
I VIBONESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
MAGISTROPOLI
Il Magistrato Patrizia Pasquin condannata a 14 anni. Nove anni a Settimia Castagna. Pene minori per gli altri sei imputati. Quattro le persone assolte. Giuseppe Baglivo della Gazzetta del Sud del 1 marzo 2011
"Nella tarda serata di ieri la sentenza del processo "Dinasty 2 – Do ut des". Una lunga camera di consiglio al termine della quale la prima sezione penale del Tribunale di Salerno presieduta da Renata Sessa, a latere i giudici Emiliana D'Ascoli e Fabio Zunica, ha condannato otto dei 12 imputati. Per tutti sono cadute le aggravanti mafiose contestate in relazione ad alcuni capi d'accusa. La pena più alta è stata inflitta all'ex presidente di sezione del Tribunale civile di Vibo, Patrizia Pasquin, a cui sono stati comminati 14 anni e sei mesi di reclusione. All'ex magistrato venivano contestati i reati di associazione a delinquere, corruzione, concussione, truffa, falso. La sentenza, però, fa venir meno le aggravanti dell'art. 7 della legge antimafia per tutte le ipotesi di reato contestate. Il pm della Dda di Salerno, Patrizia Gambardella, al termine della requisitoria del 13 gennaio scorso, aveva chiesto per la Pasquin 52 anni e 6 mesi complessivi per i diversi capi d'imputazione, facendo però presente al Tribunale di tener conto del cumulo materiale e giuridico della pena che nel nostro ordinamento non può superare i 30 anni. Settima Castagna, 53 anni, di Vibo, è stata invece condannata a 9 anni e quattro mesi, a fronte dei 18 anni e 6 mesi complessivi richiesti dall'accusa. Corruzione, associazione a delinquere, accesso abusivo ad un sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio, i reati di cui era chiamata a rispondere. Due anni (pena sospesa) per falso ideologico è la condanna inflitta a Vincenzo Galizia (3 anni la richiesta del pm), di San Nicolò di Ricadi, chiamato a rispondere nella sua qualità di dirigente dell'Ufficio tecnico del Comune di Parghelia, nonché quale responsabile del procedimento relativo alla richiesta di lottizzazione del "Melograno Village". Falso in atto pubblico era invece il reato contestato all'ingegnere Nicola Derito, 48 anni, di San Costantino Calabro, già responsabile dell'Ufficio tecnico del Comune di Parghelia, per il quale il pm aveva chiesto 2 anni. Nei suoi confronti è stato dichiarato il non doversi procedere in quanto il reato è estinto per intervenuta prescrizione. Assolto perché il fatto non sussiste Antonio Pugliese, 70 anni, di Filandari, che doveva rispondere di corruzione in atti giudiziari. (2 anni per lui la richiesta). Per l'accusa, Pugliese sarebbe stato il beneficiario di una serie di atti «contrari ai doveri d'ufficio» posti in essere dalla Pasquin, ricompensata per questo con una presunta «stabile remunerazione consistita in generi alimentari ed omaggi recapitati presso la sua abitazione, fra cui un agnello». Corruzione il reato contestato anche al costruttore vibonese Gaetano Rizzuto, assolto per non aver commesso il fatto (5 anni la richiesta), mentre concorso in associazione mafiosa, «al fine di commettere più delitti di truffa per il conseguimento di finanziamenti erogati da enti pubblici» era l'accusa contestata ad Alberto e Giulio Sganga, padre e figlio, rispettivamente di 75 e 46 anni, condannato il primo a 3 anni ed il secondo a 3 anni e quattro mesi, a fronte dei 5 anni a testa chiesti dall'accusa. Per i due Sganga è caduta l'aggravante mafiosa (art. 7 legge antimafia). Stessa pena (5 anni) il pm aveva chiesto per l'architetto Maria Francesca Tulino, 47 anni, a cui veniva contestata l'associazione a delinquere finalizzata alla truffa per la costruzione del "Melograno". La Tulino è stata condannata a 3 anni. Due anni la pena (sospesa) per il funzionario della Regione, Michelangelo Aiello, di Palermiti accusato di corruzione e falso (4 anni la richiesta dell'accusa), mentre 2 anni e otto mesi sono andati al funzionario del Dipartimento Attività produttive della