
I ROMANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ??
VIDEO INCHIESTA MALAGIUSTIZIA
GIUDICE DI PACE - TRIBUNALE CIVILE - CORTE D'APPELLO PENALE
VIDEO INCHIESTA MALASANITA'
POLITICOPOLI
Piero Marrazzo, governatore dimissionario del Lazio del PD, è un cocainomane. Lo ammette, nel suo secondo interrogatorio, correggendo quel che ha detto nel primo. La cocaina sul tavolo, ripresa in segreto dal cellulare di carabinieri furfanti, era sua.
L'aveva comprata e non è vero che quella polvere bianca era stata sistemata dai militari che si erano introdotti nell'appartamento con la forza. Un altro frammento di verità. Un'altra ammissione. Viene da chiedersi: ci sono altre confessioni? Marrazzo ha davvero e finalmente detto tutto? Perché a tornare indietro con la memoria, del governatore si ricordano soltanto omissioni, mezze verità, frottole. E' già nota la notizia dei carabinieri ricattatori, dell'esistenza di un video compromettente: Marrazzo si presenta davanti alle telecamere per dire che è tutta "una bufala", che "il video non esiste" e, se esiste, "è manipolato".
Una "verità" che regge per poche ore. Il video c'è, lo ritrae con un viado, dinanzi al tavolo con cocaina e denaro. Nuova versione. È vero, ero in quell'appartamento con Natalì (il viado), ma non c'era droga. La droga ce l'hanno messa quelle canaglie dei carabinieri per rovinarlo, per estorcergli del denaro. È il 22 novembre. In quelle ore appare chiaro, come osserva Repubblica, che sono necessarie e improrogabili le dimissioni del governatore e non per le sue debolezze private, ma per quel suo comportamento di chi non dice e sembra non voler dire quel che è accaduto.
Riprendiamo qualche argomento di allora. "Il governatore del Lazio non ha detto di essere stato ricattato né tantomeno ha denunciato l'estorsione, come avrebbe dovuto fare. Non ha detto di aver firmato assegni - ai carabinieri che lo minacciavano - per evitare che scoppiasse uno scandalo. Ora che lo scandalo è esploso, non dice che cosa è accaduto e non sembra disposto ad ammettere le sue responsabilità. Marrazzo sembra non comprendere che gli scandali sono lotte per il potere proprio perché mettono in gioco la reputazione personale di chi governa e la fiducia di chi è governato.
Marrazzo si protegge da ogni interrogativo agitando le ragioni della privacy. Come se questa formula magica - la mia privacy - potesse evitargli quella che, altrove, chiamano "valutazione di vulnerabilità": quanto le sue decisioni possono essere libere dalle pressioni o dai ricatti ai quali lo espone la sua scapestrata vita privata? Nel pasticcio in cui si è cacciato, il governatore ha solo una strada davanti a sé. Obbligata ed esclusiva: assumersi la responsabilità della verità. Non c'è e non può essercene un'altra, meno che mai il farfuglio di mezze verità e menzogne intere che Marrazzo ha sfoggiato".
Siamo, più o meno, ancora a questo punto. Purtroppo. Il governatore sostiene di non aver nemmeno compreso di essere vittima di un ricatto. Giovedì scorso, ha raccontato - in via privata - qualcosa in più: quei due carabinieri mi hanno sbattuto contro un muro; mi hanno costretto a calare i pantaloni; poi mi hanno portato via il denaro, ho pensato a una rapina; sì, ho firmato gli assegni, ma poi li ho fatti bloccare dalla banca, quelli non si sono fatti più vivi, così non ho più pensato alla "cosa".
Se quel che si sa a quest'ora è corretto, è una ricostruzione che ha molte, troppe smagliature. Nel video, anche se confusamente, si ascolta Marrazzo implorare i carabinieri di "non rovinarlo", promette loro denaro e favori. Ora che accade, secondo il governatore? Quelli arraffano 5.000 euro in contati dal tavolo (denaro per la cocaina e per il sesso) e tre assegni per 20 mila euro (che non incasseranno mai) e vanno via senza farsi più vedere e sentire. Seguiamo ora i carabinieri. Sono convinti di fare un po' di grana vendendo il video girato segretamente. Quanto? 40/50 mila euro da spillare nell'industria editoriale degli scandali. E perché non chiederli a Marrazzo, senza complicarsi tanto la vita o affidare il proprio destino professionale a gente che non conoscono?
Questo per i carabinieri: più che canaglie appaiono degli idioti degni di un film di Joel ed Ethan Coen.
Marrazzo non è da meno. Subisce un'aggressione, lo sorprendono con il naso incipriato in casa di un viado e pensa di essersela cavata con 5.000 euro e la furbata degli assegni firmati e poi bloccati. E tuttavia, ammettiamo per un attimo che le cose stiano così, che cosa pensa, dice e fa Marrazzo quando il 19 ottobre gli telefona Berlusconi? Che cosa gli dice il capo del governo? È vero, che gli consiglia di rivolgersi ad Alfonso Signorini e - come riferisce lo staff del governatore a Esterino Montino (oggi governatore vicario) - aggiunge: "Rivolgiti a Giampaolo Angelucci, ti libererà dai guai". In quel momento, chiunque, al posto di Marrazzo, avrebbe capito che la sua carriera politica era al capolinea. Come può pensare un governatore di continuare il suo lavoro correttamente dopo che deve la salvezza al maggior imprenditore della sanità? Come è evidente, ci sono ancora angoli di questo affaire da chiarire.
Il suo nome è Gianguarino Cafasso, Rino per gli amici. Nato a Salerno nel ´73, di professione pusher dei vip di Roma Nord, frequentatore abituale di transessuali. È lui la figura-chiave dell´inchiesta a base di ricatti e video hard che ha travolto Piero Marrazzo. Lui il principio di tutto.
Lo spacciatore che il 3 luglio 2009 portò la droga a casa di Natalì prima del rendez-vous con il governatore e la famosa irruzione dei carabinieri infedeli. Il primo che, neppure quindici giorni più tardi, tentò di vendere il «filmato che è una bomba» a Libero per 500mila euro. Custode dei segreti ancora inconfessati di un'indagine con troppe ombre e altrettante contraddizioni. Che però Cafasso non potrà più raccontare. Il 12 settembre - due mesi e mezzo dopo il blitz in via Gradoli - è stato trovato morto in un motel sulla Salaria.
«Arresto cardiaco» è stata la diagnosi, decesso subito archiviato come uno dei tanti tossicomani stroncati da overdose. Eppure Cafasso sapeva di essere al centro di tutto, motore di una macchina del fango che aveva preso a girare più veloce di lui, e aveva paura. Lo aveva confessato alle due croniste contattate per l'acquisto del video su Marrazzo, il trans e la polvere bianca: «Io incasso i soldi e poi vado via, ho già pronti i documenti per scappare, perché se sto qui mi fanno fuori (...) Ho in mano mezza Roma, so delle cose che... io li posso rovinare, c'ho dei clienti fra i politici che se ve lo dico...». Una dichiarazione sibillina e tuttavia chiarissima.
