggio. Poi si è saliti al 40. E ora al 45. Arrivare al 100, di questo passo, sarà uno scherzo...

E' facile parlare di lotta all'abusivismo edilizio da parte di chi l'abitazione ce l'ha, per eredità, per censo o per occupazione/assegnazione di una casa di edilizia popolare a spese della collettività. Ma chi tutela chi la casa non ce l'ha per colpa di amministratori negligenti ed incompetenti, che mai predispongono i piani urbanistici generali o i servizi urbanistici primari?

Questa deriva comunista-giustizialista fa diventare reato anche un sacrosanto diritto di avere un tetto sulla testa.

E ora gli isolani si ribellano alle critiche: «Costretti agli illeciti dalla burocrazia». Gli abitanti accusano: imposti vincoli che impediscono pure di restaurare, scrive Massimo Malpica, Giovedì 24/08/2017, su "Il Giornale". La mano della natura contro la mano dell'uomo. E il braccio di ferro, comunque impari, si trasforma in una piccola rivolta quando gli abitanti di Casamicciola e Lacco Ameno se la prendono con i media che avrebbero sposato l'equazione che lega i danni provocati dal terremoto agli abusi edilizi che incontestabilmente sono una delle piaghe dell'isola, che «vanta» 33mila richieste di condono ancora in attesa di essere evase, più o meno due ogni tre abitanti. A incendiare gli animi nel centro di coordinamento dei soccorsi, nella marina di Casamicciola, ieri mattina, il confronto tra alcuni cronisti e i sindaci di Lacco Ameno e della stessa Casamicciola, Giacomo Pascale e Giovan Battista Castagna. I due primi cittadini criticavano l'associazione tra abusivismo edilizio e bilancio del sisma, quando un gruppetto di residenti presenti ha cominciato a inveire contro i giornalisti lamentando il danno per il turismo seguito al terremoto. Che, comunque, non ha molta attinenza con il tema del «peso» dell'edilizia selvaggia. Ma certo qui, vista la situazione dei condoni e la presenza di 600 abitazioni sotto la spada di Damocle di un ordine di demolizione, il partito del cemento raccoglie facili proseliti. Per strappare il condono ci sono percorsi ormai codificati, con soldi da pagare e avvocati specializzati per questo. Dopo lustri di inerzia della Regione Campania, nel 1995 il governo provvide a varare un piano urbanistico per l'Isola, sostanzialmente aggiungendo solo vincoli e divieti, col paradosso di incentivare gli abusi invece di contenerli, perché un territorio che vive di turismo non poteva e non voleva restare immobile sul fronte immobiliare. Il tema, però, torna attuale quasi solo dopo ogni disastro, che sia una frana, un allagamento o appunto un terremoto. E spacca subito il fronte tra chi vive qui e gli altri, che siano ambientalisti, giornalisti o politici. La crescita selvaggia ha certo generato mostri. E, va detto, anche i tentativi di arginarla hanno spesso provocato più danni che benefici. Come ricordavano ieri i sindaci e i residenti, per esempio, è complicato ristrutturare un edificio, quasi impossibile adeguarlo sismicamente, soprattutto se d'epoca. Colpa dei vincoli, che rendono il parere della soprintendenza una sorta di spiaggia dove invece di prendere il sole si fanno arenare le domande. E il risultato è un disastro, perché non potendo demolire e ricostruire - e spesso nemmeno ottenere il nulla osta per spostare una finestra - va di moda il fai da te con dribbling dei lacci burocratici. Così le case vengono «ristrutturate» a pezzetti, un pilastro alla volta, un ambiente dopo l'altro. Con evidenti limiti di qualità costruttiva e tenuta. Che magari non saranno collegati al tragico bilancio del sisma di lunedì, ma rendono questo gioiello del Mediterraneo una triste capitale dell'abusivismo.

Diritto all'abitazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo (...) all'abitazione.» (Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani).

Il diritto all'abitazione (conosciuto anche come "diritto alla casa" oppure "diritto all'alloggio") è il diritto economico, sociale e culturale ad un adeguato alloggio e riparo. È presente in molte costituzioni nazionali, nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali art. 31, uno dei primi documenti a farne menzione esplicita, nel Trattato di Lisbona art. 34.3.

Il diritto all'abitazione viene riconosciuto in una serie di trattati internazionali sui diritti umani:

L'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e l'articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) riconoscono il diritto alla casa come parte del diritto ad un adeguato standard di vita. Nel diritto internazionale dei diritti umani, il diritto all'abitazione è considerato un diritto indipendente; infatti il Commento Generale n.4/1991 sullo "adeguato alloggio" approvato dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali fornisce un'interpretazione autorevole in termini legali e ai sensi del diritto internazionale.

I Principi di Yogyakarta sull'applicazione del diritto internazionale dei diritti umani in materia di orientamento sessuale ed identità di genere afferma che "ognuno ha il diritto ad un alloggio adeguato, compresa la protezione dallo sfratto, senza discriminazioni e che gli Stati membri devono prendere tutte le necessarie misure legislative, amministrative e di altro tipo per garantire la sicurezza del possesso e per l'accesso a prezzi convenienti per case abitabili, accessibili, culturalmente appropriate e sicure, comprese i ripari ed altri alloggi di emergenza, senza discriminazioni derivanti dall'orientamento sessuale, identità di genere o dallo status materiale o familiare;

adottare tutti i provvedimenti legislativi, amministrativi e altre misure per vietare l'esecuzione di sfratti che non siano conformi agli obblighi internazionali sui diritti umani e garantire che i rimedi legali idonei siano adeguati, efficaci e disponibili per colui che ritenga che il diritto alla protezione contro gli sfratti forzati è stato violato o è sotto la minaccia di violazione, compreso il diritto di reinsediamento, che include il diritto ad una alternativa di migliore o uguale qualità e ad un alloggio adeguato, senza discriminazioni.

Il diritto alla casa è altresì sancito anche dall'articolo 28 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, dall'articolo 16 della Carta sociale europea (articolo 31 della Carta sociale europea riveduta) e nella Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli. Secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, gli aspetti del diritto alla casa includono: la sicurezza legale del possesso; la disponibilità di servizi, materiali, strutture e infrastrutture; l'accessibilità; l'abitabilità; l'adeguatezza della posizione e della culturale. Come obiettivo politico, il diritto alla casa è stato dichiarato nel celebre discorso del 1944 di Franklin Delano Roosevelt sul Second Bill of Rights, ed è sostenuto da varie associazioni di cittadini. La disciplina francese e tedesca della locazione abitativa costruiscono dagli anni '80 un modello di locazione a tempo indeterminato con recesso del locatore solo per giusta causa, in cui il diritto all'abitazione è trattato come un diritto soggettivo perfetto, essendo il locatario destinato a essere maggiormente tutelato quale parte contrattuale debole rispetto al locatore. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha considerato che la perdita dell'abitazione costituisce una violazione al diritto al rispetto del (la libertà di) domicilio (Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea art. 7) e che qualsiasi persona che rischi di esserne vittima avrebbe diritto, in linea di principio, a poter far esaminare la proporzionalità di tale misura (v. sentenze Corte EDU, McCann c. Regno Unito, n. 19009/04, § 50, CEDU 2998, e Rousk c. Svezia, n. 27183/04, § 137).

Nella Costituzione italiana il diritto all'abitazione è richiamato all'art. 47 e in ripetute sentenze della Consulta:

<<è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione>> (n. 49/1987);

<<Il diritto all'abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione>> (Corte cost., sent. n. 217 del 1988.);

<<il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona>> (Corte cost. sent. n. 119 del 24 marzo 1999);

<<Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all'abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l'immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso>> (Corte cost. sent. n. 217 del 25 febbraio 1988);

<<indubbiamente l'abitazione costituisce, per la sua fondamentale importanza nella vita dell'individuo, un bene primario che deve essere adeguatamente e concretamente tutelato dalla legge>> (sentenza n. 252 del 1983)

Con sentenze 310/03 e 155/04 il blocco degli sfratti è dichiarato giustificato solo in quanto di carattere transitorio e per <<esigenze di approntamento delle misure atte ad incrementare la disponibilità di edilizia abitativa per i meno abbienti in situazioni di particolari difficoltà>>, senza che esso possa tradursi in una eccessiva compressione dei diritti del proprietario, interamente onerato dei costi relativi alla soddisfazione di tale diritto.

DDL Falanga, fine dei giochi a settembre diventa legge! La gradualità che “salva” le case stabilmente abitate. Scrive Gaetano Di Meglio il 2 agosto 2017 su "Il Dispari Quotidiano”. Con la dichiarazione di irricevibilità degli emendamenti proposti in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, si è conclusa oggi l’ultima tappa dell’iter legislativo del Disegno di legge “Disposizioni in materia di criteri di priorità per l’esecuzione di procedure di demolizione di manufatti abusivi”, prima del suo approdo nell’Aula di Montecitorio previsto per i primi di settembre. Lo annuncia l’onorevole Carlo Sarro (FI), componente dell’organismo parlamentare, che ha ricevuto dalla Commissione Giustizia il mandato di Relatore d’Aula unitamente all’onorevole Marco di Lello (Correlatore). “Con la calendarizzazione a settembre del provvedimento – spiega l’esponente di Forza Italia -, si chiude definitivamente l’iter di approvazione del disegno di legge e, quindi, si potrà finalmente fare riferimento a criteri oggettivi e preventivi per stabilire l’ordine di priorità nell’esecuzione delle demolizioni”. “Dunque – conclude l’onorevole Sarro -, non più arbìtri ma riferimenti oggettivi e certi”. Per quanti credono nella bontà della legge voluta dal senatore azzurro Ciro Falanga sì ad un passo dal traguardo. Ora che la Commissione Bilancio e la Commissione Giustizia della Camera hanno dato il via libera alla calendarizzazione in aula del testo la strada si fa tutta in discesa.

Insieme con il senatore Falanga e l’onorevole Carlo Sarro, da sempre, l’avvocato Bruno Molinaro è uno di quelli che ci hanno messo la faccia e si sono esposti, in maniera chiara, anche davanti alle posizioni della Procura, dei Verdi e di quanti, senza considerare l’aspetto umano legato alla tragedia dell’abusivismo edilizio, riescono solo a restare fermi, come cani legati, ad abbaiare, rabbiosi, contro ogni iniziativa che sappia contemperare anche l’aspetto umano di molte RESA. Non c’è solo la camorra, non c’è solo la speculazione. Ma tra tanta camorra e tanta speculazione c’è anche una fetta di umanità e di necessità che merita di essere tutelata. «Apprendo con soddisfazione – ci ha detto l’avvocato Molinaro – che anche la VII Commissione della Camera dei Deputati ha confermato la piena legittimità costituzionale del DDL FALANGA, soprattutto alla luce del fatto che il principio di obbligatorietà dell’azione penale non ne risulta minimamente intaccato, vieppiù se si considera che trattasi non già di sanare abusi edilizi ma di eseguire piuttosto, sia pure secondo modalità predefinite, sentenze di condanna passate in cosa giudicata e che, in ogni caso, allorquando il DDL elegge a criterio di priorità (“di regola”) quello della demolizione dei fabbricati in corso di costruzione, non fa altro che rafforzare la volontà del legislatore di evitare che gli illeciti accertati vengano portati a conseguenze ulteriori. Da notare che il parere appena licenziato si segnala anche per l’esplicita ammissione secondo cui la norma in questione “riduce l’insorgenza di eventuale contenzioso e di incidenti di esecuzione”. Molti ricorderanno – evidenzia Molinaro – che qualche tempo fa il Procuratore Generale di Napoli Luigi Riello, in una intervista al quotidiano La Stampa, aveva invece affermato che la “legge”, per oggettive difficoltà interpretative ed applicative, finisce per determinare un vertiginoso aumento del contenzioso, con gli avvocati chiamati a fare il loro mestiere, e nuovi carichi di lavoro per i magistrati. Personalmente sono sempre stato convinto del contrario perché un avvocato serio ed intellettualmente onesto non ha alcun interesse a consigliare al proprio cliente di proporre un incidente di esecuzione per opporsi alla demolizione di un fabbricato allo stato grezzo. E di fabbricati grezzi, scheletri ed ecomostri incompleti il territorio italiano, purtroppo, soprattutto nella fascia costiera, è pieno. Dunque, con il DDL Falanga, una volta approvato, si fa giustizia di queste brutture, si aiuta l’ambiente e si riduce il numero delle cause. Il DDL Falanga, inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da qualche parlamentare sprovveduto, non vanifica affatto, né ridimensiona in qualche modo gli effetti dell’ottima proposta di legge volta all’azzeramento del consumo del suolo entro il 2050, già approvata alla Camera. Quest’ultima, infatti, prevede, a grandi linee, incentivi alla rigenerazione urbana ed il riuso degli edifici sfitti e delle aree dismesse, occupandosi, altresì, della riqualificazione energetica e della demolizione e ricostruzione degli edifici energivori. Si tratta, quindi, di una “legge” che va ad incidere sul patrimonio edilizio esistente ma – beninteso – solo su quello legittimo, non anche su quello abusivo, oggetto, peraltro, di sentenze irrevocabili. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, in quanto il patrimonio edilizio abusivo non può nemmeno formare oggetto di interventi di manutenzione, dovendo essere demolito. Rigenerazione, riuso e riqualificazione sono, per forza di cose, termini assolutamente incompatibili – conclude l’avvocato ischitano – con la gestione delle opere abusive la cui unica sorte è soltanto quella di essere eliminate prima o poi».

All’articolo 1 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 6, dopo la lettera c) è aggiunta la seguente: « c-bis) i criteri per l’esecuzione degli ordini di demolizione delle opere abusive disposti ai sensi dell’articolo 31, comma 9, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e degli ordini di rimessione in pristino dello stato dei luoghi disposti ai sensi dell’articolo 181, comma 2, del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nell’ambito dei quali è data adeguata considerazione:

1) agli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico;

2) agli immobili che per qualunque motivo costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità, nell’ambito del necessario coordinamento con le autorità amministrative preposte;

3) agli immobili che sono nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di cui all’articolo 416-bis del codice penale o per i delitti aggravati ai sensi dell’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, o di soggetti ai quali sono state applicate misure di prevenzione ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, e del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 »; b) dopo il comma 6 è inserito il seguente: « 6-bis. Nell’ambito di ciascuna tipologia di cui alla lettera c-bis) del comma 6, determinata con provvedimento del titolare dell’ufficio requirente, tenendo conto dei criteri di cui alla medesima lettera e delle specificità del territorio di competenza, la priorità è attribuita, di regola, agli immobili in corso di costruzione o comunque non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e agli immobili non stabilmente abitati».

De Luca: “Salvo l’abusivismo di necessità”, scrive il 6 giugno 2015 "Il Dispari Quotidiano". Ai microfoni di Radio24 dopo le anticipazioni al “Dispari”: «Una sanatoria per le case non a rischio». De Luca, come ci ha abituato da sempre, non le manda certo a dire. “Non vendo fumo e al di là delle chiacchiere da salotto noi siamo già qui a lavorare” ha commentato deciso, in queste ore, al giornalista di Radio24 che lo ha intervistato sui grandi temi della sua campagna elettorale. E così Vincenzo De Luca, che è in attesa della proclamazione ufficiale per insediarsi come governatore della Regione Campania, ha le idee ben chiare anche per quanto riguarda l’abusivismo, con una sanatoria che investirebbe tutti meno tre categorie di abuso ben precise. Pratico come sempre, dichiara – come aveva peraltro anticipato in un’intervista al Dispari – che è materialmente impossibile abbattere tutto ciò che è stato giudicato abusivo. “Se potessimo abbattere tutto lo avremmo già fatto – ha aggiunto ai microfoni di Radio24 – noi viviamo di ipocrisia, abbiamo in Campania credo la legislazione vincolistica più stringente del mondo, tremila leggi. Con il risultato che abbiamo il tasso più alto di abusivismo. 80.000 alloggi abusivi. Lei mi sa dire chi è in grado di demolire 80.000 alloggi? Faccio solo un esempio, avete le cave dove portare il materiale di risulta?”. Ed ecco la soluzione firmata De Luca: “Bisogna fare una cosa di grande buon senso. Nella mia ipotesi escludo la possibilità di sanatoria per tre categorie: primo abusivismo in luoghi di vincolo assoluto, se hai costruito sotto Ravello o Sorrento devi essere demolito; impossibilità di sanatoria per chi ha costruito in zone con pericolo per la pubblica incolumità, se costruisci sul greto del fiume devi essere demolito e non puoi essere sanato se avevi già un alloggio di proprietà e hai fatto l’abuso. Per il resto si approvano leggi per consentire, nell’ambito di piani di recupero, di mettere ordine e far pagare il dovuto a chi ha fatto abusivismo di necessità.” Un progetto lineare che non è da considerarsi come un condono. Ma come sanatoria “per quelli che non rientrano nelle tre categorie. Poi se c’è un povero cristo che in una zona interna della Campania senza danneggiare il paesaggio ha fatto un abuso siccome non abbiamo alternative, verrà applicata una legge – continua De Luca – a me non piace la sanatoria, ma mi confronto con la realtà: è materialmente impossibile demolire 80.000 alloggi. Se c’è qualcuno che ha una idea in proposito io sono il primo a mettermi avanti e non dietro per metterla in atto.”

"In Sicilia abusivismo di necessità". E Mannino attacca Cancelleri, scrive Salvo Cataldo Mercoledì 9 Agosto 2017 su "Live Sicilia". Giancarlo Cancelleri distingue tra "l'abusivismo che non è tollerabile" e "l'abusivismo di necessità", e la deputata alla Camera Claudia Mannino, grillina della prima ora ma autosospesa dal gruppo parlamentare M5s per via dell'inchiesta sulle presunte firme false di Palermo, va all'attacco del candidato governatore pentastellato: "Sono davvero sorpresa nel prendere atto che il M5S abbia cambiato posizione sull'abusivismo edilizio, allineandosi al pensiero di vari sostenitori di una categoria di comodo, talvolta inesistente, che essi definiscono 'abusivismo di necessità'", sono le parole che la deputata scrive sul suo profilo Facebook. Parole che arrivano all'indomani del collegamento televisivo della trasmissione 'In Onda', su La7, nel corso della quale Cancelleri aveva affrontato il tema dell'abusivismo edilizio. "Dobbiamo distinguere tra due canali: il primo è un abusivismo che non è tollerabile e che ha invaso le nostre coste, che è a meno di 150 metri dal mare e che insiste in zone di inedificabilità assoluta - afferma -. Poi c'è un abusivismo di necessità, perché in questa regione non sono mai stati fatti i piani casa, perchè L'Istituto autonomo case popolari non ha dato la casa a chi ne aveva bisogno e allora - aggiunge Cancelleri - chi non aveva soldi ma aveva un po' di arte la casa se l'è fatta". Secondo Cancelleri "i territori non sono tutti uguali. A Bagheria - prosegue - abbiamo fatto un regolamento comunale che non butta giù le case della povera gente che però non insistono nei 150 metri o nelle zone di vincolo e inedificabilità assoluta". E infine aggiunge: "Davanti a una ordinanza di demolizione della magistratura saremo i primi a portarla a termine". Parole che accendono la risposta di Mannino, componente della commissione sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. "Parlare di abusi di necessità significa non affrontare un cancro che devasta quotidianamente la Sicilia e tante altre regioni d'Italia. Non è solo una questione di legalità e rispetto dell'ambiente ma anche di sicurezza. Non lamentiamoci poi quando dopo qualche precipitazione le case vengono giù". Secondo Mannino "gli argomenti di Cancelleri sono gli stessi di chi tenta di far passare l'ipotesi dell'ennesima sanatoria e del governatore campano De Luca". La deputata palermitana poi chiede ironicamente: "Se dovesse essere eletto anche Cancelleri assisteremo ad un regno abusivo delle due Sicilie?". Critiche anche sulla frase delle ordinanze di demolizione: "La Regione non se ne occupa, le emettono magistratura e comuni, e non eseguirle costituisce reato. Il modello Bagheria? Non esiste, c'è una legge e va rispettata....sempre che non si pensi ad una nuova sanatoria regionale". E infine l'affondo contro Cancelleri: "Schierarsi improvvisamente dalla parte degli abusivi, dopo anni di lotte spesi per contrastare questo grave problema, è un voltafaccia inaspettato, che ha sapore di opportunismo elettorale.

Di Maio: "Se l’abusivismo è colpa della politica la casa resta un diritto". Il leader M5S. La linea dalla Sicilia: "Si abbatta quando lo ordina il giudice, ma non si voltino le spalle a chi paga l'assenza di pianificazione", scrive Annalisa Cuzzocrea il 13 agosto 2017 su "La Repubblica". "Se un giudice dice che un immobile va abbattuto, si fa. Ma non possiamo voltare le spalle a chi ha una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere". Luigi Di Maio spiega così le parole del candidato governatore M5S in Sicilia Giancarlo Cancelleri sugli "abusivi di necessità ". "La prima casa è un diritto, con noi al governo non si potrà pignorare", dice il vicepresidente della Camera. Che è ancora sull'isola, nonostante il tour con Cancelleri e Alessandro Di Battista sia sospeso per qualche giorno. Il tempo di passare ferragosto in famiglia e ricaricare i pulmini elettrici.

Con l'abusivismo edilizio bisogna essere intransigenti o no?

"La polemica sulle parole di Cancelleri è incomprensibile. Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere, cioè piano casa e piani di zona. Sia chiaro, la casa è un diritto e se andremo al governo introdurremmo anche l'impignorabilità della prima casa, da parte dello Stato e delle banche. Uno Stato democratico deve garantire i diritti primari dei suoi cittadini".

Il banale giornalismo dell’ambientalismo. Riflessione di Giuseppe Mazzella su Teleischia il 7 agosto 2017. Roberto Della Seta è un giornalista, saggista e politico italiano di 58 anni che è nato e vive a Roma.E’ stato presidente di Legambiente, membro dell’assemblea costituente del PD, senatore del PD nel 2008 e non ricandidato nel 2013, ha fondato un movimento ecologista che si chiama Green Italia. Ha un blog dove dichiara che ha una laurea in storia contemporanea. Ha scritto un articolo su “ Repubblica” domenica 6 agosto 2017 dal titolo “ Il condono declassato” in cui esprime la sua contrarietà alla cosiddetta “ Legge Falanga”, già approvata al Senato ed ora al voto finale alla Camera.“ La norma è apparentemente banale, fissa una gerarchia di priorità per gli interventi di demolizione degli immobili abusivi: per primi vanno abbattuti quelli in costruzione, poi gli edifici realizzati in aree demaniali o in zone di pregio paesaggistico o a rischio idrogeologico dopo ancora quelli in uso a mafiosi e camorristi” spiega Della Seta che afferma anche che “ per la prima volta in una legge dello Stato verrebbe istituzionalizzato il principio dell’ abusivismo “ di necessità”.“ Ora, chiunque conosca un poco la storia dell’ abusivismo edilizio in Italia – continua il giornalista, saggista e politico –sa bene che proprio l’ abusivismo “ di necessità” è stato il pretesto con cui si sono giustificate le grandi sanatorie e con cui centinaia di amministratori hanno colpevolmente, spesso dolosamente chiuso gli occhi davanti al fenomeno”. De Seta ritiene che “abusivismo “di necessità e “abusivismo speculativo” sono il più delle volte indistinguibili” e per dimostrarlo cita il caso dell’isola d’ Ischia dove “le case abusive sono sorte come i funghi per poi affittarle a 1000 o 2000 euro a settimana”. De Seta esprime anche la sua contrarietà ai “condoni edilizi” ricordando che in Italia ce ne sono stati tre di cui gli ultimi nel 1994 e nel 2003 firmati da Berlusconi. Ancora. De Seta critica il PD che vuole votare la “Legge Falanga” e chiede un “ripensamento” poiché sostiene che “la logica delle grandi intese è nemica dell’interesse generale”. Francamente ritengo questo giornalismo “banale” dell’ambientalismo italiano capace solo di dire NO a tutto ed incapace di dire “SI MA…” e cioè di mettere in esecuzione una seria e realistica Pianificazione Territoriale. De Seta – da laureato in storica contemporanea – dovrebbe conoscere la storia della “ mancata “ pianificazione territoriale proprio nell’ isola d’ Ischia, esempio paradigmatico di un lunghissimo periodo – circa 70 anni – in cui le classi politiche di tutti i colori della prima e della seconda Repubblica sono state incapaci di mettere in esecuzione una REALISTICA Pianificazione Territoriale con una altrettanto REALISTICA Programmazione Economica perché l’ isola d’ Ischia non ha mai avuto un Piano Regolatore Generale in esecuzione ed ha avuto un Piano Paesistico solo nel 1942 “ inapplicato” per 28 anni e cioè fino al 1970 mentre ha avuto un Ente di Diritto Pubblico nel 1952 con durata ventennale preposto alla “ Valorizzazione” con una incentivazione finanziaria dello Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno affinchè si costruissero alberghi, terme, case vacanze, attività commerciali per permettere lo sviluppo economico dell’ isola. De Seta troverà la storia di uno sviluppo edilizio ed economico senza programmazione dal 1949 al 2012 nel mio libretto “Ischia, la pianificazione mancata (OSIS-2012). La mancanza di una SERIA Pianificazione Territoriale quella che avrebbe dovuto dire “SI MA…” e cioè costruire per lo sviluppo ma difendere l’ambiente e conciliare le due cose apparentemente inconciliabili – ma è questo è il compito della Politica – ha favorito l’ “abusivismo” perché era la strada obbligata in assenza di norme per l’ edificazione sia per chi voleva “ speculare” sia per chi voleva costruire una casa per se stesso o per i propri figli. Per avere un nuovo Piano Paesistico Urbanistico Territoriale che è strumento di tutela “ passiva” del territorio e non “ attiva” come dicono gli urbanisti bisogna aspettare il 1995 quando un Ministro “ tecnico” di un Governo “ tecnico” ( il Ministro dei Beni Culturali Paolucci del Governo Dini) approva con decreto e su dati obsoleti un Piano che si limita a vietare ogni modifica del territorio “ ingessando” uno sviluppo economico che per definizione non può essere “ ingessato” in una “ economia aperta” come dicono gli economisti. Il Ministro Paolucci lo fece esercitando i poteri “surrogatori” del Governo nei confronti della Regione Campania “inadempiente” per 11 anni ai sensi della “Legge Galasso” del 1984. In un anno i sei Comuni dell’isola avrebbero dovuto approntare un piano di “dettaglio” per le due leggi di condono edilizio del 1984 e del 1994 che hanno prodotto oltre 20mila pratiche di condono che NON è mai stato né fatto né approvato. Se oggi la Soprintendenza ai Beni Ambientali “approva” una “domanda di sanatoria” per i due condoni edilizi lo fa in modo del tutto “discrezionale”. Il condono del 2003 – per decisione del consiglio regionale della Campania – non si applica all’isola d’ Ischia considerata nella sua interezza di 46Km2 area di particolare interesse ambientale. Al dottor De Seta consiglio di leggere e studiare con attenzione il capitolo decimo della monumentale monografia sul terremoto di Casamicciola nell’ isola d’ Ischia del 28 luglio 1883 ( 1999- Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato) dal titolo “ la ricostruzione tra cronaca e storia” curato dall’arch. prof.ssa Ilia Delizia dove in dettaglio scrupoloso potrà conoscere la storia dei piani regolatori dei cinque Comuni colpiti dal 1884 al 1891, il ruolo dell’ ufficio distaccato del Genio Civile, il lavoro della commissione edilizia dell’ isola d’ Ischia soppressa il 26 aprile 1891. Bisogna vivere una realtà per poter capire un sistema economico e sociale, studiarne le contraddizioni e chiedere ma ottenere norme di civiltà praticabili in un quadro di un Diritto Certo e non sottoposto alla “discrezionalità” dei poteri pubblici. Da almeno 30 anni le popolazioni dell’isola – siamo circa 63 mila residenti – vivono in una “incertezza” del diritto che finisce per favorire la “speculazione edilizia” – fra l’altro praticamente estinta in questi ultimi 10 anni a causa di una visibile recessione economica – e punire proprio l’ “abusivismo di necessità” che invece si distingue, a mio parere, chiaramente dall’ “ abusivismo di rapina” praticato soprattutto negli anni ‘ 70 del ‘ 900. Se si spara nel mucchio si finisce di colpire l’innocente.

LEGGE ED ORDINE.

La lezione americana: la verità processuale non è la verità, scrive Lucrezia Ercoli il 21 ottobre 2016, su "Il Dubbio". I due volti della giustizia: è andato in onda per ben 20 stagioni dal 1990 al 2010. Legge e ordine sì, ma alla fine trionfa il principio: meglio un colpevole libero, che un innocente in galera. «Nel sistema penale, lo Stato è rappresentato da due gruppi distinti, eppure di uguale importanza: la polizia, che indaga sul crimine, e i procuratori distrettuali, che perseguono i criminali. Queste sono le loro storie». Il tradizionale disclaimer che apre ogni puntata di Law and Order, i due volti della giustizia è andato in onda per ben 20 stagioni dal 1990 al 2010 (senza contare le infinite repliche in ordine sparso ancora in palinsesto). Si tratta di una delle fiction più longeve (e interessanti) della tv statunitense. Law and Order, Legge e Ordine, non è soltanto la classica formula repubblicana che descrive la politica conservatrice di un qualsiasi Donald Trump. Ma il titolo della serie creata da Dick Wolf: una pietra miliare del legal drama americano che ha generato ben cinque spin-off ancora in onda e che ha mantenuto un successo di critica fin nelle stagioni della maturità (è stata nominata agli Emmy Award come miglior serie tv per ben 11 stagioni consecutive). Riprendendo la serialità episodica classica, Law & Order rimane ancora oggi uno dei procedural più amati anche dal pubblico della televisione generalista nostrana. Alla struttura tradizionale che propone episodi rigidamente autoconclusivi e slegati, Law and Order aggiunge un'originale struttura bipartita che riesce a unire in un solo episodio due dei generi televisivi di maggior successo: il poliziesco e il giudiziario. Nella prima parte di ogni episodio, infatti, lo spettatore segue le indagini della squadra omicidi della polizia di New York che arresta un presunto colpevole di un violento reato. Nella seconda parte, invece, entrano in scena gli avvocati della Procura che, in cooperazione con le forze di polizia, si adoperano per farlo condannare in tribunale. Lo spettatore, insomma, all'inizio dell'episodio assiste alla brutalità del crimine, entra in contatto empatico con la vittima di cui gli investigatori ricostruiscono la vita e le relazioni, segue gli indizi e le prove, si convince della colpevolezza del soggetto arrestato dai poliziotti. Ma il caso non è affatto concluso e passa nelle mani della Procura. E gli avvocati dell'accusa (con la totale fiducia dello spettatore) si preparano per il processo e tentano di far condannare il colpevole per rendere giustizia alla vittima. Una netta dicotomia che passa dalle indagini della polizia nel caos di una città dipinta con tinte noir, al pacato distacco necessario per affrontare il processo; dagli esterni di una New York dove domina l'efferatezza dell'azione criminale agli interni serafici delle aule del tribunale; dalle turbolente strade di New York agli ambienti algidi del Tempio della Giustizia. In questo ritmo serrato, c'è pochissimo spazio per raccontare la psicologia dei poliziotti, la vita privata degli avvocati o l'eroismo iconico dei protagonisti. Non c'è l'avvocato che incastra il colpevole con magistrali arringhe alla Perry Mason. Non c'è il poliziotto bislacco e geniale che consegna alla giustizia l'assassino alla Tenente Colombo. Il vero e unico oggetto della narrazione di Law and Order è l'aspetto tecnico-procedurale, scandagliato con inedito realismo, che conduce dal reato al processo, dal mandato di cattura al verdetto della giuria. Il successo della serie è fondato sulla solidità di una sceneggiatura di grande qualità che ha la capacità di andare al di là del carisma degli interpreti e di affrontare, rivisitando spesso fatti reali di cronaca nera, questioni morali e risvolti sociali che animano il dibattito pubblico statunitense. Certo, il punto di vista della narrazione è sempre quello dell'accusa. L'avvocato della difesa è presentato come una figura detestabile che protegge il suo cliente a discapito della giustizia, che utilizza cavilli burocratici per nascondere verità. L'assistente procuratore distrettuale Jack McCoy (interpretato da Sam Waterston) e i suoi colleghi lottano per ottenere punizioni severe per i colpevoli, spinti dallo stesso desiderio di giustizia che muove l'animo dello spettatore che ha seguito i dettagli cruenti del crimine e le accurate indagini della polizia. Ma l'unico eroe celebrato puntata dopo puntata è il sistema giudiziario statunitense. Un sistema fallibile che spesso si inceppa nei suoi steccati procedurali, ma che resta equo proprio nel momento in cui rimane rigido, nel momento in cui non cede sulle questioni formali. Quando il detective Rivera dice al Procuratore: «Lo sa, McCoy, se uno vuole mettere i cattivi dietro le sbarre deve sporcarsi le mani». Lui risponde: «Il problema, detective, è che a volte non ci si ferma alle mani». La correttezza del procedimento - dalla lettura dei diritti nel momento dell'arresto all'ammissibilità delle prove presentate al processo - non può essere violata, neanche per compiacere la sete di giustizia retributiva dello spettatore che vuole vedere la punizione dopo il peccato, il castigo dopo il delitto. Aspettative che finiscono spesso frustrate da un inevitabile e cinico patteggiamento. L'astratto binomio conservatore "Legge e Ordine" si infrange nelle mille sfumature e particolarità dei singoli casi. La giustizia ideale deve scendere a compromessi con le sfaccettature della realtà, l'inquietudine della coscienza personale si deve scontrare con la cecità impersonale della macchina giudiziaria. Non c'è la luce chiara e abbagliante della Verità, ma la penombra della verità parziale e attraversata dal dubbio che esce dal processo. Law and Order diventa quindi un trattato diluito in centinaia di puntate su che cos'è la verità "processuale", un'approssimazione imperfetta e incompiuta che non coincide mai con la verità "reale". Invece che nelle aule universitarie, una complessa disquisizione giuridica e filosofica arriva in tutta la sua complessità alle masse televisive, comprese quelle del nostro paese abituate al balletto del giustizialismo del processo indiziario. E quando il colpevole è dichiarato innocente dall'insindacabile verdetto della giuria, lo spettatore, anche e soprattutto quello italiano, digerisce implicitamente una difficile e sacrosanta conclusione: in dubbio, pro reo. In altri termini, meglio un colpevole libero che un'innocente in prigione.

Dare agli avvocati il diritto di dire la propria sul lavoro dei magistrati? Giammai, scrive il 24 Ottobre 2016 Maurizio Tortorella su "Tempi". Alla sola ipotesi che sia concesso un voto agli avvocati nei consigli giudiziari, la corrente di Davigo è arrivata a ventilare la possibilità di «infiltrazioni criminali». Attenti ai “consigli giudiziari”, perché sono l’ultimo terreno di scontro tra magistratura associata e avvocati. Lo so, non ne avrete mai sentito parlare, e com’è sempre in questi casi non è un caso, perché i consigli giudiziari hanno un’importanza centrale nella vita della giustizia italiana: sono i 26 organismi distrettuali e collegiali (ce n’è uno per ogni corte d’appello) che hanno il delicato compito d’indagare su eventuali incompatibilità tra avvocati e toghe che operano nel medesimo distretto giudiziario, ma soprattutto stilano le “pagelle” dei magistrati che chiedono al Consiglio superiore della magistratura di essere nominati agli incarichi direttivi di procure e tribunali. Per semplificare, i consigli giudiziari sono dei Csm in miniatura. Al loro interno, però, i rapporti di forza sono molto sbilanciati a sfavore degli avvocati. Sul sito del Csm, per esempio, si legge che «nei distretti con più di 350 magistrati, ne fanno parte dieci magistrati (sette giudicanti e tre inquirenti) e quattro componenti laici: un docente universitario e tre avvocati». Non basta. Perché gli avvocati possono votare solo su materie secondarie. Sugli avanzamenti di carriera dei magistrati, invece, così come sui provvedimenti disciplinari e sui tanti incarichi extragiudiziari delle toghe, i legali né hanno accesso alle pratiche, né possono votare. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha messo mano a un provvedimento che vorrebbe dare più peso ai difensori. L’ipotesi nasce da un’idea di Giovanni Canzio, dallo scorso dicembre primo presidente della Corte di cassazione: Canzio vorrebbe dare diritto di voto almeno al presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, e attribuire loro maggiore interventismo nelle assemblee. L’8 ottobre Orlando si è detto favorevole alla proposta. Ma la magistratura associata ha subito alzato barricate, in particolare il gruppo che fa capo al presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo. Dalla sua corrente, Autonomia e indipendenza, è infatti partito un comunicato molto duro soltanto all’ipotesi che l’avvocatura contribuisca a produrre le valutazioni di professionalità dei giudici. La corrente di Davigo, addirittura, è arrivata a ventilare la possibilità di «infiltrazioni criminali» capaci di determinare «rapporti patologici» tali da rendere sconsigliabile, o meglio «impossibile», il diritto di voto degli stessi avvocati nei consigli giudiziari. In realtà, il voto degli avvocati (comunque minoritario) è un diritto sacrosanto. Ma il vero problema è un altro: il disegno di legge che riforma il processo penale, bloccato in Senato proprio per le contestazioni dei magistrati. Quel che Davigo & soci non riescono a digerire, in particolare, è l’articolo 18 della riforma, che prevede l’obbligo per i pm di «esercitare l’azione penale entro tre mesi dalla chiusura delle indagini preliminari», cioè la prima parte del procedimento, quella affidata alle sole mani del pm. Se non lo fanno, scatta il rischio di procedimenti disciplinari e dell’avocazione del fascicolo da parte della Procura generale. Questi nuovi procedimenti disciplinari, va da sé, partirebbero proprio dai consigli giudiziari. Ecco: mettete insieme questa innovazione con un incremento del potere degli avvocati nei consigli stessi, e otterrete qualcosa di simile alla nitroglicerina. Ricordate sempre, infatti, che negli ultimi dieci anni (tra 2005 e 2014) le prescrizioni sono intervenute in 1.454.926 procedimenti penali: ma in 1.028.685 casi, il 70,7 per cento del totale, la prescrizione è arrivata durante le indagini preliminari. Vogliamo mica metterci a lavorare, vero?

Il momento magico delle manette. Era un convegno sulla giustizia che si svolgeva, nella seconda metà degli anni 80, al tribunale di Roma con varie relazioni e tavole rotonde. Come sempre partecipavano magistrati e avvocati. Non me ne ricordo molto ma un episodio mi è rimasto impresso. In uno dei dibattiti a contorno di quelli più affollati e per così dire di cartello, si parlava dei consigli giudiziari, strutture di peso molto relativo, allora come oggi, nel nostro sistema giudiziario. Valse comunque la pena averlo seguito perché vi si verificò un incidente significativo quando, a proposito della possibilità di dotare di diritto di voto i pochi avvocati presenti in quei consigli che esprimono un parere, null’altro, sui magistrati, Marcello Maddalena, magistrato a Torino dove allora credo fosse giudice istruttore, si dichiarò assolutamente contrario con la seguente argomentazione: “Non scherziamo. Qua si sta proponendo di chiedere il parere su di noi ai rappresentanti dei delinquenti”. Naturalmente, e giustamente, gli avvocati insorsero e a me rimase impressa l’espressione del dottore Maddalena che si guardava in giro con l’aria di quello che si chiedeva: “E che avrò detto mai? Non è forse così?”. Il dottore Maddalena è ormai andato in pensione, da procuratore generale di Torino, ma sulla sua opera rimane un libro intervista, edito nel 1994, dove il magistrato evoca quello che chiama “il momento magico delle manette”. Chi lo intervistava era, naturalmente, Marco Travaglio. Fa riflettere che, a decenni di distanza, alle prese con la legge di riforma, il giudizio dell’Anm sui consigli giudiziari e non solo, non sia cambiato in nulla nella sostanza. Roma, 18 ottobre 2016 Massimo Bordin. Fonte "Il Foglio".

Grosso: «Cari magistrati il vostro dna non è superiore», scrive Errico Novi il 21 ottobre 2016 su “Il Dubbio”. «Bruno Tinti dice che gli avvocati sono per natura di parte e non possono valutare le toghe nei Consigli giudiziari? Ma allora dovrebbero starne fuori anche i pm, che pure sono una parte, nel processo... » Ci sono magistrati imperscrutabili e altri che conoscono il gusto dell'ironia. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, appartiene alla seconda schiera, e ora che è in congedo dà l'impressione di essere molto a proprio agio con l'esercizio della provocazione intellettuale. «Conosco il dottor Tinti, posso dire che siamo amici», assicura Carlo Federico Grosso, figura di grande rilievo dell'avvocatura, a sua volta torinese e da anni editorialista della Stampa. Tinti invece ha invece una rubrica sul Fatto quotidiano e ieri ha spiegato perché secondo lui agli avvocati non può essere lasciato il diritto di votare, all'interno dei Consigli giudiziari, sulla professionalità dei magistrati: i primi, a suo giudizio, «hanno una struttura psicologica e professionale diversa» rispetto ai secondi. Il magistrato «è, per sua natura e professionalità, imparziale». Nel caso degli avvocati, «l'imparzialità non fa parte», addirittura, della loro «personalità».

Tinti scherza, vero professor Grosso?

«Ama le provocazioni, è fatto così».

E va bene, però un fondo di convinzione dev'esserci, e non solo in lui: sull'idea di dare maggior peso alla classe forense nei Consigli giudiziari, Davigo ha appena lanciato una crociata.

«Vorrei ricordare che nel Csm un terzo dei componenti è formato da professori universitari e avvocati: nessuno pensa che non siano in grado di valutare le situazioni. Io al Csm sono stato per 4 anni componente della sezione disciplinare, svolgevo cioè funzioni di giudice: non ho mai sentito dire che la mia formazione potesse impedirmi valutazioni imparziali. E non capisco cosa impedisca di estendere il principio costitutivo del Csm ai Consigli giudiziari».

Nell'opinione pubblica c'è un pregiudizio negativo sugli avvocati?

«Non credo. Magari non sarà la categoria che gode della maggiore popolarità, ma credo tutti riconoscano la peculiarità della funzione, che è nella tutela delle parti. Il carattere specifico dipende dal ruolo, non dal dna, come sembra pretendere Tinti. Non c'è un dna dell'imparzialità. Tinti mi perdonerà se rovescio il discorso».

In che senso?

«Se parliamo di imparzialità è il caso di distinguere tra magistrato e magistrato. E soprattutto, se davvero il ruolo creasse un'attitudine insuperabile, allora anche i pm dovrebbero essere considerati inattendibili: anche loro rappresentano una parte».

Massimo Bordin, conduttore della rassegna stampa di Radio Radicale, va oltre: anche il pm potrebbe 'ricattare' il collega giudicante, dirgli "mi esprimo a tuo favore in Consiglio se mi dai ragione in udienza".

«Ecco, credo il discorso si possa chiudere qui: mi pare chiaro che quella di Tinti fosse una provocazione, la tesi evidentemente non ha alcun fondamento. Tra l'altro si potrebbe ricordare che gli avvocati svolgono funzioni di giudice anche nei loro consigli di disciplina. Se valesse davvero il discorso dell'attitudine all'imparzialità, la giurisdizione domestica forense in materia disciplinare non dovrebbe esistere».

O bisognerebbe farla esercitare dai magistrati. La loro popolarità è in calo?

«Lo è rispetto a periodi, come quello di Mani pulite, in cui è stata straordinariamente elevata. C'è minore fiducia ma a causa del cattivo funzionamento della giustizia. Il cittadino si trova di fronte a un processo spezzettato, deve fare 5 ore di attesa per un rinvio, ovvio che abbia un risentimento esteso a tutte le componenti del sistema».

Perché i giudici scelgono come leader una figura dalle idee radicali, diciamo, come Davigo?

«Risposta facile: il successo della sua corrente deriva dal suo carisma. Ho grande stima di Davigo, persona di grande cultura e prodigiosa intelligenza».

Le correnti delle toghe dovrebbero essere fortemente ridimensionate?

«Originariamente rappresentavano diverse idee della giurisdizione. Magistratura democratica si distingueva perché orientata a forzature interpretative della legge ritenute utili ad accordarla con i cambiamenti della società. Oggi le correnti sono centri di potere, sarebbe importantissimo cambiare il sistema elettorale del Csm e rompere certi meccanismi di tipo clientelare».

E gli avvocati? Il loro numero elevato scalfisce il prestigio della professione?

«Può provocare un'esasperazione della concorrenza. Da cui viene, è inevitabile, anche un abbassamento della deontologia».

I puri siamo noi. Il comunicato di “Autonomia e Indipendenza”, corrente di riferimento del Dott. Davigo, Presidente di ANM, mostra, con le affermazioni in esso contenute, il suo volto autoritario e antidemocratico e una visione proprietaria della giustizia, dal quale ANM non ha preso le distanze e che, pertanto, dobbiamo ritenere condivida. Se il livello del confronto sulla politica giudiziaria deve affidarsi a enunciazioni ingiuriose e antistoriche secondo cui la “purezza” sarebbe un attributo esclusivo della magistratura, si comprende quanto questo sia basso e culturalmente inaccettabile. Se la politica non risponderà con fermezza e autorevolezza a questa provocazione, sarà l’Avvocatura a segnalare con un’azione decisa che il limite che separa la corretta dialettica sulle riforme dalla prevaricazione dei ruoli istituzionali è stato inammissibilmente valicato. Il comunicato di “Autonomia e Indipendenza”, corrente di riferimento del Dott. Davigo, Presidente di ANM, mostra, con le affermazioni in esso contenute, il suo volto autoritario e antidemocratico e una visione proprietaria della giustizia, dal quale ANM non ha preso le distanze e che, pertanto, dobbiamo ritenere condivida. Secondo ANM, dunque, ogni possibile riforma del processo penale deve avere la necessaria e ineludibile approvazione della Magistratura. Una posizione, questa, che, rivendicando in materia di prescrizione la necessità di riforme autoritarie e contrarie al Giusto Processo, già ritenute incongrue e dannose in sede di Commissione giustizia del Senato, tiene tuttora in scacco il Governo e l’intero Parlamento e mette in pericolo gli equilibri politici e istituzionali del Paese. La pietra dello scandalo e il motivo scatenante della rivolta alla approvazione del DDL governativo sta, tuttavia, in quella norma (l’art. 18) che impone ai magistrati il rispetto di termini precisi per il promuovimento dell’azione penale all’esito delle indagini preliminari. Una norma di civiltà e di buon senso, che va nella direzione di realizzare il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, che viene vista dalla magistratura come una insopportabile ingerenza. Per ANM il processo è evidentemente il luogo ove la magistratura può esercitare un potere illimitato e dove un Pubblico Ministero insofferente a ogni regola decide in totale arbitrio, e come fosse affar suo, quali processi fare e quanto debbano durare. Insomma, il Pubblico Ministero diventa il dominus incontrastato delle scelte e della vita delle persone, che possono stare sotto processo per il tempo desiderato da chi accusa. Altrettanto gravi le prese di posizione sulle caute aperture alla ipotesi di una effettiva partecipazione degli avvocati all’interno dei Consigli Giudiziari; queste hanno innescato una reazione parossistica che denuncia ancora una volta come, per ANM, l’amministrazione della giustizia sia affare esclusivo dei magistrati, e che ogni valutazione di efficienza e di capacità degli stessi debba essere di esclusiva competenza interna. Una visione offensiva, paternalistica e obsoleta, della magistratura e dell’avvocatura, dipinge scenari di “scambio” che impedirebbero uno spazio valutativo disinteressato, ignorando del tutto che una Avvocatura moderna e matura esercita quotidianamente nelle aule dei tribunali giudizi di valore certamente indifferenti agli esiti dei processi. Una magistratura che formula simili obiezioni offende innanzitutto se stessa e propone in modo solare il proprio volto autoreferenziale, insofferente a ogni critica o contributo esterno. E offendono in maniera davvero intollerabile l’intera avvocatura penale quei giudizi gratuiti quanto insensati, con i quali si afferma l’esistenza di infiltrazioni criminali che determinerebbero “rapporti patologici” tali da rendere impossibile un diritto di voto degli stessi avvocati nei Consigli Giudiziari. Ricordiamo, in proposito, il tributo di sangue dei tanti avvocati vittime di quelle realtà criminali che nei territori più a rischio hanno pagato con la vita la difesa dei valori di legalità e di fedeltà propri della funzione difensiva. Ma tant’è. Se il livello del confronto sulla politica giudiziaria deve affidarsi a enunciazioni ingiuriose e antistoriche secondo cui la “purezza” sarebbe un attributo esclusivo della magistratura, si comprende quanto questo sia basso e culturalmente inaccettabile. Se la politica non risponderà con fermezza e autorevolezza a questa provocazione, sarà l’Avvocatura a segnalare con un’azione decisa che il limite che separa la corretta dialettica sulle riforme dalla prevaricazione dei ruoli istituzionali è stato inammissibilmente valicato. Roma, 13 ottobre 2016. La Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane.

«Prendere a sberle i cittadini e impoverire gli avvocati», scrive Piero Sansonetti il 3 novembre 2016, su "Il Dubbio". La associazione dei magistrati è l'unico luogo dove non esiste il dissenso. O, comunque, non si manifesta. E così il suo presidente diventa sempre più estremista senza trovare oppositori. Nell'Anm, per ora, dilaga il silenzio. Non si è alzata ufficialmente neanche una voce contro il proclama del Presidente Davigo, il quale propone di educare gli italiani "a sberle" (citazione letterale dal suo discorso) e di dimezzare i redditi degli avvocati e anche il numero degli avvocati. Davigo evidentemente pensa che per mandare più gente possibile in prigione, la cosa migliore sia quella di fare in modo che gli imputati restino senza avvocati o comunque che debbano ricorrere ad avvocati malpagati, poco motivati, e possibilmente poco dotati, e dunque non in grado di dare fastidio ai Pm. Sono concetti non nuovissimi per il capo dell'associazione nazionale magistrati, e del resto non è nuova neppure la sua idea secondo la quale un paese come l'Italia è composto essenzialmente da mascalzoni e poi da un gruppetto esiguo di gente per bene la quale ha diritto ad essere protetta dai mascalzoni. Il problema - secondo la filosofia di Davigo - è che una selva di leggi complesse rende difficile la condanna di tutti i sospetti, e questi - che sicuramente sono colpevoli - quasi sempre la fanno franca. Se si riuscisse ad individuare un meccanismo per mandare in galera i sospetti, la società funzionerebbe molto meglio. L'ostacolo sono le leggi e la Costituzione, concepite a favore dei rei e non dei pochi Giusti. Forse ho schematizzato un po' troppo la posizione di Davigo, ma non credo di averla stravolta. Del resto lui stesso, nel libro scritto a quattro mani con il suo ex collega Gherardo Colombo, e in aperta polemica proprio col suo collega, si è dichiarato "giansenista", cioè seguace di quella setta religiosa che nel seicento - in contrasto con la Chiesa romana - proclamò la "colpevolezza" di tutti gli esseri umani, i quali nascono malvagi, e dei quali solo un ristretto gruppo si salva e si purifica attraverso la grazia regalata da Dio. La colpa, nell'ideologia giansenista e ora davighiana, è una caratteristica dell'essere umano. Un'impronta evidente e indelebile. Dunque non c'è nessun bisogno di dimostrarla. Casomai sta al sospettato dimostrare che lui invece ha ricevuto la grazia e fa parte della schiera piccolissima degli "innocenti". Sicuramente il giansenismo in salsa davighiana non ammette neppure l'ipotesi che tra "gli innocenti" possa esserci qualche politico (tranne, forse, Grillo...). In una breve nota, che pubblichiamo in prima pagina, Andrea Mascherin, che è il presidente degli avvocati italiani, ironizza sulle facoltà mentali di Davigo e sul suo equilibrio psichico. Difficile dargli torto. Probabilmente però il problema è ancora più grave. Non ci troviamo di fronte a una situazione eccezionale, dovuta al fatto che per "errore" i magistrati hanno eletto alla testa della propria associazione un estremista, o un reazionario d'altri tempi, o un professionista dall'equilibrio intellettuale assai incerto. Se fosse così, sarebbe ragionevole aspettarsi una rivolta almeno di una parte consistente dei magistrati italiani, indignata per le alzate d'ingegno del loro presidente. E invece, come si diceva all'inizio, per ora nell'Anm dilaga il silenzio. Ieri abbiamo ascoltato un collaboratore stretto di Davigo, e ci ha confessato di pensare anche lui che talvolta il suo presidente sbaglia i toni e le parole. E però ha confermato che i problemi che pone Davigo sono giusti e urgenti. L'impressione è che in una parte maggioritaria della magistratura italiana l'idea dominante sia esattamente quella che ci ha rivelato il collaboratore di Davigo. I toni son sbagliati ma la denuncia è giusta. E cioè, l'Italia soffre di un eccesso di diritti della difesa, gli avvocati sono l'espressione di questo eccesso, l'unica riforma giusta della giustizia è una riforma che riduca i diritti della difesa e lo faccia nel modo più semplice: ridimensionando in vari modi il mondo degli avvocati. Una società più giusta passa di qui: dal contenimento dei diritti, dal ridimensionamento della difesa e dunque dalla messa in mora dell'avvocatura. Non è una idea che vince solo in Italia. Oggi gli avvocati sono sotto tiro in molti paesi. In Turchia, per esempio, dove è in atto una svolta autoritaria. In Pakistan, dove - come abbiamo documentato nei giorni scorsi - sono stati uccisi 3500 avvocati, considerati un ostacolo alla vita ordinata di quella società. Davigo non è un frutto avvelenato: Davigo è l'espressione di una idea neo-autoritaria che è ben radicata nel mondo della magistratura e che sta conquistando posizioni vincenti in gran parte della politica, del giornalismo, dell'intellettualità, e in genere dell'opinione pubblica. Il pericolo di una involuzione non-democratica della società, e di una messa in discussione dello Stato di diritto, è squadernato di fronte a noi in modo assai chiaro. Per non vederlo bisogna essere ciechi, o fingersi ciechi. La battaglia non è tra Davigo e gli avvocati. E' tra l'ideologia delle sberle e l'ideologia dei diritti. Ed è una battaglia dalla quale dipende il futuro della nostra civiltà. Possibile che nella magistratura non esitano pensieri, idee, sentimenti, valori, che entrino in rotta di collisione col davighismo? E possibile che se esistono restino silenti? Non è così in nessun altro anfratto del potere. Matteo Renzi, che oggi è potentissimo, ha mezzo partito che gli grida contro. Silvio Berlusconi, che per 20 anni è stato il dominus della politica italiana, ha subito quattro o cinque scissioni. Persino Matteo Salvini ha nel suo partito ampie sacche di dissenso. Ed è così nelle scuole, nei giornali, nelle università, nei vertici delle imprese. Persino nella Chiesa, dove la fronda a Francesco è vasta e palese. Solo la magistratura fa eccezione? Chi dissente pensa che per ora sia opportuno tacere? Quando capirà che non è opportuno tacere, purtroppo, forse, sarà troppo tardi.

Sorpresa: la prescrizione la decide quasi sempre il pm, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 4 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Lo studio dell'associazione "Fino a prova contraria". Annalisa Chirico, giornalista e fondatrice del movimento "Fino a prova contraria", ha pubblicato ieri sul Foglio un interessante studio dei dati relativi alla prescrizione dei procedimenti penali in Italia. Studio che merita di essere approfondito e commentato, visto che cristallizza in maniera inconfutabile alcune verità che non faranno certamente piacere ai giustizialisti in servizio permanente effettivo. Partendo dalle rilevazioni statistiche del Ministero della Giustizia, raccolte in un documento dello scorso maggio, la giornalista ha potuto constatare che circa il 60% delle prescrizioni avvengono nella fase delle indagini preliminari. Quindi nella fase in cui il pubblico ministero è dominus assoluto del procedimento e dove la difesa, usando una metafora calcistica, "non tocca palla". Il dato smentisce una volta per tutte la vulgata che vedrebbe l'indagato ed il suo difensore porre in essere condotte dilatorie per sottrarsi al giudizio. Quella che viene comunemente chiamata "fuga dal processo". Di contro, certifica l'assoluta discrezionalità dell'ufficio del pubblico ministero nella gestione del procedimento. Com'è noto, attualmente, nessuna sanzione è prevista per il Pm che ritarda la definizione di un suo fascicolo oltre il termine delle indagini preliminari. Anzi, la proposta di prevedere l'avocazione del procedimento da parte della Procura generale trascorsi 3 mesi dalla scadenza del termine massimo di durata delle indagini, ha scatenato la rivolta dei pubblici ministeri. L'analisi riserva, poi, altre sorprese. Ad esempio una gestione degli affari penali a "macchia di leopardo". Se esistono uffici virtuosi, in cui la prescrizione è praticamente inesistente e tutti i procedimenti vengono definiti in tempo, di contro in molti tribunali tale istituto raggiunge percentuali veramente sorprendenti. Anche in questo caso, dunque, è molto difficile "scaricare" la responsabilità sull'indagato e sul suo difensore. Piuttosto è un problema di organizzazione dell'ufficio. E non di aree geografiche. Visto che si prescrivono, per fare un esempio, più reati a Parma che a Palmi. In conclusione, il danneggiato è sempre il cittadino che, purtroppo, paga sulla sua pelle le inefficienze del sistema.

La prescrizione è garanzia di giustizia, i pm la trasformano in un mostro giuridico. L’analisi statistica licenziata dal ministero di via Arenula e il rischio di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile che grava sul cittadino, scrive Annalisa Chirico il 3 Novembre 2016 su “Il Foglio". Tribunale che vai, giustizia che trovi. L’incidenza della prescrizione nella fase predibattimentale, prima del processo, passa dal 40 percento di Torino allo 0,1 di Pordenone, dal 13,7 di Milano al 3,6 di Firenze, dall’8,5 di Bari al 9,9 di Barcellona Pozzo di Gotto (40 mila abitanti nel messinese…). Non va meglio a processo avviato: il divario di efficienza si contrae ed espande come una fisarmonica, dal 51 percento del tribunale di Tempio Pausania allo 0,2 di Aosta, dal 33,1 di Spoleto al 2 di Milano, con Salerno, Venezia e Palermo che oscillano tra i 13 e 14 punti percentuali. Sul territorio nazionale lo stato fornisce un servizio “a macchia di leopardo”, con differenze vistose e stridenti da ufficio a ufficio, a parità di norme e, in molti casi, di risorse. Sul sito web del movimento “Fino a prova contraria”, compare l’analisi statistica licenziata dal ministero di via Arenula lo scorso maggio. Grafici e tabelle fotografano lo stato della prescrizione in Italia, un’autopsia fortemente voluta dal capogabinetto del ministero, il magistrato Giovanni Melillo. Notoriamente parco di esternazioni mediatiche, Melillo si lascia andare a un fugace commento: “Non contano le norme ma gli uomini”. E’ l’elemento umano, le “guarnigioni” di Karl Popper, a decretare lo iato di efficienza tra situazioni pure assimilabili per dotazione di organico e normativa vigente. Forse per questa franchezza assai poco corporativa dalle parti del Csm, che già una volta gli ha sbarrato la strada nella corsa a procuratore capo di Milano, il dottor Melillo non è amatissimo, additato piuttosto come archetipo della toga “collaborazionista”, sedotta dal potere politico. Dai dati ministeriali riaffiora l’eterno grattacapo: è giusto rimediare alla lentezza dei processi con l’allungamento ipertrofico della prescrizione? Il rischio di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile grava sul cittadino. E, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, la prescrizione è “un istituto di garanzia per il sistema. Ha senso condannare oggi per una corruzione commessa vent’anni fa?”. I tempi ragionevoli, questi sì che sarebbero una conquista di civiltà per innocenti e colpevoli. Secondo l’analisi ministeriale, negli ultimi dieci anni le prescrizioni si sono ridotte del 40 percento, passando dagli oltre 213 mila procedimenti estinti nel 2004 a circa 132 mila nel 2014. Il 58 percento delle estinzioni per prescrizione avviene nella fase preliminare del giudizio, un ulteriore 4 percento delle sentenze dichiaranti l’avvenuta prescrizione sono emesse da gip e gup. Vi è poi un 19 percento di casi in primo grado, 18 percento in Corte d’appello mentre solo una volta su cento la prescrizione matura in Cassazione. En d’autres mots, nel 62 percento dei casi la prescrizione incombe prima del processo, nella fase delle indagini preliminari, quando il pm è dominus e l’avvocato è spettatore inerme. Il 62 percento è la riprova che l’obbligatorietà dell’azione penale resta una chimera: il pm decide discrezionalmente quali fascicoli far avanzare e quali abbandonare lungo il sentiero dell’estinzione per decorrenza dei termini. L’appello rappresenta la fase con l’incidenza più elevata, tra il 2014 e il 2015 si è registrato un consistente calo delle prescrizioni in Cassazione. Quanto alle categorie di reato, nel 2014 quelli legati alla circolazione stradale presentano il maggior tasso d’incidenza, lo scorso anno invece primeggiano i reati legati al traffico e consumo di stupefacenti, seguiti da quelli contro il patrimonio. L’incidenza della prescrizione sui definiti si attesta all’1,3 per i reati di violenza sessuale, al 5,6 per i reati ambientali, al 5,9 per lesioni e omicidi colposi, al 9,1 per i reati di truffa, al 12,5 per i reati contro la Pubblica amministrazione. Su base geografica l’incidenza della prescrizione sulle definizioni nelle corti d’appello spazia dal 48 percento di Venezia al 12 percento di Milano. Napoli, Reggio Calabria e Caserta si stagliano al di sopra della media nazionale. Sassari, Catanzaro, Potenza e Messina viaggiano al di sotto. Nel penale, su cento procedimenti 9,5 si prescrivono, tra questi 5,7 nella fase delle indagini preliminari, 3,8 nel corso dei tre gradi di giudizio. Tribunale che vai, giustizia che trovi. Nella speranza che giustizia sia.

