
I TORINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
PARLIAMO DI MASSONERIA
La Massoneria. Erede di misteriose società segrete avvolte nella leggenda, come il Priorato e i Rosacroce, è considerata un’organizzazione di sicura esistenza anche oggi. Non è ben chiaro, però, se questa società sia da vedersi come un’erede di quelle del passato, o piuttosto come un altro volto della medesima organizzazione, perseguente sempre gli stessi scopi, ma con rituali differenti. L’origine della Massoneria sembra da collocarsi in età moderna, quando, nel 1717, la Grande Loggia dei Massoni di Londra rese pubblica la sua esistenza. Ma ci sono diverse prove che la società esistesse già precedentemente: nel 1646 l’antiquario Elias Ashmole fu iniziato alla Massoneria, mentre una poesia di Henry Adamson del 1638 vi fa riferimento. Ma ci sono anche teorie che ne fanno risalire la fondazione all’epoca antica e che costituiscono la “Leggenda della libera Muratoria”. Essa si basa su documenti pubblicati nel 1800, che collegano la Massoneria alla costruzione del Tempio di Salomone, considerato il primo Gran Maestro. L’origine della società si fa anche ricondurre ai Templari, essendo stati ritrovati simboli massonici su pietre tombali in loro castelli. Quindi, ancora una volta, l’Ordine del Tempio, che dovrebbe essere stato il supremo difensore della fede, viene messo in relazione con un gruppo dalla religiosità discutibile. I massoni, infatti, credono in una suprema divinità, che però non si specifica chiaramente se sia un dio cristiano oppure no, visto che vengono accolte persone di tutte le religioni. Nel 1738, papa Clemente XII emanò una bolla in cui proibiva ai cattolici di aderire alla Massoneria, situazione che cambiò solo nel 1976.
La Massoneria prevede un rigido rituale, a cui deve attenersi chi vuole accedere ai diversi gradi, il cui simbolismo è riassunto in alcune Tavole illustrate, nelle quali sono sempre presenti i simboli fondamentali, riconducibili alla geometria e all’architettura: il Libro Sacro, la squadra, il compasso. L’aspirante al Primo Grado è detto Apprendista e deve essere bendato, indossare un abito di lino, con un cappuccio e un cordone intorno al collo (possiamo scorgere un’analogia con il cordone usato nella cerimonia d’iniziazione dei Templari). L’apprendista deve anche giurare di non rivelare mai i segreti che gli verranno svelati, altrimenti incorrerà in una terribile pena: aver la mia gola tagliata, la mia lingua strappata alla radice, e il mio corpo sepolto nelle ruvide sabbie del mare al limite della bassa marea. Sembra che questa minaccia non sia mai stata messa in atto, ma serve comunque a definire il sapere della Massoneria come esoterico.
La Tavola del Primo Grado comprende una rappresentazione del Sole e della Luna, a sottolineare l’importanza del concetto di dualismo che governa l’universo. Di rilievo sono le due colonne, corinzia e dorica, che rappresentano il passaggio dell’Apprendista verso un altro stato, e che pare siano quelle del Tempio di Salomone, chiamate Jachim (lo spirito attivo e creativo, ed anche la conoscenza) e Boaz (lo spirito passivo e riflessivo, ed anche l’ignoranza), i due giganti che sorreggono le colonne d’Ercole.
Nella Tavole del Secondo Grado, a cui accede chi è diventato Compagno, le colonne sono cave e possono contenere documenti segreti (ci viene in mente l’abate Saunière che a Rennes-le-Château forse trovò delle pergamene in una colonna cava). Vi è, inoltre, la rappresentazione della scala di Giacobbe che sale verso il cielo (anche nella chiesa di Rennes troviamo un richiamo a Giacobbe tramite le parole sul timpano d’entrata Terribilis est locus iste).
Le Tavole del Terzo Grado, con cui si diventa Maestro, mostrano la simbologia che accompagna uno strano rituale: viene mimato l’assassinio da parte di tre cospiratori dell’architetto del Tempio, Hiram Abif, e l’iniziato riceve tre colpi, simbolici, sul capo. I simboli che si ritrovano sulle Tavole si addicono ad un fatto di sangue: una bara e il “Teschio” ossia un teschio su due femori incrociati.
Ci sono tantissimi luoghi nel mondo dove è possibile trovare nell’architettura simboli massonici. Ad esempio la cappella di Rosslyn in Scozia, già sito prediletto dai cercatori del Santo Graal: due colonne sembrano essere quelle del Primo Grado, un’immagine di una testa ferita ricorda l’uccisione di Hiram, una scultura sembra rappresentare un Templare che amministra riti massonici. Sembra che i massoni abbiano partecipato alla progettazione di intere città, come Washington D.C., progettata seguendo viali diagonali, che formano triangoli e che sono allineati secondo eventi astronomici. Il viale diagonale principale, infatti, è la Pennsylvania Avenue, che pare allineata secondo tale evento: la sera del 10 agosto il sole tramonta esattamente alla fine del viale, mentre mezz'ora più tardi nello stesso punto tramonta una costellazione che include quella della Vergine. Intorno a questa costellazione c'è un triangolo rettangolo formato dalle stelle Regolo, Arturo e Spica, che ricalca quello formato da Pennsylvania Avenue, il Mall (vasto viale diretto ovest verso il fiume) e una linea che passa lungo il Monumento a Washington. Innegabile è l'influenza della Massoneria nella storia degli Stati Uniti, essendo massoni gran parte dei firmatari della Dichiarazione d'Indipendenza ed essendo lo stesso Washington membro della Loggia Alexandria. Il monumento a Washington è costruito sul modello di un obelisco egiziano, simbolo molto usato dalla Massoneria; una statua dedicata al presidente Garfield mostra uno zodiaco; il Gran sigillo degli Stati Uniti (quello che si vede sul dollaro) raffigura una piramide sormontata dall'Occhio-che-Tutto-Vede. Anche molte associazioni universitarie utilizzano un simbolismo massonico: il più lampante esempio è la confraternita Teschio e Ossa di Yale, della quale fecero parte molti politici e personaggi in vista, tra i quali George H. W. Bush e George W. Bush. Esiste una città vicino a noi che sembra nascondere tra le sue vie ed i suoi monumenti chiari riferimenti massonici, Torino.
Il capoluogo torinese è notoriamente considerato un “città magica”, dove proliferano le sette e i sedicenti maghi. Torino sarebbe, infatti, un omphalos primordiale, un centro d’irradiazione di energia tellurica e spirituale, sorgendo su un nodo geomantico, cioè in un punto d’intersezione tra correnti enrgetiche dette leys (le stesse dove potrebbero essere sorti i luoghi di culto delle civiltà antiche, specialmente quelli dedicati alla Dea Madre). Torino farebbe, dunque, parte di un doppio triangolo magico, i cui vertici sarebbero altre città magiche del mondo: Lione, Praga, Londra e San Francisco. A Torino sono segnalati da chi si diletta di magia ed occultismo 33 punti magici, negativi e positivi. Il punto di maggiore positività si situa in piazza Castello, dove si trova la meridiana astrologica sulla prima colonna di destra del Duomo e la cancellata della Piazzetta Reale su cui sono rappresentati i Dioscuri, simboli dell’opposizione tra luce e tenebre, Sole e Luna, secondo un dualismo caro ai massoni. Il punto di maggiore negatività sarebbe Piazza Statuto, rivolta ad Ovest, dove si eseguivano le condanne capitali. Nella storia di Torino è anche rilevante il legame con l’Egitto, i cui simboli si ritrovano in alcuni rituali massonici: la città sembra, infatti, aver dato asilo al principe eretico Eridano, che avrebbe scelto questo sito per fondare una città nel XV secolo a. C., perché il Po gli ricordava il suo Nilo. Anche il nome stesso della città potrebbe essere di origine egizia, ricollegandosi al culto del Toro sacro di Menfi. La chiesa della Gran Madre di Dio (indicata come uno dei luoghi del Santo Graal) si dice sia stata costruita sulle rovine di un antico tempio di Iside. Vi è, inoltre, in Piazza Solferino, un’opera d’arte palesemente ispirata dal simbolismo massonico, la Fontana Angelica. Essa era stata progettata per essere collocata davanti al Duomo, mentre nella posizione attuale ha perduto parte del suo significato simbolico, non essendo rivolta ed est. Le statue rappresentano due figure maschili, l’Autunno e l’Inverno, che si possono identificare con Jaquim e Boaz. Essi versano l’acqua da due otri, uno a forma d’Ariete, l’altro d’Acquario. L’acqua rappresenta la conoscenza, mentre l’Ariete è il Vello d’Oro cercato dagli Argonauti, ma anche la trasformazione della materia verso la perfezione (la Massoneria è considerata depositaria di segreti alchemici); l’Acquario, invece, rappresenta l’Era dell’Acquario a cui deve tendere l’umanità. Le due figure maschili, però, possono anche rappresentare la divinità egizia Osiride, e allora quelle femminili, la Primavera e l’Estate sarebbero la sua compagna Iside. Se poi ci si pone di fronte alla fontana si vedrà che tra l’Autunno e l’Inverno si apre un varco: quello che l’iniziato deve attraversare per giungere alla vera conoscenza. Ecco che una città dalle antiche tradizioni di magia è stata eletta da una società segreta come luogo privilegiato per esprimere i propri riti e forse svelare i propri segreti all’attento osservatore.