In questa oscura vicenda muore anche il trans “Brenda”.
«È un fatto inquietante, un fatto veramente inquietante. Non posso pensare che la settimana scorsa questa persona è stata aggredita e rapinata e da poche ore è morta bruciata». Così ha detto l’avvocato Luca Petrucci, legale di Piero Marrazzo, rispetto al decesso avvenuto il 20 novemre 2009 del trans Brenda. «Vanno approfondite le cause, capire cosa c’è dietro. Anche se non ho nessun elemento per aggiungere qualcosa in più, se non quello che apprendo dai media, dico che forse le indagini stanno scoperchiando un sistema simile a quello della Uno bianca, dove si mettevano tra l’altro a tacere i testimoni. In questo senso ritengo giusto mettere sotto protezione Natalì», l’altro transessuale testimone del blitz di cui è stato vittima Marrazzo.
«L’hanno ammazzata, non so chi. Stava male psicologicamente, voleva tornare in Brasile: ora devono trovare chi ha fatto tutto questo». E' visibilmente scossa, Barbara, un transessuale brasiliano amico di Brenda. «Ieri con Brenda ci siamo incontrati in un parcheggio, - prosegue- abbiamo bevuto un bicchiere di Ballantynès, poi lo abbiamo lasciato in casa a vedere la televisione», dice Barbara. Il trans brasiliano ha affermato inoltre che «nè Polizia nè Carabinieri hanno fatto nulla» spiegando che «tutti i trans che abitano in questa zona sono a rischio di morte, abbiamo molta paura dei romeni».
L’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, nel corso della sua testimonianza il 2 novembre 2009, spiegò agli inquirenti della Procura di Roma di aver avuto pochi incontri con Brenda, forse due. In un passaggio dell’audizione Marrazzo ha spiegato di non essere a conoscenza «di video o foto scattate da Brenda in occasione di questi incontri, ma il mio stato confusionale negli stessi, dovuto all’assunzione occasionale della cocaina, non mi mette nelle condizioni di saperlo». E comunque l’ex governatore chiarì: «Nè Brenda nè Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano».
Secondo Imma Battaglia, presidente di Gay Project, «nella morte di Brenda c'è molto di più della transfobia. Qui c'è la commistione di vicende criminali, di marginalità sociale, di sfruttamento, di corruzione, di ipocrisia della politica. Questa è una brutta e oscura storia che ha oggi il volto di una vittima sulla cui morte occorre fare rapidamente chiarezza ed evitare manipolazioni o strumentalizzazioni».
Anche Vladimir Luxuria non crede all'ipotesi del suicidio: «Brenda non si è suicidata, poteva essere vista come una persona troppo scomoda. Confido nelle indagini, tuttavia so in cuor mio che di suicidio non si è trattato, perché sono successe troppe cose che mi lasciano perplessa sulla casualità. Pochi giorni fa era stata picchiata e le hanno sottratto il cellulare con tutti i numeri e i messaggi. Mi viene il sospetto che probabilmente qualcuno sapeva che Brenda sapeva. Forse c'era qualche altro nome di politico importante che frequentava. Chi ha vissuto e visto come è stato trattato Marrazzo poteva temere molto per sé e la sua carriera».
Sulla vicenda è intervenuto anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: «Evidentemente qualcuno le ha voluto tappare la bocca per evitare che dicesse tutto quello che sapeva. Evidentemente non solo Marrazzo aveva frequentato via Gradoli. Questa seconda repubblica è marcia e con essa parte della sua classe dirigente: i mandanti vanno cercati in alto».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49580girata.asp
MALAGIUSTIZIA
Ferite che assomigliano a bruciature di sigarette. Croste sulle mani. Un doppio livido trasversale all’altezza dell’osso sacro, forse dovuto a un calcio. Volto tumefatto. Sono «terribili», dicono gli avvocati Fabio Anselmo e Dario Piccioni, le foto dell’autopsia di Stefano Cucchi conservate nel fascicolo della procura. Le prime due mostrano il giovane vestito «come nel giorno dell’arresto, non gli hanno mai dato un cambio».
Nelle altre il geometra è spogliato e allora saltano agli occhi «le tremende condizioni di deperimento» del suo corpo esile. E non possono non notarsi «le escoriazioni profonde, ovali o circolari», come se qualcuno gli avesse spento dei mozziconi addosso: «Su un pollice, sui gomiti, sul dorso delle mani e all’attaccatura dei capelli». Le foto avvalorano l’ipotesi del pestaggio formulata dai pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy. Una «pista» basata sulla deposizione del supertestimone che, sabato, sarà sottoposto a incidente probatorio davanti al gip Luigi Fiasconaro. Il suo racconto è contenuto in un verbale di 30 pagine piuttosto confuso, in cui i magistrati sono costretti a chiedere più volte di che colore fossero le divise dei «picchiatori ».
«L’hanno colpito a calci», ha riferito il giovane ai pm descrivendo la scena che sarebbe avvenuta nel corridoio delle celle di sicurezza del tribunale. Finita l’udienza di convalida Cucchi sarebbe stato rinchiuso con lui: «Dopo che l’hanno messo in cella — ha detto il supertestimone — ho visto che lo spingevano». E Cucchi si sarebbe confidato: «M’hanno menato quegli stronzi». Il Dap, senza aver ancora concluso l’inchiesta interna, ha spostato i tre agenti della penitenziaria indagati a Fiumicino, a Rebibbia e al carcere minorile di Casal del Marmo.
Sei giorni, sei palazzi di giustizia. Per una settimana "L'espresso" si è infiltrato dentro il tribunale penale, la Cassazione, il Tar, il Consiglio di Stato, il tribunale civile e il giudice di pace. Dove un perfetto estraneo può "bucare" non solo gli archivi, ma le cancellerie con le carte di processi in corso, i cassetti dei pm e gli uffici dei dirigenti. Dove chiunque può spadroneggiare tra corridoi e stanze private, tra sottoscala e armadi con lucchetti rigorosamente aperti. Scoprendo che la giustizia è peggio di un formaggio groviera, un sistema insicuro dove stanze che dovrebbero essere supervigilate sono peggio di un self service all'ora di punta. Già. Nella capitale si può rubare e saccheggiare, distruggere verbali di udienza, fare sparire notifiche e bloccare così qualsiasi provvedimento. Piccole diatribe o cause miliardarie, è uguale: prendendo le carte giuste si possono mandare all'aria anni di lavoro di magistrati, e vanificare le indagini della polizia giudiziaria.