Stop alla devastazione giornalistica nei confronti degli imputati, scrive Ruben Razzante, docente diritto d’informazione, il 13 ottobre 2016. Nessuno fa rispettare il codice di autoregolamentazione AGCOM e nessuno si indigna di fronte alla devastazione mediatica della dignità dei soggetti indagati o imputati. L’assoluzione dei tribunali diventa una magra consolazione per quanti hanno visto distrutta, nel frattempo, la propria immagine pubblica a causa di una vera e propria barbarie mediatica. La giustizia può sbagliare, i giudici sono esseri umani ed è per questo che il sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio affinché possa esserci la dovuta ponderazione prima di una sentenza che rischia di mettere in gioco la libertà personale e la dignità di un imputato. Questo sacrosanto principio in Italia si depotenzia un po’, sia per i numerosi casi di giustizia politicizzata – peraltro ammessi nei giorni scorsi dallo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando – sia per la piaga dei cosiddetti “processi mediatici”. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una successione di assoluzioni di personaggi politici accusati di vari reati e sottoposti a quella che comunemente viene definita gogna mediatica. Alemanno, Bertolaso, De Luca, Podestà e, da ultimo, Marino e Cota: tutti esponenti di primo piano, ai vertici di città-capoluogo o di province o di regioni, prima costretti a uscire di scena, ora scagionati da ogni addebito. Solo il governatore campano De Luca è ancora in sella, peraltro in un ruolo di maggiore responsabilità istituzionale (all’epoca dei fatti contestatigli 18 anni fa era sindaco di Salerno). Si tratta di vicende giudiziarie assai diverse l’una dall’altra, anche per colore politico, ma accomunate da un elemento tutt’altro che irrilevante: il cortocircuito tra le inchieste e la mediatizzazione dell’attesa di una sentenza, che si è trasformata negli anni in un calvario mediatico. In un momento in cui il governo Renzi sembra aver accantonato i buoni propositi di mettere mano alla riforma della giustizia perché teme di non avere il consenso necessario per condurla in porto, storie come quelle di Marino, De Luca, Bertolaso o Cota ci confermano quanto siano a rischio le nostre libertà democratiche, tra cui il diritto sacrosanto di non rimanere illimitatamente stritolati nel tritacarne mediatico per poi uscirne puliti ma devastati umanamente e sul piano reputazionale. I più importanti quotidiani italiani spesso si trasformano in plotoni d’esecuzione, gli studi televisivi in ring dove si combattono veri e propri incontri di “pugilato verbale” tra innocentisti e colpevolisti. Sono i cosiddetti “processi mediatici”, vietati da un codice di autoregolamentazione proposto dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e sottoscritto nel maggio 2009 da tutte le emittenti radiotelevisive, dall’Ordine dei giornalisti, dalla Fnsi e da tutti i soggetti coinvolti nella filiera informativa. Nessuno, però, lo fa rispettare e nessuno si indigna di fronte alla devastazione mediatica della dignità dei soggetti indagati o imputati. L’assoluzione dei tribunali diventa una magra consolazione per quanti hanno visto distrutta, nel frattempo, la propria immagine pubblica a causa di una vera e propria barbarie mediatica.

«Carrierismo e populismo, i mali della magistratura», scrive Giovanni M. Jacobazzi il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Edmondo Bruti Liberati attacca «il rivendicazionismo spicciolo e corporativo che prevale nell'Anm». Meritano di essere segnalati, da parte delle toghe di sinistra, due assist contro il "correntismo" e la "deriva corporativa" in magistratura. Segno evidente che l'attuale degenerazione del sistema non è una semplice invenzione ma un problema molto serio che necessita di interventi urgenti e tempestivi. Il primo attacco proviene direttamente da parte dell'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, già esponente di spicco di Magistratura democratica, presidente dell'Anm e membro del Csm. Il secondo, invece, dal coordinamento nazionale di "Area", l'alleanza tra le toghe di Md e di Movimento per la giustizia. Bruti Liberati, l'altro giorno, in occasione della consegna di un premio alla Statale di Milano, ha affermato che nell'Anm "sembrano prevalere la chiusura corporativa, il rivendicazionismo spicciolo e l'atteggiamento spocchioso del porsi come unica istituzione sana del Paese". Rincarando la dose, "se il populismo della politica è il male, quello giudiziario è pessimo". Una dura critica contro l'idea, fatta propria anche da alcune toghe, che la magistratura "non svolga una funzione ma rappresenti uno dei poteri dello Stato". Sul punto, Area, lo scorso fine settimana, ha tenuto a Roma l'assemblea nazionale, votando all'unanimità una mozione impegnativa e dirimente. Che, di fatto, mette in evidenza quello che in molti pensano, in particolare per le nomine dei direttivi. E cioè che dietro certe scelte, al posto del merito, si nascondano "scambi" fra correnti. Infatti, come riportato nel documento finale, "il correntismo è una degenerazione che deriva dalla perdita da parte dei gruppi della magistratura associata della capacità di elaborazione politica e della capacità di assumere con coerenza la responsabilità delle proprie scelte". A tal riguardo, "Area pretende da tutti i propri associati - e dunque sia dai rappresentanti negli organi di governo autonomo che dai rappresentati - coerenza e responsabilità identiche ed esige che ciascun associato si astenga dal porre in essere condotte di tipo clientelare". Ed anzi, "chiede ai propri rappresentanti nel Csm l'assoluta trasparenza delle scelte e il massimo impegno nel comunicarne e spiegarne le ragioni". Nelle nomine dei direttivi, quindi, "Area afferma la centralità della questione morale e rifiuta categoricamente la logica della spartizione e dello scambio. Auspica che sia prevista nella normativa secondaria la massima pubblicità degli atti e dei documenti prodotti dai candidati". Altro argomento scottante, i "fuori ruolo". Gli incarichi svolti dai magistrati lontani dalla giurisdizione e da sempre considerati un approdo per le toghe "carrieriste". A tutela dell'immagine di indipendenza della magistratura, prosegue Area, "riteniamo non si debba poter attribuire prevalenza, in sede comparativa, all'esperienza che un magistrato abbia maturato ricoprendo un incarico fuori ruolo di scelta prettamente politica o che faccia apparire l'aspirante 'vicino' alla politica". Sia Bruti Liberati che Area, dopo l'affondo, propongono una possibile soluzione a queste storture. Basata, anche, sulla condivisione e sul sostegno dell'avvocatura. "L'attuale sistema delle valutazioni di professionalità - prosegue Area - si è risolto in una burocratica standardizzazione dei giudizi, che favorisce la gerarchizzazione degli uffici e fomenta il carrierismo. Considera perciò necessaria una rivisitazione del sistema, che valuti il magistrato tenendo conto della concreta situazione in cui è chiamato ad operare: dunque non solo come singolo, ma come parte di un ufficio". E, dunque, "l'ampliamento delle fonti di conoscenza, anche valutando la possibilità di contributi degli Uffici giudiziari in grado di fornire informazioni utili". Pertanto, come auspicato anche dal ministro Andrea Orlando e su cui Area, a differenza di altri gruppi associativi, non era contraria in maniera preconcetta. Potrebbe essere d'aiuto ad evitare questa autoreferenzialità correntizia la partecipazione di esponenti dell'avvocatura all'interno dei Consigli giudiziari. Una apertura di credito su cui, però, la base della magistratura non intende cedere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

PARLIAMO DELLE CELLE ZERO.

«Chiudete le celle “lisce”». Il Dap interviene su Ivrea, scrive Damiano Aliprandi l'1 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". Il caso sollevato dopo gli episodi di violenza, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016, denunciati da un detenuto. «Si prega di inibire l’uso della stanza detentiva denominata “cella liscia” posta al reparto isolamento». Così il capo del Dap Santi Consolo scrive nella lettera indirizzata alla direttrice del carcere di Ivrea. Ma non solo. Ordina anche la chiusura della sala d’attesa per le visite mediche che veniva utilizzata come una seconda “cella liscia”. Infatti ha disposto di «interdire l’utilizzo della sala d’attesa per le visite mediche fino al ripristino delle necessarie dotazioni, e di assicurare, terminati gli interventi di adeguamento, che il suo uso sia realmente limitato a brevissimi archi temporali e per le sole esigenze per le quali è stata prevista». Il provvedimento del Dap dà atto dell’esattezza del rapporto sul carcere di Ivrea del Garante nazionale dei detenuti, dopo le denunce, anticipate da Il Dubbio, degli episodi di violenza. Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016, infatti, almeno un paio di detenuti avrebbero subito delle violenze, denunciate da un altro compagno di cella con una lettera indirizzata a Infoaut e sulle quali sta indagando anche la procura di Ivrea. Questi episodi sono stati riscontrati non solo dalla delegazione del Garante nazionale, ma anche dalla visita ispettiva da parte del provveditorato regionale effettuata il 16 dicembre scorso. Sempre Santi Consolo, con riferimento del rapporto del provveditorato, scrive che «ferma restando la necessità di attendere gli esiti dell’indagine giudiziaria, la ricostruzione operata dall’ispezione non sembra escludere che per taluni detenuti coin- volti nei disordini – alcuni dei quali erano visibilmente atroci – possa esservi stato un eccesso nell’intervento del personale di polizia penitenziaria volto a contenere le resistenze durante il tragitto di accompagnamento degli stessi dalla sezione del quarto piano, ove erano collocati, al piano terra». Intanto, per ordine del Dap, le due stanze utilizzate come celle di isolamento vengono chiuse. Nel frattempo la direzione del carcere, nel caso della cella liscia chiamata dai detenuti “l’acquario”, ha assicurato di provvedere al rifacimento del bagno, eliminando la cosiddetta turca, al risanamento della finestra volta ad areare il locale, nonché alla tinteggiatura della stanza liscia e all’inserimento dei suppellettili. Quanto alla sala d’attesa dell’infermeria utilizzata come seconda “celle liscia”, la direzione del carcere ha promesso che farà riaprire il finestrotto per far circolare l’aria e ripristinerà il termosifone. Tale stanza – come ha stabilito il Dap -, una volta ristrutturata, verrà utilizzata per tempi assolutamente brevi e strettamente funzionali alle esigenze per le quali è stata prevista. Santi Consolo evidenza nella lettera indirizzata al ministero della Giustizia che «sarà cura del provveditorato regionale – che già nel mese di luglio 2016 aveva sensibilizzato le direzioni del suo distretto di competenza ad assicurare che la sanzione dell’isolamento avvenga in luoghi idonei, decorosi e non, come talvolta accade, privati di ogni minima suppellettile, fatto che pone o rischia di aggravare uno stato di reattività o peggio depressivo – programmare, con i fondi del 2017, la ristrutturazione dei locali segnalati».

Poggioreale, prime crepe nel muro della «cella zero». Giustizia. La procura di Napoli invia l’avviso di conclusione delle indagini a 22 poliziotti penitenziari e a un medico. Le violenze subite dai detenuti tra il 2012 e il 2014. Tra venti giorni si deciderà l’eventuale rinvio a giudizio. E c’è il rischio di prescrizione dei reati, scrive Eleonora Martini su “Il Manifesto” il 13.08.2016. Da lesioni aggravate a violenza privata, da sequestro di persona ad abuso di autorità: è ampio il ventaglio di reati ipotizzati dalla procura di Napoli nell’inchiesta sui maltrattamenti subiti da alcuni detenuti nel carcere di Poggioreale, anche nella cosiddetta «cella zero». Non tutti saranno eventualmente oggetto di una possibile richiesta di rinvio a giudizio, ma per intanto i magistrati hanno recapitato l’avviso di chiusura delle indagini a 22 agenti di polizia penitenziaria e a un medico. Tra venti giorni, preso atto delle controdeduzioni presentate nel frattempo dalla difesa, che conta di poter dimostrare l’«infondatezza» delle accuse, il pm Alfonso D’Avino, che coordina le indagini condotte dai procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto, deciderà se e per quali reati chiedere il rinvio a giudizio di alcuni o di tutti gli indagati. I fatti risalgono ad un arco di tempo che va dal 2012 al 2014. Fu Adriana Tocco, garante dei detenuti della Campania, a raccogliere le prime due denunce di maltrattamenti subiti nel carcere che diedero l’avvio all’attuale inchiesta giudiziaria. La prima vittima attese la fine della pena, prima di decidersi a parlare, nel gennaio 2014. «Era un uomo molto mite, sebbene avesse commesso un reato di frode finanziaria – racconta al manifesto Adriana Tocco -, mi raccontò per filo e per segno ciò che gli fece un poliziotto, senza alcun motivo». Da allora sono diventate 150 le denunce di sevizie, maltrattamenti, a volte vere e proprie torture, perpetrate negli anni. Fu così che si scoprì la presenza, a Poggioreale, – in realtà antica di oltre un ventennio, come denunciò per primo, nel 2012, Pietro Ioia, attivista per i diritti dei reclusi e presidente dell’associazione degli ex detenuti napoletani – della cosiddetta «cella zero», una stanza vuota posta al piano terra, senza videosorveglianza, sporca di sangue sulle pareti, dove si sarebbero consumati i pestaggi. Il 28 marzo 2014, poi, una delegazione della Commissione libertà civili del parlamento europeo, dopo aver audito formalmente l’associazione Antigone, ispezionò il penitenziario napoletano. In seguito alla visita, l’allora direttrice Teresa Abate venne trasferita ad altro incarico, sostituita con l’attuale dirigente, Antonio Fullone, così come il comandante della polizia penitenziaria. «Da allora – racconta ancora Adriana Tocco – non ho più ricevuto denunce di maltrattamenti. Poche settimane fa, a fine luglio, sono stata in visita di nuovo a Poggioreale per accertarmi della veridicità di alcune lettere ricevute dal garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. Ho parlato a lungo con i carcerati e ho potuto verificare che quel tipo di violenze sono terminate». «Ci auguriamo – dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – che si arrivi presto ad appurare eventuali responsabilità senza che, nel caso di colpevolezza degli indagati, intervenga la prescrizione come già avvenuto in altri casi simili». Un rischio concreto, innanzitutto perché dai primi casi di violenza sono già passati quattro anni, ma soprattutto perché, come spiega ancora Gonnella, «in mancanza del reato di tortura, al di là del fatto che possa essere effettivamente stato commesso o meno, vengono ipotizzati reati per i quali sussiste il rischio della prescrizione e quindi dell’impunità». Motivo per il quale l’associazione Antigone chiede «che non si perda ulteriormente tempo e che a settembre il Parlamento ricalendarizzi la discussione e approvi la migliore legge possibile per introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura». Ma al di là dei reati eventualmente commessi da alcuni poliziotti penitenziari, rimane la questione aperta dell’isolamento, regime disciplinare dove, fa notare Antigone, «più facilmente, possono avvenire violenze» e che «rappresenta una soluzione particolarmente afflittiva che spesso induce i detenuti ad atti di autolesionismo e a suicidi». Per questo Antigone ha presentato recentemente una proposta di legge per riformare l’applicazione del regime di isolamento, «invitando i parlamentari della Commissione Giustizia di Camera e Senato a farla loro». Rimane comunque il fatto che la cosiddetta «cella zero» non è contemplata da alcun regolamento penitenziario, e che la sua presenza, all’interno delle mura di molti penitenziari, non solo quello partenopeo, è stata negata per decine di anni.

Così si muore nelle “celle zero” italiane. Dai pestaggi ai suicidi sospetti. Le foto incredibili, scrive Antonio Crispino il 15 febbraio 2014 su "Il Corriere della Sera". Per quando questa inchiesta sarà tolta dal sito del Corriere (più o meno 48 ore), in carcere sarà morta un’altra persona. Sono 2230 decessi in poco più di un decennio. Quasi un morto ogni due giorni. Morte naturale, arresto cardio-circolatorio, suicidio. Queste le cause più comuni. Quelle scritte sulle carte. Poi ci sarebbero i casi di pestaggio, di malasanità in carcere, di detenuti malati e non curati, abbandonati, le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali, le impiccagioni a pochi giorni dalla scarcerazione o dopo un diverbio con il personale carcerario. Sono le ombre del sistema. La versione ufficiale è che il carcere è “trasparente”, sono tutte fantasie, storie metropolitane. «I detenuti, ormai, l’hanno presa come una moda quella di denunciare violenze». Parola di Donato Capece, leader del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Per essere credibili bisogna portare le prove, le testimonianze. In che modo? «Il carcere è un mondo a parte, un sistema chiuso dove si viene a sapere quello che io voglio che si sappia e dove le carte si possono sistemare a piacimento. Il sistema tende a proteggere se stesso» sintetizza Andrea Fruncillo, ex agente penitenziario di Asti. Lo avevamo incontrato già qualche anno fa. Grazie anche alla sua denuncia (caso più unico che raro) venne alla luce il sistema di pestaggio organizzato all’interno del carcere dove prestava servizio. In primo grado non si trovò nessun responsabile. In secondo grado sono arrivate le condanne. E’ una lotta impari, una fatica di Sisifo. «Anche lì dove riusciamo faticosamente a reperire delle prove finisce quasi sempre con una prescrizione» spiega l’avvocato Simona Filippi. È uno gli avvocati di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Carte alla mano, ci mostra come i reati per cui si procede sono attinenti alle sole lesioni. I tempi di prescrizione sono facilmente raggiungibili rispetto a un reato di tortura. Se fosse introdotto nel nostro ordinamento. Ad oggi, infatti, questo reato non esiste. Come praticamente non esistono condanne passate in giudicato. Esistono, invece, foto e documenti agghiaccianti che pochi dubbi lascerebbero sulla natura della morte del detenuto. Ma tutto è interpretabile e la scriminante è sempre dietro l’angolo. Lo avevamo testato anche noi, nel 2012, dopo l’aggressione ricevuta da parte del comandante degli agenti penitenziari di Poggioreale che minacciò: «Se non spegni questa telecamera te la spacco in testa... I detenuti li trattiamo anche peggio, lo puoi anche scrivere». Anche in quel caso chiedevamo di presunti casi di violenza. Tante scuse per l’accaduto, la richiesta - cortese - di non denunciare da parte della direttrice e promesse di azioni disciplinari da parte del Dap. Nulla di concreto. Anzi. Sul sito della polizia penitenziaria il comandante viene descritto come un ‘martire della battaglia’, in puro stile corporativo, provocato da giornalisti in cerca di scoop. «Nessuna prova». Qualche foto gira su internet per la pervicacia di genitori che chiedono giustizia: sono i casi di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi (la mamma ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e periti. Ultimamente ha messo in vendita il proprio rene per poter pagare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. La battaglia legale va avanti da 10 anni) o Federico Perna. Gli altri non li conosce nessuno. Come Manuel Eliantonio, Carlo Saturno, Bohli Kaies, Raffaele Montella, Aldo Tavola, Stefano Guidotti, Antonino Vadalà, Mauro Fedele, Gregorio Durante, Giuseppe Rotundo e troppi altri. Raccogliamo tutto quello che si può documentare. Lo mostriamo, in una miscellanea di orrore e terrore, al garante dei detenuti della Lombardia Donato Giordano, la regione con il più alto numero di carcerati. «E’ una follia, se è vero come è vero quello che ho visto siamo messi peggio del nazismo». Eppure casi di pestaggio sulla sua scrivania non sono mai arrivati. Nemmeno uno. Invece da mesi ci arrivano via posta segnalazioni dal carcere di Opera. «Fate luce sulla cella 24», ci scrivono. Cos’è la cella 24? «Solo una cella come tante altre dove mettono drogati e alcolizzati. Il direttore del carcere mi ha detto che è vuota per evitare che si facciano male. Indagherò» ci fa sapere il garante Giordano. In tutta Italia la cella 24 ha tanti nomi. Ogni detenuto, a seconda della provenienza geografica, la apostrofa in modo diverso, ma il senso è quello: cella 0, cella interrata, cella frigorifera, cella nera, cella estiva/invernale… Ogni termine ha una spiegazione. Incontriamo un poliziotto di Poggioreale per chiedergli del sovraffollamento ma il discorso vira inevitabilmente sull’esistenza della “cella zero”, la cella dove verrebbero portati i detenuti da punire. Non sa di essere ripreso. Spaventa la normalità con la quale afferma cose di una certa gravità: «Poggioreale è stato scenario di tante cose violente, dentro Poggioreale si è sparato, ci sono stati i morti, sono girate pistole… fino a quando non c’è stata la svolta autoritaria delle forze dell’ordine. Nella gestione di una popolazione del genere, permetti che c’è anche il momento di tensione, che si superano dei limiti, da ambo le parti e si interviene in questo modo? Penso che è naturale… E’ un po’ come lo schiaffo del padre in famiglia, no?». La denuncia che il garante si aspetta sulla scrivania dovrebbe partire da un detenuto pestato che si trova all’interno del carcere e convive con altri detenuti che non vogliono problemi. La stessa denuncia prima di essere spedita passerebbe tra le mani del sistema carcerario. Dopodiché il detenuto dovrebbe continuare a convivere con i suoi presunti carnefici, ogni giorno. Il tutto partendo dal presupposto che un detenuto, per definizione, ha una credibilità pari allo zero e una possibilità di documentare quello che dice praticamene nulla. «Anche se viene trasferito dopo la denuncia, il detenuto sa che le prende lo stesso. Tra di noi arrivava la voce di chi aveva fatto l’infame e si trovava ugualmente il modo di punirlo. Chi sa sta zitto, anche i medici. Ad Asti dicevamo noi al medico cosa scrivere sulla cartella clinica dopo un pestaggio. Ovviamente nei casi in cui lo portavamo da un medico. Ci sono tanti bravi agenti che fanno solo il loro dovere ma seppure assistessero ai pestaggi non potrebbero parlare. Sarebbero mandati in missione in chissà quale carcere sperduto d’Italia, gli negherebbero le licenze, i permessi, farebbero problemi con le ferie, verrebbero discriminati... Insomma il carcere è un mondo con le sue regole» ricostruisce così la sua esperienza, Fruncillo. «Ci aveva provato Carlo Saturno a denunciare le violenze subite nel carcere minorile di Bari» ricorda Laura Baccaro autrice con Francesco Morelli del dossier “Morire di carcere” pubblicato su Ristretti Orizzonti. E’ stato sfortunato. Era l’unico testimone ed è morto impiccato una settimana prima dell’udienza in cui doveva deporre. Il processo si è chiuso per mancanza di prove. Katiuscia Favero. Anche lei aveva denunciato: un medico e due infermieri dell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. La avrebbero violentata ripetutamente. «Dopo la denuncia viene trovata impiccata a un albero in un recinto accessibile solo al personale medico-infermieristico. Sfortunata anche lei. Perché spariscono anche le perizie ginecologiche effettuate dopo la denuncia». Caso chiuso. Nel 2008 verranno assolti sia il medico che gli infermieri denunciati da Katiuscia, per mancanza di prove. Cristian De Cupis diceva che alcuni agenti della Polfer di Roma lo avevano picchiato durante l’arresto. Denuncia tutto al Pronto soccorso. Muore prima ancora che gli convalidino l’arresto. Aveva 36 anni. Manuel Eliantonio viene fermato all’uscita di una discoteca. Aveva fumato, usato droghe. Gliene trovano alcune in tasca e lui scappa. L’agente lo rincorre e lo porta nella caserma della Polizia stradale di Carcare, provincia di Savona poi in carcere. Ufficialmente muore per «arresto cardiaco» ma il giorno prima aveva scritto alla mamma: «Mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo, se non li prendo mi ricattano». Anche qui, nessuna prova. Nessuna prova e nessuna testimonianza neppure per Bohli Kaies. E’ uno spacciatore tunisino morto per «arresto cardiocircolatorio». La perizia disposta dal procuratore di Sanremo precisa: «Avvenuta per asfissia violenta da inibizione dell’espansione della gabbia toracica». In pratica: soffocato. Così il procuratore Roberto Cavallone decide di indagare i tre carabinieri che procedettero all’arresto. Dirà: «E’ una morte della quale lo Stato italiano deve farsi carico. Chi ha visto si faccia avanti e i tre militari raccontino come è andata». Non si saprà mai come è andata nemmeno per Rachid Chalbi. Trovato morto in cella per “suicidio”. Qualche giorno prima era stato punito con il trasferimento nel penitenziario di Macomer. Quando i parenti si recano all’obitorio notano ecchimosi sul volto e sul petto. I parenti si chiedono: «Nonostante la richiesta del consolato e dei legali l’autopsia non è stata eseguita. Perché?».

Le celle zero sono in ogni carcere, scrive il 19 febbraio 2015 Davide Rosci su "Popoffquotidiano". Si vive in una tomba. Questo è il sistema carcerario italiano. Bisogna raccontare tutto perché il silenzio è il loro miglior alleato. La rivista Internazionale racconta la cella zero di Poggioreale. Purtroppo non si tratta di una realtà circoscritta a quel carcere. Io sono stato messo in isolamento al famigerato Mammagialla di Viterbo dove la cella era di 6 mq scarsi sotto uno scantinato buio stile film Saw (per intenderci la finestra era all’altezza della strada), l’ambiente era sudicio al massimo, lo sporco ovunque, il materasso in spugna puzzava di piscio ed era tutto rotto, il cuscino sempre in spugna mi è stato dato a metà perchè bruciato, la porta del bagno non c’era, l’acqua non era potabile e in 5 giorni non me l’hanno detto, i termosifoni non funzionavano e dalle finestre entravano gli spifferi d’aria gelata. Si stava ad una temperatura di 2 gradi. La notte ho dormito all’addiaccio con indosso tutti i vestiti che mi avevano lasciato, compreso il giubbotto, perchè le mie cose erano in un altro stanzino. Ho sofferto il freddo come non mai. Il cibo che mi veniva passato era scondito e la carne puzzava di morto. Per un mese ci hanno fornito due rotoli di carta igienica della peggiore qualità. L’acqua c’era solo in determinate ore della giornata e come detto non era potabile perchè contenente l’arsenico. Il passeggio ci veniva negato e comunque era da soli in un tugurio/corridoio di 10 mq. Le docce non avevano la luce e ci era consentito farla per poco tempo, tutto era allagato e pieno di muffa. Ricordo sui muri il sangue ovunque e le frasi di misericordia, rabbia e preghiere dei poveri cristi che come me avevano avuto la sventura di entrare lì sotto. Nella cella vicino alla mia c’erano due ragazzi che stavano scontando il 14 bis e per loro il mio cuore ancora piange. Praticamente dovevano passare 6 mesi lì sotto nelle condizioni che vi ho descritto perdipiù senza tv e possibilità di uscire e avere colloqui regolari con i propri cari. Vivevamo in una tomba. Questo è il sistema carcerario italiano…bisogna raccontare tutto perchè il silenzio è il loro miglior alleato.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

Quando Di Pietro faceva gli interrogatori “di massa”, scrive Francesco Damato l'1 Aprile 2017 su "Il Dubbio". Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato più celebrità la toga, dismessa il 6 dicembre 1994. Durante Mani Pulite, dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio per interrogarli. Quando Di Pietro faceva gli interrogatori “di massa”. Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro pre-politico sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato sicuramente più celebrità e soddisfazione la toga, dismessa improvvisamente il 6 dicembre 1994 per ragioni sulle quali si sono dette e scritte le cose più diverse, senza che si sia mai venuti a capire gran che. Per cui, anche per evitare querele alle quali egli è facile ricorrere, conviene attenersi alla spiegazione dell’interessato: di essersi stancato ad un certo punto di venire “strattonato” da tutte le parti e di avere voluto liberare i colleghi della Procura milanese guidata da Francesco Saverio Borrelli dal rischio di procedere nelle loro indagini sul finanziamento illegale della politica in un clima disturbato dalle polemiche sulla sua persona. La voglia di capire se “Tonino”, come Di Pietro viene chiamato dagli amici, sia stato più bravo come commissario o come magistrato inquirente mi è tornata irresistibile leggendo l’altro ieri sul Dubbio il resoconto fatto da Giovanni M. Jacobazzi di una celebrazione a Merate, vicino Lecco, dei 25 anni trascorsi dall’esplosione delle indagini Mani pulite. Così si chiamò ed è rimasta famosa nella storia giudiziaria l’inchiesta arrivata sulle prime pagine dei giornali il 18 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano sorpreso a riscuotere la sera prima una tangente da una ditta delle pulizie. Fu la scoperta di Tangentopoli. Affiancato dagli ex colleghi della Procura milanese Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ora presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati, Di Pietro ha confermato e illustrato una scena del film di Sky su Mani pulite che molti telespettatori hanno forse attribuito alla immaginazione, appunto, dello sceneggiatore. Dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio. Ne raccoglieva in una stessa stanza undici alla volta, collocati in altrettante postazioni fra le quali lui si spostava per completare o avviare, secondo i casi, l’attività della polizia giudiziaria. Ma più ancora delle undici postazioni per altrettanti interrogatori contemporaneamente, mi ha colpito il trucco, l’espediente, chiamatelo come volete, cui lo stesso Di Pietro ha confessato di avere fatto ricorso per vincere le prevedibili resistenze degli indagati ad ammettere le loro responsabilità e a svelarne magari altre, consentendo l’apertura di nuovi percorsi agli inquirenti. Quel diavolo di “Tonino” all’occorrenza aumentava artificialmente la consistenza dei fascicoli, o faldoni che li raccoglievano, imbottendoli di giornali o di carta straccia. Come si fa con le borse quando vengono esposte sugli scaffali di vendita perché rimangano ben gonfie e capaci. A vedere quella montagna pur farlocca di carte, scambiandola per un enorme materiale probatorio raccolto dagli inquirenti, ci poteva essere – e probabilmente ci fu qualche inquisito crollato di suo, prima ancora che Tonino o altri lo incalzassero con le loro domande, dopo essersi magari limitati a dire: «Ormai sappiamo tutto». E così l’interrogatorio poteva trasformarsi persino in una lunga, incontenibile, fluviale confessione, superiore ad ogni attesa. Non dimentichiamo che in quei mesi e in quegli anni gli avvocati spiegavano ai loro clienti più ansiosi, peraltro basandosi su dichiarazioni pubbliche degli stessi magistrati, l’alto rischio di finire in manette già durante le indagini preliminari se non riuscivano a convincere gli inquirenti o di essere davvero estranei alla pratica diffusissima delle tangenti, in uscita o in entrata, o di avervi disgraziatamente partecipato decidendo però di tirarsene fuori davvero. Che significava dimostrare con opportune rivelazioni di non volere più coprire o proteggere nessuno con comportamenti omertosi. Sono rimasti purtroppo celebri, a questo proposito, i passaggi più drammatici della lettera scritta dal carcere alla moglie dall’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari prima di uccidersi infilando la testa in una busta di plastica. Il povero Cagliari, deluso da una mancata scarcerazione che riteneva gli fosse stata invece promessa dopo l’ennesimo interrogatorio, si era drammaticamente convinto che inquirenti e giudici lo volessero lasciare in carcere, magari muovendogli altre imputazioni, fino a quando non fossero riusciti a sentirsi dire da lui ciò che si aspettavano. Quel suicidio sorprese e addolorò per primo – va riconosciuto – proprio Di Pietro, colpito anche dalla decisione dell’indagato Raul Gardini di uccidersi in quegli stessi giorni dell’estate del 1993 a casa sua, a Milano, nella convinzione che non potesse uscire libero da un interrogatorio che lo attendeva di lì a poco. Scoppiarono polemiche giustamente furibonde. Anche alcuni giornalisti entusiasti della “rivoluzione” di Mani pulite, e dei cortei che sfilavano per le strade di Milano con uomini e donne in maglietta bianca che chiedevano ai magistrati di farli ancora e sempre più “sognare”, ebbero momenti di dubbio e di sconcerto. Ma durò poco. Gli umori tornarono subito giustizialisti, cioè favorevoli più all’accusa che alla difesa degli imputati. Di questo ritorno al giustizialismo, se mai qualcuno se ne fosse ritirato davvero, si ebbe la prova nell’estate successiva, quando il primo governo di Silvio Berlusconi, arrivato inaspettatamente a Palazzo Chigi all’esordio della sua avventura politica, adottò un decreto legge per limitare il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari. Per quanto prontamente firmato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, non certamente sospettabile di scarse simpatie per i suoi ex colleghi magistrati o di scarso interesse alle loro esigenze di lavoro, quel decreto provocò il finimondo nella Procura di Milano. Di Pietro e gli altri inquirenti chiesero, per protesta contro le nuove misure, di essere destinati ad altri compiti. I leghisti si dissociarono dal provvedimento, per quanto firmato anche dal loro Bobo Maroni, ministro dell’Interno, sostenendo di non averlo ben compreso, o di averlo trovato sulla Gazzetta Ufficiale diverso dal previsto. E a Berlusconi non restò che piegarsi rinunciando alla conversione per accontentarsi delle scarcerazioni nel frattempo eseguite. Egli non volle anticipare all’estate la crisi che i leghisti gli avrebbero però procurato ugualmente alla fine dell’anno su altri versanti. Ma torniamo alla storia della catena di montaggio, per quanto metaforica, degli interrogatori in Procura raccontata con baldanza e divertimento da Di Pietro celebrando a Merate le nozze d’argento di Mani pulite con gli italiani. Non credo proprio che “Tonino”, convinto della sua buona fede nella ricerca della verità come inquirente, possa o debba offendersi se gli dico che quelle undici postazioni per gli interrogatori e soprattutto quei fascicoli gonfiati ad arte, con giornali e carta straccia, mi sono apparsi più da commissario di polizia che da magistrato. Ma quella storia, che ad occhio e croce doveva comportare anche verbali d’interrogatorio di più persone redatti e firmati dallo stesso o dagli stessi magistrati alla stessa ora dello stesso giorno, o quasi, mi riporta alla mente pure ciò che in quegli anni mi raccontò l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il mio amico Giovanni Galloni. Che era assediato, diciamo così, da altri amici e colleghi di partito che si lamentavano con lui del trattamento ricevuto persino da familiari incorsi a Milano sotto le lenti giudiziarie. Galloni mi parlò, fra l’altro, proprio di più verbali milanesi redatti alla stessa ora, ma a volte persino svoltisi in luoghi diversi, su cui era prevedibile l’interessamento del Csm. Ma poi non se ne fece o non se ne seppe più niente. Mentre fece invece un rumore enorme il 6 dicembre 1994 il già ricordato annuncio delle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura.

 “Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds” di Ferdinando Cionti. Ferdinando Cionti, avvocato, incaricato dall’allora Presidente Craxi di verificare la legittimità dell’operato del Pool Mani pulite, ricostruisce gli avvenimenti di quegli anni e giunge alla conclusione che venne effettuato un vero e proprio colpo di Stato, con il quale si modificarono i rapporti costituzionali tra magistratura e politica, instaurando una egemonia della magistratura, tuttora vigente. L’intelligenza dell’analisi e la sincera passione civile che animano queste pagine siano per i lettori un’occasione per conoscere più approfonditamente i fatti e valutarli sotto il profilo giuridico – oltre che politico, com’è avvenuto prevalentemente finora – anche per inquadrare correttamente le vicende dei nostri giorni.

Ferdinando Cionti è avvocato a Milano ed è stato professore a contratto di Diritto Industriale per il Management presso l’Università di Stato di Milano Bicocca, facoltà di Economia, dipartimento di Diritto per l’economia. La sua concezione del diritto è sintetizzata nel saggio "Per un ritorno alla certezza del diritto", pubblicato su Libertates. Ha pubblicato numerosi saggi, tra cui "La funzione del marchio" e "Sì Logo" (Giuffrè). Per LibertatesLibri è uscito "Il colpo di Stato", presente nello Store di Libertates. Quale collaboratore dell’ “Avanti”, ha seguito quotidianamente le vicende di Mani Pulite.

Le critiche sollevate dalla Magistratura alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta su Tangentopoli, sono compendiate in questa dichiarazione del giudice milanese Claudio Castelli, vicepresidente dell'Associazione nazionale magistrati, scrive Ferdinando Cionti. "Come associazione nazionale magistrati, ci preoccupano invece alcuni passaggi della legge istitutiva, che rendono concreto il rischio di uno sconfinamento istituzionale: la commissione su Tangentopoli non può diventare una sorta di quarto grado di giudizio. Il problema proprio questo: un'indagine politica strumentalizzata per delegittimare la magistratura. Si tratta di critiche generate da veri e propri equivoci, che vanno chiariti. Innanzitutto le conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta non potranno mai concretarsi in "una sorta di quarto grado di giudizio", posto che in ogni caso le sentenze restano quelle che sono. Non che la Commissione possa riformare o annullare questa o quella sentenza. Potrebbe, per esempio, rilevare che le due sentenze definitive di condanna di Craxi sono state emesse in applicazione di norme processuali riconosciute poi ingiuste, tant' che si approvata la riforma costituzionale del giusto processo..."

Così nacque il patto segreto che legò i giudici e la sinistra. Il saggio di Ferdinando Cionti spiega perché "Mani pulite" non toccò i leader del Pds e quali furono le conseguenze, scrive Dario Fertilio, Venerdì 24/03/2017, su "Il Giornale". Colpo di Stato fu, e non solo giudiziario: la matrice di Tangentopoli fu anche politica. Si basò, secondo Ferdinando Cionti, sul patto d''acciaio fra il Pool di Mani Pulite e un partito dai molti nomi: Pci/Pds/Ds/Pd. In un saggio precedente, Il colpo di Stato (edito da LibertatesLibri, come quello che ora ne è il proseguimento, Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds, pagg. 230, euro 12), il giurista aveva smontato l'ingranaggio dell'inchiesta condotta fra il '92 e l'anno successivo. Secondo la sua analisi Borrelli, Di Pietro & C. erano responsabili di una serie di illegalità, tra le quali ripetute violazioni dell'articolo 289 del codice penale (attentato contro gli organi costituzionali). In particolare avevano fatto cadere la nomina di Bettino Craxi a presidente del Consiglio: al vertice dello Stato, Scalfaro, informato dai giudici di Mani Pulite, aveva preso atto delle indagini segrete in corso e aveva ripiegato su Giuliano Amato. Ne conseguiva che un pubblico ministero aveva condotto indagini illegittime contro Craxi, interferendo nella nomina del Presidente del Consiglio, scavalcando l'esito delle elezioni, il Parlamento, e limitando lo stesso potere del Presidente. Ma in che senso le indagini del Pool erano state illegittime? Per molti motivi. La scintilla dell'inchiesta, cioè l'arresto di Mario Chiesa per la vicenda delle tangenti legate al Pio Albergo Trivulzio, era scoccata in seguito a una serie di intercettazioni illegali. In pratica Di Pietro aveva «inventato» l'esistenza di un reato per il quale è consentita l'intercettazione telefonica. Anche il conferimento dell'inchiesta a Di Pietro era stata irregolare: lui stesso per l'«operazione Chiesa» aveva concordato con la polizia giudiziaria una data in cui era di turno, in modo da farsi assegnare il processo. Ancora, nei confronti di Mario Chiesa, Di Pietro aveva dimenticato deliberatamente di depositare nei tempi dovuti gli atti previsti per il rito direttissimo. Il che gli aveva consentito di prolungare indefinitamente la detenzione, cuocendo Chiesa a fuoco lento: le confessioni erano il risultato di una procedura illegale basata sullo choc indotto da carcere e manette. Non basta: Di Pietro, dopo aver proceduto per concussione al fine di condurre intercettazioni illegali, aveva ideato un altro trucco, applicando alla sua inchiesta sulle tangenti la legge che riguarda le rogatorie internazionali per il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga o armi. Così aveva scavalcato il ministro della Giustizia, che avrebbe dovuto autorizzarlo, alterando i rapporti fra magistratura ed esecutivo.

Non basta? Si consideri allora che il Pool aveva inventato la «dazione ambientale», un reato sociale e collettivo di corruzione, secondo il quale il rischio di reiterazione dei reati è sempre possibile. Effetto: veniva fatto capire all'indagato che la sua permanenza in carcere poteva durare all'infinito. Un metodo infallibile per farlo passare dalla confessione dei propri reati alla delazione di quelli altrui. Nel caso di Chiesa, aveva anche uno scopo politico: far sì che alla fine venisse chiamato in causa Craxi, nemico pubblico numero uno del partito dei giudici dal tempo del delitto Tobagi, e ancor più da quando il Psi si era schierato a favore della responsabilità civile dei magistrati. Ma soprattutto le indagini sull'odiato cinghialone erano avvenute in violazione dell'articolo 335 del codice di procedura penale, segretamente, senza iscrivere il suo nome nel modello 21, il registro in cui finiscono le notizie di reato con nominativo conosciuto, e che prevedono al massimo sei mesi di indagini, in modo da non chiedere l'autorizzazione a procedere nei confronti del parlamentare Craxi. Di qui gli attacchi del Pool all'articolo 68 della Costituzione appunto sulla autorizzazione a procedere (che aveva lo scopo di mantenere indipendenti i poteri legislativo ed esecutivo dal giudiziario).

Ecco le conclusioni di Cionti: il Pool guidato dal procuratore Borrelli aveva bisogno di un alleato per ottenere l'abolizione dell'immunità parlamentare e sanare a posteriori i più gravi reati commessi. Questo alleato fu l'allora Pds, mortalmente minacciato dal crollo dell'Urss, e disposto ad accordarsi con Craxi pur di entrare nell'Internazionale socialista. Temendo che il suo disegno egemonico ne venisse bloccato, il Pool offrì al partito di Occhetto la distruzione di Craxi e del Psi, in modo che il Pds potesse prenderne il posto. Ecco il motivo dell'annullamento all'ultimo momento, da parte dei post-comunisti, del documento che avrebbe dovuto sancire nel 1992 «l'intesa fra tutte le forze di progresso», cioè l'alleanza col Psi. Ecco perché l'inchiesta riguardò solo esponenti marginali o miglioristi del Pds. E perché le migliaia di manifestanti spontanei in favore di Mani Pulite e contro Craxi furono quasi tutti militanti di quel partito. E come mai, in seguito ai segnali intermittenti e inquietanti che aveva ricevuto dai giudici su quel che stava accadendo, ci furono le improvvise dimissioni di Cossiga dal Quirinale. Su questo sfondo si legge lo svuotamento della autorizzazione a procedere e la nascita del patto d'acciaio fra sinistra e partito dei giudici, ormai inossidabile. Svuotamento di fatto che diventava di diritto, con la riforma dell'articolo 68 della Costituzione, resa possibile dall'incalzante iniziativa del Pds che pagava in tal modo la sua salvezza; e, parallelamente, dalla pressione esercitata dal Pool con le sue azioni giudiziarie nei confronti dei parlamentari della maggioranza, in violazione proprio dell'articolo 68. Così cambiavano i rapporti tra i poteri dello Stato, poiché parlamento e governo risultavano subordinati al potere coercitivo della magistratura. E poiché il potere coercitivo è l'essenza della sovranità, veniva attuato un vero e proprio colpo di Stato - conclude l'autore del saggio - secondo l'articolo 287 del codice penale. Ferdinando Cionti a suo tempo era stato incaricato da Craxi di verificare se la Procura di Milano, nei giorni convulsi di Tangentopoli, avesse commesso illegalità. Oggi può dire d'aver portato a termine quel compito.

Mani golpiste. Rileggere Tangentopoli con il codice penale alla mano per scoprire che il colpo di stato ci fu. Un libro sul Pool di Milano, scrive Dario Fertilio il 25 Gennaio 2015 su “Il Foglio”. Nei confronti di Mario Chiesa il pm Di Pietro dimentica poi deliberatamente di depositare nei tempi dovuti gli atti. Questo gli consente di prolungare indefinitamente la detenzione. Mettiamo che tra il 17 febbraio del 1992 e il 29 ottobre dell’anno successivo si sia consumato in Italia un colpo di stato, senza che nessuno (o quasi) se ne sia reso conto. Dietro le quinte, nessuno zampino di servizi segreti né complotto di generali; al contrario, alla luce del sole, un rumoroso tintinnare di manette agitate dai giudici di Mani pulite. Mettiamo che Ferdinando Cionti, avvocato di cultura liberale, incaricato dall’allora segretario socialista Bettino Craxi di verificare la legittimità dell’operato del Pool di Milano, sia riuscito, firmando “Il colpo di Stato” (LibertatesLibri, pp, 158, euro 10) a smontare meticolosamente, articolo per articolo, l’ingranaggio giudiziario (con contorno politico e mediatico) su cui si è retta l’inchiesta di Tangentopoli. Concediamo pure che l’autore non abbia saputo né voluto spogliarsi di una antica passione garantista nel redigere il suo atto d’accusa contro i giudici della procura di Milano che determinarono il crollo della Prima Repubblica. Restano comunque i fatti elencati da Cionti, che vengono prima delle interpretazioni e delle tesi politiche: ed è a essi che occorre anzitutto dare udienza.

Con una premessa, che vale anche da conclusione: se colpo di stato a opera dei giudici ci fu, come sostiene Cionti, deve essere possibile inquadrare penalmente l’accaduto. Ed ecco: basta riferirsi agli articoli 287 e 289 del codice penale, là dove stabiliscono rispettivamente: “Chiunque usurpa un potere politico ovvero persiste nell’esercitarlo indebitamente, è punito con la reclusione da sei a quindici anni”; e ancora, “è punito con la reclusione da uno a cinque anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette atti violenti diretti ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al presidente della Repubblica o al governo l’esercizio delle attribuzioni o prerogative conferite dalla legge; alle assemblee legislative, alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni”.

Ma prima di passare alle radicali conclusioni cui giunge Cionti, basandole sui due articoli appena citati, ecco i passi salienti della sua indagine, in cui viene “smontata” pezzo per pezzo, e articolo per articolo, la macchina giudiziaria messa in moto a suo tempo dai giudici di Mani pulite. La scintilla dell’inchiesta, cioè l’arresto di Mario Chiesa per la vicenda delle tangenti legate al Pio Albergo Trivulzio, scocca in seguito a una serie di intercettazioni illegali. In pratica Di Pietro, giostrando fra gli articoli 266 del codice di procedura penale, e il 317 e 318 del codice penale, invece di iscrivere nel registro la sola notizia di un reato di diffamazione, vi aggiunge in base a un sospetto non provato quello di corruzione e addirittura di concussione. In pratica “inventa” l’esistenza di un reato per il quale è consentita l’intercettazione telefonica. Inoltre il conferimento dell’inchiesta a Di Pietro avviene in modo illegittimo: in certo modo è come se il suo autore, per poterne essere titolare, l’avesse assegnata a se stesso. Egli infatti concorda con la polizia giudiziaria una data per l’“operazione Chiesa” in cui lui sia di turno, in modo che il processo gli venga assegnato, evitando il rischio che finisca a un altro sostituto. Ma questo è ancora il meno – benché sia già una violazione del regolamento – perché Di Pietro determina l’assegnazione dello stesso processo a un gip gradito, contro il disposto dell’articolo 25 della Costituzione, che pone il divieto di sottrarre l’imputato al suo giudice naturale. La tecnica messa in atto, in questo caso come nei successivi di Mani pulite, consiste nell’intasare con fascicoli di scarso rilievo l’ufficio del gip competente per turno, ma considerato meno malleabile, facendo in modo che il fascicolo passi in eredità a quello favorevolmente disposto (in quel caso Italo Ghitti). Nei confronti di Mario Chiesa il pm Di Pietro dimentica poi deliberatamente (come ammetterà lui stesso successivamente in un’intervista) di depositare nei tempi dovuti gli atti previsti per il rito direttissimo. Questo gli consente di prolungare indefinitamente la detenzione, cuocendo Chiesa a fuoco lento: le sue confessioni, per quanto rilevanti ai fini dell’inchiesta, sono il risultato di una procedura illegale che si basa sullo choc indotto dal carcere e dalle manette, con la prospettiva di una macchia indelebile sull’immagine pubblica dell’inquisito.

Ancora: Di Pietro, dopo aver proceduto per concussione al fine di effettuare le intercettazioni illegali, inventa un altro trucco o “giochino”: applica ai fini della sua inchiesta sulle tangenti la legge che riguarda le rogatorie internazionali per il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga o di armi. In questo modo, tra l’altro, scavalca le prerogative del ministro della Difesa, che avrebbe dovuto autorizzarlo, alterando di fatto i rapporti fra magistratura e potere esecutivo.

Viene poi creato dal Pool, attraverso l’invenzione della “dazione ambientale”, un tipo di reato sociale e collettivo di corruzione, secondo il quale il rischio di reiterazione dei reati, dell’inquinamento delle prove e della fuga, è sempre possibile. Come dire che, essendo l’Italia in generale un paese di corrotti, ognuno deve essere comunque trattato come tale. Effetto: viene fatto capire all’indagato che la sua permanenza in carcere può durare all’infinito. Man mano che si avvicinano i termini di scadenza, gli si fanno piovere addosso a intervalli regolari nuovi ordini di custodia cautelare per reati simili a quello originario, con nuove ondate di pubblico discredito e un impatto umano devastante. E’ un metodo quasi infallibile che serve per far abbassare le difese all’inquisito, inducendolo a passare dalla confessione dei propri reati alla delazione riguardo a quelli altrui.

Nel caso di Chiesa, inoltre, il prolungarsi della detenzione assume anche uno scopo politico: far sì che alla fine venga chiamato in causa Craxi, nemico pubblico numero uno del “partito dei giudici” dal tempo del delitto Tobagi, e ancor più da quando il Psi si è schierato a favore della responsabilità civile dei magistrati. Ed è così, racconta l’autore, che si incomincia a indagare sul conto del leader socialista, il cosiddetto “cinghialone”. Ma, in violazione dell’articolo 335 del codice di procedura penale, lo si fa segretamente, senza iscrivere il suo nome nel modello 21, il registro in cui finiscono le notizie di reato con nominativo conosciuto, e che prevedono un termine di sei mesi per le indagini. Si ricorre invece astutamente al modello 44, riservato ai casi in cui l’identità dell’indagato è ignota: il termine dei sei mesi in questo caso non c’è più e dunque è possibile procedere a tutto campo contro l’odiato Craxi.

Se non che Craxi era un parlamentare. E qui sale il livello politico della sfida: iniziano cioè gli attacchi del Pool all’articolo 68 della Costituzione, quello che allora stabiliva come: “Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a procedimento penale”. Non si parlava di condanna, cioè, ma di “procedimento”: perché era chiaro al legislatore, preoccupato di mantenere separati e indipendenti i poteri legislativo ed esecutivo da quello giudiziario, come perseguire un politico ne pregiudicasse irreparabilmente la carriera. Quindi, in attuazione del disposto costituzionale, entro trenta giorni dalla iscrizione nel registro degli indagati il pubblico ministero avrebbe dovuto chiamare il parlamentare Craxi, chiedergli spiegazioni e, se queste non fossero riuscite convincenti, rivolgersi al Parlamento per l’autorizzazione a procedere. Questo non viene fatto, e i pm del Pool continueranno a non farlo in futuro, di fatto violando l’articolo 68 della Costituzione e mettendo la classe politica di fronte al fatto compiuto. Così il Pool creerà i presupposti per la modifica, finché si incaricherà Borrelli di chiederla pubblicamente.

Siamo al nocciolo della questione, e ormai apertamente su un terreno tutto politico: la presa di posizione del “partito dei giudici”, combinata con l’azione dei fiancheggiatori e lo stillicidio delle pubblicazioni su varie riviste e giornali dei verbali riservati, ostacola e infine fa cadere la nomina – proprio in quei momenti all’ordine del giorno – di Bettino Craxi a presidente del Consiglio. Al vertice dello stato, Scalfaro, informato dal Pool, prendeva atto delle indagini in corso su Craxi e ripiegava sul conferimento dell’incarico a Giuliano Amato. Ed è qui dunque, con logica stringente, che Ferdinando Cionti fa discendere la conclusione dalle premesse: un pubblico ministero – afferma – ha effettuato indagini illegittime contro Craxi e se ne è avvalso per intromettersi direttamente nella nomina del presidente del Consiglio. Dunque, l’ha condizionata, esercitando un potere di fatto che scavalca l’esito delle elezioni, il Parlamento, e limita lo stesso potere del presidente della Repubblica nella sua maggiore espressione. Da qui l’attentato contro gli organi costituzionali, secondo l’articolo 289 del codice penale. Un punto di non ritorno, dal momento che si sarebbe dovuto modificare la Carta, e sanare a posteriori il reato commesso, oppure andare incontro a una messa in stato di accusa del Pool. Insomma, da un lato si continuava a disapplicare l’articolo 68, dall’altro si chiedeva pubblicamente, per bocca di Borrelli, la riforma di questa norma.

Il resto è storia nota. L’inchiesta su Tangentopoli procederà trionfalmente senza più ostacoli: si arriverà a indagare 131 parlamentari soltanto a Milano, mentre in tutto saranno 1.069 i politici coinvolti, di cui 205 deputati (un terzo del totale). In un clima simile di caccia giustizialista alle streghe, che l’autore definisce “rivoluzionario”, diventerà impossibile riconoscere l’evidenza: come cioè tutti i partiti fossero coinvolti in una associazione a delinquere basata su tangenti implicite e pressoché automatiche. Sicché non si poteva parlare legittimamente di corruzione né di concussione, rendendo inevitabile la famosa “soluzione politica” auspicata da Craxi, in modo da evitare il crollo dell’intero sistema democratico. Ma il tentativo messo in atto a questo fine dal ministro Giovanni Conso, che si proponeva di depenalizzare il reato di finanziamento ai partiti, sarà immediatamente bloccato dalla durissima reazione di Borrelli e dei suoi collaboratori, addirittura con una minaccia di dimissioni collettive, fino a indurre il presidente Scalfaro a non firmare il decreto. Si procederà invece in un’altra, opposta direzione, giungendo nell’ottobre del 1993 ad abolire l’immunità parlamentare. Sotto la mannaia cadrà intanto gran parte della Dc (non la sinistra, che confluirà poi nel Pds), l’ala migliorista e garantista del Pci, e naturalmente l’intera leadership socialista. Tutti i gruppi dirigenti, insomma, considerati “nemici” dal partito dei giudici. In questo clima, mentre si indagano i 131 parlamentari soltanto a Milano – ripetiamo: in tutto saranno 1.069 i politici coinvolti, ma i deputati appartenevano quasi tutti alla maggioranza – si inquadra il voto quasi unanime per l’abolizione dell’immunità parlamentare. Il Parlamento è in pratica sotto ricatto, anche in considerazione del fatto che l’opposizione, pur di essere risparmiata, è indotta ad allinearsi.

Fu presa del potere prima di fatto e poi ufficiale, insomma, riassume l’autore de “Il colpo di Stato”. E venne realizzata mediante l’esercizio di una decisiva facoltà di intimidazione e di veto; l’impresa di lì a poco sarebbe culminata nel blocco della riforma con la quale avrebbe potuto essere finalmente avviata la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri. Finché, più tardi da Hammamet, Craxi avrebbe parlato di “una certa mappa con dei confini interni: c’è chi dev’essere protetto, chi deve essere tenuto a bagnomaria, e chi dev’essere distrutto”.

Operazione chirurgica, conclude Ferdinando Cionti, finalizzata al “cambiamento” dello stato. Un putsch, precisa, di tipo “bonapartista”, cioè basato sulla legalizzazione a posteriori dell’evento rivoluzionario. Come Napoleone nel famoso 18 brumaio del 1799 bloccò il Parlamento, e poi convocando i parlamentari a lui fedeli ottenne la ratifica dei nuovi poteri a lui attribuiti, così la magistratura nel ’93 indusse i parlamentari consenzienti a spingere per la riforma, intimidendo e paralizzando gli altri. Che poi ne sia risultato un potere “oligarchico” della magistratura, tuttora in vigore e contrario al primo articolo della Costituzione fondata sulla sovranità popolare, può essere materia di riflessione per chi si propone di cambiare le cose oggi o domani. Sempre tenendo presente come il terribile potere del giudice, che dispone della vita degli uomini, abbia posto da sempre il problema della sua delimitazione, ovviamente senza lederne l’indipendenza. La soluzione adottata (soprattutto nei paesi regolati dalla civil law anglosassone) è stata quella di distinguere nettamente la titolarità dell’azione penale, esercitata dal potere esecutivo mediante il suo “procuratore”, dal ruolo affidato al giudice e predeterminato dalla legge, in modo che l’uno bilanci l’altro. Sicché, in quasi tutti i paesi, vige la separazione del pubblico ministero – che esegue la legge promuovendo l’azione penale – dal giudice, che interpreta la legge nel caso concreto, pronunciando la sentenza. (Tranne che in Francia e in Bulgaria, dove però il pubblico ministero è alle dirette dipendenze del ministro della Giustizia).

Come si sa, invece, in Italia giudice e pm fanno parte della medesima corporazione, indipendente dal ministro della Giustizia e da qualsiasi altra autorità di qualsiasi natura. Con la conseguenza che questa corporazione gestisce l’intero monopolio della “violenza legittima” dello stato, l’essenza stessa della sovranità. Forse non è ancora tempo, se mai lo sarà, di un’elezione popolare e diretta di giudici e pm, come avviene in America. Ma questo potere sovrano di una corporazione, priva di legittimazione popolare, dovrebbe trovare un limite nella impossibilità di invadere il potere legislativo – democratico perché eletto – grazie all’immunità parlamentare stabilita dall’art. 68 della Costituzione nel testo originario. Una volta travolto quell’argine sotto i colpi di Mani pulite, il potere giurisdizionale è diventato aristocratico, illimitato e irresponsabile. Insomma, né il presidente della Repubblica né il presidente del Consiglio possono sfiorarlo con un dito, mentre esso, alla fine, può intervenire su entrambi.

La morale di questa vicenda? E’ sempre valida, anche al di là di Tangentopoli e della stretta politica giudiziaria: è una fatale illusione credere di poter combattere un crimine commettendone un altro.

La Tangentopoli secondo Davigo: «Troppe scarcerazioni…», scrive Errico Novi il 9 Marzo 2017 su "Il Dubbio". Per il presidente dell’Associazione nazionale magistrati il pool di Mani Pulite fu troppo morbido: dovevano stare tutti dentro. Davigo parla chiaro. E afferma: «Non ho mai riconosciuto alcun eccesso nell’uso della misura cautelare in Tangentopoli. Se abbiamo esagerato, è stato con le scarcerazioni». Del presidente dell’Anm tutto si può dire tranne che vada propinando melliflue perifrasi. Precisa e chiarisce: «Non ce ne doveva essere uno a piede libero perché questi erano vent’anni che facevano così». Parole che dal punto di vista dell’ex pm del Pool rappresentano la giusta commemorazione del venticinquennale di Mani pulite. Le pronuncia con la sua solita serena spietatezza ad Agorà, la trasmissione mattutina di Rai 3. Non è solo questione di indignarsi, come fa Fabrizio Cicchitto, strenuo alfiere dell’altra campana sulla storia di Tangentopoli, che definisce «arrogante» il numero uno dell’Associazione magistrati. Certo è che considerazioni come quelle di Davigo spiegano come mai il rapporto tra giustizia e politica resti una ferita aperta anche un quarto di secolo dopo l’arresto di Mario Chiesa. Che certe verità, per il presidente Anm, siano valide ieri come oggi lo si coglie in un’altra sua dichiarazione: se un politico deve dimettersi o no in seguito a un avviso di garanzia «dipende da quali sono i fatti non controversi». Le indagini sono già in grado di accertare la verità. Il processo non serve. E quindi a dimettersi può anche essere tenuto quel politico che non sia neppure stato rinviato a giudizio. Meno assertivo Davigo si mostra rispetto al tema del momento, la fuga di notizie nel corso di un’indagine: «Il segreto istruttorio fa ormai parte della mitologia, con la riforma del codice penale». Fa una distinzione sottile: «Esiste semmai il segreto delle indagini» che però «termina nel momento in cui un atto è conosciuto da un indagato». Non si sofferma su un dettaglio: la maggior parte delle notizie trapelate in questi giorni su Tiziano Renzi e Alfredo Romeo si trovava in atti d’indagine di cui gli avvocati non erano ancora potuti entrare in possesso. Davigo fa inevitabilmente incavolare Cicchitto, che ribatte: «Davigo ha la memoria corta: durante Tangentopoli il Pool certamente esagerò, ma con le carcerazioni per ottenere confessioni. E comunque quanto a esagerazioni tuttora egli si distingue per arroganza». La sera prima, l’ex pm di Mani pulite si era divertito a esibire un sarcasmo ancora più irridente. Alla domanda «segue il dibattito sul Pd?» aveva risposto: «Non mi sono mai interessato di politica, solo di alcuni politici quando li ho dovuti processare».