La Massoneria in Italia. Essa visse stentatamente fra le persecuzioni fino alla occupazione napoleonica. Si ha notizia dì qualche Loggia in Firenze, Napoli, Torino, Cremona e Milano. Il 5 marzo 1805 si costituì in Milano il primo Supremo Consiglio d'Italia, ad opera dei fratelli massoni Francesi di 33° Grado, appartenenti alla Armata Napoleonica, e furono eletti a Sovrano Gran Commendatore il Viceré d'Italia Principe Eugenio Beauharnais e Gran Cancelliere il Principe Gioacchino Murat. Nel 20 giugno dello stesso anno si formò il Grande Oriente d'Italia, pure in Milano col quale si fusero le Logge Francesi del Grande Oriente e della Divisione Militare del Regno d'Italia. Nel 1806 furono pubblicati gli Statuti della Franca Massoneria in Italia ed i Rituali dei primi tre Gradi; nel 1809 la Costituzione Generale del Grande Oriente in Italia; nel 1812 una nuova edizione degli Statuti, da cui derivano gli Statuti generali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, stampati in Napoli; nel 1820 ed ancor oggi in uso.
Dal 1806 al 1808 si ebbero nell'Italia settentrionale più di 30 Logge, composte dai migliori elementi della società del tempo, tra i quali il filosofo Romagnosi, Vincenzo Monti, ed il musicista Paganini. Nei documenti ufficiali Napoleone era chiamato " Potentissimo Fratello Protettore dell'Ordine".Nel 1808 si costituì il Grande Oriente di Napoli con Gioacchino Murat Gran Maestro; l'anno successivo fu fondato il Grande e Supremo Consiglio per le due Sicilie dei Potentissimi Grandi Ispettori Generali, con sede in Napoli e Murat Sovrano Gran Commendatore. Il Colletta riferisce che nel 1813 la Massoneria meridionale contava 94 Logge. Caduto Napoleone, il Supremo Consiglio di Milano si sciolse, mentre continuò il fervido lavoro segreto delle Logge nell’Italia meridionale. Dopo il 1848 sembra che vi fosse in Torino uno Supremo Consiglio, che però non fu molto attivo fino al 1862; nel 16 dicembre di quell'anno si costituì in Torino un Concistoro del 32° Grado, che funzionò fino al 1866, anno in cui si ebbe un Supremo Consiglio per l'Italia, che continua il suo lavoro ancora nel 1883. Nel 1861 la Massoneria funzionava ancora in Napoli, ove la Loggia "Sebezia" assumeva il titolo di Gran Loggia Madre per affermare la sua diretta discendenza dal Supremo Consiglio di Napoli; a Palermo si creavano altre due Massoneria, una delle quali si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino nel 1867, è l'altra nel 1862 eleggeva alla carica di Sovrano Gran Commendatore Giuseppe Garibaldi.Divenuta Firenze capitale del Regno, nel 1864 molti membri della Supremo Consiglio di Torino vi si trasferirono; ivi veniva fondato nel 1869 un nuovo Supremo Consiglio, che nel 1872 si trasferiva a Roma. In tale data veniva nominato Sovrano Grande Commendatore Giorgio Tamayo. Nel 1863 la situazione della Massoneria italiana era la seguente: un Supremo Consiglio a Torino con a capo il Generale Milbitz, un Supremo Consiglio a Firenze con a capo Francesco De Luca, un Grande Oriente a Napoli, un Supremo Consiglio a Palermo. Una ispezione del Potentissimo Fratello Albert G. Goodall del Supremo Consiglio di Boston dichiarava illegittimi i Supremi Consigli di Palermo e di Firenze, e regolare il solo Supremo Consiglio di Torino, cui spettò di partecipare al Congresso di Losanna del 1875. Circa nel 1869 il Grande Oriente di Napoli si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino, nel 1875 auspice Giuseppe Garibaldi si fondevano i Supremi Consigli di Roma e di Torino, creandosi un nuovo Supremo Consiglio per l'Italia con sede a Roma, al quale aderiva nel 1876 il Supremo Consiglio di Palermo. Ma varie vicende, specie per il fatto di dover trasferire la sede a Roma, rompevano l'accordo; però nel 1879, per iniziativa di alcuni Supremi Consigli esteri tutti i fratelli italiani di 33 Grado, convocati a Roma, creavano il Supremo Consiglio per l'Italia ed il nuovo Sovrano Gran Commendatore nella persona di Giorgio Tamayo. Però la Massoneria piemontese si tenne ancora in disparte, cessando di essere regolare. La fusione completa avveniva poi nel 1887 per opera di Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia in Roma: morti nel 1895 il Riboli di Torino è nel 1897 il Tamayo di Roma, veniva nominato Sovrano Gran Commendatore della Massoneria italiana il Lemmi, che tenne la carica fino alla sua morte, avvenuta nel 1906. Dopo il 1860, parallelamente al Rito Scozzese, e sul tipo della Massoneria francese, si era formata in Italia una Grande Loggia Simbolica, che non riconosceva Gradi superiori al 3°. Ne furono Grandi Maestri Costantino Nigra, Giuseppe Garibaldi, Francesco De Luca, e il Marchese Cordova. Adriano Lemmi si adoperò perché il Rito Scozzese ed il Rito Simbolico si riunissero, delegando i due poteri ad un Grande Oriente d'Italia per la sovranità sulle Logge; il patto potè dirsi perfetto nel 1882 quando Adriano Lemmi, già Sovrano Gran Commendatore, fu eletto anche Gran Maestro del Grande Oriente. Morto Adriano Lemmi nel 1906, gli succedevano come Gran Maestro Ettore Ferrari e come Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori, il quale aveva come Luogotenente Saverio Fera. Nel 1908 la Massoneria si divise in due a causa di un conflitto sorto, essendo un gruppo di Deputati al Parlamento stato minacciato di espulsione per non essersi schierato con sufficiente energia circa un progetto di Legge sulla laicità dell'insegnamento. In sostanza, si contestava la inopportunità dell'intervento ed il diritto del Gran Maestro E. Ferrari di imporsi sulla coscienza dei massoni Deputati in questioni politiche e religiose che non toccavano direttamente l'Ordine. Perciò il Supremo Consiglio, quale tutore della regolarità delle Rito Scozzese, minacciò di demolizione il Grande Oriente. Il Sovrano Gran Commendatore A. Ballori in un primo momento si schierò contro E. Ferrari, ed in secondo tempo si alleò a questi avendo contro di sé tutto il Supremo Consiglio, lasciò la carica al Luogotenente Saverio Fera. Questi creò allora secondo gli Statuti Scozzesi una Gran Loggia Nazionale d'Italia, di cui venne nominato Gran Maestro. Si ebbero così due Massonerie, che dalle rispettive sedi furono dette Piazza della Gesù (Fera) e di Palazzo Giustiniani (Ballori). Una ispezione allora a nome dei vari Supremi Consigli Esteri ed a mezzo del Potentissimo Fratello Belga De Paepe riconobbe regolare la prima, tale decisione venne confermata dalla Conferenza di Washington del 1912; così nel mentre la Massoneria regolare di Piazza del Gesù rimaneva federata con le 56 Potenze massoniche di Rito Scozzese, quella di Palazzo Giustiniani rimaneva collegata con alcuni Grandi Orienti irregolari, fra i quali il Grande Oriente di Francia e la Gran Loggia Simbolica di New York. Morto Saverio Fera, furono Gran Maestri della Massoneria Scozzese Italiana i Sovrani Gran Commendatori Leonardo Ricciardi, William Burgess e Raoull Vittorio Palermi. La posizione delle due Massoneria venne definitivamente regolata dalla Conferenza di Losanna del 1922 il delegato di Palazzo Giustiniani non venne ricevuto, perché ritenuto irregolare, e Raoul Vittorio Palermi, delegato di Piazza delle Gesù, fu nominato Presidente della prima Sezione, ottenendo il riconoscimento da parte di tutti i Supremi Consigli rappresentati alla Conferenza, della sua regolarità. Tra il 1919 ed il 1922 le due Massoneria presero posizione contro i movimenti estremisti, che avevano fatto piombare il Paese nell'anarchia. Giunto al potere Benito Mussolini, con un programma costruttivo di disciplina nazionale, tanto il Palermi, che Domizio Torrigiani Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, gli resero pubblico omaggio, e malgrado il divieto fatto ai fascisti di essere massoni, tutti gli uomini più eminenti delle fascismo erano iscritti a Logge dell’una o dell'altra parte. A causa del delitto Matteotti e del discorso del 3 gennaio 1925, la Massoneria assunse verso il regime un atteggiamento di aperta sfiducia: mentre però il Torrigiani si chiuse in una rigida opposizione, il Palermi cercò di salvare il salvabile; ma nulla potè conseguirne, infatti fu promulgata la legge 20 novembre 1925 contro le Società Segrete. Ma la Massoneria non era morta: gruppi di massoni si tenevano in contatto nelle varie città. Alla fine del conflitto bellico le Logge servirono a far divampare la Sacra fiamma massonica che, sopita ma non spenta, brilla di luce antichissima: essa potrà e dovrà di nuovo riverberarsi nella vita italiana, riportare il contributo dello splendore dello Scozzesismo alla ricostruzione della Patria ed al suo ritorno nel Consesso delle Nazioni.