Non ci credete? Eppure si può entrare nelle camere di consiglio dei magistrati a meno di un'ora dalla seduta, trovando sulla tavola i faldoni in disordine e pezzi di pizza ancora caldi. Per infilarsi in una borsa verbali di udienza ci vogliono 30 secondi, nessuno si accorge di nulla. Un normale cittadino può penetrare nella cancelleria e nell'archivio della corte d'appello e rovistare tra i fascicoli dei giudici, mentre segretarie gentili passano salutando. "Buongiorno". "Buongiorno a lei". Nessuno ferma gli sconosciuti, nessuno chiede niente. "Se in sede civile scompare un verbale d'udienza", spiega un magistrato, "il procedimento deve ripartire da zero, se porti via una notifica e il processo è vicino la prescrizione, c'è il rischio che i tempi per ricostruire il fascicolo siano troppo stretti. Il lavoro di anni può andare bruciato. C'è persino la possibilità che sicuri colpevoli la facciano franca". Nulla è cambiato dai tempi della causa Imi-Sir, quando la scomparsa di una semplice procura stava per far saltare un ricorso da mille miliardi di lire: i processi sono ancora di "carta", l'informatizzazione resta un miraggio. Per non parlare del rispetto della privacy: nei tribunali si può fotografare e filmare atti coperti da segreto istruttorio, leggere carte che raccontano le gesta di assassini e stupratori, annotare ogni dettaglio di cause da decine di milioni di euro o i fatti intimi di cittadini qualunque.
È un lunedì di ottobre, primo giorno. Tocca al Tribunale amministrativo del Lazio, il più grande l'Italia. I suoi giudici decidono il primo grado di ogni ricorso contro tutte le decisioni della pubblica amministrazione. Le sue sentenze sono fondamentali: solo negli ultimi giorni il Tar ha deliberato su business a sei zeri come il concorso del Gratta e Vinci, sulle graduatorie della scuola, su temi sensibili come il biotestamento e le cellule embrionali. Oltre ai processi che riguardano ogni cittadino, tipo quelle sui concorsi pubblici o il mobbing del capo. All'ingresso c'è un piantone, ma è come non ci fosse. È giorno d'udienza, la sala degli avvocati al secondo piano è piena di gente. A dieci metri ci sono gli archivi: la stanza 326, la stanza 307 della Seconda sezione. Le porte sono aperte: dentro vengono conservate sentenze di primo grado. Nei corridoi del terzo piano il cronista può leggere memorie difensive che riguardano vecchie contese tra Banca d'Italia, Holmo e Banco di Bilbao, può aprire armadietti con le chiavi attaccate alla serratura che traboccano di "ricorsi in attesa di rinuncia". Poi sfoglia una domanda di fissazione di un'udienza per una professoressa bocciata a un concorso, atti della sezione terza quater buttati in corridoio, un ricorso di una grossa azienda contro l'authority sulla vigilanza dei concorsi pubblici. Nella stanza 203, sembra quella di un giudice, oltre ai fascicoli c'è persino un'agenda personale. Anche la sala di consiglio è deserta: sul tavolo ci sono le carte di cinque consiglieri. Un dipendente sorride. Il cronista continua a scartabellare. Ha accesso a migliaia di fascicoli. Ne prende uno dove c'è scritto a penna che l'avvocato verrà a leggerlo, lo prende, si infila nel bagno, mette i fogli in uno zainetto, scende tre piani e va via. Si tratta di copie originali: se non avesse rimesso a posto il faldone prima di uscire, avrebbe bloccato il ricorso.
Martedi è il turno della Corte d'appello penale. Entrare da via Romeo Romei è facile, i controlli fanno ridere. Passando davanti ai carabinieri basta mostrare un tesserino qualunque. Di metal detector neanche l'ombra. Il palazzo è nuovissimo, i corridoi lindi, non c'è una carta in giro. Al piano terra c'è udienza, l'aula è piena come un uovo. Inutile provare a curiosare nelle stanze riservate ai testimoni, sono chiuse a chiave. Al primo piano, però, la cancelleria della sezione lavoro e previdenza e l'ufficio pubblicazioni sentenze sembrano una libreria Feltrinelli. Il via vai è impressionate. Ci sono carte (di primo grado) per cause che verranno discusse l'anno successivo, i fascicoli aperti del "presidente", quelli "in attesa di pubblicazione" del 4° e 5° collegio. Liti, diatribe tra società e dipendenti, abusi, c'è l'imbarazzo della scelta. Anche l'archivio è peggio del deserto dei tartari: l'infiltrato può far finta di rubarsi la sentenza penale contro un ragazzo di 17 anni, oltre a fogli originali del Tribunale dei minori.
Mercoledì l'agenda prevede un salto al Palazzaccio, la Cassazione. Il luogo dove nel 1992 si volatilizzò la procura dell'Imi. Un tipo scaltro può accedere dall'entrata secondaria sul Lungotevere: la guardia è distratta. Se va male, l'alternativa è passare per l'ingresso al pubblico, consegnare la carta d'identità dicendo che si vuole far visita alla biblioteca. Una volta entrati, è fatta. Il palazzo è enorme, si macinano chilometri tra scaloni e corridoi, ma ne vale la pena: in cinque ore si riesce facilmente a guardare le carte dalla cancelleria civile al primo piano, far scomparire ricorsi ancora caldi, bersi un buon caffè nel bar interno, entrare negli archivi più svariati, persino spulciare fascicoli lasciati nell'anticamera dell'ufficio procedimenti disciplinari. Un dirigente ha lasciato le chiavi della segreteria penale attaccate alla porta ed è andato a mangiare, aprire gli armadi pieni di documenti è un giochetto. Le sorprese non mancano nemmeno visitando i seminterrati: sotto la Cassazione tra motorini di magistrati e dipendenti c'è un enorme deposito di rifiuti speciali, migliaia di stampanti, computer, monitor e schede madri fatte a pezzi e gettate alla rinfusa nel corridoio.
Anche al tribunale ordinario di Roma, sezione lavoro, i cancellieri si contano sul lumicino. È giovedì. L'edificio è stato visitato due anni fa da "Repubblica". Nulla è cambiato rispetto all'inchiesta di Attilio Bolzoni. Anzi. Fregarsi il verbale di udienza, il cuore di un processo civile, è più semplice del previsto. Dentro le stanze delle cancellerie nessuno fa domande, si arraffa a piacimento, si può rubare indisturbati. Senza quel verbale (che si può facilmente far volatilizzare) la causa tra due parenti per un affare immobiliare andrebbe rifatta daccapo. Anche la stanza 114 è aperta al pubblico: dentro il guardiano non c'è, sulla scrivania giace una diatriba tra due fratelli e le vicende segrete di un ingegnere che non paga gli alimenti ai figli. Mentre il cronista aspetta che arrivi qualcuno a redarguirlo, ammazza il tempo aprendo fascicoli a caso.
