Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2017

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE 

 

 

 

 

  

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2017, consequenziale a quello del 2016. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

L’ITALIA DELLE RIFORME IMPOSSIBILI.

IL PARTITO DELL'ASTENSIONE.

LO "IUS SOLI" COMUNISTA.

ITALIANI SENZA INNO NAZIONALE.

ITALIANO: UOMO QUALUNQUE? NO! SONO TUTTI: CETTO LA QUALUNQUE.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

ITALIANI: VITTIME PATOLOGICHE.

L'ITALIA DEI SOCIAL. QUELLO CHE LA GENTE PENSA E SCRIVE...

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

PARLAR MALE DELL'ITALIA? LA GODURIA DEGLI ITALIANI.

L'ITALIA DEI CAMPANILI.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO E DEL PRECONCETTO.

GLI ITALIANI NON SANNO PERDERE.

ITALIANI RANCOROSI.

ITALIANI: POPOLO DI TRADITORI.

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

L’IPOCRISIA DELLA RICONOSCENZA.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

ITALIA. IL PAESE DEI CAFONI.

ITALIANI: UN POPOLO DI ASOCIALI.

L’ITALIA DEGLI INVIDIOSI.

ITALIANI SCROCCONI.

ITALIA. IL PAESE DEI LADRI.

LADRI DI BICICLETTE.

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE.

GLI ITALIANI ED IL TURPILOQUIO.

L’ITALIA DEL TRASH (VOLGARE).

ITALIANI: UN POPOLO DI STUPIDI ODIOSI.

GLI ITALIANI E LA STUPIDITA’.

L’ITALIA DELLA SCARAMANZIA.

L’ITALIA DEI PAZZI.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

CERVELLI IN FUGA.

NON SIAMO STOICI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

VIVA GLI ANTIPATICI.

ITALIA. PAESE DI GIOCATORI D’AZZARDO.

ITALIA. PAESE DI SANTI, NAVIGATORI E...POETI.

EDITORIA A PAGAMENTO.

ITALIA PAESE DI SCRITTORI CHE NESSUNO LEGGE.

LA SCUOLA AL FRONTE.

ITALIANI: POPOLO DI IGNORANTI LAUREATI.

L'ITALIANO: LINGUA MORTA, ANZI, NO!

L’ITALIA DEI SACCENTI. TUTTI PARLANO. NESSUNO ASCOLTA.

L’ITALIA DEI GENI.

IL CALENDARIO CIVILE VISTO DALLA SINISTRA.

IL GIORNO DEL RICORDO…DIMENTICATO.

PADRI DELLA PATRIA: LA NOSTRA ROVINA.

FRATELLI D’ITALIA? MASSONI ITALIANI.

ABOLIAMO LA MASSONERIA?

DA DE GASPERI A RENZI. COME L'ITALIA SI E' VENDUTA AGLI AMERICANI.

MISTERI E DEPISTAGGI DI STATO.

LA MAFIA GLOBALIZZATA.

I DIECI COMANDAMENTI DELL’ANTIMAFIA.

L’ANTIMAFIA IMPLACABILE.

LE VITTIME DELL’ANTIMAFIA ED IL REATO CHE NON C’E’: IL CONCORSO ESTERNO.

PENTITI E PENTITISMO. LA LINGUA BIFORCUTA.

LA MAFIA NON ESISTE, ANZI, E' DI STATO!

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA COMUNISTA. IL RACKET DELLE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI IMMOBILI.

IL RACKET DEI TURISTI NORDISTI.

ITALIANI. MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA. CACCIA ALLE STREGHE? NO! CACCIA ALLE ZEBRE...

L'ANTIMAFIA SPA E PARTIGIANA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

L'ITALIA CERVELLOTICA DEGLI SPRECHI ASSURDI.

IL PAESE DEI COMUNI FALLITI.

IL PAESE DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI MINACCIATI.

IL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO).

QUELLI…PRO SATANA.

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

2016. EUROPA, UN ANNO DI TERRORE.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

ONESTA' E DISONESTA'.

DUE PESI E DUE MISURE.

LA SETTA DEI 5 STELLE.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

CERCANDO L’ITALEXIT.

MORIRE DI CRISI.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

UNA COSTITUZIONE CATTO-COMUNISTA.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA DESTRA.

CUORI ROSSI CONTRO CUORI NERI.

C’ERANO UNA VOLTA I LIBERALI.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DA TENCO A PASOLINI, DA TOTO’ A BONCOMPAGNI.

E POI C’E’ ALDO BISCARDI.

1977: LA RIVOLUZIONE ANTICOMUNISTA.

FASCISTI-COMUNISTI PER SEMPRE.

L'ITALIA ANTIFASCISTA. 

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

I GIORNALISTI SON TROPPO DI SINISTRA.

LA TRUFFA DELL'ANTIFASCISMO.

DEMOCRATICI: SOLO A PAROLE.

QUELLI CONTRO...IL SUFFRAGIO UNIVERSALE.

LA DEMOCRAZIA DEI TIRANNI INTELLETTUALI.

MAI DIRE BEST SELLER. LA CULTURA COMUNISTA E L’INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

I NEMICI DELLA LIBERTA DI STAMPA? QUELLO CHE NON SI DEVE E NON SI PUO’ SCRIVERE.

DIRITTO DI CRONACA E DIRITTO DI STORIA VITTIME DEL DIRITTO ALL'OBLIO.

DIRITTO ALL'OBLIO, MA NON PER TUTTI.

L'ITALIA DELL'ACCOGLIENZA.

LA LUNGA STORIA DEI POPULISMI.

LA SINDROME DI MEDEA.

L’ITALIA ANTICONFORMISTA.

NON SONO TUTTI ...SANREMO.

C'ERA UNA VOLTA...CAROSELLO.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE. TUTTI CONTRO UNO.

GLI ITALIANI...FANTOZZI!

QUELLI CHE...REGIONANDO E PROVINCIANDO, TRUCCANO.

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

L’ITALIA DELLE CASTE.

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

L'ITALIA ALLO SBANDO.

SOLDI E COMPLOTTI NELLO SPORT.

LA FIDAL ED I VERI ATLETI.

L'ITALIA IN GUERRA.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI INTERESSATI.

QUELLI CHE…SONO RAZZISTI CON ARTE, SENZA PARTE.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI E BASTA.

QUELLI CHE SONO RAZZISTI...A RAGIONE.

 

INDICE TERZA PARTE

 

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

L'INSICUREZZA PUBBLICA ED IL PARTITO DEI CENTRI SOCIALI.

L'ITALIA E L'ILLEGALITA' DI MASSA.

L’ITALIA DEI CONDONI.

LEGGE ED ORDINE.

PARLIAMO DELLE CELLE ZERO.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

DEVASTATI DA MANI PULITE.

I GIORNALISTI. I KILLER DELLA PRIMA REPUBBLICA.

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

IL COMUNISMO, IL FASCISMO ED I 5 STELLE: LA POLITICA COL VINCOLO DI MANDATO.

LA VERITA' E' FALSA.

IL TURISMO DELL'ORRORE.

IL GIORNALISMO DELLA MALDICENZA.

GIORNALI E PROCURE.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

GIUSTIZIA CAROGNA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

L'ITALIA DEGLI APPALTI TRUCCATI.

NOTIZIE FUGACI E TRUCCATE.

LE SPECULAZIONI ELITARIE.

PARENTELE TOGATE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

IL 2016 ED I FLOP GIUDIZIARI.

L’ITALIA SPORCA AL CINEMA: SESSO, DROGA E CORRUZIONE.

IL PROIBIZIONISMO E LO STATO PATERNALISTA.

2016 FATTI E NOMI PIU’ IMPORTANTI.

I DESAPARECIDOS ED IL PIANO CONDOR.

LE PEGGIORI CAZZATE VIP DETTE NEL 2016.

EI FU: IL CORPO FORESTALE.

FIGLI DI TROJAN. HACKER E CYBERSPIONAGGIO.

A COSA SERVONO...

 

INDICE QUARTA PARTE

 

UN POPOLO DI NON IDENTIFICATI. I CORPI SENZA NOME.

FUNERALE LAICO. SENZA DIRITTI ANCHE DA MORTI!

LA GERMANIA: AL DI LA' DEI LUOGHI COMUNI.

REGENI, PUTIN, TRUMP E LE FAKE NEWS (BUFALE/FALSE VERITA').

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

SINISTRISMO E RADICAL-CHIC.

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

I MURI NELL'ERA DI INTERNET.

IL RAZZISMO IMMAGINARIO.

RAZZISMO E STEREOTIPI.

TRADIZIONI E MENZOGNE.

QUELLI CHE...SON SOLIDALI.

PARLIAMO DI IMMIGRAZIONE SENZA PARTIGIANERIA.

QUELLI CHE...COME I SINDACATI.

QUELLI COME…I PARLAMENTARI.

QUELLI…PRO GAY.

QUELLE CHE…SON FEMMINISTE.

L'ITALIA DEGLI IMBOSCATI.

L'ITALIA DEI CORROTTI.

CORROTTI E CORRUTTORI. UN POPOLO DI COMPRATI E DI VENDUTI. L’ITALIA DEI BONUS E DEI PRIVILEGI.

LA SANITA’ MALATA.

REATO DI ANZIANITA'. ADOTTABILITA' DEI FIGLI: NEGATA AGLI ANZIANI, MA PERMESSA A GAYS E LESBICHE.

GENITORIALITA' MALATA.

FILIAZIONE MALATA.

PARENTICIDI: OMICIDI FAMILIARI.

ABRUZZO. GIUSTIZIERI, TERREMOTO E VALANGHE. HOTEL RIGOPIANO. I MORTI SONO STATI UCCISI.

PARLIAMO DELLA BASILICATA.

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

PARLIAMO DELLA CAMPANIA.

PARLIAMO DELL’EMILIA ROMAGNA.

PARLIAMO DEL LAZIO.

PARLIAMO DELLA LIGURIA.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

PARLIAMO DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D’AOSTA.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

PARLIAMO DELLA SARDEGNA.

PARLIAMO DELLA SICILIA.

PARLIAMO DELLA TOSCANA.

PARLIAMO DELL’UMBRIA.

PARLIAMO DEL VENETO.

 

 

 SECONDA PARTE

 

 

L'ITALIA CERVELLOTICA DEGLI SPRECHI ASSURDI.

Toh, la burocrazia ci costa più dell'evasione. Gli sprechi della Pa valgono quasi 150 miliardi contro i 110 sottratti alle imposte, scrive Gian Maria De Francesco, Martedì 15/08/2017, su "Il Giornale". Gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione costano ai cittadini quasi 150 miliardi di euro all'anno, ben più dei 110 miliardi a cui, secondo le stime, ammonterebbe l'evasione fiscale. È quanto sostiene l'Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha cercato di aggregare tutti i dati relativi al malfunzionamento della macchina burocratica valutandone l'impatto negativo sull'economia del nostro Paese. L'analisi si basa sugli effetti prodotti da talune criticità sul sistema-Italia. In primo luogo, il deficit logistico-infrastrutturale incide per un importo di 42 miliardi di euro l'anno. È la stima contenuta in uno studio Confcommercio-Isfort del 2015 sul maggiore valore aggiunto che genererebbe l'Italia se vantasse lo stesso indice di performance della Germania. I debiti della pa nei confronti dei fornitori, desumibili dalle ultima relazione annuale di Bankitalia, ammontano a 64 miliardi di euro dei quali 34 miliardi ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso della burocrazia grava sulle pmi per un importo di oltre 30 miliardi di euro l'anno, cifra certificata sia da una relazione del 2013 del dipartimento Funzione pubblica che da un più recente studio del Cer del 2015. Sprechi e corruzione nella sanità pesano per 23,6 miliardi l'anno (secondo le stime dell'Ispe del 2014), mentre tanto Bankitalia quanto altre basi di dati imputano nelle lentezze della giustizia tanto penale quanto civile quanto amministrative un effetto negativo pari a circa un punto di Pil (16-17 miliardi). Sommando questi valori relativi a diversi sottoinsiemi (che in alcuni casi potrebbero intersecarsi tra loro) si ottiene un valore lordo di circa 146,6 miliardi. Eventuali elisioni interne, però, dovrebbero comunque restituire una cifra superiore al mancato gettito determinato dall'evasione fiscale e contributiva, stimato appunto in 110 miliardi dalla Commissione per la redazione della Relazione annuale sull'economia non osservata, presieduta dall'ex ministro Enrico Giovannini. Questa «cattiva coscienza» dello Stato nei confronti della pubblica amministrazione è testimoniata anche dai dati di bilancio. Il segretario della Cgia, Renato Mason, ha ricordato che «al netto degli interessi sul debito, nel 2017 la spesa pubblica dovrebbe attestarsi sui 773 miliardi di euro» e che «i risultati della spending review, seppur importanti, ma non ancora sufficienti» perché «a fronte di risparmi strutturali per 30,4 miliardi di euro, la spesa corrente al netto degli interessi è aumentata di 31,8 miliardi». È in massima parte il Nord a scontare gli effetti negativi della cattiva gestione della pa, sottolinea il coordinatore dell'Ufficio studi degli artigiani mestrini, Paolo Zabeo, in quanto «avendo un'economia orientata all'export, questi territori avrebbero bisogno di contare su servizi e infrastrutture migliori per competere con maggiore successo nei mercati internazionali». La seconda, perché la propensione all'evasione fiscale del settentrione è nettamente inferiore che nel resto del Paese. In secondo luogo, il ministero dell'Economia aveva osservato come le regioni del Sud registrino livelli di intensità di evasione che sfiorano il 60%, mentre la media del Nord è del 27 per cento. Nei rapporti tra Stato e contribuente, prosegue la Cgia, appare evidente che i dati riportati più sopra dimostrano che il soggetto maggiormente leso non è il primo, ma il secondo. «Se si recuperasse buona parte dell'evasione, la macchina pubblica funzionerebbe meglio e costerebbe meno», ha concluso Zabeo, ma questo non esime coloro che hanno responsabilità di governo dall'imperativo ormai categorico di riuscire «a tagliare sensibilmente la spesa pubblica».

Porno, calcio e scommesse online: lo scandalo dei telefonini di Stato. Dai cellulari in dotazione alle amministrazioni pubbliche sono partite migliaia di chiamate verso numeri ben poco istituzionali. Con un danno di quasi 8 milioni di euro. Lo studio sul traffico di oltre 400 mila sim card Coppola (Pd): "Molte potrebbero essere truffe". Donazioni via sms a carico del contribuente, biglietti per eventi e abbonamenti a oroscopi, scrive Fabio Tonacci il 7 agosto 2017 su "La Repubblica". Siamo sicuri che tra gli 840 dipendenti pubblici che hanno attivato l'abbonamento a "SexyLand" sul telefono di servizio, pagato coi soldi degli italiani, ci sia qualcuno che lo ha fatto per sbaglio. E siamo anche ragionevolmente certi che tra i 665 funzionari, assessori e dirigenti statali che risultano abbonati a "Le porno Erasmus", ci sia chi è soltanto vittima di una truffa telefonica. Così come se andiamo a frugare tra i 564 abbonamenti attivati tra aprile e giugno di quest'anno a "Video hard casalinghi", i 12.000 abbonamenti a "Serie A Tim", i 630 a "Dillo alle Stelle" e i 260 a "Pronto a tavola", troveremo certamente chi ignora di avere questa roba nelle bollette. Ma che c'entra il televoto con l'uso del cellulare "per ragioni di servizio"? Cosa c'entrano le telefonate ai call center per i biglietti dei concerti, o le donazioni via sms addebitate allo Stato? Quel che ha scoperto la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla digitalizzazione (e gli sprechi) dell'Amministrazione pubblica analizzando i 401.839 cellulari a carico dello Stato è un quadro assai poco edificante, di sciatteria e di consapevole sperpero. Tanto, appunto, paga lo Stato. La Commissione si è fatta mandare da Telecom Italia il prospetto con il traffico - telefonate, sms e dati Internet - di tutte le sim dei cellulari consegnati ai dipendenti pubblici. Rientrano nelle due distinte convenzioni Consip (Telefonia mobile 5 e Telefonia mobile 6) che hanno rifornito circa 4.400 amministrazioni centrali e locali. L'obiettivo era capire quanto si può risparmiare se si eliminano i consumi che niente hanno a che fare con il lavoro di un sindaco, di un assessore, di un funzionario ministeriale, di un dirigente statale. Sono quindi andati a vedere quanto è stato speso, dal 2012 al 2017, per chiamate a numeri speciali con addebito (i call center), per servizi di intrattenimento via sms e mms, per i servizi interattivi sulla Rete. Risultato: 7,7 milioni di euro sprecati. Una media di quasi due milioni all'anno, con picchi tra il 2013 e il 2015. Non sono cifre che sconvolgono il bilancio di un Paese, ma dicono molto dei suoi costumi. "Basterebbe fare i controlli sulle bollette, smettendola di complicare le norme, e non ci troveremmo di fronte a questo spreco", osserva il deputato del Pd Paolo Coppola, presidente della Commissione.

Andiamo con ordine. Per avere un'indicazione statistica dei consumi abusivi è stato chiesto alla Tim il dettaglio del traffico di tutte le sim pubbliche nei mesi tra aprile e giugno 2017. In numeri speciali spendiamo 39mila euro non dovuti per colpa di 1.382 chiamate al call center di Trenitalia (11.500 euro), 1.108 a quello di Alitalia (8.754 euro), 267 al desk di Ticketone per avere informazioni su biglietti e concerti (1.907 euro), 120 telefonate al call center di Sky (293 euro) e altro. Piccole cifre, ma che non dovrebbero esistere visto che l'uso del cellulare è consentito solo nell'ambito dell'incarico svolto.

Un po' di più, 132 mila euro, è stato buttato via con gli sms per comprare prodotti bancari e promozioni di natura sociali. Si contano 15.000 messaggini (costati 52.390 euro) ricevuti da Banca Intesa per le comunicazioni di home banking che, ovviamente, non dovrebbero essere attivate col telefono di servizio. Facendolo, furbescamente il possessore carica la commissione della banca su una bolletta non sua. Ci sono anche alcune voci che si riferiscono ad acquisti con Mediaset e altre televisioni. Pure un migliaio di euro in sms di beneficenza, perché è facile essere generosi con i soldi di tutti. Per non parlare di chi ha entusiasticamente partecipato con gli sms (altri 1.000 euro) al televoto di Sanremo e Miss Italia. Ripetiamo: piccole cifre, ma esemplari.

Arriviamo al tasto più doloroso e oneroso, da mezzo milione di euro in tre mesi: le transazioni sulla Rete per contratti con strani provider. Qui, a voler stare al prospetto della Tim, si entra nella fiera del futile. Dunque: 6.976 abbonamenti mobilepay a Beengo Tuk Tuk (in Rete si trovano decine di utenti che si lamentano per l'attivazione non voluta); 9.176 a Mobando; 6.438 a TimGames, 12.000 circa a Serie A Tim, migliaia e migliaia di servizi per entrare nelle chat erotiche e ricevere e materiale pornografico, oroscopi, ricette, scommesse sportive. "Credo che la maggior parte di questi abbonamenti siano stati attivati involontariamente, frutto di truffe telefoniche", sostiene Paolo Coppola. "Se chi lavora nella pubblica amministrazione ci casca così facilmente, chissà quanti utenti privati vengono fregati".

Rimangono però un paio di punti da chiarire. Pure in presenza di truffe, c'è da chiedersi perché non vengano rilevate da chi controlla i bilanci di comuni, province, regioni, ministeri. Basterebbe avvertire il dipendente, disattivando il servizio, e risparmieremmo tutti. Non solo. Gli sms per il televoto a San Remo, le chiamate ai call center a pagamento, l'home banking, la beneficenza farlocca: tutto ciò assomiglia più al reato di peculato che a un inconsapevole errore. "Ci penserà la procura, nel caso", dichiara Coppola. "Più avanti consegneremo la relazione finale complessiva al Parlamento, e immagino che i magistrati saranno interessati. Sull'immediato, come commissione di inchiesta, daremo l'indicazione perché nella convenzione Consip sia inserita una clausola per mettere automaticamente nella black list questo tipo di servizi".

I tagli mai fatti: ogni giorno una società pubblica in più. Lo studio Ires-Cgil: sono quasi 9mila, 5mila nate solo tra il 2000 e il 2014. Gli enti locali assumono beffando le leggi. Record in Val d’Aosta con una partecipata ogni 1.929 cittadini. E una su 5 è inattiva, scrive Sergio Rizzo il 13 luglio 2017 su "La Repubblica". La società delle Terme di Salsomaggiore è in rosso dal 2008. La pioggia delle società pubbliche, indifferente al clima politico e ai rovesci dell’economia, non si è mai fermata. Una al giorno, ne è nata. Per anni e anni, fino ad allagare Regioni, Province, Comuni. La fotografia scattata dalla Cgil con il suo centro studi Ires in un approfondito studio di 60 pagine, ci consegna oggi un’immagine mostruosa. Uno scenario popolato da 8.893 società partecipate dalle pubbliche finanze e cresciute a un ritmo impressionante: circa 5mila nel solo periodo compreso fra il 2000 e il 2014, fino a raggiungere uno spettacolare rapporto di una ogni 6.821 abitanti. Con i suoi amministratori, i suoi revisori, i suoi dirigenti: spesso soltanto quelli. E punte inarrivabili. Come nel Trentino Alto Adige, dove si sono contate 498 scatole societarie create con i soldi dei contribuenti. Ovvero, una ogni 2.126 residenti. Ma ancor più in Valle D’Aosta, la Regione più piccola d’Italia che detiene il record di società pubbliche in rapporto ai propri residenti. Una per ogni 1.929 valdostani. La riforma delle autonomie La Cgil dice che l’inondazione è cominciata negli anni Novanta con la riforma delle autonomie locali. Da lì è partita la febbre che sempre più rapidamente ha contagiato gli enti locali, con la scusa di rendere più efficienti i servizi pubblici vestendoli con un abito privatistico. Ma è dal decennio successivo che il termometro ha preso a salire senza più controllo, complici i vari blocchi delle assunzioni di personale pubblico. E grazie pure ad alcune mosse legislative a dir poco discutibili, come la famosa riforma del titolo V della Costituzione voluta da un centrosinistra all’inseguimento forsennato della Lega Nord, che ha ampliato a dismisura le prerogative della politica locale alimentandone le tentazioni più inconfessabili. Le poltrone ai trombati Le società pubbliche sono così diventate un comodo strumento per aggirare i divieti a gonfiare gli organici delle amministrazioni, per giunta senza dover fare i concorsi: con il risultato che oggi il numero dei loro dipendenti ha raggiunto 783.974 unità, più degli abitanti di Bologna e Firenze messi insieme. Non soltanto. Soprattutto questo sistema ha consentito di dare una poltrona a politici trombati o in pensione, onorare impegni elettorali, garantire segretaria e auto di servizio agli amici. Qualche anno fa la Corte dei conti ha stimato in 38 mila il numero delle figure apicali in quelle società. Talvolta in proporzione perfino superiore a quello degli stessi dipendenti. Questo spiega perché risultano inattive ben 1.663 delle 8.893 società partecipate. Il 18,7 per cento di scatole vuote. Con vette in Molise (31 per cento), Calabria (38 per cento) e Sicilia, dove si supera il 40 per cento. Persino in Trentino Alto-Adige è inattiva una su dieci. Per non parlare di quante, pur apparendo formalmente attive, non hanno neppure un dipendente. Sono 1.214 di cui, precisa il documento, 1.136 partecipate esclusivamente dagli enti locali, con una concentrazione nelle Regioni a guida leghista, quali Veneto (106) e Lombardia (136), ma anche in quelle considerate tradizionalmente rosse come Toscana (114) ed Emilia Romagna (122). Ce ne sono poi 274 con più amministratori che dipendenti, 234 che nei quattro anni compresi fra il 2011 me il 2014 hanno chiuso i conti in perdita e 1.369 che hanno un fatturato inferiore a 500 milioni. La proliferazione del fenomeno. La giungla ha tratti geografici assai variegati, capaci anche di sovvertire alcuni luoghi comuni. Per esempio, non è affatto vero che la densità di società sia maggiore al Sud, come la qualità di certe amministrazioni lascerebbe immaginare: in Campania se ne trova una ogni 14.554 abitanti, il valore minimo in assoluto. Circa metà rispetto alla Lombardia, dove è possibile contarne una ogni 7.419 residenti. Va detto che neppure la crisi, né i vari provvedimenti presi a partire dal 2007 e tesi a scoraggiare la proliferazione di questo fenomeno l’hanno potuta frenare. Perché se è vero, come argomenta la Cgil in questo dettagliato dossier, che fra le società non attive bisogna considerare le 828 congelate o messe in liquidazione a partire dal 2010, è anche vero che da quell’anno e fino a tutto il 2014 ne sono state costituite 1.173 nuove di zecca. E il ritmo delle nascite si è appena rallentato. Eppure è da molti anni che nella normativa i governi di turno cercano di infilare qualche pillola avvelenata. La quale subisce però sempre il medesimo destino, quello di venire immediatamente sterilizzata. Le ragioni sono facilmente intuibili. La politica locale rischia di dover rinunciare a muovere potenti leve clientelari. Pratica, ahinoi, assai diffusa. Qualche anno fa si scoprì che presso i gruppi politici del consiglio regionale della Campania erano distaccati 150 dipendenti di società pubbliche. Pagati dai contribuenti ma al servizio di partiti e loro capicorrente. La mancata spending review Come stupirsi, allora, del fatto che qualunque tentativo di cambiare finisca nelle sabbie mobili? La legge 190 del dicembre 2014 prevedeva che gli enti locali predisponessero piani di razionalizzazione delle partecipate entro il marzo dell’anno seguente: ebbene, la Corte dei conti ha rilevato che due mesi dopo quella scadenza soltanto 3.570 soggetti sugli 8.186 interessati dalla disposizione l’avevano osservata. Quanto agli affondi della spending review, il processo di revisione della spesa pubblica avviato formalmente ormai da tempo, sono rimasti del tutto inefficaci. A questo proposito bisogna ricordare che l’ex commissario Carlo Cottarelli nel suo rapporto presentato all’inizio del 2014 aveva stimato in 2 miliardi l’anno i possibili risparmi derivanti dal disboscamento di tale giungla. Auspicando una strage: il numero delle partecipate si sarebbe dovuto ridurre a non più di mille. Né minori difficoltà ha avuto la riforma di Marianna Madia, ideata per mettere in funzione finalmente una tagliola efficace. Ma prima si è incagliata alla Corte Costituzionale, quindi è finita nel tritacarne di una estenuante trattativa fra governo e poteri locali. Mentre i sindacati l’aspettano al varco insieme alle regole per la mobilità del personale. Un’altra rogna in vista della partita che si apre a settembre, quando vedremo se ancora una volta la realtà avrà più forza della legge. Dopo almeno dieci anni di indecente melina. Il miraggio del Ponte sullo Stretto Avendo ben chiaro un particolare non indifferente, che se pure tutto dovesse andare per il verso giusto mettere mano al taglio delle società partecipate sarà un’opera immane. La durata delle liquidazioni nel nostro Paese, da questo punto di vista, parla chiaro. Le procedure possono durare decenni, e anche quando è la legge a fissare i paletti, quelli servono davvero a poco o nulla. Valga per tutti l’esempio della società pubblica Stretto di Messina, controllata dall’Anas, che avrebbe dovuto gestire la realizzazione del ponte fra Scilla e Cariddi opera miseramente archiviata da un lustro. Il governo di Enrico Letta aveva fissato il 15 aprile 2013, per la sua liquidazione affidata all’ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti, Vincenzo Fortunato, il limite massimo di un anno. Di anni ne sono passati invece già più di quattro e siamo ancora a carissimo amico. Con il conto già arrivato a 13 milioni.

I giornali di partito ci sono costati 238 milioni di euro (e sono falliti lo stesso). Un'analisi di OpenPolis svela quanti soldi lo Stato ha investito per sovvenzionare le testate dei diversi movimenti. Ma nonostante le cifre spese, solo due sono ancora in attività, scrive il 17 luglio 2017 "L'Espresso". Finanziare i giornali di partito non è servito a mantenerli in vita. Lo rivela un’analisi di Openpolis sulle dieci testate di partito che hanno avuto più soldi dallo Stato nel periodo dal 2003 al 2015: solo due di esse continuano a uscire in edizione cartacea (La Discussione, che appartiene a una delle tante diaspore democristiane, e Zukunft in Südtirol della Svp), mentre il Secolo d’Italia di Italo Bocchino sopravvive solo su internet. Di tutte le altre non c’è più traccia: dall’Unità alla Padania, da Europa a Liberazione. Complessivamente, nel periodo preso in considerazione sono stati spesi 238 milioni di euro pubblici per 19 quotidiani. Al primo posto per incassi proprio l'Unità, che ha ricevuto oltre 62 milioni, seguita dalla Padania con 38 milioni.

Il ritorno delle auto blu: in un anno novemila in più, il primato va a Oristano. Nonostante gli annunci riprendono ad aumentare, in particolare nei Comuni delle regioni meridionali, scrive Roberto Petrini il 6 luglio 2017 su "La Repubblica". La valanga delle auto di Stato non si arresta. Anni di polemiche e denunce hanno solo scalfito un sistema che continua a proliferare nonostante la spending review e la necessità di moralizzare la vita pubblica. A conti fatti parlare di riduzione è stato un bluff. I dati sono pubblici, ma nessuno ha fatto le somme: l'ultimo censimento sulle auto della Pubblica Amministrazione, concluso il 28 febbraio del 2017, ha prodotto un immenso tabellone in pdf. Repubblica ha chiesto alla società di data management Twig, guidata da Aldo Cristadoro, di trattare e confrontare le cifre con il precedente censimento chiuso nel febbraio dell'anno scorso. Ebbene: il risultato è che nel 2016 sono emerse 8.791 auto di servizio in più, si è passati da quota 20.891 a 29.682. L'emersione di circa 9.000 auto in più dipende per buona parte dalla maggiore accuratezza del censimento e dal numero di risposte pervenute dove si dichiara il possesso di almeno una auto di servizio: ciò significa che basta fare una rilevazione più approfondita per scoprire che le auto di servizio in Italia sono molte di più di quanto si pensi. Eppure, nel comunicare i dati del 2016, il governo sottolineò una riduzione di 1.049 auto, pari al 3,3 per cento rispetto al 2015. Invece secondo la rielaborazione e il riallineamento dei dati fatta da Twig per quei due anni, anche per via della maggiore partecipazione al censimento delle amministrazioni, sarebbero emersi quasi 2.000 veicoli in più. Ma la vicenda delle auto di servizio, per le quali lo Stato spende una cifra considerevole ogni anno, e che si tenta di prendere di petto dal 2012, quando fu varato il primo decreto di contenimento, si presta ad altre sorprese. Quando Matteo Renzi annunciò, nei primi mesi del 2015 di voler vendere su eBay le Maserati blindate di Stato, la mastodontica platea delle auto di servizio italiane era già stata più che dimezzata. Peccato che era avvenuto solo sulla carta: alla fine del 2014 un decreto del ministero della Funzione pubblica aveva infatti cambiato i criteri del censimento, cancellando dall'insieme delle auto censibili circa 40 mila veicoli con un colpo di bacchetta magica. Il decreto infatti eliminava le auto destinate al contrasto delle frodi alimentari, alla manutenzione della rete stradale Anas, alla difesa, alla pubblica sicurezza e ai servizi sociali e sanitari. Così si è scesi da quota 60 mila a quota 20 mila sulla quale oggi ragioniamo: cambiando i criteri del censimento sono sparite circa 20 mila auto delle Asl e in genere della sanità regionale. La domanda è: ma se si tratta di semplici auto al servizio della collettività e non di scandalose auto blu con autista, perché non censirle? Contare non vuol dire, mettere all'indice. Il vero boom delle auto di servizio e blu è nei Comuni: si moltiplicano man mano che i censimenti si fanno più approfonditi. Nel 2016 siamo arrivati a quota 16 mila, quasi il doppio rispetto all'anno precedente e al numero dei municipi che sono circa 8 mila. Senza contare che il panorama dell'auto di servizio non è ancora tutto delineato perché i municipi sono riluttanti e quelli che hanno denunciato il numero delle proprie auto è ancora solo il 60,6 per cento. La posizione di testa nella classifica dei Comuni che denunciano il maggior numero di auto blu (cioè con annesso autista) è occupata da Oristano: ce ne sono 20 (il che significa 63,2 ogni 100 mila abitanti). Seguono - con netta prevalenza del Sud - Trapani, Brindisi, Messina, Cosenza e Matera. In termini assoluti, e con riferimento alle semplici auto di servizio (cioè senza autista dedicato), in testa c'è Torino con 294 auto, seguita da Roma con 146 auto. Spicca Sassari con 106 auto (83,1 ogni 100 mila abitanti). Paradossali i casi di Roccasecca dei Volsci (Latina) che denuncia 10 veicoli con autista (sarebbero 872,6 auto su una ipotetica platea di 100 mila abitanti). E delle tre regine dell'auto di servizio: Roseto degli Abruzzi (Teramo), Monopoli (Bari) e Bagheria (Palermo), Comuni con più di 50 vetture a disposizione. A Pietracamela (Teramo) invece, con 271 abitanti, ci sono 4 auto di cui 3 con autista. Forse l'unico settore dove qualche sforzo è stato fatto è quello dei ministeri. La ministra della Funzione Pubblica, Marianna Madia, disse la verità quando nel febbraio 2016 affermò che le auto delle amministrazioni dello Stato l'anno precedente si erano dimezzate scendendo, come risulta, a quota 274. I conteggi di Twig dicono che il processo è andato avanti e nel 2016 siamo scesi a quota 212. Ma anche in questo caso ci sono problemi di rilevazione statistica che possono trarre in inganno. L'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che aveva avviato un serio intervento di riduzione, nel suo libro "La lista della spesa", le valutava prima del decreto di riduzione in 1.800, tenendo conto che mancano all'appello del censimento le auto del ministero dell'Interno e le auto fornite ai vari dicasteri dai cinque principali corpi di polizia. Tanto per fare un esempio: il "car pool" britannico per i dicasteri conta di solo 80-90 auto. Ma noi siamo lontani.

Ponte di Messina, beffa infinita. Ora lo Stato fa causa allo Stato. La concessionaria, controllata dall’Anas, chiede al ministero delle Infrastrutture un indennizzo di 325 milioni di euro (più eventuale risarcimento). E i soldi chiesti sono già stati abbondantemente pagati per mantenimento della società e progettazione, scrive Sergio Rizzo il 22 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". Ci dev’essere un virus che infetta la nostra burocrazia. Così potente da arrivare a mettere lo Stato contro lo Stato davanti a un giudice dello Stato. Per averne la prova è sufficiente leggere l’ultima relazione della Corte dei conti sulla vicenda forse più incredibile che abbia attraversato gli ultimi quarant’anni di storia italiana: quella del ponte sullo Stretto di Messina. Morto, sepolto e resuscitato a più riprese, era stato riesumato da Matteo Renzi. Uscito di scena lui, è tornato serenamente nel sepolcro nel quale l’aveva spedito Mario Monti. Ma il cadavere continua a puzzare. Si racconta, infatti, nelle 67 pagine di quella relazione che descrive il groviglio dei contenziosi in cui siamo precipitati, perfino di una causa giudiziaria che oppone la società Stretto di Messina allo Stato italiano. Nella quale la concessionaria già incaricata della realizzazione del ponte, chiede un indennizzo di 325 milioni 750.660 euro. Più un eventuale risarcimento. La ragione? «Il pregiudizio — sottolinea la stessa società — scaturente dalla mancata realizzazione dell’opera, indotta dal venir meno della convenzione di concessione». La richiesta di indennizzo è stata presentata al ministero delle Infrastrutture, sottolinea la Corte dei conti, ancor prima della messa in liquidazione della Stretto di Messina. E da allora non c’è stato verso di farle cambiare idea. A quanto pare, anzi, non ci hanno nemmeno provato. Scrivono i giudici contabili: «Non risultano iniziative intraprese dal ministero, oltre quelle di resistenza in sede giudiziaria, al fine di superare il contrasto con la concessionaria. Nell’adunanza del 24 novembre 2016 la posizione conflittuale delle parti si è confermata ancora una volta». Sarebbe uno dei tanti episodi legali in cui l’amministrazione pubblica finisce invischiata per non aver rispettato i patti. Se non fosse per un particolare: che la società Stretto di Messina è dello Stato italiano, esattamente come il ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Il suo capitale è per l’81,85% in mano all’Anas, la società pubblica delle strade, e il restante 18,15% è suddiviso fra le Ferrovie dello Stato italiane (13%), la Regione Calabria (2,575%) e la Regione siciliana (2,575%). Dunque è lo Stato che fa causa allo Stato. Ma c’è di più. E cioè che la Stretto di Messina è già costata per il suo mantenimento in vita e le progettazioni, i 300 e passa milioni richiesti ora come indennizzo. Denari, precisa la Corte dei conti, versati con «gli aumenti di capitale deliberati nei precedenti esercizi e finanziati esclusivamente con risorse pubbliche». I soldi chiesti, dunque, sono stati già abbondantemente pagati. E pagarli di nuovo costituirebbe quindi «una mera duplicazione di costi, con ulteriore aggravio sui saldi di finanza pubblica». Una situazione surreale, nella quale com’è del tutto evidente, i contribuenti possono soltanto rimetterci ancora più soldi. Oltre a quelli chiesti dal general contractor Eurolink: circa 700 milioni, di cui 301 per le spese sostenute e 329 per danni. C’è poi la causa con il project management consulting, l’americana Parsons Transportation, che rivendica 90 milioni. Quindi quella con il monitore ambientale, per cifre più modeste (dell’ordine del milione). Già ballano, dunque, 800 milioni. Senza contare, ovviamente, spese legali che immaginiamo astronomiche, il tempo perso, il costo delle insidie burocratiche e i denari necessari per mantenere la liquidazione in vita. E qui si apre un altro bel capitolo. La società Stretto di Messina è stata messa infatti in liquidazione il 15 aprile 2013 dal governo di Enrico Letta, affidando l’incarico a un pezzo da novanta della burocrazia: Vincenzo Fortunato, ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti. Ma con una legge che stabiliva una durata tassativa della procedura. Un anno preciso. Questo per evitare le lungaggini che sempre accompagnano le liquidazioni con l’obiettivo di mantenerle in vita più a lungo possibile. Ebbene, quell’anno è scaduto da quasi tre e siamo ancora a carissimo amico. Con la società che dal 2013 al 2015 è costata poco meno di 13 milioni. Considerando i tempi con cui procedono le liquidazioni in questo Paese, il rischio che la faccenda vada avanti ancora per svariati anni è molto consistente. Tanto che la Corte dei conti, nell’evidenziare questa anomalia, non può fare a meno di sollecitare a darsi una mossa. Senza trascurare la necessità di «un’incisiva iniziativa da parte delle strutture ministeriali affinché si riapproprino delle proprie competenze». Già, perché è stata eliminata anche la struttura del ministero che seguiva l’operazione. Il risultato è che ora si naviga a vista. Mentre gli unici che ci vedono bene sono coloro che hanno tutto l’interesse a incassare e quelli che vorrebbero far durare il più possibile questa assurda agonia.

IL PAESE DEI COMUNI FALLITI.

Comuni, in 5 anni triplicati i dissesti. Il record nelle piccole città del Sud. De Caro (Anci): sempre meno risorse dallo Stato. L’allarme della Fondazione commercialisti, scrive Isidoro Trovato il 15 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Fine crisi mai. I Comuni italiani non vedono la luce in fondo al tunnel e da 27 anni vivono sull’orlo del baratro economico. A certificarlo è un’indagine della Fondazione nazionale dei commercialisti che ha raccolto i dati dal 1989 al 2016: ne viene fuori un’istantanea sconfortante di un’Italia a due velocità in cui dei 556 dissesti complessivi, 450 si sono verificati nel Meridione. In pratica, più del 70 % dei fallimenti registrati dagli enti locali si registra al Sud, con un numero di default dichiarati negli anni 2011-2015 quasi triplicato rispetto agli anni precedenti. «Uno scenario inevitabile – commenta Antonio De Caro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci –, il Meridione da anni è dotato di minori risorse, ha meno gettito fiscale e quindi meno Irpef e adesso ha una percentuale altissima di morosi che non pagano le tasse locali. Come se non bastasse, i Comuni del Sud hanno fatto da ammortizzatori sociali assumendo precari e Lsu che hanno pesato sui bilanci. Abbiamo subìto i tagli dello Stato e non siamo in condizione di riscuotere abbastanza dai nostri cittadini». Qualcuno potrebbe obiettare che, se esiste tanta differenza tra Nord e Sud, è anche perché c’è stato qualcuno più virtuoso e qualche altro meno. «Ma ormai parliamo di danni procurati venti o trent’anni fa – protesta il presidente dell’Associazione dei Comuni italiani –, con i controlli attuali nessuno potrebbe tornare agli sprechi del passato, pensi che io, in un Comune come Bari, ho a bilancio un’unica consulenza da 25 mila euro l’anno. Adesso la missione è portar fuori dal pantano i Comuni in difficoltà per non penalizzare i cittadini a cui si tagliano i servizi. Lo Stato dovrebbe concedere tassi praticabili ai Comuni che chiedono mutui per uscire dalla crisi». L’identikit dei commercialisti va più nello specifico e rileva che più del 60%degli enti in situazioni di deficitarietà è concentrato dove la popolazione è inferiore a 5.000 abitanti, si tratta dunque per la maggioranza di Comuni di piccole dimensioni (di cui circa il 40% sono enti con popolazione fino a 2.000 abitanti). Il restante 40% è concentrato nelle classi demografiche tra i 5.000 e 60.000 abitanti. «In questo caso – continua De Caro – bisognerebbe chiedersi il perché dei tagli dei fondi anche a Comuni così piccoli: si tratta di realtà che incidono in maniera infinitesimale sulla spesa pubblica ma che sono finiti subito in difficoltà a causa di un gettito ridotto che non riescono più a compensare, specie se si trovano su un tessuto sociale impoverito». E allora come vedere la fine del tunnel? Secondo i commercialisti (che svolgono funzione di revisori dei conti) servirebbero controlli più stringenti e un monitoraggio più efficace sulle realtà più a rischio e già in regime di sofferenza o predissesto. «Non credo serva altro controllo – obietta il sindaco di Bari –, servirebbero strumenti più efficaci: il nuovo ordinamento contabile risulta troppo complesso e poco incisivo. Sarebbe auspicabile una riforma della riscossione locale: noi sindaci fronteggiamo una morosità crescente e non abbiamo gli strumenti adatti per riscuotere il dovuto. Non si può pensare a fare solo perequazione orizzontale, così lo scenario può solo peggiorare». E infatti la Fondazione dei commercialisti segnala che la curva dei dissesti è di nuovo in crescita. «Alle Regioni - ricorda De Caro - sono state concesse condizioni economiche favorevoli per sanare bilanci altrettanto disastrati, i Comuni devono fronteggiare la crisi senza poter aumentare le tasse, per effetto del blocco della leva fiscale, senza condizioni di credito favorevoli. Come scalare una montagna a mani nude».

Province in lotta per la sopravvivenza ma è boom degli enti intermedi. Mancano i soldi per garantire servizi essenziali su strade e scuole, mentre è esploso il numero di consorzi, autorità, ambiti territoriali. Dopo la vittoria del No al referendum che doveva abolirle la situazione è peggiorata, scrive Antonio Fraschilla il 16 luglio 2017 su "La Repubblica". Una riforma rimasta a metà e impantanata nelle sabbie mobili dopo l’esito del referendum costituzionale. La legge Delrio che doveva semplificare il Paese, riducendo gli organismi intermedi tra Regioni e Comuni e ridisegnando le ex Province, si sta trasformando in un boomerang. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro le Regioni a Statuto speciale invece di applicare la riforma hanno fatto di testa loro: ad esempio Sardegna e Friuli Venezia Giulia hanno sì ridotto le Province, salvo creare e tenere in vita insieme 60 Unioni comunali, mentre la Sicilia sta tornando al passato rimettendo anche i gettoni d’oro. Ma c’è di più. Nel caos adesso sono anche le regioni a statuto ordinario, che rivendicano aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali su strade e scuole. Dalla semplificazione alla complicazione. Più di enti e più burocrazia In Italia oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. La Delrio prevedeva al massimo una novantina di organismi intermedi, mentre conti alla mano questi enti sono aumentati addirittura a quota 496 considerando le regioni autonome, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti. Ecco così che una riforma nata con buoni intenti ma rimasta inapplicata rischia di aumentare le spese e di andare contro qualsiasi semplificazione: «Chiediamo al governo di applicare subito la parte della legge che dava alle Province le competenze di tutti gli ambiti territoriali e delle stazioni appaltanti – dice il presidente dell’Unione province italiane, Achille Variati – e dobbiamo evitare la proliferazione degli enti come avviene nelle regioni a statuto autonomo». Le Regioni speciali sprecone La bocciatura del referendum costituzionale in Sicilia è stata vista come una grande occasione per tornare al passato e rimettere in piedi le vecchie Province. Così in commissione affari istituzionali è passata una norma che reintroduce l’elezione diretta e lo stipendio per i futuri consiglieri provinciali. «Ma non potevamo fare altrimenti, se prevediamo l’elezione diretta non possiamo poi non pagare gli eletti, lo prevede la legge nazionale», dice il presidente della commissione Salvatore Cascio. Nell’Isola del tesoro dei costi della politica la legge nazionale Delrio non si applica ma per dare i gettoni ci si appella alle norme statali: costo dell’operazione, 10 milioni di euro in più all’anno se sarà votata dall’aula. In Friuli Venezia Giulia la Delrio nemmeno l’hanno presa in considerazione e hanno colto la palla al balzo per quintuplicare gli organismi intermedi. Da un lato hanno abolito le Province, ma subito hanno istituito 18 unioni comunali: solo per i revisori contabili la spesa è di oltre 26 mila euro all’anno che, moltiplicata per 18, fa 500 mila euro all’anno. La Sardegna dieci anni fa aveva raddoppiato le Province da 4 a 8. Lo scorso anno ha applicato la riforma: le Province sono scese a cinque, con quella di Cagliari che però si è sdoppiata in Città metropolitana e Provincia Sud Sardegna. Tutto bene? Certo, se non si considera che nell’Isola vi sono ben 42 Unioni dei Comuni che ricevono ogni anno 20 milioni di euro per servizi e spese di funzionamento. «Abbiamo un territorio e una cultura molto particolari – dice l’assessore agli Enti locali, Cristiano Erriu – con la riforma abbiamo risparmiato eliminando elezioni e gettoni nelle Province». Le Province abbandonate Nel frattempo nel resto del Paese la riforma Delrio è stata applicata e oggi vi sono 76 Province e 10 città metropolitane che rivendicano risorse perché, nonostante abbiano trasferito il 50 per cento del personale a Regioni e Comuni, hanno ancora in gestione 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi. Nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio di risorse pari a due miliardi, ma adesso chiedono aiuto: «Abbiamo applicato la riforma ma con questi tagli come possiamo garantire la manutenzione delle strade e delle scuole?», dice Variati. Il governo Gentiloni per il 2017 ha bloccato il taglio e stanziato 350 milioni. Ma i fondi non bastano: la Provincia di Piacenza sta vendendo gli immobili pur di fare cassa. «Il problema vero è l’applicazione definitiva della legge – ripete Variati – che prevedeva l’accorpamento nelle Province di tutte le funzioni degli ambiti territoriali e anche delle stazioni appaltanti». La riforma a metà della Delrio ha invece aumentato gli enti: oggi abbiamo le Province e centinaia di organismi intermedi che si occupano di rifiuti, acque e bonifiche. Per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti. Altro che riduzione della burocrazia e spending review.

Ben 84 amministrazioni in dissesto finanziario, altri 146 enti locali a un passo dal crack. E' la mappa drammatica delle amministrazioni pubbliche rimaste con le casse vuote. Sindaci che per decenni hanno messo a bilancio entrate virtuali, perché impossibili da riscuotere. O che hanno creato società dello sperpero. Una gestione allegra che si è spenta con la spending review e le regole imposte da Bruxelles un anno fa. Ma cosa accade quando un municipio fallisce?  E davvero potrebbe fare default una metropoli come Roma, dove il disavanzo, malgrado tutti gli aiuti ricevuti in passato, è cresciuto di 853 milioni in 8 anni? Inchiesta de "La Repubblica" del 12 ottobre 2016.

Dai bilanci allegri al disavanzo tecnico, scrive Alberto Custodero. "Too big to fail", dicono gli americani a proposito delle banche talmente grandi che possono farsi beffe della solidità dei bilanci grazie al fatto che un salvataggio sarà comunque sempre più conveniente di un devastante crack. Una massima che si può applicare all'infinito anche a enti pubblici strategici come, ad esempio, il comune di Roma? Davvero la Capitale, già al centro di una operazione di salvataggio, e destinataria di eccezioni, misure ad hoc e finanziamenti extra, rischia ora di fallire, come ci raccontano le ultime cronache dal Campidoglio? Un crack della Capitale, con tutto il danno di immagine che questo comporterebbe per il Paese, è già stato evitato una volta otto anni fa, grazie all’escamotage di commissariare il debito (13,7 miliardi, 20 compresi gli interessi, che pagheranno tutti gli italiani per trent'anni) anziché il Comune, come avrebbe dovuto succedere. Ma ora lo spettro di un default dell'ente amministrato da Virginia Raggi riappare a un orizzonte neppure tanto lontano con un deficit che, crescendo dal 2008 a una media di 125 milioni l'anno, è già arrivato a sfiorare il miliardo. Se a Roma lo Stato ha risparmiato l'onta del dissesto (incapacità di pagare i debiti con le entrate correnti e di assicurare l’erogazione dei servizi pubblici), per ovvi motivi di realpolitik in quanto il fallimento della Capitale sarebbe stato una figuraccia internazionale, ben 84 Comuni italiani - stando ai dati aggiornati all'8 giugno 2016 - quell'onta l'hanno amaramente subita. Una questione meridionale. I problemi della finanza allegra interessano i Comuni in quanto sono gli unici, tra gli enti pubblici, ad essere dotati di autonomia finanziaria contabile. Da un'analisi della distribuzione geografica sul territorio nazionale delle amministrazioni dissestate realizzata da Ifel, l'Istituto per la Finanza locale dell'Anci, emerge con prepotenza una "questione meridionale" 2.0. Su 84 Comuni in crisi finanziaria, infatti, ben oltre la metà (60,7%) si concentra in due Regioni, Calabria (25 enti) e Campania (24 enti, di cui 16 nella sola provincia di Caserta). Ancora più significativa in termini numerici è la questione degli enti che hanno aderito alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Al 28 giugno 2016, risultano infatti in pre-dissesto 146 enti locali, di cui 10 Province. Anche nel caso del pre-dissesto, gli enti che hanno fatto ricorso alla procedura sono concentrati prevalentemente nelle regioni meridionali, con picchi in Calabria (29), Sicilia (25) e Campania (18). Ma il Settentrione non ne è certo immune: le regioni interessate da casi di pre-dissesto sono infatti 15, a fronte delle 11 in cui sono localizzati gli enti dissestati. Il caso Sicilia e il Nordest virtuoso. Con 16 casi, la Sicilia sembra vivere una preoccupante situazione a sé. Non solo per le dimensioni demografiche degli enti coinvolti, ma anche alla luce di una situazione di squilibrio finanziario di lungo corso e che sembra essersi cronicizzata nel corso degli anni. Tra i Comuni siciliani con i conti in rosso, figura perfino Taormina, la ‘perla dello Ionio’ scelta dal governo Renzi per il G7 del prossimo maggio, che sta sprofondando verso il dissesto sotto il peso di 13 milioni di euro di debiti. Diverso il quadro al Settentrione. Secondo i dati dell'Ifel, i Comuni più virtuosi si trovano nel Nordest. In Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto non risulta neppure un caso di dissesto, mentre due crack sono avvenuti in Piemonte. Ammettere il dissesto non basta. Nonostante la legge preveda che la procedura del dissesto si completi entro cinque anni dalla dichiarazione didefault, sono ben 16, secondo l'Ifel, i casi di enti che hanno deliberato il dissesto prima del 2011. Tra questi, due Comuni risultano non aver ancora terminato il risanamento, nonostante sia trascorso addirittura un quarto di secolo dalla dichiarazione di fallimento. E il trend è in crescita. Dal 2011 al 2014, il numero degli enti che hanno deliberato il dissesto finanziario è costantemente aumentato: dai 3 che l'hanno dichiarato nel 2011 si è arrivati ai 21 nel 2014, passando per i 14 nel 2012 e i 20 nel 2013. Deficit tra tagli e malagestione. Negli anni passati il debito è stato la grande leva che ha permesso ai sindaci di poter disporre di notevoli entrate aggiuntive per finanziare, tra l'altro, propagande elettorali e clientelismi. Disponibilità di cassa – priva di reali coperture - che ha consentito di presentare ai propri elettori, di volta in volta, bilanci allegri e immaginifici, lasciando in eredità alle amministrazioni successive l'onere di dover far fronte ai deficit che man mano si accumulavano. A onor del vero, ma non certo a difesa dei tanti casi di malagestione amministrativa, va ricordato che i Comuni italiani hanno subito pesanti tagli alle entrate da parte dei governi durante gli anni dell'austerity. Nel periodo 2010-2015 la sforbiciata alle loro entrate è stata pari complessivamente a 8,6 miliardi di euro. Un'ulteriore riduzione della capacità di spesa per 2,5 miliardi è stata determinata poi dall'istituzione del "Fondo crediti di dubbia esigibilità". Una coppia diabolica. Bilanci gonfiati da crediti di dubbia esigibilità e tagli alle entrate: poggia su questo combinato disposto dall'effetto tutto negativo lo scenario politico amministrativo nel quale è maturata la crisi contabile dei Comuni italiani. Il dissesto, per un municipio, è l'equivalente, per un'impresa, del fallimento. Poiché, però, non è pensabile che l'ente territoriale in stato di insolvenza interrompa l'erogazione di servizi pubblici ai cittadini (le imprese invece portano i libri in tribunale e fermano la produzione), il governo lo commissaria per sottrarlo alle mani dei politici e dei funzionari locali che non hanno saputo amministrarlo. Questa è la regola. Ma la storia della contabilità allegra dei Comuni italiani è un'altra e sembra ispirata al motto "fatta la legge, trovato l'inganno", in un clima di mancanza di controlli, di complicità istituzionali e di indifferenza generale. Chi lo paga il conto? Per tanti, troppi anni, gli enti locali hanno potuto redigere bilanci inserendo tra le entrate delle voci inesigibili (o quantomeno di dubbia esigibilità) che servivano a coprire le uscite. Soprattutto ricchi incassi da multe che in realtà era evidente l'amministrazione non avrebbe mai avuto la capacità di riscuotere. E così, approfittando di una normativa ambigua sui bilanci, tanti Comuni – Roma compresa - hanno potuto accumulare nel tempo una montagna di deficit. Per capire ancora meglio il meccanismo che permetteva di gonfiare i bilanci è possibile fare un esempio: cento euro di crediti per multe – secondo la norma in vigore prima del 2015 - erano considerati dai Comuni, nei bilanci preventivi, come se fossero tutti incassabili nell'esercizio in corso. Era quella voce di 100 nell'attivo a dare loro la copertura necessaria per poter sostenere spese di pari importo. Un padre di famiglia non spenderebbe mai dei soldi senza averli sul conto corrente, ma solo sulla base di un credito che sa benissimo che non riscuoterà se non in minima parte. I sindaci, invece, per decenni hanno speso soldi senza averli effettivamente in cassa. In altre parole, pur sapendo che a fronte di ogni 100 euro di credito per le multe solo 20 sarebbero entrati davvero, gli amministratori hanno continuato a spenderne cento. Generando, di fatto, ogni anno un buco di bilancio legalizzato. Con buona pace di chi avrebbe dovuto controllare: revisori dei conti, Corte dei conti, prefetture, ministro dell'Economia, ministro dell'Interno. La svolta del 2015. I nodi ad un certo punto sono venuti però al pettine. Dal 2015 il ministero dell'Economia, che fino a quel momento aveva tollerato il fenomeno, ha deciso, anche su pressione dell'Unione Europea, di porre fine al sistema dei falsi in bilancio legalizzati e ha imposto ai Comuni un'operazione di ripulitura dei conti. Il nuovo regime ha introdotto in particolare il principio della "competenza finanziaria potenziata o a scadenza", un istituto molto simile al bilancio di cassa, che obbliga l'ente a spendere solo quei soldi che hanno effettivamente incassato. Se riscuote contanti, può spenderli. Se vanta crediti, no. I crediti non esigibili vengono sterilizzati in un fondo svalutazione crediti e ora l'equilibrio di bilancio è dato dal pareggio tra tutte le entrate reali e tutte le spese. Se malgrado ciò le uscite sono maggiori di quanto si riscuote e di conseguenza si viene a creare uno stato di dissesto, sindaco, assessore al Bilancio e ragioniere capo vanno incontro a sanzioni penali, tra cui il falso in bilancio e il falso ideologico. E, sanzione ancor più temuta dai politici nel caso in cui la Corte dei Conti accerti la loro responsabilità nel dissesto, all'ineleggibilità per cinque anni. La giustizia contabile, infatti, non dovrà più dimostrare come accadeva prima che il dissesto ha provocato un danno erariale attraverso un faticoso procedimento giudiziario. La nuova norma prevede che il dissesto sia di per sé sufficiente ad infliggere le sanzioni. I salvataggi di Roma e Reggio Calabria. Cosa sarebbe successo se, sotto il peso di quasi 13 miliardi di debito accumulato durante le giunte di centrosinistra Rutelli (assessore al Bilancio Linda Lanzillotta) e Veltroni (assessore al Bilancio Marco Causi), fosse stato dichiarato lo stato di dissesto di Roma? La Corte dei conti (all'epoca era in vigore la vecchia normativa), avrebbe dovuto accertare un eventuale danno erariale e contestarlo ai politici e agli amministratori individuati come responsabili del dissesto. La storia, però, è andata diversamente: anzichè il Comune, s'è preferito commissariare il debito. E così il problema di un eventuale danno erariale contestato a carico di qualche politico non s'è posto. Diverso ancora il caso di Reggio Calabria - sciolto nell'ottobre del 2012 quando era già in vigore la nuova normativa sulla ineleggibilità in vigore dal 2011 - comune infiltrato dalla 'ndrangheta ma soprattutto devastato da bilanci in rosso. "In questo caso specifico - spiega il sociologo Vittorio Mete, studioso del fenomeno dei Comuni commissariati per mafia - il governo ha optato per la più facile soluzione dello scioglimento per infiltrazioni mafiose che, essendo un provvedimento di natura preventiva, riguarda solo l'amministrazione in carica. Per Reggio Calabria il governo evitò dunque di avventurarsi lungo la strada del dissesto che avrebbe portato a conseguenze diverse e più devastanti per il ceto politico locale, visto che la responsabilità della malagestione era stata attribuita anche alla precedente amministrazione guidata da Giuseppe Scopelliti, all'epoca governatore della Regione". A Reggio Calabria, insomma, si è verificato uno strano paradosso: anche se in piazza si stracciavano le vesti, lo scioglimento per mafia potrebbe aver salvato – temporaneamente, come poi si è visto - la carriera a più di un politico. Il disavanzo tecnico. Poiché non sarebbe stato possibile passare da un anno all'altro a un diverso sistema di contabilizzazione, nel 2015 è stata prevista un'operazione ponte. L'anno scorso gli enti pubblici hanno redatto due bilanci, uno secondo le vecchie regole, l'altro secondo quelle riformate per far sì che a partire dal 2016 entrassero in vigore i nuovi bilanci. Nell'anno ponte 2015, dunque, ai Comuni è stato imposto di redigere due contabilità: una autorizzativa (vecchio sistema) e l'altra conoscitiva (nuovo sistema). L'anno seguente la conoscitiva è diventata autorizzativa, e da quel momento è partito il nuovo regime. Ma non tutto è filato liscio. Riscrivendo i bilanci secondo le nuove regole (e non considerando più i crediti inesigibili alla stregua di veri e propri attivi), moltissimi Comuni hanno evidenziato un disavanzo che, per l'occasione, è stato chiamato "tecnico". Tecnico in quanto risultato di una nuova normativa. Poiché questo passaggio è stato incentivato dalla circostanza che un eventuale deficit non avrebbe comportato responsabilità di alcun tipo, di fatto da molti la normativa del 2015 è stata considerata una vera e propria sanatoria contabile. Con le nuove regole quasi tutti gli enti hanno dichiarato due bilanci con numeri diversi (uno dei due, in teoria, falso). Una rivisitazione contabile che ha fatto emergere un buco complessivo nazionale compreso tra i 12 e i 15 miliardi di cui per ben 853 milioni è responsabile la sola Roma. A tanto è risultato infatti ammontare il disavanzo tecnico della Capitale dove il bilancio è passato da 6,5 miliardi a 5,7, con una variazione di poco inferiore al 10%, in linea con la media nazionale. Rate trentennali. Poiché, però, il legislatore si è reso conto che quel disavanzo tecnico non è stato (questa volta) colpa degli amministratori, ma imposto dalla legge (una sorta di buco legalizzato?), è stato deciso di scorporarlo dai bilanci consentendo ai Comuni di rimborsarlo in 30 anni, imputando nel passivo corrente di ogni anno soltanto una quota fissa di un trentesimo. Roma, ad esempio, per un trentennio dovrà rimborsare una rata di circa 26 milioni. La speranza è che con la nuova normativa, che rende più difficile e rischioso per gli amministratori truccare i conti, sindaci e assessori procedano ad una maggiore programmazione, gestendo il denaro pubblico con una cautela sino ad oggi spesso ignorata. In teoria, dovrebbe essere stato quindi scongiurato il rischio di nuovi e futuri dissesti. Ma, visto l’andamento della politica italiana, si tratta appunto di speranze e teoria. La gravità delle difficoltà in cui si trovano i bilanci di Comuni e Province è indicata con due termini diversi: pre-dissesto e dissesto. Qualcuno, utilizzando un termine mediato dal linguaggio finanziario internazionale, sostituisce alla parola dissesto il termine default, ma la sostanza non cambia. "Sono da considerarsi in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano gravi ed incontrovertibili condizioni di squilibrio", dice il Testo unico degli Enti locali (Tuel). Se il deficit è in qualche modo recuperabile con un piano di sacrifici che la Corte dei conti approva si può accedere alla "procedura di riequilibrio finanziario pluriennale", il pre dissesto. Ma se "l'ente non può garantire l'assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili" o se i creditori vantano crediti cui non si può far fronte con mutui o entrate proprie, allora scatta il dissesto, come il Tuel indica all'articolo 244.

L'unica cura: meno servizi al massimo prezzo, scrive Alessandro Cecioni. Se le parole chiave nel linguaggio tecnico dei traballanti bilanci comunali sono dissesto e pre-dissesto, due termini che corrispondono a fasi diverse della crisi la cui differenza non è di semplice comprensione per i non addetti ai lavori, molto più facili da capire sono le due parole che segneranno la vita di tutti i giorni dei residenti nei municipi con i conti in rosso: tagli e tasse. In entrambi i casi, pre-dissesto o dissesto, la strada che si apre davanti agli amministratori, siano il sindaco o il presidente della Provincia, per ben cinque anni non prevede infatti alternative: da una parte risparmi sulla spesa corrente, sui servizi, sulla manutenzione delle strade, sugli asili, sull'illuminazione, sul personale negli uffici, con una conseguente riduzione negli orari di apertura al pubblico e vari altri disagi. E poi ancora: dismissione degli scuolabus, meno servizi sociali, meno acquisti di libri della biblioteca. Sul fronte delle tasse ecco invece una tariffa rifiuti alle stelle, addizionale Irpef all'aliquota massima consentita, tasse comunali sulla casa al massimo. Obbligo per la tassa rifiuti di coprire completamente il costo del servizio, così come per quanto riguarda l'acquedotto. Aumento anche delle rette della mensa scolastica e di quelle dell'asilo perché deve essere completamente coperta l'aliquota prevista per legge, che può variare di anno in anno ma che certo non è mai inferiore a un terzo del costo del servizio. Lacrime e sangue insomma, ma anche debiti che si accumulano sulla testa di ogni cittadino da qui a trent'anni. Basti pensare che il "Fondo rotativo a cui Comuni e Province" possono attingere per far fronte ai debiti in scadenza da subito, prevedono 300 euro di prestito per ogni abitante del Comune (diventano 20 se a chiedere i soldi è una Provincia) che si devono restituire in 30 anni con gli interessi. Già, gli interessi. Oltre a questi ci sono quelli dei mutui che sono stati accesi con la Cassa depositi e prestiti e con le banche. Altre centinaia di euro che gravano su ogni abitante insieme ai debiti con i fornitori che non sono stati onorati, siano imprese di pulizia, compagnie telefoniche, imprese petrolifere che hanno fornito il carburante per le auto o metano per il riscaldamento delle scuole, degli asili, o le società elettriche che fornivano l’energia per le strade e ancora per le scuole, gli asili, gli uffici. Altri debiti che si sommano a cui si farà fronte cercando prestiti, magari per coprire quel disavanzo cronico fra previsioni di entrate e incassi reali. Rinegoziare i mutui è la parola d’ordine per gli amministratori, ma la legge qui è tutta a favore delle banche e non dei cittadini. Perché i mutui con gli istituti di credito non si possono rinegoziare, mentre quelli con la Cassa depositi e prestiti sì. L'auspicio è che a partire dalla prossima legge di stabilità le cose possano cambiare, ma per ora gli interessi corrono e spesso sono pesanti. Gli unici che possono sperare di ottenere un vantaggio dal riconoscimento dello stato di crisi, sia pre-dissesto o dissesto vero e proprio, sono i creditori. Nel primo caso possono finalmente incassare i soldi delle loro fatture e, magari come a Pescara, ottenere il saldo con tempi più umani (nel capoluogo abruzzese in un anno si è passati da 146 giorni di attesa a circa la metà). Nel secondo, invece, se la dovranno vedere con l’Organo straordinario di liquidazione (Osl), struttura nominata dal presidente della Repubblica, cui fanno capo tutti i debiti dell’ente in dissesto. L'Osl invierà ai creditori delle proposte di transizione per chiedere di rinunciare a una parte dei soldi in cambio di un pronto pagamento: "pochi, maledetti e subito", diceva un vecchio film. Qui pare che il "pochi", una volta che l'ente è tornato in pareggio, possa essere rimesso in discussione, evitando la rinuncia tombale. Ma dopo cinque anni, tanti ne sono previsti per il salvataggio, chi ha voglia di tornare a mettere in mezzo gli avvocati?

Alessandria, 1000 euro a testa il conto del crack, scrive Paolo Griseri. Vittorio racconta che il momento più difficile "è stato nel 2013, quando le persone entravano nel mio negozio di abbigliamento e si sfogavano: ‘Non ce la faccio più non ho nemmeno i soldi per fallire'". Storie che sembrano ormai di un'altra epoca e certamente di un'altra parte d'Italia. Alessandria è l’unico comune del Nord ad aver alzato bandiera bianca. Ha dichiarato il dissesto nel 2012: "Abbiamo percorso una lunga strada di sacrifici. In questi quattro anni ogni alessandrino ha dovuto pagare in media mille euro per uscire dal pozzo del debito", riassume Rita Rossa, sindaco del Pd, eletta tre settimane prima della certificazione della bancarotta comunale. Nessuno pensava che una città di grande tradizione industriale sarebbe stata costretta a quattro anni di calvario. Oggi la crisi è superata: "Nell’ultimo anno il vento è cambiato", sospira Vittorio. Da cinque mesi Vittorio Ferrari è il nuovo presidente dell’associazione commercianti: "Vuole sapere quando è iniziata la riscossa? Ce ne siamo accorti seguendo la favola calcistica dell'Alessandria fino alla semifinale di coppa Italia contro il Milan". Destini incrociati: da giovane nella squadra locale aveva giocato Gianni Rivera, uno degli alessandrini più noti insieme a Umberto Eco e Giuseppe Borsalino. Nessuno in realtà è così matto da pensare che si possa uscire dal dissesto con una semifinale di coppa Italia. Nel 2012 la situazione era difficilissima: "Quando siamo entrati in municipio – dice l'attuale sindaco – ci siamo trovati con un buco di 300 milioni. E dopo tre settimane ci è arrivata la lettera della Corte dei Conti che imponeva di dichiarare lo stato di dissesto. Così abbiamo fatto". Come si è arrivati alla voragine? "Drammaticamente semplice: ogni anno e per molto tempo il Comune ha speso 110 milioni e ne incassava 95. Il bilancio era come un lavandino da cui esce più acqua di quella che entra". Gestione irresponsabile? Il principale accusato è il penultimo sindaco, Piercarlo Fabbio, Forza Italia, recentemente condannato in appello per falso ideologico. È colpevole di aver aggiustato il bilancio consuntivo 2010 per farlo rientrare nel Patto di stabilità. Mette i puntini sulle "i": "Il buco non era di 300 milioni ma di 80-90". Non un bel vedere, in ogni caso. Nell'aneddottica locale ci sono le rose comperate in Croazia per i giardini pubblici e un tartufo regalato a Berlusconi. Le accuse più di sostanza riguardano gli introiti delle società partecipate contabilizzati tutti nello stesso anno: "Mettere a bilancio cinque anni di tassa raccolta rifiuti prima di vedere il denaro non è stata una grande idea", dice Rossa. Fabbio replica: "Avevo dei consulenti e hanno presentato delle perizie prima di compiere certe scelte. La decisione di dichiarare il dissesto non era per nulla obbligatoria". Il risultato è stato comunque deprimente. Lo dice il commerciante e lo confermano i sindacalisti. "Lo stato di dissesto è arrivato insieme alla crisi finanziaria mondiale, una tempesta perfetta. Per tre anni la gente ha comperato solo il pane e pochi generi di prima necessità", racconta Ferrari. Tonino Paparatto è il segretario generale della Cgil alessandrina: "Difficile distinguere gli effetti delle due crisi nella perdita dei posti di lavoro. Ma il rapporto con l’attuale amministrazione non è stato semplice. Tagliare nelle partecipate è stata una tentazione che abbiamo cercato in tutti i modi di contrastare. C'erano a rischio 400 posti di lavoro che alla fine siamo riusciti a salvare". Il lieto fine è nella grande festa del 9 settembre scorso, casualmente coincidente con la fine dello stato di dissesto: cene in piazza, lo slogan "Alessandria è viva" e la decisione di decorare i negozi ancora vuoti con opere e installazioni degli artisti locali. Perché il grosso della crisi è passato ma qualche cicatrice si vede ancora.

"Fondi scarsi, ma i sindaci facciano mea culpa", scrive Alessandro Cecioni. Marco Alessandrini, 46 anni, avvocato, è sindaco di Pescara dal 2014. Appena insediato ha dovuto chiedere di poter accedere alla "procedura di riequilibrio finanziario pluriennale" che il "Testo unico degli enti locali prevede" per i Comuni in pre default, quelli che stanno andando verso il fallimento, ma possono ancora sperare di salvarsi. Per dare un'idea della drammaticità della situazione cita il titolo di un'opera di Rimbaud, "Il battello ubriaco" ("Le bateau ivre"), ma dice anche che l'ideogramma cinese di crisi è lo stesso di opportunità. E comunque aggiunge, "la ristrutturazione del debito è per i nostri figli" perché le scelte di oggi hanno un orizzonte di 10 anni per certi aspetti e di 30 per altri.

Sindaco, bisognerà spiegarlo però ai cittadini che pagheranno l’aliquota massima di Imu, Tasi e Tari, che le buche per strada non saranno coperte e che i servizi sociali saranno tagliati...

"Noi i servizi alla persona non li abbiamo toccati, è stato un impegno preciso. Con la crisi che c'è non potevamo eliminare la nostra funzione nel sociale, abbiamo anche pensato esenzioni per le fasce più deboli. Certo il cittadino che protesta perché c'è una buca per strada, o perché il giardino pubblico è devastato può sentirsi rispondere che le priorità sono altre. Bisogna comunicare bene cosa sta accadendo. Sono andato molto in televisione, sui giornali, alle assemblee, agli incontri. Ma il vergogna, vergogna non me lo ha risparmiato nessuno. Nemmeno in consiglio comunale, dove me lo gridano quelli che fino al 2014 hanno speso senza ritegno e poi non hanno voluto approvare il loro stesso bilancio".

Aveva un’altra scelta? I sindaci che si trovano con il comune sull'orlo del fallimento che possono fare?

"Se la situazione è irrecuperabile si va alla procedura di dissesto. Si tira una linea: di qua c’è la nuova amministrazione, senza debiti, con tagli, blocco del turnover, tasse aumentate, zero investimenti. Di là la bad company, il Comune fallito con tutti i suoi debiti e una commissione di nomina ministeriale che la gestisce, come si farebbe in un fallimento, quindi con offerte ai creditori, transazioni".

Se la situazione è recuperabile, invece?

"Dal 2012 c'è l'altra possibilità: programma pluriennale di riequilibrio. L'amministrazione cambia strada, aumenta le tasse, taglia la spesa, blocca il turnover, non fa investimenti, ma può rifondere tutti i soldi ai debitori. E dato che questi sono nella maggior parte dei casi imprese del territorio non uccidi l'economia, il tessuto produttivo del tuo Comune. Io ho scelto questa strada per questo motivo, non potevamo tradire le nostre imprese. Alzare Imu, Tasi e Tarsi all’aliquota massima è doloroso, ma permette di accedere subito al fondo di rotazione che dà fino a 300 euro per abitante da restituire in 30 anni, soldi che permettono di pagare i creditori. Noi abbiamo preso 33 milioni e 480mila euro. Poi c'è l’opportunità".

L’opportunità?

"Certo, la crisi come momento delle scelte coraggiose, del cambio repentino di strada. I cinesi hanno un ideogramma solo per crisi e opportunità. Le faccio due esempi di cui vado orgoglioso. Abbiamo aumentato la Tari, tariffa rifiuti, ma già il secondo anno è calata dell'8% perché la differenziata è passata dal 30 al 34% (arriveremo al 57% nel 2019) facendo calare i costi di smaltimento, inoltre paghiamo quanto dovuto alla partecipata in anticipo così non chiede soldi in banca e risparmia 1,9 milioni di interessi. Secondo esempio, l'efficienza dell'illuminazione. Nelle scuole abbiamo messo le lampadine intelligenti che non significa solo che si accendono quando entri in classe, tipo le toilette dei ristoranti, ma che a seconda della luce che entra dalla finestra abbassano o alzano l'intensità. Sa quanto si risparmia? Il 75% delle spese di illuminazione. Per me è eccezionale".

Una bolletta della luce più leggera non può bastare però a risanare il bilancio.

"No, aiuta, ma i risparmi si fanno altrove. Nelle gare d'appalto unificate per le mense degli asili, con i dieci milioni in meno di spesa corrente: auto blu, cancelleria, pulizia. E poi il personale che diminuisce. Mille dipendenti dieci anni fa che oggi, col blocco del turn over, sono meno di 800. Ah, la telefonia. Non si possono più fare chiamate intercontinentali dall'ufficio, perché succedeva, mi creda".

Lei il disastro lo ha toccato con mano nel 2014. Il 9 giugno viene eletto, apre la porta del Comune e non c’è il pavimento.

"Non è che non conoscessi cosa mi aspettava, ma una cosa è immaginarlo, una cosa è vederlo. Ho passato il mio primo pomeriggio a guardare le carte. Non c'è voluto molto per scoprire che la situazione era gravissima. C'erano oltre 32 milioni di fatture da pagare, con mandato già firmato ma niente soldi; 13 milioni e 300mila euro di fondi vincolati agli investimenti erano stati destinati alla spesa corrente, mentre la banca ci aveva già anticipato 26 milioni e 400mila euro su cui pagavamo un interesse annuo del 4%. In cassa c'era un milione, nemmeno i soldi per gli stipendi".

Come può accadere che un Comune si ritrovi in una situazione del genere?

"Intanto – mi scusi il francese – i Comuni italiani hanno tutti o quasi le pezze al culo. Dal 2010 al 2015 i trasferimenti dallo Stato sono stati quasi azzerati. A Pescara, per esempio, sono passati da 30 a 3 milioni. Ma il problema è un altro. Vista questa situazione si sarebbero dovute prendere le contromisure, razionalizzare la spesa, pensare a risparmi strutturali. Invece si è continuato a spendere e a far quadrare i conti con una previsione gonfiata di entrate. E qui è arrivata la nuova disciplina di bilancio che prevede che tu debba togliere dalla spesa quei crediti che dubiti di incassare".

Pescara avrebbe dovuto gestire il bilancio con i nuovi criteri fin dal 2013, era un’amministrazione pilota.

"Il teatro dell'assurdo. Non solo non lo ha fatto, ma sa quando ha approvato il bilancio preventivo del 2013? A dicembre, ovvero quando il preventivo era di fatto un consuntivo".

Il dissesto dei Comuni arriva solo da previsioni sbagliate e mancati trasferimenti?

"No, certo, arriva da spese fuori controllo, da lavori pubblici gonfiati perché si avvicinano le elezioni, dalla pletora dei consulenti, dalle spese correnti per stipendi, luce, acqua, telefoni, auto blu. E dalla incapacità dei Comuni di esigere i crediti, far pagare le tasse e i servizi, si arriva anche al 50-60% in meno. Poi ci sono i mutui accesi con le banche che non sono rinegoziabili, mentre quelli con la Cassa depositi e prestiti sì. Per noi averlo fatto vuol dire un risparmio di 20 milioni di euro di interessi in 5 anni. Ma, ripeto, occorre che la spesa sia razionalizzata, tagliata, e le tasse incassate. Noi siamo riusciti a incrementare del 20% la riscossione. E poi ci sono le trappole".

Le trappole?

"Vai a vedere bene i crediti che hai in bilancio, le somme che pensi di riscuotere, e ti accorgi che quei soldi non li avrai mai. Debitori morti, aziende fallite, scomparse. Noi a Pescara abbiamo dovuto portare il fondo per i crediti di dubbia esigibilità da 7 milioni a 51, adeguandolo alla realtà. Per avere un'idea la Soget, la società di riscossione, ha cancellato 36 milioni prescritti. A questo si aggiunge il monte di nostri debiti per i quali non c'è nulla da fare se non pagare. Quelli, come si dice in linguaggio da avvocati, dove siamo soccombenti. Anche lì fondo da istituire per prepararci al peggio: altri 12 milioni".

E ora?

"Il cammino è segnato, i frutti già si vedono. La somma fra residui attivi e passivi, quel parametro che il cuore della nuova contabilità nel 2014 era 300 milioni, oggi siamo arrivati a 140. Oltre la metà dei 160 milioni di differenza sono stati pagati o riscossi. Il piano di riequilibrio funziona. In cassa ci sono 6 milioni e mezzo di euro e se prima i creditori incassavano in 6-7 mesi oggi avviene in 75 giorni. Il debito per abitante era 1344 euro nel 2013, oggi è 1134 euro. Altra strada non c'era. Non c'è futuro senza solidità ed equilibrio finanziario".

In Sicilia i debiti scatenano l'incubo precari, scrive Claudio Reale. Nel precipizio, in fondo al baratro del default, ce ne sono già 17. Ma a rischiare sono molti di più: i Comuni siciliani non riescono più a far quadrare i propri conti, tanto che all’inizio di settembre erano 250 quelli che ancora non avevano approvato il bilancio del 2015. Effetto del braccio di ferro fra Regione e amministrazioni locali sui finanziamenti, ma anche delle nuove regole contabili entrate in vigore da quest’anno: adesso, infatti, i sindaci sono costretti a ripulire i documenti finanziari dagli artifici usati negli anni scorsi, e uno dopo l’altro stanno scoprendo buchi impossibili da coprire. Voragini le cui radici affondano nella storia. Ad Agrigento, ad esempio, la giunta che si è insediata quest’anno ha trovato un extra-deficit da 34 milioni: nel bilancio, secondo l’amministrazione guidata da Lillo Firetto, c'erano vecchi crediti che non è più realistico tenere in considerazione. Soldi che il Comune attende anche dal 1989, e che a questo punto non arriveranno più. Così, da gennaio ad agosto di quest’anno, gli enti locali siciliani sono caduti uno dietro l’altro, e all’elenco di undici centri già in default si sono aggiunti Acate, Barrafranca, Carini, Casteltermini, Mussomeli e Scaletta Zanclea. Sei fallimenti in otto mesi. La lista, però, è destinata a crescere. Anche perché almeno tre centri sono davvero sull'orlo del precipizio: oltre ad Agrigento, a rischio ci sono due cittadine vicine, Porto Empedocle e Favara. Proprio quest'ultima è il teatro della storia più curiosa: la giunta a "5 Stelle" guidata da Anna Alba, subito dopo le elezioni di giugno, ha avviato la procedura per il dissesto a causa di un buco da 40 milioni, ma quando ha ricevuto dal ministero degli Interni un piano con venti punti per evitare la bancarotta ha risposto "picche". "Un programma del genere – ha detto l’assessora al Bilancio Concetta Maida – sarebbe peggio del default". Il fallimento di Favara, però, "regalerebbe" alla Regione un pacchetto da 205 precari. Ed è qui che si innesta il sospetto. Agitato da un deputato della maggioranza che sostiene Rosario Crocetta: "Proclamare il dissesto – spiega il democrat Giovanni Panepinto, che è anche sindaco di un piccolo centro dell’Agrigentino, Bivona – per alcuni amministratori è liberatorio, un rito quasi tribale che scarica il peso dei lavoratori sulla Regione". Già, perché se i Comuni vanno in default il costo dei lavoratori a contratto passa a carico della giunta Crocetta. Che all'inizio di settembre ha dovuto trovare in fretta e furia tre milioni per pagarne 779. Ma che potrebbe trovarsi sul groppone un pacchetto più consistente: i precari degli enti locali, in Sicilia, sono in tutto 13.787 e costano ogni anno 187,5 milioni di euro. Una bomba a orologeria per i già risicati conti della Regione.

IL PAESE DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI MINACCIATI.

Oltre 500 amministratori minacciati dalle mafie: il rapporto shock. Solo nel 2016 sono stati 562 gli atti intimidatori rivolti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione, funzionari pubblici e agenti della polizia municipale. Uno ogni 18 ore. Il rapporto shock di Avviso Pubblico, scrive Lia Quilici il 26 giugno 2017 su "L'Espresso".

A Licata, c’è un sindaco che riceve quasi quotidianamente minacce. Un’amministrazione comunale alle prese con una difficile battaglia per la legalità sul tema dell’abusivismo, un argomento molto delicato che vede contrapporsi il concetto di legalità alla necessità di centinaia di famiglie di avere un tetto sulla testa. Una situazione di cui lo Stato dovrebbe farsi carico ma che al momento ricade tutta sul primo cittadino della città e sulla sua giunta.

A Livorno, il primo cittadino è stato vittima di reiterati atti di intimidazione. Nel giro di una settimana gli sono state tagliate le gomme della sua auto, qualcuno si è introdotto nella sua abitazione e ignoti hanno preso di mira la sua vettura, sfasciandola e rubando ogni oggetto al suo interno. Tre mesi dopo gli è stata recapitata in Comune una lettera protocollata, col disegno di due proiettili e l’intimazione ad autorizzare una discarica.

A Vittorio Veneto, una cittadina in provincia di Treviso, quattro molotov sono state lanciate nella notte contro la facciata del Municipio e dopo qualche settimana una lettera con all’interno due proiettili e un messaggio di chiaro intento minatorio è stata recapitata al Sindaco: “Via i profughi, o ti facciamo fuori”.

Questi sono solo tre dei 562 atti intimidatori che nel 2016 sono stati rivolti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione, funzionari pubblici e agenti della polizia municipale. Uno ogni 18 ore. Dalla Sicilia all’Emilia Romagna, donne e uomini impegnati nel servizio della loro comunità, funzionari integerrimi ma in certi casi anche politici che non mantengono “i patti con il diavolo” fatti in campagna elettorale. È un mondo grande e variegato quello fotografato da Avviso Pubblico, associazione nata nel 1996 con l’intento di collegare e organizzare gli Amministratori locali che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica Amministrazione e sui territori da essi governati. Numerose le tipologie di minacce ed intimidazioni subite dagli amministratori italiani. Incendi, lettere contenenti minacce e proiettili, spari alle abitazioni ed esplosivi lasciati in bella vista, auto incendiate, gatti sgozzati lasciati sull’uscio delle abitazioni, cani impiccati agli alberi delle ville. E ancora aggressioni verbali, fisiche e tentati omicidi. Si viene picchiati con calci, pugni e pietre, si è minacciati con coltelli e punteruoli. La forza ha ceduto il passo alla ragione. Anche i social network, ed in particolare Facebook, sono diventati uno strumento per lanciare minacce, divulgare fake news e gettare discredito sull’onorabilità delle persone che ricoprono un incarico pubblico di tipo politico-amministrativo. Questo è quanto si legge nel Rapporto 2016 “Amministratori sotto tiro” presentato alla LUISS, proprio nel giorno in cui la Camera dei deputati ha votato il provvedimento di legge per l’inasprimento delle pene per chi minaccia gli amministratori locali. La sesta edizione di questo rapporto rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno dalle proporzioni allarmanti. Dal 2011, anno della prima edizione del rapporto, gli atti intimidatori sono infatti più che raddoppiati. E’ bene precisare che i casi riportati sono quelli di cui Avviso Pubblico ha avuto notizia. Per esperienza, è lecito immaginare che le minacce e le intimidazioni accadute siano in numero maggiore. Infatti, non sempre e non tutti coloro che vengono colpiti, anche più volte, denunciano quanto accade. Questo o per paura o per evitare di accendere l’attenzione degli investigatori su situazioni illegali o criminali.

In testa alla classifica, come di consueto, c’è il Sud Italia e le immancabili Isole. Si tratta di 345 casi censiti, il 4% in più rispetto al 2015. “Il Mezzogiorno, quindi, come per gli anni scorsi, si conferma la parte d’Italia dove è più rischioso svolgere l’attività di amministratore pubblico”. Con 87 atti intimidatori è la Calabria la regione che nel 2016 ha fatto registrare il maggior numero dei casi: il 19% del totale delle minacce censite. Al secondo gradino dell’amaro podio c’è la Sicilia (86 casi), già ai vertici della classifica negli scorsi due anni. A differenza della Calabria, dove Reggio e Cosenza si impongono sulle altre città, in Sicilia la distribuzione delle minacce risulta essere maggiormente diluita tra le 9 provincie. Terzo e quarto posto: Campania (64 atti intimidatori) e Puglia (51 casi). E ancora la Sardegna (42): “Una terra rischiosa per gli amministratori locali”. E mentre il Lazio vede affievolirsi il dato, l’Emilia Romagna passa da 9 a 19 casi, balzando alla settima posizione della classifica nazionale.

Avviso Pubblico ha provato a tracciare un identikit dell’amministratore sotto tiro. Nella maggior parte dei casi si tratta di un maschio che ricopre la carica di Sindaco di un Comune medio - piccolo del Sud, con una popolazione fino a 50mila abitanti, a cui ignoti bruciano nottetempo l’auto parcheggiata in una via pubblica situata nei pressi dell’abitazione o nel cortile di casa. Il Sindaco intimidito governa generalmente un territorio ad elevata densità criminale, perlopiù in regioni in cui sono nate le mafie. Il profilo dell’amministratore minacciato al Centro-Nord – area in cui si registra un caso di intimidazione su quattro – cambia solo in parte rispetto a quello del Sud Italia. È sempre un maschio che amministra un Comune medio - piccolo, ma il mezzo più utilizzato per intimidirlo è la lettera minatoria – con o senza invio di proiettili – anche se non mancano tipologie di minacce più “tipiche” del Sud. Circa il 10% delle intimidazioni censite da Avviso Pubblico nel 2016 è stato rivolto nei confronti di donne che rivestono il ruolo sia di amministratrici locali che di dipendenti della pubblica amministrazione.

A minacciare non sono solo le mafie ma, in particolare, singoli soggetti o gruppi di persone che si dimostrano insofferenti al rispetto delle regole, che considerano i politici come individui non degni di fiducia, che sentono la politica non come uno strumento per il cambiamento ma, al contrario, come uno strumento per il mantenimento di situazioni di privilegio. Persone che individuano negli amministratori locali e nei dipendenti pubblici l’obiettivo da colpire, il più facilmente raggiungibile, per esprimere un disagio che è spesso rivolto alla politica nel suo insieme. Il disagio sociale e la crisi economica intervengono quindi con prepotenza incrementando questo drammatico fenomeno.

IL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO)

Emulazione o bufala?

Blue Whale o Balena blu (gioco). Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il Blue Whale Game (russo: Синий кит , translit Siniy kit ), noto anche come "Blue Whale Challenge", è un fenomeno della rete sociale del ventunesimo secolo che si afferma di esistere in diversi paesi, a partire dal 2016. Il gioco si dice di una serie di compiti assegnati ai giocatori dagli amministratori in un periodo di 50 giorni, con la sfida finale che richiede al giocatore di suicidarsi. La "balena blu" è stata promossa nel maggio del 2016 attraverso un articolo sul quotidiano russo Novaya Gazeta, che ha collegato molti suicidi di suicidio non associati all'adesione al gruppo "F57" della rete sociale VKontakte. Un'ondata di panico morale spazzava via la Russia. Tuttavia il pezzo è stato poi criticato per aver tentato di creare un nesso causale in cui nessuno esisteva e nessuno dei suicidi è stato trovato come risultato delle attività del gruppo. 

Struttura. Mentre molti esperti suggeriscono che "Blue Whale" fosse originariamente una truffa sensazionalizzata, ritengono che sia probabile che il fenomeno ha portato a casi di gruppi imitativi auto-dannosi e di copia, lasciando i bambini vulnerabili a rischio di cyberbullying e shaming online. La balena blu è descritta come basata sulla relazione tra i partecipanti (o gli sfidanti) e gli amministratori. Gli amministratori prescrivono una serie di doveri che i giocatori devono completare, di solito uno al giorno, alcuni dei quali coinvolgono l'auto-mutilazione. Alla fine del 2017, la partecipazione a Blue Whale sembra essere receding; tuttavia, le organizzazioni di sicurezza internet in tutto il mondo hanno reagito fornendo un consiglio generale ai genitori e agli educatori per la prevenzione del suicidio, la consapevolezza della salute mentale e la sicurezza in linea prima della prossima incarnazione di meme informatiche. Nel 2016, Philipp Budeikin, un ex ex- psicologo di 21 anni espulso dalla sua università, ha affermato di aver inventato il gioco nel 2013. Ha detto che la sua intenzione era di pulire la società spingendo le persone a suicidio che riteneva di non avere valore. Budeikin è stato arrestato e tenuto in prigione di Kresty, San Pietroburgo, e nel maggio 2016 ha dichiarato colpevole di "incitare almeno 16 ragazze adolescenti per suicidarsi". È stato successivamente condannato in due contratti di incitamento al suicidio di un minore. Nel giugno del 2017, il postino Ilya Sidorov è stato arrestato a Mosca, accusato anche di istituire un gruppo di "Blue Whale" per incoraggiare i bambini a danneggiarsi e, in ultima analisi, suicidarsi. Ha sostenuto di aver persuaso 32 bambini ad aderire al suo gruppo e seguire i comandi. 

Argentina. Nella provincia di San Juan, in Argentina, un ragazzo di 14 anni è stato ammesso alla terapia intensiva dopo aver affermato sui media sociali che partecipava a Blue Whale. 

Bangladesh. Molte notizie hanno pubblicato sui media del Bangladesh riguardo al tentativo di suicidio relativo al gioco. Un adolescente è stato commesso suicidio presumibilmente dalla dipendenza del gioco nell'ottobre 2017.

Brasile. Diversi rapporti di notizie sono comparsi sui media brasiliani che collegano casi di autolesionismo e suicidio con la Blue Whale. La polizia ha svariate indagini in corso, anche se ancora nessuno è stato ufficialmente confermato. Complessivamente, otto Stati brasiliani avevano casi di suicidio e di auto-mutilazione sospettati di essere collegati al gioco. 

Bulgaria. Le prime notizie su Blue Whale sono comparse in Bulgaria alla metà di febbraio 2017. Il Safer Internet Center, istituito nell'ambito del programma Safer Internet plus della Commissione europea, ha risposto rapidamente. "(T) la sua storia sensazionalistica è stata gonfiata da una serie di siti web di clickbait che creano un'ondata di panico tra i genitori", ha riferito il Centro Coordinatore Georgi Apostolov. "Abbiamo deciso di non avviare contatti direttamente con i media, in quanto ciò avrebbe attirato ulteriori interessi e potrebbe indurre in errore il pubblico a credere che la storia sia in qualche modo vera. Poiché il hype è stato ingrandito da migliaia di persone che condividono la storia sui social network, abbiamo appena pubblicato un avvertimento sul nostro sito web e diffondere il link in commenti sotto tutti condivisi in articoli e post di Facebook. Poi i media mainstream stessi hanno iniziato a chiederci di interviste e citando le nostre conclusioni che evidentemente era una truffa ". Due gruppi di discussione sul suicidio sono stati aperti su Facebook, ma sono stati rapidamente segnalati e cancellati. La diffusione delle notizie virali è stata interrotta entro due settimane. Più tardi, quando un pezzo sensazionalista del giornale rumeno Gandul ha portato a pubblicare altri cinque articoli pubblicati in Bulgaria che hanno segnalato la sfida come reale, i media hanno nuovamente diffuso le posizioni della SIC e la frode è stata interrotta immediatamente.

Chile. I media in Cile hanno riportato tre casi di bambini sospettati di coinvolgimento con "Blue Whale". A Antofagasta, una madre ha riferito alla polizia che la sua figlia di 12 anni aveva 15 tagli sul braccio che formavano il disegno di una balena. Dopo essere stato intervistato dagli agenti di polizia, la ragazza ha confessato di seguire le istruzioni del gestore del gioco durante la riproduzione di questo gioco. Una bambina di 13 anni a Padre Las Casas ha sostenuto di aver giocato la partita insieme a tre altri amici. La ragazza ha raggiunto la decima tappa, facendo anche dei tagli tra le braccia. Un ragazzo di 11 anni a Temuco ha accettato un invito a partecipare al gioco su Facebook nel 2017 da una donna non identificata, ma ha rifiutato di partecipare dopo essere stato contattato da un profilo denominato "Ballena Azul".

Cina. Un gruppo di suicidi è stato fondato da una ragazza di dieci anni a Ningbo, Zhejiang ; che ha pubblicato alcune foto della sua auto-mutilazione legata alla balena blu. Da allora le autorità hanno iniziato a monitorare le menzioni del gioco sui forum e sulle trasmissioni in diretta. 

India. Nel corso del 2017 i media in India hanno riportato diversi casi di suicidio, autolesionismo e tentativi di suicidio suicida come risultato di Blue Whale anche se nessun caso è stato ufficialmente confermato. L' agosto del 2017, il ministero dell'India per l'elettronica e la tecnologia dell'informazione ha chiesto che diverse società internet (tra cui Google, Facebook e Yahoo) eliminino tutti i collegamenti che dirigono gli utenti al gioco. Alcuni commentatori hanno accusato il governo di creare un panico morale. Il guardiano internet indiano del Centro per Internet e Società ha accusato la copertura di un efficace diffusione e di pubblicità di un "gioco" per il quale non esistono poche prove. In India il suicidio è stato la seconda forma di morte più comune dei bambini, secondo una relazione del 2012. 

Italia. In Italia, la rivista di stampa di "Blue Whale" è apparsa per la prima volta il 3 giugno 2016, sul quotidiano La Stampa, che ha descritto la sfida come "una cattiva battuta". Il sito di demolizione BUTAC ha riportato la totale mancanza di prove per affermare l'esistenza del gioco. Il 14 maggio 2017, una relazione televisiva di Le Iene su Blue Whale sul canale nazionale Italia 1 ha collegato la sfida a un suicidio non collegato a Livorno, in Italia. Il rapporto ha mostrato diverse scene di suicidio, principalmente da video su LiveLeak che descrivono adulti non correlati alla sfida. Ha descritto in modo errato il filmato come prova di adolescenti che giocano il gioco. Il rapporto ha intervistato un compagno di scuola dell'adolescente di Livorno, due madri di ragazze russe che presumibilmente hanno partecipato al gioco e il fondatore del Centro russo per la sicurezza dei bambini da crimini del Internet. Dopo la relazione, la copertura della sfida nei media italiani è aumentata, con molti punti vendita che lo descrivono come reale. C'era un forte aumento nelle ricerche di Google per la sfida e qualche panico. Il 15 e 16 maggio i giornali hanno annunciato l'arresto di Budeikin, senza dire che è accaduto mesi prima. Le sue dichiarazioni non confermate riguardo alle sue supposte vittime sono "rifiuti genetici". Paolo Attivissimo, giornalista e dibattente di truffe, ha descritto il gioco come "un mito di morte pericolosamente esagerato dal giornalismo sensazionalista". La polizia ha ricevuto le chiamate da genitori e insegnanti terrorizzati, e ci sono stati rapporti di adolescenti che hanno partecipato alla sfida. Questi includono diversi casi di auto-mutilazione e tentativo di suicidio. La maggior parte delle relazioni è stata considerata falsa o esagerata. I partecipanti sono stati segnalati da tutta Italia: Ravenna, Brescia e Siracusa. Il 22 maggio 2017 la Polizia Postale ha dichiarato di aver ricevuto 40 allarmi. Il 24, questo numero è stato aumentato a 70. Sul suo sito Internet la Polizia Postale definisce Blue Whale come "una pratica che sembra forse provenire dalla Russia" e offre consigli ai genitori e agli adolescenti. Molti casi sono stati descritti da giornali. 

Kenia. Nella contea di Nairobi uno studente nella contea di Kiambu aveva giocato la sfida di balena blu. Ha commesso suicidio il 3 maggio presso l'hotel di proprietà del nonno nel centro della città. 

Pakistan. Il 13 settembre 2017, il Pakistan ha riportato le prime due vittime della provincia di Khyber-Pakhtunkhwa (KPK). 

Polonia. Tre alunni di una scuola elementare in Pyrzyce si sono danneggiati, presumibilmente sotto l'influenza della sfida "Blue Whale". 

Portogallo. Una ragazza di 18 anni è stata ammessa in ospedale con mutilazioni sul suo corpo a Albufeira dopo che si è buttata da un cavalcavia alla linea ferroviaria. Polizia, genitori e amici hanno detto che la ragazza era stata motivata a farlo da una persona su Internet chiamata "Blue Whale". In un'intervista con RTP, ha detto che si sentiva da solo e priva di affetto. 

Russia. Nel marzo del 2017, le autorità russe hanno indagato circa 130 casi separati di suicidio relativi al fenomeno. A febbraio, un 15-year-old e 16 anni si sono buttati fuori dall'alto di un edificio a 14 piani a Irkutsk, in Siberia, dopo aver completato 50 compiti inviati a loro. Prima di uccidersi, hanno lasciato messaggi nelle loro pagine sui social network. Anche nel mese di febbraio, un 15enne era in condizioni critiche dopo aver gettato fuori da un appartamento e cadendo su un terreno coperto di neve nella città di Krasnoyarsk, anche in Siberia. L'11 maggio 2017, i media russi hanno riferito che Philipp Budeikin "si è dichiarato colpevole di incoraggiare gli adolescenti al suicidio", avendo descritto le sue vittime come "spreco biologico" e sostenendo di "pulire la società". È stato tenuto alla prigione di Kresty in San Pietroburgo con accuse di "incitamento di almeno 16 ragazze adolescenti per uccidere se stessi". Il 26 maggio 2017, la Duma russa (parlamento) ha adottato una legge che introduce la responsabilità penale per la creazione di gruppi pro-suicidi sui social media, a seguito di 130 morti per adolescenti legate alla sfida suicida di Blue Whale. Il 7 giugno 2017 il presidente Putin ha firmato una legge che impone sanzioni penali per indurre i minori a suicidarsi. La legge impone una punizione massima di sei anni di carcere.

Arabia Saudita. Il 5 giugno 2017, un ragazzo di 13 anni si è suicidato nella sua stanza, dove il suo corpo è stato scoperto da sua madre. Il ragazzo usava i suoi fili PlayStation per suicidarsi. La sua morte è stata legata a Blue Whale. 

Serbia. Un ragazzo di 13 anni in Velika Plana ha ferito la sua mano, dicendo ai suoi genitori che lo aveva fatto a causa di Blue Whale. I genitori hanno riportato la causa alla polizia. 

Spagna. In Spagna, un adolescente è stato ammesso ad un'unità psichiatrica di un ospedale di Barcellona dopo che la sua famiglia ha detto che ha iniziato a giocare a Blue Whale.

In Turchia, una famiglia ha presentato una denuncia penale dopo il suicidio di suo figlio e ha chiesto ulteriori indagini sull'incidente. La famiglia ha detto ai funzionari che dopo che il figlio ha iniziato a suonare "il gioco", il suo comportamento è cambiato rapidamente. 