Regione, Guglielmo Grillo, 62 anni, di Stilo (5 anni la richiesta del pm) accusato di aver ricevuto denaro ed oggetti in argento dalla Castagna e dalla Paquin per compiere atti contrari ai doveri d'ufficio in relazione alle pratiche del "Melograno". Assolto infine, per non aver commesso il fatto, l'imprenditore di Pizzo, Antonio Ventura, detto, "Il Tappo", di 66 anni. Bisognerà ora leggere attentamente il dispositivo della sentenza per capire in relazione a quali capi d'imputazione il Tribunale ha ritenuto di condannare e assolvere gli imputati. La Pasquin e la Castagna sono state dichiarate interdette in perpetuo dai pubblici uffici, mentre 5 anni è l'interdizione disposta per gli Sganga e la Tulino. Per loro e per Gugliemo Grillo, il Tribunale si è riservato alla fase esecutiva l'applicazione dell'indulto. Inoltre l'ex magistrato è stato condannato al risarcimento dei danni in favore del ministero della Giustizia, da liquidarsi in separata sede, nonché – assieme alla Castagna, agli Sganga, ad Aiello, Fusca, Grillo, Tulino e Galizia – al risarcimento dei danni in favore della Presidenza del Consiglio dei ministri e – tranne Galizia – al risarcimento dei danni in favore della Regione, sempre da liquidarsi in separata sede. Al contempo Pasquin, Castagna, Alberto Sganga, Fusca e Tulino sono stati altresì condannati a risarcire i danni in favore del Comune di Parghelia. Il Tribunale di Salerno ha infine disposto il dissequestro e la restituzione alla Regione del finanziamento di 4.784.257,00 euro destinato al "Melograno srl", e confiscato il terreno sul quale doveva sorgere il villaggio, così come rientrano nel provvedimento di confisca le quote della società intestate alla Castagna ed al figlio della Pasquin."
MALASANITA' E MALAGIUSTIZIA
Federica Monteleone morì a Vibo Valentia, non a Cosenza. Così il CalabriaOra, che non credette mai alla versione ufficiale.
"Agghiacciante". Inizia così l'articolo-shock sulla morte di Federica Monteleone che CalabriaOra pubblica il 6 gennaio 2009 in esclusiva a firma del suo direttore, Paolo Pollichieni. Il giornale racconta che la versione ufficiale, secondo la quale la 16enne sarebbe morta il 24 gennaio del 2008 nell'ospedale di Cosenza dopo una settimana di coma per la scarica elettrica che la colpì su un tavolo operatorio dell'ospedale di Vibo Valentia durante una operazione di appendicite, è falsa. Lo stesso quotidiano in più occasioni aveva scritto di non credere a questa versione dei fatti.
"Federica - afferma CalabriaOra - di fatto è morta in sala operatoria a Vibo. Dalla sala uscì con assoluta cessazione di ogni attività celebrale, tenuta in vita solo meccanicamente attraverso la respirazione artificiale... la sala operatoria venne immediatamente manomessa .. per depistare le indagini si sarebbe fatto ricorso all'azienda che aveva la manutenzione della sala operatoria... a spingere perché venissero alterati i luoghi nel senso indicato da chi voleva sottrarsi alle indagini o comunque inquinarle sarebbero stati elementi di un clan mafioso egemone a Vibo Valentia".
I magistrati inquirenti, continua il quotidiano calabrese, si sono posti una domanda semplice, quasi banale: "Perché si fece di tutto per trasferire Federica, praticamente già cadavere, dall'ospedale di Vibo a quello di Cosenza? La risposta è stata: 'perché dovevamo avere una risonanza magnetica che all'ospedale di Vibo Valentia non era possibile effettuare'". Ma, fa notare il giornale, a Vibo esiste una clinica privata che ha la risonanza magnetica. Ce l'ha anche il vicino ospedale di Lamezia Terme. Perché non lì? "Il perché lo scopriranno gli inquirenti quando si ritroveranno in mano una cartella clinica palesemente falsificata. Responsabili delle falsificazioni sarebbero due sanitari cosentini ora iscritti nel registro degli indagati. Insomma, il sospetto è che bisognava 'far morire a Cosenza Federica' perché lì erano in servizio sanitari disponibili a dare una copertura agli errori che avevano ucciso la povera ragazza".