Torino capitale, covo di massoni. La città incarna le ragioni del laicismo contro quelle della chiesa. Dopo la fine del sogno rivoluzionario quarantottino, a decine di migliaia gli esuli della libertà vanno a Torino, nuova e impensabile capitale italiana. Impensabile è la parola giusta: da sempre la classe dirigente torinese ha avuto il francese come eloquio privilegiato, esclusivo per le buone occasioni. Non è un caso che Cavour abbia fatto esercitazioni di italiano prima di affrontare i dibattiti in Parlamento. Torino diventa la capitale morale d’Italia facendo proprie le ragioni del mondo civile contro quelle della barbarie medioevale, incarnate dalla Chiesa cattolica. Non solo: Torino diventa Gerusalemme. Il Paragone non sembra ardito a Roberto Sacchetti: "Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Era stata forte e diventava grande - bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano le nozze. La Mecca d’Italia diventava la Gerusalemme". A Torino, nuova capitale morale e religiosa d’Italia, si trasferiscono, e non può che essere così, tutti i liberal-massoni (Free-Mason, Franc-Maçon, Libero-Muratore, liberalismo e Massoneria sono nell’Ottocento praticamente sinonimi) del resto d’Italia. I regnanti sardi offrono ai "fratelli" italiani un’accoglienza tanto calorosa da riservare loro (a tutto discapito dei locali) alcuni dei posti più prestigiosi nelle università, nei giornali, nella diplomazia, nello stesso Parlamento. Ecco come il siciliano Giuseppe La Farina, una delle più eminenti personalità massoniche emigrate a Torino, racconta l’accoglienza riservata agli esuli in una lettera alla "carissima amica" Ernesta Fumagalli Torti, spedita il 2 giugno 1848. "Arrivati appena a Torino - scrive - stavamo spogliandoci, quand’ecco il popolo preceduto da bandiere venire sotto le nostre finestre, e farci una dimostrazione veramente magnifica. Mi affacciai alla finestra, ringraziai; fui salutato con mille prove ed espressioni d’affetto. La mattina seguente, dopo essere stati da’ ministri, ritorniamo a casa; e dopo un momento, chi viene a visitarci? Tutta la Camera de’ Deputati col presidente. Onore insigne, che i parlamentari non sogliono concedere né anco ai propri re". L’accoglienza "regale" offerta alla generosa emigrazione italiana, permette ai Savoia di incassare un importante obiettivo politico: li rende preziosi e credibili alleati degli stati che contano. Offre garanzie ai liberali - protestanti e massoni di tutto il mondo - che sono intenzionati a fare sul serio. Che hanno davvero deciso di rompere con la tradizione cattolica del proprio stato e della nazione cui quello stato appartiene. I Savoia per amore di regno e quindi per furto - come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi - diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola.
L’anima massonica del regno sardo, e in particolare del Parlamento subalpino, viene mai apertamente alla luce? No, perché l’associazione è pluri-scomunicata e perché il primo articolo dello Statuto vincola i parlamentari all’ossequio della fede cattolica definita religione di stato. L’11 novembre 1848, però, un brillante intervento del deputato Cavallera rende palpabile la "fraternità" quasi come l’aria che si respira. Si sta discutendo di sollevare le finanze dello stato, esauste per la campagna militare, ricorrendo all’esproprio e alla vendita dei beni delle corporazioni religiose. Contrario alla proposta Cavallera fa un discorso brevissimo, allusivo, singolare e sintomatico insieme, che dopo un primo momento di sconcerto suscita la generale ilarità. Ecco le poche battute del curioso intervento. Gli ordini religiosi - osserva il deputato - sono nati in Italia dove esistono da "più di dodici secoli". Bisogna dedurne che "necessariamente corrispondono ad un bisogno reale della società (rumori) [chiosa degli Atti del Parlamento subalpino]; e per conseguenza se si volessero abolire, altre se ne dovrebbero sostituire; infatti i moderni che vollero abolire i frati, vi sostituirono un’altra specie di frati: e cosa sono i circoli politici, se non vere fraterie? (Sorpresa e scoppio generale di risa prolungate). Perciò posto che non si sa stare senza frati, ai moderni preferisco gli antichi (Segue ilarità e mormorio di voci diverse)".
Da tanto alto lignaggio e nobiltà si arriva a delle bassezze assurde.
Si auto-annulla una multa,indagato viceprefetto. Secondo “Libero Quotidiano”, alla guida senza assicurazione e libretto di circolazione fa ricorso contro la contravvenzione. Poi firma di suo pugno l'archiviazione. Ha fatto tutto da solo il viceprefetto di Torino Roberto Dosio: ha preso una multa, ha fatto un ricorso e lo ha accolto cancellandosi la contravvenzione. Tutto nei suoi poteri. Ma per il pm di Torino, Andrea Paladino è abuso d'ufficio: non avrebbe dovuto giudicare se stesso. E così è stato denunciato. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il 27 di maggio, durante un normale controllo, la Polizia stradale fa due contravvenzioni al vice prefetto, trovato alla guida dell’auto del padre senza tagliando dell’assicurazione e sprovvisto del libretto di circolazione: 78 euro il totale da pagare. Lui però il 14 giugno presenta ricorso eccependo "ragioni di sicurezza e emergenza, come previsto dall’art. 4 della legge 689 del 1981". Ragioni alle quali a sua volta si oppone la Polstrada sostenendo che l'occasione non rientrava nell'applicazione di quella legge. Il 28 settembre però la sorpresa: il ricorso, accolto e archiviato, porta in calce proprio la firma del vice prefetto intestatario delle multe. Poco dopo scatta la denuncia della Polizia stradale. A quanto si apprende l'uomo si sarebbe giustificato dicendo di aver trattato il suo ricorso "con gli stessi criteri usati per gli altri cittadini".
Il viceprefetto: "Mi sono tolto la multa ma è stata una scelta trasparente". Dosio ha accolto il suo stesso ricorso, per due contravvenzioni al codice della strada: "Ero io che in quel momento avevo la delega e dovevo decidere. Potevo disturbare il mio superiore per una mia questione personale, ma non sarebbe stato corretto". Ha detto a Sarah Martinenghi di “La Repubblica”. Ora è indagato.
Viceprefetto Roberto Dosio,
lei è indagato per abuso d'ufficio per una vicenda davvero insolita: dopo
essersi preso due multe, ha fatto ricorso a se stesso. E da solo ha estinto le
contravvenzioni. Non è un po' strano?
«Mi rendo conto, ma del resto ero io in quel momento che avevo la
delega e doveva decidere sui ricorsi. Ho ritenuto che non ci fosse nulla da
nascondere...»
Ma non poteva trovare
un'altra soluzione?
«Io ho ritenuto che fosse giusto agire così. L'ho fatto proprio
perché non c'era nulla da nascondere: è stata una scelta di stile e
trasparenza».
Può spiegarsi meglio?
«Beh,
avrei potuto far passare 210 giorni dalla presentazione del ricorso, avrei
potuto attendere il periodo di ferie di un collega, o disturbare il mio
superiore per una mia questione personale.. ma non sarebbe stato corretto. Non
volevo ricorrere a sotterfugi. Ho seguito la procedura operando una scelta di
trasparenza, coerenza e responsabilità».
Scusi, ma è legittimo
archiviarsi una multa? Posto che il ricorso sia fondato, ovviamente...
«E' una cosa pienamente legittima perché il potere di
archiviazione deriva dalla titolarità stessa dell'ufficio attribuita
direttamente dal Prefetto. Io avevo il potere di firma».
Veniamo invece al merito
del ricorso: perché erano ingiuste quelle multe?
«Io
quel giorno ero a casa, ho ricevuto
una telefonata e sono dovuto uscire per andare a firmare delle memorie davanti
al giudice di pace. Ho preso l'auto di mio padre, non sapevo fosse priva di
documenti».
Secondo
la Polizia Stradale le ragioni di "emergenza e sicurezza" che lei ha addotto non
contemplano il fatto di non aver avuto assicurazione e libretto.