Stati Uniti. Nella città di San Antonio, Texas, il corpo di un ragazzo di 15 anni è stato trovato l'8 luglio 2017. Un cellulare aveva trasmesso il suicidio teenager, che si crede correlato al gioco. Si afferma inoltre che il gioco era legato a una morte della ragazza adolescente ad Atlanta, in Georgia. Lo sceriffo della Contea di LeFlore, Oklahoma, ha dichiarato che l'esistenza di un ragazzo di 11 anni ha commesso suicidio nell'agosto 2017 mentre partecipa al gioco.

Uruguay. Nella città di Rivera, a 450 chilometri da Montevideo, una bambina di 13 anni è stata ricoverata in ospedale dopo che i dipendenti della scuola hanno partecipato alle ferite riportate al braccio sinistro. Gli adolescenti vittime del gioco della balena blu sono oggetto di indagine in sei reparti: Montevideo, Canelones, Colonia, Río Negro, Salto e Rivera. 

Reazioni.

Nel marzo 2017, il ministro rumeno dell'interno, Carmen Dan, ha espresso profonde preoccupazioni sul fenomeno. Sindaco di Bucarest Gabriela Firea ha descritto il gioco come "estremamente pericoloso".

In Brasile, in risposta al gioco, un designer e un agente di pubblicità di São Paulo ha creato un movimento chiamato Baleia Rosa (Pink Whale), che è diventato virale. Si basava sulla collaborazione di centinaia di volontari. Il movimento si basa su compiti positivi che valorizzano la vita e combattono la depressione. Anche in Brasile, Sandro Sanfelice ha creato il movimento Capivara Amarela (Yellow Capybara), che propone di "combattere il gioco delle balene blu" e di guidare le persone che cercano qualche tipo di aiuto. I partecipanti sono separati tra gli sfidanti, che sono le persone che cercano aiuto e i guaritori, che sono dei padrini di queste persone. Una scuola avventista nel sud di Paraná, in collaborazione con altre reti di istruzione, ha anche cercato di invertire la situazione proponendo un altro gioco di beneficenza, la " Sfida Jonas " (riferendosi al carattere biblico Jonah, vomitato da un grande pesce tre giorni dopo essere stato inghiottito da esso). Altri giochi creati in Brasile in risposta alla balena blu erano la Baleia Verde (Whale Verde) e la Preguiça Azul (Blue Sloth).

Negli Stati Uniti, un sito, chiamato anche "Blue Whale Challenge", non identifica come uno sforzo per combattere il gioco, ma offre 50 giorni di sfide che promuovono la salute mentale e il benessere. L'autore Glória Perez ha dichiarato il 21 aprile 2017 che intende includere il gioco Blue Whale nella sua nuova telenovela A Força do Querer. I media hanno anche sottolineato che il fenomeno ha coinciso con la controversia che circonda la serie televisiva Netflix 13 Motivi per cui, che affronta la questione del suicidio teen. Nelle aree metropolitane di Belo Horizonte e Recife in Brasile, molte scuole hanno promosso conferenze per parlare del gioco Blue Whale. La polizia specializzata nella repressione del crimine tecnologica (Dercat) a Piauí sta preparando un primer digitale per avvisare i giovani sui pericoli del gioco. 

Nel maggio 2017, Tencent, il più grande portale di servizi Internet in Cina, ha chiuso 12 gruppi sospetti di Blue Whale relativi alla sua piattaforma di social network QQ. Ha detto che il numero di questo tipo di gruppi è in aumento. I risultati di ricerca delle parole chiave correlate sono stati bloccati anche in QQ. Nell'agosto del 2017, il ministero dell'India per l'elettronica e la tecnologia dell'informazione ha indetto una richiesta formale a diverse società internet (tra cui Google, Facebook e Yahoo) per rimuovere tutti i collegamenti che dirigono gli utenti al gioco. 

Il Fenomeno Blue Whale dal portale della Polizia di Stato. Il Blue Whale è una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia: viene proposta come una sfida in cui un così detto “curatore” può manipolare la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli al suicidio, attraverso una serie di 50 azioni pericolose. Ad oggi capita anche che bambini e adolescenti si contagino fra di loro, spingendosi ad aderire alla sfida su gruppi social dopo aver facilmente rintracciato in rete la lista delle prove ed essersi accordati sul carattere segreto di questa adesione. Le prove prevedono un progressivo avvicinamento al suicidio attraverso pratiche di autolesionismo, comportamenti pericolosi e la visione a film dell’orrore e altre presunte “prove di coraggio”, che vengono documentate con gli smartphone e condivise in rete sui social. La Polizia Postale e delle Comunicazioni sta osservando il fenomeno: le nostre indagini si concentrano sull’identificazione di adulti, giovani o gruppi di persone che inducono via web bambini e ragazzi ad esporsi ad un rischio concreto per la loro vita. Poniamo molta attenzione a quanto i cittadini ci segnalano su casi di rischio associati a questa pratica. Ogni informazione utile contribuisce a potenziare la nostra azione di protezione dei bambini e dei ragazzi in rete.

Consigli pratici per gli adulti:

Chi aderisce alla sfida del Blue Whale viene indotto a tenere ostinatamente all’oscuro gli adulti significativi, insegnanti e genitori in primis, adducendo giustificazioni e scuse per spiegare ferite, cambi di abitudini, comportamenti inusuali: approfondite sempre quello che non vi convince;

Aumentate il dialogo sui temi della sicurezza in rete: parlate con i ragazzi di quello che i media dicono e cercate di far esprimere loro un’opinione su questo fenomeno;

Prestate attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia: alcuni passi prevedono di autoinfliggersi ferite, di svegliarsi alle 4,20 del mattino per vedere video horror, ascoltare musica triste, salire su palazzi e sporgersi da cornicioni.

Se avete il sospetto che vostro figlio frequenti spazi web sul Blue Whale, parlatene senza esprimere giudizi, senza drammatizzare né sminuire: può capitare che quello che agli adulti sembra “roba da ragazzi” per i ragazzi sia determinante;

Se vostro figlio/a sta passando un periodo di forte fragilità, non esitate a confrontarvi con gli specialisti che lo seguono, chiedendo loro quali strategie potete adottare per ridurre il rischio che si lasci coinvolgere nella sfida Blue Whale;

Se vostro figlio/a vi racconta che c’è un compagno/a che partecipa alla sfida Blue-Whale, comunicatelo ai genitori del ragazzo se avete un rapporto confidenziale, o alla scuola, se non conoscete la famiglia; se non siete in grado di identificare con certezza il ragazzo/a in pericolo, recatevi presso un ufficio di Polizia;

Indurre qualcuno a compiere azioni dolorose e pericolose, così come dichiarare emergenze che non esistono, può essere reato: quello che sembra uno scherzo può diventare un rischio grave per chi è fragile o troppo giovane;

Consigli pratici per i ragazzi:

La sfida del Blue Whale non è un gioco né una prova di coraggio, è qualcosa che attraverso i social può far leva sulla fragilità di alcuni bambini e ragazzi, inducendoli a mettersi seriamente in pericolo: non contribuire a diffondere questo rischio;

Nessuna sfida con uno sconosciuto o con gruppi di amici sui social può mettere in discussione il valore della tua vita: segnala chi cerca di indurti a farti del male, a compiere autolesionismo, ad uccidere animali, a rinunciare alla vita;

Ricorda che anche se ti sei lasciato convincere a compiere alcuni passi della pratica Blue Whale, non sei obbligato a proseguire: parlane con qualcuno, chiedi aiuto, chi ti chiede ulteriori prove cerca solo di dimostrare che ha potere su di te;

Non credere che pressioni a compiere prove sempre più pericolose siano reali: chi minaccia te o la tua famiglia vuole dimostrare di poterti comandare, non lasciarti ingannare; 

Se conosci un coetaneo che dice di essere una Blue Whale parlane subito con un adulto: potrebbe essere vittima di una manipolazione psicologica, di una suggestione e il tuo aiuto potrebbe farlo uscire dalla solitudine e dalla sofferenza;

Se qualcuno ti ha detto di essere un “curatore” per la sfida Blue Whales sappi che potrebbe averlo proposto ad altri bambini e ragazzi: parlane con qualcuno di cui ti fidi e segnala subito chi cerca di manipolare e indurre dolore e sofferenza ai più piccoli;

Se sei stato aggiunto a gruppi whatsapp, Facebook, Istagram, Twitter o altri social che parlano delle azioni della sfida Blue Whale, parlane con i tuoi genitori o segnalalo subito;

Indurre qualcuno a compiere azioni dolorose e pericolose così come dichiarare emergenze che non esistono può essere reato: quello che sembra uno scherzo può diventare un rischio grave per chi è fragile o troppo giovane;

In rete come nella vita aiuta sempre chi è in difficoltà;

Blue whale e tentati suicidi, parla il vicequestore, "Così si batte la balena". Gioco suicida sul web. Come riconoscere i segnali, scrive Lucia Agati il 24 maggio 2017 su "La Nazione". Lo sapevano. I bambini della scuola primaria lo sapevano cos’era la «balena blu», il diabolico gioco su internet con il quale gli adolescenti vengono istigati al suicidio dopo una serie di prove disseminate in cinquanta giorni e in orari inverosimili. Ma che bambini così piccoli fossero già a conoscenza di un così mostruoso meccanismo della rete è stato uno choc anche per il vicequestore aggiunto Paolo Cutolo, capo di Gabinetto della questura di Pistoia e da alcuni anni dedicato alla prevenzione delle insidie nascoste nel web attraverso incontri (e ormai con un fitto calendario), con i bambini, gli adolescenti e i genitori, a scuola e nei luoghi di aggregazione. Iniziative che sono sempre molto partecipate e applaudite da chi viene assillato dai dubbi e dal timore di non saper fronteggiare questi fenomeni.  E nell’ultimo di questi incontri, pochi giorni fa, in una scuola elementare della prima periferia, l’amara constatazione che i bambini erano a conoscenza dell’esistenza dell’orribile gioco che ha fatto vittime all’estero mentre, proprio in Toscana e proprio in questi giorni, due ragazzine sono state trascinate via da questa trappola. 

Come difendersi allora?

«L’unico vero filtro, come spiego sempre – ci dice il dottor Cutolo – siamo noi genitori. Non è possibile non accorgersi che qualcosa di strano sta accadendo ai nostri ragazzi quando si alzano alle quattro di notte per ascoltare una certa musica perchè qualcuno dice loro, dalla rete, che devono superare una certa prova fino a quando, dopo essersi anche feriti, arriva il “messaggio” che dice loro che è arrivato il giorno in cui possono “riprendersi la vita”. Certo, c’è anche chi gioca per ricevere i “like” ma ci sono comportamenti che non possono sfuggire ai genitori e il primo grosso segnale d’allarme è l’isolamento in casa».

Ci si chiede spesso se è giusto dotare i bambini di un cellulare...

«Tanti di loro hanno il telefono illimitato. A casa a piedi da soli non si va, ma col cellulare in mano fissi sì, e fissi davanti al computer fino a raggiungere l’assoluta mancanza di percezione di esposizione al rischio. E quando, in rete, sono ormai nella trappola, nessuno mi aiuta e il virtuale è diventato assolutamente reale. Quanto al blue whale a Pistoia non ci sono state segnalazioni, ma la situazione è attentamente monitorata. Mentre altri “giochi”, sempre alimentati dalla rete e dai social sì, quelli, negli anni ci sono stati: attraversare i binari in corsa quando sta per arrivare il treno, rubare nei grandi magazzini, spintonare all’improvviso gli anziani per strada e tutto, naturalmente, rigorosamente ripreso. C’è stata anche la nomination a bere un litro di superalcolici fino a che qualcuno, interruppe la catena con lo “zuppone” di latte al posto della wodka. La mia raccomandazione a ogni incontro con i genitori è sempre la stessa: password condivisa. La privacy, quando si parla di minori, non esiste. E profili chiusi dei ragazzi sui social, esattamente come i vostri, e regole, regole da rispettare. Il prezzo è la perdita del contatto con la realtà».

Naturalmente gli scettici non mancano…

Blue Whale, cosa è e cosa (non) sappiamo davvero finora. È quasi psicosi sulla "sfida" che spingerebbe gli adolescenti all'autolesionismo. Nonostante numerose segnalazioni, l'esistenza del fenomeno in Italia non è - al momento - verificata. Ma non è escluso che, proprio sull'onda dell'emulazione, online ci siano o possano nascere gruppi di istigatori, per cui è utile prestare attenzione. Anche sui media, scrive Rosita Rijano il 31 maggio 2017 su "La Repubblica". Blue Whale, la sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Sono decine le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale, e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp, anche da parte di genitori preoccupati. È quasi una psicosi collettiva. Eppure la storia ha molti punti non verificati, e altri impossibili da verificare. Ecco un riassunto di cosa sappiamo con certezza e cosa no. In che cosa consiste. Innanzitutto capiamo cos'è. È stato inopportunamente chiamato gioco e consisterebbe nel compiere una serie di gesti al limite, come camminare sull'orlo dei binari, da immortalare e condividere online. L'ultima prova è togliersi la vita. Si verrebbe ingaggiati tramite social network: Instagram, WhatsApp, Facebook, chat. Ad orchestrare le operazioni, quello che è stato definito "curatore": sarebbe lui a guidare i ragazzi psicologicamente vulnerabili prova dopo prova, dopo averli convinti di possedere informazioni che possono far male alla loro famiglia. Chi partecipa alla sfida si provocherebbe, prima di tutto, dei tagli alle braccia e pubblicherebbe post contrassegnati dall'hashtag #f57. Le origini. Il primo a riportare la vicenda è stato Novaya Gazeta, il quotidiano di Mosca fondato da Anna Politkovskaja, giornalista investigativa uccisa nel 2006. In un'inchiesta pubblicata a maggio dello scorso anno, il giornale collega almeno 80 delle 130 morti avvenute in Russia tra il novembre 2015 e l'aprile 2016 a delle comunità virtuali su VKontakte, l'equivalente di Facebook in Russia, dove i ragazzi verrebbero istigati a togliersi la vita. Il lavoro è stato duramente criticato e un'altra investigazione condotta da Radio Free Europe dice: nessuna connessione provata tra i suicidi e le chat. Tra l'altro, è da notare che si parla di generici "gruppi della morte": alcuni hanno preso a simbolo le farfalle, altri le balene. Quindi il nome Blue Whale (tradotto come balena blu o azzurra) è, in realtà, una montatura mediatica. Perché Blue Whale? Per via dell'abitudine delle balene a spiaggiarsi e morire, senza motivo. I protagonisti. C'è da dire che i gruppi, tuttavia, sembrano esistere come riporta anche il sito di fact checking Snopes. La loro comparsa è successiva al suicidio di una ragazza, Rina, diventata una sorta di figura simbolo di un culto non meglio identificato. E l'unico che risulta incriminato per via delle chat è uno dei primi amministratori: il 21enne Phillip Budeikin, noto come "lis" ("volpe") che, al momento, pare incarcerato in Russia. Secondo gli inquirenti di San Pietroburgo, avrebbe istigato al suicidio 15 teenager in 10 diverse regioni russe tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Il processo, però, è ancora in corso. Inoltre, se da un lato lui sembra confermare l'accusa vantandosi di aver contribuito a eliminare della "spazzatura biologica" in un'intervista che risale al novembre 2016, dall'altro c'è da considerare quanto dice More Kitov, creatore su VKontakte della comunità "Sea of Whales": parlando al sito Lenta.ru, Kitov sostiene che l'amministratore della comunità #f57, cioè Phillip, voleva solo accrescere il numero di membri della propria pagina per attirare pubblicità usando una storia popolare tra i ragazzi e lanciando il mito di Rina. "Questa storia - conclude Snopes - è stata ripresa inspiegabilmente dai giornali mesi dopo, ma rimaniamo non in grado di verificarla". Come mai tutto nasce in Russia? Per capire le origini della storia, può essere utile partire da alcuni fatti. Il primo è che di hashtag associati alle "chat suicide" sui social russi ne appaiono almeno 4mila al giorno, dicono le stime diffuse il 20 gennaio scorso dal Rotsit, il Centro pubblico russo sulle tecnologie internet. Il secondo: il numero di minori che decidono di togliersi la vita in Russia è uno dei più alti al mondo. Con 720 vittime nel 2016, secondo i dati presentati alla Duma: tre volte sopra la media europea. Ma, stando a quanto annota La Stampa, i dati non risultano in aumento per via di questi gruppi online e il tasso di ragazzi che si tolgono la vita è molto più alto nelle città di provincia, poco digitalizzate. Situazione in Italia. A portare il fenomeno all'attenzione del pubblico italiano è stata la trasmissione televisiva Le Iene che ha raccolto le testimonianze di quattro mamme russe di ex "giocatori". Il servizio apre legando al "Blue Whale", presentato come il tremendo gioco social del suicidio, la morte di un giovane livornese: si è ucciso a 15 anni, lanciandosi da un grattacielo. Secondo la Polizia postale non risulta alcun collegamento. Sono, invece, al vaglio circa una cinquantina di casi sospetti in varie regioni. Come ha detto a Repubblica una fonte della Postale, non ci sono prove per stabilire se si tratta di un fenomeno emulativo o se dietro questi episodi ci sia una mente criminale che spinge i giovani al suicidio. Solo l'analisi dei computer dei ragazzi, attualmente in corso, potrà chiarire questi aspetti.  Non è escluso che online ci siano gruppi che istigano all'autolesionismo e al suicidio, nati anche per via del clamore mediatico, per cui è utile prestare attenzione. Ma l'esistenza di un "gioco" strutturato di nome Blue Whale nato in Russia e dietro il quale ci sarebbe, per di più, una mente criminale non è - al momento - verificata.

Blue Whale, tutto quello che c’è da sapere sul gioco del suicidio.

Una storia vecchia torna d’attualità in Italia a seguito del servizio fatto in tv da Le Iene. Più che una vicenda da «Internet cattiva» sembra una «fake news» rimbalzata e fatta rimbalzare i cui effetti rischiano però di diventare reali, scrive Lorenzo Fantoni il 17 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera”. 

Cos’è Blue Whale. Dopo il servizio de Le Iene su molte pagine web italiane si è ritornati a parlare del caso «Blue Whale». Con quale grado di correttezza di informazioni cercheremo di scoprirlo con questo servizio. Intanto le basi: con il nome «Blue Whale» si identifica una sorta di assurdo rituale che ha lo scopo di condurre qualcuno, prevalentemente un giovane, debole e depresso, verso il suicidio. Una sorta di gioco online a cui si decide di partecipare volontariamente postando un messaggio con l’hashtag #f57 che porta all’immediato contatto in forma privata con un «master» che sottopone un elenco di prove ben precise. Il master sarebbe in possesso di informazioni personali che in caso di disobbedienza porterebbero a ritorsioni violente sulla famiglia del «giocatore». Le presunte, ma decisamente tutte da confermare, morti dovute a questo assurdo gioco sarebbero oltre 130, con casi che si concentrano in Russia, ma si estendono anche al resto del mondo. A rinvigorire la storia ci sarebbe anche l’arresto di Philiph Budeikin, ragazzo russo che si sarebbe dichiarato colpevole di aver portato al suicidio un numero imprecisato di persone. Il nome Blue Whale si ispira ovviamente alle balene e alla loro pratica di spiaggiarsi e morire senza alcun apparente motivo. Come detto, in questi giorni Blue Whale è sulla bocca di tutti a seguito del programma Le Iene in cui i conduttori dichiaravano di aver fatto luce sulla vicenda. Tuttavia di Blue Whale si parla da almeno un anno, forse di più e la verità è decisamente più complessa di una psicosi da «Internet cattivo» e riguarda più le leggende metropolitane che una presunta setta che incita al suicidio. Oltre a tutto questo, nel 2016 è uscito un film, «Nerve», che per certi versi riprendeva le tematiche di Blue Whale, e si è innescato quindi una sorta di cortocircuito in cui è difficile capire se un caso isolato è diventato leggenda metropolitana, se la leggenda è stata imitata dalla realtà o se è entrata di mezzo anche una strana storia di marketing virale. Ciò che cercheremo di fare in queste schede è gettare una luce su questo fenomeno, dimostrando che si tratta in gran di un caso, quantomeno in partenza, montato su leggende metropolitane che qualcuno ha cercato di rendere vere per puro calcolo personale. L’unica certezza in questi casi è l’incertezza data dalle dinamiche della rete.

Dove nasce la leggenda. Blue Whale galleggia nel mare di storie dell’orrore e leggende metropolitane che vengono narrate e conservate in quegli angoli della rete più inclini a mostrare immagini violente e disturbanti. Di solito vengono chiamate «creepypasta». Il nome è una crasi storpiata “cut and paste”, ovvero l’atto di copiare e incollare un testo per diffonderlo nei forum e «creepy» che in inglese vuol dire «inquietante». Fondamentalmente non sono altro che la versione web, e quindi ancora più esagerata, delle storie del terrore che si raccontano in campeggio. Alcune di esse, col tempo, si sono poi diffuse a tal punto da arrivare al grande pubblico, come nel caso di «Slender Man», e quindi entrare nell’immaginario collettivo e trasformarsi in film dell’orrore, fumetti o videogiochi. Il destino di Blue Whale non è molto diverso. Per iniziare Blue Whale bisognerebbe frequentare forum o gruppi dedicati al suicidio o al gioco, di solito hanno nomi che riguardano le balene, e scrivere un messaggio usando l’hashtag #f57. A quel punto si verrebbe contattati da un «master» che, non si sa bene come, convincerebbe la vittima di essere in possesso di informazioni personali che possono essere usate per far del male alla sua famiglia. Poi il malcapitato deve sottostare a una serie di prove che prevedono l’ascolto o la visione di film e canzoni proposte dal master, ferite autoinflitte o sostare per un po’ di tempo sul bordo di un palazzo molto alto o sui binari di una ferrovia. Ovviamente tutto dev’essere tenuto segreto, pena la morte dei familiari.

Il primo contatto. Blue Whale emerge per la prima volta nel 2016 in un articolo del sito russo Novaya Gazeta a cui si rifanno tutti i siti che ne parlano oggi, che racconta di decine di ragazzi che si sarebbero suicidati nell’arco di sei mesi. L’articolo è perfetto per una condivisione poco attenta ed estremamente virale: le informazioni sono in russo, quindi difficilmente verificabili e contengono un grado di morbosità che ne aumenta le letture, dunque si diffonde a macchia d’olio. Secondo il sito alcuni dei suicidi facevano parte di gruppi su VKontakte, il più diffuso social network russo. Novaya Gazeta parla di almeno otto morti legate a questo gioco, tuttavia una successiva inchiesta di Radio Free Europenon ha trovato riscontri fondati a questa affermazione. I suicidi ci sono stati e VKontakte sarebbe pieno di gente che posta immagini di ferite autoinflitte e chiede di poter giocare a questo gioco, ma paradossalmente sembra tutta una vicenda che si autoalimenta basandosi sulla suggestione. In molti hanno criticato l’articolo di Novaya Gazeta, sia per la mancanza di dati verificabili, sia perché scambia la causa per l’effetto. Stando a quanto dichiarato infatti molti ragazzi si sarebbero ammazzati seguendo i gruppi su VKontakte che trattano l’argomento, ma è molto più plausibile invece che una persona con tendenze suicide segua forum o comunità online che discutono dell’argomento, piuttosto che lo diventi dopo averle seguite. Insomma, varrebbe la stessa regola di qualunque altro interesse: non si diventa pescatori leggendo un forum di pesca, si legge un forum di pesca perché lo si apprezza come sport o passatempo.

Il mito di Rina Palenkova. Internet è piena di gruppi dedicati al suicidio, alcuni cercano di aiutare i proprio iscritti a non commetterlo, altri sono invece luoghi di incontro per chi cerca consigli su come renderlo indolore o persino qualcuno con cui commetterlo. Purtroppo è difficile capire quanto questi luoghi possano rappresentare una risorsa per evitare il suicidio o piuttosto una riserva di caccia per personaggi poco raccomandabili che non vedono l’ora di accanirsi su soggetti vulnerabili. Scorrendo le pagine di questi forum si fa riferimento a Blue Whale, ma più come leggenda metropolitana legata all’articolo di Novaya Gazeta che come movimento organico e organizzato. Di fronte a casi come questo è sempre molto difficile separare mitomani, emulatori e impostori che rimbalzano tra Reddit, Tumblr, social network, forum, catene su Whatsapp. Un modo per comprendere l’assurdità di questa storia è riflettere sulla figura di Rina Palenkova. Col nome di Rina Palenkova si identifica una ragazza che si sarebbe uccisa dopo aver postato una sua foto su VK.com e che avrebbe fatto parte di una specie di culto mai identificato. La sua figura è stata montata e ricondivisa sul social network russo, con tanto di foto scioccanti, video dal sapore esoterico fino a trasformarla in una sorta di oscuro meme del suicidio, perfetto per plagiare persone più deboli e creare sottoculture nocive. Il dubbio che il personaggio di Rina Palenkova sia montato ad arte viene quando nei suoi video notiamo strani simboli che poi si sono rivelati, secondo Meduza, essere il logo di una marca di lingerie.

Gli Arg. Sempre secondo Meduza, a complicare ancora di più la situazione c’è l’uso di Blue Whale e della figura della Palenkova per creare degli ARG, ovvero giochi in realtà alternativa, estremamente criptici che mescolano filmati da decifrare, luoghi reali e messaggi in codice e che tendono a calamitare attorno a sé gruppi di appassionati ansiosi di risolverli. C’è quindi il rischio che in alcuni casi le community legate a questi giochi vengano scambiate per gruppi di persone che promuovevano il suicido e Blue Whale.

Farsi pubblicità. Lenta.ru ha svelato un altro dei motivi per cui in Russia sono nati alcuni gruppi legati al suicidio. More Kitov, creatore della community «Sea of Whales», ha dichiarato che gli amministratori del gruppo non avevano nessuna intenzione di spingere i ragazzi al suicidio, cercavano solo di far decollare le proprie pagine. Anche Filip Lis, amministratore della pagina f57, cercava solo un modo per creare velocemente un gruppo con molti iscritti. Del resto in VKontakte, proprio come su Facebook, le pagine molto seguite hanno un grande valore commerciale. E proprio come nascono pagine fan subito dopo la morte di una persona famosa, così Kitov aveva intercettato questa leggenda metropolitana, ne aveva compreso il valore e aveva utilizzato i simboli di riferimento, comprese foto e documenti che sarebbero appartenuti alla Palenkova, per creare pagine da rivendere a miglior offerente.

I suicidi in Russia. Ma come mai la Russia si è dimostrata un terreno fertile per Blue Whale, tanto da generare imitatori che, forse, ne sono rimasti tanto affascinati da utilizzarla come ispirazione per fare o farsi del male? Innanzitutto un dato importante: secondo i dati ufficiali russi il 62% dei suicidi giovanili avvengono per conflitti con membri della famiglia, amici, insegnanti, insofferenza all’indifferenza altrui o paura di violenza da parte degli adulti. Se analizziamo meglio i dati, il tasso generale di suicidi in questo Paese decresce, ma con una forte impennata di quelli giovanili, con un picco nel 2013 di 461 casi. Questo non vuol dire che Blue Whale si una cosa nata in Russia, ma lì il suo mito ha senza dubbio trovato il terreno di coltura adatto per impiantare delle suggestioni, seppure alimentate da motivazioni spesso più profonde.

Philip Budeikin. Ogni mitologia per alimentarsi ha bisogno di un mito, come Rina Palenkova, ma anche di un cattivo. In questo caso parliamo di Philip Budeikin, un ragazzo arrestato nel 2016 che ha confessato di aver spinto al suicidio persone che riteneva «rifiuti biologici». La sua intervista risale all’anno scorso, il motivo per cui questa notizia sia spuntata fuori oggi come se fosse recente è legato ai meccanismi «virali» dell’informazione moderna che rende importanti avvenimenti dopo molti mesi solo perché un media si accorge improvvisamente che esistono e cerca di sfruttarne la morbosità e la carenza di fonti verificabili per costruirci una bella storia. Budeikin ha dichiarato di aver spinto al suicidio 17 persone e che f57 non ha alcun significato nascosto, sono semplicemente la prima lettera del suo nome e le ultime due del suo numero di telefono. Al momento accertare la veridicità della vicenda e l’eventuale svolgimento di un processo a carico di Budelkin non è facile, ciò che è certo è che la notizia non è di queste ore.

In conclusione. La vicenda Blue Whale è il classico esempio di quanto la cautela sia necessaria nel riportare una notizia presa dal Web, che una volta fatta circolare rischia di trasformarsi in un boomerang (vedi il primo caso di intervento della polizia a Ravenna). Le fonti sono spesso confuse, contraddittorie o volutamente criptiche perché fanno parte di un gioco e di una sottocultura volta a creare un alone di mistero attorno a qualcosa che ha basi molto meno solide di quanto pensiamo, in cui una vera tragedia può confondersi con una foto piena di sangue finto. La parte più surreale della vicenda è come da una leggenda metropolitana si sia passati allo sfruttamento commerciale, rendendo verità un mito di Internet e portando i media di tutta Europa a parlare di un presunta nuova moda tra i giovani. D’altronde le caratteristiche c’erano tutte: disagio giovanile, l’Internet cattiva, notizie difficili da verificare. La verità molto probabilmente è che in Blue Whale c’è molto meno di ciò che siamo portati a credere e che purtroppo la suggestione e l’emulazione giocano un ruolo fondamentale in questi eventi mediatici che esplodo all’improvviso. Ci troviamo di fronte a uno di quei casi in cui il racconto si è fatto verità grazie alla voglia di alcuni di giocare con la mente di persone particolarmente vulnerabili, per questo è importante parlarne con correttezza e senza giungere a facili conclusioni e senza ammantare il fenomeno di un fascino proibito che potrebbe attrare emulatori e malintenzionati. Ormai qualunque cosa può essere o non essere Blue Whale, ma rimane una parola, e le parole hanno potere solo se glielo diamo noi.

Blue Whale, il video di Alici come prima che smonta il servizio de Le Iene, scrive l'8 Giugno 2017 "Libero Quotidiano”. La "Iena" Matteo Viviani, nel primo e ormai celeberrimo servizio dello scorso maggio, ha mostrato a tutti cosa sia il Blue Whale challange, il gioco della "balena blu" che termina con il suicidio di ragazzini ed adolescenti. Nel video si vedevano più casi di ragazzini russi, che si filmavano nei momenti in cui si toglievano la vita. Viviani legava tutto al nuovo assurdo gioco che sta terrorizzando tutti i genitori d'Italia. Ma era la verità? Pare di no: prima le conferme in un'intervista a Il Fatto Quotidiano, dunque un video su canale youtube Alici come prima. Un filmato in cui viene smontato punto per punto il servizio de Le Iene: secondo la teoria del video, la vicenda della Blue Whale sarebbe tutta una roboante "fake news". Il video è molto puntuale: non tutti i casi erano in Russia, così come invece affermava Viviani nei primi secondi del filmato. È bastato risalire alla fonte, il sito Liveleak, per scoprire inoltre che le immagini risalivano a svariati anni fa, molto prima dell'esplosione del fenomeno Blue whale. In più, alcune immagini erano dei veri e propri tarocchi, fotomontaggi di ragazzine, creati probabilmente per ottenere più like. I suicidi mostrati, dunque, non erano affatto legati al nuovo gioco. Restano però le numerose segnalazioni di casi sospetti piovute in Italia nelle ultime settimane.

Speculare sulla paura. "Sono colpitissimo di una notizia di ieri, parla di Blue Whale e del fenomeno di emulazione da parte degli adolescenti", scrive Filomena Fotia il 9 giugno 2017. “Si tratta di stare sul web in modo diverso dagli altri. Noi non ci stiamo urlando, raccontando frottole, bugie. Non è facile, perché non è facile occupare il web da parte della ragionevolezza. Sono colpitissimo di una notizia di ieri, parla di Blue Whale e del fenomeno di emulazione da parte degli adolescenti. Suggerirei a tutti di leggerla e di rendervi contro di quanto sia atroce creare un clima di paura, tensione, per alimentare finte notizie. A forza di gridare al lupo al lupo, accade che qualcuno ci crede… Se ci pensate, in piccolo è quello che accaduto in piazza a Torino durante la partita della Juve”. Lo ha detto Matteo Renzi su Ore Nove.

Blue Whale, gli effetti del servizio fake delle Iene: emulazione, boom di ricerche “suicidi” e finti “curatori”. Il fenomeno della Blue Whale in Italia è esploso il 15 maggio, giorno dopo la messa in onda di un servizio de Le Iene che spacciava per veri video falsi. “Il problema – secondo Carlo Freccero, membro di Vigilanza Rai – è che, quando queste notizie vengono date da media generalisti, diventano vere automaticamente”. Nella video inchiesta di Fanpage.it gli effetti di questo “fake”, scrive il 4 luglio 2017 Giorgio Scura su "Fan Page". "Il fenomeno della Blue Whale in Italia è arrivato grazie un servizio delle Iene". Lo ha detto a Fanpage.it, Carlo Freccero, uno dei massimi esperti di media in Italia e membro della Commissione di Vigilanza Rai. "Le Iene – continua Freccero – hanno preso per buono quanto circolava in rete sul presunto fenomeno della Balena Blu. Il web però ha subito sviluppato il suo antidoto e i debunker hanno dimostrato che i video dei presunti suicidi legati alla Balena Blu, che hanno dato al servizio enorme forza, erano falsi". "Il problema – aggiunge l'ex direttore di RaiDue e di palinsesti Mediaset – è che, quando queste notizie vengono date da media generalisti, diventano vere automaticamente. Il fatto poi che abbiano un'audience fortissima spinge i giornali ad accodarsi". Perfino l'autorevole Der Spiegel arriva a pubblicare dentro un documentario gli stessi video (falsi) delle Iene accostandoli alla Blue Whale. Il fenomeno Blue Whale nasce così. Per dimostrare quanto detto basta guardare i dati di ricerca di Google: ebbene prima del 15 maggio (il servizio delle Iene è andato in onda la sera del 14 maggio), praticamente nessuno manifestava un qualsiasi tipo di interesse verso questo gioco. Il 15 maggio, improvvisamente, l'indice esplode, arrivando a 100, massima quota di crescita di una "parola chiave". Insomma la "notizia", supportata da video falsi spacciati per veri, diventa virale. Tutti alla scoperta di questo strano "gioco del suicidio". Ma che effetti avrà avuto quest'ondata mediatica, basata su documenti falsi per stessa ammissione nell'autore del servizio Matteo Viviani, sugli adolescenti on-line? Un reporter di Fanpage.it si è finto una ragazzina interessata a voler partecipare al gioco: volevamo capire quanto l'ondata mediatica avesse messo in moto realmente il perverso gioco di cui nessuno in Italia conosceva l'esistenza, prima del servizio di Italia Uno. I risultati sono stati inquietanti: immediatamente, su Twitter, siamo stati intercettati da un sedicente "curatore", colui che dovrebbe gestire i cosiddetti Gruppi della Morte, all'interno dei quali si gioca alla Blue Whale, che ha iniziato via chat a introdurci in questo assurdo gioco, fino a minacciare i nostri cari se a un certo punto ci fossimo voluti ritirare dal gioco. I dati del profilo di questo curatore, che è stato disattivato poco dopo la chat che vi raccontiamo, sono stati trasmessi alla Polizia Postale. Ancora più inquietanti i contatti che sono giunti al nostro reporter quando si è finto curatore. Siamo stati contattati da decine di utenti che chiedevano, in un caso imploravano, aiuto per togliersi la vita. Fanpage.it non è potuta risalire a chi si celava dietro ogni singolo profilo, non sappiamo quindi se dietro di questi ci fossero adolescenti in grave crisi oppure dei burloni, altri giornalisti o poliziotti oppure adulti malintenzionati e desiderosi di stringere rapporti con minorenni. Quello spetterà alle forze dell'ordine alle quali abbiamo girato il materiale raccolto. Abbiamo però toccato con mano come, solo a partire dal 15 maggio, data del servizio de Le Iene, in Italia compaiono i profili di questi "curatori" e gli hashtag sotto cui inizia il gioco che poi prosegue in chat private dove entrano adolescenti con istinti suicidi, cyberbulli, pedofili e perdigiorno. E quello che accade lì dentro può diventare davvero pericoloso. Purtroppo, però, non è finita qui. Come dice Marco Cervellini, portavoce della Polizia Postale, il problema di questa tempesta mediatica è stato l'immediato effetto emulazione che ha creato un'ondata casi reali di cronaca in cui ragazzini hanno realmente messo in pratica questo gioco che, va ripetuto ancora una volta, prima del 15 maggio in Italia non esisteva. Qui alcuni casi: Senigallia, Ravenna, Pescara, Milano, Roma, Moncalieri, Fiumicino, Palermo, Catania. La nota positiva, in questo viaggio nell'inferno virtuale dei nostri ragazzi, è che abbiamo trovato anche delle "sentinelle". Si tratta di persone che, da quando è scoppiato il fenomeno in Italia, grazie ai video fake de Le Iene, si sono messe online per cercare di intercettare adolescenti in difficoltà per dare loro supporto. Tra loro anche una mamma di 35 anni, che chiede che venga rispettato l'anonimato, e che a Fanpage.it ha raccontato: "Sto provando ad aiutare questi ragazzi contattandoli su Twitter. Sono entrata in contatto con una ragazza che si autolesionava, ho contattato anche la mamma. Ho il terrore che qualcosa di brutto possa capitare loro".

Blue Whale, Matteo Viviani: «Falsi i video del servizio delle Iene», scrive Mercoledì 7 Giugno 2017 "Il Messaggero". Blue Whale, dopo il servizio denuncia de Le Iene non si parla d'altro: il drammatico gioco virale, diffuso tra gli adolescenti, che li spingerebbe a fare prove estreme fino a suicidarsi. La Iena Matteo Viviani aveva raccontato dei pericoli di questo gioco documentadoli con video e interviste delle mamme russe, perché proprio la Russia avrebbe dato origine a questo fenomeno. Oggi però, Selvaggia Lucarelli, con un articolo su Il Fatto Quotidiano, mostra qualcosa di inaspettato sul servizio mandato in onda su Italia Uno, perché secondo lei, come avave anche anticipato sulla sua pagina Facebook, il Blue Whale "puzzava di bruciato". La Iena Viviani nell'intervista ammette che le conversazioni con le mamme russe che avevano appena perso i figli e i video dei suicidi sono false. «Me li ha girati una tv russa su una chiavetta e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche, ma erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio». Il servizio è diventato però virale, e come spesso accade l'emulazione è la prima fonte del problema, ma Viviani si è detto sereno: «Ieri sono andato in una classe e ho chiesto quanti conoscessero il Blue Whale prima del mio servizio. La metà degli alunni ha alzato la mano. Noi adulti ignoriamo parte del web, specie quella popolata dai giovanissimi. La polizia ha salvato una ragazzina che era quasi al cinquantesimo (e ultimo) giorno del gioco, quindi aveva iniziato prima della puntata». Molti sono stati i ragazzi salvati da questo gioco dalla polizia, e la iena respinge le accuse di aver innescato un meccanismo di emulazione con il suo servizio: «Non posso praticare l'omertà su un argomento e se ho contribuito a salvare anche una sola persona, il mio è stato un lavoro prezioso».

Blue Whale, parla Matteo Viviani de Le Iene: “Sì, i video russi sono falsi ma il pericolo c’è”. Parla l’autore delle “Iene” che ha raccontato il gioco del suicidio. Prima del servizio zero casi, dopo forse sì. Soltanto emulazione? Scrive Selvaggia Lucarelli il 7 giugno 2017 su "Il Fatto Quotidiano". “Sai che sul web in molti definiscono il tuo servizio sul Blue Whale la nuova bufala de Le Iene, paragonandolo al caso stamina? “Ma per favore. La gente guarda il dito anziché la luna”. Matteo Viviani si difende con le unghie dalle accuse che molti giornali e siti gli hanno mosso negli ultimi giorni: aver parlato di suicidi giovanili legati al web in maniera imprecisa, senza prove, con video falsi e con un sensazionalismo pericoloso per via dei rischi di emulazione. Il 14 maggio Viviani ha svelato in un servizio di grande impatto emotivo il fenomeno del Blue Whale: una sorta di gioco psicologico che attraverso il superamento di 50 prove in 50 giorni istigherebbe gli adolescenti al suicidio. Si inizia con l’autolesionismo (tagli su pancia e braccia), per poi passare alla visione di film horror fino a buttarsi dal palazzo più alto della città il cinquantesimo giorno (possibilmente ripresi da una videocamera). Nato in Russia, dove tale Phillip Budeikin è stato arrestato perché accusato di essere l’inventore del gioco e di aver istigato alcuni ragazzi al suicidio, il fenomeno, secondo Viviani, si starebbe espandendo ovunque, Italia compresa. Il servizio di Viviani era confezionato con maestria: un inizio d’effetto con le immagini di adolescenti in cima a palazzi che non esitano a lanciarsi e corpi schiantati. Viviani intervistava poi due mamme russe le cui due figlie si sarebbero suicidate per questo gioco. La sera in cui il servizio è andato in onda, sul web c’è stata una reazione forte. Da quel momento, caso strano, sono cominciati casi su casi di Blue Whale in Italia.

Matteo, perché quei video bufala?

«Me li ha girati una tv russa su una chiavetta e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche, ma erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio».

Erano sconvolgenti, ma erano un falso.

«Era solo il punto di partenza, cambiava qualcosa se mettevo un voice over di 4 secondi in cui dicevo che quei video non erano collegati al Blue whale?»

Direi di sì. Come documentato dal sito “Valigia blu” nessuno in Italia prima del 14 maggio cercava “Blue Whale” su Google e dopo c’è stato un picco di ricerche. Non hai paura di aver diffuso tu il fenomeno?

«Ieri sono andato in una classe e ho chiesto quanti conoscessero il Blue Whale prima del mio servizio. La metà degli alunni ha alzato la mano. Noi adulti ignoriamo parte del web, specie quella popolata dai giovanissimi».

Come mai la polizia ha cominciato a sventare suicidi legati a Blue Whale solo dopo il tuo servizio?

«La polizia ha salvato una ragazzina che era quasi al cinquantesimo giorno del gioco, quindi aveva iniziato prima…»

Di dov’è questa ragazzina?

«Non si può dire per una ragione di privacy.

Leggo altri casi di interventi della polizia tutti successivi al servizio. E prima?

«La polizia non aveva mai sentito parlare di Blue Whale».

Sai che il ragazzino di Livorno citato nel tuo servizio, secondo le indagini, non si è suicidato per il Blue Whale?

«Ma noi abbiamo premesso che il legame col Blue Whale era la versione del suo amico e che era solo il punto di partenza del servizio».

Un punto di partenza falso.

«In Russia i suicidi ci sono stati, in Ucraina ne sono stati accertati 4. Lo dice la polizia».

In Russia l’arrestato per il Blue Whale era collegato a una sola istigazione al suicidio delle 130 che gli erano state contestate.

«È difficile fare indagini quando i server sono sparsi nel mondo e si utilizza Tor per navigare…»

Però non si può spacciare un sospetto per una notizia.

«La polizia italiana ha confermato l’esistenza di un allarme sociale e mi ha ringraziato per l’attenzione che ho portato sul fenomeno».

Non ti sei posto il problema di aver innescato tu l’emulazione?

«Allora non dobbiamo dare più notizie neppure sul bullismo o sul femminicidio?»

L’emulazione nel campo dei suicidi giovanili è un fenomeno accertato.

«Non posso praticare l’omertà su un argomento e se ho contribuito a salvare anche una sola persona, il mio è stato un lavoro prezioso».

L’Oms ha fornito regole ai media su come trattare l’argomento suicidio giovanile per evitare il rischio emulazione. Punto primo: evitare il sensazionalismo. Ma quei finti video di suicidi erano sensazionalismo puro.

«Le Iene hanno questo tipo di narrazione. Ti potrei mostrare tanti altri servizi confezionati così, scegliamo di raccontare la verità in modo crudo. Abbiamo eliminato immagini trovate sul web di tagli sul corpo mostruosi».

L’autolesionismo è sempre esistito, anche se non si chiamava Blue Whale.

Mica giochi al Blue Whale solo se ti suicidi.

È lo scopo, in teoria, altrimenti si parlerebbe di gioco che istiga.

«Cercare le debolezze nel servizio o certi titoli tipo “Le Iene incastrate nella loro falsità dal web” abbassano l’allerta su questo fenomeno che, secondo me, è anche più grave di come l’ho raccontato».

Sarà. Però la sensazione è che si sia passati da “Le iene portano bene” a (in questo caso) “Le iene non ne escono bene”.

“Le Iene” torna a parlare di Blue Whale. Persone che affrontano seriamente il tema del suicidio giovanile, scrive il 9.10.17 3 Paolo Attivissimo su Disinformatico. Se non leggi altro, leggi almeno questo: non è vero che se non finisci il Blue Whale Challenge uccideranno i tuoi genitori; quelli che si spacciano per “curatori” sono solo dei bulli malati che vogliono fregarti. Puoi batterli con un clic: bloccali. Le Iene vogliono spaventarti con il Blue Whale per fare soldi. Non farti fregare: spegni la TV. Se sei finito nel Blue Whale o in qualche “sfida” simile, o conosci qualcuno che ci è finito, parlane con gli amici, con i genitori, con un docente. Troverai aiuto. Nella puntata andata in onda domenica sera su Italia 1 , il programma Le Iene è tornato a parlare del cosiddetto Blue Whale Challenge (BWC): una sfida online che spingerebbe tantissimi giovani al suicidio tramite le istruzioni fornite via Internet da un cosiddetto “curatore”.

Riassumo le puntate precedenti della vicenda: Le Iene aveva già parlato del BWC il 14 maggio scorso, suggerendo che questa sfida avesse già fatto vittime in Italia e creando così un panico mediatico enorme nel paese ma generando anche molte proteste e critiche (per esempio Valigia Blu) per la carenza di prove e il sensazionalismo esasperato. Andrea Rossi di Alici Come Prima aveva poi dimostrato (video) che i video di suicidi mostrati in maniera così drammatica da Le Iene erano falsi: non si riferivano affatto al Blue Whale Challenge. Il 7 giugno, Matteo Viviani (de Le Iene) aveva poi ammesso sul Fatto Quotidiano che non aveva verificato la provenienza di quei video: una leggerezza assolutamente imperdonabile, specialmente su un tema delicatissimo come il suicidio giovanile. Dopo qualche giorno di clamore, tutti i media italiani hanno smesso di parlare di Blue Whale, come ha notato Wired.it (“Che fine ha fatto Blue Whale?”, 29 settembre). La paventata ondata di suicidi che sarebbero stati istigati in Italia da questa sfida non c’è stata. Il ritorno de Le Iene sull’argomento domenica sera è stato molto meno sensazionalista rispetto alla prima puntata: ha presentato documentazioni e interviste ad autorità in mezzo mondo, dando l’impressione di dimostrare di aver avuto ragione. Ma guardando il nuovo servizio con attenzione emerge che in realtà la redazione del programma ha tentato furbescamente di spostare i paletti della discussione per scagionarsi, attribuendo ai suoi critici cose che non hanno mai detto o scritto.

Primo paletto spostato: Matteo Viviani sostiene ripetutamente che chi ha criticato il primo servizio de Le Ienesul BWC avrebbe detto che questa sfida non esiste ed è una bufala. È falso: i critici (me compreso) in realtà hanno detto che il concetto di BWC esiste, che i suicidi giovanili esistono e in particolare in Russia sono molto numerosi, ma mancano prove ufficiali che colleghino BWC e suicidi, specialmente in Italia (BBC; The Globe and Mail; Il Post). In particolare, i 130 casi di suicidio giovanile in Russia citati da molti giornali di tutto il mondo non sono affatto collegati specificamente al BWC. Inoltre Blue Whale Challenge è semplicemente una delle tante sigle usate nei gruppi online dedicati al suicidio; è quella, fra le tante, che i giornalisti hanno preso e pompato. Concentrarsi su una sola sigla invece di occuparsi del problema dei suicidi e degli istigatori online è solo sciacallaggio ingannevole; è come parlare di incidenti stradali raccontando solo quelli causati dalle Peugeot arancioni. Mi verrebbe da dire che è pigrizia giornalistica, ma Le Iene non è un programma giornalistico, è un varietà. Insomma, i critici non hanno detto che il BWC è una bufala: hanno invece detto che parlarne in maniera sensazionalista e irresponsabile come aveva fatto Le Iene avrebbe ispirato emulatori e avrebbe reso reale un fenomeno che forse inizialmente era solo un meme e un mito di paura come Slenderman. Chi, come me, va spesso nelle scuole a parlare di informatica agli studenti e ha figli in età scolare sa benissimo che se ne mormorava ben prima del primo intervento de Le Iene: ma abbiamo preferito parlarne responsabilmente, caso per caso, invece di ingigantire il problema, creare falsi allarmi e seminare il panico. 

Secondo paletto spostato: nel nuovo servizio, Viviani chiede ripetutamente agli esperti e inquirenti intervistati se sia giusto o no parlare pubblicamente del Blue Whale Challenge e tutti gli rispondono che se ne deve assolutamente parlare. Questo sembra dare ragione a Le Iene per averne parlato. Ma è falso che i critici abbiano detto che non se ne deve parlare: hanno detto invece che è importantissimo come se ne parla. Non si parla di suicidio giovanile fra un frizzo e un lazzo e una pubblicità in un programma di varietà come Le Iene. Non si mostrano video di suicidi (oltretutto falsi). Non si mette la musica struggente. Non si spaccia un dramma di famiglia per un caso italiano di Blue Whale intervistando e imbeccando un bambino. Se ne parla al telegiornale e nei programmi di approfondimento giornalistico serio; se ne parla nelle scuole con i docenti e con gli esperti della polizia; si rispettano le linee guida sviluppate dall’OMS per non peggiorare il problema. La cosa assurda è che Matteo Viviani si contraddice e si sbufala da solo quando tenta di dimostrare che l’allerta Blue Whale è un problema serio mostrando come è stato gestito negli altri paesi: tramite le autorità, i telegiornali, i programmi TV giornalistici, le forze di polizia, gli psicologi e i docenti, andando anche nelle scuole a fare prevenzione e informazione competente, responsabile e sensibile. Appunto: se è un problema serio, e il suicidio giovanile lo è, non lo si tratta mandando in TV uno vestito di nero col cravattino e la barba di tre giorni a mostrare video farlocchi fra una battutina e l’altra.

Visto che questa nuova sparata de Le Iene probabilmente risolleverà la questione Blue Whale, segnalo alcuni link con le informazioni di base sulla vicenda, utili per discuterne per esempio in famiglia o in classe:

– I consigli della Polizia Postale per gestire questo allarme, che la Polizia non conferma (usa parole come “eventuale”, “sembrerebbe”). La pagina risale al 22 maggio 2017; ho linkato la versione su Archive.org perché il sito della Polizia Postale in questo momento sembra sovraccarico, e aggiungo una copia su Archive.is.

– L’indagine di Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania, maggio 2017: “delle oltre 40 segnalazioni su cui sta indagando la Polizia Postale, al momento nessuna sembra essere connessa al fenomeno del Blue Whale...Attraverso il processo di cassa di risonanza dei social media – alimentato pesantemente dai mass media – un fenomeno controverso si sta trasformando in una realtà fattuale giocando sulla paura delle persone”.

– L’indagine del celebre sito antibufala Snopes, che classifica il Blue Whale Challenge come “non dimostrato“e ne ricostruisce le origini in Russia.

– L’indagine di Know Your Meme, che definisce il BWC “leggenda metropolitana” notando che “nonostante si asserisca che oltre 100 suicidi di adolescenti siano collegati” a questa sfida “non sono state trovate prove dirette”.

– La ricerca di Sofia Lincos Blue Whale: storia di una psicosi.

– La ricerca di David Puente.

– La ricerca di Bufale un tanto al chilo.

– Le raccomandazioni dello UK Safer Internet Centre, che definisce il BWC “una falsa notizia sensazionalizzata”.

– Il mio articolo di maggio 2017, che contiene molti rimandi a fonti, indagini e linee guida per parlare correttamente di un dramma che è molto reale e non va assolutamente ridotto a una sigla.

Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata una bufala, Matteo Viviani spiega, scrive il 9 ottobre 2017 Maximo su Tutto uomini. Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata un bufala, Matteo Viviani spiega. Matteo Viviani nell’ultima puntata de Le Iene torna a parlare del gioco macabro chiamato Blue Whale e delle sue tremendo 50 regole. E precisa che solo l’Italia, e i suoi giornali online, l’hanno considerata una bufala. Ma la Blue Whale bufala […] Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata un bufala, Matteo Viviani spiega. Matteo Viviani nell’ultima puntata de Le Iene torna a parlare del gioco macabro chiamato Blue Whale e delle sue tremendo 50 regole. E precisa che solo l’Italia, e i suoi giornali online, l’hanno considerata una bufala. Ma la Blue Whale bufala non è e bisogna parlarne per arginare il più possibile il problema. La Blue Whale non è una bufala, ha spiegato Matteo Viviani andando ad intervistare organizzazioni a difesa dei minori, ragazzi coinvolti in giro per il mondo, tra Spagna, Francia, Argentina, Albania e Russia. Solo i giornali italiani hanno fatto passare il fenomeno come fake, compreso l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi che in un video trasmesso da Le Iene dice chiaramente che non bisogna creare allarmismi inutili. In realtà la Blue Whale è allarmante perchè porta al suicidio bambini e adolescenti sfruttando le loro fragilità psicologiche. In pratica la redazione de Le Iene è stata accusata di aver montato tutto ad arte e di aver anche ingaggiato attori professionisti per realizzare interviste false. Matteo Viviani precisa che tutto questo è follia!

BLUE WHALE, IL SERVIZIO DELLE IENE PER RISPONDERE ALLE ACCUSE DI FAKE NEWS, scrive Giornalettismo il 09.10.2017.  Le Iene, nel corso della puntata di ieri, hanno mandato in onda un servizio per rispondere alle accuse di fake news. Il caso era scoppiato lo scorso 14 maggio, con il racconto della Blue Whale, la ‘balena blue’, macabro gioco diffuso tra adolescenti in rete, che consiste in una lunga serie di regole che i ragazzi cominciano a seguire fino a farsi del male, fino a togliersi la vita. L’inchiesta firmata da Matteo Viviani aveva suscitato grande stupore, e tanta preoccupazione o allarme tra i genitori, ma aveva anche sollevato interrogativi sulla reale portata del fenomeno descritto. Alcuni giorni dopo siti web e pagine dei social network avevano poi dimostrato come i filmati di suicidi contenuti nel servizio delle Iene fossero in realtà dei fake o comunque non avessero nulla a che fare con la tabella delle terribili 50 regole da seguire in 50 giorni. Il servizio delle Iene che oggi risponde alle accuse di bufala è un lungo reportage di 35 minuti che racconta un giro del mondo di Viviani effettuato per capire come i Paesi vicini e lontani dall’Italia abbiano affrontato il fenomeno Blue Whale. L’inviato mette in fila tutti gli articoli sulla ‘balena blu’ che erano stati pubblicati prima dell’inchiesta delle Iene e riporta degli allarmi che sono stati lanciati anche negli ultimi mesi da associazioni e forze dell’ordine italiane e straniere incaricate di raccogliere testimonianze e denunce. Si parla degli articoli giornalistici sulla Blue Whale pubblicati nel nostro Paese già a marzo, dei video caricati in quegli stessi giorni su YouTube e di alcune segnalazioni ricevute via mail dalla redazione. Nel servizio anche un’intervista ai responsabili dell’associazione francese E-enfant. Ma si parla anche dei casi di Portogallo, Spagna, Albania, Russia, Sudamerica. «I Paesi vicino a noi da subito hanno preso seriamente in considerazione l’alta rischiosità di questo fenomeno», è il messaggio delle Iene. Il pubblico sembra comunque essere ancora diviso sul servizio fornito dalle Iene. In un’intervista rilasciata a Selvaggia Lucarelli per Il Fatto Quotidiano a inizio giugno Viviani ammetteva che i video dei suicidi pubblicati erano falsi. Oggi l’intervistatrice dopo l’ultimo video sulla Blue Whale commenta: «In pratica il modo di discolparsi dai video fake de Le Iene è dire ‘La cazzata non l’abbiamo detta solo noi’». Ma i pareri differenti spuntano soprattutto sui social, e in particolare nelle risposte ai tweet delle Iene. «Questo è servizio pubblico e soprattutto una risposta alle malelingue che cercano soltanto di infangarvi», ha scritto qualcuno. «Adesso vediamo cosa si inventa il web per screditare il servizio…», ha aggiunto un altro. Poi c’è chi considera ancora il vecchio reportage un esempio di cattiva informazione: «Ma basta con queste putt…! Non vi è bastato trasmettere quella boiata raccogliticcia a maggio? Perseverate ancora? Ma finitela».

Come il mondo affronta la blue whale: Matteo Viviani raccoglie documenti e testimonianze, scrive Filomena Procopio il 9 ottobre 2017 su "Ultime Notizie Flash". Quando per la prima volta, nel mese di marzo scorso, a Le Iene si è parlato del fenomeno Blue Whale, le critiche non sono mancate. Lo ricorda anche Matteo Viviani nel servizio in onda nella puntata de Le Iene dedicata proprio a questo argomento. La Iena era stata criticata per una leggerezza nel raccogliere dati e informazioni su questo fenomeno e molti avevano puntato il dito contro il programma di Italia 1. L’accusa era semplice: prima che se ne parlasse in tv, nessuno in Italia, era a conoscenza di questo fenomeno e la cosa strana è che i casi di sospetta blue whale, si verificarono proprio a cavallo tra marzo e giugno, i mesi nei quali anche altri programmi tv si occuparono della questione. E’ abbastanza chiaro che ci fu un picco di ricerche sui social e sui motori di ricerca in quel periodo perchè molte persone non conoscevano il fenomeno. E’ anche chiaro che il fenomeno esisteva ma che alla base di esso, c’era appunto il silenzio di chi iniziava a giocare, e l’omertà di chi sapeva ma aveva paura di parlare. In ogni caso Matteo Viviani aveva promesso che si sarebbe tornato a parlare di questo fenomeno per fare chiarezza, per cercare risposte ed è iniziato quindi in estate il suo giro del mondo per andare a caccia di documenti, testimonianze, informazioni. Tutto verificato questa volta, tutto a prova di accuse e di smentite. Come il mondo affronta la blue whale: è questo il titolo del servizio che Le Iene hanno mandato in onda nella puntata dell’8 ottobre 2017 con particolare attenzione, questa volta, anche ai minori. Oggi infatti il video del servizio è stato pubblicato sul sito ufficiale del programma ma occorre verificare i proprio dati per vederlo (non dovrebbe essere accessibile ai minori anche se sappiamo che non è difficile entrare in un sito on line senza verificare la nostra reale età, basti pensare a Facebook). Detto questo, Viviani, ha deciso di fare il giro del mondo per raccogliere testimonianze e storie sulla blue whale. E lo ha fatto intervistando genitori di ragazzini morti a causa di questo gioco, dagli Stati Uniti all’America Latina passando per l’Asia. Ogni luogo affronta in modo diverso questo fenomeno, soprattutto facendo prevenzione. Ma in molti casi non basta. Matteo Viviani, come potrete vedere nel servizio e nel video alla fine del nostro post, ha cercato di capire come il mondo affronta la Blue Whale e anche come tutto questo viene percepito in Italia. 

Blue Whale: caso sospetto a Siracusa La Polizia «salva» un minorenne. I familiari avevano notato dei comportamenti strani da parte del minorenne e si sono rivolti al commissariato di Polizia di Pachino. Quando sono intervenuti gli agenti, coordinati dalla procura di Siracusa, il ragazzo aveva effettuato le prime due prove, scrive Alessio Ribaudo il 6 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Avevano notato comportamenti così strani e improvvisamente aggressivi del proprio figlio. I genitori si erano confrontati con i nonni e la sensazione combaciava. Quindi, la conferma è arrivata dal ritrovamento in casa di uno scritto in cui il minorenne manifestava una sua profonda sofferenza esistenziale e dai risvegli inusuali in piena notte del ragazzo. Una tale irrequietezza che i familiari non hanno avuto dubbi e si sono rivolti agli agenti del Commissariato di Pachino, nel Siracusano, che sono subito intervenuti. Le indagini hanno messo in luce come il minore, avrebbe iniziato il percorso del blue whale. Un assurdo rituale — ispirato alle balene (whale in inglese) e al loro spiaggiarsi e morire senza alcun apparente motivo — che prevederebbe una serie di prove autolesionistiche che potrebbero culminare nel suicidio. In particolare i poliziotti hanno accertato che il ragazzo, forse a causa di una crisi di identità e di una delusione amorosa, aveva già attuato le prime due prove del gioco: incidersi con una lametta il disegno di una balena su un braccio e svegliarsi in piena notte per seguire, su un canale YouTube, video con contenuti psichedelici e horror. Una sequenza interrotta dagli inquirenti e dalla procura che, adesso, ha disposto che il ragazzo sia supportato da una psicologa.

Blue whale, ecco tutte le 50 regole del "gioco" dell'orrore. Il "gioco" dell'orrore ha già ucciso 157 adolescenti in Russia. La Blue whale, che letteralmente significa balena blu, dura 50 giorni e ha regole ben precise, scrive Anna Rossi, Lunedì 15/05/2017, su "Il Giornale". Dopo il servizio de Le Iene sulla Blue whale andato in onda ieri sera, Google e i siti d'informazione sono stati presi d'assalto per saperne di più su questo "gioco" dell'orrore. Oltre ad avere maggiori dettagli su questo macabro rituale, il pubblico ha iniziato a cercare quali sono le 50 regole del "gioco". Il blog Higgypop, dopo aver trovato sul social Reddit le regole della Blue whale, è entrato in contatto con un curatore (il tutore che dà le regole agli adolescenti che decidono di giocare alla Blue whale, ndr). Ecco le regole del "gioco" mortale:

1- Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore;

2 - Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell'orrore che il curatore vi invia direttamente;

3 - Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore;

4 - Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore;

5 - Se siete pronti a "diventare una balena" incidetevi "yes" su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi;

6 - Sfida misteriosa;

7 - Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore;

8 - Scrivete "#i_am_whale" nel vostro status di VKontakte (VKontakte è il Facebook russo, ndr);

9 - Dovete superare la vostra paura;

10 - Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e andare sul tetto di un palazzo altissimo;

11 - Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore;

12 - Guardate video psichedelici e dell'orrore tutto il giorno;

13 - Ascoltate la musica che vi inviano i curatori;

14 - Tagliatevi il labbro;

15 - Passate un ago sulla vostra mano più volte;

16 - Procuratevi del dolore, fatevi del male;

17 - Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po' di tempo;

18 - Andate su un ponte e state sul bordo;

19 - Salite su una gru o almeno cercate di farlo;

20 - Il curatore controlla se siete affidabili;

21 - Abbiate una conversazione "con una balena" (con un altro giocatore come voi o con un curatore) su Skype;

22 - Andate su un tetto e sedetevi sul bordo con le gambe a penzoloni;

23 - Un'altra sfida misteriosa;

24 - Compito segreto;

25 - Abbiate un incontro con una "balena";

26 - Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla;

27 - Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria;

28 - non parlate con nessuno per tutto il giorno;

29 - Fate un vocale dove dite che siete una balena;

dalla 30 alla 49 - Ogni giorno svegliatevi alle 4. 20 del mattino, guardate i video horror, ascoltate la musica che il curatore vi mandi, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a "una balena";

50 - Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.

QUELLI…PRO SATANA.

Sette sataniche: in aumento tra gli adolescenti quelle "fai da te". Il satanismo, organizzato e no, è diffuso soprattutto al Nord: i riti, i luoghi, le musiche e le droghe di un fenomeno in crescita, scrive Nadia Francalacci il 17 febbraio 2017 su Panorama. Scritte che evocano il demonio, resti di altari all’interno di case abbandonate, circondati da candele nere e croci capovolte. In Italia il satanismo è un fenomeno in aumento al pari delle psico-sette, che ogni anno contano migliaia di nuovi appartenenti. Secondo il dottor Luigi Corvaglia, esperto di satanismo e membro del Comitato scientifico della Federazione Europea dei Centri di ricerca e informazione sul settarismo (Fecris), l’adorazione di Satana non conosce età anche se, attraverso l'utilizzo dei social network come Facebook, sono sempre più gli adolescenti che si avvicinano per la prima volta al culto di Satana. In Italia, secondo lo studioso, sono circa 10 le sette sataniche organizzate e censite, ciascuna con una media di circa un centinaio di adepti. Ma l’aspetto più inquietante è l’aumento di gruppi disorganizzati, in pratica "fai da te", di cui è impossibile un censimento corretto e che spesso sono responsabili di fatti di sangue, mutilazioni di animali e atti di vandalismo. L'area geografica di maggior diffusione del satanismo giovanile è soprattutto quella del Nord, in particolare il Piemonte, con le principali sette organizzate che si trovano invece a Torino, Bologna e Napoli.

Dottor Corvaglia, ma cos'è esattamente il satanismo?

"Per satanismo si intende tanto il culto del diavolo descritto dalle scritture quanto un atteggiamento di ribellione contro i valori morali incarnati dal cristianesimo, per il quale Satana è solo il simbolo delle forze del progresso, metafora dell'autodeterminazione dell'uomo. La prima accezione descrive il satanismo 'spiritualista' e 'tradizionale', rappresentato da Il tempio di Set e Ordine dei Nove Angoli, la seconda quello 'razionalista', rappresentato dalla Chiesa di Satana. Queste due correnti, più quella 'luciferiana' (che è di fatto una variante del primo tipo) costituiscono il satanismo organizzato".

Si sa che l'iniziazione è il passaggio fondamentale per l'ingresso in una setta, ma come avviene?

"L'iniziazione ha una forte valenza psicologica e simbolica. Nel caso del satanismo, comporta uno scritto con cui l'adepto si affida a Satana e che verrà siglato col suo sangue per poi essere bruciato. Questa sorta di auto-iniziazione non è tuttavia necessariamente legata all'ingresso in un'organizzazione, che in genere prevede invece ulteriori riti collettivi, magari durante una Messa Nera. I novizi assumono spesso nuovi nomi a simbolo della rinascita spirituale. Al di là dell'aspetto scenografico, però, l'adesione a un gruppo satanico organizzato ha anche connotati molto più prosaici. Ad esempio, per associarsi alla Chiesa di Satana la procedura è il riempimento di un form di richiesta di adesione addirittura rinvenibile sul Web".

Quali sono le principali differenze tra satanismo organizzato e disorganizzato?

"Definiamo 'organizzato' il satanismo dotato di una sua struttura e coerenza dottrinale, i cui rituali sono definiti da una qualche tradizione, i cui capi e le cui sedi siano identificabili. Esiste poi un supposto satanismo costituito da gruppuscoli di giovani, spesso minorenni, che è definito 'satanismo acido' per via della sua frequente associazione con il mondo delle droghe. Questo satanismo giovanile è legato a una subcultura gotica e necrofila, spesso affascinata dal paganesimo nordico, che è tipica di certa musica Heavy Metal. Questi sedicenti satanisti sono privi di una continuità organizzativa, mancano di una cornice filosofica e rituale di riferimento e quelle che mettono in scena sono spesso cerimonie da horror anni Settanta, fra il grandguignol e il pecoreccio".

Quale tra i due risulta essere più pericoloso e perché?

"Non vedo grandi fonti di pericolo nel fenomeno 'organizzato', che conta poche centinaia di adepti in Italia e che per di più si limitano a pratiche rituali nei loro luoghi di culto. Paradossalmente, se proprio si vuol vedere qualche rischio che vada oltre le ripercussioni psichiche su alcuni soggetti predisposti, è più preoccupante il satanismo 'fai da te' dei ragazzi. Vandalismo, incendi, profanazione di tombe, mutilazione di animali e così via sono azioni frequenti in chi coniughi personalità antisociale, desiderio di onnipotenza e ribellione adolescenziale. Inoltre, non è corretto fare un'associazione diretta tra satanismo 'organizzato' e atti di violenza estremi: il caso della suora uccisa a Chiavenna nel 2000 da tre ragazzine così come quello degli omicidi avvenuti nel Varesotto per mano delle 'Bestie di Satana' (un gruppo di sbandati metallari) sono stati il cattivo frutto di una patologia sociale e individuale 'nobilitata' dal culto di Satana, ma non da esso innescata. Quasi tutti i crimini gravi attribuibili al satanismo possono invece essere ricollegati ai gruppi giovanili, meno controllabili per conformazione e struttura cellulare, e meno aderenti a prevedibili stili filosofici condivisi appunto dal satanismo organizzato".

Qual è la fascia d'età nella quale è più facile "cadere" in queste sette?

"Il satanista difficilmente 'cade' nel satanismo, che invece viene generalmente ricercato. Secondo Anton LaVey 'satanisti si nasce, non si diventa'. Ad ogni modo, se la risposta sull'età di accesso è facile per il satanismo giovanile, essendo chiaramente l'adolescenza, è più difficile rispondere riguardo al satanismo 'adulto', perché le differenti forme di satanismo rispondono a bisogni che si inquadrano in differenti stadi della vita. Ad ogni modo, la prima età adulta è quella più tipica del neo-adepto".

In età adolescenziale ci sono atteggiamenti che possono essere captati da genitori o amici come sintomatici dell’appartenenza a sette sataniche?

"Non esiste un unico profilo dell'adolescente satanista e ciò che più gli si avvicina, non si discosta troppo da quello classico dell'adolescente in crisi fisiologica. Esasperando il concetto, arriverei a dire che quello del satanismo giovanile è una delle tante possibili via di fuga della crisi adolescenziale. Al bisogno di appartenenza, di riconoscersi in simboli di gruppo, alla solitudine adolescenziale e al bisogno di trasgressione comuni a quell'età può affiancarsi un desiderio di onnipotenza e di rivalsa dalla frustrazione. Tratti definibili come schizoidi e 'antisociali' possono giocare un ruolo estremamente importante. Un figlio che aumenta il suo isolamento fisico e psichico dalla società normativa e manifesti comportamenti antisociali (vandalismo, furti, violenza eccetera) e abusi di alcol e droga, merita senz'altro attenzione anche rispetto alla possibile adesione a una seta; ma la meriterebbe comunque, indipendentemente dalla eventuale soluzione satanica. Certo, anche la propensione per l'occulto, il gotico e la necrofilia sono segni che vanno tenuti d'occhio, ma bisogna stare molto attenti a non dare a ciò il senso che spesso gli osservatori religiosi gli danno, ossia di essere strumenti del demonio e segno che il maligno sta già operando". 

Nei casi sospetti, come si deve comportare un genitore?

"Come già detto, è necessario essere attenti all'evoluzione della crisi del figlio adolescente. Chi entra in un gruppo satanista, ha già dato segni. Pertanto un genitore dovrebbe fare quello che è valido per prevenire qualunque altra manifestazione del marasma giovanile: instaurare un tipo di relazione che aumenti la fiducia in sé del figlio in un contesto emotivo sano e sereno. Insomma, assolvere al compito più difficile del mondo, satanismo o meno...".

Si può "uscire" dalle sette sataniche o sono una strada senza ritorno?

"Nel caso di un giovane satanista 'acido', possiamo immaginare che le possibilità vadano dalla fisiologica risoluzione del turbamento giovanile all'evoluzione nel delirio psicotico. I segni ci diranno se e come intervenire. Nel caso del satanista spiritualista o razionalista, devo invece rispondere in termini laici: quelli dei satanisti sono gruppi come altri, dai quali in teoria si entra e si esce a piacimento. Sono però sempre gruppi 'settari', in cui può vigere una qualche forma di persuasione indebita e dipendenza psicologica che porta alla difficoltà di sganciarsi. Anche questo, tuttavia, non è esclusivo dei gruppi satanisti, ma è tipico di qualunque culto fra quelli considerati 'ad alta richiesta'. Qualora si sappia che l'adesione al culto sia stata frutto di manipolazione e/o comporti abusi, violenze e vessazioni - eventualità non rara in congreghe dedite a riti sessuali - amici e familiari dovrebbero chiedere l'aiuto di associazioni come il CeSAP o la Favis che forniscono supporto psicologico e legale". 

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

Un business chiamato Gesù. Quella dei pentecostali è la religione che cresce di più al mondo dopo l’Islam. In Italia ha già 600 mila adepti. A cui promette la guarigione da ogni male e la ricchezza materiale. In cambio di un decimo del loro stipendio, scrive Francesca Sironi il 21 ottobre 2016 su "L'Espresso". Il braccio di un ragazzo di vent’anni, di Milano, che frequenta Sabaoth". Succederà, stasera, succederà, signore, c’è grande attesa, stasera, il miracolo per te, signore, lode a te, spirito di Dio, Gesù, signore". La sala è una cantilena sovrastata a stento dalla musica. C’è chi cammina, chi aspetta, chi piange. Uomini in polo e bermuda militari, piangono. Donne con le mèches, piangono. Famiglie rom, piangono. Bianchi, neri, indiani. Alzano le mani, pregano e ripetono: il miracolo accadrà. Come ogni volta. Ci saranno almeno 600 persone sedute e in prima fila, solenne, pure il senatore Domenico Scilipoti. Dopo ore di lodi il pastore chiama i malati sul palco, impone le mani, loro cadono a terra. Il primo dice: «Sono appena guarito dal cancro», una donna da un’artrite. Applausi fragorosi. Altre preghiere, quindi la benedizione delle buste: chi vi metterà 120 euro ne riceverà da Gesù 10 volte tanti. Si alzano per donare in più di cento. È lunedì 19 settembre, il giorno di San Gennaro. Ma qui al Teatro Palapartenope di Napoli il miracolo non è per il sangue del santo, bensì per lo spirito servito dal pastore americano Benny Hinn, invitato in Campania da una chiesa locale. Chiesa cristiana pentecostale. I pentecostali sono oggi nel mondo 644 milioni. Si tratta della religione in maggiore, tumultuosa, crescita dopo l’Islam, con masse ormai consolidate in Brasile, America Latina, Africa e Asia. Il “Pew Reseach Center” stima che in una generazione supereranno il miliardo. Sono il cristianesimo del futuro, dicono gli esperti. Anche in Italia, sottotraccia, raramente raccontati dai media, crescono. E adesso contano, secondo gli studi, oltre 600 mila fedeli, di cui 300 mila italiani, gli altri immigrati. Divisi al loro interno da posizioni spesso inconciliabili, i cristiani pentecostali e carismatici sono accomunati da alcuni elementi. Primo: rifiutano la struttura cattolica; il rapporto con il trascendente è personale; le comunità gemmano di continuo nuove chiese, nuovi pastori. Secondo: la Bibbia «non erra mai», è l’unico testo, il solo fondamento, e va considerata per intero, dal Levitico agli Atti. Terzo: i doni dello Spirito Santo funzionano ancora. Per cui lo Spirito può scendere, far parlare le persone “in lingue”, curarle e liberarle dal demonio (che esiste, è concreto, gli esorcismi frequenti). Dalle convention miliardarie alle messe in periferia di alcuni pastori-eroi, il pentecostalesimo si presenta così come una fede che sa tenere strette le persone, che forma leader, fa cantare, divertire e commuoversi, una fede che promette di guarire, liberare dai debiti e dal malocchio, oltre che di benedire, secondo alcuni, anche la prosperità economica. È la religione del momento, insomma, un’oasi dalla crisi di prospettive. «Una risposta al bisogno di senso e di identità che unisce benestanti e emarginati perché offre soluzioni olistiche», spiega Paolo Naso, professore a La Sapienza: «Una fede che soddisfa bisogni, dà certezze, afferma valori perentori». È individualista e collettiva al tempo stesso: uno vale uno, ma in molti è meglio. «È nata all’inizio del Novecento negli Stati Uniti per il desiderio di molti cristiani di mettere le mani, personalmente, dentro il sacro», aggiunge Enzo Pace, sociologo dell’Università di Padova. Alla base del successo pentecostale, poi, c’è l’intrinseca solidità economica delle chiese. Tutti i fedeli versano infatti una decima, ovvero il 10 per cento dello stipendio. «È scritto nella Bibbia», ripetono. Bastano così 200 fedeli che guadagnano 1.500 euro al mese per avere una rendita da 30 mila euro da destinare ad altari, missioni, orologi al pastore o nuove sedi. L’espansione continua. Dio non solo non è morto, ma trascina nuove greggi. Milano. Priscilla ha trent’anni, gli occhi verdi, siciliana, fa la commessa in centro. «Da “fuori sede” facevo la vita delle mie coetanee: la sera andavo alle Colonne, bevevo, fumavo, finivo a letto con gente di cui non mi importava molto». Poi, l’incontro con Gesù. Ora è fidanzata con un rapper che ha tatuato sul braccio un verso del Vangelo. Entrambi trascorrono il sabato sera al “ministero Sabaoth”, un maxi-auditorium da 900 posti, attrezzature da grande cinema, aperto dalla pastore Roselen Faccio. «Ho iniziato a predicare da piccola, in Brasile. Ero considerata un bambino prodigio», racconta lei il giorno dopo dal camerino, dopo aver cantato lodi e spiegato testi per tre ore accompagnata da una rock band: «Ho fondato in Italia il movimento 25 anni fa. Oggi abbiamo 57 chiese». «Lei è la Martin Lutero del 21esimo secolo», dice Diana, una fedele, entusiasta. «Noi non dobbiamo dare la nostra opinione. Noi abbiamo bisogno di una generazione convinta», urla dal palco pastore Punto, un grafico di 33 anni che predica ai giovani e ha creato con la moglie “Purex”, una corrente che insiste per la verginità fino al matrimonio. «Cosa leggo, oltre alla Bibbia? Libri di leadership», dice. Sabaoth è la chiesa pentecostale che ha trascinato Ornella Vanoni, «abbiamo calciatori, imprenditori, manager, ma anche senza tetto, e ho convertito un capo ’ndrangheta, che ora sta con noi», dice la predicatrice: «Altri vip? Sono passati di qui Albano e Mara Venier». Roselen Faccio si è impegnata anche in politica: in passato ha sostenuto la candidatura di Letizia Moratti sindaco, invitando al voto dal pulpito. «È una donna di preghiera. Oggi seguo Magdi Cristiano Allam», aggiunge. Il giovane pastore Punto ha idee diverse: «Mi ritrovo in molte battaglie dei 5 Stelle, ma fonderei un partito nuovo». Con i giovani organizza missioni di evangelizzazione ogni estate: si paga 800 euro per andare un mese in tour a portare la parola di Cristo.«Il nostro obiettivo è cambiare la storia religiosa d’Italia», dice. Fare proseliti è uno dei cardini dei movimenti pentecostali. Portare il verbo, intercettare adepti, è ritenuto un mandato fondamentale. Remo Blasio ha un’agenzia immobiliare a Porta Romana. «Ero una persona aggressiva, ora sono un agnello», racconta. Dopo la conversione ha fondato “Rem - rete evangelica in missione”: tre pullman comprati per offrire messaggi dalla Bibbia, con la scusa di un caffè. A novembre faranno partire da Civitavecchia anche la crociera evangelica (190 euro per partecipare): «L’ultima volta abbiamo raccolto 200 iscritti. Saremo un bel gruppo sulla nave, predicheremo ai festaioli». Napoli. Martedì, ore 19. La chiesa di cui è pastore Davide Di Iorioporta la messa fuori, in piazza. Per due ore i passanti ascoltano il coro, le donne con la gonna al ginocchio, gli uomini in cravatta, mentre il predicatore prega con le mani sul volto dei fedeli. Di Iorio è la guida dell’Assemblea di Dio di via Fra Gregorio Carafa, un tempio maestoso, ristrutturato da poco. Le “Assemblee di Dio” (Adi) sono una delle realtà pentecostali più antiche del paese. Hanno 1.180 sedi, un accordo con lo Stato per l’otto per mille, una storia che risale ai primi emigrati italiani che dagli Stati Uniti portavano al rientro il rito dello Spirito. Per l’intervista, Di Iorio si presenta con Alessandro Iovino, pentecostale da generazioni, segretario particolare del senatore anti-unioni civili Lucio Malan, una tesi di laurea introdotta da Giulio Andreotti, vari titoli pubblicati fra cui un libro-intervista a Licio Gelli in cui gli chiede: «Quale pensa sia stato il merito più grande della P2?», e lui risponde: «Grazie a noi i comunisti non sono arrivati al potere». Le Adi sono una realtà consolidata, e conservatrice. Le donne a messa indossano il velo. «Hanno libertà di parola e di testimonianza», spiega Di Iorio, ma il pastore può essere solo uomo, qui. Silvio Romano è un bel ragazzo. Si è convertito con l’Adi pochi anni fa, e da allora, insiste, «la mia vita è cambiata. Ho trovato lavoro. Sono stato lontano dai giri sbagliati». Racconta del padre, arrestato per traffico di stupefacenti, ora pentecostale anche lui, in carcere. Tutti ci tengono a testimoniare il miracolo, sempre. Un miracolo individuale, personale: il modo proprio con cui Gesù li ha salvati. «Non avevo soldi, pregavo. Chiamano dall’Inps: un Tfr non ritirato da 3mila euro»; «Sono ancora pieno di debiti, ma non ho più ansia: so che grazie a Cristo riuscirò». Fino alle guarigioni, le cui memorie sono onnipresenti: «Mi avevano diagnosticato il cancro. Ho pregato. Quando sono tornata non c’era più niente», «La notte ho sentito la mano di Cristo. Il giorno dopo il tumore era scomparso. I medici non ci credevano». È grazie a una guarigione di questo tipo e al proselitismo fra colleghi di Jacqueline, cassiera a un supermercato di Monza, che Angela è qui: quartiere Isola, Milano, “Prima chiesa unita pentecostale internazionale” della città. Il pastore è siciliano, i fedeli italiani e peruviani. Dal pulpito, chiede a chi vuole di esprimere un bisogno per la preghiera. Una donna sudamericana allora racconta del figlio, che ha rubato una macchina la sera prima, un’altra parla di malattia. C’è chi ricorda i carcerati, chi un’amica depressa. Castel Volturno, Caserta: sulla via Domitiana si susseguono decine di sedi pentecostali. Nigeriani, ghanesi. La domenica si riuniscono in chiesa. Nel pomeriggio festeggiano il compleanno di un bambino. Milano, periferia Nord: in una sola palazzina di tre piani, ci sono cinque chiese pentecostali, una per porta. La domenica mattina alzano lodi. Una pastora ecuadoregna porta l’anziana signora di cui è badante. Rimane seduta in prima fila. «Per gli immigrati, la chiesa diventa un pezzo di patria fuori dalla patria», spiega il sociologo Paolo Naso. Un’àncora di senso e identità, anche qui, contro la mancata integrazione. Ma anche il rischio, al contrario, di continuare a stare separati tra fratelli. Pastore Vladimir è un uomo serio. È scappato dal Salvador, 15 anni fa, per le minacce ricevute da una gang. In Italia combatte le piaghe che affliggono i suoi connazionali: alcolismo, degrado, criminalità. Ha salvato diversi giovani dalle bande dei latinos. E aperto la chiesa, la “Parola viva”, in una ex discoteca dove era stato accoltellato un peruviano, in una via dello spaccio di Milano. «Nel mio paese ero un funzionario di sicurezza d’alto livello, qui lavoro in un’impresa di pulizie, come molti di noi», racconta: «Lavoro, sì. Sono contrario ai pastori per professione. A quelli che lucrano sulle decime. Che si approfittano dei fedeli. Noi usiamo i fondi per le iniziative comuni». È l’unico che dà dettagli sui conti. Il mercoledì sera sono in una sessantina. Dopo la cerimonia, mangiano tutti insieme. «Spesso facciamo la veglia, fino al mattino». Anche la domenica uniti. «Dovete dedicare il vostro tempo al signore», invita, poi aggiunge: «Cantando: noi siamo un popolo allegro». Non lontano, alla “Comunità cristiana dello Spirito Santo”, il clima è diverso. In mezz’ora il pastore, brasiliano, chiede le offerte due volte. In cambio, i presenti prendono una rosa da portare a casa come voto. «Non parliamo ai giornali», frena alla fine della predica. Il suo aiutante si avvicina, «Louis, vieni qui». «La prima volta che mi hanno chiesto soldi, mi sono allontanato. Certo, non mi obbligavano, ma era una induzione quasi forzata. Come con lo svenire: anch’io mi ero fatto suggestionare, e cadevo». Gianluigi ha 29 anni, è laureato in architettura, vive in provincia di Salerno. Con la moglie gestisce un B&B: «Sono io il capo della famiglia. Quando l’uomo non ha più un suo ruolo, comincia a diventare donna», sentenzia. Anche lui è «rinato pentecostale», anche lui «è stato cambiato». Si è allontanato però dalla prima congregazione: «Il “parlare in lingue”? lì lo facevano a comando», racconta. Ora studia la Bibbia, frequenta un’altra chiesa, «e ogni volta a tavola ringraziamo per il cibo tenendoci per mano». Razionalità, fede, morale, confusione. Carmine Napolitano è presidente della “Facoltà Pentecostale”, in Campania, oltre che pastore di una piccola comunità. Ha uno sguardo triste. «Bisogna evitare di sfruttare la debolezza psicologica di chi è malato», dice, parlando delle guarigioni imposte con le mani: «Non dobbiamo vendere illusioni». A spiegarlo, agli altri. Sull’interpretazione rigida della Bibbia, poi, ricorda: «Dare troppa enfasi a “quello che è scritto” a volte è facile, diventa una delega della responsabilità». Certo, funziona: «Il pentecostalesimo è l’ala marciante della cristianità», riconosce. È sera, a Scampia. La chiesa dipinta di fresco. Come altrove, nessuna immagine: è iconoclastia. Non ci sono madonne, o affreschi, non ci sono aureole o santi. Il pastore ha i capelli bianchi. L’aiutante una cicatrice sul volto. Una ragazza coi capelli rossi, le sopracciglia disegnate, inizia a piangere durante la funzione. Piangono quasi tutti. Cantano, e piangono. Alla fine si avvicina una donna: «Sai, picchiavo i miei genitori», dice: «A una mia amica hanno ammazzato il figlio, ma ha perdonato l’assassino. Perché anche lui si è convertito».

I pentecostali? "Sono i talebani della Bibbia". Per il teologo Alberto Maggi, la lettura dei testi sacri di alcuni gruppi di evangelici carismatici e non solo è «fondamentalista». Ma a questo nuovo cristianesimo va riconosciuta la capacità di rendere la messa un momento di gioia e non un rito stantio, scrive Francesca Sironi il 21 ottobre 2016 su "L'Espresso". Teologo, biblista, Alberto Maggi è una delle voci più contemporanee del cattolicesimo italiano. Il suo “Vangelo della Domenica” viene trasmesso su YouTube e a Montefano, vicino a Macerata, dirige il Centro Studi Biblici “G. Vannucci”. «Cerco di proporre una liturgia diversa per dare vita alla parola di Dio, non tenerla imbalsamata in quel rito funebre in cui sembrano ridotte alcune messe», afferma.

Cosa pensa dei pentecostali?

«La lettura della Bibbia promossa dai alcuni gruppi pentecostali è una lettura fondamentalista».

Fondamentalista?

«Sì. Non tengono conto dei diversi generi letterari in cui sono espresse le Scritture. Non pongono gerarchie fra una norma del Levitico e un versetto del Vangelo. Di ogni cosa affermano: “È scritto, quindi è così”».

E questo cosa significa?

«Significa accettare come parola di Dio anche certe pagine tremende: punizioni, guerre, omicidi. E prendere per fatti storici episodi che invece non lo sono».

Ad esempio?

«Il miracolo del profeta Eliseo narrato nel Secondo Libro dei Re, dove Eliseo maledice nel nome del Signore alcuni bambini che lo avevano preso in giro per la calvizie, e “due orse sbranarono quarantadue di quei ragazzini”». 

Anche alcuni pastori pentecostali affermano che quelle pagine buie vanno interpretate alla luce del “Vangelo dell’amore” di Gesù.

«È Gesù con il suo messaggio d’amore universale il criterio per interpretare tutta la Scrittura, sia per l’antico sia per il nuovo testamento».

Lei si è mai confrontato con delle chiese pentecostali sull’analisi testi?

«Spesso mi hanno chiamato a parlare, e molti usano i miei commenti sul Vangelo».

Cosa pensa del loro successo?

«Penso che abbiano una liturgia più viva di quella cattolica, che abbiano restituito alla preghiera il suo carattere gioioso, non di piagnisteo, e questo è molto positivo. Anche la loro vita di comunità è più intensa. Però c’è anche altro».

Prego.

«L’atmosfera di fanatismo di alcuni gruppi pentecostali, la forza di attrazione che esercitano sulle persone deboli. Riescono spesso a manipolare le folle, parlando alla pancia della gente: garantendo attraverso la preghiera il loro benessere».

C’è poi il tema delle guarigioni. 

«Altro problema: promettere la liberazione dalle malattie con la preghiera piacerebbe a tutti. Chiuderebbero gli ospedali. Ma purtroppo non è così».

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

Sesso, incesti, lussuria e prostitute. Quando i papi erano Re del peccato. Da Benedetto IX a Giovanni XII: quando i Papi si sono distinti per i peccati, i vizi, i rapporti col demonio e il sesso, scrive Rachele Nenzi, Martedì 17/01/2017, su "Il Giornale". Non sempre i Papi si comportarono come Santi in Vaticano. Negli ultimi mesi a far discutere è stata la serie Tv di Paolo Sorrentino, "The Young Pope" in cui l'attore Jude Law viene più volte immortalato nudo. Ma anche nel passato la Santa Sede ha conosciuto personaggi che oggi non definiremmo certo degni di entrare in Paradiso. O almeno così narrano alcuni libri e resoconti più o meno storiografici. A raccogliere un elenco delle avventure papali più particolari è stato Steven Blum per Vice.com. Papa Benedetto IX, per esempio, era minorenne quando è stato incoronato con la tiara e visse a sufficienza per essere definito da San Pier Damiani come "un diavolo venuto dall'Inferno travestito da prete". Non male. Uno che, secondo altre biografie, aveva "una vita così peccaminosa, così esecrabile, che rabbrividiamo al pensiero". Si vocifera pure sia lui il primo pontefice gay della storia e che alle orge col Papa partecipassero pure animali. Non solo. Secondo il libro Absolute Monarchs, infatti, l'elezione di Benedetto IX sarebbe stata truccata dal padre. Un regno durato 12 anni, fino a quando i romani, forse stufi delle sue avventure, lo cacciarono dalla città rimpiazzandolo con Giovanni Graziano, Silvestro III. Dopo due mesi tornò però di nuovo Benedetto IX che, secondo le leggende del tempo, avrebbe pure fatto avvelenare i suoi successori. Finì i suoi giorni da eremita a Grattaferrata pentendosi per i suoi molti peccati. Sulla stessa lunghezza d'onda ci sarebbe stato pure Papa Giovanni XII, che secondo il libro "La grande apostasia" - scrive Vice - "trasformò il Laterano in una "scuola di prostituzione"". Pare apprezzasse le vergini e le vedove e che alle pellegrine venisse consigliato di non visitare San Pietro per evitare di "essere violate dal suo successore". Forse anche lui, come Benedetto IX, fu colpito dal fatto di essere stato eletto alla giovane età di 18 anni. Di certo c'è che durante una inchiesta pubblica fatta dopo la morte di Giovanni XII venne rivelato che fece più volte sesso con sua nipote. Incesto papale. Non solo. Tra le sue imprese vantava quelle di aver accecato il suo padre spirituale (poi morto), di aver castrato e ucciso il suo segretario e di essere un fan dei demoni. Furono gli stessi cardinali a chiedere al re Otto di Sassonia di allontanarlo "dalla Santa Romana Chiesa". Quando però Giovanni, aiutato dai romani, riuscì a riconquistare il trono, pare abbia punito severamente i congiurati, strappando lingue e nasi. La morte lo prese tra le sue mani mentre faceva sesso con una prostituta. L'ultimo, ma non per stranezze realizzate, è Stefano VI. Il quale per annullare tutti gli editti del suo predecessore, Formoso, lo riesumò e mise in piedi un processo per accusarlo di spergiuro e tradimento. L'inquisito, ovviamente, non si difese e così i suoi editti risultarono nulli. Ad avere la peggio, alla fine, fu però lo stesso Stefano VI, morto in prigione dopo che sul Vaticano si abbattè un terremoto considerato da molti una punizione divina per i suoi peccati. Stefano venne deposto e chiuso in carcere.

"Ecco i 200 preti pedofili d'Italia", lo scandalo che imbarazza la Curia. Dagli abusi in parrocchia alle coperture dei vescovi e dei porporati: nel nuovo libro di Emiliano Fittipaldi la mappa della piaga che ancora affligge la Chiesa, scrive Emiliano Fittipaldi il 16 gennaio 2017 su "La Repubblica". Mettendo sotto la lente d'ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d'Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c'è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un'auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. "Evita di parlare con i carabinieri di queste cose" gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato. Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c'è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per "abuso di minore con l'aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008" obbligandolo alla "celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia ". A Ostuni, c'è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell'ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi. A Catania c'è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c'è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva. E ancora: a Grosseto c'è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto "attenzioni troppo intime". A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c'è un'altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all'ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso [...]. Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all'inchiesta Spotlight del 2002... Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. "Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio", disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all'acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici - come l'Italia, la Spagna e quelli del Sud America - quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta. In realtà, il "sistema" che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l'arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell'Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d'inchiesta "indipendente" non ha creduto ai loro racconti. Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell'istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l'accusa di "abuso aggravato " e "corruzione di minori ". Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l'obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l'ha vinto: Francesco l'ha riammesso nel clero. Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d'attesa s'è visto rifiutata la domanda: "Gli atti processuali e istruttori sono "sub segreto pontificio"", è stata l'unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima. Gli insabbiamenti o le difese d'ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno. Quest'ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l'ha confermato sulla poltrona di presidente dell'Apsa, l'ente che gestisce l'immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all'altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.

Così il Vaticano protegge i preti pedofili. Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Lo rivela "Lussuria", il nuovo libro del giornalista processato dalla Santa Sede per Vatileaks. Che fa luce su responsabilità, silenzi e omertà, scrive Emiliano Fittipaldi il 16 gennaio 2017 su "L'Espresso". Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili. Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni. Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato. Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria”, il libro che uscirà per Feltrinelli giovedì 19 gennaio, si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali. La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto. Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce. Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti. I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro. La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell - di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa - rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip». Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia - in caso di mancata accettazione della proposta - di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014. I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside. Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata. Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi. Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari. Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione. Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile. Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill. Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati. Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»). Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale. «Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale. Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti. L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo - da parte di Errazuriz - di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime - che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo - avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente. Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte. Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene...». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos. Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa. In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande. «Secondo un agente dell’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti... Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia». Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok ha pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo - ovviamente non dichiarato - di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia. Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

La storia di Gerusalemme e le menzogne dell'Unesco, scrive Fiamma Nirenstein, Mercoledì 3/05/2017, su "Il Giornale". È una qualche consolazione che stavolta l'Italia non solo abbia votato contro, ma l'abbia anche annunciato per prima: almeno uno può camminare senza vergognarsi per le strade di Roma o di Firenze. Il disgusto è tuttavia sovrastante, viviamo in un mondo che nega la verità storica per motivi di odio e di vantaggio: l'Unesco, che è una grande, importante, danarosa organizzazione dell'ONU, quella che dovrebbe misurare, determinare, definire la bellezza del mondo come lo crea l'uomo, cioè la cultura, l'arte, la natura, ha di nuovo scelto di imboccare la strada della persecuzione degli ebrei, semplicemente perché la sua maggioranza è islamica, araba, oppure ispirata da interessi legati a quel mondo. Noi ebrei siamo dei tipi strani: quando ci sposiamo invece di dire solo «ti amerò e ti sarò fedele per sempre» giuriamo fedeltà a Gerusalemme: «Se ti dimentico Jerushalaim così mi dimentichi la mia mano destra», diciamo da tremila anni nel momento più importante della vita, e lo giuriamo di fronte al rabbino. I Falasha etiopici quando attraversavano a piedi il deserto verso il Sudan in fuga verso Israele, cantavano «Yerusalem» pieni di speranza: baciarono il pavimento dell'aereo (non ne avevano mai visto uno) credendo che fosse già Gerusalemme. David Ben Gurion subito la nominò capitale d'Israele come il re David tremila anni fa. Mai gli ebrei se ne sono andati anche quando sono stati cacciati via: nell'Ottocento erano di nuovo la maggioranza. Gerusalemme oggi sembra un giardino, la città vibra di modernità e di tradizione insieme: accanto a tutti gli uffici del governo, vicino alla Knesset dove siedono con i partiti ebraici anche quelli arabi, da prima della fondazione dello Stato vivono nel pluralismo l'università, gli ospedali dove gli arabi lavorano e vengono curati, le industrie, le scuole, una rete stradale e di trasporti stupefacente, la Città Vecchia col Monte del Tempio e la Spianata delle Moschee, il Santo Sepolcro dove solo la gestione Israeliana, nella storia, ha consentito la piena libertà di movimento. La città che sanguina per gli attacchi terroristi ogni giorno reagisce con determinazione, col sorriso e vincendo sempre. Ieri le celebrazioni del 69esimo anniversario della nascita dello Stato, ha festeggiato solo Gerusalemme. Ed ecco la menzogna dell'Unesco, lo schiaffo in faccia: una risoluzione che stabilisce che la sovranità degli ebrei è cancellata, che tutto appartiene ai palestinesi, che la realtà, la storia, l'amore, non esistono. 20 Paesi hanno votato a favore, 22 si sono astenute (la beffa complice del delitto) e 10 si sono opposte. L'Italia, gli Usa, l'Inghilterra, l'Olanda, la Lituania, la Grecia, il Paraguay, l'Ucraina, il Togo la Germania. Questa lista, per i vostri prossimi programmi di viaggio. Si va a trovare solo chi se lo merita. Si, anche in Togo, perché no.

Perché Renzi è contro l'Unesco su Gerusalemme. A tre giorni dal voto che nega i legami fra la storia dell'ebraismo e i luoghi sacri, il presidente del Consiglio ha definito "allucinante" la vicenda e ha ordinato un'inversione di rotta della nostra diplomazia, scrive il 21 ottobre 2016 Panorama.  Secondo Mattero Renzi la risoluzione dell'Unesco sui luoghi santi di Gerusalemme è una vicenda allucinante.  "Occupied Palestine", il titolo del documento, secondo Israele nega i profondi legami storici fra i luoghi santi di Gerusalemme e l'ebraismo. La risoluzione era stata approvata dall'executive board dell'Unesco martedì 18 ottobre, sollevando proteste e rabbia in Israele e fra gli ebrei di tutto il mondo. Difficile che il voto del consiglio Unesco possa avere un impatto concreto sull'uso dei luoghi sacri a Gerusalemme, anche se ha un fortissimo valore simbolico che si sta traducendo in numerose schermaglie diplomatiche. Del resto da parecchi anni Israele vede nelle misure dell'Unesco una sorta di esemplificazione di un pregiudizio anti-israeliano dell'Onu, dove Israele e i paesi che lo sostengono sono sempre in minoranza rispetto ai paesi arabi e a il loro alleati. Nel 2011 la Palestina è stata ammessa come membro dell'Unesco. L'Italia si è astenuta sulla risoluzione. E oggi, a tre giorni dal voto, Matteo Renzi è ritornato sulla questione, correggendo pesantemente il tiro e definendo "incomprensibile, inaccettabile e sbagliato" l'utilizzo nel testo della sola definizione araba per il sito che i musulmani chiamano "Spianata delle Moschee", mentre per gli israeliani è il "Monte del Tempio", comprendente, tra l'altro, il Muro del Pianto. In Israele hanno gradito la presa di posizione di Renzi: "Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nahshon. Sul quotidiano Haaretz fonti governative che hanno voluto mantenersi anonime hanno inoltre elogiato "la comprensione da parte di Renzi della verità storica, e del tentativo che è stato fatto di eliminare una parte della storia del giudaismo e della cristianità a Gerusalemme". Il premier italiano non si è peraltro fermato alle critiche nello specifico ma, alludendo al mancato voto contrario dell'Italia espresso invece da altri Stati occidentali e comunitari (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi, Lituania ed Estonia) ha adombrato anche un nuovo atteggiamento generale sulla questione mediorientale. Al momento di decidere "la Farnesina e il governo sono andati in automatico", ha spiegato nel corso della conferenza stampa tenuta a Bruxelles al termine del vertice Ue. Si tratta di "una posizione che abbiamo preso per tanti anni", però "questo non vuol dire che non sia arrivato il momento di cambiare", ha sottolineato. "Non può esistere un giudizio come quello che è stato dato". Renzi ha quindi reso noto di aver impartito direttive al personale diplomatico affinché "intervenga" e chiarisca meglio che cosa se ne pensa a Roma. Lui stesso intende discuterne di persona con il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. E "se su questo c'è bisogno di rompere l'unità europea, si rompe", ha tagliato corto. Soddisfatta di tali puntualizzazioni si è subito detta la Comunità Ebraica italiana, che aveva manifestato il proprio sconcerto per l'astensione italiana. Anche se l'agenzia Onu ormai ha adottato il documento, peraltro con un numero di pareri positivi inferiore a quello delle astensioni (24 a 26 rispettivamente), il fronte dei sostenitori mostra più di un cedimento: il Messico vorrebbe addirittura che si tenesse un'altra votazione mentre il Brasile, pur confermandosi favorevole, non ha nascosto delusione per il contenuto e lo stile del testo definitivo, e per l'avvenire ha escluso di appoggiarne altri simili. La risoluzione Unesco indica, tra l'altro, Israele come "un potere occupante", condanna "le crescenti aggressioni di Israele, in particolare degli estremisti di destra", disapprova "le restrizioni imposte da Israele all'accesso ai luoghi sacri", si rammarica "per il rifiuto di Israele di concedere i visti agli esperti dell'Unesco", si duole "per i danni causati dalle Forze armate israeliane", deplora il progetto israeliano di costruire due linee tranviarie nella città vecchia di Gerusalemme e un "visitor center" a sud della Spianata. La risoluzione riafferma altresì che la porta di Mughrabi è "parte integrante della moschea Al Aqsa e della Spianata delle Moschee", che le tombe dei patriarchi a Hebron e quella di Rachele a Betlemme sono "parte integrante della Palestina". L'Unesco, infine, deplora "con forza il blocco israeliano della striscia di Gaza e l'intollerabile numero di vittime tra i bambini palestinesi".