Manette Pulite, scrive Filippo Facci l’1 marzo 2017 su “Libero Quotidiano”. Il trio manetta (Barbacetto-Gomez-Travaglio) ha riciucciato il tomo “Mani Pulite”, indipendente come può esserlo un libro scritto grazie al dischetto che contiene i dati dell'inchiesta: gliel’ha fornito un pm di Mani pulite. Divertente è che gli autori, ancor oggi, cerchino di dissimulare una verità elementare che hanno capito anche i bambini deficienti: Mani pulite abusò del carcere preventivo. Sentite qua: «Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare». Ah sì? A dire il vero confessavano perché erano in galera e volevano uscirne, o perché non volevano finirci: sono queste le «situazioni psicologiche». Le altre condizioni, «politiche, economiche e ambientali», facevano parte del contesto «irripetibile» che permise un uso spropositato delle manette, dispensate anche per reati amministrativi o che non prevedevano il carcere. Perché non ammetterlo, 25 anni dopo? Disse il procuratore Francesco Greco: «La situazione si modificò nel ’94, quando le collaborazioni diminuirono fino a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino». Ecco: l'acqua arrivava al mulino direttamente dal carcere, e, quando non poterono più usarlo a loro piacimento, Mani Pulite finì.

Davanti al carcere di San Vittore, il 15 febbraio 2017, dove venticinque anni fa veniva portato Mario Chiesa, la firma di Repubblica Piero Colaprico racconta gli inizi dell'inchiesta di Mani Pulite e la nascita del termine Tangentopoli. "Sono stato il primo a usarlo, ancora prima del 1992. Mi ero ispirato alle storie di Paperino, poi diventò il marchio di un'epoca".

Mani Pulite: 25 anni fa l'inizio delle indagini. Con l'arresto di Mario Chiesa, manager del Pio Albergo Trivulzio colto ad intascare una tangente, iniziava la fine della Prima Repubblica, scrive Edoardo Frittoli il 17 febbraio 2017 su Panorama. Esattamente 25 anni fa l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano lasciava in manette l'ospedale dopo essere stato colto in flagranza di reato mentre incassava una tangente da un dipendente dell'impresa di pulizie di Luca Magni, che si era deciso a denunciarlo per le sempre più esigenti richieste economiche in cambio dell'appalto per le pulizie nell'ospedale geriatrico. Da una tangente di appena 7 milioni di lire ebbe origine l'inchiesta Mani Pulite, gestita dal pool di magistrati milanesi che spazzerà via la Prima Repubblica. Ad aggravare la posizione di Chiesa, portato nel carcere di San Vittore, sarà l'ex moglie Laura Sala. Fu la donna infatti a denunciare ai magistrati Antonio di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo l'esistenza di una somma ingente di denaro frutto dell'attività di corruzione dell'ex marito nascosta in conti svizzeri intestati ad una segretaria. A nulla valse il tentativo di Bettino Craxi di isolare il PSI dai reati commessi dal proprio rappresentante che era nato politicamente dai "vecchi" socialisti di De Martino e finito con Pillitteri e Tognoli negli anni ruggenti della "Milano da bere". Poco dopo che il leader socialista ebbe definito Mario Chiesa un "mariuolo", dal carcere il presidente del Pio Albergo Trivulzio iniziò a parlare. Aveva innescato la miccia di una bomba giudiziaria che avrebbe fatto deflagrare 40 anni di assetto politico-amministrativo nato nell'Italia del dopoguerra, disintegrando i due partiti chiave della Repubblica: la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista.

La stagione di Tangentopoli: 25 anni dopo, la lezione di Mani pulite. Il 17 febbraio del 1992 l'arresto di Mario Chiesa diede il via alla stagione che travolse la Prima Repubblica e cambiò la storia d'Italia. Ma a distanza di un quarto di secolo bisogna riconoscere che il Paese non ha saputo farne tesoro e il problema della corruzione è anche più forte, scrive Gianluca De Feo il 16 febbraio 2017 su "La Repubblica". Accadde il 17 febbraio di 25 anni fa: l'arresto di Mario Chiesa diede inizio alla slavina che ha travolto la Prima Repubblica. In due anni la storia d'Italia è cambiata: sono scomparsi partiti antichi, leader politici e capitani d'industria hanno lasciato la scena per sempre. Un'intera classe dirigente è finita sotto accusa: ben 4520 persone sono state indagate nel solo filone milanese di Mani Pulite. Il processo a Sergio Cusani trasmesso in diretta televisiva ha visto passare sul banco degli imputati ex premier ed ex ministri: nella stessa giornata Bettino Craxi e Arnaldo Forlani risposero alle domande di Antonio Di Pietro. E' una stagione che si può comprendere solo con una lettura globale della corsa degli eventi. Perché le inchieste milanesi si sono intrecciate con le stragi di mafia e con una crisi economica profonda, che ha provocato la scomparsa di aziende celebri e la svalutazione della lira, che ha spinto il governo Amato a prelevare il 6 per mille dai conti correnti di tutti gli italiani. E' stata anche una stagione di speranza, con la fiducia in un rinnovamento generazionale ed etico della vita pubblica. Si sono imposti nuovi movimenti, da Forza Italia alla Lega, e altri sono sorti dalle ceneri della tradizione democristiana e comunista. Ma non sono state create leggi e strutture per impedire che le tangenti tornassero a dilagare. Anzi, sono stati introdotti provvedimenti che invece di rendere più giusti i processi hanno ingolfato la macchina della Giustizia, provocando la dissoluzione di migliaia di inchieste per effetto della prescrizione. Venticinque anni dopo, bisogna riconoscere che il Paese non ha saputo fare tesoro di quella lezione e oggi il problema della corruzione è addirittura più forte. Gli snodi sono gli stessi del 1992: il finanziamento della politica non è trasparente, i partiti continuano a lottizzare società ed enti pubblici. Certo, non esiste più quel sistema verticistico che applicava il manuale Cencelli anche alla spartizione delle tangenti, definendo quote precise a livello cittadino, provinciale, regionale e nazionale. Un sistema in cui - a livello locale e nazionale - le indagini dimostrarono anche un ruolo del Pci. Nel 2017 le segreterie dei partiti non sono più il cardine della gestione dei finanziamenti illeciti. Adesso il mercato della corruzione è dominato da consorterie trasversali, bande che legano gli interessi di politici e imprenditori. E sempre più spesso le mafie si inseriscono in queste dinamiche, offrendo bustarelle e mettendo a disposizione i loro capitali. E' il copione di Mafia Capitale, è il modello criminale che minaccia il nostro futuro. 

Cronaca di quel drammatico lunedì 17 febbraio 1992, quando Di Pietro diede vita a “Mani pulite”. 17 febbraio 1992: «Mi disse Pillitteri: Tonino? È un amico…», scrive Francesco Damato il 19 Febbraio 2017, su "Il Dubbio". Sono le ore 18 di lunedì 17 febbraio 1992, esattamente 25 anni fa rispetto al momento in cui scrivo. Non posso nemmeno immaginare che nulla sarà più come oggi dopo la riunione abituale che presiedo nella stanza della segreteria di redazione del “Giorno”, a Milano, per la selezione dei fatti e argomenti da sistemare nella prima pagina del numero di domani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha già fatto la sua sparata quotidiana, proponendo l’uscita dell’Arma dei Carabinieri dall’Esercito per consentire un migliore trattamento economico dei militari della Benemerita. E ciò mentre i poliziotti in agitazione, sempre per motivi economici, assediano il Viminale e minacciano di andare a dimostrare anche davanti al Quirinale. L’apertura della prima pagina è assicurata. Difficilmente – penso- lo stesso Cossiga, magari telefonandomi dopo qualche ora per anticiparmi un’altra picconata, me la farà cambiare. Francesco è ormai diventato l’incubo dei giornali per l’abitudine di terremotarli all’ultimo momento, magari quando sono già in tipografia. Anche la spalla della prima pagina è coperta, con i giochi olimpici di Albertville, dove le azzurre hanno conquistato il bronzo della staffetta e domani è attesa la prestazione, addirittura, di Tomba nel gigante di scii. Destiniamo al taglio centrale gli otto delitti di mafia compiuti in un giorno in varie parti d’Italia, dal sud al nord. Dedichiamo una foto a colori a Pippo Baudo che punta per la conduzione del festival di Sanremo, dal 26 febbraio, su un tris di maggiorate composto da Milly Carlucci, Brigitte Nilsen e Alba Parietti. Sistemo invece nel taglio basso una sgradevole polemica alla quale mi hanno costretto ‘ le bretelle rosse’ di Giuliano Ferrara. Che sul Corriere della Sera non mi ha perdonato un’arrabbiatura con lo storico Franco Andreucci, della casa editrice Ponte alle Grazie, evidentemente suo amico, che mi ha combinato il guaio di trascrivermi con qualche errore, assistito dal mio corrispondente a Mosca Francesco Bigazzi, una lettera di Palmiro Togliatti, peraltro fotocopiata malamente nei giorni in cui a pagamento si riusciva ad accedere a quelli che erano stati gli archivi sovietici più inaccessibili. Ma soprattutto Giulianone non mi ha perdonato l’importanza data a quella lettera, scritta dal leader comunista contro i militari italiani prigionieri in Russia e trattati come bestie, lasciati morire spesso di fame. Togliatti è morto da un bel po’, ma Giuliano, figlio della sua segretaria, ne conserva un buon ricordo per essergli ‘ cresciuto sulle ginocchia’, come mi ha detto per telefono Bettino Craxi come scusante di quel suo sconclusionato attacco sul Corriere della Sera. E io di questa storia delle ginocchia mi sono avvalso nella risposta. La riunione sta per finire quando arriva trafelato il capocronista per darci la notizia, appena pervenutagli, dell’arresto di Mario Chiesa in flagranza di mazzette. Presidente del Pio Albergo Trivulzio dal 1986 e già capogruppo socialista alla provincia e poi due volte assessore al Comune di Milano, ho conosciuto Chiesa di persona l’anno prima nella casa milanese del geniale e simpatico fotografo Bob Krieger. L’ho reincontrato dopo qualche mese in una cerimonia d’inaugurazione di un nuovo reparto dell’ospedale, sempre, del Pio Albergo Trivulzio. Vi sono andato soprattutto perché informato della presenza di Craxi e della sua intenzione di profittare dell’occasione per esprimere un giudizio sulla situazione politica, avviata ormai verso le elezioni. Di quella cerimonia esiste, fra le altre, una foto in cui sono ripreso con Bettino e con Mario Chiesa. La vedrò poi pubblicata insistentemente per ragioni non certamente occasionali, specie quando la caccia ai craxiani si farà grossa. L’arresto del presidente del Trivulzio naturalmente mi sorprende. E ne immagino subito le ricadute politiche, a Camere sciolte da poco per esaurimento della legislatura e per le elezioni già fissate in aprile. Il capocronista mi garantisce la clamorosa flagranza di reato e mi ricorda che le indagini giudiziarie contro Chiesa sono in qualche modo collegate ad un vecchio scoop proprio della cronaca del Giorno sui rapporti fra gli ospedali e le agenzie delle pompe funebri. La notizia è sicuramente da prima pagina. E lì decido personalmente di sistemarla con un grosso richiamo del servizio di cronaca a quattro colonne, sotto il titolo centrale. Il titolo dice: Flagranza di reato nell’ente per gli anziani - Arrestato per concussione a Milano il presidente dell’Istituto Trivulzio. L’indomani mattina vedo che gli altri giornali di Milano non hanno dato all’arresto di Mario Chiesa il rilievo che mi aspettavo. E manca da alcune cronache la circostanza della flagranza, per cui mi viene il dubbio di essere incorso in un eccesso di zelo giudiziario. Ne parlo perciò nella prima riunione redazionale col capocronista, che mi rassicura garantendomi di nuovo l’esattezza delle nostre notizie. Dopo molti giorni vedrò questo particolare della riunione redazionale in qualche cronaca della ‘ concorrenza’ come una protesta, una mia ramanzina al collega, che invece stimo molto. Ma sarà solo la prima di una serie di distorsioni tendenti a rappresentare la mia direzione del Giorno come reticente, e a spingere il comitato di redazione ad una vigilanza per niente sindacale, tutta politica. Ogni sera dovrò fare i conti con chi a sua volta avrà contato il numero delle pagine e dei titoli, la collocazione dei pezzi e quant’altro sulla escalation delle notizie provenienti dalla Procura. Il clima diventa sempre più pesante, dentro e fuori dal giornale. Ai funerali del padre di Craxi, che muore in tempo per risparmiarsi il dolore di vedere dispiegarsi del tutto contro il figlio lo spettacolo di Mani pulite, mi si avvicina Silvio Berlusconi e mi dice, preoccupato, che non può andare in giro senza sentirsi rimproverare l’amicizia di o con Bettino. Rimango turbato, in verità, più dalla preoccupazione di Berlusconi che dal suo racconto. Ma torniamo al giorno dopo l’arresto di Chiesa. Ho un vecchio appuntamento a casa, per il pranzo, con Paolo Pillitteri. Che da un mese e mezzo non è più sindaco di Milano e si è candidato a tornare alla Camera. Gli chiedo naturalmente di Chiesa e lo trovo sorprendentemente tranquillo, direi sarcastico con l’arrestato per le circostanze nelle quali si è fatto sorprendere a intascare una parte della tangente versatagli da una ditta delle pulizie del Trivulzio. Intuisco da questa reazione di Paolo, a torto o a ragione, che Chiesa, per quanto comunemente considerato craxiano, non faccia parte davvero del giro del segretario socialista, di cui Paolo è cognato. Poi verrò a sapere personalmente dallo stesso Bettino che il figlio Bobo, da lui autorizzato a candidarsi a consigliere comunale nelle ultime votazioni milanesi e umanamente desideroso di fare una bella figura agli occhi del padre, aveva accettato l’offerta del presidente del Trivulzio di aiutarlo nella organizzazione della campagna elettorale, vista l’esperienza che l’amico aveva alle spalle.

Mani pulite, tappa per tappa. Il 17 febbraio del 1992 l'arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa dà il via a una serie di indagini, arresti e processi che nel giro di due anni rivoluzionerà lo scenario politico ed economico del Paese. La scomparsa del Pentapartito, l'esilio di Bettino Craxi, l'ascesa di Silvio Berlusconi e molto altro, scrive il 15 febbraio 2017 “L’Espresso.

17 FEBBRAIO 1992. Arrestato il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano Mario Chiesa (Psi).

6 APRILE 1992. Partono le indagini sugli appalti di Malpensa 2000 e della sanità milanese.

2 MAGGIO 1992. Avvisi di garanzia agli ex sindaci Psi di Milano Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri.

24 MAGGIO 1992. Il procuratore Borrelli affianca a Di Pietro e Colombo Piercamillo Davigo.

18 GIUGNO 1992. Suicida a Lodi il segretario locale del Psi Renato Amorese.

28 GIUGNO 1992. Manifestazione a Milano a favore dei giudici impegnati in Mani pulite.

3 LUGLIO 1992. Bettino Craxi parla alla Camera: «Bisogna dire, e tutti lo sanno, che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale (...). Se gran parte di questa materia dev’essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe criminale».

3 LUGLIO 1992. Il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli invia una circolare contro le «manette in tv».

1 SETTEMBRE 1992. Indagato per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti il presidente della Montedison Giuseppe Garofano.

2 SETTEMBRE 1992. Si suicida a Brescia Sergio Moroni, deputato socialista.

17 SETTEMBRE 1992. Martelli annuncia che è pronto un decreto riguardante «i rei di corruzione, concussione e peculato».

15 DICEMBRE 1992. «Avviso di garanzia a Craxi per corruzione, ricettazione e illecito finanziamento.

11 MAGGIO 1993. Arrestato l’ex tesoriere del Pci Renato Pollini.

10 LUGLIO 1993. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso annuncia un disegno di legge per correggere l’avviso di garanzia e la custodia cautelare.

20 LUGLIO 1993. Suicidio in cella nel carcere di San Vittore di Gabriele Cagliari dopo 103 giorni di detenzione preventiva.

22 LUGLIO 1993. Inviati presso il pool di Milano gli ispettori ministeriali.

23 LUGLIO 1993. Raul Gardini si uccide con un colpo di pistola; arrestati Carlo Sama, amministratore delegato di Montedison, e Sergio Cusani, consulente di fiducia di Gardini.

24 AGOSTO 1993. L’inchiesta su Tangentopoli investe il tesoriere Pds Marcello Stefanini.

4 SETTEMBRE 1993. Arrestato per corruzione il giudice Curtò per la vicenda Enimont.

14 OTTOBRE 1993. Il tribunale della libertà scarcera Primo Greganti e critica il pool.

28 OTTOBRE 1993. Comincia il processo a Cusani per il caso Enimont.

17 DICEMBRE 1993. Dichiarazioni di Craxi al processo Cusani-Enimont: «Tutti sapevano nessuno parlava».

16 GENNAIO 1994. Il presidente Scalfaro scioglie le Camere.

22 GENNAIO 1994. Mino Martinazzoli chiude la Dc e dà vita al Partito popolare italiano. Sulle ceneri del vecchio Msi nasce Alleanza nazionale.

26 GENNAIO 1994. Berlusconi annuncia la «discesa in campo».

6 FEBBRAIO 1994. Al Palafiera di Roma si tiene la prima convention di Forza Italia dove l’ex pm Tiziana Parenti viene presentata come «il nostro futuro ministro della Giustizia».

11 FEBBRAIO 1994. Italo Ghitti emette un’ordinanza di custodia per Paolo Berlusconi per tangenti.

16 FEBBRAIO 1994. I tre esponenti Pds Occhetto, D’Alema e Stefanini vengono iscritti nel registro degli indagati a seguito di una denuncia presentata da Craxi.

9 MARZO 1994. La procura milanese chiede al gip, che non l’accoglie, la custodia cautelare per Marcello Dell’Utri.

28 MARZO 1994. Il Polo delle libertà vince le elezioni. Forza Italia diventa il primo partito italiano.

15 APRILE 1994. Cancellate le immunità dei vecchi deputati.

28 APRILE 1994. Sergio Cusani viene condannato a 8 anni.

5 MAGGIO 1994. Craxi si trasferisce ad Hammamet in Tunisia da dove non farà più ritorno.

12 MAGGIO 1994. Arrestato l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo (Pli).

16 GIUGNO 1994. Craxi viene dichiarato “contumace”.

9 LUGLIO 1994. Arrestato il generale della Guardia di Finanza Giuseppe Cerciello.

13 LUGLIO 1994. Il governo Berlusconi vara il decreto Biondi, che limita la custodia cautelare in carcere e prevede un condono per le aziende.

14 LUGLIO 1994. Il pool legge in tv un comunicato contro il decreto Biondi minacciando di abbandonare le indagini. Circa 340 detenuti lasciano il carcere per effetto del decreto.

22 LUGLIO 1994. Dopo le proteste e le critiche della Lega, il governo ritira il decreto e lo sostituisce con un disegno di legge.

25 LUGLIO 1994. Si costituisce Salvatore Sciascia, direttore dei servizi fiscali della Fininvest, confessando tre tangenti alla Gdf.

26 LUGLIO 1994. Il gip Andrea Padalino firma un ordine di cattura per Paolo Berlusconi.

29 LUGLIO 1994. Condannati per il conto Protezione Bettino Craxi, Claudio Martelli, Licio Gelli e Silvano Larini.

22 NOVEMBRE 1994. Viene notificato a Silvio Berlusconi un invito a comparire per concorso in corruzione di appartenenti alla Gdf durante il vertice Onu di Napoli.

6 DICEMBRE 1994. Di Pietro, terminata la requisitoria del processo Enimont annuncia le sue dimissioni togliendosi la toga.

7 DICEMBRE 1994. Bossi, Buttiglione e D’Alema annunciano due mozioni di sfiducia al governo.

22 DICEMBRE 1994. Bossi toglie l’appoggio a Berlusconi che sale al Quirinale per dare le dimissioni.

20 MAGGIO 1995. Il pool chiede il rinvio a giudizio di Silvio e Paolo Berlusconi e del generale Cerciello per tangenti alla Gdf.

27 SETTEMBRE 1995. Tutti i 23 imputati del processo Enimont vengono condannati in primo grado.

23 OTTOBRE 1995. Stefania Ariosto, compagna del deputato di Fi Vittorio Dotti accusa Silvio Berlusconi e Cesare Previti di corruzione dei giudici.

7 LUGLIO 1998. Condanna in primo grado per Silvio Berlusconi nel processo per tangenti alla Gdf (assolto in Appello e in Cassazione nel 2001).

25 anni di Mani pulite, i 10 verbali che hanno cambiato l’Italia. Da Mario Chiesa alla maxi tangente Enimont. Dalle mazzette rosse a Berlusconi. Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica. Le confessioni che hanno rivelato i segreti del potere in versione integrale, scrive Paolo Biondani il 16 febbraio 2017 su "L'Espresso". Dieci verbali che hanno cambiato la storia d’Italia. Sono interrogatori che hanno scoperchiato il sistema della corruzione nella Prima Repubblica. Le confessioni a valanga del primo arrestato. Le tangenti di Bettino Craxi tra piazza Duomo e i conti svizzeri. Le corruzioni con la targa del colosso Fiat. I fondi neri versati dall’Eni ai partiti di governo. La maxi-tangente Enimont. Le mazzette rosse del “compagno G” e la bustarella della Lega. Il brigadiere-eroe che denuncia la Guardia di Finanza. Lo scontro finale tra Silvio Berlusconi e i magistrati di Mani Pulite. Sono passati 25 anni dall’inizio dell’inchiesta giudiziaria che ha fatto crollare il muro della cosiddetta Tangentopoli. Una corruzione enorme, sistematica, radicata a tutti i livelli, che ha fatto esplodere il nostro debito pubblico e intossicato la politica, l’economia, la pubblica amministrazione, le autorità di controllo. Un sistema che inizia a crollare il 17 febbraio 1992, quando i carabinieri ammanettano Mario Chiesa, presidente socialista di un grande ospizio milanese, il Pio Albergo Trivulzio. L’ingegner Chiesa ha appena intascato una bustarella di 7 milioni di lire (3.500 euro), portati nel suo ufficio da un piccolo imprenditore di Monza, Luca Magni, che lo ha denunciato all’allora semi-sconosciuto pm Antonio Di Pietro. In meno di tre anni, fino al dicembre 1994, i magistrati di Mani Pulite raccolgono montagne di prove che portano a 1.233 condanne definitive per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e fondi neri aziendali (falso in bilancio). I processi di Mani Pulite continuano ancora oggi a dividere l’Italia in due partiti trasversali: sostenitori e detrattori, cosiddetti giustizialisti e sedicenti garantisti. Ma un fatto è innegabile: in nessun altro periodo si sono accumulate tante rivelazioni sui segreti del potere. Anzi, vere e proprie confessioni.

La prima è datata 23 marzo 1992. Dopo 35 giorni di cella, Mario Chiesa rompe il silenzio: «Intendo dire la verità». Il pm Di Pietro e il gip Italo Ghitti gli lasciano spiegare tutta la sua carriera politica, il dramma familiare provocato dall’arresto. Quel mattino, a San Vittore, Chiesa non si limita a confessare l’accusa per cui è stato ammanettato, ma vuota il sacco. Ammette di aver intascato la sua prima tangente «nel 1974 circa» e la penultima «due o tre ore prima dell’arresto» per la bustarella di Magni. A verbale finiscono quasi vent’anni di corruzioni. Chiesa elenca 16 aziende che gli hanno versato denaro per gli appalti. E fa i nomi dei politici con cui ha diviso i soldi, tra cui spiccano gli ultimi due sindaci socialisti di Milano, Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri. Pochi giorni dopo, le confessioni di Chiesa provocano la prima retata di otto imprenditori, che confessano e chiamano in causa altri. È l’inizio di un effetto-domino che fa crollare il sistema. Da un arresto all’altro, da una confessione all’altra, l’inchiesta si allarga a tutte le centrali degli appalti a Milano e in Lombardia: Comune, Provincia, Regione, società controllate dai partiti come Mm (metropolitana), Atm (tram e bus), Sea (aeroporti), Aem (centrali elettriche), e poi sanità, discariche, edilizia. Ovunque gli amministratori di nomina politica manovrano gli appalti a favore di aziende privilegiate, che in cambio versano mazzette ai tesorieri occulti dei partiti, chiamati “collettori”. In breve dai cassieri lombardi si arriva ai tesorieri nazionali. Severino Citaristi, per la Dc, confessa un decennio di finanziamenti illeciti dopo aver ricevuto oltre 70 avvisi di garanzia. Il leader socialista Bettino Craxi, indagato dal 15 dicembre 1992, nega tutto e attacca i magistrati.

Il 7 febbraio 1993 un suo grande amico, Silvano Larini, si costituisce dopo una latitanza all’estero. E confessa. Larini spiega di aver avuto da Craxi (e dal suo padrino politico Antonio Natali) l’incarico di «incassare per il Psi il denaro versato dalle imprese per gli appalti della metropolitana». E precisa: «Dal 1987 fino alla primavera del 1991 ho ricevuto circa 7-8 miliardi di lire, che ho portato negli uffici di Craxi in piazza Duomo 19». Quindi l’ex capo del governo non solo sapeva delle tangenti al Psi, ma ha intascato per anni, personalmente, buste piene di soldi. E a dirlo è un «intimo amico di Craxi», come Larini si autodefinisce. Confessa di aver prestato già allora un suo conto svizzero, chiamato Protezione, allo stesso Craxi e al suo vice, Claudio Martelli, che lo usarono per incassare 7 milioni di dollari: mazzette al Psi pagate dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il banchiere poi ucciso dalla mafia a Londra (simulando un suicidio). Un segreto negato per oltre un decennio, che era annotato in un dossier ricattatorio sequestrato a Licio Gelli quando fu scoperta la lista degli iscritti alla loggia P2. Già dal 1992 le corruzioni negli appalti travolgono tutti i partiti di governo (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli) e, a Milano, anche la corrente migliorista del Pci-Pds, alleata dei socialisti.

Tra il 2 e il 25 febbraio 1993, un manager del gruppo Ferruzzi-Montedison, Lorenzo Panzavolta, parla per la prima volta di tangenti (per circa 620 mila euro) destinate anche al Pci nazionale, per gli appalti dell’Enel. Soldi intascati su un conto svizzero dal “compagno G”, Primo Greganti, che subisce la più lunga carcerazione preventiva di tutta Mani Pulite e viene condannato senza mai confessare. Il suo silenzio impedisce di smascherare i beneficiari della corruzione ai vertici del primo partito della sinistra italiana. Dai bonifici delle tangenti, nel 1993 i magistrati risalgono ai fondi neri delle grandi aziende e arrivano alle maxi-corruzioni. Pierfrancesco Pacini Battaglia è il banchiere che dalla Svizzera ha gestito per anni i conti segreti dell’Eni: almeno 500 miliardi di lire (oltre 250 milioni di euro). Il giudice Italo Ghitti, con una battuta, lo definisce «l’uomo che sta un gradino sotto Dio». Pacini si costituisce il 10 marzo 1993, svela le mediazioni milionarie per il gas algerino e il petrolio libico e confessa di aver fatto arrivare in Italia almeno 50 miliardi di lire: fondi neri dell’Eni, consegnati in contanti ai tesorieri del Psi e in parte minore alla Dc. Quella primavera decine di imprenditori e politici fanno la coda in procura per confessare, in un clima mai più visto di collaborazione con la giustizia per “fine sistema”.

Eugenio Cefis, l’ex potentissimo re della chimica, viene convocato il 22 aprile 1993 come semplice testimone sul conto Protezione, di cui giura di non sapere nulla. Riservato ed enigmatico come pochi, accetta però di verbalizzare i segreti dei «finanziamenti dell’Eni ai partiti e a singoli politici», che sostiene di aver «ereditato dal fondatore Enrico Mattei». «I partiti di governo», spiega Cefis, venivano pagati «in automatico con fondi distribuiti dal banchiere Arcaini dell’Italcasse: il grosso spettava alla Dc, poi al Psi, il residuo a Pri, Psdi e Pli». L’Eni versava altri soldi «a singoli politici e a giornali di partito». Anticomunista di ferro, Cefis parla pure di un versamento estero al Pci per sbloccare un affare in Unione Sovietica. Ma pur descrivendo vent’anni di tangenti, non fa neppure un nome dei politici corrotti, sostenendo che non voleva conoscerli perché li «usava nell’interesse dell’Eni», disprezzandoli, «come Mattei».

Due giorni dopo, il 24 aprile 1993, Cesare Romiti consegna ai pm di Mani Pulite un memoriale indirizzato al procuratore capo, Saverio Borrelli: è l’atto di resa della Fiat. Dopo gli arresti di vari dirigenti, l’amministratore delegato della prima industria italiana dichiara che i controlli interni hanno confermato che almeno sei società del gruppo «non hanno potuto resistere» e hanno dovuto accettare «un sistema altamente inquinato»: il memoriale si chiude con i nomi dei manager Fiat pronti a confessare, con l’elenco degli appalti per cui hanno pagato tangenti. Al memoriale è allegato un verbale dei vertici, con Gianni e Umberto Agnelli, che il 13 aprile hanno approvato «la collaborazione con la magistratura». Personalmente Romiti si difende, giurando di aver saputo solo allora delle corruzioni («Sinceramente non immaginavo»), mentre era il direttore finanziario Francesco Paolo Mattioli a gestire i fondi neri. Nel processo, celebrato a Torino, i magistrati salgono un gradino più in alto e condannano anche Romiti per falso in bilancio.

Il consenso di massa per la lotta alla corruzione si spezza per la prima volta a fine luglio, con i suicidi di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, e Raoul Gardini, numero uno del gruppo Ferruzzi-Montedison. Il 27 luglio, nel carcere di Opera, il manager Giuseppe Garofano spiega perché Gardini decise di «piegarsi al ricatto del sistema politico» e confessa nei dettagli tutta la maxi-tangente Enimont: oltre 150 miliardi di lire (75 milioni di euro) versati tra il 1990 e le elezioni del 1992 ai cinque partiti di governo e a decine di parlamentari e capicorrente. In cambio, la Montedison è uscita da Enimont incassando dall’Eni 1,4 miliardi di euro. Di Pietro esce dal carcere sfinito. La stessa sera, Cosa nostra fa esplodere tre autobombe, due a Roma e una a Milano, dove la strage di mafia uccide cinque innocenti.

In dicembre, mentre infuriano le polemiche sulle tangenti rosse e l’ex pm Tiziana Parenti si prepara a candidarsi in Forza Italia, viene arrestato il tesoriere della Lega, che dal giugno 1993 governa Milano. Si chiama Alessandro Patelli, confessa di aver intascato 200 milioni di lire (100 mila euro) dalla Montedison, ma giura di non aver detto niente a Umberto Bossi e sostiene che la tangente sarebbe stata rubata da ignoti ladri. Anche il leader della Lega nega di aver saputo, ma conferma di aver chiesto finanziamenti (leciti) ai manager della Montedison e risarcisce alla procura i 200 milioni, raccolti tra gli elettori leghisti. Come Patelli, anche Bossi viene poi condannato per finanziamento illecito.

Dopo aver svelato nel 1992 la corruzione negli appalti e nel 1993 i fondi neri e le maxi-tangenti, come spiega l’attuale procuratore di Milano Francesco Greco, «il 1994 è l’anno in cui scopriamo che anche i controllori sono corrotti». I magistrati hanno già inquisito un giudice civile pagato dall’Eni, Diego Curtò e gli ex vertici della Consob. Il 26 aprile 1994, alle nove di sera, un vicebrigadiere della Guardia di Finanza, Pietro Di Giovanni, si presenta in procura, sconvolto: il suo capopattuglia, Francesco Nanocchio, gli ha dato una busta con due milioni e mezzo di lire: il doppio dello stipendio del vicebrigadiere. Che invece di tacere, intascare, entrare nel giro e arricchirsi con altre mazzette, denuncia il reato. Scoperchiando un sistema di corruzione nelle verifiche fiscali che coinvolge decine di graduati, fino al comandante di Milano, il generale Giuseppe Cerciello. Il 7 luglio, in carcere, Nanocchio confessa le sue mazzette e svela, tra l’altro, che la bustarella data al collega arrivava da Telepiù, un’azienda televisiva controllata da Silvio Berlusconi, diventato capo del governo. Nelle stesse ore altri ufficiali confessano di essersi divisi quattro tangenti Fininvest. La sera del 13 luglio 1994 il governo Berlusconi vara un decreto, intitolato al ministro Alfredo Biondi, che vieta gli arresti e scarcera i corrotti. La legge, contestata dai pm, è ritirata a furor di popolo. Quindi il manager Fininvest Salvatore Sciascia, arrestato, confessa di aver pagato le tangenti alla Finanza, ma con fondi neri forniti da Paolo Berlusconi all’insaputa di Silvio. I pm non ci credono e scoprono che in giugno un ex finanziere diventato avvocato del Biscione, Massimo Maria Berruti, ha incontrato Silvio a Palazzo Chigi. E subito dopo ha chiamato un suo ex collega corrotto, per farlo tacere, promettendogli «la riconoscenza del gruppo Fininvest». In ottobre parte un’ispezione ministeriale segreta su cento milioni di lire prestati da un assicuratore a Di Pietro, che si dimette. Storditi dall’addio, Borrelli e gli altri pm interrogano Berlusconi il 13 dicembre. Nel passaggio cruciale Piercamillo Davigo gli contesta il depistaggio di Berruti. Il leader di Forza Italia risponde attaccando i pm: «E per una cosa del genere avete indagato il capo del governo? Ma vi rendete conto del danno all’Italia?». Condannato in primo grado, Berlusconi ottiene la prescrizione in appello e una trionfale assoluzione in Cassazione, che condanna Sciascia, Berruti e tutti gli altri. Solo lui poteva non sapere. A Tangentopoli, alla fine, ha stravinto Berlusconi.

Tangentopoli, i dieci verbali integrali. Il 17 febbraio del 1992 viene arrestato Mario Chiesa. Un mese dopo iniziano le ammissioni. Alla fine dell'inchiesta ci saranno 1.233 condanne definitive. Ecco le carte originali delle confessioni, scrive Paolo Biondani il 15 febbraio 2017 su "L'Espresso". Dieci verbali che hanno cambiato la storia d’Italia. Sono interrogatori che hanno scoperchiato il sistema della corruzione nella Prima Repubblica. Dalle confessioni a valanga del primo arrestato allo scontro finale tra Silvio Berlusconi e i magistrati di Mani Pulite. Ecco la storia raccontata dai documenti della magistratura.

Mario Chiesa è stato il primo dei circa mille arrestati di Mani Pulite, l’inchiesta della Procura di Milano che tra il 1992 e il 1994 ha travolto il vecchio sistema dei partiti. Presidente socialista di un ospizio milanese, Chiesa viene ammanettato il 17 febbraio 1992 quando ha appena incassato una bustarella di 7 milioni di lire (3.500 euro) versata da un imprenditore delle pulizie. Il 23 marzo 1992, davanti al pm Antonio Di Pietro, confessa vent’anni di corruzioni sugli appalti. Le sue rivelazioni chiamano in causa decine di indagati: imprenditori che pagavano e politici socialisti a cui consegnava personalmente buste di denaro. Le sue accuse provocano altri arresti nuove confessioni: l’inchiesta continua ad allargarsi e svela il sistema di Tangentopoli.

Dagli appalti milanesi l’inchiesta risale ai tesorieri nazionali dei partiti. Il 7 febbraio 1993 si costituisce Silvano Larini, ricercato per corruzione sugli appalti del metrò e grande amico di Bettino Craxi. Larini confessa di aver ricevuto per anni tangenti milionarie, che consegnava personalmente al leader socialista nel suo ufficio in piazza Duomo. Larini ammette anche di aver prestato un suo deposito svizzero a Craxi e al suo vice, Claudio Martelli: su quel conto, chiamato Protezione, sono arrivati 7 milioni di dollari versati nel 1980 dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, con la mediazione di Licio Gelli.

Pierfrancesco Pacini Battaglia è il banchiere italo-svizzero che ha gestito una massa di fondi neri dell’Eni: oltre 500 miliardi di lire (250 milioni di euro). Il 10 marzo 1993 si costituisce davanti al giudice Italo Ghitti e al pm Antonio Di Pietro. Pacini Battaglia svela le mediazioni segrete sui grandi affari per il gas e il petrolio. E confessa di aver fatto arrivare in Italia oltre 50 miliardi di lire, consegnati in contanti ai tesorieri del Psi e della Dc, i partiti che controllavano il colosso energetico di Stato, allora in grave crisi. Le rivelazioni del banchiere aprono le indagini sui fondi neri delle grandi aziende e sulle maxi-corruzioni.

Tra il 2 e il 25 febbraio 1993 si apre il fronte delle tangenti rosse. Lorenzo Panzavolta, manager della Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi, confessa di aver versato mazzette (in totale circa 620 mila euro) al Pci-Pds nazionale. A incassarle, su un conto svizzero svelato nell’interrogatorio del 25 febbraio, era Primo Greganti, ex funzionario comunista senza incarichi ufficiali nel partito. Prima dei verbali di Panzavolta, ie indagini per corruzione avevano coinvolto solo la corrente migliorista, al potere a Milano con i socialisti ma avversata dal vertice nazionale del partito. Detenuto per mesi, Greganti non confessarà mai a chi dava i soldi.

Eugenio Cefis, il riservatissimo ed enigmatico ex re della chimica, viene convococato come semplice testimone, il 22 aprile 1993, dai magistrati che indagano sul crac Ambrosiano e sul conto Protezione. Spiega di non sapere nulla di quelle vicende, ma di poter dire molto sui finanziamenti illeciti deil’Eni ai partiti. Cefis mette a verbale i meccanismi di un sistema automatico di creazione di fondi neri, distribuiti ai cinque partiti di governo dal banchiere Arcaini dell’Italcasse. Un sistema che dice di aver ereditato da Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni. Cefis parla anche di un versamento estero al vecchio Pci per sbloccare affari in Unione sovietica.

Il 24 aprile 1993 Cesare Romiti, amministratore delegato del gruppo FIat, consegna ai magistrati un memoriale indirizzato al procuratore capo Francesco Saverio Borrelli. Dopo vari arresti di manager Fiat, i vertici del gruppo ammettono che sei società di costruzioni e forniture per i trasporti hanno dovuto pagare tangenti per vincere appalti. Romiti sostiene di averlo saputo solo dopo Tangentopoli, con un’inchiesta interna. Il memoriale, autorizzato da Gianni e Umberto Agnelli, fa i nomi dei manager Fiat pronti a collaborare con la giustizia. Una svolta per il mondo delle imprese.

Nell’autunno del 1993 i magistrati scoprono che anche la Lega Nord ha incassato tangenti dalla Montedison. Il tesoriere del partito padano, Alessandro Patelli, viene arrestato e il 15 dicembre 1993 confessa di aver incassato 200 milioni di lire (100 mila euro), versatigli in contanti, in nero, dai manager del gruppo chimico. Il leader della Lega, Umberto Bossi, nega di aver saputo della tangente e sostiene che Patelli gliene parlò solo a cose fatte. Dopo l’interrogatorio, Bossi restituisce alla Procura un assegno di 200 milioni raccolti con una colletta tra i militanti leghisti e al processo Enimont viene condannato per il reato di finanziamento illecito insieme a Patelli.

Dopo il suicidio di Raoul Gardini, il manager Giuseppe Garofano, cervello finanziario del gruppo Ferruzzi- Montedison, detenuto nel carcere di Opera, confessa tutti i dettagli della maxi-tangente Enimont: fondi neri per oltre 150 miliardi di lire (più di 75 milioni di euro) versati ai cinque partiti di governo, tra il 1990 e il 1992, e a decine di parlamentari e capicorrente.  Il processo Enimont, ripreso in diretta dalle principali reti televisive, porterà alle condanne definitive per finanziamenti illeciti di tutti i segretari e tesorieri della Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, segnando la fine del vecchio sistema dei partiti.

Il 26 aprile 1994 un vicebrigadiere della Guardia di Finanza, Pietro Di Giovanni, denuncia una tentata corruzione: il suo capopattuglia gli ha offerto due milioni e mezzo di lire. Il caso fa esplodere lo scandalo della corruzione nelle verifiche fiscali, che porta alla condanna di decine di graduati, fino al generale Giuseppe Cerciello. A partire dal 7 luglio alcuni ufficiali confessano di aver intascato quattro tangenti dalla Fininvest. Il 13 luglio il governo Berlusconi vara un decreto, intitolato al ministro Alfredo Biondi, che impone di scarcerare i corrotti. Il decreto viene ritirato dopo una protesta dei pm.

Il 21 novembre 1994 Silvio Berlusconi, allora capo del governo, viene indagato come imprenditore con l’accusa di aver autorizzato i suoi manager a pagare tangenti alla Guardia di Finanza. Alla vigilia della data fissata per l’Interrogatorio, Di Pietro si dimette improvvisamente. La deposizione viene rinviata al 13 dicembre 1994. Nell’interrogatorio il pm Piercamillo Davigo contesta a Berlusconi un depistaggio cruciale per far tacere un finanziere corrotto. Il leader di Forza Italia nega tutto e attacca i magistrati. Condannato in primo grado, Berlusconi ottiene l’assoluzione in Cassazione, che condanna tutti gli altri manager Fininvest che hanno corrotto la Finanza.

Mani Pulite, Antonio Di Pietro: "Non ho rimorsi per i suicidi in carcere", scrive il 16 febbraio 2017 “Libero Quotidiano”. Oggi Mani Pulite "compie" 25 anni. L'inchiesta che sconvolse l'Italia e fece crollare la prima Repubblica fa un quarto di secolo. E così, su Il Giorno, per "celebrarla" intervistano uno dei grandi protagonisti di quell'epoca, Antonio Di Pietro. Che azzanna, subito: "Il virus della corruzione? Invece di cercare una cura, il sistema ha reso il ceppo resistente ai vaccini". Insomma, per Tonino non è cambiato nulla. Ma ciò che più impressiona dell'intervista sono altri passaggi. Per esempio, spiega di non essersi pentito di nulla: "Errori? È inevitabile che ci siano. Se ne ho commessi, l'ho fatto sempre in buona fede, mentre compivo il mio dovere". E ancora, aggiunge: "Se mi posso rimproverare qualcosa, è di non essere riuscito a finire le inchieste, a causa dei dossieraggi e delle calunnie che mi hanno spinto a smettere la toga. Mi sono affidato all'autorità giudiziaria e sono uscito pulito". Dunque gli si chiedono se non si abusò della carcerazione preventiva per favorire le confessioni. Di Pietro risponde: "È una falsa giustificazione di chi non vuole ammettere i fatti. Chi commetteva reati non era un ladro di polli, c'era concreto pericolo di inquinamento delle prove. La carcerazione preventiva era un atto necessario, li avevamo presi con la marmellata". Si prova dunque ad indagare sul possibile pentimento per i suicidi ai quali spinse proprio la carcerazione preventiva. Pentimento che non c'è. Si chiede a Di Pietro se ha dei rimorsi, per esempio, per la morte del presidente Eni, Gabriele Cagliari, e Di Pietro afferma: "Come faccio ad avere dei rimorsi? Intendiamoci: tutto avrei voluto, tranne che qualcuno si togliesse la vita. Però la vita è uguale per tutti, non capisco perché non ci sono polemiche quando a morire è un tossicodipendente o un poveraccio. Se mi si dice: 'non bisogna più arrestare nessuno', poi non lamentatevi se viene meno lo Stato di diritto".

25 anni dopo la stagione di Tangentopoli: quell’inutile inchiesta di Mani pulite. L’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992 diede il via alla stagione che travolse la Prima Repubblica e pensava di cambiare la storia d’Italia. Ma a distanza di un quarto di secolo bisogna riconoscere che il problema della corruzione nel Paese è anche più forte, scrive Antonello de Gennaro il 17 febbraio 2017 su "Il Corriere del Giorno". Il 17 febbraio di 25 anni fa l’arresto di Mario Chiesa presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, diede inizio alla “rivoluzione giudiziaria” che ribalta la Prima Repubblica. In appena due anni, in cui passarono sul banco degli imputati ex premier ed ex ministri: Bettino Craxi e Arnaldo Forlani risposero nella stessa giornata alle domande dell’(oggi ex) pubblico ministero  Antonio Di Pietro.  Il terremoto si scatenò soltanto un mese dopo quando, alle 10 del mattino del 23 marzo, Chiesa cominciò a rispondere alle domande del pubblico ministero e del gip Italo Ghitti nel carcere di San Vittore. Quella mattina Mario Chiesa confessò le tangenti, riempì 17 pagine di verbale, e si vendicò di Bettino Craxi. Che soltanto venti giorni prima i aveva commesso un errore grossolano definendo Chiesa “un mariuolo che getta un’ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione”. Qualcuno, in carcere, aveva raccontato quella definizione al presidente del Pio Albergo Trivulzio, che si sentì isolato ed abbandonato al suo destino giudiziario dietro le sbarre. E Chiesa decise di iniziare a parlare. Fu così che Tangentopoli ebbe inizio. Di giorno in giorno mentre si susseguivano gli arresti i pm Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo diventavano il simbolo della speranza di cambiamento a Milano ed in Italia. Davanti al portone del Palazzo di giustizia milanese di via Freguglia, si trasmettevano in diretta gli effetti di quella speranza che veniva dal quarto piano dagli uffici della procura milanese. I giornalisti bivaccavano nei corridoi per raccontare “Tangentopoli”, anche se in quei giorni a nessuno di noi era ben chiara dove e come sarebbe finita quella inchiesta. Si vedeva però il terrore sui volti e negli occhi di chi attendeva di varcare la porta dei magistrati per confessare le proprie responsabilità. Si vedevano, per la prima volta i potenti ridotti in vittime. Ma anche persone sconosciute si presentavano davanti alle porte dei magistrati del pool “Mani pulite”. I giornalisti li vedevano e chiedevano loro chi fossero. Molto spesso non rispondevano, guardavano pallidi, nervosi, sudati nel vuoto. Cosa accadeva dietro le porte dei magistrati, noi giornalisti non potevamo vederlo. Si riusciva a saperlo soltanto dopo, dalla voce di qualche avvocato o da qualche carta che sfuggiva ai rigorosi controlli del pool. In un libro del 1996, Il vizio della memoria, l’ex- pm Gherardo Colombo scriveva che “Queste nuove fonti erano di solito persone sconosciute che si presentavano, accompagnate dal difensore, in uno dei nostri uffici, generalmente quello di Antonio, e senza che noi sapessimo nulla di loro raccontavano, raccontavano fatti, reati, persone coinvolte, circostanze, date, passaggi di contanti, aperture di conti in Svizzera e così via”. “Ogni tanto si apriva una nuova ramificazione – aggiungeva Colombo – ogni tanto sulla superficie del cono, appariva il vertice di una nuova figura, destinato a essere autonoma origine di un nuovo filone, che si sarebbe sviluppato come quelli già avviati. Fin dall’inizio l’indagine aveva preso la forma di una spirale che, seguendo i contorni di un immaginario cono rovesciato, partendo dal vertice, si estendeva e saliva. Da un episodio quasi banale, come ne succedono tanti – l’arresto in flagranza di un funzionario pubblico che aveva chiesto denaro a un imprenditore recalcitrante per “consentirgli” di continuare a lavorare presso l’istituto che presiedeva – Antonio (Di Pietro, nda), all’inizio da solo, era riuscito ad avviare il meccanismo, fondato su una serie di rimandi”. L’inchiesta che travolse la politica della Prima Repubblica sì consumò ed esaurì dal febbraio 1992 al dicembre 1994 in meno di tre anni. Nei corridoio del quarto piano le espressioni dei volti dei singoli magistrati erano diventati il termometro degli alti e bassi dell’indagine. Ad  Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo erano stati affiancati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, da altri pm fra cui l’attuale procuratore capo di Milano  Francesco Greco, Fabio De Pasquale, Paolo Ielo, Elio Ramondini, Raffaele Tito, Margherita Taddei e Tiziana Parenti, a causa della moltitudine dei i filoni d’inchiesta che si erano aperti da seguire, interminabili le confessioni da far verbalizzare, per non parlare poi delle richieste di autorizzazione a procedere da inviare in Parlamento a carico dei politici coinvolti. Man mano che le pressioni politiche sul pool aumentarono d’intensità, si cominciavano a scorgere sui volti dei magistrati non più la stanchezza per quelle interminabili confessioni raccolte, ma bensì la preoccupazione che l’inchiesta potesse essere bloccata. Quando ormai l’indagine era decollata da un anno e mezzo, un venerdì pomeriggio 23 luglio 1993, Antonio Di Pietro stravolto fu visto picchiava i pugni contro il muro. Tutto il pool “Mani pulite” era sotto choc. Quella mattina fra le 8,30 e le 8,45 poco prima di essere arrestato Raul Gardini si era sparato un colpo di pistola alla tempia. Una a morte che seguì di soli tre giorni il suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari nel nel carcere di San Vittore.  Nel settembre 1992 cera già stato un precedente momento di crisi: il primo suicidio di Mani pulite, quello del parlamentare socialista Sergio Moroni. Il segretario del PSI Bettino Craxi, commentò quella morte assurda con una frase concisa che diceva tutto contro i magistrati del pool: “Hanno creato un clima infame”. E’ stata una stagione politica che si può capire solo con una lettura completa del corso degli eventi, in quanto le inchieste milanesi si sono incrociate con le stragi di mafia e con una disastrosa crisi economica profonda, che ha provocato la scomparsa di aziende storiche e la svalutazione della lira, che spinse il Governo Amato a prelevare dai conti correnti di tutti gli italiani il 6 per mille. Ma è stata anche una stagione di speranza, con la speranza di un rinnovamento generazionale ed etico della vita pubblica che si è rivelato disastroso. Sono nati nuovi movimenti politici, da Forza Italia di Silvio Berlusconi e Giuliano Urbani, alla Lega di Bossi e Maroni, e altri sono nati dalle polveri della tradizione democristiana e comunista. Ma nello stesso tempo i nuovi “politicanti” si sono ben guardati dall’instaurare di nuove   leggi e strutture create per impedire che le tangenti tornassero a circolare in tutto il Paese. E più di prima. Al contrario sono stati introdotti dei provvedimenti che invece di rendere più giusti i processi hanno ottenuto l’effetto contrario ostacolando la “macchina” della Giustizia, e provocando per effetto della prescrizione la scomparsa di migliaia di inchieste. Venticinque anni dopo, Francesco Greco che Gherardo Colombo definiva nel suo libro “dai tempi lunghi, il più assiduo a lavorar sulle carte, a esaminare i bilanci, a incunearsi nelle contabilità sociali per scoprirne mancanze, falsità, duplicazioni” siede ora nell’ufficio che fu di Francesco Saverio Borrelli. Antonio Di Pietro si è ritirato nella sua Montenero di Bisaccia dopo aver fondato un partito l’Italia dei Valori, ormai pressochè scomparso, ed essere stato ministro. Piercamillo Davigo è presidente di sezione in Cassazione e presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Gherardo Colombo è stato componente pressochè ininfluente del consiglio di amministrazione della RAI, è attualmente coordinatore del Comitato per la legalità e la trasparenza del Comune di Milano ed è presidente degli Organismi di vigilanza della Banca Popolare di Milano e del gruppo Sole 24 Ore le cui recenti vicende societarie confermano che non sia più molto vigile ed attento a quanto accade in giro. Dopo i venticinque anni trascorsi, è doveroso tristemente ammettere che il Paese non è stato in grado di fare tesoro di quel ciclone giudiziario. Risultato che oggi il problema della corruzione è incredibilmente più forte di prima. Le ragioni e cause sono le stessi del 1992: il finanziamento della politica non è trasparente, i partiti continuano a “lottizzare” indisturbati società ed enti pubblici. Certo, non esiste più quel sistema verticistico che applicava il manuale Cencelli anche alla spartizione delle tangenti, definendo quote precise a livello cittadino, provinciale, regionale e nazionale. Un sistema in cui – a livello locale e nazionale – le indagini dimostrarono anche un ruolo del Partito Comunista Italiano, da sempre molto vicino agli ambienti e correnti della magistratura. L’inchiesta “Mani pulite” ha fatto cadere la Prima Repubblica ma non ha sconfitto la corruzione. L’illusione dei magistrati è durata lo spazio di pochi anni. Gli echi di quella stagione si sono spenti. Ed al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano sono esplosi i veleni fra gli stessi magistrati. Le inchieste chiaramente non si sono fermate ma non viene più assegnato loro quella speranza che si respirava ascoltato il pensiero e le opinioni degli italiani nella stagione di “Tangentopoli”. Adesso i magistrati hanno solo il compito che dovrebbero sempre avere: semplicemente trovare i reati, impedirli e punirli.  Senza avere la pretesa che debbano essere i magistrati i delegati a correggere le storture della democrazia nel nostro Paese. Nel 2017 le segreterie dei partiti non sono più il fulcro della gestione dei finanziamenti illeciti. Adesso il mercato della corruzione è dominato da consorterie trasversali, bande che legano gli interessi di politici e imprenditori. E sempre più spesso le mafie si inseriscono in queste dinamiche, offrendo bustarelle e mettendo a disposizione i loro capitali. E’ il copione di Mafia Capitale, è il modello criminale che minaccia il nostro futuro. E Roma sotto la guida del procuratore capo Pignatone non è più il porto delle nebbie, mentre non sono pochi i magistrati che in Italia vengono denunciati per gli abusi commessi nell’esercizio del loro potere, a volte vengono arrestati, si lanciamo in politica e spesso  finiscono sotto inchiesta del Consiglio Superiore della Magistratura come il novello autocandidato “salvatore del Paese ” Michele Emiliano che ha dimenticato e rimosso….frettolosamente certe frequentazioni e rapporti personali  con la famiglia di imprenditori baresi De Gennaro coinvolti nell’inchiesta su alcuni appalti realizzati a Bari negli ultimi anni. E’ l’Italia….bellezza? O ha ragione chi sostiene che il nostro Paese viveva meglio nella Prima Repubblica, e la politica nonostante tutto era una cosa seria?

Un inedito di Bettino Craxi: «Ecco cosa fu Tangentopoli». A partire da martedì prossimo, fino a sabato, il Dubbio pubblicherà il memoriale di Craxi, scrive Piero Sansonetti il 12 febbraio 2017 su "Il Dubbio". Nel febbraio di venticinque anni fa (esattamente il 17 febbraio) nasceva Tangentopoli. Cioè iniziava quell’inchiesta giudiziaria, chiamata “Mani pulite”, condotta da un pool di magistrati i cui nomi sono ancora oggi molto noti (Di Pietro, Davigo, Colombo, D’Ambrosio, Ielo, coordinati dal Procuratore Borrelli) che in pochi mesi avrebbe raso al suolo la Prima Repubblica, cancellato partiti democratici radicatissimi, come la Dc e il Psi (oltre a vari partiti più piccoli), eliminato leader di grande statura, riformato profondamente e ridimensionato tutta la politica italiana. I numeri di quella inchiesta sono impressionanti. Più di 20 mila avvisi di reato, più di quattromila arresti, una decina di suicidi. Tutti tra esponenti alti e medio- alti del mondo politico e imprenditoriale. Alla fine ci furono un migliaio di condanne. Che indubbiamente sono tante, ma sono anche poche se si considera la quantità di persone travolte dall’inchiesta e poi risultate innocenti. Più o meno 19 mila. Tra i condannati, molti hanno continuato a reclamare la propria innocenza. E tra questi il più famoso di tutti, e anche il più combattivo, è stato Bettino Craxi. Sapete che Craxi nel 1994 si rifugiò in esilio in Tunisia. E lì trascorse gli ultimi sei anni della sua vita. Pochi mesi pima di morire, nella speranza che il parlamento si decidesse a varare una commissione di inchiesta su Tangentopoli, Craxi scrisse un memoriale di 24 pagine che poi non fu consegnato a nessuno, perché la commissione di inchiesta non fu mai formata, forse per pigrizia, più probabilmente per non sfidare la magistratura, che non gradiva. Così il memoriale di Craxi, che doveva essere una relazione da consegnare alla commissione parlamentare, è rimasto in questi anni alla fondazione Craxi. La quale gentilmente, in occasione di questo anniversario, ci ha concesso di pubblicarlo. Lo faremo, sul Dubbio, a partire da martedì prossimo, suddividendolo in cinque puntate: una puntata al giorno, fino a sabato. Si tratta di un documento inedito, molto interessante, e di valore storico assoluto. Perché ricostruisce la vera struttura di Tangentopoli. E cioè racconta di come la Repubblica italiana, dall’inizio della sua vita, nel 1945, ha visto la propria struttura politica principale – costituita dai partiti – finanziata permanentemente in modo illegale o irregolare. E di come questa metodologia fosse da tutti ben conosciuta e da tutti accettata. Nel mondo politico, nel mondo dell’economia, nella magistratura. Perché allora il problema fu sempre ignorato? Perché nessuno aveva mai voluto mettere le mani sulla questione, molto complicata, del finanziamento dei partiti. Per superare il finanziamento illegale c’erano solo due strade: realizzare un robusto e adeguato finanziamento pubblico, che rendesse inutile il finanziamento illegale, oppure abolire i partiti. Fu scelta la seconda via. Craxi descrive in modo dettagliato i costi della politica democratica, e poi racconta la natura dei finanziamenti (che erano e non potevano essere che ingenti) dagli anni 40 in poi: potenze straniere, enti pubblici, impresa privata. E ragiona anche su come, almeno in parte, questi finanziamenti condizionassero le scelte dei partiti, sia sul terreno delle politiche economiche sia della politica estera. La lettura del memoriale- Craxi pone, quasi 20 anni dopo la sua morte, alcune domande molto serie e anche difficili. Provo a riassumerle in modo schematico:

1) Se è vero – e non mi pare che nessuno mai abbia nemmeno provato a smentire questo dato – che tutta la politica, per quasi cinquant’anni, è stata finanziata illegalmente, perché solo nel 1992 la magistratura ha deciso di intervenire?

2) Se è vero che tutta la politica era finanziata illegalmente, perché furono colpiti solo i partiti di governo, e in particolare il Psi?

3) Se è vero, come oggi dice il dottor Davigo, che i finanziamenti illegali sono continuati per anni, e ancora continuano, come mai nel 1994, e cioè dopo che Bettino Craxi era stato abbattuto, “Mani pulite” si fermò? Craxi era un obiettivo speciale per il pool milanese? La sua sconfitta fu considerata un risultato sufficiente per il successo dell’inchiesta?

4) La scelta di affrontare il finanziamento illecito dei partiti coi “bulldozer”, che provocò di fatto la fine del partito politico – di massa, democratico e popolare – che avevamo conosciuto fino ad allora, fu sostenuta in qualche modo da forze estranee alla magistratura ( forse economiche, editoria, giornali) che erano interessate a nuove forme, leaderistiche e personalistiche, di politica, che riducessero al minimo il tasso democratico, e semplificassero il processo decisionale e il rapporto tra politica e altri poteri?

Per ora ci fermiamo a queste domande. Nei prossimi giorni, pubblicando il memoriale di Bettino Craxi, cercheremo di aprire la discussione su questi argomenti. Forse il fatto che sia passato un quarto di secolo può consentire, oggi, una discussione vera, senza tabù, per capire davvero cos’è successo, perché è successo, se tutto quello che è successo è stata una grande opera di giustizia o di ingiustizia.

A 25 anni dall’inchiesta “Mani pulite” è pubblicato su "Il Dubbio" del 14 Febbraio 2017 il Memoriale scritto dall’ex premier e segretario socialista prima di morire. Un testo in cui descrive i meccanismi del finanziamento illegale della politica e la differenza tra finanziamento illegale e corruzione. «Vi spiego come funzionava Tangentopoli», scriveva Bettino Craxi.