Venerdì, si prova il doppio colpo. Prima si va a via Teulada, dai giudici di pace. L'inferno sceso in terra. Un flusso compatto di persone urlanti e sudate che quasi ti spinge nelle camere di giudici oberati e dentro cancellerie abbandonate, dove tutti possono fare il comodo loro. "Entrare uno alla volta", c'è scritto sulla porta. Come no. Liti condominiali, ricorsi alle multe, piccole cause civili, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Dopo un'oretta di pirateria della privacy, si tenta un'ultima tappa, il Consiglio di Stato. Dalle stalle, alle stelle. In teoria Palazzo Spada, uno dei più belli di Roma, dovrebbe essere protetto come Fort Knox. Qui 120 magistrati strapagati decidono le controversie che riguardano la pubblica amministrazione. Affari miliardari, o ricorsi contro le sentenze del Tar depositate da semplici cittadini. "L'espresso" ha fatto un sopralluogo qualche settimana prima: anche oggi i custodi e i carabinieri sembrano messi lì per bellezza. L'ascensore, piano meno uno, porta dritti all'archivio: non c'è anima viva, chiunque può leggere con calma i dettagli di cause di Vodafone, Consob, ministeri vari, Assitalia, Ferrovie e decine di altre piccole aziende. Su una porta gialla c'è scritto: "Si fa presente che per accedere ai locali dell'archivio generale occorre chiedere le chiavi di accesso al personale o ai carabinieri". Sarà un caso, ma la porta è aperta, le chiavi sono inserite nella toppa. Al primo piano, tra affreschi e mobili antichi, c'è la camera di consiglio dei magistrati della quarta sezione: sul tavolo decine di fascicoli appena dibattuti o da dibattere a breve, toghe spiegazzate, armadietti personali pieni di documenti. Sono spalancati. In giro non si sente volare una mosca. È mezzogiorno, il weekend si avvicina. All'uscita, ineffabile, il custode parla con il carabiniere. "Arrivederci ". "Buona giornata a lei".
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nel-tribunale-ce-un-buco/2113307&ref=hpsp
MAGISTROPOLI
"Adesso basta, siamo stanchi di passare per insabbiatori, qualche mela marcia nel nostro Corpo c'è, ma la stragrande maggioranza di noi rispetta il giuramento fatto allo Stato. Il libro mastro di Anemone, quella lista con i 412 nomi, era stato consegnato nel 2008 in Procura a Roma". Come dire: è lì che la lista si è fermata, riposta in qualche cassetto e dimenticata. E così, dal fitto riserbo della Guardia di finanza trapela un'accusa pesante, che sarà verificata dai pm di Perugia e Firenze, pronti a interrogare generali ed ufficiali delle Fiamme Gialle: ad insabbiare quell'elenco che ha provocato un vero e proprio terremoto politico-giudiziario, sarebbe stata la procura di Roma.
Quell'elenco sarebbe stato consegnato nel 2008 al procuratore aggiunto della capitale, Achille Toro. Il magistrato si è dimesso dall'ordine giudiziario nel febbraio 2010 dopo essere stato indagato con l'accusa di essere la talpa del gruppo di cui facevano parte i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e l'imprenditore Diego Anemone.
È a lui, secondo quanto trapela dall'interno della Guardia di finanza, che l'elenco fu consegnato. Le Fiamme Gialle lo avevano appena ritrovato tra il materiale sequestrato negli uffici di Anemone. Dentro, 412 nomi di vip che avrebbero ricevuto omaggi e favori, per ristrutturare case (anche se molti hanno dimostrato di avere pagato regolarmente) o addirittura per comprarle (vedi i 900mila euro girati da Anemone a Scajola per l'acquisto della casa con vista sul Colosseo). Solo che quell'elenco poi è sparito: i pm romani coordinati da Achille Toro, così hanno sostenuto in un recente interrogatorio a Perugia, non lo hanno mai visto.
"Controllo operato il giorno 14 ottobre 2008 nei confronti delle imprese di Anemone Diego e del fratello Daniele" è scritto nel lungo rapporto dei Ros di Firenze che hanno indagato sui Grandi eventi, dal G8 ai Mondiali di nuoto alla Scuola dei marescialli di Firenze. Quel giorno, alle ore 10,33, annotano i carabinieri del Ros, Daniele Anemone informa il fratello Diego che si trovava alla Maddalena per seguire da vicino i lavori per il G8, che la Guardia di finanza era negli uffici romani del gruppo Anemone ed anche in quelli del commercialista Stefano Gazzani.
"C'abbiamo la Guardia di Finanza in ufficio, stanno a fare un controllo sul 2006" dice preoccupato Daniele Anemone al fratello. Diego Anemone entra in agitazione, cerca e trova un aereo e fa subito ritorno a Roma. Per tentare di aggiustare la situazione chiama alcuni amici per intervenire in tempo sulla Guardia di finanza ed evitare il peggio: "Ci puoi fare un passaggio - dice a un collaboratore riferendosi a persone amiche all'interno della Guardia di finanza - che mo' io prendo il primo volo e rientro immediatamente".
Un'ora dopo Stefano Gazzani, il commercialista del gruppo, informa Diego Anemone che il maggiore della Guardia di finanza che dirige il controllo è presso il suo ufficio. Gazzani fa intendere che la Finanza sia già in possesso di documenti scottanti sull'imprenditore. Anche la segretaria di Diego Anemone conferma al suo datore di lavoro che i finanzieri hanno aperto il computer e la cassaforte dove c'erano nomi e dati particolarmente importanti. "Hanno aperto il computer di Daniele. Il computer è il computer... Daniele ha detto: c'è questo mondo e quell'altro".
Diego Anemone va su tutte le furie, sa che quell'elenco è una vera e propria Santa Barbara che potrebbe esplodere coinvolgendo politici, funzionari pubblici e amici degli amici. E subito dopo telefona ad Angelo Balducci per avvertirlo del controllo delle Fiamme Gialle: "Apposta son ritornato, però è una cazzata proprio, già diciamo in corso di chiusura, prò sono rotture...". Anche Balducci è preoccupato e chiede ad Anemone se quel controllo è connesso a qualcos'altro che però non specifica.
Il fatto che la Guardia di finanza abbia clonato il suo computer scoprendo il libro mastro dell'azienda, gela Daniele Anemone che col fratello si lascia scappare: "M'hanno aperto il computer mio... c'ho i conti... c'ho tutti i cazzi...". Si trattava proprio dell'elenco con i 412 nomi di Diego Anemone, poi finito a quanto pare nei cassetti di Achille Toro. Fino a quando, qualcuno ha fatto tornare alla luce il documento.
La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Il magistrato è anche sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia.
Usava una "falsa" identità ,grazie a una tessera di riconoscimento che le era stata legittimamente rilasciata dalla Corte d'appello di Roma, ma sulla quale era riportata un'erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire "al riparo da possibili responsabilità patrimoniali". Con questa accusa la sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura, con un provvedimento cautelare, cioè con una misura adottata in via d'urgenza, Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma.
Per la stessa vicenda, come emerge dal provvedimento adottato dal "tribunale delle toghe", il magistrato è sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia - titolare con il collega Sergio Sottani è Giuliano Mignini, uno dei pm del processo per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher - in cui i reati ipotizzati sono quelli di falsità materiale (e ideologica) commessi dal pubblico ufficiale in atti pubblici e dal privato.