L'Unesco ratifica la vergogna. "Il Muro del Pianto è arabo". Confermato a maggioranza l'antistorico voto di giovedì scorso. E l'Italia contribuisce astenendosi, scrive Fiamma Nirenstein, Mercoledì 19/10/2016, su "Il Giornale". È un bagno di realtà il voto di ieri all'Unesco, in cui si è stabilito che secondo la maggioranza del mondo gli asini volano, che Roma non è mai stata la sede del papato, ovvero che la luna è fatta di formaggio, cioè che Gerusalemme è un sito solo musulmano e in particolare lo è il monte del Tempio col Muro del Pianto, chiamato nella risoluzione votata solo «complesso della Moschea»: la risoluzione, purtroppo reale, che è stata votata ci dice infatti che le decisioni e le opinioni espresse dall'Onu e dai suoi succedanei su Israele sono pura menzogna, veleno distillato sui principi stessi della conoscenza, negazionismo pari a quello della negazione della Shoah, distruzionismo pari a quello dell'Isis su Palmira. Da questo momento dunque, per chi ha un cervello, forse ci sarà più attenzione a non bersi senza discutere le mille risoluzioni contro Israele dell'Assemblea dell'Onu, del Consiglio di Sicurezza, del Consiglio per i Diritti Umani. La maggioranza che vota è sempre la stessa; gli stessi sono i Paesi occidentali che non sanno dire di no a un'assurdità come quella che ieri è stata statuita. Ma che cosa può avere portato la Russia e la Cina a votare per l'arabizzazione di Gerusalemme se non la fame di potere e l'interesse? Che cosa ha condotto l'Italia, che ospita a Roma l'arco di Tito con i bassorilievi degli ebrei in catene con la Menorah, prova provata della loro appartenenza a Gerusalemme; che cosa ha spinto la Grecia, che mai vorrebbe veder discussa la sua eredità storica, ad astenersi? Ma tant'è: 24 nazioni spudorate, per la maggior parte islamiche, hanno votato a favore; 26 pusillanimi fra cui l'Italia si sono astenute; 6 coraggiose hanno votato contro, Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania, Estonia. Si cerca qualche consolazione nell'idea che oggi il voto è meno unanime di quello che sarebbe stato in passato. Ma è poca roba. Le polemiche che lo hanno accompagnato vedono il gesto notevole dell'ambasciatore del Messico Andres Roemer che ha lasciato la sala e ha tentato di cambiare il voto negativo del suo Paese, ed è stato poi licenziato; il tentativo del presidente tedesco del direttivo Michael Worbs che ha espresso opposizione e ha tentato di posporre il voto e poi è stato costretto a autosospendersi; e infine il capo dell'Unesco Irina Bokova, che si era espressa contro e che ha ricevuto quindi minacce di morte e il rafforzamento della scorta. È un paradigma indispensabile: la violenza accompagna sempre il furioso odio antisraeliano e anticristiano. Le minacce di morte vengono insieme alla difesa di Israele e dei cristiani. Gesù Cristo è l'icona perfetta della storia ebraica a Gerusalemme: era ebreo, anche lui non c'è mai stato per l'Unesco? O ha salito lo scalone del Tempio di Erode e ha predicato ai mercanti? Flavio Giuseppe ha descritto minuto per minuto la presa di Gerusalemme da parte dei Romani, nei secoli fino a Beniamino di Tudela, Mark Twain, Winston Churchill, chi non ha testimoniato l'amore totale del suo popolo per quel luogo? Persino Giuseppe Verdi l'aveva ben capito, come si canta in «Va' pensiero». L'aggressione dell'Unesco non è nuova, esso è sempre stato uno dei corpi più estremisti e corrotti delle Nazioni Unite. Ma stavolta la sua funzione può essere utile. Questo è di prima categoria: si tratta della distruzione culturale di un pilastro della storia, quello della fondazione delle religioni monoteiste. L'attacco agli ebrei ha sempre avuto il segno della distruzione del Mondo Occidentale, della guerra, del terrorismo. Non c'è nulla di strano nel fatto che i Paesi occidentali si siano astenuti nella buona parte: si sono sempre girati dall'altra parte di fronte all'odio degli ebrei accompagnata dalla denigrazione di Israele.

Gerusalemme, l'Unesco fa il bis. "Ebrei e cristiani non c'entrano". Dopo il Muro del pianto, mercoledì si vota un'altra folle risoluzione. L'Italia non partecipa ma può farsi sentire, scrive Fiamma Nirenstein, Lunedì 24/10/2016, su "Il Giornale". Una volta portato a casa il bel risultato antisemita del Comitato Esecutivo dell'Unesco, adesso, a una sola settimana di distanza, mercoledì, avanti l'World Heritage Commitee dello stesso organismo per rafforzare la menzogna si va a votare di nuovo la risoluzione più «allucinante» (parola di Matteo Renzi) che ci sia: quella per cui ebrei e cristiani non hanno nulla a che fare con Gerusalemme, e col suo patrimonio culturale e archeologico. «Come se si affermasse che il sole crea il buio», ha detto Netanyahu. La luce che accende l'Unesco è di nuovo psichedelica: solo i musulmani, secondo il board e adesso secondo il comitato, potranno vantarne l'eredità culturale e quindi gestirne anche, ovviamente, l'aspetto istituzionale e statale. Perché per l'Unesco la Palestina è uno stato: l'ha votato, primo nel mondo, nell'ottobre del 2011 per poi, indovinate, passare l'anno successivo alla consegna al nuovo membro dell'Unesco del... Se cercavate di indovinare di quale sito ebraico si tratta dobbiamo disilludervi. Non di un'eredità ebraica si tratta, ma della Chiesa della Natività di Betlemme, quella della mangiatoia e del bue e l'asinello. La portavoce dell'Autorità palestinese Hanan Ashrawi dichiarò subito che si trattava di un'affermazione della sovranità palestinese. Ed è appunto questo il punto. Tutte queste mosse tendono a un'affermazione politica che non ha niente a che fare con la cultura, ma solo con la politica che prevede la criminalizzazione e la negazione di ogni diritto del popolo ebraico alla sua terra. Una strategia programmata che prevede una guerra diplomatica mortale, sin dai tempi di Arafat. Adesso, mercoledì, la nuova risoluzione non metterà alla prova l'Italia perché il comitato che vota è formato da 21 stati di cui l'Italia non fa parte. Ed è sicuro, se si guarda la lista, che non ci saranno neppure quelle consolazioni che aveva sottolineato l'ambasciatore israeliano all'Unesco, Carmel Shama-Hacohen per la precedente deliberazione: il Monte del Tempio viene chiamato nella nuova risoluzione col nome musulmano e basta «Al Aqsa Mosque e Al Haram al Sharif», e definito «un luogo santo musulmano di preghiera». Almeno la settimana scorsa nel testo c'era un passaggio (periferico) che parlava dell'«importanza della Città Vecchia di Gerusalemme per le tre religioni monoteiste». Adesso questo passaggio è sparito. Il Messico e il Brasile che si sono anch'esse pentite di aver votato «si», oltre all'Italia, astenuta, non sono membri del comitato. Netanyahu che dopo la decisione di Renzi gli ha telefonato per esprimergli apprezzamento, ha aggiunto che se i Palestinesi continuano a scegliere questo «pericoloso sentiero, cioè una jihad diplomatica contro il popolo ebraico, si dovranno accorgere che le sorprese dell'ultima settimana da parte del Messico e dell'Italia non sono che l'inizio». In effetti, tutto il palcoscenico approntato dall'Unesco è una finzione, che nasconde ormai una crescente impazienza fra gli antichi sostenitori di Abu Mazen perché l'ideologia palestinese che loda il terrorismo e non lascia posto alla trattativa. Sia l'Egitto che l'Arabia Saudita che i Paesi del Golfo, per non parlare della Cina e dell'India, partigiani della causa palestinese tout court, stanno rivedendo il rapporto con Israele in nome della comune guerra contro l'islamismo e il terrore e per lo sviluppo tecnologico e economico. L'Unesco vuole rimanere la casamatta della scelta di distruggere lo Stato Ebraico che somiglia molto, però, a una tecnica suicida. Commentando la posizione di Renzi, Netanyahu ha anche detto che «il cambiamento delle istituzioni dell'Onu prenderà qualche anno ma ecco i primi segni di un cambiamento molto benvenuto». Sarebbe bello se l'Italia, pronunciandosi sulla prossima seduta di mercoledì, invitasse i colleghi a una nuova presa di posizione.

Siamo assuefatti all'islamizzazione del nostro mondo. In Italia ci stiamo assuefacendo all'islamizzazione assumendo il comportamento di chi sceglie di suicidarsi inalando un gas letale a piccole dosi, scrive Magdi Cristiano Allam, Domenica 21/08/2016, su "Il Giornale". Il fatto che il governo, la Chiesa, la sinistra, le femministe, più in generale i cultori del relativismo che è la fede egemone condivisa trasversalmente nell'Europa che fu cristiana, convergano sulla legittimazione del burkini, una gabbia di stoffa che imprigiona il corpo delle donne musulmane che fanno il bagno al mare o in piscina, significa che in Italia ci stiamo assuefacendo all'islamizzazione assumendo il comportamento di chi sceglie di suicidarsi inalando un gas letale a piccole dosi, assimilandolo al punto da poterlo tollerare il più a lungo possibile, fino all'ineluttabile morte che proprio perché voluta ci immortalerà con il sorriso sulle labbra. Abbiamo rapidamente legittimato il velo islamico semplice, perché tutto sommato anche le nostre nonne lo indossavano. Poi abbiamo legittimato il velo islamico integrale con una circolare del ministero dell'Interno del 2005, nonostante violi in modo flagrante l'articolo 5 della legge 152 del 1975. In parallelo abbiamo legittimato l'islam come religione, nonostante non sia considerato una religione «ugualmente libera davanti alla legge», non ottemperando all'articolo 8 della Costituzione che esige sia la stipula di un'intesa con lo Stato sia che il proprio statuto non contrasti con l'ordinamento giuridico italiano. Ciononostante abbiamo legittimato la proliferazione sul territorio italiano delle moschee, delle scuole coraniche, di macellerie e alimentari halal, di associazioni ed enti assistenziali islamici, di «comunità islamiche». Il nostro vero problema è che siamo a tal punto fragili dentro che solo quando siamo costretti alla dolorosa conta dei nostri morti colpiti dalla ferocia del terrorismo islamico, scopriamo l'onestà intellettuale di guardare in faccia alla realtà dell'islam e riscattiamo il coraggio umano di denunciarne l'intrinseca violenza, a cominciare dalla riduzione della donna a schiava sessuale («Le vostre spose per voi sono come un campo. Venite pure al vostro campo come volete». Corano - 2, 223). È il caso della Francia, il Paese più colpito dalla ferocia islamica, il cui capo di governo Manuel Valls ha correttamente detto che «il burkini è la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato tra l'altro sull'asservimento della donna. Dietro il burkini c'è l'idea che per natura le donne sarebbero impudiche, impure, che dovrebbero dunque essere completamente coperte. Di fronte alle provocazioni la Repubblica deve difendersi». Ebbene nell'Italia disinvolta che è stata finora risparmiata dalle stragi che hanno insanguinato la Francia solo perché consentiamo ai terroristi islamici di entrare senza documenti, senza essere identificati e li ospitiamo gratuitamente, il ministro dell'Interno Alfano ha legittimato il burkini sia perché formalmente non violerebbe la legge sia soprattutto perché vietarlo sarebbe una provocazione che potrebbe «attirare reazioni violente». Possibile che mentre per la Francia la provocazione è indossare il burkini, per l'Italia sarebbe il vietarlo? D'accordo con Alfano è la Chiesa, che attraverso il vescovo Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, ha tagliato corto: «Trovo paradossale che ci allarmi una donna troppo vestita mentre sta facendo il bagno al mare». Ed è così che stiamo inalando man mano il gas letale dell'islam con cui ci stiamo suicidando. Non abbiamo capito che il velo semplice, il velo integrale, l'islam, le moschee, il burkini, l'auto-invasione di clandestini islamici, il terrorismo islamico autoctono ed endogeno, sono tappe della crescente islamizzazione. Con le loro divise, le loro fortezze, i loro giovanotti nel pieno della fertilità maschile, le loro donne che sbarcano incinte, con i loro «martiri» che aspirano a conquistare le 72 vergini massacrandoci in quanto «miscredenti», occupano spazi fisici, spirituali, giuridici, demografici, politici e finanziari. È solo questione di tempo prima che ci sottomettano del tutto all'islam. A meno che non ci svegliamo dal sonno della ragione, riscattiamo la certezza e l'orgoglio di chi siamo, ritroviamo il coraggio di combattere per vincere la guerra scatenata dall'islam.

Ci siamo arresi all'islamizzazione. Da sabato in edicola con il Giornale, a 8,60 euro più il costo del quotidiano, il volume Islam. Siamo in guerra, scrive Magdi Cristiano Allam, Venerdì 18/09/2015, su "Il Giornale". Nel mio nuovo libro Islam. Siamo in guerra (da domani in edicola con Il Giornale e in libreria), evidenzio come in parallelo al Jihad, la guerra santa islamica, scatenata dal terrorismo islamico dei tagliagole, che ci sottomettono con la paura di essere decapitati, e dei taglialingue, che ci conquistano imponendoci la legittimazione dell'islam, del Corano e delle moschee, l'arma vincente della strategia di islamizzazione dell'Europa è l'invasione demografica. Su circa 500 milioni di abitanti dei 29 Paesi membri dell'Unione Europea, solo il 16 per cento, pari a 80 milioni di abitanti, hanno meno di 30 anni. Viceversa su circa 500 milioni di abitanti della sponda orientale e meridionale del Mediterraneo, sommando le popolazioni dei 22 Stati arabofoni più quelle della Turchia e dell'Iran, ben il 70 per cento ha meno di 30 anni, pari a 350 milioni di abitanti. Quando si mettono su un piatto della bilancia 80 milioni di giovani europei, cristiani in crisi d'identità con una consistente minoranza musulmana, e sull'altro 350 milioni di giovani mediorientali, al 99 per cento musulmani, convinti che l'islam è l'unica «vera religione» che deve affermarsi ovunque nel mondo, il risultato indubbio è che gli europei sono destinati ad essere sopraffatti demograficamente e colonizzati ideologicamente dagli islamici. A un certo punto i musulmani non avranno più bisogno di farci la guerra o ricorrere al terrorismo. Potranno sottometterci all'islam limitandosi ad osservare le regole formali della nostra democrazia, che premia il soggetto politico più organizzato e influente, in grado di condizionare e di accaparrare il consenso della maggioranza, astenendosi dall'entrare nel merito dei contenuti delle ideologie e delle religioni, soprattutto dell'islam. Già nel 1974 il presidente algerino Boumedienne previde che l'Europa sarà conquistata con il «ventre delle nostre donne». Nel 2006 il leader libico Gheddafi disse che «50 milioni di musulmani in Europa la trasformeranno in un continente musulmano in pochi decenni». Ebbene sconvolge che, a fronte dell'evidenza della conquista demografica da parte degli islamici che costituiscono la stragrande maggioranza dei clandestini che ci invadono a partire dalla Libia e dalla Turchia, l'Onu, l'Unione Europea, l'Italia e la Chiesa concordano sul fatto che dobbiamo spalancare incondizionatamente le nostre frontiere. Il presidente della Commissione Europea Juncker il 9 settembre ha detto: «Gli europei devono prendersi carico di queste persone, abbracciarli e accoglierli». Papa Francesco il 14 settembre ha esaltato questa invasione: «Gli immigrati ci aiutano a tener viva la nonna Europa». Il capo dello Stato Mattarella il 16 settembre ha qualificato l'invasione come «un fenomeno epocale (…) che richiede una gestione comune dell'Unione». Emma Bonino l'8 settembre ha chiarito: «L'Europa vive un calo demografico importantissimo, per il 2050, cioè domani, avrà bisogno di 50 milioni di immigrati per sostenere il proprio sistema di welfare e pensionistico». Di fatto stiamo subendo la strategia di genocidio eugenetico profetizzata dal conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 - 1972), sulla cui lapide ha voluto essere tramandato come il «Pioniere degli Stati Uniti d'Europa»: «L'uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a quella dell'Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità». Ecco perché è fondamentale conoscere la verità di ciò che sta accadendo dentro e fuori di casa nostra. Soprattutto è vitale essere consapevoli che siamo in guerra, che o combattiamo per vincere o saremo sottomessi dall'islam.

Musulmani fanatici e moderati: il fine è lo stesso, l’islamizzazione del mondo, su Italians del Corriere della Sera del 29 novembre 2015. "Caro Severgnini, mi permetta di dissentire dalle riflessioni contenute nel suo “La tentazione di una guerra sbagliata”. L’America di Bush (destra) reagì ad un attacco terroristico esterno che fece 3mila morti; la Francia di Hollande (sinistra) sta reagendo in modo identico ad un attacco interno che ha fatto 130 morti e ha rivelato lo spaventoso livello organizzativo dei fanatici assassini di casa nostra, l’Europa. Bush fece l’errore di non pensare al “dopo Saddam Hussein”, un dittatore “gassatore” ben più crudele di Assad. Europa ed America insieme, ispirati dall’ingenuo pacifismo di Obama, hanno fatto l’errore di applaudire alle Primavere Arabe contro dittatori laici per aprire la strada a nuovi dittatori ispirati dal Corano. Hanno fatto l’errore (Francia per prima) di assassinare Gheddafi senza pensare al “dopo Gheddafi”. Insieme stanno facendo l’errore di imbarcare la nuova Turchia musulmana di Erdogan (più pericoloso di Assad) nella guerra contro l’Isis… Per farla breve abbiamo e stiamo sbagliando tutto. Viene allora da chiedersi se l’Islam, quello terroristico e quello “moderato”, possa essere affrontato in modo intelligente e razionale. Io credo di no, e mi allineo sulle posizioni di chi sostiene (come il “Corriere”, però a giorni alterni) che Oriana Fallaci aveva perfettamente ragione. Lei dice che, “esasperata”, Oriana commise l’errore di non dividere gli islamisti assassini dai musulmani pacifici. Nient’affatto: conosceva benissimo l’Islam, e aveva capito che assassini e pacifici avrebbero trovato un punto di contatto e di intesa indipendentemente dagli errori dell’Occidente commessi nell’affrontare i problemi dell’Islam, inclusa la guerra tra Sciiti e Sunniti con milioni di morti. Lei e altri pensate che dobbiamo evitare una saldatura tra assassini e moderati. Ma non volete vedere che la saldatura già esiste. Da sempre. Ed è scritta nel Corano. Qualunque sia il modo di interpretarlo. Perchè il fine è lo stesso: l’islamizzazione pacifica o violenta del mondo. Giuseppe Maselli.

Egitto. Nasser disse che i Fratelli Mussulmani volevano imporre il velo e ciò sembrò una cosa comica. Nell'Egitto laico del 1953 il presidente Gamal Abd el-Nasser si faceva beffa del movimento islamista dei Fratelli Musulmani e si ironizzava sulla possibilità che le donne potessero essere obbligate a portare il velo. Eppure...

L'islamizzazione del mondo si compie grazie alle donne. Giovedì 25 agosto 2016. Fonte: Islamicamentando. Nell’Egitto laico del 1953 il presidente Gamal Abd el-Nasser si prendeva gioco del movimento islamista dei Fratelli Musulmani e ironizzava sulla possibilità che le donne potessero essere obbligate a portare il velo. È il 1953 quando il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser pronuncia questo discorso davanti ad una platea numerosa. Nasser, che governò l’Egitto dal 1956 al 1970, racconta il suo incontro con il consigliere generale dei Fratelli Musulmani, al quale aveva chiesto quali fossero le sue richieste. Nel video si vede che la richiesta di «imporre il velo a tutte le donne» da parte dei Fratelli Musulmani provoca grandi risate e battute da parte di tutti i presenti. Questo video ci deve far riflettere, perché ci fa capire che il più grosso errore che si possa fare con l’islam e le organizzazioni che si impegnano per diffonderlo è quello della sottovalutazione. Un tale divertimento di fronte alla proposta di obbligare le donne a portare il velo ci fa capire che in quegli anni, in Egitto (come in molte altre parti del mondo), l’Islam non veniva percepito come una vera minaccia, giacché le regole della sharia sembravano lontane dai costumi della società. Eppure, la storia ce lo dimostra, le cose sono andate come non ci si aspettava. La “guerra del velo” é da sempre uno dei principali punti programmatici dell'“Islam politico”. Come ebbero a dire i Fratelli Musulmani: “La nostra marcia per il governo è iniziata quando abbiamo fatto velare le nostre colleghe all’università”. Nei paesi dove oggi la maggior parte delle donne indossano lo chador, il niqab o addirittura il burqa, fino a vent’anni fa, per parecchio tempo, questo tipo di abbigliamento era una cosa rara, mentre invece l’abbigliamento occidentale era il più comune. Tutti i casi di stravolgimento della cultura dominante in favore dell’Islam ci rimandano alla strategia dell’ “islamizzazione silenziosa”. La prima fase di questo tipo di islamizzazione (necessaria là dove la jihad armata non è praticabile) passa attraverso la sottomissione della donna, con le buone (in maniera subdola) o con le cattive (attraverso la legge o con la violenza). Ovviamente, non c’è islamizzazione della donna se non c’è la sua sottomissione, e non c’è sottomissione se non c’è il velo. In uno Stato a maggioranza musulmana, obbligare le donne a coprirsi (come vuole qualsiasi musulmano praticante) è molto più semplice, perché nel tempo è possibile sfiancare la loro volontà, annullandone la personalità, e così convincerle che quella sia davvero la cosa giusta. Il motivo per cui l’islamizzazione della donna è una priorità è semplice: le donne sono le principali educatrici dei bambini, quindi se loro sono buone musulmane anche i bambini lo saranno. Se loro sono sottomesse all’uomo, anche i bambini saranno timorati di Allah. Se molti bambini cresceranno timorati di Allah una volta adulti si avrà una ummah (comunità musulmana) forte e numerosa, la quale potrà applicare la sharia. É per questo motivo che gli uomini musulmani sono terrorizzati dall’idea che le “loro” donne possano avere contatti con il “mondo esterno” senza un mahram (accompagnatore obbligatorio) sempre al loro fianco per tenerle sott’occhio: sanno benissimo che se le donne abbracciano i valori di libertà ed emancipazione occidentali la loro società si indebolisce.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

Istanbul, attentato al night club: morti e feriti. Un killer armato di fucile automatico vestito da Babbo Natale ha fatto una strage al Reina: 39 le vittime. Incertezza sul numero di stranieri, scrive il 2 gennaio 2017 Panorama. Il killer nel Reina di Istanbul non indossava il costume di Babbo Natale, come riferito in precedenza da alcune testimonianze. Avrebbe lasciato la pistola prima di fuggire. E nel Paese è caccia all'uomo dopo che la polizia ha diffuso la sua foto. L'attacco non è stato ancora rivendicato ma l'attentatore, secondo le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti, avrebbe urlato "Allah Akbar" mentre apriva il fuoco dentro il locale. Si pensa alla matrice dell'ISIS. Sono almeno 39 i morti e oltre 60 i feriti nell'attentato. Gli stranieri sarebbero, secondo le ultime testimonianze, 29. Non risultano finora italiani coinvolti. Tra le vittime turche, c'è anche una guardia di sicurezza che era sopravvissuta il 10 dicembre scorso al duplice attentato dinamitardo al vicino stadio di calcio del Besiktas. Per il resto, sono ancora molti i punti da chiarire sulla dinamica dell'attacco. Non si sa con certezza se il terrorista abbia agito effettivamente da solo. Pare sia entrato vestito di nero e incappucciato con un fucile automatico in braccio con cui ha sparato ad un agente di guardia al locale, che all'interno era vestito di bianco con un cappello a pon-pon bianco, che si è cambiato dopo aver massacrato le persone all'interno del locale, "sparando ovunque, come un pazzo", ed è riuscito a fuggire nella notte, scatenando una gigantesca caccia all'uomo estesa a tutta la Turchia alla quale partecipano almeno 17.000 agenti. Le poche certezze sono quelle suggerite dalle immagini catturate dalle telecamere di sicurezza, ma alcuni testimoni sopravvissuti alla strage hanno raccontato di aver sentito sparare più di una persona, forse due o tre terroristi. L'unico uomo armato ripreso dalle telecamere è entrato in azione intorno all'1.30 locale (le 23.30 in Italia), mentre nel locale si trovavano circa 700 persone. Ha ucciso l'agente all'ingresso prima di entrare e iniziare a sparare sui clienti. Per sfuggire alla strage, alcuni dei clienti si sono lanciati nelle acque gelide del Bosforo e sono poi stati tratti in salvo, anche se non c'è certezza che tutti siano stati salvati. I testimoni sopravvissuti sono concordi su una cosa: i terroristi "sparavano a casaccio", sparavano su tutti, sulla folla. "Sparavano ovunque, come dei pazzi", ha raccontato alla Cnn turca una donna, ferita a una gamba da un proiettile. Un altro testimone afferma che le forze speciali sono intervenute portando via i sopravvissuti. "Ero di spalle e mio marito ha urlato: Buttati giù!. Eravamo vicino a una finestra e ho sentito due o tre persone che sparavano. Poi sono svenuta", ha raccontato una donna. L'ambasciata americana ad Ankara ha negato le notizie comparse su alcuni social media secondo cui l'intelligence avesse avvertito le autorità turche di imminenza di attentati a Istanbul. Ancora un strage a Istanbul. In un famoso locale notturno del distretto di Ortakoy, il Reina Club, un uomo vestito da Babbo Natale ed armato di fucile automatico è entrato e ha fatto fuoco uccidendo almeno 39 persone e ferendone 69 tra cui almeno 15 stranieri. Secondo una parlamentare del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (al governo), Selina Dogan, sarebbero invece 24 gli stranieri morti nell'attentato. Dogan lo ha affermato dopo aver visitato ospedali e obitori. Lo riferisce il Guardian. I morti accertati di nazionalità turca sono 11 mentre non si conosce ancora la nazionalità di quattro vittime, ha aggiunto Dogan. Delle 39 vittime, 25 sono uomini e 14 donne. Nel locale c'erano tra le 500 e le 600 persone. L'assalto è avvenuto alle 23:30 circa ora italiana, l'1:30 del 1 gennaio a Istanbul. L'uomo è ancora in fuga ed è ricercato in tutta la Turchia. Secondo la BBC la natura dell'attacco potrebbe essere di matrice terroristica ad opera di ISIS. Sul numero degli assalitori, vestiti con costumi da Babbo Natale, ancora non c'è certezza: solo uno, secondo fonti ufficiali; fino a tre, secondo testimoni e media locali. L'uomo avrebbe prima ucciso un poliziotto e una guardia giurata all'ingresso, per poi entrare nel locale e iniziare a sparare a caso sulla folla. Delle immagini che circolano sui media mostrano il terrorista - l'unico di cui si sappia con certezza - mentre si toglie l'abito bianco e il berretto con pon-pon tipo Babbo Natale prima di fuggire. Si tratta di fermi immagine da una telecamera di sicurezza. Molte delle centinaia di persone del night club Reina si sarebbero gettate nelle acque dello stretto del Bosforo per tentare di sfuggire all'attacco, secondo testimoni.

"A nome del Governo, del popolo italiano e mio personale le esprimo le più sentite condoglianze per il vile e brutale attacco terroristico che ha colpito Istanbul questa notte". Così il presidente del consiglio Paolo Gentiloni nel messaggio al presidente turco Erdogan dopo la strage di Capodanno a Istanbul. "Il nostro pensiero - scrive Gentiloni - va alle vittime innocenti la cui vita è stata spezzata da ferocia inumana proprio nella normalità della condivisione di un momento di festa. L'Italia si stringe tutta intorno alle famiglie e piange con loro. Signor Presidente, in questo momento doloroso le confermo la solidarietà piena del governo italiano e la determinazione assoluta a combattere insieme contro la piaga del terrorismo".

"Purtroppo, la violenza ha colpito anche in questa notte di auguri e di speranza. Addolorato sono vicino al popolo turco". Lo ha detto il Papa all'Angelus commentando quanto accaduto stanotte a Istanbul e assicurando le sue preghiere per quanti colpiti. Il Papa ha poi assicurato il suo sostegno "a tutti gli uomini di buona volontà che si adoperano" contro il terrorismo e contro questa "macchia di sangue" che getta ombre e sconforto.

Il presidente francese Francois Hollande ha ribadito oggi il suo sostegno alla Turchia. Presidente dello Stato europeo che ha subito le maggiori perdite a causa di attentati sin dal 2015, ha denunciato "con forze e indignazione l'atto terrorista" e ha garantito "solidarietà" alla Turchia oltre a confermare l'impegno di Parigi a "continuare la lotta implacabile contro questa piaga (del terrorismo) con i suoi alleati.

"Stanno cercando di creare caos, demoralizzare il nostro popolo, destabilizzare il nostro Paese con attacchi abominevoli che prendono di mira i civili. Manterremo il sangue freddo come nazione e resteremo più uniti che mai e non cederemo mai a questi sporchi giochi": questo il primo commento a caldo alla strage da parte del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, affidato a una nota ufficiale diffusa dai media. "Come nazione - ha aggiunto Erdogan nella nota - lotteremo fino alla fine non solo contro gli attacchi armati dei gruppi terroristici e le forze che stanno loro dietro, ma anche contro i loro attacchi economici, politici e sociali".

Il primo capo di Stato ad esprimere personalmente la sua vicinanza al presidente turco Recep Tayyip Erdogan per l'attentato di stanotte a Istanbul e stato l'omologo russo Vladimir Putin: "Non si può immaginare un crimine piu sfacciato che l'assassinio di persone pacifiche al culmine della festa di Capodanno. Ma i terroristi sono completamente privi di sentimenti umani" ha detto Putin ribadendo "il dovere comune di combattere il terrorismo ed in questo la Russia è stata e sarà un alleato affidabile per la Turchia".

Ancora nessun gruppo terroristico ha rivendicato l'attentato, ma secondo la Bbc la natura dell'attacco ed i precedenti fanno propendere per una responsabilità di Isis. Il servizio pubblico britannico ricorda infatti come nella lunga serie di attentati che hanno insanguinato la Turchia negli ultimi anni i gruppi curdi come il Pkk o la frangia irriducibile del Tak hanno sempre colpito soldati o agenti di polizia, Isis ha preferito uccidere civili, meglio se turisti stranieri. Il tutto coinciderebbe anche con una possibile rappresaglia al cambio di fronte - ufficioso ma sostanziale - del governo turco che dopo aver nei primi anni del conflitto (marzo 2011) aiutato Isis pur di far cadere Bashar Assad, nel corso del 2016 ha cambiato fronte arrivando negli ultimi 4 mesi a colpire direttamente i jihadisti sunniti in Siria. È ancora sotto shock Mehmet Dag, 22 anni, che ha visto uccidere una guardia e una passante di fronte al night club da parte di un uomo armato che poi è entrato nel locale teatro della strage di Capodanno. "Ha preso di mira l'agente di sicurezza e poi ha sparato e l'uomo ed una donna che passava di lì sono caduti a terra", ha raccontato il ragazzo. L'assassino poi è entrato nel locale. "Una volta entrato, non so cosa sia successo. Si udivano colpi di arma da fuoco e dopo due minuti, il suono di un'esplosione'', ha raccontato il testimone. I filmati girati da Dag con il suo IPhone ed ottenuti dall'Associated Press mostrano un poliziotto steso a terra fuori dal club e poi una donna. Il ragazzo ha raccontato che la donna, è caduta a terra a faccia in giù e giaceva in una pozza di sangue. "Sorella mia, vedrai starai bene", sono le parole di conforto che Dag ha detto alla donna prima di chiamare un'ambulanza. Il filmato mostra le ambulanze e le luci di un ponte di Istanbul, mentre il rumore degli spari risuona dall'interno del club. Secondo un corrispondente di Sky Tg 24, i servizi segreti americani avevano avvertito le autorità locali dell'imminenza di un attentato a Istanbul per questa notte. Condanna dell'attacco e solidarietà alla Turchia da parte di Stati Uniti, Ue e Nato: la Casa Bianca ha offerto ad Ankara l'aiuto degli Usa, mentre il dipartimento di Stato ha espresso solidarietà "all'alleato turco"; l'alto rappresentante europeo per gli Affari esteri Federica Mogherini ha sottolineato come si debba "lavorare per prevenire tali tragedie"; il segretario generale dell'alleanza atlantica Jens Stoltenberg ha parlato di "tragico attacco".

Tutti gli attentati che hanno sconvolto la Turchia, scrive Chiara Degl'Innocenti il 2 gennaio 2017 Panorama. Dalla fine del 2015 a oggi la Turchia è stata colpita da feroci attacchi terroristici. Un bilancio che ha assunto i toni più cupi nel 2016 con otto attentati avvenuti negli ultimi sei mesi, di cui tre solo nel mese di giugno con un bilancio, purtroppo provvisorio, di quasi 250 vittime e centinaia di feriti. Ecco quali sono.

Istanbul, 1 gennaio 2017: un uomo armato di kalashnikov entra nel night club reina dove erano in corso i festeggiamenti per il Capodanno e apre il fuoco uccidendo 39 persone e ferendone altre 69. Urlava "Allah Akbar".

Istanbul, 10 dicembre 2016: 44 persone, la maggioranza agenti di polizia, vengono uccisi, e 166 ferite dall'esplosione di due ordigni al termine di una partita nello stadio del Besiktas a Istanbul. Altro attacco rivendicato dal Tak.

Semdinli, 9 ottobre 2016: l'esplosione di un pulmino imbottito di esplosivo davanti ad un commissariato di polizia nella provincia sud-orientale di Semdinli ha causato 18 morti. Attacco attribuito da Ankara al Pkk.

Cizre, 26 agosto 2016: 11 agenti sono uccisi da un kamikaze che fa saltare in aria in un'autobomba a Cizre, città prevalentemente curda. Azione rivendicata dal Pkk.

Gaziantep - 20 agosto 2016: 57 persone, 34 dei quali bambini, muoiono in un attentato dinamitardo rivendicato da Isis ad un matrimonio curdo a Gaziantep, vicino al confine con la Siria.

Instanbul- 28 giugno 2016: Attentato all'aeroporto Ataturk, l'ultimo di una serie di attacchi terroristici che hanno colpito la Turchia. Per il momento 41 sono le persone uccise, di cui una decina turisti, e oltre 239 i feriti.

Instanbul - 7 giugno 2016: Perdono la vita 11 persone nello scoppio di un'autobomba con un autobus della polizia del centro storico della città.

Midyat - 8 giugno 2016: Un veicolo imbottito di esplosivo salta all'esterno del quartier generale della polizia a Midyat, nel sud-est a maggioranza curda. Morte 5 persone, una trentina i feriti. L'attentato è attribuito al PKK. 

Istanbul - 19 marzo 2016: Cinque morti, di cui due americani, e 36 feriti è il bilancio di un attentato in una centralissima via di Istambul, nella strada Istiklal, dove un kamikaze si è fatto esplodere contro i turisti. I sospetti sono stati ricondotti all'Isis.

Ankara - 13 marzo 2016: Un gruppo armato TAK lascia a terra 37 i morti e 125 i feriti in un attentato suicida con un'autobomba nel centro di Ankara.

Ankara - 17 febbraio 2016: Un attentato suicida contro un convoglio militare turco provoca 28 morti e 61 feriti attribuito al gruppo siriano kurdo YPG, coordianto con la guerriglia kurda del PKK.

Istanbul - 12 gennaio 2016: vicino alla Moschea Blu un suicida del EI provoca la morte di 12 turisti.

Ankara - 10 ottobre 2015: Due kamikaze, vicini all'Isis, si fanno saltare in aria nella piazza centrale della capitale dove dove si sta tenendo un corteo per la pace con i curdi, in opposizione alle politiche del presidente Tayyip Erdogan. Il bilancio finale è pesante: 103 morti e oltre 245 feriti.

Soru - 20 luglio 2015: Muoiono 32 persone e più di 70 saranno quelle ferite in un attentato suicida da parte di una giovane donna simpatizzante dello Stato islamico, che si fa esplodere a nella città di Suru, a 10 chilometri dal confine siriano.

2016. EUROPA, UN ANNO DI TERRORE.

L'attentato al mercatino di Natale di Berlino è l'ennesimo atto terroristico che colpisce il cuore dell'Europa in un anno, scrive Luca Romano, Domenica 25/12/2016, su "Il Giornale". L'attentato al mercatino di Natale di Berlino (19 dicembre 2016, 12 morti 48 feriti) è l'ennesimo atto terroristico che colpisce il cuore dell'Europa in un anno, facendo ripiombare nella paura il Vecchio continente. Dalla Francia alla Germania, il 2016 è infatti stato segnato da un'escalation di terrore, che ha lasciato una scia di sangue che sembra non fermarsi. Questa la cronologia degli attentati che hanno insanguinato l'Europa nel 2016:

7 GENNAIO - Nel giorno in cui la Francia celebrava l'anniversario dell'attentato al settimanale satirico, Charlie Hebdo, un uomo, che indossava un cintura esplosiva, armato di coltello e gridando "Allah Akbar", si lancia contro alcuni poliziotti, ferendone uno, per vendicare i morti in Siria. L'uomo viene ucciso dagli agenti davanti al commissariato di Goutte-d'Or a Parigi.

22 MARZO - Una raffica di attentati, rivendicati dall'Isis, colpisce Bruxelles provocando 32 morti e circa 300 feriti. Le prime due esplosioni avvengono nell'aeroporto Zaventem, dove due kamikaze si fanno saltare in aria devastando la sala partenze internazionali. Poco dopo esplode un ordigno piazzato nel vagone centrale di un convoglio della metropolitana in viaggio tra le stazioni di Maelbeek e Schuman, nel cuore del quartiere che ospita le istituzioni Ue. Tra le vittime anche l'italo-belga Patricia Rizzo.

13 GIUGNO - A Magnanville, vicino a Parigi, un uomo uccide un poliziotto e sua moglie, anche lei agente di polizia, nella loro abitazione. L'attentatore, il 25enne Larossi Abballa, ne rivendica la responsabilità su twitter in nome dell'Isis. Viene ucciso dalle forze speciali.

14 LUGLIO - Un camion piomba sulla folla radunata sul lungomare della Promenade del Anglais di Nizza per i festeggiamenti della festa nazionale francese. Le vittime sono 86, tra cui 6 italiani, i feriti oltre 300. L'attentatore, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, nato a Sousse in Tunisia, era già noto alla polizia per piccoli casi di criminalità minore, in particolare violenze e uso di armi, ma nessun fatto legato al terrorismo. Il 16 luglio, lo Stato Islamico rivendica la responsabilità dell'attentato, affermando che l'attentatore era un suo "soldato", che ha eseguito l'attacco in risposta agli appelli del gruppo di "colpire i cittadini dei Paesi della coalizione che combatte lo Stato Islamico".

18 LUGLIO - Un ragazzo di 17 anni proveniente dall'Afghanistan e richiedente asilo in Germania, Muhammad Riyad, viene ucciso dopo aver ferito cinque persone a colpi d'ascia su un treno regionale tra Wurzburg e Heidingsfeld, nella Germania meridionale. L'Isis rivendica l'attacco, in un video in cui il ragazzo, Muhammad Riyad, dice di essere un soldato del califfato.

22 LUGLIO - Nove persone rimangono uccise e 16 ferite nell'attacco condotto da un 18enne tedesco, di origine iraniane, nel centro commerciale Olympia a Monaco di Baviera. Il killer si suicida davanti agli agenti. Sembra da escludersi la matrice terroristica islamica.

24 LUGLIO - Un richiedente asilo siriano di 21 anni uccide a colpi di machete a Reutlingen, nel sud della Germania, una donna incinta e ne ferisce due. Anche in questo caso si esclude la pista terroristica, privilegiando quella di un delitto passionale.

24 LUGLIO - Ad Ansbach, in Germania, un uomo di origine siriana muore dopo essersi fatto esplodere all'ingresso di un concerto, dove c'erano oltre 2500 persone. Restano ferite 15 persone di cui 4 in modo grave.

26 LUGLIO - A Rouen, in Francia, due giovani fanno irruzione durante la messa del mattino nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, al grido di "Allah Akbar". Prendono cinque ostaggi (tra cui due suore) e sgozzano il sacerdote Jacques Hamel, 84 anni. I due aggressori, entrambi cittadini francesi, vengono poi uccisi dalla polizia. Uno di loro, identificato come Adel Kermiche, per due volte aveva tentato di raggiungere la Siria. L'Isis ha rivendicato l'attacco affermando che è stato compiuto da due 'soldati' del gruppo.

6 AGOSTO - Due poliziotte vengono ferite a colpi di machete nel centro di Charleroi, in Belgio. Un individuo, al grido di "Allah Akbar", ferisce due agenti di polizia, una delle quali riporta ferite profonde all'altezza del viso, prima di essere ucciso da una collega. L'aggressore era di origine algerina.

19 DICEMBRE: L'attentato di Berlino è stato un attacco terroristico avvenuto a Berlino, Germania, il 19 dicembre 2016, in un mercatino di Natale, provocando 12 morti e 56 feriti. Un autoarticolato con targa polacca, proveniente dall'Italia, ha investito la folla al mercatino di Natale del quartiere berlinese a Breitscheidplatz, nelle vicinanze della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Charlottenburg. Nella notte del 22 dicembre 2016, il sospetto attentatore Anis Amri è stato ucciso in Italia a Sesto San Giovanni (Milano) durante un controllo di polizia all'esterno della stazione ferroviaria. Il cosiddetto Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell'attentato attraverso l'agenzia di stampa Amaq.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

Checco Zalone, La prima Repubblica è la colonna sonora di Quo Vado? Scrive Giulio Pasqui lunedì 21 dicembre 2015. Checco Zalone non solo ci ha aiutati a film sbanca-botteghino, ci ha abituati anche a colonne sonore, scritte e cantate dallo stesso, degne di nota. E Quo Vado?, il nuovo film prodotto da TaoDue e distribuito da Medusa, poteva farne a meno? Ovviamente no. Domenica 20 settembre, in occasione dell'ospitata a Che tempo che fa, il comico barese ha presentato La prima Repubblica. "E' una canzone che ho scritto per Adriano Celentano - ha detto, scherzando - è il mio mito di sempre. Ma c'è un problema: lui non lo sa. Ha un ritornello orecchiabile...". E in effetti alcuni passaggi del brano/colonna sonora ricordano tanto lo stile del Molleggiato e Fatti mandare dalla mamma. La Prima Repubblica viene definito come "un brano apocrifo che racconta con nostalgia quello che era il modo di vivere in Italia negli anni ‘80. Lo stile di vita di un paese che durante la Prima Repubblica viveva spensierato, godendo di un modo di fare diffuso in tutta la penisola. E’ un coro di persone felici che cantano allegramente la bellezza di quei momenti passati, non potendo scordare le consuete modalità che per un ventennio hanno caratterizzato l’Italia, diventando così il DNA del nostro Paese. Perché tutto cambia, ma in realtà nulla cambia veramente".

Checco Zalone, La prima Repubblica, Lyrics

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei quarantenni pensionati 

che danzavano sui prati 

dopo dieci anni volati all'aeronautica 

e gli uscieri paraplegici saltavano 

e i bidelli sordo-muti cantavano 

e per un raffreddore gli davano 

quattro mesi alle terme di Abano 

con un'unghia incarnita 

eri un invalido tutta la vita

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei cosmetici mutuabili 

le verande condonabili 

i castelli medioevali ad equo canone 

di un concorso per allievo maresciallo 

sei mila posti a Mazzara del Vallo 

ed i debiti (pubblici) s'ammucchiavano

come i conigli 

tanto poi 

eran cazzi dei nostri figli

Ma adesso vogliono tagliarci il Senato 

senza capire che ci ammazzano il mercato 

senza Senato non c'è più nessun reato 

senza reato non lavora l'avvocato 

il transessuale disperato 

mi perdi tutto il fatturato 

ed al suo posto c'è un Paese inginocchiato

Ma il Presidente è toscano 

ell'è un gran burlone 

ha detto “eh, scherzavo” 

piuttosto che il Senato 

mi taglio un coglione

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

era bella assai 

la prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu che ne sai 

Ma davvero Quo Vado di Checcho Zalone racconta l'Italia di oggi? Il 1° gennaio arriva l'attesissimo nuovo film di Checco Zalone, "Quo vado?", atteso dai fan ma anche dagli esercenti dal momento che il suo ultimo film ha incassato la cifra record di 51 milioni di euro. Il nuovo film racconta la storia di Checco, un ragazzo che ha realizzato tutti i sogni della sua vita: vivere con i suoi genitori evitando così una costosa indipendenza, rimanere eternamente fidanzato senza mai affrontare le responsabilità, un lavoro sicuro ed è riuscito a ottenere un posto fisso nell’ufficio provinciale caccia e pesca. Un giorno però tutto cambia: il governo vara la riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province, Checco viene trasferito al Polo Sud. Il regista e attore barese ha scelto però di non fare promozione tradizionale e al posto del trailer sta diffondendo sulla sua pagina Facebook dei piccoli spot ironici autopromozionali. Il film comico spiega il Paese meglio degli studiosi secondo alcuni osservatori. Abbiamo chiesto a uno di loro, Ilvo Diamanti, che ne pensa, scrive Ilvo Diamanti il 15 gennaio 2016 su "L'Espresso". Ho assistito con attenzione “professionale” alla proiezione di “Quo vado?”, il film di Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante. Naturalmente, io non sono un critico cinematografico. E neppure un esperto. Lo ero, di più, da giovane, quando seguivo e, a volte, conducevo i cineforum, nella provincia veneta. Ma, poi, il lavoro e i viaggi (per lavoro: insegno in sedi universitarie diverse, lontane da dove risiedo) hanno preso il sopravvento. E ho ripiegato sui dvd e sugli streaming. Che ti seguono nei viaggi e in ogni trasferta. Anche se i film vanno guardati nelle sale cinematografiche. Al buio, in silenzio. Così, da qualche anno, anzi, da molti anni, al cinema ci vado saltuariamente. Spinto da mia moglie. Perlopiù, a vedere film diretti o interpretati da amici. Io, peraltro, ho perfino partecipato all’ultimo film di Carlo Mazzacurati. Amico carissimo (e indimenticato). “La sedia della felicità”. Dove, per venti secondi, ho recitato la parte di… me stesso. L’esperto che analizza la società (del Nordest). Così, ho accettato di vedere e commentare il film di Zalone con l’occhio dell’analista sociale. E politico. Come di fronte a un ritratto dell’italiano medio, dei suoi miti, dei suoi desideri, dei suoi valori. D’altronde, com’è noto, è già avvenuto in passato. La commedia all’italiana: ha raccontato l’Italia della ricostruzione e del miracolo. Con realismo e ironia. Ma ciò è avvenuto anche in tempi recenti. Basti pensare a Paolo Villaggio e al suo personaggio più noto: Fantozzi rag. Ugo. Io stesso, nell’ambito del mio corso di Comunicazione Politica, all’Università di Urbino, ho organizzato un seminario intitolato: “Politica e spettacolo”. Anzi, “Politica è spettacolo”. Dove ho invitato, fra gli altri, Antonio Albanese. Inventore e attore di alcune straordinarie maschere del nostro tempo. Delineate, oltre che interpretate, con la cura del sociologo. O dell’antropologo. Penso a Ivo Perego, idealtipo del piccolo imprenditore della provincia lombardo-veneta. O, per altro e diverso “verso”, a Cetto La Qualunque. Maschera esemplare del politico-politicante del Sud (ma non solo), buffo e un po’ buffone. Al proposito, Albanese rivelò ai miei studenti, che «nessuna parola e nessuna frase è mia. Ho raccolto registrazioni in occasione di diverse elezioni locali. Nel Sud. La sceneggiatura è loro. Dei Cettilaqualunque presenti sul nostro territorio». E che dire di Neri Marcorè (anch’egli invitato ai miei corsi). Autore di “imitazioni” di successo, imitate dagli stessi imitati. Come Maurizio Gasparri. Ma lo stesso discorso, oggi, vale per Maurizio Crozza. Come dimenticare l’indimenticabile maschera di Bersani? Più efficace dell’originale, purtroppo per l’interessato. Mi accorgo, ora, che il tentativo di spiegare il motivo per cui un in-esperto di cinema, come me, venga invitato a commentare un film, per quanto “eccezionale”, per numero di spettatori e volume di incassi, mi ha portato lontano. Tanto lontano, che ora rischio di perdermi. D’altronde, Francesco Anfossi, su “Famiglia Cristiana”, ha scritto che «Zalone e il regista Nunziante spiegano l’Italia meglio di Ilvo Diamanti o Giuseppe De Rita». Naturalmente, De Rita non ne ha bisogno, ma io ci tengo a imparare dai maestri. Tanto più se realizzano analisi di successo, come “Quo Vado?”. Così ho guardato il film cercando di capire quanto l’Italia di Nunziante e Zalone coincida con le mie rappresentazioni. E interpretazioni. Premetto che mi sono divertito. Ho riso molto. E ho provato a riflettere. Su quanto sia realistica e attuale «l’Italia malinconica e meschina di Checco Zalone», come la definisce Goffredo Fofi su “Internazionale”. L’Italia fondata sul “posto fisso”. («Cosa vuoi fare da grande»? Chiede il maestro al giovane Checco. E lui, prontamente: «Il “posto fisso”»). L’Italia che, mira, anzitutto, al pubblico impiego, nei servizi dello Stato. Checco Zalone, impiegato alla Provincia (chiusa per legge), disposto a girare per il mondo, fino in Norvegia, fino ai ghiacci del Polo Nord, pur di non rinunciare al “posto fisso”. Come gli ripete e gli “raccomanda” il suo amico e protettore politico, interpretato da Lino Banfi. L’Italia fondata sulla mamma e sulla famiglia. Ebbene, la prima impressione è che questa raffigurazione è, forse, puntuale, ma caricaturale. Ancora: valida soprattutto per alcuni settori sociali e territoriali (gli adulti, il Mezzogiorno). E, comunque, datata. Perché l’Italia dei giovani, è “precaria”. Non si ferma in un “posto fisso”. I giovani, appena possono, se ne vanno dalla famiglia. Si trasferiscono altrove. In Europa, nel mondo. Non per imposizione. Nessuno li caccia. In un Paese di figli unici, figurarsi... Partono per scelta e necessità. Perché 7 italiani - e 8 giovani - su 10 ritengono che, per fare carriera, per trovare un impiego adeguato alle loro aspirazioni, i giovani debbano andarsene. All’estero. Tuttavia, a guardare i sondaggi realizzati da Demos, che utilizzo regolarmente per le mie ricerche, l’Italia di Nunziante e Zalone pare meno manierista e fantastica di quel che si potrebbe pensare. Proviamo a scorrere alcuni dati. Fra le caratteristiche che orientano la scelta del lavoro, secondo gli italiani (aprile 2015), la più importante è (appunto…) «che sia sicuro, senza rischio di perderlo e rimanere disoccupati». La prima, per il 39% degli intervistati. La seconda, per un altro 22%. Se sommiamo i due principali requisiti del lavoro, dunque, oltre il 60% degli italiani attribuisce effettivamente al “posto fisso” un ruolo importante. Anche se tra i giovanissimi (15-24 anni) conta di più la “soddisfazione”. Potendo scegliere un’occupazione per sé o i propri figli, inoltre, il 29% preferirebbe «un lavoro alle dipendenze di un ente pubblico». (La quota sale a circa il 32% nel Sud.) Anche in questo caso, si tratta della scelta più apprezzata. Seguita dal «posto in una grande impresa» (22%). E dal lavoro in proprio o da libero professionista (18%, in entrambi i casi). Di nuovo, però, la gerarchia delle preferenze cambia fra i giovanissimi. Attirati soprattutto dalla libera professione. Infine la famiglia. Secondo il 36% degli italiani, è ancora il soggetto che tutela maggiormente i lavoratori. Più dello stesso sindacato, indicato dal 16% del campione. D’altronde, «cosa distingue maggiormente gli italiani dagli altri popoli»? Naturalmente la famiglia (28%). Poi, «l’arte di arrangiarsi» (17%). Anche perché, agli italiani, è possibile “arrangiarsi”, soprattutto grazie alla famiglia. È interessante osservare che il ruolo della famiglia è riconosciuto anche dai giovani. E dai giovanissimi. In misura maggiore della media. Il profilo che emerge da questi dati, dunque, rende il “ritratto dell’italiano medio” secondo Zalone meno caricaturale del previsto. L’Italia appare ancora ispirata dal mito del lavoro fisso, nei settori pubblici, statali. Attaccata alla famiglia. Soprattutto se facciamo riferimento alle generazioni adulte e, ovviamente, anziane. A maggior ragione (ma non solo) del Sud. Questo modello, però, si adatta molto meno ai più giovani. Abituati alla flessibilità, alla precarietà. Al nomadismo. Per motivi di studio e lavoro. Ma, ormai, anche per passione. Eppure anch’essi possono sperimentare la condizione di “professionisti dell’incertezza” perché alle spalle hanno una famiglia. Un genitore o (meglio) due con lo stipendio fisso. Impiegati, magari, nel settore pubblico. Un nonno o una nonna con la pensione. Con una casa di proprietà. L’Italia di Zalone riflette, dunque, i valori e i riferimenti economici e sociali che hanno accompagnato la nostra società, nel dopoguerra. Oggi erosi dall’incertezza e dalla crisi. Ma ben piantati nella nostra storia. E ancora resistenti. Appigli necessari per vivere e sopravvivere. A chi resta - i più anziani. E a chi se ne va - i più giovani. I quali sanno, comunque, di poter tornare. A casa. Dove c’è sempre qualcuno ad attendere.

L'Ora Legale. Scrive il 27.12.2016 Pierpaolo Festa. Ficarra e Picone ritornano nei cinema con L'ora legale, la commedia che hanno diretto e interpretato attesa in sala per gennaio. Possiamo adesso vedere il primo trailer del film appena lanciato in rete: Si tratta della sesta collaborazione cinematografica del duo di attori siciliani dopo Nati stanchi, Il 7 e l'8, La matassa, Anche se è amore non si vede e Andiamo a quel paese. L'ora legale è anche interpretato da Leo Gullotta, Vincenzo Amato, Tony Sperandeo, Sergio Friscia, Antonio Catania, Eleonora De Luca, Ersilia Lombardo, Alessia D’Anna, Francesco Benigno e Alessandro Roja. Questa la trama del nuovo film: In un paese della Sicilia, Pietrammare, puntuale come l'ora legale, arriva il momento delle elezioni per la scelta del nuovo sindaco. Da anni imperversa sul paese Gaetano Patanè, lo storico sindaco del piccolo centro siciliano. Un sindaco maneggione e pronto ad usare tutte le armi della politica per creare consenso attorno a sé. A lui si oppone Pierpaolo Natoli, un professore cinquantenne, sceso nell'agone politico per la prima volta, sostenuto da una lista civica e da uno sparuto gruppo di attivisti per offrire alla figlia diciottenne, Betti, un'alternativa in occasione del suo primo voto. I nostri due eroi Salvo e Valentino sono schierati su fronti opposti: il furbo Salvo, manco a dirlo, offre i suoi servigi a Patanè, dato vincente in tutti i sondaggi; mentre il candido Valentino scende in campo a fianco dell'outsider Natoli a cui è legato, come peraltro Salvo, da un vincolo di parentela in quanto cognato. Al di là della rivalità, però, entrambi mirano ad ottenere un “favore” che potrebbe cambiare la loro vita: un gazebo che permetterebbe di ampliare la clientela, e quindi gli incassi, del piccolo chiosco di bibite posto nella piazza principale del paese. Il Popolo vive, o meglio si lascia vivere, in un perenne stato di precarietà e di illegalità. Le macchine in doppia fila, l'immondizia sparsa per strada, ambulanti e parcheggiatori abusivi, le buche, e, su tutto, l'assenza di controlli che rendono le giornate dei cittadini una costante via Crucis da affrontare con l'unica arma a loro disposizione: la lamentela. A poche ore dal voto, però, arriverà il fato, il caso, o forse il destino a dare al popolo la forza di reagire, consentendo ai cittadini uno scatto d'orgoglio che li porterà a ribaltare alle urne tutti i sondaggi pre elettorali. Pierpaolo Natoli verrà eletto a furor di popolo e con lui verrà eletta la legalità.

Sapranno però i nostri concittadini fare i conti con la tanto attesa legalità? "L'Ora legale", l'ultimo film di Ficarra e Picone, scrive Teresa Marchesi su "L'Huffington Post" il 28/10/2016. Pietrammare è un paese come tanti del Sud. Aduso a sindaci disonesti e intrallazzoni come Patanè (Toni Sperandeo) che si ricandidano al grido di “Vota Patané senza chiederti perché”. Ma se un bel giorno alle amministrative trionfasse la lista civica di un professorino che dichiara guerra a ogni forma di illegalità, senza distinzione? Chi ha votato per l’onestà è pronto a praticarla in proprio? L'Huffington Post è andato sul set di “L’ora legale”, che Salvo Ficarra e Valentino Picone stanno girando a Termini Imerese, guarda caso Comune commissariato. Il film esce a Gennaio e c’è da scommettere che non farà soltanto ridere. Vi mostriamo in esclusiva su HuffPost le primissime immagini di questo minikolossal (scusate l’ossimoro) che ha mobilitato più di 500 comparse e 105 “ruoli parlanti”, rigorosamente locali. Solo i molto distratti non hanno notato che anche l’ultimo film della coppia palermitana, “Andiamo a quel Paese”, era un’idea coi fiocchi, esente dal qualunquismo che affligge tante commedie ‘sociali’ italiane. L’idea stavolta è di piazzare sul banco degli imputati non i votati ma i votanti. “Perché tutti tuoniamo contro soprusi, intrallazzi e storture – sostengono - ma quando mai facciamo i conti con la nostra piccola dose quotidiana di illegalità e di soprusi, da cui puntualmente ci autoassolviamo?” Come dice Ficarra, “abbiamo deciso di indagare su noi stessi, che siamo parte e dalla parte del popolo, ma senza paraocchi”. Che siano popolo è chiaro dal viavai di civili che da due mesi costantemente si infila tra un ciak e l’altro, chiamandoli sempre Salvo e Valentino, mai per cognome. Sui social cazzeggiano proclamando che il loro segreto “è la disistima reciproca”, ma sul set, dopo quattro film da registi, sembrano un mostro a due teste, perfezionisti che neanche Kubrick, due entusiasti col montaggio già in mente. Per “L’ora legale” hanno rivoluzionato Termini Imerese, scelta simbolicamente come una delle potenziali meraviglie turistiche devastate da fallimentari insediamenti industriali. Qui la Fiat ha lasciato a spasso un buon 8 mila addetti. Hanno inventato fontane, aiuole, piste ciclabili, spazi inediti di civiltà che i pensionati locali hanno adottato davvero. Quando scompariranno si rischia l’insurrezione. Non c’è modo di cavargli di bocca la sorpresa finale del film, ma il messaggio, anticipa Picone, è che “non solo la legalità ma la ragionevolezza è una dura lezione”, perché noi cittadini “razzoliamo male anche davanti all’evidenza che ci converrebbe razzolare bene”. Nella storia Ficarra e Picone sono entrambi cognati del nuovo sindaco “onesto” (Vincenzo Amato), schierati però su fronti opposti, perché Salvo gestisce la danarosa e prepotente campagna per il sindaco uscente. Costretti alla convivenza dal loro comune chiosco in piazza, proprio come Stanlio e Ollio costruiscono la loro dialettica comica fisicamente e caratterialmente. Ma ci sono anche i siculissimi Leo Gullotta e Antonio Catania. E a co-firmare la sceneggiatura non ci sono esattamente dei Pinco Pallino di passaggio: l’Edoardo De Angelis appena consacrato da “Indivisibili”, il Nicola Guaglianone in piena ascesa dopo “Lo chiamavano Jeeg Robot”, l’inseparabile Fabrizio Testini di “Zelig”. Non tirano via, nemmeno sulla scrittura. Fortuna che “L’ora legale” esce ben dopo l’esito del Referendum. Si potrà ridere in pace senza fare illazioni di parte e senza litigare all’uscita. Perché di come votano loro il 4 dicembre certo non ne fanno mistero. Se sono bravi, dal film non si capirà.

L'ora legale, Ficarra e Picone con un film civile: "Noi vogliamo far ridere", scrive Chiara Ugolini il 13 gennaio 2017 su "La Repubblica". Il duo di comici siciliani firma una commedia che racconta la rivoluzione di un piccolo paesino del Sud dove un professore si candida per offrire un cambiamento dopo anni di corruzione. I suoi compaesani lo eleggono ma le cose non andranno come loro si aspettavano. "Con questa crisi che c'é, l'Italia l'onestá non se la può permettere". É una delle battute più amare della nuova commedia di Salvo Ficarra e Valentino Picone L'ora legale, dal 19 gennaio in sala in 650 copie. Un film che racconta la "rivoluzione" che avviene in un piccolo paese siciliano dove, dopo che per anni un politico locale corrotto Gaetano Patané (Tony Sperandeo) ha amministrato con un sistema di clientelismo, un professore di liceo (Vincenzo Amato) decide di candidarsi nel segno del cambiamento. Sembra una missione impossibile vincere eppure, complice un'inchiesta che colpisce Patané, il professor Natoli viene eletto e - nello stupore generale - comincia a mettere in pratica tutte le cose che aveva promesso in campagna elettorale: lotta all'abusivismo, alla corruzione, all'assenteismo. Tutti finiscono in qualche modo nel mirino: chi prende una multa, chi vede la cartella esattoriale crescere, chi - come il parroco del paese- si vede per la prima volta nella sua vita recapitare una lettera per il pagamento dell'Imu per il bed and breakfast che gestisce. Nel giro di poco una fronda anti Natoli si forma nel paese persino i suoi cognati, Ficarra e Picone (che firmano il film come registi), finiscono per passare dall'altra parte della barricata e diventeranno complici di quel gruppo di compaesani pronti a tutto pur di costringere Natoli alle dimissioni. "Siamo partiti dalla volontà di fare una fotografia di quello che vediamo - dice Salvo Ficarra - e di mettere in difficoltà i nostri personaggi perché, come accade sempre in commedia, i comici danno il meglio di sé quando sono in difficoltà. La grande difficoltà di questo film è il rispetto della legalità e delle regole. Io e Valentino interpretiamo due del popolo, due di una coralità di un centinaio di personaggi che vengono mostrati nel film perché il film racconta proprio la difficoltà dell'onestà". E onesto è sicuramente il candidato interpretato da Vincenzo Amato, il cui "percorso verso la legalità" è un percorso agli ostacoli. "È un percorso difficile perché il candidato diventato sindaco ha promesso la legalità e la applica - dice Valentino Picone - i cittadini rimangono increduli perché dicono non si è mai visto qualcuno che realmente fa quello che ha promesso in campagna elettorale e qui ogni personaggio reagirà in modo diverso a questa ventata di legalità". Seppur il gioco a trovare riferimenti al Movimento 5 stelle, all'ex sindaco di Roma Ignazio Marino e ad altre vicende di cronaca e politica nazionale è un gioco a cui non ci si può sottrarre, il duo di comici siciliani si sfila dal "chi è chi". Sebbene ammettano che la storia della fabbrica che inquina ricorda quella dell'Ilva "ma anche il petrolchimico di Gela" (ricorda Picone), che il personaggio di Salvo con la felpa con la scritta "cognato" è un riferimento a Salvini "che dopo aver invocato la secessione della Padania è arrivato in Sicilia con la scritta Sciacca" (dice Ficarra), gli attori-registi assicurano che hanno fatto di tutto per essere il meno possibile legati alla cronaca stretta. "Il fatto è che la realtà ci ha superato a destra, facendo le corna e col telefono in mano - scherza Ficarra - noi abbiamo lavorato due anni a questo film per cui nel momento in cui sono accaduti dei fatti che ricordavano le vicende del nostro film sembravano viaggiare in parallelo con la sceneggiatura. Per cui anzi ci siamo trovati a fare cambiamenti, mettere dei paletti perché a noi interessava il disegno finale non singoli eventi". La struttura della storia che avevano in mente era molto semplice, "tutti invochiamo la legalità - dice Picone - ma poi quando arriva questa legalità ci sta stretta perché dentro ognuno di noi c'è una parte di illegalità a cui ci siamo abituati e che abbiamo pure dimenticato di avere. Lo schema era talmente semplice che qualunque cosa accadesse nella realtà non andava a toccare il progetto iniziale". Una commedia distribuita da Medusa in 650 cinema e una trasmissione, Striscia la notizia con cui ripartono a febbraio, che raccoglie 8 milioni di spettatori. Gli ex comici di Zelig Ficarra e Picone sentono la responsabilità di parlare a così tanta gente? "Noi ci mettiamo noi stessi: semplicità e divertimento - dice Salvo Ficarra - chi ci vuole ascoltare ci ascolta". "Intanto non bisogna ricordare che sei di fronte a 8 milioni di spettatori perché altrimenti ti tremano le gambe - prosegue Valentino Picone - meglio non pensarci, essere naturali". "A dire la verità - conclude Ficarra - quando siamo a Striscia abbiamo la sensazione di essere noi quattro, noi due e un paio di cameraman". Del lavoro di Ficarra e Picone i critici parlano come "cinema civile" sebbene i due rivendicano principalmente la loro ricerca della risata, dell'umorismo. "Noi la risata la cerchiamo ad ogni costo - assicura Picone - il fatto è poi che dietro ad una qualunque risata, fosse pure uno che scivola su una buccia di banana, ci saranno i parenti di quello che sono dispiaciuti perché magari si è rotto una gamba, ma ci saranno tutti gli altri che guardano e che ridono. Il nostro obiettivo è sempre quello di far ridere poi se dietro c'è qualcosa che provoca sofferenza è quasi involontario".

ONESTA' E DISONESTA'.

Lecce, arrestato l'avvocato dello Sportello dei cittadini: è accusato di truffa e riciclaggio. Il provvedimento riguarda Francesco D'Agata insieme con Graziano Garrisi. Ai due legali, il primo condotto in carcere e il secondo ai domiciliari, sono anche stati sequestrati i conti correnti bancari, scrive Chiara Spagnolo il 12 ottobre 2016 su "La Repubblica". Due noti avvocati di Lecce sono stati arrestati con le accuse di autoriciclaggio, truffa aggravata, falso in atto pubblico e patrocinio infedele. Si tratta di Francesco D’Agata e Graziano Garrisi (di 38 e 37 anni). D’Agata, in particolare, è stato in passato referente provinciale di Italia dei valori e attualmente risulta particolarmente impegnato nella tutela dei cittadini tramite lo Sportello dei diritti, che non risulta coinvolto nell'inchiesta in quanto i reati ipotizzati dalla Procura sarebbero stati commessi nell’ambito dell’attività professionale svolta a titolo personale. L’indagine è stata condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia giudiziaria, coordinati dal colonnello Francesco Mazzotta, a partire dalla denuncia di una donna che aveva versato a D'Agata 4mila euro per pagare un ricorso in Cassazione in realtà mai depositato e per il quale la condanna era diventata definitiva. La signora ha fornito ai finanzieri gli estremi di un conto corrente che è risultato intestato a una donna senegalese, vittima principale della mega-truffa che sarebbe stata realizzata dai due avvocati. La donna era rimasta sfigurata in un incidente stradale e, tramite D'Agata, aveva ottenuto un maxirisarcimento da 600mila euro dal Fondo vittime della strada. Di tutti quei soldi, però, aveva visto appena 60.000 euro: gli altri erano transitati su un conto di cui D'Agata e Garrisi avevano la disponibilità, ovvero detenevano bancomat e carta di credito. Con quei mezzi prelevavano soldi a iosa, utilizzandoli per comprare viaggi, mobili e perfino l’abbonamento in uno stabilimento balneare del Salento, ma anche per pagare somme dovute nell'ambito dell'attività professionale. Da qui l'accusa di autoriciclaggio, aggravata dall'attività svolta, che - ha spiegato il procuratore Cataldo Motta, "prevede una pena fino a 15 anni di reclusione". Per rendere l'imbroglio ancora più convincente, i due indagati avrebbero confezionato anche una sentenza falsa, con cui il tribunale di Trieste (competente a liquidare il risarcimento per l'incidente alla donna senegalese, in quanto in Friuli ha sede il Fondo vittime della strada) disponeva il versamento di soli 300mila euro a fronte dei 600mila effettivamente liquidati. Anche la seconda vittima, dopo essere stata ascoltata dalla finanza come intestataria del conto corrente incriminato, ha sporto denuncia. Una serie di accertamenti bancari ha consentito ai finanzieri di verificare che i due avvocati effettuavano spese con i soldi prelevati proprio da quel conto corrente, di cui la gip Cinzia Vergine (che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare, in carcere per D’Agata e ai domiciliari per Garrisi) ha disposto il sequestro. Alle perquisizioni negli studi professionali dei due legali hanno partecipato il magistrato che ha coordinato l'inchiesta, Massimiliano Carducci, e un consigliere dell'Ordine degli avvocati, così come previsto dalla legge.

Lecce, “shopping coi soldi di una vittima della strada”. Arrestato l’avvocato dello Sportello diritti. Francesco D'Agata, già coordinatore dell'Italia di valori in Salento e paladino dei consumatori in diverse trasmissioni tv nazionali, è accusato di aver truffato una donna senegalese, trattenendo 283mila euro su un risarcimento di oltre 600mila riconosciuto dal Fondo vittime della strada, scrive Tiziana Colluto il 12 ottobre 2016 su “Il Fatto Quotidiano". Si è fidata. Perché lui da sempre è stato al fianco dei più deboli, dei consumatori, dei migranti. Lei, ambulante senegalese, il sospetto di poter essere truffata lo ha anche avuto, una volta, ma è stata rassicurata con tanto di sentenza, poi risultata falsificata. Nella bufera finisce Francesco D’Agata, avvocato leccese di 39 anni, noto in tutta Italia per essere attivo nello “Sportello dei diritti” fondato dal padre Gianni, oltre che per essere stato ospite non di rado di trasmissioni televisive sulle reti nazionali e già coordinatore provinciale dell’Italia dei Valori nel Salento.  Per lui, il gip Cinzia Vergine ha disposto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Ai domiciliari l’ex collega di studio, l’avvocato Graziano Garrisi, 38 anni. Non è detto che il cerchio sia già chiuso, perché le indagini vanno avanti e molto potrebbe emergere dai documenti sequestrati nelle scorse ore durante le perquisizioni. “D’Agata ha potuto usare il suo background di assistenza nei confronti dei più deboli, approfittando della condizione di minorata difesa della vittima” è l’atto di accusa lanciato in mattinata dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta. Un porto sicuro lo studio legale di Francesco D’Agata, nella stessa sede dello Sportello dei diritti, in città. La 34enne senegalese, residente nel Salento, non ci ha pensato due volte, anche perché a presentarglielo è stato un connazionale, cognato dell’avvocato. L’uomo giusto, insomma, a cui affidare il suo caso, decisamente serio: nell’aprile 2010, a San Cesario di Lecce, è stata travolta da un’auto, riportando lesioni gravissime. Il responsabile di quel terribile incidente non è mai stato scoperto. Ha intentato, dunque, la causa per il risarcimento danni: il 22 giugno 2015, il Tribunale Civile di Trieste ha imposto al Fondo vittime della Strada di versare a suo favore la somma di 636mila euro, comprensivi di spese. Allianz, la compagnia designata, lo ha fatto in due tranche, con bonifici su un conto corrente intestato alla donna, con domiciliazione presso lo studio legale e sul quale Francesco D’Agata, secondo gli inquirenti, ha operato “a insaputa della signora e senza informarla delle numerose operazioni e movimentazione di denaro”. Alla vera vittima è arrivata solo una parte di quei soldi: 353mila euro. Anche a lei dev’essere sembrato poco, a fronte dei danni patiti. “A richiesta della medesima e per comprovare la bontà del suo operato, D’Agata ha esibito copia conforme all’originale della sentenza falsificata, in quanto alterata negli importi”, è ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento che sarebbe stato ritoccato, la cifra riportata è di 335.565 euro, oltre 22.800 di compensi e 3mila di spese. Stando alle indagini, condotte dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza, D’Agata ha taciuto “la effettiva liquidazione della somma di 636mila euro in favore dell’assistita trattenendo per sé la restante parte di 283mila euro”. Di questi, 160mila euro erano già stati incassati e 122mila euro “bloccati in extremis”, dopo che la vera titolare del conto corrente lo ha congelato in seguito ad un primo colloquio con la polizia giudiziaria. Al caso, infatti, si è giunti indagando su altro. A carico di D’Agata, come di altri due avvocati leccesi ora indagati, è arrivato un anno fa un esposto. Una donna torinese, la cui storia ha fatto il giro d’Italia per gli episodi di mobbing denunciati, lamentava l’infedele patrocinio: nonostante le rassicurazioni e 4mila euro già versati, il suo ricorso in Cassazione non è mai stato depositato. È stata lei a fornire il numero di conto corrente, che ha fatto da filo d’Arianna. “Abbiamo capito che c’era sotto qualcosa quando abbiamo visto che quel conto era intestato alla signora senegalese, che ha dichiarato di non saperne nulla”, ha spiegato il pm Massimiliano Carducci. I movimenti bancari ricostruiti dagli investigatori hanno consentito di tracciare il corso dei soldi: acquisti di mobili, viaggi, la cabina al mare. Ma a pesare non è questo shopping, bensì quello residuale, 43mila euro impiegati in spese professionali. È per questo che si contesta il reato più grave, quello di autoriciclaggio, che si affianca a quello di truffa aggravata continuata, falso in atto pubblico e infedele patrocinio aggravato dall’aver approfittato delle condizioni personali, di disagio culturale e sociale della vittima. “Francesco D’Agata è sereno”, ribadisce il suo legale Luigi Rella. Risponde di concorso negli stessi reati Graziano Garrisi, assistito dall’avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti. Al primo sono stati sequestrati conti correnti e beni per il valore complessivo di 203mila euro; al secondo, invece, 15.500 euro, soldi che avrebbe speso utilizzando indebitamente la carta prepagata rilasciata alla donna senegalese, presentandosi al bancomat opportunamente incappucciato.

Nuovo Statuto M5s. Manca il quorum ma Grillo esulta, scrive Rocco Vazzana il 28 ottobre 2016 su “Il Dubbio”. Il comico: «Codici e codicilli non possono fermarci. Faremo in modo che il voto venga rispettato in ossequio alle leggi attuali: i nostri avvocati sono già al lavoro». Non sono serviti a nulla gli inviti a votare arrivati via sms, email e Blog. Il quorum per cambiare il Non Statuto il Regolamento del Movimento 5 stelle non è stato raggiunto. Sulla piattaforma Rousseau si sono espressi 87.213 attivisti al M5s su un totale di 135.023 iscritti, il 64,4 per cento degli aventi diritto. Per la prima volta, dunque, viene ufficializzato il numero dei "tesserati" ma la percentuale dei votanti è abbondantemente al di sotto della soglia del 75 per cento, l'unica in grado di mettere al riparo il risultato da eventuali ricorsi in Tribunale. Il quorum richiesto dal M5s era in realtà di un terzo degli iscritti, ma secondo Lorenzo Borré, l'avvocato che ha già portato il partito di Grillo davanti a un giudice, il Movimento deve essere considerato al pari di un'associazione non riconosciuta. E per modificare le regole interne di organizzazioni di questo tipo, il codice civile prevede che ad esprimersi debba essere almeno il 75 per cento degli associati. A sostegno di questa interpretazione Borré cita l'ordinanza del Tribunale di Napoli che ha annullato nell'estate scorsa l'espulsione di alcuni attivisti partenopei. Beppe Grillo è perfettamente consapevole del rischio e nell'annunciare l'esito della consultazione online commenta: «Processi, burocrazie, codici e codicilli non possono fermarci perché siamo uniti e compatti verso lo stesso obiettivo», scrive il leader genovese. «Il MoVimento 5 Stelle trova difficoltà a essere riconosciuto dalle leggi attuali perché la sua struttura e organizzazione è molto più innovativa e avanzata di quelle regolamentate dai codici. Proprio per questo il nostro caso è destinato a fare giurisprudenza». Per Grillo - che ha già attivato gli avvocati per far rispettare l'esito del voto - quello che conta è solo la straordinaria mobilitazione del popolo pentastellato. «Avete permesso al M5S di raggiungere quello che probabilmente è il record mondiale di partecipanti a una votazione online per una forza politica o un'associazione», prosegue. E poi, «il MoVimento 5 Stelle è sempre stato contrario alla logica del quorum. Per noi chi partecipa e si attiva conta e ha il diritto di prendere le decisioni». Discussione chiusa, dunque. Non proprio, a giudicare dalla reazione del legale dei dissidenti Lorenzo Borré: «Non basta dichiarare che processi, codici e codicilli non possono fermare il Movimento per impedire un riscontro giudiziario della validità della votazione, nessuno è al di sopra della legge», dice. «Oltre al quorum, è mancato l'elemento centrale della democrazia assembleare e cioè la discussione». Il big del Movimento giocano in difesa esaltando l'esito del voto: oltre il 90 per cento si è espresso a favore dell'aggiornamento del Non Statuto e del Regolamento e più del 70 per cento per il Regolamento nella versione con le espulsioni. E per Roberta Lombardi «non c'è nulla da temere, nessuno può fermare la nostra rivoluzione pacifica che porterà a un cambiamento epocale. Siamo pronti a difendere i nostri ideali, anche nelle Aule dei Tribunali».

Quasi certo il flop del voto on-line sullo statuto del M5s, scrive Zelinda Latini il 29 Ottobre 2016. Venerdì mattina il Movimento 5 Stelle ha annunciato i risultati delle votazioni per modificare il suo regolamento interno e il cosiddetto "Non Statuto", con l'introduzione tra le altre cose di nuove regole per le espulsioni dei membri del M5S. A stabilire che dovesse essere raggiunto il quorum del 75% - che ora Beppe Grillo e Roberto Fico definiscono "codicilli" e "cavilli" ma che il 20 luglio scorso indicavano come obiettivo da raggiungere - sono state le sentenze dei tribunali di Roma e Napoli. "Oltre il 90% di chi ha votato si è espresso a favore dell'aggiornamento del Non Statuto e del Regolamento e più del 70% per il Regolamento nella sua versione con le espulsioni", continua il blog. Per questo, il M5S specifica che gli avvocati sono al lavoro perché la "chiara volontà venga rispettata in ossequio alle leggi attuali", ma mette le mani avanti nel caso di un mancato accordo. Grillo ringrazia le "decine di migliaia di iscritti che hanno votato e i milioni di persone che ci sostengono". Nel comunicato diffuso oggi si legge: "Il M5S è sempre stato contrario alla logica del quorum". Processi, burocrazie, codici e codicilli non possono fermarci perché siamo uniti e compatti verso lo stesso obbiettivo. Del resto, il fatto che perfino qualche eletto sia stato refrattario fino all'ultimo agli appelli rilanciati da Beppe Grillo, da Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Davide Casaleggio, è una spia della difficoltà incontrata dal movimento nell'approvazione delle nuove norme. Secondo Borré Grillo disegna "una democrazia Avatar": "La questione del quorum è meramente residuale: le criticità o meglio i vizi della votazione, e nello specifico dei quesiti rivolti ai votanti, emergono dal riepilogo fatti dalla società di verifica". Dal 26 settembre al 26 ottobre sono state aperte le votazioni per cambiare molte voci del "non statuto", in particolare sul ruolo del "capo politico", sulla fine del direttorio come l'avevamo conosciuto in questi due anni, la creazione del collegio dei probi viri, e sulle sanzioni, espulsioni in primo luogo. E perché si sono tenute queste votazioni? "Finora le decisioni contro di noi sono state solo cautelari, i giudici non sono entrati molto nel merito". Avete permesso al MoVimento 5 Stelle di raggiungere quello che probabilmente è il record mondiale di partecipanti a una votazione online per una forza politica o un'associazione.

M5S, voto sullo statuto: fallimento web.  Il quorum è un miraggio stellare. Grillo tira dritto sulle espulsioni. Allarme dei big: "Perdiamo la base", scrive Elena G. Polidori il 29 ottobre 2016 su “Quotidiano.net. Avevano paura che succedesse e, alla fine, è successo. Il voto online tra gli iscritti del nuovo «Non statuto» del Movimento 5 Stelle, reso necessario dopo alcuni ricorsi degli espulsi, è stato un flop. Non solo non ha votato l’auspicato 75% degli aventi diritto, ma la certificazione della validità del suffragio, affidato a una società terza ed estranea al Movimento, ha svelato che lo zoccolo duro elettorale del primo partito italiano è composto di sole 87.213 persone, ovvero il 64,4% degli iscritti che sono 135.023. Pochissimi per un partito che aspira al governo del Paese. Il flop, non a caso, si è trasformato subito in uno psicodramma dentro il Movimento, soprattutto perché a cercare una certificazione più pesante del ‘libro delle regole’ con riferimento anche alle nuove condizioni per le espulsioni, erano scesi in campo tutti i big stellati, non solo i parlamentari e Grillo, ma anche Davide Casaleggio, solitamente dietro le quinte. Dunque, una sconfitta che brucia e che comincia ad avere il sapore dello sgretolamento se, come raccontano fonti parlamentari dentro i 5 Stelle, ieri si sono succedute telefonate concitate nell’asse Roma-Genova-Milano per analizzare il fenomeno. La lettura degli eventi, alla fine, sembra questa: «In piazza martedì contro il Pd c’erano non più di 150 persone, e adesso anche le votazioni sul blog sono andate male, perché abbiamo litigato troppo tra di noi e i nostri attivisti si sono allontanati». Grillo e gli altri ufficialmente parlano di un trionfo, cioè della più grande votazione online mai certificata, con tanto di record mondiale di partecipanti, ma la verità è un’altra. La piazza di martedì è stato un campanello d’allarme: «Stiamo perdendo attivisti, quindi la base», teme un deputato deluso. La paura è infatti di raccogliere solo il voto di protesta, che un giorno c’è e dopo no. «In pratica abbiamo una base debole – certifica un deputato –, ma molte persone che credono in noi. Almeno per ora». In vista delle politiche, però, sarà necessario cambiare registro. Qualcuno ipotizza di avviare una campagna di iscrizioni, come farebbe qualunque partito politico tradizionale, anche per evitare che, nel prossimo futuro, avvenga quel che Grillo teme, ovvero che «processi, burocrazie, codici e codicilli» possano fermare ‘l’ascesa rivoluzionaria’ del Movimento. «La base non può essere ondivaga, umorale, rispondere solo se c’è un richiamo di pancia e non di testa – ragiona un senatore stellato di rango – dobbiamo garantire l’appartenenza alla comunità e il rispetto delle regole, ma non possiamo farlo se restiamo legati solo a un popolo protestatario». Roberta Lombardi, deputata ortodossa, la vede in modo diverso: «Il M5S è un sogno politico unico al mondo, nessuno prima di noi ha permesso ai cittadini di scrivere leggi e portarle in Parlamento; se ci porteranno nuovamente in Tribunale», come accaduto prima a Roma e poi a Napoli, «ci difenderemo». Intanto, mentre il legale degli espulsi, Lorenzo Borrè, conferma di avere sul tavolo l’idea di un’azione collettiva, una sorta di class action degli espulsi, per la quale «si stanno già raccogliendo fondi» per impugnare e invalidare il nuovo ‘Non statuto’, il Pd non perde occasione di rimarcare il flop con Alessia Morani che su Twitter ironizza, «No quorum no party» e con Andrea Marcucci che aggiunge: «La democrazia interna è una cosa seria anche per gli attivisti del blog di Grillo». In ultimo, tira aria bassa anche in Campidoglio per Virginia Raggi. Ieri è emerso che il fedelissimo Raffaele Marra, capo di gabinetto, quando era al fianco di Gianni Alemanno, ha firmato contratti milionari a favore di Fabrizio Amore, un costruttore imputato anche per associazione a delinquere e turbativa d’asta nell’inchiesta di Mafia Capitale. Ci mancava solo questa.

Filippo Facci il 25 novembre 2016 su “Libero Quotidiano”, lo scandalo dei grillini è infinito. Ora il vaffa se lo beccano loro. Beppe Grillo è già a casa, non si può neanche mandarcelo. Vive lì, nel suo mondo a parte, non si è mai candidato anche perché è pregiudicato per omicidio colposo (vecchia storia del 1981) e i condannati e gli indagati lui nel Movimento non ce li vuole. Ecco perché questo giro di indagati a Palermo e a Bologna per presunte firme irregolari ha l'aria di una macchinazione (complotto non si può dire: poi crede che lo prendiamo in giro) ed ecco perché nell' house organ del suo mondo a parte - il sito di Grillo, non il Fatto Quotidiano - non se ne parla, a parte sì, ecco, ci sarebbe una notiziola da Palermo: l'ha scritta Roberta Lombardi e spiega che il Movimento non ha pagato 4mila euro a un fornitore di arancini. Fermi, no, c' è anche un post scriptum in fondo a un articolo sulla legge di bilancio; si chiede «a tutti gli indagati nell' inchiesta di Palermo di sospendersi», e meno male. Anche se, sicuramente, sono tutte sciocchezze, storie vecchie, macchinazioni di regime come questa storia di Bologna: secondo la procura ci sono quattro pentastellati che hanno autenticato firme potenzialmente false affinché il Movimento partecipasse alle elezioni regionali del 2014. Tra l'altro sarebbe una macchinazione fatta in casa, visto che a far partire l'inchiesta è stata la denuncia di due attivisti. Proprio come a Palermo, dove fioccano gli inviti a comparire dopo la denuncia di un altro attivista: i grillini fanno da soli anche in questo, è una gara di purezza con continue sorprese. Falsificare firme è un reato a tutto tondo (articolo 90 del Testo Unico 570) ma c' è da sperare che il popolo grillino sappia distinguere, insomma comprenda che si tratta di quisquilie penali: anche se né loro, né soprattutto i loro parlamentari, hanno mai fatto distinzioni quando le quisquilie capitavano agli altri. Sì, in effetti c' è il rischio che il popolo grillino fatichi a distinguere anche tra le autodifese della casta indagata e quelle dei pentastellati pure indagati: sembrano parole identiche, stesso linguaggio, forse la mancanza di un suggeritore come Casaleggio (padre) si fa sentire. Parlano di «serenità» e si dicono «assolutamente estranei ai fatti», poi però sporgono querele contro chi li ha denunciati o contro il programma Le Iene. C' è il rischio che il popolo grillino vada in stato confusionale. La regola universale era «dimissioni subito» (per chiunque, per qualsiasi cosa) ma con la giunta Raggi si è passati a un «leggeremo le carte» da Prima Repubblica: lo disse Luigi Di Maio, quello che l'altro giorno reclamava la galera per il presidente della Campania. Di Maio poi è lo stesso, a proposito di trasparenza, che ha ufficializzato la sparizione della diretta streaming degli incontri del Movimento; «Per non anticipare le nostre strategie agli avversari», ha detto. E così è svanita anche la possibilità teorica - sempre molto teorica - che un iscritto potesse intervenire. E la Raggi? Nella tempesta di giunta prese a fare dei monologhi in stile cassetta berlusconiana. Eh no, non è mica facile capire i grillini e star dietro loro proprio in tutto. Prendete Filippo Nogarin, sindaco di Livorno indagato per concorso in bancarotta e abuso d' ufficio e falso in bilancio: non è stato sospeso né espulso, è lì. Anche Patrizio Cinque, sindaco di Bagheria finito nei guai per una casa abusiva in un'area protetta, è lì. Invece la grillina Diletta Botta, eletta nel 2012 in Consiglio circoscrizionale a Genova, è finita dentro per droga. E ciao. Ma Andrea Defranceschi, capogruppo del M5S in Emilia Romagna, nel 2013 è stato accusato di utilizzo improprio di fondi dei gruppi regionali e alla fine l'hanno assolto: ma il Movimento intanto l'aveva mollato. Come funziona, dunque, questo garantismo grillino? Anche Davide Bono e Frabrizio Biolè, consiglieri regionali in Piemonte indagati per rimborsopoli, ne sono usciti assolti: mollati anche loro. Insomma: non è solo il popolo grillino che fatica a comprendere, ci capiamo poco anche noi. A Bassano del Grappa i grillini stavano per candidare un ragazzo accusato di rapina aggravata, sequestro di persona e tentativo di estorsione; a Vicenza il consigliere Daniele Ferrarin è stato indagato per bancarotta fraudolenta, in Abruzzo il consigliere regionale Riccardo Mercante è stato condannato a restituire le commissioni ricevute da un cliente, in Piemonte il capogruppo e candidato sindaco di Torrazza è stato accusato di aver rubato in un centro commerciale, ad Alessandria il capogruppo grillino Angelo Malerba è stato arrestato per furto dopo aver scassinato un armadietto in palestra. Credete che non potremmo continuare? Capite bene che un po' di rabbia nell' elettore grillino - di solito così pacato e riflessivo - potrebbe infine montare. Ci preoccupiamo per loro, anche se, appunto, è un problema loro. E pensare che c' è chi, tra noi, di dubbi non ne ha mai avuti, e si è fermato alle apparenze. Da mesi. Da anni. E le apparenze hanno sempre restituito questi ragazzetti o giovanotti dall' aria severa e ottusa, futile e inconsistente, goffa e imbarazzante. Le apparenze, con la scusa dell' aria nuova, ci consegnano da anni gente che ignora i regolamenti e i galatei anche minimi, che spara cavolate generiche di bassa demagogia, che nell' emiciclo parlamentare fa gestacci e provoca, interrompe, urla, spinge, fa il pagliaccio con bavagli e striscioni, blocca i lavori, grida - ricorderete - «siete solo merda» ai parlamentari e «sapete solo fare pompini» alle parlamentari, gente che accusa come niente di «assassinio» e che grida «la mafia è nello Stato» anche se si sta parlando di agricoltura biodinamica. Gente che avalla dietrologie complottistiche da tara psichica e però assume sempre, sempre, sempre quell' aria da personcine superiori. A noi. A voi. Tutta gente, i grillini, che per ora ci ha insegnato solo una cosa: che il professionismo della politica non è un pericolo, è una necessità. Filippo Facci

La piramide: il "Fatto" ordina, Bindi trasmette, il Pm esegue, scrive Francesco Damato il 28 novembre 2016 su "Il Dubbio". La vicenda del governatore della Campania Vincenzo De Luca ha evidenziato l’esistenza di una sorta di rapporto malato tra giornalismo, politica e giustizia. L'ultimo caso di Vincenzo De Luca - ultimo per ora, naturalmente - rende superata la sarcastica proposta dell'ex vice presidente della Camera Luciano Violante di separare le carriere dei giornalisti e dei pubblici ministeri, essendosi sinora rivelato impossibile separare quelle dei pubblici ministeri e dei giudici. Vanno finalmente separate anche le carriere, chiamiamole così, dei giornalisti e dei politici per evitare l'uso distorto della giustizia, e relativi uffici, ai fini della lotta fra i partiti, e anche al loro interno. Diversamente continueremo ad avere un triangolo micidiale fra editoria, politica e giustizia. Le cronache della vicenda in corso riguardante il verboso - ahi lui - governatore della Campania sono una dimostrazione di questa triangolazione perversa, che danneggia l'immagine sia del giornalismo, sia della politica, sia della magistratura. Tutto comincia a metà novembre, quando De Luca incontra in un albergo napoletano circa trecento sindaci della sua regione incoraggiandoli con il suo stile più folcloristico che altro a mobilitarsi per il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale. Mobilitarsi, nel senso di promuovere riunioni, incontri, convincere gli indecisi e spingerli ad apprezzare la riforma e votare per il Sì, che fino a prova contraria non dovrebbe essere un reato. Mobilitarsi, sino a ravvivare gli incontri con qualche frittura di pesce, che non mi risulta neppure essa un reato. È francamente difficile pensare che si possa scambiare seriamente un Si, ma anche un No, con un calamaro o una triglia fritta. In base alle ultime e penultime esperienze referendarie mi era venuto il sospetto che stesse diventando un reato, se già non lo fosse, un incitamento a non votare, visto che c'è una vecchia norma da tutti dimenticata che rende punibile l'astensione consigliata o propagandata da un pubblico ufficiale. De Luca, certamente, lo è ma ha radunato i sindaci per invitarli a votare e far votare, non a disertare le urne. Per tornare al raduno del governatore campano, non se ne può onestamente parlare come di una setta, per quanto festosa, tra risate e applausi. Penso che fra i sindaci o i loro accompagnatori ce ne siano stati anche di poco convinti del Sì referendario e del calore di De Luca. E persino della sua presunzione che la salute del governo in carica sia un affare anche per i Comuni e le loro popolazioni, visti gli stanziamenti già decisi o possibili per realizzare opere e garantire servizi. Neppure questo mi sembra francamente un reato, se non mi è sfuggita qualche legge nel frattempo approvata in questa direzione. Ebbene, a qualche dissidente o accompagnatore di quel maledetto raduno il sospetto deve essere venuto a tal punto da registrare tutto e mandare audio e video, o entrambi, al capofila del fronte giornalistico e politico del No: Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che ne ricava legittimamente e felicemente uno scoop per mettere alla berlina De Luca, ma anche sperando -e questo meno legittimamente, credo- di poter dare uno spunto a qualche ufficio giudiziario. Per un po' di giorni però, dell'adunata dei sindaci campani si ride più che indignarsi. E poiché non arrivano notizie di indagini, che possano spostare le cronache dalle pagine della politica o del costume a quelle della cronaca giudiziaria, i componenti del fronte referendario del No partecipi della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi, che notoriamente non è proprio un'estimatrice di De Luca, naturalmente ricambiata, cercano di portare la vicenda all'esame del loro consesso. Persino la presidente Bindi non ritiene praticabile un simile percorso, ma non può sottrarsi alla richiesta di parlarne in una riunione dell'ufficio di presidenza, dove il Pd, il partito cioè suo e di De Luca, è rappresentato solo da Lei. Che alla fine qualche ragione mostra di trovarla negli argomenti degli altri se, forte di un'annunciata unanimità dell'ufficio, scambiata da qualcuno per unanimità della Commissione, chiede alla Procura di Napoli di mandarle atti di eventuali indagini per poter valutare se vi sono aspetti che possano riguardare anche le competenze antimafiose del consesso parlamentare. Nella Procura napoletana, nonostante i tanti giorni trascorsi dal raduno dei sindaci, indagini non risultano avviate, non potendosi promuovere a tanto un fascicolo predisposto da un sostituto per raccogliervi ritagli di giornali, a cominciare naturalmente da quelli del Fatto Quotidiano. Qualcuno fra i commissari antimafia estranei all'ufficio di presidenza, dove finalmente grillini, berlusconiani, leghisti e sinistra radicale sono riusciti a diventare maggioranza, anzi unanimità, comincia a preoccuparsi. E a chiedersi se l'iniziativa della Bindi non possa prestarsi, a torto o a ragione, ad essere scambiata per una pressione sulla Procura di Napoli perché si decida a muoversi e a farsi sentire. "Così la Commissione muore", si lamenta un'estimatrice. Marco Travaglio, collegato con Lilli Gruber, che ha nel suo studio di Otto e mezzo come ospite il renzianissimo sindaco di Firenze, reagisce con quel suo inconfondibile sorriso sarcastico alla notizia della conduttrice che non risultano indagini giudiziarie in corso sulla nuova vicenda di De Luca. Il quale intanto a Napoli gioca ancora con le parole e le immagini dicendosi curioso di conoscere il "reato di battuta" ed eventualmente difendersene. Smesso il sorriso sarcastico, il direttore del Fatto Quotidiano fornisce però una notizia in diretta. Fa cioè un altro scoop, o procura un altro buco alla concorrenza, come si dice in gergo giornalistico. Egli annuncia, in particolare, che guardie della Finanza, presumibilmente in funzione di polizia giudiziaria, si sono presentate in mattinata nella redazione del suo giornale per farsi consegnare le registrazioni del discorso di De Luca ai sindaci ed altro ancora su quel raduno. Vedremo -ammonisce all'incirca Travaglio gesticolando al suo modo- se davvero non vi sono indagini. Il triangolo ora è completo. Ognuno ha fatto la sua parte: i giornalisti, i politici e i magistrati. Non resta che attendere gli sviluppi e i risultati di questo intreccio di iniziative, prima e dopo il voto referendario del 4 dicembre. Vedremo anche se la cassetta della posta, diciamo così, della Commissione antimafia rimarrà vuota. Ed eventualmente di che cosa si riempirà.

Vittorio Sgarbi: «Ma il vero spirito mafioso è quello di Bindi», scrive Giulia Merlo il 25 novembre 2016 su "Il Dubbio". "La presidente approfitta del suo ruolo per fini personali nella sua crociata contro Vincenzo, che peraltro considero un mio discepolo". «Rosy Bindi usa la commissione antimafia, approfittando del ruolo per fini personali nella sua crociata contro Vincenzo De Luca». Vittorio Sgarbi, grande estimatore del governatore della Campania, bolla così l'iniziativa della commissione antimafia di richiedere preventivamente informazioni urgenti alla Procura della Repubblica di Napoli in merito a eventuali indagini in corso contro "lo sceriffo". L'ennesimo capitolo del duro confronto tra De Luca e la commissione antimafia, iniziata nel 2015 quando il suo nome venne inserito nella lista dei 16 "impresentabili" alle elezioni regionali.

Professore, partiamo dalle dichiarazioni di De Luca che hanno acceso la polemica. Non le ha trovate un po' forti?

«Tutte cose già viste e sicuramente non tali da scandalizzare».

Eppure qualcuno si è scandalizzato ugualmente, non le sembra?

«Sono state parole provocatorie, un'arte che posso dire di aver insegnato io ai vari Francesco Cossiga, Silvio Berlusconi e Vincenzo De Luca. Li considero tutti un po' miei discepoli nel modo di essere delle voci fuori dal coro del politicamente corretto. De Luca è lo stesso che ha detto in televisione «Che vi possano ammazzare tutti» riferito ai 5 Stelle e anche lì si sollevò il putiferio. Dal mio punto di vista, essere estremi è tutt'altro che sconveniente».

Rientra nel personaggio, insomma. Eppure la mafia è un tema piuttosto serio...

«Anche a me è successo di essere indagato per mafia in Calabria: per questo considero intollerabile chi usa la mafia per attaccare gli onesti e per questo difendo Vincenzo De Luca, che mafioso non è».

Quindi come si spiega la decisione della commissione antimafia degli ultimi giorni?

«Me la spiego a partire dal fatto che è stata Rosy Bindi per prima, con quella sua lista degli impresentabili resa nota poco prima delle elezioni, a utilizzare per fini personali il sigillo dell'antimafia. Quella è stata un'azione autonoma tutta sua in quanto presidente, che la commissione non ha potuto che ratificare. E ora questo nuovo attacco».

Nel caso della lista degli impresentabili la reazione di De Luca fu tutt'altro che posata...

«Fu una reazione più che normale ad un'azione esecrabile».

Perché esecrabile?

«Perché la Bindi, con quella lista, approfittò del suo ruolo per appicciare addosso a De Luca un'etichetta che lo infangava. Un'azione violenta in piena regola: quello di Rosy Bindi sì è stato uno spirito mafioso, altro che De Luca».

Le ultime esternazioni del governatore della Campania, contro le quali si è sollevato praticamente tutto il mondo politico, sono state decisamente forti («Rosy Bindi è un'infame, da uccidere ndr). Anche queste rientrano nel personaggio?

«De Luca ha uno spirito colorito. Del resto non mi sembra che Beppe Grillo utilizzi termini più educati, quando dice che il premier è una «scrofa ferita» e molti altri appellativi che ha dispensato nell'arco degli ultimi anni. Rimane il fatto che il panorama politico italiano non è nuovo a voci dissacranti, per così dire. Le parole sono una cosa, le azioni come quelle della Bindi sono un'altra, soprattutto quando si usa la parola mafia e tutto ciò che evoca».