Secondo CalabriaOra "anche i protagonisti dell'inchiesta giudiziaria avevano come obiettivo quello di spostare la competenza delle indagini dalla Procura di Vibo a quella di Cosenza". In un articolo separato, sempre a firma del direttore Pollichieni, si spiega che la richiesta di sospensione dalle funzioni e dallo stipendio e collocamento fuori dai ruoli della magistratura, richiesto ieri dalla Procura generale della Cassazione nei confronti dell'ex Procuratore Capo di Vibo Alfredo Laudonio, "trae origine da una indagine che lo vede imputato presso la Procura di Salerno con accuse gravissime inerenti al comportamento tenuto nelle indagini per la morte di Federica... Laudonio (all'epoca dei fatti capo della Procura, ndr) avrebbe consentito che le indagini fossero irrimediabilmente inquinate, omettendo atti del suo ufficio e ostacolando l'attività della polizia giudiziaria e dei suoi sostituti...la scoperta di alcuni atti di depistaggio ed inquinamento delle prove finì con l'imporre agli stessi magistrati operanti di inviare una parte dell'inchiesta alla Procura di Salerno".
"Voglio che sia cambiato il capo di imputazione, da omicidio colposo a omicidio con dolo". Queste sono le parole della madre di Federica Monteleone, la giovane morta all’Ospedale di Vibo per una semplice appendicectomia. La madre di Federica non si arrende alla verità finora proposta da inquisitori e medici. "Chiunque ha permesso che mia figlia fosse operata, sapeva che quella sala operatoria non era idonea". Dunque per questo la richiesta di cambiamento di capo di imputazione. Secondo la ricostruzione dei genitori, Federica è stata lasciata sola per ben 20 minuti, durante i quali è avvenuto il black out, la scossa o chissà cos’altro, e che hanno condotto Federica ad uno stato di anossia irreversibile.
E il direttore di CalabriaOra aveva visto giusto.
Dopo la sospensione dallo stipendio e la sospensione dalle funzioni di magistrato disposto dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura il 10 gennaio del 2009 su richiesta della Procura generale della Cassazione, per l'ex procuratore di Vibo Valentia Alfredo Laudonio è arrivata il 05/06/2010 una condanna in sede penale, giunta al termine del giudizio con rito abbreviato. Laudonio è stato condannato dal gup di Salerno Di Florio ad 1 anno e 8 mesi (pena sospesa) e ritenuto pertanto responsabile dei reati di falso ideologico commesso nell'esercizio delle proprie funzioni, omissioni di atti d'ufficio, favoreggiamento personale. Laudonio, al quale sono state concesse le attenuanti generiche, è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento di tutti i danni, morali e materiali, da liquidarsi in separato giudizio, oltre alla refusione delle spese processuali e di costituzione.
La vicenda che ha interessato Alfredo Laudonio nasce dalla denuncia, presentata subito dopo la morte di Federica Monteleone, dal sostituto procuratore di Vibo, Fabrizio Garofalo ed inoltrata all'allora Procuratore generale di Catanzaro Vincenzo Iannelli. L'ex procuratore è stato accusato dal pm, Roberto Penna, di aver avviato l'inchiesta sul decesso della povera Federica Monteleone con ritardo, assegnando il fascicolo d'indagine al pm Fabrizio Garofalo solo il giorno dopo il black-out nella sala operatoria dell'ospedale "Jazzolino", nonostante Laudonio fosse stato subito informato di quanto si era verificato in quella sala dal direttore sanitario dell'Asl dell'epoca, Alfonso Luciano, e nonostante il sostituto di turno fosse proprio Garofalo, che avrebbe dovuto quindi essere immediatamente avvertito dal capo dell'Ufficio.
Le omissioni contestate all'imputato riguardano il mancato sequestro della sala operatoria dove fu operata Federica, che avrebbe consentito l'inquinamento delle prove, l'alterazione della stessa sala ed avrebbe inoltre favorito i vertici aziendali ed ospedalieri di Vibo, operanti nel periodo, chiamati ora a rispondere di omicidio colposo dinanzi al Tribunale presieduto da Giancarlo Bianchi. Tali omissioni, secondo l'accusa contestata a Laudonio, avrebbero pure ostacolato l'attività della polizia giudiziaria sul caso di Federica Monteleone. L'altra omissione contestata all'ex procuratore di Vibo riguardava la mancata verbalizzazione di quanto dichiarato dal primario ortopedico dell'ospedale di Vibo, Michele Soriano, nel corso dell'interrogatorio reso dinanzi allo stesso Laudonio. Soriano avrebbe infatti riferito all'ex procuratore che l'impianto elettrico della sala operatoria dell'ospedale di Vibo, nella quale fu sottoposta ad intervento di appendicectomia Federica, era stato modificato già il giorno dopo l'intervento chirurgico sulla ragazza. Quest'ultima circostanza, secondo l'accusa del pm Penna e fatta propria dal gup Di Florio, non sarebbe però stata verbalizzata da Laudonio. La famiglia Monteleone si è costituita parte civile nel processo a carico dell'ex procuratore, per il solo capo d'imputazione relativo all'omissione di atti d'ufficio.