«In Italia, il finanziamento illegale della politica non è di certo un fenomeno nato e vissuto solo negli anni ’ 80 e seguenti. Eppure c’è chi, a digiuno di storia e navigando nella mistificazione, ne parla come se di questo si sia trattato. Tutto al contrario questo fenomeno accompagna addirittura la storia nazionale, almeno dall’unità d’Italia in poi. I mezzi finanziari per sostenere le attività politiche, le loro strutture permanenti di sostegno, le campagne di propaganda e le campagne elettorali sono sempre stati ricercati e trovati seguendo sentieri che molto spesso sono andati ben al di là delle regole e dei confini della normalità, della trasparenza e della legalità. Senza scavare in mezzo agli innumerevoli episodi di tempi ormai molto lontani, attraverso il corso della storia italiana prima dello Stato unitario, monarchico, liberale e poi fascista ma limitandoci solo a considerare la vita della Repubblica democratica si può senz’altro dire che sin dalle sue origini e cioè sin dal decorrere del dopoguerra, il finanziamento della politica, tanto nei suoi aspetti interni che in quelli internazionali, ha presentato molti lati oscuri, a tutt’oggi peraltro non tutti chiariti o chiariti solo in parte. All’interno di un fenomeno così diffuso non sono poi naturalmente mancati, nelle varie epoche, episodi molteplici di corruzione, di degenerazione e di malcostume. Era una materia per la quale il concetto di controllo era sempre molto discutibile, la segretezza delle operazioni aveva un suo ruolo così come lo aveva la delicatezza delle implicazioni politiche. I Partiti, le correnti organizzate dei partiti, i clan politici, i singoli esponenti della classe politica, nello scorrere della vita democratica, delle sue contrapposizioni, delle sue alleanze e dei suoi contrasti, si sono comunque sempre alimentati finanziariamente nelle forme più diverse, unendo insieme entrate dichiarate e rese pubbliche ad entrate invece molto più spesso non dichiarate e quindi rimaste sostanzialmente nell’ombra, ignorate persino dai membri stessi delle singole organizzazioni. La storia della democrazia repubblicana potrebbe così essere letta anche attraverso la complessa storia del finanziamento dei soggetti politici che hanno esercitato in essa un ruolo preminente e significativo, partecipando e determinando lo svolgimento e la dialettica propria della vita democratica. Intendiamo riferirci in questo modo soprattutto a sistemi e fonti di finanziamento attorno alle quali si sono mosse le influenze di potere, l’azione dei gruppi economici pubblici e privati e delle organizzazioni sociali, le relazioni, le influenze, le solidarietà e i commerci, con connessioni o meno, a seconda dei casi, con attività di carattere spionistico, eversivo, illegale, internazionali. Anche la corruzione nella Pubblica Amministrazione e la corruzione aziendale non sono di certo caratteristiche specifiche e nuove nate negli anni ’ 80. Si tratta di fenomeni, tanto il primo che il secondo, che hanno come è noto radici antiche anzi antichissime. Esse giungono attraverso vie secolari sino alla moderna società industriale dove hanno avuto una loro diffusione con tratti particolari ma comunque sempre assai ben individuabili. Esse hanno trovato e trovano i loro collegamenti con il finanziamento illegale della politica, senza tuttavia necessariamente identificarsi con esso, trattandosi di fenomeni di portata ben più generale, con responsabilità ed interessi propri e diretti di classi burocratiche, manageriali, imprenditoriali, professionali oltreché naturalmente di soggetti individuali della politica e dell’amministrazione. Di finanziamenti non dichiarati e quindi, dopo l’entrata in vigore di apposite leggi, che regolavano la materia, di finanziamenti illegali, hanno certamente beneficiato sistematicamente tutti i partiti democratici nessuno escluso. Se vi sono delle eccezioni, come da qualche parte si afferma, si tratta di formazioni minori di cui tuttavia non risulta che nessuno mai abbia effettuato controlli sui bilanci, le entrate, le spese. Di finanziamenti non dichiarati ha certamente beneficiato gran parte della classe politica, ivi compresi quindi buona parte di coloro che, in questi anni, si sono messi le maschere e i panni del moralizzatore. Ce ne è in circolazione un numero notevole a rendere ancor più falsa e paradossale l’attuale situazione. Vi sono alcuni tra questi che lo hanno fatto sino a quando non sono stati smascherati. Altri lo continuano a fare, sino a quando, nonostante tutte le protezioni, non finiranno con il subire la stessa sorte di altri, come è possibile e naturalmente auspicabile che avvenga, anche se ormai tanto materiale è finito in cavalleria e per riesumarlo occorrerebbero ricerche molte impegnate. Gli uni e gli altri, Partiti e classe politica, fronteggiavano un bagaglio di spese, che, a parte possibili ma abbastanza poche eccezioni di soggetti ad alto reddito personale, che meriterebbero di essere elencati, non potevano essere affrontate se non con il ricorso ad entrate di tipo straordinario. Questa linea di condotta era propria di tutti i maggiori Partiti del Paese, sia che si trattasse di Partiti di governo che di Partiti di opposizione. Tutti si avvalevano, naturalmente in misura diversa, di strutture burocratiche diversificate, di reti associative, di scopo che esercitavano un’azione permanente di sostegno, di reti di informazione fondata su quotidiani e periodici, di canali radiofonici e televisivi, di attività editoriali, di centri-studi, di scuole di formazione politica. Altre iniziative di rilievo finanziario riguardavano acquisizioni immobiliari per sedi e luoghi di incontro, circoli e quant’altro si proponeva come utile e necessario per favorire ed incrementare la vita associativa e per moltiplicare le iniziative di incontro, i dibattiti, le manifestazioni. I Partiti minori, in forma minore, con esigenze minori, partecipavano tuttavia anch’essi alla ricerca possibile dei mezzi finanziari di cui avevano bisogno. Operavano naturalmente con strutture ridotte, apparati più piccoli, esigenze finanziarie di spesa non paragonabili quindi a quelle dei grandi partiti. E tuttavia, anche quasi tutti i Partiti minori, come appare documentato, contavano su quotidiani, periodici, case editrici, sedi in gran parte dei comuni del paese, e, nell’insieme, affrontavano le campagne elettorali gareggiando spesso per l’ampiezza delle risorse impegnate con la propaganda dei Partiti maggiori e campagne elettorali personali assolutamente competitive per i mezzi di propaganda impegnati. Non sarebbe difficile per questo fare qualche esempio perfettamente documentabile. Piccolo partito, grande candidato, grande campagna elettorale. Per tutti, l’asprezza della lotta politica, l’urto frontale che contrapponeva le forze tra loro, la concorrenza e la contrapposizione sovente esasperata, la lotta tra i candidati per conquistare la elezione, l’organizzazione della raccolta delle preferenze per i singoli, per i clan, le correnti, e le cordate, finivano con il giustificare agli occhi dei responsabili politici, nell’ottica dello scontro e della rivalità, e nella prospettiva del successo o della sconfitta, la ricerca talvolta anche la più spregiudicata dei mezzi finanziari. E, talvolta, così come era spregiudicata la raccolta egualmente ne era spregiudicato l’utilizzo. I Partiti in ogni caso non hanno mai vissuto dei soli mezzi derivanti dalle quote associative e dalle sottoscrizioni così come essi venivano dichiarando ufficialmente. Il sistema era ben più complesso, articolato e spesso incontrollato e talvolta anche assai contorto e tutti i dirigenti ne erano perfettamente consapevoli. Alla entrate ordinarie e dichiarate si aggiungeva così una parte cospicua costituita da forme di finanziamento non dichiarato proveniente dalle fonti più varie e disparate, ed anche quindi con caratteristiche di provenienza illegittima e comunque in violazioni di leggi dello Stato ed in primo luogo della legge sul finanziamento dei partiti. L’industria di Stato, l’industria privata, i gruppi economici e finanziari, il movimento cooperativo, le associazioni che univano grandi categorie della produzione, della distribuzione e dei servizi, singoli, gruppi e società hanno tutti nell’insieme concorso al finanziamento della politica, e del personale politico, ed a seconda dei casi, in forma stabile, in forma periodica, in occasioni di campagne elettorali in modo diretto ed in modo indiretto. Le loro decisioni si diversificavano per l’entità delle contribuzioni e per la loro destinazione a seconda delle loro differenti opzioni politiche, delle loro convenienze, delle loro preferenze personali. È così capitato che il movimento cooperativo rosso per esempio sia diventato uno dei principali agenti organizzatori e trasmettitori di finanziamenti in forma regolare e costante al Pci. Ciò avveniva soprattutto in certe regioni ma anche su scala nazionale, tanto al Nord che al Centro che al Sud. Il Psi partecipava a questa forma di finanziamento ricevendone vantaggi ma con caratteri e con un ruolo tuttavia assolutamente minore. Tutto questo sistema può naturalmente essere rivisitato e ricostruito, perlomeno nelle sue grandi linee, percorrendo le epoche diverse che sono state attraversate, e analizzando tutti gli aspetti vari, particolari e specifici su cui esso si era venuto strutturando.

Tutta l’esperienza che si è accumulata nella vita democratica repubblicana conduce a concludere, con assoluta evidenza, che il complesso del sistema economico, a partire della sue entità maggiori e più significative, partecipava con l’erogazione diretta di mezzi finanziari e attraverso altre forme indirette di appoggio, ed anche nel campo della informazione, della pubblicità e dei servizi, al sostegno ed anche allo sviluppo del sistema politico democratico e delle sue attività politiche, associative, culturali, formative, propagandistiche, elettorali. Parimenti il sistema economico esercitava sul sistema politico e sulle sue decisioni un’azione di condizionamento che era maggiore o minore in relazione alla capacità ed alla forza di autorità e di autonomia delle differenti formazioni politiche e dei diversi soggetti politici. Questo processo di condizionamento si esercitava sui Partiti, sul loro espressioni parlamentari, governative ed amministrative ed anche naturalmente sui singoli esponenti politici soprattutto quando questi ultimi divenivano personalmente tributari in modo decisivo per le loro attività, per il sostegno della propria organizzazione ed immagine, e per il successo elettorale proprio e dei propri grandi elettori. In questo modo ricevevano contributi sia i Partiti che le correnti dei Partiti, spesso organizzate come sotto-partiti, che i singoli esponenti politici che necessitavano anch’essi di reti di supporto burocratiche, associative o più semplicemente clientelari. Agendo in questo modo i gruppi economici finanziatori erano a loro volta mossi da obiettivi molteplici. Perseguivano obiettivi di carattere generale volti a difendere un sistema di valori da cui si sentivano garantiti e a sostenere determinati equilibri politici e le forze che li costituivano e li alimentavano e che quindi ricercavano, mantenevano, o si sforzavano di mantenere, un quadro di stabilità politica nel governo generale della Repubblica, sostenendo posizioni anche tra loro divergenti. Erano mossi ancora da motivi di carattere generale in funzione di politiche economiche finanziarie, industriali, scientifiche, ed anche di politiche comunitarie ed internazionali che consideravano adeguate e necessarie per il proprio sviluppo e corrispondenti alle esigenze produttive ed economiche generali del Paese. Ancora erano mossi da interessi più particolari con riferimento a specifiche decisioni legislative, normative, amministrative e di orientamento e definizione della spesa pubblica. Ancora vi erano interessi più delimitati che riguardavano i programmi, la loro attuazione, e le decisioni relative delle Pubbliche Amministrazioni e degli Enti Pubblici nazionali, regionali e locali. In quest’ambito aveva una valenza l’influenza dei Partiti e dei gruppi politici, ma nell’insieme le maggiori forze economiche avevano anche e soprattutto proprie strutture e capacità di influenza diretta sulla Pubblica Amministrazione e sugli Enti pubblici con un complesso di relazioni spesso dirette e personali e con un grado quindi di penetrazione notevole ed efficace, volto a predisporre ed ad indirizzare nelle direzioni volute le decisioni pubbliche e la stessa condotta del ceto politico. Tuttavia anche in questi casi, quando l’influenza veniva esercitata in una forma lineare, il grado di garanzia e di tutela del pubblico e generale interesse poteva essere salvaguardato. Quando invece questa influenza veniva esercitata in forma spregiudicata e distorta, con l’impiego di mezzi e secondo metodi di corruzione personale, cui spesso non erano estranei gli interessi degli stessi soggetti erogatori, sull’interesse pubblico reale veniva sovente steso un velo interessato e pietoso. Nel mondo politico gli interlocutori privilegiati erano le istituzioni governative, parlamentari e le formazioni che componevano le maggioranze. Ma non venivano affatto trascurate quelle di opposizione, naturalmente in modo diverso a seconda dei casi, ed in rapporto alla loro influenza nel Parlamento, nelle istituzioni, nei grandi Enti Pubblici, nelle Amministrazioni regionali e locali e in generale nella vita del Paese e negli orientamenti della pubblica opinione. Nelle Amministrazioni regionali e locali, del resto le maggioranze politiche e di governo si diversificavano a secondo delle Regioni, dei Comuni e delle Province e, in molti casi, formazioni all’opposizione sul piano nazionale, costituivano invece il perno politico centrale o sussidiario del governo regionale e locale. Quando si trattava di decisioni che potevano avere effetto sull’attività produttiva o riguardavano programmi di Enti sociali, veniva ricercata e spesso ottenuta anche l’influenza e l’accordo di interlocutori del mondo sindacale e sociale anche con contributi finanziari volti ed effettuati in questa direzione. In taluni casi, rappresentanze sindacali anche di livello nazionale ricevevano perciò, in forma diretta o indiretta, contribuzioni in forma periodica ed anche continuativa. In particolare, in relazione all’attività di Enti amministrati da rappresentanze sindacali il dialogo e le eventuali contribuzioni finanziarie connesse veniva stabilito direttamente con interlocutori sindacali oppure attraverso la mediazione di fiduciari dei Partiti cui le rappresentanze sindacali in questione erano collegate. Il finanziamento irregolare ed illegale rivolto ai partiti ed alle attività politiche, ed anche a gruppi e singoli esponenti del mondo politico, oltreché di carattere interno era anche di carattere e provenienza internazionale. Si tratta in questo caso di un capitolo molto complesso. Esso non è mai stato esplorato sino in fondo, anche se, per molte parti, a distanza di decenni, taluni dei suoi aspetti sono venuti alla luce in modo abbastanza evidente e documentato. Il finanziamento internazionale a forze politiche italiane nel periodo repubblicano ha sempre presentato una natura composita. Esso comprendeva voci e fonti molto diversificate, era di natura finanziaria diretta e di natura indiretta, si poteva presentare anche in forma di servizi e spesso in connessione con attività commerciali. I Paesi che, nelle varie forme, hanno concorso a questo tipo di finanziamento sono stati molti. Tuttavia, sostanzialmente, si trattava di strutture dipendenti dagli Usa e dall’URSS e di attività e strutture proprie dei Paesi appartenenti alle loro aree di influenza politico- militare. Le due maggiori potenze, guidando le loro alleanze politico- militari, avevano ingaggiato tra loro un braccio di ferro durato poi decenni. Si trattava di una contrapposizione e di una contesa che si proponeva di difendere, consolidare ad estendere le rispettive aree di influenza e quindi, in particolare, punti geopolitici di importanza strategica. A questo scopo venivano effettuati interventi soprattutto nei Paesi considerati anelli deboli e, a causa della loro fragilità ed instabilità politica, esposti al rischio ed alla possibilità di una frattura interna e di un rovesciamento delle posizioni, e in aree che, per le loro caratteristiche, potevano essere considerate utili. In Europa, tra i grandi Paesi, l’Italia era certamente considerato uno di questi. In questo contesto, diversi Partiti italiani e diversi leader politici, in epoche diverse hanno sollecitato, accettato, beneficiato di finanziamenti di questa natura, anche se ci riferiamo soprattutto agli anni del dopoguerra. Tutti i maggiori leader del dopoguerra italiano hanno fatto i conti con questa realtà ed hanno rafforzato la propria azione anche ricorrendo all’aiuto di finanziamenti internazionali. Dei finanziamenti provenienti dagli Usa hanno così beneficiato, per tutto un certo periodo, formazioni politiche dei governi postbellici. Dei finanziamenti provenienti dall’URSS e dal blocco sovietico ha beneficiato soprattutto il Partito Comunista. Quest’ultimo ne ha del resto sempre beneficiato sin dalla sua origine e via via attraverso le fasi travagliate della sua storia, sino agli anni più recenti e cioè sino alla caduta dell’impero sovietico ed alla fine del potere comunista nell’URSS. Dalla sua nascita, e prima ancora come corrente del PSI, sino alla sua scomparsa, visse di finanziamenti sovietici il PSIUP e, per aggiunta, ricevettero finanziamenti sovietici singole personalità o frazioni politiche tanto del PSIUP che del PCI. Anche il partito Socialista aveva ricevuto nel passato finanziamenti dall’estero, sotto varie forme, dirette ed indirette Sino al 1956, e cioè l’anno della rivolta ungherese, della solidarietà espressa dai socialisti italiani ai patrioti insorti a Budapest, con la conseguente aspra polemica con l’invasore sovietico e la rottura che poi ne seguì con i comunisti italiani, il PSI aveva ricevuto aiuti finanziari e materiali dall’URSS e da altri Paesi del Patto di Varsavia. Nel periodo immediatamente successivo ricevette invece un aiuto finanziario direttamente dagli Usa. Sotto le direzioni politiche che seguirono il PSI non mi risulta abbia mai ricevuto alcun finanziamento proveniente da Partiti o da Stati stranieri, mentre non si deve escludere che singoli esponenti del PSI ne abbiano potuto beneficiare sulla base di loro relazioni personali e particolari e in quest’ambito anche gli stessi Amministratori del PSI.

In materia di finanziamento estero il Pci, divenuto poi Pds, a differenza degli altri Partiti, aveva organizzato una vera e propria struttura permanente che nel corso dei decenni, si è venuta costantemente ampliando e perfezionando sì da garantire dei flussi di finanziamento costanti che rappresentavano una parte certamente rilevante delle sue entrate. Il potere sovietico, anche nei momenti di incomprensione e di difficoltà nei suoi rapporti con il Pci e le sue elaborazioni politiche, sia pure diffidandone, ha sempre continuato a considerare il Partito Comunista italiano come il suo principale alleato occidentale. In nessun altro Paese dell’Occidente un partito comunista era mai del resto riuscito a realizzare un così forte radicamento popolare e ad esercitare una così grande influenza come il Pci in Italia. La sua posizione era considerata di essenziale importanza anche perché si trattava di un Paese di frontiera dell’Alleanza Atlantica. Tra l’Urss e il Pci si mantenne vivo un legame storico profondo che tale rimase anche quando si erano allargate le maglie dell’autonomia del movimento comunista italiano e si era venuto modificando il rapporto di stretta obbedienza ideologica e politica rispetto al potere sovietico, e la stessa Urss aveva preso a finanziare frazioni interne del Pci. Restava comunque la sistematica continuità e l’ampiezza degli aiuti finanziari che non sono mai venuti a mancare. Questi contributi provenivano direttamente dal Pcus e, a partire dal ’ 74, da una apposita organizzazione alimentata con fondi dell’Urss e dagli altri Paesi del Patto di Varsavia. Provenivano da interventi specifici del Kgb e da Servizi Segreti collegati. Provenivano da altre entità ed istituzioni sovietiche compresa la “Croce Rossa”. Si trattava di aiuti finanziari e di altre forme di solidarietà attraverso la erogazione gratuita di servizi sanitari, di ospitalità politica e turistica, di servizi culturali, di formazione accademica e professionale ed anche di specializzazione in vari campi, ivi compresi attività di natura spionistica e clandestina. Ma la parte di gran lunga più rilevante proveniva dalle attività di import- export, dirette, indirette, partecipate e dalle commissioni sui grandi lavori effettuati da imprese italiane in Urss e nei Paesi del Comecon. Era anche in ragione di questo sostegno straordinario che proveniva, con un flusso costante, dal blocco politico- militare avverso al blocco politico- militare di cui faceva parte il nostro Paese, che il maggior Partito di opposizione poteva contare su strutture burocratiche partitiche permanenti che non avevano l’eguale in nessun altro Paese del mondo non comunista, e poteva parimenti contare su risorse certamente all’altezza se non superiori a quelle di qualsiasi altro Partito Italiano di governo e non. Nello scontro politico non mancava un fattore anomalo. Risulterà infatti anche storicamente accertato il comportamento di totale cinismo di gruppi economici ed industriali di primo piano del nostro Paese che, perseguendo il loro particolare interesse e, in taluni casi, anche in violazione delle norme concordate in sede di Alleanza Atlantica, alimentarono la possibilità di finanziamento dei comunisti italiani, contribuendo ad accrescere in tal modo la distorsione dei rapporti nella vita democratica nazionale. Non c’è dubbio, del resto che il finanziamento estero assicurato ai comunisti italiani era di natura tale da provocare, in questo campo, il moltiplicarsi delle reazioni, in un certo senso convenzionali, delle formazioni politiche di Governo. Le leggi sul finanziamento pubblico dei partiti che si proponevano di riportare ordine nella materia, di regolarla, di assicurare un sostegno pubblico sostitutivo dei sistemi di finanziamento irregolare che si erano venuti sempre più diffondendo, in realtà non riuscirono affatto a modificare di molto la situazione. Mentre da un lato infatti i Partiti potevano contare su di un contributo annuale certo anche se delimitato, dall’altro si trovavano sempre di fronte ad un aumento crescente dei fabbisogni e delle spese. I contributi dello Stato erogati sulla base della legge erano d’altra parte già in partenza del tutto inadeguati e per di più non indicizzati. Con il passare del tempo l’incidenza ed il valore del contributo pubblico si venne così progressivamente ridimensionando. In rapporto ai contributi erogati dallo Stato ai Partiti politici in altre democrazie europee, per esempio la Repubblica Federale tedesca, il contributo italiano appariva di gran lunga inferiore e largamente insufficiente. Dal canto loro invece le spese continuavano ad aumentare. Era il portato stesso dello sviluppo della società burocratica, dall’estendersi delle reti di informazione e dei servizi mentre si moltiplicavano le varie articolazioni e strutture necessarie per l’efficacia della propaganda e mentre contemporaneamente crescevano anche gli stimoli verso la spettacolarizzazione della politica, e la connessa competitività per la conquista del consenso. La ricerca di mezzi finanziari per sostenere ed alimentare le attività politiche in tutte le loro diverse espressioni, invece di ridursi, era sollecitata ad allargarsi, sia ripercorrendo le vie consuete che individuandone di nuove. In questo modo finivano con l’ampliarsi anche aree contigue ed oscure entro le quali questa ricerca di mezzi finanziari, fatta in nome e per contro dei partiti, spesso si trovava ad agire in modo incontrollato e difficilmente controllabile. E, all’interno di aree oscure, diventava molto difficile impedire il diffondersi, in livelli diversi, di degenerazioni e di corruttele di molteplice natura. Bisogna considerare inoltre che all’aumento continuo delle spese corrispondeva da un altro lato una progressiva riduzione delle entrate tradizionali ordinarie e cioè quelle derivanti dalle quote associative e dalle sottoscrizioni volontarie. Talune spese erano peraltro di natura tale da non poter essere fatte oggetto di riduzioni. Per esempio le spese per il personale. Queste non potevano essere quasi mai ridotte. Di fronte a misure di riduzione, intervenivano pretori sempre pronti ad imporre le riassunzioni del personale. I sindacati per parte loro avevano ottenuto la introduzione nei partiti del contratto del commercio, e data la sua improprietà, in aggiunta anche di un contratto integrativo aziendale. A ciò si aggiunga che, almeno per quanto riguarda il Psi, l’Amministrazione centrale venne chiamata a rispondere, subendo ripetute condanne, anche del personale liberamente assunto da organizzazioni periferiche e da loro retribuito. La riduzione delle entrate d’altro canto si poneva in parallelo con una società del benessere che, facendosi strada con gli stili propri di un consumismo sempre più diffuso, con le sue più ampie libertà, e con gli spazi vitali occupati dal video e dallo spettacolo, riducevano il valore e la portata associativa dell’entità tradizionale e tipica del Partito. Un tempo la vita associativa del Partito, per i suoi aderenti, se non era tutto rappresentava certo moltissimo. Il Partito non era solo uno strumento di lotta politica e di lotta elettorale ma rispondeva a bisogni associativi, sociali, culturali, umani. Entrando in una nuova fase l’associazionismo partitico, seguendo la sorte che deriva da una più generale evoluzione, perde di peso, si riduce, si isterilisce. Dalla nuova società che avanza vengono offerte altre opportunità ed altre possibilità di incontri, di attività, di iniziativa personale e di gruppo. La struttura Partito, soprattutto nelle grandi città, tende generalmente a trasformarsi. Succede così che il suo ruolo cambia, mentre la vita interna si rianima e rinasce solo e soprattutto in funzione delle fasi elettorali e pre-elettorali. Nell’area partitica prende contemporaneamente corpo un nuovo fenomeno negativo. Paradossalmente infatti mentre da un lato si riduce e si isterilisce il ruolo associativo dei partiti, e quindi l’attività dei suoi membri, dall’altro tende ad aumentare il numero degli iscritti. E’ il segno inequivocabile di una degenerazione che penetra nella vita dei Partiti, o almeno in una parte importante del sistema partitico e in particolare di quello di governo.

Nella vita partitica si affaccia il mercato delle tessere i cui pacchetti, corrispondenti ad iscritti inesistenti o forzati o semplicemente favoriti, servono solo a mantenere ed a consolidare l’influenza interna delle nomenklature e dei gruppi organizzati ed a regolare i rapporti tra di loro. Si tratta il più delle volte di configurazioni oligarchiche che si sono via via formate attraverso processi di selezione interna, ma che sovente si sono trasformate in incrostazioni praticamente quasi inamovibili. Il loro prevalere impedisce il ricambio naturale e dialettico o lo realizza solo per la via obbligata della cooptazione. La democrazia in questi Partiti è già entrata in una fase di involuzione e di decadenza. Naturalmente questa degenerazione si riflette anche sull’insieme del sistema di finanziamento partitico e dell’attività politica. Già le correnti politiche si erano venute sempre più radicando come correnti anche elettorali e quindi con esigenze di spesa che le spingevano verso una ricerca propria ed autonoma di finanziamento. Lo stadio negativo ulteriore si veniva poi configurando nella definizione di aree di influenza tanto sulle gestioni amministrative che nella rappresentanza di influenze lobbistiche. Attorno ad esse si raggruppavano ramificazioni clientelari che fornivano ad un tempo un valido supporto per la rappresentanza elettorale interna ed esterna. Era una mobilitazione di gruppi che si avvaleva, nella sua presentazione pubblica, di formule e proposizioni ideologiche e politiche, ma che in realtà era sempre meno intessuta dei valori propri della ideologia e della politica. Dal canto suo il fenomeno del tesseramento artificioso costituiva anche un ulteriore fattore di spesa nel contesto delle spese già dilatate per il complesso delle esigenze politiche normali e straordinarie. Vi furono diversi responsabili di Partiti, che resisi consapevoli di questi fenomeni degenerativi, tentarono di organizzarsi per contrastarli. La loro azione non poteva essere disciplinare e di controllo, giacché in concreto una azione di questa natura si presentava praticamente impossibile. Essa si proponeva e ricercava la via di riforme statutarie con lo scopo di porre argini ad una degradazione che veniva assumendo proporzioni ed espressioni sempre più evidenti. Videro così la luce, in taluni Partiti, riforme statutarie che miravano a ridurre l’influenza dei clan, a limitare l’incidenza del tesseramento irregolare ad accrescere il volume delle entrate ordinarie, ufficiali, legittime e dichiarate attraverso un sensibile aumento delle quote di iscrizione e l’organizzazione di specifiche sottoscrizioni. Per anni, i Partiti hanno dato mostra di aver regolato la materia del proprio finanziamento attraverso le leggi sul finanziamento pubblico dei Partiti. Ma la realtà delle cose era ben diversa. Il finanziamento dei partiti ha sempre continuato a mantenere caratteri di irregolarità e di illegalità. Il finanziamento pubblico si riassumeva in una cifra complessiva che non aveva nessun rapporto con le dimensioni reali del problema che si proponeva di risolvere. Ci voleva una grande dose di disinvolta ipocrisia per credere o far credere che i fondi stanziati dalla legge erano quanto bastava per sorreggere la complessa macchina burocratica e la varietà di strutture e di attività su cui poggiava la democrazia dei Partiti. La legge veniva violata sistematicamente da tutti o da quasi tutti. Forse qualche gruppuscolo minore aveva le carte in regola e forse, anche in qualche caso tra questi, a ben guardare le cose, la regolarità e la legalità non veniva sempre rigorosamente rispettata. Diversi gruppi minori venivano poi finanziariamente aiutati dai gruppi maggiori, per ragioni di affinità, di solidarietà, o di mera tattica. Queste violazioni di legge, su cui in buona parte si è fondato poi il processo di criminalizzazione della democrazia repubblicana, definita come Prima Repubblica, avvenivano sulla base di una complicità e di un consenso pressoché unanimi. Quale fosse la realtà vera delle cose, almeno nelle sue caratteristiche più tipiche, erano ben consapevoli tutti i dirigenti dei Partiti, i parlamentari, gli amministratori. Ne erano consapevoli certamente le maggiori cariche istituzionali dello Stato nelle quali si alternavano del resto personalità che a loro volta avevano ricoperto impegnative responsabilità politiche e partitiche. Faccio solo l’esempio dell’ultimo Presidente della camera Napolitano, divenuto poi anche Ministro degli Interni, che, avendo ricoperto per anni l’incarico di ministro degli Esteri del PCI non poteva di certo non essere a conoscenza del fatto che le entrate del suo Partito si componevano anche di flussi finanziari, provenienti dall’URSS e dai Paesi dell’impero comunista e che questi non figuravano certo nei bilanci di Partito presentati al Parlamento. Faccio l’esempio del Presidente del Senato, il defunto Spadolini, che avendo per anni diretto il Partito Repubblicano, non poteva non sapere che il suo Partito non viveva solo delle quote degli iscritti e delle sottoscrizioni, e che ciò che si aggiungeva di straordinario non figurava puntualmente nei bilanci presentati al Parlamento. Faccio l’esempio dell’attuale Presidente del Senato Nicola Mancino, tempo addietro Presidente alla Camera e al Senato dei gruppi parlamentari della DC, che in materia di conoscenza del sistema di finanziamento alla DC, dei suoi gruppi e dei suoi parlamentari non era certo a digiuno. Sarebbe far torto alla sua intelligenza ed alla sua onestà. Faccio l’esempio dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, eletto per tredici volte deputato della Democrazia Cristiana. Tredici campagne elettorali bastano e avanzano per capire come funzionavano le cose. I precedenti Capi dello Stato a loro volta, pur vivendo lontani dalla politica pratica e dalla gestione diretta dei Partiti vivevano pur sempre al Quirinale che è sempre stato un osservatorio della vita nazionale di non poco conto. Di certo nessuno di loro se ne stava sulla luna. Nessuno, salvo forse, in qualche caso, qualche voce isolata in Parlamento e nel dibattito politico pubblico, ha per anni, anzi per decenni, aperto porte e finestre su di una questione tanto delicata. La questione era d’altra parte anche scottante e nessuno si è mai voluto scottare. Non è stata così denunciata con la forza necessaria l’anomalia, la irregolarità, la illegalità complessiva della situazione. Per trovare in uno scritto, una descrizione del fenomeno con relative denunce, a mia memoria, bisogna risalire a molti decenni addietro. Nessuno, che io ricordi, nel mondo politico ha levato la voce e spezzato una lancia per proporre opportuni rimedi al corso delle cose o per aprire una pubblica riflessione sul sistema di finanziamento dei Partiti e delle attività politiche in generale. C’è anche chi lo ha fatto ma mentre lo faceva non diceva la verità perché allo stesso tempo si assicurava contributi, sostegni, finanziamenti. C’è chi propose come rimedio un aumento del contributo pubblico ma mal gliene incolse e dovette subito zittirsi, travolto da ondate contrarie di demagogico rifiuto. Sta di fatto che i Partiti, pur presentando in Parlamento, per decenni, bilanci che non corrispondevano al vero, e cioè bilanci falsi, non sono mai stati fatti oggetto da parte di nessuno di denunce per le loro gravi irregolarità. I Partiti di opposizione di regola non denunciavano i Partiti di governo e i partiti di governo non denunciavano i partiti d’opposizione. La complicità in questo senso, era totale o quasi. Nessuno ricorda clamorose polemiche al proposito. Forse qualche questione di forma, qualche denuncia di irregolarità, ma mai una vera e propria questione, mai una battaglia in piena regola, un vero e proprio scandalo sollevato con clamore attorno ad un bilancio ritenuto manifestamente falso. Certo mai una Commissione di inchiesta. Con la sistematica approvazione dei bilanci dei Partiti in Parlamento si veniva approvando in realtà tutta la natura distorta almeno del sistema di finanziamento ai Partiti ed alle attività politiche, e quindi tutti nel contempo, salvo i distratti e i pochissimi eventualmente esclusi, sapevano benissimo di che cosa si trattava. La democrazia repubblicana approvava il proprio modo di vivere, almeno in questo campo, si assolveva per le violazioni della legge sul finanziamento, e pur essendo consapevole delle irregolarità del sistema preferiva andare avanti per quella strada piuttosto che per mano ad una legislazione più consona tanto eventualmente nel senso di contributi pubblici più adeguati, che nel senso di una maggiore libertà nella raccolta di fondi volontari, che in direzione di un più efficace ed effettivo sistema di controlli.

Il sistema di finanziamento della politica si presentava nel suo insieme come un sistema complesso per il quale bisognava tenere conto di livelli, responsabilità e causali diverse. Vanno tenuti in conto infatti i livelli amministrativi e gestionali delle strutture nazionali delle organizzazioni periferiche regionali, provinciali e cittadine, delle associazioni e strutture collaterali, associative, di carattere culturale, sociale, sindacale, giovanile ed altro. A questo si debbono aggiungere le attività editoriali, gli organi di informazione politica, lo spettacolo politico, gli strumenti di formazione e di orientamento, le attività internazionali, ideali, politiche, di solidarietà concreta verso soggetti singoli e verso organizzazioni. L’attività politica dei partiti comprende convegni tematici, di settore, di categoria, convegni giovanili, femminili, Congressi locali, regionali, nazionali, internazionali. Un livello fondamentale è fissato dalle scadenze elettorali. Elezioni politiche nazionali, regionali e locali, elezioni europee, elezioni amministrative parziali che risultavano sovente particolarmente impegnative perché normalmente assumevano il valore di test e di sfide di carattere nazionale. Bisognava tener conto dei candidati e dell’alto grado di competitività che si stabiliva tra loro, dalle spese che si gonfiavano insieme alle ambizioni ed alle illusioni, o alla ricerca di successi personali da raggiungersi in termini particolarmente clamorosi in modo da poterli far valere poi sul mercato politico delle cariche maggiori. Allo stesso modo bisognava tener conto degli eletti che sono per vocazione e per giusta natura sempre tendenzialmente rieleggibili e che quindi sono portati a costruirsi strutture di sostegno permanenti specie quando la loro rielezione non poteva dipendere da una vincolante designazione dipendente dagli organi e dalla burocrazia del Partito. Anche nella struttura democratica così come essa si è venuta definendo nella democrazia repubblicana si è venuto formando un vero e proprio ceto politico ed amministrativo professionale, o semiprofessionale. Il suo lavoro politico sostituisce in tutto o in parte il suo lavoro professionale, sovente creando dei vuoti nelle disponibilità complessive di reddito. Questi vuoti vengono coperti o da vantaggi indiretti ricavati da una influenza politica o anche da contributi e finanziamenti di carattere politico personale, sempre per rimanere al di qua della frontiera che separa un finanziamento di natura e scopo politico dai veri e propri reati contro la Pubblica Amministrazione. Come già ho sottolineato, nella realtà politica e partitica si era diffusa e radicata la esistenza di clan e di correnti, entro le quali si erano venute stabilendo solidarietà ed interessi che molto spesso andavano al di là dei legami con l’entità Partito anche se si mantenevano e si muovevano all’interno ed entro le istituzioni, i simboli e le formule proprie dell’entità Partito. I rapporti tra tutte queste articolazioni si sono naturalmente presentate in forma diversa nei diversi partiti. Ciò che appariva in generale sempre più evidente era la tendenza verso un indebolimento progressivo delle capacità e delle possibilità di un controllo centrale sugli altri livelli. Le realtà periferiche, i gruppi, le posizioni consolidate di influenza gestionale e clientelare, potevano sempre di più sfuggire alla direzione ed al controllo del livello centrale e ciò non solo sotto il profilo dei mezzi e metodi di finanziamento ma spesso, in molti casi, anche sotto il profilo della stessa direzione politica. Più di altri sfugge invece a questa tendenza il PCI e poi il PCI- PDS, almeno negli anni iniziali della sua prima strutturazione. Il Partito Comunista ed il Partito ex-Comunista si sono, per ideologia e natura, formati su schemi centralizzati che, pur modificando nel tempo la loro rigidità originaria, avevano mantenuto una loro validità ed efficacia che naturalmente, anch’essa, si veniva indebolendo e sgretolando. Sotto questo profilo mentre da un lato risulta più evidente, anche in materia di finanziamenti, il controllo centrale e quindi la consapevolezza e la responsabilità dei maggiori dirigenti politici, dall’altro prendono avvio e maggiore consistenza fenomeni propri di una più vivace dialettica politica interna, con un seguito di iniziative di gruppo e di corrente. Diversamente, in altri partiti, molti candidati, in occasione delle campagne elettorali, ricevono contributi diretti dal Partito in ragione del loro ruolo, altri si avvalgono di solidarietà di gruppo, altri ancora organizzano in proprio il reperimento di fondi, ed altri infine fanno tutte e due o tutte e tre le cose contemporaneamente. La struttura centralizzata consentiva invece una certa disciplina e comunque un maggiore controllo anche su questo tipo di spese. Va detto, infine, che, sempre in materia di raccolta di fondi per le spese elettorali, non di rado il nome del Partito e dei suoi vertici più conosciuti e più autorevoli veniva utilizzato senza tanti scrupoli e complimenti anche da chi non era minimamente autorizzato a farlo. Del millantato credito, di cui erano spesso vittime i dirigenti più conosciuti, in moltissime occasioni era vittima lo stesso Partito, in nome del quale venivano abusivamente avanzate richieste, ricevute offerte, raccolti contributi di genere e provenienza varie, e di cui le organizzazioni amministrative responsabili di Partito non avevano in realtà il benché minimo riscontro o ne avevano un riscontro del tutto parziale, il più delle volte indiretto o casuale. Le entrate del Partito erano costituite da tutte le voci presenti e dichiarate nei bilanci e da contributi che non venivano dichiarati. Per esempio la raccolta dei fondi indirizzati al Partito Socialista a vario titolo veniva fatta direttamente dall’amministrazione, dall’Amministratore o suoi collaboratori diretti, a questo consegnate da altri dirigenti del Partito o da persone che venivano considerate alla stregua di collaboratori di fiducia. La modalità di questi versamenti venivano decise dall’Amministrazione. Ciò avveniva nella gran parte dei casi, in relazione alle situazioni concrete che si presentavano. I contributi che venivano versati al Partito erano di varia natura. Di natura politica e cioè a dire erogazioni di sostegno fatte esclusivamente o prevalentemente per ragioni di adesione o di convinzione e valutazione politica. Contributi che potevano essere invece definiti come prova e ricerca di “buone relazioni” e cioè dati senza un concreto e specifico riferimento ma assicurati solo allo scopo di stabilire o mantenere con l’entità Partito un rapporto che potesse essere considerato amichevole e quindi suscettibile di una attenzione da parte degli esponenti del Partito presenti in varie sedi istituzionali. Contributi raccolti e versati da singoli esponenti del Partito nell’ambito della loro responsabilità. Contributi versati in funzione di ottenere specifiche sollecitazioni ed interventi favorevoli ai finanziatori. A questi contributi di natura vana si aggiungevano entrate di carattere pubblicitario ed entrate derivanti da sponsorizzazioni in cambio delle quali veniva comunque fornito un servizio commerciale generalmente adeguato specie in occasione di Congressi e di grandi iniziative e manifestazioni pubbliche che costituivano un veicolo di indubbia importanza ed interesse di carattere locale, nazionale ed internazionale. Su questo stato di cose è stato avviato, organizzato, sviluppato ed esteso a tutto il Paese un processo di criminalizzazione strumentale che ha manipolato e mistificato la realtà dei fatti, le circostanze storiche in cui i fatti si sono verificati, il contesto generale delle responsabilità democratiche che erano state assolte da forze politiche che avevano garantito il quadro delle libertà democratiche, la stabilità politica, lo sviluppo dell’economia, la crescita dei valori e delle opportunità sociali, la presenza ed il dinamismo della vita e della dialettica democratica, l’alto ruolo internazionale raggiunto dalla nazione tanto nel contesto europeo che in quello mondiale. La classe politica dei Partiti ed in generale tutta la classe politica era quindi, come non è difficile dimostrare, mentre sarebbe difficilissimo dimostrare il contrario, ben consapevole della natura del finanziamento politico, dei metodi seguiti, delle pratiche che erano diffuse, costanti e sistematiche. C’è semmai da chiedersi se, essendo queste le condizioni, come sia possibile credere o far credere che la magistratura ed altri apparati dello Stato ignorassero ciò che avveniva anche sotto i loro occhi, non nel caso di una particolare stagione, ma addirittura nel corso di decenni. C’è semmai da chiedersi perché questo sia avvenuto. C’è da chiedersi, se si ricorda a memoria, come sia stato possibile che nell’arco di quasi un ventennio raramente è stato aperto un caso. In ogni caso non risulta che si siano mai svolti processi e non si siano mai pronunciate sentenze di condanna per lo specifico reato di finanziamento illegale. C’è da chiedersi come sia stato possibile che mentre per bocca della stessa magistratura questa pratica veniva definita “notoria e costante”, contemporaneamente non veniva promossa l’azione penale per le violazioni della legge sul finanziamento dei partiti. Nessuno lo impediva, nessuno poteva impedirlo, nessuno ha denunciato un caso nel quale ad un magistrato è stato impedito di compiere il dovere che la legge gli avrebbe imposto di compiere. Probabilmente anche questo è avvenuto, e magari anche in più casi, ma nessuno protestò e picchiò i pugni sul tavolo sino a farsi sentire. Ciò che è singolare invece è che improvvisamente, in forme violente ed anche e soprattutto discriminatorie, si siano scoperchiate parti significative del sistema di finanziamento illegale dei Partiti e delle attività politiche, e si sia dato vita ad un processo di criminalizzazione con ritmi crescenti, seguendo sovente cadenze proprie di una orologeria politica, con un particolare accanimento diretto soprattutto e in primo luogo verso alcune direzioni, mentre ad altre veniva riservato un trattamento ben diverso e molte cose venivano sottaciute, ignorate, o addirittura sfacciatamente oscurate e protette. Il trionfo della regola dell’ingiustizia consistente nell’uso di “due pesi e due misure”. Ciò che è singolare è che nel 1989, quando cadevano i muri e non si sapeva che cosa si sarebbe potuto ritrovare tra le macerie, in fretta e furia il Parlamento italiano varò una amnistia, nella quale fu fatto comprendere il finanziamento illegale alla politica. L’amnistia non incontrò di certo forti ostacoli. Passò diritta filata, alla chetichella e sembra neppure con un voto di Aula ma addirittura con un voto in Commissione. Una amnistia lampo. Parliamo di qualcosa che è diventata invece, dopo d’allora, solo a nominarla, una specie di peccato mortale, di offesa alla civiltà del diritto, di scandalosa distorsione della giustizia. Non ci furono allora alti lai di eguale natura. La piazza non si scompose, i Palazzi non si scomposero, i grandi moralizzatori di professione non entrarono in campagna. Il colpo di spugna invece ci fu. Fu rapido, efficace, risolutivo. Il grande crimine riguarda invece allora gli anni ’89 - ’92. Incredibile ma vero. Spesso è dalla categoria degli amnistiati dell’89 che vengono poi i censori più spietati e i demagoghi più sfacciati. La campagna contro i finanziamenti illegali della politica, trasformata nella maggior parte dei casi in un fenomeno di corruzione e di reati ancora più gravi, ha assunto così toni e metodi di tale violenza demagogica e finalità strumentali ad una lotta di potere che è dilagata nel Paese. Talvolta vi abbiamo riconosciuto trampolini di lancio per esibizionistiche ambizioni ma, nel quadro più generale, si è fatta avanti una corsa pseudo - rivoluzionaria in veste di nuovo potere egemone della società e dello Stato.»

Memoriale scritto nel 1999 da Bettino Craxi su Tangentopoli. Craxi voleva consegnare questo scritto a una commissione di inchiesta parlamentare, che però non fu mai costituita. Il documento è rimasto inedito.

Forche, balle e toghe rosse: il catalogo anti-Mani Pulite. Revisionismi. Lettera aperta ad Alessandro Sallusti: “Macché sciagurata stagione. Hai scritto tante menzogne, dagli indagati a vanvera a Di Pietro”, scrive Massimo Fini, Martedì 14 Febbraio 2017, su "Il Fatto Quotidiano". «Caro Alessandro, quando Cairo voleva entrare in Libero–direttore Feltri - mi chiese se volevo seguirlo. Risposi di no. Mi pregò allora di fargli il nome di qualche giornalista valido. Indicai te e Paolo Martini. Ti conoscevo da quando dirigevi La Provincia di Como per la quale mi chiedesti anche di collaborare. Avevo di te un’ottima opinione sia professionale che umana. Per questo mi è particolarmente spiacevole commentare il vergognoso pezzo che hai scritto per Il Giornale (8/2), godendo come un riccio perché alla celebrazione dei 25 anni dalle inchieste di Mani Pulite non c’era praticamente nessuno. Il tuo articolo dovrebbe essere pubblicato in toto perché sia reso evidente alla cittadinanza il cumulo di menzogne, di omissioni, di dimenticanze che metti in campo. Ma qui devo limitarmi ad alcuni excerpta.

1. Tu definisci quella di Mani Pulite una “sciagurata stagione” e Mani Pulite “la più violenta inchiesta giudiziaria nella storia della Repubblica”.

2. Parli dei suicidi in carcere e “del dolore di 4.250 famiglie di indagati il più delle volte a vanvera come dimostra il bilancio a istruttorie chiuse e processi celebrati”.

3. Affermi che in Italia fu introdotta “la carcerazione preventiva come arma di minaccia e ricatto”.

4. Prendi particolarmente di mira Antonio Di Pietro e sostieni che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona” e che non a caso entrò poi nel Pci-Pds per poi creare il “partitino, Italia dei Valori”.5. Definisci i magistrati di Mani Pulite “toghe rosse”.

Cerchiamo di mettere un po’ di ordine in questa accozzaglia di argomenti o, meglio, di pseudoargomenti. L’azione di un magistrato non può essere violenta. Il magistrato risponde alla legge: o la rispetta o la viola. E non risulta che in tutta l’inchiesta di Mani Pulite ci siano state violazioni di legge. Il magistrato non può essere né forcaiolo né garantista, categorie che vi siete inventate voi. Comunque il forcaiolismo fu casomai della stampa. In particolare dell’Indipendente di Vittorio Feltri che chiamava Bettino Craxi “il cinghialone”, trasformando un’inchiesta giudiziaria del tutto legittima in una caccia sadica e prendeva di mira anche i figli di Bettino. Lavoravo anch’io a quell’Indipendente e toccò a me difendere i Craxi dagli eccessi del mio direttore, in particolare con due articoli “Vi racconto il lato buono di Bettino” scritto in piena bufera quando tutti, anche i suoi amici, fiocinavano la balena sanguinante, L’Indipendente, 17/12/92, e “Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi”, L’Indipendente, 11/5/92. In quel periodo prevaleva al contrario uno strusciarsi indecoroso ad Antonio Di Pietro considerato il vincitore di giornata. Mi ricordo in particolare un vergognoso editoriale del direttore del Corriere, Paolo Mieli, titolato “Dieci domande a Tonino”. A Tonino, come se ci fosse andato a pranzo e cena da sempre. Con Tonino, ridiventato Antonio Di Pietro, che dell’inchiesta di Mani Pulite fu il simbolo, tu ti accanisci. Affermi che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona”. Dimentichi che per quei sospetti Di Pietro è stato processato sette volte ed è uscito regolarmente assolto e uno di quei processi era stato innescato da due testimoni prezzolati dall’onorevole Berlusconi. Del Di Pietro politico non dovremmo qui occuparci perché quello che interessa è la sua azione di magistrato, ma quando tu definisci l’Italia dei Valori un partitino dimentichi che è stato defalcato di alcuni suoi componenti, a cominciare dall’onorevole De Gregorio cui Berlusconi diede tre milioni perché passasse al centrodestra. In ogni caso se Di Pietro fosse entrato in politica il giorno dopo essersi tolto la toga avrebbe avuto il 90 per cento dei consensi. Invece, correttamente, a differenza di altri magistrati (Ingroia, De Magistris) aspettò un anno. La carcerazione preventiva in Italia esiste da sempre. Pietro Valpreda fece quattro anni di carcerazione preventiva senza processo e Giuliano Naria nove per citare solo alcuni esempi famosi fra le centinaia che si potrebbero fare. Non mi risulta che tu o la parte politica che oggi rappresenti abbiate mai levato un dito contro queste aberrazioni che non erano dei magistrati ma della legge (le leggi le fa il parlamento, cioè i politici). Vi accorgeste della carcerazione preventiva solo quando toccò, non per anni ma per qualche settimana, a lorsignori. Tu affermi però che in questo caso la carcerazione preventiva sarebbe stata usata “come arma di minaccia e ricatto”. E a queste sciocchezze Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo del pool di Mani Pulite, replicò: “Non è così. Noi li arrestiamo e loro confessano”. Che è cosa ben diversa. Tu parli dei suicidi in carcere. Se un magistrato dovesse caricarsi delle possibili conseguenze dei suoi legittimi provvedimenti non si potrebbe più amministrare giustizia. I suicidi riabilitano moralmente coloro che ne sono stati protagonisti, perché evidentemente, a differenza di altri, si vergognavano di ciò che avevano fatto, ma non li assolvono. In quanto al dolore delle 4.250 famiglie degli indagati “il più delle volte a vanvera” fai finta di dimenticare che moltissime di queste assoluzioni avvennero per patteggiamento o prescrizione. Ma questi calcoli lasciamoli a Marco Travaglio. Dimentichi invece, con molta disinvoltura, le ‘morti bianche’, cioè i suicidi di quegli imprenditori onesti che non vollero piegarsi al ricatto delle tangenti e videro perciò andare in fumo le loro aziende. Sorvoli su uno degli atti più contestati quando Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco si presentarono in televisione per affermare che avrebbero chiesto a Borrelli di lasciare l’inchiesta. Come mai non ne parli? Perché quella singolare apparizione dei magistrati in tv seguiva uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi, un decreto chiamato ‘salvaladri’ che depenalizzava i reati di corruzione e similari e quindi salvava, oltre a Berlusconi e ai suoi cari, la falange dei corrotti e dei corruttori coinvolti in Tangentopoli. Definire i magistrati di Mani Pulite toghe rosse è risibile. Casomai se si vuole a tutti i costi dar loro una connotazione politica erano dei conservatori, il più ‘a sinistra’ era un cattolico, Gherardo Colombo, un magistrato impeccabile rispettato anche dai suoi indagati. In due anni, con tutti i testimoni del tempo ancora in vita, i ladri, con una campagna stampa che ti vide protagonista, divennero le vittime e i magistrati i colpevoli. La classe dirigente del Paese non tollerava di dover rispondere, per la prima volta o quasi nella storia italiana, a quelle leggi che noi tutti comuni cittadini siamo tenuti a rispettare. Ecco perchè tu, divenuto nel frattempo portavoce di una parte di quella classe dirigente, definisci “sciagurata” la stagione di Mani Pulite. In realtà Mani Pulite fu l’ultima occasione per la nostra classe politica per emendarsi dai crimini che andava perpetrando da anni. Non la colse, anzi l’avversò ferocemente e così siamo arrivati alla situazione attuale dove la corruzione è discesa giù per li rami a tutto il Paese. Proprio per questo il Palazzo di Giustizia di Milano era deserto nel 25° anniversario di Mani Pulite. Tutti hanno capito che l’azione dei magistrati è stata inutile, continua a essere inutile e probabilmente lo sarà anche in futuro, e quindi i cittadini hanno perso anche la voglia di ribellarsi e accettano supinamente la parte di pecore tosate senza emettere neanche un belato. In Romania, per un decreto molto simile a quello emesso a suo tempo dal governo Berlusconi, la popolazione si è ribellata e glielo ha ricacciato in gola. Dal punto di vista dell’etica pubblica siamo quindi al di sotto anche dei disprezzati rumeni. Recentemente, davanti ad altre persone, hai detto “Massimo Fini mi attacca un giorno sì e un giorno no, ma devo ammettere che è l’ultimo giornalista libero in Italia”. Non è così, fortunatamente ce ne sono altri. Ma non posso negare che questa tua affermazione mi ha fatto piacere. Ma la libertà si paga. Il rendersi servi invece ripaga. Ad abundantiam».

Lettera aperta a chi esalta quelli dalle Mani pulite, Massimo Fini sul "Fatto" difende il pool di Milano e accusa il "Giornale" che lo critica. Ma è la storia a dargli torto, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 15/02/2017, su "Il Giornale". «Caro Massimo Fini, ieri mi hai dedicato un lungo articolo sul Fatto Quotidiano per confutare quello breve che ho recentemente scritto per segnalare il flop delle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dell'inchiesta Tangentopoli. Difendi a spada tratta i magistrati di quella stagione, tratti con cinismo i morti e i feriti di quella stagione, neghi che i pm di quel pool soprattutto citi Di Pietro - avessero mire e ambizioni politiche, mi accusi di servilismo e racconti un aneddoto vero: «Davanti a testimoni scrivi Sallusti mi criticò, ma disse che mi riteneva l'ultimo giornalista libero». Quest'ultima cosa la confermo, e nella libertà che ti riconosco c'è anche quella di sbagliare. Potrei raccontarti di ragazzini di allora che ancora oggi, a distanza di anni, sono in cura per lo shock subito vedendo i loro padri portati via in piena notte da uomini entrati in casa con il mitra spianato (non parliamo di trafficanti di droga o rapinatori, ma di amministratori poi risultati innocenti). Potrei ricordati la curiosa coincidenza che tre dei cinque pm di quel pool (Di Pietro, D' Ambrosio e Colombo) hanno poi fatto politica nelle liste del Pd o avuto incarichi per conto del Pd. Potrei ribattere tante altre cose sulla limpidezza e sulle vere mire di Di Pietro in particolare. Ma non mi crederesti, mi ritieni fazioso. E allora ti propongo una lettura interessante. È l'articolo a firma Luigi Corvi uscito sul Corriere della Sera il 12 marzo 1997, giorno in cui vennero depositate le motivazioni con cui Di Pietro fu assolto dal tribunale di Brescia dall'accusa di concussione (e con lui Paolo Berlusconi, Previti e altri da quella di aver complottato contro il Pm). Chiedo scusa al bravo collega per lo scippo non autorizzato e riproduco alla lettera:

"Antonio Di Pietro lasciò la toga perché voleva entrare in politica. Dietro quel gesto non ci furono complotti, anche se i fatti raccontati da Giancarlo Gorrini erano veri: «Alcuni rivestivano caratteri di dubbia correttezza, se visti secondo la prospettiva della condotta che si richiede a un magistrato, altri erano decisamente idonei ad un'iniziativa sul piano disciplinare». Tuttavia l'apertura e la rapida archiviazione dell'inchiesta ministeriale nata dalle accuse dell'ex presidente della Maa non fu la causa delle dimissioni di Di Pietro e i quattro imputati (Paolo Berlusconi, Cesare Previti, Ugo Dinacci e Domenico De Biase) non misero in atto alcun complotto per il semplice motivo che non avevano interesse a far dimettere il pm di Mani Pulite. Queste in sostanza le motivazioni, depositate ieri, con cui il 29 gennaio la seconda sezione del tribunale di Brescia ha assolto tutti gli imputati dall'accusa di concussione. In quasi duecento pagine i giudici analizzano nel dettaglio i fatti (...). Sui rapporti poco corretti intercorsi tra Di Pietro e Gorrini si era già soffermato il gip nell'ordinanza di rinvio a giudizio. Ma il tribunale, sviluppando gli stessi concetti, va oltre. «È indubbio - scrivono i giudici - che i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati (la prestazione di attività lavorativa di Cristiano Di Pietro in favore della Maa, l'assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della Maa, l'erogazione di un prestito da parte di Gorrini, la cessione a Di Pietro, sempre da parte di Gorrini, di un'autovettura recuperata dalla Maa e trasformata da Di Pietro stesso in prestito, l'intervento di Di Pietro per ottenere che D'Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l'estinzione di debiti consistenti)». Secondo il tribunale, Tonino - che della deposizione di Gorrini aveva appreso in tempo reale da un giornalista - aveva di che preoccuparsi. «Era in gioco il suo prestigio come magistrato, come magistrato onesto, come persona dai comportamenti cristallini, e proprio questo prestigio era minacciato a causa di leggerezze commesse e per le quali egli era pronto a fare ammenda. Era in gioco, in definitiva, un ruolo e un'immagine». (...) I fatti denunciati dall'ex presidente della Maa «rappresentavano per Di Pietro una minaccia, per giunta avente il requisito della verosimile serietà» (...). Tonino in effetti si preoccupò molto e preparò subito una memoria difensiva «in previsione di essere chiamato per chiarire la vicenda», telefonò all'allora ministro della Difesa Previti (...) «chiedendo addirittura un intervento in suo favore del ministro Biondi». (...) Le ragioni delle dimissioni esposte da Di Pietro (in primo luogo i molteplici tentativi di delegittimazione) «sono - secondo il tribunale - talmente troppe e troppo eterogenee da sembrare una congerie alquanto scontata....». È vero che il pm di Mani Pulite aveva accumulato stanchezza fisica e psicologica, ma la molla decisiva che lo spinse a lasciare la toga fu l'intenzione - maturata già nella primavera del '94 - «di intraprendere l'attività politica, ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo». E quando a Silvio Berlusconi disse di non essere stato d'accordo sull'invio dell'avviso di garanzia, mentì perché era «alla ricerca iniziale di probabili alleanze» politiche. Infine Tonino - secondo i giudici - sino all'ultimo non rivelò i suoi progetti ai colleghi perché temeva di «inquinare quella sua indiscussa leadership all'interno e all'esterno del pool con consequenziali ripercussioni nell'immagine esterna» e c'era il rischio che gli altri pm lo rendessero «meno partecipe dell'attività giudiziaria»."

Caro Massimo, questo dicono le carte. Se questi sono gli eroi che ammiri, libero di farlo. Ma riconosci a me la libertà di pensarla diversamente, senza per questo dover essere servo di qualcuno.»

La festa oscena dei manettari. I 25 anni di Tangentopoli, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 8/02/2017, su "Il Giornale". Doveva essere la celebrazione dell'epopea di Mani pulite, nel venticinquesimo anniversario dell'avvio di quell'inchiesta. Ma nel salone d'onore del Palazzo di Giustizia di Milano si sono presentati una decina tra fotografi e giornalisti e altrettanti attivisti grillini. Non un magistrato, non un avvocato, non un cittadino comune. Sul palco due reduci di quella sciagurata stagione, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro ad autocelebrarsi nel deserto. Il primo ora è capo dell'Associazione nazionale magistrati, il secondo è un ricco pensionato che aveva tentato, anche per sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona, l'avventura politica guarda caso con il Pci-Pds prima e poi con il suo partitino «Italia dei valori», soprannominato «Italia dei valori immobiliari» per via di strani investimenti in case fatti coi soldi del partito che alla fine gli costarono la faccia e il posto. Perché si debba celebrare il compleanno della più violenta inchiesta giudiziaria nella storia della Repubblica lo sanno solo loro. Da ricordare c'è semmai l'introduzione in Italia della carcerazione preventiva come arma di minaccia e ricatto, i non pochi suicidi di persone dimenticate in carcere o portate all'impazzimento, il dolore delle 4.250 famiglie di indagati il più delle volte a vanvera come dimostra il bilancio a istruttorie chiuse e processi celebrati. Ma soprattutto resta la resa della politica al potere giudiziario a sua volta preso ostaggio dalle toghe comuniste di Magistratura democratica. Se proprio devo, preferisco ricordare quella stagione con le parole che Carlo Nordio, storico pm di Venezia che visse in prima linea quei mesi e che oggi si ritira senza clamore a vita privata, ha consegnato al Foglio: «Quando le indagini si concentrarono su democristiani e socialisti non ci furono polemiche e fummo dipinti come eroi. Quando iniziai a indagare sulle cooperative rosse e su D'Alema, sono scoppiate molte polemiche anche con i colleghi di Milano. Ma per me fu un onore avere le riserve da parte dei colleghi di Magistratura democratica». Due vecchi signori un po' patetici che parlano in un'aula vuota pensando di avere davanti folle osannanti. Questo resta venticinque anni dopo. Fantasmi, ma purtroppo ancora in grado di fare tanti danni, perché continuano a seminare odio e rancore.

Mani Pulite, 25 anni dopo parla Di Pietro ma la sala è vuota: "E' la desolazione". Video di Antonio Nasso su "Repubblica tv" il 7 febbraio 2017. "Cosa è cambiato nel corso di questi anni? Lo vediamo oggi, in questa sala vuota. C'è la desolazione da parte dell'opinione pubblica, che non crede più che si possa cambiare il Paese". Così l'ex magistrato simbolo di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, durante il suo intervento in aula magna a Palazzo di Giustizia di Milano per una conferenza a 25 anni dalla scoperta di Tangentopoli. Conferenza alla quale però hanno partecipato solo poche decine di persone.