E veniamo quindi alla commissione antimafia. Trova che si sia mossa al di fuori del suo alveo di competenza?

«Io onestamente non so a che serva questa commissione antimafia, visto che si occupa solo di scontri politici interni che riguardano la presidente e per nulla di mafia. Mi piacerebbe capire dove hanno visto la mafia nelle esternazioni di De Luca, al netto del suo modo di esprimersi».

Il tutto nasce dalla denuncia di Luigi di Maio di questo supposto voto di scambio di De Luca, che avrebbe fatto pressioni sindaci campani perché facciano campagna per il sì al referendum per avere fondi in Campania.

«Ma che c'entra la mafia? La mafia è tutt'altro, quello che voleva dire De Luca è che i cittadini hanno bisogno di un riferimento politico. Le sue parole sono frutto di un suo modo di fare politica sul territorio e che di mafioso non ha assolutamente nulla».

E quindi la commissione antimafia che cerca?

«E' l'ennesima crociata personale di Rosy Bindi contro De Luca e io lo difendo totalmente contro questo utilizzo personale dell'antimafia. Le battaglie politiche si combattono in un altro modo».

Elogio del funzionario di partito, scrive Francesco Damato il 28 ottobre 2016 su “Il Dubbio”. Mi ricordo quando un certo Leonello Raffaelli, "burocrate" del Pci, senza titoli accademici, faceva tremare di paura i professoroni dell'economia. Oggi ci sono i Cinque Stelle perlopiù impreparati. Piero Sansonetti, commentando il progetto grillino del dimezzamento dell'indennità parlamentare, che peraltro non è il solo emolumento dei deputati e dei senatori perché ci sono altre voci di entrata, ha giustamente indicato nella demagogia "la forma peggiore e più rozza dell'opportunismo politico". Essa procura voti grattando gli umori più viscerali del momento. Nel caso dei grillini, o come diavolo preferiscono essere chiamati quelli del Movimento 5 Stelle, temo tuttavia che ci sia anche dell'altro, e non solo della demagogia. Poiché essi aspirano addirittura a governare da soli, cioè conquistando la maggioranza assoluta del Parlamento, mi preoccupa il tipo di Parlamento, appunto, che perseguono. E che dovrà riguardare anche la minoranza, o le minoranze. Un Parlamento fatto di candidati scelti col sistema delle primarie elettroniche, al computer, da poche migliaia o centinaia di adepti e poi eletti col sistema delle liste bloccate o dei collegi uninominali, che considero personalmente una variante, anche se più presentabile perché quanto meno l'elettore trova stampati i nomi sulla scheda. Sarebbe un Parlamento completamente docile al Grillo o al Casaleggio di turno, che peraltro può attrarre, per gli scarsi emolumenti assicurati, solo persone - diciamo la verità - senza grandi ambizioni e competenze. Persone che nei partiti normali, almeno quelli tradizionali di cui come giornalisti non più giovani eravamo - ahimè - abituati a interessarci, avrebbero potuto fare, al massimo, gli uscieri, i custodi, gli autisti, gli impiegati. Non certo i funzionari, dei quali confesso di avere sempre più rimpianto ad ogni rinnovo delle Camere, cioè a ogni abbassamento del livello dei loro componenti, come impietosamente ha osservato di recente il mio disincantato amico e professore Antonio Martino. Fra tutti i partiti, sempre quelli tradizionali, era il Pci il più abituato a ricorrere ai funzionari nella preparazione delle liste dei candidati, che comunque dovevano guadagnarsi, quanto meno alla Camera, i voti di preferenza. La disciplina di partito, certo, li aiutava ma non poteva bastare. Erano comunque funzionari - vi assicuro, da giornalista che non ha mai votato per il Pci - di tutto rispetto, che facevano la loro bella figura accanto ai parlamentari, diciamo così, eccellenti che il partito portava a Montecitorio e a Palazzo Madama, scegliendoli tra professori, intellettuali, avvocati eccetera. Erano funzionari selezionati con serietà, passati per scuole di partito dove la disciplina era superiore a quella delle scuole statali o private dove mandavamo i figli a studiare o eravamo passati noi stessi. Funzionari che individuavi subito, all'inizio di ogni legislatura, per il rispetto col quale accedevano alle istituzioni: altro che la sfrontatezza, la supponenza, l'aggressività, lasciatemelo dire, di tanti delle ultime legislature, specie l'ultimissima. Che per correre dalla buvette di Montecitorio all'aula dove sono in corso votazioni ti danno spintoni di tale forza da mandare a terra il telefonino o l'ipad che avevi in mano, e non si sentono nemmeno in dovere di chiederti scusa. Erano funzionari, infine, ai quali il partito poteva chiedere e ottenere di destinare buona parte dell'indennità al suo funzionamento. Fra tutti quei funzionari, che mettevano la loro qualifica orgogliosamente nella cosiddetta Navicella alla voce della professione, ne ricordo uno con particolare nostalgia: il toscanissimo Leonello Raffaelli. Era un mostro di bravura nel settore affidatogli dal Pci: quello economico e soprattutto fiscale. Vi erano eccellenti ministri delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio, con nomi che da soli ti mettevano soggezione, terrorizzati però all'idea di dovere rispondere nelle varie commissioni, o aule, alle osservazioni o critiche di Raffaelli. Che entrava ogni giorno a Montecitorio di prima mattina con quattro, cinque giornali sotto braccio che aveva già letti. Diavolo di un uomo, non sono mai riuscito a pagargli un caffè alla buvette, dove spesso proseguivamo le chiacchierate cominciate nel cosiddetto Transatlantico. Mi diceva che non poteva farsi pagare una consumazione da un giornalista "borghese", pur spiegandomi che non lo dovevo prendere per un aggettivo offensivo. E così continuò a chiamarmi anche quando si accorse, piacevolmente, che ero un estimatore e amico di Aldo Moro: "borghese" pure lui, "senza offese", aggiungeva con un sorriso. A questo mondo e tipo di Parlamento i grillini pretendono di sostituirne un altro di pasta non solo demagogica, come la definisce il mio amico Piero Sansonetti, ma primitiva. Il buon Emanuele Macaluso ha ragione quando lamenta le difficoltà che mostra il Pd ad opporsi a quest'orgia di demagogia, anche se i piddini hanno appena avuto il coraggio di rimandare in commissione il progetto grillino. Ma ancor più mi ha stupito l'inseguimento dei pentastellati da parte dei forzisti, che anche per non abbandonare il fronte del no referendario alla riforma costituzionale, hanno votato con leghisti, destra e grillini, appunto, contro il rinvio del progetto in commissione. Lo spettacolo dei forzisti nell'aula di Montecitorio mi ha un po' ricordato quello di un telegiornale dell'allora Fininvest il cui direttore aveva mandato in postazione fissa, durante gli anni delle inchieste chiamate Mani pulite, davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, un inviato. Che avendo alle spalle i tram che sferragliavano e gli coprivano la voce, elencava con compiacimento come bollettini di guerra gli avvisi di garanzia appena notificati o gli arresti appena eseguiti, e ne preannunciava di nuovi per le successive edizioni. Era una penosa rincorsa degli ammiratori di Antonio Di Pietro, di cui una volta mi lamentai con un pezzo da novanta dell'azienda sentendomi dire che era la bellezza di una televisione "popolare". Come le cosiddette democrazie dell'est che nel frattempo erano cadute.

Lo stipendio dei parlamentari e la demagogia pura e senza idee, scrive Piero Sansonetti il 27 ottobre 2016 su "Il Dubbio". I parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa, ma medici, professori universitari, dirigenti della pubblica amministrazione, dirigenti della Rai e magistrati viaggiano sulle stesse cifre...È giusto dimezzare lo stipendio dei parlamentari? E potrebbe questa misura risolvere i problemi del costo eccessivo della politica, e di conseguenza rendere inutile la riforma costituzionale voluta da Renzi? Naturalmente mi riferisco alla proposta di legge avanzata dal gruppo di Cinque Stelle alla Camera e patrocinata direttamente e con grandi squilli di tromba da Beppe Grillo e da Marco Travaglio (manca stavolta il terzo abitué del trio, che è Matteo Salvini, il quale però probabilmente, se aderisse, si troverebbe contro tutti i parlamentari della Lega). Naturalmente la questione non è del tutto infondata. Abbiamo pubblicato ieri su questo giornale le tabelle dalle quali risulta che i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. E dunque non ci sarebbe niente di male se si limassero i loro stipendi. Che attualmente si aggirano attorno ai 5500 euro netti al mese più un bel pacchetto di integrazioni e di rimborsi. Gli stipendi dei francesi, dei tedeschi, dei britannici sono decisamente più bassi, anche se un paragone è sempre difficile, perché il sistema dei rimborsi e dei servizi a disposizione è molto diverso da Stato a Stato, e solitamente è più vantaggioso nei paesi dove gli stipendi sono più modesti. E' giusto, allora, chiedere il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari (e cioè una riduzione da 5500 a circa 2750 euro)? A me sembra di no. Per due ragioni. La prima è che un parlamentare, chiamato a svolgere un incarico delicatissimo, e cioè l'esercizio del potere legislativo, deve poter vivere godendo di una certa sicurezza economica. Si tratta di stabilire qual è il livello di questa sicurezza. Può darsi che sia - come propone Grillo - 2750 euro al mese, più le spese e i benefit, visto che molti lavoratori italiani vivono discretamente anche con stipendi più modesti. Bisogna però tenere conto anche del fatto che fare il deputato, per cinque o dieci anni, può significare l'abbandono della professione o del mestiere precedente, e la difficoltà, successivamente, a reinserirsi. Ma soprattutto bisognerà tener conto di un altro elemento: il livello degli stipendi degli altri funzionari dello Stato di "prima fascia": per esempio medici, professori universitari, dirigenti della pubblica amministrazione, dirigenti della Rai e magistrati. Sono andato a spulciare i loro stipendi. Ve li riporto tenendo conto solo dello stipendio lordo, perché è un dato più sicuro. Un deputato riceve un lordo di circa 140 mila euro all'anno. Un professore universitario (ordinario) tra i 50 e 60 anni, guadagna 120 mila euro. Un primario ospedaliero a tempo pieno 100 mila euro (ma può integrare con il lavoro privato intra-moenia). Un caporedattore o un alto dirigente della Rai, circa 140/150 mila euro (un vicedirettopre o un direttore, di più). Un magistrato con una discreta anzianità guadagna qualcosa più di 150 mila euro lordi all'anno. Sono stipendi eccessivi? Possiamo decidere di abbassarli. Di abbassarli tutti, però, tranne forse quello del medico, che francamente è piuttosto contenuto, soprattutto in relazione alla funzione sociale del medico. Tutti: non solo quelli dei deputati. Siamo d'accordo? Non mi pare però che esista un movimento di massa che chiede di abbassare gli stipendi dei magistrati o dei professori universitari o dei capiredattori della Rai. Il movimento di massa, largamente alimentato dai giornali e dal alcuni partiti politici, è sempre e solo rivolto alla "punizione" dei parlamentari, in quanto politici, e dunque in quanto responsabili di tutti i mali del mondo (ed effettivamente i politici sono responsabili di molti mali: non di tutti i mali, però). In larga misura la campagna contro gli stipendi dei deputati è guidata da giornalisti che guadagnano molto di più dei deputati stessi, e che trovano indecenti le paghe dei deputati e assolutamente dignitose, invece, le loro paghe milionarie. E' questo livello altissimo d'ipocrisia che mi colpisce. La richiesta di ridurre le paghe dei deputati, a occhio e croce - almeno, nel sentimento popolare - è alimentato da una passione in qualche modo egualitaria, o comunque da una spinta alla equità sociale. La domanda popolare è: perché un deputato deve guadagnare più del doppio, o del triplo di quello che guadagno io? Non si capisce però il motivo per il quale questa spinta egualitaria si realizza solo nei confronti dei politici. Il motivo in realtà è semplicissimo. Si definisce con una parola di origine greca: "demagogia". La demagogia è un fenomeno politico che è sempre esistito, e che -in una certa misura - sempre esisterà ed è giusto che esista. Specie nei partiti popolari la demagogia fa parte di una tecnica di comunicazione, di consolidamento del consenso, di definizione del senso di appartenenza che non può essere cancellata. Il problema è se la demagogia è accompagnata da una linea politica, da una idea di società, o se è pura e semplice tecnica, spinta fino all'esasperazione, e dominata dal culto dell'ipocrisia. In quel caso la demagogia non è più un propellente per la lotta politica, ma diventa un surrogato della lotta politica, utile solo a impedire ogni cambiamento, e utile a mascherare un deficit di pensiero politico. La demagogia pura è la forma peggiore e più rozza dell'opportunismo politico.

DUE PESI E DUE MISURE.

Tra pugni chiusi e saluti romani, scrive Luigi Iannone il 17 marzo 2017 su “Il Giornale”. Mettere a ferro e fuoco una città, devastare parchi pubblici, fare danni ad auto parcheggiate e a vetrine di privati negozi, per impedire ad un leader politico nazionale (Matteo Salvini) di incontrare al chiuso di un teatro iscritti e simpatizzanti, e oltretutto farsi furbescamente fomentare dal masaniello di turno che, di solito, a Napoli viene pure eletto sindaco, è spettacolo urticante. Osservare ventenni impettiti nel mostrare il pugno chiuso, forti di simboli e slogan che definirli antichi è puro eufemismo, significa mettere in scena per una platea nazionale una disperazione culturale e sociale che è loro ma indirettamente anche nostra. Perché non vi è alcuna strategia in quelle proteste se non millantare uno spirito ribellistico sistemato in bella vista a beneficio di fotografi e telecamere e, in realtà, utile paravento per sbraitare una serie infinita di luoghi comuni che si mescolano a straripante vigliaccheria. Innanzitutto perché questi rivoluzionari da week end celano il volto sotto caschi da motociclisti. E poi perché tanto pusillanimi quanto i loro avi che infestarono le nostre città negli anni settanta, ma ancor più vili e impalpabili, in quanto partigiani di una proposta politica inesistente. Una lotta vetusta sotto ogni profilo e anche strabica visto che, esattamente 24ore dopo, i bus e la metro di Napoli si sono fermati per uno sciopero durato tutta la giornata e indetto da varie sigle sindacali. Cittadini imbufaliti per i disagi e caos urbano mentre agli atti non risulta nemmeno un flebile ed evanescente comunicato dei Centri sociali, un pallido riverbero di lotta di questi sedicenti comunisti del Vomero o di Via di Mille; nulla di nulla. Perché il nemico è sempre un altro, quello ideologico. Tuttavia è un garbuglio nazionale dove resta però inalterato un assioma, quello dei due pesi e delle due misure rispetto agli opposti estremismi, o finti tali. Lo dimostra il fatto che nella stessa giornata, sul fronte giudiziario romano, prendeva contemporaneamente forma la confessione di Salvatore Buzzi in merito alle losche trame su cui si sarebbe organizzata ‘Mafia capitale’. Dichiarazioni che, certo, dovranno essere avvalorate da prove e riscontri visto che i soggetti in questione sono pure facili alla millanteria ma che, tuttavia, dal punto di vista della gravità rappresentano (e rappresenteranno) pur sempre un pugno nello stomaco per chi volesse dipanare una ad una le vicende capitoline dell’ultimo decennio. E invece cosa accade? Accade che il ‘compare’ di Buzzi, Massimo Carminati, collegato in video conferenza, faccia un saluto romano in direzione della telecamera e nel volgere di pochi minuti, siamo invasi da articoli e approfondimenti sull’estremismo di destra, sulla Banda della Magliana, sul neofascismo, sulla strategia della tensione, su Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, financo sul razzismo strisciante e sul populismo. Sì, finanche sul populismo. Riparte cioè quel vortice irrefrenabile di castronerie in parte storiografiche, ed alcune anche politiche, che di fronte ad episodi di poco peso sembra invece spingerci indietro in una spirale soffocante e spietata. Siamo consapevoli che, per molti, l’esegesi del radicalismo di destra è stato solluchero irrinunciabile; anzi, forse, non ha mai cessato di esserlo perché rappresenta fonte di guadagni professionali. E infatti ‘ospitate’ televisive e libri sul tema non mancano mai. Eppure, il gesto di Carminati, pur nel contesto di una inchiesta enorme per dimensioni e livelli di corruttela, sta ottenebrando ogni altra analisi imponendo sulla scena consumati commedianti pronti a rammentare a tutti noi il pericolo di un fascismo da terzo millennio quando invece trattasi solo di anticaglie varie. Basterebbe ripetere loro che Carminati faceva affari criminali. Punto. Senza far prevalere i mille rivoli sociologici di una operazione goffa ed anche capziosa. Perché ritorniamo sempre indietro nel tempo, a due pesi e due misure per fatti che hanno in tutta evidenza ripercussioni diverse. Da una parte c’è infatti la vicenda ‘Napoli’ che per l’ennesima volta mostra l’esistenza di un vasto fronte cultural-ideologico capace di emergere periodicamente da cavità carsiche, perché può godere di consensi da parte di intellettuali e pennivendoli di varia natura; dall’altra, la questione ‘Roma’, dove un enorme giro di affari e comprovato malcostume pubblico e privato vengono depotenziati della loro carica sociale esplosiva per far posto ad uno che, pur accusato di una serie infinita di reati gravi, ritorna agli onori della cronaca recente perché in cella fa il saluto romano.

Niente a me; niente a nessuno.

Beppe Grillo non si candida: "Io sono un delinquente". Il leader del M5S non vuole andare in parlamento perchè è stato condannato a 14 mesi per omicidio colposo, scrive il 21 novembre 2012 "Libero Quotidiano". Beppe Grillo è chiaro: "Io in parlamento non ci vado". In tanti glielo chiedono. Anche ad Aosta dove è andato nei giorni scorsi per dire no alla costruzione di un pirogassificatore. Ma lui resiste alla tentazione e non vuole cedere. A chi gli chiede il perchè risponde secco: "Sono pieno di carichi pendenti, sono un delinquente". Il leader del movimento cinque stelle è molto coerente con la suo credo ideologico. Chi è stato condannato non può essere eletto. Grillo quando si definisce un "delinquente", si riferisce 'alla condanna a 14 mesi di carcere (con la condizionale) per omicidio colposo relativa all'incidente d'auto nel quale, il 7 dicembre 1981, persero la vita due amici del comico, di 45 e 33 anni, e il loro figlio, di 9. Beppe non "vuole diventare come tutti gli altri". E su chi ha la tentazione di aggirare le regole del movimento Grillo ammonisce: "Dopo due mandati non ti puoi ricandidare. Queste sono le nostre regole. Se non ti stanno bene vai nel Pd o nel Pdl, mica ti tratteniamo qui". Grillo sempre da Aosta parla del futuro e delle prossime elezioni politiche: "I candidati del M5S saranno scelti online fra una lista di 1600 persone. Dobbiamo andare in parlamento perchè la politica di oggi si è divorata due generazioni. Non possiamo togliere il futuro ai nostri figli. Dobbiamo farlo per loro. E ai poliziotti che picchiano i ragazzi che sono il nostro futuro dico di smetterla ancora una volta di manganellare. Vengano con noi. Non possono andarci di mezzo sempre studenti, agricoltori, pescatori, e lavoratori". Peccato che a tenere spranghe e pietre in mano da lanciare verso le forze dell'ordine per le strade non si è visto nessun nostromo e nessun contadino. 

Un paese con un minimo di serietà, avrebbe già fatto scontare ad un soggetto del genere almeno cinque anni di carcere. Non è solo un pluriomicida colposo, ma un diffamatore seriale. CAUSE, REATI E CONDANNE.

Nel pomeriggio del 7 dicembre 1981 Beppe Grillo perse il controllo di un fuoristrada Chevrolet K5 Blazer mentre percorreva la strada militare, chiusa al traffico, che da Limone Piemonte porta sopra il Colle di Tenda. Il veicolo, sei chilometri dopo "Quota 1400" vicino al confine con la Francia, scivolò su un lastrone di ghiaccio e cadde in un burrone profondo ottanta metri. A bordo con Grillo c'erano quattro suoi amici genovesi, con i quali stava trascorrendo il fine settimana dell'Immacolata. Grillo si salvò gettandosi fuori dall'abitacolo prima che l'auto cadesse nel vuoto e, contuso e in stato di choc, riuscì a chiamare i soccorsi. Tre dei suoi amici rimasti nell'auto persero la vita. In appello il 14 marzo 1985 Grillo fu condannato per omicidio colposo a quattordici mesi di reclusione con il beneficio della condizionale e della non iscrizione. La condanna fu resa definitiva dalla IV sezione penale della Corte Suprema di Cassazione l'8 aprile 1988.

Nel 2003 Grillo patteggiò una causa per diffamazione aggravata intentata contro di lui da Rita Levi-Montalcini. Durante uno spettacolo, Beppe Grillo l'aveva definita "vecchia p u t t a n a", sostenendo che avesse ottenuto il Premio Nobel per la medicina grazie a una ditta farmaceutica che le aveva comprato il premio.

Nel 2012 in appello Grillo è stato condannato per aver diffamato a mezzo stampa la Fininvest in un suo articolo pubblicato nel 2004 sulla rivista Internazionale. Il risarcimento del danno patrimoniale, pari a 50.000 euro, oltre alle spese processuali, è stato stabilito dai giudici della prima sezione della corte d'appello del tribunale di Roma.

Nel settembre 2013 Grillo viene condannato in Corte di cassazione per avere diffamato l'ex sindaco di Asti, e parlamentare per Forza Italia, Giorgio Galvagno. Nel 2003, Grillo aveva definito l'ex primo cittadino "un tangentista", durante uno spettacolo al Teatro Alfieri di Asti. Grillo dovrà versare a Galvagno 25.000 euro e gli interessi a partire dal 2003, come risarcimento del danno, oltre al risarcimento per le spese legali.

Il 12 dicembre 2013 Grillo è stato condannato dal Tribunale di Genova in primo grado per diffamazione nei confronti di Antonio Misiani, in qualità di tesoriere del Partito Democratico. Nel maggio 2012 Grillo pubblicò sulla prima pagina del proprio blog un mosaico di immagini con fotografie in stile foto segnaletica degli amministratori di PdL (Rocco Crimi), PD (Antonio Misiani) e UDC (Giuseppe Naro), insieme con quelle degli ex di Lega Nord (Francesco Belsito) e Margherita (Luigi Lusi). Il giudice ha riconosciuto a titolo provvisorio un risarcimento di € 25.000 in favore di Misiani e un risarcimento in favore del Partito Democratico di € 5.000.

Il 14 settembre 2015 Grillo è stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Ascoli Piceno per diffamazione aggravata nei confronti di Franco Battaglia, professore dell'Università di Modena. La condanna consiste in un anno di reclusione con pena sospesa, 1.250 € di multa e una provvisionale di 50.000 € alla parte offesa. In quell'occasione, Grillo si paragonò a Nelson Mandela e a Sandro Pertini. 

Beppe Grillo - Wikipedia.

-"Inoltre Grillo si avvalse del condono fiscale del 2003 promosso dal governo Berlusconi e da lui più volte criticato in quanto premiava gli evasori".

-L'11 dicembre 2013 il quotidiano Libero in un articolo: due ville di Grillo sono inquadrate in categorie catastali errate, consentendogli risparmi sulla tassazione. In particolare: villa di 24 vani, 2 piscine e spazi esterni ubicata nella collina di Sant'Ilario, riferisce il giornalista, ha la categoria catastale A/7 (villino) in luogo di A/8 (villa). Lo stesso per un'altra sua villa in Marina di Bibbona da 21 vani, piscina e 5.600 metri quadrati di terreno oltre a una rimessa per barche di 70 metri quadrati, anch'essa con categoria catastale A/7".

Lotti si salva e accusa: «Il vero obiettivo è Renzi», scrive Giulia Merlo il 16 Marzo 2017. Sfiducia non passa, 161 voti contrari, 52 a favore (Sinistra italiana, Lega e Movimento 5 Stelle), gli altri gruppi escono dall’Aula. Renzi che non ha rinunciato ad una stoccata a Beppe Grillo e al M5s: "Non sto in un partito guidato da un pregiudicato, io ai miei principi ci tengo. Io ho una fedina penale diversa da Beppe Grillo". Lo ha detto l'ex premier Matteo Renzi, ospite di "Otto e mezzo", su La7 il 2 marzo 2017 commentando l'inchiesta Consip che vede coinvolto il padre Tiziano. "Io sto dalla parte dei magistrati anche quando c'è di mezzo mio padre". "Non accettiamo lezioni di moralità da un movimento fondato da un pregiudicato - aveva duramente detto il ministro Luca Lotti nel suo intervento difensivo -. Le forze politiche che chiedono un mio passo indietro sono culturalmente subalterne e politicamente scorrette. È in atto un tentativo di colpire me non per quello che sono, ministro dello Sport, delega preziosa e cruciale di cui ringrazio Gentiloni e Mattarella, ma per quello che nel mio piccolo rappresento: si cerca di mettere in discussione lo sforzo riformista di questi anni cui ho preso parte partendo da Firenze. Non si può cercare di liquidare quell'esperienza attraverso la strumentalizzazione di un'indagine giudiziaria che farà il suo corso". «Culturalmente subalterne e politicamente scorrette», così il ministro Luca Lotti ha definito le forze politiche che hanno chiesto la sua sfiducia, a partire dal Movimento 5 Stelle. Un tentativo a vuoto, in un’Aula gremita durante il dibattito e vuota durante la votazione perchè molti gruppi parlamentari hanno deciso di non rispondere alla chiama, terminata con 161 voti contro e 52 a favore, che blindano lo scranno del ministro. Lotti, circondato da quasi tutti i ministri del governo Gentiloni, ha parlato pochi minuti in un intervento tutto all’attacco: «Va respinta la voglia di trasformare quest’Aula in una gogna mediatica», e ancora «questo è un tentativo di colpire non me, ma quello che io nel mio piccolo rappresento: si vuole mettere in discussione lo sforzo progressista di questi anni». Nelle quattro pagine lette al termine delle due ore di dibattito, Lotti ha dedicato un solo passaggio all’inchiesta Consip, nella quale è indagato per rivelazione del segreto d’ufficio: «Non ho mai avvisato Marroni, nè ho passato informazioni riservate, chi sostiene il contrario dice una bugia». Nulla di più, nulla di meno. Poche battute per rispondere al durissimo intervento della senatrice 5 Stelle Paola Taverna, che ha spiegato i termini della mozione di sfiducia presentata dai grillini e teorizzato «un vero e proprio “sistema Renzi”: al centro di questa storia c’è Romeo che ha finanziato legalmente un po’ tutti, ma il nome di Lotti lo fanno due del “giglio tragico”. Qui si sta difendendo non solo un ministro, si sta blindando il fedelissimo di Renzi». Per la senatrice, infatti, «Il tema non è l’avviso di garanzia ma la gravità delle accuse, e per capirlo non abbiamo bisogno di aspettare le sentenze della magistratura: un principio che noi abbiamo fatto nostro nel Codice etico del Movimento». Parole pesanti, che hanno suscitato proteste dai manchi del Pd e bollate come «argomentazioni vouyeristiche» dal senatore di Ala, Ciro Falanga, che ha sbottato: «Siamo in un’aula del Parlamento, non di giustizia e questo è un caso fondato sulla violazione del segreto istruttorio, diventato ormai il segreto di pulcinella: qui è in gioco l’equilibrio tra poteri dello Stato». La parola che ha fatto da filo conduttore a tutti gli interventi, però, è stata «garantismo». Evocato da Gaetano Quagliariello di Area popolare come un «principio che vale sempre, per ogni ministro, e non subordinato alle convenienze del momento», ma anche da Miguel Gotor di “Articolo 1 – Movimento democratici progressisti” (gruppo che ha presentato una autonoma mozione per sospendere le deleghe a Lotti) particolarmente aspro nei confronti del suo ex compagno di partito. «Quello del Pd è un garantismo alla carta, una mera condotta opportunistica da utilizzare solo nel caso di amici potenti e compagni di partito», ha attaccato Gotor, ricordando che i ministri De Girolamo, Lupi e Guidi furono «costretti a dimettersi senza essere stati indagati, su richiesta di Renzi per ragioni di stile e opportunità». Ancora diversa la posizione del senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che ha evocato il suo passato recente: «Anche io sono stato indagato per le stesse ragioni dallo stesso pm, Woodcock, tutto si conclude in un nulla. Noi siamo garantisti da sempre pure se avremmo forse meno ragioni per esserlo, visto il trattamento ricevuto da Silvio Berlusconi, ma voi avete commesso errori di presunzione». A difendere la posizione del ministro, dai banchi della maggioranza del Partito Democratico, è intervenuto il conterraneo Andrea Marcucci, che ha stigmatizzato la «furia giustizialista» dei 5 Stelle, perchè «un avviso di garanzia non può diventare una gogna mediatica e politica. Noi voteremo no contro questa strumentale mozione di sfiducia voluta da Beppe Grillo e dal suo blog». Al termine di una seduta incandescente, tuttavia, la novità di giornata non è il già anticipato salvataggio di Lotti, ma la formazione di un inedito fronte di Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Sinistra Italiana.

Lotti si salva grazie anche a Verdini. Bocciata la mozione presentata dai Cinque Stelle. Ma il voto di Ala imbarazza il Pd. Il ministro interviene in aula e contrattacca: “Si vuole colpire una stagione politica”. Nell’aula del Senato in dibattito sulla sfiducia individuale al ministro dello Sport Luca Lotti si è svolto senza particolari tensioni nonostante alcuni interventi molto duri, scrive Ugo Magri il 16/03/2017 su “La Stampa”. La mozione grillina contro Luca Lotti non ha travolto il ministro, come era facile scommettere. Il braccio destro di Renzi ha raccolto al Senato perfino più fiducia di quanta ne potesse desiderare: 161 voti, oltre la maggioranza assoluta, solo 52 sì. Se fossero stati 14 sostenitori in meno non gli sarebbe dispiaciuto. Il Pd infatti ha tentato di convincere i verdiniani che del loro apporto non ci sarebbe stato bisogno, dunque meglio avrebbero fatto a scomparire per ragioni estetiche (Verdini si è ritagliato un ruolo pure nella vicenda Consip). Ma è stato tutto inutile: invece di uscire dall’aula, come ha fatto Forza Italia nel nome del garantismo, il gruppo di Ala ha manifestato aperto sostegno al titolare dello Sport, che si è difeso nel suo discorso con passione, respingendo l’accusa di avere messo sul chi vive gli indagati. Porterà in Tribunale chi lo ha calunniato, promette. Proprio ieri suo figlio ha compiuto 4 anni, e difendersi in Senato (ha voluto far intendere) non è stato il modo migliore per festeggiare. 

Lo scontro con Gotor. Chi s’immagina un duello vibrante, gonfio di pathos e dai toni elevati, sbaglia di grosso. Gentiloni non c’era perché impegnato a Pistoia «Capitale della cultura». Idem la Boschi. Padoan si è affacciato all’inizio ma poi, evidentemente, aveva altro da fare. Emiciclo pieno, molti sguardi per la ministra Lorenzin con spolverino giallo, per la Cirinnà tutta in rossa, per la Pelino borchiata d’oro. Proteste e ironie dai banchi Pd quando la grillina Taverna ha tirato in ballo le indennità che i senatori perderebbero se cadesse il governo. I Cinquestelle hanno messo a segno alcuni colpi facili, ma pure loro ne hanno incassati per via della Raggi, del loro codice etico e delle disgrazie penali di Grillo, che Lotti si è spinto a bollare come «un pregiudicato» (sui banchi M5S qualcuno faceva gestacci del tipo «dopo vengo e ti sistemo io»). Si è celebrato il trionfo dell’ipocrisia, Pd e M5S impegnati a rinfacciarsi la doppia morale del giustizialismo nei confronti degli avversari, e del garantismo peloso quando i pm indagano gli amici. Per cui a conti fatti non è semplice stabilire chi le abbia buscate di più. Idem per quanto riguarda l’altro duello pieno di rancore tra il Pd e quelli che se ne sono appena andati. 

Tra Pacciani e Cutugno. Come se mai fossero stati insieme nello stesso partito, il bersaniano Gotor ha consigliato a Lotti di dimettersi, o perlomeno di restituire le deleghe in campo economico. L’attacco è stato condito con velenosi riferimenti al «familismo amorale» renziano, al «groviglio di potere» cresciuto a Rignano sull’Arno, al «giro tosco-fiorentino degli “amici miei” in salsa governativa» (i leghisti, meno raffinati, hanno evocato addirittura il Mostro di Firenze). Mentre Gotor parlava, dai banchi del governo partivano sguardi carichi di odio verso l’esponente di Mdp. Ha provveduto più tardi Marcucci a bastonarlo, denunciandone «lo spirito vendicativo, provocatorio, insoddisfatto e minaccioso». Ma tanto è bastato per scatenare l’ironia di Gasparri, berlusconiano. «Eravate venuti da Firenze a miracol mostrare», si è rivolto ai renziani, «ma non avete innovato un bel tubo. Bervenuti nell’Italia di Toto Cutugno».

Svolta forcaiola dei bersaniani per mettere al tappeto Renzi. Garantisti con Errani, ora i fuoriusciti ex Pd diventano giustizialisti con Lotti. E Pisapia rifiuta le loro avance, scrive Laura Cesaretti, Mercoledì 15/03/2017, su "Il Giornale". Garantisti sì, ma solo a casa propria. Gli altri, in galera. Soprattutto se gli altri erano - fino a due settimane fa - i compagni di partito. La triste parabola dei fuoriusciti Pd capeggiati da Bersani e D'Alema si riassume in due nomi: Vasco Errani e Luca Lotti. Quando l'allora presidente della regione Emilia Romagna (nonché testa pensante della segreteria Bersani), venne indagato e poi rinviato a giudizio per il caso Terremerse, l'ex segretario lo difese a spada tratta, si oppose ad ogni idea di dimissioni e ricordò solenne che «un avviso di garanzia è solo un atto a tutela di un indagato». A Errani, Bersani volle pubblicamente esprimere «solidarietà e fiducia», dicendosi certo che «avrà sicuramente l'occasione per dimostrare l'inconsistenza delle accuse». E diede un mandato preciso al Pd emiliano: altro che dimettersi, «Errani deve comunque portare a termine il suo mandato: parlare di dimissioni è irresponsabile e destabilizzante, e non è neppure in buonafede», come spiegò il capogruppo in Regione dopo consultazioni al Nazareno. Errani poi venne condannato, si dimise (e Matteo Renzi, nel frattempo diventato segretario, lo pregò di restare al suo posto), e infine venne assolto. E Bersani spiegò che - anche se lo avessero condannato - «persino nella valle di Giosafat, non avrei mai creduto alla sua scorrettezza». Altri tempi. Ora, invece, per i quattro gatti che hanno seguito Pierluigi Bersani fuori dal Pd tutto è cambiato. Reclamano a gran voce le dimissioni di Lotti (che è solo indagato) per «tutelare l'immagine del governo», e presentano una mozione per ottenere che il premier gli tolga a scatola chiusa tutte le deleghe. Il loro portavoce Miguel Gotor, con mirabile sprezzo del ridicolo, argomenta: «Non c'è bisogno di attendere il lungo corso della giustizia per ricavare il convincimento che la vicenda Consip rivela uno stile di gestione del potere di carattere familistico». Chi se ne frega dei processi, insomma: Dp ha già emesso la sua sentenza, Lotti è colpevole per ragioni di «stile». E Gotor svicola così al parallelo sul caso Errani: «Lotti prenda esempio da Errani, farebbe un servizio all'Italia e alla dignità della politica». Peccato appunto che Errani, blindato dal capo di Gotor in nome di un garantismo rapidamente dimenticato, non si dimise affatto per l'avviso di garanzia, né per il rinvio a giudizio: si dimise nel 2014 dopo la condanna in secondo grado. Ma quel che vale per Errani non vale per Lotti, nel magico mondo bersaniano. E del resto la stessa musica viene suonata un po' più a sinistra, lì dove i vendoliani che ora invocano la sfiducia e le dimissioni di Lotti non aprirono bocca quando Nichi Vendola fu indagato e rinviato a giudizio per disastro ambientale. Ma si sa, quel che vale per sé stessi non deve valere per gli altri. Curioso però che i bersanian-dalemiani, tanto accaniti nell'inseguire Lotti coi forconi, oggi annuncino di voler uscire dall'aula quando si voterà la mozione di sfiducia M5s. Ma c'è da capirli: se per un tragico pasticcio la mozione dovesse passare, rischierebbero di ritrovarsi disoccupati anzitempo. Meglio evitare, coi tempi che corrono. Anche perché il futuro è molto incerto: Bersani, per rimediare un po' di posti in lista, ha provato a salire sul carro di Pisapia, proponendogli tentatore un «ticket» con lo smagliante Roberto Speranza. Ma ieri, dal pranzo (chiuso ai bersaniani) tra l'ex sindaco di Milano e alcuni ex Sel, è trapelato che - poco sorprendentemente - Pisapia non ci pensa per niente: «Ma quale ticket, l'ipotesi non esiste», spiegano i commensali.

La senatrice Pd Capacchione: "Su Minzolini era tutto molto vago e confuso, ho votato nel merito. Invidio le certezze di Di Maio". Intervista del 16/03/2017 su "L'Huffingtonpost.it" Gabriella Cerami.

“Io non aiuto nessuno, né Augusto Minzolini né qualcun altro. Penso però che le questioni di giustizia debbano rimanere al riparo da fattori esterni ed attenere solo a una questione di coscienza. Quindi ho votato nel merito”. Rosaria Capacchione è tra i 19 senatori Pd che hanno votato insieme a Forza Italia per respingere la deliberazione della Giunta per le Immunità che nel luglio scorso aveva dichiarato decaduto l'ex giornalista dal mandato di parlamentare perché condannato per peculato con sentenza passata in giudicato. La senatrice dem, attaccata duramente da Luigi Di Maio, in un’intervista con l’Huffpost replica all’esponente grillino: “Il Movimento 5 Stelle è garantista con i suoi e giustizialista con gli altri. Forse dovrebbe leggere bene la riforma del processo penale”.

Senatrice Capacchione, come mai ha votato insieme a Forza Italia per “salvare” Augusto Minzolini dalla decadenza? I 5Stelle parlano di uno scambio: ieri FI ha votato contro la sfiducia al ministro Luca Lotti e voi oggi a favore di un loro senatore.

“Io avrei votato in questo modo a prescindere dalle indicazioni Pd, che poi giustamente ha lasciato libertà di coscienza e infatti ognuno si è espresso in modo diverso: c’è chi ha votato a favore della decadenza, chi contro, chi si è astenuto e chi è uscito dall’Aula. A dimostrazione che non c’è stato alcunché di concordato. Da parte mia non c’è stata una ragione umanitaria, ma ho valutato nel merito”.

Cosa ha valutato?

“Io sono in commissione Giustizia. Ieri mattina abbiamo votato con la fiducia la riforma del processo penale che contiene una modifica del codice di procedura penale. Modifica cioè le modalità del dibattimento in Corte d’appello. Quando si fa il processo d’appello se un giudice pensa di sovvertire il primo grado di giudizio, ad esempio condannare invece di assolvere, adesso si ha l’obbligo di rinnovare il dibattimento. Minzolini è stato assolto in primo grado e condannato in appello senza che venisse rinnovato il dibattimento. Dunque io ho un problema serio di coscienza perché ieri mattina ho votato la riforma del processo penale che vieta che questo possa accadere, a prescindere dal merito se è colpevole o innocente”.

Quindi si è espressa in linea con la riforma del processo penale e non con ciò che prevede la legge Severino.

“Oggi la Cassazione, dopo l’approvazione della riforma del processo penale, avrebbe avuto l’obbligo di annullare la sentenza di condanna perché non c’è stato un rinnovato dibattimento. Ma non so se i 5Stelle hanno letto la riforma del processo penale”.

La legge Severino prevede la sospensione di un parlamentare dopo il primo grado di giudizio. A questo punto bisogna rimettere in discussione la legge?

“Infatti, con i tempi della giustizia in Italia tra la condanna in primo grado e l’assoluzione in appello possono anche passare dieci anni e non si può chiedere a una persona si sospendersi. Bisogna capire bene cosa fare. La legge Severino è una norma regolatrice della politica, poi ci sono i partiti con il loro codice etico e se un politico ha commesso un certo tipo di reato non dovrebbe essere candidato”.

Adesso Forza Italia chiede una riflessione sul caso Berlusconi e sulla decadenza, votata sempre dal Senato, dell’ex premier.

“Le mie personalissime valutazioni di oggi non hanno a che vedere con Berlusconi e tutto il resto. Io ho votato la decadenza di Berlusconi, ma stiamo parlando di un altro tipo di reato, il paragone dal mio personale punto di vista non è fattibile. Su Minzolini era tutto molto vago e confuso. Io sono molto poco politica, i retropensieri non ce li ho, come credono invece i 5Stelle”.

Di Maio si è detto sorpreso dal suo voto essendo stata una giornalista antimafia. Cosa gli risponde?

“Beato lui che sulle questioni di giustizia ha tutte queste certezze. Non mi offendo e non vogliono scendere in polemica con Di Maio, lasciamo stare, non lo trovo utile”.

"Io vittima di un'ingiustizia vi racconto il mio calvario". Il senatore: "Chi mi ha condannato è stato prima avversario politico. Bevo la cicuta e mi dimetto", scrive Augusto Minzolini, Venerdì 17/03/2017, su "Il Giornale". Alla fine di questo calvario, una premessa mi è d'obbligo. Io sono convinto che la battaglia che ho intrapreso vada al di là della mia persona. Sono persuaso che certe incongruenze, contraddizioni, meccanismi infernali, che spesso emergono nel nostro sistema giudiziario, rappresentino l'occasione per fare il punto sulla condizione della giustizia e della democrazia nel nostro paese. Proprio per questo dico fin d'ora che, qualunque sia l'esito del voto, un attimo dopo rassegnerò le dimissioni da senatore. Dopo, però, non prima: perché voglio, appunto, che il Senato si esprima su un caso che io considero, con tutto il rispetto che posso avere per la magistratura, una grande ingiustizia. Non per nulla, io continuerò a combattere la mia battaglia su questa vicenda in tutte le sedi. In Italia e in Europa.

LA STORIA. Io penso di essere vittima di una vicenda kafkiana. Arrivo in Rai nel giugno del 2009, dopo aver lavorato 30 anni in aziende private: l'agenzia Asca; Panorama; La Stampa. Accettai uno stipendio inferiore a quello del mio predecessore, Gianni Riotta, ma posi come condizione quella di poter continuare la mia collaborazione con Panorama: volevo dire la mia, al di fuori del Tg che avrei diretto. Prima mi fu detto di sì, poi il presidente della Rai di allora, Paolo Galimberti, si oppose. Mi mandò una e-mail in cui mi diceva che «era eticamente (oltre che contrattualmente) incompatibile che io continuassi». A quel punto io posi la questione della carta di credito. Dissi all'allora direttore generale Masi che volevo una carta di credito, esattamente come quella di cui disponevo a La Stampa, da inviato speciale. Ripeto da inviato speciale non da direttore: stesso budget; stesse regole, tra le quali quella di non dover indicare i nominativi delle persone incontrate o invitate (per ovvie ragioni di riservatezza delle mie fonti). La trattativa si chiuse. Per 18 mesi andò avanti tutto come previsto. A giugno del 2010 Masi inviò una circolare nella quale era previsto che le spese prive dei beneficiari dovessero essere sottoposte all'approvazione del direttore generale: avendo io l'accordo di cui vi ho parlato, pensavo di esserne dispensato. Continuò a non esserci nessuna contestazione sulle mie note spese. Nessuno mi disse niente di questo problema fino a quando uno dei consiglieri di amministrazione, Rizzo Nervo, non pose la questione al direttore generale Masi. Il quale non avendo le idee chiare in testa - in Rai capita spesso - farfugliò e si contraddisse. In due lettere diede due risposte diverse: nella prima, indirizzata a Nervo, definì la carta un «benefit compensativo» in cambio dell'«esclusiva»; nella seconda, al sottoscritto, cambiò la natura della carta in una sorta di «facility», sostenendo che tra me e l'azienda fosse insorta un'incomprensione di natura amministrativa e, riconoscendo la mia buona fede, mi chiese di reintegrare le somme. Sia pure indignato, decisi di ridare indietro all'azienda tutta la somma in questione e comunicai che mi sarei rivolto al giudice del lavoro. Restituii le somme ancor prima che ricevessi l'avviso di garanzia per peculato, per una questione di orgoglio: essere accusato di aver sperperato soldi pubblici la reputavo, e la reputo, un'offesa. Peccando d'ingenuità, ero convinto che la vicenda si fosse chiusa lì.

IL PROCESSO E L'ASSOLUZIONE. Nel frattempo un esposto presentato dall'onorevole Antonio Di Pietro aveva messo in moto la procura di Roma. Dalle indagini non emerse una prova, un episodio, una testimonianza, da cui si potesse dedurre che fossi andato a cena per fatti miei privati. Anzi, il 26 aprile del 2011 il consiglio dell'Ordine dei giornalisti archiviò la vicenda all'unanimità. Stessa cosa fece la Corte dei Conti, il 6 dicembre 2011, ma due mesi prima il Gup di Roma mi aveva rinviato a giudizio. Il processo di primo grado durò poco più di un anno. Il pm cominciò la sua requisitoria, avvertendo che non c'era una prova diretta di quell'illecito. Non c'era la cosiddetta «pistola fumante». Il processo si concluse con l'assoluzione. Pensai che il mio calvario fosse finito, invece, stava appena cominciando.

L'APPELLO E LA CONDANNA. Il 27 ottobre del 2014, ci fu l'appello. Senza riaprire l'istruttoria, assumere nuove prove, raccogliere nuove testimonianze o riascoltarmi, la sentenza di assoluzione viene ribaltata. Di più, il tribunale va oltre le richieste dei pm: mi condanna a due anni e sei mesi e all'interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo della pena. Insomma, è una sentenza che mi consegna all'oblio. Resto esterrefatto. Non mi riconosce neppure l'attenuante della restituzione dei soldi che io ridiedi alla Rai addirittura prima di ricevere l'avviso di garanzia. La mia colpa sarebbe stata quella di non aver calcolato i danni. Ma come avrei potuto farlo? L'azienda all'epoca non me li chiese. Senza contare che, successivamente fui assolto in primo grado e il giudice del lavoro costrinse la Rai a ridarmi i soldi. E, paradosso nel paradosso, dopo che con la condanna definitiva ho di nuovo ridato i soldi all'azienda, quest'ultima non mi ha chiesto i danni.

I DUBBI SULLA SENTENZA. Resto sconvolto. Non mi do pace. Comincio ad analizzare quanto è avvenuto con lo stato d'animo di chi si sente tradito dalla giustizia. Scopro che nel tribunale di Appello, quello che ha capovolto l'assoluzione di primo grado, c'era un giudice che è stato in politica per venti anni. Il giudice in questione, Giannicola Sinisi, ha, infatti, avuto una lunga carriera in politica nello schieramento avverso rispetto al mio. Questo è il giudice che mi ha condannato, capovolgendo una sentenza di assoluzione e, ancora, che ha aumentato di 6 mesi la pena richiesta facendomi in questo modo incorrere nella legge Severino. Cosa direste se Michele Emiliano, politico, magistrato da 12 anni in aspettativa, e, ora, candidato alla segreteria del Pd, ritornasse in futuro al suo vecchio mestiere per giudicare in tribunale Renzi? Mi viene quasi da ridere.

GLI «AVVERSARI» E LE COINCIDENZE. Non basta. Il relatore del mio processo in Cassazione è stato Stefano Mogini, già capo di gabinetto del ministro di grazia e giustizia del governo Prodi. Ebbene, Mogini è stato consigliere giuridico della delegazione diplomatica che lo Stato italiano ha oltreoceano presso l'Onu. Lui e Sinisi erano i due magistrati che avevamo in America. Hanno lavorato gomito a gomito per cinque anni. Poi, tornati in Italia, nel giro di un anno, sono stati chiamati entrambi a giudicare il sottoscritto, in due diversi gradi di giudizio: beh, francamente, tutto questo fa una certa impressione sul piano delle coincidenze.

DIMISSIONI. C'è un vuoto politico grande come un oceano, quello di assicurare a un imputato un giudice terzo, imparziale, che non sia stato un avversario politico. La necessità che il Parlamento valuti nel merito la vicenda giudiziaria di un suo membro per evitare la minima ombra di una persecuzione. La politica è, innanzitutto, assunzione di responsabilità. E io me la sono assunta in toto fino all'ultima tappa di questo calvario. Sono pronto a bere la cicuta. Poi, qualunque sia l'esito mi dimetterò da senatore. Sicuro di avere la coscienza a posto. C'è una frase che mesi fa mi ha detto Di Pietro, il cui esposto è all'origine di questa assurda vicenda. «Magari i guai che hai avuto, li hai avuti per quest'esperienza in politica La politica porta guai». Un'amara verità. Non per me, quanto per questo Paese.

16 marzo 2017 20.42 Rai News. E' "gravissimo che un vicepresidente della Camera inciti alla violenza" e ancora di più "per le sue responsabilità istituzionali". Lo dice il presidente dei Senatori del Pd, Zanda, a proposito di quanto dichiarato da Di Maio, dopo il voto contro la decadenza di Minzolini da senatore. "Non vi lamentate se poi i cittadini manifestano in maniera violenta". "Dire voto di scambio è offensivo", dice Zanda, sono "offese provenienti da una forza che fa della criminalizzazione degli avversari la sua cifra politica".

Caso Minzolini: Luigi Di Maio giustizialista (degli altri). Luigi Di Maio contro Minzolini, scrive Giuseppe Vatinno su “Affari Italiani" Giovedì, 16 marzo 2017. Luigi Di Maio anche oggi ha esternato il suo pasticcino quotidiano. Oggi sbraitava contro i partiti che hanno permesso ad Augusto Minzolini di “salvarsi” dalla decadenza in Senato. Non vogliamo entrare nella questione di merito dell’ex direttore del Tg Rai 1 ma solo far notare come Di Maio sia il classico parolaio populista che dà fiato alle trombe ma che non ha alcun numero per farlo visto i guai che ha in casa propria ad esempio con lo scandalo politico che rappresenta Virginia Raggi a Roma. Dunque Robespierre - Di Maio non solo accusa i “partiti” entità metafisica che nell’immaginario archetipale grillino rappresenta la negatività più pur ama addirittura “minaccia” i partiti stessi di essere responsabili delle future violenze di piazza. La domanda è: è tollerabile che il vicepresidente della Camera dei Deputati di una democrazia occidentale non si dimetta dopo il pericolosissimo messaggio inviato ad una popolazione peraltro eccitata e surriscaldata dalla mancanza di lavoro e prospettive per il futuro? Ricorda Di Maio Lotta Continua quando indicava nome e cognome i personaggi “ostili al popolo” che poi come il commissario Calabresi fecero effettivamente una brutta fine. Senza dimenticare, come detto in apertura, che se qualcuno dovesse dimettersi per provata incapacità amministrativa e problemi con la giustizia è proprio quella Virginia Raggi corifea e vessillifera di questa Armata Brancaleone che sta dando la scalata al potere in Italia infangando tutto quello che trova sul suo cammino.

Tutta la verità sul pregiudicato Beppe Grillo “omicida” condannato dalla Corte di Cassazione, scrive “Il Corriere del Giorno" il 22 novembre 2016. La Corte (…) ha individuato la colpa del Grillo nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto il spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o quanto meno, proseguire da solo”, riporta la sentenza del 7 aprile 1988 della Corte Suprema di Cassazione, che con queste parole aveva motivato così il rigetto del ricorso formulato dall’imputato e confermato la condanna emessa dalla Corte di Appello di Torino.

“Trovo Veramente ingiusto che un assassino salga sul palco a dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato…. Si vergogni perchè lui in primis ha approfittato delle leggi ballerine di questa Italia! I soldi non comprano tre vite…” iniziava così il post di Marianna Bifulco su Facebook, commentando un servizio del quotidiano La Stampa   del 22 marzo 1984, per descrivere la dinamica dell’incidente automobilistico mortale causato da Beppe Grillo quando il 7 dicembre 1981 provocò la morte di Renzo Giberti, 45 anni, della moglie Rossana Quartapelle, 34, e del figlio Francesco, di soli 9 anni.

«Ho cercato di assecondare la marcia del veicolo all’indietro, come quando si fa retromarcia –raccontava Beppe Grillo – puntando verso una sporgenza di roccia del monte, dove speravo di fermarmi. Per disgrazia ho colpito quella sporgenza con la ruota di scorta esterna e la macchina ha ruotato verso il burrone. Istintivamente ho spalancato la portiera e mi sono lanciato fuori mentre la Chevrolet precipitava”. 

Questa la tesi del comico genovese, conducente del veicolo assassino, che convinse la corte del Tribunale di Cuneo chiamata a pronunciarsi in primo grado di giudizio (l’imputato fu assolto con formula dubitativa) ma non quelle di Appello e Cassazione, che invece si pronunciarono rispettivamente nel 1985 e nel 1988: “La Corte (…) ha individuato la colpa del Grillone nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto il spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o quanto meno, proseguire da solo”, riporta la sentenza del 7 aprile 1988 della Corte Suprema di Cassazione, che con queste parole aveva motivato così il rigetto del ricorso formulato dall’imputato e confermato la condanna emessa dalla Corte di Appello di Torino il 12 marzo 1985 a “un anno e due mesi di reclusione con sospensione della patente di guida per eguale periodo di tempo”, sentenza poi condonata. Un condono che chiaramente Grillo accolse a braccia aperte!

“Credetemi, dobbiamo sempre avere fiducia nella giustizia e nell’operato della magistratura”, aveva commentato a caldo Grillo, come riportato dal collega Gianni De Matteis sul quotidiano La Stampa all’indomani dell’assoluzione in primo grado. “In questo momento il ricordo struggente va ai poveri Renzo, Rossana e Francesco, i miei cari amici genovesi che non ci sono più. Anche se non mi sento, e anche per la magistratura non lo sono, colpevole della loro morte, l’immagine spaventosa di quel che è accaduto quel giorno a Limone non mi abbandonerà mai più”. La sentenza di assoluzione venne accolta con un “applauso spontaneo della grande folla che dal mattino gremiva l’aula”, scriveva De Matteis. Secondo quanto scritto a firma di Franco Giliberto su La Stampa il 22 marzo del 1984, Cristina Giberti, che nell’incidente aveva perso i genitori e il fratellino, “ha ricevuto dall’assicurazione quasi 300 milioni (di lire, ndr) e altri250 da Beppe”.

Ma cosa accadde realmente quel giorno?

Lo racconta Maura, sorella di Rossana, la moglie di Giberti. “Renzo Giberti, ex calciatore del Genoa, era molto tifoso. Lui e Beppe si conoscevano e si frequentavano da tempo. Andavano insieme allo stadio, si vedevano nel tempo libero. Alla fine della trasmissione tv Te la do io L’America, e dopo le riprese del film Cercasi Gesù, mia sorella e mio cognato lo avevano invitato a fare questo week end per riposarsi un po’. Quel 7 dicembre avevano comprato tartufi, vino: loro erano fatti così, gentili e ospitali. E poi erano felici perché mia sorella adorava gli spettacoli di Grillo. Appena finito di mangiare, poiché c’era un bellissimo sole, decisero di raggiungere Baita 2000. Mio cognato conosceva molto bene quel percorso, avendo avuto la casa lì fin da piccolo, ma quella volta capitarono una serie di sfortunate coincidenze. Lui e mia sorella non salivano mai in un’automobile guidata da altri, perché non si fidavano, però Grillo aveva una nuova Chevrolet appena arrivata dall’America, e la Range Rover di mio cognato non voleva saperne di partire. Si era ingolfata. Così accettarono il passaggio. In auto, con loro e il piccolo Francesco, c’erano altri tre amici, Andrea Mambretti e Carlo Stanisci con la fidanzata Monica”.

Per raggiungere quota duemila, occorre percorrere la via Del Sale, una strada militare sterrata della larghezza media di tre metri. Sulla destra l’auto ha la parete rocciosa, sulla sinistra un burrone ripidissimo. Manca qualche centinaio di metri all’arrivo e il cane di Carlo e Monica comincia ad abbaiare, forse ha bisogno di fare una passeggiata all’aperto: i due chiedono di scendere perché vogliono proseguire a piedi.

Questo il racconto di una collega, Chiara Bruschi pubblicato in tempi non sospetti e cioè il 5 febbraio 2013. L’incidente si consumerà davanti ai loro occhi. Poco più avanti, infatti, in corrispondenza di una curva a destra e in prossimità di una grande roccia chiamata Cabanaira, la strada diventa un lastrone di ghiaccio. Grillo tenta di superare l’ostacolo ma la sua auto, invece di obbedire ai comandi, scivola e slitta all’indietro, probabilmente ingovernabile. Dopo aver urtato la parete rocciosa con la parte posteriore dell’auto, il veicolo diventò ormai fuori controllo e precipitò con il muso verso il burrone. Grillo spalancò la portiera e si buttò prima del precipizio. Il tettuccio a pressione si stacca durante uno dei primi impatti.

Mambretti si aggrappa alla carrozzeria con tutte le sue forze, e questo gli permette di non essere sbalzato fuori se non negli ultimi metri della caduta. I Giberti invece, probabilmente presi dal disperato tentativo di proteggere il figlio, vennero catapultati all’esterno quasi subito: l’auto, in caduta giù per il burrone, travolgerà prima Francesco e poi Rossana. Grillo si rialza quasi illeso e corre verso lo strapiombo.

Grillo cercò di prestare soccorso, ma trova Renzo moribondo e Rossana già morta. Di Francesco non c’è traccia. Il suo corpo sarà trovato dal soccorso alpino dopo due giorni e due notti di ricerche. Alberto è ferito, ma non è in pericolo di vita. Il fuoristrada, scrivono Maria Latella, Mario Bottaro e Renzo Parodi sul Secolo XIX, è “ridotto a un ammasso di rottami”. Per recuperarlo “è stato richiesto l’intervento di un elicottero dei carabinieri, ma questa operazione è impossibile in quanto la jeep è troppo pesante (..). Toccherà così a una ditta privata rimuovere con cavi di acciaio e verricelli la carcassa del veicolo».

A Limone, luogo dell’incidente mortale ancora oggi, le opinioni sulla tragedia sono distanti e diverse:” Poteva capitare a chiunque, non è stata colpa sua. Noi quella strada la percorrevamo sempre”, dicono in tanti. Altri sottolineano l’imprudenza di viaggiare con un’auto così pesante, in pieno inverno, senza catene, su un percorso che non si conosce e dove la presenza di ghiaccio è quasi scontata. La Via del Sale infatti, è una vecchia strada militare che unisce Limone Piemonte alla Francia. La percorriamo, con una guida esperta del luogo, a inizio inverno, prima che la neve la renda impraticabile. Superiamo quota 1400 e incontriamo una prima di due limitazioni di transito, chiuse da un lucchetto. In quel punto la strada si restringe ulteriormente. È sporca, a tratti ghiacciata e in altri innevata.

Ad un certo punto la guida scende per montare le catene: sulla destra c’è una parete rocciosa e sulla sinistra lo strapiombo, meglio non rischiare. “Solitamente a dicembre questa strada è impraticabile” spiegava, “perché questa è zona sciistica. Ci sono le piste ed è tutto innevato”. Ma il 1981 è stato un anno scarsissimo quanto a precipitazioni: quel giorno, di neve non ce n’era. C’era il ghiaccio, però. Proprio sotto la roccia chiamata Cabanaira, scorre un fiumiciattolo proveniente da una sorgente più a monte. In alcuni tratti l’acqua ricopre interamente il manto stradale: basta poco per creare una lastra micidiale. In un punto, sotto cui una targa ricorda Renzo, Francesco e Rossana, la strada si stringe e il burrone ha una pendenza pressocché verticale. Sul fondo della scarpata, quasi cento metri più sotto, ancora oggi, si intravedono ancora alcuni rottami della Chevrolet rossa e bianca.

Questa è la vera storia dell’incidente in cui Beppe Grillo sterminò un’intera famiglia, a causa della sua Chevrolet appena arrivata dall’America.

Quelli che millantano di non essere maiali, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 19/03/2017, su "Il Giornale". Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano edizione on line, è un collega, amico di vecchia data. Pensandola diversamente su molte cose abbiamo preso strade diverse ma ci siamo sempre rispettati, per cui mi sento di parlarne liberamente. In queste ore è a capo, con la sua penna, del partito degli indignati per il voto del Senato contrario alla decadenza di Augusto Minzolini, condannato in via definitiva per peculato per fatti che risalgono a quando dirigeva il Tg1. «Politicamente parlando - ha scritto tra l'altro Gomez - i senatori che si sono rifiutati di applicare una legge dello Stato nei confronti di un pregiudicato loro collega sono dei maiali. Del resto era stato proprio George Orwell a insegnarci che tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Ora, mi risulta che la legge in questione preveda appunto sulla decadenza il voto del Senato a garanzia delle non rare e documentate porcate della magistratura. E il voto, almeno per ora, nel nostro paese è libero e legittimo, altrimenti saremmo in una dittatura. L'Italia, caro Peter, ancora non è un enorme partito unico dei tuoi amici grillini, nel quale se non voti come dice il capo l'elezione è annullata (vedi primarie Cinquestelle a Genova). Da noi ancora il voto vale, non è ripetibile, e qualsiasi sia l'esito, non ci crederai, è considerato legale. Non solo: nel tuo articolo, caro Gomez, accomuni nelle maialate il caso Minzolini al caso Napoletano, il direttore del Sole-24 ore indagato per false comunicazioni sociali (si è autosospeso in attesa di chiarimenti). Ti chiedi: ma come fanno, quelli di Confindustria, a non cacciare un indagato? Già, probabilmente fanno come voi che avete tenuto e tenete tra i vostri opinionisti di punta la brava Selvaggia Lucarelli, che non solo è indagata ma è a processo per intercettazione abusiva e accesso abusivo a sistemi informatici (ai danni di Mara Venier ed Elisabetta Canalis). Io spero sia assolta, ma voi del Fatto - tenendola in squadra a mo' di casta - già vi siete comportati come i «senatori maiali». Perché Napoletano fuori e la Lucarelli dentro? E anche tu, caro Peter, nulla hai scritto - maialescamente parlando - contro un vostro amico, l'ex pm Ingroia, che accusato (esattamente come Minzolini) di peculato per le sue note spese è appena stato riconfermato nel posto e nel lauto stipendio. E no, se tutti i maiali sono uguali - per dirla alla Orwell - non è possibile che voi e i vostri amici millantiate di esserlo un po' meno o per niente. Altrimenti è solo una Caro Sallusti, la Severino deve valere per tutti. Caro Gomez, è un'odiosa legge ad personam

Peter Gomez, Lunedì 20/03/2017, su "Il Giornale. Caro Alessandro, quando il parlamento applicò la legge Severino a Silvio Berlusconi facendolo decadere il Pd spiegò che si trattava di «un atto dovuto». Lo fecero, tra gli altri, molti di quei senatori dem che invece oggi hanno salvato il forzista Augusto Minzolini, condannato definitivamente per aver sottratto, attraverso la carta di credito, 66mila euro alla Rai, un'azienda che vive grazie alle nostre tasse. Il renziano Andrea Marcucci disse: «La decadenza è un atto scontato». Massimo Mucchetti spiegò che non «bisogna utilizzare il diritto politico alla difesa come un quarto grado di giudizio». Francesco Scalia affermò che «la decadenza dalla carica non è una sanzione penale né amministrativa, ma una semplice conseguenza del verificarsi di un fatto da cui la legge fa dipendere la preclusione a mantenere cariche elettive». Rosa Maria De Giorgi sostenne che si trattava della «normale applicazione della Legge Severino, voluta e votata dallo stesso centrodestra. Si riconosce solo che la legge è uguale per tutti». Di dichiarazioni di questo tipo è possibile trovarne molte. Oggi però per una parte del Pd Forza Italia non è più un nemico politico. È invece un possibile alleato in un futuro governo se le elezioni, come appare scontato, non daranno una maggioranza. Così, all'improvviso, quella legge che con i nemici andava solo applicata, con gli amici viene interpretata. Francamente lo trovo indecente. Tu no? Anche perché l'attuale capogruppo dem al Senato Luigi Zanda, che pur votando contro Minzolini ha lasciato ai suoi libertà di coscienza, quando si trattava di Berlusconi sentenziava: «Il voto sulla sua decadenza è un nostro dovere per la legalità. Per il Pd non bisogna fa altro che prendere atto della sentenza della Cassazione». Ma non basta. Come sai Italia ci sono sindaci, consiglieri regionali e comunali che si sono visti applicare la Severino anche dopo il primo grado di giudizio. Lo stabiliva la legge e la Corte costituzionale. Si tratta di persone tutte regolarmente elette e scelte dai cittadini, al contrario dei parlamentari nominati dai partiti. Ecco perché, come scriveva George Orwell, è proprio vero che tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri (i suini, nda). Minzolini è più uguale di Berlusconi, i politici nazionali sono più uguali rispetto a quelli locali. Non la trovi una maialata? Io sì. Certo, tu vuoi che la Severino venga abolita, io chiedo che, fin che c'è, venga applicata allo stesso modo a tutti. Non farlo, per me, getta discredito sulle istituzioni, esattamente come ha minato la propria credibilità Confindustria quando (prima dell'inchiesta sul Sole 24 Ore) ha scoperto che nel suo quotidiano vi erano decine e decine di migliaia di copie fasulle e che il direttore aveva siglato una scrittura privata e segreta per ottenere una buonuscita milionaria. Allora intervenire, almeno per tutelare i piccoli azionisti e la reputazione della testata, era per me obbligatorio. E lo era anche per il nuovo amministratore delegato Del Torchio. Ma alla fine Del Torchio se ne è andato e gli altri sono rimasti. Poi è arrivata la Finanza. Ti pare giusto? A me no. Di Roberto Napolitano nel mio pezzo non ho però chiesto il licenziamento. Ho invece scritto che se le sue note spese e i suoi bonus «sono reato lo stabiliranno i giudici. Ma già ora l'indecenza è evidente». Perché le sentenze si emettono in tribunale, mentre in famiglia, nelle associazioni e nelle aziende si valutano semplicemente accadimenti e comportamenti. Esattamente quello che ha fatto Marco Travaglio quando, lette le carte e ascoltato l'interessata, ha deciso che la brava Selvaggia Lucarelli continuasse a scrivere su Il Fatto Quotidiano nonostante il processo per il presunto hakeraggio, mentre io ho a malincuore prudenzialmente preferito che la sua collaborazione non venisse estesa anche alla testata online da me diretta. Ho sbagliato valutazione? Spero proprio di sì. Ma sai qui accade spesso che, pur condividendo principi e valori, si giunga a conclusioni diverse. Perché la libertà di parola e di opinione tra noi de Il Fatto viene da sempre prima di tutto. Un suinesco saluto. ps: su Ingroia indagato abbiamo scritto più volte. La sua riconferma mi era francamente sfuggita. Grazie per la segnalazione. *direttore del Fatto quotidiano edizione on line.

Caro Peter, la tua competente ricostruzione della legge Severino sulla decadenza dei politici condannati conferma che è servita soltanto a fare fuori Silvio Berlusconi dal Senato e pensavano allora i più dalla politica. Si tratta insomma di una legge ad personam e come tale odiosa. Non si è riusciti ad applicarla, tra in tanti, neppure nei casi clamorosi del sindaco di Napoli De Magistris e del governatore della Campania De Luca. E non per volontà dei politici ma per sentenze dei magistrati dei Tar e del Consiglio di Stato. In un caso recente che riguardava un sindaco di Troia (Fg) in Puglia, un giudice ha scritto che la volontà popolare non può essere messa in discussione da una legge ordinaria. Hanno ragione queste toghe oppure anche tra di esse si annidano pericolosi «maiali»?. A te l'ardua sentenza. Alessandro Sallusti. Con immutata amicizia.

Filippo Facci il 18 marzo 2017 su “Libero Quotidiano” contro Luigi Di Maio: "Perché va ricoverato". Se un tizio paventa delle violenze di piazza, o addirittura delle masse incazzate tutte attorno al Parlamento, è perché essenzialmente le desidera. Confonde il futuro coi suoi desideri. Già sapete che il grillino Luigi Di Maio, l’altro giorno, dopo la non-decadenza da senatore di Augusto Minzolini, ha detto: «Non vi lamentate se ci saranno manifestazioni violente sotto al Parlamento», questo mentre il 22 marzo è prevista proprio una manifestazione che si propone di «circondare il Parlamento». Che dire, che fare? Non puoi neanche dire «ricoveratelo», perché è pure vicepresidente della Camera, e il punto è questo: è anche colpa nostra, l’abbiamo creato noi. A un certo punto è circolata voce che fosse il più "presentabile" dei grillini, e noi, invece di chiederci come potessero essere gli altri, quelli meno presentabili, abbiamo cominciato mediaticamente a corteggiarlo. Ora è lì che spara cazzate alla Gianfranco Miglio e noi che dovremmo fare, prendercela con lui? Io - nota personale - non ci riesco; quelli come lui, durante le scuole medie, mi facevano pena, e io li difendevo sempre. Me lo ricordo bene, l’archetipo del Luigi Di Maio: beccava sempre un sacco di botte, era una categoria anzitutto estetica, l’espressione diligente, secchione per status, studiava 10 per raccogliere cinque, il capello corto per non sbagliare, gli abiti da bancario, seduto tra i primi banchi a sorridere alle prof. Non passava mai i compiti, e, durante i compiti in classe, non ti filava neanche se gli chiedevi aiuto col megafono. Quelli come lui, in genere, a 25 anni sono già vecchi, ma in casi eccezionali possono diventare Luigi Di Maio e - credendosi qualcosa - la cazzata prima o poi la sparano. È successo l’altro giorno. Il mitico Giancarlo Perna, un paio d’anni fa, la mise così: «Beati monoculi in terra caecorum», cioè «nella terra dei ciechi anche l’orbo è re». C’è poco da aggiungere. Noi dicevamo: viva Di Maio, se gli altri ignorano i regolamenti e i galatei anche minimi, hanno quest’aria severa da ottusi convinti, fiaccano i dibattiti televisivi con sparate generiche di bassa demagogia, fanno gestacci tipo «emendami questo», dicono «boia» al Capo dello Stato, provocano, interrompono, urlano, spingono, strattonano, colpiscono e graffiano i questori, fanno i pagliacci con bavagli e striscioni, fanno ripresine in aula, inventano aggressioni dopo averle fatte, bloccano i lavori parlamentari, si avventano sui tavoli delle presidenze, occupano aule e commissioni, ne impediscono l’ingresso, disertano il Senato, gridano «siete solo merda» ai parlamentari e «sapete solo fare pompini» alle parlamentari, interrompono i colleghi mentre rilasciano dichiarazioni alle telecamere, accusano come niente di «assassinio» e gridano «la mafia è nello Stato» anche se si sta discutendo di cipolle. Sono tutte cose vere, tutte cose accadute dal 2014 a oggi: ma le hanno fatte i meno presentabili, diciamo così. Luigi Di Maio invece non è fisicamente brutto o malvestito, non ha una pettinatura imbarazzante, non parla un italiano da balera misto a burocratese come tanti suoi colleghi: anche se, come notò Lucia Annunziata, tende alla frase fatta come tutti i grillini. Basta, questo? Bastava eccome, se gli altri sono così. Da vicepresidente della Camera (uno dei quattro) sembrava quasi una persona normale. Ma ora, Di Maio, si è messo a pazziare pure lui. Evoca le manifestazioni violente attorno al Parlamento e trova sponda non in un sanatorio, ma in Marco Travaglio: che ieri, sempre a proposito della mancata decadenza di Minzolini (una cosa che si è votata: in Parlamento funziona ancora così) entro le prime 6 righe del suo editoriale è riuscito a scrivere «atto eversivo, abuso di potere e colpo di stato contro la Costituzione». Ecco, l’abbiamo detto. Sono passati un paio d’anni e Di Maio è diventato presentabile come Travaglio. Di Filippo Facci 

LA SETTA DEI 5 STELLE.

M5S: storia di un movimento duro ma impuro. Le chat della compagnia di giro di Virginia Raggi hanno svelato la guerra totale che dilania l'intestino dei grillini. E che vi raccontiamo, caso per caso, scrive Carlo Puca il 14 febbraio 2017 su "Panorama".  

10 febbraio 2008. Quel giorno, era un giovedì, sotto il titolo di "comunicato politico n° 1", Beppe Grillo pubblicava sul suo blog il primo manifesto dei 5 Stelle. Sulla home-page spiccava l'immagine del comico in versione Indro Montanelli, sguardo minaccioso e una mitica macchina da scrivere, la Lettera 22 sulle ginocchia. Insomma, dopo esperienze minori, debuttava ufficialmente il "duro e puro" moVimento grillino.

E lo faceva con propositi caparbi: lo streaming, la trasparenza amministrativa, la meritocrazia contro la partitocrazia, le iniziative di legge di proposta popolare sul Parlamento pulito, i condannati da cacciare, gli indagati (almeno) da non candidare. Cinque anni dopo, il moVimento è rimasto duro, ma si è fatto impuro. Lo streaming è completamente sparito dai radar, anzi dai wifi nazionale e internazionale. Le chat della compagnia di giro di Virginia Raggi hanno invece svelato la guerra totale che dilania l'intestino dei 5 Stelle, peggiore di quella che caratterizzò la Democrazia cristiana; allora, infatti, almeno si combatteva per correnti; oggi, tra i pentastellati, ogni singolo capataz fa da sé, mosso dall'obiettivo permanente di fregare l'altro, foss'anche il suo migliore amico. Figurarsi un nemico. È così che si è arrivati ai veleni, al presunto dossier fabbricato da tre ex consiglieri comunali contro Marcello De Vito per escluderlo dalla corsa al Campidoglio in favore di Virginia Raggi.

È sempre così che sono circolate le cattiverie sulla baby sitter assunta da Roberta Lombardi e messa a nota spese di Montecitorio. È ancora così che sono volate e volano brutte chiacchiere sul candidato premier in pectore, Luigi Di Maio.

Il 5 agosto 2016 Di Maio venne informato via mail dalla senatrice Paola Taverna delle indagini sull'allora assessora all'Ambiente di Roma, Paola Muraro. Ma poi giurò di non averla letta. Non paghi, molti parlamentari rivelano sottovoce che nelle loro riunioni riservate "Luigi difendeva calorosamente Muraro" e anche Raffaele Marra (poi arrestato), Salvatore Romeo (indagato) e la stessa Raggi (idem). "Che interesse aveva?" sussurrano i suddetti con la classica risatina da complottista. Si dirà: questo è il melmoso teatrino romano, chiunque lo calchi, prima o poi si sporca. Pensiero inesatto, i capataz cospirano ovunque. In alcuni luoghi (Ravenna, Rimini, Salerno, Caserta, Latina, la Regione Sardegna) i 5 Stelle hanno persino rinunciato a presentare le liste alle elezioni a causa degli scontri interni (dossier compresi). In altri posti, per le tensioni, si sono auto eliminati dalla corsaper la vittoria, come a Milano e a Napoli, dove il battagliare tra Di Maio e Roberto Fico si è fatto insostenibile. Il caso più pittoresco, tuttavia, rimane quello di Porto Torres, in Sardegna. Qui la capogruppo del M5s, Paola Conticelli, è stata espulsa perché "il mio compagno è un giornalista" nemico del sindaco Sean Christian Wheeler, detto "l'americano". Complimenti, manco Donald Trump sarebbe arrivato a tanto...

Tra l'altro, questo rimane l'unico episodio di espulsione per motivi parentali. Proprio i 5 Stelle, infatti, sono il gruppo politico più familistico d'Italia, a partire dai vertici. Davide Casaleggio, dopo la morte del padre Gianroberto, ha ereditato società (la Casaleggio associati) e retroguida del partito (appunto, i 5 Stelle). Grillo ha creato l'Associazione moVimento 5 Stelle e si è nominato presidente. Come vice ha scelto il nipote, l'avvocato Enrico Grillo. Segretario è invece il suo commercialista, Enrico Maria Nadasi, membro del Cda della Filse, la finanziaria della regione Liguria, nominato (va da sé) in quota pentastellata.

E se Beppe fa così, figurarsi il resto: Senato, Camera, l'Europarlamento, Regioni e Comuni pullulano di parenti, fidanzati, amici degli eletti. O di trombati alle elezioni e riciclati come assistenti, nel solco della peggiore tradizione partitocratica. Insomma, altro che "lavoratori trasparenti, onesti e volenterosi, competenti e puliti" scelti su base curriculare e meritocratica, come annunciava nel marzo del 2013 la solita Lombardi. E non parliamo di poca gente: solo i 15 eurodeputati pentastellati sommano 103 collaboratori, lo stesso numero medio di qualsiasi partito tradizionale.

Smarrita la strada della diversità politico-antropologica (qual è la differenza con gli altri?), pure la magistratura, un tempo vicina alle istanze dei 5 Stelle, ha cominciato a dubitare. E ci ha messo la testa. Ai primi avvisi di garanzia, il comico-leader ha reagito così: gli avversari politici "ci stanno combattendo con tutte le armi, comprese le denunce facili, che comunque comportano atti dovuti come l'iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia". Ma i principali guai giudiziari sono tutt'altro che "denunce facili", anzi: riguardano la losca faccenda delle firme false raccolte per le comunali palermitane del 2012 e i pasticci di Virginia Raggi (e relativa corte) al Campidoglio. Per metterci una pezza, Grillo e Casaleggio hanno imposto, il 3 gennaio 2017, il nuovo Codice etico (Leggi qui cosa prevede). Stabilisce l'obbligo di dimissioni solo in caso di condanna di primo grado e, comunque, non per i reati di opinione. Inoltre, fatto più importante, l'avviso di garanzia non comporta più la sospensione o l'espulsione, tantomeno le dimissioni.

Sono tutte indicazioni, queste, che negano la storica natura grillina. Già il 10 dicembre del 2009, infatti, il comico genovese aveva diffuso il "Non Statuto". All'articolo 7 prevede, per candidati e iscritti, il criterio dell'esclusione per qualsiasi procedimento penale in corso e l'obbligo di informare il moVimento. Era quello il periodo in cui Luigi Di Maio diceva: "Non sono a favore della presunzione d'innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare". Ancora più netto risultava Grillo: "Basta essere indagato e sei fuori". Ecco, gli indagati. Alla nascita del M5s, il comico li etichettava come "diversamente onesti". Nel corso degli anni la presunzione d'innocenza proprio non è esistita, valeva lo slogan "o-ne-stà, o-ne-stà", tanto è vero che a ogni sospiro dei pm sui politici, corrispondeva una richiesta di dimissioni. Grillo arrivava a coniare la rubrica L'indagato del giorno e a maramaldeggiare sugli avvisi di garanzia al Pd ("Sono comei rotoloni Regina, non finiscono mai..."). A volte, anche quando indagati non ce n'erano, la ghigliottina pentastellata si abbatteva lo stesso, anche per bocca dei vari Di Maio, Fico e Alessandro Di Battista contro Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Giovanni Toti e altri ancora. Anche perché, nel frattempo, le norme etiche del moVimento si facevano sempre più stringenti. È accaduto coni regolamenti emanati nel 2013 e nel 2014 e con il codice di comportamento per i candidati a Roma, approvato nel febbraio 2016, con il quale debutta pure la multa da 150 mila euro per i renitenti alla linea di Grillo.

A ottobre 2016 l'asticella si è alzata ancora, con la modifica dell'articolo 5 del Non Statuto. Introduce una sospensione di 24 mesi costruita ad personam contro l'irriducibile sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che perciò molla il moVimento per fondarne uno suo. Insomma, per molti anni la strategia di Grillo e dei due Casaleggio (prima Gianroberto e poi Davide) è stata chiarissima: più i 5 Stelle si impantanavano, più stringevano la forca giustizialista. E per due ragioni. La prima era mediatica: il continuo rilancio sulle manette facili serviva a distrarre l'opinione pubblica. La seconda ragione era invece interna: con le sospensioni ed espulsioni selettive, infatti, Grillo e i Casaleggio hanno potuto liberarsi delle figure per loro più scomode. I vari fulmini giudiziari che hanno investito il moVimento segnalano infatti una disparità di trattamento impressionante. Per citare un caso dimenticato, nel 2013, in Piemonte, due consiglieri regionali (Davide Bono e Fabrizio Biolè) vennero indagati per rimborsopoli, ma poi archiviati. Bono è stato ricandidato come governatore, Biolè fatto accomodare fuori dal moVimento, proprio come Pizzarotti. Nel febbraio 2016 è invece esploso il caso-Quarto. Nel paesone in provincia di Napoli, Rosa Capuozzo è stata espulsa dopo aver respinto la richiesta di dimissioni da sindaco avanzata da Grillo perché "siamo il moVimento 5 Stelle e non un Pd qualsiasi...". Il Comune era stato infatti investito da un'inchiesta su presunte infiltrazioni camorristiche partita dai ricatti del consigliere comunale M5s, Giovanni De Robbio, ai danni della prima cittadina. In questo caso, siamo all'apoteosi del procedere selettivo. Capuozzo è stata infatti ignorata dai vertici nazionali del suo movimento anche quando si addentrava in operazioni discutibili. A parte il fatto di abitare in una mansarda abusiva, la sindaca ha: mantenuto l'appalto del marito tipografo con il municipio; cancellato la convenzione comunale con la squadra anticamorra Nuova Quarto Calcio per la Legalità; revocato la pubblicazione del Puc (Piano urbanistico comunale) approvato dalla commissione prefettizia insediatasi al Comune dopo il precedente scioglimento per camorra. Soltanto dopo è spuntato il presunto ricatto. Sul quale, comunque, lo stato maggiore grillino ha inizialmente difeso, come un sol uomo, la prima cittadina. Capuozzo, per dirla chiara, è stata espulsa quando ha ammesso che al M5s sono andati "anche i voti sporchi" e ha detto che "Di Maio e Fico lo sapevano", trascinandoli nella polemica politica e giudiziaria. Altrimenti Rosa sarebbe ancora lì a esercitare le sue pratiche amministrative in nome e per conto dei 5 Stelle. Ancora: nel maggio del 2016, il sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, ha annunciato di aver ricevuto ben due avvisi di garanzia, poi archiviati, dei quali però non ha detto nulla ai vertici del moVimento. Per un uguale silenzio, Pizzarotti è stato messo alla porta, Fucci è ancora lì, né sospeso né espulso. Così anche il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, indagato per abuso d'ufficio per lo stanziamento di quasi 40 mila euro all'anno per rimborsare agli amministratori le spese per raggiungere il Comune. Attenzione, però: tale strategia della "doppia morale" (affettuosi con gli amici, feroci con i nemici) ha funzionato benissimo. Finora, stando ai sondaggi, a ogni crisi nei 5 Stelle è seguito un avanzamento nel gradimento degli italiani: la Medusa-Grillo è sempre stata capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo da giustiziere, nessun Perseo è riuscito a ucciderlo. Tuttavia, il gioco ha retto finché ha potuto. Ovvero fino al dicembre del 2016, quando a Palermo, dopo un servizio de Le Iene di Italia Uno, la procura ha scoperto l'esistenza di almeno 200 firme false, indispensabili per presentare la lista del M5s alle comunali del 2012. Tredici gli indagati pentastellati, compresi due deputati regionali, Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che hanno confermato la vicenda e si sono autosospesi, e i parlamentari nazionali Riccardo Nuti, Giulia Di Vitae Claudio Mannino, poi sospesi dal moVimento.

Sospesi, appunto, non espulsi, mentre in passato altri parlamentari e sindaci erano stati cacciati per molto meno. Quanto a Raggi, è certo, però, che tra omissioni, bugie, chat, nomine, inchieste giudiziarie, avvisi di garanzia, sembra, parafrasando Grillo, "un Pd qualsiasi". Anzi peggio perché, stando alle indagini della Procura di Roma, dopo aver promesso trasparenza e onestà, avrebbe licenziato i puri (Marcello Minenna, Carla Raineri) per circondarsi di impuri, gli indagati Paola Muraro e Salvatore Romeo e l'arrestato Raffaele Marra. È evidente: difendendo Virginia ("Er sinnaco de Roma nun se tocca"), la Medusa Grillo difende anche il suo discutibile giro. E se alla fine fosse proprio Raggi l'involontario Perseo contemporaneo?

Caso polizze, Di Maio contro l'Espresso: "Quereliamo Fittipaldi". Il direttore Cerno: "Non vediamo l'ora". Il vice presidente della Camera alla trasmissione "L'Aria che tira" condotta da Myrta Merlino (La7) il 5 gennaio 2017 annuncia che il Movimento querelerà il nostro inviato Emiliano Fittipaldi dopo avere svelato per primo il caso delle polizze sottoscritte dall'ex capo della segreteria della sindaca di Roma Virginia Raggi. La risposta in video del direttore dell’Espresso il 6 gennaio: «Non vediamo l’ora che arrivi la querela. I nuovi regolamenti dei 5 Stelle vietano agli iscritti di parlare, ma se proprio Di Maio ci vuole in Procura, lì potremo avere quelle informazioni che il Movimento dovrebbe dare anziché nascondere, non foss'altro che per quella trasparenza che loro stessi invocano».

Chiedeteci scusa! Scrive Luigi Di Maio il 7 febbraio 2017. Oggi ho consegnato al presidente dell'Ordine dei giornalisti la lettera che trovate qui sotto. La campagna diffamatoria nei confronti del MoVimento 5 Stelle deve finire. Vi chiedo di reagire. Dobbiamo raccontare a tutti i nostri successi ottenuti nelle città che governiamo. Nel video vi racconto un po' di cose e vi segnalo alcuni appuntamenti imminenti. Per favore guardate fino alla fine e diffondete questo video! E' tempo di reagire! Lettera al Presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino:

"Gentile Presidente, la libertà di stampa è un valore irrinunciabile per ogni Paese democratico. Ma altrettanto irrinunciabile è il rispetto della verità a cui ogni giornalista, per deontologia ed etica professionale, dovrebbe attenersi. In questi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno da parte di certa stampa, che ha usato la vicenda di una polizza a vita intestata a Salvatore Romeo, e il cui vero beneficiario è lui stesso tranne nell'ipotesi estremamente improbabile della sua morte, per infangare e colpire in maniera brutale la sindaca Virginia Raggi e l’intero Movimento 5 Stelle. L’operazione di discredito nei confronti della Raggi è iniziata ben prima che il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni a Roma: lo sapevamo ed eravamo preparati a questo, ma oggi si è toccato un limite che è nostro dovere denunciare. Da osservatore attento avrà seguito la vicenda sulla polizza e saprà: 1) che la Raggi non ha mai preso un soldo; 2) che appresa dai magistrati la notizia della polizza, ha immediatamente richiesto che il suo nome venisse rimosso dal documento; 3) che la Procura stessa ha precisato che nella vicenda non si ipotizza alcun reato e che la polizza non è da considerarsi uno strumento di corruzione. Su gran parte dei Tg e dei giornali usciti il 3, il 4 e il 5 febbraio, però, gli italiani hanno letto un’altra storia, costruita non su fatti documentabili, ma su menzogne e notizie letteralmente inventate. E anche quando la Procura è intervenuta per ristabilire la verità, i giornali hanno continuato con le ipotesi, i sospetti, i dubbi e le insinuazioni. Nessuno sino ad oggi ha chiesto scusa né a Virginia Raggi, né al Movimento 5 Stelle, né ai lettori. Lei Presidente mi invita a non generalizzare un’intera categoria, ma a segnalarle i casi di comportamenti deontologicamente scorretti. Eccoli qui di seguito, con nomi e cognomi. Giudichi Lei se questa è informazione.

Emiliano Fittipaldi (L’Espresso) a L’Aria Che Tira (La7) il 3 febbraio: "Qualcuno ipotizza addirittura che i soldi di Romeo non siano soldi suoi, ma soldi in conto terzi che qualche esterno ha cercato di utilizzare per fare voto di scambio e per scalare il M5S dall'esterno".

Corriere della Sera, 3 febbraio, Fiorenza Sarzanini, titolo “La provvista da 90 mila euro e la pista che porta alla compravendita di voti”: Il sospetto è che almeno una parte di quei soldi provenissero da chi aveva deciso di puntare tutto sulla giovane avvocatessa [...] Dunque servissero a comprare voti. E siano soltanto una parte dei finanziamenti occulti giunti al Movimento 5 Stelle a Roma”.

La Repubblica, 3 febbraio, Carlo Bonini, titolo “Tesoretti segreti e ricatti, che legano il nuovo potere ai vecchi padroni di Roma”: Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo” [...] Se infatti quelle tre polizze erano una "fiche" puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano quella "nero fumo", quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra perché prevalesse sulla cordata […] se erano la contropartita per sigillare un patto politico”.

Il Giornale, 3 febbraio, Alessandro Sallusti: “se è stata una tangente postdatata - ipotesi più probabile - parliamo di reato di una certa rilevanza”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 3 febbraio, Elena Polidori, titolo "La pista dei soldi". “Si indaga su altre assicurazioni a beneficio di politici del movimento".

Il Messaggero, 3 febbraio, Valentina Errante/Sara Menafra, titolo “Una polizza inguaia la Raggi. C’è la pista dei fondi elettorali”: “La pista dei fondi coperti della campagna elettorale. (...) Spunta un conto aperto da Romeo nel 2013. L'ombra dei voti comprati". "Quel legame inspiegabile con i suoi fedelissimi, favoriti contro ogni morale grillina, adesso sembra trovare davvero una chiave di lettura. E' il peccato originale di Virginia Raggi (...). Almeno in un caso ci sarebbe stato un accordo: soldi (...)".

La Stampa, 3 febbraio, Edoardo Izzo: “Potrebbe emergere un'ipotesi di corruzione dietro le irregolarità emerse nell'inchiesta sulle nomine che coinvolge la sindaca di Roma Virginia Raggi".

Corriere della Sera, 4 febbraio, Fiorenza Sarzanini/Ilaria Sacchettoni: “Quelle [...] potrebbero dunque rappresentare una sorta di fondo concesso in garanzia a chi poi poteva concedergli favori”.

QN-Carlino-Nazione-Giorno, 4 febbraio, Elena Polidori, titolo "Raggi, l'inchiesta porta ad Ama".

Il Messaggero, 4 febbraio, Valentina Errante/ Sara Menafra: "Un meccanismo che potrebbe rappresentare un modo per tenere unita l'organizzazione a cinque stelle con un patto economico, oltre che politico”.

All’elenco si aggiungono gli articoli pubblicati oggi da Corriere della Sera e Repubblica, in cui io stesso vengo tirato in ballo, nonostante avessi già smentito tutto a dicembre 2016, con illazioni diffamatorie che non trovano riscontro nei fatti:

Corriere della Sera, 7 febbraio, Fiorenza Sarzanini: “Soprattutto quel che successe l'estate scorsa quando Marra sostiene di aver deciso di lasciare l'incarico in Campidoglio e di essere stato convinto a rimanere durante l'incontro con Luigi Di Maio. Che cosa gli disse il parlamentare grillino per fargli cambiare idea? Quali garanzie gli offrì, visto che lui stesso ha detto di averlo ricevuto alla Camera su richiesta della sindaca?”

Repubblica, 7 febbraio, Carlo Bonini, titolo la scia dei "quattro amici" porta al ruolo di Di Maio: “il garante fu l'uomo che il M5S candida a guidare il Paese, Luigi Di Maio. Già, è Di Maio il convitato di pietra di questa storia. […] Fu Di Maio a convincere Marra a non abbandonare prematuramente il suo lavoro di badante della Raggi [...] E fu ancora Di Maio, quale garante di quella scelta politica, a difendere il rapporto privilegiato ed esclusivo dei «quattro amici al bar» di cui oggi nulla resta”."

I nuovi potenti e l'informazione. Ogni volta che un potente, anche se nuovo di zecca, attacca ferocemente chi lo critica, allora bisogna preoccuparsi e non abbassare la testa, scrive Mario Calabresi l'8 febbraio 2017 su "La Repubblica". Il Potere attacca l’informazione quando è in difficoltà, quando la vive come un intralcio alla sua azione o alla sua narrazione. Succede da sempre, ma oggi i nuovi potenti, che amano comunicare direttamente con i cittadini senza fastidiose mediazioni e senza il rischio di fastidiose domande, sono più radicali e cercano di risolvere il problema all’origine: delegittimare i giornalisti. I nuovi potenti amano raffigurarsi come outsider, si chiamino Trump o Grillo, come freschi e genuini rappresentanti del popolo a cui giornalisti e giudici cercano invece di mettere i bastoni tra le ruote. Nel caso italiano la polemica contro i magistrati ancora non c’è ma è solo questione di tempo. Il Movimento non governa ancora il Paese ma ha già conquistato la sua capitale e ha capito che nella strada verso Palazzo Chigi l’informazione può essere un ostacolo. Questi nuovi potenti, che hanno costruito le loro fortune sulla critica radicale di ogni establishment e sulla promessa di trasparenza, dovrebbero essere abituati alla dialettica, dovrebbero accettare il confronto, invece appaiono, se possibile, più segreti e opachi dei loro predecessori. Guardate Trump, un uomo che manipola la comunicazione e squalifica chiunque metta in evidenza incongruenze e bestialità, siano essi i giudici o i giornali, arrivando ad accusarli di una sorta di complicità col terrorismo per cercare di silenziarli. Lo ha fatto fin dall’inizio della sua presidenza, indicando l’informazione come la vera opposizione, non per riconoscerne la funzione di cane da guardia del potere bensì per additarla come nemico. Lo stesso nemico che due settimane fa Alessandro Di Battista ha indicato agli ambulanti che manifestavano di fronte a Montecitorio, ottenendone come risultato grida in cui si prometteva di ammazzare quei servi maledetti che sono i giornalisti. Guardate Grillo: mai una conferenza stampa, mai un confronto, mai risposte limpide e chiare alle domande. Solo post sul blog, su Twitter e su Facebook in cui dispensa insulti e contumelie verso tutti coloro che disturbano il nuovo manovratore. Nessuno ha accesso alla Casaleggio, nessuno può chiedere conto di come si formino i processi decisionali (dalla nascita della giunta Raggi alla decisione, poi abortita, di lasciare Farage in Europa) e nessuno ottiene risposte se si permette di chiedere. Ieri sera Luigi Di Maio ha accusato giornali e giornalisti di aver orchestrato una campagna diffamatoria contro Virginia Raggi, di cui non si raccontano invece i successi. Si tratta dello stesso vicepresidente della Camera che per settimane la scorsa estate ha negato e tenuto nascosta la notizia dell’inchiesta sull’ex assessora Muraro. Nel merito delle accuse, ma soprattutto nel merito delle omissioni, entra con grande precisione Carlo Bonini all’interno del giornale, ma c’è qualcosa che continua a non tornare: perché il Movimento non fa chiarezza una volta per tutte sulle opacità e sugli inquietanti interrogativi di un gruppo di potere che ha circondato la sindaca di Roma accompagnandone l’ascesa e le prime mosse? Perché non indica nei dettagli idee e programmi? Ma soprattutto perché i grillini non imparano ad accettare che la conquista del potere porta ad un necessario cambio di status: da controllori a controllati o perlomeno controllabili? Non si può pensare di avere una delega in bianco soltanto perché si arriva da fuori, soltanto perché si è giovani e nuovi. Non basta. Il giornalismo italiano non gode di ottima salute e il nostro sistema di informazione paga un deficit di credibilità e fiducia. Lo sappiamo e ci sforziamo ogni giorno di migliorare per colmarlo. Quando Grillo rappresenta elegantemente questo giornale come un rotolo di carta igienica indica la fine che ci augura. Ci preferirebbe addomesticati, come si è sempre illusa di fare la politica, ridotti a cantori, intenti a raccontare le magnifiche sorti di una città come Roma che dovrebbe rinascere e invece è abbandonata a se stessa. Anche se forse converrebbe metterci dove tira il vento e non di traverso, continueremo a formulare domande ad alta voce, a pretendere risposte e a fare denunce. Lo abbiamo fatto con la Dc e i socialisti, con Berlusconi come con tutte le sigle dell’ex Pci fino all’odierno Pd, di cui abbiamo raccontato scandali e reclamato più volte dimissioni e passi indietro. E non ci battiamo per conto di qualcuno, ma solo per i nostri lettori e per i cittadini, che meritano di vivere con gli occhi aperti. Perché ogni volta che un potente, anche se nuovo di zecca, attacca ferocemente chi lo critica, allora bisogna preoccuparsi e non abbassare la testa.

La polizza da 30mila euro regalata da Romeo a Raggi. Otto mesi di tormenti per M5S, il diritto di raccontare e far domande. Non si può chiedere a un giornale di chiudere gli occhi, Raggi ha fatto tutto da sola, scrive Luciano Fontana il 6 febbraio 2017 su "Il Corriere della Sera". «Confezionatori seriali di menzogne», «campagna di fango contro la Raggi». Sono mesi che il blog di Beppe Grillo ed esponenti, più o meno di rilievo, del Movimento Cinque Stelle usano queste, e altre, frasi fatte per reagire alla tempesta politica e giudiziaria che investe la nuova amministrazione della Capitale. Un disco rotto, un refrain che l’Italia conosce bene: l’abbiamo ascoltato da tanti partiti, almeno dal 1992 in poi. La migliore risposta che un giornale come il Corriere può dare è continuare a fare bene il proprio mestiere. Ovvero: informare con scrupolo e obiettività i lettori, senza pregiudizi e senza distinguere tra presunti amici e nemici. C’è qualcosa però di stonato nelle dichiarazioni che arrivano ogni giorno dal M5S, con anatemi che vogliono colpire individualmente i giornalisti «nemici». Siamo arrivati alle liste di proscrizione dei mezzi d’informazione. Come se ci fosse un Eldorado politico e amministrativo dei Cinque Stelle turbato solo dai «pennivendoli». Messi ai margini questi ultimi, tutto tornerebbe perfetto.

Proviamo allora a raccontare cosa è accaduto dal giugno scorso quando Virginia Raggi è diventata sindaca di Roma con il risultato più largo dall’introduzione dell’elezione diretta nelle città. I festeggiamenti per l’incoronazione del candidato anticasta erano ancora in corso e già si avvertiva il rumore di fondo della battaglia interna al mondo grillino della Capitale, con una fronda consistente guidata dall’onorevole Roberta Lombardi. Non è un caso che mentre l’altra star dei Cinque Stelle, Chiara Appendino, forma rapidamente la giunta comunale di Torino, a Roma i giorni passano e le scelte non arrivano. E quelle che arrivano, i fedelissimi Daniele Frongia a capo di Gabinetto e Raffaele Marra a vicecapo di Gabinetto, vengono revocate in appena dieci giorni. Il primo passa al ruolo politico di vicesindaco, il secondo viene spostato alla direzione del Personale. Raffaele Marra è un personaggio che ha tutte le caratteristiche per risultare indigesto alla base grillina: dirigente con il precedente sindaco Gianni Alemanno e nell’amministrazione regionale di Renata Polverini, racchiude in sé tutti i tratti di un mondo che i Cinque Stelle avevano giurato di voler spazzare via. Ma fa parte del «raggio magico». La sindaca subisce i diktat di Grillo ma non ha alcuna intenzione di rinunciare ad averlo al suo fianco. Vita ugualmente tormentata per Daniele Frongia. Il primo passo di lato non basta. Pochi mesi dopo dovrà abbandonare anche la poltrona di vicesindaco.

La falsa partenza non si ferma però qui. L’estate riserva ancora i casi del nuovo capo di Gabinetto, la magistrata Carla Romana Raineri, che abbandona dopo che la Raggi ha chiesto un parere sul suo contratto all’Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, del superassessore al bilancio, Marcello Minenna, dell’amministratore dell’Azienda per i rifiuti Ama e del direttore generale dell’Atac (tutti dimissionari). Basta così? No, accetta e subito lascia dopo due giorni il nuovo assessore al Bilancio Raffaele De Dominicis, indagato per abuso d’ufficio (una vicenda non collegata al Comune di Roma). Esplode la vicenda di Salvatore Romeo, assunto con uno stipendio triplicato come capo della segreteria politica e rimasto in carica con una decurtazione dopo il parere del solito Cantone. Abbandona il suo incarico di assessore all’Ambiente Paola Muraro, indagata dalla Procura in un’inchiesta sulla gestione dei rifiuti. Muraro e la sindaca lo sapevano da mesi ma si erano guardate bene dal renderlo pubblico.

Purtroppo non è finita qui. Raffaele Marra, a metà del dicembre scorso, viene arrestato su richiesta della Procura per una vicenda precedente al suo ruolo nell’amministrazione Raggi. Tre dei «quattro amici al bar», la chat riservata utilizzata da Marra, Frongia e Romeo per scambiare messaggi con la sindaca e decidere incarichi e progetti del Comune, sono a vario titolo nell’angolo. Inizia la stagione degli interrogatori, dei veleni, delle battaglie sotterranee. Con la curiosa vicenda delle polizze vita sottoscritte da Romeo con beneficiaria, in caso di morte, Virginia Raggi. Nessun reato, secondo quanto avrebbero accertato gli inquirenti. Deciderà il giudice ma alcune domande sulla stranezza della cosa sono o no legittime? Oppure è vietato porsele, insieme a milioni di cittadini, come vorrebbero i grillini e qualche giornale amico? Non ci addentriamo, perché sarebbe troppo lungo, nelle guerre interne ai Cinque Stelle romani con i sospetti di un’azione di screditamento di Marcello De Vito, rivale della Raggi nella corsa alla candidatura del Movimento per il Campidoglio.