Con la denuncia di 30 fra medici e dirigenti da parte dei Carabinieri del Nas, dopo l'ennesimo sopralluogo, la tormentata stagione della sanità vibonese fa scrivere un altro capitolo negativo. Fra inchieste su presunte tangenti e morti sospette, lo "Jazzolino" è passato alle cronache come "l'ospedale della vergogna" di cui gli stessi operatori hanno recentemente sollecitato la chiusura, in attesa del nuovo manufatto. Un'opera già in costruzione il 21 settembre 2005 quando scattò l'operazione denominata "Ricatto". L'inchiesta dei Carabinieri, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, ha visto indagate 29 persone, tra cui ex direttori generali dell'Asl, politici, massoni, esponenti dell'Opus Dei e qualche alto grado dell'esercito, nonché tecnici ed imprenditori.
A loro carico accuse che vanno dall'associazione per delinquere, alla truffa, al falso, alla concussione e all'illecito finanziamento dei partiti. Due anni d'indagini, un dossier di circa 4.000 pagine, 350.000 intercettazioni, una piattaforma accusatoria insomma che ha fatto scattare per 15 indagati la richiesta di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere che il gip ha invece rigettato. A dare l'avvio alle indagini la gara d'appalto relativa alla costruzione del nuovo ospedale nel gennaio del 2003, vinta dal TIE, un consorzio d'imprese esistente soltanto sulla carta, una scatola vuota che fungeva come raccoglitore di tangenti da spartire appunto a partiti politici, in questo caso l' Udc nazionale e locale. Quasi tutti gli indagati sono stati rinviati a giudizio dal gup. Per alcuni di loro che avevano scelto il rito abbreviato il 12 gennaio scorso sono state emesse condanne a pene che vanno dai due ai cinque anni, mentre gli altri stanno per essere giudicati col rito ordinario dinnanzi al tribunale di Vibo.
Nel corso dell'operazione "Ricatto" e' stata sequestrata anche l'area su cui avrebbe dovuto sorgere il nuovo ospedale e su cui alla vigilia delle elezioni amministrative, era stata messa anche la prima pietra da una impresa di Lamezia in odore di mafia che aveva avuto, secondo l'accusa, il subappalto dietro pagamento di una tangente. Fu così che i vibonesi si videro sfumare il sogno d'avere un nuovo ospedale degno di questo nome. Tutto questo mentre il vecchio ospedale evidenzia carenze sempre più evidenti. Il 20 gennaio del 2006 scoppia il primo vero caso di malasanità. Federica Monteleone, una ragazza di 16 anni, operata per una banale appendicite, va in coma in seguito ad un black out e muore una settimana dopo all'ospedale di Cosenza. Scattano subito le indagini dei carabinieri ed arrivano i Nas per controlli a tappeto.
Il 4 dicembre 2007, un'altra sedicenne, Eva Ruscio, muore sempre in sala operatoria per un intervento di tracheotomia: era stata ricoverata tre giorno prima per un ascesso tonsillare. A cavallo tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, in clima già pesante, la morte di Orazio Maccarone, un uomo di 88 anni. Si parla di un altro presunto caso di malasanità. L'ottuogenario, trasportato al pronto soccorso di Vibo Valentia per una broncopolmonite, sarebbe rimasto quattro ore in attesa che venisse trovato un posto in un altro nosocomio. Le condizioni dell'uomo, durante il trasferimento nel vicino ospedale di Tropea si sono aggravate: riportato a casa su indicazione della figlia, qualche ora dopo l'anziano e' morto nella sua abitazione. Un caso di malasanità tutto d'accertare, che però ha gettato benzina sul fuoco, aggravando ancor di più la brutta nomea dell'ospedale di Vibo, oggetto ieri della visita dell'ex prefetto Achille Serra e stamattina di una raffica di denunce da parte del Nas.
http://www.tg5.mediaset.it/cronaca/articoli/2009/01/articolo8520.shtml
http://www.larivieraonline.com/news.asp?id=2790
http://www.agi.it/news/notizie/200801291658-cro-rt11115-art.html