A chiedere la sospensione e ad avviare l'azione disciplinare Per Schettini era stato il 5 novembre 2009 il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, con un pesantissimo atto di accusa: il giudice romano - si legge- non solo ha "falsificato" la tessera in questione; ma con una "condotta preordinata e organizzata" e rientrante in un "medesimo disegno criminoso", ha usato "in atti pubblici soggetti e registrazione o a trascrizione e a iscrizione, false generalità e un falso numero di codice fiscale" (tra l'altro in occasione di un contratto di mutuo di 800mila euro per l'acquisto di un appartamento); tutto questo per "costruirsi una sorta di doppia identità e sottrarsi in questo modo , almeno potenzialmente , alle proprie obbligazioni e ai controlli di legge". Sì, perchè come scrive il Csm, il magistrato era "al centro di cospicue contrattazioni"; una "congerie di attività commerciali", anche "intrecciate a quelle della madre", "quotista di riferimento", come lei, di una "società di capitali operante nel settore immobiliare". E l'uso della falsa identità non solo le permetteva di "apparire titolare di patrimonio incapiente a fronte di possibili richieste o esecuzioni", cioè in sostanza nullatenente, ma "nell'immediato rendeva oggettivamente difficili ordinarie operazioni di notifica".
Proprio la circostanza nota che si trattava di un giudice, consentiva a Schettini di adoperare il documento "senza che venissero attivati ulteriori controlli", nota il Csm, che alla luce di tutto questo ha ritenuto vi fosse un' "assoluta incompatibilità " tra la permanenza del magistrato in servizio "e il decoro della funzione giudiziaria a lei affidata". La diretta interessata non ci sta: e ha già chiesto la revisione del provvedimento, in considerazione del suo stato interessante e in nome della tutela che spetta alle lavoratrici madri.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/18/news/lista_insabbiata-4143654/?ref=HREC1-8
http://roma.repubblica.it/dettaglio/Usava-falsa-identita:-sospesa-donna-magistrato/1800416
MALASANITA'
OSPEDALE UMBERTO I DI ROMA: Incustoditi i laboratori contagiosi e radioattivi, sporcizia e sigarette ovunque.
Il viaggio choc nell'ospedale più grande d'Italia dell'inviato de 'L'espresso'. Per un mese, travestito da uomo delle pulizie.
Quaggiù in pediatria una pausa sigaretta vale più di un bambino. Bisogna camminare fino in fondo al reparto per trovarne la prova. Si arriva davanti a una porta scorrevole con un citofono. Il cartello 'Terapia intensiva' rivela le sofferenze che il vetro smerigliato nasconde. Si sente il pianto dei piccoli pazienti. A volte piangono anche i genitori seduti su una panca di fronte. Ma il corridoio prosegue. Nove passi. Soltanto nove passi dalla porta scorrevole. E si finisce su un pavimento di mozziconi, cicche lasciate a metà, filtri consumati fino all'ultimo tiro di tabacco. Un corridoio è un corridoio. Non ha sbocchi all'aperto. Non ha finestre. Il fumo ristagna. Volteggia. Si affida alla corrente d'aria e lentamente torna indietro attirato dalla temperatura più calda nel reparto. L'odore di nicotina lo senti tra le stanze con i lettini a sbarre e i poster di Topolino, Biancaneve e la Carica dei 101. Lo annusi all'ingresso della grande camera sterile. Forse scivola fin là dentro ogni volta che la porta scorrevole si apre. Fumare in un ospedale con bimbi in pericolo di vita non solo è vietato: è da criminali. Ma in un mese, nessun trasgressore è mai stato rimproverato. Il perché lo si scopre fermandosi qualche ora ad osservare. Chi fuma sono quelli che dovrebbero far rispettare il divieto. Uomini o donne con il camice bianco. Oppure personale sanitario con il completo e la cuffia azzurri, o strumentisti con la mascherina e l'uniforme verde delle sale operatorie. Sanno che non si può e non si deve. Ma chissenefrega. Qualcuno l'ha dichiarato con un pennarello nero sul muro bianco: 'Stiamo in pausa... e si fuma'. E ha pure aggiunto quattro punti esclamativi.
È sorprendente lavorare un mese in ospedale. Questo poi non è un ospedale qualunque. È il Policlinico Umberto I di Roma, il più grande d'Italia, uno dei più grandi al mondo. L'ospedale modello dell'Università La Sapienza che con i suoi professori, assistenti, ricercatori, medici, infermieri, allievi è, o dovrebbe essere, l'eccellenza dello Stato. Invece è l'esempio di come la sanità pubblica si stia suicidando. Non solo per la sporcizia e la carenza di manutenzione grazie ad appalti che nessuno controlla. Ma anche per l'abitudine al degrado che sta inesorabilmente contagiando le persone. A cominciare dagli studenti, il futuro della medicina, costretti a formarsi in una realtà nella quale o ci si rassegna o si scappa.
Con la carenza cronica di personale, non occorre essere assunti per lavorare al Policlinico. Basta indossare una tuta blu e presentarsi vestito come un addetto alle manutenzioni. Oppure come un uomo delle pulizie. In tasca: un metro da falegname, una macchina fotografica digitale e una piccola telecamera nascosta per documentare l'inchiesta. Tutti i giorni, per un mese intero. Con turni dalle 8 alle 15 o dalle 14 alle 21. Nessuno si accorge di nulla, nessuno domanda nulla. Nel 2006 la giunta del governatore Piero Marrazzo chiede informazioni sull'organico a tutti gli ospedali del Lazio per il buco da 10 miliardi lasciato da Francesco Storace. E tra contratti a termine, precari usati oltre ogni limite, cooperative e imprese esterne, l'amministrazione dell'Umberto I deve confessare alla Regione di non conoscere il numero esatto dei dipendenti.
L'elenco delle negligenze fotografate e filmate è impressionante. Dal 4 al 29 dicembre il laboratorio di Fisica sanitaria resta più volte incustodito con i frigo e gli armadi aperti nonostante la presenza di sostanze radioattive. Il deposito di colture batteriche e virali del Dipartimento di malattie infettive e tropicali non ha serratura: senza sorveglianza, il congelatore con le provette a rischio contagio è sempre accessibile a chiunque. Per tre giorni nessuno pulisce gli escrementi che la notte di Santo Stefano un cane randagio ha lasciato nel corridoio sfruttato per trasferire i pazienti da un reparto all'altro. Infermieri e portantini spesso fumano anche quando spingono gli infermi su lettighe e carrozzelle. Ogni volta che salgono o scendono dalla rianimazione o dal pronto soccorso o dalle sale operatorie, i ricoverati, anche quelli più gravi, nudi sotto le lenzuola, intubati o con l'ossigeno, seguono lo stesso percorso dell'immondizia. Finiscono così in mezzo ai sacchi neri e agli scatoloni gialli ammassati nel sotterraneo, o in coda ai carrelli della rimozione. E quando gli addetti lavano con getti d'acqua i depositi dei rifiuti, le ruote dei lettini si inzuppano di liquami e trascinano tutto lo sporco in reparto. Verrebbe da sorridere se si pensa che, per legge, perfino le mozzarelle di una pizzeria vanno tenute sempre lontane dalla spazzatura. Basterebbe forse cambiare orario. Almeno rimuovere i rifiuti la sera e non la mattina, quando l'ospedale è in piena attività. Ma questi corridoi sono terra di nessuno. E nessuno decide.