Potrebbe sembrare una telenovela, se non fosse che riguarda la Capitale d’Italia. Sia chiaro: nessun rimpianto per i precedenti sindaci e le passate amministrazioni. E tutta l’attenzione dovuta alle novità positive (come i tempi veloci con cui è stato redatto il bilancio preventivo del Comune) che la Raggi e la sua giunta sapranno mettere in campo. Ma non si può chiedere a un giornale di chiudere gli occhi davanti ai fatti. È stato così, per il Corriere e i suoi giornalisti, quando alla guida di Roma c’erano altri partiti. È stato così in tutte le indagini e le vicende politiche nazionali. Senza doppi pesi e misure e casacche di schieramento da tutelare. Virginia Raggi, la sua giunta, i suoi sostenitori hanno fatto tutto da soli, compreso immergersi in un po’ di fango. Per inesperienza, libera scelta o motivi a noi sconosciuti. Aspettiamo le prossime puntate per capire.

M5S, Di Maio: "Non ci sono liste proscrizione contro giornalisti". Video di Marco Billeci su "Repubblica Tv" dell'8 febbraio 2017. Parlando a margine di una conferenza stampa per presentare il portale sulle amministrazioni M5S, Luigi Di Maio parla della lista di articoli sul caso Roma da lui segnalati come diffamatori al presidente dell'Ordine dei Giornalisti. Di Maio torna anche sulla querela annunciata contro il cronista dell'Espresso Emiliano Fittipaldi e altri giornalisti sempre in merito alle vicende della sindaca Raggi. Nel 2009 Beppe Grillo chiedeva sul blog la depenalizzazione della querela per diffamazione a mezzo stampa perchè, scriveva, "La querela è un'arma da ricchi. Usata per intimidire. Per tappare la bocca". Eppure ora gli stessi esponenti del Movimento 5 Stelle si servono di questo strumento, come mai? "Non c'è nessuna volontà di intimidire nessuno - ribatte Di Maio -, ma c'è la necessità di tutelare l'immagine del Movimento".

Attacco alla stampa: Di Maio contro i cronisti del caso nomine, ma su Marra e polizze non dà risposte. La denuncia del vicepresidente della Camera all'Ordine dei giornalisti: "Ricostruzioni indegne, gettano discredito sul M5S". Ma restano i dubbi sul suo ruolo nella vicenda del Campidoglio, scrive Carlo Bonini l'8 febbraio 2017 su "La Repubblica". Avventurandosi su un terreno a lui non congeniale, i fatti, se non addirittura ostile, non fosse altro per il deficit di memoria che lo affligge ogni qual volta è chiamato a ricostruire circostanze e rispondere a domande che interpellano la sindaca Virginia Raggi e il suo fu "cerchio magico" (Raffaele Marra, Salvatore Romeo, Daniele Frongia), Luigi Di Maio accusa di mistificazione chi ha firmato le cronache di Repubblica sulla vicenda e ne chiede l'esemplare punizione disciplinare all'Ordine dei Giornalisti sulla base di quattro capi di incolpazione. Repubblica avrebbe scientemente omesso:

1) Che la Raggi non ha preso un soldo nella storia delle polizze sulla vita che Salvatore Romeo le aveva intestato "a sua insaputa".

2) La precisazione della Procura secondo cui nella vicenda delle polizze non si ipotizza alcun reato.

E ancora: Repubblica avrebbe falsamente dato conto:

3) Che le polizze assicurative, accese con fondi di origine non chiara, fossero una possibile contropartita per sigillare un patto politico.

4) Di illazioni diffamatorie relative a un incontro di Raffaele Marra e Luigi Di Maio che accredita il vicepresidente della Camera quale "garante politico" dell'allora vicecapo di gabinetto oggi detenuto a Regina Coeli per corruzione.

Le prime due circostanze sono semplicemente non vere. Per il semplice motivo che Repubblica non ha mai né affermato, né lasciato intendere che Virginia Raggi abbia "preso soldi". Né ha omesso di riferire, quando ne ha avuto contezza, che l'origine del denaro utilizzato per accendere le polizze fosse stata accertata come lecita.

La terza circostanza merita qualche fatto e argomento in più e si tira dietro qualche domanda a cui - Repubblica ne è certa - Di Maio vorrà rispondere pubblicamente con la stessa solenne enfasi e dovizia di particolari spesi per la sua denuncia. Che la vicenda delle polizze - come abbiamo raccontato - fosse e resti tutt'ora circostanza di interesse "penale" nell'inchiesta per abuso a carico di Virginia Raggi e che avesse, quando è emersa, due sole plausibili spiegazioni (fosse cioè l'evidenza di un "rapporto privatissimo" ma dalla ricaduta e dai costi pubblici tra la Raggi e Romeo o, al contrario, di una traccia che portava a una costituency elettorale della sindaca non dichiarata) è dimostrata da due circostanze. La prima: le polizze sono state oggetto di una contestazione alla sindaca durante il suo interrogatorio di giovedì scorso. La seconda: sono oggetto della nuova contestazione di abuso di ufficio a carico di Salvatore Romeo e della stessa Raggi perché resta da capire se possano essere state o meno il presupposto della nomina dello stesso Romeo a capo della segreteria della sindaca.

La vicenda pone dunque ancora delle domande alla cui risposta Di Maio vorrà certamente portare il suo contributo:

a) Come mai Salvatore Romeo non è stato in grado di spiegare per quale ragione avesse indicato quali beneficiari delle sue polizze vita la Raggi e altri militanti Cinque Stelle? A quel che se ne sa, in una delle due polizze intestate alla Raggi, secondo indiscrezioni di Procura, mai smentite, figurerebbe quale causale per l'indicazione della Raggi l'annotazione "relazione sentimentale". "Perché la stimavo", ha corretto Romeo, intervistato in tv.

b) Se è vero che la Raggi venne indicata come beneficiaria delle polizze "a sua insaputa", per quale motivo, una volta nominato dalla stessa Raggi capo della sua segreteria, Romeo non sentì l'urgenza di avvisarla, posto l'evidente conflitto di interesse?

c) Chi dei "quattro amici al bar", tra luglio e dicembre 2016 (il 16 viene arrestato Marra), decideva le nomine in Campidoglio? Marra "a insaputa " di Raggi, Romeo e Frongia? Marra e Romeo a insaputa di Raggi e Frongia? O, come documentano le chat estratte dal cellulare di Raffaele Marra dopo il suo arresto, almeno tre dei quattro amici - Raggi, Marra e Romeo tutti appassionatamente insieme? È un fatto che per le nomine di Renato Marra (fratello di Raffaele) e per quella di Salvatore Romeo, la Procura ipotizza l'abuso di ufficio della sindaca (in un caso in concorso con Raffaele Marra, nell'altro con lo stesso Romeo).

E veniamo quindi alla quarta e ultima incolpazione mossa da Di Maio. Il vicepresidente della Camera ci accusa di "illazioni diffamatorie" perché ricordiamo il suo incontro, nell'estate scorsa, con Raffaele Marra indicandolo come il momento in cui si fece "garante politico" della permanenza in Campidoglio dell'allora neonominato vicecapo di gabinetto investito dalle prime ricostruzioni di stampa che ne illuminavano il passato di destra. Ebbene, a Di Maio dovrà evidentemente essere sfuggita (ma non è la prima volta che confonde ciò che legge. Non comprese i messaggi Whatsapp con cui veniva avvisato dell'iscrizione di Paola Muraro, allora assessore all'ambiente, nel registro degli indagati per reati ambientali. E tenne per sé la notizia per oltre un mese) la minuta ricostruzione che, il 9 settembre 2016, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e la cronista Valeria Pacelli dedicano alla figura di Raffaele Marra e a quell'incontro. Una ricostruzione, converrà Di Maio, che per la fonte giornalisticamente "cristallina" può essere considerata "autentica", "ex cathedra", diciamo pure.

Vediamo: "6 luglio (2016 ndr.). Marra chiede di parlare con Luigi Di Maio, che lo riceve nel suo ufficio alla Camera. L'ex finanziere gli porta il solito valigione di documenti con tutte le sue denunce e per un'ora e mezza gli illustra la sua esperienza nell'amministrazione regionale e capitolina. "Se non l'avrò convinta - aggiunge - ho qui pronta la lettera di dimissioni". Poi, mostra anche a Raggi e Frongia una dichiarazione della Procura secondo cui non ha procedimenti penali in corso, diversamente da altri 7 dirigenti comunali (indagati o imputati, eppure ai loro posti senza alcuna polemica)". Dunque, il vicepresidente della Camera, il 6 luglio 2016, blocca le dimissioni di Marra e ne legittima il ruolo soprattutto agli occhi di quella parte del Movimento (stretta intorno alla Lombardi) che ne chiede l'allontanamento per il suo passato di "destra". Ma, del resto, a documentare la stima di Di Maio nei confronti di Marra, è anche una dichiarazione dello stesso vicepresidente della Camera del 1 luglio 2016 all'agenzia di stampa Ansa. Si legge: "Alla richiesta di un commento sulla nomina di Raffaele Marra a vice-capo di gabinetto, Di Maio risponde: "Chi ha distrutto questa città non fa parte della nostra squadra; chi in questi anni ha dimostrato buona volontà, competenze e storia personale, all'interno della macchina amministrativa, ci venga a dare una mano. L'ho detto in tempi non sospetti, la squadra non sarà legata al M5S ma sarà composta soprattutto da persone competenti che possono realizzare il programma del M5S"".

Dunque e infine: vuole, può, spiegare il vicepresidente Di Maio quale ruolo politico ha avuto e ha nelle scelte politiche e amministrative della Raggi? In particolare nella scelta di quegli "amici al bar", a cominciare da Raffaele Marra, oggi scaricati come infidi sabotatori?

Il "giornalista" Di Maio denuncia i cronisti ma non paga l'Ordine. Iscritto all'albo dei pubblicisti, da 2 anni non versa le quote. Il caso della stampa «nemica», scrive Pasquale Napolitano, Giovedì 9/02/2017, su "Il Giornale". Chi di elenco ferisce, di elenco perisce. Luigi Di Maio pubblica la lista di proscrizione dei giornalisti nemici del M5S ma finisce a sua volta in un'altra lista: quella dei giornalisti morosi. Prima di approdare ai piani alti della politica italiana, il leader pentastellato aveva intrapreso la carriera di cronista. Ora Di Maio figurerebbe nell'elenco dei morosi: sarebbero almeno due le annualità che il vicepresidente della Camera dei deputati pare non abbia ancora saldato. Sulla presunta inadempienza, Ottavio Lucarelli, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Campania, non si sbottona: «Si tratta di dati sensibili». Di Maio è iscritto all'Ordine dei giornalisti della Campania dal 4 ottobre 2007: il parlamentare grillino ha mosso i primi passi nel giornalismo con un settimanale locale, Paese Futuro, che ha sede a Pomigliano d'Arco, dove il numero due di Montecitorio vive. Poi il richiamo di Grillo è stato più forte del primo amore. Il rigido codice del M5S impone un limite di due mandati per deputati e senatori. Una regola ferrea cui nemmeno il leader in pectore dei grillini può sottrarsi. E infatti il vicepresidente della Camera dei Deputati - intervistato da Myrta Merlino a L'Aria che tira - ha chiarito che «farà un altro mandato in Parlamento e poi ritornerà al suo lavoro». Per riprendere, però, in mano penna e taccuino, l'enfant prodige del firmamento grillino dovrà fare un salto a Napoli per regolarizzare le quote associative all'albo dei pubblicisti. Di Maio sarebbe, dunque, un giornalista pubblicista moroso. Ed è curioso che il presidente nazionale dell'Ordine Enzo Iacopino sia andato negli uffici della Camera dei deputati, e non il contrario, per farsi consegnare dal pubblicista Di Maio l'elenco dei giornalisti da mettere al bando. Una visita cui ha fatto seguito il silenzio dell'Ordine dei giornalisti sulla vicenda, almeno fino a quando lo stesso Di Maio non ha diffuso su Facebook i nomi dei giornalisti inseriti nella lista di proscrizione. «Faccio presente che la lista dei nomi dei giornalisti che secondo noi hanno danneggiato il Movimento Cinque Stelle mi era stata chiesta dal presidente dell'Ordine dei giornalisti attraverso un comunicato apposito», ha fatto sapere Di Maio. Iacopino ha quindi replicato: «Confermo, ho chiesto all'onorevole Luigi Di Maio di indicare specifiche responsabilità astenendosi da generalizzazioni che di fatto criminalizzano l'intera categoria giornalistica. Il problema non è la segnalazione all'Ordine di quanti il Movimento ritenga responsabili di un comportamento scorretto. Il problema deriva dalla diffusione dei nomi degli stessi che può, indirettamente, provocare azioni e reazioni che mi piace pensare siano estranee alla cultura del presidente Di Maio ma che i colleghi in troppe occasioni hanno potuto conoscere e hanno sofferto sulla loro pelle». Se l'Ordine nazionale ha scelto di non replicare all'affondo del leader dei Cinque stelle, l'Ordine della Campania si è invece attivato e ha convocato in audizione il «giornalista» Di Maio per il quale sta valutando l'ipotesi di un deferimento al Consiglio di disciplina. «Le liste di proscrizioni sono inaccettabili», spiega il presidente campano Lucarelli. E ancora: «Quelle del nostro iscritto Di Maio sono parole inopportune perché rappresentano una pericolosa invasione del potere politico nella libertà di informazione ma soprattutto perché arrivano da un rappresentante della nostra categoria».

Berdini: “La sindaca è impreparata. Dall’inizio si è circondata di una corte dei miracoli”. Lo sfogo dell’assessore all’Urbanistica: intorno a lei una banda. «Io sono amico della magistratura, Paolo Ielo lo conosco benissimo, è un amico, ma lei è stata interrogata otto ore. Anche lì c’è qualcosa che non mi torna», scrive Federico Capurso l'8/02/2017 su “La Stampa”. Nota Questa mattina l’assessore del Comune di Roma Paolo Berdini ha smentito di aver rilasciato delle dichiarazioni al nostro giornale sulla giunta di Virginia Raggi. “La Stampa” conferma parola per parola il colloquio con l’assessore Berdini pubblicato nell’edizione odierna a firma del giornalista Federico Capurso. Se umanamente si può comprendere l’imbarazzo dell’assessore, questo comunque non giustifica in alcun modo gli inaccettabili giudizi che Berdini ha pronunciato sul collega per cercare di smentire quanto riferito. Lo hanno chiamato «eretico», «comunista», ma Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica di Roma, è un uomo difficile da incasellare. Di certo anarchico, nel suo approccio con il Movimento 5 stelle: quasi esterno alla giunta grillina, libero dalle briglie nel dire sempre ciò che pensa e con una guerra da vincere, quella per evitare speculazioni edilizie nel progetto per lo stadio della Roma. Ora che la sua battaglia rischia di naufragare, e che la sindaca Virginia Raggi è sempre più incatenata dal commissariamento politico di Beppe Grillo e dalle vicende giudiziarie, Berdini sente il bisogno di sfogarsi, anche se non riesce a darsi una risposta, per come si sia arrivati a questo punto. «Non lo so, è stato fatto un errore dopo l’altro». Prima con la nomina di Raffaele Marra, poi la polizza di Romeo, «e se è uscita questa cosa su L’Espresso, fra qualche giorno magari ne esce un’altra. Non si può dire che sia finita la musica». Si stringe nella giacca, mentre dopo una giornata di lavoro tenta di fare il punto. «Trovo la situazione esplosiva, questa città non tiene». Ma le risposte non arrivano. Forse, c’è bisogno di tornare al principio di questa avventura, «quando i Cinque stelle mi hanno chiesto aiuto per affrontare alcune battaglie insieme. Anche per questo, non ho fatto gli esami con il direttorio. L’unico assessore, credo, ad essere entrato di diritto, ma non mi aspettavo tutto questo». Poi, forse, i volti delle persone con cui si è dovuto interfacciare in questi mesi tornano rapidi alla mente, dai consiglieri ai vertici del Movimento, fino a Virginia Raggi e a Salvatore Romeo, al centro dell’ultimo ciclone abbattutosi sul Campidoglio, e non riesce a tenersi: «Sono proprio sprovveduti. Questi secondo me erano amanti. L’ho sospettato fin dai primi giorni, ma mi chiedevo: “com’è che c’è questo rapporto?”». Mentre lo dice, il suo sguardo non è quello dell’insofferenza, ma della stanchezza, quasi arreso a certi comportamenti. «E poi, questa donna che dice che non sapeva niente, ma a chi la racconti? La sua fortuna è stata che non ci fosse nessun reato. Lei era anche già separata al tempo, e allora dillo! Ma possibile che questa ragazza non debba uscire mai?». Il problema del Campidoglio però, per Berdini non sembra quello di una eventuale relazione tra Raggi e Romeo, sulla quale peserebbe il sospetto, tutto politico, che Romeo abbia potuto approfittare della situazione per diventare capo staff della sindaca, con conseguente stipendio triplicato, in barba alle battaglie grilline contro le parentopoli, per la meritocrazia e così via. Il problema, per il professore “anarchico” di Roma, sembra essere proprio la Raggi: «Su certe scelte sembra inadeguata al ruolo che ricopre. I grand commis dello Stato, che devo frequentare per dovere, lo vedono che è impreparata. Ma impreparata strutturalmente, non per gli anni. Se vai, per dirne una, a un tavolo pubblico e dici che sei sindaco di Roma, spiazzi tutti. Lei invece…» - e nell’esitazione, Berdini si accarezza i baffi, prima di tirare un sospiro che nulla ha del sollievo - «Mi dispiace. Mi dispiace molto». «Se lei si fidasse delle persone giuste… Ma lei si è messa in mezzo a una corte dei miracoli. Anche in quel caso, io glie l’ho detto: “sei sindaco, quindi mettiti intorno il meglio del meglio di Roma”. E invece s’è messa vicino una banda». È forte il sapore del rimorso e della rabbia per non essere stato ascoltato quando, da mesi, aveva avvisato la sindaca dei pericoli che Marra e il Raggio magico portavano con sé. «Io sono amico della magistratura, Paolo Ielo lo conosco benissimo, è un amico, ma lei è stata interrogata otto ore. Anche lì c’è qualcosa che non mi torna». «Come se ne esce? Non lo so. Io questo non lo so». E si allontana nella notte romana. 

Berdini a Rainews 24: mai parlato con la Stampa, giornalista ha origliato chiacchiere private. L'assessore all'urbanistica smentisce le dichiarazioni sull'inadeguatezza della sindaca e sulla "corte dei miracoli". “Smentisco di aver mai conosciuto questo ragazzo che si è avvicinato a un gruppo di amici che parlano. Questo mascalzone ha registrato un colloquio privato. Non ho rilasciato alcuna intervista alla stampa” così Paolo Berdini assessore all’urbanistica al comune di Roma ai microfoni di Rainews 24 l’8 febbraio 2017 ha smentito categoricamente il colloquio con La stampa in cui definiva la sindaca di Roma “inadeguata e circondata da una corte dei miracoli”. “Sull’impreparazione – ha chiarito Berdini – io mi ci metto dentro. Non immaginavo il baratro che avrei trovato, siamo tutti impreparati e mi ci metto anche io. Questa città è in ginocchio e sia io che i colleghi di Giunta non immaginavamo che fosse messa così male”. Sui rapporti stretti tra Raggi e Romeo Berdini è ancora più categorico contro chi ha scritto l’articolo sul giornale: “Mai dette certe cose, è repellente ragionare su questo piano. Il ragazzo avrà contraffatto con i mezzi tecnologici a disposizione”. «Non ho mai detto queste cose. Non mi fate scendere nello scantinato in cui è sceso questo poveretto». “MI sono state messe in bocca parole inaudite da questo piccolo delinquente”.

Il giornalista della Stampa conferma: «Berdini ha detto anche banda di assassini», scrive l’8 febbraio 2017 “Il Corriere della Sera”. Un’altra «smentita della smentita» arriva da Federico Capurso, il giornalista della Stampa che ha pubblicato il «colloquio» con Berdini che ha fatto scoppiare la bufera. Intervenendo a «Un giorno da Pecora», su Rai Radio1, per dare la sua versione dei fatti, spiega: «Noi confermiamo questo colloquio, non c’era nessun bar, nessun caffè o aperitivo con gli amici, come ha detto Berdini. È stato un faccia a faccia, io e lui, io mi sono presentato come giornalista». E prosegue: «Mi ha detto che la Raggi è inadeguata e che le mancanze non sono dovute all’età, ma sono proprio mancanze strutturali». Capurso rincara la dose e sottolinea che il colloquio, così come è stato pubblicato, è stato alleggerito «di alcuni intercalari poco pubblicabili. Non c’erano attacchi più forti alla Raggi, c’erano alcune parolacce, usate come esclamazioni, ma le abbiamo tolte. E poi quando parlava di questa “banda”, che la Raggi si sarebbe messa intorno, invece di dire banda Berdini ha detto una banda di assassini».

Quello che non torna nelle dimissioni respinte di Berdini, scrive Alessandro D'Amato mercoledì 8 febbraio 2017 su "Next Quotidiano". Nel comunicato con cui Paolo Berdini afferma di aver rimesso il mandato nelle mani della sindaca Virginia Raggi, che vedete qui sotto riprodotto, ci sono da sottolineare un paio di circostanze molto interessanti che ci danno l’esatta dimensione della serietà dell’assessore: “Ho incontrato Virginia Raggi in Campidoglio: le ho ribadito la stima che merita. Provo profonda amarezza per la situazione che si è venuta a creare. Ne ho preso atto e, pertanto, ho rimesso il mandato conferitomi dalla sindaca lo scorso luglio. Una conversazione carpita dolosamente da uno sconosciuto che non si è nemmeno presentato come giornalista e durante la quale avrei persino affermato di essere amico del procuratore Paolo Ielo che non ho mai conosciuto in vita mia”. “Ci stanno massacrando, un vero e proprio linciaggio mediatico che si sta scatenando proprio nel momento in cui l’amministrazione comunale prende importanti decisioni che cambiano il modo di governare questa città – aggiunge – Da mesi il sottoscritto lavora per riportare la materia urbanistica e l’affidamento degli appalti pubblici nella più assoluta trasparenza. E’ questo il programma della nuova amministrazione: un’azione limpida che evidentemente crea problemi ad alcuni gruppi di potere”. “Non sto a raccontare di pesanti insulti e minacce che ricevo quotidianamente in rete, ora siamo passati anche alle trappole. Questo è il rischio che corrono coloro che vogliono rompere vecchi e consolidati equilibri di spartizione che non abbiamo mai accettato e non accetteremo mai”, prosegue l’assessore. “Ho incontrato Virginia Raggi in Campidoglio: le ho ribadito la stima che merita. Provo profonda amarezza per la situazione che si è venuta a creare. Ne ho preso atto e, pertanto, ho rimesso il mandato conferitomi dalla sindaca lo scorso luglio”, conclude Berdini. Federico Capurso durante il suo intervento a L’Aria che tira ha invece dichiarato di essersi presentato come giornalista a Paolo Berdini, come del resto prevede la deontologia. Ma non è questo il punto. Immaginiamo che invece Berdini abbia ragione e davanti a lui la settimana scorsa si sia presentato un quisque de populo chiedendogli cosa ne pensasse della Raggi. Berdini, come potete notare, nel comunicato non ha smentito di aver detto le frasi che ha detto sull’amministrazione. Così come la Raggi, del resto. Ebbene, Berdini nel colloquio sulla Stampa ha sostenuto nell’ordine:

– che Virginia Raggi aveva una relazione con Salvatore Romeo;

– che il problema della Raggi non era l’inesperienza, ma proprio l’incapacità;

– che non è vero che la sindaca non sapesse niente delle polizze vita di Romeo;

– che la sindaca si è messa vicino “una banda” (di assassini, ha precisato successivamente Capurso).

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma Berdini è solito andare in giro a raccontare segreti (o per meglio dire: diffamazioni) dell’amministrazione e giudizi così netti sulle bande in Comune al primo che passa per strada? E se così fosse, visto che le sue parole sembrano abbastanza inequivocabili, è sicura la Raggi che le dimissioni dell’assessore fossero da respingere? Poi c’è un’altra questione, anche più interessante. Respingere le dimissioni con riserva è un non senso giuridico dal momento che la riserva si appone all’accettazione delle dimissioni (come quando il Presidente della Repubblica accetta con riserva le dimissioni del presidente del consiglio invitandolo a restare in carica per il disbrigo degli affari correnti), non già alla loro reiezione. La formula “Respingerle con riserva” sembra suggerire che le dimissioni siano respinte tout court ma ci si riservasse di accettarle. In realtà la riserva serve ad evitare vuoti di potere e discontinuità amministrative causate dalle dimissioni di chi svolge pubbliche funzioni. Respingere con riserva invece è anche inconcepibile dal punto di vista logico, oltre che giuridico, visto che riconfermare la piena fiducia al dimissionario (perché di questo si tratta, altrimenti le dimissioni andrebbero “accettate con riserva”) e al tempo stesso subordinare questa fiducia ad una non meglio precisata riserva violerebbe il principio aristotetelico di non contraddizione. Ma queste, nel momento in cui parliamo di un assessore che racconta a uno sconosciuto degli amanti della sindaca, sono purtroppo mere tecnicalità.

Lo sfogo di Paola Muraro: la giunta Raggi? Una corte dei miracoli, scrive "Agi" il 9 febbraio 2017. La giunta di Virginia Raggi "ha perso di vista il bene della città e lavora per altri obiettivi". A denunciarlo è Paola Muraro, il primo assessore grillino a cadere nella giostra di dimissioni che ha segnato il Campidoglio a Cinque Stelle. L'amministrazione della Capitale "non è coerente" con il programma Cinquestelle dice la Muraro in un'intervista al Messaggero, "E' una guerra tra bande e le decisioni più delicate vengino prese dai vertici del Movimento e non dalla Giunta, dove invece si combatte "a colpi di dossieraggi e veleni", spesso propagati dal "gruppetto di fedelissimi della sindaca". A meno di due mesi dalle sue dimissioni rassegnate per avere ricevuto un avviso di garanzia, l'ex responsabile all'Ambiente di Roma Capitale si dice "delusa e amareggiata" e per nulla sorpresa dal bubbone scoppiato mercoledì per le dichiarazioni dell'assessore all'Urbanistica Paolo Berdini, che ha parlato di una Raggi attorniata da una "corte dei miracoli" e soprattutto di una sindaca "inadeguata e impreparata". "Onestamente non mi stupisce, sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti. Pure di me parlò in quei toni". "Sono stata coerente con il programma del Movimento" incalza la Muraro, "Più grillina di me penso che non ci sia nessuno, da questo punto di vista. E consideri che io sono ancora grillina e per questo sono molto amareggiata. In questa giunta mancano soprattutto delle risposte a chi ha votato Cinquestelle. Prima avevamo un programma che era considerato come un vangelo. Ora non mi sembra che sia più così". L'ex assessore parla anche di chi comanda in Comune: quel "Raggio magico" un "gruppetto di fedelissimi che aveva fatto la campagna elettorale con la sindaca. Si erano creati rapporti effettivamente molto stretti. E la sindaca si è appoggiata a loro. Alla fine è stato un errore". 

Ora anche per Paola Muraro la Giunta Raggi è una guerra per bande. In un'intervista al Messaggero l'ex assessora spara a zero sulla sindaca e sul MoVimento 5 Stelle: «Dipendere dai vertici, che non ho mai conosciuto, non è una bella cosa», scrive "Next Quotidiano" giovedì 9 febbraio 2017. Francamente è incredibile. Paola Muraro, che da assessora all’ambiente a Roma ha ripetutamente mentito all’opinione pubblica celando un’indagine nei suoi confronti di cui era venuta a conoscenza per mesi, dopo le dimissioni attacca la Giunta Raggi e la sindaca. Sostenendo che quella del M5S a Roma è una “guerra per bande”, che non rivoterebbe Virginia Raggi e che le decisioni più delicate arrivano “dai vertici M5S esterni al Comune. Un’intervista in cui la Muraro, che fino a qualche tempo fa si diceva pronta a ritornare in giunta, sparge veleno a trecentosessanta gradi: forse, dopo aver scoperto ieri chi era Paolo Berdini, la sindaca dopo la lettura di questa intervista riuscirà finalmente a comprendere quanto fosse assurda la sua testardaggine nel difenderla.

Amareggiata. Per quale motivo? 

«Beh, avevo votato il Movimento.»

E ora non li rivoterebbe più? 

«Beh, diciamo che me ne resterei a casa» (ride).

Addirittura. Come mai? 

«In questa giunta manca coerenza. Mancano soprattutto delle risposte a chi ha votato Cinquestelle. Prima avevamo un programma che era considerato come un vangelo. Ora non mi sembra che sia più così».

Chi comanda in Comune? Che rapporti aveva con Romeo e Marra? 

«Quando ero assessore con il cosiddetto “Raggio magico” non avevo molti contatti. Questo gruppetto di fedelissimi aveva fatto la campagna elettorale con la sindaca. Si erano creati rapporti effettivamente molto stretti. E la sindaca si è appoggiata a loro. Alla fine è stato un errore. Alla luce di questi fatti anche io non so più con chi ho parlato. Sa, a Roma si fa fatica a capire di chi ci si può fidare…».

Si è resa conto della guerra tra bande nel Campidoglio grillino? Dei dossieraggi? 

«Certo, ho capito che c’è stata una guerra sotterranea, anche su di me. Anche se all’epoca devo dire che non me ne sono accorta».

E poi parla delle sue dimissioni: Si aspettava che le respingessero?

«No, visto il clima che si era creato… Ho capito che non dipendeva nemmeno più dai consiglieri, dipendeva da altri».

Da chi? 

«Dai vertici del Movimento. E mi faccia dire una cosa: dipendere dai vertici, che non ho mai conosciuto, non è una bella cosa».

Frasi e veleni del M5S a Frasi e veleni del M5S a Roma. Intercettazioni, insulti contro il sindaco Virginia Raggi, dichiarazioni incendiarie degli assessori. Un breve catalogo, scrive l'8 febbraio 2017 Panorama.  

“Hai rotto er cazzo. Smettila de fa la bambina deficiente... Non rompere i coglioni altrimenti te appendemo pe le orecchie... anni di lotta sudore e sangue pe na testa de cazzo”. (Annalisa Taverna, sorella della parlamentare Paola Taverna, riguardo a Virginia Raggi).

“Ti sei contornata del non plus ultra della merda. Per le tue scelte del cazzo ci andiamo di mezzo soprattutto noi”. (Annalisa Taverna, sorella della parlamentare Paola Taverna, riguardo a Virginia Raggi).

"Raffaele Marra è un virus che ci ha infettati”. (Roberta Lombardi, capogruppo del M5S).

“La Lombardi faccia pace con il cervello...” (Virginia Raggi su Roberta Lombardi).

“Chiedi al nostro amico della finanza di indagare su di lei”. (Raffaele Marra e Salvatore Romeo parlando dell’ex assessore Paola Muraro).

"Ma la stronza sono io, vabbè meglio che taccia anch’io..." (Paola Taverna in un sms scambiato con l’ex capo di gabinetto Carla Ranieri).

“(Raggi) Si è messa in mezzo a una corte dei miracoli. Anche in quel caso, io gliel’ho detto: “Sei sindaco, quindi mettiti intorno il meglio del meglio di Roma”. E invece s’è messa vicino una banda”. (Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica di Roma, su Virginia Raggi in un colloquio riportato dal quotidiano La Stampa).

“Sono proprio sprovveduti. Questi secondo me erano amanti. L’ho sospettato fin dai primi giorni, ma mi chiedevo: “Com’è che c’è questo rapporto?” (Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica di Roma, su Virginia Raggi in un colloquio riportato dal quotidiano La Stampa).

Luigi Di Maio: "Posso almeno sapere se il 335 è pulito?". Paola Taverna: "No, non è pulito". (Di Maio e Taverna intorno alle indagini che vedono coinvolta l'ex assessore ai rifiuti Paola Muraro).

“Se parlo io vi rovino tutti”. (Raffaele Marra, dirigente del comune di Roma, ex braccio destro di Virginia Raggi arrestato il 16 dicembre)

Grillo, la setta dell'altrove. L'infortunio europeo conferma una mancanza di sostanza, di qualità e addirittura di significato politico, scrive Ezio Mauro il 12 gennaio 2017 su "La Repubblica". Non è esattamente una passeggiata di salute quella che Grillo e Casaleggio si sono fatti sulla Grand Place di Bruxelles. Nel breve, ridicolo e clamoroso avanti e indietro tra gli antieuropeisti di Farage e i liberali di Verhofstadt si radunano infatti tutti i demoni irrisolti di un movimento perennemente allo stato gassoso che non riesce a consolidare alcunché, perché non avendo storia e tradizione (il che non è certo una colpa) non ha nemmeno saputo costruirsi un deposito culturale di riferimento a cui ancorare le trovate estemporanee del leader, abituato ad uscire da una quinta per cambiarsi d'abito e ricomparire dall'altra con uno sberleffo. La politica è un po' più complicata, a lungo andare, soprattutto negli intervalli tra una campagna elettorale e l'altra: per fortuna non tutto è performance, blog, comizio, una volta ogni tanto bisogna trasmettere l'idea che oltre a distruggere si è capaci anche di costruire qualcosa. L'Europa, poi, è complicata ancor di più. Esistono famiglie politiche, perché esistono vicende storiche e civili che hanno selezionato interessi, valori e persino personalità producendo cultura politica (mi scuso per l'espressione fuori moda): e da quella cultura, semplicemente, sono nate le costituzioni e le istituzioni nelle quali viviamo - potremmo dire - nelle difficoltà degli uomini ma nella libertà del sistema, in questo nostro lungo dopoguerra europeo di pace. Bene, se questa è la cornice, il quadro non è solo un infortunio senza precedenti, da inserire per anni nei repertori comici in teatro, per far ridere la platea. È la conferma di una mancanza di sostanza, di qualità e addirittura di significato politico. Qui succede che un movimento nasce contro l'euro e contro l'Europa, oltre che contro tutte le inefficienze, le disfunzioni e le corruzioni della nostra democrazia indigena. Entra nel gruppo antieuropeista di Farage, campione della Brexit e dell'insularità britannica. Poi, dopo uno stage sul bordo-piscina di Briatore a Malindi, ecco la rivelazione keniota del fondatore, l'idea che per prepararsi a governare conviene abbandonare alleati così radicali, e spostarsi in un'area più tranquillizzante. I liberali? Perché no, vanno bene come qualsiasi opzione che non costringa a scegliere davvero tra destra e sinistra, per non dividere il fascio di consensi. La post-modernità della post-politica è questa: mani libere, destra e sinistra sono superate, il nuovo vive in un altrove indistinto che si può manipolare a piacere e abitare con comodo, interpretandolo come una pièce che si aggiorna di piazza in piazza, secondo l'estro del capocomico. Il fatto di aver ironizzato sui liberali per anni e di aver polemizzato ripetutamente con loro non conta, perché tanto nell'altrove non esiste un'opinione pubblica interna, cui rendere conto. Anzi, la giravolta è diversità, la diversità è libertà, e libertà significa semplicemente che il Capo fa quel che vuole. Nessuna discussione, nessun dibattito, soprattutto nessuna passione: politica, storica, culturale, capace di dare anima e corpo ai diversi apparentamenti europei del movimento, di delineare una visione, una prospettiva identitaria, qualcosa di riconoscibile e riconosciuto, un modello di riferimento. L'altrove non ha modelli, se non l'idea originaria del leader, soggetta a colpi di vento o di sole africani, ma per definizione esatta, innocente, intatta nel cerchio perfetto del carisma perenne e soprattutto autosufficiente per spiegare ogni cosa. Poi naturalmente c'è il referendum, strumento perfetto di ogni meccanismo sommario. Come chiamarlo? Confermativo? Plebiscitario? Laudativo? Io direi gregario. Un sistema di acquiescenza e ratifica che governa meccanicamente un surrogato di consenso, richiesto e ottenuto in automatico ogni volta che c'è bisogno di dare una vernice comunitaria postuma alle improvvisazioni solitarie del Supremo Garante. Un referendum convocato in quattro e quattr'otto, svolto su due piedi come al circolo nautico o al club degli scacchi, attorno alla trovata di uno solo. Senza una discussione preparatoria, un confronto di idee, un dibattito aperto che consenta agli interni e agli esterni di conoscere non solo l'esito e il saldo finale, ma le ragioni di una proposta, il percorso di una scelta, rischi e opportunità, alternative possibili e i riflessi che tutte queste diverse opzioni possono avere sulla fisionomia pubblica del movimento. Tutto questo in nome di un altro demone originario: il segreto, figlio del complotto e della grande congiura, che naturalmente è sempre in atto e con tutto quel che succede nel mondo è concentrata sempre e solamente su Raggi e su Di Maio, e li fa perfidamente inciampare sui frigoriferi, sul Cile e il Venezuela. L'ultima invenzione è la congiura dell'"establishment" che Grillo ha evocato per dargli la colpa del trappolone europeo, in realtà fabbricato in casa. Come se in Italia esistesse una classe dirigente capace di coniugare gli interessi particolari legittimi con l'interesse generale, invece di singoli network gregari, concessionari e autogarantiti. Ma la congiura e il segreto fortificano lo spirito, trasformano la politica in fede, il movimento in setta, la trasparenza in confisca. Il referendum avviene su una piattaforma software privata di una società privata che gestisce la cosa più pubblica che c'è, vale a dire la proposta politica di un movimento, e conserva nomi e password degli iscritti nella mitica fondazione Rousseau come in uno scrigno segreto. Il segreto giustifica il vulnus di trasparenza, le decisioni europee prese in Kenya alle spalle dei deputati europei, perché gli eletti nel movimento hanno nei fatti un preciso e anticostituzionale vincolo di mandato, nei confronti del partito-moloch. Lo dice su Facebook l'eurodeputato Tamburrano: "Hanno preparato un accordo schifoso sulla testa della maggioranza di noi portavoce (di chi?) europei facendo piombare una domenica mattina una votazione farlocca, prendendo per i fondelli noi, milioni di elettori e lo stesso Beppe Grillo". E la senatrice Nugnes denuncia "la scarsità della partecipazione" ai referendum, "che si attesta intorno al 30 per cento, di solito al di sotto". "Dovevamo essere il popolo dell'intelligenza critica e della democrazia diretta - spiega - invece è successo qualcosa che per il momento ha bloccato completamente il processo". Cosa? "Una democrazia carismatica con affettività malata". Naturalmente la miseria impaurita e impotente del dibattito interno al Pd dopo la clamorosa sconfitta al referendum non è una giustificazione per il M5S: se mai poteva essere uno stimolo e un'occasione politica di diversità. Invece direttorio, garanti, portavoce: tutta un'intercapedine procedurale che è il contrario della democrazia diretta, e che consente alla Casaleggio di veicolare contenuti a piacere dall'alto al basso, come memorandum aziendali, e al leader di rivoltare il calzino a piacere dalla terrazze dell'Hotel Forum ogni volta che gli serve. Nell'altrove, tutti gli eletti, tutti i dirigenti, tutti gli uomini nuovi sono in realtà semplicemente dei fiduciari del Capo: in altre epoche li avremmo chiamati portaborse, sottopancia, boiardi minori e periferici, con in più la sovrastruttura burocratico-statutaria della multa di 250 mila euro per chi dissente, come fanno le società di calcio con un qualsiasi centravanti chiacchierone o indisciplinato. Questo evidente pasticcio che parla di democrazia e pratica la teocrazia ha portato al capitombolo europeo con la ribellione dei liberali, convinti che la "cheap politics" di Grillo cozzi con tutto il loro armamentario ideale, visto che loro ne hanno uno, a cui tengono. Segue il ritorno a Canossa da Farage, le condizioni umilianti del leader Ukip per riammetterli in casa dalla porta di servizio, la velocità di Di Maio che un minuto dopo il ritorno nel gruppo antieuropeista si dice pronto a votare contro l'euro, senza nemmeno togliersi il vestito liberale che il movimento aveva indossato da due giorni per l'occasione. Ma la brutta figura davanti all'intera Europa non è ciò che conta davvero. Conta l'anomalia del grillismo, rivelata da questa vicenda. Attenzione, non la diversità, benvenuta in un sistema politico stagnante: ma l'anomalia. In sostanza, la strozzatura di un meccanismo chiuso in sé, che come rivela questa storia non è contendibile, prima e suprema condizione della trasparenza, della libertà e della democrazia. Il resto purtroppo è chiacchiera. Tanto che in Europa basta evocare un minimo di cultura liberale per scioglierla come una bolla di sapone.

Il potere soltanto per il potere, scrive Piero Sansonetti l'11 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Nel drammatico sbandamento del partito di Beppe Grillo – che in pochi giorni è passato dalle sponde giustizialiste, a quelle garantiste, a quelle liberali, e poi di nuovo a quelle giustizialiste, passando anche per idee pauperiste in parte di radice ex comunista – è intervenuto ieri Marco Travaglio, direttore di quello che è considerato il giornale dei 5Stelle. Travaglio già in altre occasioni si è assunto un compito di direzione ideologica del movimento, specie nei momenti di crisi. L’idea di Travaglio: Frattocchie a 5 stelle Non per “sapere” ma per “potere”. Stavolta Travaglio cerca di indicare una via d’uscita, sulla base di una analisi politica tutt’altro che improvvisata. Ma forse monca. Travaglio sostiene che il punto debole del movimento ( o del partito) di Grillo è l’assenza di un gruppo dirigente, e addirittura di personale politico. Mi pare difficile dargli torto. Intorno a Grillo e Casaleggio non c’è nulla, neppure l’alito di un pensiero, né gente in grado di far valere la propria esperienza politica, o la saggezza, o almeno l’intelligenza. Dice Travaglio che questa è la palla al piede che rischia di portare al crash un movimento che invece avrebbe grandi potenzialità per il solo fatto di essere l’unico movimento politico seriamente e organicamente contrapposto all’establishment. Establishment è una parola inglese molto usata in politologia. Establishment può essere tradotto con due espressioni, simili ma non uguali: gotha del potere o invece classe dirigente. Non è esattamente la stessa cosa. Travaglio osserva che è difficile opporsi all’establishment con speranza di successo se non si è in grado di indicare un nuovo assetto. Per questo tutto è perduto se non si costruisce una classe dirigente attorno a Grillo. Giusto. E a questo scopo, nell’editoriale che ha pubblicato ieri sul “Fatto Quotidiano” (dai toni molto dimessi e tristi, assai diversi da quelli baldanzosi che in genere contraddistinguono i suoi scritti), non si è limitato a ripetere alcuni degli slogan usati dalla ditta Casaleggio nelle ultime ore (tipo quello sul potere terrorizzato dalle giravolte grilline) ma ha proposto una soluzione concreta e un po’ stupefacente: organizzare le scuole di partito a 5 stelle. Chiaramente un po’ sulla falsariga delle “scuole quadri” che nel secondo dopoguerra e fino a tutti gli anni ottanta venivano organizzate dal Pci (e in parte, ma in modo meno vistoso e meno capillare, dalla democrazia Cristiana e dal partito socialista). E’ una buona idea? Beh, ha dei punti deboli. Provo a dirlo in modo molto schematico. Le scuole di partito hanno bisogno di tre cose: un partito di massa, una idea (o un’ideologia) e degli insegnanti di valore. Al momento al Movimento 5 Stelle manca un partito. Si intende per partito una organizzazione molto vasta, estesa su tutto il territorio nazionale, con dei luoghi di ritrovo e di discussione che radunano quasi quotidianamente migliaia di militanti. Con la possibilità, da parte dei militanti, di discutere, esprimersi, di contare, di eleggere dei rappresentanti, di tenere dei congressi. E’ chiaro che una chat sul web, o un indirizzo di posta elettronica o una piattaforma per votare (un po’ come fa la Gazzetta dello Sport coi sondaggi sul migliore in campo) sono qualcosa di molto più semplice di un partito, ma anche di completamente diverso. Un partito costruisce sulla sua dimensione di massa la propria cultura politica. Una chat costruisce al massimo una tecnica informatica, un buon uso del ctrl, o dell’alt, o del cmd. Secondo problema: gli insegnanti. Le scuole di partito del Pci (la più celebre era quella delle Frattocchie, vicino Roma) funzionavano anche sul fatto che gli insegnanti erano di buona qualità. Molti di loro avevano una cattedra all’università, o erano presidi di facoltà o rettori, erano conosciuti in tutto il mondo. Qualche nome appena: Lucio Lombardo Radice, Eugenio Garin, Sascia Villari, Cesare Luporini, Ernesto Ragionieri, Nicola Badaloni… Beh, è difficile immaginare una scuola di partito dove gli insegnanti sono Di Battista, o Di Maio, o lo stesso Travaglio. Eppure sono convinto che questi due problemi, in qualche modo, potrebbero anche essere superati. Il terzo problema è il più ostico: l’assenza di una idea politica. Le idee politiche sono cose piuttosto complicate, generalmente maturano dopo anni e secoli, alla loro costruzione partecipano centinaia di grandi intellettuali. E’ stato così per il liberalismo, per il marxismo e anche per il socialismo democratico, che a occhio e croce sono i tre grandi filoni di idee politiche che hanno segnato la modernità. Ma è stato così, seppure con tempi e in forme più ridotti, per movimenti recenti, come il movimento ecologista. Ed è stato così anche per la formazione dei sistemi di idee più reazionari, che oggi sono alla base del funzionamento dei movimenti europei radicalmente di destra. Il problema di fondo del grillismo – che forse Travaglio non vede – è che, al momento, è del tutto privo di un sistema di idee e quindi di una linea politica. Come è stato largamente dimostrato dalle danze di questi giorni tra Goffredo Parise, Nigel Farrage e l’europeismo liberale ispirato da tipi come Einaudi e Mario Monti. Ora la domanda è semplice: si può mettere in piedi una scuola di partito che insegni metodi di poterete del tutto privi di linea politica? E cioè, se capiamo bene, che insegni pure e semplici tecniche per la conquista e l’esercizio del potere?

Forse si può. Forse è questa la post politica. La rinuncia dichiarata ai valori, ai programmi. La dichiarazione di lotta puramente per il potere. La concezione di una politica finalmente libera dalla zavorra delle idee e che può con agilità e totale camaleontismo dedicarsi puramente al potere. E’ questa la modernità? Forse sì. E’ bella? Forse no.

Da manettari a garantisti Così i grillini archiviano la (presunta) superiorità. L'inchiesta romana è un boomerang sul M5s: adesso la Raggi governi oppure si dimetta, scrive Francesco Maria Del Vigo, Mercoledì 25/01/2017, su "Il Giornale". Boom. Alla fine il famoso botto si è sentito, come Grillo aveva - anni or sono - minacciosamente annunciato. Ma si tratta di un altro botto. Non quello elettorale. È crollata definitivamente al suolo la presunta superiorità morale dei grillini. Le stelle sono cadute. È la notte di San Lorenzo del giacobinismo a Cinque Stelle. L'iscrizione del sindaco di Roma Virginia Raggi nel registro degli indagati (è indagata per falso e abuso d'ufficio nell'ambito della nomina del fratello di Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio, poi arrestato) polverizza la verginità giudiziaria dei Cinque Stelle. Insomma: la prima cittadina della Capitale, di stretta osservanza grillina e dunque ayatollah del giustizialismo, avrebbe assunto il fratello del suo chiacchieratissimo braccio destro. Ovviamente è tutto da verificare. Ma nel colorito vocabolario pentastellato tutto sarebbe già stato metodicamente etichettato: familismo, nepotismo, abuso di potere. Diciamolo: casta. E se ci mettessimo gli occhiali del grillismo e squadrassimo dall'alto al basso la bella sindaca, dovremmo - come minimo - chiedere le sue immediate dimissioni. Seguendo alla lettera l'ottusa e rigida disciplina del Movimento 5 Stelle. Per dire: Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo libro testamento - spennellava un mondo ideale nel quale i dipendenti infedeli della pubblica amministrazione venivano «esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città». E invece no. Questa volta no. I Cinque Stelle si sono accorti che il loro fondamentalismo manettaro è un boomerang che gli sta tornando dritto dritto sulla fronte. Ma il grillismo è un camaleonte che si adatta a ogni esigenza e quando il vento della giustizia gira a sua sfavore, impegna un attimo ad assumere le nuance del giustizialismo. Ben vengano, buon ultimi, dalle parti del dubbio. Se non fosse l'ennesima buffonata. Una commedia degli equivoci nella quale tutti fingono di non sapere. La Raggi si finge stupita della convocazione in procura, quando oramai era chiaro a tutti dove sarebbero andati a parare i giudici. Pure Grillo fa il pesce in barile. Anche se proprio lui, con un anticipo da indovino, si era già affrettato a fare una conversione a U da ritiro immediato della patente di circolazione politica, sostenendo che non è necessario dimettersi di fronte a un avviso di garanzia. Ma l'effetto domino di questa commedia degli equivoci è travolgente e scivola in metamorfosi esilaranti. L'ex premier Matteo Renzi, che non aspettava altro che poter inforchettare i grillini - intima ai suoi di essere garantisti e di non infierire sulla Caporetto giudiziaria dei seguaci del comico. Mai nella storia politica recente era stato sguainato tante volte lo scudo del garantismo e della - sacrosanta! - presunzione di innocenza. Persino Marco Travaglio, nel tentativo di rimanere in equilibrio tra giustizialismo e filo grillismo, si mette a parlare a denti stretti di presunzione di innocenza. Probabilmente provocandosi un eczema. Insomma la Raggi, per il momento, come sindaco non ha fatto un bel niente. Ma come politico ha già fatto un miracolo: trasformare grillini e soci in garantisti. Ora c'è da sperare che non dimentichi la lezione. E che magari inizi a governare la Capitale. Giudici nonostante.

M5s: le nomine di parenti, amici, amici degli amici. Anche i grillini in fatto di poltrone, non sono diversi dagli altri partiti. Ecco chi fa carriera. Alla faccia della trasparenza, scrive il 23 gennaio 2017 Antonio Rossitto su Panorama. "Tantissime persone vorrebbero collaborare con noi. E vi promettiamo che faremo del nostro meglio per scegliere persone adeguate all’obiettivo: lavoratori trasparenti, onesti e volenterosi, competenti e puliti" gongolava a marzo del 2013 l’allora capogruppo dei Cinque stelle alla Camera, Roberta Lombardi, di fronte ai 18 mila curriculum che avevano intasato la casella di posta elettronica del movimento. Scegliere i migliori. Rimarcare la diversità dai partiti tradizionali. Quelli con le segreterie politiche piene di amici e amici degli amici. Non è andata così. La rivoluzione pentastellata è rimasta lessicale: portavoce al posto di onorevoli, collaboratori invece che portaborse, cittadini e non galoppini. Ma le logiche di reclutamento in molti casi non sono state dissimili da quelle vituperate. Sodali, parenti, attivisti. Dai palazzi di Bruxelles a quelli romani, passando per le assemblee regionali e i consigli comunali e di quartiere, l’ormai mitologica trasparenza grillina è spesso rimasta solo uno slogan. Come a Roma, dove lo scorso giugno è stata eletta Virginia Raggi. Le ultime polemiche sono divampate qualche giorno prima di Natale per la nomina di Alessandra Manzin, assunta da Linda Meleo, assessore ai Trasporti. Manzin è fidanzata con Dario Adamo, assistente di Rocco Casalino, influente capo della comunicazione dei Cinque stelle in Senato. Simile solfa nelle care, vecchie, circoscrizioni. Il caso più dibattuto è quello di Giovanna Tadonio, moglie di Marcello De Vito, presidente del consiglio comunale di Roma, vicinissimo a Roberta Lombardi. Tadonio è diventata assessore al Personale nel Municipio III. Mario Podeschi, assistente alla comunicazione del deputato Enrico Baroni, è stato nominato vice presidente del Quinto. Veronica Mammì, fidanzata del consigliere comunale Enrico Stefano e già assistente della parlamentare grillina Federica Daga, è diventata assessore alle Politiche sociali nel Settimo. Nell’Undicesimo, la delega all’Ambiente e ai Lavori pubblici è andata a Giacomo Giujusa, consulente dell’onorevole Stefano Vignaroli, compagno della verace senatrice Paola Taverna. Nel Municipio VIII divampano, invece, i caminetti familiari. In consiglio siedono Teresa Leonardi ed Eleonora Chisena: madre e figlia. Sugli stessi banchi ci sono i Morazzano: Giuseppe è il capofamiglia, Luca è il rampollo. Da Roma, i venti del rinnovamento sono arrivati pure a Genzano, a una ventina di chilometri dalla capitale, dove i Cinque stelle hanno trionfato lo scorso giugno. Il nuovo sindaco è Daniele Lorenzon. Che, appena insediato, fa un contratto di collaborazione a Daniela Gabriele, nipote della senatrice Elena Fattori. La replica è perentoria: "Non è una parente in quanto nipote del marito, ergo un’affine". Intimissima è invece Daniela Fattori, sorella della succitata parlamentare pentastellata, eletta in consiglio comunale. Dove siedono anche Elena Mercuri e Luigi Nasoni: moglie e marito. Del resto, però, il M5s è da sempre un affare di famiglia. A partire dai vertici. Davide Casaleggio, dopo la morte del padre Gianroberto, ha preso in mano le redini. Lo stesso leader carismatico, Beppe Grillo, ha creato l’Associazione movimento cinque stelle, che controlla il partito, seguendo uguali logiche. Presidente è il comico. Suo vice è il nipote: il brillante avvocato Enrico Grillo. Segretario è il suo commercialista Enrico Maria Nadasi. Che, poco più di un anno fa è stato nominato nel cda della Filse, la finanziaria della regione Liguria, su indicazione dei Cinque stelle. Dunque: Grillo, il nipote e il commercialista detengono blog e associazione. Il cui scopo è quello di determinare la politica nazionale "attraverso la presentazione alle elezioni di candidati e liste indicati secondo le procedure di diretta partecipazione attuate attraverso la rete". È successo anche in Europa. Gli eletti erano 17. Ma, dopo il pasticcio del tentato passaggio nel gruppo dell’Alde, due onorevoli hanno abbandonato il M5s: Marco Affronte e Marco Zanni. Gli eurodeputati pentastellati sono dunque rimasti in 15. Ognuno dotato, salvo rare eccezioni, di un plotone ministeriale di assistenti. Come David Borrelli, contestato per aver perorato il mancato accordo con i liberali di Guy Verhofstadt. Tra assistenti accreditati e locali, prestatori di servizi, terzi erogatori e tirocinanti per l’onorevole vicinissimo a Casaleggio lavorano 12 persone. In totale, rivela il sito del Parlamento di Bruxelles, i 15 eurodeputati grillini hanno 103 collaboratori: una media di sette persone a testa. Così fan tutti del resto. Il blogger Claudio Messora, capo della comunicazione del movimento a Bruxelles fino al novembre 2014, spiega: "Ogni portavoce può spendere fino a 21 mila euro in contratti. E molti di loro, a dispetto dei proclami contro l’uso di fondi pubblici, li usano fino all’ultimo euro". Di certo, il numero degli assistenti è nutrito. Ex attivisti, candidati o dipendenti vengono recuperati e compensati con una poltroncina. L’eurodeputato Ignazio Corrao, già assistente all’Assemblea regionale siciliana, attivissimo e votatissimo, ha nel suo staff diversi volti noti del grillismo isolano. Come Giuseppe Lo Monaco, già in corsa alle regionali e fondatore dell’Associazione M5S Sicilia. Oppure Luigi Sunseri, militante dal 2010, candidato a sindaco di Termini Imerese, nel Palermitano, a luglio 2014. E anche Adriano Varrica: fondatore del meetup di Palermo, già collaboratore parlamentare, ha appena ritirato la sua candidatura dalle «comunarie» che sceglieranno il prossimo candidato sindaco del capoluogo siciliano. Nello staff dell’europarlamentare genovese Tiziana Beghin ha invece trovato spazio uno storico pentastellato: Simone Pennino. L’Espresso, a marzo del 2013, rivelò che il suo nome compariva accanto a quello di Walter Vezzoli, autista di Grillo, e della cognata del comico, Nadereh Tadjik, in una società estera che avrebbe dovuto costruire un "ecovillaggio" in Costarica. Le nomine di assistenti e collaboratori sono spesso avversate dalla stessa base. Spese ne ha fatto pure l’eurodeputato Marco Zullo. Le critiche per la scelta dei suoi collaboratori sono finite sul Messaggero Veneto per la scarsa pubblicità nelle selezioni. Del suo staff fa parte Andrea Busetto, ex collaboratore del Pdl e dell’Ncd. Poi Francesco Vanin, candidato senza successo alle regionali in Friuli-Venezia Giulia. E Alessandro Corazza, di Pordenone, già consigliere regionale dell’Italia dei Valori. Anche a Palazzo Madama e Montecitorio molte nomine sono state contestate. Giuseppe Rondelli è collaboratore della senatrice Vilma Moronese. Ed è pure il suo compagno. Un’altra pentastellata a Palazzo Madama, Barbara Lezzi, aveva assunto come portavoce Libera Zaminga, figlia del compagno. Le successive polemiche l’hanno però costretta alla retromarcia. La moglie del deputato Emanuele Cozzolino, Maria Grazia Sanginiti, è assessore all’Ecologia a Mira, nel Veneziano, uno dei primi comuni a guida grillina. Anche qui, come a Roma e dintorni, in consiglio comunale siedono un marito e una moglie pentastellati: Allen Biasiotto ed Elisa Marchiori. In Parlamento, invece, le tribù familiari si sono progressivamente sfaldate. La senatrice Ivana Simeoni resta l’amorevole madre del deputato Cristian Iannuzzi. Solo che, espulsi dal movimento a gennaio del 2015 per le loro critiche a Grillo e Casaleggio, adesso sono iscritti al Misto. S’è trasferita nello stesso gruppo pure Cristina De Pietro, sorella di Stefano, consigliere comunale di Genova. Uguale percorso ha fatto Laura Bignami. A ruota, sono seguite le dimissioni del marito, Giampaolo Sablich, ex leader dei grillini in consiglio comunale a Busto Arsizio, nel Varesotto. Anche Giovanna Mangili, moglie di Walter Mio, capogruppo dei Cinque Stelle a Cesano Maderno, in Brianza, viene eletta in Senato. Ma le critiche al presunto attivismo del marito la spingono poi a rassegnare le dimissioni da Palazzo Madama. Alla Camera, invece, siede Azzurra Cancelleri, sorella di Giancarlo, deputato dell’Assemblea regionale siciliana, candidato governatore in pectore. Nell’isola, l’altro astro nascente è il sindaco di Ragusa: Federico Piccitto. Lo scorso settembre Grillo, durante il raduno nazionale dei Cinque stelle a Palermo, l’ha definito bravo come Chiara Appendino, pluridecorato primo cittadino di Torino. Eppure anche Piccitto è scivolato su presupposti favoritismi. A dicembre del 2015 s’è dimessa dalla sua giunta Stefania Campo, assessore alla Cultura. S’era scoperto che il marito era stato assunto da una cooperativa che gestisce l’acqua per conto del Comune. Il programma di Piccitto, come da manuale pentastellato, prometteva: partecipazione al solito bando telematico e assessori scelti in base al curriculum. Ma, eletto a giugno 2013, dopo meno di un anno il sindaco manda a casa tre dei sei selezionati. E, come nuovo assessore al nevralgico Ambiente, chiama Antonio Zanotto, già in corsa nel M5S alle ultime Europee. Prima del Natale del 2016, l’ultima disputa: alla Ragioneria del comune viene chiamata Giuliana Raniolo, attuale assessore al Bilancio di Grammichele, nel Catanese, quaranta chilometri a nord: un altro comune amministrato dai grillini. E poi c’è Antonio Calogero Bevilacqua, 28 anni: occhialini da intellettuale, volto pulito e modi garbati. Candidato dal M5s, a giugno del 2015 è eletto sindaco di Pietraperzia, in provincia di Enna. "In famiglia leggiamo quattro quotidiani al giorno" spiegò in un’intervista alla Sicilia. Ed eccola, la famiglia. Il nonno, Calogero, già sindaco del paesino. Il padre, Salvatore, ex presidente del consiglio provinciale di Enna. Il fratello, Filippo, consigliere comunale dei Cinque stelle. Li chiamano già i Kennedy di Pietraperzia.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).

Mentre Gesù istruiva nel tempio, gli scribi ed i farisei, condottagli una donna che avevano sorpreso in adulterio, gli avevano detto: “… Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” (Gv 8,5).

Volevano con ciò tendergli un tranello. Infatti, se Gesù si fosse manifestato contrario alla lapidazione, avrebbero potuto accusarlo di andare contro la Legge. Secondo questa, infatti, i testimoni diretti della colpa dovevano iniziare a scagliare la pietra su chi aveva peccato, seguiti poi dal popolo. Se Gesù avesse invece confermato la sentenza di morte, l’avrebbero fatto cadere in contraddizione con il suo insegnamento sulla misericordia di Dio verso i peccatori.

Ma Gesù, che stava chinato tracciando con il dito dei segni per terra, dimostrando così la sua imperturbabilità, alzatosi disse:

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»

Gli accusatori, a quelle parole, si ritirarono uno dopo l’altro, cominciando dai più anziani. Il Maestro, rivoltosi alla donna: “Dove sono? – disse -. Nessuno ti ha condannata?” “Nessuno, Signore”, rispose. “Neanch’io ti condanno: va’ e d’ora in poi non peccare più” (cf Gv 8,10-11).

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»

Con queste parole, Gesù non si rivela certamente permissivo nei confronti del male, come l’adulterio. Le sue parole: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”, dicono chiaramente qual è il comandamento di Dio.

Gesù vuole mettere a nudo l’ipocrisia dell’uomo che si fa giudice della sorella peccatrice, senza riconoscersi egli stesso peccatore. Sottolineando così, con le sue parole, la nota sentenza: “Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate, sarete giudicati” (Mt 7,1-2).

Parlando in questo modo, Gesù si rivolge anche a quelle persone che condannano gli altri senza appello, non tenendo conto del pentimento che può sorgere nel cuore del colpevole. E mostra chiaramente qual è il suo comportamento nei confronti di chi fallisce: aver misericordia. Quando quegli uomini si sono allontanati dall’adultera, “sono rimasti in due – dice Agostino, vescovo di Ippona -: la miseria e la misericordia” [Commento al Vangelo di Giovanni 33,5].

La fine della superiorità morale. Era il Dna dei Cinque stelle, scrive Angela Azzaro il 20 Dicembre 2016 su "Il Dubbio”. La parola onestà è costitutiva del Movimento, difficile sostituirla con un’altra senza perdere la propria identità. Ma i cittadini ci crederanno ancora? Il movimento Cinque Stelle fonda la sua nascita e il suo successo su due questioni: da una parte la crisi più che decennale della democrazia e la necessità di ridare valore alla rappresentanza politica; dall’altra il sentimento anti casta alimentato dalla necessità (vera o presunta) di una nuova classe dirigente non corrotta, che abbia una fedina penale pulita. La prima questione è stata risolta con il voto telematico che secondo molti non è bastato a costruire decisioni democratiche. I Cinque stelle non hanno una direzione o un segretario eletti, ma una serie di capi che si sono autoinvestiti e che decidono per tutti. Se la democrazia in poco tempo è diventata quindi un simulacro, un’imitazione approssimativa delle possibilità decisionali offerte dalla rete, la questione dell’onestà ha comunque fatto da collante tra eletti ed elettori. E’ stato il vero Dna di un movimento che si è contrapposto agli altri partiti rivendicando la superiorità morale: noi e loro, i cittadini e la casta, il movimento e la partitocrazia. E’ stata una narrazione che ha funzionato e che, davanti ai primi avvisi di garanzia, non ha per nulla scricchiolato. Gli elettori Cinque stelle hanno continuato a pensare che il movimento fosse la soluzione ad una crisi strutturale della società, conseguenza delle ruberie perpetrate dai politici. Il noi e loro ha un potere d’attrattiva che difficilmente può essere intaccato: costruisce comunità, senso di riscatto, valenza ideologica in un momento di crisi profonda delle ideologie. Ma i nuovi episodi che riguardano la giunta romana rischiano di far vacillare la narrazione grillina. La mettono in crisi nella sua struttura di fondo, in quella convinzione che tutti sono corrotti, tutti hanno rubato fuorché i Cinque Stelle. E’ l’inizio della fine della superiorità morale del movimento? Difficile dirlo oggi, quando il sentimento e la passione dei cittadini sono ancora vivi. Ma questa volta non si può non vedere le crepe anche profonde nell’immaginario costruito in questi anni. L’arresto di Marra, con l’accusa di corruzione, non è paragonabile all’avviso di garanzia per abuso d’ufficio ricevuto dal sindaco di Parma, Pizzarotti. C’è qualcosa in più, connesso alla parola più orribile per un grillino: la corruzione. Il dubbio si insinuerà forse anche nel più convinto sostenitore dei Cinque stelle ma soprattutto farà da sfondo a una narrazione che non potrà più sfidare gli altri contando sulla propria purezza. Per qualsiasi partito i fatti di oggi sarebbero una valanga, ma per i Cinque stelle sono qualcosa di più. La messa in discussione della loro stessa esistenza: è come se un partito comunista stesse in vita ammettendo che il comunismo non solo è morto ma ha fallito, come se un partito continuasse a chiamarsi democratico quando si vive in una dittatura. Certo, si può stare nelle contraddizioni. Quest’epoca politica ci ha abituati anche a questo. Ma da oggi sarà difficile per Grillo riproporre la stessa narrazione. L’onestà o è o non è, non ci sono vie di mezzo, aggiustamenti, passi indietro. Ci si può inventare di tutto, ma quella parola non ammette compromessi, mezzi termini. Il Movimento cinque stelle potrà sicuramente inventare nuove parole d’ordine, ma sarà difficile sostituire la parola fondante, cambiarla con un concetto qualsiasi. Lo sarà non perché impossibile. Ma perché vorrà dire fare un passaggio ulteriore, un passaggio forse fatale: non essere più speciali, unici, e diventare come tutti gli altri. Non si potrà allora più vincere le elezioni senza chiarire il programma (come è accaduto a Virginia Raggi) non si potrà contare solo sulle difficoltà delle altre forze, si dovrà contare sul proprio progetto politico.

Il "Corriere" si schiera Con Togliatti. Il quotidiano della borghesia dedica due pagine alla beatificazione del Migliore: "Cercava soluzioni condivise". Sì, condivise da Stalin...scrive Alessandro Gnocchi, Lunedì 17/02/2014 su "Il Giornale". Ideona del Corriere della Sera: rivalutare Palmiro Togliatti. Ieri La lettura, inserto culturale del giornale milanese, ha presentato ai suoi lettori una passante (due pagine) firmata da Francesco Piccolo sul segretario del Partito comunista. Come accade a tutti gli articoli che si spingono nei territori dell'assurdo, il pezzo è stato spacciato per una «provocazione». La tesi? La sinistra di oggi, in compagnia dei grillini, si trastulla nel mito della propria superiorità morale, ma dovrebbe imparare da Togliatti, che aveva una «ostinata propensione alla soluzione condivisa - che è l'essenza della democrazia parlamentare». Così il Migliore (singolare soprannome per uno che non si cullava nel mito della propria superiorità morale) diede vita al «migliore Partito comunista europeo, in senso democratico», capace di collaborare con gli altri alla stesura delle regole. Piccolo, pur avendo un lenzuolo a disposizione, non trova lo spazio per infilare almeno una riga su quello che gli storici scrivono da circa 25 anni sulle «scelte condivise» di Togliatti. «Condivise» soprattutto da Stalin, che gliele aveva imposte. Come testimoniano i documenti ritrovati da Viktor Zaslavskij ed Elena Aga Rossi all'inizio degli anni Novanta, fu infatti il tiranno sovietico a ordinare a Togliatti di archiviare, per il momento, le posizioni anti-monarchiche e di puntare invece a entrare nel governo Badoglio. La tanto celebrata «svolta di Salerno» del 1944 era stata decisa a Mosca, non era stata presa per «ostinata propensione alla soluzione condivisa» e aveva un duplice scopo. Non indebolire il fronte antifascista a guerra non ancora terminata e allargare l'influenza politica comunista in un Paese che mai l'Urss avrebbe potuto trattare come quelli dell'Europa Orientale. Lo stesso dicasi per la rinuncia alla lotta armata nell'immediato dopoguerra. Il disarmo (comunque tardivo) delle formazioni partigiane rosse rispondeva ancora una volta alle esigenze geopolitiche dell'Unione Sovietica, che non voleva rogne mentre era impegnata a spartirsi il Vecchio continente con gli Stati Uniti. La decisione di partecipare alla stesura delle nuove regole all'interno dell'Assemblea Costituente fu una necessità: il Pci temeva di essere tagliato fuori e doveva legittimare la propria presenza nelle istituzioni, dal momento che la rivoluzione era ormai esclusa. Questa mossa azzeccata diede poi la possibilità alla propaganda comunista di affermare che la Costituzione era nata dalla Resistenza. Motivo per cui ancora oggi è intoccabile. Anche in questo caso l'«ostinata propensione alla soluzione condivisa» c'entra poco. Ritrovarsi quindi Togliatti come una sorta di precursore delle larghe intese per le riforme è un salto mortale. Alla fine della lettura di Piccolo, si è imparato nulla su Togliatti. In compenso si capisce un po' di più l'Italia, un Paese dove il quotidiano della borghesia produttiva riesce a dedicare due pagine (nel 2014, tra l'altro, che dinamismo) alla rivalutazione di Palmiro Togliatti detto il Migliore. Clamoroso lo scoop: dietro lo stalinista si celava (benissimo, fino a quando è arrivato Piccolo) un vero democratico. Che sia questa la «contraddizione irrisolta» cui accenna qua e là l'articolo? A proposito, Piccolo è autore di libri (l'ultimo è Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, dedicato a Enrico Berlinguer), autore di Fazio a Che tempo che fa e Sanremo, sceneggiatore di Nanni Moretti e Paolo Virzì. Possiamo quindi prenderlo come esempio di intellettuale inserito e influente. Anche questo ci dice qualcosa dell'Italia.

L'attentato-suicidio dei Gap raccomandato da Togliatti. Il Migliore impose di usare i giovanissimi nelle azioni contro i nemici. Come nel 1944 a Sesto San Giovanni...scrive Luca Fazzo, Venerdì 23/12/2016, su "Il Giornale". Chissà se Giangiacomo Feltrinelli, editore rivoluzionario, e i suoi seguaci che negli anni Settanta si diedero alla lotta armata, avevano studiato fino in fondo la storia dei Gap. La banda di Feltrinelli venne chiamata così, Gruppi di azione partigiana, in omaggio alla struttura clandestina, diretta emanazione del Partito comunista, che durante la guerra civile era stata la punta di diamante della Resistenza a Milano e nel suo hinterland. Era un mito, quello dei Gap, che aveva permeato profondamente il movimento del Sessantotto, e che fu importante nello spingere verso il terrorismo alcuni settori radicali dell'ultrasinistra: mito formato da ortodossia ideologica, e soprattutto da efficienza militare. Ma il tempo passa, la storia di quegli anni viene riscritta senza furori di parte. E anche il mito dei Gap ne esce ridimensionato. Del cinismo di alcune scelte dei Gap, come dimostra l'attentato di via Rasella a Roma, si è ampiamente dibattuto. Ma ora un libro di Marco Manuele Paolini costringe a rimettere in discussione anche il lato del mito che sembrava meno scalfibile: la capacità operativa, la compartimentazione ferrea. Al centro del libro di Paolini, Il ragazzo della Quinta (Mursia, pagg. 146, euro 14) ci sono un ragazzo e un attentato. Il ragazzo si chiamava Felice Lacerra, era nato nel 1927 a Sesto San Giovanni da una famiglia di immigrati, a quindici anni era già operaio alla Breda. L'attentato è quello che proprio a Sesto, la sera del 10 febbraio 1944, prende di mira la locale Casa del Fascio, dove è in corso la riunione per la nomina del fiduciario. L'azione in sé è maldestra, e provoca meno danni di quanto i gappisti si proponevano facendo irruzione con mitra e bombe a mano: due repubblichini uccisi, un altro paio feriti. Ma ben più disarmante è il pressapochismo nella preparazione dell'attentato, che avrà conseguenze catastrofiche per gli organizzatori. I Gap sestesi verranno smantellati quasi per intero dalle indagini successive all'attacco. Era un lavoro crudo, quello dei Gap. Non si trattava di combattere a viso aperto, in montagna, affrontando i reparti ben più armati della Rsi e degli occupanti tedeschi, ma di uccidere a sangue freddo, alle spalle. Lavoro necessario, ma che selezionava inevitabilmente un certo tipo di militante, pronto alla freddezza e ai sacrifici della clandestinità. «Raccomandiamo di non aver paura di mettere avanti i giovani, i quali hanno coraggio e audacia», scriveva Palmiro Togliatti. E in effetti i quadri dei Gap erano spesso sui vent'anni. Ma per l'attentato a Sesto si scelse di mettere in prima linea addirittura un sedicenne: Felice Lacerra. A lui venne affidato il ruolo più difficile: l'infiltrato. Si iscrisse al Pnf, iniziò a frequentare la Casa del fascio, si conquistò la fiducia dei camerati, gestendo un ruolo da agente doppio che avrebbe spezzato i nervi a gente ben più adulta di lui. Fu lui a segnalare ai Gap la data della riunione, e ad aprire dall'interno le porte al commando armato. Se già questa scelta appare azzardata, ancora più incomprensibile appare quella di non allontanare Felice da Sesto subito dopo l'attacco. La mattina dopo, il ragazzo andò a lavorare in Breda come se niente fosse, ovviamente venne arrestato, e si può immaginare quale trattamento gli fu riservato. Fece il nome di un partecipante all'irruzione, Luigi Ceriani il quale, fermato a sua volta, cantò ben più di Felice, facendo arrestare l'intero distaccamento sestese dei Gap. In carcere alcuni resistettero, altri parlarono. I due capi, Egisto Rubini e Oreste Ghirotti, si uccisero in cella per non cedere alle torture. In aprile viene arrestato Primo Grandelli, dei Gap di Milano che avevano collaborato all'azione con i sestesi. Incredibilmente, ha con sé un quaderno con i nomi di tutti i compagni che vengono arrestati in blocco. I Gap a quel punto non esistono praticamente più, e si dovrà attendere l'arrivo in città di Giovanni Pesce perché la struttura armata del Pci venga ricostituita. «Fu tutto uno sbaglio, dall'inizio alla fine», dirà Carlo Camesasca, il gappista che pochi mesi prima aveva partecipato all'uccisione del federale di Milano, Aldo Resega. D'altronde sono gli stessi Gap che l'8 agosto dello stesso anno in viale Abruzzi metteranno una bomba su un camion della Wehrmacht che distribuiva aiuti alimentari: non morì neanche un tedesco, ma restarono uccisi sei milanesi in coda per il cibo. La rappresaglia nazista fu la strage di piazzale Loreto. Insomma, altro che efficienza. Coraggio, indubbiamente, ma anche pressapochismo e decisioni sciagurate. E il giovane Felice Lacerra? Fu deportato a Fossoli, vicino Carpi, in un campo di concentramento dal volto umano. La mattina del 12 luglio, sessantasette prigionieri del campo vennero portati dalle Ss in un poligono, a Cibeno, e uccisi con un colpo alla nuca. Felice era uno di loro. Lo riconobbero i genitori quasi un anno dopo, esumato dalla fossa comune, dal libretto della mensa della Breda.

Il giorno nero dei governatori: «In galera, in galera!», scrive Errico Novi il 23 Dicembre 2016, su "Il Dubbio". Formigoni condannato a 6 anni, Scopelliti a 5. Per Lombardo si decide a gennaio. Nelle accuse, accolte dalla Corte d’appello di Reggio nel primo caso e dalla decima sezione penale del Tribunale di Milano nell’altro, risuona anche un assioma: le amministrazioni locali sono un modello di malaffare politico, e le carriere formidabili di politici che da quel trampolino si lanciano verso la scena nazionale portano fatalmente il segno della corruzione, delle clientele, dei sistemi consociativi più infetti. Scopelliti è alla condanna di secondo grado e gli sarà difficile ribaltare le accuse in Cassazione. È fuori dal Parlamento, ha tentato senza successo di diventare eurodeputato, è accusato di mafia in un altro procedimento. Formigoni è invece dirigente di un partito di governo, l’Ncd, presidente di commissione al Senato, ha ancora la possibilità di vedere riformata la sentenza in appello e già in questo giudizio di primo grado ottiene un risultato che il suo difensore Mario Brusa definisce «un’ottima cosa»: l’assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere. Il che apre almeno uno spiraglio per mettere in discussione anche il capo d’imputazione accolto dai giudici di Milano, l’aver incassato «utilità» per circa 8 milioni di euro in cambio di favori a due colossi della sanità lombarda: Fondazione Maugeri e San Raffaele. Nel caso del “Celeste”, come è soprannominato da lustri, il venir meno della presunta organizzazione criminale apre la strada per affermare la tesi da lui sempre sostenuta: gli yacht e le vacanze in Sudamerica assicurategli da Pierangelo Daccò e Antonio Simone erano «cortesie tra amici». Ma anche Formigoni farà comunque una fatica enorme a rialzarsi. E la sua vicenda corrobora un’idea che si è fatta strada negli anni grazie anche ad altri casi come quello di Scopelliti o come l’incredibile vicenda di Del Turco: la carica di governatore è un passaggio maledetto, fatale, in cui spesso politici ambiziosi e molto popolari restano intrappolati, o che, come nel caso di Scopelliti, trasformano il successo in improvviso calvario processuale. A breve un altro ex presidente di Regione, il siciliano Raffaele Lombardo, potrebbe veder confermata in appello la condanna a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte d’appello di Reggio presieduta da Adriana Costabile ha ritenuto colpevole Scopelliti di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico ma ha riformato la sentenza di primo grado: da 6 anni a 5 anni di carcere, con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Insieme con l’ex primo cittadino, condannati anche i tre componenti del collegio dei revisori dei conti: Carmelo Stracuzzi, Domenico D’Amico e Ruggero Ettore De Medici: 2 anni e 4 mesi di carcere, pena ritoccata rispetto a 3 anni e 6 mesi inflitti dal Tribunale. Accolta nella sostanza la ricostruzione dell’accusa: Scopelliti avrebbe dolosamente sperperato centinaia di milioni di euro, attraverso la destinazione impropria e clientelare delle risorse comunali. Il tutto attraverso la complicità dei tre coimputati e della dirigente Orsola Fallara, morta in circostanze mai del tutto chiarite nel 2010 dopo aver ingerito acido muriatico. Formigoni avrebbe assicurato finanziamenti straordinari alla Maugeri, attraverso un sistema di corruttele e favori, tenuto in piedi durante l’intero mandato di governatore con la complicità decisiva di due dei suoi coimputati: l’uomo d’affari Daccò (condannato a 9 anni e 2 mesi, con un lieve aggravamento rispetto alla stessa richiesta dei pm) e l’ex assessore regionale Simone (8 anni e 8 mesi come chiesto dall’accusa), entrambi suoi amici. Circa 40 milioni di euro di finanziamenti regionali annui alla Fondazione Maugeri, relativi alle cosiddette “funzioni non tariffabili”, in aggiunta ai rimborsi per gli accreditamenti. La sentenza pronunciata ieri sancisce condanne anche per gli imprenditori Carlo Farina (3 anni e 4 mesi) e Costantino Passerino (7 anni). Scompare l’associazione a delinquere. Cade ogni accusa invece per l’ex dg della sanità lombarda Carlo Lucchina, l’ex dirigente regionale Alessandra Massei, l’ex coinquilino di Formigoni Alberto Perego, l’ex moglie di Simone Carla Vites e l’ex segretario regionale Nicola Maria Sanese. Da una parte i pm che avevano dipinto Cielle come il contesto in cui «l’intensità dei rapporti tra gli associati è fondamentale per la nascita del vincolo corruttivo». Dall’altra e Formigoni e i suoi avvocati che hanno sempre spiegato le vacanze e la barca posseduta al 50 per cento dall’ex governatore (oggetto della confisca) come cortesie. Comunione e liberazione trasformata nell’ambiente naturale del malaffare. Nella tesi dei pm c’era anche questo. La decima sezione penale l’ha accolta in parte. C’è lo scambio corruttivo, non un’organizzazione costruita per attuarlo. Sullo sfondo oltre dieci anni di storia politica milanese, poiché parte dei reati sarebbe stata commessa già a partire dal 1997, quando Formigoni non era ancora governatore. Le confische complessivamente ordinate a carico dei 5 condannati ammontano a qualcosa come 53 milioni e 800mila euro. Il principale soggetto danneggiato, la Regione, è stata rappresentata in giudizio dall’avvocato Domenico Aiello, protagonista dello scambio di informazioni costato una condanna disciplinare al pm Alfredo Robledo. Si sono incrociate politica e sanità, egemonia culturale di Cl e rancore degli avversari. E in mezzo a tutto questo, un ex potentissimo, Formigoni, che insisterà anche in appello nel respingere tutte le accuse.

Si salvi chi può, scrive Piero Sansonetti il 23 Dicembre 2016, su "Il Dubbio". Certamente è un caso, però sembra proprio l’offensiva di Natale della magistratura contro i presidenti (ormai ex) delle regioni. Il più famoso di loro, il fondatore di Comunione e Liberazione Roberto Formigoni, è stato condannato in primo grado a sei anni di prigione. Beppe Scopelliti, ex potentissimo sindaco di Reggio Calabria e poi ex potentissimo governatore della Calabria, si è beccato cinque anni abbondanti in appello. Per Raffaele Lombardo, ex Presidente della Sicilia, bisognerà aspettare un po’: la sentenza d’appello arriverà a metà gennaio. Il Pm ha chiesto la conferma a una decina d’anni. Formigoni è stato condannato per corruzione, Scopelliti per abuso d’ufficio, Lombardo, in primo grado, per il reato sempre molto fumoso di concorso esterno in associazione mafiosa. Quanti governatori rischiano la galera? Il 30 per cento. Lui si difende. Dice: «Ma io non ho mai incontrato un mafioso in vita mia!». I magistrati rispondono: «Infatti, ti diamo concorso esterno, mica interno…». Scopelliti, se non interverrà la Cassazione ad annullare le condanne, finirà in carcere tra qualche mese, perché una condanna superiore ai tre anni non ammette condizionale. Formigoni può sperare nell’appello, ma rischia. E così rischia molto Lombardo. Se pensate che il predecessore di Lombardo ha scontato cinque anni di carcere, senza nemmeno il permesso di andare al letto di morte della madre, e che il governatore dell’Abruzzo, prima di essere assolto dalla Cassazione, ha trascorso diversi mesi in cella, per l’arresto preventivo, e ha trascorso dieci anni di inferno, e che il governatore del Veneto, Galan, sta scontando ai domiciliari una condanna per l’affare del Mose di Venezia, siamo a sei governatori, quattro del sud e due del nord, che hanno avuto a che fare o che rischiano di avere a che fare con le manette e con le sbarre alla finestra. Le Regioni in Italia sono venti, mica tante. Sei su venti è una bella media, precisamente una media del 30 per cento. (E non abbiamo voluto mettere nel conteggio alcuni governatori che hanno avuto la carriera stroncata dai procedimenti giudiziari, ma poi se la sono cavata, ottenendo l’assoluzione piena prima di finire in cella: per esempio Vasco Errani, in Emilia Romagna, o Antonio Bassolino, assolto da tutti i reati dopo cinque anni di campagne martellanti contro di lui e l’obbligo a ritirarsi dalla vita politica. Né abbiamo messo in elenco l’attuale governatore della Campania, De Luca, che di avvisi di garanzia e rinvii a giudizio né riceve abitualmente, tutti gli anni, e con egual frequenza ottiene assoluzioni. Se contassimo anche questi casi, arriveremo a quasi la metà delle regioni italiane). Ci sono due possibili conclusioni da trarre, visto che in nessun altro paese del mondo libero succede niente di simile. Due ipotesi in alternativa tra loro (o forse no). La prima è che la politica italiana abbia deciso, per qualche motivo che non conosciamo, di mandare al vertice delle Regioni gente poco racco- mandabile. La seconda è che la magistratura italiana abbia deciso di fa pagare ai presidenti delle regioni (ma spesso anche ai sindaci: vale per tutti il recente caso di Marta Vincenzi, sindaca di Genova condannata a 5 anni di prigione perché ha fatto piovere troppo forte sulla sua città) la difficoltà ad arrestare i deputati, per via di una fastidiosissima norma costituzionale che impedisce irruzioni con le manette in Parlamento (che invece, per esempio, sono possibili in Turchia). I presidenti delle regioni non godono dell’immunità dall’arresto, e poi sono coinvolti in un numero altissimi di atti amministrativi, nei quali compare la loro firma, e che spessissimo riguardano assegnazione di opere pubbliche o di altre attività che muovono quattrini. Talvolta, in questi casi, il confine tra illecito e lecito è molto labile, e reati come l’” abuso d’ufficio” sono ancor più labili e nebbiosi. L’esercizio dell’ufficio è un dovere, non è opzionale, e stabilire quando è abuso e quando no, non è cosa agevolissima. Un amministratore serio non resta con le mani in mano, che in fondo è il comportamento più semplice e senza rischi: con rischi enormi però sulla vita pubblica della propria città o della regione. Se si finirà per percepire, da parte degli amministratori, come rischiosa l’iniziativa politica ed economica, avremo tra poco un esercito di amministratori impauriti e immobili (un po’ come sta succedendo a Roma) e lo Stato va a scatafascio. Non conosco abbastanza bene il caso Formigoni per poter giudicare, ma l’impressione che ci sia un certo accanimento contro di lui non mi sembra del tutto campata in aria. Conosco meglio il caso calabrese, e sono convinto che Scopelliti ha governato in modo spavaldo e un po’ arrogante – e probabilmente ha meritato la punizione da parte degli elettori – ma non ha commesso reati. Del resto la Procura di Reggio, ai tempi di Pignatone – che pure non mi pare un tipo tenero – lo aveva considerato sempre innocente. Conosco il caso di Del Turco e credo che ormai sia evidente a tutti che fu un errore giudizio di quelli brutti. Ho seguito un pochino le vicende siciliane, e ritengo di poter dire con una certa tranquillità che né Lombardo né Cuffaro sono mafiosi. Né interni né esterni. Allora c’è un problema di inadeguatezza della classe politica regionale? Penso che questo problema ci sia, non ovunque, ma ci sia. La politica si deve porre il problema, altrimenti perde ancora credibilità, e nell’opinione pubblica si crea un collasso pericolosissimo. Dopodiché penso anche che bisognerebbe che la stessa politica avesse il coraggio di difendersi e lanciare l’allarme. C’è un pezzo di magistratura che è travolta da un complesso di superiorità e di “missione”, si sente mandata da Dio per radere al suolo la politica e lo sta facendo. Ieri Silvio Berlusconi ha definito Dell’Utri un prigioniero politico. Secondo me ha ragione. E non è il solo prigioniero politico. Se non si trova un modo per moderare l’eccesso di protagonismo della magistratura che porta a veri e propri, non infrequenti, fenomeni di persecuzione verso la politica, il pericolo di un corto circuito della democrazia diventa altissimo. Non è la prima volta – lo so – che questo giornale denuncia queste cose. Temo che non sarà l’ultima.

Che ci fa il pm Scarpinato nel dossier dell’indagato? Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 23 Dicembre 2016, su "Il Dubbio". Un paladino dell’antimafia, con la passione per i dossieraggi, indagato per concorso esterno a Cosa Nostra. Dei magistrati simbolo nella lotta alla criminalità organizzata “accusati” di aver chiesto favori per parenti e amici ad un loro indagato. C’è di tutto nell’indagine della Procura della Repubblica di Catania, che al momento ha archiviato la posizione di alcuni alti magistrati siciliani. A partire dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, all’epoca dei fatti procuratore generale di Caltanissetta, del suo sostituto Sergio Lari, all’epoca procuratore nella città del Vallone, del sostituto Pg di Palermo Domenico Gozzo, già aggiunto a Caltanissetta, del procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, ex procuratore a Gela, ed altri magistrati meno noti al grande pubblico. La vicenda nasce dalla perquisizione ordinata dalla Procura di Caltanissetta a carico di Antonello Montante, potente presidente di Confindustria Sicilia, presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, membro dell’Agenzia nazionale per il sequestro e la confisca dei beni delle mafie. Montante è attualmente indagato a Caltanissetta per concorso esterno a Cosa nostra essendo stato chiamato in causa da ben cinque collaboratori di giustizia. Come rivelato ieri dal Corriere della Sera, nel suo pc sono state ritrovate delle “schede” a carico di magistrati che, nel periodo 2010- 2013, prestavano appunto servizio a Caltanissetta. Praticamente dei “promemoria” su figli, nipoti e amici delle toghe oggetto di “premure” per un lavoro, per un concorso pubblico, per una nomina. Interrogato dai pm catanesi, Montante ha avuto un improvviso “vuoto di memoria”, non ricordando nulla della sua meticolosa e puntuale attività di archivista svolta per anni. Un atteggiamento definito dai magistrati catanesi “reticente”. I quali hanno, però, manifestato “stupore per le richieste di aiuto” da parte dei loro colleghi nisseni a Montante. Il Csm, al quale sono stati trasmessi gli atti, dovrà valutare le loro condotte sotto l’aspetto dell’incompatibilità ambientale. E, se del caso, dovrà trasmettere le carte alla Procura generale della Corte di Cassazione affinché valuti gli aspetti disciplinari. Se la questione dell’incompatibilità ambientale è sostanzialmente superata, visto che la maggior parte delle toghe finite nel pc di Montante non presta più servizio a Caltanissetta, l’aspetto disciplinare è invece terreno molto scivoloso. Anche se non sono stati configurati reati, certamente il fatto che il nome del magistrato che rappresenta l’accusa nel processo d’Appello al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per aver agevolato la mafia in quanto avrebbero omesso di catturare il boss Bernardo Provenzano, sia messo in relazione ad un soggetto che è accusato di essere legato alla cosca Serradifalco pone più di un interrogativo. L’immagine che esce da questa vicenda non è, certamente, delle più edificanti. La magistratura siciliana e nazionale per anni aveva evidenziato i rischi di delegittimazione contro Montante. I pentiti che lo accusano sono stati a loro volto accusati. Un gioco di specchi in cui è difficile capire a questo punto chi accusa chi. Più volte si è ribadita la necessità di una verifica profonda e radicale di tutto ciò che si definisce “antimafia”. Il “caso Saguto” a Palermo insegna. Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane.

I dossier di Montante sui magistrati siciliani: «Mi raccomandano familiari e amici». La Procura di Catania archivia e invia al Csm le carte trovate nell’archivio elettronico del presidente di Confindustria Sicilia. «Perplessità sugli appunti trovati all’imprenditore», scrive Giovanni Bianconi il 21 dicembre 2016 su “Il Corriere della Sera”. L’archivio elettronico del presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, paladino dell’antimafia poi indagato per mafia, è finito al Consiglio superiore della magistratura con i nomi di dieci giudici che avevano rapporti con lui, dei quali l’imprenditore ha annotato ogni appuntamento — istituzionale o meno che fosse —, nonché la corrispondenza su presunte richieste di raccomandazioni o appoggi vari. Qualcosa di simile a un’attività di dossieraggio, magari avviata per delegittimare eventuali inchieste o accuse a suo carico. La Procura di Catania, titolare delle indagini in cui sono coinvolte le toghe di Caltanissetta — la città di Montante dove hanno prestato servizio gran parte delle toghe inserite nel suo archivio — non ha trovato nulla di penalmente rilevante, ma ha inviato gli atti a palazzo dei Marescialli per eventuali valutazioni di competenza dell’organo di autogoverno. Ora la prima commissione del Csm dovrà decidere se archiviare il caso, come hanno fatto a Catania, o procedere a ulteriori accertamenti. Tutto nasce dalla perquisizione ordinata dalla Procura di Caltanissetta nel gennaio scorso, quando furono sequestrati i computer dell’imprenditore, da cui sono emersi i dossier su magistrati noti e meni noti: il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, all’epoca pg nella città del Vallone; l’attuale pg Sergio Lari, ex procuratore nello stesso ufficio; gli ex pg, presidenti di corte d’appello e presidente del tribunale Giuseppe Barcellona, Salvatore Cardinale e Claudio Dell’Acqua, l’ex procuratore aggiunto (oggi sostituto pg a Palermo) Domenico Gozzo, l’ex procuratore di Gela (oggi aggiunto a Roma) Lucia Lotti e altri. Gli appunti risalgono al periodo 2010-2013, quando Montante era solo un importante imprenditore impegnato, con le associazioni di categoria, nella battaglia antiracket e antimafia; poi nel 2015 s’è saputo che era indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. A parte gli incontri, quasi sempre in occasioni istituzionali, per ognuno di loro sono stati trovati promemoria su consegne di curriculum di familiari: figli, nipoti o parenti acquisiti. Oppure conoscenti. Nel caso del pg di Palermo, oltre alla già nota planimetria di una casa di parenti in vendita, Montante ha conservato una nota del 3 maggio 2012 con scritto «Scarpinato mi consegna composizione Csm con i suoi scritti per nuovo incarico... Procura generale Palermo + Dna», oltre a un foglio stampato con i nomi dei consiglieri accanto ai quali sono segnati, a mano, la corrente giudiziaria o il partito di riferimento, con relativi calcoli sul possibile esito del voto. In una e-mail si parla di un procedimento disciplinare a carico di Scarpinato (poi archiviato) per alcune frasi pronunciate in memoria di Paolo Borsellino, con un appello di personalità a suo sostegno che il magistrato avrebbe chiesto di far pubblicare su Il Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria. Sul conto di Lari — che insieme al suo ex aggiunto Nico Gozzo ha avviato l’inchiesta per concorso esterno nei confronti di Montante, iscrivendolo sul registro degli indagati — l’imprenditore ha archiviato il curriculum di un agente della sua scorta morto, e un memorandum con scritto «pagato biglietto Lari per Roma Chianciano», riferito a un convegno dove l’aveva invitato. Un’annotazione del 2010 ricorda la consegna di una vecchia bicicletta «per restaurarla» (con tanto di fotografia); l’azienda della famiglia Montante produce biciclette. Nella cartella intestata a Gozzo sono segnati pochi incontri e un presunto sms del 2001 sul suocero e la sua azienda agricola, mentre dal file relativo all’ex presidente della corte d’appello Cardinale sono saltati fuori riferimenti alle qualificazioni professionali di figlia e nipote. C’è pure una raccolta a nome dell’ex procuratore di Gela Lucia Lotti, impegnata per otto anni su quella frontiera criminale agguerrita ma periferica, molto laterale rispetto al contesto siciliano e anche alle relazioni di alto livello intessute da Montante negli anni dell’esposizione antimafiosa; lì è annotata la comunicazione dei dati di un poliziotto impegnato nel 2010 negli esami per il concorso a commissario. Di tutto ciò i pm catanesi hanno chiesto conto a Montante, che a Caltanissetta rivendica la propria innocenza per l’accusa di mafia, mentre a Catania ha negato o affermato di non ricordare nulla o quasi di quanto ha diligentemente appuntato e conservato per anni. Un atteggiamento giudicato «reticente» dagli inquirenti, che nel provvedimento di archiviazione inviato al Csm hanno manifestato «stupore» per le «richieste di aiuto» avanzate dai magistrati al potente imprenditore, nonché «perplessità» per il meticoloso lavoro di archiviazione nei confronti delle toghe con cui era entrato in contatto.

La sinistra? Non volle regolare i conti con Stalin (e Kruscev). Uno studio svela come l'intellighenzia italiana non riuscì a vedere le lotte di potere dietro il XX Congresso del Pcus, scrive Francesco Perfetti, Giovedì 22/12/2016 su "Il Giornale". Venne pubblicato il 4 giugno 1956 dal quotidiano americano The New York Times il testo integrale del cosiddetto «rapporto segreto» presentato da Kruscev nella notte fra il 24 e 25 febbraio 1956 in una «seduta a porte chiuse» dopo che i lavori del XX Congresso del Pcus erano stati già conclusi con l'elezione degli organi dirigenti e la riconferma di Kruscev alla carica di segretario generale del partito. Lo stesso quotidiano, per la verità, aveva già fornito, verso la fine di marzo, qualche anticipazione sui contenuti del documento basandosi su una relazione dell'ambasciatore americano in Urss. E, da quel momento in poi, era scattato un meccanismo che, tra smentite e conferme, aveva avviato un terremoto nella sinistra internazionale. Palmiro Togliatti, il quale, stando a una testimonianza di Eugenio Reale, aveva avuto a disposizione il testo del rapporto per un'intera notte, parlandone con gli altri componenti della delegazione italiana al XX Congresso, aveva tagliato corto: «Non c'è nulla. Panni sporchi, pettegolezzi». E, rientrato in Italia, aveva dovuto barcamenarsi di fronte ai giornalisti con dichiarazioni generiche sul congresso le cui discussioni, disse, avrebbero dominato «la scena politica per un lungo periodo di tempo». Aveva, pure, aggiunto con un impeto di colorita oratoria polemica: «Le menti capaci e gli animi onesti lo hanno già compreso e sempre più lo comprenderanno i popoli. Gli sciocchi e i venduti latrano e continueranno a latrare; ma di essi la storia non terrà conto». Aveva cercato, insomma, di non entrare nel merito dei temi la denuncia del culto della personalità e dei crimini di Stalin sollevati in quella occasione e che, ora, finivano per creare disorientamento e suscitare discussioni non soltanto nelle file dei partiti comunisti ma anche della sinistra più in generale. Ma, ben presto, anche incalzato da Pietro Nenni, avrebbe dovuto prendere posizione con una celebre intervista pubblicata sulla rivista Nuovi Argomenti e parlare di «gravi errori» di Stalin, di «violazione della legalità socialista», di «degenerazione burocratica», di «applicazione di mezzi istruttori illegittimi e moralmente ripugnanti», sostenendo tuttavia che, malgrado tutto, il regime sovietico aveva conservato «il suo fondamentale carattere democratico». Che i comunisti dei paesi occidentali, cresciuti all'insegna del principio fideistico di una obbedienza assoluta e nell'adorazione della figura e del mito del «piccolo padre», dovessero trovarsi in difficoltà di fronte alla condanna del culto della personalità e all'annuncio della «destalinizzazione», è comprensibile. Ma, quello che era accaduto in Unione Sovietica con il XX Congresso del Pcus e con il «rapporto segreto» di Kruscev era stato, in realtà, un capitolo della lotta di successione scatenatasi dopo la morte del dittatore nel 1953. Il recupero di Lenin in opposizione a Stalin sottendeva l'idea che la dittatura staliniana, almeno a partire dalla metà degli anni Trenta, fosse stato frutto della «degenerazione» del sistema e non già connotato intrinseco dello stesso. Un grande storico francese, François Furet, ha dimostrato bene questo punto facendo notare come, durante gli anni del potere krusceviano, l'Unione Sovietica sarebbe passata dallo «stadio totalitario allo stadio poliziesco» senza, peraltro, che questa transizione significasse un abbandono o una modifica dei presupposti ideologici del potere comunista. Gli effetti del XX Congresso del Pcus si fecero sentire con forza all'interno dei partiti comunisti occidentali anche se, nella maggior parte dei casi, vennero riassorbiti dalla logica del realismo politico anche a fronte dell'evoluzione della politica estera sovietica in quel torno di tempo. Presso gli ambienti intellettuali legati, in Italia, all'eredità gobettiana e alla tradizione azionista i temi emersi dal «rapporto segreto» di Kruscev ebbero, invece, un maggiore impatto e generarono sorpresa e spaesamento soprattutto dal punto di vista ideologico. Tutto ciò emerge con chiarezza dalla lettura di un bel volume a cura di Antonio Maria Carena e intitolato Il rapporto Chruëv. La denuncia del culto della personalità (Aragno, pagg. 214, euro 15): un volume che comprende sia il testo del rapporto puntualmente e finemente commentato da uno studioso antistalinista proveniente dal comunismo come Angelo Tasca, sia alcuni interventi sul tema del «culto della personalità» scritti, all'epoca, da Leo Valiani, Riccardo Bauer, Franco Venturi e Aldo Garosci. Questi intellettuali avevano condiviso quella che un «azionista pentito» come Arrigo Benedetti avrebbe definito «l'illusione democratica» e, dopo la fine del Partito d'Azione, si erano impegnati a vario titolo nel progetto di riformare o, comunque, rinnovare la cultura politica della sinistra italiana. La pubblicazione del «rapporto segreto» di Kruscev, la condanna del «culto della personalità», la denuncia dei crimini dello stalinismo erano tutti fatti che, nel loro insieme, li mettevano in difficoltà perché ponevano loro il problema di individuare una «cultura di governo» per la «sinistra democratica» che potesse evocare un modello alternativo a quello rappresentato dall'esperienza totalitaria della Russia staliniana. Il loro imbarazzo è evidente, per esempio, nelle pagine di Leo Valiani il quale, dopo aver affermato che si poteva «rimproverare a Stalin di aver abusato delle sue vittorie, ma non certamente di aver vinto le battaglie del suo tempo», lasciava intendere come Lenin fosse stato «interamente immune» da degenerazioni e abusi. O anche in quelle di Aldo Garosci che, recepita la differenza tra «politica di Stalin» e «tolleranza» di Lenin, si poneva il problema di mantenere insieme «il dogma del carattere socialista della rivoluzione e della costruzione staliniana». Dal canto suo, Riccardo Bauer ribadiva la «definitiva e indiscutibile importanza storica della rivoluzione russa» che, malgrado «aspetti negativi, evidenti per quanti conoscono la fecondità delle libertà democratiche», era «una reale conquista di umana civiltà». E aggiungeva che gli avvenimenti succedutisi dopo la morte di Stalin rispondevano a un «diffuso fermento di libertà» che circolava a dimostrazione della «vitalità della evoluzione compiuta dal paese, la vitalità della sua rivoluzione». La verità è che nessuno di questi intellettuali, abbeveratisi alla fonte dell'utopia, aveva la capacità di percepire il fatto che le denunce del «rapporto segreto» di Kruscev e del XX Congresso del Pcus erano solo l'epifenomeno di una dura lotta di potere all'interno dell'Urss. E, ancora, che i crimini di Stalin non erano, già, il frutto di una degenerazione del sistema politico causata dalla mente tarata del dittatore, ma piuttosto l'esito dell'intransigentismo rivoluzionario di Lenin deciso a spazzare via senza pietà gli ostacoli che si frapponevano ai «passi cadenzati del battaglioni ferrei del proletariato».

