
I TERNANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
MALAGIUSTIZIA
Una storia incredibile, che sa di Medioevo. E’ la storia di Alessandro Maiorano, che molti di voi forse già conoscono, perché ha avuto una grande risonanza dopo che il Papa Benedetto XVI l’ha ricevuto, insieme al suo bambino, in Vaticano. Tutto sarebbe iniziato cinque anni fa, quando un dentista residente a Terni avrebbe fatto segno con minacce di morte sia l’uomo che il figlioletto di tre anni. Una tempesta di inquietanti minacce –spiega- che, anziché prendere di mira direttamente la ex del dentista, sono state dirette verso di lui, quale nuovo compagno, e il figlioletto nato dalla relazione di coppia. In un paese che si dice civile sarebbe bastata una semplice denuncia per sciogliere in fretta i nodi di questo stalking. In realtà non è stato così. Solo cinque anni dopo, quando Maiorano presenta alla Procura di Prato un’altra denuncia-querela, per le reiterate minacce di morte ricevute in toscana, il gip emette un decreto di citazione a giudizio nei confronti del dentista ternano. Nel frattempo, Alessandro Maiorano scrive pure al Consiglio Superiore della Magistratura e denuncia un magistrato di Terni, relativamente ai presunti reati di “abuso d’ufficio” e “omissione di atti d’ufficio”. Sicuramente, ci sono tanti aspetti da chiarire in questa vicenda, ma se non fosse stato per un monsignore che riuscì a fargli avere udienza da Benedetto XVI, la vicenda non sarebbe mai saltata alla ribalta della cronaca. Il Santo Padre, dopo avere ascoltato il racconto di Alessandro e della sua compagna, avrebbe mormorato «Qui bisogna fare qualcosa». Forse anche temendo che dalle minacce si potesse arrivare all’irreparabile. «La vera vergogna –scrive Alessandro a Umbria Cronaca - è stato l’immobilismo delle istituzioni. Come si è potuto lasciare per anni che un bimbo fosse minacciato di morte senza intervenire? Oggi ricevo lettere dall’ONU dove mi si indica la strada per denunciare la procura di Terni alle Nazioni Unite per i diritti negati al mio bimbo. Con i miei avvocati ci siamo già attivati e così facendo il fatto esploderà a livello internazionale. Siamo stati vittime di minacce di stalking, ad opera del dentista ternano (…), ex marito della mia attuale compagna dal 2005 al 2009. Le minacce avvenivano telefonicamente ma anche ocularmente ogni volta che, per ragioni di udienze, tra il dentista e la mia compagna dovevamo venire a Terni. Per anni ci ha seguito, minacciato, pedinato e persino una volta ha tentato di buttarci fuori strada con la sua macchina…Anni d’inferno, la mia serenità compromessa nella vana speranza che la Procura di Terni si fosse attivata in difesa del mio bimbo. CHIMERA nonostante avessi presentato 31 denuncie in Umbria, ricevendo indifferenza e menefreghismo. Arrivai persino a pensare di farmi giustizia da solo, ma poi avrei rovinato la vita non a quel pezzo di m…, ma ai miei famigliari. Pensai allora di arrivare in alto, dove nessuno può arrivare…Attraverso mie personali conoscenze con Cardinali e vari incontri a Roma con alti prelati, il Papa mi ha ricevuto per ben due volte, poi ho chiesto ad un mio amico Cardinale di farmi incontrare il presidente Usa, anzi l’ex presidente, per chiedergli aiuto. Aver incontrato i potenti della terra non è stato motivo di vanto, bensì di sconfitta».