«L'interpretazione
della prefettura prevale su quella dell'organo accertatore: i fatti attestano
che mi stavo spostando per necessità inerenti al servizio che vengono
comunemente ritenuti sufficienti per invocare le esimenti dell'articolo 4. Non
ritengo che ci siano estremi penali».
Però la
procura l'ha indagata per abuso d'ufficio. Che idea si è fatto di questa
vicenda?
«Credo
che di fondo possa avere infastidito la linea garantistica che ho seguito nella
direzione dell'ufficio, affinché le motivazioni dei cittadini potessero essere
valutate in profondità e secondo legge. Nella realtà ho coniugato trasparenza e
legalità individuando una linea di equilibrio rispetto ai Giudici di Pace,
notoriamente meno restrittivi della Prefettura. E ho evitato di appiattirmi
sulle interpretazioni notoriamente restrittive degli organi accertatori. Il
cittadino deve potersi fidare della Prefettura e del fatto che le giuste
motivazioni vengano accolte».
PARLIAMO DI MAGISTRATI.
INTERDIZIONE GIUDIZIARIA: INCAPACI O RICCHI DA SPOLPARE?!?
Luigia Padalino: «Messa a tacere perché ricercavo la verità».
Inchiesta in pdf: messa a tacere perché ricercavo la verità.
ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.
Il procuratore chiedeva tangenti. Arrestato Marabotto: 30% su false consulenze.
Giuseppe Marabotto era scampato a un primo processo per un serio reato (aveva rivelato a un indagato che il suo telefono era sotto controllo). Chiacchierato da molti anni e divenuto procuratore di Pinerolo, ha costruito in una tranquilla periferia giudiziaria un regno personale e il malaffare perfetto per chi, come lui, si sentiva impunito stando dalla parte della legge: 11 milioni di euro sottratti allo Stato sotto forma di consulenze fiscali seriali ed inutili ai fini di azioni giudiziarie. Si sapeva dal 2005. Si sa anche che i commercialisti e consulenti della procura restituivano a un suo collettore il 30 per cento. «Ci sono spese da sostenere» veniva detto loro. In tre hanno confessato. Pesanti le accuse: corruzione, associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato.
Il magistrato, che in questi anni da indagato è riuscito prima a farsi trasferire alla Corte d’appello di Genova e ad andare poi in pensione, è stato arrestato e portato da Torino nel carcere di Pavia insieme al commercialista Ruggero Ragazzoni. Gli altri due ammanettati di giornata, il professionista Mario Emanuele Florio e il ginecologo, medico legale anche per pm torinesi e collettore delle tangenti, Dario Vizzotto, sono stati destinati al carcere di Opera. Ma il secondo a sera era ancora in procura, a Milano, interrogato su richiesta del suo legale (Mauro Anetrini). Tirava aria di confessione.
Le 106 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Stefania Donadeo danno conto della «palingenesi» del procuratore e del giro di commercialisti che aveva radunato: 27 sono indagati, tre notissimi a Torino (Alberto Ferrero, già candidato per Forza Italia alla presidenza della Provincia) e i due arrestati, Ragazzoni storicamente vicino alla sinistra, tutti e due ex revisori dei conti del Comune di Torino. Con la regia esterna di Vizzotto, Marabotto costruiva terne di consulenti per moltiplicare l’ammontare delle risibili consulenze contabili: migliaia fra il 2001 e il 2005. Solo in due anni intermedi fece controllare, si fa per dire, 375 società del Pinerolese. Lo Stato pagava (30 mila euro, più Iva, a botta) e il procuratore archiviava. L’importante è che girassero carte e soldi.
Questo scandalo è stato bloccato nel 2005 da alcuni pm torinesi: un’ispezione ministeriale aveva registrato l’«anomalia», sicché il procuratore fu costretto a iscrivere alcuni dirigenti di società nel registro degli indagati malgrado non avesse in mano niente e ad inviare gli atti, in alcuni casi, ad altri uffici giudiziari per competenza territoriale. A Torino si accorsero dell’«irritualità» di quei fascicoli e misero in moto la procura milanese. Un giudice e un pm di Pinerolo hanno messo a verbale i loro sospetti. Perquisizioni, avvisi di garanzia, e nient’altro. Sino al settembre scorso, quando, dopo una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate alla procura torinese su uno studio di commercialisti che evadeva le imposte, emerse che quei professionisti avevano deciso di pagarle solo sul 70 per cento delle parcelle, quanto restava loro.
Marabotto a uno dei suoi: «Ho già preparato una lettera al Comando generale della Guardia di Finanza dicendo che è vergognoso che vadano a fare indagini che riguardano compensi, e che quindi chiamano in causa il modo di agire della Procura... che vengano affidate a persone talmente incompetenti... per cui lo stesso procuratore deve spiegare a un deficiente di maresciallo come stanno le cose». Le intercettazioni svelano il mondo particolare di Marabotto che faceva arrestare gente spessa - in questo caso dei marocchini con un negozio di abbigliamento a Pinerolo - e poi ne diventava amico. Tanto che questi gli propongono di comprare una collina in Marocco. Il denaro non gli mancava. E si sentiva al sicuro. Donatella Giovannini, fra i professionisti che hanno rivelato il sistema Marabotto, ha rivelato che il procuratore aveva detto a Vizzotto: «I soldi li ritiri tu, così in galera ci vai tu».
Arrestato per corruzione l'ex procuratore di Pinerolo Giuseppe Marabotto. Negli anni '80 era stato protagonista di diverse indagini sul mondo del calcio. Ospite fisso per stagioni al "Processo" di Biscardi, nel 1986, quando era sostituto procuratore a Torino, è stato titolare della seconda inchiesta calcistica su un giro di scommesse illegali che, sul piano sportivo, portò alle penalizzazioni dell'Udinese in serie A, di Perugia, Lazio e Vicenza in B nonché alla squalifica di 27 calciatori.
L'inchiesta della procura di Torino che ha portato al provvedimento per lui e altre tre persone è iniziata diversi mesi fa. Le Fiamme Gialle si erano concentrate su un giro di consulenze (pagate in tutto una dozzina di milioni di euro in tre anni) che Marabotto affidava a un gruppo di professionisti: gli accertamenti sulle aziende di Pinerolo venivano condotti "a modello 45", vale a dire senza notizia di reato. Quando trapelò la notizia dell'inchiesta, l'allora procuratore spiegò che il suo modo di procedere poteva permettere all'Erario di recuperare cospicue somme di denaro.
Nel 2006 il magistrato era finito nelle intercettazioni telefoniche disposte dai pm di Napoli per l'inchiesta su Calciopoli. Aveva - secondo l'accusa - chiesto aiuto al direttore generale della Juventus Luciano Moggi per il buon esito di un'ispezione negli uffici di Pinerolo, disposta dall'allora ministro della Giustizia Castelli. Una interpretazione che Marabotto aveva respinto con sdegno e stupore: "Macché imbonire - si era difeso -, la mia era una telefonata scherzosa con la quale presentavo Moggi a un ispettore ministeriale, sfegatato tifoso bianconero, un ispettore venuto a Pinerolo per controllare dati informatici, non certo per esaminare il mio operato".
Sul piano disciplinare il caso è stato archiviato dal plenum del Csm, ma Armando Carbone, l'uomo che nell'86 truccò gran parte delle partite allora sotto inchiesta, due anni fa davanti ai magistrati di Napoli ha messo a verbale: "Grazie all'inchiesta di Marabotto negli anni '80 è stato affossato il sistema di Italo Allodi per consentire a Luciano Moggi di diventare il nuovo burattinaio del calcio. Marabotto indagò a senso unico zittendomi ogni volta che parlavo della corruzione di Juventus e Torino. Insieme al sostituto Laudi, prestato all'ufficio inchieste della Federcalcio, Marabotto fu strumento di Moggi nello scandalo dell'86". Di tutto questo si parlerà nel processo in corso a Napoli, dove Carbone è teste per l'accusa.
Amore tra magistrati ed avvocati, vietato e punibile, ma solo se si viene a sapere e il CSM interviene.
L’imparzialità nei giudizi resi rende la credibilità dei magistrati granitica. Se poi si scopre che negli uffici giudiziari vi sono legami sentimentali risaputi tra avvocati e giudici, che influenzano o potrebbero influenzare le attività delle parti in causa e dei loro colleghi, la credibilità va a farsi benedire.
Sì, però, basta non farlo sapere in giro.
E' per incompatibilità ambientale nei confronti di due donne giudici di Torino la prima pratica aperta dal Csm di nuova nomina, il cui vicepresidente è, casualmente, un torinese, l'ex deputato udc Michele Vietti. Il procedimento riguarda le gip Fabrizia Pironti e Sandra Casacci, fidanzate ufficialmente, e da diversi anni, rispettivamente con gli avvocati del foro subalpino Fulvio Gianaria e Renzo Capelletto.