Quando l'onirico Zavattini era la star dei giornali fascisti. Il celebre sceneggiatore iniziò la carriera sui quotidiani del Ventennio con articoli capolavoro, che oggi ci sogniamo, scrive Massimiliano Parente, Mercoledì 21/12/2016, su "Il Giornale". Uno pensa ai quotidiani e alle riviste e agli intellettuali dell'epoca fascista e si immagina un mortorio di regime, invece è sempre una sorpresa: il mortorio, al confronto, è oggi. C'erano non solo l'immaginifico D'Annunzio e il futurismo marinettiano. Basti pensare a quanto scrivevano Curzio Malaparte, Achille Campanile, Elio Vittorini, Luigi Pirandello, Ennio Flaiano, Leo Longanesi, Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia e tanti altri. E, tra i tanti altri di spicco, il futuro padre del neorealismo, Cesare Zavattini, di cui Bompiani ripubblica Al macero, raccolta di interventi, elzeviri, racconti, aneddoti, usciti tra il 1927 e il 1940 (sebbene lui avesse poco interesse a un libro del genere, perché pensava «io postumo non mi interesso»). Non solo uno sceneggiatore, non solo un giornalista nato («Giornalista si nasce: un uomo che cammina nella nebbia è, per voi, un uomo che cammina nella nebbia. Per me, invece, è un fatto di cronaca. Due anni fa caddi in una pubblica via. Prima di alzarmi estrassi il taccuino per segnarmi l'ora esatta e il luogo»), ma uno straordinario scrittore, un umorista sopraffino. Ditemi voi dove trovate, su un quotidiano di oggi democratico e non fascista, un articolo simile a quello in cui Zavattini, con stile paradossale, alla Jonathan Swift, elogia lo sterminio delle zanzare come passatempo prediletto, tenuto conto che «al dì d'oggi, la protezione delle bestie è un sentimento raro e cristiano più dell'amore verso gli uomini». L'animalismo estremo è storia vecchia. Oppure dove immagina un paese chiamato Senzastagione, che sembra molto l'Italia di oggi, e in cui le recensioni vengono scritte prima dei libri. «Qui da noi, per amore del vivere quieto, le recensioni precedono la pubblicazione, anzi la creazione delle opere letterarie. Il pregio dell'autore sta nel comporre un lavoro, il men possibile lontano dal giudizio del critico, stroncatore o no che sia». Esattamente come fanno i nostri letterati da Premio Strega o Campiello o Viareggio e chi più ne ha più ne scampi. A proposito di letterati, è fantastico Zavattini che spiega come stilare un almanacco letterario, «con l'angoscia nel petto per dover illustrare le gesta dei vostri avversari e sottacere le vostre». La soluzione è vendicarsi con le fotografie, perché «a un collega si può togliere le gambe, una spalla, il torace». La graduatoria degli autori? Strettamente legata al corso degli anni e mutevole, perché un almanacco letterario è un fatto di cronaca, non di Storia, per cui da un anno all'altro «da illustrissimo si scende a noto, e qui fino al nome e cognome, soli soletti. Ma viene una grande tristezza in questi casi». La ricetta è comunque questa, attualissima: «Un almanacco letterario si compila così: mescolando al transitorio il duraturo, accoppiando il grande al mediocre. Solo il tempo restituisce le proporzioni, fa tornare dal nulla strani personaggi e cambia in ombra a volte chi pareva memorabile». Zavattini imperversa su qualsiasi argomento, dalle bugie, in media settantadue al giorno per ogni persona (citando lo scienziato Stanin), inclusi i saluti e gli auguri (pensiamo a tutti i «come stai?», «bene»); al problema di conoscere l'ora esatta, proponendo di affidare il compito ai mendicanti (si fa l'elemosina e il mendicante vi dice l'ora esatta, preventivamente munito dallo Stato di un orologio di precisione), fino all'annosa questione dell'adulterio. Un adulterio tutto femminile e forse perfino femminista e per niente mussoliniano, istituito per legge. Infatti «Se tutti i mariti del globo fossero traditi e a loro fosse nota l'universalità dell'accaduto, nessuno di loro protesterebbe: poiché male comune non è male». Infine, nella società dell'uomo duro e forte e combattente, Zavattini butta lì una magnifica distopia, immaginando un mondo dove sono tutti malati, pura poesia. «Se al mondo fossero soltanto malati, quale dolcezza. Le strade piene di carrozzine con le ruote di gomma o di amache stese tra un muro e l'altro; tutti camminerebbero in punta di piedi e si vedrebbe spuntare qualcuno ogni tanto dagli angoli delle strade con una rosa in mano; i tram andrebbero adagio per non far prendere le scosse () e seduti sulle panchine dei giardini pubblici signori offrono l'un l'altro il proprio termometro, prego lo provi. Termometri incrostati di pietre preziose, termometri d'oro doublé». Ah, signore mie, che fantasia, che leggerezza, che profondità durante il fascismo!

Osvaldo Napoli: «Erano fascisti, cercavano un politico a caso», scrive Rocco Vazzana il 15 Dicembre 2016 su "Il Dubbio".  Osvaldo Napoli non è più parlamentare dal 2013. L’ultimo incarico politico che gli ha restituito visibilità nazionale risale al maggio scorso: candidato alla carica di sindaco di Torino nelle liste di Forza Italia. Si è classificato al quarto posto, dietro Chiara Appendino, Piero Fassino e Alberto Morano (sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia). Da allora, Napoli fa il consigliere comunale, lontano dai riflettori dei palazzi romani. Eppure ciò non gli impedito di finire vittima di un agguato rivendicato dai Forconi, un sedicente movimento dal basso, anti casta, molto vicino all’estrema destra. A due passi da Montecitorio, una decina di persone circonda l’ex parlamentare, improvvisando uno strampalato processo popolare: gli leggono deliranti capi d’accusa, lo afferrano dalle braccia, lo stratto-nano. Fino all’arrivo delle forze dell’ordine. «Erano squadristi, fascisti, delinquenti seriali» , ci racconta al telefono Napoli pochi minuti dopo l’accaduto. Il tono di voce è pacato e indignato allo stesso tempo. «Mi scusi ma ho poco tempo», dice, «mi stanno arrivando decine di telefonate».

Bene, andiamo subito al punto allora. Ci spiega cosa è successo?

«Stavo rilasciando un’intervista a Striscia la notizia quando sono stato attorniato da un gruppo di una decina di persone. Hanno semplicemente intuito che io facevo politica e si son messi a urlare: «a morte», «arrestiamo tutti i politici». Citavano un fantomatico articolo della Costituzione che dice che «il popolo può imprigionare i rappresentanti della politica»».

Quindi non stavano aspettando lei in particolare?

«Non sapevano nemmeno chi fossi, me l’hanno spiegato dopo i carabinieri, cercavano solo un “politico”. Poi un energumeno, un delinquente seriale, ha cominciato a prendermi da un braccio e a tirarmi con forza. A quel punto i carabinieri hanno capito qual era la situazione e un militare si è avventato sulla persona che mi voleva “arrestare” costringendolo ad allentare la presa su di me. Io ho colto la palla al balzo e, grazie al mio scatto da tennista, sono riuscito a entrare nel Palazzo in via degli Uffici del Vicario».

Ha temuto per la sua incolumità?

«Inizialmente no, infatti in un primo momento sorrido e dialogo con quelle persone, pensavo si trattasse di uno dei soliti scherzi televisivi. Ma quando ho capito che avevo davanti dei delinquenti ho dovuto ragionare per capire come liberarmi nel più breve tempo possibile».

Cosa le rimproveravano?

«Niente, davvero nulla. Invocavano solo la galera per i politici».

Questo episodio è figlio di un clima pesante che si respira nel Paese?

«No, secondo me no. Questi non c’entrano nulla con la povera gente che non arriva a fine mese. Io mi son trovato davanti a degli squadristi, fascisti che usano questi sistemi per riuscire ad avere visibilità».

Ha già sporto denuncia?

«Mi dicono che uno di quelli ha già quaranta denunce, è inutile che io ne faccia una in più. Bisognerebbe però capire chi c’è dietro, perché è evidente che non hanno agito in maniera autonoma, non sono culturalmente così preparati neanche per fare questo tipo di azione».

E chi potrebbe esserci? Si è fatto un’idea?

«No, nella maniera più assoluta».

Parla il leader dei Forconi: «A noi rivoluzionari non resta che ammanettare i parlamentari abusivi», scrive Giovanni M. Jacobazzi il 20 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". Antonio Pappalardo: «L’arresto del deputato Osvaldo Napoli? Il codice impone ai privati di intervenire di fronte a un delitto contro lo stato, come nel caso di questi parlamentari illegittimi». Il generale Antonio Pappalardo è un personaggio eclettico e fuori dagli schemi. I carabinieri con qualche anno di servizio ricordano bene quando, nel 2000, da presidente del Cocer, il Consiglio centrale di rappresentanza, una sorta di sindacato militare senza però i poteri del sindacato civile, si scontrò duramente, rimettendoci l’incarico, con l’allora premier Massimo D’Alema rivendicando per l’Arma un ruolo attivo nella «fondazione di un nuovo tipo di Stato e di una nuova Europa, che i partiti politici così come sono strutturati, e comunque lontani dai problemi dei cittadini, non riescono più a garantire». Oltre la Benemerita è stata, infatti, la politica la grande passione di Pappalardo. Eletto alla Camera con il Psdi nel 1992, attualmente è presidente del Supu, il sindacato unitario personale in uniforme, il cui scopo è il «perseguimento di fini improntati al concetto più ampio di giustizia e solidarietà sociale, di tutela dei diritti civili, contro qualsivoglia sopruso, da chiunque perpetrato». Con i vertici di viale Romania i rapporti sono sempre stati “effervescenti”. Fra i primi atti da parlamentare, una interrogazione al ministro della Difesa per conoscere come mai il tenente colonnello Antonio Ragusa, allora comandante del gruppo carabinieri Roma, era stato promosso al grado superiore senza averne titolo. Pappalardo è di nuovo balzato agli onori delle cronache la scorsa settimana quando, insieme al leader dei Forconi, il “movimento rivoluzionario” guidato dall’agricoltore pontino Danilo Calvani, ha cercato di arrestare l’ex onorevole Osvaldo Napoli in piazza Montecitorio.

Generale, ci spiega cosa sono questi Forconi?

«È un movimento di popolo sorto sul territorio. I partiti tradizionali hanno fallito. E anche i cinquestelle, in cui molti avevano riposto fiducia, si sono dimostrati degli arroganti e degli sprovveduti. Noi cerchiamo di aggregare chi non si riconosce in nessuno di questi soggetti».

E cosa volete fare?

«Una vera riforma dello Stato. Ma non con le persone, incompetenti, che stanno selezionando i grillini. Noi cerchiamo gente che conosca effettivamente i meccanismi della pubblica amministrazione».

Nel frattempo arrestate gli ex parlamentari?

«Sulla vicenda di Osvaldo Na- poli si è fatta confusione. Noi siamo contro l’attuale Parlamento. Composto da abusivi che devono andare via quanto prima. Se non vogliono essere arrestati».

Si spieghi.

«Questo Parlamento è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. I suoi componenti sono in flagranza di reato di usurpazione di pubblici poteri. È un’associazione a delinquere. I cittadini, davanti a questa situazione di illegalità, hanno il diritto di intervenire. Lo dice il codice di procedura penale. Si tratta dell’arresto effettuato dal privato in caso di delitti contro la personalità dello Stato. Il cittadino effettua l’arresto e, poi, consegna il fermato alle forze di polizia».

Va bene: ma non sarebbe meglio che intervenisse la magistratura?

«Certo! Infatti, dopo l’episodio della scorsa settimana siamo andati dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone per rappresentargli questa situazione di illegalità del Parlamento».

E cosa vi ha detto il procuratore della Repubblica Pignatone?

«Che valuterà attentamente la mia denuncia. È molto rammaricato per quanto accaduto. Lo Stato ha il dovere di intervenire».

Con la polizia com’è finita?

«Tutto bene. Non ci hanno fatto nulla. La nostra azione era legittima. La polizia e i carabinieri, va detto, sono in un momento di grande difficoltà. C’è una forte debolezza istituzionale».

Capirà che non è arrestando i parlamentari che si risolvono i problemi.

«Infatti, il presidente della Repubblica deve sciogliere quanto prima le Camere. E indire le elezioni in modo che venga ripristinata la legalità. È lui che ha una grande responsabilità».

I Forconi si presenteranno alle prossime elezioni politiche?

«Ci stiamo strutturando sul territorio. C’è un comitato di saggi, di cui faccio parte, che sta valutando le mosse future. Io, comunque, non mi candiderò».

Chi inserirete nelle liste?

«Faccio un appello alla società civile, al Consiglio superiore della magistratura, ai vertici delle Forze di Polizia: segnalateci persone capaci che vogliano darci una mano per cambiare il Paese».

INTERVISTA al dr Antonio Giangrande, autore di questo libro. Scrittore, sociologo storico, giurista, editore, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Il degrado ambientale è ormai evidente nella Terra dei Fuochi; diverse sono le denunce per abbandono illecito di rifiuti e i livelli d’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo sono oggetto d’interesse da parte di molti studi. Cosa può dirci lei in riguardo?

«Io non parcellizzerei la questione. Bisogna uscire dallo schema ideologico dove tutto è dipinto come malaffare perpetrato dall’avversario politico di centro destra, così come tutto è malaffare quello che succede nel Sud Italia. Su questo i giornali del nord Italia ci sguazzano: ma di “Terre dei Fuochi” bisogna parlare. Ogni regione ha i suoi fusti interrati o i suoi rifiuti speciali sommersi. Così come ogni regione ha le sue denunce insabbiate. I livelli di inquinamento di ogni specie è allarmante, ma non serve la dietrologia e l’ipocrisia di un certo ambientalismo ideologico. Spesso la buona volontà dei cittadini si scontra con il pressapochismo e l’incapacità degli amministratori. Se non ci sono isole ecologiche, lo sfogo si tramuta in illegalità. Se non si considera il rifiuto o lo scarto una risorsa, allora è inutile parlare di lotta all’inquinamento. E poi l’inquinamento è causato da più fattori, oggi irrinunciabili».

In che modo definirebbe il rischio ambientale in corso in rapporto ad una prospettiva duratura nel tempo?

«Il rischio ambientale in Campania come in tutta Italia, va pari passo con il progresso industriale e con il benessere economico. Più si lavora, più si spende, più si inquina.»

Come definirebbe nello specifico il livello del rischio di inquinamento dell’acqua nella Terra dei Fuochi?

«L’acqua, sia essa di falda o di superficie, si inquina con le infiltrazioni dannose dovute a vari fattori, compreso l’inquinamento dell’aria, o del suolo. L’acqua è il naturale sbocco di ogni elemento chimico che la nostra società produce.»

Come definirebbe nello specifico il livello del rischio di inquinamento del suolo nella Terra dei Fuochi?

«Tutto quello che brucia in superficie, diventa cenere o fumo. In un modo o nell’altro tutto torna a terra, anche con la pioggia».

Come definirebbe nello specifico il livello del rischio di inquinamento dell’aria nella Terra dei Fuochi?

«Gas di scarico delle auto o delle ciminiere o dei camini sono pari ai miasmi dei fuochi dei rifiuti».

Molti giornali o riviste (istitutotumori.na.it, quotidianosanita.it, etc.) parlano della coincidenza dei tassi di mortalità nella Terra dei Fuochi in rapporto con l’inquinamento ambientale da rifiuti. In base alle sue conoscenze potrebbe parlarci di questo fenomeno? In che modo lo considera sia da un punto di vista scientifico che da un punto di vista di parere personale?

«Ogni inquinamento provoca tumori e l’Italia è piana di studi che dimostrano che in una certa zona, rispetto ad un’altra, vi è una incidenza di tumori. Prendiamo per esempio Taranto. Uno Studio recente del Ministero della Saluta ha dimostrato che Taranto, (quindi Ilva) è inquinata quanto Roma: ed è tutto dire».

Identificherebbe la questione ambientale nella Terra dei Fuochi in una fase di transizione verso la distruzione, ma ancora in stato di sicurezza, oppure, in una fase di distruzione già in atto, la catastrofe bussa alle nostre porte? Spieghi la motivazione della sua risposta.

«La questione ambientale nelle “Terre dei Fuochi” è una questione senza soluzione di continuità. Si pone rimedio solo se si ritorna all’età della pietra».

Identificherebbe la questione salute umana nella Terra dei Fuochi in una fase di transizione verso la distruzione, ma ancora in stato di sicurezza, oppure, in una fase di distruzione già in atto, la catastrofe bussa alle nostre porte? Spieghi la motivazione della sua risposta.

«La salute umana è in fase di involuzione: se da una parte ci sono progressi per la sua tutela, dall’altra ci sono aggressioni multiformi, tra cui quello dell’inquinamento. Non è solo l’inquinamento, però, che fa paura alla salute, ma la mancanza di servizi ed efficienza per la sua cura. L’inquinamento provoca il tumore, la mancanza di ospedali che lo curano provoca la morte».

Molteplici sono i dati che ci permettono di conoscere la questione Terra dei Fuochi, a partire dai mass media sino a studi portati avanti da diversi ricercatori (striscia la notizia, sentieri etc...). Spesso si parla anche di ricerche occultate o di risultati non dichiarati (Arpac...), quindi una mancanza di informazione da parte delle istituzioni. Quale parere può esprimerci in considerazione del fatto che a volte i dati ufficializzati dalle istituzioni vengono accusati di non essere corrispondenti alla realtà?

«I dati sono spesso manipolati da chi è portatore di partigianeria. Bisogna essere obbiettivi nei giudizi. I fatti son fatti e non bisogna vedere trame o complotti dietro ogni vicenda».

Se volessimo parlare di cambiamento da parte della società civile, quindi da parte di coloro che sono inermi ai rischi da inquinamento e che subiscono le conseguenze di azioni illecite; in che misura potremmo agire e verso quali direzioni: pubblicità informativa, programmi di prevenzione, mobilitazioni continue...?

«Nessuno è esente dal problema e tutti dovremmo darci da fare. I fatti son fatti e come tali son da tutti conosciuti e non servono cortei, marce, mobilitazioni. In democrazia si elegge qualcuno che abbia il potere di rappresentare la nostra aspettativa e portare avanti le soluzioni delle nostre problematiche. Se questo non succede è colpa dei cittadini. Ergo: chi è causa del suo mal pianga se stesso».

Da parte di associazioni no profit o da parte di enti territoriali finalizzati all’assistenza sociale, quali tipi di programmi d’azione potrebbero essere richiesti in nome di una ribalta verso il miglioramento delle condizioni di vita umana nonché ambientale?

«Io diffido delle associazioni che appartengono ad una certa area politica e quindi fanno      politica e a quegli enti che usano l’assistenza sociale per fare politica. Si veda per esempio Taranto. Si scontrano i fautori per il diritto al lavoro (si parla di decine di migliaia di posti di lavoro) ed i fautori del diritto alla salute. Lì parla la politica, nessuno ascolta il lavoratore, che è il primo ad essere malato. L’unico programma di azione che deve essere adottato è che, spesso, chi inquina commette reato perseguibile d’ufficio. E poi. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi. Inutile lamentarci dei "Caccamo" alla Cassazione. Carmine Schiavone ha detto: Roma nostra! "Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori. Lo strumento per addentrarsi nei gangli del potere sono gli esami di Stato ed i concorsi pubblici truccati».

Si parla molto di Terra dei Fuochi come punto principale di identificazione del rischio di inquinamento e relativi danni alla salute umana. Del resto della regione Campania o di altre regioni limitrofe non se ne parla molto da un punto di vista di espansione e dilagazione del fenomeno sopra detto. Secondo lei quanto i confini di tale problematica possono essere considerati estesi?

«“L’Italia è una terra dei fuochi”. Lo rivela l’Istituto Superiore della Sanità. Ma l’informazione balbetta. LE TERRE DEI FUOCHI è un passo del mio saggio d’inchiesta usato per molte tesi di laurea. “Ambientopoli. L’Italia dell’Inquinamento e del Dissesto Truccato” è il suo titolo. Nello specifico ho anche scritto “Tutto su Napoli e la Campania. Quello che non si osa dire”. Giusto per dimostrare che oltre la Terra dei Fuochi c’è di più!».

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

Senato, in 10 anni il governo ha risposto solo al 24% delle interrogazioni. Tempi lunghissimi e domande che restano senza risposta: così si indeboliscono gli "atti di sindacato ispettivo" attraverso i quali il Parlamento controlla l'operato dell'esecutivo. Un fenomeno studiato da uno speciale osservatorio di Palazzo Madama. I chiarimenti dovrebbero essere forniti in 3 settimane, invece la media è di quasi 120 giorni, scrive Lavinia Rivara l'8 agosto 2017 su "La Repubblica". Dovrebbero essere il principale strumento attraverso il quale il Parlamento, ogni singolo deputato e senatore, controlla l'operato del governo. Si tratta delle interrogazioni e delle interpellanze, i cosiddetti atti di sindacato ispettivo che consentono ai parlamentari di chiedere all'esecutivo informazioni su determinate questioni, di sollecitare interventi, di ottenere spiegazioni sull'operato dei ministeri. Eppure in dieci anni, cioè dall'inizio della XV legislatura (aprile 2006) fino a tutto il 2016 i soli senatori hanno presentato 28.360 interpellanze e interrogazioni, ma solo 6.913 (circa il 24%) hanno avuto risposta, con tempi progressivamente sempre più lunghi. Tutte le altre sono ancora in attesa. A mettere nero su bianco questi dati, che certo non gettano una buona luce sull'azione dei nostri governi, è l'Osservatorio sulle politiche pubbliche istituito recentemente a palazzo Madama. I tempi di risposta rappresentano un altro aspetto negativo: in base al regolamento del Senato il governo dovrebbe fornirla entro un termine che va dalle tre alle sei settimane, a seconda dell'urgenza, invece il tempo medio di svolgimento attualmente è di 117 giorni per le interrogazioni orali in Aula e in Commissione, di 118 per le interpellanze e di 220 per le interrogazioni scritte. Il record della rapidità per le interrogazioni scritte si tocca nella XV e nella XVI legislatura: il giorno stesso di presentazione. Ma la XVI ha anche il primato della risposta più lenta: ben 1.338 giorni, circa 4 anni. Il governo Letta ha avuto 2.439 tra interpellanze e interrogazioni e il numero maggiore di atti (277) ha riguardato il ministero dell'Interno che ha risposto in 117 casi con un tempo medio di 164 giorni. Al governo Renzi sono stati indirizzati invece 7.907 atti di sindacato ispettivo e il primato spetta sempre al ministero dell'Interno: 1213 richieste e solo 220 quelle che hanno avuto risposta. Alla presidenza del Consiglio sono toccate invece 796 richieste e le risposte sono state 123. Dal 2001, poi, viene introdotto il question time, cioè le interrogazioni a risposta immediata in aula. Si tratta in genere di questioni urgenti. Al Senato, dove il question time avviene una volta al mese, ci sono state in 16 anni 92 sedute, di cui 44 nella legislatura attuale. Solo una di queste sedute, il 25 luglio del 2013, ha visto l'intervento del presidente del Consiglio. E' chiaro dunque che se si vuole veramente consentire al Parlamento di esercitare la sua funzione di controllo sul governo il sistema degli atti ispettivi deve essere rivisto. Da un lato è necessario trovare gli strumenti per obbligare ministri e Palazzo Chigi a dare risposte più puntuali, come suggerisce lo stesso dossier dei funzionari di palazzo Madama. Dall'altro, gli stessi parlamentari dovrebbero probabilmente limitare il numero interrogazioni e interpellanze, oggi spesso usate come un surrogato dei comunicati stampa, utilizzandoli effettivamente come strumenti per monitorare da vicino l'azione dell'esecutivo.

A mia insaputa": tutti i politici che non sapevano. Da Raggi a Scajola, da Fini a Emiliano, sono tanti, e di ogni partito, i politici che (a torto o a ragione) hanno dichiarato di non sapere, scrive Claudia Daconto il 6 febbraio 2017. Ci sono cascati in molti. Pur di allontanare da sé il sospetto di essere complici di azioni moralmente, politicamente o anche legalmente poco o per nulla trasparenti, o in alcuni casi, come dimostrato dalla giustizia, avendo ragione, politici di ogni schieramento hanno dichiarato di non essersi mai accorti di ciò che avveniva a un palmo del loro naso. Anche quando di mezzo c'erano collaboratori stretti e addirittura amici e familiari. In alcuni casi la giustizia ha dato loro ragione, in altri... no. Ecco una carrellata dei più clamorosi "è successo a mia insaputa".

Virginia Raggi e le polizze vita. È giovedì 3 febbraio 2017. Virginia Raggi siede davanti al procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall'Olio. Assistita dal suo avvocato Alessandro Mancori, il sindaco di Roma sta rispondendo alle accuse di abuso d'ufficio e falso ideologico che la Procura di Roma le contesta in merito alla promozione a capo del dipartimento Turismo del Campidoglio di Renato Marra, fratello di Raffaele Marra, ex capo del Personale dei comunali capitolini arrestato a dicembre con l'accusa di corruzione. L'interrogatorio andrà avanti per diverse ore, ben otto. È durante quelle lunghe ore che il sindaco scopre di essere stata nominata beneficiaria di due polizze vita da 30 mila e 3 mila euro da parte del suo fedelissimo Salvatore Romeo, dipendente del Comune in aspettativa e promosso capo della sua segreteria al triplo dello stipendio. Virginia trasecola. Giura di non saperne nulla. A gennaio e marzo del 2016 Romeo le avrebbe dunque intestato tutti quei soldi a sua insaputa. Benché ciò risulti tecnicamente plausibile, il fatto ha destato comunque molti sospetti e illazioni. Il Movimento 5 Stelle vorrebbe che fosse presa per buona la causale “relazione sentimentale”, indicata dall'ormai ex capo segreteria del sindaco. L'alternativa, priva finora di qualsiasi riscontro sarebbe invece che Romeo, che negli anni scorsi ha sottoscritto numerose polizze per un totale di 130mila euro a beneficio di colleghi ed esponenti del M5S, abbia utilizzato il sistema delle polizze per mascherare finanziamenti al Movimento oppure per mettere a disposizione della Raggi del denaro in cambio di favori.

Claudio Scajola e la casa al Colosseo. Che il suo nome sia stato affiancato a quello di Virginia Raggi ha molto infastidito l'ex ministro Claudio Scajola. Alla notizia delle polizze “a sua insaputa”, in effetti a molti è venuto in mente il paragone con la vicenda della casa con vista Colosseo acquistata da Scajola per 600mila euro ma in realtà costata 1,7 milioni. “Forse mi hanno fatto un regalo a mia insaputa. Se trovo chi è stato...”, una frase pronunciata in conferenza stampa il 4 maggio 2010 per commentare il dono ricevuto dal faccendiere Diego Anemone, che ha segnato il destino politico di Scajola e dal quale l'allora ministro del governo Berlusconi non si è mai più liberato. In una nota trasmessa alle agenzie nei giorni scorsi, Scajola ha voluto ricordare che egli “si dimise senza aver avuto neppure un avviso di garanzia” dalla procura di Perugia che allora indagò sulla presunta corruzione. Nel processo apertosi in seguito a una nuova inchiesta della Procura di Roma, Scajola è stato assolto in primo grado e il reato prescritto in appello.

Umberto Bossi e la villa restaurata. Claudio Scajola non è stato certo l'unico politico a passare dei guai per una casa. Quando nel 2012 scoppia lo scandalo sull'uso dei fondi della Lega da parte dell'ex tesoriere Francesco Belsito, ad andarci di mezzo fu anche l'allora leader e fondatore Umberto Bossi. Secondo l'accusa, per coprire le spese personali dei suoi familiari, i soldi del partito erano stati utilizzati anche per ristrutturare la loro casa di Gemonio. “Io non so nulla di queste cose” tuonò allora un amareggiato Umberto Bossi minacciando di denunciare i responsabili di tali manovre. Belsito, che all'epoca fu arrestato per associazione a delinquere, truffa aggravata, appropriazione indebita e riciclaggio e che oggi è ancora sotto processo per appropriazione indebita e, insieme anche allo stesso Bossi e ad altre cinque persone, per truffa ai danni dello Stato, oggi si è riciclato nel Movimento Sociale Italiano. Per Umberto Bossi, invece, quella vicenda fu all'origine della fine della sua carriera politica e ai vertici della Lega.

Roberto Maroni e gli investimenti in Tanzania. Anche l'attuale governatore della Lombardia Roberto Maroni nel 2011 dichiarò di non aver mai saputo nulla di come Francesco Belsito gestisse i fondi della Lega. Soprattutto non sapeva che l'ex cassiere leghista avesse trasferito in vari paesi esteri, tra cui la Tanzania, quasi 60 milioni di finanziamento pubblico ottenuti tra il 2008 e il 2010. “Gli investimenti in Tanzania? - trasecolò l'allora ministro dell'Interno. Io non ne sapevo niente”. Un anno dopo, nel gennaio del 2012, Maroni dichiarerà durante un incontro a Somma Lombardo, in provincia di Varese, che gli investimenti della Lega Nord in Tanzania “sono stati un errore sul piano politico, un brutto danno d'immagine al quale dovremo rimediare”. Senza presumere che dietro quelle operazioni ci fosse qualcosa di irregolare, Maroni reclamò dei chiarimenti: “non penso che qualcuno nella Lega faccia delle cose non regolari – disse allora - ma un conto è il rispetto delle leggi e un conto è il rispetto dell'etica della Lega Nord”. Oggi il presidente lombardo è uno dei teste nel processo contro Francesco Belsito.

Francesco Rutelli e Luigi Lusi. Totalmente ignaro di essersi messo in casa un tesoriere infedele si dichiarò anche Francesco Rutelli. Ascoltato dagli inquirenti che indagavano sull'appropriazione di almeno 25 milioni di euro di fondi della Margherita da parte dell'ex cassiere Luigi Lusi, che allora affermava di essere stato spinto a effettuare alcune operazioni proprio dal presidente del partito, nell'aprile 2012 Rutelli ribadiva che le attività di Lusi erano state condotte “solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita”. Il 31 marzo del 2016 l'ex senatore è stato condannato anche in appello a 7 anni. Una sentenza accolta con grande favore dall'ex sindaco di Roma, perché “riafferma – disse – l'onore della Margherita e mio”. Ma che tuttavia non ha potuto risarcirlo del tutto dell'enorme prezzo politico pagato per essersi fidato, a occhi chiusi, di ciò che faceva uno dei suoi principali collaboratori con il soldi del suo partito.

Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Gianfranco Fini nel 2010, presidente della Camera, scoprì che una parte del patrimonio immobiliare del suo vecchio partito, Alleanza Nazionale, era finito nelle mani del fratello della sua fidanzata Elisabetta. E puntualmente dichiarò: “non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato”. La vicenda è nota: nel 2008 An “svende” per 300mila euro un appartamento donato al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni. A comprarlo è una società offshore, la Printemps, che subito lo rivende per 330mila euro a un'altra società caraibica (pare intestata proprio a Elisabetta) che a sua volta lo affitta a Giancarlo Tulliani il quale risulterà proprietario di entrambe. Indagini recenti hanno tirato in ballo anche la figura del cosiddetto “re delle slot” Francesco Corallo, inquisito per vari reati tra cui il riciclaggio di denaro sottratto al fisco. Corallo infatti avrebbe acquistato l'immobile a prezzo pieno, 1 milione e 360 mila euro. Soldi finiti di nuovo a Tulliani che li avrebbe depositati su conti esteri intestati anche a suo padre Sergio. Intervistato nel dicembre scorso, Fini si dichiarò un uomo distrutto: “sono notizie delle quali non ero minimamente a conoscenza. Sono davanti a un bivio: o sono stato talmente fesso oppure ho mentito volutamente. In cuor mio so qual è la verità e non pretendo di essere creduto ma per me questo è un dramma familiare”.

Josefa Idem e l'Ici non pagata. Sempre per una casa ci ha rimesso il posto da ministro delle Pari Opportunità nel governo Letta anche l'ex olimpionica Josefa Idem dimessasi dalla carica il 24 giugno del 2013. “Non sapevo dell'Ici non pagata – dichiarò all'epoca a sua discolpa - Io non mi sono mai occupata personalmente della gestione di queste cose. Nella mia vita ho passato tre settimane al mese in canoa, dodici mesi l'anno. Ho sempre delegato ai tecnici chiedendo loro naturalmente di fare le cose a regola d'arte”. Una fiducia evidentemente mal riposta dal momento che per ben 4 anni la campionessa di canoa avrebbe omesso di versare la tassa sulla casa tentando di far passare una palestra come sua prima abitazione. Nello stesso periodo Idem finì nella bufera anche per un'assunzione sospetta da parte della società sportiva del marito avvenuta poco prima di essere riconfermata assessore a Ravenna. Accusati in concorso di truffa aggravata ai danni del Comune di Ravenna, per 8.642 euro di contributi previdenziali, il processo a carico della senatrice dem e del marito si è concluso con la prescrizione nel novembre del 2016.

Angelino Alfano e il caso Shalabayeva. Buio totale anche da parte dell'ex ministro dell'Interno Angelino Alfano sul cosiddetto “caso Shalabayeva”. Nessun esponente del governo, tantomeno lui, sarebbe stato infatti a conoscenza del fatto che il 28 maggio del 2013, in un blitz della polizia, era stata arrestata in una casa romana a Casal Palocco, la moglie del dissidente kazako, ricercato dal regime di Nazarbaev, Mukhtar Ablyazov, e rispedita il giorno dopo in Kazakistan insieme alla figlioletta di 6 anni. Uno scarico di responsabilità che ha gettato e continua a gettare molte ombre su Alfano, diventato nel frattempo ministro degli Esteri, e che una serie di circostanze hanno teso a smentire quando sosteneva che tutto fosse avvenuto “a sua insaputa”. Alma Shalabayeva e la figlia più piccola poterono tornare in Italia solo il 27 dicembre del 2013 in seguito all'intervento della Ue, all'appello dello stesso Ablyazov al premier Letta, all'apertura di un'inchiesta e all'iscrizione nel registro degli indagati dell'ambasciatore del Kazakistan in Italia e di altre due persone.

Michele Emiliano e le cozze pelose. E chi poteva immaginare che un compagno di partito come Gerardo Degennaro, ex consigliere regionale del Pd, titolare dell'impresa di costruzioni Dec, arrestato insieme ai fratelli e altre persone, nel marzo del 2013 per vari reati tra cui l'associazione a delinquere, che in cambio di soldi e altre utilità avrebbe ottenuto agevolazioni per ottenere appalti pubblici da parte del Comune di Bari guidato allora da Michele Emiliano, potesse essere un personaggio del genere? Non certo l'ex magistrato e attuale governatore della Puglia che alla vigilia di Natale 2012 ricevette, proprio dai Degennaro, un cesto natalizio contenente anche le celeberrime 50 cozze pelose, vanto della gastronomia locale. All'epoca Emiliano si pentì solo di non aver rimandato indietro l'omaggio natalizio ma non si dimise: “se qualcuno pensa di potermi mandare a casa solo per qualche chilo di pesce e cozze pelose, si sbaglia: rimarremo qui consapevoli degli errori commessi ma con la determinazione che solo le persone perbene riescono a mettere insieme”. 

Beppe Grillo, il blog è un caso: non rispondo dei contenuti. Questa la tesi difensiva nei confronti di una querela per diffamazione presentata dal Pd. E i dem attaccano: «Ha un blog a sua insaputa?», scrive Emanuele Buzzi il 15 marzo 2017 su “Il Corriere della Sera”. Beppe Grillo? «Non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». Il Pd pubblica la memoria difensiva che il leader del Movimento ha fornito in una causa intentata dai dem nel 2016 e passa all’attacco. La nota d’accusa — scritta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi — viene rilanciata da tutti i big del partito. «Ha un blog a sua insaputa?», commenta su Twitter Debora Serracchiani. Colui che ha registrato il dominio nel 2001 e che ne è tuttora detentore si chiama Emanuele Bottaro ed è finito in realtà già negli scorsi anni a processo per questioni relative al sito. Il gestore, ovviamente, si può ricondurre alla Casaleggio associati. Una rete a tutela del leader, già sommerso da diverse cause. Il post «incriminato» dal Pd riguarda il caso lucano che coinvolse il ministro Guidi. Un post non firmato. «La Guidi chiese l’avallo della Boschi che per blindarlo e assicurarsi che tutto andasse come doveva inserì l’emendamento incriminato nel testo del maxiemendamento su cui poi, con il consenso del Bomba, pose la questione di fiducia», si legge. E poi arriva il passaggio che ha scatenato la reazione dem: «Un meccanismo perfetto ai danni dei cittadini. Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro. Ora si capisce perché il Pd ed il governo incitano illegalmente all’astensione sul referendum delle trivelle».

Il trucco di Grillo: querelato il suo blog, ma non pagherà lui, scrive di Enrico Paoli il 15 marzo 2017 su “Libero Quotidiano”. L' ultima, forse, le batte davvero tutte. Beppe Grillo, comico a tempo perso e leader a corrente alternata del Movimento 5 Stelle, non è responsabile di quanto esce sul suo Blog e dunque le cause pendenti contro di lui vanno discusse non a Genova, ma a Roma. Insomma Grillo, quel Grillo, non esiste. Esiste solo un blog, una rete, un Movimento con deputati e senatori, ma non lui. A dirlo non è uno dei tanti siti che animano il Web con notizie false, vere e verosimili, ma il tribunale di Genova, sulla scorta di una causa civile intentata dal Pd contro il leader dei pentastellati per alcune affermazioni contenute sul Blog relative all' inchiesta sui pozzi petroliferi in Basilicata. A far emergere la vicenda è il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che ha prontamente raccolto l'invito rivolto da Matteo Renzi in occasione dell'intervento di chiusura del Lingotto di Torino. «Ora vi racconto una storia simpatica, simpatica», scrive sulla sua pagina Facebook l'esponente dem, «un noto comico, che ha costruito la propria fama soprattutto con il suo Blog, i suoi profili Facebook e Twitter, un bel giorno decide di dire a 400mila iscritti e diversi milioni di elettori del Pd che sono "tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro". Trattandosi di un comico», sottolinea Bonifazi, «ho cercato di leggere tra le pieghe del messaggio la battuta ma, ahimè, ho trovato solo offese. Quindi ho cercato di tutelare la nostra immagine, non tanto per me quanto per la comunità che rappresento, attraverso un'azione legale. Dicono che loro sono per la legalità? Bene, lo dimostrino: si lascino processare». «Poi il comico ha anche una certa esperienza di tribunali...», chiosa sarcasticamente il tesoriere del Pd, riecheggiando le vicende giudiziarie di Grillo, dato che il comico è stato condannato in via definitiva per omicidio colposo. Ma il caso sollevato da Bonifazi, che va ben al di là delle schermaglie politiche, pone una questione seria: se Grillo non risponde di ciò che viene pubblicato sul Blog, chi è il responsabile? «Leggendo la memoria difensiva con cui il comico rispondeva alla denuncia, ho creduto di essere di fronte al copione del suo nuovo spettacolo ma il mio avvocato ha confermato: è la sua memoria difensiva», spiega il parlamentare. «Il comico», scrive ancora Bonifazi riportando la memoria di Grillo, «non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del Blog, né degli account Twitter, né dei Tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul Blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». Beppe Grillo non è. Il messaggio di Bonifazi viene ritwittato da numerosi dirigenti Dem, da Matteo Renzi, a Maria Elena Boschi, passando per Debora Serracchiani. «La tua difesa è ridicola, se vuoi parlare a milioni di persone abbine rispetto e assumiti la responsabilità delle cose che dici e scrivi di fronte a loro e di fronte alla legge. Noi andremo fino in fondo», annuncia alla fine Bonifazi. E siamo solo all'inizio. Enrico Paoli

Beppe Grillo non deve rispondere dei contenuti pubblicati sul suo blog come sostengono i suoi avvocati? Ecco verità e falsità scritte in proposito, scrive “Il Corriere del Giorno" il 20 marzo 2017. Di chi è il blog di Grillo? 3 cose vere e 5 false dette in questi giorni. Nel tardo pomeriggio del 14 marzo, il tesoriere del Partito Democratico Francesco Bonifazi ha pubblicato su Facebook una pagina della memoria difensiva presentata dagli avvocati di Beppe Grillo in una causa per diffamazione. Nel documento si legge che Grillo “non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del Blog, né degli account Twitter, né dei Tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul Blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato”. La questione ha avuto molto risalto ed è nato un dibattito su chi scrive i contenuti del blog di Beppe Grillo e su chi è chiamato a risponderne. Abbiamo verificato che cosa c’è di vero e di falso nella vicenda.

1. “Il blog di Grillo non è intestato a Grillo”. Vero. E neppure alla Casaleggio Associati. Una semplice ricerca sul registro italiano dei domini.it mostra che il dominio beppegrillo.it, creato il 15 marzo 2001, è intestato a Emanuele Bottaro,52enne residente a Modena che lavora per una società di comunicazione. Nel 2001 la Casaleggio Associati ancora non esisteva e Gianroberto Casaleggio non aveva ancora incontrato Beppe Grillo: i due si conosceranno nel 2004 e il sito andrà online nel gennaio 2005. Intervistato da Repubblica, Bottaro ha detto di conoscere personalmente Beppe Grillo «da vent’anni», di avere un rapporto di stima e di fiducia con lui e di avere registrato il dominio «per toglierlo dal mercato», prima che venisse creato il blog. Ha aggiunto che tra Grillo e lui non c’è alcun accordo scritto e di non aver mai guadagnato nulla dal suo possesso del dominio.

2. “Niente lega Grillo al blog a suo nome”. Falso. Come ha scritto Matteo G.P. Flora, esperto di reputazione online, esistono comunque diversi legami tra Grillo e il sito. Nell’atto costitutivo del M5S si legge che Beppe Grillo è il «titolare effettivo del blog raggiungibile all’indirizzo beppegrillo.it». In un post del marzo 2012, firmato “Beppe Grillo”, si legge inoltre che «la responsabilità editoriale del blog è esclusivamente mia». Inoltre, il titolare del trattamento dei dati personali ai fini della privacy è indicato in Beppe Grillo dallo stesso sito, mentre il responsabile è la Casaleggio Associati. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che la stessa privacy policy indica che i dati vengono condivisi con l’Associazione Rousseau, che è titolare del trattamento per quanto riguarda l’attività del “Blog delle Stelle”. Aspetto più tecnico: il codice sorgente del sito rimanda, nel campo “autore”, all’account verificato di Grillo su Google+.

3. “Il post incriminato è firmato da Grillo”. No, si tratta di un post senza firma né indicazione dell’autore. Pubblicato il 31 marzo 2016, il giorno stesso dell’annuncio delle dimissioni del ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi per lo scandalo Tempa Rossa – dimissioni accettate alcuni giorni dopo – il post si intitolava “#RenzieBoschiACasa”. Il testo chiedeva le dimissioni anche dell’allora presidente del Consiglio e del governo, accusandoli di coinvolgimento nello scandalo e di fare «l’interesse esclusivo dei loro parenti, amici, delle lobby e mai dei cittadini». Conteneva le frasi: «Tutti collusi. Tutti complici. Tutti con le mani sporche di petrolio e denaro». Per i contenuti del post, Francesco Bonifazi ha denunciato Beppe Grillo per diffamazione.

4. Oggi nessun post del blog di Grillo è senza firma. Lo ha detto Luigi Di Maio in un’intervista il 15 marzo (al minuto 38’20’’): è vero nella forma, ma nella sostanza, in molti casi, l’autore non è esplicitato in modo chiaro e univoco. I post sul blog di Beppe Grillo, infatti, appaiono spesso sotto una firma collettiva come “MoVimento 5 Stelle”, “Gruppo di Coordinamento Comuni 5 Stelle” o “MoVimento 5 Stelle Europa”, altre ancora firmati da Beppe Grillo o da altre singole persone esterne al M5S. Beppe Grillo, almeno negli ultimi tempi, firma raramente i post che compaiono sul blog. Tra gli ultimi cento, soltanto sei portano la sua firma. Circa un terzo dei rimanenti compaiono sotto l’autore generico “MoVimento 5 Stelle”.

5. Grillo è l’autore dei suoi post. Ci sono ragioni per dubitare che Beppe Grillo scriva in concreto i post che compaiono con la sua firma, almeno in passato, anche se non è chiaro fin dove si spinga il suo controllo sul contenuto. In un’intervista con Marco Travaglio pubblicata nel 2014, Gianroberto Casaleggio – il cofondatore del Movimento 5 Stelle scomparso nell’aprile 2016 – disse che tutti i post del blog erano «loro», intendendo suoi e di Beppe Grillo: «Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge, e vanno in Rete». Alcune inchieste giornalistiche sul funzionamento della Casaleggio Associati hanno raccontato, nel corso degli anni, che i post sono stati scritti a volte da Pietro Dettori, oggi responsabile editoriale presso l’Associazione Rousseau e già dipendente della Casaleggio Associati.

6. “Non è chiaro di chi sia la responsabilità del post”. Questo è vero, almeno in parte. L’avvocato Caterina Malavenda, esperta di cause sulla stampa, ha spiegato che il responsabile dei contenuti pubblicati da un blog è il gestore, che però non è obbligato a un controllo preventivo su tutti i suoi contenuti. Grillo ha detto di non essere il gestore, lasciando quindi il dubbio su chi effettivamente lo sia, e così facendo ha inoltre «scaricato l’eventuale colpa su un altro», cioè l’autore materiale di quel post pubblicato anonimo. La Polizia Postale dovrà cercare di identificare chi ha scritto il post e lo ha messo online e su di lui (o lei) ricadrà l’eventuale responsabilità in caso di condanna nella causa intentata dal PD.

7. “Non ci sono leggi per i reati commessi attraverso Internet”. Falso. Lo ha dichiarato l’esponente del M5S Paola Taverna ospite di Otto e Mezzo (al minuto 18’35’’). In realtà, diverse sentenze hanno chiarito da anni che, ad esempio, il caso della diffamazione tramite Internet è compreso in quanto previsto dall’art. 595 del codice penale, che punisce in modo più grave la diffamazione se essa è commessa «col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità». Quello su cui discutono i giuristi è invece fin dove si possa spingere la comparazione tra i blog e la stampa, oltre ad alcune situazioni particolari come, ad esempio, se il gestore di un blog debba essere ritenuto responsabile anche per i commenti in fondo ai suoi post. Falso. Lo ha detto Di Maio nell’intervista citata sopra (al min. 37’40’’) e lo ha scritto, anche se in modo più ambiguo, lo stesso post firmato da Grillo a commento di questa vicenda. «I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce», ha scritto, aggiungendo che il PD ha «per il momento perso la causa». Tuttavia, il procedimento è ancora in corso e quella pubblicata da Bonifazi è solo la memoria difensiva presentata dai legali di Grillo. La causa non si è conclusa e il PD non ha quindi ancora perso né vinto. 

I loro omessi controlli. Volevano condannarlo a sedici mesi per un articolo del 2012: però il direttore non era lui, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 15/03/2017, su "Il Giornale". Uno dei giudici che nel 2012 condannò al carcere Alessandro Sallusti fece poi causa al direttore per «omesso controllo» su un articolo che lo riguardava pubblicato nei giorni seguenti all'arresto. Ieri il processo, incardinato al tribunale di Cagliari, doveva arrivare a sentenza. La pubblica accusa aveva chiesto per il direttore una condanna a 16 mesi di carcere. In aula Sallusti, con la memoria che qui riproduciamo, ha dimostrato che in quei giorni non era il direttore del «Giornale», in quanto si era dimesso. Il pm, cioè lo Stato, chiedeva quindi il carcere per un manifesto innocente. L'udienza è stata sospesa, non senza imbarazzo, e la sentenza rinviata. Signor presidente, questo processo è, diciamo così, figlio di un precedente procedimento a mio carico, concluso nell'ottobre del 2012 con la mia condanna a 14 mesi di reclusione e il conseguente arresto, cosa che ovviamente è stata per me un'esperienza non facile da affrontare. Le analogie tra allora e oggi sono diverse. Anche in quel caso un magistrato, il giudice Cocilovo, ritenendosi diffamato da un articolo pubblicato sul quotidiano che allora dirigevo, Libero, mi denunciò per omesso controllo e suoi colleghi pm chiesero per me, con alterne vicende nei vari gradi di giudizio, una condanna alla pena detentiva che alla fine ottennero. Proprio uno di quei magistrati che giudicarono con severità il caso Cocilovo, il dottor Bevere, in quei giorni ormai lontani mi denunciò, sentendosi offeso per un articolo pubblicato dal Giornale all'indomani della mia condanna definitiva. E ora un suo collega pm chiede nuovamente una pesante condanna detentiva, sedici mesi, nei miei confronti. L'articolo di cui si dibatte oggi ricostruiva, attraverso testimonianze dirette e autorevoli (un'ex parlamentare da sempre in prima linea in battaglie in difesa dei diritti civili) una presunta amicizia tra il dottor Cocilovo e il dottor Bevere (cioè tra il denunciante e uno dei giudicanti della prima vicenda) durante la loro permanenza al tribunale di Milano. Nel merito non vedo dove sia l'offesa grave da meritare una così severa richiesta di condanna. Due magistrati sono, se non necessariamente amici come peraltro spesso capita, sicuramente colleghi e come tali si muovono all'interno di rapporti potenzialmente amicali come succede in qualunque categoria professionale. Ma al di là del merito - una lettera di precisazione sarebbe stata probabilmente sufficiente a rimediare un possibile fraintendimento - mi colpisce che a distanza di quasi cinque anni dal mio arresto nessuno ritenga di dovere tenere conto delle motivazioni con cui, dopo circa un mese che ero ai domiciliari, l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commutò la mia pena da detentiva in pecuniaria. Come si evince chiaramente dal dispositivo del Quirinale che ha accompagnato la commutazione, quello del presidente non fu un gesto di clemenza né certo di simpatia nei miei confronti. Fu il rimedio - deciso anche nella veste di capo della magistratura - a una pena ritenuta oggettivamente sproporzionata per un reato d'opinione e di omesso controllo. L'appello di Napolitano, sia alla classe politica (per quello che compete alla parte normativa) sia a quella togata (per la parte tecnico-esecutiva), di evitare l'arresto di giornalisti per reati compiuti nell'esercizio della professione se non accompagnati da fatti di comprovata e grave malafede, è rimasto evidentemente inascoltato se è vero, com'è vero, che oggi la pubblica accusa, cioè lo Stato, chiede per me e per un mio bravo collega autore materiale dell'articolo in questione, Luca Fazzo, di nuovo il carcere per diffamazione e omesso controllo. L'omesso controllo, signor presidente, è un reato normato da una legge degli anni Trenta, solo leggermente rivista nel decennio successivo. Parliamo di anni in cui i giornali avevano poche pagine, a volte solo quattro, le redazioni erano composte da pochi giornalisti e la velocità delle notizie era, rispetto a oggi, quella di una lumaca rispetto a una gazzella. Oggi produciamo ogni giorno fino a cento pagine, tra le varie edizioni, e lavoriamo in tempo reale. Un altro mondo. Ma c'è ancora, come in questo caso, chi pretende dal direttore di accertare senza ombra di dubbio non solo la correttezza formale degli articoli, ma anche quella sostanziale, nonostante alcune sentenze della Cassazione sostengano che il direttore ha, sì, il dovere di vigilare sul rispetto dei principi etici generali e sui codici professionali, ma non ha potere investigativo sull'operato dei suoi collaboratori. Qui, in quest'aula, si chiede che io vada in carcere perché un'autorevole ex parlamentare - da noi interpellata all'epoca dei fatti - ha sostenuto una cosa assolutamente credibile e possibile (l'amicizia tra due magistrati). Che cosa avrei potuto controllare signor presidente? Quella parlamentare non solo non aveva mai dato segni di squilibrio né era nota per essere una millantatrice. Niente, signor presidente, anche se quel giorno fossi stato il direttore responsabile del Giornale non avrei potuto evitare, pur usando tutta l'attenzione, la pubblicazione di una notizia poi rivelatasi forse non esatta. Uso il condizionale perché in questa vicenda l'omesso controllo non l'ho compiuto io ma il querelante, il giudice Bevere, e il pm. Cioè due magistrati. Come si fa in un caso (Bevere) a denunciare, nell'altro (il pm) a chiedere il carcere per un omesso controllo quando si omette di controllare chi è il presunto colpevole? Il cui nome, per altro, era stampato in evidenza sul corpo del reato, cioè il giornale del giorno in cui è uscito l'articolo incriminato. E quel nome, signor presidente, non era il mio. Perché tre giorni prima di quella pubblicazione avevo rassegnato le dimissioni da direttore e lasciato l'azienda della quale, il giorno del presunto reato, non ero neppure dipendente. Mi ero dimesso, signor presidente, perché penso che un editore abbia diritto di decidere se tenere a capo del suo giornale un direttore privato della sua libertà. Noi, signor presidente, i nostri omessi controlli li paghiamo duramente e ne traiamo le conseguenze. Mi chiedo se anche i giudici che avviano una causa temeraria e i pm che «omettono controllo» subiscono lo stesso destino, diciamo 14 mesi di arresto e dimissioni, nel caso il loro operato danneggi per negligenza grave un cittadino non solo innocente ma che mai avrebbe potuto essere colpevole e quindi mai indagato, mai rinviato a giudizio, e mai processato con tutte le conseguenze e i costi economici per la comunità. La domanda è capziosa, perché è ovvio che non è così e non sarà così neppure questa volta. Come sostiene il loro capo Piercamillo Davigo, i magistrati non sbagliano mai, per definizione. A questo punto lei, signor presidente, potrà rimproverarmi: perché tutto questo non l'ha detto prima? Giusto. Se le dicessi: volevo vedere fino a dove potesse arrivare la sciatteria giudiziaria le mentirei, e quindi non lo faccio. Potrei dirle che sono frastornato dalle decine di atti giudiziari che invadono le redazioni. Ma la verità è che ho peccato di eccesso di fiducia nella serietà e nell'efficienza della magistratura, dando per scontato ciò che era contenuto nelle carte della procura invece di soffermarmi, cinque anni dopo i fatti - e questo già la dice lunga su tante cose - a riflettere sulla verità dei fatti. Una cambiale di fiducia evidentemente, ancora una volta, mal riposta. Spero che qualcuno, nel sistema giudiziario, mai come in questo caso autoreferenziale, avrà almeno la bontà di riconoscere l'errore, scusarsi e risarcire danni e spese - tanto paghiamo noi - che abbiamo dovuto sostenere per questa ingiusta imputazione. Ho già dato mandato ai miei legali di attivarsi in tal senso. La ringrazio per l'attenzione.

CERCANDO L’ITALEXIT.

Autarchici, populisti, italiani. I timori del Paese in tempo di crisi. Il saggio di Lorenzo Bini Smaghi, «La tentazione di andarsene» (edito dal Mulino), analizza la crisi economica anche con gli strumenti della psicologia e della politica, scrive Federico Fubini il 3 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera". Se una cifra è rimasta impressa a fuoco nella mente di centinaia di milioni di donne e uomini nella crisi degli ultimi dieci anni, essa riguarda la (percepita) cecità degli economisti. Considerati attenti ai numeri, ma non alle realtà sociali che ribollono sotto di essi. Disprezzati perché innamorati dei loro modelli su come dovrebbe funzionare quel coacervo di interessi, consenso e regole che è una democrazia. Mal sopportati com’è destino di tutti gli «esperti», secondo la sprezzante espressione con la quale i fautori della Brexit si sono imposti nel referendum nel Regno Unito. Forse anche per questo Lorenzo Bini Smaghi sceglie di spiazzare nel suo ultimo libro, La tentazione di andarsene (Il Mulino). Bini Smaghi, da anni firma del «Corriere», è una personalità nota in Italia e in Europa per le sue qualità di economista: dirigente del Tesoro in un momento di fulgore di quella amministrazione con Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi; parte dell’esecutivo della Banca centrale europea negli anni di presidenza di Jean-Claude Trichet; oggi presidente di Société Générale e visiting scholar a Harvard. Bini Smaghi spiazza nel suo saggio perché non si limita a parlare di economia, ma va oltre. E non risparmia né i partiti, né i riflessi condizionati delle istituzioni italiane, né i tanti che diffondono presunte verità destinate a intossicare il discorso pubblico. La tentazione di andarsene (ovviamente, dall’euro) analizza la crisi anche con gli strumenti della psicologia e della politica, per mettere a nudo una «dissonanza cognitiva» sempre più diffusa. La sensazione di sfasamento dalla realtà, di cui parla l’autore, riguarda il posto dell’Italia in Europa e le cause dei problemi che da decenni affliggono l’economia e la struttura sociale di un sistema rimasto indietro rispetto ai suoi pari. «La divergenza economica trova una corrispondenza nell’atteggiamento dei cittadini verso le istituzioni europee — scrive Bini Smaghi —. Dall’essere fra i principali sostenitori dell’Unione Europea, gli italiani sono diventati fra i più critici». Ma questo cambio di umore appare contraddittorio se si guarda ai problemi che fanno del Paese un caso (quasi) unico nell’area euro. Infatti «se l’Italia cresce meno degli altri partner, pur beneficiando delle stesse condizioni ed essendo sottoposta agli stessi vincoli, le difficoltà non dovrebbero provenire dalle istituzioni europee». Ma appunto si innesta qui la prima, feroce critica di Bini Smaghi: «Questa contraddizione — scrive — si spiega in parte con una forma di dissonanza cognitiva che spinge il Paese a negare qualsiasi addebito riguardo allo stato in cui versano la società e l’economia». Rimuovere i problemi giocando con le statistiche o darne la colpa ad altri — meglio se a Bruxelles o a Berlino — è la dieta politica di base di qualunque movimento populista di destra, sinistra, centro o di tutte queste posizioni insieme. Nasce così il secondo, severo affondo di Bini Smaghi. «Quando la realtà dei problemi non può più essere nascosta — osserva — rimane un’ultima cartuccia: il capro espiatorio. Tende sempre più a diffondersi l’idea che l’Italia sia nella condizione in cui si trova per colpa dell’Europa (…). Secondo questa tesi, un’Italia troppo forte darebbe fastidio». Dunque, «forze esterne si sarebbero alleate per fare di noi una colonia». Niente in queste versioni sembra compatibile con l’evidenza che tutti i Paesi sono sottoposti alle stesse regole, con esiti diversi. Peraltro Bini Smaghi smonta dati alla mano la leggenda metropolitana, una di più, secondo cui la Spagna crescerebbe di più perché il suo deficit pubblico è più alto: da anni il governo di Madrid somministra agli elettori dosi maggiori di cosiddetta «austerità». Ma il cuore della riflessione resta politico. Bini Smaghi cita un giudizio formulato da Guido Carli nel 1993: «Una delle eredità più persistenti della cultura autarchica, fascista, è senza dubbio la sindrome del complotto internazionale». Dove porta tutto questo? È la parte finale del pamphlet, che non dovrebbero perdersi neppure coloro che non saranno d’accordo. Porta, prevedibilmente, alla caduta della fiducia degli italiani verso tutte le istituzioni. Interne ed europee. Un difetto nazionale che «parte dall’alto, dalla classe politica, che spesso si tira indietro al sorgere delle difficoltà». L’autore spiega così l’anomalia tutta italiana dei governi di non eletti, i «tecnici», chiamati a compiere le scelte impopolari di cui i politici non vogliono la responsabilità. Si spiega così anche la tendenza a affidarsi ai «tecnici» invece di affrontare elezioni in momenti di crisi come nel 2011. Ma «la mancanza di fiducia in se stessa — o la mancanza di coraggio — della classe politica, si traduce in immobilismo», avverte Bini Smaghi. Alla lunga il rischio è che anche ciò che resta della classe dirigente finisca per inseguire il populismo sul suo terreno, perdendo ulteriore credibilità. E dopo anni di accuse, alla fine i cittadini si convincano a decretare il proprio autoisolamento dall’Europa. Un tempo, appunto, la chiamavano autarchia.

Scandalo rimborsi alla Ue: così i partiti euroscettici hanno truffato Strasburgo. I finti assistenti di Le Pen, la badante della madre di Kaczynski, i contratti illeciti della moglie di Farage: ma ora il Parlamento europeo rivuole i soldi. E ci sono anche casi italiani. Su Repubblica in edicola e Repubblica+ l'inchiesta integrale con tutti i casi e i nomi coinvolti, scrive Alberto D'Argenio il 7 marzo 2017 su "La Repubblica". Sono loro, i grandi partiti europei che vogliono abbattere l’Unione, al centro delle inchieste per frode ai danni delle casse del Parlamento di Strasburgo: abusano sistematicamente dei soldi Ue per portare a termine i loro disegni politici in patria. Frodi sistemiche, organizzate a livello centrale, come quelle del Front National di Marine Le Pen, dello Ukip di Nigel Farage o del partito Diritto e giustizia del polacco Jaroslaw Kaczynski. Assumono collaboratori con i soldi di Strasburgo ma li impiegano in patria per lavorare al partito. Ci sono anche casi italiani, di singoli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega ed ex Pd. In questo caso senza un disegno di sistema, organizzato dalle forze politiche di appartenenza, ma episodi isolati. La mappa delle frodi all’Europarlamento tracciata da Repubblica può partire in Francia, con un nuovo e inedito filone di indagini sul Front National di Marine Le Pen. Già nella bufera per i casi legati agli assistenti pagati da Strasburgo ma al lavoro in Francia della candidata all’Eliseo, ora la forza politica che vuole portare Parigi fuori dall’Europa è al centro di un nuovo caso: le autorità europee e transalpine indagano sui contratti degli assistenti di altri big come Louis Aliot, compagno di Marine Le Pen, e Florian Philippot, braccio destro della leader, o del padre, il fondatore dell’Fn Jean-Marie. Si passa allo Ukip di Nigel Farage, che a breve dovrà restituire circa un milione di euro al Parlamento Ue per i contratti di una serie di assistenti – tra cui la moglie Kirsten - che lavoravano per il partito pur essendo stipendiati da Strasburgo. E poi ancora, le fondazioni dello Ukip, che prendevano fondi Ue per sostenere la politica europea del movimento ma che invece hanno usato i soldi per la campagna del referendum dello scorso giugno su Brexit. Per finire con il caso di Jaroslaw Kaczynski, dominus politico del governo polacco guidato da Beata Szydlo che usava la signora Bozena Mieszka-Stefanowska, assistente del deputato Tomasz Poreba e quindi pagata da Strasburgo, come badante della madre scomparsa nel 2013. Uno dei casi che riguardano il partito Diritto e giustizia che dovranno essere rimborsati all’Europarlamento. Tra i dossier italiani quello di Lara Comi, deputata di Forza Italia che ha assunto la madre come assistente parlamentare e ora dovrà restituire i 126 mila euro percepiti dalla signora, Luisa Costa, dal 2009 al 2010. Al centro di un’inchiesta ancora in corso e i cui esiti non sono ancora decisi due eurodeputate grilline: Daniela Aiuto e Laura Agea. La prima è nel mirino per avere chiesto il rimborso, diverse migliaia di euro, per una mezza dozzina di ricerche che le sarebbero dovute servire per svolgere il mandato europeo ma che in realtà sono state copiate da siti come Wikipedia. La seconda ha assunto come assistente un imprenditore, sospettato di non avere il tempo di svolgere il lavoro relativo la mandato europeo dalla deputata ma al massimo, nella veste di attivista del Movimento, di seguirla nella politica locale. Al centro di un’inchiesta anche un collaboratore del leghista Mario Borghezio, il viceministro Riccardo Nencini (ex europarlamentare al quale Strasburgo aveva chiesto indietro 455 mila euro ma ha scampato il rimborso grazie alla prescrizione) e il deputato eletto con il Pd, ora Mdp, Antonio Panzeri, che ha fatto ricorso alla Corte di giustizia europea di fronte alla richiesta di restituire 83 mila euro. Quelli italiani sono casi isolati e spalmati su tre legislature, con la stragrande maggioranza dei 73 parlamentari eletti ogni cinque anni che rispetta alla lettera le regole.

Ue, scandalo rimborsi: la Comi ha assunto la madre. Verifiche su due M5s: ricerche copiate e dubbi su collaboratore. I casi, tutti senza risvolti penali, sono stati rivelati da Repubblica. L'eurodeputata di Forza Italia sta già restituendo i 126mila euro contestati: "E' stato un errore del mio commercialista", ha detto. Le due grilline invece hanno dichiarato di aver scoperto dei casi dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti per rimediare, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 marzo 2017. L’europarlamentare di Forza Italia Lara Comi sta restituendo al Parlamento europeo 126mila euro per aver assunto la madre come assistente dal 2009 al 2010; per le deputate M5s Daniela Aiuto e Laura Egea ci sono due procedimenti aperti su rispettivamente: sei ricerche sul turismo commissionate a una società accusata di aver copiato i contenuti da siti tipo Wikipedia, l’assunzione di un collaboratore che sarebbe invece un imprenditore che lavora sul posto. Sono questi alcuni dei casi, tutti senza risvolti penali, raccontati da Repubblica in merito alle accuse a carico di europarlamentari italiani che siedono a Bruxelles e su cui il Parlamento ha avviato accertamenti. E se la prima si è difesa dicendo che si è trattato un errore per cui sta già pagando, le altre due hanno dichiarato di aver scoperto i fatti dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti. Tra i primi a reagire ci sono stati i parlamentari del Ppe, gruppo di cui fa parte la Comi, e che, secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, avrebbero detto di non essere a conoscenza del caso: “Una tegola sulla testa”, hanno commentato nei corridoi, anche se la vicenda non riguarda i soldi che ha in gestione il gruppo e soprattutto si riferisce alla scorsa legislatura.

Lara Comi ha replicato dicendo che si tratta di una vicenda “ben nota” e di un fatto “ampiamente chiarito”: la decisione di ingaggiare la madre come collaboratrice fiduciaria, si è difesa la Comi, è stata presa sulla base del parere, poi rivelatosi errato, dell’allora suo commercialista, cui la Comi successivamente ha ritirato l’incarico. “Sto restituendo fino all’ultimo centesimo la somma che viene contestata, con una detrazione che ogni mese mi viene prelevata direttamente dallo stipendio”, ha detto. “Nel 2009, a 26 anni, sono stata eletta in Parlamento Europeo. Ho lasciato il mio lavoro nel settore privato e con grande entusiasmo ho intrapreso quest’avventura. Ogni giorno mi trovavo di fronte a sfide nuove e importanti e, per affrontarle, ho deciso di avere a fianco a me, con un incarico fiduciario, la persona di cui avevo la massima fiducia, mia madre, che mi è stata vicino in tutti i momenti più importanti della vita. Per potermi supportare in questo ruolo lei si è presa l’aspettativa – non retribuita – dal suo lavoro pubblico come insegnante”. Comi sostiene che non era stata messa a conoscenza del fatto che non potesse più assumere un familiare: “La possibilità di scegliere un familiare come collaboratore era permessa fino al 2009, con un periodo transitorio di un anno, come mi aveva spiegato il mio commercialista, che aveva anche consultato gli uffici del Parlamento Europeo. Solo dopo molti anni, cioè nel 2016, vengo a scoprire che questa possibilità era stata esclusa dai regolamenti parlamentari. Per questa ragione, già lo scorso 3 aprile 2016, ho ritirato l’incarico al mio commercialista che, seppure in buona fede, aveva commesso l’errore”.

Altro capitolo è quello del Movimento 5 stelle. Le due eurodeputate si sono difese con una nota poi pubblicata su Facebook dicendo di aver appreso dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti. Il primo caso è quello di Daniela Aiuto, accusata di aver commissionato almeno sei ricerche che sarebbero state plagiate dalla società di consulenza a cui si era rivolta. La parlamentare ha quindi replicato: “Ho disposto la sospensione del pagamento delle fatture già emesse”, ha scritto su Facebook. “Inoltre ho comunicato ai servizi parlamentari che provvederò personalmente a rimborsare le fatture già saldate. Resta inteso che agirò legalmente nei confronti della società di consulenza per il rimborso delle somme già sostenute e anche per il risarcimento di ogni ulteriore danno. Pur essendo parte lesa in questa vicenda ho dato la mia piena e totale disponibilità a collaborare con i servizi parlamentari per tutelare il Movimento 5 stelle”. Reazione simile quella della collega Laura Agea, accusata invece di aver assunto un collaboratore a Bruxelles che in realtà svolge l’attività di imprenditore. “Ho appreso dalla stampa”, ha replicato sempre su Facebook, “che sono in corso verifiche riguardanti l’attività svolta da uno dei miei collaboratori locali. Pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, mi metto immediatamente a disposizione delle autorità competenti per qualsiasi tipo di documentazione circa la sua attività, che si svolge nel quadro dei miei lavori di deputato al Parlamento europeo. Ho deciso di sospendere momentaneamente la collaborazione in corso per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni. Questi controlli sono fondamentali per garantire trasparenza e onestà, valori portanti del Movimento 5 stelle”.

Tra i casi ricordati da Repubblica anche Massimiliano Bastoni, ex assistente parlamentare del leghista Mario Borghezio dal 2009 al 2014 e contemporaneamente consigliere comunale a Milano. L’eurodeputato del Carroccio ha replicato che “l’indagine nasce da presupposti inesistenti: Bastoni aveva tutto il diritto di fare anche il consigliere comunale perché non si tratta di un’attività salariata. E comunque ogni lunedì lui era qui a Bruxelles e può dimostrarlo”. Nella lista c’è anche l’attuale viceministro Riccardo Nencini a cui l’Olaf aveva chiesto di rimborsare 455mila euro per viaggi irregolari e contratti di assistenti, ma dopo aver fatto ricorso alla Corte di giustizia i pagamenti sono caduti in prescrizione.

Caso diverso quello dell’ex Pd e oggi Mdp Antonio Panzeri. A lui il Parlamento ha chiesto nel 2016 una somma di 83 mila euro. Una contestazione riferita alla legislatura 2004-2009 e legata ai finanziamenti ricevuti dalla sua associazione Milano Più Europa. All’epoca, sostiene Panzeri, la funzione di assistenza al parlamentare poteva essere affidata anche ad associazioni. Poi il Parlamento ha cambiato le regole applicandole “retroattivamente”. “Una palese violazione dei principi di diritto”, afferma l’eurodeputato.

Venticinque anni da Maastricht Ue ed euro sono già al collasso. A Bruxelles si festeggia l'anniversario del trattato di Maastricht. Ma già si ragione su una nuova Unione europea a più velocità. È il fallimento totale del progetto iniziale, scrive Giovanni Neve, Domenica 5/02/2017 su "Il Giornale". Quando venticinque anni fa i trattati di Maastricht segnarono la nascita dell'Unione Europea e posero le basi per la moneta unica, il mondo correva ancora sull'onda lunga dell'ottimismo successivo alla caduta del muro di Berlino. Un anno prima il politologo statunitense Francis Fukuyama, in un celebre saggio, aveva parlato di Fine della storia: il modello del libero mercato e della società aperta avrebbe trionfato ovunque con Washington nel ruolo di supremo garante. Le proteste di Seattle e Genova erano ancora lontane e molti guardavano alla globalizzazione con ottimismo. Le illusioni di Fukuyama si sono infrante l'11 settembre 2001 con l'attentato alle Torri Gemelle. Ma il vero colpo di grazia arrivò nel 2008 con il crollo di Lehman Brothers e l'esplosione della crisi dei mutui sub prime, da cui scaturì la crisi del debito che fece tremare le fondamenta dell'euro. Oggi la tempesta euroscettica si è abbattuta su tutti i sistemi politici d'Europa e in molti Paesi, tra i quali l'Italia, l'euro è diventato il simbolo del deterioramento economico di quella piccola e media borghesia che guarda con crescente rabbia a una classe dirigente accusata di aver tradito le promesse di quel 7 febbraio 1992 che sembrava dover aprire agli europei i cancelli di un futuro più stabile e prospero. Se il fuoco del nazionalismo è tornato a bruciare, ad alimentarlo è stato però anche l'atteggiamento di governi che in un'ottica nazionale hanno continuato a pensare, dimostrando spesso di essere i primi a non aver creduto nel sogno di un'Europa davvero unita. L'obiettivo dei padri fondatori dell'integrazione europea, come Jacques Delors, era arrivare a una progressiva cessione delle sovranità nazionali che arrivasse a costruire un soggetto politico unico. Francia e Germania, sotto la guida di Francois Mitterrand e Helmut Kohl, dovettero però cedere da subito alle resistenze di Paesi, come Olanda e Regno Unito, timorosi che una difesa europea avrebbe privato di senso l'esistenza stessa della Nato. Una prospettiva indigeribile per Londra, che non intendeva rinunciare alla sua indipendenza in politica estera e al rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. La cooperazione finì quindi per concentrarsi su quella economica, non importa quanto gli stessi architetti dell'euro, come Tommaso Padoa-Schioppa, avessero messo in guardia sui pericoli di una "moneta senza Stato". Gli Stati membri economicamente più deboli, come la Spagna, sembravano più ingolositi dai fondi strutturali che preoccupati dagli aggiustamenti di bilancio ai quali sarebbero stati costretti dalla fine dell'epoca della spesa a debito. La Commissione guidata da Jacques Santer troverà il compromesso nella convergenza sui famosi "tre pilastri": cooperazione economica, cooperazione diplomatica e cooperazione intergovernativa sugli affari interni. La clausola di opt out a favore della Gran Bretagna, chiamatasi fuori in partenza dal progetto dell'euro, non sarebbe bastata, ventiquattro anni dopo, a scongiurare la Brexit. Terminati i negoziati, il trattato sull'Unione europea viene firmato il 7 febbraio 1992 nella cittadina olandese di Maastricht dai dodici Paesi allora parte della comunità europea. Muore la Comunità Economica Europea, nasce l'Unione europea. E, soprattutto, nasce l'Unione Economica e Monetaria. Quello che verrà chiamato Patto di Stabilità e Crescita fissa i criteri contabili che avrebbero dovuto rispettare i futuri aderenti alla moneta unica, ovvero quelli che vengono comunemente chiamati "parametri di Maastricht": un rapporto tra deficit e pil non superiore al 3%, un rapporto tra debito e pubblico e Pil non superiore al 60% (con deroghe per Belgio e Italia, che registravano già livelli di indebitamento assai superiori), un tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% a quello dei Paesi più virtuosi, un tasso di interesse di lungo termine non superiore al 2% del tasso medio dei tre Paesi suddetti e almeno due anni di permanenza virtuosa (ovvero senza fluttuazioni) nel Sistema Monetario Europeo. Il primo giugno 1998 la Banca Centrale Europea prese il posto dell'Istituto monetario europeo, in vista dell'introduzione dell'euro il primo gennaio 1999 e l'entrata in circolazione altri tre anni dopo. Il trattato di Maastricht introduce la cittadinanza europea per tutti coloro che abbiano la cittadinanza di uno Stato membro. Il diritto di stabilirsi, circolare e soggiornare nel territorio della Ue viene rafforzato. Alla libera circolazione di merci, si aggiunge la libera circolazione delle persone. Le innovazioni principali sono il diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni municipali del comune di residenza (in qualunque Paese Ue esso sia) e a quelle del Parlamento europeo dello Stato di residenza; il diritto alla protezione consolare attraverso cui un cittadino europeo può chiedere assistenza all'estero alle autorità diplomatiche di un qualsiasi Paese della Ue in assenza di istituzioni di rappresentanza del proprio; il diritto di presentare una petizione al Parlamento europeo su temi di competenza comunitari che coinvolgano direttamente gli interessi del cittadino e l'istituzione di un mediatore comunitario incaricato di tutelare persone fisiche e giuridiche in caso di cattiva amministrazione delle istituzioni comunitarie. Vantaggi minimi per il cittadino europeo che, dopo l'abbattimento delle frontiere, ha iniziato a fare i conti con l'emergenza immigrazione e l'allerta terrorismo. Nei giorni scorsi Angela Merkel ha ipotizzato un'Unione europea a più velocità in risposta al continuo disgregamento dell'Europa e dell'euro. Secondo la cancelliera tedesca, questo concetto dovrebbe comparire anche nella dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, che si celebrerà in Italia a fine marzo. "La storia degli ultimi anni ha mostrato che ci sarà anche una Ue a più velocità, che non sempre tutti i membri saranno allo stesso livello di integrazione", ha affermato Merkel, sottolineando che l'incontro alla Valletta si è svolto comunque in uno "spirito di unità". La cancelliera non è certo l'unico politico ad aver ipotizzare al vertice di Malta un'Europa a più velocità. La discussione emerge soprattutto alla luce della futura uscita del Regno Unito dall'Unione europea.

Predica bene ma razzola male: le tante responsabilità di Berlino. Dietro i guai dell'Europa ci sono spesso le scelte tedesche, scrive Roberto Fabbri, Lunedì 6/02/2017 su "Il Giornale". I nazionalisti di ritorno sono soliti accusare la Germania di ogni inciampo dell'Europa. Talvolta esagerano con i pregiudizi, e non sarebbe neanche male ricordare che stiamo parlando di un Paese che su affidabilità e impegno nel lavoro ha qualcosa da insegnarci. Su molti argomenti tuttavia è difficile dar loro torto. E se oggi, a 25 anni dalla firma del trattato di Maastricht, l'ideale europeista tocca i suoi livelli più bassi di popolarità, è spesso colpa delle scelte della «locomotiva tedesca», affetta da uno storico «complesso di superiorità» che non di rado sconfina nell'arroganza. Atteggiamenti che troppo spesso hanno spinto la Germania a gestire l'Unione come il cortile di casa propria. Gli esempi, soprattutto in economia, non mancano. Possiamo partire dalla politica monetaria europea, così spesso criticata da Berlino per le scelte di Mario Draghi «l'italiano», ma di fatto favorevole agli interessi della Germania, che si avvantaggia dei bassi tassi d'interesse risparmiando cifre ingenti grazie al divario tra cedole previste e pagamenti reali. D'altra parte, come lo stesso presidente della Bce ricorda, i tassi bassi sono la conseguenza di enormi masse di denaro accumulato e non reinvestito, effetto del fortissimo surplus commerciale tedesco. E qui veniamo a un altro punto delicato. Il surplus tedesco è generato da un record mondiale delle esportazioni, equivalente all'incirca al 9% del prodotto interno lordo della Germania. Ora, è indiscutibile che un simile risultato discenda dalla qualità della produzione di beni tedeschi, ma in Europa esistono delle regole, che non sono solo quelle che garbano a Berlino: una, «firmata» dalla Commissione Europea, «raccomanda» un limite del 6% nella differenza trai volumi dell'export e dell'import: e non risulta che Berlino abbia mai subito una procedura d'infrazione per i suoi ripetuti sforamenti di questo parametro, che oltretutto generano forti sbilanci in ambito Ue. Con il diabolico combinato disposto dei tassi bassi e del surplus commerciale record la Germania incamera ogni anno 300 miliardi di euro e «regala» a quasi tutti gli altri Paesi Ue (spicca l'eccezione dell'Olanda, che sotto questo profilo è una «piccola Germania») la deflazione, causa di crescita bassa (più o meno: in Italia ahinoi di più) e disoccupazione. Questi i fatti e i numeri, e per ragioni di spazio resta fuori molto altro. Sarebbe ora che la signora Merkel predicasse un po' meno e razzolasse meglio.

Euro, 15 anni fa l’entrata in vigore. Come sono cambiati i prezzi: caffè da 900 lire a 90 centesimi, pizza aumentata del 123%. Dal primo gennaio 2002 l'addio alla lira. Dai dati della Fondazione Nens, ecco com'è diminuito il nostro potere d'acquisto. Raddoppiato il costo dei quotidiani e del Big Mac, anche se l'aumento record spetta alla Margherita: da 6.500 lire a 7,5 euro. Cresciute ben più dell'inflazione, in generale, tutte le spese vive delle famiglie: dall'elettricità al gas alla benzina, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'1 gennaio 2017. Il caffè al banco da 900 lire a 90 centesimi, il Big Mac da 4.900 lire a 4,20 euro, la pizza margherita da 6.500 lire (3,36 a euro) agli attuali 7,5 euro. Andando a cercare i prezzi di fine 2001, si scopre quanto sia cambiato il costo di beni e servizi negli ultimi 15 anni. Da quando cioè, il primo gennaio 2002, gli italiani abbandonavano la lira e nel nostro Paese entrava in vigore l’euro (quotato al cambio fisso di 1936,27 lire). Non solo cibo e bibite: dalle bollette alla benzina, è lunga la lista dei rialzi, in certi casi molto elevati. Certo ben più dell’inflazione. Ci sono anche casi inversi, soprattutto nel comparto elettronico dove è aumentata la concorrenza e sono diminuiti i prezzi, ma in questo caso più del passaggio dalla lira all’euro hanno contato i passi da gigante della tecnologia. Qualcosa è rimasto immobile nel tempo, come la giocata minima del Lotto, passata dalle 1.500 lire del 31 dicembre 2001 all’euro del primo gennaio 2002 e da lì mai più cambiata. Sono i dati del Nens (Nuova Economia Nuova Società, la fondazione che fa capo a Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco) a fornire un termine di paragone fra i prezzi attuali e quelli di 15 anni fa. Tra i grandi classici, quella che ha subito l’aumento maggiore è la pizza margherita: pur con le dovute distinzione territoriali, si passa dai 3,36 euro della media Nens del 2001 agli attuali 7,5 euro, con un rialzo pari al 123%. Sono vicini al raddoppio invece sia il caffè al banco (da 900 lire a 90 centesimi) che il Big Mac (da 4.900 lire a 4,20 euro), come anche i quotidiani in edicola: nel 2001 leggere il giornale costava 1.500 lire, oggi 1,50 euro. Sono i simboli della perdita di potere d’acquisto degli italiani, peggiorata ulteriormente dopo la crisi economica. La lista è lunga: nel 2002 per l’elettricità, spiegava il Nens, si spendevano 647mila lire (circa 334 euro), mentre i dati pubblicati il 31 dicembre dall’Autorità dell’Energia parlano di una spesa fissata a 498 euro (+50% circa). Andamento più contenuto per il gas, con la spesa annua passata da 1 milione e 700mila lire a 1.022 euro (+16%). È salita anche la benzina, per la verità con un percorso decisamente altalenante che l’ha portata a toccare il massimo storico con punte oltre i 2 euro nel 2012. Per un litro di carburante si è passati da circa 2mila lire agli 1,5 euro attuali (+45%). L’unico comparto in controtendenza è quello dell’elettronica, complice lo sviluppo tecnologico e il boom delle vendite online che hanno ulteriormente alzato la concorrenza e abbassato i prezzi. Fare paragoni tra i prodotti di allora e quelli odierni diventa difficile. Ma basti pensare che all’inizio del nuovo millennio una Tv 46 pollici, la migliore sul mercato, costava circa 6,5 milioni di lire, mentre oggi una Tv smart Full Hd 49 pollici costa meno di 500 euro. Nel 2001 per comprare una fotocamera digitale da 1,9 megapixel di risoluzione ci volevano 890mila lire mentre oggi con circa 100 euro si trovano macchine da 20 megapixel. Infine, il Motorola Startac 130, vanto per l’epoca, costava oltre 2 milioni di lire, ben più di qualsiasi ultimo modello di smartphone.

Euro killer, ci ha rovinato la vita: ecco perché, scrive Giuliano Zulin l'1 gennaio 2017 su “Libero Quotidiano”. Con l'euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più, disse Romano Prodi nel 1999. Sono passati quasi 15 anni dall' introduzione della moneta unica e la frase del Professore sembra che sia stata pronunciata a Zelig. È successo il contrario. O meglio, molti lavorano settimane o mesi in meno per colpa della crisi, ma non guadagnano di più. Anzi. Chi ha un posto praticamente porta a casa a fine mese uno stipendio paragonabile a quello del 2001. Con l'aggravante di aver perso anche potere d' acquisto: in quel gennaio-febbraio 2002 i prezzi dei prodotti più diffusi, dal caffè alla pasta, dall' abbigliamento fino al gelato, subirono un rincaro pazzesco, fuori dal normale, che nessuno fu in grado di fermare e analizzare. I consumatori dovettero affrontare aumenti fino al 200%. E in quei due mesi è iniziato il declino dell'Italia. Sappiamo tutti che gran parte delle colpe sono da imputare ai tedeschi, che imposero un cambio lira-euro troppo alto in modo da non avere rivali nelle esportazioni. Sappiamo anche che Prodi e Ciampi commisero l'errore di accettare il diktat tedesco per avere un posto al sole, previa introduzione di un'eurotassa, per entrare nella moneta unica, restituita solo in minima parte. Ma quello che ancora non sappiamo è perché il governo Berlusconi si voltò dall' altra parte durante i primi mesi di vita dell'euro. Solo nell' estate 2002 si creò un osservatorio sui prezzi, ma la frittata era già stata fatta. Ovvio, imprenditori e venditori italiani arrotondarono le mille lire all' euro per recuperare un po' di soldi e rimanere competivi con i partner europei. Legittimo. L'esecutivo però avrebbe dovuto fare uno sforzo sui contratti dei dipendenti e sulle pensioni. Sarebbe stato utile varare aumenti di stipendio, una tantum ed extra-inflazione, per mettere a pari i lavoratori con i produttori. Magari con interventi fiscali, tipo taglio di tasse. Sfruttando, per l'occasione, il calo dei tassi d' interesse sul debito pubblico proprio grazie all'introduzione dell'euro. Niente di tutto questo fu realizzato. Gli italiani si sentirono più poveri e iniziarono così a diminuire i loro consumi. Il circolo negativo era appena all'inizio. La crisi del 2008 e, successivamente, quella dello spread nel 2011, diedero la mazzata finale al nostro Paese. Il doppio effetto, calo del potere d' acquisto e sfiducia, innescarono il crollo delle vendite al dettaglio e degli acquisti immobiliari. Di conseguenza le aziende hanno iniziato prima a tagliare le spese superflue, poi gli investimenti, quindi a licenziare, fino a chiudere. Non a caso sono sette-otto anni che il Pil è asfittico. Le imprese, anche quelle sane, hanno così cominciato a perdere valore, perché operano in un mercato debole. Un affare per gli stranieri che hanno messo nel mirino le nostre società, marchi famosi compresi. Fanno ridere quelli che dicono che l'euro non è la causa dei mali italiani. In quel prezzo del gelato schizzato del 200% c' è tutto il nostro male. Uno autentico strozzinaggio. Spiace che nessun politico abbia chiesto scusa agli italiani. Nemmeno i grandi tifosi della moneta unica. Ma di quelli parleranno Paolo Becchi e Fabio Dragoni lunedì, con la carica dei 101 contro l'euro.

Euro: Adusbef, la rapina del secolo, scrive il 4 gennaio 2017 l'"Agi". Quindici anni d'inferno per famiglie, depredate ed impoverite di 14.955 euro pro capite, un paradiso per speculatori e cleptocrati, arricchitisi su pelle di lavoratori e consumatori.  Sfilati 358,9 mld euro, al ritmo di 997 euro di media l'anno a famiglia. (Adusbef) - A 15 anni dal changeover lira-euro (1.1.2002), introdotto anche in Italia da governanti sedicenti statisti, in realtà modesti maggiordomi della cleptocrazia europea, propagandato come la nuova Eldorado per gli italiani, ratificato forzatamente  (e senza alcun referendum popolare), la moneta unica è stata la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie, un vero inferno, una rovina per lavoratori e ceto medio impoverito, un paradiso per speculatori, banchieri, assicuratori, monopolisti dei pedaggi, elettrici e del gas, e di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dei controlli di contigue autorità, che invece di verificare la congruità dei rincari, andavano a braccetto con i rapinatori seriali. L'effetto trascinamento del cambio lira-euro entrato in vigore dal 1.1.2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire ad euro (invece di un giusto tasso di 1.300 lire max per 1 euro), ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 997 euro l'anno di rincari speculativi, per un conto finale di 14.955 euro pro-capite negli ultimi 15 anni. Dall'ingresso nell' euro infatti, si è registrata una perdita del potere di acquisto, che anche le statistiche ufficiali sono costrette a riconoscere, pari a 14.955 euro per ogni famiglia (24 milioni), con un trasferimento di ricchezza stimata in 358, 9 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai dovuti controlli delle inutili, forse contigue, autorità di settore. La “cleptocrazia europea a trazione tedesca” ha scippato perfino la speranza del futuro, a quelle masse di invisibili disperati, che nel 2001 appartenevano al ceto medio e 15 anni dopo sono costretti ad affollare le mense della Caritas, solo per sfamarsi con un pasto caldo. Dall'ingresso nell' euro infatti, avvenuto senza alcun controllo nel gennaio 2002 con il Comitato Euro che assecondava gli aumenti, si è registrata una perdita del potere di acquisto, che anche le statistiche ufficiali sono costrette a riconoscere, pari 997 euro in media annui per ogni famiglia (24 milioni), con un vero e proprio trasferimento di ricchezza stimato in 358,9 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai dovuti controlli delle inutili, forse contigue, autorità di settore. Il crollo dei consumi e le sofferenze economiche degli italiani, che ha colpito anche il ceto medio ed i redditi che potevano essere definiti dei “benestanti” nel 2001,è dimostrato inconfutabilmente dallo studio Adusbef sulla capacità di spesa (Cds), un indicatore economico che misura i redditi con il potere di acquisto, pari in Italia a 119 nel 2001,tra le più elevate dei paesi europei superata da Inghilterra (120); Svezia (123); Belgio (124); Austria (126); Danimarca (128); Olanda ed Irlanda (134); Lussemburgo (235); più elevata di Francia; Germania e Finlandia (116). Nel 2015 l'Italia (-16,8%) guida la classifica negativa della capacità di spesa (Cds) ridotta di 20 punti ed attestata a 99; al secondo posto la Grecia (-13,8% la Cds che passa da 87 a 75); al terzo il Regno Unito (-8,3% con la Cds a 110. Adusbef e Federconsumatori, che avevano già denunciato a fine 2001 l'ottusità della Bce, un mostro giuridico sordo e cieco, afflitto da un delirio di onnipotenza che decise di stampare la banconota da 500 euro a misura di evasori e riciclatori di denaro sporco e di economia criminale, rifiutò di stampare le banconote da 1 e 2 euro come efficace strumento in grado di offrire l'esatta percezione del valore dell'euro,  hanno già divulgato gli aumenti sconsiderati da changeover, avvenuti con la complicità dei governi, con la lista di cento prodotti con il prezzo fissato nel dicembre 2001, ultimi giorni di vita della lira, come ad es. la penna a sfera aumentata del + 207,7%, seguita dal tramezzino (+198,7%) e dal cono gelato con (+159,7%), la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+ 97,8%), aumenti vertiginosi su prodotti di largo consumo che hanno svuotato e saccheggiato le tasche delle famiglie. Gli osservatori di Adusbef e Federconsumatori registravano anche l'aumento dei costi delle abitazioni, problema gigantesco per le famiglie italiane sia relativamente all'acquisto che per l'affitto e per il costo mensile complessivo, registrando 25 anni di stipendio nel 2014 per acquistare un appartamento di 90 metri quadri che nel 2001 ne costava 15 anni di stipendio medio, a conferma di un aumento vertiginoso dei prezzi. La finalità di demolire definitivamente un modello sociale costituito sul “valore del risparmio”, sostituendolo con società fondate sul “debito”, per rafforzare il dominio dei banchieri e della finanza di carta, degli algoritmi che strutturano i derivati killer e della troika, innescando un circolo vizioso per alimentare i profitti delle banche sulla pelle di intere generazioni intossicati dalle carte di debito, ci deve convincere a correggere i gravissimi errori fatti in questi 15 anni, per non continuare a ripeterli. Non deve essere più consentito ad una ristretta cerchia di soggetti che decidono dei destini del mondo, di disegnare un modello di Europa a misura di eurocrati e banchieri, che hanno distrutto la ricchezza delle famiglie, per ingrassare i soliti manutengoli del potere economico, anche a costo di essere definiti, dal cerchio magico delle élites che rappresentano solo loro stessi, con l'appellativo di “populisti”, ossia coloro che tutelano il popolo ed i consumatori oppressi dai banchieri centrali e dalla finanza criminale. Poiché l'euro ha rappresentato la più grande rapina, la rovina del secolo che ha impoverito grandi masse di lavoratori e pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, famiglie, Adusbef e Federconsumatori chiedono di rinegoziare i Trattati europei stipulati a misura di banche e monopoli, vessatori ed iniqui per i consumatori. Elio Lannutti (Adusbef) - Rosario Trefiletti (Federconsumatori) 

Il punto di non ritorno. Purtroppo è necessario uscire dall'euro. E saranno dolori. Doppi, scrive Nicola Porro, Venerdì 27/01/2017, su "Il Giornale". Per anni Antonio Martino ci ha spiegato, anche sulle colonne di questo Giornale, di come la costruzione dell'euro fosse pericolosa. Martino, e noi con lui, venivamo definiti euroscettici. Il pensiero unico vinse. Le tesi di Ciampi, Dini, Prodi e per finire Monti e Letta, prevalsero. Per anni anche noi euroscettici abbiamo pensato con Oa (una serie televisiva e visionaria): «Esistere è sopravvivere a scelte ingiuste». Insomma negli anni, nonostante fossimo contrari all'euro-costruzione, abbiamo ritenuto che mollare sarebbe stato un pasticcio, costoso. Era necessario sopravvivere ad una scelta ingiusta. Siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Purtroppo è necessario uscire dall'euro. E saranno dolori. Doppi. I primi li abbiamo già pagati quando aderimmo, i secondi li dovremmo affrontare ora. Chi vi racconta che ritornare alla lira è una passeggiata di salute, vi sta ingannando. Ma restare inchiodati alla moneta malata è peggio. L'Italia, è una questione di tempo, non potrà ripagare il suo debito pubblico. Negli ultimi quindici anni i suoi avanzi primari sono stati tra i più virtuosi d'Europa. La sua economia reale, al contrario, la peggiore. Siamo in una tenaglia che ci sta stritolando. Lasciamo perdere per un attimo le responsabilità. Oggi paghiamo 70 miliardi di interessi sul debito. Nei prossimi mesi sono destinati a crescere. E non saremo in grado di pagarli. A ciò si sommano le ragioni ante moneta unica. Non c'è motivo al mondo, dal punto di vista tecnico, per il quale la nostra economia debba avere una moneta rivalutata e per questa ragione la nostra industria debba delocalizzare o perdere ragioni di scambio rispetto alla Baviera. Ciò che scriviamo in queste poche righe non solo è confortato da una ricerca di Mediobanca che pubblichiamo all'interno. È argomento - non ideologico, ma tecnico - di mezzo mondo finanziario. Che si chiede non tanto se Italexit avverrà, ma piuttosto quando succederà. Abbiamo due strade. La prima è fare come coloro che non credevano a Brexit e Trump: aspettare passivi. La seconda è studiare i modi migliori e legali per rendere la rottura più indolore possibile. Ps. Un'alternativa esiste: ripudiare, anche in parte, il debito pubblico. Ma ciò ci porterebbe alla totale perdita di sovranità nazionale.

"L'addio sarà duro, ma restare sarebbe peggio". L'ex ministro ed economista: "Dire che non si può fare retromarcia aggrava la situazione", scrive Gian Maria De Francesco, Sabato 28/01/2017, su "Il Giornale".

«Nel giugno 1971 la Rivista italiana di politica economica pubblicò in caratteri minuscoli, per nasconderlo il più possibile, un mio saggio contro il piano Werner, il primo esperimento di unione monetaria europea, nel quale sostenevo che il progressivo restringimento dei margini di fluttuazione dei tassi di cambio avrebbe creato problemi».

Il report di Mediobanca non suona nuovo ad Antonio Martino, già professore di Economia politica alla Luiss di Roma e oggi deputato di Forza Italia. Quello scritto gli valse la riprovazione di Piero Fassino che lo bollò come «euroscettico» allorquando Martino fu nominato ministro degli Esteri nel 1994. Ma «il Pci fece campagna contro gli accordi di Messina del 1955 che portarono al Trattato di Roma del 1957», ricorda Martino, figlio del ministro che quegli accordi li promosse e li firmò.

Onorevole, anche Mediobanca ha ipotizzato che è possibile uscire dall'«area monetaria ottimale» dell'euro.

«Un'area monetaria è ottimale se c'è mobilità dei fattori della produzione che non può esserci tra Paesi con ordinamenti, lingue ed economie differenti. Quale mobilità può esserci tra la Baviera e la Sardegna? Si usa quel termine per l'euro perché il suo padrino è il Nobel Bob Mundell che studiava gli ambiti monetari ottimali e che non ho mai capito come potesse considerare tale l'Unione europea».

Una certa politica sostiene queste posizioni da tempo.

«La situazione è molto più complessa di come la si descrive politicamente. Luigi Einaudi era favorevole a una moneta unica perché si sarebbe tolta agli Stati nazionali la possibilità di monetizzare il debito facendo comprare alle banche centrali i titoli emessi per finanziare il deficit e aumentando l'inflazione che è la più odiosa delle imposte. Ma oggi cos'è il quantitative easing se non un acquisto massiccio di titoli del debito pubblico da parte della Bce che li paga creando euro? Fra tre anni al massimo se ne vedranno gli effetti e l'inflazione si abbatterà su uno scenario diverso dall'attuale».

Mediobanca punta il dito contro la perdita di produttività del lavoro connessa al cambio fisso.

«Se il disavanzo delle partite correnti non determina una svalutazione della moneta nazionale, il sistema si riporta in equilibrio con le variabili macroeconomiche interne: prezzi, livello dell'occupazione e sviluppo. L'Italia ristagna da tanto tempo proprio per questo motivo».

L'impostazione europea è dunque sbagliata?

«Comportarsi come se non si potesse fare macchina indietro aggrava gli errori, mentre è possibile farlo in modi non penosi dal punto di vista economico e sociale».

Quindi l'uscita è possibile come dicono Salvini, Meloni e Grillo?

«L'uscita non è semplice e indolore ma l'euro ha creato una perdita secca di potere d'acquisto. Tuttavia non vedo una maggioranza che abbia un progetto o un piano per realizzarla. L'idea del referendum non sta in piedi perché non sono ammessi in materia di trattati internazionali. Io ed altri economisti avevamo proposto nel 2012 che la Grecia adottasse una moneta parallela che circolasse assieme all'euro al tasso di cambio che il mercato avrebbe determinato. Dopo un paio d'anni si sarebbe raggiunto il tasso di equilibrio e la Grecia sarebbe potuta uscire ordinatamente».

Quali miglioramenti si avrebbero con una nuova lira?

«Se avessimo una moneta nazionale, avremmo altri due obiettivi di politica economica: l'equilibrio di bilancia dei pagamenti e la politica monetaria nazionale. È per questa ragione che da un po' si ricomincia a parlare di una possibile conveniente uscita della Germania».

Finanziamenti Italia-UE: per il Belpaese saldo negativo di 5 miliardi, ma è anche colpa nostra, scrive Marta Panicucci su "Ibtimes.com" il 16.03.2016.

Marta Panicucci. Toscana di nascita, dopo alcuni anni in giro per l'Italia, ho messo le radici a Firenze. Laurea triennale in Lettere moderne, 110 e lode alla Sapienza di Roma in Editoria e scrittura giornalistica, ho frequentato il master in Informazione multimediale e giornalismo economico-politico al Sole 24Ore. Giornalista dal 2015, smanetto su siti di informazione dal 2010. Scrivo per giornali online occupandomi soprattutto di economia e politica.