Ma non basta. Un magistrato del Tribunale di Terni sarebbe riuscito a delegare le indagini a un ispettore di polizia su un procedimento in cui quest’ultimo figurava come indagato. Proprio così: l’agente avrebbe indagato su se stesso, chiedendo e ottenendo la propria assoluzione. Incredibile ma vero, il pm del processo non si sarebbe accorto dell’anomalia, tanto che avrebbe chiesto l’archiviazione. Una leggerezza, spiegano nei corridoi del palazzo di giustizia, probabilmente dovuta al sovraccarico di lavoro. Ricapitolando, un ispettore della Procura ternana sarebbe stato indagato in seguito a una denuncia insieme con un’altra persona per una serie di reati dalla calunnia all’abuso d’ufficio. E il magistrato competente avrebbe attribuito all’interessato gli accertamenti sul caso. Dopo qualche settimana, il poliziotto arriverebbe alla conclusione, scontata, che le accuse contro di sé sono infondate. Il pubblico ministero non avrebbe battuto ciglio e avrebbe chiuso il caso. A denunciare il paradosso sarebbe stato il querelante, che avrebbe dimostrato l’evidente violazione del segreto istruttorio. Il magistrato solo a quel punto avrebbe chiesto la revoca dell’archiviazione e avrebbe affidato gli atti a un altro ispettore, collega dell’indagato. Il quale sosterrebbe che il poliziotto non si sarebbe reso conto di indagare su se stesso. A metter fine alla catena di assurdità dovrebbe essere adesso il gip. (Fonte il Giornale.it) su Terni Magazine.
MEDIOPOLI
Boffo e il pasticciaccio brutto di Terni. Da piccolo scandalo di provincia a caso nazionale. Si riporta l'articolo di "Panorama".
È quasi un contrappasso: nella terra di San Valentino e delle promesse d’amore eterno scambiate sulla sua tomba il 14 febbraio, nella città della leggenda di Sabino e Serapia, un Romeo e una Giulietta d’epoca imperiale, Terni è salita alla ribalta per le molestie telefoniche a una ragazza e per le voci maligne su un presunto e indimostrato amorazzo (negato dai diretti interessati) fra il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e un aitante assistente di volo ternano.
La storia, senza il nome di lei e di lui, è stata tirata fuori venerdì 28 agosto sulle colonne del Giornale di Vittorio Feltri, che ha citato un’informativa anonima inviata ai vescovi italiani e l’allegato decreto di condanna del tribunale di Terni, per “molestie”, contro Boffo. Il lunedì successivo non deve essere stato facile per quest’ultimo sollevare il telefono, come risulta a Panorama, e chiamare Vincenzo Paglia, da nove anni vescovo della città umbra, per confrontarsi sulla delicatissima questione delle molestie telefoniche che ha avuto il suo epicentro a Terni.
La ragazza molestata, 29 anni, bruna e graziosa, corpo tornito dall’atletica (a giugno è arrivata nona a una gara podistica), è la rampolla di una delle due famiglie più in vista del mondo cattolico ternano. Il capofamiglia è un uomo minuto e discreto, con il viso impreziosito da un pizzetto bianco, rappresentante di commercio, presidente parrocchiale dell’Azione cattolica, ma soprattutto presidente della radio diocesana Tna (Terni-Narni-Amelia), megafono del vescovo, appartenente al circuito InBlu il cui direttore è proprio Boffo. La madre, chioma canuta, ex insegnante di liceo, fa parte della consulta nazionale degli organismi socioassistenziali della Caritas ed è impegnata nel Centro italiano femminile (Cif), l’associazione delle donne cattoliche. La signora ha anche scritto una biografia di Caterina Franceschi Fannucci, letterata ed educatrice ottocentesca, a cui sembra ispirarsi nello stile semplice e austero. I coniugi sono pure responsabili dell’ufficio diocesano della famiglia.
La coppia da martedì scorso si è limitata a respingere gli assalti dei giornalisti nell’elegante palazzina dove abita. Sino all’ultimo hanno provato a negare il coinvolgimento della famiglia nella vicenda, sostenuti nel catenaccio dall’arcigno legale, Giovanni Cerquetti. Poi, quando l’argine è crollato, la ragazza, voce da bambina, con Panorama ha risposto al cellulare: “Non rilascio dichiarazioni”. Lo ha fatto sua madre: “La vicenda si era completamente risolta e se qualcuno oggi l’ha ritirata fuori a noi sembra una cosa impropria”. Quindi la famiglia ha cercato rifugio a Roma. Ma ormai il caso era straripato. Come prevedibile.