La normativa giudiziaria vigente prevede l'incompatibilità ambientale in casi di questo genere. La vicenda delle due donne magistrato impegnate sentimentalmente con legali torinesi, per la verità, non è affatto una novità sotto la Mole. Anzi, anche il precedente Csm, il cui vicepresidente era Nicola Mancino, aveva avviato nei loro confronti un procedimento per incompatibilità: la pratica, tuttavia, non si sa per quale motivo, era rimasta inevasa. Il nuovo Consiglio di Palazzo dei Marescialli, dunque, ha deciso di portare a termine quell'istruttoria e ha deciso di convocare il procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena. E domanderanno pure anche perché il caso, essendo annoso, non sia stato risolto prima.
Un problema di incompatibilità è stato sollevato, ma ristretto nell'ambito degli uffici della giurisdizione torinese, nei confronti di un'altra giudice, la dottoressa Alessandra Vecchione, moglie dell'ex comandante del Reparto investigativo dei carabinieri, Nicola Fozzi. Era evidente, l'incompatibilità, in quel caso: il marito arrestava, la moglie avrebbe potuto trovarsi a giudicare quegli indagati. Questo intreccio investigativo-giudiziario-matrimoniale è stato risolto questa volta dall'Arma, che ha trasferito l'ufficiale al Reparto operativo, non più incompatibile con l'ufficio della moglie gip.
Il giudice torinese Sandra Casacci e l’avvocato Renzo Capelletto vivono la loro storia sentimentale da 31 anni. Una vita. L’hanno sempre fatto alla luce del sole. Il nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, targato Michele Vietti, che solo per un caso è torinese e avvocato anch’egli, ha appena aperto la sua prima pratica disciplinare. L’ha aperta nei confronti del giudice Casacci per incompatibilità ambientale. Il suo compagno, Capelletto, è amareggiato: «Mi spiace per Sandra - racconta - Stiamo insieme da tanto, non ci siamo mai nascosti. Sono stato anche presidente degli avvocati di Torino e nessuno ha mai potuto dire che ci siano stati contatti tra la mia attività di avvocato e la sua di giudice. Il vero problema è che Sandra, dopo una vita di lavoro, sta per diventare capo del suo ufficio e forse questo dà fastidio a qualcuno».
Il Csm ha aperto un’altra pratica contro un giudice torinese. Questa volta si tratta di Fabrizia Pironti, legata per anni sentimentalmente all’avvocato Fulvio Gianaria, uno dei legali più conosciuti e stimati del foro torinese. «Della mia vita privata preferirei non parlare - dice l’avvocato - ma una cosa la dico: in tutto questo tempo non ho mai partecipato a un processo che avesse come giudice la dottoressa Pironti. E così i miei colleghi di studio. È la differenza tra la sostanza e il formalismo».
La pratica aperta dal Csm mette il dito in una piaga. Nei tribunali italiani non ci sono solo coppie formate da giudici e avvocati, ma anche giudici e giudici sono incompatibili in certi ambiti. Oppure parenti, affini. La legge dice, fino al secondo grado. «Abbiamo aperto questa pratica perché ci è arrivata una segnalazione - si limita a dire il vicepresidente del Csm, Vietti - È una pratica nuova, verificheremo».
A Palazzo dei Marescialli è stato convocato il procuratore generale del Piemonte Marcello Maddalena che dovrà spiegare se esiste una situazione di incompatibilità dei suoi due giudici. E, nel caso esista da tempo, perché non è stata risolta prima. Dovrà spiegare, insomma, come mai l’amore ha trovato spazio tra le aule austere e i faldoni dei suoi uffici giudiziari.
ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.
Scandalo riportato da tutti i giornali.
Pagati dai carrozzieri: in cambio davano le radio per arrivare prima sugli incidenti.
C’era da guadagnare per tutti. I vigili urbani incassavano tangenti tra i 300 e i 500 euro a settimana. Dipendenti e titolari dei carri attrezzi anche 2 mila al giorno. Uno di questi si è addirittura comprato un mezzo da 100 mila euro. Tutto grazie alle ricetrasmittenti portatili Tetra che 7 agenti della polizia municipale avevano ceduto a chi con l’autosoccorso aveva tutto l’interesse ad arrivare prima sul luogo dell’incidente stradale per accaparrarsi il lavoro.
Arresti domiciliari per 6 civich (mentre una vigilessa è stata graziata perché gravemente malata), mentre 16 persone, tra autisti, titolari e dipendenti di società che gestiscono il pronto intervento stradale, hanno l’obbligo di firma.
Da quanto tempo gli agenti mettevano in atto il reato di peculato e corruzione? Questa non è l’unica domanda aperta, parallelamente c’è un altro filone di indagini che riguarda la fuga di notizie. Prove schiaccianti invece - intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, videoriprese - a conferma di un sistema a prova di bomba. Archiviati i vecchi apparecchi facilmente intercettabili con un comune scanner, le nuove radio Tetra funzionano solo se autorizzate da password in dotazione alla centrale della polizia municipale. Per essere informati in tempo reale su una collisione stradale è dunque indispensabile possedere una di queste radio. I vigili arrestati le avevano consegnate in cambio di mazzette che potevano fruttare anche 2 mila e 500 euro al mese. Una spesa più che tollerabile per quei privilegiati che potevano battere la concorrenza grazie alle indicazioni ricevute.
Ad insospettire la polizia municipale sulle irregolarità sono stati proprio gli oggetti del profitto facile. Le radio digitali Tetra. Dotate di Gps - meccanismo che consente l’individuazione via satellite - risultavano presente in aree dove non sarebbero dovuto essere. In zone, cioè, diverse da quelle dove lavoravano i civiche che le avevano in dotazione. Da verifiche e controlli incrociati gli inquirenti si sono accorti che le cose non quadravano.
Più che una “semplice” Tangentopoli, la vicenda degli arresti domiciliari ai vigili urbani per le mazzette sugli incidenti stradali è una “spy story”. Dove salta fuori di tutto: persino il sesso, il gioco d’azzardo, la cocaina. E, ovviamente, le “talpe”, le spie che con le loro informazioni cercano di proteggere i colleghi nei guai.
Sesso nel
retro.
Il giorno dopo la bufera, il mondo dei carristi è in fibrillazione. Nelle
carrozzerie e nei bar frequentati dagli autisti non si parla che dello scandalo.
E in molti, a quanto pare, sanno più di quanto è contenuto nelle 85 pagine
dell’ordinanza di custodia. «Uno di quei vigili lo conoscevo - racconta Pino
(nome di fantasia) - e conoscevo il titolare della carrozzeria a cui prestava la
radio. All’inizio, il patto tra i due era semplice: il civich, quando sapeva di
un incidente, chiamava il carrista, e in cambio gli facevano usare il letto che
di solito serviva agli autisti che facevano la notte. Il vigile aveva un’amante,
e quando voleva appartarsi andava lì». Qui invece non si parla di sesso, ma di
mazzette da 500 euro alla settimana. «Briciole, se si pensa che arrivando sempre
per primo un autista poteva fare 2mila euro al mese più il fisso». E qualcuno, a
quanto pare, di soldi aveva davvero bisogno. «Uno di quelli beccati (gli autisti
conoscono i nomi di tutte le persone coinvolte pur non avendo letto l’ordinanza
ndr) si è fatto dei debiti grandi così. Ha preso la piccola ditta del padre, ha
incominciato a comprare carri, auto di grossa cilindrata e ha continuato a
giocare d’azzardo. Per forza che non ce la faceva a pagare i creditori. E ha
dovuto escogitare qualcosa». Di un altro, invece, uno degli indagati dice alla
sorella, in una intercettazione del 20 maggio, «ha il vizio del gioco o c’ha un
altro vizio perché con 2500/2600 euro lui e la mamma non riescono a vivere». E
specifica, parlando con la moglie «se abbiamo capito questo qua tira di coca».
Stalking e
vendetta.
Uno degli argomenti più dibattuti è quello relativo a Sabina Torrente, la
vedova di Angelo Laurino, uno dei martiri Thyssen, finita suo malgrado
nell’inchiesta. La Torrente, ex amante di Gaetano Spinapolice, un benzinaio
indagato, nell’ordinanza è indicata come attuale compagna di Plinio Paduano, uno
dei vigili agli arresti. Il 6 giugno, Spinapolice denuncia Paduano ad un vigile
della quinta circoscrizione. E i giudici ritengono che il benzinaio sia mosso da
«motivi legati a sentimenti di gelosia». «Ma quale gelosia - ribatte il
benzinaio -. Per me se la può prendere e se la può sposare. L’ho fatto per
difendere il mio lavoro. Io ho una mogie stupenda e con la Torrente c’è stata
una piccola esperienza sentimentale finita dopo qualche mese. Se ho deciso di
denunciare il vigile è perché lui non voleva smettere, nonostante glielo avessi
chiesto in tutti i modi, di fare quel lavoro nella mia stazione di servizio.