La corte dei Conti ha pubblicato la Relazione annuale 2015 al Parlamento su “I rapporti finanziari con l’Unione Europea e l'utilizzazione dei fondi comunitari” che mette sulla bilancia i contributi economici che l’Italia versa all’Unione e i soldi che Bruxelles versa, invece, all’Italia per progetti di sviluppo e occupazione. Secondo la Corte dal 2008 al 2014, la casse italiane registrano un saldo negativo di 39 miliardi, che rappresenta quindi la differenza tra quanto abbiamo dato e ricevuto in quel periodo di tempo. Soltanto nel 2014 l’Italia ha versato 5,4 miliardi in più di quanto abbiamo ricevuto come finanziamenti. Su questi calcoli si alzano le voci di protesta contro i burocrati di Bruxelles, contro l’UE brutta e cattiva che complotta contro l’Italia. Ma in realtà, il fatto che l’Italia versi più di quanto riceve è fatto noto da tempo, da quanto sono in vigore le modalità di calcolo dei contributi dovuti dai Paesi membri all’UE. Il dato interessante che, però, la Corte dei Conti aggiunge alla discussione è che la responsabilità delle minori entrate rispetto alle uscite è anche nostra, perché non sappiamo spendere i finanziamenti provenienti dall’UE.

Come si finanzia l’UE. Basta andare sul sito dell’Unione Europa per verificare le modalità con cui si finanzia l’UE. La fonte principale è il contributo dei Paesi membri calcolato in circa lo 0,7% del reddito nazionale lordo. “I principi di base – si spiega - sono la solidarietà e la capacità contributiva, ma se ne risulta un onere eccessivo per determinati paesi, si procede ad aggiustamenti”. Un’altra parte dei soldi arriva dall’IVA di ciascun Paese (circa lo 0,3%) e dai dazi all'importazione sui prodotti provenienti dall'esterno dell'UE. Per quanto riguarda il 2014, ultimo dato disponibile, la Corte dei Conti indica un saldo (negativo per l’Italia) di 5,4 miliardi di euro. Il contributo italiano è diminuito del 7,5% rispetto all’anno precedente a fronte, però, di una flessione degli accrediti ricevuti dall’Unione per la realizzazione di programmi europei del 15,1%. Inoltre, sottolinea la Corte, l’Italia continua a farsi carico insieme ad altri Paesi di una quota dei rimborsi al Regno Unito per la correzione dei suoi “squilibri di bilancio” (circa 1,2 miliardi di euro nel 2014, con un incremento di circa il 29% rispetto all’anno precedente).  Le contribuzioni di Danimarca, Irlanda e Regno Unito sono ridotte rispetto agli altri Paesi perché non partecipano a certe politiche nel settore della giustizia e degli affari interni e quindi gli altri membri devono compensare versando a loro parte dei contributi.

Le responsabilità italiane del saldo negativo. Ma se la notizia dei contributi italiani maggiori dei finanziamenti non è nuova, risulta interessante il dato evidenziato dalla Corte dei Conti sulla gestione italiana dei soldi provenienti dall’UE. L’analisi della Corte ha evidenziato che “per far fronte ai ritardi nell’utilizzo di tali fondi ed evitare perdita di risorse comunitarie, le Autorità italiane, d’intesa con la Commissione Europea, hanno ridotto la quota di cofinanziamento nazionale, attraverso le riprogrammazioni definite nell'ambito del Piano di Azione Coesione”. L’Italia da una parte non impiega soldi per i confinanziamenti con l’UE e dall’altra utilizza male i fondi accreditati dall’Unione. La Corte sottolinea il capitolo delle frodi e delle irregolarità per i contributi illeciti che continuano a crescere di anno in anno, tanto da raggiungere quota 142,2 milioni in salita rispetto agli 82 milioni di un anno prima. Questo dato di fatto non solo ci fa perdere in termini di credibilità internazionale, ma anche in termini economici veri e propri. Formazione, occupazione, imprenditoria e agricoltura sono i settori maggiormente coinvolti nelle frodi e nelle truffe con i soldi europei. “Un fenomeno che desta allarme” e che porta spesso alla “mancata realizzazione delle attività finanziate, soprattutto con riguardo ai contributi pubblici”. Insomma miliardi che partono dall’Europa, finiscono nella casse italiane che le impiega per opere o attività fantasma. Ma ormai la programmazione dei finanziamenti europei 2007-2013 è andata, ma siamo ancora in tempo per cercare di recuperare quella in corso, 2014-2020. A riguardo la Corte osserva che “l’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione europea, del novembre 2014, prevede che le criticità dei cicli precedenti vengano superate attraverso una programmazione più trasparente e verificabile, un monitoraggio permanente ed un supporto all’attuazione, anche grazie alla Agenzia per la coesione territoriale, i piani settoriali nazionali di riferimento nonché i piani di rafforzamento amministrativo per le Amministrazioni centrali e per le Regioni”. Speriamo che la trasparenza sia sufficiente a contrastare il malaffare tutto italiano. Insomma, il saldo tra soldi ricevuti e versati dall’UE resta anche nel 2014 negativo, ma non per un accanimento dell’Unione nei confronti dell’Italia, ma perché è l’Italia stessa che continua a dimostrarsi bravissima nel darsi la tappa sui piedi da sola. E poi addossare la colpa agli altri.

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia, scrive Alessandro Volpi il 15 febbraio 2017. La moneta nazionale italiana è sempre stata molto debole: la sua difesa ha causato problemi, tra cui spirali inflazionistiche, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. E in alcuni casi per affrontare le crisi della lira l’Italia ha dovuto accettare limitazioni alla propria “sovranità nazionale” - tema oggi caro a chi attacca l’euro -. L’analisi di Alessandro Volpi, Università di Pisa. "Sembra affermarsi con sempre maggiore insistenza, come tema centrale del dibattito politico, un continuo richiamo alla lira, caratterizzato da una profonda nostalgia e dall’auspicio di un ritorno ad una presunta età dell’oro caratterizzata dalla presenza delle monete nazionali. Rispetto ad una simile ondata “passatista” può essere utile mettere in fila alcuni elementi suggeriti dalla storia della nostra vecchia moneta che non dovrebbero farla rimpiangere troppo.

1) La lira è stata una moneta molto debole, fatti salvi pochi fortunati momenti. Già prima della nascita della Banca d’Italia, avvenuta nel 1893, la lira italiana emessa dalla Banca nazionale si trovò spesso sull’ottovolante, a partire dal 1866, quando fu sospesa la sua convertibilità, fino alla tempesta della Banca romana. Gli affanni proseguirono con la crisi del 1921 e soprattutto con la politica mussoliniana di Quota novanta, con cui il duce tentò un improponibile e costosissimo cambio tra sterlina e lira, fissato appunto a 1 a 90, che i grandi operatori rifiutarono, mettendo l’Italia fuori dai mercati e costringendola ad avviare una dura quanto retorica fase autarchica. Dopo la seconda guerra mondiale, le debolezze proseguirono con una sequenza micidiale di crisi; nel 1963-64, quando sulla moneta si scaricarono le tensioni sociali e politiche determinate dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica, nel 1973, allorché la lira fu colpita ancora più duramente di altre divise dagli effetti del primo grande shock petrolifero, e nel 1976, anno di una delle più pesanti svalutazioni della moneta italiana. Il 13 settembre 1992 poi il governo Amato fu costretto ad annunciare l’uscita della lira dal sistema monetario europeo (SME) e ad accettare una significativa svalutazione, di fatto imposta dalla Germania. Da quel momento, fino all’entrata in vigore dell’euro, nonostante i tanti sacrifici contenuti dalle varie finanziarie, il destino della nostra moneta non si risollevò.

2) Questa debolezza cronica ha visto conseguenze rilevanti sui conti pubblici italiani almeno su due piani ben evidenti. In primo luogo è costata moltissimo alla Banca d’Italia che ha dovuto impiegare molte risorse per difendere il cambio della lira dagli attacchi speculativi provenienti dalle altre monete. Ogni qual volta le criticità politiche del quadro italiano o le difficoltà economiche mettevano la lira al centro delle tensioni, il governatore di BankItalia doveva utilizzare tante risorse pubbliche per agire sul mercato dei cambi e riportare la nostra moneta in linea di galleggiamento. Ciò avvenne spesso sia durante il periodo di Guido Carli sia in quello di Carlo Azeglio Ciampi. I costi pubblici della lira debole sono stati poi particolarmente alti a causa dell’innalzamento dei tassi di interesse pagati sui titoli di stato denominati, appunto, in lire. Nel 1990 il tasso medio di interesse dei titoli di Stato sfiorava il 13 per cento, due anni più tardi nel pieno della già ricordata crisi della lira, il medesimo tasso era salito al 14 per cento con punte massime del 17,79 per i BOT annuali. Per tutti gli anni successivi, mentre il debito pubblico cresceva rapidamente, i tassi continuarono a mantenersi intorno al 10 per cento. Solo con l’avvento dell’euro, nonostante l’ulteriore impennata del nostro debito, i tassi crollarono abbattendo così una delle principali voci della spesa pubblica: nel 2004 il tasso medio dei titoli di Stato era caduto al 2,66 e persino durante la bufera degli spread del 2011 e 2012 tale tasso non si è allontanato troppo dal 3 per cento.

3) La debolezza della lira ha generato una continua svalutazione che ha prodotto a sua volta molteplici conseguenze negative a cominciare da una costante pulsione inflazionistica, destinata ad erodere il potere d’acquisto degli italiani, solo in parte compensata dalla maggiore competitività attribuita alle merci italiane dal deprezzamento della valuta nazionale. Il combinato disposto di svalutazione e inflazione ha infatti generato una cattiva distribuzione della ricchezza favorendo i settori votati all’esportazione rispetto al resto dell’economia dipendente invece dai consumi interni. Inoltre il fatto di fondare la competitività italiana quasi interamente sulla debolezza della lira ha drogato il sistema produttivo, bloccando qualsiasi ipotesi di ristrutturazione finalizzata a premiare i settori più innovativi. Inoltre, per evitare che la crisi della lira si trasformasse nel suo fallimento sono state necessarie manovre finanziarie durissime, in particolare proprio dopo la già ricordata uscita dallo SME, quando furono poste in essere due leggi finanziarie da circa 150mila miliardi di lire con un forte incremento della pressione fiscale e con la firma di accordi pesantissimi per i redditi dei lavoratori.

4) Ci sono poi due ulteriori aspetti, in parte tra loro correlati, che sono riconducibili alla debolezza della lira. Le molteplici crisi citate sono state affrontate con un forte dispendio di risorse pubbliche ma hanno avuto bisogno, sempre, di interventi esterni che hanno certamente limitato la sovranità italiana: così è avvenuto con la benevolenza degli Stati Uniti nel 1963 e con la non ostilità europea nel 1976 e nel 1992. Non è del tutto vero dunque che con la moneta nazionale il nostro Paese non subisse condizionamenti esterni. Il secondo aspetto consiste nelle continue fughe di capitali dall’Italia dettati proprio dalle incertezze della lira e dalle strategie di attrazione poste in essere dagli altri Paesi; un’emorragia che si almeno in parte arginata con l’euro. Rimpiangere i vecchi tempi andati non rappresenta, talvolta, la migliore soluzione."

MORIRE DI CRISI.

In un film verità i morti dimenticati del Nordest in crisi. "Cronaca di una passione", la crisi economica nel nuovo film di Fabrizio Cattani. Commuove e fa discutere il lavoro di Cattani ispirato alle cronache di questi anni. Dal 2012 più di 800 piccoli imprenditori si sono tolti la vita dopo il fallimento dell'azienda, scrive Giampaolo Visetti l'8 novembre 2016 su “La Repubblica”. Antonio aveva 56 anni e produceva tubi. Due anni fa l'ultimo brindisi con i tre operai: una commessa pubblica, la banca avrebbe aspettato, i soldi per le more chieste da Equitalia li avrebbe trovati. Poi lo Stato non ha pagato ed è finito tutto. Ha provato a fare il meccanico ad Arsiero: 500 euro al mese in nero. Gli è arrivato lo sfratto. La moglie, con i due figli, si è trasferita dalla madre. Lui, in cambio del letto, ha fatto il badante della zia. La sera la famiglia si riuniva ai giardini pubblici di Vicenza: un triangolo di pizza, due parole sui ragazzi e sui libri da pagare per l'università. Alla fine Antonio ha ceduto e si è tolto la vita. Non è stata la disperazione, ma la vergogna. La famiglia e gli amici avevano saputo: anche lui era colpevole di povertà. Nell'Italia della grande crisi, come nel Nordest dei reduci degli "schei", i fallimenti non si perdonano. O ce la fai, o ti togli di mezzo. La selezione della specie, nell'impero del consumo, è spietata. Seicentoventotto piccoli imprenditori suicidi in tre anni, tra il 2012 e il 2015, altri 193 fra gennaio e ottobre. In testa alla classifica, il Veneto. Non sono il fisco, lo Stato e la burocrazia, ad essere sotto accusa, non i grandi e i piccoli evasori che si appellano all'impresentabilità collettiva per giustificare la disonestà individuale. Nel cinema Roma di Vicenza si parla di vulnerabilità personale e di indifferenza istituzionale, della mediocrità che ha conquistato i poteri, di un'esistenza precaria diventata cronica e generale. È una testimonianza, ma pure un omaggio ai caduti anonimi del Paese che non ce la fa. Gente umile e onesta, semplice e normale, spesso anziana, i protagonisti dell'esaurito modello Nordest affondato nei debiti. Inaccettabile, specie nella terra in cui il lavoro e il conto in banca sono il cuore di ogni persona. Ci sono anche i figli di Mario, falegname di Valdagno. Lui è stato ucciso dalla fine dell'amore con la moglie. C'erano l'assegno di mantenimento, un nuovo affitto, altre bollette, le rate per i macchinari, i contributi dei dipendenti. "Ci ha chiesto scusa - dicono - aveva un'assicurazione sulla vita, l'ha fatto per noi". La sala è gremita per l'anteprima di Cronaca di una passione, l'ultimo film di Fabrizio Cattani, con Vittorio Viviani e Valeria Ciangottini. Presenti gli "Angeli della Finanza" e l'ex magistrato Piero Calabrò, presidente dell'Istituto Sdl. Dopo Maternity blues, dedicato alle mamme in carcere per infanticidio, l'opera è già un caso. La prima ragione è l'argomento: l'organizzazione collettiva che pretende la vita di chi non sta al passo con le regole della finanza pubblica. La seconda è la formula: un film autoprodotto da 70mila euro, negato alle grandi sale e affidato a quelle piccole, purché accompagnino la proiezione con dibattiti animati da associazioni e volontari, pronti ad aiutare concretamente le famiglie dei caduti causa crisi. La tournée, dopo Vicenza e Verona, lascerà il fronte Veneto per toccare tutti i campi di battaglia della nazione, a partire dalla Campania. "Il welfare - dice Fabrizio Cattani - da statale si è ridotto a famigliare. Ma in questo modo chi per necessità cade nelle mani delle sanzioni, viene privato anche della dignità, la pena è l'umiliazione inflitta dalle persone care. A un uomo sul lastrico un funzionario pubblico ha suggerito di fingersi pazzo per ottenere un posto riservato ai disabili". Non c'è indignazione, nel multisala. Piuttosto commozione e rimpianto. Ci sono artigiani e piccoli commercianti, industriali e professionisti, i famigliari di chi si è arreso. Conoscono la storia. Anna e Marco, una trattoria, una fabbrica che chiude e i coperti che non sono più quelli di prima. Il debito verso Equitalia schizza a 30mila euro, poi a 50. La loro passione, ma si potrebbe dire il calvario, o la condanna, è questa: il quartiere pignorato, il locale chiuso, l'affidamento a una comunità che dopo quarant'anni divide anche il loro letto matrimoniale. "Ed è sempre quando non servi più - dice Cattani - che la solidarietà salta. Non giudico, ma prendo atto che affetti, buone intenzioni, sostegno e generosità, come il buon senso e il supporto delle istituzioni, scoprono improvvisamente di essere solo parole, o propaganda. Se una comunità scompare nell'attimo cruciale, la sua esistenza è inutile. Non parlo degli evasori, ma degli onesti: nemmeno lo Stato può pignorare la vita". I protagonisti finiscono con i mobili ammassati in un garage preso in affitto. Dormono su un materasso steso davanti ai fornelli, prima di essere cacciati "per esigenze igieniche". Passano la fine dell'anno in albergo. Anna prende le pillole e resta a letto. Marco raggiunge la spiaggia e punta verso le onde. "Non ci spaventano i sacrifici - dice Tiziana - a ucciderci sono i giudizi e il confronto. Dopo 35 anni di fatiche ti svegli e ti convincono che non vali più niente, che hai rubato ciò che non hai mai avuto". Aveva un lavasecco sotto Asiago, adesso è ospite della Caritas. È notte. Finisce di parlare e in sala nessuno fiata. Parte un applauso e basta. Forse proprio il Nordest vuol dire al resto d'Italia che si è vivi anche senza i soldi.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

L'Italia ha sempre nostalgia delle sue rivoluzioni a metà. Dal Risorgimento fino agli "Anni di piombo"» si è coltivato il mito. Danneggiando presente e futuro, scrive Francesco Perfetti, Sabato 18/02/2017, su "Il Giornale". Alle origini, almeno in Italia, ci fu Alfredo Oriani. Proprio lui, il «solitario del Cardello» com'era chiamato, gettò le premesse per una lettura critica della storia italiana che ne sottolineava il carattere di rivoluzione «incompiuta» o «tradita». Nelle sue due opere più famose, La lotta politica in Italia e La rivolta ideale, questo burbero, scontroso, solipsistico intellettuale romagnolo tradusse la propria insoddisfazione per l'esito, a suo parere deludente se non fallimentare, del processo risorgimentale in un sogno profetico: il completamento di quella rivoluzione a opera di una «aristocrazia nuova». Così, senza neppure rendersene conto, Oriani divenne il padre di una «ideologia italiana» che, attraverso manifestazioni diverse, avrebbe attraversato come un mutante tutta la storia italiana del Novecento. A Oriani guardarono, infatti, personaggi di ogni estrazione culturale e politica, di destra e di sinistra, esponenti di una sorta di «sovversivismo intellettuale» germogliato all'insegna del «ribellismo» e dell'illusione nella possibilità di trasformare, grazie all'opera di una «aristocrazia nuova», il mondo reale. Una «cultura politica della rivoluzione», insomma, destinata a diventare il tratto dominante, sia pure sottotraccia, della storia nazionale e che ha finito per bloccare la possibilità di affermarsi di una «cultura politica riformista». Nel suo ultimo e importante saggio dal titolo Ribelli d'Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse (Marsilio, pagg. 418, euro 19,50) lo storico Paolo Buchignani segue un lungo itinerario, tipicamente italiano, che dal Risorgimento giunge fino ai cosiddetti «anni di piombo» e che si sviluppa, appunto, all'insegna di un progetto culturale e politico rivoluzionario. Osserva Buchignani: «Questa cultura politica si manifesta sia come rivoluzione nazionale che come rivoluzione sociale, si declina a destra e a sinistra, nel fascismo e nell'antifascismo, si colora di rosso o di nero, si evolve in sintonia con i tempi e le circostanze, s'inabissa e riemerge, cambia pelle, accentua un elemento o l'altro a seconda dei casi, delle forze politiche, delle situazioni nelle quali si esprime, ma non si snatura». Questa cultura politica della rivoluzione cui fa riferimento Buchignani è camaleontica e tale suo camaleontismo discende dalla necessità di surrogare, in qualche modo con altre prospettive, i fallimenti ricorrenti dell'illusione rivoluzionaria. Ecco, allora, che entra in gioco la categoria del «tradimento della rivoluzione», anch'essa declinata in varie specificazioni, come terreno di coltura della «ideologia italiana». Ed ecco, ancora, che l'intera vicenda storica dell'Italia unita può essere letta all'insegna di questa categoria interpretativa: il Risorgimento, per esempio, ma anche i governi della Destra storica e della Sinistra storica, per non dire del fascismo, della Resistenza e, nel secondo dopoguerra, dei disegni eversivi della destra extraparlamentare, delle pulsioni operaistiche, della contestazione studentesca, del terrorismo brigatista. Il saggio di Buchignani è un contributo importante e maturo della più recente storiografia contemporaneistica italiana poiché mette bene in luce, con un approccio di tipo culturale, il denominatore comune, rappresentato dal «mito rivoluzionario», di esperienze politiche in apparenza profondamente diverse e contrastanti. Un esempio emblematico: il caso di Benito Mussolini e di Piero Gobetti. Buchignani muovendosi lungo la direttrice già individuata da Augusto Del Noce che ne aveva sottolineato la comune matrice culturale idealistica e in particolare gentiliana spiega il rapporto fra i due, e simbolicamente tra fascismo e antifascismo, ricorrendo sia al «mito rivoluzionario» sia alla categoria del «tradimento della rivoluzione». Entrambi erano convinti che la guerra fosse destinata a sfociare in una rivoluzione e in un rinnovamento radicale, ma poi Mussolini divenne, per Gobetti, il rivoluzionario «traditore», colui che, per giungere al potere e per consolidarvisi, sarebbe stato disposto a scendere a compromesso con le forze tradizionali, a cominciare dal giolittismo. Tuttavia, al di là degli esiti storici, fascismo e antifascismo risultano accomunati da una medesima sostanza intellettuale, l'idealismo di stampo gentiliano, e da una medesima categoria culturale e sociologica, il «mito della rivoluzione» cioè, incrinato dalla pratica del «tradimento» politico. Altri esempi, oltre al «Risorgimento tradito», sono quelli del «fascismo tradito», che diventò un Leitmotiv del fascismo movimento contrapposto al fascismo regime, e della «resistenza tradita». Al «fascismo tradito», in fondo, si collega non soltanto la lotta interna, durante gli anni del regime, tra rivoluzionari e conservatori, ma anche la trasmigrazione, nell'immediato secondo dopoguerra, di molti significativi esponenti della sinistra fascista nelle file comuniste, i cosiddetti «fascisti rossi», in nome del recupero delle genuine istanze rivoluzionarie del primo fascismo. Il mito della «resistenza tradita» fu coltivato, invece, per diversi decenni da quelle forze politiche (e dai loro eredi) che, in qualche misura, muovendosi all'insegna dell'idea dell'«unità della resistenza a guida comunista», avevano sempre sostenuto che la resistenza dovesse essere vista come il fatto rivoluzionario per eccellenza della storia dell'Italia unita e che avrebbe dovuto, quindi, produrre un tipo di società e di sistema politico diverso da quello effettivamente realizzato. Furono alfieri e portabandiera di questo mito della «resistenza tradita» gli azionisti di derivazione gobettiana e rosselliana, i socialisti massimalisti del Nenni frontista, certe frange di un liberalismo progressista, tutti in posizione subordinata ai comunisti, egemoni non soltanto di questo vasto schieramento, ma anche dello scenario politico-culturale del Paese grazie al controllo di molti centri nevralgici di produzione della cultura come giornali, case editrici, università e via dicendo. Questo stesso mito venne poi ripreso largamente dal movimento studentesco, dai gruppi extraparlamentari sessantottini e post-sessantottini e utilizzato proprio, in un singolare contrappasso, contro il partito comunista, accusato di aver tradito la resistenza e lo stesso antifascismo con la rinuncia all'idea della rivoluzione antiborghese e anticapitalista. E non è privo di significato che, sulla linea di una contrapposizione al «mondo moderno», abbia potuto maturare persino l'incontro con gruppi della destra radicale ed eversiva. La verità, come si desume dal bel libro di Buchignani, è che, a destra come a sinistra, il cuore pulsante di quella che è stata definita l'«ideologia italiana» è quella che si potrebbe chiamare la visione giacobina della storia con le sue implicite pulsioni di rinnovamento catartico della società e i suoi sogni di creazione di impossibili paradisi in Terra. Questa visione costituisce l'essenza del «mito rivoluzionario»: un mito che la categoria del «tradimento» rende proteiforme e sempre cangiante. E, purtroppo, pericoloso.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

Costituzione, Diritto al Lavoro e Sistema Massonico.

Rapporti tra costituzione italiana e massoneria, secondo Paolo Franceschetti.

Sommario. 1. Premessa. 2. La prima falla: gli organi costituzionali. 3. La seconda falla. Il sistema dei referendum. 4. La terza falla: la Corte Costituzionale. 5. La quarta falla: i valori massonici della costituzione. 6. Il cosiddetto "diritto al lavoro". 7. L'effettivo stato di cose. 8. Effetti della normativa a tutela dei lavoratori. 9. Considerazioni conclusive e di diritto comparato.

1. Premessa. La nostra Costituzione è considerata dalla maggior parte dei costituzionalisti come una legge molto avanzata, fortemente protettiva delle classi deboli e con un bilanciamento quasi perfetto tra i vari poteri. Rappresenta la legge fondamentale per la tutela dei diritti di qualunque cittadino, nonché il parametro di legittimità cui rapportare tutte le altre leggi. All’università questa era l’idea che mi ero fatta sui vari autori, Mortati, Martinez, Barile. Solo da qualche anno ho cominciato a riflettere sul fatto che qualcosa non va nel modo in cui tutti ci presentano la Carta Costituzionale. Vediamo cosa. In effetti la storia (quella vera e non quella ufficiale) ci insegna che la Carta Costituzionale fu voluta dalla massoneria. Oltre due terzi dei padri costituenti erano ufficialmente massoni (e sospetto anche quelli che non lo erano ufficialmente). E la massoneria rivendica a sé altre leggi importanti, come la dichiarazione dei diritto dell’Uomo. Dato che il fine ultimo della massoneria è il nuovo ordine mondiale, riesce difficile pensare che abbiano voluto consegnare ai cittadini, al popolo cioè, una legge che tutelasse davvero tutti, e che non fosse invece funzionale agli interessi massonici. Infatti, leggendo la Costituzione senza preconcetti, e sgombrando il campo da tutte le sciocchezze che ci insegnano all’università, è possibile farsi un’idea diversa della Costituzione. Essa è una legge illiberale, pensata apposta per opprimere i cittadini anzichè tutelarli. Però il punto è che è scritta così bene che è difficile capirne l’inganno. Apparentemente infatti sembra una legge progredita e che tutela i diritti di tutti. Ma la realtà è ben altra. E’ noto infatti che nessuno è così schiavo come quelli che pensano di essere liberi senza sapere di essere schiavi. Ora, la Costituzione è fatta apposta per questo: renderci schiavi, facendoci credere di essere liberi. Purtroppo per capirlo occorre essere molto esperti di diritto, e contemporaneamente conoscere anche la politica, la cronaca, l'economia, ecc.; una cosa impossibile finchè si è giovani, e quindi una preparazione universitaria non è sufficiente per individuare dove stanno le immense falle di questa legge – burla. Bisogna inoltre avere alcune conoscenze del sistema massonico. I laureati in legge quindi escono dall’università senza avere la minima conoscenza del sistema reale, ma avendo a malapena mandato a memoria i pochi libri che hanno letto per gli esami universitari. Vediamo dove stanno queste falle, iniziando dalle meno importanti. Per finire poi occupandoci della presa in giro più evidente, che non a caso è proprio quella contenuta nell’articolo 1 della costituzione.

2. La prima falla. Gli organi costituzionali. Anzitutto nella costituzione sono previste efficaci garanzie per tutti i poteri dello stato meno uno. Sono previste garanzie per il governo, parlamento, la Corte Costituzionale, la magistratura, ma non per i servizi segreti che, come abbiamo spiegato in un articolo precedente, sono l’organo dello stato più potente e il più pericoloso. Quindi i servizi segreti possono agire fuori da coperture costituzionali. Ciò ha una duplice valenza a mio parere, una giuridica e una psicologica. Dal punto di vista giuridico infatti questa mancanza consente ai servizi di operare nell’illegalità. Dal punto di vista psicologico, invece, tale omissione fa sembrare i servizi segreti quasi una sorta di organo secondario che svolge ruoli di secondo piano per il funzionamento della Repubblica; si dà al lettore, allo studioso di legge, e all’operatore del diritto in genere, l’impressione che essi non siano in fondo così importanti; allo stesso tempo ci si assicura che nessuno studente approfondirà mai la figura dei servizi dal punto di vista giuridico, cosicchè ogni laureato esce dall’università con un’idea solo immaginaria e fantastica di questo organo dello stato, quasi come fosse inesistente, da relegare nelle letture romanzesche dell’estate o dei film di James Bond, e non uno dei poteri più importanti del nostro stato, con un numero di dipendenti da far impressione a una qualsiasi altra amministrazione pubblica.

3. La seconda falla. Il sistema dei referendum. Un'altra mancanza gravissima è quella del referendum propositivo. Il referendum, che è un istituto importantissimo per la sovranità popolare, può solo abrogare leggi esistenti, ma non proporle. Il che, tradotto in parole povere significa che se con un referendum è stata abrogata una legge, il parlamento può riproporla tale e quale, oppure con poche varianti, solo per prendere in giro i cittadini a fingere di adeguarsi alla volontà popolare. Una presa in giro bella e buona.

4. La terza falla: la Corte costituzionale. Un’altra immensa presa in giro è il funzionamento della Corte Costituzionale. Tale organo dovrebbe garantire che le leggi siano conformi alla Costituzione, annullando le leggi ingiuste. Il problema è che il cittadino non può ricorrere direttamente contro le leggi ingiuste. E questo potere non ce l’hanno neanche i partiti o le associazioni di categoria. Per poter arrivare ad una dichiarazione di incostituzionalità di una legge infatti è previsto un complesso sistema per cui bisogna dapprima che sia instaurato un processo (civile o penale); dopodiché occorre fare una richiesta al giudice che presiede il processo in questione (che non è detto che la accolga). In gergo tecnico questo sistema si chiama “giudizio di rilevanza costituzionale effettuato dal giudice a quo”; in gergo atecnico e popolare potremmo definirlo “sistema per paralizzare la giustizia costituzionale”. Ne consegue che è impossibile impugnare le leggi più ingiuste, per due motivi:

1) o perché per qualche motivo giuridico non è possibile materialmente instaurare il processo (ad esempio: non è possibile impugnare le leggi che prevedono gli stipendi e le pensioni dei parlamentari; non è possibile impugnare le leggi elettorali; non è possibile impugnare le leggi con cui la Banca d’Italia è stata di fatto privatizzata);

2) o perché – anche quando le legge è teoricamente impugnabile - il cittadino non ha nessuna voglia di instaurare un processo per poi andare davanti alla Corte Costituzionale. Ad esempio; ipotizziamo che un cittadino voglia impugnare l’assurda legge che prevede che ogni professionista debba versare allo stato il 99 per cento del reddito dell’anno futuro, per incassi ancora non percepiti; in tal caso bisogna dapprima rifiutarsi di pagare (quindi commettere un illecito); poi occorre aspettare di ricevere la cartella esattoriale da parte dell’agenzia delle entrate con le relative multe e sovrattasse; e solo dopo queste due mosse si poi impugnare la cartella, peraltro senza nessuna certezza di vincere la causa. Se invece si volesse impugnare l’assurda legge sul falso in bilancio prevista dagli articoli 2621 e ss. Cc. (legge chiaramente incostituzionale perché rende di fatto non punibile questo reato, con la conseguenza che chi ruba una mela in un supermercato rischia diversi anni di galera, mentre chi ruba qualche milione di euro da una grande azienda non rischia quasi nulla), la cosa diventa praticamente impossibile, perché prima commettere il reato, poi occorre aspettare di essere processati per quel reato, e che in tale processo colui che impugna sia parte in causa. Una follia!

A tutto ciò occorre aggiungere i rilevanti costi di un giudizio davanti alla Corte, tali da scoraggiare qualunque cittadino con un reddito medio. La conseguenza è che la Corte Costituzionale si occupa in genere della costituzionalità delle leggi più stupide, ma i cittadini sono impotenti di fronte ai fatti più gravi. E il risultato finale è che la Corte Costituzionale sostanzialmente ha le mani completamente legate contro le leggi più ingiuste e più gravemente lesive dei diritti del cittadino.

5. La quarta falla: i valori massonici introdotti dalla Costituzione. Ci sono poi altre lacune molto gravi come quella relativa alla possibilità per lo stato di espropriare beni dei cittadini senza corrispondere il valore di mercato. Ma l’aspetto più grave della nostra Costituzione, e allo stesso tempo anche quello più difficile da percepire, è relativa ai valori tutelati dalla Costituzione. Ci raccontano sempre che la Costituzione tutela la persona umana. Ma è falso, perché in realtà a ben guardare essa mortifica la persona umana relegandola a poco più che uno schiavo. Vediamo perché.

6. Il cosiddetto diritto al lavoro. Il perché è in realtà sotto gli occhi di tutti, messo in modo plateale, bene evidenziato già nell’articolo 1 della Costituzione, ove è detto che: “la repubblica italiana è fondata sul lavoro”. Nessuno si sofferma mai a riflettere sull’assurdità logica, giuridica, e filosofica, di questa norma. Cosa significa che una repubblica è fondata sul lavoro? Nulla. Giuridicamente una repubblica si fonda su tante cose. Sulla legalità. Sulla giustizia. Sull’equilibrio dei diritti. Sul rispetto delle leggi. Sull’equilibrio tra poteri dello stato. Ma non si fonda, né dovrebbe fondarsi, sul lavoro. Non a caso credo che il nostro sia l’unico caso al mondo di una Costituzione che abbia messo il lavoro all’articolo 1, tra i fondamenti della Repubblica. Non a caso neanche repubbliche dittatoriali come la Cina o la Russia contengono una disposizione tanto demenziale. L’idea di uno stato fondato sul lavoro è infatti una sciocchezza per vari motivi. Prima di tutto perché ciò presuppone che il giorno che venga trovato un modo per far avere a tutti, gratuitamente, cibo e un tetto, e la gente fosse dispensata dal lavorare, lo stato dovrebbe crollare. Il che ovviamente è giuridicamente un non senso. Quindi il primo dei presupposti errati di questa norma è proprio quello giuridico. In secondo luogo perché se la repubblica fosse fondata sul lavoro, ne deriverebbe che i soggetti peggiori della società sarebbero i preti, i monaci e le suore di clausura, il Papa, il Dalai Lama, gli asceti, coloro che vivono di rendita, chi si dedica solo al volontariato, i politici (la maggior parte dei quali non ha mai lavorato in vita sua) ecc. L’articolo 1 della nostra Costituzione si apre insomma con un concetto assurdo, ma straordinariamente nessuno ne ha rilevato il non senso. Anzi, autori come Mortati (il costituzionalista più famoso) hanno addirittura plaudito a questo articolo. La nostra Costituzione poi prosegue con altri articoli dedicati al lavoro, e tutti inevitabilmente basati su presupposti teorici sbagliati. Il lavoro infatti è considerato un diritto. Ma riflettendoci bene, il lavoro non è un diritto.

Il lavoro è – o dovrebbe essere - una libera scelta per esplicare la propria personalità.

Il lavoro è un dovere per coloro che non hanno abbastanza denaro per vivere.

Il lavoro è poi una scelta di vita, in quanto dovrebbe essere l’espressione della personalità del soggetto.

Chi ama dipingere vivrà di pittura; chi ama la giustizia cercherà di fare il giudice o l’avvocato; chi ama i soldi cercherà di lavorare in banca e così via. Ma ben possono esserci scelte alternative altrettanto nobili. Basti ricordare che le più grandi religioni del mondo si basano sulla figura dei loro fondatori, che non erano certamente lavoratori e che i primi discepoli di queste persone tutto erano tranne che lavoratori. Cristo non era un lavoratore e i anche i discepoli non erano tali; o meglio, lo erano proprio finchè non hanno incontrato Cristo. La stessa cosa vale per Budda e i suoi discepoli che erano dei mendicanti, e tutt’oggi i monaci buddisti vivono sempre di carità. Una persona che accudisce i propri figli e fa vita solo casalinga non fa una scelta meno nobile di un dipendente delle poste, o di un funzionario di banca, o di un magistrato o un avvocato (che spesso passa la vita a dirimere questioni condominiali e cause assicurative, cioè occupandosi di cose infinitamente meno nobili dell’educazione di un figlio). Ricordiamo poi che la maggior parte dei politici non ha mai lavorato in vita sua. D’Alema e Bertinotti, che difendono i diritti dei lavoratori, non hanno mai lavorato né hanno mai creato veramente lavoro (al di fuori di quello delle cooperative rosse che serviva e serve per mantenere i partiti di sinistra). Quindi il concetto del lavoro come diritto, e come fondamento della Repubblica, non sta in piedi né filosoficamente né giuridicamente, né dal punto di vista logico. E’ una delle balle giuridiche più colossali che ci abbiano mai raccontato. A questo punto occorre capire perché al lavoro è stata data un’importanza così grande, introducendo nella Costituzione dei concetti falsi e che non hanno alcune attinenza con la realtà.

7. L’effettivo stato di cose. Il reale significato delle norme sul lavoro previste dalla nostra Costituzione possono essere capite se si conosce il meccanismo effettivo con cui il nostro sistema massonico funziona. Il sistema massonico funziona, effettivamente sul lavoro. Il lavoro è infatti il grosso problema della società attuale. Se voi chiedete a qualcuno qual è la più grande preoccupazione oggi, in Europa, vi diranno: il lavoro. Non c’è lavoro. Cosa promette un politico in cambio di voti? Un lavoro. Perché la mafia al sud è tenuta in considerazione più dello Stato? Perché dà lavoro. Perché la maggior parte delle persone, oggi, è spinta ad entrare in massoneria? Per cercare lavoro o per aumentare quello che ha. Se non ti allinei alle direttive del sistema qual è la punizione più immediata che subisci? La perdita del lavoro. Perché un magistrato copre un omicidio, un poliziotto non indaga, un dipendente pubblico commette una scorrettezza, un giornalista non pubblica una notizia importante? Perché altrimenti perdono il lavoro. Perché si danno le mazzette per avere gli appalti? Perché altrimenti l’appalto non ti viene assegnato (ovverosia non hai lavoro). Perché la maggior parte della gente non sa cosa è il signoraggio, cosa sono le scie chimiche, cos’è la massoneria? Perché la TV non informa su questo, per informarsi da soli ci vuole troppo tempo, e la gente non ha tempo perché “deve lavorare”. In altre parole, il lavoro, con i suoi perversi meccanismi per il suo mantenimento, è lo strumento che viene usato dai poteri occulti e dalla politica per poter piegare i cittadini. In tal senso, allora, l’articolo 1 è perfettamente coerente col sistema attuale e allora acquista un senso. La repubblica (massonica) si fonda sul lavoro. In altre parole l’articolo 1 dovrebbe più correttamente essere letto in questo modo:

L’Italia è una repubblica massonica, fondata sul lavoro, e il potere massonico, per mantenersi, ha bisogno di gente che sgobbi 12 ore al giorno senza mai alzare la testa per pensare, altrimenti capirebbe l’inganno in cui la teniamo.

8. Effetti della normativa a tutela dei lavoratori. A questo stato di cose si sono aggiunte le leggi che proteggono il lavoratore a scapito del datore di lavoro. Queste leggi sono l’attuazione dell’articolo 4 della Costituzione, che dice espressamente che “la repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che favoriscono il loro diritto”. Il risultato delle leggi che hanno promosso la condizioni che favoriscono i diritti dei lavoratori è sotto gli occhi di tutti: l’impossibilità per il lavoratore di licenziare in tronco il lavoratore sgradito (anche se ha rubato, se è un nullafacente, ecc.), nonché la nostra demenziale politica fiscale, che ci fa pagare tasse anche per l’aria che respiriamo, hanno prodotto lavoro in nero, stipendi ridicoli, e lo sfruttamento sistematico di intere categorie di lavoratori da parte dei datori di lavoro. Questa normativa ha raggiunto il risultato esattamente contrario a quello programmato dall’articolo 4; infatti danneggia il lavoratore, perché distorce il rapporto di forza tra lavoratori e datori di lavoro. Mi spiego. Il rapporto di lavoro dovrebbe essere basato sulla parità delle parti. Io lavoratore ho bisogno di lavorare per vivere; ma anche tu, datore di lavoro, hai bisogno del lavoratore altrimenti la tua azienda non funziona. Il sistema di leggi che riguardano il mondo del lavoro invece, tassando dissennatamente gli imprenditori, facendo mancare il lavoro ovunque grazie alla crisi, e impedendo il licenziamento arbitrario, ha prodotto come risultato un sistema in cui la gente va a mendicare il lavoro da datori di lavoro che il più delle volte lo concedono come se fosse un favore; favore di cui i lavoratori devono ringraziare, spesso facendosi umiliare pur di non perdere il lavoro, subendo ricatti sessuali e non, ecc. La corruzione nei concorsi pubblici, volta a selezionare non i migliori, ma i più corrotti e i più raccomandati in tutti i settori della vita pubblica, nella magistratura, in polizia, negli enti pubblici, ecc., ha portato come ulteriore conseguenza una classe di lavoratori demotivata; la maggior parte di essi infatti non hanno scelto il lavoro in base alle loro capacità, ma in base ai posti che ha reso disponibile il sistema. Il risultato di questa politica del lavoro durata nei decenni è la perdita di dignità di tutte le categorie di lavoratori, anche di quelle dirigenziali. Ovverosia:

- la maggior parte dei lavoratori fa lavori che non sono adatti a loro;

- la maggior parte dei lavoratori accetta di essere sottopagata;

- la maggior parte dei lavoratori pur di lavorare accetta anche umiliazioni e trattamenti disumani;

- spesso si sente dire “non ho lavoro, quindi non ho dignità”; i valori massonici del lavoro infatti hanno instillato nella gente l’idea che un disoccupato non abbia dignità: a ciò contribuisce anche il demenziale detto, accettato da tutti, che “il lavoro nobilita l’uomo”; brocardo che non so chi l’abbia inventato, ma certamente doveva essere un imbecille.

- poliziotti, carabinieri, magistrati, fanno il loro lavoro non per missione di vita, come dovrebbe essere, ma dando la prevalenza allo stipendio, ai problemi di mobilità, di avanzamento di carriera, ecc.

- i datori di lavoro sono costretti dalla dissennata legislazione italiana ad assumere lavoratori in nero, sottopagarli, ecc.

- Nella massa delle persone si instillano concetti distorti; ad esempio non è raro sentir lodare una persona con la frase “è un gran lavoratore, lavora tutti i giorni anche dodici ore al giorno” come se questo fosse un pregio. E ci si dimentica che chi lavora dodici ore al giorno non ha tempo per i figli, per riflettere, per evolvere. Anche Pacciani, infatti, per dare di sé un’immagine positiva, al processo sul mostro di Firenze disse che era “un gran lavoratore”. Tutto questo sistema fa si che il cittadino sia un docile e remissivo strumento del sistema in cui viviamo, ove la frusta è stata sostituita dallo spauracchio della perdita del lavoro.

9. Considerazioni conclusive e di diritto comparato. In conclusione, la nostra Costituzione è organizzata e strutturata in modo molto abile, per favorire l’illegalità e l’ingiustizia, grazie ai suoi principi e alle sue lacune, difficilmente riscontrabili ad una prima lettura. Tra i vari partiti politici e i costituzionalisti, non mi risulta che nessuno abbia mai rilevato questo stato di cose, ad eccezione della Lega Nord, che nel 1993 aveva fatto una proposta di modifica dell’articolo 1 per cambiarlo in: L’Italia è una repubblica democratica basata sul mercato e sulla solidarietà. Ovviamente la proposta è stata contestata dalla sinistra. Perché si sa. La sinistra è a favore di lavoratori. E infatti il risultato della politica di sinistra si è visto nei pochi anni in cui abbiamo avuto governi di questo colore. Uno sfascio se possibile anche peggiore di quello di destra, perché in effetti il più acerrimo nemico dei lavoratori, in questi decenni, non è stata la destra, ma la sinistra. In compenso, anche la costituzione del Sudafrica è più progredita della nostra, ove il diritto al lavoro non compare, ma compaiono invece la tutela della dignità umana e compare il diritto dei datori di lavoro. In altre parole l’Italia è seconda anche a stati che, culturalmente, in teoria dovrebbero essere più arretrati di noi. L’articolo 1 della Costituzione del Sudafrica (all. 4), molto più avanti del nostro, recita: La costituzione del Sudafrica provvederà all’istituzione di uno Stato sovrano, di una comune cittadinanza sudafricana e di un sistema di governo democratico, mirante a realizzare l’uguaglianza tra uomini e donne e fra genti di tutte le razze. Tra gli stati europei, invece, sarebbe sufficiente citare il caso della Spagna. La Spagna ha in gran parte mutuato dal nostro sistema i principi giuridici più importanti. Tuttavia, non a caso, l’articolo 1 della Costituzione spagnola non fa cenno al lavoro e dichiara di fondarsi – molto più intelligentemente di noi – su libertà, giustizia e uguaglianza. Infatti, mi disse un professore universitario di Lima, che aveva la docenza anche in Spagna, un certo Juan Espinoza Espinoza: in Spagna nessuno si prostituisce per avere un semplice posto da portiere o da cameriere, come da voi. Da voi occorre essere raccomandati anche per avere un lavoro a termine per sei mesi alle poste. Non a caso da loro il lavoro è collocato all’articolo 35, che dice il contrario di quanto dice la nostra Costituzione: tutti i lavoratori spagnoli hanno il dovere di lavorare e il diritto alla libera scelta di una professione o di un mestiere. E non a caso nel campo di concentramento di Auscwitz compariva una scritta all’entrata: arbeit macht frei. Il lavoro rende liberi. Più o meno lo stesso concetto contenuto nell’articolo 1 della nostra Costituzione.

UNA COSTITUZIONE CATTO-COMUNISTA.

Le tre anime dell’Italia da cui nacque la Costituzione, scrive il 25 settembre 2016 Dino Messina su "Il Corriere della Sera". Mentre la Commissione dei 75, il collegio di esponenti dell’Assemblea costituente incaricato di redigere la Costituzione, discuteva sulle possibili composizioni del Senato, sul “Corriere della sera” si svolgeva un dibattito parallelo tra i rappresentanti dei partiti. Uno degli articoli cruciali, pubblicato come fondo del “Nuovo Corriere della sera” del 17 gennaio 1947 fu quello di Tomaso Perassi, eletto delle liste del Partito repubblicano, ma soprattutto docente di diritto internazionale all’università di Roma e segretario della Commissione dei 75. Assieme a un altro giurista di formazione liberale, Meuccio Ruini, presidente della Commissione, Perassi era in quel momento uno dei personaggi chiave della Costituente. Nell’articolo intitolato “Come sarà il Senato”, il professore che sarebbe entrato a far parte nel 1955 della prima Corte costituzionale, spiegava in poche parole che era stata scartata l’ipotesi di fare del Senato una camera in cui fossero rappresentate le diverse professioni e categorie sociali. Il ricordo della corporazioni fasciste era troppo recente, sicché si era stabilito di optare per una semplice rappresentanza su base regionale. Con un terzo dei senatori nominati dalle assemblee delle singole regioni e il resto dai consiglieri dei Comuni (ipotesi troppo macchinosa e quindi scartata) o meglio a suffragio universale. L’idea era che si volesse dare pari dignità alle due Camere, sicché alla fine si optò per una rappresentanza elettiva a suffragio universale in circoscrizioni regionali. L’unica differenza del Senato rispetto alla Camera sarebbe stata l’età per essere eletti (40 anni) e per votare (25) e la composizione (315 senatori contro 630 deputati). Come ha osservato Carlo Ghisalberti nella sua “Storia costituzionale dell’Italia” (Laterza), la Carta fondamentale della Repubblica italiana risente fortemente del suo tempo: dopo un ventennio di dittatura fascista e il ricordo della prepotenza di certi esecutivi anche in età liberale, la priorità era il garantismo delle istituzioni, magari a scapito dell’efficienza. Ne è venuta fuori una Costituzione che nell’equilibrio dei poteri, tra presidente della Repubblica, governo, presidente del Consiglio e parlamento, attribuisce le maggiori prerogative a quest’ultimo.

Una Costituzione figlia del suo tempo e forse proprio per questo una grande Costituzione. Il 2 giugno 1946, quando gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica (vinse la Repubblica con oltre il 54 per cento dei suffragi) votarono contemporaneamente anche per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. Un’assemblea che, alleggerita della scelta istituzionale e anche della funzione legislativa, temporaneamente attribuita al governo, potè dedicarsi nei 18 mesi successivi alla stesura e all’approvazione della Carta fondamentale dello Stato. I tre maggiori partiti che si affermarono alle elezioni della Costituente del 1946 erano del tutto estranei alla tradizione liberale del Risorgimento. Lo era la Democrazia cristiana, con i suoi 207 deputati e il 35 per cento dei suffragi, il Partito socialista (allora Psiup) con 115 deputati (20,7 per cento) e il Pci con 104 deputati e il 18,9 per cento dei voti. Tuttavia i partiti maggioritari, cattolico e marxisti, non soffocarono le istanze dei partiti di ispirazione liberale, in particolare il gruppo dell’Unione democratica nazionale, con 41 rappresentanti (6,8 per cento), il Pri (23 deputati, 4,4 per cento) e il PdA (7 deputati, 1,5 per cento).

Così la nostra Costituzione repubblicana è un compromesso tra queste tre anime (cattolica, marxista e liberale). Già nell’articolo 1, attribuito a una trovata di Amintore Fanfani, che riuscì a trasformare in “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” la frase di netta impronta marxista che voleva il nostro Paese “repubblica dei lavoratori”, è visibile il compromesso fra le due anime maggioritarie della Costituente. Ma se si guardano i vari articoli, in alcuni emerge l’impronta cattolica, in altri quella socialcomunista, in altri ancora quella liberale e garantista. Il riconoscimento dei Patti lateranensi, stipulati nel febbraio 1929 tra il Vaticano e lo Stato fascista, venne sancito dall’articolo 7 approvato nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1947 durante una clamorosa votazione che aveva visto schierarsi a favore della Dc e del Vaticano il Partito comunista di Palmiro Togliatti. L’accettazione dei Patti lateranensi da parte dei Pci, maturata anche grazie agli uffizi di monsignor Giuseppe De Luca che fece da tramite diretto tra il Vaticano e Togliatti, venne giudicata di importanza pari alla “svolta di Salerno”, con cui nel 1944 il Pci riconobbe il governo Badoglio. Tuttavia fu un successo del partito cattolico, che impose la sua impronta, come ben riportato anche negli articoli de “Il nuovo Corriere della sera” del 18, 27 e 29 aprile, anche sulle disposizioni riguardanti la famiglia, definita “società naturale fondata sul matrimonio” e in quelle sulla scuola, con la salvaguardia degli istituti di impostazione cattolica. Durante le votazioni degli articoli riguardanti la famiglia, per l’assenza di molti deputati democristiani, i cattolici non riuscirono a inserire il concetto di “indissolubilità” del matrimonio. Una vittoria dei partiti laici che nel 1970 avrebbe favorito l’ter per l’introduzione del divorzio. “Chiara espressione delle esigenze e delle idealità del movimento operaio – ha scritto Ghisalberti – sono, invece, quelle affermazioni di principio e quelle disposizioni che tendono a dare al testo un contenuto sociale avanzato…. La carta italiana del 1948…, imitando le costituzioni europee più recenti” affermava l’intervento dello Stato per la promozioni delle classi più deboli: dal diritto al lavoro alle molte disposizioni tese a superare l’individualismo ottocentesco. L’impronta liberale, infine, si vide soprattutto nell’attenzione alle garanzie e agli equilibri riguardanti i poteri dello Stato, negli articoli sulla libertà di stampa o in quelli sull’indipendenza della magistratura.

La commissione dei 75 lavorò sino al primo febbraio 1947, poi la parola passò all’assemblea. La Costituente, che si era insediata il 25 giugno 1946 e che il 28 aveva eletto Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato, ebbe due proroghe: la prima al 21 giugno 1947, la seconda al 31 dicembre. La Costituzione fu approvata il 22 dicembre 1947, promulgata il successivo 27 dicembre ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Una copia venne affissa in ogni Comune d’Italia. Come ognuno può vedere la nostra Costituzione non ha preamboli. Giorgio La Pira avrebbe voluto in poche righe un riferimento a Dio, sull’esempio della Costituzione americana, ma l’assemblea bocciò la sua proposta. “Il nuovo Corriere della sera del 25 dicembre” a pagina 3 salutò la fine dei lavori dell’assemblea costituente con un articoletto in cui si riportava i versi dal sapore goliardico dell’onorevole Paolo De Michelis: “Si è alla fine – finalmente – del lavoro costituente – con dolore di Colitto che non stette un giorno zitto – e dei vari Condorelli, dei Codacci Pisanelli – e di alcun che addirittura – una piccola pretura – vuole far del Parlamento per suo vano ciarlamento”. Dino Messina

“Fondata sul lavoro”. Il compromesso alla base della nostra Costituzione, scrive il 19 settembre 2017 Dino Messina su "Il Corriere della Sera". Dei 139 articoli che compongono la Costituzione repubblicana, entrata in vigore il primo gennaio 1948, quasi settant’anni fa, il più controverso è il primo. Intorno all’articolo 1 nei mesi di accesa discussione della prima sottocommissione della Commissione dei 75, incaricata di redigere il testo da presentare all’assemblea costituente, si misurarono le migliori menti politiche e alcuni valenti giuristi dell’epoca. La discussione continuò in sede plenaria fino a giungere alla sintesi che ancora oggi divide e lascia insoddisfatta una parte della cultura politica italiana. Il testo, che ognuno di noi conosce a memoria, è il seguente: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Un testo di una chiarezza e di una concisione esemplari in cui si trovò il compromesso fra le tre culture politiche: la marxista, la cattolica e la liberale. In realtà il compromesso lasciò pienamente (o quasi) soddisfatti comunisti e democristiani, mentre i liberali fecero buon viso a cattiva sorte. Una insoddisfazione la cui eco arriva sino ai giorni nostri, anche sulle colonne del nostro giornale, per esempio negli interventi di Angelo Panebianco e Sergio Romano. In risposta a un lettore che chiedeva lumi, Romano scrisse il 24 ottobre 2012 che nella scelta ideologica dietro l’articolo 1 c’era “più continuità che rottura”. Se la Repubblica era fondata sul lavoro in fondo anche il fascismo all’origine si proponeva come un patto tra produttori. In realtà, sosteneva Romano, “le Costituzioni sono tanto più utili quanto più si concentrano sulle istituzioni, sui loro compiti e sul loro funzionamento. Oggi per di più quell’articolo è diventato involontariamente ironico. Il lavoro continua a essere la migliore misura della dignità di una persona, ma esiste una parte importante della classe politica del Paese che al lavoro preferisce il vitalizio, la sinecura, la poltrona, la tangente, il malaffare, lo scambio di favori e quella pioggia di benefici che molti eletti, per esempio, hanno distribuito a se stessi. Non giova alla credibilità di una Costituzione, ormai invecchiata, cominciare con parole che suscitano nel lettore un amaro sorriso”. Angelo Panebianco in un intervento del 22 marzo 2011 aveva messo l’accento oltre che sul termine lavoro anche sulla parola democrazia. Democrazia e libertà non sono termini equiparabili, la liberaldemocrazia è diversa dalla democrazia socialista, argomentava in sostanza il politologo, rimpiangendo come un atto mancato quello di non aver sostituito il termine libertà al posto del lavoro. A ricondurre nei termini storici e teorici la questione dell’articolo 1, che sarà affrontata il 27 settembre alle 17 anche nell’incontro milanese a Palazzo Marino da Sabino Cassese, Simona Colarizi e Luciano Fontana, c’è un saggio di Nadia Urbinati appena edito da Carocci. Il volume, “Art.1 Costituzione italiana” (pagine 144, euro 13), fa parte di una serie dedicata ai dodici principi fondamentali che introducono la nostra Carta fondamentale. La costruzione dell’articolo 1, cui collaborarono tra gli altri il socialista Lelio Basso, il democristiano Giuseppe Dossetti, il liberale Roberto Lucifero, partì da una proposta del leader comunista Palmiro Togliatti, che voleva fortemente la dizione “Repubblica dei lavoratori”, un chiaro riferimento alle repubbliche socialiste. Dopo gli interventi di Giorgio Amendola, Nilde Iotti, Ruggero Grieco; Renzo Iaconi, Aldo Moro, fu Amintore Fanfani a trovare la sintesi del testo che oggi conosciamo. A esprimere la propria soddisfazione per il compromesso raggiunto furono lo stesso Togliatti e il cattolicissimo Giorgio La Pira, il quale sino all’ultimo giorno della discussione si battè senza successo per inserire un preambolo che certificasse l’ispirazione cristiana della Costituzione. Non meno qualificato e composito era il gruppo degli scontenti, che comprendeva anche esponenti della sinistra. Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione, ironizzò nella seduta del 4 marzo 1947 sull’espressione “fondata sul lavoro”: “Coloro che vivono senza lavorare o vivono alle spalle degli altri saranno ammessi come soggetti politici?”. Chi condusse la più dura (e inutile) battaglia contro l’articolo 1 fu il liberale Roberto Lucifero, che si espresse così sempre nella seduta del 4 marzo: “Di fronte alla Costituzione i cittadini sono cittadini; i lavoratori sono lavoratori in quello che riguarda questa loro particolare attività nella vita sociale, che deve essere tutelata, difesa, protetta…; ma però quando vanno a votare anche i lavoratori vanno a esercitare una funzione di cittadini, non di lavoratori”. Echi di questa polemica sono giunti, come detto, sino ai nostri giorni, per esempio nelle posizioni del Gruppo Milano fondato dal politologo Gianfranco Miglio. Secondo Nadia Urbinati invece dall’espressione “fondata sul lavoro” “emergono un universalismo e un principio di inclusione e di accoglienza le cui potenzialità sono enormi e non sufficientemente sottolineate e apprezzate”. Un articolo, dunque, proiettato nel futuro e ancora oggi fertile. Non un reperto un po’ vetusto, non da riformare ma da tollerare, come ebbe a scrivere Giovanni Sartori. Dino Messina

Articolo 7, lo scandalo dei Patti lateranensi in Costituzione, scrive il 28 settembre 2017 Dino Messina su "Il Corriere della Sera". L’accoglimento dei Patti lateranensi nella nostra Costituzione fu la pietra dello scandalo non soltanto negli ambienti della sinistra ma anche nel fronte moderato. Con l’approvazione dell’articolo 5 (futuro articolo 7) con 350 voti a favore e 139 contrari nella seduta della Costituente la notte fra il 25 e il 26 marzo 1947, il Vaticano riportò una clamorosa vittoria e vennero poste le basi di quel compromesso fra cattolici e comunisti la cui eco si riverbera sino ai nostri giorni. Il tema della libertà religiosa e dei rapporti con la Santa Sede si era imposto all’attenzione dei Costituenti già dal novembre 1946. Trascurata negli anni della Resistenza, a parte l’opuscolo di Artuto Carlo Jemolo del 1943, “Per la pace religiosa in Italia”, la questione si era fatta incandescente nei primi mesi del 1947. Papa Pio XII seguiva con grande attenzione la discussione e aveva chiesto a padre Giacomo Martegani, il gesuita direttore della “Civiltà cattolica”, di elaborare tre ipotesi di Costituzione: una desiderabile, che prevedeva oltre al riconoscimento del cattolicesimo quale religione di Stato anche un’ipoteca sulla confessione di futuri Capi di Stato, i quali non avrebbero potuto fare dichiarazioni di agnosticismo; una accettabile; e una non accettabile. Naturalmente il testo del think-tank gesuitico rimase a lungo segreto, mentre si svolgeva quasi alla luce del sole il via-vai tra i vari rappresentanti dei partiti e dei maggiorenti politici e il Vaticano. Il leader comunista Palmiro Togliatti, soprattutto nei giorni precedenti la votazione, aveva trovato il mediatore di fiducia in don Giuseppe De Luca, che riferiva a monsignor Giovanni Battista Montini. Giuseppe Dossetti, uno dei “professorini” cattolici che tanta parta ebbe nella redazione della Costituzione e che alla fine riuscì a imporre l’inserimento nella Carta fondamentale dell’articolo 7, per dialogare con la segreteria di Stato si affidava a monsignor Angelo Dell’Acqua. C’era, insomma, un via vai continuo tra le due sponde del Tevere. Un traffico dovuto anche alla crescente rilevanza diplomatica che il Vaticano aveva assunto in quella fase storica che vedeva l’Italia, sconfitta in guerra e isolata, debolissima al tavolo delle trattative di pace. Mentre la Santa Sede tesseva soprattutto con gli Stati Uniti relazioni favorevoli all’Italia. Vale la pena ricordare che anche all’interno della Democrazia cristiana non c’era accordo. Alcide De Gasperi e Mario Scelba, il cui cattolicesimo non faceva velo al loro fermo antifascismo, non credevano per esempio che inserire i Patti lateranensi in Costituzione fosse la soluzione migliore. Era troppo per chi come De Gasperi aveva subito due volte la galera e nel ventennio si era dovuto accontentare di un anonimo posto di bibliotecario in Vaticano, vedere riconosciuto in Costituzione uno dei successi e degli atti firmati personalmente da Benito Mussolini. Alla fine il leader della Dc si adeguò alla scelta della Prima commissione dei 75, dopo che erano abortite anche le proposte di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, e di Palmiro Togliatti. Quest’ultimo aveva proposto la seguente formula: “I rapporti fra Stato e Chiesa sono regolati in termini concordatari”, mentre De Nicola aveva fatto un passo ulteriore: “I rapporti tra Stato e Chiesa continueranno a essere regolati in termini concordatari”. Nessuna delle due formule piacquero alla segreteria di Stato vaticana, invece favorevole alla formula proposta da Dossetti approvata in quella fatidica notte del 25 marzo, all’1,30: “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. Cosicché sino al 1984, quando Bettino Craxi promosse la revisione del Concordato, abbiamo avuto una Costituzione che aveva una enorme contraddizione al suo interno: all’articolo 3 diceva che i cittadini sono uguali davanti alla legge a prescindere dal credo religioso, mentre all’articolo 7, con il rimando al Patti lateranensi, riconosceva il cattolicesimo quale religione di Stato. Una contraddizione evidenziata subito il 20 marzo dal fine giurista Piero Calamandrei, relatore tecnico sulla questione assieme a Giuseppe Dossetti. “Si introducono di soppiatto – disse Calamandrei – norme che sono in urto con altri articoli della Costituzione stessa”. Il riferimento era anche all’articolo 8, che al primo comma recita: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”. Da una dichiarazione di Giancarlo Pajetta in quella stessa seduta (“la formula di Cavour, libera Chiesa in libero Stato, non è superata”) sembrava che anche i comunisti fossero contrari alla formula proposta da Dossetti, invece il 25 marzo, tra la costernazione di molti, Palmiro Togliatti dichiarò che in nome della pace religiosa avrebbe votato come De Gasperi. Il capo comunista non voleva lasciare ai democristiani la palma di difensori della pace religiosa. Togliatti, da quel grande stratega che era, aveva in mente il rapporto con le masse cattoliche. Il socialista Pietro Nenni, che come tutti i suoi votò contro, come del resto gli azionisti, i demolaburisti, i repubblicani, parte dei liberali, il giorno dopo annotò con arguzia e lucidità nel suo diario: “E’ cinismo applicato alla politica. Non è il cinismo degli scettici ma di chi ha un obiettivo. E’ la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla Chiesta e ai cattolici”. Anche tra i comunisti ci fu chi, come il latinista Concetto Marchesi e Teresa Noce, disobbedì agli ordini del capo e votò contro. La cultura laica uscì sconfitta sull’articolo 7. E ciò è testimoniato anche dalle dichiarazioni di alcune grandi personalità del mondo prefascista, come quella resa da Francesco Saverio Nitti, che in nome dei vantaggi politici dell’accordo, dichiarò: “Io, contrario, voterò a favore”. Il Partito liberale aveva lasciato libertà di coscienza ai propri deputati, ma Benedetto Croce, portabandiera e più alto rappresentante del pensiero liberale italiano, coraggioso estensore nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti, tenne a chiarire la sua posizione in una lettera al “Corriere della sera” del 29 marzo. Il filosofo, che aveva potuto partecipare alla votazione per un malessere fisico, volle ricordare agli italiani la sua posizione. Il suo credo laico non aveva mai tentennato, come invece accadde a Nitti. Scrisse Croce: “Io parlai alla Costituente nel modo più chiaro contro l’inserzione dei Patti lateranensi in Costituzione, che stimo una mostruosità giuridica”. Dino Messina

«Pubblica o privata»: il diritto di proprietà nella Costituzione. Nell’articolo 42 c’è un punto di sintesi tra le tre principali tendenze ideologiche che permeavano l’intero ordito costituzionale: il marxismo, il solidarismo cattolico e il liberalismo europeo-continentale. La terza puntata della serie che ripercorre la storia degli articoli più controversi della Carta in vigore dal primo gennaio 1948, scrive l'1 ottobre 2017 Dino Messina su "Il Corriere della Sera". «La Costituzione italiana», disse Piero Calamandrei nel famoso discorso agli studenti milanesi del 1955, «è figlia della Resistenza». Un’affermazione che risulta tanto più vera quando si analizza il tema della proprietà privata, il quale non compare, come ci si potrebbe aspettare da una Costituzione liberale classica, tra i principi fondamentali, ma viene ampiamente trattato nel Titolo III, dedicato ai diritti economici della prima parte. 

La lotta contro i privilegi. Prima di prendere in considerazione gli articoli che definiscono la proprietà privata (non soltanto il 42, ma anche il 41, il 43 e il 44) bisogna accennare al clima politico-sociale dell’immediato dopoguerra in Italia. A guerra finita, nelle regioni industriali del Nord c’era stata l’esperienza dei consigli di gestione, con il congelamento della proprietà di alcune grandi imprese, tra cui lo stesso «Corriere della sera». Una stagione breve, conclusasi nei primi mesi del 1946, che tuttavia aveva lasciato un forte segno nel dibattito ideologico. Ne troviamo traccia nei congressi dei partiti e anche nel dibattito alla Costituente nel 1946-’47. Se era prevedibile che il campione di realismo e capo dei comunisti Palmiro Togliatti al congresso economico che il suo partito tenne nel 1945 tuonasse «non contro il capitalismo», ma «contro forme di rapina e speculazione». E se era nell’ordine delle cose che il socialista Angelo Saraceno promettesse «lotta a oltranza contro ogni privilegio e una conseguente politica di nazionalizzazione dei centri produttivi nei quali si annidano privilegi e monopoli», non ci si aspetterebbe accenti simili da esponenti della Democrazia cristiana (sfiora l’icona blu per leggere l’Extra degli Extra dello Scaffale di Storia curata da Dino Messina). 

La Dc contro egoismi e plutocrazieI liberali e la lotta al monopolio. C’è un motivo se il suo leader Alcide De Gasperi, campione di moderazione, definì la Dc un partito di centro che guarda a sinistra. E questo motivo lo si può trovare nella dichiarazione di Guido Gonella a un congresso di partito («Combattiamo gli egoismi e le plutocrazie») o nelle dichiarazioni alla Costituente di Piero Malvestiti sull’articolo 42: «Il divario tra politica ed economia è assurdo: … il sistema economico deve creare le condizioni di possibilità di esercizio della libertà politica; … le prerogative individuali sono illusorie per chi non è in grado di risolvere il problema del pane quotidiano…. La Dc si rifiuta nel modo più pieno e più impegnativo di essere l’estremo baluardo del privilegio economico». Nella Dc, in campo economico, coesistevano posizioni moderate e di radicale apertura sociale come questa appena citata. A completare il quadro c’era la variegata famiglia liberale, la quale andava dal citato Piero Calamandrei, giurista militante nel Partito d’Azione (nella foto sotto), che in campo sociale condivideva molte posizioni delle sinistre marxiste, e la pattuglia dei liberali duri e puri, rappresentata al meglio da Luigi Einaudi, il quale tuttavia aveva tra gli obiettivi politici la lotta al monopolio. Fatte queste premesse, si può citare ora l’articolo 41, che al primo comma recita: «L’iniziativa economica è libera», per aggiungere subito al secondo: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Al terzo: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Fu perdente la battaglia di Einaudi di fermare l’articolo 41 all’enunciazione del primo comma, poiché riteneva l’intervento dello Stato e il dirigismo eccessivo una intrusione dannosa. 

Gli emendamenti della sinistra. Se Einaudi non ebbe partita vinta, furono bloccati due emendamenti di sinistra: il primo di Mario Montagnana e Giancarlo Pajetta diceva: «Lo Stato interverrà per coordinare e dirigere l’attività produttiva». Il secondo vide contrapposti Giuseppe Dossetti a Lelio Basso, il quale aveva proposto questo emendamento: «Spetta ai pubblici poteri stabilire piani economici nazionali e locali per coordinare le attività attinenti gli investimenti alla produzione, allo scambio e alla distribuzione di beni e servizi». Dopo accese discussioni nella sottocommissione dei 75 e in seduta plenaria, il cuore del compromesso sulla proprietà privata venne trovato nell’articolo 42: «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà può essere, nei casi preveduti dalla legge e, salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità». 

«Non tutti proletari ma tutti proprietari». L’articolo 42 non è mai stato digerito dai liberali duri e puri come il politico e accademico Antonio Martino, che così lo ha commentato: «L’intero articolo è dedicato a sottolineare che il legislatore costituente certifica la proprietà privata come evitabile fastidio. Nell’elenco dei proprietari del primo comma i privati vengono per ultimi, lo Stato per primo; al secondo comma si pone la proprietà pubblica prima di quella privata; al terzo comma si chiarisce che questo fastidioso residuo del passato viene rapportato solo se accessibile a tutti e tale da svolgere una non meglio precisata “funzione sociale”…». Assieme all’articolo 7, questo riguardante la proprietà è il punto più stonato della nostra Costituzione secondo il pensiero liberale. Tuttavia, se si guardano ai rapporti di forza nell’Assemblea costituente gli enunciati appaiono conseguenti: dei 556 parlamentari, 207 erano democristiani, 115 socialisti, 104 comunisti, i liberali avevano 41 rappresentanti, il Partito d’Azione 7, i repubblicani 2. La componente liberale, di destra e di sinistra, era davvero minoritaria, anche se molto attiva. A loro si deve l’articolo 43 che limita i monopoli, mentre la parte dell’articolo 44 che prevede un aiuto alla piccola e media proprietà rispecchia l’ideologia della Dc riassunta nello slogan «non tutti proletari ma tutti proprietari».

La follia marxista di Orlando: la proprietà non è più un tabù. Il Guardasigilli: codice antimafia ok, tocca i ricchi, scrive Laura Cesaretti, Lunedì 02/10/2017, su "Il Giornale".  Il cosiddetto «codice antimafia» è buono, anzi ottimo, perché rompe il «tabù della proprietà privata» e «mette in discussione la ricchezza». E chi lo critica non è un garantista, ma un classista «cultore della proprietà privata». No, a parlare non è un esponente del Partito Marxista-Leninista d'Italia (non è uno scherzo, esiste davvero) ma un dirigente del Pd nonché membro autorevole del governo Gentiloni: Andrea Orlando. Che venerdì, dal palco della convention della sua corrente a Rimini, ha lanciato la piattaforma ideologica di una sorta di neo-comunismo giudiziario, di cui il codice antimafia sarebbe il primo manifesto. Se un provvedimento viene bocciato con parole pesantissime da giuristi di vaglia, costituzionalisti di ogni sponda, magistrati famosi e avvocati di peso, politici di ogni parte e imprenditori, e viene difeso solo da Rosy Bindi e Pietro Grasso, un dubbio - anche piccolino - dovrebbe venirti. Soprattutto se fai di mestiere il ministro della Giustizia. Invece no, ad Orlando di dubbi non ne sono venuti. Anzi: il ministro ha difeso a spada tratta il provvedimento varato dal Parlamento, e proprio nei suoi aspetti più devastanti e contestati, a cominciare dalla possibilità di sequestrare tutti i beni a chi sia semplicemente indagato - non condannato e neppure rinviato a giudizio - per comportamenti corruttivi (e si sa come vanno a finire, dopo lustri, la maggior parte dei processi in questo campo: nel nulla). E lo ha fatto, appunto, con un approccio tutto ideologico di fiero - ancorché un filo datato - stampo anticapitalista. «Il vero punto che ha fatto saltare sulla sedia tanti critici - ha esordito - non riguarda il garantismo, ma la proprietà privata». Diritto che - ancorché tutelato dalla Costituzione - evidentemente non convince il ministro. «Ora sui sequestri (dei beni ai presunti corrotti ndr) tutti dicono questo mette in discussione la certezza della proprietà». Allarme insensato, secondo Orlando: «Io penso, forse anche per il mio retaggio ideologico, che la certezza della proprietà possa essere messa in discussione, quando la proprietà è di dubbia provenienza». Se a un pm viene un dubbio sulla «provenienza» della tua casa o del tuo conto corrente, è dunque legittimo che ti venga (cautelarmente, ovvio) sottratta. E Orlando va all'attacco dei tanti che sono insorti proprio contro questa pericolosissima innovazione giuridica: «Io credo che la vera reazione su questo punto non è sulla tutela delle garanzie, ma sul tabù della proprietà privata. Perché secondo loro la proprietà privata, se è diventata in qualche modo presentabile, nessuno si deve permettere di metterla in discussione. Questa è una logica che appartiene alle classi dirigenti di questo paese, che non hanno interesse a vedere da dove arrivano i soldi ma solo al fatto che i soldi girino». La ricchezza, aggiunge, «va giustamente messa in discussione se sproporzionata, e a maggior ragione se di provenienza dubbia». Quindi, taglia corto Orlando, chi critica la legge «non è garantista, ma cultore della sacralità della proprietà privata». E il codice antimafia è il nuovo Libretto Rosso, affidato ai pm per ripristinare la giustizia sociale.

La Sinistra è morta. Suicida, scrive Nino Spirlì, Giovedì 28 settembre 2017, su "Il Giornale. Accade. Accade quando perdi di credibilità. Quando le tue denunce da farsa, pronunciate a voce stentorea e ferma, risultano essere delle fanfaronate da saltimbanco. Quando il tuo elisir di lunga vita, alle analisi, risulta essere meno che piscio di gallo. Accade quando dai del fascista, pensando di offendere, e poi ti comporti da nazista, sapendo di esserlo. Accade quando per costruire una verità di carta, pensi di poter nascondere con un ditino la montagna della verità di granito. Accade quando vai a casa del dio della comunicazione e pensi di metterlo nel sacco con grottesche scivolate sulla parete di specchio (magari anche oliata), raccontando di te e dei tuoi improbabili successi. Accade quando tenti di riempirti le tasche di danaro giustificandoti come farebbe il bambinello con la bocca sporca di Nutella davanti allo sportello del frigo. Accade quando sei massomafioso. Accade quando, in campagna elettorale, ti porti appresso gli sgherri delle peggiori ‘ndrine e ti riempi la bocca di antimafia e legalità. Accade quando cerchi di privatizzare a tuo guadagno l’acqua pubblica; quando ti ingrassi con l’accoglienza dei clandestini; quando ti organizzi per farti appaltare la raccolta della monnezza; quando amministri la cosa pubblica come fosse roba tua. Accade quando ti senti più tutelato degli altri davanti alla Legge, se la legge è rappresentata da qualche amichetto tuo. Accade quando ti senti superiore a Dio e ai Santi e pensi di governarne anche le processioni con inchini e carnevalate. Accade. Sì, accade…Ecco, la sinistra Sinistra, quella italiana, quella che all’anagrafe risulta essere figlia della defunta demoNcrazia cristiana e di qualche figlio spurio dell’incenerito PCI, è morta così. Con le mani in pasta. Ovunque. La gente non le crede più e si sparpaglia. Si allontana dal paese dei balocchi, da lucignolo e pinocchio e cerca lidi più sicuri. Magari non immacolati, ma certamente meno prostituiti. Di questo decesso, ne avremo conferma nelle prossime tornate elettorali. Intanto, recitiamo un requiem, mentre, inascoltata, lei ulula il proprio De Profundis…fra me e me.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

Ezio Mauro, il ballista della Rivoluzione russa: tutte le menzogne nel suo libro sui comunisti, scrive il 25 Agosto 2017 Roberto Coaloa su "Libero Quotidiano". Come scrivere un libro sulla Rivoluzione russa? Anzi, perché scrivere ancora un libro su un evento storico che ci appare, a cento anni di distanza, così noto e popolare? Perché, come al solito, i grandi media ne hanno fatto una ricostruzione semplicistica e molto romanzata, limitandosi a ripercorrere l'avventura di Lenin, senza considerare che i protagonisti dell'Ottobre furono altri. Un libro sulla Rivoluzione dovrebbe ripercorrere la storia di due rivoluzioni, quella inaspettata del 23 febbraio e quella gloriosa (come ci mostra il film Ottobre di Ejzenštejn, molto lontano dalla realtà storica) della conquista del Palazzo d'Inverno, il 25 ottobre 1917. Magari facendo anche chiarezza sulle date: ad esempio, secondo il moderno calendario, diverso da quello giuliano in uso nell'Impero dello Zar, la Rivoluzione di febbraio avvenne l'8 marzo e quella di ottobre il 7 novembre. Si ha conferma di questo racconto superficiale della Rivoluzione russa leggendo i pezzi di Ezio Mauro che la Repubblica sta pubblicando nell'anno del centenario e che approderanno in un volume edito da Feltrinelli: L'anno del ferro e del fuoco. Cronache di una rivoluzione, che se mantiene l'impianto degli articoli potrebbe intitolarsi Fiabe di una rivoluzione.

Lasciamo perdere alcuni particolari letti negli articoli: la traslitterazione di alcuni nomi russi è imprecisa (vedi Carskoe Selo, residenza dello Zar, traslitterata erroneamente in Zarskoe Selo) e a volte troviamo stare scritto in modi differenti. Lasciamo perdere anche alcune immagini dei video che accompagnano gli articoli di Mauro, dove il "topolino" giornalista scompare nei grandi palazzi della capitale zarista e inciampa nel pronunciare correttamente i nomi: Neva, Romanov e Carskoe Selo... Entriamo, da storici, nel merito. Le vicende narrate da Mauro non sono analizzate da un punto di vista storico sono spesso fantasione alla Emilio Salgari. Mauro insiste su aspetti entrati nella leggenda della Rivoluzione. È il caso del suo primo contributo, dal titolo Rasputin, il diavolo santo che annunciò la fine dello Zar. Su Rasputin, Mauro non fa neanche una onesta divulgazione, la narrazione delle vicende che legano lo starec alla famiglia imperiale diventa - nel racconto del giornalista - un grande intrattenimento. Notiamo che su Rasputin, invece di scrivere che le donne lo cercano per consumare un atto sessuale, Mauro avrebbe potuto notare cose più sensate e originali. Il giornalista, tuttavia, resta incantato dai luoghi della vecchia Pietrogrado e, invece di narrarci i segreti delle logge massoniche (che furono attive e che ebbero un ruolo importantissimo nelle scelte militari dello Zar prima e di Kerenskij dopo), si arrampica per i piani dei palazzi, immaginandosi orge sataniche, "gli spettri del caos" e il diavolo, che, ovviamente, fa capolino dalla sommità di una ardita e sontuosa rampa di scale.

Sulla morte di Rasputin, descritta migliaia di volte, la narrazione di Mauro sembra non quella di un buon autore e divulgatore, ma quella di uno sceneggiatore della Hammer film, che conosce delle vicende passate solo la pellicola Rasputin e l'imperatrice con il grande Lionel Barrymore nella parte dello starec. Raccontando il finale del noto complotto del principe Feliks Feliksovi? Jusupov, Mauro scrive: «Il principe scese di nuovo, tastò il polso al monaco e con orrore vide aprirsi l'occhio sinistro, quindi il destro, fissi su di lui. E improvvisamente Rasputin balzò in piedi con la bava alla bocca cercando di afferrare il suo assassinio per la gola»… Be', che dire? Qui la grande Storia diventa un B-movie con il redivivo Bela Lugosi nel ruolo di un mostruoso Rasputin!

Peggio fa il nostro Autore con il terzo contributo: «Pietrogrado, quel febbraio 1917 di rabbia e fuoco: e la rivolta diventa rivoluzione». La Rivoluzione di febbraio, nell'interpretazione di Mauro, sembra accadere per caso, grazie alle donne. Scrive: «Le donne che portano il peso del lavoro, della famiglia e del cibo che manca si ricordano che il 23 febbraio russo corrisponde all'8 marzo del calendario occidentale, il giorno della loro festa rovesciata in disgrazia». Qui la grande Storia diventa davvero una narrazione troppo superficiale e riduttiva.

Certo, la Rivoluzione russa ha due momenti distinti: il Febbraio e, ovviamente, quello che è passato alla storia come il grande Ottobre. Oggi appare necessario scriverne una storia, anche breve, dove appaiono senz'altro Lenin e Trockij, ma le loro vicende devono essere accostate a quelle degli altri attori della Rivoluzione. È vero che la Rivoluzione di febbraio la fanno le donne, che tolstojanamente «non possono più tacere» e reclamano con forza il pane, la pace e i mariti che sempre più numerosi sono inghiottiti nell'«inutile strage». Ma ad animare la rivolta è uno sconosciuto e giovane sergente, Fëdor Linde, che non è citato da Mauro. Trockij, invece, lo ricorda: «l'appello diretto a scendere in piazza» era venuto da Linde. Kerenskij e poi Kornilov, loro malgrado, aprono la porta all'Ottobre e favoriscono l'affermarsi dei bolscevichi, che metteranno in scena una presa di potere che non ha nulla di eroico, anzi. 

Cent’anni dalla rivoluzione d’Ottobre: il vangelo secondo Lenin. Intollerante anche verso i socialisti, il bolscevismo operò come una religione messianica. Le riflessioni di Marcello Flores sul mito sovietico in un saggio edito da Feltrinelli, scrive Sergio Romano il 3 giugno 2017 su "Il Corriere della Sera". Secondo una interpretazione largamente condivisa dalla opinione corrente, il XX secolo, fra il 1917 e la disintegrazione della Unione Sovietica, fu teatro di un lunga guerra fredda tra il comunismo e la democrazia liberale. Dopo la lettura del libro di Marcello Flores sulla rivoluzione russa La forza del mito, edito da Feltrinelli, molti arriveranno alla conclusione che uno dei maggiori conflitti del Novecento fu quello combattuto dai comunisti contro i socialisti europei nelle loro diverse incarnazioni nazionali. Tutta la politica di Lenin, dall’agosto del 1914, fu ispirata da un obiettivo: eliminare la concorrenza socialista, impedire che la causa rivoluzionaria finisse nelle mani dei socialdemocratici o, peggio, di altre forze politiche che, come gli anarchici, avevano creato attese e acceso l’immaginazione popolare. Sciolse l’Assemblea Costituente, eletta dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1917, per sbarazzarsi di una istituzione in cui gli «esery» (i socialisti rivoluzionari) e i menscevichi avrebbero avuto un peso determinante. Creò una sorta di Inquisizione (la Ceka, per metà polizia, per metà tribunale rivoluzionario) a cui affidò il compito di eliminare fisicamente tutti coloro, anche a sinistra, che avrebbero cercato di ostacolare il suo disegno. Fondò la Terza Internazionale per imporre regole che avrebbero prescritto ai nuovi partiti comunisti di rompere i loro legami con i socialisti e di obbedire alle direttive di Mosca. La linea di Lenin fu adottata da Stalin in Spagna, nei rapporti con i socialisti e gli anarchici durante la guerra civile, e nei Paesi occupati dall’Armata rossa alla fine della Seconda guerra mondiale. Qui, in particolare, molti socialisti non ebbero sorte diversa da quella di coloro che rappresentavano la borghesia e il mondo contadino. Vi furono temporanee eccezioni quando Stalin si accorse che un «fronte popolare» con i socialisti, in alcuni Paesi, poteva ostacolare l’avanzata dei movimenti fascisti e schiudere ai comunisti la strada del potere. Ma Flores ricorda che la migliore definizione della socialdemocrazia, per l’Urss di Stalin, fu quella di Grigorij Zinoviev, presidente della Terza Internazionale: «Una variante di sinistra del fascismo». Per godere dell’approvazione di Mosca non bastava combattere contro fascismo e nazismo. Occorreva che all’Urss fosse riconosciuto l’esclusivo diritto di guidare la lotta o addirittura, come accadde nell’agosto 1939, di rovesciare la propria politica firmando con Berlino un trattato d’amicizia e un protocollo segreto per la spartizione della Europa centro-orientale. Fra i comunisti, come ricorda Flores, vi furono delusioni e ripensamenti, come quelli di André Gide, Arthur Koestler e Ignazio Silone. Ma questo non impedì che la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica conquistassero gli animi e le menti di un numero incalcolabile di persone, seducessero altri grandi intellettuali, persuadessero milioni di elettori a votare per partiti che trasmettevano ai loro connazionali una immagine ingannevole della «grande patria socialista». Secondo il libro di Flores il mito sovietico deve la sua esistenza agli aspetti più crudi del capitalismo e della rivoluzione industriale, alla grande depressione del 1929, allo straordinario coraggio del popolo russo durante la Seconda guerra mondiale, alla convinzione che gli aspetti peggiori del regime servissero alla costruzione di un sistema nuovo in cui gli errori sarebbero stati corretti e la grande promessa della rivoluzione d’Ottobre sarebbe stata mantenuta. Ma la risposta non può essere soltanto politica o economica. Flores ricorda anche che in un libro del 1920, scritto dopo un viaggio in Russia, un filosofo inglese, Bertrand Russell, vide nel bolscevismo una duplice caratteristica: l’eredità della rivoluzione francese, a cui Lenin e i suoi fedeli facevano continuo riferimento, e un fenomeno simile all’ascesa dell’Islam dopo la profezia e l’insegnamento di Maometto. Nella sua versione leninista, quindi, il comunismo non è soltanto una teoria politico-economica nata dalle tesi di Marx, Engels e altri intellettuali fra l’Ottocento e il Novecento. È anche una fede che ha, come ogni religione, un profeta (Lenin), un ristretto gruppo di apostoli (i compagni della prima ora), il costruttore della Chiesa (Stalin) e una legione di monaci combattenti, pronti al martirio. Come in ogni religione anche nel comunismo il fedele deve accettare pazientemente gli insuccessi, i sacrifici, il martirio e gli errori di percorso. Tutti verranno generosamente ripagati dal compimento delle speranze e dall’avvento di una vita nuova in cui il credente sarà finalmente felice. Se questa lettura del bolscevismo è giusta, dovremo concluderne che il comunismo non fu una ideologia laica e che non furono laici i suoi maggiori esponenti, in Russia e altrove.

Trentin, escono i diari segreti. Critiche ai leader della sinistra: da Luciano Lama a Fausto Bertinotti. «Nella Cgil è in corso una guerra tra bande. Basse manovre da Lama...Quello di Bertinotti è un movimentismo senza obiettivi. Ha una meschina ambizione di protagonismo», scrive Marco Cianca l'8 giugno 2017 su “Il Corriere della Sera”. Il dolore di Bruno Trentin. Inaspettato e sconvolgente. «Avverto un’immensa fatica fisica e intellettuale, affettiva, tanto che mi pare a momenti di dovermi gettare ai margini di un sentiero e di morire, così, per esaurimento, per incapacità di esprimermi, per disamore per la vita e la lotta, e semplicemente perché non ho più voglia di battermi e di farmi capire», scrive a metà agosto del 1992. Sono passati quindici giorni da quel venerdì 31 luglio che ha segnato il momento più tribolato della sua vita da sindacalista. La firma di un’intesa nella quale non credeva, spinto dal timore che il fallimento della trattativa con il governo avrebbe avuto «effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del Paese». Aveva firmato, per «salvare la Cgil», e si era dimesso. «Che cosa sarebbe successo rifiutando l’accordo, con tutte le sue nefandezze? Nel mezzo di una catastrofe finanziaria, a chi sarebbe stata attribuita la svalutazione della lira?», annota. «Un inferno dentro di me», e intorno «tanti opportunismi». «Miseria di Amato», «miseria di Del Turco», «miseria degli altri sindacati», «miseria delle reazioni elettoralistiche di gran parte del Pds». Senso di solitudine, incomprensione, sofferta alterità ma anche gioia di vivere, voglia di scrivere, di leggere, di andare in montagna: questi sentimenti permeano le cinquecento pagine dei diari, dal 1988 al 1994, che l’Ediesse sta mandando in libreria. Riflessioni culturali e politiche si alternano ai giudizi sulle persone e alle notazioni di vita quotidiana, la coltivazione di fiori ad Amelia, le suggestioni alpine a San Candido, le passeggiate, le scalate, i tanti, tantissimi libri, i viaggi, l’amore per Marcelle Padovani, chiamata affettuosamente Marie. È lei a spiegare che la decisione di pubblicare i diari non è stata facile, «testi nudi e crudi, molto passionali ed unilaterali» ma che servono a «far capire meglio la figura, la personalità e l’importanza di Trentin». Iginio Ariemma, che da tempo svolge un intenso lavoro di scoperta e divulgazione di testi che riguardano l’ex segretario della Cgil, ha curato questa sorprendente pubblicazione. Sette anni che sconvolsero l’Italia e il mondo (la caduta del muro di Berlino, il disfacimento dei regimi comunisti, il cambio di nome del Pci, Tangentopoli, i bagliori di guerra in Kuwait e Iraq, la caduta di Craxi, l’ascesa di Berlusconi) visti con occhi attenti, impietosi e anche profetici. Nato in Francia nel 1926, figlio di Silvio, professore universitario che aveva scelto di andare in esilio per non sottostare al fascismo, uno dei fondatori di Giustizia e Libertà, Bruno fu subito ribelle. Il padre organizzava la resistenza ma avrebbe voluto che il figlio continuasse gli studi. Lui s’incise sulla coscia destra una croce di Lorena come omaggio al generale De Gaulle e a France Libre, formò una piccola banda e fu arrestato dalla polizia francese passando in guardina il sedicesimo compleanno così come il diciassettesimo lo trascorse in una cella italiana, dopo il ritorno in Patria con la famiglia nel ’43. La guerra partigiana, il Partito d’Azione, la laurea, l’ufficio studi della Cgil chiamato da Vittorio Foa, nel ’50 l’iscrizione al Pci, i metalmeccanici, l’autunno caldo, i vertici della confederazione. E poi segretario generale, dall’88 al ’94, appunto. Eccolo Bruno Trentin, crogiuolo d’idee, di rigore, di sensibilità e di esperienze, un eretico della sinistra, un libertario in mezzo a una folla di «ometti». È indicativa una frase su Robespierre: «Lo sento lontano culturalmente e anche psicologicamente e nello stesso tempo vicino umanamente quando lo riscopro così solo, così tormentato, così coerente (e incerto) nella sua ansia di vivere in accordo con la sua morale e le sue speranze». E Trentin, con una ghigliottina etica, politica e umana taglia tante teste. Giudizi sprezzanti, definizioni impietose, conclamata estraneità. Un elenco che farà sobbalzare. Guido Carli, Ciriaco De Mita, Bettino Craxi, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Napoleone Colajanni, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Giuliano Cazzola. Disprezzo per gli «intellettuali a pagamento» e «i vecchi saccenti senza vergogna e senza il minimo residuo di morale politica ed intellettuale». A proposito della Cgil: «Guerra per bande», «basse manovre di Lama e compagni prima dell’ultimo congresso», «tragico tramonto», «metastasi inestricabile», «miserabile scenario». Quando nell’88 parte la contestazione ad Antonio Pizzinato, evidenzia «un attacco torbido e cinico» ma rimarca «una reazione debole, patetica e astiosa» da parte dell’allora segretario. La voglia di fuga: «Ho maturato la mia intenzione di lasciare, non posso assistere a questo scempio e continuare a fare il mediatore e l’anima bella». Ma poi è lui a essere designato e «comincia la nuova storia della mia piccola vita». Si sente circondato: «tristi figuri», «satrapi», «ceto burocratico di intermediazione», «avventurieri da strapazzo». Riaffiora, carsica, «la voglia tremenda di mollare tutto» e il desiderio di gridare: «Non sono uno di questi». Nel partito vede «anime morte che si incrociano senza comunicare». La decisione annunciata da Occhetto di cambiare il nome del Pci è ammantata di «improvvisazione e povertà culturale». Alle critiche, «il segretario reagisce con la ciclotimia di sempre alternando depressione e psicosi del tradimento con minacce e tentativi di prepotenza». Più avanti gli attribuirà «un affanno camaleontico». D’Alema «appare più lucido ed equilibrato di altri» ma «i progetti non lo interessano se non sono la giustificazione di un agire politico», «ricorda in caricatura il personaggio di Elikon nel Caligola di Camus». Nel ’94, senza accennare al duello tra lo stesso D’Alema e Walter Veltroni, guarda con tormentato distacco «alla penosa vicenda e al modo isterico, personalistico e selvaggio con il quale si è svolto il ricambio nella segreteria, con il patetico ma irresponsabile comportamento di Occhetto». E l’altra sinistra? «Un’armata Brancaleone piena di cinismo e di vittimismo». A Bertinotti affibbia prima «un movimentismo senza obiettivi, disperatamente parolaio», poi «una meschina ambizione di protagonismo a qualsiasi costo», disceso nel «suo personale inferno di degradazione morale», «triste guitto», «ospite giulivo del Maurizio Costanzo show». A proposito di Rossana Rossanda annota «una risposta delirante e ignorante» e «penosi balbettii indignati». Parole di fuoco contro «i giovani rottami» del manifesto, «estremisti estetizzanti». A tutto questo variegato mondo «tra delirio estremista, gioco mondano e la lirica dannunziana» muove l’accusa di «disonestà intellettuale» e di «narcisismo laido e egocentrismo scatenato». Doloroso il rapporto con Pietro Ingrao, con «la retorica della pace e del catastrofismo cosmico», con «il suo rifugio in una sorta di profetismo didascalico che lo porta a rimuovere ogni vero confronto con il presente». Un’incomprensione che lo farà piangere. Nausea e disperazione. Denuncia «il machiavellismo volgare», «le ideologie rinsecchite» che diventano «gli orpelli delle più spregiudicate avventure personali e delle più invereconde forme di lotta politica», «le idee come grimaldelli» per la conquista del potere, «schieramenti senza programma». Malinconia, senso di stanchezza e di precarietà: «È come se gridassi e non uscisse un suono». Ma anche amicizie, affinità elettive e parole di elogio per figure, ad esempio, come Ciampi e Baffi, o per il sindacalista Eraldo Crea. E nel tormento dell’incomunicabilità e della diversità, a prevalere è il desiderio di elaborare un progetto, di indicare una via d’uscita. Superare il determinismo marxista e ripartire dalla rivoluzione francese «che non è ancora conclusa», dalla battaglia per i diritti, dalla società civile, da forme di autogoverno, dalla dignità e creatività del lavoro. Rifiuto di ogni statolatria e di soluzioni calate dall’alto, comprese tutte le strategie redistributive della sinistra che non vanno al nocciolo del problema e diventano l’alibi per governare. Contro la civiltà manageriale bisogna battersi per la socializzazione dei saperi e dei poteri. «Trasformare, qui ed ora, questo mondo nel quale viviamo e combattiamo». L’utopia del quotidiano, la chiama. La matrice è quella azionista ma la dicotomia tra giustizia e libertà, l’ircocervo di Benedetto Croce, Trentin la scioglie senza esitazione: la libertà viene prima. Nei diari c’è in incubazione «La città del lavoro». È morto il 23 agosto 2007. I conti con la sua eredità intellettuale sono ancora tutti da fare.

La sinistra ora lancia accuse di assistenzialismo. Da che pulpito viene la predica! Scrive Alessandro Catto il 29 maggio 2017 su "Il Giornale". Dopo l’uscita di Papa Francesco a favore del lavoro e contro il reddito di cittadinanza (questione eminentemente teologica, ndr) non sono mancati gli elogi da parte del mondo democratico e il continuo attacco, da parte di molti ambienti di centrosinistra, alla proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle. Quest’ultima, nonché le presunte coperture volte a renderla possibile, sono certamente da prendere con le pinze. Una idea che in ultima istanza appare di difficile applicazione in un paese, l’Italia, che col deficit non ha un buon rapporto e che rischierebbe con ogni probabilità di non potersela permettere. Tutt’altro valore invece hanno le resistenze morali, o presunte tali, verso la misura. In primis perché è veramente giunta l’ora di aprire un dibattito serio sul rapporto tra avanzamento della tecnologia e riduzione dei posti di lavoro, inerente soprattutto il concetto di occupazione per come siamo stati abituati ad intenderlo, valutando se davvero il rischio sia presente o se è tutto frutto di sensazionalismo, pure slegandoci da un certo feticismo per il lavoro in salsa novecentesca che poco ha a che fare con un progresso degno di questo nome. Ha davvero senso, nel 2017, parlare di lavoro come se ne parlava cinquant’anni fa? Risulta davvero così stupido chiedersi se la globalizzazione, la modernizzazione e la tecnologia non impongano, laddove la loro presenza è più forte, una discussione sulle prospettive del lavoro salariato, specialmente nelle posizioni più umili? E in tutto questo, è davvero così fuori dal mondo provare a valutare assieme una proposta, quella del reddito di cittadinanza, che oltretutto potrebbe permettere di spezzare molte situazioni di ricatto che si creano quando si è costretti ad accettare un lavoro a qualsiasi condizione pur di portare a casa qualcosa? Non sono certo un elettore pentastellato, ma mi sembra quantomeno sospetta questa repulsione a priori verso il tema, specialmente quando fatta da sinistra. Già, perché in tutto questo notiamo critiche urbi et orbi da parte di una porzione politica che ha il coraggio di lamentare il presunto assistenzialismo insito nella norma, quando per anni ci ha abituati a veder sciorinare il peggior assistenzialismo su misura. I fedelissimi che lavorano nello Stato senza che spesso ce ne sia alcun bisogno, le persone “sistemate” in qualche ministero, le assunzioni ad cazzum nella ricerca, il finanziamento di corsi prettamente inutili, gli sprechi, i burocratifici difesi a spada tratta dal sindacato del non-lavoro, le associazioni e associazioncine parastatali spesso finanziate da chi oggi si batte contro questa proposta, non hanno forse l’odore di un assistenzialismo ancora peggiore, perché mascherato da lavoro e capace oltretutto di appesantire ancor più il funzionamento del paese? Non è ridicolo sentir parlare di ciò una porzione politica che per decenni ha fatto del peggior assistenzialismo uno dei propri tratti di riconoscibilità, che dietro ad un distorto concetto di statalismo, divenuto spesso improduttivismo statale e culto della burocrazia, oggi si riscopre rappresentante del lavoro duro, vero, utile e retribuito? Non fa rabbia vedere un sindacato e pure un papato che tacciono spesso e volentieri sulle storture di una immigrazione completamente deregolamentata, esporsi oggi contro chi cerca di rimediare al danno della concorrenza al ribasso causata proprio dai tanti silenzi avuti in decenni di battaglie pressoché inutili o molto, molto comode da condurre, spesso più politiche che lavorative o spirituali? Non fa rabbia questo totale scollamento dalla realtà fatto da pulpiti improbabili? Io lo trovo un cortocircuito pazzesco e dai tratti ridicoli. Nel tutto critiche alla proposta ce ne possono essere a bizzeffe. Ma le eviti chi sull’assistenzialismo ha costruito il proprio bacino elettorale per decenni.