La competenza di professori e direttori si ferma al proprio reparto. La maggior parte di loro non ha nemmeno il tempo di guardar fuori. Impegnati come sono a dividere le giornate tra Policlinico e cliniche private. Perché mai dovrebbero battersi per il datore di lavoro che dà loro sì prestigio, ma con il quale guadagnano meno? Dopo tutto, proprio queste condizioni favoriscono l'esodo dei pazienti verso la sanità privata, o no? Così nessun nome che conta si accorge del disastro. Anche perché i nomi che contano a Roma di solito non si fanno curare al Policlinico. Silvio Berlusconi in persona l'ha dimostrato poche settimane fa volando negli Stati Uniti per un'aritmia cardiaca. Al Policlinico ci va la gente comune. Ed è quella che rischia di più. Ogni anno in Italia la mancanza di igiene in corsia provoca un'ecatombe: tra i 4.500 e i 7 mila morti per infezioni prese durante il ricovero. Per altri 21 mila decessi le infezioni ospedaliere sono una concausa. I pazienti italiani che si ammalano in ospedale oscillano tra i 450 mila e i 700 mila all'anno. E nel 30 per cento dei casi si tratta di contagi sicuramente evitabili. Sono stime molto variabili di anno in anno, raccolte dall'Istituto superiore di sanità.
Le infezioni ospedaliere in Italia nel 2005 riguardavano il 6,7 per cento dei ricoveri. Percentuale in linea con la Francia, superiore alla Germania e inferiore a Svizzera e Regno Unito. In Lombardia nel 2000 erano state il 4,9 per cento. Ma, secondo una ricerca dell'Università La Sapienza e dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma, nel 1999 il Policlinico Umberto I aveva raggiunto il record: 15,2 per cento di infezioni sul totale dei ricoveri. Due volte e mezzo in più della media tra tutti gli ospedali romani. E nessuno ha osato calcolare quante morti abbia provocato tutto questo.
Il primo giorno di lavoro non si passa dall'ingresso principale. Da lì entrano pazienti e familiari. Un appalto da qualche milione di euro prevede la sorveglianza di guardie private, una sbarra per fermare le auto, un segnale rotondo rosso, bianco e nero con l'avvertimento 'alt-controllo'. Sembra un posto di frontiera talmente gli agenti sono meticolosi nel loro compito. Meglio fare il giro dell'isolato. Camminare fino all'incrocio tra viale Policlinico e viale Regina Elena. C'è una vecchia porta al numero 330 sotto la scritta in rilievo 'Ambulatorio'. Sembra chiusa. Invece da mattina a sera è soltanto accostata. Si apre scricchiolando su una scalinata. In cima, un corridoio buio. Poi un corridoio illuminato. A pochi passa dalla strada, senza nessun controllo, ci si ritrova tra i laboratori del Servizio di fisica sanitaria. Sulle porte blindate il simbolo internazionale giallo e nero del pericolo radioattivo con l'indicazione: 'Dipartimento malattie infettive - laboratorio ricerca - zona sorvegliata'. Per buona parte del pomeriggio però le porte sono aperte e nessuno sorveglia.
Più volte è possibile entrare, girare nei laboratori, guardare nei frigoriferi, richiudere e uscire in strada. Senza mai essere visti. Come il 21 dicembre nel laboratorio di Batteriologia. E il 27 dicembre nel laboratorio di Radioimmunologia e in quello accanto. La porta blindata e il cancello di protezione sono spalancati. Le riprese con la telecamera richiedono una buona mezz'ora. Non passa nessuno.
A saper rovistare, un ladro potrebbe andarsene con flaconi di sostanze usate per le ricerche. Come gli isotopi di iodio, la cui radioattività dura tra gli otto e i 60 giorni. Il lungo corridoio dei laboratori di Fisica sanitaria arriva a una porta tagliafuoco. Al di là il passaggio prosegue verso il centro del Policlinico. Sopra ci sono le camere del Dipartimento malattie infettive. È intitolato a Paolo Tesio, medico assistente morto a 29 anni il 20 gennaio 1911 per 'difterite contratta in reparto', spiega la lapide. Un po' quello che le norme di igiene oggi dovrebbero evitare. Ma qui sotto, anche se è il corridoio centrale dell'ospedale, due dipendenti hanno pensato di usare lo spazio come garage. I loro grossi scooter restano parcheggiati tutto il tempo del turno di lavoro. E quando ripartono, i due accendono il motore e affumicano il locale fino alla rampa che porta in cortile. Sarà per questo che un avviso della direzione del Policlinico vieta a medici e infermieri di passare di qui con i pazienti. Ma questa è anche la via più breve. Così, la mattina e buona parte del pomeriggio, il viavai di carrozzelle e lettighe è continuo. Da questo incrocio di corridoi si scopre presto la propensione di molti a fottersene delle norme di igiene. Anche se riguardano la salute delle persone che accudiscono.
L'elenco delle infrazioni è lungo. Un caso tra i tanti ripreso dalla telecamera, la mattina del 29 dicembre: due infermieri portano un'anziana a uno degli ambulatori di Chirurgia e le fumano addosso per alcune centinaia di metri passando davanti ad almeno una decina di cartelli di divieto.
Lo chiamano tunnel anche se non tutto questo corridoio è sotterraneo. I muri sono scrostati dall'umidità. In mezzo scritte e graffiti, qualcuno poco incline al giuramento di Ippocrate invita a 'gasare gli handicappati'. È qui che la mattina del 27 dicembre il pavimento è ricoperto da due grossi escrementi, sembra di cane. Il pomeriggio del 29, ultimo giorno dell'inchiesta, sono ancora lì nonostante il passaggio quotidiano di decine di persone tra medici, infermieri e pazienti. Nessuno segnala o tanto meno protesta con l'impresa di pulizie.