Quando ho visto che incominciava a incattivirsi e continuava a fare determinate
cose, con la mia famiglia ho deciso di denunciarlo». Spinapolice, che dice di
«non aver percepito una lira» nell’affare delle radio, è stato denunciato dalla
donna per stalking. «Ha detto che le ho danneggiato la macchina e bruciato il
campanello di casa - ricostruisce Spinapolice -. Ma per dire cose del genere ci
vogliono le prove, e in tribunale vedremo se le ha. Io intanto l’ho querelata
per calunnia e diffamazione». Le denunce per atti persecutori, spiega
Spinapolice, sono arrivate «dopo che io ho denunciato il vigile». Un caso? «A me
viene da pensare che la signora Torrente ha avuto una relazione con questo
vigile qua, il vigile è venuto a sapere che io avevo preso una certa decisione e
si sono messi d’accordo per farmi del male».
Caccia a
“Orso Grigio”.
E d’altra parte è proprio nelle conversazioni tra lo Spinapolice e la
Torrente che salta fuori la “talpa”. O la spia, se preferite: “Orso grigio”.
Costui è stato identificato dagli investigatori come un ex sottufficiale della
polizia municipale di nome A.M. ma non figura tra gli indagati. Fatto sta che,
quando ci si rende conto che il terreno sotto i piedi comincia a scottare, Orso
Grigio è colui che si attiva per capire se esista una inchiesta giudiziaria in
corso. Addirittura, riferendosi al linguaggio criptato per cui la radiolina era
definita «zia», spiega - scrive il gip nell’ordinanza - «che non avendo i due
zie in comune, il ricorso al termine zia poteva essere pericoloso». Ecco la
conversazione dell’8 maggio. Nino: «lo dico “orso grigio” non mi fai dire i
cognomi, no». Sabina: «Orso grigio?». Nino: «Sìììì è quello che lavorava al
comando...». Il 12 maggio, l’uomo risalta fuori, indicato con il cognome - che
qui ci limitiamo a puntare ndr- in un’altra telefonata tra i due. Sabina: «...perché
purtroppo sono colleghi e i colleghi il culo se lo riparano uno con l’altro...
fai attenzione... perché M. non è un santo. M. lo avrà fatto prima di lui...
attenzione eh...». Nino: «...no no, me lo ha detto anche mio cognato».
Complicità.
E a dire il vero il discorso del coprirsi le spalle a vicenda ingenera più
di un dubbio negli inquirenti. E se le “mele marce” di Chiamparino fossero di
più? Conversazione del 19 aprile tra i “carristi” P. e S. Dice S.: «Se ti
fermano tranquillamente digli che te l’ha prestata un vigile e poi vengo io con
lui, non è un problema. Hai capito?». P. assente. E S. ribadisce: «Perché mi ha
avvisato lui di dire così». “Lui” è il vigile urbano che aveva ceduto la
radiolina. Davvero era sicuro che, con questa scusa, i suoi colleghi, in caso di
controllo, non avrebbero fatto storie? O ci sono altre possibilità.
Ma non è la sola inchiesta che mina la credibilità nelle istituzioni.
C’è il furto sensazionale, poi le incredibili trattative per rientrare in possesso della preziosa refurtiva. Il furto è quello messo a segno nella palazzina di caccia di Stupinigi, la notte tra il 18 e il 19 febbraio del 2004: spariscono nel nulla mobili di inestimabile valore storico-artistico. Le trattative, invece, sono quelle avviate da due uomini in divisa: il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera, nome in codice “Arciere”, e il sovrintendente della polizia Riccardo Cavuoti. Per la Procura di Torino, durante la delicata fase di recupero della refurtiva i due uomini in divisa diventano complici degli autori del furto, una banda di nomadi sinti. Ecco perché, adesso, i sostituti procuratori Andrea Padalino ed Enrico Arnaldi di Balme inseriscono i nomi di Ravera e Cavuoti nell’avviso della conclusione delle indagini preliminari.
Sono accusati, Ravera e Cavuoti, di estorsione e falso in atto pubblico. Nei documenti in possesso della Procura si legge che «a seguito del furto dei preziosi beni contenuti nella palazzina di caccia di Stupinigi, avvenuto ad opera di Daniele Decolombi, Adriano Decolombi, Claudio Decolombi, Renato Di Maio e Carlo Cerutti, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera dapprima informava Adriano Decolombi e Daniele Decolombi dell’esistenza di una ricompensa per il recupero dei beni pari a 500mila euro e, successivamente, nel corso della trattativa instaurata con Adriano Decolombi, redigeva una annotazione di servizio in cui attestava falsamente che “fonte confidenziale ha riferito che per il ritrovamento della merce gli attuali possessori, che in ogni caso stanno organizzando la spedizione dei manufatti nei paesi arabi, hanno chiesto la somma di 500mila euro”».
Un’annotazione di servizio identica a quella contemporaneamente redatta dal sovrintendente della polizia stradale della sottosezione di Saluzzo, Giuseppe Cavouti. «Autonome e parallele annotazioni di servizio, destinate ai rispettivi superiori gerarchici», che avrebbero quindi costretto la Fondazione dell’Ordine Mauriziano e la società assicurativa Axa a consegnare agli autori del furto la somma di 250mila euro.
Insomma, Arciere e Cavuoti mettono in pratica un piano geniale, diabolico: contattano i sinti e li informano, falsamente, dell’esistenza di una ricompensa di 500mila euro per il recupero dei mobili; poi riferiscono alla Procura che gli autori del furto pretendono proprio la somma di 500mila per la restituzione dei preziosi beni. Ma perché l’avrebbero fatto? «Per ottenere plausi e riconoscimenti a ogni costo», aveva spiegato il giudice per le indagini preliminari Silvia Bersano Begey nell’ordinanza di misura cautelare emessa nei confronti dei due indagati nel marzo del 2008. Ma invece dei plausi e dei riconoscimenti è arrivata l’iscrizione nel registro degli indagati.
Arciere è accusato anche di truffa ai danni dello Stato per aver chiesto rimborsi spesa per missioni mai eseguite. Dichiarava, falsamente, di essere al lavoro. In realtà, se ne stava comodamente seduto in poltrona, nella sua abitazione di Piscina.
PARLIAMO DI CONCORSI UNIVERSITARI TRUCCATI
I giudici vogliono sapere se si tratta di malcostume o ci sono ipotesi di reato.
Concorsi universitari truccati? O viziati da favoritismi e raccomandazioni, e dunque esami finti, perché se ne conosce sempre in anticipo il vincitore? Dopo giorni di polemiche e j’accuse, si muove la Procura della Repubblica. Le dure prese di posizione di due professori universitari pubblicate sulle colonne de «La Stampa» hanno convinto il procuratore aggiunto Francesco Saluzzo, che coordina il pool di magistrati impegnati sui reati contro la pubblica amministrazione, ad aprire un fascicolo giudiziario. I due cattedratici sono Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, e Roberto Alonge, ex preside della facoltà di scienze della Formazione, ordinario di Storia del teatro. La prossima settimana saranno sentiti in procura come «persone informate sui fatti», ovvero testimoni della pubblica accusa. Tutto è cominciato nelle scorse settimane. La procura della Repubblica aveva aperto un fascicolo sulla base di un circostanziato esposto presentato su un concorso da ricercatore (nel settore dell’ingegneria aerospaziale) al Politecnico. L’ha firmato Luciano Demasi, «cervello migrato» all’università di Washington, a Seattle. Il pm Cesare Parodi ha aperto un fascicolo penale, su cui c’è il massimo riserbo: si sa soltanto che alcuni protagonisti della querelle sono stati sentiti a Palazzo di Giustizia. Di quel concorso s’è fatto al Politecnico un gran parlare.
E, al di là di quello specifico episodio, al Poli come all’Università s’è allargato lo sguardo alla situazione generale dei concorsi. Finché sono arrivati, da Palazzo Nuovo, i coraggiosi j’accuse di Alonge e Bertinetti. «In tanti anni di Università - ha detto il preside di Lingue a “La Stampa” - non ho mai visto nessuno vincere un concorso solo in base ai suoi meriti». Roberto Alonge ha firmato su «La Stampa» quasi un’invettiva: «Che i concorsi siano truccati, lo sanno tutti». «Un maestro sfrutta per anni un allievo: gli fa fare esami, gli fa seguire tesi di laurea, si fa sostituire da lui a lezione. Quando, dopo anni di sfruttamento, arriva un concorso, può il maestro non far vincere il proprio allievo, anche se al concorso s’è presentato un altro più bravo?» E Bertinetti: «I meriti possono essere tanti o pochi: ma senza un professore che lo porta, nessuno sale in cattedra». Hanno denunciato un malcostume che fa a pugni con l’etica, o sono anche a conoscenza di reati? Probabilmente i magistrati li hanno chiamati nei loro uffici per saperlo.