Sinistra, riparti dai diritti. Non dal lavoro, scrive Piero Sansonetti il 10 Marzo 2017 su "Il Dubbio". Il movimento operaio non c’è più, è sucida ignorarlo. L’ideale non è il lavoro, il lavoro è un mezzo. L’ideale è la giustizia sociale…Il nuovo partito della sinistra, nato dalla scissione del Pd (quello di D’Alema, Speranza e Rossi, per capirci) si chiama “Articolo 1”, e il riferimento è al primo articolo della Costituzione, cioè al lavoro. Il Pd dal quale si è scisso il nuovo partito, a sua volta, propone con Renzi il “lavoro di cittadinanza”, contrapponendolo al reddito di cittadinanza dei 5 Stelle. E sul lavoro, sull’idea del lavoro come valore supremo, insistono naturalmente i sindacati, la Camusso, Landini, la Fiom. Sono solo parole, chiaro, ma in politica le parole contano molto. Tutta la sinistra italiana si ritrova su questa parola e solo su questa parola: il lavoro. Più o meno da 130 anni. Il motivo è evidente. La sinistra, non solo in Italia, è comunque figlia del movimento operaio. Sinistra, riparti dai diritti non dalla retorica del lavoro. E cioè di quel possente movimento politico, ricchissimo di articolazioni, che si fondava sull’enorme forza sociale e morale della classe operaia novecentesca per condurre epiche battaglie riformiste e egualitarie. Il problema è che oggi, se lo cercate, il movimento operaio non lo trovate più. È scomparso. È scomparso almeno vent’anni fa. E la stessa classe operaia, che ne costituiva il nerbo e la linfa, non esiste più in quanto “classe”, nei termini nei quali il significato profondo della parola “classe” era stato definito dal pensiero marxista e dalla parte più moderna e lucida della sociologia. Non esiste più, probabilmente, per una ragione che non ha a che fare soltanto con la fine delle ideologie e con il crollo del comunismo, che si era preso (o arrogato) il ruolo di interprete principale delle lotte operaie. Per una ragione legata all’imprevisto sviluppo della società e dell’economia determinato dalla forza cataclismatica delle tecnologie. L’indistruttibilità del movimento operaio – nel corso del secolo feroce e a volte reazionario che è stato il novecento – è dipesa interamente da quello strumento formidabile che maneggiava: il lavoro, e cioè l’elemento insostituibile del progresso e della produzione di ricchezza. Non ci vuole un novello Carlo Marx per intuire che quello strumento si è inceppato, forse si è spento. Non è più il capitale o l’impresa ad avere bisogno vitale di nuovo lavoro ma sono i lavoratori ad avere bisogno vitale dell’impresa. Il lavoro ha un peso sempre meno rilevante nel processo produttivo. I rapporti di forza – sul terreno della produzione – si sono spostati in modo clamorosamente massiccio e irreversibile. E si sposteranno ulteriormente. Il lavoro era la grande forza della sinistra ma non era il suo ideale ultimo. L’ideale della sinistra è sempre stata l’uguaglianza, o almeno l’equità, o la giustizia sociale. Il lavoro era un mezzo politico, un connotato di classe. In questi anni abbiamo assistito ad un corto circuito: la sinistra ha ceduto moltissimo terreno sul piano delle lotte per l’uguaglianza e ha mantenuto acceso, invece, il “lumicino” del lavoro. Sono convinto che da questo cortocircuito è nata non solo la crisi della sinistra – e non solo in Italia – ma anche lo sbandamento di tutta l’asse della lotta politica. La destra e la sinistra hanno finito per assomigliarsi sempre di più. Lo scontro tra loro è diventato uno scontro esclusivamente di ceto politico, non più di idee o di grandi interessi di massa. E in questo modo hanno preso il sopravvento i nuovi “signori”, che non c’entrano più con la politica tradizionale: i populismi, il mercato, il giustizialismo. La loro ideologia dilaga, sembra impossibile fermarla. Contesta il ceto politico in quanto ceto politico e contestandolo delegittima la politica. E ne prende il posto. E il potere. E l’idealità. E la capacità di attrarre e organizzare il consenso.

C’è un solo grande valore che può opporsi a questa deriva. È il valore del diritto e dei diritti. È pura illusione immaginare una ripresa della giustizia sociale attraverso il conflitto sociale. Così come è fantasia credere che la libertà possa affidarsi, mani e piedi legati, al mercato. La giustizia sociale, e la libertà, possono crescere solo se il Diritto riesce a imporre la sua superiorità rispetto ai valori del mercato e al populismo. Altrimenti sono destinate a diventare un aspetto del tutto residuale della modernità. Questa è la grande partita politica che è aperta, proprio qui in Italia, qui in Europa: tra una modernità concepita come “Stato di Diritto” e modernità intesa come “Stato del Mercato e della Pena”. Ma perché questa battaglia si svolga ad armi pari bisogna che la politica torni in campo. Possibile che la politica sia così cieca da non capire che gli stessi grandi ideali del passato (quelli liberali, quelli socialisti) oggi hanno un futuro solo se si ritrovano insieme a difendere il campo del Diritto? Dov’è l’uguaglianza senza il Diritto? Dov’è la liberà senza il Diritto?

E però appare chiaro che la politica da sola non ce la fa. Balbetta, spesso trema, fugge, tenta di blandire il populismo.

La politica ha bisogno di nuovi alleati, e può trovarli solo nella società, in nuove aggregazioni che mettano insieme ideali e interessi collettivi della modernità. Le professioni, i nuovi “corpi intermedi”. Che devono uscire però dalla antica subalternità: non proporsi più alla politica come “clienti”, o come “strumenti” di consenso. Ma come protagonisti, portatori di una idea di modernità che è loro propria e che pretendono, dalla politica, che diventi “strategia”.

Pd caos iscrizioni a Napoli: "Portate la tessera, i 10 euro ve li danno loro". 1 marzo 2017 video di Anna Laura De Rosa e Alessio Gemma su Rep/Tv. “Dovete portare tessera e codice fiscale, i 10 euro ve li danno stesso loro”. Sigaretta in bocca, occhiali e capelli bruni: la donna spiega come ci si iscrive al partito democratico a Napoli. Scene dal tesseramento a Miano, quartiere popolare dell’area nord. Piazza Regina Elena, a due passi dagli uffici del Comune. È l’ultimo giorno utile per strappare l’adesione al Pd in vista del congresso nazionale, più di un centinaio di persone fanno la spola dalle 17 fuori alla sede di un’associazione. I dieci euro sono la quota che il partito per rinnovare l’iscrizione. “Ve le da Michel dentro, se la vede lui”, aggiunge l’amica. Dietro alla scrivania, in una stanza piena di persone, fa capolino Michel Di Prisco, ex vicepresidente della Municipalità. Un capobastone noto tra le file del Pd, al centro delle primarie dello scandalo del 2011.

"10 euro per la tessera del Pd". Un nuovo scandalo travolge i dem. A Miano, quartiere popolare nel Napoletano, scoppia il caso delle tessere comprate. "I 10 euro ve li darà Michel all'interno", scrive Sergio Rame, Mercoledì 1/03/2017, su "Il Giornale". "10 euro e la tessera del Pd è comprata". Il video di Repubblica, girato con telecamera nascosta a Miano, quartiere popolare dell'area nord di Napoli, è una bomba che deflagra in un partito già fiaccato dagli scandali giudiziari e dalle divisioni interne. Nell'ultimo giorno utile per il tesseramento al Partito democratico si vedono chiaramente scene di compravendita delle tessere. "Solo la carta d'identità - dice una voce fuoricampo nel video di Repubblica - i dieci euro ve li danno loro". Una signora dà le indicazioni ai "militanti" del Pd per iscriversi e rinnovare la tessera del Partito democratico in vista del congresso nazionale dove Matteo Renzi, Michele Emiliano e Andrea Orlando si sfideranno per prendere la leadership del partito. In piazza Regina Elena, in un quartiere popolare ad alta densità di camorra, più di un centinaio di persone fanno la spola all'esterno della sede di un'associazione. C'è un via vai di persone. E di soldi. 10 euro è la quota che il Pd chiede per rinnovare l'iscrizione. "I dieci euro - spiega la signora nel video di Repubblica - ve li darà Michel all'interno. Se la vede lui". Michel è Michel Di Prisco, l'ex vicepresidente della Municipalità finito al centro dello scandalo delle primarie del 2011 per il Comune. "Entrate - dice ancora la signore - stanno dando 10 euro a persona. Non li cacciamo noi, non ci vanno in tasca. Vanno al partito". Tra gli organizzatori di questo sistema clientelare c'è anche un certo "don Gennaro". A lui spetta il compito di coordinare le operazione di tesseramento per "il partito di Michel, il nostro consigliere di quartiere". Dopo il caos scoppiato nel capoluogo campano, il Pd è corso ai ripari inviando Emanuele Fiano a Napoli in qualità di "osservatore". Dovrà vigilare sul tesseramento. "Nelle situazioni denunciate e circoscritte - spiegano fonti del Nazareno - si congela il tesseramento o lo si annulla se palesemente non in linea con le regole". Le regole del Pd prevedono che le verifiche siano fatte sul tesseramento, provincia per provincia. E il tesseramento è valido solo quando viene certificato dalle commissioni per il congresso. Graziella Pagano ex senatrice ed europarlamentare, è stata scelta dal segretario regionale campano, Assunta Tartaglione, per monitorare su Miano. "Gli episodi riportati dalla stampa sono di una gravità estrema - ha commentato la Tartaglione - inficiano il regolare svolgimento del tesseramento e ledono pesantemente l'immagine del partito".

Scandalo tessere comprate Pd nel caos verso le primarie. A Napoli iscrizioni pagate 10 euro. Orfini: espelleremo i responsabili. Presto aperto un fascicolo in Procura, scrive Pier Francesco Borgia, Giovedì 2/03/2017, su "Il Giornale". Scoppia il caso del tesseramento fittizio nel Pd campano. Tra Napoli e Castellammare, due casi che mostrano chiaramente come non tutte le regole sono state osservate. Sul sito di Repubblica è apparso un video in cui si vede una donna convincere alcune persone ad andare a rinnovare la tessera senza preoccuparsi per i soldi necessari («Dovete portare tessera e codice fiscali, i 10 euro ve li danno loro»). A Castellammare, invece, gli stessi responsabili del partito si sono accorti che qualcuno aveva pagato il rinnovo di 16 tessere con una sola carta di credito. A un anno dalle primarie dello scandalo (a Napoli per scegliere il candidato sindaco), torna di stretta attualità l'allegra gestione del partito. Il presidente «reggente» Matteo Orfini ha già inviato nel capoluogo campano un suo rappresentante (Emanuele Fiano) per verificare i fatti. E mentre «l'inviato» del Pd annuncia che segnalerà tutto ai magistrati, dalla procura trapela che è già stata aperta un'inchiesta. Orfini poi avanza una preoccupazione ulteriore: potrebbero esserci altri casi come quello emerso al circolo Pd del quartiere napoletano di Miano. «Se queste cose sono emerse - spiega Orfini - è proprio perché il nostro meccanismo di controllo funziona». Un osservatore verrà mandato anche dal Pd regionale diretto da Assunta Tartaglione. Si tratta di Graziella Pagano, ex senatrice ed europarlamentare. Alla fine dell'indagine interna il tesseramento verrà poi certificato dalle commissioni istituite per preparare il congresso. D'altronde i casi sono tanti. Non c'è solo Miano o Castellammare. A Bagnoli, per esempio, hanno annullato il tesseramento dopo che si era passati dalle 200 tessere del 2016 alle 500 di quest'anno. Problemi analoghi e analoghi sospetti anche a Pompei e a Torre del Greco, cui si aggiungono i quartieri di Pianura e Pendino. La Pagano, insomma, lavorerà fianco a fianco con l'uomo di Orfini. «Ben venga - commenta la Tartaglione - la decisione del partito di inviare un dirigente nazionale per verificare la regolarità del tesseramento a Napoli. Su questa come su tutte le altre possibili anomalie saremo inflessibili». Lo spettacolo che si ricava dal video pubblicato sul sito di Repubblica è tutt'altro che edificante, commenta Orfini. Che ora pensa anche all'ipotesi espulsione per i responsabili di tesseramenti non in linea con quanto previsto dal regolamento. «Io stesso ho cacciato persone a Roma», ricorda per poi avvertire che l'organizzazione del congresso non subisce alcun condizionamento. «Non ci sarà nessuno slittamento», rassicura. E l'indagine interna potrebbe allargarsi fuori regione. Come si augura, per esempio, la europarlamentare Pina Picierno. «Si leggono cose anche da altre realtà che destano preoccupazione - spiega la Picierno, originaria del casertano -. A impensierirmi sono le notizie che arrivano dalla Puglia, ad esempio. Dobbiamo essere seri e rigorosi». Il pasticciaccio napoletano offre, comunque, un assist ghiotto ad Andrea Orlando, candidato con Michele Emiliano a contendere la poltrona di segretario del Pd a Matteo Renzi. «Il discorso della rottamazione delle classi dirigenti evidentemente non si è realizzata - constata amaro Orlando -. Sono sempre gli stessi che gestiscono il partito». E pure uno «scissionista» come l'europarlamentare Massimo Paolucci, confluito in Democratici e progressisti, vede nel caos del tesseramento un segno inequivocabile: «Le clamorose schifezze che, ancora una volta, emergono a Napoli confermano che non ci sono le condizioni per continuare la nostra battaglia dentro il Pd».

Pd, tessere gratis a Napoli, Orlando: "L'avevo detto". Orfini: "Casi isolati, prenderemo provvedimenti". Il ministro della Giustizia e candidato alle primarie: "Organizzazione precaria, temo che si possa avere stessa situazione anche in altre realtà". Resi noti i dati ufficiali sugli iscritti: nel 2016 sono 405mila, scrive l'1 marzo 2017 "La Repubblica". I conteggi ufficiali, trapelati in serata, dicono che gli iscritti al Pd nel 2016 sono 405.041: è questo, secondo quanto riferisce il vicesegretario Lorenzo Guerini, il risultato dopo le comunicazioni delle federazioni regionali, in attesa delle verifiche e delle certificazioni delle Commissioni territoriali per il congresso e "al netto del tesseramento dei Giovani democratici che ha modi e tempi autonomi". Un dato che arriva nel pieno della bufera sul caso delle tessere del Pd gratis a Napoli. Nel 2014 gli iscritti erano 378.669, mentre nel 2015 sono stati 395.574. Ma restano le perplessità legate al caso partenopeo. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, candidato alle primarie dem, ricorda di aver messo in guardia sulla possibilità che si verificasse un problema del genere. "Avevo messo in evidenza il rischio che in una situazione organizzativa abbastanza precaria si potesse produrre questo tipo di effetti, e si stanno producendo" e "temo che questo rischio si manifesti anche in altre realtà. Apprezzo il fatto che si sia intervenuti tempestivamente e mi auguro che si continui così. Mi fido di chi oggi è chiamato a gestire questo passaggio così delicato" ha aggiunto. Su Facebook il presidente del Pd Matteo Orfini annuncia provvedimenti immediati: "Ieri si è chiuso il tesseramento del Pd. Purtroppo ci vengono segnalati anche casi - per fortuna isolati - di gestione poco trasparente. Il nostro congresso deve essere una grande festa democratica e non possiamo consentire che venga rovinato da comportamenti discutibili. Ovunque verranno segnalate anomalie provvederò a inviare commissari per il tesseramento e chiederò alla commissione di accompagnare il percorso congressuale per scongiurare ogni rischio. Per questo già nelle prossime ore assumerò i primi provvedimenti sui casi segnalati". Infatti a Napoli è già stato inviato Emanuele Fiano come un commissario per esaminare le irregolarità sui tesseramenti.

Pd, c'è anche un caso Puglia: boom di tessere, l'eurodeputata Picierno invoca verifiche. Nella regione di Michele Emiliano, secondo le prime proiezioni sono state registrate 33mila 500 tessere, in aumento rispetto allo scorso anno (quando si contarono 27mila iscrizioni), scrive Antonello Cassano il 2 marzo 2017, su "La Repubblica". Tesseramento chiuso, ma polemiche e colpi bassi sempre più pesanti tra le varie correnti di partito. A punto che dopo il 'caso Napoli' ora infuria anche un 'caso Puglia'. La campagna per le iscrizioni al Pd in regione, terminata il 28 febbraio, ha fatto un balzo in avanti nelle ultime 48 ore. In Puglia secondo le prime proiezioni sono state registrate 33mila 500 tessere, in aumento rispetto allo scorso anno (quando si contarono 27mila iscrizioni). Numeri in aumento a Bari città, dove si superano i 3mila tesserati, mentre a Foggia città si toccano le 1.300 tessere. Circa 3.500 i tesserati sia nella provincia di Brindisi sia in quella di Taranto. A Lecce città sono 1.700 le iscrizioni. Grandi numeri nella Bat, dove si registrano 6mila tesseramenti. In particolare a Barletta si registrano 1.700 tesseramenti (ma erano 3.500 lo scorso anno), di cui 700 tessere cartacee e circa 1.000 iscrizioni online. Ma nel giorno in cui il governatore Michele Emiliano (candidato alle primarie per la segreteria contro Matteo Renzi, Andrea Orlando e Carlotta Salerno) nel corso di una visita lampo nella sede del consiglio regionale della Toscana definisce il tesseramento "una prova muscolar-finanziaria che non funziona", in Puglia si susseguono gli scambi di accuse tra i renziani e i seguaci del governatore. E così dopo i casi segnalati nei giorni scorsi di circoli chiusi anzitempo e di tessere fotocopiate, le polemiche infuriano sull'alto numero di iscrizioni online. "Mille tessere online? In una sola città della Bat? Ditemi che è una bufala", esclama su Facebook il renziano Fabrizio Ferrante. A rincarare la dose ci pensano prima l'eurodeputata campana Pina Picierno, che chiede "verifiche in Puglia", e poi l'eurodeputata cerignolana Elena Gentile che denuncia: "A San Severo negli ultimi minuti prima della chiusura del tesseramento si sono presentati 150 immigrati irregolari che hanno chiesto di tesserarsi - accusa la renziana - Fossi il responsabile del tesseramento regionale comincerei a preoccuparmi". La risposta di Ruggiero Mennea, deputato al controllo delle tessere, non tarda ad arrivare: "Si tratta di 11 migranti spostati dal campo di Rignano a San Severo, polemica inutile. La mia amica Elena Gentile - afferma il consigliere, che durante una telefonata con il vicesegretario nazionale del Pd, Lorenzo Guerini, ha parlato di un corretto andamento delle procedure di tesseramento in Puglia - può stare tranquilla". Nel frattempo il Pd pugliese dà l'immagine di un partito balcanizzato e non a caso dall'altro fronte, quello pro Emiliano, c'è chi fa notare che proprio a Cerignola, nella terra di Elena Gentile, sia partito un esposto "perché nell'ultimo giorno disponibile per il tesseramento molta gente non avrebbe avuto la possibilità di iscriversi". Balcanizzazione in pieno corso anche a Lecce. Qui è la componente della segreteria regionale, Alessandra Giammarruto, che in un documento inviato al Nazareno e pubblicato dall'Huffington Post chiede la sospensione e il commissariamento dei poteri del segretario provinciale leccese Salvatore Piconese, dato nei giorni scorsi vicino agli scissionisti fuoriusciti dal Pd e al movimento 'Consenso' organizzato da Massimo D'Alema: "Le tessere - accusa Giammaruto - nella maggior parte dei circoli non sono state neppure consegnate. Diversi segretari hanno manifestato volontà di lasciare il partito e a Lecce città non è stato istituito alcun ufficio adesioni". Accuse che non piacciono per niente al segretario regionale dem Marco Lacarra: "Dichiarazioni prive di fondamento. Il segretario provinciale del Pd di Lecce ha comunicato la sua permanenza nel partito, prendendo le distanze dalla scelta di alcuni dirigenti scissionisti. Il tesseramento in Puglia è stato gestito nella massima trasparenza, anche a Lecce". La resa dei conti fra le correnti del partito è destinata a proseguire.  

Quella nebulosa chiamata sinistra, scrive Concita De Gregorio il 18 febbraio 2017 su “La Repubblica”. E’ con sgomento, incredulità e malinconico divertimento che annoto di giorno in giorno su uno speciale taccuino le nuove iniziative (pre-elettorali? Precongressuali? Psichiche?) della galassia semigassosa nata dalla trasformazione della materia di quello che nel secolo scorso è stato il centrosinistra, con o senza trattino, non saprei più dire. Come in un esperimento nel laboratorio di chimica alle medie, si rintracciano anche particelle solide della sostanza originaria. L’ultima è di ieri, o dell’altro ieri, perdo il conto: Rivoluzione socialista indetta dai socialisti democratici di Michele Emiliano. Subito prima Campo Progressista di Pisapia che seguiva ConSenso di D’Alema, il quale certamente non dialoga con Dema di De Magistris, area Ada Colau e Varoufakis. Non lontano da Dema si collocava un tentativo in apparenza oggi disperso, ma forse solo silente, la Coalizione sociale di Michele de Palma per Maurizio Landini, Fiom. Sigla ormai arcaica, quest’ultima, che tuttavia resiste insieme a Rifondazione comunista di Paolo Ferrero, prossimamente a congresso. Un tributo si deve all’antesignana Possibile di Pippo Civati, attenzione merita il laboratorio Milano In di Cristina Tajani, ex Sel come tutti quelli ora in SI, in queste ore riuniti a Rimini. Al congresso di SI partecipa il solo segretario Nicola Fratoianni, non Arturo Scotto che un attimo prima delle assise ha ritirato la candidatura alla segretaria per passare con Pisapia. Mentre Rifare l’Italia ha portato Orfini ai vertici del Pd di Renzi, sulla faglia alla sua immediata destra si attendono le mosse del molto attivo Andrea Orlando, per ora senza sigla ma forse in contatto col lavoro sottotraccia di Franceschini e Serracchiani i quali pare abbiano l’obiettivo di “tenere unito” il Pd: bisogna solo capire unito sotto la guida di chi. A soffiare polvere magica sull’esperimento di trasformazione della materia contribuiscono figure ubique come Massimiliano Smeriglio, ex destra Sel, vicepresidente della Regione Lazio detto il re della Garbatella che ha partecipato negli stessi giorni alla campagna di tesseramento di SI in area Scotto, era al fianco di D’Alema al lancio di ConSenso, con Pisapia a Milano al lancio di Campo Progressista e con Emiliano in Rivoluzione socialista. Scrivo queste desolate righe in risposta a due lettori: Ugo Stalio, 76 anni (“Possibile che gli unici accordi siano su quanti seggi toccheranno in Parlamento? Che il loro calcolo sia quello?”) e Silvio Fossi, 86. Generazione che ha fatto l’Italia, pazienza se vi sembra retorico: leggete la lettera di Silvio da moschettiere del Duce a osservatore del M5S passando per sessant’anni a sinistra, oggi iscritto al Pd, e capirete. Parla di “soffio di fascismo tecnologico”: non tornerà col manganello, dice, ma dai mezzi di comunicazione. Parla di Trump, dice che ha seguito la diretta dell’assemblea Pd del 13 febbraio, domanda se “la sinistra non capisca la gravità delle conseguenze di una scissione, delle quali dovrebbe rendere conto a tutti gli italiani”. Il soggetto di questa frase tuttavia - “sinistra” - è composta attualmente dalla nebulosa qui descritta per sommi capi e certo con difetto di distinguo. In politica, come in tutto il resto nella vita, peggio che non capire c’è solo capire troppo tardi.

Un'assemblea senza anima avvicina la scissione del Pd. Nella riunione di sette ore parlano tutti i leader, renziani e di minoranza, Ma le parole più importanti arrivano alla fine, a telecamere spente, con Emiliano, Speranza e Rossi che accusano Renzi di "aver scelto la strada della scissione". Da oggi il M5S è il primo partito del Paese. I democratici sono ormai bruciati, scrive Marco Damilano il 19 febbraio 2017 su "L'Espresso". La svolta arriva alla fine, quando l'assemblea del Pd è ormai terminata da più di un'ora. Via i delegati, i curiosi, i contestatori, le telecamere, le guardie rosse, ecco la nota dei tre tenori, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza alle sette di sera, in tempo per i tg, con la parola esorcizzata, invocata, temuta, carezzata per tutta la giornata: «Renzi ha scelto la strada della scissione», scrivono i tre. E questa volta, a quanto pare, è davvero finita. Tra accuse reciproche: decisione già presa, avanspettacolo. L'annuncio dell'addio arriva dopo un'assemblea di sette ore, all'hotel Parco dei Principi immerso nei Parioli, tra stucchi dorati, lampadari, finti busti neo-classici. Di fronte ai recinti del bioparco si alterna al microfono il bestiario del partito che governa il Paese: i falchi, le colombe, le volpi, i leoni, le faine, i serpenti, le iene e le belle gioie. Il dolore, più volte tirato in ballo, i sentimenti e i risentimenti, le trappole, i trabocchetti. La sottosegretaria Maria Elena Boschi, silente e a lungo inquadrata dalla regia. Le convergenze parallele: attribuite da sempre al pugliese Aldo Moro per il centro-sinistra (ma lui, in realtà, non pronunciò mai questa frase), sembrano rivivere in formato per così dire minore alle cinque del pomeriggio, quando al microfono a sorpresa chiede di intervenire il presidente della Puglia Michele Emiliano. Al raduno del teatro Vittoria nel quartiere Testaccio era stato il più duro del trio contro Renzi: «Vi chiedo scusa di averlo votato». Per tutto il giorno c'è il mistero sulle sue reali intenzioni, gli spin renziani fanno sapere che è pronto a tradire Rossi, Speranza e Bersani (e Massimo D'Alema). E il governatore sembra confermare i sospetti. Si traveste da agnello. Sventola il ramoscello della pace. Afferma che se Renzi farà un passo indietro, lui ne farà altrettanti, «per fare cento passi in avanti». Fino alla mozione di fiducia: «Io dico: mi fido del segretario, di Renzi, ho fiducia nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. Siamo a un passo dalla soluzione per portare dentro il partito una sfida dignitosa». Con un'avvertenza finale: «Se non troviamo un accordo tra di noi sarà poi difficile convincere gli italiani che siamo la forza da votare». Convergenze parallele, perché Renzi e Emiliano sembrano fino a quel momento avere un interesse in comune. Fare il congresso e le primarie. Senza uno sfidante vero e agguerrito, per l'ex premier rischiano di essere un flop: gazebo deserti, in una calda giornata che già invita al mare, la prova che come dice Bersani il popolo ha voltato le spalle al Pd. E per Emiliano le primarie contro Renzi sarebbero un formidabile palcoscenico mediatico per rafforzare la sua leadership nazionale, oggi ancora legata alla Puglia e al Sud. Nella tagliola sembrano finire gli scissionisti: Rossi, Speranza e i leader. Bersani, presente per l'ultima volta, D'Alema ormai uscito in mare aperto. «Io ho deciso, vi aspetto fuori, fatemi sapere», ha salutato i compagni prima di lasciare il teatro Vittoria. "Vi consegno stasera con la massima determinazione ma anche affetto e rispetto, consegno al segretario la possibilità vera e reale di togliere anche a me ogni alibi al processo di scissione: siete in grado di dare una mano a Renzi a risolvere un problema che è solo di metodo per evitare un esito negativo, condividere una strada che metta insieme un punto di vista dei tre candidati". Così in assemblea Michele Emiliano aggiungendo che "se stasera non troviamo un punto di equilibrio sarà difficile spiegare agli italiani che questo è il partito a cui affidare il futuro dell'Italia". Sull'ex leader Massimo e sui bersaniani piovono per tutto il giorno appelli, richiami agli affetti, minacce. Nella sua relazione Renzi non concede neppure un millimetro a chi vuole andare via: «Don Milani diceva che chi perde il tempo bestemmia. Noi negli ultimi due mesi abbiamo bestemmiato il tempo. Adesso basta discutere, fuori di qui ci prendono per matti». Accusa gli avversari interni di volere la sua fine politica: «Più brutta della parola scissione c'è la parola ricatto. Non potete pensare che per evitare la scissione io possa togliermi di mezzo. Avete il diritto di sconfiggermi con un vostro candidato, non di eliminarmi!». Fa sfilare i fantasmi del 1998 e del 2009, ovvero la caduta di Romano Prodi a Palazzo Chigi e quella di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd, entrambe con la regia di D'Alema. Il vero nemico Innominato. E per la prima volta il rottamatore, il ragazzo dell'anno zero, del momento presente, chiama in suo soccorso il passato nobile del centrosinistra: Arturo Parisi e l'Ulivo, il Lingotto di Veltroni (da cui partì nel 2007 l'avventura del Pd), i valori della sinistra, l'identità, le primarie, «il potere che appartiene ai cittadini», il Pd che è l'unico «modello alternativo all'azienda-partito (M5S di Casaleggio) e al partito-azienda (Forza Italia di Arcore)». E ammette: «Il Pd è più forte dei destini personali dei leader». In carne e ossa, in sala, ci sono molti protagonisti di questa storia. Parlano tutti, contro la scissione, nel silenzio surreale dei contendenti: i bersaniani spediscono Guglielmo Epifani sul podio a parlare per tutti, i renziani ancora una volta dimostrano incapacità di intervenire fuori dalla propaganda, quando il gioco si fa duro. Al loro posto, la vecchia guardia: Piero Fassino, Dario Franceschini, Franco Marini, ex segretari di Ds, Pd, Ppi. Parla, rompendo un silenzio che durava da anni, Walter Veltroni. E nella sala finalmente si fa attenzione. Scuola di prim'ordine, l'ex segretario rompe l'indifferenza reciproca. La sua è una lezione di discorso politico, prendano nota e lo studino nei loro corsi i giovani del Pd renziano i cui concetti non durano un tweet. Ed è una lunga lettera ai compagni di sempre che oggi potrebbero andarsene. Non si interrompe un'emozione, una storia. E Walter si toglie qualche antico sassolino nei confronti del rivale di sempre, D'Alema: «Vogliamo dirci che se il governo Prodi fosse proseguito la nostra storia sarebbe stata diversa? E che senza le nostre divisioni Prodi sarebbe diventato presidente della Repubblica nel 2013?». Ma Veltroni ha qualcosa da dire, e molto, anche sulla conduzione degli ultimi anni: «Il Pd non può essere un monocolore culturale o un partito personale. Se la prospettiva è la proporzionale, i partitini e le preferenze, il ritorno a un partito che sembra la Margherita e uno che sembra i Ds, non chiamatelo futuro, la parola più giusta è passato». Standing ovation. E per un istante qualcuno sogna che possa essere lui, Veltroni, il reggente del Pd nella fase congressuale. Chi rompe e chi costruisce. Gianni Cuperlo paragona Renzi e i suoi antagonisti a James Dean in "Gioventù bruciata", due auto in corsa verso il burrone, ed è l'immagine più cruenta e vera della giornata: «Non siamo mai stati un gruppo dirigente». Franceschini squarcia un velo sul nuovo che avanza: «Nella prossima legislatura le alleanze saranno larghe, politicamente improbabili, ma i numeri hanno una loro forza, solo la nostra unità ci consentirà di tenere in mano il timone di queste coalizioni». Traduzione: se in futuro dovremo allearci anche con Forza Italia meglio restare uniti e grandi, piuttosto che piccoli e deboli. Siamo alle ovvietà. Ma intanto nei corridoi i colonnelli bersaniani attaccano Renzi, si aspetta la mossa di Emiliano che alla fine arriva. Fuori tempo massimo, però. La soluzione è a un passo. La fine del Pd anche. «La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario», disse il capogruppo dc Mino Martinazzoli chiudendo alla Camera nel 1987 la legislatura del governo Craxi. Nessuno lo ha ripetuto, eppure sarebbe stato necessario. Non lo ha fatto la minoranza, persa nell'ansia di non finire sotto il bastone renziano. E non lo ha fatto Renzi, che ha dimenticato l'insegnamento dell'Uomo Ragno: da grande potere grandi responsabilità. In un'assemblea di sette ore in cui in pochissimi hanno saputo parlare fuori dall'acquario o dal bioparco per rivolgersi al paese, all'altezza della «crisi democratica», come ha detto Veltroni, che attraversa e strema le istituzioni in Occidente, riscrive la storia e la geografia, da Washington all'Europa. La sola domanda che ci faremo dopo questo brutto film sarà: “Mentre il mondo esplodeva, di che cosa parlava la sinistra italiana?” Il passato bussa alla porta, senza i partiti e i protagonisti del passato. Sarà una scissione, se tale sarà, senza anima e pathos. Nulla di paragonabile ai drammi novecenteschi, e neppure alla nascita della Quercia, quando - garantì Michele Serra in una poesia - «ho visto piangere Massimo D'Alema/ là, dentro il grembo della tribuna rossa». Piansero tutti anche nel 2007, a Firenze, quando Fabio Mussi lasciò i Ds che entravano nel Pd. Non ha pianto nessuno, in morte del Pd così come lo abbiamo conosciuto. Una gelida separazione, di chi non ha più nulla da dirsi, di chi non sopporta più la presenza reciproca, neppure il tono di voce. Ma molto ci sarà da soffrire nelle prossime settimane: elezioni amministrative, Rai, Parlamento, il vento della divisione fuori dall'assemblea del Pd rischia di travolgere molte imprese, compreso il governo Gentiloni. Fino ad arrivare alle prossime elezioni, quando saranno. Perché da stasera M5S è virtualmente il primo partito italiano. E se la destra si sveglia, sarà un disastro politico annunciato per il centrosinistra e, chissà, forse, per il Paese. Il Pd è un partito bruciato. Un bel risultato, in ogni caso, per chi si era candidato a guidare l'Italia per decenni.

Scissione del Pd: ecco cosa ha detto davvero Delrio nel "fuori onda". "Non ha fatto neanche una telefonata...", dice il ministro riferendosi all'immobilità di Renzi sulle ipotesi di rottura del Pd, scrive il 17 febbraio 2017 Panorama. "Non ha fatto neanche fatto una telefonata, su... Come cazzo fai in una situazione del genere a non fare una telefonata?": a dirlo, parlando con Michele Meta dell'atteggiamento di Matteo Renzi rispetto alle ipotesi di scissione del Pd, è il ministro Graziano Delrio. Un "fuori onda" carpito durante un incontro sul trasporto pubblico della Capitale. Delrio risponde a Meta che gli chiede: "Lui si adopera per contrastare sta roba, Matteo?" I due, al tavolo dei relatori, parlano appunto della scissione (la conversazione è stata colta da Ala News che poi l'ha diffusa). Parte Meta, che rivolto a Delrio chiede se all'Assemblea nazionale si consumerà la scissione ("Domenica riusciamo ad evitare...?") per poi aggiungere: "Ma quindi secondo te barano o fanno sul serio?". Delrio sembra pessimista: "No fanno sul serio". E all'obiezione di Meta che forse "una parte no", il ministro replica: "Una parte ha già deciso. Poi ci sono anche dentro i renziani che diminuiscono i posti da distribuire, no? Perché pensano poi che siamo...". E Meta: "Eh, sì...". "... Una cosa - riprende Delrio - che fa vantaggio. Non capiscono un cazzo, perché sarà una cosa come la rottura della diga in California. Hai presente? C'è una crepa... ç'acqua dopo non la governi più". "Lui si adopera per contrastare sta roba, Matteo?", chiede allora Meta. Delrio: "S'è intignato di brutto. Perché non è che puoi trattare questa cosa qui come un passaggio normale (audio incomprensibile) cioè tu devi far capire che piangi se si divide il Pd non che te ne frega, chi se ne frega... Non ha fatto neanche una telefonata, su, come cazzo fai in una situazione del genere a non fare una telefonata?".

Da "Lambretta rossa" a Blair e Ambra. La frattura è anche nelle citazioni. Boccia evoca Zucchero mentre un gruppetto intona le strofe della Angiolini. I renziani più giovani s'aggrappano a Clinton, scrive Domenico Di Sanzo, Lunedì 20/02/2017, su "Il Giornale". «Lambretta rossa la trionferà». Francesco Boccia cita Zucchero durante l'assemblea Pd, e già non è più «Rivoluzione Socialista». Il deputato, presente anche alla manifestazione di sabato al Teatro Vittoria di Testaccio dice: «Hanno convinto persino me a cantare Bandiera Rossa». Ma è acqua passata. E il distacco con il popolo dei democraticisocialisti lo marca lo stesso segretario uscente Matteo Renzi nel suo intervento di apertura: «Io non accetto che qualcuno pensi di avere il copyright della parola sinistra. Anche se non canto bandiera rossa penso che il Pd abbia un futuro che non è quello che altri immaginano, la sinistra non si fa con la rivoluzione socialista». Niente lotta di classe nell'assemblea del Pd renziano, nessuno scontro con il capitalismo, «si va avanti allegri e frementi». Allegri e frementi, dice Renzi, citando Linea d'ombra di Joseph Conrad. Cosa ben diversa dall'afflato marxista che si respirava al Testaccio. Sul palco, ma anche in platea e nei corridoi dell'Hotel Parco dei Principi, i renziani marcano la differenze. Giachetti evoca la parola «sinistra» quasi come se fosse un corpo estraneo, il ministro Poletti ripete nel suo discorso i termini «impresa», «successo» e «merito», spingendosi fino all'elogio di «chi si crea l'azienduccia». Un altro pianeta rispetto a Enrico Rossi, il «rivoluzionario socialista» di sabato che magnificava l'aumento della pressione fiscale. Oppure il Roberto Speranza del «chi ha di più paghi di più, chi ha di meno paghi di meno». La scissione, sempre in bilico, è tutta contenuta nei chilometri che separano il Testaccio dai Parioli. L'Hotel Parco dei Principi, ai Parioli appunto, teatro dell'assemblea nazionale del Pd di ieri è blindato. L'organizzazione rigida. E al buffet un caffè costa un euro e cinquanta. Un panino quattro euro. I delegati più giovani, quasi tutti di estrazione renziana parlano di Clinton e Blair. Un gruppetto, per scaricare la tensione della scissione imminente, canticchia pure T'appartengo di Ambra Angiolini ai tempi di Non è la Rai. Sui loro schermi non va in onda la «Rivoluzione Socialista». Nel pomeriggio si fa vedere in sala stampa il bersaniano Nico Stumpo, e minaccia la scissione quando «le luci dell'assemblea saranno spente». Passa un giovane delegato, chiede «Chi è?» e si allontana arrabbiato dicendo: «Ah Nico!». Lo spin doctor di Renzi Filippo Sensi, accenna sorrisi, passa pure la coppia renziana Francesco Nicodemo-Pina Picierno, tutti molto casual. C'è chi cita «In cammino», il nome della nuova mozione congressuale di Renzi, che assomiglia vagamente all'En Marche! del candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron, ex socialista, altro bersaglio del popolo del Teatro Vittoria. Nel frattempo il ministro Graziano Delrio getta acqua sul fuoco del fuorionda e risponde: «Renzi vi ha annunciato che si dimette e vi dice se ce la fate battetemi! cos'altro doveva dire?». Gianni Cuperlo, però, ribatte: «Questi sono solo toni muscolari». A sinistra non piacciono i toni muscolari. La deputata Anna Ascani, renziana grintosa, si chiede come farà a spiegare al popolo del Partito Democratico una scissione basata solo sulle date del congresso. Davanti al Parco dei Principi si vedono tre militanti dei Giovani Democratici del II Municipio di Roma. Mostrano uno striscione tricolore, non rosso, con la scritta: «Restiamo Uniti». Stanno davanti all'Hotel dei Parioli fino al pomeriggio inoltrato, e chiedono di «evitare la scissione», un po' come i renziani di Pontassieve rimasti fuori dal Teatro Testaccio, in cammino.

Matteo Renzi contro Bandiera Rossa: "Non la canto e non parlo di rivoluzione socialista", scrive “Libero Quotidiano” il 19 febbraio 2017. Nell'infuocato intervento di Matteo Renzi all'assemblea Pd, nel quale ha annunciato di voler tirare dritto verso il congresso forzando di fatto la scissione, c'è anche tempo e modo per strappare (metaforicamente) la Bandiera Rossa, il celebre inno comunista. Dopo aver ringraziato Walter Veltroni "per essere qui, nei momenti di difficoltà lui c'è sempre stato", parte in quarta: "Vorrei discutere cos'è la sinistra oggi. È di sinistra Teresa Bellanova non per la provenienza che non è la mia ma per l'attenzione agli ultimi. È molto più di sinistra affrontare il tema dei diritti e dei doveri che non crogiolarsi in riferimenti ai simboli del passato. È più di sinistra fare provvedimenti del sociale". Dunque, a conclusione del climax, l'affondo: "Anche se non canto Bandiera Rossa e non parlo di rivoluzione socialista penso che il Pd abbia un futuro che non è quello che altri immaginano". Touché.

Scissionisti Pd, c'è già il nome del nuovo partito. Pd, Michele Emiliano frena sulla scissione: "Non abbiamo ancora sbattuto la porta", scrive “Libero Quotidiano” il 20 febbraio 2017. Un nome per il partito degli scissionisti c'è già: Nuova sinistra-diritti e lavoro. Gira sui foglietti volanti della riunione, convocata alla fine dell'assemblea del Pd tra Michele Emiliano, Roberto Speranza, Enrico Rossi in collegamento telefonico, Nico Stumpo, Francesco Boccia e Dario Ginefra. "Va mantenuto l'impianto di centrosinistra e ulivista", dice Speranza. Il nome, riporta Repubblica, potrebbe anche essere Centro sinistra-diritti e lavoro. Ulivo no, innanzitutto perché c'è il copyright e poi perché dieci anni dopo la caduta di Prodi sarebbe del tutto anacronistico. Certo, Nuova sinistra sembra quasi uno sfottò. Tant'è. Per quanto riguarda i numeri alla Camera vengono dati per sicuri 22 deputati bersaniani in uscita. Ai quali si uniranno i 16 che firmarono per la candidatura di Arturo Scotto alla segreteria di Sinistra italiana. Si arriverà quindi a un gruppo di 38 deputati. Al Senato Scotto non ha truppe. Ma i bersaniani sono tra i 12 e i 15, sufficienti per formare un gruppo autonomo e ottenere i finanziamenti destinati alle forze presenti alle Camere. Gli scissionisti del Pd sono già sul punto di scindersi? Paradossale, ridicolo, eppure è così. Già, perché tra chi si stacca dal Nazareno si comincia a sospettare su Michele Emiliano. Tutta colpa del tentativo di mediazione e dei tentennamenti di domenica, quando all'assemblea del partito ha provato a ricucire in extremis, nonostante le nette chiusure di Matteo Renzi su tutta la linea. Ed Emiliano, a ricucire, ci vuole provare ancora: "Io farò di tutto per evitare la scissione, aspetto fino a domani. La mia porta è sempre aperta, non ho le mani legate", ha affermato. Ed è in questo contesto, dunque, che gli esponenti della minoranza Pd, i bersaniani, che sono i più convinti dello strappo, covano sospetti sul governatore. "Emiliano è capace di tutto, ma se viene meno all'accordo perde ogni credibilità", afferma una fonte che sceglie l'anonimato a Il Messaggero. Un altro ribelle bersaniano argomenta spiegando che il governatore "non va catalogato, non è un politico di professione. Si muove tra i regolamenti, fa giravolte una dopo l'altra, ci possiamo aspettare di tutto". Insomma, gli scissionisti sono già spaccati, così come da miglior tradizione sinistra. E sempre Emiliano, di fatto, conferma il fatto che potrebbe anche evitare lo strappo sempre a Il Messaggero. "Abbandonare il Pd? A certe condizioni". E ancora, aggiunge: "La porta non è ancora chiusa, questo è chiaro, ma se Matteo non risponde, non apre uno spiraglio, non dà un segno di ascolto e di rispetto, non resta nei prossimi giorni che constatare questo atteggiamento e andare via. Se così sarà, è a Renzi che bisogna chiedere perché ha provocato questo". Ma la porta, appunto, non è ancora chiusa.

Silvio Berlusconi e Michele Emiliano, la cena con cui porre le basi per una possibile intesa, scrive “Libero Quotidiano” il 19 febbraio 2017. Nelle ore caldissime che con assoluta probabilità porteranno alla scissione del Pd, il Corriere della Sera rivela un retroscena piuttosto clamoroso. Una cena, alla quale hanno preso parte Silvio Berlusconi e Michele Emilano, uno dei leader della minoranza Pd nonché sfidante di Matteo Renzi per la segreteria. Un incontro al quale il Cavaliere è stato invitato dal governatore della Puglia: invito accettato. Secondo quanto si legge sul Corsera, Berlusconi desiderava sapere se il Pd sta davvero avviandosi alla scissione e avrebbe ottenuto garanzie sulla tenuta del partito. "E comunque non me ne andrò mai", ha detto Emiliano al Cavaliere. Eppure, negli ultimi giorni, la situazione pare essere capitolata: la scissione ci sarà e pure Emiliano potrebbe sloggiare. Resta però la cena. Quell'incontro di Berlusconi con un avversario che lo ha sempre rispettato: "Non l'ho dimenticato", ha affermato il Cavaliere. Per poi aggiungere: "Altri invece mi hanno deluso profondamente". Ogni riferimento a Renzi non è puramente casuale. Frasi precise e studiate, con le quali in un qualche modo sembrano essere state poste le basi per una possibile intesa in caso di necessità, leggasi nuove larghe intese, assai probabili in caso di voto, almeno sondaggi alla mano. Berlusconi, è noto, è pronto al dialogo. Sia che l'interlocutore sia Renzi sia, e soprattutto, se sarà Emiliano. Ma il Cav preferirebbe che il governatore scali il Pd e non se ne vada. La ragione è presto detta: con la scissione della sinistra, Renzi potrebbe ulteriormente spostarsi verso posizioni centriste, sovrapponendosi ulteriormente all'elettorato di Forza Italia.

Tredici partitini ma zero idee Le stelline della galassia rossa non sono d'accordo su nulla. Fratoianni è il nuovo segretario di Sinistra italiana, già Sel E guida un guscio vuoto, unito soltanto dal no a Renzi, scrive Massimo Malpica, Lunedì 20/02/2017, su "Il Giornale". Per dire qualcosa di sinistra contate fino a cinque. Anzi, meglio ancora fino a tredici. La prima cifra fotografa le anime della frastagliata galassia a sinistra del Pd. Al secondo numero, tredici, ci si arriva sommando anche - lo ha fatto ieri Repubblica mappando la nebulosa progressista - le componenti interne ai dem, alcune aggregate semplicemente da separate in casa. Il problema è che, mentre contate, scoprirete di essere i soli. Perché buona parte delle stelline di questa galassia, invece, non conta nulla. Tra scissioni e spaccature, il retaggio del Pci che fu s'è disperso come la molecola di una diluizione omeopatica. E di quest'ultima ha la stessa efficacia terapeutica per gli orfani di Berlinguer. L'ultima «novità» in questo variopinto insieme è l'elezione di Nicola Fratoianni a segretario di Sinistra Italiana, nata dalle ceneri di Sel (di cui il vendoliano Fratoianni era coordinatore) e già pronta a chiudere porte in faccia agli ex compagni che sbagliano. A tracciare la rotta era stato in apertura di congresso Fabio Mussi, sbarrando l'uscio al Pd renziano e strizzando l'occhio a una scissione Dem o almeno a una svolta al congresso. In fondo per Mussi la sinistra è come «un arcipelago». E chi vorrebbe costruire ponti, come l'ex capogruppo alla Camera di SI, Arturo Scotto, si ritrova fischiato e molla la nuova isola appena emersa dalle rosse acque dell'avvenire. Dove andrà? I radar dicono che il porto d'attracco di Scotto e di altri scontenti di Sinistra Italiana sia il «Campo Progressista» di Giuliano Pisapia. Ennesimo scoglio fondato - giura l'ex sindaco di Milano, «per unire» la sinistra. E per farlo la divide un po' anche lui, aggregando nel Campo l'ex Rifondazione e Sel Massimiliano Smeriglio e il leader di Centro democratico ed ex Udc Bruno Tabacci, ma seducendo pure Michele Emiliano. All'ultima presentazione c'era pure la Boldrini che però resta di Sel, cioè di SI, ma intende «fare il possibile per facilitare il dialogo tra le tante anime». Tante. Troppe. Con poche idee per aggregare e molte per dividersi. Spesso ringalluzzite dal «no» al referendum che ha restituito spiccioli mediatici a volti dimenticati. Perché almeno all'appello anti-Renzi rispondono tutti presente. C'è l'eterna Rifondazione Comunista con Paolo Ferrero, c'è Possibile di Pippo Civati, c'è DemA del sindaco di Napoli Gigi De Magistris. E prima di Renzi e dei renziani, c'è ancora un lungo elenco. A cominciare dal ConSenso dell'autoriciclato D'Alema fino al Campo aperto di Gianni Cuperlo, ieri all'attacco di Renzi. E poi i Democratici socialisti con Bersani, Rossi, e il quasi ex renziano Emiliano che puntano a scalare il partito, i Giovani Turchi, l'Area Dem di Franceschini e il Movimento lombardo del Pd che si esercitano in distinguo. Una raffica di sigle, una carrellata di leader più o meno improbabili. E poche idee al di là del no a Renzi.

Il "nuovo" della fronda Pd: Bandiera rossa e Ottocento. Tanta nostalgia e slogan riesumati dal passato alla kermesse degli scissionisti, niente bandiere Dem, scrive Domenico Di Sanzo, Domenica 19/02/2017, su "Il Giornale". «Bandiera rossa la trionferà, evviva il socialismo e la libertà». Roma, Italia, 19 febbraio anno 2017. L'evento della minoranza PD dal titolo eloquente di «Rivoluzione socialista» comincia così. All'ormai ex rottamatore fiorentino Matteo Renzi, la sinistra dem oppone i «tre tenori» Enrico Rossi, Michele Emiliano e Roberto Speranza. Restauratori del socialismo. E sono loro stessi a rivendicarlo con orgoglio. Comincia il governatore della Toscana, organizzatore dell'incontro e autore di un libro intitolato proprio Rivoluzione socialista: «Il nostro nemico è la destra» e giù applausi dalla platea, composta per lo più da sessantenni. Rossi, anche se in giacca e cravatta, si traveste da rivoluzionario: «Noi abbiamo bisogno di un partito partigiano, che stia dalla parte dei lavoratori. Il Pd sta scontando troppa contiguità e vicinanza con i potenti, se esalti Marchionne non puoi aspettarti il voto del precario». Anche se di giovani precari e popolo dei «voucher», altro tema molto in voga, se ne vedono pochi. Ad abbassare un po' la media dell'età c'è solo una piccola delegazione di Giovani Democratici, con barbe da hipster e maglioncino «alla Marchionne». Non ci sono bandiere del Pd, ad eccezione di un gruppetto di renziani, che si definiscono «responsabili», arrivati da Pontassieve, il paese dell'ex premier, per «ricucire lo strappo». Ma per loro al Teatro Vittoria di Testaccio non c'è posto. E infatti restano fuori. Dentro, intanto, continua la rievocazione del socialismo ottocentesco. Rossi vuole sconfiggere il «capitalismo parassitario» e parla di «critica razionale al capitalismo». Poi arriva Roberto Speranza che, tra una minaccia di scissione e l'altra, corteggia sindacalisti e insegnanti: «Bisogna ricomporre la frattura con il mondo della scuola e dialogare con la Cgil». Di professori sessantottini e iscritti al sindacato «rosso» nel pubblico ce ne sono tanti. Il deputato lucano confessa, suo malgrado, di «aver ricevuto anche lui una telefonata da Renzi», e subito si agita un militante: «Che t'ha detto Matteo?», urla. Il pantheon dei «socialisti rivoluzionari» riuniti al Teatro Vittoria è vasto. Vengono proiettate immagini della Resistenza, del '68, delle proteste antirazziste in America. Oltre ai classici della sinistra italiana, primo fra tutti l'intramontabile Enrico Berlinguer, gli oratori citano Nelson Mandela, Rosa Parks e Papa Francesco. In Europa, oggi i riferimenti sono il candidato dei socialisti alle prossime presidenziali francesi Benoit Hamon e il laburista britannico Jeremy Corbyn. Lo spauracchio vero, però, è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «Esempio di una destra che è pronta a raccogliere consenso sfruttando e manipolando quel disagio che ha creato lei stessa». E Renzi diventa un «neoreaganiano», di destra pure lui. Il più adorato dal popolo di questa «nuova» sinistra è invece il governatore della Puglia Michele Emiliano. L'ex magistrato, da battutista consumato, esordisce scusandosi per «essere stato un sostenitore di Renzi». Emiliano scatena l'applauso più forte di tutti quando dice: «Di fronte a una situazione molto meno grave di quella in cui si trova oggi Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani si è dimesso e ha consentito al partito di superare le difficoltà». Compagni in visibilio e Bersani costretto ad alzarsi per salutare. Accanto a lui impassibili Guglielmo Epifani e Massimo D'Alema. Tutti e tre ormai «padri nobili» della cosa socialista. Sale sul palco un operaio della Luxottica di Settimo Torinese: «Mi stupisce che ancora ci siano gli operai». Al solo pronunciare la parola tutti si scatenano. Grigorij Filippo Calcagno, 20 anni, segretario dei Giovani Democratici di Modena parla con passione di «uguaglianza, sinistra e socialismo». Il suo idolo? Enrico Rossi «il Bernie Sanders italiano». In fondo, ci si accontenta di poco.

Ladri di politica, scrive il 18 febbraio 2017 Alessandro Gilioli su "L’Espresso”. Non so se è solo mio o di pochi - o invece è diffuso - il senso di attonito straniamento rispetto allo spettacolo offerto in quest'ultima settimana da quelle parti politiche che erano nate (o almeno dicevano di essere nate) per rappresentare, in Italia, la parte più bassa e numerosa della piramide sociale: i ceti poveri, quelli impoveriti, quelli fragili, quelli sommersi dalla velocità e dalla voracità del capitalismo più recente. Attonito straniamento non solo rispetto al Pd - e alle sue improbabili, impresentabili, inguardabili cordate di potere - ma più in generale rispetto a tutto o quasi il teatrino che ci sta attorno, comprese le sinistre più o meno "radicali" che si accoltellano intorno alla questione se si può essere più o meno alleati di un altro partito in cui nel frattempo ci si accoltella attorno ad antiche oligarchie spodestate e a ex spodestatori già rampanti ma precocemente invecchiati nel somigliare alle stesse oligarchie che avevano spodestato.

E in tutto questo, niente di reale: niente che somigli a questioni vere, alla società fatta a coriandoli, al 'tutti contro tutti' diventato cifra del nostro vivere quotidiano, alle persone che a milioni hanno perso identità e prospettive, ideali e tranquillità. Che hanno perso allo stesso tempo l'oggi, il domani e il dopodomani. E sono rimaste sole. Sono rimaste sole perché c'è un dentro - i partiti, le loro surreali lotte intestine, i loro esponenti che si insultano sui media - e c'è un fuori, dove si parla d'altro e si teme altro, e si guarda a quei partiti come se fossero tutti alieni, pazzi, o tutt'al più appunto teatranti, intrattenitori. Che litigando ci fanno distrarre dalla nostra vita vera, dai nostri problemi veri, dal nulla in cui siamo stati cacciati. Dentro, ci sono i pochi tifosi di questo o di quello: con la giugulare gonfia e l'insulto rapido, con le proprie ragioni di setta e i propri amori tribali, con il proprio capo di riferimento che rappresenta da solo il bene e il giusto. Fuori, ci sono tutti gli altri: spaesati, stanchi, disillusi, distaccati, indifferenti, malfidenti, distratti. Alcuni - pochi - incazzati, come me: e timorosi che appena l'orchestrina finisce il concerto, lì sul Titanic, ci sarà da ammazzarsi per salire sulle scialuppe. Ma molti di più sono semplicemente i lontani, i lontanissimi da chi è rimasto dentro a parlarsi addosso. Poi finirà, in qualche modo. E "passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore". Resta ancora da capire, però, cosa resterà dopo. Se le macerie renderanno fertile il terreno o se al contrario nulla vi crescerà più per anni. Se avrà di nuovo senso la politica come strumento per immettere buone cause nel reale e provare a creare valore nel mondo o se al contrario la politica ci sarà stata derubata irreversibilmente.

La sinistra vive di scissioni. Possibile, Dema, Sinistra Italiana, Campo progressista e ora il partito dei bersanian-dalemiani. Ecco tutte le scissioni che ha subìto il Pd, scrive Francesco Curridori, Giovedì 16/02/2017, su "Il Giornale". Pci-Pds-Ds-Pd a sinistra, Rifondazione-Pdci-Sinistra Arcobaleno-Fds-Sel-Si ancora più a sinistra. Nel corso degli ultimi 20 anni il centrosinistra italiano ha conosciuto più partiti che nei primi 50 anni di storia repubblicana. L’uscita dal Pd di Pier Luigi Bersani e della sinistra dem rischia di creare una frattura ben più importante della scissione di Palazzo Barberini dal Partito Socialista Italiano attuata da Giuseppe Saragat. Oggi ‘burattinaio’ dell’operazione è Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pds/Ds, il più feroce oppositore di Matteo Renzi. D’Alema, prima ha fondato i comitati del No al referendum e, poi, ha giurato: “Quando finisce questa campagna elettorale tornerò pienamente al mio lavoro, quello di presiedere la Fondazione culturale dei Socialisti europei a Bruxelles e quindi non mi occuperei della politica italiana". Ma si sa, i leaders della sinistra fanno promesse da marinaio. Anche Renzi aveva giurato più volte: “Se perdo il referendum, mi ritiro dalla politica” e, molto prima di lui Walter Veltroni con l’indimenticabile: “Quando smetto con la politica, vado in Africa”. Ora, invece, Renzi sta preparando la sfida all’Ok Corral con la minoranza e Veltroni, primo segretario del Pd, alquanto preoccupato, è intervenuto sul Corriere della Sera: “L’idea di dividersi è un incubo”. Eppure la scissione è dietro la porta, anzi per Bersani “è già avvenuta”, con gli elettori in occasione del referendum. Renzi sembra essersi rassegnato. “Non si fa una scissione sulla data del Congresso”, ha commentato in questi giorni. E, infatti, la rottura ha ragioni ben più pragmatiche e profonde. Da un lato la minoranza non ha un candidato unitario da contrapporre in così breve tempo a Renzi e dall’altro ha vissuto la sua segreteria come un’anomalia. A parte la parentesi di Dario Franceschini che nel 2009 ha svolto il ruolo di reggente dopo le dimissioni di Veltroni, il Pd non è mai stato guidato da un ex margheritino e la componente ex diessina ha sempre dettato la linea. E ora, se Renzi dovesse rivincere il Congresso, con l’attuale legge elettorale si troverebbe ridimensionata perché spetterebbe al segretario decidere le candidature e capilista bloccati. Ecco dunque la necessità della minoranza dem di uscire dal Pd e sperare, come ha detto D’Alema, di raggiungere quel 10% che, grazie a una legge proporzionale, consenta ai vari Bersani, Speranza ed Emiliano di avere rappresentanza in Parlamento. I numeri dicono che chi si è separato dal Pd, come Francesco Rutelli con la sua Api, non ha avuto grande seguito e che la sinistra radicale non supera il 5% dal lontano 2006. Sinistra Italiana, il soggetto politico che doveva servire per unire i vendoliani di Sel con i fuoriusciti del Pd, si sta dividendo ancor prima di essere nata. Il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, è pronto ad abbandonare l’intransigente Nicola Fratoianni per seguire il progetto di Giuseppe Pisapia del “Campo progressista” che guarda al Pd. Sarebbe da smemorati, poi, non citare ‘Possibile’ di Pippo Civati e il movimento Dema, Democrazia autonoma del sindaco Luigi De Magistris che nasce dalle ceneri del Movimento Arancione. In questo contesto nascono spontanee alcune domande. Come può il Pd possa risollevarsi se rielegge Renzi, il segretario che si è dimesso da premier dopo aver perso un referendum costituzionale 60 a 40? E come può un Bersani riproporsi agli italiani dopo che, all’indomani delle elezioni 2013, aveva commentato: “Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto"? E chi può tenere insieme Enrico Rossi, Michele Emiliano, Pisapia, Civati, De Magistris, Stefano Fassina e Fratoianni? In attesa di una risposta, siamo certi che arriverà prima una nuova scissione…

Tra sigle e scissioni, la storia della sinistra lunga un secolo. Dal primo Partito socialista a Sinistra ecologia e libertà, ripercorriamo nascita e divisioni di tutti i soggetti che hanno scritto la storia della sinistra italiana, scrive "Il Corriere della Sera" il 17 febbraio 2017.

1. Il primo Partito socialista (1892). La storia della sinistra italiana è ricca di esperienze, di nascita di nuovi soggetti come di scissioni e di spaccature. Proviamo a ripercorrere le principali vicende con i simboli dei partiti che si sono affacciati sulla scena politica nazionale. Il Partito socialista è la prima formazione organizzata della sinistra in Italia. Viene fondato a Genova e nel 1895 assume la sigla di Psi. Il fascismo nasce ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano. Benito Mussolini, ex dirigente del Partito Socialista Italiano e convertito alle idee del nazionalismo e della prima guerra mondiale, riuscì a fondere la confusa congerie di idee, aspirazioni, frustrazioni degli ex combattenti reduci dalla dura esperienza della guerra di trincea, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria che subito si contraddistinse per la violenza dei metodi impiegati contro gli oppositori.

2. Il Partito Comunista Italiana (1921). A Livorno la corrente rivoluzionaria del Psi, insoddisfatta per l’esito del congresso, lascia l’organizzazione e fonda il Partito comunista italiano.

3. Partito socialdemocratico (1947). La corrente moderata del Psi guidata da Giuseppe Saragat, in polemica con la linea di collaborazione con i comunisti, fonda il Partito socialdemocratico.

4. Partito socialista di unità proletaria (1964). Dopo i fatti di Ungheria (1956) i rapporti tra Psi e Pci peggiorano. I socialisti filo Pci fondano il Partito socialista di unità proletaria.

5. Partito di unità proletaria (1974). Nel Partito di unità proletaria per il comunismo confluisce il gruppo del Manifesto (radiato dal Pci) e altre sigle dell’estrema sinistra.

6. Partito democratico della sinistra (1991). A febbraio il Pci, sotto la guida di Achille Occhetto, si scioglie per dare vita a un nuovo partito di orientamento socialista e democratico, il Pds.

7. Rifondazione comunista (1991). I contrari alla fine del Pci, insieme ad altre sigle della sinistra radicale, a dicembre varano il Partito della rifondazione comunista.

8. Democratici di sinistra (1998). A febbraio il Pds e altre sigle di ispirazione socialista, cristiano sociale, comunista e repubblicana, danno vita ai Democratici di sinistra.

9. Comunisti italiani (1998). Una parte di Rifondazione comunista, favorevole al governo Prodi, rompe con il resto del partito e fonda in ottobre i Comunisti italiani.

10. Partito democratico (2007). Dalla fusione di Ds e Margherita (la sigla che aveva raccolto la tradizione della sinistra Dc) nasce con le primarie il Partito democratico.

11. Sinistra ecologia e libertà (2009). L’unione di Sinistra democratica, ex Ds contrari alla nascita del Pd, con un gruppo fuoriuscito da Rifondazione dà vita a Sel.

In vita e in morte del Partito democratico. La sola domanda che ci faremo dopo questo brutto film sarà: “Mentre il mondo esplodeva, di che cosa parlava la sinistra italiana?” Scrive Tommaso Cerno il 17 febbraio 2017 su “L’Espresso”. Partiamo da una citazione talmente celebre che finisce per essere sottovalutata, fino a quando - a forza di provarla sulla nostra pelle - si dimostra l’archetipo dell’essere italiano. Nel Principe, Nicolò Machiavelli scrive che il successo di un regnante - si direbbe oggi di un leader - dipende per metà dalla fortuna e per metà dalla virtù. Significa che non c’è al comando mai la pura casualità, né la pura follia, né la pura capacità. Quel che sta succedendo al Pd è, dunque, l’epilogo di una storia. Cominciata con una classe dirigente inadeguata, simboleggiata dalla figuraccia di Pier Luigi Bersani alle politiche 2013. E terminata con una classe dirigente altrettanto inadeguata. Simboleggiata da un Matteo Renzi irriconoscibile. E dalla nostra copertina che incide la data di nascita e di morte non della sigla “Pd”, ma del sogno che essa aveva animato. Perché il Partito democratico non perde elettori o dirigenti, cosa che capita in politica, ma perde peso e credibilità agli occhi di tutta la parte laica e progressista del Paese. Si scioglie nell’anima, non nella struttura. Poco importano le beghe fra correnti e la frattura, prima personale e solo poi politica, che si sta rapidamente consumando in queste ore, di fronte a ciò che resta: “Il fu Partito democratico”. Da quel 2007 a oggi sono passati dieci anni. E ora sappiamo che, comunque vada, ciò che uscirà dal congresso non è più ciò che ci era entrato: il Pd come l’avevamo conosciuto. Sulla crisi dei democratici è stato scritto e detto di tutto. Politologi, militanti, blogger, editorialisti e mezzi busti da talk show. Eppure c’è qualcosa di atavico, qualcosa di interiore di cui ti vergogni, c’è un riflesso automatico che cerchi di occultare e che invece si manifesta più nitido di tutto. Quando, fra dieci anni, lontani dai riflettori e dalle polemiche della cronaca, fuori dai tatticismi e dalle giravolte politiche, analizzeremo questo momento storico, dove sta cambiando “l’uomo” e il suo modo di stare al mondo, ci chiederemo: di cosa stava discutendo la sinistra italiana? Di cosa, mentre milioni di donne e uomini urlavano la propria rabbia e il proprio no al modo in cui abbiamo concepito la politica dalla caduta di Hitler e Mussolini in poi? Di cosa lor signori mentre un miliardario saliva sull’Air Force One con il plebiscito della classe più povera d’America? E di cosa mentre nel cuore dell’Europa democratica risorgevano gli spettri del nazionalismo e della xenofobia? Di mozioni, tessere, conferenze programmatiche, regole, documenti fotocopia e ancora mozioni. Di nulla. la parola d’ordine che nel 2007 aprì al sogno di una sinistra maggioritaria nel segno del Pd era “fusione”. A freddo magari. Tenuta insieme con lo scotch dell’antiberlusconismo, se vogliamo. Ma adesso la parola più pronunciata a sinistra è diventata “scissione”. Non è un caso. È un’inversione di polarità, un ribaltamento del processo culturale che ha tentato di archiviare le vecchie ideologie e di traghettare il cattolicesimo sociale e l’ex comunismo, pentito, nel socialismo europeo. E invece niente. Renzi sì, Renzi no, prigionieri di un referendum interiore che condanna la sinistra a perdere per i prossimi anni le elezioni. A vantaggio, deciderà il Paese, di un grillismo che - nemesi vuole - nasceva proprio nello stesso anno del Pd, nel 2007, con un grido “Vaffa” che si sta mutando in desiderio di governo. Dentro un processo, pur incidentato, di parlamentarizzazione che va nella direzione opposta ai democratici di nome, ma non di fatto. Oppure alla destra neo-berlusconista, guidata da chi saprà mostrarsi a ciò che resta del Cavaliere quel modello di “italiano medio” che Berlusconi, piaccia o no, ha saputo decifrare meglio del campo avverso. Diverte che in questa Chernobyl politica ci si diletti con le virgole e gli apostrofi. Diverte che la domanda sia: quanto durerà il governo? Come se un brutto film fosse più o meno brutto perché dura un quarto d’ora in meno o venti minuti in più. Nello spettatore elettore, ciò che lascerà sarà il medesimo senso di estraneità, di fastidio, di lontananza. E alla domanda: quanto è durato? La risposta sarà: che me ne importa. Ma la sinistra no. Lei sa come si fa. Sa ripetere il mantra dei tempi nuovi, quello che dice «dobbiamo ritrovare la fiducia dei nostri elettori, dobbiamo parlare a quella gente che ci ha voltato le spalle». Retorica. E pure di bassa lega. La verità è che l’Italia, soprattutto la sinistra italiana, vive un eterno 8 settembre. Abbiamo dentro l’archetipo che demolisce ogni progetto includente. Non possediamo l’anticorpo del governo. Quello che consente di distinguere fra un’idealità che deve volare sempre più alta e la responsabilità del compromesso, tale solo in virtù di un fine, chiudendo sulla citazione machiavellica: materializzare (almeno in parte) le promesse fatte.

Una questione di potere, scrive Michele Serra il 18 febbraio 2017. La grande speranza della sinistra post comunista, dalla Bolognina in poi, era che la morte dell'ideologia avrebbe reso più viva la politica. Più viva e più libera di abbracciare la realtà, di assomigliare alle persone e alla società così com'erano, di unire e di dividere non più sulla base delle differenti appartenenze, ma delle battaglie da fare. L'attuale crisi del Pd, forse sull'orlo del suo dissolvimento, non è grave perché mette a rischio le sorti di questo o quel gruppo dirigente, o addirittura quelle del partito stesso: i leader passano, i partiti anche, e perfino per i litigiosi eredi della grande tradizione comunista e cattolico-popolare vale il cinico ma salvifico detto "chi muore giace, chi vive si dà pace". La crisi del Pd è grave perché, con tutta la buona volontà, non si riesce a leggerla in chiave di autentico scontro politico, cioè di un conflitto provocato da visioni inconciliabili della società, dell'economia, dei diritti e dei doveri, degli interessi da tutelare e di quelli da combattere. E dunque il Pd minaccia di certificare, nella sua maniera al tempo stesso rissosa e impotente, che la grande speranza della Bolognina era in realtà una grande illusione. Alla morte dell'ideologia ha fatto seguito, a sinistra, anche la morte della politica, almeno della politica intesa come comprensibile e appassionante tentativo di interpretare la realtà e di modificarla. Al suo posto uno scontro di potere che riesce a stento, e forse solo per mantenere il decoro, a contenere qualche riverbero di politica vera (la disputa sui voucher? Ovvero su meno del due per cento del totale delle retribuzioni? Esiste al mondo un partito di massa disposto a spaccarsi su una questione del genere?); ma quel riverbero è così tenue da non riuscire a illuminare il clima da tragedia shakespeariana che occupa la scena, e del quale il pubblico riesce a intendere le minacce e i gemiti, non certo la sostanza drammaturgica. È una trama che sfugge. Una trama che appartiene solo agli attori, non agli spettatori. È una situazione - quel clima cupo, quell'astio, quel non parlarsi e "non telefonarsi" (Delrio) - che lascia di stucco i milioni di elettori che al Pd, nonostante tutto, fanno riferimento; ma quel che è peggio pare ingovernabile perfino dai suoi stessi artefici, non uno dei quali è riuscito, fin qui, a dare una spiegazione "popolare", ovvero comprensibile al grosso dell'opinione pubblica, di quanto sta accadendo sul piano delle scelte politiche, visto che su quello del potere (Renzi sì, Renzi no) tutto è fin troppo chiaro. Stucchevolmente chiaro. Ha ragione dunque Gianni Cuperlo, uno dei (pochi) leader che ha dato l'impressione di anteporre ai conti personali quelli con la comunità nazionale: la posta in palio è "mandare all'aria un quarto di secolo", l'intera storia della sinistra italiana dalla Bolognina fino ad oggi, dalla data di morte della ragione ideologica sacrificata nel nome della ragione politica che avrebbe dovuto prenderne il posto. A giudicare dall'attuale evanescenza della ragione politica, viene da immaginare la piccola vendetta postuma di chi riteneva l'ideologia la sola vera struttura portante di un partito di massa. Resta comunque una soddisfazione di stretta minoranza. Per la grande maggioranza degli italiani interessati alle sorti di quel campo politico il problema sta diventando ben altro. Il problema è cominciare a fare i conti - per la prima volta con una evidenza così spietata - non più con la morte dell'ideologia, ma con quella della politica. La politica come un libro da chiudere perché leggerlo è diventato troppo ostico e troppo diverso da quello che era stato per i padri e nonni, fonte di passione e di sacrificio, di errori magari tremendi ma quasi mai dettati da calcoli personali. Già oggi l'enorme serbatoio dell'astensionismo trabocca di ex elettori di sinistra. La classe dirigente del Pd e per primo - ovviamente - il segretario politico Matteo Renzi, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, mettano nel conto anche questa possibilità, molto realistica: l'insignificanza politica come prodotto della modestissima significanza delle loro lotte intestine. Un sacrificio rituale come fu quello della Bolognina (cambiare il nome per cambiare politica) può essere spiegato e metabolizzato, compreso il prezzo di una scissione della quale nessuno poté dire: non si capisce il motivo. La morte dei Pci fu, lei sì, un dramma storico in piena luce e a piena voce. Nessuno, a sinistra, se ne poté sentire escluso. Che ne possa sortire, un quarto di secolo dopo, questa rissa senza una vera regia, senza un vero copione e soprattutto senza pubblico, è veramente impressionante. La risposta al populismo è l'impopolarità?

Comunismo, quanto sei cambiato. A cent’anni dalla caduta del Palazzo d’Inverno l'ideologia della rivoluzione russa subisce profonde mutazioni. Scopre la democrazia, conquista studiosi. Ma al convegno per l’anniversario gli oratori sono sempre gli stessi, scrive Stefania Rossini il 15 febbraio 2017 su "L'Espresso". Lo spettro che da tanto tempo si aggira per l’Europa e che esattamente un secolo fa si era fermato nella lontana Russia per rimanerci settant’anni, snaturando se stesso e le sue istanze di emancipazione e libertà, non ha ancora trovato pace. Il suo nome, Comunismo, che suscitò tante speranze e impose tante delusioni, è oggi diventato quasi un insulto, ridotto a una variante del totalitarismo e pronunciato con il disprezzo che si dedica agli sconfitti. Eppure lo spettro non si dà per vinto e in questo inizio 2017, dominato da tentazioni autarchiche e autoritarie, si affaccia di nuovo senza timidezze nelle commemorazioni di quell’Ottobre rosso di cent’anni fa che sconvolse davvero il mondo. È, ovviamente, un comunismo diverso da quello duro e intransigente che mirava alla dittatura del proletariato. Oggi rispetta la democrazia, anzi corre in suo soccorso, si mischia con il femminismo e con le battaglie delle minoranze, esalta il primato delle differenze, trova il suo spazio in un mondo del lavoro completamente nuovo, parla di desiderio, di estetica e di «sviluppo libero delle individualità». Quasi a voler richiamare, con l’esperienza dei tempi mutati e degli smacchi subiti, quella stagione breve e fulminante seguita alla rivoluzione di ottobre, che suscitò l’entusiasmo delle migliori menti creative dell’epoca. Ha dei portavoce di prestigio internazionale come i francesi Etienne Balibar e Jacques Rancière o come lo sloveno Slavoj Žižek, ma lo zoccolo duro della riflessione teorica e della proposta politica è ormai da tempo tutto italiano. Sì, italiano, anche se può sembrare strano a chi è abituato a declinare il comunismo negli infiniti settarismi dei partitini di sinistra che ora si scindono e ora si ricompongono. O a chi l’ha visto spegnersi nelle dichiarazioni di quegli esponenti del vecchio Pci che assicurano di non essere mai stati veramente comunisti. Il primato italiano è sancito persino da una definizione, "Italian Theory", che va per la maggiore nelle più importanti università americane, le stesse dove per decenni aveva regnato la "French Theory", che aveva reso gigantesche le icone di Michel Foucault, Jean Braudillard e Jacques Derrida. Sarà un po’ per moda, sarà un po’ per i vezzi radicali di Yale e di Harvard, ma ormai sono gli italiani a dominare la scena, con libri e convegni che valorizzano soprattutto l’elaborazione teorica di radice operaista, quella che a partire dagli anni Novanta ha discusso di intellettualità di massa, di lavoro immateriale, dei nuovi modi di produrre, di globalizzazione, di moltitudini, di biopolitica. Tutti argomenti «per afferrare il proprio tempo con il pensiero» secondo il compito che Hegel attribuiva alla filosofia, è stato detto in uno di quei convegni. Un successo crescente a cui ha dato slancio la trilogia di Toni Negri ("Impero", "Moltitudine" e "Comune"), pubblicata in inglese tra il 2000 e il 2010 con l’allievo statunitense Michel Hardt che ha contribuito non poco a sciogliere un linguaggio specialistico in una narrazione più chiara. Gli altri nomi sono quelli di Paolo Virno, in realtà il primo a rompere il monopolio americano dei post-strutturalisti con "Radical Thought in Italy" scritto con Hardt già nel 1996; di Maurizio Lazzarato, il cui saggio, "Il governo dell’uomo indebitato" (Derive e approdi, 2013) ha fatto molto discutere anche in Italia; di Christian Marazzi, di Sandro Mezzadra, di alcuni altri e anche di Roberto Esposito, nome di spessore della filosofia italiana, che operaista non è, ma è l’ideatore del concetto di "Italian Theory" che estende indietro nei secoli, staccandola dalla tradizione europea per restituirla alla sua originale irregolarità. Il comunismo è comunque per tutti i post-operaisti, presenti o no nel pantheon dei radicali americani, non un residuo del secolo breve da dimenticare, ma uno strumento vivo per cercare di cogliere un presente sempre più mobile. Comunismo, dice oggi Negri «è appropriarsi della natura e produrre vita», e aggiunge: «Non sono comunisti quelli che invocano la violenza e concepiscono la lotta di classe come guerra, lo sono quelli che trasformano la cooperazione produttiva in contropotere politico». Il comunismo, dice oggi Franco Piperno «è un’attitudine umana che si ritrova ben prima di Marx. Sa conservare le differenze mentre l’uguaglianza è un prodotto della rivoluzione borghese, per cui se tu hai la stessa somma di denaro sei uguale a un altro perché puoi comprare le stesse merci». «Con questo allontanarsi della sinistra dal comunismo, e viceversa, la sinistra è diventata strumento ipocrita di un potere sempre più torvo», dice invece Franco Berardi, detto Bifo fin dagli anni Settanta, che da tempo insegue mete più creative e personali. Li guarda, ormai più perplesso che interessato, il grande vecchio dell’operaismo italiano, quel Mario Tronti che alla fine degli anni Sessanta accese gli animi e spronò gli spiriti con un saggio, "Operai e capitale", carico di concetti forti e di prosa sentimentale. E che oggi, dagli scranni del Senato, vota con rassegnata disciplina tutte le proposte del Pd renziano. Ma anche lui, come tutti gli altri, non ha mancato di essere presente alla "Conferenza sul comunismo", il grande meeting che si è tenuto a Roma nelle settimane scorse, che ha attirato migliaia di giovani attivisti da tutta Europa, dalle Americhe e persino dall’Australia per ascoltare decine di studiosi e teorici. A loro Tronti ha presentato la sua dolente riflessione sulla sconfitta dell’idea comunista, non più capace, a suo parere, di interpretare il presente, perché declinata in modo plurale e non organizzato. «Il comunismo è Lenin. Punto», ha detto pacatamente. Ma forse non si è accorto che da queste parti il comunismo è ormai un concetto quasi pop, dove alla pari con i problemi del lavoro frantumato, del capitale finanziario e dell’eventuale progetto politico vivono molte altre cose, legate ai gusti e alle inclinazioni di ognuno. Non a caso il termine più inflazionato è stato "soggettivazione". Lo hanno capito benissimo invece quanti sono passati dalla sala dei dibattiti alla Galleria Nazionale d’Arte moderna che, sotto il titolo "Sensibile comune", ha ospitato workshop, opere, film, dipinti, performance, discussioni e persino esperienze sensoriali, come quella del vino naturale. Qui anche Pellizza da Volpedo non è più lo stesso, e al posto del "Quarto Stato" con i lavoratori in marcia per i propri diritti, c’è il suo "Prato fiorito", con bambini che giocano in lietezza tra le piante. Qui Franco Piperno si è presentato con la sua "soggettività" di fisico per una lezione di astronomia sulla volta celeste, rivelando, tra l’altro, che a causa dei movimenti terrestri anche il cielo non è più quello di una volta e siamo tutti nati sotto il segno zodiacale precedente a quello dato certo per tradizione. L’accento teorico sul comunismo "sensibile", che ha cominciato ad affacciarsi negli anni Novanta, è imposto peraltro dal fatto che il lavoro posfordista, mobile e non più legato alla ripetitività, porta con sé gusti estetici, tonalità emotive, esperienza di vita. «È impossibile, per esempio, lavorare in call center se non conosci almeno un po’ le modalità retoriche», spiega Virno. Insomma questo inizio di centenario ci mostra una presenza rinnovata o, come dicono i più convinti, una necessità obbligata di comunismo. Se ne parlerà a lungo nel corso di un anno di commemorazioni. Ha già cominciato il settimanale tedesco "Zeit" che dedica la sua ultima copertina a Marx, anche se convinto soltanto in parte che il filosofo di Treviri avesse davvero ragione. Ma di fronte all’evidenza di una classe operaia tedesca precarizzata e atomizzata che ormai vota tutta a destra, le resistenze si piegano alla necessità e il giornale propone di tornare a studiare Marx e ad apprezzarlo come analista ed economista. E questo, dicevamo, è solo l’inizio.

Papà e mamma diventarono comunisti per sete di vendetta, scrive Carola Susani il 12 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". Massimo Picchianti nasce comunista, in un villino di ferrovieri a Porta latina, le immagini di Lenin e di Stalin alle pareti. Negli anni Sessanta studia all’università di Mosca e matura il suo distacco dal comunismo, la sua critica verso il Pci e i comunisti italiani. Da quel momento, traduce, scrive articoli, sostiene i dissidenti. Parlare ad alta voce delle oscurità sovietiche, delle opacità dei nostrani sostenitori dell’URSS, diventa la forma stessa della sua vita. Amiamo legare la storia collettiva e la storia di chi la attraversa: per ricordare il 1917, l’anno delle rivoluzioni in Russia che tanto peso avranno nel novecento, da febbraio a ottobre, una volta al mese per nove mesi, racconteremo la sua storia. Quando ci incontriamo, a Parigi in un caffè di fronte a Parc Montsouris (il parco dove anche Lenin andava a passeggiare), Massimo zoppica, scoprirò che zoppica per via di un incidente russo. “Io sto qui, ci sono”, mi spiega, “per via di una catena di avvenimenti. La vita mia è legata alla Russia, se non ci fosse stata la rivoluzione russa di febbraio 1917, se la Russia in guerra non si fosse indebolita liberando i tedeschi dalla necessità di tenere su quel fronte grandi masse, se i tede- schi non avessero mandato truppe sul Carso, vent’anni dopo io non sarei neanche nato”. Non c’è vita che non sia legata a doppia mandata con la storia grande, anche nell’incoscienza di chi la vive, ma in quella di Massimo il legame è sempre in vista, hai l’impressione che lui non smetta di osservarlo. C’è una foto, l’ha scattata Ekaterina Nechaeva, bizantinista e fotografa russa, si chiama Ritratto di romano: Massimo taglia una forma di pane. Il chiaroscuro ne fa una figura monumentale. Per via di quella luce, del taglio di capelli, sembra un antico romano. Nella realtà Massimo è un romano per niente antico, più giocoso, sornione, iroso magari, sopra le righe, provocatorio, mai veramente severo. Parla della rivoluzione russa di febbraio, della speranza nella fine della guerra che accese in tutta Europa, delle sconfitte russe sul fronte. Per i suoi genitori, mi racconta, come per molti, la scelta di diventare comunisti ebbe come incubatore la prima guerra mondiale. “Immersi in quella carneficina, quando ne sono venuti fuori sono diventati comunisti”. Sua madre, Dora, era di Fagarè, una frazione di San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso, un villaggio, a due passi dal Piave. A Fagarè c’è un ossario con un monumento ai caduti completato nel 1937. La prima guerra mondiale arrivò a Fagaré dopo la rotta di Caporetto. “Mia madre me l’ha raccontato prima di morire, in dialetto stretto di quell’epoca. La sua era una famiglia di piccoli proprietari, avevano un pezzo di terra, ne affittavano un altro perché non bastava. I figli erano quattordici, Dora era la più piccola. Erano anche artigiani: costruivano strumenti da lavoro, giocattoli in legno, li vendevano alle fiere. Era una famiglia molto cattolica, mia madre era molto presa dalla religione. Possedevano dei cavalli. Lei da ragazzina li cavalcava. Ancora dal suo letto d’ospedale, li chiamava per nome. Per come li evocava, quei posti prima della guerra sembravano idilliaci. L’ansa del fiume, l’erba bagnata, i canali dove si immergevano i salici piangenti, gli uccelli migratori che si alzavano in volo. E lei sulle rive: una bambina a cavallo. I nomi dei fiumi nel dialetto di mia madre erano al femminile, il Piave era la Piave. Poi con la guerra, con la propaganda il nome si italianizzò, la Piave diventò maschio. La guerra si combatteva per Trieste. Ma Trieste prima della guerra era un porto pieno di gente che veniva da ogni posto, una città ricca, quasi fantastica per mia madre”. Anche se era in Austria, gli italiani, i regnicoli li chiamavano, ci andavano a lavorare: le ragazze a far le domestiche, i braccianti a costruir strade, ferrovie. Poi nel 1915 con la guerra tutto finì, i regnicoli vennero mandati via. La stella di Trieste si spense.

Dopo Caporetto, nel tardo autunno del 1917, masse di gente disperata arrivano al Piave: sono soldati in fuga dopo la rotta, è la ritirata, sono civili che abbandonano le case e i campi, sono sfollati in un inverno freddissimo. L’anno dopo, nel giugno del 1918 la cosiddetta battaglia del Solstizio investe San Biagio di Callalta. Per Dora si frantuma tutto insieme: l’infanzia, l’immobilità di un’esistenza apparentemente al riparo dalla storia, la fiducia in un Dio buono. Ha sedici anni, e quello che vede non se lo dimentica. “Il ponte era stato fatto saltare, come sempre fanno gli eserciti per bloccare il passo al nemico. Ma lei racconta soprattutto dei cavalli. Avevano portato via i cavalli, li avevano confiscati per mandarli in guerra. Quando c’è stata la battaglia, i cavalli sono morti. C’era una masseria che era stata trasformata in un posto di primo soccorso, mia madre andava lì a dare una mano. Mi raccontava di un medico siciliano che curava tutti, anche gli austriaci, cioè i sudditi dell’impero austroungarico, che poi magari parlavano friulano, tedeschi venivano chiamati”. Il medico siciliano che curava tutti a dispetto della guerra e che odiava quel macello, per Dora è stato una fonte di chiarezza nel buio. “Gli italiani si erano stufati della guerra e si arrendevano facilmente. Si racconta di un ufficiale tedesco portato sulle spalle dai soldati italiani che si erano arresi. Ma chi disertava, chi scappava, veniva ucciso dai suoi. Mia madre è lì che aiuta il medico, probabilmente se ne innamora: lui era uno che diceva che quella guerra era un crimine e criminali quelli che l’avevano voluta. In quella guerra mia madre ha avuto i suoi lutti, ha perso dei fratelli più grandi. Lei spontaneamente arriva a dire: Ma quale dio, non ci può essere nessun dio, se un dio ci fosse sarebbe un criminale pure lui”.

Come molti altri veneti sfollati, anche i Brunello vengono mandati a Sud, i Brunello vengono mandati in provincia di Caserta. “Mia madre si ricordava che i suoi compaesani veneti avevano molti pregiudizi verso i terroni, si sentivano più civili. Quell’Italia di cui si parlava tanto, in fondo neanche esisteva. Lei però non ne viene fuori con una reazione antimeridionale, anzi. L’unica persona a cui pensa con fiducia è un medico siciliano. Rompe con la famiglia perché vuole andare in Sicilia: forse il dottore è tornato lì. Il padre che fino alla fine della guerra ancora la coccolava, ora le dice: Va a remengo. L’esatto contrario di una benedizione: vai ramingo. Vai raminga”. Erano anni in cui si vedevano ragazze spostarsi da sole su e giù per il paese: c’erano quelle che lasciavano la campagna per andare in città alla ricerca di un lavoro, c’erano quelle che lasciavano i paesi alla ricerca di una libertà nuova. “Dora va a Messina. Laggiù però le dicono che il dottore non è più tornato. Di nuovo in Veneto, lo penserà nell’ossario, a Fagarè, fra i sedicimila ignoti. Intanto in Sicilia lo cerca negli ospedali, prova a mettersi sulla sua strada, cerca di diventare infermiera. Quando se ne va dalla Sicilia, si porta dietro i libri della scuola per infermieri che ha frequentato a Messina. Nel 1924 poi va a Roma”.

Dora ha 22 anni. A Roma, nel luglio del 1924 trova lavoro come operaia alla Cisa Viscosa. La scheda di assunzione, scarna (l’ho letta all’Archivio della Snia- Viscosa, salvato da un gruppo di cittadini nel 1995 e oggi riconosciuto di valore storico), riporta il nome, la data di nascita, il domicilio. Quando comincia a lavorare nella fabbrica, la Cisa Viscosa era stata inaugurata da un anno. Ancora oggi ci sono all’angolo fra Prenestina e Portonaccio i capannoni mezzi sfondati di cui si vede lo scheletro. La zona dove approda, il Pigneto- Prenestino, è una zona di depositi ferroviari e tranviari, ancora per metà campagna, dove sorgono industrie chimiche, chimico farmaceutiche. È la prima periferia al di là delle mura, approdo per gli immigrati. Alla Viscosa si trasformano lastre di cellulosa in seta artificiale, in rajon. Quell’anno, nel 1924, a dicembre, ci sarà uno sciopero durissimo per il salario. “Nel 1928 mia madre poi lavorerà alla Serono”. È uno stabilimento poco lontano, l’Istituto Farmaceutico Serono, fondato all’inizio del secolo, nel 1906. In quegli anni in cui nel quartiere sorgevano casette, dovevano sembrare minute e fatte di niente in confronto della Serono. Il complesso di edifici in cui va a vivere Dora, invece, è stato appena costruito ed è imponente e solido. “La sorella di mio padre, Enrichetta, aveva sposato un grande invalido amico di mio padre, Sandro. Uno che era saltato su una mina proprio negli ultimi giorni della guerra, con la presa di Trieste. Enrichetta e Sandro abitavano in una grande casa a via L’Aquila. Affittavano una stanza, e mia madre la prese”. Quel complesso, fra via L’Aquila e la Prenestina (leggo su Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore di Carmelo G. Severino) era stato costruito dalla cooperativa “Ciechi, invalidi di guerra”, belle case che ci sono ancora, con un cortile alberato. “Lì”, Massimo racconta, “mia madre ha conosciuto mio padre, Roberto. Mio zio Sandro, l’invalido era arrabbiatissimo con quelli che avevano voluto la guerra. Era restato invalido combattendo per Trieste: nel secondo dopoguerra, malgrado le foibe, quando Tito reclamerà la città, Sandro gliela avrebbe lasciata volentieri. Però dopo la rottura di Stalin con Tito anche Sandro si adeguerà e la reclamerà. Anche mio padre ce l’aveva contro la guerra”. Quando Dora e Roberto si incontrano Roberto è già comunista. “Mio padre con i suoi abitava a San Lorenzo, erano ferrovieri fiorentini”. San Lorenzo, fra la stazione Termini e la stazione Tiburtina è un quartiere popolare, con una presenza elevata di ferrovieri.

“Nel ‘17 c’era stata la rivoluzione russa. Quella di febbraio, il capo del governo rivoluzionario, Kerenskij aveva dichiarato: la guerra continua. Ma i russi sul fronte si erano indeboliti. I tedeschi decidono di approfittare della rivoluzione per mettere fuori gioco i russi”. Finanziato dai tedeschi, Lenin arriva con il treno speciale, raggiunge Pietroburgo. “Viene accolto dalla rivolta di marinai, di soldati che avevano iniziato la rivoluzione. Solo che questi che non erano i figli degli operai ma i figli dei contadini, guardavano con simpatia verso i socialisti rivoluzionari, che promettevano la terra. Lenin si allea con i socialisti rivoluzionari di sinistra, lui li chiamava compagni di strada (ma già meditava di liquidarli, tra le vittime dei bolscevichi ci saranno molti protagonisti dell’ottobre, come i marinai di Kronstadt). ‘ Pace terra libertà’ era il vecchio slogan dei socialisti rivoluzionari e prima ancora dei populisti. Mio padre guarda a questo Lenin come uno che vendicherà i morti, gli sfregiati, gli invalidi. Lo fa anche in contrasto con suo padre sindacalista socialista che diceva: uccidere intere famiglie come quella dei Romanov non ha niente a che vedere con la giustizia sociale. (Lo puoi trovare, mio nonno, Picchianti Enrico, nel Casellario politico centrale). Per mio padre, per mio zio Sandro, Lenin è prima di tutto quello che si oppone alla guerra. Mia madre che già aveva maturato dalla sua esperienza della guerra un orientamento ribellista non inquadrato quando incontra mio padre comincia a sperare anche lei nel comunismo. È stata l’esperienza straziante della guerra, i morti, la sensazione che per i potenti le vite loro non valessero i soldi del telegramma che ne annunciava il decesso, a spingerli verso quella speranza, verso il comunismo; è stata sete di vendetta. Mia madre poi ne aveva visti tanti mutilati e morti”. Nel 1937 Dora e Roberto si sposano e si trasferiscono in un villino di ferrovieri a Porta Latina. Massimo nascerà neanche un anno dopo, a gennaio del 1938.

La Rivoluzione d'ottobre fu il colpo di Stato di un'élite, che esordì chiudendo l'Assemblea costituente..., scrive Giampietro Berti, Domenica 5/02/2017, su "Il Giornale". Ricorre quest'anno il centenario della rivoluzione russa, uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo. È quasi universalmente accreditata l'idea che si sia trattato in sostanza di un unico processo storico iniziato nel febbraio e conclusosi in ottobre. Niente di più falso, perché nel 1917 vi furono due rivoluzioni, quella liberale di febbraio e quella bolscevica di ottobre: due moti diversi, per non dire opposti, dato che la prima liberò la Russia dall'assolutismo, la seconda la portò al totalitarismo. Certo, tra i due eventi non vi fu di fatto soluzione di continuità, ma la loro natura segna un dualismo non sintetizzabile in un unico giudizio storico. Va detto subito che il rivolgimento del '17 avvenne a causa dall'implosione dello zarismo, consuntosi al suo interno. Tre anni di guerra avevano dissanguato il Paese, riducendo milioni di persone alla fame e allo stremo delle forze. L'ostinazione del governo nel volere continuare il conflitto, la sua ripetuta sordità a ogni richiesta di mitigare le condizioni disumane della popolazione e la sua incapacità nel far fronte ai più elementari bisogni sociali delegittimarono non solo la sua autorità politico-morale, ma anche quella sacro-imperiale dello zar. Perciò è del tutto ragionevole pensare che se non vi fosse stata la guerra, la rivoluzione non vi sarebbe stata. Va aggiunto che la società russa - da sempre dominata dai ceti piccolo- borghesi - era allora composta da circa 140 milioni di individui, di cui oltre cento erano contadini. Molti di questi non sapevano bene cosa stesse accadendo. La stragrande maggioranza della popolazione era ben lungi dal pensare e dal volere una trasformazione radicale dell'esistente, anche se, allo stesso tempo, il suo sostegno al potere costituito era per molti versi venuto meno. Tra il 23 e il 27 febbraio (secondo il calendario giuliano, 8-12 marzo per quello gregoriano) una sollevazione di popolo, in gran parte spontanea, provocò l'abdicazione dell'imperatore Nicola II, la fine della dinastia dei Romanov e dell'autocrazia. Il 23 febbraio ebbero inizio cruente manifestazioni di protesta a Pietrogrado, estesesi poi a Mosca e in altre località, che coinvolsero decine di migliaia di persone. Nel giro di pochi giorni il moto divenne inarrestabile, anche perché molti reparti dell'esercito, inviati per reprimere i disordini, fraternizzarono con la popolazione. Si formò un nuovo governo che varò alcune importanti misure, quali l'amnistia per i reati politici e religiosi; la libertà di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di sciopero; l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza limitazione di condizione, di religione e di nazionalità; l'abolizione della polizia segreta; i diritti civili garantiti ai militari compatibilmente con il servizio prestato. Soprattutto fu decisa la cosa più importante, cioè la convocazione di un'Assemblea costituente da eleggersi a suffragio universale, mentre rimase sospesa la questione del futuro assetto istituzionale. Erano tutte decisioni politiche di carattere democratico-liberale che portavano definitivamente la Russia, sia pure con grave ritardo e sotto l'incalzare di eventi drammatici, all'abbandono di ogni retaggio feudale, inserendola nel novero dei regimi costituzionali. Due furono gli errori gravissimi fatti dai due governi provvisori, il primo presieduto da L'vov, il secondo da Kerenskij: non avere avviato l'ormai improcrastinabile riforma agraria e, ancor più, avere deciso per la prosecuzione della guerra. Fu soprattutto quest'ultima decisione che diede a Lenin e ai bolscevichi un grande vantaggio politico e morale. La loro parola d'ordine di un ritiro immediato dal conflitto li accreditò favorevolmente presso l'opinione pubblica, anche se siamo ben lungi dal registrare un vero consenso popolare alla loro azione e ai loro programmi. Nel 1917 in tutta la Russia i seguaci di Lenin risultavano 23.600 - totale degli iscritti al partito - a fronte del numero complessivo degli abitanti nel Paese: come abbiamo detto, 140 milioni circa. La rivoluzione d'ottobre è la conferma del fallimento scientifico del marxismo. Marx aveva previsto che la rivoluzione sarebbe scoppiata nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico, dove esisteva una classe operaia di gran lunga maggioritaria, mentre in tutta la Russia gli operai non raggiungevano la quota di tre milioni, vale a dire che non superavano il 2,5% dell'intera popolazione (ma si tenga conto che molti erano contadini impiegati stagionalmente nell'edilizia e nella costruzione o nella manutenzione delle ferrovie). A Pietrogrado, la città dove i bolscevichi diedero inizio alla loro presa del potere, non erano più del 5% di tutti i lavoratori industriali, numero, a sua volta, del tutto insignificante rispetto a una popolazione complessiva di due milioni di persone. Attuata tra il 24 e il 25 ottobre (7-8 novembre) la rivoluzione bolscevica non ebbe pressoché alcun carattere cruento e fu il frutto di circostanze altamente fortuite. Occupate le installazioni chiave della capitale, l'ufficio delle poste e del telegrafo, l'ufficio centrale dei telefoni, il quartier generale del comando militare del governo, i bolscevichi assaltarono il Palazzo d'inverno. L'intera guarnigione dei soldati avente sede nel palazzo Mihajlovskij si arrese senza colpo ferire: gli effetti devastanti del conflitto bellico avevano pressoché distrutto la struttura militare-poliziesca dello Stato, incapace ormai di rispondere ai comandi della sua classe dirigente, dispersa e disorientata. Ha ripetutamente scritto Trotsky che a dare seguito a questa azione furono circa 25mila militanti bolscevichi. Sono dunque stati questi 25mila rivoluzionari a decidere come doveva essere la Russia per tutti i 140 milioni di russi. La rivoluzione d'ottobre non fu una rivoluzione di popolo, ma l'esito fortunato del colpo di mano di un piccolo partito, privo di un vero consenso popolare. Del resto, la prova più evidente è offerta dalla significativa vicenda dell'Assemblea costituente, la sola istituzione potenzialmente democratica allora esistente. È noto che il risultato elettorale, maturato il 12 novembre, quindi dopo il colpo di mano comunista, confermò in modo inequivocabile il carattere minoritario del bolscevismo, avendo questo ottenuto il 24,7% dei consensi. A tale proposito è bene precisare che chi allora votò per i bolscevichi era ben lungi dall'avere l'esatta conoscenza di quanto gli stessi bolscevichi avevano realmente intenzione di fare una volta giunti al potere. Ciò che allora si conosceva del loro programma non era certo ciò che fu posto in atto più tardi. Riunitasi per la prima volta il 18 gennaio 1918, l'Assemblea fu subito chiusa (lo stesso giorno!) - e mai più riaperta - per volontà di Lenin e compagni. Così, dopo secoli di schiavitù dell'assolutismo zarista si passò, quasi senza soluzione di continuità, alla schiavitù del totalitarismo comunista.

CROLLA LA GRANDE TRUFFA DELLA SINISTRA. Zero Hedge rilancia un’analisi marxista di Charles Hugh Smith che condanna senza appello la “sinistra”. Questa, limitandosi alla sola difesa dei diritti delle minoranze e salutando la globalizzazione come un’opportunità per tutti, ha completamente tradito il suo compito storico di contrapporre gli interessi del lavoro a quelli del capitale. Oggi tutte le istituzioni, la politica e le strutture pubbliche, lungi dall’essere state abolite dal capitale, che in realtà dello Stato ha bisogno, sono state volte a suo vantaggio. Ma la classe lavoratrice sembra sul punto di risvegliarsi e di accorgersi del tradimento. Scrive Charles Hugh-Smith dal blog Of Two Minds, il 23 gennaio 2017 così come riportato da Henry Tough il 24 gennaio 2017 su “Voci dall’estero”. La sinistra non è solo allo sbando – è al completo collasso perché la classe operaia si è accorta del tradimento della sinistra e del suo abbandono della classe operaia per costruire ricchezza personale e potere.  La fonte dell’angoscia rabbiosa che scuote il campo progressista del Partito Democratico non è il Presidente Trump – è il completo collasso della sinistra a livello globale. Per capire questo crollo, dobbiamo rivolgerci (ancora una volta) alla comprensione profonda che Marx aveva dello Stato e del capitalismo. Non stiamo parlando del marxismo culturale che gli americani conoscono a livello superficiale, ma del nocciolo della sua analisi economica che, come notava Sartre, viene insegnata al solo fine di screditarla. Il marxismo culturale attinge anch’esso da Engels e Marx. Nell’uso moderno, il marxismo culturale indica l’aperto scardinamento dei valori tradizionali – la famiglia, la comunità, la fede religiosa, i diritti di proprietà e un governo centrale limitato – in favore di un cosmopolitismo senza radici e uno Stato centrale espansivo e onnipotente che sostituisce la comunità, la fede e i diritti di proprietà con meccanismi di controllo statalista che impongono la dipendenza dallo Stato stesso, e una mentalità secondo la quale l’individuo è colpevole di pensiero anti-statalista fino a prova contraria, determinata dalle regole dello Stato stesso. La critica di Marx al capitalismo è di natura economica: il capitale e il lavoro sono in eterno conflitto. Nell’analisi di Marx il capitale ha la meglio fino a che le contraddizioni interne del capitalismo non erodono dall’interno le sue capacità di controllo. Il capitale non domina solo il lavoro; domina anche lo Stato. Perciò la versione “statale” del capitalismo che domina a livello globale non è una coincidenza o un’anomalia – è l’unico esito possibile di un sistema nel quale il capitale è la forza dominante. Per contrastare il dominio del capitale sono sorti i movimenti politici socialdemocratici, per strappare alcune misure dalle mani del capitale e