In un'aula deserta la patetica rimpatriata dei duri di Mani pulite. Nell'anniversario dell'inizio dell'indagine solo 31 persone ad ascoltare Di Pietro e Davigo. Di Pietro confessa: "Se non mi fossi dimesso dalla magistratura mi avrebbero arrestato", scrive Luca Fazzo, Mercoledì 8/02/2017, su "Il Giornale". Eh sì: sono passati venticinque anni, non gliene importa (fortunatamente) più niente a nessuno, e l'aula magna del tribunale, poche ore prima gremita per un convegno sul cyberbullismo, si svuota dolorosamente quando si comincia a parlare di Mani Pulite. A popolare le rade sedie occupate una platea di trentuno persone, giornalisti esclusi. Ma in fondo va bene così, perché questo permette a Piercamillo Davigo di ripetere l'aforisma sulle prede e i predatori («abbiamo catturato le zebre lente, abbiamo affinato le specie») senza che nessuno si alzi a protestare per averlo sentito già centodue volte; e, cosa forse più grave, che lo stesso Davigo possa dire impunemente che «ho visto assoluzioni che gridano vendetta, il codice è scritto per farla fare franca ai farabutti», e amen se il codice l'ha scritto uno che si chiamava Gian Domenico Pisapia. Va in scena così, come una piece un po' fuori moda, l'anniversario di Mani Pulite, in quella stessa aula magna in cui Francesco Saverio Borrelli lanciò il suo proclama, «resistere-resistere-resistere» tra le ovazioni dei suoi pm. Poche facce, qualche sopravvissuto: «Siamo l'associazione combattenti e reduci», scherza Di Pietro. Combattenti e reduci però tutti della stessa parte, magistrati e cronisti un tempo risolutamente schierati al loro fianco; la voce degli sconfitti, gli arrestati, i pochi avvocati con la schiena dritta, nessuno ha pensato che valesse la pena sentirla; ma d'altronde a organizzare il tutto è una associazione di marcate simpatie grilline, e grillino è l'unico politico seduto sul palco: e anche questo va bene, perché così si possono inanellare allegramente strafalcioni storici e giuridici, dicendo che il decreto Biondi del luglio 1994 venne fatto per liberare Paolo Berlusconi, che all'epoca era già libero da un pezzo, o persino che la legge Severino è stata fatta per salvare Silvio Berlusconi e Filippo Penati. Della sala deserta, gli organizzatori danno la colpa a un fantomatico complotto ordito ai loro danni. Vabbè. Di Pietro invece si consola spiegando che l'altro giorno a Borgomanero la sala era piena, e comunque «c'è la desolazione dell'opinione pubblica che non crede più che possa cambiare qualcosa»; ma non spiega cosa la famosa opinione pubblica sarebbe dovuta venire a capire, visto che non c'è l'ombra di una autocritica e nemmeno di una analisi, «noi eravamo le guardie e loro i ladri», punto e fine. Di Pietro ritira fuori la storia di quando il Sisde lo spiava e dossierava per fermarlo, spiega che Mani Pulite venne bloccata quando iniziò ad occuparsi di mafia e politica, insomma niente di nuovo sotto il sole. «La tangente Enimont - dice - era di centocinquanta miliardi, ne abbiamo trovati settanta, gli altri che fine hanno fatto?», e fa la faccia di chi conosce benissimo la risposta. «Abbiamo esagerato con le scarcerazioni», dice serio Davigo. Erano anni che Di Pietro non metteva piede a Palazzo di giustizia. A sentirlo non è venuto neanche uno dei suoi ex colleghi. (Mezz'ora prima del convegno, al bar sotto il tribunale. Di Pietro, che in fondo era il meno cinico del pool, mangia un boccone con un vecchio amico. Antonio, vista come è finita, rifaresti tutto? «Il magistrato sicuramente sì. Sul fatto che dopo mi sono messo a fare politica ci penserei due volte la prossima volta». Beh, potevi continuare a fare il magistrato... «Se non mi dimettevo andava a finire che mi arrestavano»).

"Democrazia a rischio". Quella lezione di Craxi ancora attuale oggi. Mentre scoppiava Mani pulite, l'ex premier Bettino Craxi in Aula gettava le basi per ricostruire il Paese. Pubblichiamo stralci del discorso che l’allora segretario del Psi Bettino Craxi tenne alla Camera il 3 luglio del 1992, in pieno scandalo Tangentopoli, durante la fiducia al nascente governo Amato. All’ombra della politica, l’ammissione, "fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione", scrive "Il Giornale" l'8/02/2017. Bettino Craxi. «Onorevole presidente, onorevole presidente del Consiglio, onorevoli deputati, nella vita democratica di una nazione non c'è nulla di peggio del vuoto politico. Da un mio vecchio compagno ed amico, che aveva visto nella sua vita i drammi delle democrazie, ho imparato ad avere orrore del vuoto politico. Nel vuoto tutto si logora, si disgrega e si decompone. E in questo senso ho sempre pensato e penso che un minuto prima che una situazione degeneri bisogna saper prendere una decisione, assumere una responsabilità, correre un rischio. Il sistema dei partiti, che hanno costituito l'impianto e l'architrave della nostra struttura democratica e che ora mostrano tutti i loro limiti, le loro contraddizioni e degenerazioni, al punto tale che vengono ormai sistematicamente screditati e indicati come il male di tutti i mali, soprattutto da chi immagina o progetta di poterli sostituire con simboli e poteri taumaturgici che di tutto sarebbero dotati, salvo che di legittimità e natura democratica. Sono immagini e progetti che contengono il germe demagogico e violento di inconfondibile natura antidemocratica. È vero che nel tempo si sono accumulati molti ritardi per tanti fattori negativi; per miopia, velleitarismo, conservatorismo. E tutto ciò è avvenuto in modo tale che il logoramento del sistema ha finito con il progredire inesorabilmente, come non era difficile prevedere. Ora non c'è più molto tempo a disposizione, onorevoli colleghi. Vi sono dei processi di necrosi che sono giunti ormai ad uno stadio avanzato. Il Parlamento deve reagire, deve guardare alto e lontano, dando innanzitutto l'avvio ad una fase costituente per decidere rapidamente riforme essenziali di ammodernamento, di decentramento e di razionalizzazione. Serviranno a ridare efficienza e prestigio alle Camere, a rompere un centralismo dello Stato, per parte sua duro a morire, rafforzando i poteri e l'autonomia delle Regioni come suggeriamo nel nostro programma sino ai limiti del federalismo, a garantire autorevolezza e stabilità all'esecutivo. Bisognerebbe porre mano subito alla riforma delle leggi elettorali con uno sguardo rivolto ai modelli e alle esperienze delle democrazie europee ed un altro rivolto alle tradizioni della democrazia italiana. C'è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e «grida» spagnolesche. È tornato alla ribalta in modo devastante il problema del finanziamento dei partiti, o meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalità che si verificano da tempo, anzi da tempo immemorabile. In quest'aula e di fronte alla nazione penso che si debba usare un linguaggio improntato alla massima franchezza. Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili ed altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna. Si è diffusa nel Paese, nella vita delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni, una rete di corruttele grandi e piccole, che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica. Uno stato di cose che suscita la più viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale e ponendo l'urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia. I casi sono della più diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralità e di asocialità. Purtroppo, anche nella vita dei partiti molto spesso è difficile individuare, prevenire, tagliare aree infette, sia per l'impossibilità oggettiva di un controllo adeguato sia, talvolta, per l'esistenza ed il prevalere di logiche perverse. E così, all'ombra di un finanziamento irregolare ai partiti e ripeto, meglio, al sistema politico fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. E tuttavia, d'altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali ed associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Ma non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro. E del resto, andando alla ricerca dei fatti, si è dimostrato e si dimostrerà che tante sorprese non sono in realtà mai state tali. Per esempio, nella materia tanto scottante dei finanziamenti dall'estero, sarebbe solo il caso di ripetere l'arcinoto «tutti sapevano e nessuno parlava». Un finanziamento irregolare o illegale al sistema politico, per quante reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni possa aver generato, non è e non può essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere né le correzioni che si impongono né un'opera di risanamento efficace, ma solo la disgregazione e l'avventura. Del resto, onorevoli colleghi, nel campo delle illegalità non ci sono solo quelle che possono riguardare i finanziamenti politici. Il campo è vasto e vi si sono avventurati in molti, come i fatti spero si incaricheranno di dimostrare, aiutando tanto la verità che la giustizia. Ebbene, a questa situazione ora va posto un rimedio, anzi più di un rimedio. È innanzitutto necessaria una nuova legge che regoli il finanziamento dei partiti e che faccia tesoro dell'esperienza estremamente negativa di quella che l'ha preceduta. Penso che se la legislatura imbocca la sua strada maestra, allora non avrà tempo per fermarsi. Ne trarranno giovamento i partiti che vogliono percorrere una stagione di rinnovamento interno, di revisione degli statuti, di riforma delle regole, di ricambio degli uomini, di promozione di nuove associazioni tra loro e di più strette alleanze. Anche il governo sarà aiutato ad avanzare lungo i binari del buon programma che si è dato, dovendo affrontare le emergenze che lo stringono d'assedio, in primo luogo, quella economica e quella criminale. Se così non sarà e certo non me lo auguro la sorte della legislatura scivolerà su un piano inclinato e sarà allora rapidamente segnata. Non me lo auguro innanzitutto per il paese, onorevole presidente. Per la sua economia, che ha bisogno di un clima di operosità, di fiducia e di collaborazione sociale: una economia che deve essere stimolata ed aiutata a ritrovare iniziativa e competitività. Per i livelli occupazionali, a cominciare dall'occupazione nell'industria, che ha già ricevuto duri colpi ed altri purtroppo può riceverne ancora. Per il riequilibrio della finanza pubblica, che è urgente, necessario e non rinviabile: un record mondiale negativo, che in questi prossimi anni dobbiamo riuscire a toglierci di dosso nell'interesse di tutti, levando dal nostro futuro una grande incognita ed una tagliente spada di Damocle. Ridefinire e riselezionare la spesa sociale e le protezioni dello Stato sociale, senza smantellarlo secondo le invocazioni dei peggiori conservatori: anche questo è necessario, urgente e non più rinviabile. Sono questi gli anni del passaggio verso un'Europa più unita, più integrata ed auguralmente più coesa. Tuttavia, quando si sentono magnificare i nuovi traguardi europei come se si trattasse di una sorta di paradiso terrestre che ci attende, c'è solo da rimanere sconcertati. È naturalmente fondamentale che l'Italia riesca a raggiungere il passo dei suoi grandi partner europei. Diversamente, si produrrebbe una frattura di portata storica nelle linee di fondo del nostro progresso. Tuttavia dobbiamo insistere a chiederci quale Europa vogliamo: non un'Europa sottratta ad ogni controllo dei poteri democratici; non verso politiche determinate solo sulla base di criteri macroeconomici, indifferenti di fronte alla valutazione dei costi sociali. Un'Europa, dunque fondata su un mercato unico, aperto e libero, ma il cui sviluppo non contraddica il principio che gli anglosassoni definiscono come «il mercato più la democrazia». Non un'Europa in cui la modernizzazione diventi brutalmente sinonimo di disoccupazione, ma un'Europa dove le rappresentanze sindacali abbiano un loro spazio, una loro dignità ed una loro influenza; un'Europa che guardi al proprio riequilibrio interno ma anche all'altra Europa, che si è liberata dal comunismo, ma che rischia di restare ancora separata e divisa dal muro del denaro. Un'Europa capace di una vera politica estera e di una più larga apertura verso il mondo più povero che ha assolutamente bisogno di un acceleratore che gli consenta di uscire dalla depressione, dalla stagnazione e dal sottosviluppo, senza di che le ondate migratorie diventeranno sempre più incontrollabili. Sono gli interrogativi che ci poniamo, partendo dalla nostra fede nelle democrazie europee, dalle nostre convinzioni europeiste, dal contributo che abbiamo direttamente dato per aprire la strada ad un nuovo capitolo della costruzione europea. Nella vita delle nazioni e nella storia gli eroi e i martiri sono sempre stati un grande esempio ed una formidabile leva morale; e nel loro nome si sono potute realizzare grandi imprese.

Tangentopoli: «E invece Mario Chiesa parlò». Craxi, Di Pietro e quei due anni che non salvarono l’Italia. Venticinque anni fa — il 17 febbraio 1992 — l’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano venne arrestato. Fu l’inizio di un percorso che, in 27 mesi, portò all’esilio di Craxi — e a uno strappo mai ricucito nel tessuto della nostra convivenza democratica, scrive Goffredo Buccini il 4 febbraio 2017 su “Il Corriere della Sera”. «Figuriamoci se quello parla!», dicevamo. Invece Mario Chiesa parlò. E in fondo può stare tutto qui, in un paio di righe che il 17 febbraio del 1992 apparivano ancora un improbabile accidente della storia, il senso di Mani pulite e dei successivi due anni e rotti: i ventisette mesi che portarono, nel maggio ‘94, alla fuga di Bettino Craxi in Tunisia e, in definitiva, a uno strappo nel tessuto della nostra convivenza democratica mai ricucito davvero. Intendiamoci: è stupido oltre che assai ingiusto ridurre la dimensione d’un uomo di Stato, il primo a intuire (con forte anticipo) la necessità d’una grande riforma delle istituzioni repubblicane, a quella del «latitante di Hammamet» disegnata da certa pubblicistica. I figli di Craxi hanno sacrosante ragioni per dolersene e magari per considerare il loro padre vittima di un infernale marchingegno mediatico e giudiziario, a diciassette anni dalla morte. Se tuttavia quell’uomo di Stato, gravato da condanne e procedimenti penali, decide di abbandonare l’Italia, non è necessario essere discepoli di Socrate per vedere come, proprio in virtù del suo ruolo, stia negando alla radice legittimità ai processi, alle sentenze e, in definitiva, allo Stato che lui stesso ha rappresentato ai massimi livelli. Mai come nell’ultimo ventennio della storia repubblicana s’è andata allargando la distanza tra cittadini e istituzioni, assieme all’idea che ciò che vediamo sia mera mistificazione di ciò che accade davvero in stanze più o meno segrete. Quest’idea storta che, per dirla col sociologo Gérald Bronner, genera dalla crisi della reciproca fiducia, sta ormai ponendo in questione la sopravvivenza stessa della democrazia e ha, ovviamente, una dimensione planetaria: ma, per ciò che riguarda gli affari di casa nostra, nasce forse proprio allora. Da una frattura dentro lo Stato.

Le origini di un duello. I due anni che prendono le mosse dall’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio, fedelissimo craxiano (sopra, foto Ansa), colto in flagranza da Antonio Di Pietro e dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani con la famosa mazzetta da sette milioni (di lire) pagata dall’imprenditore Luca Magni, si possono riassumere in realtà come una sfida quasi personale tra i magistrati di Milano e il segretario nazionale del Psi. Ha scritto Sergio Romano che «la notizia dell’arresto di Mario Chiesa non rivelò niente che gli italiani non sapessero». Vero. Le bustarelle erano oggetto di barzellette al bar. Quanti in Italia erano al corrente del sistema? Tra quelli che intascavano almeno una frazione di tangente e i loro familiari «non meno di qualche milione» di persone, osserva Romano. Un bel segreto di Pulcinella, insomma. Molto s’è congetturato, dunque, sul perché si sia rotto il meccanismo proprio allora.

I teorici della cospirazione. Immancabili sono le ricostruzioni complottistiche, a partire da quella secondo cui gli americani abbiano lavorato sottotraccia coi nostri (immancabili) servizi per far pagare a Craxi «lo schiaffo di Sigonella»: quando, da presidente del Consiglio, rivendicò la sovranità nazionale fino a far circondare dai carabinieri i marines che stavano catturando in territorio italiano i terroristi responsabili del dirottamento dell’Achille Lauro. Tra Garofano e Procure le relazioni erano in verità difficili già dagli anni Ottanta, almeno dal caso Tortora in poi. Il nuovo codice di procedura penale firmato da Giuliano Vassalli nell’89, introducendo il rito accusatorio (all’americana, diremmo, banalizzando) avrebbe inoltre potuto avere prima o poi come logica conseguenza la separazione delle carriere tra pubblica accusa e funzione giudicante (pm e gip) e può darsi che anche questo inasprisse negli anni successivi l’animo di taluni pubblici ministeri. Teorie, concause, suggestioni, zero prove. La spiegazione forse più semplice (e dunque più plausibile) è che i soldi erano finiti: il ‘92, ricordiamolo, anno in cui tutti gli equilibri italiani si infransero (persino con la svolta stragista della mafia), fu anche l’anno della finanziaria «lacrime e sangue» varata da Giuliano Amato e dell’uscita della lira dallo Sme; il sistema dei partiti aveva perso presa dalla caduta del Muro di Berlino che tutto stava rimodellando. Gli imprenditori (che avevano avuto dal sistema il loro bel tornaconto in termini di protezione dalla libera concorrenza) si sentirono infine strangolati e scaricarono i politici: Luca Magni, con la sua piccola impresa di pulizie, fu insomma un apripista. Come lo fu Milano rispetto al resto d’Italia.

Il rito ambrosiano. La notizia vera non fu però l’arresto di Chiesa. Anche Antonio Natali, presidente della Metropolitana milanese e imbuto di tangenti per maggioranza e opposizione, era finito in galera sette anni prima: non aveva aperto bocca. Craxi, che lo considerava una sorta di papà politico, s’era mosso personalmente per fargli una visitina d’incoraggiamento a San Vittore, poi l’aveva fatto eleggere senatore: quando Saverio Borrelli aveva chiesto l’autorizzazione a procedere, il Senato gliel’aveva negata tra gli applausi della destra, del centro e della sinistra dell’emiciclo. Chiesa parlò, invece: eccola, la notizia. Aveva resistito quando Di Pietro, forte delle micidiali carte bancarie raccolte dalla moglie per la causa di separazione, gli aveva contestato i conti svizzeri Levissima e Fiuggi, sibilando al suo avvocato: «L’acqua minerale è finita... lo dica al suo cliente». Aveva retto giorni in cella con tenacia. Poi però, aveva sentito alla tv il suo leader, Bettino, che, sotto la pressione popolare, lo scaricava, marchiandolo con una parola terribile perché beffarda: mariuolo. Parlò per sette giorni l’ex enfant prodige del Psi milanese, detto il Kennedy di Quarto Oggiaro per via del ciuffo giovanilistico, e fu il primo dei grandi collettori di tangenti a vuotare il sacco. Non avesse parlato, la faccenda sarebbe finita come le altre volte, forse. In quell’epiteto, mariuolo, c’è la hybris di Bettino e il ghigno del fato che si diverte a cambiare l’esito delle battaglie. È questo l’elemento più forte contro tutte le teorie del complotto prodotte ex post: che tutto nacque da un evento francamente imprevedibile, Chiesa parlò. E probabilmente parlò perché Craxi lo insultò in tv per difendere il Psi e se stesso. Quando smise di parlare, ci fu un attimo di sospensione, giusto il tempo di digerire il risultato elettorale: il 5 aprile segnò il tracollo dei partiti della Prima Repubblica. Poi, il 22 aprile, arrestarono otto imprenditori: avevano lavorato per il Pio Albergo Trivulzio, pagato il solito obolo a Chiesa. Entrarono a San Vittore, confessarono, uscirono. Pochi mesi prima tutti i partiti milanesi avevano fatto una riunione per gestire il sistema degli appalti: ora tutto emergeva. Gli avvocati venivano fuori dai primi interrogatori annunciando «centinaia di arresti in arrivo!».

Il sistema di Tonino e il pool. Il grande balzo in avanti di Mani pulite avvenne in effetti perché gli otto imprenditori denunciarono i cassieri segreti dei partiti, i cosiddetti «elemosinieri», e mandarono in galera personaggi come Maurizio Prada della Dc o Sergio Radaelli del Psi: l’omertà si ruppe. Un boiardo del calibro di Prada, allora presidente dell’azienda municipale dei trasporti, dovette infatti vivere la faccenda come un tradimento e iniziò a raccontare le tangenti che le aziende a loro volta offrivano per primeggiare. Fu una reazione a catena, tipica del sistema messo a punto da Di Pietro: vai dentro, denunci i complici, diventi per loro inaffidabile, esci. Confessioni estorte? Indubbiamente sì, da un certo punto di vista: la carcerazione ne fu elemento essenziale. E tuttavia anche confessioni perfettamente legali. Si potrà discutere fino a perdere la voce sull’accettabilità di una procedura del genere (si badi: sempre avallata da un gip, ma sempre dallo stesso gip, Italo Ghitti). Ormai però tutto questo è storia. Sei giorni dopo la confessione degli otto, ventitré giorni dopo le elezioni politiche, Borrelli affiancò a Di Pietro due pm di cui aveva grande fiducia, Gherardo Colombo, che aveva scoperto gli elenchi della P2 e s’era scornato sui fondi neri dell’Iri, e Piercamillo Davigo, detto dai nemici Vichinsky, il procuratore delle purghe staliniane. Ancora giovani ma molto esperti, e con una forte cultura della giurisdizione, come usava dire, sottintendendo che Tonino il tribuno ne era alquanto sprovvisto.

Libera nos a malo. Messo a punto un sistema, molto controverso, nato il primo nucleo del pool, l’Italia cominciò a tifare come a un campionato del mondo. «Liberaci dal male che ci perseguita», scrivevano a Tonino da ogni parte. Nacquero comitati, si fecero fiaccolate, manifestazioni sotto Palazzo di Giustizia al grido di «Tonino non mollare!», si mescolarono le facce di Sabina Guzzanti e Paolo Rossi a quelle degli ancora missini di Gianfranco Fini. In libreria apparvero le prime agiografie in cui Di Pietro era descritto come un mix tra Superman e Padre Pio. Il poster degli «Intoccabili» con le facce del pool in fotomontaggio diventò un gadget irrinunciabile in quella Milano, quando Borrelli e i suoi si concessero due passi in Galleria e l’evento diventò un bagno di folla. E naturalmente si può dire molto male di tanti voltagabbana che, dopo avere votato e blandito potenti e corrotti per decenni, si misero ad applaudire coloro che ne stavano mozzandone la testa. Tuttavia, per un breve momento, in quella babele di voci, desideri, rivendicazioni, rivalse e aspettative ci fu anche dell’altro: una voglia di cambiare genuina, poi andata persa, come sempre, nei momenti chiave del nostro Paese.

Quando Bettino diventò «il Cinghialone». Il soprannome gli fu affibbiato un po’ al bar e un po’ nella sala stampa di Palazzo di giustizia e rivelava l’immutabile tendenza italica a maramaldeggiare su chi sta perdendo, soprattutto se è stato un potente. Quella fu l’estate di Craxi, ancora a giugno candidato alla presidenza del Consiglio: una prima ondata di indiscrezioni sui verbali di Chiesa (di cui certo dovremmo discutere provenienza e legittimità) arrivò nelle redazioni e ne stroncò le ambizioni. Sentendo che il suo tempo stava per finire, Bettino pronunciò un memorabile discorso alla Camera sul sistema di finanziamento della politica che sapeva di chiamata in correità per tutti gli altri leader (tranne un giovane Massimo D’Alema, nessuno fiatò). Poi, nel segno di quella duplicità tra uomo di Stato e nemico dei magistrati che lo stava perdendo, lasciò circolare voci insistenti sul suo «poker contro Di Pietro», un miscuglio di veleni e mezze notizie che riscaldarono molto il clima di quei mesi già roventi: apripista di un lungo elenco di rivelazioni vere o presunte, tutte volte a dimostrare che l’eroe nazionale era un mezzo eroe o, addirittura, un poco di buono.

La processione degli avvocati accompagnatori. Ciascuno può oggi rileggere la storia come vuole, dalla citatissima Mercedes facile fino alla «sbiancatura» del finanziere Chicchi Pacini Battaglia: ma va rammentato che Di Pietro conosceva, sì, qualcuno tra quelli che arrestò e tuttavia l’arrestò ugualmente, e che è uscito pulito da una lunga serie di processi subiti da imputato e vincitore da molti altri in qualità di querelante. Più grave del «poker», probabilmente, perché avveniva sotto gli occhi dei giornalisti, fu la processione degli avvocati accompagnatori, quei legali che in barba alla loro deontologia salivano in Procura non per difendere il cliente ma soltanto per fargli confessare in fretta ciò che i pm volevano: nessuno vi diede gran peso, sembrando quella specie di liturgia parte integrante di un rito catartico nazionale. Gravi, e grave segno dell’eccessiva vicinanza dei cronisti all’inchiesta, furono le grida di esultanza che il 15 dicembre del ’92 si levarono dalla sala stampa del Palazzo di giustizia quando arrivò la notizia che a Craxi era stato consegnato il primo avviso di garanzia. Imperdonabile fu non rammentare che dietro ogni provvedimento c’erano famiglie, figli, mogli, reputazioni: vite.

Il «clima infame». Il primo a suicidarsi fu Renato Amorese, segretario socialista di Lodi: «Mi hanno sputtanato», disse, e uscì di scena con dignità, in punta di piedi. Sergio Moroni, deputato socialista, s’ammazzò il 2 settembre, dopo avere mandato a Napolitano, allora presidente della Camera, una lettera terribile in cui s’interrogava su una politica da cambiare ma parlava anche di processo «sommario e violento» e di «decimazioni». Sua figlia Chiara, che ne ha ereditato la passione civile, ha raccontato a Federico Ferrero che era insopportabile per lui «essere scaraventato nel calderone dei ladri». «Hanno creato un clima infame», disse Craxi, commosso, uscendo dalla visita di condoglianze a casa Moroni. Poi si uccisero Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Il saggio di Ferrero cita uno studio di Nando Dalla Chiesa e colloca a 43 il numero delle vittime «per cui è accertata una morte cagionata dall’onta del coinvolgimento nel giro della corruzione e del finanziamento illecito». Molti anni dopo è doveroso riflettere su questo dato. Accanto a un’Italia che festeggiava ogni arresto e ogni avviso di garanzia come una liberazione dal nemico, c’era un’altra Italia frastornata, confusa, abbandonata in un angolo con le proprie paure e talvolta i propri rimorsi, incapace di resistere in un mondo che di colpo si era rovesciato.

Poster azzurri e tangenti rosse. In vista delle elezioni di marzo ’94, mentre gli altri partiti affogavano, Achille Occhetto pensava di avere tra le mani una «gioiosa macchina da guerra». Ma già sui muri delle grandi città erano apparsi manifesti misteriosi con bambini su sfondo azzurro che balbettavano teneramente uno slogan: «Fozza Itaia». Il Paese stava cambiando in fretta, perché nulla cambiasse davvero. Nell’inchiesta erano entrati la Fininvest di Berlusconi e il Pci-Pds, e i fascicoli avevano portato uno strascico ideologico inquinante. Il filone delle tangenti rosse venne affidato a Tiziana «Titti» Parenti, che subito puntò sul tesoriere Pds Marcello Stefanini per le mazzette che sarebbero state versate dal gruppo Ferruzzi a Primo Greganti. In galera, il «compagno G» ruppe lo schema confessione-scarcerazione e non disse una parola sul suo partito, accreditando ulteriormente l’idea di una certa diversità comunista. L’inesperta Titti, spaesata nella macchina ormai rodata del pool, accusò i colleghi più anziani di «isolarla». L’avviso di garanzia a Stefanini fu il punto di non ritorno nella crisi dei suoi rapporti con il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, incaricato di sovrintendere a questo filone e da sempre sospettato di essere troppo tenero con Botteghe Oscure. Le accuse reciproche di avere voluto affossare o salvare gli ex comunisti accompagneranno entrambi. Titti ottenne un seggio con Forza Italia e poi mollò la politica, D’Ambrosio divenne più tardi senatore del Partito democratico.

Il tempo dei latitanti. È la stagione dei fuggiaschi, e dei ritorni. Il 7 febbraio del ’93 si consegnerà a Di Pietro, appena varcato il valico di Ventimiglia dopo mesi trascorsi in Polinesia, il più famoso, pirotecnico ed enigmatico di loro: Silvano Larini. Architetto amico di Craxi, Larini è l’incarnazione stessa dei luoghi comuni sulla «Milano da bere» degli anni Ottanta, grande protagonista delle notti al Giamaica di Brera. Ma soprattutto è il detentore di uno dei segreti più resistenti della storia repubblicana: il mistero del conto Protezione, numero 633369 sull’Ubs di Lugano, spuntato per la prima volta oltre dieci anni addietro dalle carte della P2 di Licio Gelli. Il conto è sempre stato suo, spiega, ma Craxi, accompagnato da Claudio Martelli, durante una passeggiata tra corso di Porta Romana e piazza Missori, nell’autunno dell’80, gli chiese di prestarglielo per operazioni di finanziamento all’estero: i primi tre milioni e mezzo di dollari arrivarono il mese stesso, altrettanti furono accreditati a febbraio dell’anno successivo.

Eutanasia di un sistema in diretta tv. In un gioco di specchi senza precedenti per una democrazia occidentale, quell’autunno gli italiani guardarono in diretta tv il disfacimento dell’Italia che sino ad allora avevano conosciuto e alla quale appartenevano. Il 28 ottobre Di Pietro portò in aula, per la tangente Enimont, Sergio Cusani: tutte le udienze furono trasmesse dalla Rai in una infinita soap opera dagli ascolti clamorosi. Si trattò in termini mediatici della frattura totale tra elettori ed eletti, rappresentanti e rappresentati: l’altra parte dello strappo nel tessuto della democrazia italiana nata nel 1946. Bocconiano, ex leader del Movimento studentesco, amico personale di Gardini, Cusani era accusato di avere mediato tra il patron della Ferruzzi e i politici. Non volendo tradire il rapporto con Gardini, morto nel frattempo suicida, rifiutò di collaborare coi pm e mantenne un atteggiamento di grande dignità, scegliendo il difensore più lontano per storia e attitudine dagli «avvocati accompagnatori»: Giuliano Spazzali, ex Soccorso Rosso, vero antagonista della cultura del pentimento catartico sottesa a Mani pulite (sopra, i due davanti a Palazzo di giustizia a Milano, Fotogramma). Decidendo di processarlo da solo, Di Pietro volle di fatto concludere con un espediente mediatico il processo all’intera Prima Repubblica, trascinando alla sbarra in qualità di testimoni, e dunque con l’obbligo di rispondere e dire il vero, i principali leader dei partiti che finora erano sempre sfuggiti a un confronto diretto con lui grazie alle guarentigie parlamentari. Processualmente, zero. Politicamente, un cataclisma.

La neolingua «dipietrese». Le udienze, memorabili e piene di pathos, vennero recitate dal pm di Montenero di Bisaccia in una neolingua fatta di dialetto, smorfie e motti popolari, il «dipietrese», che anticipava di due decenni la svolta pop dei grillini. I milanesi facevano la fila per trovare posto in aula. Tutti o quasi, uscirono con le ossa rotte. Il penoso farfugliamento di Arnaldo Forlani, incapace di controllare la propria salivazione davanti alle telecamere, resta forse l’immagine più imbarazzante di quel cambio di stagione. Se la cavò solo Craxi, orgoglioso fino all’arroganza: a lui Di Pietro, con gli altri irridente, concesse una specie di onore delle armi che molto fece almanaccare le tricoteuse incollate alla tv. In capo a qualche mese, Bettino sarebbe partito per la Francia e poi per la Tunisia, proprio mentre stavano per bloccargli il passaporto. La sua vicenda politica s’era del resto già conclusa da un pezzo, la sera che una folla indignata lo aveva aspettato sotto il suo albergo romano, il Raphael, per tirargli monetine e coprirlo di insulti. A Palazzo Chigi nella primavera del ‘94 si stava insediando Berlusconi: la reciproca delegittimazione tra potere politico e potere giudiziario avrebbe segnato nei vent’anni successivi la vita dell’Italia.

Fiandaca: «Il populismo giudiziario non è diritto e i magistrati non sono tribuni», scrive Giulia Merlo il 4 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". “La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito”. «Sentenza populista» è solo l’ultima esternazione – pronunciata da un difensore per definire l’esito di un procedimento penale – che associa il populismo alla giustizia. Un legame complesso, che affonda le radici nella storia del nostro Paese e nell’indissolubile connubio tra politica e diritto. «Una tendenza – quella del populismo penale – che porta, sul versante politico, alla strumentalizzazione del diritto penale, con l’impiego della punizione come medicina per ogni malattia sociale; su quello giudiziario alla pretesa del magistrato di assumere il ruolo di autentico interprete delle aspettative di giustizia del popolo» è la tesi di Giovanni Fiandaca, professore ordinario di diritto penale presso l’Università di Palermo e autore del saggio Populismo politico e populismo giudiziario.

Cominciamo dalla locuzione “populismo penale”. Lei lo considera un concetto improprio?

«Il concetto di populismo si presta, nella sua potenziale estensione, a ricomprendere fenomeni molto diversi e può, perciò, essere piegato anche ad usi impropri. In un mio saggio del 2013 ho provato a mettere insieme alcuni spunti di riflessione sul populismo penale, distinguendone due possibili forme che peraltro non sono necessariamente destinate a manifestarsi in forma congiunta, nel senso che l’una può mantenere una certa autonomia rispetto all’altra: alludo da un lato al populismo penale “politico- legislativo” e, dall’altro, al populismo penale “giudiziario”. Il primo sottintende l’idea di un diritto penale utilizzato come risorsa politico- simbolica per lucrare facile consenso elettorale in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure e ansie prodotte dal rischio- criminalità, specie quando la fonte di tale rischio viene identificata nel “diverso”, nello straniero, in quell’ immigrato extracomunitario che finisce con l’assumere il ruolo di nuovo nemico della società da controllare, punire e bandire: insomma, inasprire la risposta punitiva nei confronti del presunto nemico significa farsi populisticamente carico del bisogno di sicurezza del popolo sano, a difesa di una sorta di “ideologia del guscio” e di una supposta identità culturale ( e perfino razziale!) che rischierebbe di essere inquinata dai nuovi barbari».

In questo che lei chiama «farsi carico populisticamente del bisogno di sicurezza» rientra anche la creazione di nuove fattispecie di reato?

«Sì, in generale può parlarsi di populismo penale in tutti i casi, in cui i politici assecondano la tentazione di creare nuovi reati o inasprire reati preesistenti allo scopo di dimostrare alla gente di volere combattere sul serio e in modo drastico i diversi mali che affiggono la società. Insomma, la risposta punitiva rappresenta uno strumento non solo apparentemente risolutore proprio perché energico, ma anche molto comunicativo perché semplice, facilmente comprensibile da tutti nella sua elementare simbologia; inoltre, essa canalizza pulsioni vendicative e sentimenti di indignazione morale diffusi a livello popolare e, ancora, esime la politica dalla ricerca di strategie di intervento più costose e tecnicamente più appropriate. Questa ricorrente tendenza alla strumentalizzazione politica del diritto penale, e all’impiego della punizione come medicina quasi per ogni malattia sociale è stata, non a caso, esplicitamente criticata anche da Papa Francesco».

E veniamo ora alla seconda forma di populismo penale, il populismo giudiziario…

«Il “populismo giudiziario”, quale specifica forma di manifestazione del populismo penale sul versante della giurisdizione, è un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo (o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale. Questa sorta di magistratotribuno, che pretende di entrare in rapporto diretto con i cittadini, finisce col far derivare la principale fonte di legittimazione del proprio operato, piuttosto che dal vincolo alle leggi scritte così come prodotte dalla politica, dal consenso e dall’appoggio popolare».

Viene automatico chiederle: possiamo fare qualche esempio, più o meno recente?

«Esemplificazioni concrete d’un tale populismo giudiziario non è difficile rinvenirne, ieri come oggi. E’ fin troppo facile individuarne un modello prototipico nell’Antonio Di Pietro protagonista di “Mani pulite”. Anzi, direi che proprio Di Pietro ha acceso la miccia di un populismo destinato, successivamente, a proliferare in forme anche più direttamente politiche. Aggiungo, incidentalmente, che sarebbe anche maturato il tempo per effettuare un autentico bilancio critico degli effetti politici ad ampio raggio – alcuni dei quali, a mio giudizio, del tutto negativi – prodotti dalla cosiddetta rivoluzione giudiziaria milanese. Personalmente, temo che una giustizia penale che si autoinveste di missioni palingenetiche, alla fine, causi più danni che vantaggi».

“Mani pulite” come modello di populismo giudiziario, dunque. Di quale missione palingenetica si sarebbero investiti i magistrati milanesi?

«La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. Altra cosa è che un obiettivo “sistemico” così ambizioso fosse veramente alla portata dell’azione giudiziaria di contrasto della corruzione. A riconsiderare quell’esperienza a venticinque anni di distanza, sembra più che lecito dubitarne».

Ecco il punto: è possibile associare il termine populismo alla giustizia, quindi?

«Si può associare se utilizziamo il termine “giustizia” per indicare i bisogni, le aspettative di tutela e le aspirazioni di giustizia della popolazione secondo la chiave interpretativa che pretendono di fornirne le forze politiche o i magistrati di vocazione populista. Se guardiamo al concetto di giustizia sotto un’angolazione diversa e più generale, invece, tra populismo e giustizia può esservi conflitto».

Proviamo ora a ricercare le origini del fenomeno. Secondo lei dove affondano?

«Il discorso è complesso. Direi una miscela di fattori oggettivi o di contesto, e soggettivi come il protagonismo di una parte della magistratura. Tra i fattori di contesto, annovererei – in sintesi – la crisi della politica ufficiale e la sfiducia verso i politici, l’emergere di tendenze antipolitiche (o, meglio, antipartitiche), la tentazione politica di delegare alla magistratura il compito di affrontare e risolvere grosse questioni sociali, criminali e non. Tra i fattori soggettivi, porrei l’accento sulla vocazione lato sensu politica di una parte della magistratura, sul diffondersi di una cultura giudiziaria di tipo attivistico- combattente e sulla tendenza – appunto – di alcuni magistrati a impersonare il ruolo di giustizieri, angeli del bene o tribuni del popolo. Questi fattori oggettivi e soggettivi interagiscono secondo dinamiche complesse e non univoche».

Provando a spostare l’analisi sull’attuale sistema politico, si può dire che il diritto penale è stato strumentalizzato in chiave populista?

«Questo fenomeno di strumentalizzazione è esistita e continua ad esistere, peraltro sia a destra che a sinistra».

Concretamente, possiamo citare qualche caso?

«Faccio due esempi, entrambi emblematici: la circostanza aggravante della clandestinità introdotta in epoca berlusconiana, e poi bocciata dalla Corte costituzionale; il nuovo reato di omicidio stradale fortemente voluto da Matteo Renzi, in una prospettiva sinergica populista- vittimaria: nel senso che la motivazione politica di fondo sottostante all’omicidio stradale ( come reato autonomo) è stata non solo quella di dare un segnale anche simbolico di grande rigore nel contrastare la criminalità stradale con pene draconiane, ma anche di indirizzare un messaggio di attenzione e vicinanza nei confronti dei familiari delle vittime della strada e delle loro associazioni. Al di là di questo discutibilissimo populismo vittimario, quel che rimane da dimostrare con criteri empirici è – beninteso – che l’omicidio stradale serva davvero a prevenire più efficacemente gli incidenti mortali».

Secondo lei la politica sta tendendo ad avvicinarsi al lessico tipicamente “accusatorio” della magistratura requirente?

«Ritengo che vi siano esempi di questo avvicinamento anche in Italia. Alludo, com’ è intuibile, al fenomeno di esponenti politici a vari livelli che pongono al centro della loro azione politica o del loro programma di governo la lotta alla criminalità o la difesa della legalità: una sorta di professionismo politico specificamente anticriminale o antimafioso. Con una tendenziale differenza, peraltro, a seconda che questo tipo di politico militi sul fronte conservatore o progressista: nel primo caso, egli muoverà guerra soprattutto alla criminalità comune e alla criminalità da strada; nel secondo caso, alle mafie e alla criminalità dei “colletti bianchi”. In entrambi i casi, comunque, il politico di turno tenderà a vestire i panni del pubblico ministero più che del giudice: porrà infatti l’accento, con parecchia enfasi, sulla necessità di denunciare, indagare, accertare, impiegare tutti i mezzi di contrasto possibili e immaginabili per sradicare la mala pianta del crimine e fare terra bruciata intorno ad esso, applicare pene draconiane, controllare e neutralizzare gli individui pericolosi o sospettabili tali».

Tornando al populismo penale, il termine viene utilizzato in accezione negativa. Eppure lei ha scritto che il diritto penale è, in qualche modo o misura, populistico. E’ una provocazione?

«Sì è una provocazione intellettuale, nel senso che tento di chiarire. Tradizionalmente, ogni codice penale è stato considerato una specie di marcatore simbolico dell’identità culturale e valoriale di un determinato popolo: in questo senso, ogni codice nazionale rifletterebbe la storia, i valori, gli usi sociali, i sentimenti collettivi della nazione in questione. Con formula efficace, si è anche detto che un codice penale rispecchia il “minimo etico” della popolazione. Ciò premesso, io avanzerei in realtà riserve rispetto alla tendenza a caricare il dritto penale di valenze fortemente identitarie, a maggior ragione nelle società in cui viviamo caratterizzate da un accentuato pluralismo: incombe, infatti, il rischio di voler autoritariamente attribuire alla punizione il compito illusorio di riaffermare o rinsaldare identità “comunitarie” ormai inesistenti o indebolite contro criminali percepiti come nemici estranei e inquinanti. Un simile atteggiamento sarebbe non solo incostituzionale, ma sostanzialmente fascistico- razzistico».

Nel suo saggio sul populismo penale, lei cita il criminologo Jonathan Simon, che attribuisce un ruolo politico decisivo alla paura per la criminalità. Che funzione esercita, secondo lei, la paura nell’affermarsi del populismo?

«Un ruolo certo non piccolo, non solo in Italia. Come ha appunto messo in evidenza Simon riguardo ad esempio agli Stati uniti, si può verosimilmente diagnosticare uno specifico paradigma di governance politica incentrato sulle strategie di repressione e prevenzione della criminalità quali essenziali elementi costitutivi dell’azione di governo. Ma il fenomeno è da tempo registrabile in molti paesi».

Per concludere, le richiamo una citazione di Leonardo Sciascia che lei usa come incipit del suo saggio: “Quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve rassegnarsi al paradosso doloroso per quanto sia – che non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto”. Lei condivide? Ma come può chi giudica tenere conto dell’opinione pubblica?

«Condivido il senso profondo del paradosso sciasciano, che lascia trasparire la difficoltà oggettiva ma, al tempo stesso, la necessità di conciliare in qualche misura due esigenze opposte. Cioè il giudice dovrebbe in teoria, per un verso, essere sempre capace di prendere criticamente le distanze dal clima ambientale, dalle pressioni esterne e dalle aspettative di punizione delle stesse vittime del reato e, aggiungerei, anche dai propri pregiudizi e dai sentimenti personali, e di emettere decisioni basate soprattutto sulle norme, sul ragionamento rigoroso e sul senso di equilibrio, in modo da contemperare tutti i valori in campo: il che, passando dalla teoria alla realtà, può peraltro avverarsi soltanto fino a un certo punto. Anche i giudici sono esseri umani!»

E però rimane il fardello dell’opinione pubblica…

«Infatti. Per altro verso, chi giudica neppure dovrebbe pronunciare sentenze così difformi dalle aspettative della società esterna e delle vittime da risultare poco comprensibili e, perciò, inaccettabili. Ma la grande difficoltà, il dramma stanno proprio in questo: non di rado, le aspettative popolari di giustizia sono molto emotive, poco filtrate razionalmente e perciò, come tali, irricevibili da una giustizia che aspiri a condannare e punire sulla base di motivazioni razionali e in misura proporzionata alla gravità dei reati e delle colpe accertate».

Viene da chiederle, se mai esiste una risposta: è possibile trovare la “misura” nel giudicare?

«Che cosa sia davvero “proporzionato” in campo penale, è una questione a sua volta intrinsecamente controvertibile: in proposito, non c’è verità scientifica, né si può esigere la precisione del farmacista. Si ripropone, dunque, il paradosso “doloroso” di Sciascia: un paradosso che non consente facili vie di uscita, né tollera risposte capaci di tranquillizzare – appunto – la coscienza di chi ha scelto la professione di giudicare».

Di Pietro continua a infangare Craxi: "Non si intitolano vie a chi ha commesso reati". L'ex pm Antonio Di Pietro critica chi vuole riabilitare Bettino Craxi: "Ritengo che le vie vadano intitolate a persone che sono un punto di riferimento, soprattutto per le nuove generazioni. Non a chi è stato condannato", scrive Raffaello Binelli, Sabato 21/01/2017 su "Il Giornale". Non c'è nulla da fare. Di Pietro ce l'ha sempre avuta e continua ad avercela con Bettino Craxi, nonostante l'ex leader socialista sia morto ormai da diciassette anni. All'ex pm di Mani Pulite non va giù che si cominci, molto lentamente, a rivedere sotto una luce diversa i fatti di Tangentopoli. E così mette tutti sull'attenti (o almeno ci prova), ricordando a tutti che Craxi, in fondo, era colpevole di tante malefatte. E che quindi oggi non merita l'intitolazione di alcuna via. Vediamo cosa ha detto Antonio Di Pietro, in un'intervista al quotidiano La Stampa, in merito al dibattito aperto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala per intitolare una strada all'ex presidente del Consiglio. "Ritengo che le vie vadano intitolate a persone che sono un punto di riferimento, soprattutto per le nuove generazioni. Che siano un esempio da imitare. Una persona che è stata condannata più volte non penso che si possa indicare come esempio. Mi sembra una furbata questo dibattito, vogliono buttarla in politica per nascondere le responsabilità giudiziarie". E Di Pietro spiega cosa vuol dire col termine furbata: "Si è fatto credere all' opinione pubblica che in questo Paese c'è stata una guerra tra magistrati e politica. Ma non è colpa dei magistrati se qualcuno ha commesso dei reati. I magistrati hanno fatto le indagini per accertare chi aveva commesso reati giudiziari". Ora, se questo è vero (ed è vero, i reati sono stati commessi), è altrettanto vero (perché lo dice la storia) che i partiti politici italiani dal dopoguerra al 1992, si sono quasi tutti finanziati in modo illecito. Ed è altresì vero che il più grande partito dell'opposizione, il Pci, riceveva (in modo illegale) i fondi dall'ex Unione Sovietica oltre a quelli con cui si foraggiavano anche le altre forze politiche. Eppure la tanto sbandierata rivoluzione di Tangentopoli non ha fatto luce fino in fondo su questi reati (coperti dall'amnistia del 1990). La magistratura dell'epoca, dunque, ha svolto il proprio lavoro in modo strabico, col risultato di indurre i cittadini a credere che una parte politica, quella dei partiti che per oltre 40 anni avevano governato il Paese, fosse solo un manipolo di "ladroni", mentre l'altra parte c'erano dei veri e propri gentiluomini, puri e immacolati. Mai possibile credere, ancora oggi, ad una simile barzelletta? Di Pietro riconosce che il sindaco di Milano Sala "sul piano personale può avere o non avere un giudizio su di lui (Craxi, ndr). Ma come sindaco non può volere questa cosa. Milano non può dimenticare di essere stata Tangentopoli, la città degli affari illeciti che con questi ha contribuito all'impoverimento del Paese". E rincara la dose: "Sembra che si voglia a tutti i costi dimenticare che Bettino Craxi è stato condannato anche in vita a più di 10 anni di carcere per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Condanne arrivate perché ci sono persone che ci hanno riferito di appalti con tangenti e di conti correnti anche all' estero intestati a lui e al suo gruppo. Altro che "è stato condannato perché non poteva non sapere". Altro che "non c' erano finanziamenti illeciti".

Odiate, odiate, e il consenso verrà, scrive Piero Sansonetti il 21 gennaio 2017 su "Il Dubbio".  Il Fatto di Travaglio definisce Alfano “Ministro della malavita” perché è andato sulla tomba di Bettino Craxi. Il problema dell’odio, dell’eccesso di odio nella lotta politica, non è solo una questione culturale. E’ un problema molto concreto, perché l’odio sta scalzando la stessa lotta politica. Sostituendola, assumendone la funzione. E sta prendendo il posto dei programmi, delle idee. L’odio – che una volta era un accessorio del conflitto, una aggiunta – è diventato l’essenziale, e soprattutto è diventato lo strumento principale della conquista del consenso. Odia, odia, vedrai che diventi popolare. Vorrei sottoporvi questo titolo pubblicato ieri con grande evidenza sulla prima pagina del “Fatto”. Dice così, testualmente: «Alfano, ministro della malavita, sulla tomba del latitante Craxi». Cos’è che colpisce? Certo, colpisce l’ingiuria, usata con incredibile arroganza e leggerezza. Alfano viene qualificato come un gangster. Il capo dei gangster. Il riferimento è probabilmente a una polemica del primo novecento tra Gaetano Salvemini e Giovanni Giolitti, per via dei brogli elettorali dei giolittiani in Puglia. Salvemini usò quell’epiteto. Ma nell’articolo del “Fatto” non c’è nessun accenno a Salvemini, del resto il povero articolista neanche si sogna di definire Alfano un bandito. La polemica è tutta del titoli- sta. Il quale, probabilmente, già sa che la magistratura difficilmente condannerà il “Fatto” che è il suo giornale di riferimento, e quindi non fa caso agli insulti e li usa con larghezza. (Se penso che un Pm di Palermo mi ha chiesto più di centomila euro di risarcimento per aver scritto che era stato maleducato nell’interrogatorio di De Mita, mi chiedo quanto potrebbe chiedere Alfano apostrofato come il capo della delinquenza: 1 milione, 10 milioni? E però son sicuro che il Pm di Palermo con me vincerà, e Alfano non vedrà mai una lira…). Ma quel che più colpisce nel titolo non è nemmeno l’improperio sfrontato per il ministro. E’ l’odio, l’odio incontenibile e viscerale e imperituro, per un signore che ha contribuito a fare la storia della repubblica, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia della sinistra, e che è morto quasi vent’anni fa. Il gusto di parlare di una persona morta apostrofandola come latitante, ha pochi precedenti nelle tradizioni della polemica politica italiana. L’odio, l’odio come carburante per l’intelletto. L’odio come certezza dell’esistere. Come assicurazione sulla propria probità. Voi dite che ormai è una tendenza inarrestabile? Speriamo di no.

Martelli: «Alla fine i moralisti finiscono alla gogna», scrive Giulia Merlo il 17 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". «Chiunque faccia dell’onestà il principale, se non l’unico motivo della propria iniziativa politica, nasconde un’assenza di programmi più approfonditi”. «Nessun ritorno a Mani Pulite». Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia nel difficile biennio tra il 1991 e il 1993, analizza le inchieste che hanno gettato nel caos le amministrazioni di Milano e Roma, a partire dal rapporto sempre teso tra politica e magistratura.

Onorevole, traballano sia Milano che Roma: con Beppe Sala autosospeso e il braccio destro della sindaca Virginia Raggi arrestato. Ci sono somiglianze con il 1992 di Mani Pulite?

«Somiglianze non direi. Non vedo un’ondata di arresti scatenati da metodi di indagine alla Di Pietro, in cui il motto era «o parli o butto la chiave», con una catena di delazioni a comando provocate dalla carcerazione preventiva. Vedo però uno stillicidio continuo di indagini e accuse e una particolare devozione della nostra magistratura alle indagini sulla pubblica amministrazione. Per un verso bisogna rallegrarsene, per altro verso suscita qualche interrogativo, a fronte della mole di reati, anche più gravi, non perseguiti».

Partiamo dal caso–Roma. L’amministrazione grillina rischia di crollare sotto il peso delle dimissioni di Paola Muraro e l’arresto di Raffaele Marra. Che fine ha fatto lo slogan “onestà–onestà”?

«Come le volpi finiscono in pellicceria, così i moralisti finiscono alla gogna. S’è già visto in passato: quelli che sbandieravano il partito degli onesti poi finirono nel tritacarne giudiziario e questo è vero anche oggi.

Chiunque faccia dell’onestà il principale se non l’unico motivo della propria discesa politica in campo nasconde un’assenza di programmi più approfonditi. L’onestà è una precondizione e la politica è un mestiere talmente difficile e insidioso che pensare di cavarsela semplicemente restando onesti è una pia illusione».

Poi anche Milano, la sua città: Expo è stato uno dei più sbandierati successi del governo Renzi e ora rischia di essere la pietra tombale del Comune, faticosamente mantenuto dal Pd. Quali equilibri si stanno muovendo?

«La procura aveva archiviato il caso Sala, in cui non si era trovata traccia di tangenti. Per dirla con Ilda Boccassini, non c’era odor di «piccioli», ma solo una gran fretta, che ha fatto compiere anomalie. Sembra infatti che sia stato retrodatato un documento di indizione di una gara d’appalto, per poter rientrare nei termini di legge. Nei giorni di Expo, infatti, ricordo grande frenesia per arrivare con le opere compiute all’inaugurazione, smentendo i gufi del «non ce la farete mai»».

Invece la procura generale ha ritenuto di riaprire l’inchiesta…

«Che la procura generale abbia ritenuto di riaprire un caso archiviato dalla procura della Repubblica e come questo si inserisca nella lotta devastante della magistratura milanese, purtroppo è nelle carte. Del resto, è stato lo stesso Csm a tentare di sedare le lotte, legittimando Edmondo Bruti Liberati e trasferendo Alfredo Robledo. Io temo che l’iscrizione di Sala ne registro degli indagati possa essere un danno collaterale provocato da quel conflitto. Del resto, i conflitti tra magistrati sono i più accaniti e avvelenati, perché tutte le parti brandiscono il diritto, indossano la toga e sono ammantati di intransigenza assoluta, impuntata su dettagli e cavilli».

Una magistratura milanese, dunque, molto diversa da quella di Mani Pulite?

«Decisamente. Allora c’era una compattezza incredibile nel pool di Mani Pulite: anche quando – come poi si scoprirà – i giudici non erano d’accordo uno con l’altro, erano però tutti saldi nel far fronte comune contro l’opinione pubblica rispetto ai politici».

Ma anche oggi si ripete, però, un dualismo guerriero tra magistratura e politica?

«Questa è la visione manichea di Piercamillo Davigo, che parla di lotta del bene contro il male, in cui i magistrati sono tutti buoni e politici tutti corrotti».

Lei, invece, come la pensa?

«Io credo ci sia la somma di due mali. E’ vero che la corruzione in Italia alligna più che altrove che questo merita indagini e sanzioni. Se però nelle indagini si cede a eccessi giustizialisti, ecco che si somma male ad altro male: la corruzione diffusa e la repressione arbitraria».

Torna, dunque, al centro il rapporto difficile tra politica a tutti i livelli e magistratura.

«Io credo che, di questo, il caso di Beppe Sala sia emblematico. Ancora non si sa con certezza se abbia ricevuto un avviso di garanzia e tutto è nato da indiscrezioni sui giornali. Quando dalle procure trapelano notizie riservate, storcendo il principio della tutela dell’indagato e del suo diritto alla riservatezza, ecco che si è già compiuto un abuso grave. Ma la violazione del segreto istruttorio è diventata un passatempo, ed anzi è strano quando ciò non avviene. Se si distrugge la reputazione dell’imputato nella fase precedente l’indagine formale, però, si altera il corso della giustizia e questo è il punto cruciale e che più interessa i rapporti tra politica e magistratura. La sentenza, infatti, può anche essere di assoluzione, ma intanto la carriera politica è già bella che finita».

L’autosospensione di Sala è una scelta politica che deriva da questa distorsione del sistema?

«Io credo che lui abbia fatto una scelta opportuna. La sua decisione fungerà da sollecito alla procura generale, perché si decida in fretta a formalizzare le accuse o archiviarle».

Il caso Roma, invece, ha delle implicazioni diverse. Raggi è sotto scacco?

«L’elemento politico di questa vicenda lo ha colto bene Giorgia Meloni, che si è chiesta se ci troviamo di fronte a incompetenza assoluta oppure a stupida malizia della sindaca Raggi. Perché ha insistito a scegliere personaggi che hanno fatto il loro curriculum amministrativo nelle passate gestioni, che in pubblico lei è stata la prima a condannare? Questo a me pare incomprensibile. Noi siamo osservatori estranei, ma anche dal suo stesso movimento in tanti l’hanno messa in guardia. La sua è stata ostinazione, ma del resto questo è un periodo in cui va di moda per sindaci ed ex sindaci non ascoltare i consigli».

Un riferimento a Matteo Renzi?

«Non ho fatto che leggere elogi per la cosiddetta «determinazione» di Matteo Renzi. Eppure io credo che ostinarsi sia un errore, non certo una qualità. E di qualità Renzi ne avrebbe molte altre».