I frigoriferi con le colture di virus e batteri sono più o meno a metà del corridoio successivo, oltre l'indicazione 'malattie tropicali'. Sulla porta del deposito l'insegna internazionale avverte chi entra del 'rischio biologico - pericolo di infezione'. Ma la serratura della porta è scassinata. Dentro, tra i congelatori, quello a 80 gradi sotto zero non è mai chiuso a chiave. Gli altri a volte sì, a volte no. Una sigla identifica ogni provetta. Ce ne sono migliaia. Potrebbero contenere colture di Stafilococco aureo o di Pseudomonas aeruginosa, i ceppi batterici resistenti agli antibiotici e responsabili di metà delle infezioni ospedaliere. Oppure campioni di germi di malattie infettive e tropicali studiate dal Dipartimento. Anche qui, soprattutto di pomeriggio, qualunque malintenzionato potrebbe venire a rubare provette senza essere fermato. La visita a questi congelatori è un appuntamento quotidiano per tutto il mese di lavoro al Policlinico. Un giorno una foto. Un altro giorno una ripresa con la telecamera. Mai un controllo. Tra i pochi infermieri di passaggio, mai nessuno ha avuto l'idea di chiedere chi fossi.
Fuori dal locale frigoriferi, a destra, davanti agli ambulatori del Dipartimento di malattie tropicali, un esempio di come non andrebbero fatte le pulizie in un ospedale. L'addetto, terminato il turno, ha abbandonato il carrello con il sacco mezzo pieno di sporcizia. La scopa non tocca l'acqua da almeno qualche settimana. È ricoperta da uno strato di lanugine, peli, capelli e incrostazioni di polvere. Gli stracci sono stati lasciati a bagno in un liquame nero. E sul pavimento, in un angolo poco visibile, è rimasta una sventagliata di mozziconi di sigaretta. Non è l'episodio di una volta. È così tutti i giorni. Eppure, secondo banalissime ricerche nel Regno Unito, proprio la mancata pulizia dei pavimenti e degli attrezzi per le pulizie è la concausa principale della diffusione di infezioni ospedaliere.
Sotto i reparti centrali del grande ospedale universitario l'igiene peggiora. Dal soffitto gocciola un vecchio tubo caldo e corroso. I tecnici della manutenzione l'hanno ovviamente riparato. Ma non hanno sostituito la sezione rotta. Il sistema scelto è molto più creativo. Una canalina lunga una ventina di metri raccoglie l'acqua tiepida e attraverso un'apertura nel muro la porta in cortile sopra un tombino. A valutare dalla quantità di muschio e di cicche di sigarette, il ruscello termale è lì da mesi. Certo, la direzione tecnica del Policlinico non poteva pretendere di più. In fondo questa è l'università di medicina, non di ingegneria idraulica. Per verificare la sensibilità del personale sanitario al rischio di infezioni ospedaliere, basta seguire un infermiere o un portantino mentre spinge una lettiga con qualche malato grave. Tra i più recenti, un caso del 20 dicembre, alle sette di sera. Un dipendente in divisa bianca deve riportare una donna in uno dei padiglioni di Chirurgia.
Lei è coperta da un lenzuolo e da una spalla appare un catetere infilato nella vena succlavia. L'uomo, invece di accompagnarla direttamente in reparto, le fa fare un lungo giro fino a uno dei depositi dell'immondizia con sbalzi di temperatura che, secondo un approssimativo termometro tascabile, passano dai 23 ai 15 gradi in poche decine di metri. Lui va lì perché deve buttare un sacco pieno di flaconi da flebo vuoti. Non si preoccupa che, in questo modo, non solo la paziente respira aria infetta, ma sia le ruote della lettiga sia i suoi zoccoli si impregnano del liquame che ricopre il pavimento. I pericoli di contagio per la sporcizia sotto le suole non sono per niente considerati. Il pomeriggio del 27 dicembre quattro tra infermieri e strumentisti della rianimazione portano in Radiologia un paziente con barella, cateteri e bombola d'ossigeno.
Nel lungo percorso sotterraneo passano davanti a due depositi di rifiuti e a un filare di sacchi neri addossati a un muro. Il pavimento è lurido. Mezz'ora dopo riaccompagnano il malato nel reparto di Terapia intensiva. E due di loro si appartano per fumare una sigaretta. Attenti ai divieti, non lo fanno in corridoio. Si nascondo in un locale abbandonato trasformato in discarica abusiva, dietro un deposito di rifiuti ospedalieri. La discarica è tra il laboratorio di Medicina iperbarica e il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', di fronte al corridoio che dovrebbe rimanere sempre pulito perché porta all'ascensore della rianimazione. Lì dentro ci sono scatoloni di rifiuti ospedalieri rotti, macerie, rottami, immondizia che qualcuno avrebbe dovuto portare altrove. La possibilità di incendio per le cicche di sigaretta è soltanto il più remoto dei mali. Per entrare e uscire dal nascondiglio, i due strumentisti mettono gli zoccoli da reparto dentro il liquido viscido che ricopre il pavimento e sta macerando la pila di scatoloni gialli con la scritta 'Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo'. Spenta la sigaretta, tornano in rianimazione passando accanto ai bancali di legno abbandonati di fronte all'ascensore. E all'ingresso del reparto asettico, non c'è nemmeno il tappeto di carta adesiva per trattenere lo sporco più grossolano.
Proprio qui la mattina i percorsi di immondizia e pazienti gravi si intrecciano pericolosamente. A momenti, il corridoio è una lunga coda di lettighe, carrozzine, muletti elettrici, lampeggianti gialli, sacchi neri e dottori che prendono la rincorsa per non sporcarsi i mocassini dentro i rivoli di acqua sporca. A pranzo e a cena al traffico si aggiungono i carrelli con i vassoi di plastica e i pasti preriscaldati che troppo spesso arrivano nelle stanze freddi. Scene così fanno dimenticare i successi nella ricerca conquistati dall'università e le fatiche quotidiane di tutto il personale, sanitario e non.
A pochi metri dalla targa che indica il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', un altro cartello sulla parete è perentorio e lapalissiano davanti all'ingresso di un blocco operatorio. 'È assolutamente vietato', dice, 'lasciare abbandonati rifiuti urbani o assimilabili (vedi sacchi neri e cartoni) in questo spazio'. Provate a indovinare com'è andata durante tutto il mese: nei giorni migliori i sacchi abbandonati proprio sotto il cartello sono uno o due. In altri, anche quattro. Per non contare assi e pezzi di legno. Stesse scene davanti agli ambulatori di Geriatria, dove una porta tagliafuoco nasconde un'altra discarica abusiva con macerie, immondizia e una carrozzella arrugginita.
Alle 17,49 del 21 dicembre due infermiere fumano nella rampa di scale sotto l'astanteria del Pronto soccorso. Tentiamo di far osservare il divieto in ospedale, filmandole con la telecamera nascosta: "Non si potrebbe fumare qua sotto". Loro rispondono candide: "Eh lo sappiamo, ma son le sei". E continuano ad ammorbare l'aria fino all'ultimo millimetro di tabacco.