Non si sa se Saluzzo e Parodi già indaghino su altri concorsi, al di là di quello del Politecnico, ma probabilmente a Bertinetti e ad Alonge, che appartengono a un altro ateneo, chiederanno se intendono passare da generiche accuse al sistema al resoconto di specifici episodi. Per intanto, ieri Alonge ha ribadito «che il difetto sta nel manico: è la legge stessa a costituirsi a difesa dell’arbitrio, e ad essere costruita in modo tale da consentire la massima discrezionalità». E Bertinetti, sibillino: «Sarò ben lieto di illustrare anche negli uffici giudiziari quali sono i meccanismi concorsuali».
PARLIAMO DI MALASANITA'. MULTATI PERCHE’ TROPPO EFFICIENTI !!! IL PRIMARIO: IO FUORILEGGE E ME NE VANTO.
«Ora che l’Ispettorato del lavoro ha sanzionato le Molinette per eccesso di attività, mi aspetto che multi chi prende lo stipendio e non fa nulla». Il professor Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato finito nel mirino del ministero del Lavoro per la vicenda degli infermieri sfruttati, è caustico, come sempre.
Come giudica la sanzione alle Molinette?
«Non mi sono mai posto il problema di essere fuorilegge. Ogni giorno, qui,
abbiamo a che fare con persone in condizioni gravi, e più di me il collega
Rinaldi, primario in Cardio-rianimazione. Non trattiamo merci, curiamo esseri
umani. Il nostro dovere è dare il massimo delle garanzie, il massimo
dell’impegno. Se non abbiamo rispettato la legge, allora la legge va cambiata».
Anni fa, professore, lei sfilava in corteo
teorizzando il «lavorare tutti per lavorare meno». Cosa è cambiato nelle sue
convinzioni?
«Nulla. La regola è ancora valida: lavorare tutti».
Non è così, alle Molinette?
«Ci sono pochi che lavorano molto e molti che lavorano poco».
Troppo vago. A chi si riferisce?
«Se nei reparti come il mio sovente non c’è un attimo di tregua, ci sono
ambulatori che chiudono alle 16, con gli infermieri che vanno a casa tutti i
pomeriggi a quell’ora. Io dico: prendiamo un po’ di quegli infermieri e li
trasferiamo nei reparti dove l’attività è più pesante, dove i turni sono
massacranti, come dice il sindacato».
Anche gli infermieri non sono merce,
professore. Se si oppongono un motivo ci sarà.
«E’ ovvio che questi infermieri devono essere incentivati a stare nei reparti
più difficili. Innanzitutto economicamente. Lavorare in centri come il mio, o
come la Cardiochirurgia, dà grandi soddisfazioni oltre a richiedere sacrifici».
Qual è l’ostacolo?
«Spesso lo stesso sindacato. Qui alle Molinette, in particolare, ci sono
abitudini e convinzioni consolidate. Come sostenere che tutti gli infermieri
sono uguali e tutti devono ricevere lo stesso in busta paga. Il che è sbagliato,
e non va nell’interesse dei cittadini. La verità è che stiamo andando verso
l’appiattimento di questo Paese, stiamo scadendo, ci serve una scossa. Se il
messaggio che passa, anche attraverso le multe dell’Ispettorato, è “non si deve
lavorare troppo”, povera Italia».
Nel frattempo?
«Nulla. Continuiamo a garantire gli interventi a tutti i pazienti che si
rivolgono a noi. A dare le risposte che dobbiamo dare. Non siamo un centro
estetico: qui, molto spesso, si vive o si muore».
Il ministero del Lavoro ha inflitto alle Molinette una condanna da 110 mila euro per troppo impegno. Il sindacato infermieri aveva denunciato il principale ospedale del Piemonte per i turni di riposo saltati e i troppi straordinari nelle sale operatorie del Centro trapianti di fegato e della Cardio-rianimazione: «Sfruttamento puro», ha accusato Nursing Up. L’Ispettorato ha compiuto una verifica accurata e ha dato ragione ai dipendenti, condannando il direttore generale dell’ospedale a pagare una cifra enorme per lo scandalo. Poco importa che il centro trapianti di fegato diretto dal professor Mauro Salizzoni sia al top in Italia per numero di interventi. Il primo ad aver raggiunto e superato, già nel 2002, i mille trapianti. Un fiore all’occhiello della Sanità pubblica. Poco importa che alcuni giorni fa otto persone siano state strappate alla morte grazie a una maratona di 15 ore in camera operatoria.
Il record qui diventa paradosso. Ma il direttore generale, Giuseppe Galanzino, non ci sta: «Il mio compito è far funzionare al meglio l’ospedale, garantire ai malati un centro di prim’ordine. Se mi chiedono di ridurre l’attività delle camere operatorie, firmo le dimissioni e me ne vado».
Il confronto è fra due diritti legittimi: quello degli infermieri al rispetto di un contratto, quello di un direttore generale (e di un primario) alla gestione di un reparto efficiente. Su un punto credo che entrambi concordino: a chi giova una maxi-multa al direttore generale?
PARLIAMO DI INGIUSTIZIA.
IL CASO STROPPIANA. Il delitto della logopedista Marina di Modica.
14 aprile 2011. Questo è il resoconto del Corriere della Sera.
"Nel suo ultimo giorno da uomo libero parla come un detenuto. «Quando esco, divento un vero pensionato. Mi sono fatto tutti i calcoli: ho 54 anni, ne ho versati 30 di contributi. Finalmente avrò una vita davanti, spero lunga: mio nonno è morto che ne aveva 88, mio papà ne festeggia novanta tra qualche giorno». La voce si rompe quando scivola su quel compleanno al quale non potrà assistere, ma è questione di un attimo. Paolo Stroppiana, il filatelico che ride, il von Bulow di Torino, cerca di riprendere i panni del personaggio enigmatico che ha portato come una corazza per quasi tre lustri. Solo che oggi è difficile. Oggi la sua storia, quella del delitto di cui è accusato, esce dalla dimensione romanzesca che tanto ha allietato le serate dei salotti cittadini orfani delle trame di Fruttero e Lucentini, e si fa vita vera. Presenta il conto, tutto in una volta. Dopo una assoluzione e tre sentenze di condanna, due volte riformate, la Corte di cassazione ha confermato l'ultimo verdetto che lo scorso gennaio gli aveva assegnato 14 anni di carcere per l'omicidio preterintenzionale di Marina Di Modica. Aveva 39 anni, quando scomparve la sera dell'8 maggio 1996. Era figlia di un professore universitario, cattedratico di Chimica e presidente dell'Accademia delle scienze, faceva la logopedista. «Ore 18.30. Cena Paolo per francobolli». Marina era una donna ordinata, segnava tutto su una agenda. Stroppiana all'inizio negò di essere lui, quel Paolo. Un filatelico ben conosciuto, figlio della borghesia torinese, che lo aveva ripreso con sé dopo gli anni dell'estremismo nero in Terza posizione. Poi cambiò versione, raccontando di avere disdetto all'ultimo l'incontro con la donna. Non c'è il corpo, non c'è l'arma, non c'è un movente. La storia è questa. Un canovaccio che ha diviso opinioni e anime, compattando una procura convinta di avere un colpevole e poche prove contro di lui. Stroppiana affronta il tempo sospeso che manca alla ratifica dell'ultima sentenza con una normalità ostentata. Alle 9 del mattino esce di casa, fresco di rasatura, e sale in macchina diretto nell'alto Novarese. Deve far vedere ad alcuni clienti le novità del catalogo Bolaffi, istituzione cittadina per la quale lavora dal 1990. Una tappa a Romagnano Sesia, un'altra a Omegna, infine il pranzo in una trattoria di Crodo. Insieme a lui c'è il figlio Federico, che ha 23 anni. La sua presenza è un segno di resa, per entrambi, perché hanno tante cose da dirsi, perché al ritorno a Torino sentono che dovranno salutarsi. Dietro di loro, due Volanti e altrettante moto della Polizia, una specie di corteo presidenziale che lo segue a distanza. «Non ho mai pensato di scappare, mai. E sinceramente, spero che la sentenza della Cassazione sia definitiva. Non ce la farei a ricominciare un altro processo. In questi anni passati a fingere una vita normale non ho mai potuto coniugare un verbo al futuro. Non ho comprato casa, non ho fatto un mutuo, non ho fatto un figlio con la mia nuova compagna. Avevo sempre la borsa con i vestiti nel bagagliaio, ogni momento era buono il carcere. Basta, adesso basta. Quando sarò fuori, potrò almeno vivere come un ragazzino, fare programmi, costruire qualcosa». Il verdetto della Cassazione sta per arrivare, manca poco. «Spero di diventare nonno in carcere, mio figlio mi ha promesso dei nipotini. Non si stupisca, la mia non è rassegnazione. Giusto o sbagliato non importa, ci sarà sempre un colpevole che la fa franca e un innocente condannato. È solo che sono stanco, molto stanco». Lo status di piccolo mistero cittadino aveva anche solleticato il suo ego. Ma lentamente, come una goccia cinese, era divenuto un peso insostenibile. «Quindici anni, con addosso il marchio di questa storia. Spero che una volta fuori mi lascino stare». Sul marciapiede trova il maresciallo che lo aspetta. Dottore, gli dice, è arrivato l'ordine di tradurla in questura. Stroppiana abbraccia il figlio. Un sorriso. «Andiamo». Certe volte anche la prigionia può essere una liberazione."