Così nacquero Tangentopoli e poi il giustizialismo, scrive Fabrizio Cicchitto il 27 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". L’intervento del ministro Orlando alla direzione del Pd e la lunga intervista al Dubbio del filosofo Biagio De Giovanni hanno costituito la prima radicale rimessa in questione di quel giustizialismo che nel Pds– Ds e poi nel Pd ha costituito una fondamentale scelta ideologica di larga parte dei post– comunisti (con l’eccezione dei miglioristi come Chiaromonte, Napolitano, Umberto Ranieri) e una altrettanto marcata scelta politica determinata da un misto di strategia e di tattica di cui poi vedremo le ragioni di fondo. Orlando ha denunciato il fatto che per anni il giustizialismo esercitato contro Berlusconi ha sostituito le scelte culturali e politiche di stampo realmente riformista che invece non sono state fatte. Biagio De Giovanni ha denunciato il fatto che sul giustizialismo della sinistra si sono innestati due fenomeni devastanti: “la politica distrutta dall’invadenza della magistratura” e un’antipolitica che si innesta su questo ruolo prevaricante di un potere dello stato e che attraverso di esso sta distruggendo il confronto politico e culturale. De Giovanni ha anche rilevato, a proposito dell’attività più propriamente politica del ministro Orlando, che egli ha realizzato positivi interventi sulle carceri ma non è riuscito neanche a sfiorare i due temi centrali della riforma della giustizia, la separazione delle carriere e il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Per completare questa rassegna preliminare citiamo anche l’intervista di Giorgio Napolitano sul Messaggero a proposito del confronto sul referendum: Napolitano ha rilevato che la forza dell’antipolitica è diventata tale che nell’ultima fase della campagna referendaria il Presidente Renzi ha pensato bene di riuscire a smontare il vantaggio del No dando al Sì il valore della lotta alla casta: fatto dal presidente del Consiglio in carica questo appello è risultato controproducente e anche un po’ grottesco. Ciò detto, però, dobbiamo per forza fare un passo indietro. Il finanziamento organicamente irregolare dei partiti parte dagli anni 40 e ha per nome e cognome una serie di padri della patria (da Alcide de Gasperi, a Palmiro Togliatti a Pietro Nenni). Negli anni ’ 40–’ 50 la Dc era finanziata dalla Confindustria, dalla Cia, da una rete di imprenditori privati. Poi, con l’avvento di Fanfani, il finanziamento della Dc fu sostenuto anche dalle aziende a partecipazione statale. A sua volta il Pci era finanziato dal Pcus, dalle cooperative rosse, da una rete di imprenditori amici, specie nelle regioni rosse. Prima di Craxi, il Psi dipendeva per il suo finanziamento dal principale alleato: nella fase frontista esso si basò sul finanziamento sovietico e sulle cooperative rosse, nella fase del centro– sinistra sulle partecipazioni statali. Tutto ciò si aggregò in un sistema organico, quello di Tangentopoli. A fondare quel sistema dal lato imprenditoriale furono altri due padri della patria, cioè Vittorio Valletta ed Enrico Mattei. Mattei considerava i partiti e le loro correnti dei “taxi” (tant’è che finanziava abbondantemente anche l’Msi, un partito che poi anch’esso, come del resto il Pci– Pds, si è rifatto la verginità), e poi fondò in modo esplicito con Albertino Marcora quella sinistra di base (corrente democristiana) che ha esercitato una grande influenza nella Dc e nell’intero sistema politico. Che il Pci affondasse le sue risorse in un finanziamento irregolare dalle molteplici fonti (altro che feste dell’Unità) è messo in evidenza dal verbale di alcune riunioni svoltesi in Via delle Botteghe Oscure citato a pagina 495– 498 nel libro di Guido Crainz “Il paese mancato”. Giorgio Amendola nella direzione del 1 febbraio 1973 disse: “quando me ne sono occupato io “le entrate straordinarie” (eufemismo ndr) erano del 30% ora siamo al 60%”. A sua volta Elio Quercioli disse: “molte entrate straordinarie derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione finisce per toccare anche il nostro partito”. E nella riunione dell’1 e del 2 marzo 1974 il Pci diede il sostegno alla legge sul finanziamento pubblico con l’esplicita motivazione di ridurre il finanziamento sovietico e le “entrate straordinarie derivanti da attività malsane”. Armando Cossutta disse: “negli ultimi anni si è creato in molte federazioni un sistema per introitare fondi che ci deve preoccupare. C’è un inquinamento nel rapporto con le nostre amministrazioni pubbliche nel quale c’è di mezzo l’organizzazione del partito e poi ci stanno dei singoli che fanno anche il loro interesse personale”. Quando, poi, decollò la politica di unità nazionale, il Pci entrò anche nel “sistema degli appalti pubblici” che aveva come sede di compensazione l’Italstat: in quella sede c’era un meccanismo che assicurava la rotazione nell’assegnazione degli appalti che riguardava tutte le grandi imprese di costruzione pubbliche e private: alle cooperative rosse era garantita una quota che oscillava dal 20 al 30%. A sua volta Bettino Craxi per rendere reale fino in fondo l’autonomia del Psi dalla Dc e dal Pci, prese direttamente e tramite Vincenzo Balzamo rapporti con il mondo imprenditoriale: una mossa i cui rischi furono evidenti poi. Avendo però alle spalle quella realtà del suo partito, Berlinguer fece la famosa intervista sulla questione morale nella quale presentava il Pci come il partito delle “Mani Pulite”: la mistificazione è evidente. In sostanza Tangentopoli era un sistema che si fondava su un organico rapporto collusivo fra tutte le grandi imprese pubbliche e private senza eccezione alcuna (quindi compresa la Cir di De Benedetti, come risultava dalle sue stesse ammissioni processuali) e da tutti i partiti dell’arco costituzionale senza eccezione alcuna (quindi compreso il Pci; l’Msi, a sua volta, o aveva diretti rapporti con le imprese, vedi l’Eni, o, a livello locale era “tacitato” dagli altri partiti). Questo sistema era fondato sulle grandi imprese, sui partiti, sulle correnti dei partiti. In esso, dalla seconda metà degli anni ’ 80 in poi, emersero degenerazioni personali. Comunque, con l’adesione dell’Italia al trattato di Maastricht che costrinse “a calci” il capitalismo italiano a fare i conti con il mercato e la libera concorrenza (cosa che fino ad allora non aveva fatto) il sistema di Tangentopoli diventò chiaramente antieconomico (lo era anche prima ma esistevano meccanismi di compensazione quali il debito pubblico e specialmente le svalutazioni competitive, in genere decise di comune intesa fra la Fiat e Banca d’Italia) e doveva essere superato. Ora la via maestra di quel superamento–eliminazione avrebbe dovuto essere un’operazione consociativa, con un’intesa generale fra le forze politiche, quelle imprenditoriali, quelle giudiziarie, e magari concluso con un’amnistia. Le cose non andarono affatto così. L’ultima amnistia fu quella del 1989 che servì a salvare il Pci dalle conseguenze penali del finanziamento irregolare di derivazione sovietica. Negli anni ’ 90 i partiti, specie la Dc, il Psi, i partiti laici, ma per altro verso anche il Pci (che con il cambio del nome in Pds e il “superamento” del comunismo perse circa metà del suo elettorato) avevano perso vivacità culturale e consenso. A quel punto, invece, si affermò nella magistratura la corrente più aggressiva e più ideologica, cioè Md, che teorizzava il ruolo sostanzialmente rivoluzionario del magistrato che, superando un’asettica e burocratica terzietà, avrebbe dovuto rimettere in questione gli equilibri economici e quelli politici. Questa teorizzazione trovò nel pool di Milano di Mani Pulite chi la cavalcò sul piano dell’esercizio della giurisdizione mettendo in essere un’operazione del tutto unilaterale, fondata su due pesi e due misure: nel caso della Dc, Mani Pulite arrivò addirittura a distinguere fra le correnti di centro–destra di quel partito che furono sostanzialmente distrutte ( chi non ricorda Forlani al processo Enimont, e poi, fuori da Milano, Andreotti alla sbarra per l’assassinio di Pecorelli e per il concorso con la mafia e Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino in carcere?) e invece la sinistra Dc, e sull’altro versante, il Pci–Pds, furono interamente salvati. A loro volta il Psi, il Psdi, il Pli, il Pri furono rasi al suolo. Quando l’unilateralità dell’operazione non era ancora chiara e sembrava che avrebbe colpito tutto e tutti, Achille Occhetto si precipitò alla Bolognina a “chiedere scusa agli italiani” perché conosceva bene il retroterra finanziario del Pci– Pds. Quella di Mani Pulite fu comunque un’operazione rivoluzionario– eversiva unica in Europa: fu l’unico caso nel quale ben 5 partiti di governo furono distrutti prima dai magistrati che dagli elettori. Lo strumento principale di questa operazione era la cosiddetta “sentenza anticipata”: se un dirigente politico viene raggiunto da un avviso di garanzia, enfatizzato da giornali e da televisioni, a quel punto egli perde totalmente il suo consenso elettorale. Se la stessa sentenza colpisce altri mille dirigenti di quel partito, è il partito nel suo complesso ad essere azzerato. Se poi, magari dopo cinque o sette anni, interviene la vera sentenza processuale ed è di assoluzione, i suoi effetti politici sono nulli. In seguito a Mani Pulite, dal ’ 92–’ 94 in poi, i rapporti fra politica e magistratura sono stati totalmente rovesciati. A “comandare” è chiaramente la seconda. A sancire quel cambio di equilibrio fu anche nel 1993 l’eliminazione di quell’immunità parlamentare che fu ideata dai costituenti proprio per bilanciare la totale autonomia di cui gode la magistratura italiana diversamente da altri ordinamenti. In un primo tempo il Pds fu l’utilizzatore passivo di quella unilateralità dell’azione della magistratura. Poi ne diventò il fruitore attivo. La storia, però, è paradossale. Il Pds di Occhetto, D’Alema, Veltroni credeva che grazie a Mani Pulite sarebbe arrivato sicuramente al potere. Di conseguenza la discesa in campo di Berlusconi fu un’amara sorpresa per il gruppo dirigente del Pds. Berlusconi da parte sua fece leva anche sul “nuovismo”, sul populismo e sull’antipolitica che Mani Pulite aveva suscitato. A quel punto, però, il giustizialismo fu esercitato dal Pds (e da tutto il circolo mediatico costituito da Repubblica, il Tg3, Samarcanda, poi Travaglio e Il Fatto) contro Berlusconi provocando una “guerra civile fredda” durata 20 anni. Anche in questo secondo caso, però, c’è stata un’altra amara sorpresa: quando Berlusconi è stato messo fuori gioco attraverso un’interpretazione retroattiva di una legge già di per sé assolutamente iniqua, qual è la Severino, il Pd di Bersani si è trovato di fronte ad un altro scherzo della storia: Forza Italia era stata messa fuori gioco, il centro– destra era in crisi ma a quel punto, a cavalcare fino in fondo la tigre e l’onda del giustizialismo e dell’antipolitica, è nata una forza integralmente protestataria, ultra– giustizialista e gestita con meccanismi di stampo autoritario da un comico– demagogo e dalla società di comunicazione della Casaleggio associati. Bisogna guardare anche all’altra faccia della medaglia: mentre a suo tempo Tangentopoli era un sistema fondato su grandi imprese e sui partiti in quanto tali, da dopo il ’ 92–’ 94 è avvenuta la parcellizzazione della corruzione, che si è fondata su una miriade di mini– catene o reti composte da singoli imprenditori, singoli alti burocrati, singoli politici, in qualche caso anche con singoli magistrati. Questa corruzione capillare è ciò che è avvenuto dopo il ’ 92–‘94 enfatizzando a dismisura il ruolo della magistratura con effetti sconvolgenti. Oggi anche gli apprendisti stregoni sono vittime di sé stessi e cioè anche i grillini sono ormai dominati dall’incubo dell’avviso di garanzia che per loro, è ancor più distruttivo perché finora, quando esso riguardava gli “altri” equivaleva ad una sentenza di terzo grado. Per concludere: le riflessioni del ministro Orlando e di Biagio De Giovanni costituiscono certamente un fatto positivo: non vorrei, però, che essi arrivino troppo tardi, quando già Davigo, non a caso eletto “a furor di popolo” presidente dell’Anm, si comporta come una sorta di super– commissario ad acta nei confronti del fallimento delle istituzioni della Repubblica, del Parlamento e dei parlamentari in primis, soggetti, questi ultimi, considerati dei delinquenti potenziali, da trattare nei dovuti modi.

Non sono i giudici a poter rendere l’Italia un Paese migliore. Assistiamo a un rapporto tra i poteri ormai molto diverso da quello stabilito dalla nostra Costituzione, scrive Giovanni Belardelli il 27 dicembre 2016 su "Il Corriere della Sera". Le notizie degli ultimi giorni e settimane (le indagini sul ministro Lotti, quelle milanesi sul sindaco Sala, quelle romane su Marra e Muraro e presto — potrebbe essere — sulla stessa Virginia Raggi) confermano che ci troviamo di fronte a un’alterazione stabile, per certi aspetti definitiva, nei rapporti tra politica e giustizia. Dunque questa alterazione non era collegata se non in piccola parte alla discesa in campo di Berlusconi — come invece molti avevano a lungo ritenuto — visto che, anche adesso che il leader di Forza Italia ha un ruolo certamente secondario, continua a segnare la nostra vita collettiva. Caratterizza con ogni evidenza la vita politica, dove assistiamo a un rapporto tra i poteri ormai molto diverso da quello stabilito dalla nostra carta fondamentale. Nella costituzione materiale del Paese — cioè nell’assetto effettivo dei rapporti tra istituzioni e poteri dello Stato — è da tempo evidente infatti che il potere legislativo e quello esecutivo sono condizionati in modo consistente dalla magistratura nelle sue varie giurisdizioni. Questioni che ritenevamo di stretta competenza del governo e del Parlamento — dalla legge elettorale al sistema pensionistico, dalla chiusura di una fabbrica alle norme della «buona scuola» — sono spesso decise da una sentenza della Corte costituzionale o di un tribunale civile, penale, amministrativo. Non è solo la politica ma tutta la vita sociale a risentire di questa accresciuta presenza dell’ordine giudiziario. Negli ultimi anni gran parte del nostro diritto di famiglia — dalle norme sulla fecondazione assistita all’adozione del figlio del partner nelle coppie omosessuali — è stata modificata attraverso decisioni dei tribunali. La liceità di una cura medica, la possibilità di iscriversi all’università, i risultati di un concorso o l’effettività di una promozione: questo e molto altro dipende ormai, come è esperienza comune di tanti italiani, dalla sentenza di un tribunale. Non a caso qualche tempo fa Romano Prodi ha provocatoriamente proposto l’abolizione dei Tar e del Consiglio di Stato per favorire lo sviluppo economico, visto quanto il continuo ricorso alla giustizia amministrativa influisce negativamente sugli investimenti. Naturalmente occorre non dimenticare che un fenomeno del genere caratterizza gran parte delle democrazie contemporanee. Ma forse nel nostro Paese si presenta in modo accentuato. Anzitutto, è lo stesso apparente permanere di una diffusa corruzione politica a sollecitare il continuo intervento delle procure. Abbiamo poi troppe leggi, e troppo mal scritte, così da richiedere spesso l’intervento di un magistrato per chiarire come vadano interpretate e applicate. Ancora, abbiamo una classe politica poco capace o poco incline ad assumersi le proprie responsabilità e ad esercitare i propri poteri: sintomatica la vicenda delle leggi elettorali, in cui la politica chiede alla Corte costituzionale cosa deve e può fare. Ma il progressivo assorbimento della politica nel diritto, il condizionamento che le decisioni della magistratura esercitano sulla vita sociale, dipendono anche da altro, in particolare da una nuova concezione dei compiti della magistratura, soprattutto della magistratura penale, affermatasi nel corso degli ultimi decenni. Tale concezione le assegna come compito fondamentale non solo l’accertamento di, e la pronuncia su, singole ipotesi di reato, bensì un generale controllo di legalità. Il magistrato, dunque, non è tenuto a intervenire soltanto dopo aver ricevuto una notizia di reato, ma — ha scritto Luciano Violante riassumendo (e criticando) questa concezione — ha il compito di verificare «che la legalità non sia stata per caso violata». In questo modo l’ordine giudiziario viene potenzialmente investito — anche grazie al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che nei fatti estende la discrezionalità della magistratura inquirente — di una funzione di supervisione sul complesso della vita politica e amministrativa. Bisogna dire che in questo la magistratura è stata fortemente sollecitata da una domanda proveniente dall’opinione pubblica, sempre più disgustata dalle cattive prove offerte dalla classe politica. È nata così, da questo doppio movimento, l’idea secondo cui la magistratura stessa sarebbe la grande tutrice della vita collettiva del Paese, il soggetto che dovrebbe renderlo migliore sotto il profilo dell’onestà e della moralità. Ma, a un quarto di secolo da Mani Pulite, i continui casi di corruzione politica, le continue testimonianze di scarso rispetto delle leggi in una parte significativa della società italiana, ci dicono che non possono essere i giudici a rendere un Paese migliore.

De Giovanni: «La politica distrutta dall’invadenza delle magistrature», scrive Errico Novi il 22 Dicembre 2016 su "Il Dubbio".  L’analisi del filosofo sul vuoto della democrazia e il predominio del potere giudiziario. Si può comprendere il mondo e ammettere di non riuscirci. Può farlo solo un grande filosofo. Biagio De Giovanni ha dalla sua non solo il pregio di entrare nella definizione, ma anche la luce di ottantacinque anni, compiuti ieri e segnati in gran parte dalla riflessione rigorosa e appassionata nello stesso tempo. Ne regala una sulla giustizia, e più precisamente sulla perdita di ogni equilibrio tra i poteri, la politica da una parte, «le Corti, le Alte Corti innanzitutto» dall’altra. Un intervento sul Mattino di sabato scorso mette in fila in un sol colpo l’urgenza di superare l’obbligatorietà dell’azione penale, l’ineludibilità della separazione delle carriere, l’impossibilità di contrastare il «populismo giustizialista». Il caso vuole che siano anche le battaglie in cui s’impegna con tutte le forze da anni l’avvocatura. Il professore di Dottrine politiche, ex europarlamentare del Pci e oggi appunto editorialista di Mattino e Corriere della Sera, individua nella «invadenza della giurisdizione» un fenomeno caratteristico della crisi e una concausa della perdita di autorevolezza delle élites. Nel giorno in cui compie ottantacinque anni, è facile chiedere a un filosofo come De Giovanni di fingere la resa di fronte al caos, per trovare molte risposte.

Anche la magistratura può temere una perdita di consenso? E dietro il ritorno a una invadenza della giurisdizione nei confronti della politica si nasconde anche un timore, tra i magistrati, di perdere popolarità?

«In prima battuta mi sentirei di respingere l’ipotesi. C’è sfiducia, scetticismo, disincanto e rifiuto in una forma così violenta nei confronti delle élites politiche che non si riesce a scorgere qualcosa di analogo che riguardi la magistratura. E anzi l’impressione è che mai come adesso l’azione dei magistrati si dispieghi a tutto campo, dalla frittura di pesce a fatti più consistenti. È un’invadenza che non ha precedenti, e che certo si inserisce in un processo iniziato con Mani pulite, passaggio che ha alterato la fisionomia stessa del rapporto tra poteri».

Capita però che alcune sentenze non soddisfino appieno l’attesa alimentata dal “populismo giustizialista”: a Roma una condanna a 20 anni anziché all’ergastolo, per un omicidio, ha scatenato un putiferio in aula, solo qualche giorno fa.

«I casi estremi si verificano. Resta fermo un punto: sono le cosiddette élites politiche dominanti ad essere travolte da quella tendenza del senso comune che faticosamente continuiamo a individuare come populismo giustizialista. Renzi era leader da appena 3 anni eppure, come ho detto dopo l’esito del referendum, è stato interpretato come nuova casta. La vecchia, per converso, è diventata vergine, da De Mita a D’Alema. Ma c’è qualcosa di vero anche nel dissolversi della fiducia nei magistrati: oggi persino il giudizio penale si muove nell’incertezza della decisione. Prima si condanna, poi si assolve, sembra divenuta impalpabile persino la certezza del diritto. Anche questo canone delle vecchie società è crollato».

Non esiste insomma un potere che regga, in questa destrutturazione.

«È possibile che la sfiducia nella magistratura ci sia in una forma più indiretta. Il dispregio verso l’élite politica resta però l’aspetto decisivo del nuovo ordine mondiale, chiamiamolo così, che si va delineando. Una tenuta si registra forse in Germania dove il sistema ha una forza formidabile, ma persino negli Stati Uniti capita che Hillary, ritenuta espressione dell’establishment, ceda a Trump, che non è nessuno, un uomo d’affari, eppure 60 milioni di persone nel Paese più potente al mondo l’hanno votato».

Si delegittima la politica: ma così il potere scivola nelle mani di altri soggetti, le élites finanziarie per esempio.

«Non c’è dubbio. Nel 2008 abbiamo assistito a una prima grande crisi della globalizzazione, di natura finanziaria, ora siamo nel pieno di nuova crisi, politica. E una fenomenologia di questa fase è l’invadenza delle giurisdizioni».

Qual è il meccanismo preciso che spalanca le porte a questa invadenza?

«Nessuno è in grado di governare la complessità del mondo ed emergono poteri indiretti, non legittimati. Nell’intervento apparso la settimana scorsa sul Mattino segnalo anche il predominio delle Alte Corti sui Parlamenti. Che può sembrare un grande fatto di civiltà, e in parte lo è: ma se una Corte costituzionale prevarica il potere legislativo, si arriva alla distruzione dell’autonomia della politica».

Lei sostiene che si tratta di un pericolo sottovalutato.

«Siamo su un crinale che visto nel suo insieme deve necessariamente preoccupare, e molto. Nello specifico si tratta di un tema delicatissimo, di cui si parla con frequenza nel resto d’Europa ma non in Italia, per timore che il solo accenno possa fraintendersi come volontà di intaccare le prerogative della Corte costituzionale».

La causa decisiva di questo squilibrio è nella perdita di autorevolezza della politica?

«Sicuramente, e temo si tratti di uno squilibrio non rimediabile a breve».

Perché?

«La delegittimazione della politica innesca un circolo vizioso che peggiora la qualità della classe dirigente e induce ulteriore delegittimazione. È veramente difficile che ora come ora una persona di spessore si impegni in un ruolo politico o amministrativo, sapendo che al primo stormir di foglie l’obbligatorietà dell’azione penale entra in campo, e arrivano i pm, e arriva la Guardia di finanza… Non è che voglio sottovalutare il grado di degenerazione corruttiva che c’è in Italia, non è questo il punto, ma se i pm oltrepassano ogni confine, mi domando chi ancora possa decidere di mettersi in politica, se non un disperato in cerca di lavoro, per non dire di peggio. Chi è che si va a impegnare in un’attività amministrativa, in condizioni simili? È un pasticcio gigantesco, siamo di fronte a un caos difficile da descrivere, figurarsi a volerlo dominare».

Non è che i cosiddetti privilegi della casta, dai vitalizi alle immunità, sono in fondo garanzie a tutela di chi nel dedicarsi alla politica mette a rischio il proprio ruolo sociale?

«Non c’è dubbio che sia così. E aggiungo: nel Parlamento di oggi c’è ben poco che corrisponda alla condizione di un’assemblea elettiva nazionale, i deputati sono cani sciolti, non sopravvive più alcuna struttura mediana che garantisca l’effettiva espressione della sovranità popolare. E a proposito di garanzie, fino ai primi anni Novanta era necessario ricorressero condizioni davvero molto particolari perché un’assemblea parlamentare potesse perdere un proprio componente. Il che non aveva a che vedere con un privilegio abusivamente autoassegnato da una casta di impostori, ma con il fatto appunto che il Parlamento è espressione del popolo sovrano, e in quanto tale la sua collocazione è sacra, va tutelata, fino a un certo limite che sia in armonia con lo Stato di diritto. Ma sfido a dire che le norme sull’immunità non lo fossero».

Lei ha scritto: “La politica diventa qualcosa in cui si preferisce non immischiarsi, sempre più abbandonata dai migliori”. Oltre all’invadenza della giurisdizione, c’entra anche la retorica anti- casta?

«È un’ulteriore elemento che mette in discussione la qualità della classe dirigente. Intendiamoci: il fenomeno di cui parliamo non esiste solo in Italia, segna l’intero Occidente, come ricordato a proposito di Trump, anche se da noi assume un carattere di gravità eccezionale. Il tratto generale della crisi delle élites politiche, che si vede non solo in Italia, è nell’impossibilità di cogliere un punto di mediazione tra globalismo sovranazionale, cosmopolita, da una parte, e le appartenenze, le identità, dall’altra».

In che modo questo spaesamento ci porta alla crisi della rappresentanza?

«Innanzitutto è in questo vuoto che si accresce il peso di poteri diversi, da quello finanziario al potere giudiziario. Ma la risposta in sintesi è nel caso a noi più vicino: l’Europa si è dimostrata incapace di governare la complessità della crisi finanziaria e politica che si è affacciata nel 2008. Noi non possiamo limitarci a descrivere con tono disgustato i critici delle élites, dobbiamo anche criticare le élites stesse. Non possiamo ignorare cioè le ragioni del cosiddetto populismo, lo scollamento complessivo tra governanti e governati. Non è che tutto sia riducibile alla cattiveria o alla superficialità di chi alimenta la propaganda antisistema: è impossibile negare il fatto che non ci sia una cultura politica in grado di governare la complessità di questa crisi».

Il che non è un giudizio opinabile: è un fatto.

«Be’, abbiamo davanti un’intera generazione distrutta. E appunto non è che si può risolvere tutto con il dito puntato contro i populisti brutti, sporchi, cattivi e urlanti. Dentro quel buio ci sono delle ragioni, non è che nasce dal nulla. Nasce dal fatto che nessuno, tantomeno le élites, riesce a trovare le passerelle di passaggio dallo Stato nazionale alla dimensione sovranazionale».

Lei sul Mattino individua l’urgenza di una riforma della giustizia, e precisamente due passaggi: superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale e separazione delle carriere. La prima delle due questioni non sarebbe perfetta, come terreno di incontro tra politica e magistratura per una riforma, diciamo, concordata dell’ordinamento giudiziario?

«E sì che lo sarebbe, naturalmente, ma abbia pazienza: davvero possiamo pensare che ci sia una politica così autorevole da poter sollevare il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale? Prendiamo ad esempio il governo appena sconfitto dal referendum, che pure qualcosa provava a farlo, ma che proprio sulla giustizia non è riuscito a muovere alcuna delle questioni decisive di cui parliamo. Penso al ministro, Andrea Orlando, a questo giovane pure così dinamico, che è riuscito a fare dei passi significativi su un tema difficile come il carcere: ecco, come mai anche lui su punti come obbligatorietà dell’azione penale e separazione delle carriere non ha detto niente per tre anni?»

Ha detto, per essere precisi, che non c’erano assolutamente le condizioni minime perché si potesse anche solo discutere di temi del genere.

«Appunto: alludeva evidentemente al fatto che se ci avesse provato avrebbero subito detto ‘ecco gli amici dei corrotti stanno provando a derubricare l’obbligatorietà dell’azione penale’. Non è che si sarebbe riconosciuta la necessità di razionalizzare l’arbitrio».

Non c’è margine di discussione, nel senso comune si è diffuso un riflesso condizionato che stronca in radice ogni tentativo su questo fronte.

«Nessuno vuol negare il rischio che superare l’obbligatorietà schiuda il rischio di un controllo della giurisdizione da parte dell’esecutivo, come avviene in Francia: eppure deve esserci una diga al potere assoluto dei pubblici ministeri. Qui a Napoli è girata la notizia di una misura chiesta dalla Procura, e negata dal gip, in cui l’accusa di corruzione si basava sul fatto che l’indagato offrisse spesso alla controparte caffè e cappuccini».

Considerare corruttivo il pagamento di un caffè a Napoli è oggettivamente una bestemmia, senza dover scomodare Luciano De Crescenzo.

«Nel ridicolo farsa e tragedia si mescolano sempre».

Figurarsi se esiste un margine per discutere di separazione delle carriere.

«Non c’è possibilità. Dovremmo trovarci con una classe dirigente politica talmente autorevole, dotata di una tale legittimazione da essere in grado di sfidare anche l’ordalia che verrebbe inevitabilmente scatenata dall’Associazione nazionale magistrati. La quale arriverebbe a forme di contestazione estrema, allo sciopero, iniziative gravi che un ordine giudiziario non si dovrebbe consentire. Ecco, possiamo dire che quando ci troveremo con una classe politica in grado di inoltrarsi su un terreno così accidentato allora potremo dire di essere usciti dalla crisi».

Sangermano: «Noi giudici non siamo maestri di morale», scrive Errico Novi il 24 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". «No alla supplenza della magistratura: comprometterebbe la legittimazione del sistema”. Un magistrato sa di non avere strumenti per rimediare alla «debolezza della politica», come la definisce il dottor Antonio Sangermano. Sa di non potersi neppure sostituire al legislatore. Eppure il componente del direttivo Anm e sostituto procuratore a Prato – casa sua e destinazione gradita dopo gli anni a Milano in cui tra l’altro è stato pm al processo Ruby – prova a «proporre una riflessione anche su quello che è inevitabilmente il tema del giorno, l’immigrazione, e su una misura dolorosa, innanzitutto da punto di vista morale e religioso: arrivare a espulsioni immediatamente efficaci per gli immigrati che hanno commesso reati sul territorio nazionale. Lungi dal pretendere di indicare un dispositivo di legge: è una riflessione, punto». Certo un’analisi, per Sangermano, è doverosa anche a proposito della perdita di consenso sofferta dalla politica, che non si risolve con una supplenza da parte dell’ordine giudiziario. E anzi, «se la magistratura si sostituisse alla politica farebbe un danno innanzitutto a se stessa».

Partiamo da qui allora: mai come adesso la politica è al fondo dell’indice di gradimento, e voi magistrati vi rendete conto ancora meglio, forse, che non potete sostituirla: è così?

«Credo che la magistratura non debba fare da supplente, vorrei chiarirlo subito. Il magistrato ha interesse a che la politica sia forte e autorevole e nello stesso tempo rispetti l’autonomia e indipendenza dei giudici. Se assumiamo un ruolo di supplenti, indeboliamo lo stesso ordine giudiziario».

Perché, esattamente?

«Una supplenza dei magistrati certifica il fallimento dello Stato, attribuisce loro un funzione in assenza di legittimazione democratica. Anche se processi del genere non si attivano per volontà espansiva, rappresentano comunque una delegittimazione del sistema: la magistratura è un potere dello Stato, si fortifica quanto più solida è la legittimazione del sistema nel suo complesso».

D’accordo, ma allora Mani pulite come si colloca in questa sua condivisibilissima analisi? 

«Premessa: considero Mani pulite un momento di riscatto nazionale al pari del Risorgimento e della Resistenza, in ufficio ho la foto del Pool. Il punto è che se un potere viene meno ai suoi compiti, se nello specifico è un’intera classe politica a venir meno, la magistratura deve fare il proprio dovere. In un caso come quello di Mani pulite può verificarsi che la notevole quantità degli illeciti faccia apparire l’azione giudiziaria come il processo a un fenomeno. Ma è solo la diffusività del fenomeno a creare la percezione. D’altronde gli effetti che ne derivano tornano a un certo punto nel do- minio della politica, come avvenne dopo il ’ 92-’ 93, quando il vuoto creatosi favorì l’affermarsi di nuovi soggetti come il partito di Berlusconi».

Senza volerla indurre a sostituirsi al legislatore, il tema dell’immigrazione va affrontato semplicemente con una rigorosa distinzione tra chi ha diritto all’asilo e i migranti economici?

«No, temo di no. Che l’accoglienza sia la soluzione più consentanea ai principi di moralità ed etica non c’è dubbio. Sono contrario ai respingimenti in mare: ma l’aspirazione etica va coniugata con i dati di realtà, il che vuol dire riconoscere che un’accoglienza indiscriminata crea un’effettiva insicurezza sociale».

E qual è il punto di equilibrio?

«L’integrazione deve coniugarsi a dei doveri, il primo dei quali è il rispetto della legalità. Ora, se prendiamo i curricula di chi in questi mesi si è reso responsabile di stragi in Paesi europei, sarà difficile trovarne uno che non abbia precedenti per reati commessi in quegli stessi Paesi o in altri del Vecchio Continente. Ecco perché dovremmo riflettere sull’opportunità di rendere obbligatoria e non più facoltativa l’espulsione di chi commette reati sul territorio nazionale».

Si dovrebbe attendere la condanna definitiva?

«No, d’altronde la norma vigente già prevede la possibilità di espellere all’esito di un primo accertamento del reato. Va fatta attenzione a possibili profili di incostituzionalità o di incompatibilità con il diritto europeo. E so che l’obbligatorietà e l’effettività manu militari delle espulsioni va ad impattare con aspetti delicatissimi come i ricongiungimenti familiari. Ma credo si debba riservare una particolare attenzione al profilo della sicurezza. Non v’è dubbio che il legislatore dovrebbe trovare una forma normativa il più possibile umanizzata. Così come si dovrebbe tener conto del fatto che non c’è solo il terrorismo, ma anche il caso di chi reitera sul territorio nazionale reati di altra natura».

Le espulsioni pongono il problema dei Paesi d’origine, spesso poco collaborativi, in materia.

«Però ad esempio il Paese d’origine di Anis Amri, la Tunisia, se li riprende».

Da componente del direttivo Anm, condivide le critiche aspre rivolte dal vostro presidente Davigo ai partiti, responsabili a suo giudizio di non allontanare subito chi è accusato di corruzione?

«Ho un grande rispetto per il presidente Davigo. È una persona di rara cultura e di garbo esemplare, ma non concordo con lui su tutto. La politica ha il dovere di vigilare al proprio interno e ha senso ricordarlo, ma senza che questo appaia come una sorta di monito morale. A noi spetta accertare i reati. Possiamo suggerire soluzioni ma senza che sembrino la scure di Danton».

Certo Davigo ha grande visibilità: potrebbe convenire all’Anm prorogare la sua presidenza?

«Credo che Davigo sia un ottimo presidente. E che la sua visibilità mediatica giovi all’intera magistratura, perché consente di far affiorare giuste rivendicazioni. Nel corso di quest’anno abbiamo ottenuto risultati, e mi lasci dire che questo credo dipenda anche dall’impegno della mia componente, Unicost, servito a smussare posizioni talvolta non condivisibili. Davigo ha avuto grande intelligenza politica nell’incontro con Renzi di fine ottobre: credo che nella misura in cui saprà portare a sintesi le diverse anime dell’Anm sarà un ottimo presidente, non lo sarà se prevalesse un’inclinazione al protagonismo».

Ma potrà restare presidente anche oltre aprile?

«L’accordo fissa quella scadenza e non penso che lui abbia intenzione di andare oltre, ha già pubblicamente dichiarato di non vedere l’ora di concludere il mandato».

È vero che molti giudici si lamentano dei criteri seguiti dal Csm nell’assegnare gli incarichi, e che sarebbe necessario chiarirli?

«Guardi, in questa consiliatura l’organo di autogoverno ha predisposto un testo unico che definisce le regole per l’attribuzione di direttivi e semidirettivi: la trovo una conquista storica. In precedenza la progressione di carriera avveniva per mera assenza di demerito, si è stabilito che invece deve basarsi sul merito. È il Csm che ha titolo a fare le valutazioni: poi certo, il testo unico deve completare una fase di rodaggio, ma al Consiglio superiore si deve dare atto della scelta innovativa. E personalmente credo che non si dovrebbe mai delegittimare il Csm: in questi anni ha assicurato davvero l’autonomia e l’indipendenza di noi magistrati».

Piercamillo Davigo: «A 25 anni da Mani Pulite, l’Italia è ancora più corrotta». Il leader dell’Anm: il codice penale è uno spaventapasseri, in cella vanno solo gli sciocchi. «Il giudice è messo nella condizione di dover scegliere tra rispettare la legge rinunciando a fare giustizia o tentare di fare giustizia forzando la legge», scrive Giuseppe Guastella il 12 febbraio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo (foto sopra), ha partecipato ad un forum al Corriere della Sera con il vice direttore Giampaolo Tucci e con i giornalisti Marco Ascione, Giovanni Bianconi, Luigi Ferrarella, Mario Gerevini, Giuseppe Guastella e Fiorenza Sarzanini. Argomento del dibattito, che si è svolto nella redazione di via Solferino a Milano, il pianeta giustizia a 25 anni dall’inizio dell’inchiesta Mani pulite e in occasione dell’uscita del libro «Il sistema della corruzione» (Editori Laterza) scritto dall’ex pm del pool Mani pulite, ora presidente di sezione in Cassazione. 

A 25 anni da Mani pulite, in Italia è cambiato poco o nulla?

«È drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale».

Un Paese corrotto?

«A livelli diversi, finalità e modalità diverse. È un Paese che sta morendo. C’è sfiducia, la gente non va più a votare, espatria».

Ci vuole una rivoluzione culturale?

«Bisogna cominciare dalla scuola».

Migliore l’Italia degli anni di Mani pulite?

«L’effetto domino non fu innescato da un sussulto di coscienza civile, ma dal fatto che erano finiti i soldi».

Lei sostiene che per la corruzione ci vorrebbe un doppio binario, come per la mafia.

«Bisognerebbe introdurre alcune delle norme che valgono per i mafiosi».

Ad esempio?

«Un sistema premiale forte e serio e le operazioni sotto copertura».

La corruzione spesso è alimentata da fondi neri esteri, sempre più difficili da aggredire. 

«È un problema internazionale. L’assistenza giudiziaria internazionale è un relitto ottocentesco che richiede tempi talmente lunghi, incompatibili con la durata di un processo».

Corruzione «Simonia secolarizzata». Cioè?

«Nella Chiesa c’è il sacerdote che vende cose sacre, nello stato c’è il funzionario pubblico che vende le cose che per lui dovrebbero essere sacre, perché ha giurato fedeltà alla Repubblica».

Il pool Mani pulite ha fatto errori? 

«Secondo me, no. Ha fatto quello che poteva. Se non ci avessero cambiato le leggi a partita in corso, saremmo andati avanti. Molte leggi possono avere su il nome dell’imputato».

Forse fino a un’epoca determinata. 

«Sì, poi è cambiata la maggioranza e da allora le fanno più sofisticate. Ad esempio, la legge Severino non contrasta la corruzione ma è stata gabellata per una legge che la contrasta».

Monti, il premier di allora, non era sospettabile di essere vicino ai corrotti.

«Quella legge l’ha fatta il Parlamento. Ricordo che il ministro della Giustizia rispose alle obiezioni: “Era il massimo che si potesse fare in quel momento con quelle Camere”».

I vostri rappresentanti dissero che era una buona legge, come nel caso di quella sull’autoriciclaggio. C’è anche un problema vostro? 

«Certo che c’è anche un problema della magistratura, ma cerchiamo di capirci, gioca anche molto il modo di fare leggi dovuto all’incompetenza della pubblica amministrazione che, purtroppo, non è più quella di cento fa, fatta di funzionari competenti e con il senso dello Stato. Quando ho incontrato la prima volta il ministro Orlando, gli ho fatto presente che la depenalizzazione che avevano fatto non serviva a niente perché toglieva solo le briciole ma alcuni reati depenalizzati avevano l’effetto non di ridurre il carico di lavoro, ma di aumentarlo. Mi rispose che l’Anm aveva dato parere favorevole, io gli dissi che non sarebbe accaduto più perché avevamo costituito delle commissioni interne».

Ha un giudizio molto negativo sui politici.

«Ce ne sono anche perbene, ma i meccanismi talvolta favoriscono il malaffare».

Cosa ne pensa di chi, come i 5 Stelle, ha introdotto codici interni legati alle inchieste? 

«La politica non deve agganciarsi ad atti formali nel giudizio, ma a una valutazione autonoma dei fatti. Si può cacciare uno che è innocente o tenerlo se è colpevole. Sono due valutazione diverse, una è politica, l’altra di giustizia».

Non si introduce così un’inversione del principio di non colpevolezza?

«Non è così. Molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica, ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti».

Prendiamo il caso di Roma e della sindaca Raggi, è un caso controverso.

«Premesso che non parlo dei procedimenti in corso, in qualche caso la politica può dire “aspetto di vedere come va finire” o “mi sono fatto un’idea”, ma non può dire sempre “aspettiamo le sentenze”. Significa caricare sulla decisione del giudice la selezione della classe politica».

I politici dovrebbero darsi codici di comportamento?

«Secondo me sì. Basta anche il buonsenso».

Non c’è il rischio di finire nel moralismo? 

«Se mi mandano in udienza con un collega che si è saputo che ruba, io non vado perché chi ci vede pensa che siamo uguali. Io non rubo».

L’Anm accoglie pm e giudici. Non le sembra forte dire che il codice di procedura penale è fatto per farla fare franca ai farabutti?

«Il nostro giudice è vincolato da un sistema di inutilizzabilità sconfortante perché una prova acquisita, valida nei confronti di un imputato, diventa inutilizzabile per un altro se è stata acquisita a termini delle indagini preliminari scaduti. Il giudice è messo nella condizione di dover scegliere tra rispettare la legge rinunciando a fare giustizia o tentare di fare giustizia forzando la legge. È inaccettabile. E allora è normale che uno venga arrestato e poi assolto. Se non volevano questo non dovevano scrive il codice così, oppure dovevano dirci di non arrestare più».

Riporta una frase del generale Dalla Chiesa che diceva: che c’è chi parla di manette facili e chi di ingiustizia che assolve. Ingiustizia?

«L’ingiustizia può essere nella legge oltre che negli uomini, se la legge è contraria al senso comune di giustizia, e molte delle norme che applichiamo lo sono. Ora la minaccia del carcere non è credibile perché il codice penale è uno spaventapasseri, da lontano fa paura, quando ci si avvicina appare innocuo. In galera ci va chi è così sciocco da farsi arrestare in flagranza e gli appartenenti alla criminalità organizzata. Gli altri in media ci vanno di meno».

Lei è un giudice, un suo imputato potrebbe avere difficoltà leggendo: «Ne prendiamo pochi e quando li prendiamo vengono condannati a pene esigue che non vengono fatte scontare».

«Nel nostro sistema il rispetto delle regole formali, che il più delle volte non hanno nessuna utilità, vanifica la ricostruzione storica dei fatti. A un certo punto ho lasciato la Procura per fare il giudice in appello, volevo capire come mai le sentenze venissero quasi sempre riformate. Ho visto che era vero quello che mi aveva insegnato un anziano magistrato che diceva che i giudici del tribunale sono come i padri, severi quando è necessario, quelli della Corte d’appello come i nonni, di regola rovinano i nipoti. Dato che su cento ricorsi in appello, 98 sono degli imputati condannati, si cominciano a vedere i problemi solo con una certa ottica e spesso è impossibile resistere alla tentazione di ridurre le pene. Bisognerebbe cambiare anche l’appello».

Solo carcere? E l’esecuzione esterna? 

«Dipende dai reati e dal tipo degli imputati».

E stato mai tentato di forzare le regole?

«No. Le ho sempre rispettate, e anche quando ero convinto che l’imputato fosse colpevole l’ho assolto se la prova era inutilizzabile, pensando che era un mascalzone che l’aveva fatta franca».

Un sistema che protegge l’impunità? 

«In un sistema ben ordinato, un innocente non deve essere assolto, non deve neppure andare a giudizio perché per lui il processo è una tragedia. I filtri dovrebbero essere all’inizio».

Qual è la priorità? 

«La depenalizzazione. Il problema della giustizia è il numero dei processi. O abbiamo il coraggio di dire che va drasticamente ridotto o non se ne uscirà mai. Nel penale basta intervenire con una massiccia depenalizzazione e introdurre meccanismi di deterrenza delle impugnazioni, quelli che ci sono, sono risibili».

La politica invece va su una strada diversa e introduce nuovi reati come l’omicidio stradale. 

«Cose prive di senso. Per l’omicidio stradale la pena è talmente alta che tra un po’ a qualcuno converrà dire che voleva ammazzare per rispondere di omicidio volontario».

Che ne dice dei suoi colleghi dell’Anm dell’Emilia Romagna dopo il comunicato sulla decisione del Tribunale del riesame?

«Non lo conosco, non posso sapere tutto».

È stata trovata la decisione di un collegio prima dell’udienza. L’Anm locale ha detto che poi altri giudici hanno confermato la decisione dei primi che si erano astenuti...

«Bisogna distinguere l’ipocrisia dal malcostume. Un giudice diligente non potendo ricordare a memoria decine di processi al giorno, si appunta lo studio che fa. L’ho sempre fatto, ma non firmo gli appunti e non li metto nel fascicolo».

E allora, a cosa serve la discussione?

«Si può cambiare la decisione».

Lei lo fa?

«Quando un avvocato dice cose che non avevo notato, raro, o che mi convincono, cambio opinione perché solo gli imbecilli non lo fanno».

Trump, il giudice e Davigo a piede libero, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 05/02/2017, su "Il Giornale". Un giudice americano, James Robart, ha annullato il decreto di Donald Trump che blocca l'ingresso negli Stati Uniti di cittadini provenienti da sette Paesi sospettati di complicità con il terrorismo islamico. È il primo braccio di ferro tra il potere giudiziario e il neopresidente che non demorde e parla di «decisione ridicola di un cosiddetto giudice che sarà presto ribaltata». Come andrà a finire lo vedremo, ma è comunque bello vedere che il detentore del potere esecutivo non si faccia intimorire e alzi la voce di fronte allo sconfinamento del potere giudiziario, che le leggi le deve applicare e non contestare, quest'ultimo compito - nei sistemi democratici - spetta al Parlamento e alla Corte costituzionale. La sindrome di onnipotenza dei magistrati è purtroppo cosa a noi nota. La differenza con quello che sta succedendo in America è che dalle nostre parti nessuno osa contrastarla a dovere. La politica si è arresa ed è di fatto commissariata dalle toghe. Non dico un Trump, ma mi sarei aspettato, per esempio, un sussulto di fronte alle parole pronunciate l'altra sera a Porta a Porta da Piercamillo Davigo, noto manettaro di Mani pulite e oggi presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Di fronte a un allibito Bruno Vespa, ha sostenuto che un imputato assolto non è un innocente ma solo un colpevole che l'ha fatta franca e che gli errori giudiziari non sono colpa dei giudici ma degli inquirenti, cioè polizia e carabinieri, che non sanno fare il loro lavoro e che «estorcono false confessioni con la forza e a volte la tortura». Detto alla Marchese del Grillo: «Noi siamo noi e tutti voi non siete un cazzo». C'è chi si chiede: chi ci difenderà da Trump? Io sono molto più preoccupato perché non vedo nessuno che difenda noi e la democrazia da Piercamillo Davigo. Pensavo che finita la trasmissione fosse caricato su una ambulanza e sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Mi dicono invece che l'uomo è a piede libero e che continua a fare il capo dei magistrati, senza che nessuno abbia da eccepire. Forse è proprio vero che i colpevoli a volte la fanno franca, Davigo ne è la prova. E siccome nessuno ha il coraggio di dirglielo, ci provo io: si vergogni, signor presidente, e comunque si ricordi che «noi siamo noi» e il «nessuno» è lei.

Gli avvocati in rivolta contro Davigo (Anm): "Democrazia in pericolo". Appello dell'Associazione Italiana Giovani Avvocati alle istituzioni: stop alla deriva giustizialista, scrive Orlando Sacchelli, Giovedì 09/02/2017, su "Il Giornale". Nel corso degli anni Piercamillo Davigo ha rilasciato alcune dichiarazioni che denotano il suo modo di concepire la giustizia. Vediamone alcune: «Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti»; «Se la giustizia perde di severità ed efficienza è a causa dell'elevato numero di avvocati»; «L'errore giudiziario non esiste: sono i testimoni che, mentendo, traggono in inganno il giudice. Il giudice non sbaglia»; «Non esistono nemmeno le ingiuste detenzioni: la colpa è del nostro ordinamento che non consente l'utilizzabilità nel dibattimento delle dichiarazioni assunte nella fase delle indagini preliminari». Ovviamente ciascuna frase va contestualizzata, perché estrapolata dal discorso in cui è stata pronunciata può avere un significato diverso da quello voluto. Però, si sa, le parole pesano. Specie se a pronunciarle è un magistrato. E il crescente attivismo mediatico di Davigo, in qualità di presidente dell'Associazione nazionale magistrati, non poteva di certo passare inosservato. E infatti provoca le proteste dei legali, controparti naturali dei pubblici ministeri. «Il crescendo delle esternazioni del dottor Davigo - dichiara l'avvocato Michele Vaira, presidente dell'Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) - inizialmente derubricate dalla maggior parte degli osservatori a mere provocazioni retoriche di un singolo, sebbene autorevole, esponente della magistratura, comincia a preoccupare». Cerchiamo di capirne di più. «Rese in rappresentanza del 90% dei magistrati italiani osserva Vaira - mettono in discussione non solo i principali punti fermi segnati in secoli di progresso giuridico, ma le stesse fondamenta della nostra architettura costituzionale e delle più importanti convenzioni internazionali». In altre parole sono a rischio «la presunzione di innocenza, il diritto di (e alla) difesa e il contraddittorio nella formazione della prova». Preoccupa inoltre un altro aspetto. «Da quando Davigo ha assunto la presidenza dell'Anm denuncia Vaira - non una voce di dissenso si è levata da parte di alcuna componente dell'ordinamento giudiziario». Vuol dire che le tesi di Davigo coincidono con la visione che la magistratura italiana ha del processo e dei diritti fondamentali della persona? «Se così fosse - puntualizza il presidente dell'Aiga - saremmo in presenza di una vera e propria emergenza democratica». Una cosa è certa: le affermazioni di Davigo suscitano quasi sempre un notevole clamore mediatico, alimentato dalla forte esposizione del presidente di Anm sugli organi di stampa. Ciò per Vaira comporta un rischio enorme: «Che le stesse contribuiscano a formare un'opinione pubblica insensibile al rispetto dei fondamentali diritti della persona umana». E visto che Davigo ricopre anche la carica di presidente di sezione della Corte di cassazione, osserva Vaira, ciò «contribuisce ad aumentare lo sconcerto e la preoccupazione per le sue argomentazioni». Il quadro è indubbiamente allarmante. I giovani avvocati sollecitano le massime istituzioni politiche (nella persona del ministro della Giustizia), giudiziarie (il vice presidente del Csm) e forensi (presidente del Consiglio nazionale forense) ad una «immediata ed inequivoca presa di posizione, con l'obiettivo di porre un argine (prima di tutto culturale) alla deriva giustizialista insita nella teorizzazione da parte del presidente dell'Anm di principi in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e con la Costituzione della Repubblica italiana». Le istituzioni chiamate in causa dai giovani avvocati interverranno, in qualche modo, per rispondere a questa grave denuncia?

Quando Beppe Grillo creò la politica del vaffa: l'intervista del 1992 è il suo vero manifesto. I partiti? Nuovi o vecchi, fanno schifo. La gente? Stordita dalla tv. La satira? Non serve a nulla. In questo colloquio con l'Espresso allo scoppio di Tangentopoli, il comico enunciava la sua teoria sull'efficacia del fanculare politici e gente comune. Una testimonianza che letta oggi assume un sapore tutto diverso, scrive Roberto Gatti il 16 febbraio 2017 su “L’Espresso”. Lo spettacolo è appena terminato, e Beppe Grillo, madido di sudore, elegantissimo nel suo doppiopetto Armani «identico a quello di Michele Santoro, ma io sono di famiglia ricca» - se ne sta in piedi nel suo camerino piccolissimo e affollatissimo, a bere acqua minerale e a esternare in totale libertà. È un Grillo furioso, quello che ci si para davanti. Ha appena finito di "fanculare" mezzo mondo, da Vittorio Sgarbi al ministro Francesco De Lorenzo, da Licio GeIIi a Maurizio Costanzo: e ora, non contento, se la prende con un paio di malcapitati ambientalisti, che non gli hanno perdonato le battutine ironiche lanciate all'indirizzo di Fulco Pratesi, l'ex presidente del Wwf Italia. Reo di aver fatto da testimoniai all'American Express, e di aver quindi contribuito a incrementare il tasso di inquinamento atmosferico: «Perché per ogni spesa fatta con la carta di credito ti danno in dotazione tre foglietti di carta, che poi vengono bruciati e creano pulviscolo atmosferico, che poi ricade in mare e viene mangiato dai pesci, che vengono poi mangiati da noi, nei ristoranti alla moda. Come siamo intelligenti: ci mangiamo le nostre carte di credito a 50 mila lire il chilo...». Questo Grillo furioso, lontano le mille miglia dal comico giovialone del "Te la do io l'America", ma anche dal Grillo rabbioso che spara dalla tv contro Bettino Craxi e Pietro Longo, ha appena finito di fare il pieno allo Smeraldo di Milano e si appresta a rifarlo al teatro Olimpico di Roma, dal 9 al 18 marzo prossimi. Sempre da solo, con l'unico sostegno di un telefono amplificato e di una linea verde, con i quali entra in contatto con mezza Italia: un po' per dialogare amabilmente con il suo interlocutore di turno, più spesso per "fancularli" di brutto. In questo aiutato, con enorme entusiasmo, dal pubblico presente in sala: che non vede l'ora di urlare tutta la sua rabbia in faccia al nemico di turno. Quasi si fosse accorto che ormai dopo la protesta urlata, dopo i graffi sanguinosi della satira politica non resti altro che l'insulto. Grazie all'efficacia di un usatissimo trisillabo.

La pagina dell'intervista a Grillo, sull'Espresso del 1992.

Signor Grillo, partiamo dai "fanculo" che ogni sera spara a raffica: non le sembrano un mezzo un po' volgare per scatenare l'ilarità della gente?

«Ma quale volgare... Volgare non sono io, che dico "figa, cazzo, culo" quando il senso della frase lo richiede. Volgare è la Sampò, che chiama "cappuccetto" il preservativo, e pensa così di essersi salvata la faccia: e allora io la mando affanculo. Ancora. C'è gente che mi chiama al telefono in teatro, e ha il cervello talmente spappolato dalla televisione che mica mi chiede come sto; mi chiede: "sono in diretta?". E io, questa gente qua, non dovrei fancularla? Ma mi faccia il piacere...».

Non è un po' troppo facile, però, prendersela con gli Sgarbi e con i Ferrara, e lasciare in ombra i nemici veri, i politici corrotti, i mafiosi, i disonesti?

«Guardi, in tanti prima sparano l'apprezzamento, dicono che sei geniale e che hai trovato il modo giusto di comunicare con la gente; poi incominciano a correggere il tiro, dicono che questo è troppo facile e quest'altro troppo scontato, insomma che da te s'aspettava di più. In tanti trinciano giudizi senza neanche venirti a vedere. Ma Io vorrei ricordare a tutti questi che non è colpa mia se Licio Gelli o Paolo Cirino Pomicino non si fanno trovare al telefono. Così come non è colpa mia se quella merda del mago Othelma ha deciso di presentarsI alle elezioni con un programma che prevede l'abolizione delle cinture di sicurezza e il ripristino della pena di morte; oppure se Maurizio Costanzo prima dIchiara che si è iscritto alla P2 per caso, e poi fa il testimoniai per un settimanale contro gli sprechi e contro la corruzione; oppure se la Raffai, oltre a fare la spiona di professione, ha scritto pure un libro da 29 mila lire su quelli che scappano dalla famiglia proprio perché c'hanno quella famiglia lì. E io tutta questa gente non dovrei fancularla? Ma la fanculo a raffica!».

Mi tolga una curiosità: il suo fanculo odierno ricorda da vicino il "fangala" urlato da MaIik Maluk, alias Giorgio Bracardi, nell'"Alto gradimento" di Arbore e Boncompagni. È da lì che le è nata l'idea?

«No, perché quello era un divertentissimo motto di spirito, e invece il mio è un autentico urlo di rabbIa. In quanto tale, sono certo che il suo antecedente sia il "coglione" con cui, anni fa, ho apostrofato il giornalista Sandro Mayer: perché, a "Domenica in", aveva intervistato un bambino appena liberato da un lunghissimo rapimento. Giuro che non volevo offendere Mayer: volevo soltanto urlare la mia rabbia, il mio disgusto, per un uso così cinico dell'intervista giornalistica. E quando, nei giorni successivi, ho ricevuto i messaggi di tantissima gente incazzata come me, che mi diceva che avevo fatto bene a urlare "coglione", ho capito che quella era la strada giusta. E il fanculo di oggi ne è la logica conseguenza».

Ma non trova un po' strano che questo urlo di rabbia sia sempre più spesso indirizzato contro la gente comune, invece che contro i potenti?

«Lei lo trova strano? lo no. Sono stanco delle battute, sono stanco della satira politica: non serve a nulla. Tant'è vero che Cossiga ormai non è più un uomo: è uno spot. E dell'ex sindaco ho semplicemente detto che deve avere due palle così, per aver sposato la sorella: di quello la. E dei socialisti non voglio più parlare, perché quando li ho accusati di rubare hanno guadagnato il cinque per cento dei voti: e dunque è meglio che me ne stia zitto, così magari si eliminano da soli. E di Mario Chiesa, presidente della Baggina, ho parlato solo all'inizio, quando sembrava che avesse rubato sette o otto milioni e il suo mi pareva proprio un caso di disperazione esistenziale. Ed è vero che ho ripetutamente fanculato il ministro De Lorenzo: ma non perché sia incompetente, ma per il semplice fatto che ha accettato un ministero senza speranza come quello della Sanità. Diciamolo chiaro: io di questa gente non voglio più saperne. E se ogni tanto mi capita di fancularli, è solo perché voglio parlare alla suocera perché nuora intenda».

Sarebbe a dire?

«È semplice. Il fanculamento dei politici, dei potenti, è un mero pretesto per fanculare la gente, lei, me stesso. Perche è colpa nostra se siamo ancora comandati da individui di questo tipo. È colpa nostra se continuiamo a farci truffare dai pubblicitari, quelli che hanno inventato la famiglia di dementi del Mulino Bianco: quando nei paesi più civili, per esempio in Danimarca, hanno già fatto leggi che tutelano splendidamente i consumatori. È colpa nostra se l'ambiente è ridotto allo schifo che sappiamo, al buco nell'ozono, alle targhe alterne che non risolvono niente. E guardi che queste cose mica gliele dice un ambientalista. Anzi, gli ambientalisti proprio non li reggo, perché sono gli unici che non hanno ancora capito che il vero problema dell'umanità non è la tutela della foca monaca: ma la riduzione del tempo di lavoro. Lavorare meno per poter lavorare tutti. E godere di più».

E quindi secondo lei, signor Grillo, anche le prossime elezioni serviranno a poco... 

«A poco? Dica pure a nulla. Perché i partiti nuovi fanno ancora più schifo di quelli vecchi. E perché, soprattutto, in Italia la situazione è talmente disgregata, deteriorata, compromessa, da lasciar presagire un futuro nero. Nero come la pece».

Pubblicata sull'Espresso dell'8 marzo 1992

Tangentopoli si fermò davanti al Pci. D'Ambrosio disse: "Mani pulite è finita". Il pm del Pool nel '93 mi confessò: il marcio è già emerso. Ecco perché le mazzette "rosse" non travolsero il partito, scrive Stefano Zurlo, Sabato 18/02/2017, su "Il Giornale". A volte modesti dettagli aiutano a capire. A volta la concatenazione precisa degli avvenimenti può sfuggire nel frastuono generale. A maggior ragione se l'epopea di cui parliamo è quella di Mani pulite, oggi sotto i riflettori per il venticinquesimo compleanno. L'opinione pubblica si è divisa, anzi accapigliata, perché il Pool non riuscì a espugnare Botteghe oscure, così come aveva travolto il ponte di comando della Dc e del Psi. E ciascuno dei protagonisti a distanza di tanto tempo racconta i passaggi di quella storia controversa e cerca di spiegare perché lo squadrone di Mani pulite si arenò davanti alle mura della cittadella rossa. Dunque, un piccolo episodio può fornire gocce di informazione a chi vuol capire, senza teoremi e tabù. Era la primavera del 1993 e lavoravo per l'Europeo, il settimanale di casa Rizzoli. Il direttore Myriam De Cesco mi aveva chiesto di seguire proprio l'indagine milanese che stava squassando i palazzi del potere. Un pomeriggio arrivai dunque a Palazzo di giustizia. Era la prima volta o una delle primissime occasioni che avevo di entrare nel tempio della giustizia italiana. Com'è sempre stato da quelle parti, a dispetto di mille annunci di cambiamento e razionalizzazione delle abitudini e dei comportamenti, a quell'ora non c'era nessuno o quasi e io mi aggiravo, perplesso, per quei lunghissimi corridoi che mi ricordavano i quadri di De Chirico. Conoscevo a grandi linee l'intricata geografia del Palazzaccio, se non altro perché figlio di avvocati, ma vagavo con un certo disagio in quegli ambienti, sonnacchiosi a quell'ora, in cui si stava riscrivendo la storia d'Italia. Mi ritrovai nell'interminabile corridoio della Procura, al quarto piano, il punto nevralgico della rivoluzione di rito ambrosiano. Camminavo e qualcuno mi veniva incontro: era Gerardo d'Ambrosio, il procuratore aggiunto, il coordinatore del Pool, in quel momento con Di Pietro, Borrelli, Davigo e Colombo uno degli uomini più famosi d'Italia. Mi squadrò, io mi presentai. Due minuti, qualche battuta con il suo inconfondibile timbro napoletano denso di ironie e umorismo, poi il procuratore mi rifilò la notizia che quasi non entrava nella mia testa: «Mani pulite è finita». Lui parlava, io ascoltavo sgranando gli occhi, incredulo per lo scoop che stavo arpionando senza nemmeno aver buttato l'amo. La sostanza del ragionamento era che il più era stato fatto. Tangentopoli era stata svelata e il marcio attaccato. Formulai qualche domanda, tornai in redazione pronto a ricevere i complimenti della direzione che puntualmente arrivarono. Capivo e non capivo il perché di quella clamorosa confessione. Come mai un magistrato così navigato si era spinto fino a quel punto? Preparai il pezzo che fu pubblicato nei giorni successivi con grande enfasi e fu ripreso dai telegiornali. Lui, visto l'inevitabile clamore, accennò un mezzo dietrofront, qualcosa smentì e qualcosa smussò ma il messaggio era chiaro. E quella «lettera» aveva un destinatario: Tiziana Parenti, il pm del Pool che indagava sulle presunte mazzette versate proprio al Pci-Pds e cercava di avanzare su quello che allora i quotidiani chiamavano pomposamente il fronte orientale di tangentopoli. In quelle settimane cruciali l'inchiesta era arrivata davvero a un passo da Botteghe oscure. Molti osservatori ritenevano che la svolta fosse vicina. Ancora un po' e pure il vecchio, glorioso Partito comunista sarebbe franato sotto il piccone del Pool. C'erano grandi aspettative, ma anche enormi difficoltà. Per la struttura del partito e dei suoi quadri, gente all'antica che non era certo disposta a piegarsi davanti al vento di Mani pulite. I personaggi alla Greganti, per capirci, rimanevano in cella senza fiatare, alimentando leggende e voci di ogni tipo. Certo, non correvano come centometristi per raccontare a Di Pietro quel che sapevano e inguaiare qualcun altro come facevano i loro colleghi del pentapartito. C'erano poi i rapporti complicati della Parenti con il resto del Pool: la pm, già alle prese con un contesto ostico, non godeva di grande simpatia e stima presso gli altri magistrati. Fuori le claque si dividevano: la Parenti veniva beatificata dai moderati, D'Ambrosio, da sempre icona della sinistra e in una futura seconda vita, anni dopo, parlamentare dei Ds, scaldava le platee dei compagni. E poco importava che a proposito di piazza Fontana e della morte di Pinelli non avesse sposato la vulgata più facile che voleva l'anarchico vittima della violenza di Stato. Quell'intervista arrivò in testa alla pm come un missile. O almeno così la prese lei: qualche settimana dopo, incrociandola nel solito corridoio, fu lei a dirmi poche parole colme di sconforto: «Quell'articolo mi ha delegittimato». Chissà cosa replicherebbe D'Ambrosio che oggi purtroppo non c'è più e non può ribattere. Probabilmente la partita sarebbe finita allo stesso modo. Chissà. Alla fine gli assediati si salvarono e il partito pagò un prezzo tutto sommato accettabile alla grande tempesta: gli arresti decimarono la corrente dei miglioristi, scaricati come succursale dei corrotti del Psi. Il fronte orientale, che era stato fatale a Napoleone, lo fu anche a Mani pulite. E quella sconfitta, inattesa, raffreddò gli entusiasmi di una parte del Paese. Cominciava, fra divisioni e spaccature, un'altra storia che va avanti ancora oggi.

Gherardo Colombo: «Lasciai la toga perché mi sentivo un idraulico». In un’intervista a Tv2000, l’ex magistrato racconta perché disse addio alle aule di giustizia e perché da tempo ha cambiato il suo modo di vedere la funzione del carcere, scrive Franco Stefanoni il 17 febbraio 2017 su "Il Corriere della Sera". «Mi sono dimesso dalla magistratura perché mi sono sentito come un idraulico». Lo ha detto Gherardo Colombo, in un’intervista al telegiornale di Tv2000, rilasciata nel 25esimo anniversario dell’inizio di Tangentopoli. «Spiego questa mia frase - ha aggiunto Gherardo Colombo - con una metafora: un signore va in cucina per farsi il caffè ma dal rubinetto non esce acqua. Così decide di chiamare l’idraulico che prova a smontare il rubinetto e i tubi ma l’acqua continua a non arrivare. Allora l’idraulico va in cantina e lavora al rubinetto centrale, quello che porta l’acqua al condominio. Così torna in cucina e finalmente l’acqua esce dal rubinetto. È come se per 33 anni in magistratura mi fossi occupato solo del rubinetto della cucina. Per quanto impegno ci si mettesse non c’era niente da fare: la giustizia funzionava malissimo. Così ho pensato di guardare a qualcosa che venisse prima dei tribunali, le corti d’appello, le sentenze, gli avvocati. Alla fine ho trovato il `rubinetto centrale´ cioè la relazione che esiste tra le persone e le regole. Se non capiamo questo la giustizia non funziona». Colombo ha anche ribadito il suo cambio di rotta sulla funzione del carcere: «Sulla custodia cautelare ho cambiato il mio modo di vedere. Per quanto pensassi che il carcere dovesse essere l’extrema ratio, cioè l’ultima misura possibile e immaginabile, tuttavia pensavo che fosse educativo. Oggi non la penso più così: il carcere non solo non serve ma danneggia anche la cittadinanza. Il 70% delle persone che sono state in carcere, ci ritornano perché hanno ricommesso di nuovo il reato. Il carcere è più una scuola di criminalità che un rimedio. Per questo penso che non si possano tenere le persone in carcere per tutta la vita».