Lunedì 31 agosto i giornalisti avevano chiesto copia degli atti del fascicolo su Boffo. Il procuratore Fausto Cardella si era pronunciato favorevolmente, ma il gip Pierluigi Panariello aveva deciso di “liberare” solo un paio di fogli. In cui il nome della parte offesa era protetto da un omissis. Uno scrupolo compassionevole, un colpo di pennarello nero per proteggere la privacy della vittima.
La precauzione, però, non è bastata: un cronista del Giornale dell’Umbria ha controllato in filigrana le carte e ha decrittato il nome della ragazza molestata. È lei la giovane che dall’agosto 2001 al gennaio 2002 ricevette le telefonate ingiuriose di un uomo che l’aveva apostrofata dandole anche della “cornuta” e che faceva pesanti riferimenti alla vita sessuale sua e del fidanzato.
All’epoca la madre della giovane sporge denuncia contro ignoti. La procura tutela l’onorabilità della fanciulla con un controllo dei tabulati telefonici. Ricevendo una sorpresa: l’importunatore chiamava utilizzando un’utenza del quotidiano Avvenire, l’organo ufficiale dei vescovi italiani. In particolare quel telefono risulta “nella disponibilità” di Boffo.
L’imbarazzo è grande. Dopo qualche mese la famiglia (forse per evitare di ingigantire uno scandalo con protagonisti tutti interni alla Chiesa) decide di ritirare la querela, ma per le molestie il pm, come prevede la legge, procede d’ufficio. La valanga è partita in silenzio e nel 2004 Boffo paga l’ammenda da 516 euro, previsti come massima pena pecuniaria per reati del genere, pensando forse di aver seppellito per sempre la vicenda.
Nelle motivazioni della sentenza si legge che Boffo è stato condannato per “le ripetute chiamate sulle utenze telefoniche della ragazza nel corso delle quali ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela), per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a…”. Il direttore di Avvenire, nei giorni scorsi, ha dato la sua versione dei fatti: avrebbe conciliato per evitare guai a un giovane tossicodipendente, indicato come autore di quelle chiamate usando di nascosto il suo telefono. In città molti gli credono e domandano ai colpevolisti: il direttore del giornale dei vescovi, uno stimato intellettuale, può essere così dissennato da utilizzare il suo cellulare per ricoprire una ventenne di contumelie irriferibili?
Nella scorsa primavera il decreto penale di condanna e l’informativa anonima a esso allegata sono finiti sulle scrivanie di vescovi e direttori di giornale. Feltri ha interrotto il profluvio di gossip da bar, di gomitate e strizzate d’occhio, pubblicando, con qualche rischio, la “velina”. Comprese le voci, non confermate negli atti giudiziari, sul presunto rapporto omosessuale tra Boffo e il fidanzato della ragazza. Risultato: quasi un caso diplomatico tra Stato e Chiesa.
In città sono iniziate subito le ricerche per lumeggiare i rapporti tra Boffo e la famiglia, per scoprire a quando risalga, se esiste, la conoscenza. Gli esperti di cose ecclesiastiche citano un’assemblea diocesana del marzo 2001 intitolata: “Domenica, giorno che salva”. Boffo era uno dei relatori, la famiglia della ragazza era ospite premurosa. È in quell’occasione che Boffo ha conosciuto l’allora ventenne studentessa di lingue orientali alla Sapienza di Roma, e pure il suo ragazzo, classe 1970, steward dal fisico slanciato e dai modi delicati?
Chi conosce bene quest’ultimo esclude tendenze gay. Per esempio Leonardo G., maresciallo della Guardia di finanza, una delle otto persone inserite sul social network Facebook tra gli amici dell’uomo (la ragazza molestata ne ha invece 155, tra cui l’attrice ternana Camilla Ferranti), spazza via i sospetti con una risata: “Il mio amico omosessuale? Non scherziamo”.
Il diretto interessato,
oggi single e direttore di un’agenzia di
un’importante banca italiana in provincia di Modena, raggiunto da
Panorama preferisce glissare sull’argomento: “Non ho niente da dichiarare.