14 aprile 2011. Questo è il resoconto de La Stampa.
"La Corte di Cassazione di Roma ha confermato la condanna della Corte d'Assise d'Appello di Torino, a 14 anni di carcere, per Paolo Stroppiana, il filatelico torinese accusato del delitto di Marina Di Modica. Per lui, in serata, si sono aperte le porte del carcere. Fra meno di un mese, l'8 maggio, saranno 15 anni che la logopedista torinese è scomparsa, lasciando dietro di sé lo scontrino di un paio di calze nuove e un'agenda piena di enigmi. Su quelle pagine gli inquirenti trovarono gli indizi per le loro indagini, in un mondo senza cellulari: un appuntamento per fare valutare dei francobolli. C'è finito così nell'inchiesta Paolo Stroppiana, 52 anni, filatelico alla Bolaffi. In mancanza di un cadavere, di un'arma e di un movente, c'è rimasto per le troppe bugie, per gli alibi che si sono rivelati falsi, per le contraddizioni sue e di fidanzate e amanti. Sullo sfondo, un chiacchierato un passato da neofascista, le pruriginose abitudini sessuali, la scomparsa, anni prima, di una collega, Camilla Bini. Ma soprattutto è rimasto inchiodato al processo grazie all'ostinazione dei famigliari della vittima, il padre Gaetano e la sua compagna, Marina Ferrero, il fratello Marco, assistiti dall'avvocato Gian Paolo Zancan, che hanno sollecitato la ripresa delle indagini che languivano, ma soprattutto si sono opposti nel 2004 all'archiviazione. E' cominciata la lista dei processi e delle sentenze: in primo grado 21 anni per omicidio volontario, nel gennaio del 2006, ridotti a 16 in secondo grado, a luglio 2008. Nel gennaio del 2010 la nuova sentenza della Corte d'Appello, dopo che la Cassazione aveva ordinato di ripetere il processo: 14 anni per omicidio preterintenzionale. Per l'accusa, sostenuta dal procuratore generale Vittorio Corsi, potrebbe essere stato fatale uno strangolamento durante un rapporto sessuale. “Una sentenza illogica e irragionevole” per gli avvocati difensori, Aldo Albanese e Mauro Ronco. Tutto si è giocato su un appuntamento segnato sull'agenda della vittima per quell'8 maggio 1996 “Cena Paolo x f.bolli”. Quei francobolli ritrovati in soffitta in una vecchia scatola di latta per biscotti, spariti anche loro con Marina. Paolo Stroppiana ha sempre sostenuto che l'appuntamento fosse stato annullato."
Giusta pena in giusto processo, ma dai resoconti giornalistici qualcosa non quadra. Nessuno osa criticare la sentenza. La Cassazione ha condannato per un delitto in cui si nota: niente arma, niente corpo, niente movente.
La Cassazione ha condannato un imputato per omicidio preterintenzionale che: o doveva essere assolto con formula piena; o doveva essere condannato per omicidio volontario e soppressione od occultamento di cadavere. Non esiste in diritto una via di mezzo !!!
IL CASO FRANZONI
«Io non ero stressata. Era come se questo giudice avesse vissuto con me, fosse stato lì quella mattina. Voleva farmi uscire pazza, così se ne lavavano le mani.
La realtà è un’altra. Pretendo giustizia. Loro non sanno che cos’è la giustizia!
Voi (giornalisti) mi avete triturato assieme agli altri. Vogliamo raccontare barzellette? Vogliamo raccontare favole? E quel bastardo dell’assassino dov’è?
Lotterò per avere giustizia perché lo faccio per il bambino, che è più importante di tutto il resto. Mi è stato tolto un figlio atrocemente e sono ormai 6 anni che vivo con questo dolore reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta.
Il deposito delle motivazioni rinnova in me la profonda delusione per una giustizia che non ha il coraggio di dire: forse sto sbagliando.
L’atteggiamento della giustizia rende sempre più difficile la ricerca della verità. E’ giusto aver indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti solo dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quelle del vero colpevole.
Continuerò per tutta la vita a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti.
Quello che mi fa arrabbiare di più è come si possa motivare la sentenza cercando di leggere, o di inventare addirittura, la figura di una donna stressata che ha perso il lume della ragione fino ad arrivare a commettere un omicidio tanto atroce. Questo non c’è nelle carte del processo».
I DUBBI:
GLI ZOCCOLI. Secondo il RIS l’assassino li ha indossati con i piedi sporchi di sangue. Per la difesa possono essersi macchiati quando Anna Maria ha soccorso il figlio.
IL PIGIAMA. Per l’accusa lo indossava l’aggressore di Samuele, ma lo stesso perito nominato dai giudici dice che non c’è certezza.
I TEMPI. Poco verosimili. Anna Maria avrebbe ucciso nei 4 minuti in cui l’altro figlio era fuori a giocare. In questo brevissimo tempo si sarebbe ripulita dal sangue, quindi, avrebbe accompagnato Davide allo scuolabus e, una volta tornata, in tre minuti sarebbe riuscita a preparare il depistaggio ipotizzato dalla Corte.
IL MOVENTE. La mamma di Cogne viene descritta come un soggetto con problemi psichici e allo stesso tempo un’assassina lucida e spietata. Nonostante ciò, non le viene concessa la semi infermità.
L’ARMA. I giudici sostengono che Anna Maria abbia usato un mestolo o un pentolino e fanno tre ipotesi: l’ha lavato e rimesso a posto, ma i Ris non hanno trovate tracce; l’ha fatto uscire dalla casa nascosto in un calzino, ma era troppo grande; l’ha fatto uscire nello zainetto, che ha una traccia ematica all’esterno, ma non ci sono macchie all’interno.
Ritengo che le motivazioni della condanna di Annamaria Franzoni siano «al di qua di ogni ragionevole dubbio» e non «aldilà di ogni ragionevole dubbio», oltre che ispirate alla frase del Manzoni nella Storia della colonna infame: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per vedere quella che si desidera». Difatti, con questa sentenza la giustizia e il diritto sono stati dimenticati. La sentenza commette una serie di sviste e di travisamenti, ne cito sette:
1. Contiene troppi «forse» e troppi verbi al condizionale, si riferisce a congetture prive di riscontri.
2. Ritiene che l'arma del delitto sia un mestolo o un pentolino, nonostante risulti evidente dalle ferite sulla testa di Samuele che la parte terminale dell'arma avesse tre canali e angoli vivi e rettilinei.
3. Ipotizza senza riscontri oggettivi quale sia stato il movente dell'omicidio, il modus operandi, le circostanze che hanno prodotto il crimine, come e dove sia stata nascosta l'arma del delitto.
4. Ipotizza che la Franzoni dopo l'omicidio abbia immediatamente «rimosso», ma che, prima della «rimozione», abbia avuto la lucidità, l'organizzazione mentale e le capacità cognitive e previsionali di ideare e coordinare i vari depistaggi.
5. Ha dimenticato che la Franzoni alle 8.20 era alla fermata dell'autobus distante 330 metri dall'uscio di casa e che, quindi, con certezza assoluta, doveva essere uscita entro le 8.16 e non alle 8.18 come invece ritiene: è il classico errore di forzatura.
6. Individua la prima telefonata d'allarme alle ore 8.28 mentre la telefonata è iniziata alle 8.26 e 30 secondi: classico errore di spostamento del tassello.
7. Si basa sulla perizia del tedesco Herman Schmitter, costata a noi italiani almeno 50mila euro, una perizia che reputo inadeguata: quella perizia che ha sentenziato che l'assassino indossava il pigiama mentre uccideva il bambino mentre, secondo le mie analisi, l'assassino non lo indossava assolutamente.
L'illogicità fondamentale della sentenza, ma nascosta e invisibile, è il presupporre che se l'assassino non fosse la Franzoni dovrebbe essere un soggetto introdottosi con la premeditazione di uccidere il bambino e non, invece, come le scienze dell'investigazione criminale e l'analisi della scena del crimine fanno ritenere: un assassino che si è introdotto in camera da letto per fare un'offesa ai Lorenzi approfittando dell'uscita della Franzoni, che poi ha perso il controllo perché si è visto riconosciuto da Samuele che non si aspettava di trovare sul letto matrimoniale.