Mani Pulite, l'eredità disastrosa di Tangentopoli. Le scuse di Borrelli: non valeva la pena buttar via il mondo precedente, scrive Claudio Martelli il 17 febbraio 2017 su “Il Quotidiano.net”. Per alcuni "Mani Pulite" fu la giusta – divina forse? – punizione per l’indebita l’euforia degli anni ottanta che indebitò lo Stato. Ma è una leggenda. Nell’83 quando Craxi diventa presidente del Consiglio il debito pubblico ammontava già al 70 per cento del Pil. La dilatazione della spesa era cominciata nei Settanta col consociativismo spendaccione tra Dc e Pci e con l’inflazione a due cifre che moltiplicava gli interessi sul debito. È vero che con il governo Craxi e i successivi il debito continua a salire ma, almeno, nel quadriennio di Craxi l’inflazione venne abbattuta e l’economia crebbe sino al 4,5 per cento. Un miraggio negli anni successivi. Ora il debito pubblico – in euro – in metà del tempo è cresciuto del doppio nonostante i bassissimi interessi e i massicci acquisti della Bce. Quanto a industrie e infrastrutture quelle non vendute ristagnano, la produttività e il tenore di vita sono calati rispettivamente del 20 e del 14 per cento e abbiamo meno diplomati e laureati di tre lustri fa. Solo la corruzione è aumentata eppure i partiti sono morti. Vive la partitocrazia in simulacri al servizio di capi e capetti che nominano senatori e deputati i loro servitori. Nulla più della parabola di Di Pietro dà il senso del disastro. Il grande inquisitore processato perché prendeva soldi in prestito da chi inquisiva dovette lasciare la toga. Poi, svergognato da un’inchiesta tv per aver fatto man bassa dei finanziamenti pubblici al suo partito, ha dovuto lasciare anche la politica. Non diversa la storia dei segretari amministrativi della Lega e della Margherita arrestati per analoghi motivi. O vogliamo parlare di Fini? O degli scandali Parmalat, Cirio, Monte dei Paschi? Ciascuno eccede dieci, venti volte il finanziamento Enimont che ruinò la Prima repubblica. Quella che Di Pietro marchiò come «la madre di tutte le tangenti» al confronto appare quasi una parente povera. L’epitaffio l’ha scritto Francesco Saverio Borrelli, l’inflessibile guida del pool «Mani pulite»: «Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale». Nei codici questa condotta si chiama «delitto colposo» e la colpa ammessa è quella, avendo «buttato» la Prima repubblica di aver propiziato la Seconda. La Prima era quella dei partiti che l’avevano creata trasformando il regime fascista in un regime di partiti. Partiti veri, formazioni storiche, comunità organizzate, divise da ideologie, legami internazionali, conflitti di classe. Migliaia di sedi, giornali, funzionari, congressi, associazioni fiancheggiatrici, campagne elettorali non si finanziano con parole. Il sistema di finanziamento era vasto, ramificato e spesso illegale. Casi di corruzione individuale e scandali clamorosi furono neutralizzati o dal regime delle immunità politiche o dall’indulgenza giudiziaria. La repubblica doveva essere riformata in radice, soprattutto da quando, con il crollo del comunismo e il varo del mercato unico europeo, il contesto internazionale da protettivo si era fatto ostile. Ma i leader democratici o non capirono o non agirono e furono travolti dalla rivolta antipartitica scatenata da un establishment impaurito e dai media, dalle nuove e vecchie forze anti sistema. Mentre il paese precipitava nella crisi economica, la lira veniva svalutata e il governo nottetempo metteva le mani sui conti correnti degli italiani si aprì la caccia al capro espiatorio. Arma letale fu l’uso violento della giustizia, gli arresti e il carcere preventivo per estorcere confessioni, delazioni, chiamate di correità a catena. «Mani pulite» è stata la più colossale operazione di polizia giudiziaria della nostra storia: trentamila indagati, tremila arrestati, tra cui cinquecento parlamentari, decine tra ministri e primi ministri, grandi e piccoli imprenditori, dirigenti, funzionari. Decapitati in piazza e in effigie i leader e i partiti di governo la repubblica si schiantò e cominciò una crisi che non ci ha più lasciato.

Vittorio Feltri su “Libero Quotidiano il 18 febbraio 2017: Mani pulite, coscienze sporche. Così i magistrati sono diventati una casta di intoccabili. Domani ricorrono i 25 anni di Mani Pulite. Manette d’argento potrebbe andare come titolo della celebrazione del quarto di secolo, e invece della marcia nuziale con l’organo, per la colonna sonora suggerirei il tintinnare degli schiavettoni a cura dei comunisti col Rolex, J-Ax e Fedez, possibilmente ospiti di Fabio Fazio. Ma che tristezza. Di solito si dice: sembrava ieri. A tutti noi, parlo a naso ma ci azzecco, paiono invece cento anni. Le decrepite rievocazioni raccolgono quattro gatti acciaccati. Le tricoteuses, che affollavano furenti e festanti corridoi e aule di Palazzo di Giustizia di Milano, preferiscono da tempo Sanremo. Tutto il resto è noia, per restare in tema di canzoni. Una barba. Un coro universale di lamenti, da destra e sinistra, inquirenti e inquisiti d’accordo nel giudizio: il rimedio non è servito o addirittura è stato peggiore del male. I componenti del famoso pool, che hanno fatto tutti carriera, si lagnano che quella stagione della loro gloria non è servita a niente, eccettuata la loro popolarità, e ogni cosa è come prima, quanto a corruzione e latrocini. I parenti dei 45 suicidi, tra i 5.000 arrestati di quella epopea carceraria, eccepiscono che non è proprio come prima: mancano i loro cari, annientati dal terrore e dal discredito preventivo della carcerazione un tanto al chilo, usata a mo’ di tortura. Venticinque anni per nulla? Un bilancio è roba da storici più che da gazzettieri. Mi affido perciò al professor Paolo Mieli. Da direttore della Stampa e del Corriere della Sera egli fu protagonista di quella macchina da guerra che assemblava in magica alchimia pool di toghe e di cronisti. Ci diede dentro da par suo, occupandosi anche di consegnare lui, tramite edicola, un mandato di comparizione per corruzione a Berlusconi durante il raduno dell’Onu contro la criminalità che il Cavaliere presiedeva da premier a Napoli (22 novembre 1994), dopo di che precipitò. Tutto bello, tutto giusto? Mica tanto. Mieli ammise lealmente nel 1998, a frittata fatta a proposito di Mani pulite: «Ci ho creduto e l’ho sostenuta. Ma adesso capisco che Mani Pulite non è il nuovo, è la vecchia storia dei buoni contro i cattivi. Perché ci sono voluti tanti anni per comprendere che anche il Pci-Pds non era estraneo al sistema di Tangentopoli? Con Berlusconi abbiamo esagerato, mentre con l’Ulivo siamo stati troppo cortigiani». Parole sante, ma tardive come è giusto sia per gli storici. Da modesto scriba di note quotidiane me ne accorsi un bel po’ di anni prima. Non c’era bisogno di aquile per denunciare la parzialità dell’ambaradan messo su alla procura di Milano e che il procuratore generale del tempo, Giulio Catelani, buon’anima, definì «Rivoluzione italiana», che è cosa un po’ fuori dai binari dell’amministrazione della giustizia e diventa politica della peggior specie, quella che non si nutre di voti ma di fax. Con il risultato di travolgere il sistema democratico e di nuocere alla reputazione dei Tribunali. In effetti Mani Pulite divenne ben presto un modo per stringersi intorno al collo di qualcuno lasciando intatti altri. La macchina da guerra delle toghe infatti preparò la strada - una volta demoliti leader e quadri dirigenti del pentapartito (per i giovani: democristiani e socialisti non filocomunisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali) - all’altra macchina da guerra, quella gioiosa, quella di Occhetto. Che fu preservata per un incantesimo da decimazioni e inchieste, salvo a livello basso, dove i tangentari furono trattati persino da eroi che non parlano. Con L’Indipendente sostenni dagli inizi e fino al 1993, il lavoro di lavanderia specialmente di Antonio Di Pietro: avevo creduto alla promessa che la sua scopa avrebbe spazzato il letame anche dagli angoli di sinistra della piazza politica. Non accadde, e ne tirai presto le conseguenze proponendo l’alleanza trinitaria tra Berlusconi, Bossi e Fini, con ciò mandando all’aria il disegno neanche tanto sotterraneo sopra rivelato da Mieli, il quale, non dimentichiamolo, aveva per editore la Fiat. Sono certo che uno come Piercamillo Davigo se avesse avuto modo di rovesciare i calzini dei compagni avrebbe sistemato da par suo anche capi e capetti comunisti ed ex comunisti. Questo magistrato, oggi capo del sindacato delle toghe, non ha mai avuto venerazione per le Botteghe Oscure, semmai per le gattabuie. Il suo ideale politico sono sempre state le galere, purché piene. Ma i risultati sono quelli che sono. Noia e persino nostalgia (ingiusta) degli Anni 80, quando la magistratura aveva buttato le ancore nel porto delle nebbie. Il risultato di quell’attivismo unilaterale è una stanchezza generale. E l’impressione non immune da verità è che la magistratura abbia abusato di quella popolarità guadagnata a suon di arresti e processi di alti papaveri per erigersi a casta di intoccabili. Infatti la politica, che per tanti aspetti fa schifo, così come ripugnano i mestieranti della medesima, subisce di tanto in tanto la scrematura delle elezioni popolari e le scrollate spesso politicamente orientate dei colleghi di Davigo. Mentre le toghe si sono elevate da se stesse sopra i cieli dove pretendono di essere come la Madonna. Che non a caso è l’appellativo con cui colleghi, cronisti e simpatizzanti avevano battezzato Di Pietro. Il quale sarà pure una brava persona ma è la cosa più lontana dall’Immacolata Concezione che io riesca ad immaginare. Di Vittorio Feltri

Venticinque anni fa i Pm demolirono la prima Repubblica, scrive Piero Sansonetti il 17 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". “Mani pulite” fu una grandiosa operazione politica, l’obiettivo era “purificare”: 25mila indagati, 4mila arresti, meno di 2mila condanne e il sistema dei partiti venne raso al suolo. Vinse l’alleanza tra magistratura e media. L’operazione “mani pulite” iniziò esattamente 25 anni fa, il 17 febbraio del 1992, con l’arresto di Mario Chiesa, funzionario socialista milanese piuttosto ignoto, beccato con sette milioni di tangente in tasca. Anche se dall’arresto di Chiesa all’esplodere dello scandalo politico che travolse la prima repubblica passarono poi diversi mesi. In mezzo ci fu una campagna elettorale, la vittoria della Lega Nord, l’uccisione del big democristiano (andreottiano) siciliano Salvo Lima, il terrificante attentato mortale a Giovanni Falcone, e infine l’elezione del nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Poi arrivò l’estate e in una caldissima giornata di fine giugno ci si preparava a dare notizia della nomina di Bettino Craxi a presidente del consiglio incaricato, e invece successe il finimondo. Nelle redazioni dei giornali arrivarono delle carte nelle quali si parlava del coinvolgimento diretto di Bettino Craxi in una storia di tangenti milanesi. Le carte – presumibilmente: molto presumibilmente – erano state inviate dalla stessa procura di Milano, dove – agli ordini del Procuratore Saverio Borrelli – si era costituito un pool di magistrati, incaricato esplicitamente di muovere l’assalto al quartier generale della politica, e in particolare all’asse Dc-Psi, e ancor più in particolare alla persona di Bettino Craxi. I nomi dei magistrati del pool sono i nomi più noti tra tutti i nomi dei magistrati del mondo: Di Pietro, D’Ambrosio, Colombo, Davigo. La prima mossa fu quel dossier fatto giungere anonimamente alla redazioni. La notizia rimbalzò a Montecitorio e al Quirinale, e Scalfaro da un mese presidente della repubblica, decise di soprassedere alla nomina di Craxi. Fece qualcosa di più: avvertì Craxi che il suo nome era fuorigioco e che toccava a lui scegliere tra i suoi due delfini: Claudio Martelli o Giuliano Amato. Craxi scelse Amato, facendo infuriare Martelli (che mai gliela perdonò) e il 28 giugno Amato fu incaricato. È da quel momento che “mani pulite”, eliminato il nemico numero 1, inizia in grande stile. Il Psi viene travolto in pochi mesi. La destra Dc altrettanto. La sinistra Dc e il Pci vengono colpiti di striscio, ma escono quasi incolumi dal bombardamento. I numeri dell’inchiesta “mani pulite” sono incerti. Ieri Repubblica par- lava di 4520 indagati e di 661 tra condannati e persone che accettarono di patteggiare (i condannati veri e propri furono 316, cioè circa il 7 per cento degli indagati). In realtà questi numeri si riferiscono solo alla Procura di Milano, che fu il motore di “mani pulite”, ma le inchieste, e gli avvisi di garanzia, e gli arresti, si estesero a tutt’Italia. I numeri finali sono incerti: più o meno gli indagati furono 25 mila, gli arrestati circa 4000, il numero delle condanne non si conosce ma comunque la media nazionale è simile a quella milanese: circa il 7 per cento. Capite bene che 25 mila indagati è un numero enorme. Un pezzo gigantesco del ceto politico fu messo alla sbarra. E nel clima che si era creato, soprattutto per la partecipazione attiva della stampa e della televisione alle indagini, si era realizzata una situazione nella quale chiunque ricevesse un avviso di garanzia era costretto a dimettersi e a lasciare la politica. Di quelle circa 20 mila persone che furono costrette a lasciare la politica e poi risultarono innocenti (o comunque non furono condannate) si e no una decina riuscì a rientrare nel giro. Gli altri furono messi fuori dal campo e basta. Gli avvisi di garanzia arrivavano quasi sempre al momento giusto. A Craxi arrivò l’avviso nel dicembre del ‘ 92, dieci giorni prima di Natale, e fu un siluro che lo costrinse a lasciare la segretaria del partito. Claudio Martelli si mise in corsa per prendere il posto di Craxi, disse che voleva “salvare l’onore politico del Psi”, ma il 19 febbraio del 1993, mentre era in corso una riunione dell’assemblea nazionale del Psi all’hotel Ergife di Roma, e mentre Martelli si stava per candidare alla segretaria, arrivò l’avviso anche a lui. Lui era il ministro della Giustizia, era il leader politico che aveva promosso e protetto Falcone: non piaceva alla Procura di Milano, che se ne disfò in quattro e quattr’otto. Martelli, che era uno dei dieci uomini più potenti d’Italia, scomparve dalla scena in quell’esatto momento. Naturalmente questo meccanismo da Santa Inquisizione non poteva funzionare se la magistratura fosse stata sola a guidare l’operazione. Ma la magistratura non era sola: con lei si era schierata praticamente tutta la stampa italiana. Quella di destra, quella di sinistra, quella di centro, quella politica e quella scandalistica. Guidata dai giornali della Fiat, dal Corriere della Sera, ma anche dai giornali più vicini al Pci come la Repubblica e naturalmente anche l’Unità. La magistratura in un primo tempo aveva spaventato anche gli editori dei giornali, perché aveva colpito duro i vertici della Fiat e aveva persino, per qualche ora, messo in arresto De Benedetti. Ma l’imprenditoria si arrese quasi subito e accettò di collaborare con la magistratura e di mettere a disposizione i propri giornali, in cambio dell’impunità. Così fu. E’ ancora così. Dicevamo dei 25.000 procedimenti avviati e conclusi con un po’ più di mille condanne. Possiamo dire che dal punto di vista giudiziario “mani pulite” fu un fallimento. Fu però un successo senza precedenti dal punto di vista politico. Il pool di Milano riuscì a portare a termine la più clamorosa riforma istituzionale mai realizzata nell’Italia repubblicana. Il sistema democratico fondato sui partiti – sulle loro strutture, sulle loro idee, sui loro meccanismi popolari – fu raso al suolo in poco più di un anno. I leader di quel sistema politico scacciati e messi in fuga o alla berlina. I rapporti tra politica e magistratura rovesciati. Diciamo che la prima repubblica fu cancellata. Quando si dice prima repubblica spesso si intende un sistema politico partitocratico e corrotto, che stava rovinando il paese. Non è esatto. La prima repubblica era quella costruita sui valori della lotta partigiana e sulle idee di grandi tradizioni politiche come quelle del cristianesimo sociale, del comunismo, del socialismo e del liberalismo. Immaginata e costruita da personaggi come De Gasperi, Einaudi, Croce, Togliatti, Nenni, Calamandrei, La Malfa. Sarebbe quella compagine che ricostruì l’Italia distrutta dal fascismo, la portò pienamente dentro un regime democratico, ne promosse lo sviluppo economico e sociale, la modernizzò attraverso grandiose riforme di tipo socialista o di tipo liberale. Non proprio una schifezza. Se uno prova a fare un bilancio storico politico e sociale della prima repubblica e lo mette a confronto con un bilancio della seconda repubblica (quella nata sulla spinta dell’inchiesta “mani pulite”) si mette a ridere. La fine della prima repubblica pone fine al primato della politica. E dunque ridimensiona fortemente la portata della democrazia. Il potere si trasferisce. In particolare nelle mani dei potentati economici, che dettano le scelte di fondo. In parte nelle mani della magistratura, che da quel momento diventa largamente in grado di controllare il ceto politico e di determinarne la selezione e anche le scelte. “Mani pulite fu un complotto”? No, io non lo credo. Però “mani pulite” riuscì perché perseguì un disegno politico. Che era duplice: “purificare” la società italiana e abolire i partiti. Il pool di Milano credeva sinceramente e con passione che le due cose coincidessero. La seconda parte di questo disegno è perfettamente riuscita. La prima no. E da quel momento la magistratura si convinse che il proprio compito non fosse quello di giudicare i colpevoli e gli innocenti, come dice la Costituzione, ma quello di assumere un ruolo di Guida Etica della società e dello Stato. E di garante della moralità.

DEVASTATI DA MANI PULITE.

Quelle trame Davigo-Grillo per estromettere Berlusconi. Tre incontri con l'ex pm per ideare l'emendamento che vieterebbe al Cavaliere di rimanere capo politico, scrive Giampiero Timossi, Domenica 1/10/2017, su "Il Giornale". Piercamillo Davigo è un uomo d'ingegno e infatti non perde occasione per ricordare: «I magistrati non possono far politica, non la sanno fare». Solo che poi dimentica quello che dice a verbale e ascolta la voce del suo Io interiore. È un quarto di secolo che uno degli eroi del pool di Mani Pulite continua a far politica. Lasciata la guida dell'Associazione Nazionale Magistrati e tornato in Cassazione, Davigo corre da un convegno all'altro, passa dalla festa del Fatto Quotidiano (dove ovviamente ribadisce il concetto che i magistrati non sanno fare politica), quindi incontra il leader del movimento che gli piace di più, i Cinque Stelle di Beppe Grillo. «Tre incontri nelle ultime tre settimane», trapela dall'entourage grillino. Tre incontri per mettere definitivamente a punto la regola «ammazza-Berlusconi». Un emendamento al rispolverato Rosatellum che dice: «Chi è incandidabile non potrà essere il capo politico di una coalizione». Così l'insidia Berlusconi sembra neutralizzata con un emendamento ad personam, alla faccia della decisione della Grande Chambre della Corte dei diritti dell'uomo, che si dovrebbe pronunciare entro il 22 novembre sul ricorso presentato dai legali dell'ex premier. L'ultima variante in commercio dell'«ammazza-Berlusconi» arriva da un'idea nata qualche settimana fa e ha iniziato a prendere forma quando sono uscite le regole, tutte nuove, per trovare il candidato premier. C'era il palese tentativo, ovviamente riuscito, di «blindare» l'elezione dell'indagato Di Maio. Ma c'era anche dell'altro, perché il nuovo testo sentenziava: chi vincerà la consultazione on-line diventerà subito nuovo capo del partito. Una definizione in apparenza quasi anacronistica, per alcuni vuota di un vero significato e capace solo di irritare la fronda grillina contraria all'ascesa di Di Maio. Storie, ora quella precisazione rende ancor più chiaro il progetto nato dalla coppia Davigo-Grillo: «sostituire» il capo politico del M5s. Perché, in base all'emendamento presentato due giorni fa, anche il comico genovese non potrebbe guidare il Movimento. Impossibile per chi, come lui, è stato condannato in via definitiva. Lo ha già fatto? Vero, ma ora non più, così come in passato Grillo non era stato candidato, per non violare apertamente i paletti della legge Severino. Adesso, con il solito tempismo, il leader comico ha lanciato la «rivoluzione d'ottobre», vuol far sapere che tutto il potere è nella mani di «Giggino», mentre lui farà ancora una volta un passo di lato, per poi sostenere commosso «che non lascerà mai», ma cercando in verità di smarcarsi. Ed è tutto uno smarcarsi, giusto per restare sempre in campo, ma nelle posizioni ogni volta più congeniali alle proprie aspirazioni politiche. Vale per Grillo, certo. Ma potrebbe anche valere per Davigo. Lui, o chi per lui, aveva cullato il sogno che qualcuno lo investisse dell'ingrato compito di diventare il candidato premier a Cinque Stelle. Il gioco sarebbe valso la candela: anche se un magistrato non sa fare politica potrebbe sempre imparare, soprattutto se in palio c'è la possibilità di governare l'Italia. Solo che nessuno ha chiesto alla toga di diventare premier, perché era già tutto apparecchiato per servire Di Maio. Pazienza, resterebbe viva l'ipotesi di una futura nomina a ministro di Giustizia, magari dirottando il collega Nino Di Matteo all'Interno. Ipotesi, per ora. Perché tra tanti concorrenti, alla fine Davigo potrebbe spiccare il volo. Diventando per i Cinque Stelle il candidato ideale per la presidenza della Repubblica. Passando da Tangentopoli al Quirinale, grazie a una marcia lunga 25 anni. E un percorso alternativo davvero ingegnoso.

POLITICA DELLA PAURA, scrive il 3-10-2017 “L’Avanti". “Un consenso che si fonda sulla paura delle manette”: parte da qui la proposta socialista per l’istituzione urgente di una commissione di inchiesta parlamentare attorno agli effetti dell’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite” sulle elezioni politiche del 1994 e sul sistema politico italiano degli anni successivi. L’iniziativa è nata in seguito alle dichiarazioni dall’ex magistrato Antonio Di Pietro, rilasciate ad alcuni organi di informazione. “Ho fatto una politica sulla paura” – ha detto Di Pietro, già leader del movimento politico Italia dei Valori. “La paura delle manette, l’idea che “sono tutti criminali”, la paura che chi non la pensa come me sia un delinquente. Poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi verso la terza età, mi sono accorto che bisogna rispettare anche le idee degli altri”. E ancora: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite, e con l’inchiesta Mani Pulite si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali”. La proposta di legge è stata presentata dal Psi in entrambi i rami del Parlamento e porta la prima firma del deputato Oreste Pastorelli alla Camera e del senatore Enrico Buemi a Palazzo Madama. “Vogliamo fare chiarezza sul comportamento di un magistrato – afferma Nencini nella conferenza di presentazione della proposta – che dichiara vent’anni dopo: “Abbiamo raggiunto il consenso grazie alla paura delle manette’. Siccome questo non è uno stato inquisitorio, ma uno stato di diritto, vogliamo capire cosa si nasconde dietro a ciò che dichiara un ex magistrato”. Il segretario del Psi precisa che “non si tratta di legare la commissione d’inchiesta a questo o quel partito. Non chiediamo di indagare su tangentopoli, di cui non ci interessa nulla, chiediamo che la commissione lavori per capire cosa c’è dietro” alle parole di Di Pietro: “È stato applicato il diritto o la paura delle manette? Vogliamo chiarezza su questo punto”. “Di Pietro – dice ancora Nencini – ha parlato di ‘politica della paura e delle manette: parole da Stato inquisitorio, non da Stato di diritto, termini lontani da una giustizia giusta. Con una commissione d’inchiesta vogliamo sapere se i metodi utilizzati siano stati generalmente quelli ricordati da Di Pietro e se i diritti della difesa siano stati lesi o garantiti. Di Pietro renda ancora più esplicita la sua dichiarazione di cui riconosciamo il coraggio: con politica della paura e delle manette a chi si riferisce? Al clima generale del tempo o dietro la frase ci sono nomi e persone precise che sono state arrestate ed escluse dalla politica? Serve un secondo atto di coraggio, Di Pietro riempia di contenuti queste parole”. Per Nencini ormai esiste la “giusta distanza storica per cercare la verità oggettiva. Vogliamo ripristinare la verità storica e crediamo che la strada maestra per far luce sia quella parlamentare”. Si tratterebbe di una commissione d’inchiesta bicamerale, composta da 20 deputati e 20 senatori, con un rappresentante per ciascun gruppo presente in Parlamento. La durata della commissione è prevista di sei mesi. “Vogliamo – aggiunge Enrico Buemi- che sia ristabilita una verità storica a prescindere dalle sentenze. Quello insomma di verificare lo stato di diritto in un Paese democratico é un dovere. Occorre capire se si è agito in nome della legge o se si sono usati altri percorsi”. “Non é nostro obiettivo quello di individuare responsabilità personali, non è questo il punto. L’obiettivo è la ricerca delle verità. Una verità storica prescindendo dalle sentenze che ormai sono passate in giudicato”. La commissione dovrà occuparsi anche di un altro punto. “Quello della pressione mediatica che è scesa in campo con tutto il peso di cui disponevano i mass media”. Pia Locatelli, vicepresidente dell’Internazionale socialista e capogruppo Psi alla Camera, ricorda Moroni “che perse la vita oppure i danni arrecati a Del Turco e Mastella. Di Pietro fa un revisionismo di comodo. È lapalissiano che voglia candidarsi. D’Alema ha riabilitato Bettino Craxi con parole degnissime, ma in ritardo di qualche lustro”. Per Oreste Pastorelli “il tema interesserà l’intera politica. Non deve essere un argomento dei socialisti, ma della politica in generale. E dopo le parole di uno degli attori principali di quel periodo ci siamo sentiti in dovere di chiedere l’istituzione di una commissione per far emergere la verità”.

Nencini: «Paura e manette, ora la politica indaghi su Tangentopoli», scrive Giulia Merlo il 4 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Dopo le “confessioni” di Antonio Di Pietro, i socialisti chiedono una commissione d’inchiesta: «Mani pulite ha distrutto i partiti del ‘900». Una commissione d’inchiesta parlamentare sul Tangentopoli, per chiarire gli effetti dell’inchiesta sulle elezioni del 1994. La proposta, presentata alla Camera dal Partito socialista, «nasce dalle dichiarazioni del leader del pool, Antonio Di Pietro, il quale alcuni giorni fa ha dichiarato: “Abbiamo costruito il consenso sulla paura delle manette”», ha spiegato Riccardo Nencini, segretario socialista e viceministro dei Trasporti.

I socialisti chiedono una commissione d’inchiesta su Tangentopoli. La vendetta è un piatto che va servito freddo?

«Non c’entra nulla. Guardi, avrei trovato gravi le parole di Di Pietro anche se militassi in un partito diverso. Si tratta di dichiarazioni che suscitano reazioni al di là dell’appartenenza politica: quando un ex magistrato, riferendosi alla sua attività negli anni in cui vestiva la toga, mette insieme «consenso» e «paura delle manette», crea un connubio proprio degli stati inquisitori e totalitari. A lei non sembra pericoloso, in uno Stato di diritto? A questo bisogna pensare, indipendentemente dall’appartenenza politica dei singoli».

E quale mandato dovrebbe avere la commissione d’inchiesta?

«La commissione dovrà fare anzitutto chiarezza. Già ne 1992 e negli anni successivi si mise in dubbio la tecnica con cui venne portata avanti l’inchiesta di Mani Pulite, e ora quei dubbi trovano conferma nelle parole del massimo protagonista di quel periodo. Di più, le sue ammissione aprono il campo a ulteriori domande».

Per esempio?

«Per esempio bisogna chiarire se il sistema utilizzato nelle indagini e nell’inchiesta sia stato corretto e se i diritti della difesa siano stati lesi o meno. Se, come ha detto Di Pietro, è la paura delle manette che crea il consenso per proseguire l’indagine, in cosa si sostanzia questa paura delle manette? Di Pietro dovrebbe essere più chiaro: c’è un riferimento specifico, dietro le sue parole? La mia non è una illazione politica ma una riflessione a partire da ciò che ha dichiarato un magistrato importante, nell’interesse dello Stato».

Lei immagina che si sia trattato di una linea di condotta generalizzata nella magistratura dell’epoca?

«Io mi chiedo e vorrei chiedere a Di Pietro se quello che ha descritto era una fenomeno che riguardava soltanto lui. Dopo questa prima ammissione di verità, anche coraggiosa da parte sua, ne dovrebbe seguire una più specifica: lui sostiene che si costituì il consenso sulla paura delle manette, e allora dovrebbe fare nomi, cognomi, episodi…»

Il giudizio è pesante e rischia di cadere sull’intera categoria della magistratura.

«Senta, conosco ottimi magistrati e so benissimo che non tutti la pensano come Di Pietro. Si tratta, però, di dichiarazioni pubbliche mai smentite e in un paese civile si ha il dovere di chiedere di più, soprattutto vista la rilevanza avuta da Tangentopoli nella storia del Paese».

Che effetti ha provocato Tangentopoli per la politica italiana?

«Intanto ha consentito l’anticipazione di alcuni fatti: l’Italia è stato il primo Paese a sperimentare la politica dell’uomo solo al comando, dopo la distruzione dei partiti. Il fenomeno è apparso anche altrove, negli anni successivi, ma lì i partiti sono rimasti, anche se hanno cambiato caratteristiche e organizzazione. Da noi, invece, Mani Pulite ha imposto un’accelerazione al fenomeno della distruzione dei partiti di stampo novecentesco, dovuta non a un cambiamento sociale ma all’intervento della magistratura».

Eppure, riprendendo le parole di Di Pietro, di quale «consenso» aveva mai bisogno la magistratura, per condurre quell’inchiesta?

«E’ esattamente questo il punto da chiarire: proprio perché la magistratura non ha bisogno di consenso il fatto è grave. Un’indagine non si parametra sul consenso che esternamente si riceve, eppure nel 1992-‘ 93 Di Pietro ha ritenuto che il consenso fosse necessario per procedere a tappe forzate in un’indagine di cui ben conosciamo gli esiti. Non solo, rimane aberrante il binomio manette consenso, che poco ha a che vedere con l’esercizio della giustizia ma adombra l’inquietante sensazione di un potere giudiziario che punta a volersi sostituire al potere politico».

A 25 anni da Tangentopoli, in questi mesi si sta allungando la lista di politici assolti dopo inchieste molto enfatizzate sulla stampa. La politica ha ora buone ragioni per rifarsi sulla magistratura?

«No, io non credo che la politica viva un senso di rivalsa. Rilevo però, citando solo due casi, che l’inchiesta su Mastella provocò la caduta del governo Prodi, mentre il caso Orsoni ha azzerato il comune della città di Venezia. Tutto questo mi fortifica nelle mie convinzioni: la necessità della separazione delle carriere tra giudice e pm e della responsabilità civile dei magistrati».

Tornando alla commissione d’inchiesta, lei crede che troverà consenso tra i suoi colleghi in Parlamento?

«Ma certo, io spero che i colleghi mi diano il sostegno. Immagino che siano preoccupati quanto me se un ex magistrato, riferendosi alla sua precedente attività in toga, si esprime nei termini usati da Di Pietro. Oggi presenteremo la proposta di legge alla Camera, poi lo faremo al Senato e speriamo sia calendarizzata. Se così non fosse, ci rivolgeremo al ministro della Giustizia, Andrea Orlando».

Di Pietro confessa: "Ho fatto politica sulla paura delle manette". Il mea culpa dell'ex magistrato, che ammette di aver considerato "un criminale" chiunque non la pensasse come lui. La feroce (tardiva) autocritica del paladino di Mani Pulite, scrive Valerio Valentini l'8 Settembre 2017 su "Il Foglio".  A dire certe cose di Antonio Di Pietro – tipo che l'ex pm ha costruito il consenso politico sulla paura delle manette, demonizzando qualsiasi avversario politico e dipingendo un'intera classe dirigente come una masnada di criminali – si rischiava di passare subito per biechi antidipietristi difensori di tangentisti e corrotti. Almeno fino ad oggi. Perché ora, a dire certe cose di Antonio Di Pietro, è proprio l'ex magistrato. La confessione, o se preferite il mea culpa, arriva durante un collegamento video con lo studio di “L'Aria che tira estate”, trasmissione condotta da David Parenzo su La7. Mancano pochi minuti a mezzogiorno, e il dibattito in studio si trascina, un po' stancamente, sulla propaganda di alcuni partiti che speculano sull'infondato timore della diffusione di malattie letali legate all'arrivo dei migranti, quando Di Pietro coglie l'occasione per ammettere le proprie “colpe”. “Se si cerca il consenso con la paura, lo si può ottenere a 3 giorni, a un'elezione, ma poi si va a casa. Io ne sono testimone, ché ho fatto una politica sulla paura e ne ho pagate le conseguenze”. Sgomento e incredulità tra gli ospiti, ma solo per un attimo. Poi subito scatta l'applauso, con Parenzo che chiede all'ex leader dell'Italia dei Valori di chiarire meglio il significato delle sue dichiarazioni: “In che senso, paura?”. Risponde Di Pietro: “La paura delle manette, la paura del, diciamo così, “sono tutti criminali”, la paura che chi non la pensa come me è un delinquente e quant'altro. Poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi verso la terza età, mi rendo conto che bisogna rispettare anche le idee degli altri”. Lo stupore per questa inattesa, feroce autocritica, è enorme. Tanto che sia l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, sia la deputata berlusconiana Laura Ravetto insieme alla collega renziana Simona Malpezzi, restano indecisi su come reagire. Il primo a parlare è Luigi Crespi, ex sondaggista di fiducia del Cav, che soddisfatto afferma: “Questo è un pezzo di storia”. Cui si aggiunge, subito dopo, anche un passaggio su Tangentopoli: “Io porto con me una conseguenza. Ho fatto l'inchiesta Mani Pulite, con cui si è distrutta l'intera Prima Repubblica: il male, e ce n'era tanto con la corruzione, ma anche le idee. Ed è così che sono nati i cosiddetti partiti personali: Di Pietro, Bossi, Berlusconi e quant'altro. Ovvero partiti che hanno al massimo il tempo della persona”. A qualcuno, certo, potrà forse apparire tardivo, questo radicale ripensamento. A qualcuno perfino sospetto, arrivando a pochi giorni di distanza dall'annuncio semiserio dello stesso Di Pietro su un suo eventuale ritorno in politica – magari tra le schiere dei bersaniani di Mdp. Intanto, comunque, la deposizione può essere messa agli atti. Poi si vedrà.

A 25 anni dalla morte di Moroni non c'è bisogno di Di Pietro per capire i danni di Mani Pulite. L'ex pm avrebbe fatto autocritica sull'inchiesta. Ma se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere o magari spieghi come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni, scrive Fabio Cammaleri il 27 Settembre 2017 su "Il Foglio". La notizia sembra questa: che Antonio Di Pietro avrebbe svolto un’autocritica su Mani Pulite. Più in particolare, ha affermato di aver capito, a 67 anni, che “...ho fatto una politica sulla paura...la paura delle manette...la paura del, diciamo così, ‘sono tutti criminali’, la paura che chi non la pensa come me sia un delinquente”. E poi aggiungendo: “...con l’inchiesta Mani Pulite, si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali”. Mani Pulite, e la sua critica storico-sistemica accompagnano alcuni, pochi, convinti dubbiosi, da molti anni: perciò, per costoro, nessuno stupore. Critica ai suoi presupposti: la deliberata indistinzione fra piano individuale, il delitto; e piano generale, il finanziamento dei partiti di massa in un contesto internazionale parabellico. Critica, soprattutto, al suo svolgimento, che è diventato la sua più durevole conseguenza: la strumentale soppressione, per deformazione, del processo penale. E senza processo penale, non ci può essere democrazia, ovviamente. E’ ovvio che la “Rivoluzione Italiana” sia stato questo. E nemmeno stupisce l’allocuzione del Nostro: che di uscite apparentemente sorprendenti, e irrelate le une alle altre, ha costellato il suo profilo pubblico. Le parole su una qualsivoglia causa (qui, Mani Pulite) svaniscono nell’irrisorio, quando non ricevano nerbo e autorità da un’azione sulle conseguenze (qui, lo svuotamento democratico della Repubblica Italiana). Caso vuole che in questi giorni sia venuto il XXV anniversario di un certo fatto. Così ci capiamo. Fu invece un fatto esplicativo, quello: non solo per lo specifico modo in cui cadde sulla vita civile della comunità nazionale. Ma perché svelò un Catone Uticense del nostro tempo: che seppe fissare, lucidamente, la portata di Mani Pulite sulla democrazia italiana. In corso d’opera. Con orgoglio tragico levò la sua voce contro quegli infausti fasti, intessendo la sua parola di umana verità, di suprema verità. A capo chino, volgiamoci alla sua memoria: “...quando la parola è flessibile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri, nelle mie stesse condizioni, abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione), che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima. Sergio Moroni”. Era il 2 Settembre di venticinque anni fa. Scriveva al Presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il “gesto”, come si ricorderà, prese la forma di un colpo di carabina con cui il deputato socialista si uccise: “l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita”, nelle sue parole. Fu trovato la sera, riverso nella cantina della sua casa di Brescia. Aveva 45 anni. Venne affermato che poteva averlo fatto per la vergogna. Oppure perché aveva un tumore. Il tumore fu smentito il giorno dopo dal fratello, con mesta nettezza. Sulla vergogna, su chi e perché, se ne potrebbe ancora discutere. Giustappunto. Era Segretario regionale lombardo del Partito, e membro della Direzione Nazionale. Poco prima aveva ricevuto due avvisi di garanzia, per “tangenti”, come recava il “gergo originario” di Mani Pulite. Ancora nessun atto d’indagine nei suoi confronti: allora occorreva l’autorizzazione a procedere. A quel modo, la concesse lui: poiché aveva esordito scrivendo, in un empito di tragico sarcasmo, che “l’atto conclusivo” serviva, in primo luogo, a “lasciare il mio seggio in Parlamento”. Nell’Ottobre dell’anno dopo, anche la democrazia parlamentare compiva il suo “atto conclusivo”: firmando una resa senza condizioni. Con la Legge costituzionale n. 3 del 29 Ottobre 1993, fu abrogata l’autorizzazione a procedere. Tuttavia, la tragedia fu più sfumata: perché quei Deputati e Senatori non disposero di un bene proprio, ma delle libertà costituzionali della Repubblica e, in relazione diretta, di ogni suo cittadino; da quel giorno in poi, e in un crescendo tuttora in atto, divenuto suddito di un Apparato burocratico sovraordinato ad ogni altra istituzione. Da quel Settembre 1992, molto diritto è passato al macero; molte vite si sono spente. E Sergio Moroni l’aveva previsto. “E’ indubbio che stiamo vivendo un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro Paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono espressione.” Era leale, Sergio Moroni: “Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito, e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere...”. Per deliberata scelta di taluni, è noto, non si volle distinguere. Si scelsero le monetine contundenti, autentica effigie fondativa di quella svolta autoritaria: “Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che merita coltivando un clima da ‘pogrom’ nei confronti della classe politica...”. No. Infatti. Nel crescente disprezzo verso quanti coltivarono e coltivano la necessità di distinguere, il Paese, nelle turbe, come dalle cattedre dell’Apparato, da allora, si è dato a ricostruire il suo passato più buio: per la convivenza civile, per la conoscenza, per la libertà personale. E non c’era davvero bisogno di Antonio Di Pietro per scoprirlo. Se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere, fra magistrati che accusano e magistrati che giudicano; o spieghi come, secondo lui (ricordando fatti, persone, luoghi, atti, però), certe centrali di propaganda sono sorte, come e perché si sono alimentate; come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni; come il Parlamento sia divenuta un’istituzione non più libera; e altro ancora, che più o meno ogni coscienza libera sa essere materia per il “Libro Proibito” della Seconda Repubblica. Oppure, confidi nell’oblìo.

Devastati da Mani Pulite. Non ha sconfitto la corruzione, ha alimentato il populismo e ha legittimato la moralizzazione pubblica per via giudiziaria. Eccola l’eredità di Tangentopoli, scrive Giovanni Fiandaca il 30 Marzo 2017 su "Il Foglio”. Che vi sia, a un quarto di secolo ormai di distanza, l’esigenza di una approfondita rivisitazione storico-critica della cosiddetta rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite, presumo che non siamo in pochi a pensarlo. E’ vero che il venticinquesimo “anniversario” ha già sollecitato qualche rievocazione giornalistica, ma siamo ancora lontani dall’avere aperto quella discussione pubblica vera, finalmente emancipata da ipocrisie moralistiche e pudori politicamente corretti, che sarebbe necessario una buona volta avviare. Non soltanto per comprendere meglio quel che avvenne allora, ma anche per verificare se alcune persistenti patologie possano ancora essere fatte risalire a quel recente passato. Tra queste patologie, alludo in particolare a quella perdurante nevrosi politico-istituzionale che continua a provocare conflitti tra politica e magistratura: e fa sì che la stessa politica odierna subisca forti condizionamenti da un’azione giudiziaria che tende a tutt’oggi a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti e, nello stesso tempo, a esercitare un controllo di legalità di fatto esorbitante da quegli spazi fisiologici che dovrebbero in teoria spettare al potere giudiziario. Un bilancio per comprendere quel che avvenne allora e verificare quali patologie possano essere fatte risalire a quel recente passato. Non intendo procedere a una revisione critica della contabilità giudiziaria (rapporti numerici tra indagati, incarcerati, scarcerati, prosciolti, condannati o assolti ecc.) riportata di recente in più di un intervento rievocativo. Rinviando ad una verifica già effettuata su queste colonne (cfr. l’articolo di Maurizio Crippa del 17 febbraio scorso), escluderei infatti che a orientare la rivisitazione di Mani pulite possa essere soltanto un approccio di tipo quantitativo circoscritto al concreto esito delle indagini e dei processi celebrati in quel periodo. Il discorso è più ampio e complesso, dal momento che ben trascende la conta ragionieristica delle condanne e riguarda piuttosto, com’è facile intuire, due questioni di fondo assai spinose: l’una concernente i rapporti sistemici tra giustizia e politica; l’altra relativa ai limiti di compatibilità tra una guerra a tutto campo alla corruzione e un pur equilibrato rispetto dei principi del garantismo penale. L’affossamento per via giudiziaria del precedente sistema basato sui partiti nati dalla Resistenza, non è stato soltanto un terremoto politico: è stato anche un trauma costituzionale, e ciò per il motivo evidente che la criminalizzazione di quasi un intero asseto politico-governativo esula dalle funzioni tipiche della giurisdizione penale. Ora, questa traumatica rottura dell’equilibrio tra i poteri avrebbe potuto trovare una ragione giustificatrice, beninteso secondo una unilaterale logica utilitaristica di risultato (altro è il discorso guardando da una prospettive più ampia, comprensiva di tutti i valori, principi ed equilibri anche costituzionali in giuoco), ad una condizione: a condizione cioè che la macchina da guerra repressiva riuscisse davvero a sortire come effetto una durevole sconfitta della corruzione pubblica. Cosa che però, come tutti sappiamo, non è invece avvenuta. E lo riconoscono apertamente persino magistrati protagonisti di allora, come Piercamillo Davigo il quale, invero, non si stanca di denunciare che la corruzione è andata estendendosi in maniera più capillare ed è andata via via assumendo forme nuove. Viene spontaneo, allora, chiedersi: valeva la pena che la repressione penale spazzasse via un ceto politico che, riguardato col “senno di poi” – e tanto più se messo a confronto con le poco felici performances almeno di alcuni dei protagonisti delle stagioni politiche successive – , ci appare forse meno incapace e indegno di quanto in quel momento non sembrasse? E valeva altresì la pena che la repressione, per di più, assumesse maniere così drastiche da perdere di vista che la lotta alla corruzione non avrebbe potuto in ogni caso giustificare un utilizzo più che disinvolto di carcerazioni preventive finalizzate alla collaborazione giudiziaria né, a maggior ragione, logiche inquisitorie suscettibili di accrescere il rischio (forse non sempre astratto) di reazioni suicidiarie? Secondo una stima recente relativa al periodo 1992-1994, i suicidi di persone coinvolte dalle indagini ammonterebbero al numero tutt’altro che irrilevante di 32! Il frutto di quell'epoca, oggi, è un'azione giudiziaria che tende a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti. Gli ostinati difensori di Mani Pulite potrebbero, nonostante tutto, obiettare che la rivoluzione giudiziaria fu oggettivamente necessitata tanto nel suo ambito di estensione, quanto nelle sue risolute modalità di attuazione. Ma solo una ingenuità puerile o un pregiudizio favorevole contiguo al fanatismo possono indurre a crederlo davvero: in realtà, quanto e come intervenire la macchina giudiziaria non può mai deciderlo da se stessa, in modo automatico e impersonale; lo decidono, con ampia discrezionalità di fatto se non di diritto, i magistrati in carne ed ossa competenti a farla funzionare. Ciò è tanto più vero di fronte ad una impresa giudiziaria priva di precedenti come quella milanese: questa inusitata impresa non avrebbe, in effetti, potuto vedere la luce se il pool di pubblici ministeri non si fosse intenzionalmente accollata la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica al fine di promuovere un ricambio della classe dirigente, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. E, infatti, i giudici ricevettero un esplicito ed entusiastico sostegno da parte di una opinione pubblica politicamente trasversale e di quasi tutto il sistema mediatico: per cui essi finirono col sentirsi legittimati a portare avanti questa vasta azione repressiva, più che in forza di un astratto obbligo legale, dalla diffusa richiesta popolare di fare piazza pulita della partitocrazia corrotta. Che all’origine di Mani Pulite vi fu (e non poteva non esserci) un complesso intreccio di fattori oggettivi di contesto e di protagonismo soggettivo sul versante magistratuale è del resto un assunto che trova conferma anche in alcune significative testimonianze di quella fase storica, così come riportate in qualche saggio ricostruttivo apparso in questo venticinquennio. Leggendo ad esempio la storia di Tangentopoli scritta da Marco Damilano (Laterza 2012), ci si imbatte in questo emblematico giudizio di un osservatore privilegiato come il noto imprenditore Carlo De Benedetti: “Una combinazione di protagonismo dei giudici e di un vaso ormai troppo pieno” (dove è chiaro che per vaso troppo pieno è da intendere una grave situazioni di crisi a più livelli). Orbene, proprio questo forte attivismo giudiziario, in funzione miratamente antagonistica rispetto al sistema partitico di allora, ha determinato non soltanto una esposizione politica della procura milanese eccedente i contraccolpi oggettivamente destabilizzanti che le indagini sulle vicende corruttive avrebbero comunque prodotto sulla tenuta dei partiti di governo: si è invero assistito a una sovraesposizione politica che ha finito con l’assumere la caratteristica aggiuntiva di un paradigmatico populismo giudiziario. Intendendo per tale, appunto, la forma di manifestazione del populismo penale sul piano specifico della giurisdizione: fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende, anche grazie a una frequente esibizione mediatica, di assurgere ad autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia dei cittadini, e ciò in una logica di concorrenza-supplenza e in alcuni casi di aperta contrapposizione rispetto al potere politico ufficiale. Non è un caso, allora, che questa figura di magistrato-tribuno, oltre ad impersonare di fatto un ruolo ibrido di attore giudiziario-politico-mediatico, finisca col cedere alla tentazione di entrare in politica e talvolta col dare persino vita a movimenti anti-sistema di impronta personale: le esemplificazioni sono così note che possiamo qui fare a meno di esplicitarle. Il frutto di quell’epoca, oggi, è un’azione giudiziaria che tende a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti. Sembra, dunque, abbastanza plausibile sostenere che Mani Pulite abbia avuto ricadute politiche ad amplissimo raggio che vanno al di là del colpo di grazia inferto al tradizionale sistema partitocratico: una magistratura consapevolmente operante come strumento di rivincita della società civile contro i partiti corrotti e i metodi utilizzati, in particolare, da un accusatore-tribuno del popolo come Antonio Di Pietro diedero infatti – come ha ad esempio apertamente riconosciuto Romano Prodi nel contesto di un libro-intervista su politica e democrazia (Laterza 2015) – un fortissimo impulso alla “stagione di un populismo senza freni”. Se ciò è vero, e se si condivide la convinzione che il populismo politico (comunque declinato: di destra, di sinistra o anche di destra-sinistra miste) non rappresenti una risposta intelligente ed efficace alla crisi della democrazia, prima di auspicare nuove rivoluzioni giudiziarie modello Mani Pulite bisognerebbe riflettere in maniera ponderata sul rischio che una giustizia penale caricata di missioni palingenetiche produca, alla fine, più danni che vantaggi. Segnalare questo rischio equivale a dare un giudizio negativo su un’impresa giudiziaria che è stata invece tante volte elogiata? Un consuntivo a venticinque anni di distanza, per quanto più distaccato e meno emotivo, non può non risentire (oltre che di pudori politicamente corretti) dell’orientamento politico-culturale e della sensibilità personale di chi giudica. Ma non è privo di significato che abbiano avuto ripensamenti anche alcuni di quelli che furono allora aperti sostenitori della rivoluzione giudiziaria, come ad esempio Piero Ottone: “In realtà, un po’ mi ricredo. Penso adesso, a tanti anni di distanza, che la pulizia improvvisa, la moralità imposta da un giorno all’altro, creava altri problemi (…). La lunga stagione di procedimenti giudiziari ha prodotto altri guai: se si eliminavano certi malanni se ne producevano altri. Infatti: molti magistrati ne hanno tratto una sensazione di onnipotenza, sono sbandati per altri versi” (citazione tratta dal libro di memorie Novanta, Longanesi 2014). Comunque la si pensi, certo è che Mani Pulite, oltre a non avere sconfitto la corruzione, ha contribuito anche per successiva emulazione ad alimentare tendenze ad un esercizio politicamente mirato dell’azione giudiziaria che da un lato hanno più volte continuato a produrre perniciose sovrapposizioni tra giustizia e politica e, dall’altro, hanno finito col determinare nei cittadini una progressiva caduta di fiducia rispetto all’imparzialità del potere giudiziario: secondo recenti sondaggi, infatti, la stragrande maggioranza (il 69 per cento) ritiene che alcuni settori della magistratura perseguano obiettivi politici, mentre all’epoca del pool milanese a confidare nei giudici era l’83 per cento delle persone (cfr. i dati riportati da Goffredo Buccini nel Corriere della sera del 22 marzo scorso). Se queste percentuali sono attendibili, risulta in realtà avvalorata la preoccupazione che l’uso politico della giustizia rappresenti – non meno del populismo nelle sue variegate forme – un pericolo mortale per la democrazia: perché ingenera l’illusione (che può risultare, a sua vota, deresponsabilizzante per la classe politica) che il rinnovamento politico e la moralizzazione pubblica possano essere perseguiti per via giudiziaria; e perché, per altro verso, assoggetta anche l’azione giudiziaria alla logica e ai metodi della contesa politica, così rinnegando l’imparzialità della magistratura quale principio-cardine di una democrazia degna di questo nome.

La contabilità di Mani pulite non dimostra la corruzione, ma il fallimento della rivoluzione per via giudiziaria-populista. L'operazione fu condotta come una gigantesca retata della buoncostume, impostata su reati e fattispecie di reati spesso ambigui, forzati, creati di sana pianta, scrive Maurizio Crippa il 20 Febbraio 2017 su "Il Foglio". Armarsi di pallottoliere è probabilmente il modo più congruo per affrontare il venticinquesimo “anniversario” di Mani pulite, schivando un certo schifo per le cose che si leggono oggi e senza dover ripercorrere tutta quanta la storia di questo giornale (rileggete Novantatré di Mattia Feltri, la ricostruzione giorno per giorno di quell’anno scritta nel 2003 per il Foglio, basta). Aiuta nella contabilità Repubblica, che ieri faceva “lezione” coi numeri: “Ben 4.520 persone vennero indagate nel solo filone milanese di Mani pulite”. Bisogna prendere sul serio queste cifre, quelle del “pool”. Su 4.520 iscritti nel registro degli indagati, derivarono 3.200 richieste di rinvio a giudizio (1.320 atti trasmessi ad altre autorità giudiziarie). Delle 3.200 persone giudicate a Milano: 620 condanne e patteggiamenti del gip, 635 proscioglimenti del gip (+15). Delle 1.322 persone rinviate a giudizio: 661 condanne, 476 assoluzioni. (Nel 2003 c’erano ancora 117 casi pendenti: la rapidità dell’indagine-lampo). Dunque in totale, su 4.520 persone finite nelle onnipotenti mani del pool, e su 3.200 rinviati a giudizio, le condanne sono 1.281 (965 per patteggiamento) e 1.111 le assoluzioni e proscioglimenti. Meno della metà dei processati è stata condannata, quasi altrettanto assolta. Significa che più del 50 per cento di quei processi e di quegli arresti (“noi incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato”, proclamò Francesco Saverio Borrelli), potevano non essere fatti, o non andavano fatti. Se valutasse il tasso di produttività del pool, e di efficienza negli esiti processuali, l’amministrazione dello stato avrebbe di che lagnarsi. Questo permette di dire due cose, fuori dalle polemiche e dalle retoriche. Quando oggi un ex magistrato del pool come Piercamillo Davigo – e alcuni altri con lui, tra cui certi bonapartisti ex cronisti di procura – sostiene che il fallimento di Mani pulite consiste nel fatto che la corruzione non è stata debellata, anzi è aumentata (“non si vergognano più”, è l’estremizzazione di Davigo), dice una cosa oggettivamente falsa. Non si poteva debellare la corruzione di un “sistema” con quei mezzi, cioè forzando le procedure e impedendo manu militari al sistema di riformarsi. Il fallimento dell’operazione – e dell’ideologia giudiziaria – di Mani pulite risiede nel fatto che fu condotta come una gigantesca retata della buoncostume, impostata su reati e fattispecie di reati spesso ambigui, forzati, creati di sana pianta (la “dazione ambientale” sembrò assumere la concretezza di una mela rubata dal cesto). E questo, oltre alle ingiuste accuse e detenzioni, e alle conseguenze politiche prodotte (“il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire”, Italo Ghitti), ha impedito di individuare i veri reati (c’erano). La seconda cosa è che il fallimento di Mani pulite è soprattutto il fallimento delle false aspettative messianiche suscitate nell’opinione pubblica da forzature mediatiche e politiche miopi o di marca populista. I danni li vediamo ancora oggi. A questa contabilità andrebbero aggiunti i troppi suicidi, 32 tra il 1992 e il 1994 (“si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, Gerardo D’Ambrosio su Sergio Moroni). Ma il pallottoliere lo teniamo nel cassetto, per la prossima occasione.

Tangentopoli, così i pm salvarono il Pci, scrive Fabrizio Cicchitto l'1 Marzo 2017, su "Il Dubbio". Tutti i partiti prendevano finanziamenti “aggiuntivi”, ma, a differenza del Psi, Botteghe Oscure fu salvata. Si distrusse una intera classe politica. Prima vinse Berlusconi, poi fu fatto fuori anche lui. E oggi trionfa il populismo. L’Italia, nel ’ 92-’ 94, fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico-giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”, salvando però il Pci. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica.  Qualora il pool di Mani Pulite avesse agito con la stessa determinazione e violenza negli anni 40 e 50 di quella messa in evidenza nel ’ 92-’ 94, allora De Gasperi, Nenni, Togliatti sarebbero stati incriminati e Valletta e Enrico Mattei sarebbero stati arrestati. Il finanziamento irregolare dei partiti e la collusione fra questi, i grandi gruppi pubblici e privati e relative associazioni (in primis Fiat, Iri, Eni, Montecatini, Edison, Assolombarda, Cooperative rosse, ecc.) data da allora. In più c’era un fortissimo finanziamento internazionale: la Dc era finanziata anche dalla Cia, e il Pci in modo così massiccio dal Kgb che le risorse ad esso destinate erano più di tutte quelle messe in bilancio per gli altri partiti e movimenti. In una prima fase, la Fiat finanziava tutti i partiti “anticomunisti” poi coinvolse in qualche modo anche il Pci quando realizzò i suoi impianti in Urss. Per Enrico Mattei i partiti erano come dei taxi, per cui finanziava tutti, dall’Msi, alla Dc, al Pci, e perfino la scissione del Psiup dal Psi, e fondò anche una corrente di riferimento nella Dc con Albertino Marcora, partigiano cattolico e grande leader politico: quella corrente fu la sinistra di Base che ha avuto un ruolo assai importante nella Dc e nella storia della Repubblica. Fino agli anni 80 questi sistemi di finanziamento irregolare procedettero “separati” vista la divisione del mondo in due blocchi, poi ebbero dei punti in comune: nell’Enel ( attraverso il consigliere d’amministrazione Giovanni Battista Zorzoli prima titolare di Elettro General), nell’Eni ( la rendita petrolifera di matrice sovietica) e specialmente in Italstat ( dove veniva realizzata la ripartizione degli appalti pubblici con la rotazione “pilotata” fra le grandi imprese edili, pubbliche e private, con una quota fra il 20% e il 30% assegnata alle cooperative rosse). Per molti aspetti quello del Pci era il finanziamento irregolare a più ampio spettro, perché andava dal massiccio finanziamento sovietico al commercio estero con i Paesi dell’est, alle cooperative rosse, al rapporto con gli imprenditori privati realizzato a livello locale. Emblematici di tutto ciò sono le citazioni da tre testi: un brano tratto dal libro di Gianni Cervetti L’oro di Mosca ( pp. 126- 134), un altro tratto dal libro di Guido Crainz Il paese reale ( Donzelli, p. 33), il terzo estratto è da una sentenza della magistratura di Milano sulla vicenda della metropolitana. Così ha scritto Gianni Cervetti: «Nacque, credo allora, l’espressione “amministrazione straordinaria”, anzi “politica dell’amministrazione straordinaria”, che stava appunto a indicare un’attività concreta (nomina sunt substantia rerum) anche se piuttosto confusa e differenziata. A ben vedere, poteva essere suddivisa in due parti. Una consisteva nel reperire qualche mezzo finanziario per il centro e le organizzazioni periferiche facendo leva su relazioni con ambienti facoltosi nella maniera sostanzialmente occulta cui prima ho accennato. In genere non si compivano atti specifici contro le leggi o che violavano norme amministrative precise, ma si accettavano o ricercavano finanziamenti provenienti da imprenditori non più soltanto vagamente facoltosi, ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica. Tuttavia, in sistemi democratici, o pluripartitici, o a dialettiche reali – siano essi sistemi moderni o antichi, riguardanti tutto il popolo o una sola classe – pare incontestabile che in ogni partito coesistano i due tipi di finanziamento ed esista, dunque, quello aggiuntivo. Naturalmente – lo ripetiamo – di quest’ultimo, come del resto del primo, mutano i caratteri, le forme ed i contenuti a seconda dei partiti e dei periodi: anzi mutano i rapporti quantitativi dell’uno con l’altro, ma appunto quello aggiuntivo esiste in maniera costante. Comunque sia non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fondi per i finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua, o viceversa, insincera e ipocrita. Il problema, ripetiamo, lo abbiamo preso alla larga, e si potrebbe allora obiettare che aggiuntivo non corrisponda esattamente, e ancora, a illecito. Intanto, però, abbiamo dimostrato che il finanziamento aggiuntivo è storicamente dato e oggettivamente ineluttabile». Il fatto che anche il Pci, sviluppando la «politica dell’amministrazione straordinaria», accettava o ricercava finanziamenti provenienti da imprenditori «non più soltanto vagamente facoltosi ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica» mette in evidenza che anche «nel caso del Pci il reato di finanziamento irregolare poteva sfociare in quello di abuso in atti d’ufficio o in corruzione o in concussione». Così ha scritto lo storico Guido Crainz: «È uno squarcio illuminante il confronto che si svolge nella direzione del Pci nel 1974, quando è all’esame del parlamento la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La discussione prende l’avvio dalla “esistenza di un fenomeno enorme di corruzione dei partiti di governo” ma affronta al tempo stesso con grande preoccupazione il pur periferico affiorare di “imbarazzi o compromissioni venute al nostro partito da certe pratiche”. L’approvazione della legge è esplicitamente giustificata con la necessità di garantirsi “una duplice autonomia…: autonomia internazionale ma anche da condizionamenti di carattere interno…. Non possiamo nasconderci fra noi il peso di condizionamenti subiti anche ai fini della nostra linea di sviluppo economico e, per giunta, per qualcosa di estremamente meschino” (intervento di Giorgio Napolitano alla riunione della direzione del 3 giugno 1974)». «Nel dibattito non mancano ammissioni di rilievo. “Molte entrate straordinarie”, dice ad esempio il segretario regionale della Lombardia Quercioli, “derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione poi finisce per toccare anche il nostro partito” (intervento di Elio Quercioli nella riunione della direzione del 1° febbraio 1973). È possibile cogliere in diversi interventi quasi un allarmato senso di impotenza di fronte al generale dilagare del fenomeno: di qui la decisione di utilizzare la legge per porre fine a ogni coinvolgimento del partito. Si deve sapere, dice armando Cossutta, “che in alcune regioni ci sono entrate che non sono lecite legittimamente, moralmente, politicamente. Questo sarà il modo per liberare il partito da certe mediazioni. Non chiudere gli occhi di fronte alla realtà ma far intendere agli altri che certe operazioni noi non le accetteremo più in alcun modo. Punto di riferimento deve essere l’interesse della collettività e faremo scandalo politico e una battaglia contro queste cose assai più di prima” (intervento di Armando Cossutta alla direzione del 3 giugno 1974). È illuminante, questa sofferta discussione del 1974. Rivela rovelli veri e al tempo stesso processi cui il partito non è più interamente estraneo». La sentenza del tribunale di Milano del 1996 sulle tangenti della Metropolitana è molto precisa: «Va subito fissato un primo punto fermo: a livello di federazione milanese, l’intero partito, e non soltanto alcune sue componenti interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quanto meno da circa il 1987». Per il tribunale «risulta dunque pacifico che il Pci- Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti Mm una somma non inferiore ai 3 miliardi» raccolti da Carnevale e da Soave, non solo per la corrente migliorista ma anche per il partito. Carnevale coinvolse anche il segretario della federazione milanese, Cappellini, berlingueriano di stretta osservanza: «Fu Cappellini, segretario cittadino dell’epoca, ad affidarmi per conto del partito l’incarico che in precedenza aveva svolto Soave». La regola interna era quella che «dei tre terzi delle tangenti raccolte (2 miliardi e 100 milioni in quel periodo solo per il sistema Mm), due terzi dovevano andare agli “occhettiani”, cioè a Cappellini, un terzo ai miglioristi di Cervetti».