Ho dei clienti davanti a me”.
Di certo la ragazza e il fidanzato di allora si sono conosciuti a
metà degli anni Novanta, quando erano
entrambi assidui frequentatori degli incontri organizzati all’interno della
diocesi. Un amico li ricorda impegnati una volta al mese nella
Scuola di preghiera, la Lectio divina,
un appuntamento mensile a partire dal 1992.
Già allora il ragazzo si distingueva per il portamento signorile e la dimestichezza con le lingue straniere. Altri compagni lo ricordano alle Giornate mondiali della gioventù in Francia mentre recita la parte del mimo-giullare, con eleganza stilizzata. La sua parte, in francese, prevedeva la lettura di due pergamene bruciacchiate durante la messinscena di un funerale medioevale, con tanto di dedica finale “alla mia povera mamma che per causa mia, Dio lo sa, ebbe amaro dolore e immensa tristezza”. L’anno dopo partecipò alle giornate di dialogo interconfessionale della comunità monastica fondata dal pastore calvinista frère Roger Schultz (ne fanno parte, dagli anni Quaranta, cristiani, protestanti, ortodossi) di Taizé, al centro della Francia, una Woodstock in miniatura per giovani cristiani. Tanto che un frate apostrofò così i ragazzi: “Qualcuno viene qui per farsi una spiritualità, qualcuno per farsi una donna, qualcuno per farsi e basta”. A Taizé si può ballare e bere sino alle due di notte, in un angolo di prato allestito con pub e discoteca. In quell’occasione la ragazza non è presente, ma la storia tra i due giovani prosegue senza intoppi.
Sino alla vicenda di Boffo, una prova che la coppia sembra superare. Nel frattempo lei si diploma al Pontificio istituto di studi arabi e islamici (che ha rappresentato al festival cinematografico dei Popoli e delle religioni), quindi entra, come interprete, in un’azienda di import-export alle porte di Terni. Lui scende dagli aerei e atterra in banca. Le loro strade si separano. L’uomo si trasferisce in Emilia.
Quasi tutti gli amici ne perdono le tracce. “Io non ne so più nulla, non ho più nemmeno il suo numero di cellulare” dichiara Stefano S., presidente dell’Azione cattolica cittadina e ottimo amico della ragazza. “Della vicenda di Boffo non sapevo nulla” assicura. “Io ho incontrato lui e mi ha detto che non si è ancora ripreso dopo la fine della storia con lei” giura un’altra amica.
Forse, per risolvere le pene d’amore del ragazzo, servirebbe un voto a San Valentino. O magari la sua intercessione per chiudere definitivamente questo pasticcio consumato all’ombra della curia.
LE TAPPE DELLA VICENDA
Gennaio 2002 Dino Boffo viene denunciato per ingiuria e
molestia alle persone.
9 agosto 2004 Il direttore di Avvenire viene
condannato al pagamento di un’ammenda di 516 euro, nel frattempo viene ritirata
la querela per ingiuria.
19 luglio 2005 Il Tribunale di Terni rifiuta la visione degli
atti del procedimento giudiziario al giornalista Mario Adinolfi che ne dà
notizia sul suo blog.
24 luglio 2006 Nuova agenzia radicale riferisce nuove voci
sulla condanna di Boffo per molestie.
12 gennaio 2008 Panorama pubblica la sentenza del
Tribunale di Terni.
28 agosto 2009 Vittorio Feltri torna sulla vicenda e cita
un’informativa sulla presunta “omosessualità” del direttore di Avvenire.
29 agosto 2009 Boffo viene riconfermato alla direzione del
quotidiano e riceve la solidarietà del presidente della Cei Angelo Bagnasco e
del segretario di Stato Tarcisio Bertone.
3 settembre 2009 Il direttore di Avvenire, con una
lettera di 4 pagine al Presidente della Conferenza Episcopale Angelo Bagnasco
rassegna le sue dimissioni. Irrevocabili: “La mia vita”, scrive, “e quella della
mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà
dissacratoria che non immaginavo potesse esistere”.