Alla luce di tutto ciò è del tutto evidente che Berlinguer quando aprì la questione morale e parlò del Pci come di un “partito diverso” o non sapeva nulla del finanziamento del Pci oppure, per dirla in modo eufemistico, si espresse in modo mistificato e propagandistico. Orbene questo sistema dal quale ricevevano reciproco vantaggio sia i partiti, sia le imprese, e che coinvolgeva tutto e tutti, risultò antieconomico da quando l’Italia aderì al trattato di Maastricht e quindi tutti i gruppi imprenditoriali furono costretti a fare i conti con il mercato e con la concorrenza. Esistevano tutti i termini per una grande operazione consociativa, magari accompagnata da un’amnistia che superasse il sistema di Tangentopoli. L’amnistia ci fu nel 1989, ma servì solo a “salvare” il Pci dalle conseguenze giudiziarie del finanziamento sovietico, il più irregolare di tutti, perché proveniva addirittura da un paese contrapposto alle alleanze internazionali dell’Italia. Per altro verso, Achille Occhetto, quando ancora non era chiaro l’orientamento unilaterale della procura di Milano, nel maggio del ’ 92, si recò nuovamente alla Bolognina per “chiedere scusa” agli italiani. Occhetto invece non doveva preoccuparsi eccessivamente. Il circo mediatico- giudiziario composto da due pool, quello dei pm di Milano e dal pool dei direttori, dei redattori capo e dei cronisti giudiziari di quattro giornali (Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, l’Unità) mirava contro il Caf, cioè concentrò i suoi colpi in primis contro il Psi di Craxi, poi contro il centro- destra della Dc, quindi, di rimbalzo, contro il Psdi, il Pri, il Pli. Colpì anche i quadri intermedi del Pci- Pds, molte cooperative rosse, ma salvò il gruppo dirigente del Pci-Pds e quello della sinistra Dc. La prova di ciò sta nel modo con cui fu trattato il caso Gardini: è accertato che Gardini portò circa 1 miliardo, d’intesa con Sama e Cusani, alla sede del Pci avendo un appuntamento con Occhetto e D’Alema. Suicidatosi Gardini, Cusani e Sama sono stati condannati per corruzione: il corrotto era dentro la sede di via delle Botteghe Oscure, ma non è mai stato identificato. Ha osservato a questo proposito Di Pietro: «Ecco, questo è l’unico caso in cui io arrivo alla porta di Botteghe oscure. Anzi, arrivo fino all’ascensore che porta ai piani alti… abbiamo provato di certo che Gardini effettivamente un miliardo lo ha dato; abbiamo provato di certo che l’ha portato alla sede di Botteghe oscure; abbiamo provato di certo che in quel periodo aveva motivo di pagare tangenti a tutti i partiti, perché c’era in ballo un decreto sulla defiscalizzazione della compravendita Enimont a cui teneva moltissimo». Di Pietro aggiunse: «Non è che potevo incriminare il signor nome: partito, cognome: comunista». Giustamente l’erede di quel partito, il Pds, lo elesse nel Mugello.

Al processo Enimont il presidente del tribunale neanche accettò di sentire Occhetto e D’Alema come testimoni. Analoga linea fu seguita nei confronti del gruppo dirigente della sinistra Dc: Marcello Pagani, ex coordinatore della sinistra democristiana, e di un circolo che ad essa faceva riferimento, fu condannato, avendo ricevuto soldi Enimont in quanto agiva, recita testualmente, la sentenza «per conto dell’onorevole Bodrato e degli altri parlamentari della sinistra Dc» ma essi potevano non sapere. Quella fu la grande discriminante attraverso la quale il circo mediatico- giudiziario spezzò il sistema politico, ne distrusse una parte e ne salvò un’altra: Craxi, il centrodestra della Dc (Forlani, Gava, Pomicino e altri), Altissimo, Giorgio la Malfa, Pietro Longo, non potevano non sapere, il gruppo dirigente del Pci- Pds e quello della sinistra Dc potevano non sapere.

È evidente che dietro tutto ciò c’era un progetto politico, quello di far sì che, venendo meno la divisione in due blocchi, il gruppo dirigente del Pds, magari con l’aiuto della sinistra Dc, finalmente conquistasse il potere. Il pool di Milano non poteva prevedere che, avendo distrutto tutta l’area di centro e di centro- sinistra del sistema politico, quel vuoto sarebbe stato riempito da quel Silvio Berlusconi che, pur essendo un imprenditore amico di Craxi, era stato risparmiato dal pool di Mani Pulite perché durante gli anni ’ 92-’ 94 aveva messo a disposizione della procura le sue televisioni. Non appena (fino al 1993) il pool di Milano si rese conto che Berlusconi stava “scendendo in politica”, ecco che subito cominciò contro di lui il bombardamento giudiziario che si concluse con la sentenza del 2013. Ma anche il modo con cui fu trattato il rapporto del pool con i grandi gruppi finanziari editoriali Fiat e Cir, fu del tutto atipico e al di fuori di una normale prassi giudiziaria. Per tutta una fase ci fu uno scontro durissimo tra la Fiat e la magistratura, accentuato dal fatto che a Torino il procuratore Maddalena agiva di testa sua. Poi si arrivò alla “pax” realizzata attraverso due “confessioni” circostanziate, attraverso le quali la Fiat e la Cir appunto “confessarono” di aver pagato tangenti perché concussi da quei “malvagi” dei politici. Così il 29 settembre del 1992 Cesare Romiti andò a recitare un mea culpa dal cardinale Martino: «Come cittadini e come imprenditori non ci si può non vergognare, di fronte alla società, per quanto è successo. E io sono il primo a farlo. Io sono stato personalmente scosso da questi avvenimenti. No, non ho paura di dirlo. E di fronte al cardinal Martini, la più alta carica religiosa e morale di Milano, non potevo non parlarne». Qui interveniva l’autoassoluzione. Infatti, secondo Romiti, la responsabilità era della classe politica che «ha preteso da cittadini e imprese i pagamenti di “compensi” per atti molto spesso dovuti».

Possiamo quindi dire che l’Italia, unico paese dell’Occidente, nel ’ 92-’ 94 fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico- giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica, con una conseguente perdita di consensi. Il fatto che, a 10 anni di distanza, una parte di quei dirigenti fu assolta non servì certo a recuperare i consensi politicoelettorali perduti. La conseguenza di tutto ciò sono state due: una perdita crescente di prestigio di tutti i partiti, anche di quelli che furono “salvati” dal pool, una parcellizzazione della corruzione tramutatasi da sistemica a reticolare ( una miriade di reti composte da singoli imprenditori, singoli burocrati, singoli uomini politici), l’esistenza di un unico sistema di potere sopravvissuto, quello del Pci- Pds, che a sua volta ha prodotto altre vicende, dal tentativo di scalata dell’Unipol alla Bnl, alla crisi del Mps. Di qui la conseguente affermazione di movimenti populisti e di un partito protestatario la cui guida è concentrata nelle mani di due persone, il crescente discredito del parlamento sottoposto a un bombardamento giudiziario realizzato anche da chi (vedi Renzi) pensa in questo modo di poter intercettare a suo vantaggio la deriva dell’antipolitica. Ma è una operazione del tutto velleitaria, perché le persone preferiscono la versione originale del populismo e non le imitazioni. Perdipiù i grillini, cavalcando la guerra alla “casta” – inventata da due giornalisti del Corriere della Sera e sostenuta da un grande battage pubblicitario – cavalcano di fatto la manovra diversiva posta in essere da banchieri e manager, proprietari dei grandi giornali, per deviare l’attenzione dalle loro spropositate retribuzioni e liquidazioni: i circa 100 mila euro annui dei parlamentari servono a far dimenticare i 2- 3 milioni di euro che il più straccione dei banchieri guadagna comunque, anche se porta alla rovina i correntisti della sua banca. Di tutto ciò traiamo la conseguenza che il peggio deve ancora arrivare.

Bobo Craxi e Di Pietro si trovano insieme nel medesimo partito. Il figlio dell'ex segretario socialista e l'ex pm simbolo di Mani Pulite si ritrovano entrambi ad aderire ad Mdp. Ma Craxi avverte: "Se è così, vado a casa", scrive Luca Romano, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". Craxi contro Di Pietro: sembra un remake del 1992 ma siamo nel 2017 e il primo non è Bettino ma suo figlio Bobo, secondogenito dell'ex presidente del Consiglio. Eppure il figlio dell'ex segretario socialista non ha mai smesso di scontrarsi con l'ex pm simbolo di Mani Pulite e poi leader dell'Italia dei Valori, per motivi anche troppo evidenti. Tuttavia questa volta il motivo dello scontro è particolarmente singolare: Craxi e Di Pietro rischiano infatti di trovarsi nel medesimo partito. Per buffo che possa sembrare, infatti, entrambi hanno manifestato l'intenzione di aderire ad Mdp, la formazione di sinistra nata da una scissione dal Pd che comprende Roberto Speranza, Arturo Scotto ed Enrico Rossi. Si tratta naturalmente di una pura coincidenza, giacché nessuno dei due avrebbe mai avuto l'intenzione di andare a "coabitare" con l'altro sotto il medesimo tetto politico. Secondo il Corriere entrambi vi sono stati attirati da un antico rapporto di simpatia con Massimo D'Alema, a cui tutti e due sono legati, per motivi differenti, da vincoli di riconoscenza. Il figlio di Bettino si è presentato alla festa di Mdp a Napoli, mentre Di Pietro annuncia soddisfatto di sentire nella formazione di Speranza e Bersani "la stessa aria che si respirava nell'Ulivo". Al momento di scoprire la coincidenza, però, l'imbarazzo è stato palpabile. Per Craxi piuttosto di convivere "sarebbe meglio rimanere a casa", mentre Di Pietro è più serafico: pur non avendo mai avuto parole tenere verso il figlio del suo storico avversario ora liquida il tutto con calma olimpica. "Problemi suoi": Tonino non cede di un passo.

Lo strano caso di Di Pietro e Bobo Craxi: si ritrovano nello stesso partito. Entrambi aderiscono a Mdp, non senza qualche imbarazzo. Il figlio di Bettino: «Se è così, allora dovrò stare a casa». L’ex magistrato: «Problemi suoi. E mi dispiace per lui, non ho intenzione di candidarmi alla carica di governatore in Molise», scrive Maria Teresa Meli il 3 ottobre 2017 su “Il Corriere della Sera”. Finora c’erano stati i partiti a separarli, anche quando avevano militato nella stessa coalizione. E così avevano potuto continuare a parlare male l’uno dell’altro. Ma adesso le cose sono cambiate. Bobo Craxi, figlio di Bettino, classe 1964, e Antonio Di Pietro, grande accusatore dello scomparso leader socialista, dividono lo stesso tetto politico: entrambi hanno deciso di aderire a Mdp, il movimento nato dalla scissione del Pd. Hanno passato gli anni, anzi, i decenni, a darsi addosso. Bobo diceva dell’ex magistrato: «Si vede che è un uomo meschino». E Di Pietro ricambiava la cortesia senza pensarci troppo: «Tale padre tale figlio», affermava con aria sprezzante. Da allora è passato un po’ di tempo. Craxi si è ingrigito, l’ex pm ha perso più di un capello, entrambi hanno acquistato qualche chilo in più, ma le tensioni restano inalterate. I due non si piacciono e non si amano. E non potrebbe essere altrimenti, visto che Bobo ancora si commuove se vede scorrere le immagini del processo Enimont, con il padre alla sbarra e Di Pietro in toga che lo interroga. Eppure la sorte ha voluto che, girovagando di partito in partito nell’arcipelago frastagliato che sta a sinistra del Pd, si ritrovassero insieme. Galeotto è stato D’Alema. Craxi è suo grande estimatore: gli è riconoscente perché, quando era al governo, cercò di far rientrare il padre in patria. Anche Di Pietro ha un debito di gratitudine: deve a D’Alema il seggio nel Mugello. Perciò prima l’uno (l’ex magistrato) e poi l’altro hanno annunciato la loro volontà di aderire a Mdp. Lo hanno fatto con tanto di dichiarazione formale. Di più: Craxi è andato anche alla festa degli scissionisti a Napoli per incontrare una delegazione composta da Arturo Scotto, Roberto Speranza ed Enrico Rossi. Ovviamente Di Pietro non sapeva delle intenzioni di Bobo e viceversa. Situazione imbarazzante per entrambi, non c’è che dire. Soprattutto per Craxi, perché gli ex socialisti non è che abbiano peso bene questa comune militanza politica. E adesso Bobo spera che Di Pietro non stia facendo sul serio: «Forse vuole solo un posto di governatore in Molise...». Ma quando gli si fa presente che così non è, che l’ex magistrato non è interessato a guidare la sua regione e che, piuttosto, intende fare politica attivamente dentro Mdp ha un sussulto. Seguito da un mesto mormorìo: «Se Di Pietro aderisce veramente, allora per me è meglio stare a casa». Di Pietro, invece, non fa una piega. Assiso su un divanetto di Montecitorio l’ex pm, ex ministro, ex deputato ed ex leader dell’Italia dei Valori sta conversando fitto fitto con Antonello Falomi, un passato da occhettiano, un presente da sindacalista di tutti i parlamentari che non vogliono veder dileguarsi i loro vitalizi. «Stiamo difendendo la casta», ridacchia Di Pietro. Poi, al nome Craxi sfodera un cipiglio di quelli che incutono timore. Ma appurato che si tratta del figlio e non del padre si rilassa: «Problemi suoi. Io ho aderito a Mdp perché qui respiro la stessa aria che respiravo nell’Ulivo. E mi dispiace per lui, non ho intenzione di candidarmi in Molise». Per il 19 novembre è prevista la grande costituente degli scissionisti del Pd. Per allora Bobo dovrà prendere una decisione: stare a casa o convivere con il “nemico”.

Bobo Craxi, Di Pietro tecnicamente pentito. Ha detto cose clamorose su Mani Pulite, scrive l'Ansa il 4 ottobre 2017. "Non faccio parte di Mdp e credo che neanche Di Pietro ne faccia parte. La vicenda di Di Pietro, un magistrato prestato alla politica, è molto diversa dalla mia. Ultimamente è stato consulente della Lega; si è riavvicinato al M5S, respinto credo, ora si dice interessato a questa vicenda. Non so cosa c'entri lui con la storia della sinistra. Negli ultimi tempi ha detto cose clamorose sul ruolo di Mani pulite mentre io e i miei compagni non cambiamo il nostro giudizio su Mani Pulite: tecnicamente Di Pietro è un pentito". Sono le parole di Bobo Craxi ai microfoni di Fuori Gioco - Rai Radio1. Intervenuto in collegamento da Barcellona ha aggiunto poi sulla vicenda catalana: "Si finirà per andare ad elezioni e così si misureranno le forze in campo".

L’unico errore giudiziario è l’innocente. Davigo spiega con chiarezza perché siamo tutti potenziali colpevoli, scrive il 28 Gennaio 2017 "Il Foglio". Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo ha tenuto una lezione di diritto da incorniciare: gli errori giudiziari non esistono. Non nel senso che non ce ne sono stati l’anno passato – solo nel 2016 lo stato ha speso 42 milioni per risarcirli – ma nel senso che non esistono proprio. Quelli per cui lo stato paga non sono errori giudiziari: sono accidenti. Davigo spiega che si confondono due cose, gli errori giudiziari e l’ingiusta detenzione. Gli errori giudiziari sono quando viene condannato un colpevole, ma “il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa le cose che gli raccontano. Se si scopre dopo che un teste ha mentito, non lo può sapere”. L’ingiusta detenzione avviene quando si arresta una persona sulla base di alcune dichiarazioni e indizi “ma se poi nel processo un testimone cambia versione perché viene minacciato, l’arrestato viene liberato e pure risarcito”. Per il Consiglio d’Europa in Italia c’è bisogno di mettere limiti alla politicizzazione nella magistratura. Seguendo il ragionamento, gli errori giudiziari non sarebbero errori e le ingiuste detenzioni non sarebbero tali. Anzi, sarebbero la prova che il sistema funziona benone. Questo non vuol dire, però, che non ci siano errori in assoluto, c’è una fattispecie sottovalutata: “Quando viene assolto un colpevole”. E qui Davigo, con formidabile guizzo d’ingegno, demolisce l’intera struttura della giustizia: ogni innocente assolto, in realtà, è un potenziale colpevole, un errore giudiziario. Azzardiamo una soluzione: far pagare un risarcimento a ogni persona che esce da un processo senza condanne. E col ricavato, creare un fondo per le vittime della malagiustizia: i magistrati che sbagliano perché tratti in errore da testimoni falsi.

Anche gli innocenti sono colpevoli. Davigo e il rovescio dello stato di diritto. Anche a "Porta a Porta" il presidente dell’Anm insiste nel dire che gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni, e la vittima in questi casi è solo il magistrato, scrive Luciano Capone il 2 Febbraio 2017 su "Il Foglio". Ascoltare Piercamillo Davigo è sempre istruttivo, soprattutto per la sua spiccata inclinazione alla chiarezza: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”, ama dire citando il Vangelo. L’avevamo lasciato, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che teorizzava l’inesistenza dell’errore giudiziario. Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) spiegava in televisione, da Corrado Formigli a “Piazza pulita”, che quando un innocente viene condannato non è colpa dei magistrati: “Il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa le cose che gli raccontano. Se si scopre dopo che un teste ha mentito, non lo può sapere. E’ stato ingannato”. La vera vittima dell’errore giudiziario è quindi il magistrato, fuorviato e ingannato dai testimoni. Ieri sera Davigo, ospite di Bruno Vespa a “Porta a porta” per parlare dei 42 milioni di euro per risarcimenti giudiziari nel 2016 (648 milioni dal ’92), ha allargato il campo della sua visione alle ingiuste detenzioni: come gli errori giudiziari non sono errori, così le ingiuste detenzioni non sono ingiuste (in pratica l’unico errore sembra quello di pagare le vittime). Gli errori della giustizia ci costano 42 milioni di euro. Ma per Davigo i magistrati sbagliano poco (per fortuna). Nel 2016 lo Stato ha dovuto sborsare oltre 40 milioni di euro. La maggior parte a causa di "ingiuste detenzioni". Spiega Davigo che tutti questi risarcimenti a persone incarcerate e poi assolte avvengono perché nel nostro sistema “le prove assunte nelle indagini preliminari di regola non vale nel processo”. C’è questo problema del dibattimento e di dover ripetere le testimonianze rilasciate agli inquirenti davanti a un giudice. Quindi succede che una persona viene arrestata sulla base di prove schiaccianti, come le accuse di tre testi, “dopodiché questi testi magari minacciati dicono che si sono sbagliati. Le loro indicazioni non possono essere più utilizzate. È un innocente messo in carcere – si chiede retoricamente Davigo – o è un colpevole che l’ha fatta franca?”. Ovviamente la seconda, da cui si capisce che gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni. Le ingiuste detenzioni sono quindi quelle in cui una persona ha subìto un provvedimento di custodia cautelare e poi è stato assolto, “il che – dice Davigo – non significa che siano tutti innocenti, anzi”. Esiste quindi, per il presidente dell’Anm una presunzione di colpevolezza che va anche oltre l’assoluzione definitiva. A questo punto, più che fare processi per sanzionare i colpevoli di qualche reato, sarebbe più logico processare tutti per rilasciare alla fine patenti d’innocenza (magari temporanee, da rinnovare ogni tot anni). Quando però Vespa racconta casi di malagiustizia come quello di Giuseppe Gulotta, per 36 anni in carcere da innocente con l’accusa di essere un assassino, il presidente dell’Anm dice che non si tratta di un errore dei magistrati perché “quel caso clamoroso è stato frutto di tortura da parte delle forze di polizia. Il giudice non sa che sono stati torturati”. È stato ingannato. La giustificazione di Davigo però in teoria cozzerebbe con la sua intenzione di far valere nel processo le dichiarazioni rilasciate agli inquirenti (in quel caso sarebbero proprio quelle estorte attraverso la tortura, come dice lo stesso Davigo), che è uno strumento per non ingannare il giudice. In sintesi se una persona viene assolta non è innocente e se viene condannata ingiustamente il giudice non è colpevole. Le interviste di Davigo sono molto interessanti perché ci ricordano sempre che esiste il rovescio della medaglia, in questo caso il rovescio dello stato di diritto.

Davigo non fa politica, ma il teletribuno. Il numero uno dell'Anm moltiplica le sue apparizioni in tv e si fa intervistare anche dal blog di Beppe Grillo. Obiettivo: spiegare che i politici sono corrotti, scrive il 9 Marzo 2017 "Il Foglio". I magistrati? Tutti cattivi politici. Parola di Piercamillo Davigo. Il presidente dell'Anm lo va ripetendo da settimane. E c'è da credergli visto che lui, a differenza di molti dei colleghi del fantasmagorico pool di Mani Pulite, si è sempre tenuto ben lontano da candidature e partiti. E così, oltre a diventare il numero uno dei magistrati italiani, è anche diventato il perfetto ospite televisivo. Sempre pronto a spiegare a tutti, soprattutto ai politici, quello che dovrebbero fare e come dovrebbero farlo. Nelle ultime due settimane Davigo ha partecipato a Otto e mezzo (22 febbraio), Quante storie (23 febbraio), Un giorno da pecora (24 febbraio), DiMartedì (28 febbraio), #Cartabianca (7 marzo), Agorà (8 marzo), La Gabbia (8 marzo). Non solo, giusto oggi ha concesso un'intervista al portavoce-senatore del M5S Nicola Morra che è stata pubblicata sul Sacro Blog. Si dirà ma in occasione del venticinquesimo anniversario di Tangentopoli chi volete che invitino? Chi meglio di lui può spiegare, parole testuali affidare alla penna di Morra, che "negli ultimi 25 anni la classe politica, per quanto riguarda in particolare le indagini e i processi in tema di corruzione si è data molto da fare, non per stroncare la corruzione ma per stroncare le indagini e i processi, facendo leggi che impedivano le indagini e azzeravano le prove acquisite e creavano enormi difficoltà". Insomma nonostante il ruolino di marcia da politico navigato che passa con disinvoltura da un programma all'altro, dalla radio alla tv, dalla Rai a La7, Davigo politica non fa (anche se c'è chi lo vedrebbe bene come candidato M5s). E proprio per questo può permettersi di dare lezioni. Perché i magistrati sono tutti cattivi politici, ma ottimi ospiti televisivi.

Chi guarda il dito, chi la Luna e chi Woodcock, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". La richiesta di non luogo a procedere nei confronti del pm John Henry Woodcock e della sua compagna Federica Sciarelli per la fuga di notizie sul caso Consip ha fatto scattare gli squilli di tromba dei fedelissimi della procura napoletana. Ecco la prova scrive Marco Travaglio a nome dei soci che il complotto contro Renzi (padre e figlio) era una bufala: «Ora chiedete scusa e andate tutti a nascondervi», chiosa nel suo articolo il direttore de Il Fatto Quotidiano. In carriera ho visto tanti tentativi di manipolare i fatti a proprio piacimento, ma questo raggiunge vette fino ad ora mai raggiunte. Che non ci sarebbero state prove evidenti sul fatto che fosse stata la manina di Woodcock a fare uscire dagli uffici carte riservate lo davo da subito per scontato. Parliamo di un reato praticamente indimostrabile, tendendo ad escludere che un magistrato pur fesso che sia - veicoli documenti per posta elettronica od ordinaria. Che il fatto sia avvenuto è certo, manca solo il nome del colpevole. Se parlassimo del direttore di un giornale, la condanna del pm sarebbe automatica, perché noi come in tutte le professioni - a differenza dei magistrati, purtroppo rispondiamo in solido di omesso controllo sull'operato dei nostri collaboratori. Ma la manipolazione principale della ditta Travaglio sta nel voler far credere che il «complotto» sia la fuga di notizie e non il loro contenuto. Si dice che quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito. In questo caso il dito è la divulgazione illegale, la Luna sono i falsi accertati dell'inchiesta condotta da Woodcock, falsi che riguardando il padre dell'allora presidente del Consiglio e che se non fossero stati smascherati in tempo avrebbero potuto innescare una crisi politica e istituzionale. Nessuna scusa, quindi. Semmai è imbarazzante che la magistratura non sia stata capace di dare un nome a un servitore dello Stato infedele. Del resto, come noto, cane non mangia cane, e il risultato è che un pm sotto la cui regia è stata avviata un'inchiesta con false intercettazioni e false ricostruzioni sulla famiglia del presidente del Consiglio continuerà a fare il suo lavoro. Se qualcuno deve «andare a nascondersi» e «vergognarsi», quel qualcuno non siamo di certo noi che teniamo ben fisso lo sguardo sulla Luna.

Giustizia, Lavia vs Davigo: “Chi risarcisce Penati?”. “C’è onore nel prendere la prescrizione?”, scrive Gisella Ruccia il 4 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Scontro rovente a Dimartedì (La7) tra il magistrato Piercamillo Davigo e Mario Lavia, vicedirettore di Democratica, il quotidiano digitale del Pd renziano. Il dibattito è incentrato sulla politica e sulla magistratura, della quale Lavia rileva “un’anomalia” perdurante da 25 anni: “Nell’era del berlusconismo il dottor Davigo e il pool di Mani Pulite sono state un soggetto politico, tanto è vero che alcuni di loro sono scesi direttamente in politica. E questa è un’anomalia che va corretta: bisogna ritornare a una situazione in cui la politica fa la politica e la magistratura fa liberamente la magistratura senza interferire nei processi politici, cosa che purtroppo è successa spesso”. Davigo replica: “I magistrati si candidano perché c’è qualcuno che li candida. Questo fatto che i magistrati fanno politica è una vergogna, ma c’è qualcuno che concorre con loro nella vergogna”. “Non è una vergogna, è un’anomalia”, minimizza il giornalista. “E’ una vergogna invece – ribadisce Davigo – perché i magistrati non devono fare politica secondo me. In secondo luogo, se i politici dicono di voler aspettare le sentenze, vuol dire che le decisioni politiche su chi deve fare il ministro o il parlamentare le prende il giudice. E questo è sbagliato. Decidano prima per conto loro. Il più delle volte non lo fanno perché non ne hanno la forza e hanno bisogno di un pretesto”. “Non è che siamo in Venezuela. Cioè non è che tutti i politici e i ministri si affidano a un giudice”, obietta Lavia. E il magistrato non ci sta: “Non ho mai detto niente del genere e non mi faccia dire cose che non ho detto. So distinguere i ladri dai non ladri. Faccio questo di mestiere”. Lavia ribatte: “Ci sono alcuni casi in cui degli innocenti sono stati messi alla gogna dalla magistratura, sono caduti dei governi, e mi riferisco al caso Mastella, ma anche al proscioglimento di Ottaviano Del Turco per associazione a delinquere, al caso Tempa Rossa, a Errani, a Penati”. “Non ho capito perché Penati. Ha preso la prescrizione. Di che cosa stiamo parlando?”, controbatte il magistrato. “E’ stato assolto l’altro giorno, la prescrizione era per un’altra cosa – puntualizza Lavia – Come lo risarcisce?”. “Risarcire che cosa? – replica Davigo – Uno che ha preso la prescrizione definitiva? Sarà pure un’altra cosa, ma siccome l’articolo 54 della Costituzione dice che i cittadini a cui sono affidate le pubbliche funzioni devono adempiere a esse con disciplina e onore, allora le chiedo: c’è onore nel prendere la prescrizione?”

A Davigo bisogna dire una cosa. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, specialmente se i magistrati diventano tali in virtù di un concorso truccato.

Poi bisogna dire che essere prosciolto per prescrizione non è un sentenza di assoluzione, né di condanna. E' un giudizio interrotto per tempo scaduto. E la colpa della mancata pronuncia è tutta della magistratura che porta oltre i tempi ragionevoli la durata dei processi.

Essere indagati non è la fine del mondo. Lezioni dai casi Woodcock e Albamonte, scrive Giuseppe De Filippi il 23 Settembre 2017 su “Il Foglio". Al direttore - Associazione nazionale magistrati e indagati. Al direttore - Leggo che il pm Albamonte, capo dell’Anm, è accusato di falso e abuso d’ufficio. Non mi pare ci sia nessun magistrato che ha chiesto le sue dimissioni. Che sorpresa, eh?

Luca Martini: Eugenio Albamonte è un magistrato distante anni luce da Henry John Woodcock ma sia Albamonte sia Woodcock in questa fase sono portatori di un messaggio involontariamente rivoluzionario per la magistratura. Entrambi indagano nell’ambito di un’inchiesta in cui sono a loro volta indagati. Woodcock nell’ambito del caso Consip. Albamonte nell’ambito del caso Occhionero. Involontariamente – e magnificamente – le storie di Albamonte e Woodcock potrebbero diventare un manifesto del garantismo. Se per un magistrato non va applicato il teorema Davigo – “non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti” – non si capisce come possa quel teorema essere applicato da ora in poi ad altre categorie di cittadini. Sarà certamente d’accordo con noi Luigi Di Maio, candidato premier del movimento 5 clic nonostante un’iscrizione nel registro degli indagati. Pop corn per tutti.

Scontro D'Amico-Davigo: "Meglio un corrotto ​che lo Stato rotto". Scontro a Di Martedì tra Ilaria D'Amico e Piercamillo Davigo. Il pm: "Onestà precondizione per la carica pubblica". La D'Amico: "Meglio un corrotto che lo Stato rotto", scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". Scontro tra Ilaria D'Amico e Piercamillo Davigo a Di Martedì condotto da Giovanni Floris su La7 del 3 ottobre 2017. La conduttrice di Sky e il magistrato hanno avuto un acceso dibattito sull'onestà di chi si candida ad una carica pubblica. "Io credo che l'onestà debba essere una precondizione per qualsiasi carica pubblica, poi uno deve essere anche bravo", dice Davigo strappando l'applauso del pubblico. La moglie di Buffon non ci sta e decide di rispondere per le righe. Con una frase che però sui social viene già considerata una mezza gaffe. "Il dato dell'onestà dovrebbe essere un dato acquisito nel momento in cui si accede alla cosa pubblica. Se si dimostra disonestà dovrebbero esserci degli strumenti dati alla magistratura per non avvicinarsi più alla cosa pubblica". Poi nel mezzo dell'applauso del pubblico aggiunge, scusandosi per "essere realista": "Io non sono più purista come un tempo, meglio sopportare qualche corrotto che avere uno Stato rotto".

Ilaria D'Amico vs Piercamillo Davigo: video, la giornalista Sky a Di Martedì replica “meglio politico corrotto che uno stato rotto”, al magistrato che aveva detto, "onestà prima di tutto", scrive il 4 ottobre 2017 Niccolò Magnani su "Il Sussidiario". Il dilemma è da almeno Tangentopoli che agita la politica italiana: meglio un politico onesto o uno capace? E proprio dall’epoca di Mani Pulite spunta il magistrato Piercamillo Davigo - protagonista insieme al Pool di Milano durante Tangentopoli - che ieri sera durante Di Martedì su La7 ha litigato in maniera forte con Ilaria D’Amico, la bella giornalista Sky e moglie di Gigi Buffon, non la prima volta in veste “politica” invitata sul canale di Urbano Cairo. Il punto del contendere è proprio il rapporto tra capacità e onestà, dalle rivendicazioni di Movimento 5 Stelle ai populisti fino ai casi eclatanti di Consip e altri scandali interni alla politica. «L’essere onesto è la condizione prioritaria per ricoprire qualsiasi carica pubblica. Se un politico è bravo e disonesto è addirittura ancora più pericoloso. Dunque meglio l’onestà, prima di tutto». A quel punto, mentre in studio stavano per prendere parola Massimo Cacciari e Massimo Giannini, la giornalista Sky interviene e replica “piccata” a Davigo, premettendo di voler essere per una volta più realista di “purista”: «Mi dispiace essere realista: sopportare qualche corrotto è meglio che avere lo Stato rotto. Io non sono più purista come un tempo». Apriti cielo, immediatamente lo studio si ribella contro la D’Amico per aver subodorato, tra le righe, una miglior convenienza nell’aver qualche politico corrotto che però fa funzionare meglio lo Stato, piuttosto che avere una Amministrazione Pubblica magari onestissima ma incapace di far funzionare per davvero le cose. L’indignazione di Davigo - giustizialista come da sempre - viene accompagnata dal commento di Cacciari, che in maniera più approfondita (e cogliendo forse il vero nodo della disputa, ndr) prova a rispondere alla D’Amico, per nulla concorde con lei. «Non è che sia meglio o peggio. Dal punto di vista politico, il problema essenziale è la corruzione dello Stato, che, come una macchina rotta, è incapace di muoversi velocemente. La magistratura non può nulla, ma può solo perseguire reati. E se i politici commettono reati, la magistratura li persegue. Qualche volta sbaglia, qualche volta ha ragione, ma il problema non è la magistratura. E’ evidente che è del tutto impotente coi suoi mezzi a impedire alcunché di ciò che avviene in questo Paese, tanto è vero che dopo 25 anni c’è ancora Berlusconi come leader indiscusso e come potenziale padre nobile del futuro primo ministro». Il punto infatti non risiede nel meglio o peggio della politica onesta incapace o corrotta ma capace: in un Paese “ideale” la speranza è avere il meglio di tutto, ma per essere realisti forse non servirebbe “puntare” sui corrotti, ma su quelle buone realtà che ci sono e funzionano senza violare la legge. La giornalista di Sky ha poi spiegato meglio il suo concerto, affermando come «quello che veramente paralizza il Paese è la totale incapacità di fare il politico. Siamo in un periodo in cui gli scandali politici ci sono ancora ma in maniera minore, e secondo me il vero punto “nuovo” risiede nella incapacità di gestire le emergenze di cui soffre l’Italia». E poi ancora, una D’Amico scatenata: «ma vi sembra normale che la Sicilia e la Sardegna non siano valorizzate quanto, senza togliere nulla, alle Canarie? Bisogna imparare a valorizzare meglio il bene che abbiamo», chiosa la giornalista di Sky Sport.

Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante. Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate, scrive Raffaele Simone il 27 settembre 2017 su "L'Espresso". Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato. Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia. I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca. Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente.

Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica. Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione. Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale. Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil. Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza.

La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic). La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere?

«L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti.

La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.

Giustizia divina. Dalla legge 40 alle adozioni gay, così i giudici creano una nuova etica, scrive il 9 Marzo 2017 "Il Foglio". Il Tribunale dei minori di Firenze ha disposto la trascrizione in Italia dei provvedimenti emessi da una Corte britannica riconoscendo l’adozione di due bambini da parte di una coppia gay. È la prima volta che accade in Italia. I fratellini sono stati adottati dai due uomini, cittadini italiani, nel Regno Unito, dove risiedono da anni: “Per la prima volta viene riconosciuta in Italia l’adozione di minori all’estero da parte di una coppia di uomini”, fa sapere Rete Lenford, l’Avvocatura per i diritti Lgbt a cui si sono rivolti i due uomini. La magistratura ha assunto un nuovo ruolo chiave: laddove la natura non riconosce un diritto, che da naturale deve diventare positivo, e laddove neppure la politica vuole intervenire, ci pensano i magistrati. Lo abbiamo visto in tante sentenze che hanno letteralmente smantellato la legge 40, una buona legge sulla fecondazione artificiale, facendo entrare per la porta del diritto anche ciò che la legislazione vietava espressamente (maternità surrogata, eterologa, diagnosi eugenetica). Lo stesso vale per le “nuove famiglie”, famiglie omo si intende. È l’etica per via giudiziaria. Già la Consulta e la Cassazione avevano riconosciuto l’unione omosessuale come “formazione sociale”. Lo scorso gennaio, il primo presidente di Cassazione, Giovanni Canzio, aveva parlato delle adozioni da parte delle coppie gay: “La Corte non può e non intende sottrarsi al dovere di apprestare tutela ai diritti fondamentali della persona”. Ormai sono loro, le toghe, i grandi ultimi moralizzatori che fanno e disfanno i principi non negoziabili. Visto che il Parlamento della “casta corrotta” perde tempo, spetta ai magistrati sanare anche questa “emergenza democratica”, riconoscendo le famiglie gay. Li abbiamo visti, i magistrati, impartire lezioni di etica dopo Tangentopoli, chiamati nelle università, nei talk-show, nei convegni. Dentro le aule giudiziarie impartiscono pure lezioni di bioetica. Rete Lenford, decisiva in questa sentenza, ha organizzato convegni con Magistratura Democratica dal titolo “La Costituzione e la discriminazione matrimoniale delle persone gay e lesbiche e delle loro famiglie”. Chiamatela giustizia divina.

L'incubo del governo Davigo, scrive Claudio Cerasa il 5 ottobre 2017 su "Il Foglio". Dimenticate l’incredibile faccia di bronzo di Luigi Di Maio. Dimenticate la ridicola prova di governo di Virginia Raggi. Dimenticate la maschera fintamente rassicurante di Chiara Appendino. Dimenticate i dolci vaffanculo di Beppe Grillo. Dimenticate quello che vedete ogni giorno quando provate a immaginare anche solo per un istante cosa vorrebbe dire essere governati dal cialtronismo grillino e fissate per un attimo nei vostri occhi il vero volto da prendere in considerazione per capire in modo chiaro e diretto l’essenza pura dell’Italia populista. Il volto giusto da cui partire per capire qual è il punto di intersezione perfetto tra tutte le forze anti sistema che si agitano e sbraitano nella pancia del nostro paese è quello a cui più o meno ogni settimana La7 di Urbano Cairo (Giovanni Floris, ma non solo) concede un importante diritto di tribuna: Piercamillo Davigo. Martedì sera, l’ex presidente dell’Anm era ancora una volta ospite da Giovanni Floris a “DiMartedì” (da Floris il martedì sera non c’è più Maurizio Crozza ma in compenso più o meno ogni martedì c’è Piercamillo Davigo) e nel corso della sua sobria e come sempre misurata intervista il conduttore unico delle coscienze populiste italiane (Davigo, non Floris) ha lanciato una bomba accolta in studio con un sorriso dal conduttore de La7 (Floris, non Davigo) e con un ululato di soddisfazione dal pubblico in studio: “L’imputato che non rifiuta la prescrizione è un imputato che deve vergognarsi”. Piercamillo Davigo, come si sa, è un teorico puro e sincero........

Csm, il consigliere Galloppi contro Davigo: "Va in tv e incontra M5s. Smentisca o conseguenze". Ma nessuna norma lo vieta. Il presidente della settima commissione del Consiglio superiore della magistratura attacca l'ex numero uno dell'Anm. Il motivo? La partecipazione al programma DiMartedì su La7. Possibilità che gli è concessa dalla Costituzione, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 5 ottobre 2017. Promette conseguenze, dà giudizi di merito, evoca addirittura un’azione disciplinare. È un attacco diretto a Piercamillo Davigo quello contenuto nell’intervista rilasciata al Foglioda magistrato Claudio Galoppi, presidente della settima commissione del Consiglio superiore della magistratura. Il motivo? La partecipazione al programma DiMartedì su La7 di Davigo, ex presidente dell’Anm, leader di Autonomia e Indipendenza, corrente trasversale della magistrati, e oggi giudice in Cassazione. “Un giudice in servizio non partecipa a talk show politici lanciando giudizi morali e lasciandosi andare a commenti di natura politica. Così si getta discredito sull’intero ordine giudiziario”, sostiene il membro togato di Palazzo dei Marescialli, esponente di Magistratura indipendente, lasciata proprio da Davigo alla vigilia dell’elezioni ai vertici dell’Anm. Due i motivi che portano Galloppi ad attaccare Davigo. Secondo Il Foglio, infatti, il magistrato a Dimartedì avrebbe detto: “Chi prende la prescrizione deve vergognarsi”. Secondo Galoppi invece “la prescrizione è un istituto legale con una precisa ratio: decorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, viene meno l’interesse dello Stato a esercitare la pretesa punitiva. Non esiste alcuna equiparazione tra prescrizione e colpevolezza perchè nel primo caso non c’è giudizio di merito”. Per la verità, però, diverso era il concetto espresso da Davigo in tv. L’ex pm, infatti, si riferiva al caso di Filippo Penati, l’ex presidente della provincia di Milano, che ha prima annunciato di voler rinunciare alla prescrizione in fase d’indagini preliminari, salvo poi incassare proprio la prescrizione. “Come lo risarcisce?”, si era chiesto Mario Lavia. “Risarcire che cosa? Uno che ha preso la prescrizione definitiva? Sarà pure un’altra cosa, ma siccome l’articolo 54 della Costituzione dice che i cittadini a cui sono affidate le pubbliche funzioni devono adempiere a esse con disciplina e onore, allora le chiedo: c’è onore nel prendere la prescrizione?”, era stata la risposta dell’ex componente del pool di Mani Pulite. Ma non solo. Il consigliere di Palazzo dei Marescialli ha attaccato Davigo anche per un altro motivo. “Mi ha colpito una notizia di alcuni giorni fa secondo la quale si sarebbero tenuti tre incontri tra Davigo e i vertici del Movimento 5 Stelle per mettere a punto un emendamento volto a impedire la candidatura di un noto esponente politico (cioè la cosiddetta norma norma ammazza-Berlusconi, ndr). Mi auguro che arrivi presto una smentita. Se Davigo non smentirà, non potranno non esserci conseguenze. Si tratterebbe di una condotta gravissima”. Ora, a parte che l’incontro tra M5s e Davigo viene smentito da altri appartenenti di Autonomia e indipendente, nessuna regola vieta ad un leader di corrente della magistratura di discutere con un politico di eventuali riforme penali, anzi tutt’altro. In passato sono molteplici i casi di esponenti politici che incontrano magistrati: è successo a Matteo Renzi (che ha incontrato lo stesso Davigo quando era al vertice dell’Anm), ma è successo anche in casi più delicati. Nel 2010, per esempio, l’allora procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, incontrò l’allora presidente del Senato, Renato Schifani: erano i mesi in cui lo stesso ufficio giudiziario siciliano indagava sui contratti tra il politico di Forza Italia e la mafia. Nessuno, all’epoca, chiese procedimento disciplinari per Messineo. Senza considerare che le conseguenze evocate da Galloppi oggi per Davigo non sono certo di competenza del Csm, ma invece del procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare sui magistrati.

La vocazione manettara del Fatto consacrata dal libro di Davigo e Ardita. "Giustizialisti": i due pm contro prescrizione, presunzione d'innocenza, giusto processo e altre ossessioni, scrive Rocco Todero su “Il Foglio” il 12 Aprile 2017. Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano da tempo oramai concentrano i loro sforzi nell’attività di divulgazione dei principi fondamentali del giustizialismo manettaro in salsa populista. A dar man forte alla buona riuscita dell’impresa anche la casa editrice diretta emanazione del quotidiano dello “strillone con megafono”, PaperFirst, la quale da qualche giorno può vantare l’uscita in libreria dell’ultima fatica dei magistrati Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, dal titolo provocatorio “Giustizialisti”. Il libro percorre il solco rude e grossolano di una cultura giuridica ostile alle garanzie giurisdizionali pensate per riequilibrare a favore del cittadino un rapporto di forza che sarebbe, diversamente, a tutto vantaggio dell’autorità statale, e tutto questo nonostante le analisi e le riflessioni di cui il volume si compone appartengano a due prestigiosi magistrati impegnati sui fronti caldi della corruzione e della criminalità organizzata, o forse, proprio in ragione degli insegnamenti che essi ritengono di poter trarre da anni di esperienza di magistratura inquirente. La prefazione di Marco Travaglio non lascia presagire, sin da subito, nulla di buono: in Italia il garantismo, la presunzione di innocenza, la separazione dei poteri, sono tutte imposture divenute il rifugio dei peggiori mascalzoni in guanti gialli. Il teorema degli autori si palesa quindi semplice, chiaro e allo stesso tempo disarmante: il sistema giudiziario italiano è al collasso perché troppi e troppo efficaci sono gli istituti processuali che il furfante di turno (l’imputato del processo penale o il debitore in quello civile) può utilizzare per vanificare l’opera di bonifica morale dell’intera società, affidata, e come potrebbe essere diversamente, alla magistratura nazionale. La prescrizione (vera ossessione della coppia Ardita/Davigo), l’accesso all’appello senza alcun limite, i benefici penitenziari, le limitazioni d’uso di alcuni strumenti investigativi (intercettazioni e agenti provocatori su tutti), l’eccessiva ritrosia nell’applicazione delle misure cautelari personali, la motivazione delle sentenze civili e anche la presunzione d’innocenza e il giusto processo, rappresentano ostacoli insormontabili dolosamente disseminanti lungo il percorso della giustizia da un legislatore il cui unico obiettivo sembra quello di sabotare tutti gli sforzi compiuti dai rappresentanti dell’ordine giudiziario. Meglio allora un paese dalla tradizione giuridica invidiabile come la Romania dove le leggi sono molto severe, le carceri parecchio dure e non si è soliti concedere sconti di pena ai criminali. Le soluzioni per l’Italia, tuttavia, sono a portata di mano ed è solo questione di convincere il Parlamento (magari il prossimo a maggioranza a Cinque stelle, chissà) ad agire rapidamente, perché se non bastano allo Stato, ad esempio, 15 anni per processarvi definitivamente per concussione o 10 per corruzione o 7 e mezzo per abuso d’ufficio o 17 anni e mezzo per associazione a delinquere, occorrerà concedere ancora altro tempo, o meglio, tutto il tempo che servirà. Per fare ancora più in fretta, poi, sarebbe meglio eliminare la possibilità di impugnare le sentenze di primo grado o subordinare l’appello a un aggravio di costi e a un aumento di pena direttamente conseguente al semplice rigetto del ricorso, perché, diciamocela tutta, chi è già stato condannato in primo grado non è più imputato in attesa di giudizio ma colpevole in attesa di appello, con buona pace della retorica sull’articolo 27 della Costituzione Repubblicana. L’esperienza avrebbe dimostrato, ancora, che non vi è alcuna necessità di raccogliere la prova in dibattimento a seguito dell’esame e del contro esame di testi e ufficiali di polizia giudiziaria, perché basterebbe per questi ultimi consentire la mera lettura degli atti che sono stati redatti nel chiuso delle loro stanze senza contraddittorio e senza necessità di alcun confronto con le tesi della difesa. Perché mai continuare a insistere, infine, nella rinnovazione del dibattimento penale tutte le volte che nel corso del giudizio cambia la composizione del collegio giudicante, considerato che la credibilità di un teste, di un pentito, la condotta tenuta in giudizio, le esitazioni e tutto il resto possono ben rimanere documentate indelebilmente nei verbali d’udienza? L’adozione di queste misure potrebbe davvero cambiare il volto alla giustizia, secondo i nostri autori, unitamente al potenziamento degli strumenti di indagine e all’inasprimento delle sanzioni detentive da non annacquare con gli sconti di pena annuale concessi per buona condotta (meglio la Romania, come detto). Nella lotta alla corruzione dovrebbe trovare ingresso l’utilizzo dell’agente provocatore, un infiltrato che dovrebbe non già essere testimone di un fatto illecito autonomo, ma che dovrebbe indurre a commettere quel fatto, al fine di saggiare la predisposizione morale e psicologica di politici, imprenditori e funzionari, al compimento di attività criminali da stroncare poi esclusivamente con pene detentive esemplari perché “il governo può snellire la burocrazia, stabilire conflitti d’interesse e incompatibilità… Ma la politica dovrebbe innanzitutto facilitare le indagini sui reati spia della corruzione, perché il più importante deterrente è e sarà sempre la predisposizione di strumenti repressivi”. Manette, manette, manette.

Davigo: non ho mai incontrato Grillo né tramato contro Berlusconi. Il magistrato: la prescrizione? Per i politici ha un peso diverso rispetto agli altri, scrive Giovanni Bianconi il 5 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. «Già domenica mattina ho mandato una e-mail al mio avvocato per dirgli di predisporre una querela contro Il Giornale». Quel giorno campeggiava un titolo in prima pagina: «Trame a 5 stelle - Ecco chi è il mandante dell’agguato a Berlusconi - Vertici segreti tra Grillo e Davigo dietro la legge per fare fuori il cavaliere dalla vita politica».

Che cosa c’era di sbagliato, dottor Davigo?

«Tutto. Non ho mai incontrato Grillo in vita mia, se non quarant’anni fa, lui sul palco e io spettatore di un suo spettacolo. Né ho mai partecipato all’ideazione o alla stesura di qualsivoglia emendamento alla legge elettorale che punti a estromettere Berlusconi dalla vita politica».

E dopo domenica che cosa è successo?

«Lunedì ho telefonato allo stesso avvocato per raccomandargli di sbrigarsi a presentare la denuncia, senza aspettare come suo solito la scadenza dei novanta giorni di tempo, perché tra tante diffamazioni questa mi dà molto fastidio».

Risultato?

«Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò nel suo studio a firmare la querela. E mi pare che questa cronologia contenga in sé la smentita attesa dal collega Galoppi».

Claudio Galoppi è il componente del Consiglio superiore della magistratura che ieri, in un’intervista a Il Foglio intitolata «Bordata dal Csm contro Davigo», ha detto, a proposito delle notizie riportate da Il Giornale: «Mi auguro che arrivi presto una smentita; se Davigo non smentirà, non potranno non esserci conseguenze». Galoppi è un rappresentante di Magistratura indipendente, la corrente considerata più a destra nella classificazione politico-culturale delle toghe, da cui Piercamillo Davigo è uscito due anni fa insieme a un consistente numero di colleghi, fondando il gruppo chiamato Autonomia e indipendenza. Tra i motivi della scissione da Mi c’era anche il dissenso con la posizione del leader Cosimo Ferri, che da quattro anni e mezzo occupa la poltrona di sottosegretario al ministero della Giustizia, inizialmente come tecnico in quota Forza Italia e poi, dopo l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza del governo Letta, come tecnico e basta.

Nella sua intervista Galoppi s’è detto allibito se davvero lei avesse affermato che chi non rifiuta la prescrizione dovrebbe vergognarsi, perché “non spetta a un magistrato esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali”.

Che cosa replica?

«Che io non stavo parlando della prescrizioni in generale né delle scelte processuali di un cittadino comune, ma del caso specifico dell’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, cioè di una persona che ha svolto ruoli amministrativi. E non ho fatto valutazioni morali, bensì ho citato e interpretato l’articolo 54 della Costituzione, secondo il quale “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Non mi pare che chi evita una condanna grazie alla prescrizione possa rivendicare di aver svolto il suo compito con onore».

Dunque secondo lei un uomo politico deve sempre rinunciare alla prescrizione?

«Può fare quello che vuole, ma la Costituzione pone una netta distinzione tra i cittadini che esercitano funzioni pubbliche e tutti gli altri. Non sono uguali, perché chi amministra ha doveri e obblighi in più, tra cui quello di adempiere al proprio ruolo con onore. Mi sembra strano che debba ricordare queste cose a un magistrato che siede al Csm».

L’altra sera in tv le hanno chiesto chi risarcisce le persone che escono innocenti dai processi, e lei s’è alterato. Perché?

«Perché nell’elenco avevano inserito Penati, che per un reato ha usufruito della prescrizione pur avendo dichiarato in passato che vi avrebbe rinunciato, e dunque non mi pare che ci sia nulla da risarcire. Io come magistrato svolgo funzioni pubbliche, e se in un procedimento penale vengo accusato di reati poi dichiarati prescritti, per quei fatti scatta l’azione disciplinare. Altro che risarcimento».

Dietro il dibattito che a intermittenza si riaccende sulle sue dichiarazioni c’è sempre il retropensiero che un giorno lei possa scendere in politica, e assumere una carica di governo.

«Sono 25 anni che rispondo che non mi interessa, e che non farò mai politica. E lo ribadisco, di più non posso fare».

Il prossimo anno si voterà per il Parlamento ma anche per il rinnovo del Csm. Lei si candiderà al Csm?

«A questa domanda non rispondo».

Questo significa che potrebbe farlo.

«Significa che non rispondo».

"Frasi gravi e imbarazzanti". Ora il Csm striglia Davigo. Galoppi bacchetta il collega: "Mi auguro smentisca gli incontri con il M5S per suggerire la norma anti Cav", scrive Anna Maria Greco, Venerdì 6/10/2017, su "Il Giornale". Se parlate con magistrati di destra, sinistra, centro, corrente A o corrente B, è un coro di proteste contro le uscite di Piercamillo Davigo. L'ex presidente dell'Anm, già star del pool Mani pulite, con i suoi comizi politici di taglio giustizialista in programmi tv, feste pubbliche e convegni di partito, mette in imbarazzo per primi i suoi colleghi in toga. C'è grande malumore all'Anm e a Palazzo de' Marescialli. Alla prima commissione del Csm e al Procuratore generale della Cassazione (titolare dell'azione disciplinare e membro di diritto del consiglio), arriverà l'esposto del Movimento Fino a Prova Contraria di Annalisa Chirico, che chiede di «fare chiarezza sul rapporto talvolta patologico tra magistrati e mass media», sulla sovraesposizione di toghe come Davigo che, con interventi «apertamente politici», danneggiano l'immagine della categoria. L'ultima che ha sparato martedì dal salotto di Floris su La7 è che «l'imputato che non rifiuta la prescrizione deve vergognarsi», perde «l'onore». E intanto non ha smentito la notizia pubblicata 5 giorni fa dal Giornale di 3 incontri con esponenti del M5S per scrivere l'emendamento anti-Berlusconi al Rosatellum 2.0, sotto esame alla Camera. In sua vece è intervenuto il paladino Marco Travaglio su Il Fatto, appoggiando la posizione sulla prescrizione, scagliandosi contro Il Giornale e il direttore Alessandro Sallusti, assicurando che «Davigo e Grillo non si sono mai incontrati». Ma chi ha parlato di Grillo, in persona? Semmai, di deputati Cinque Stelle. Quasi un'ammissione, insomma. Anche su questo punto il movimento fondato dalla giornalista Annalisa Chirico chiede a Pg e Csm di intervenire. In sostanza, si sollecita un procedimento disciplinare su Davigo o, almeno, una pratica in prima commissione sull'incompatibilità con il suo ruolo di magistrato di Cassazione. «Non spetta a un magistrato - sostiene su Il Foglio Claudio Galoppi, togato al Csm di Magistratura Indipendente e presidente della VII commissione - esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali. La prescrizione è un diritto riconosciuto al cittadino, non un salvacondotto per disonesti. Non esiste alcuna equiparazione tra prescrizione e colpevolezza». Per Galoppi, Davigo dovrebbe anche smentire la notizia degli incontri con i grillini sull'emendamento alla legge elettorale. Altrimenti, «non potranno non esserci conseguenze». Perché «si tratterebbe di una condotta gravissima», dice. Gli amici più vicini a Davigo ora fanno pressione sul leader della corrente Autonomia & Indipendenza (nata da una scissione di MI) perché neghi la collaborazione col M5S. Per mesi si è parlato di un rapporto stretto del magistrato con il movimento, anche di una sua candidatura se non a premier almeno a ministro di un possibile governo. Lui ha ripetuto che i magistrati non devono fare politica (perché «non sanno farla») e ha continuato a passare da un convegno del M5S alla Festa del Fatto, dai talk show de La 7 a quelli della Rai. Anche ieri, da Agorà su Rai3, diceva che «la Corte dei conti che si occupa di uscite dello Stato, dovrebbe occuparsi anche delle entrate». Quanto all'eventuale azione disciplinare Galoppi spiega che a promuoverla possono essere solo Pg o ministro della Giustizia, mentre il Csm potrebbe muoversi dopo un esposto, per valutare una «condotta incolpevole ed è arduo sostenere che un magistrato che siede in uno studio tv agisca in assenza di colpa». Pochi giorni fa il Guardasigilli Andrea Orlando commentava: «Mi pare che Davigo faccia anche un po' di politica e sia portatore di idee distanti da questo governo. Ma è anche fisiologico». Fisiologico?

Legnini: "Solo in Italia le toghe passano dai talk show alle aule". Il vicepresidente del Csm: "Non ci sono norme che arginino il fenomeno che porta dalle prime pagine dei giornali a ruoli di rilievo". Sulle carriere di giudici e pm: "Sempre più distinte", scrive il 6 ottobre 2017 "Il Foglio". "In nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show o dalle prime pagine dei giornali a funzioni requirenti e giudicanti, fino alla presidenza di collegi di merito o della Cassazione", ha detto il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, al congresso dei penalisti. Legnini non ha fatto riferimenti diretti a Piercamillo Davigo, sottolineando che "non ci sono norme per arginare questo fenomeno". "Risolvere questo problema - ha spiegato - è un dovere che spetta a tutti i protagonisti che tengono al rispetto, sacrosanto, dell'indipendenza della magistratura che anche i cittadini devono percepire. Non è in discussione la libertà d'espressione, ma - ha chiarito il vicepresidente del Csm - c'è bisogno di recuperare senso di responsabilità e un esercizio equilibrato delle funzioni". Legnini si è poi espresso sul Codice Antimafia, augurandosi che "possa essere interpretato e applicato in modo che le misure di prevenzione siano adottate nel rispetto dei diritti e delle garanzie fondamentali di ciascuno". In merito alla divisione delle carriere di giudici e pm il vicepresidente del Csm ha ribadito di rispettare l'iniziativa dell'Unione delle Camere penali, che sta raccogliendo le firme per chiedere la separazione delle carriere dei magistrati. Una mossa, secondo Legnini, non necessaria: "Nei dieci anni di attuazione della riforma nell'ordinamento giudiziario il principio della distinzione delle funzioni è andato via via consolidandosi e i percorsi professionali di giudici e pm stanno andando sempre più distinguendosi. La vostra associazione - ha poi sottolineato - sta conducendo una battaglia molto forte, sforzandosi di rifuggire da un'impostazione ideologica. Non so come andrà a finire, ma so che si tratta di un tema divisivo".

I giudizi morali del pm e i danni di immagine per l’ordine giudiziario. Parla Galoppi. Intervista di Annalisa Chirico del 5 Ottobre 2017 su "Il Foglio".

Dottor Galoppi, su La7 il presidente Davigo ha detto che chi non rifiuta la prescrizione deve vergognarsi.

“Sta scherzando, vero?”.

Sulle prime Claudio Galoppi stenta a crederci. In magistratura dal 1997, Galoppi è stato sostituto procuratore a Como, poi giudice a Milano. Oggi presiede la settima commissione del Csm.

“Se il presidente Davigo ha detto così, resto allibito. Non spetta a un magistrato esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali. La prescrizione è un diritto riconosciuto al cittadino dall’ordinamento. Un uomo di legge non può far passare l’idea che si tratti di un salvacondotto per disonesti. Il nostro dovere è applicare la legge vigente. La legge la detta il legislatore”.

A sentire Davigo, “non c’è onore nel prendere la prescrizione”.

“E’ un istituto legale con una precisa ratio: decorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, viene meno l’interesse dello stato a esercitare la pretesa punitiva. L’imputato che non rinuncia alla prescrizione agisce nel rispetto della legge”.

L’imputato prescritto non merita le stimmate del colpevole?

“Non esiste alcuna equazione tra prescrizione e colpevolezza. La seconda attiene a un giudizio di merito. Nel caso di estinzione per intervenuta prescrizione, tale giudizio non c’è”.

“So distinguere i ladri dai non ladri”, ha tuonato l’ex presidente dell’Anm. Pure lei, dottore, si ritiene dotato di questa capacità discernitiva?

“Senta, io diffido dei magistrati moralizzatori. Le generalizzazioni sono nemiche della verità. Il nostro compito è accertare responsabilità individuali in casi specifici attraverso una rigorosa ricostruzione dei fatti. Certe espressioni ultimative e assolutizzanti sono fuorvianti”. “Capisco che le pronunci un politico, non un magistrato”, continua Galoppi, giudice e membro del Csm. “Mi auguro che lei stia scherzando…”.