La sera tardi capita di parlare con qualche clochard al riparo dal freddo nelle sale d'attesa deserte. Tre quelli incontrati in un mese. Uno dorme nella palazzina dell'amministrazione. Il secondo cambia spesso luogo per non essere sorpreso. Il terzo si ripara in uno sgabuzzino sotto uno dei padiglioni di Medicina. Le luci restano sempre accese e i locali accessibili anche nei settori non più utilizzati. Come davanti all'ambulatorio di Plasmaferesi terapeutica. Il trasloco, appaltato alla solita ditta esterna, l'hanno fatto talmente in fretta che si sono dimenticati in corridoio qualche migliaio di cartelle cliniche. Arrivano fino al 2002. Ci sono radiografie, ecografie, esami del sangue. Basta andare lì e spulciare. Nomi, cognomi, indirizzi, diagnosi, anamnesi. Si può sapere tutto sulla salute e le abitudini di vita di migliaia di cittadini. L'archivio delle cartelle è incustodito anche negli ambulatori di Clinica oculistica. Non ci sono armadi chiusi a chiave. Le buste con gli esami arrivano fino al 2006 e sono infilate in scatoloni riciclati dalle forniture per l'ospedale. Per consultarle o rubarle, basta aspettare che i medici e gli infermieri finiscano il turno di visite.
Secondo i contratti a disposizione delle organizzazioni sindacali, l'appalto con la società esterna Pultra sas prevede che i quattro piani di Oculistica siano puliti da due persone. Dal 6 novembre, però, uno dei due addetti è in malattia. E nelle stesse ore la collega deve garantire il doppio del lavoro. Tutto a mano. Niente aspirapolvere. Niente macchine. Perché per guadagnare di più le imprese assumono al livello più basso di stipendio e per usare una lucidatrice industriale uno dev'essere promosso almeno operaio specializzato. Il risultato, in questo e in altri reparti, sono scope e stracci che fanno chilometri ogni giorno. Senza mai essere cambiati o lavati tra una stanza e l'altra o tra un ambulatorio e l'altro. In un mese di lavoro non c'è mai stato tempo per spolverare scrivanie, strumenti, scaffali, porte, termosifoni, piastrelle, davanzali. E spesso nemmeno per lavare il pavimento. La sera del 21 dicembre l'addetta alle pulizie ignara di avere di fronte un finto collega trasmette le indicazioni di un caposquadra. La domanda è: "Ce la facciamo a lavare tutto il pavimento prima di finire?". Lei risponde: "No, soltanto per spazzare. Io faccio in bagno". E qui non laviamo? "No, no". Una passata con una scopa piuttosto sporca che ha già fatto il giro di tutti i piani. Soltanto questo per tre sale d'attesa, tre ambulatori e la segreteria aperti tutto il giorno a centinaia di pazienti. Un tocco al battiscopa fa cadere un pezzo di intonaco fradicio di umidità. L'addetta alle pulizie ripete le indicazioni del caposquadra: "Se non è tanto sporco, non si lava sempre". Poi si accorge dell'intonaco caduto: "Mo' lì c'è da lavare perché hai levato la polvere". "Facciamo tutti i pavimenti?". "No, no, va be', tutti no. Ma lì quelle macchiette è meglio che le levi.
Poi dev'essere tutto in ordine", dice segnalando le sedie nell'ambulatorio, "per far vedere..., hai capito?". Da sola da due mesi non può fare di più. Anche se il Policlinico ha pagato il servizio di pulizie per avere qui due addetti. Un appalto che nel 2005 è costato 8 milioni 687 mila 681 euro. Eppure il reparto di Oculistica meriterebbe più attenzione. Perché gli occhi sono tra gli organi più esposti alle infezioni ospedaliere. Nel 1998 alcuni pazienti del Policlinico perdono la vista dopo una semplice operazione di cataratta. L'estate del '99 un contagio forse da pseudomonas in una sala parto, in una sala travaglio e nell'unità neonatale provoca 15 casi di enterite necrotizzante tra i neonati. La perizia, ordinata dalla Procura, denuncerà le condizioni che "non garantivano una adeguata igiene": come l'esistenza di "polvere massiva e non rimossa da tempo, pareti imbrattate, pedane sporche, presenza di ruggine e polvere nelle bocchette di areazione".
È il 29 dicembre, ultimo giorno di lavoro al Policlinico. Qualcuno finalmente ha scopato le decine di mozziconi fumati e gettati a ridosso della terapia intensiva di Pediatria. Ma non li ha portati via: li ha semplicemente spinti verso l'angolo del muro insieme con un pacchetto vuoto di Marlboro, cartacce, polvere, un pezzo di legno. Stasera la sala d'attesa del Pronto soccorso è piena di gente, come sempre. Sono costretti ad aspettare i ritmi della sanità pubblica. E ad avere fiducia. Non si chiamano Silvio Berlusconi e nessuno di loro può permettersi un ricovero negli Stati Uniti.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Policlinico-degli-orrori/1468187//0
CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI
La
mattina del 12 aprile 2006, il professor Tommaso Gastaldi, docente di seconda
fascia in Scienze statistiche all’università romana
Pur senza
visceri di uccelli da «leggere» come gli antichi aruspici, né sfere di
cristallo da mago Otelma in cui scrutare, nelle sue lettere il professor
Gastaldi (anche lui intenzionato a partecipare a quel concorso, iniziato poi il
20 ottobre 2006) le aveva azzeccate tutte: dai requisiti curriculari che
sarebbero stati chiesti al nome del vincitore. Anzi, della vincitrice: la
professoressa Mary Fraire, «docente per affidamento interno» della stessa
facoltà il cui preside, Luciano Benadusi, aveva bandito il concorso nominandone
presidente l’amico e collega professor Alfredo Rizzi. Il quale Rizzi è
coautore a firma congiunta, proprio con
Per la cronaca, Gastaldi aveva fatto poi seguire la prima lettera da una seconda, il 21 giugno 2006, ai già citati indirizzi: il suo e quello del suo avvocato, nonché fratello, Davide Gastaldi del Foro di Roma. Rispetto alla prima missiva, nella seconda c’era in più soltanto un rafforzamento nei toni provocato da sgradevoli episodi avvenuti in ateneo (con circostanze ben documentate e riferibili da testimoni) e legati proprio allo svolgimento del concorso di là da venire: dalle scontate e abituali piogge di telefonate ed e-mail per indirizzare i voti su alcuni candidati alla Commissione, fino ai palesi suggerimenti verbali, alla luce del sole, nei corridoi dell’ateneo. Entrambe le missive sono in luogo sicuro, sigillate e recanti leggibili affrancature postali.
Su di esse, con richiesta di acquisizione delle stesse, si basa l’atto di denuncia con richiesta di sequestro di tutti gli originali dei documenti riguardanti il concorso, depositato dall’avvocato Davide Gastaldi alla Procura della Repubblica di Roma il 23 febbraio 2007 e affidato al pm Francesco Dall’Oglio. Denuncia che adombra sia sospetti di «gravi irregolarità legate a un’imminente Procedura di valutazione comparativa» (il concorso), sia di «manipolazione del procedimento di formazione della Commissione, volto al conseguimento di un risultato deciso a priori». Con il corollario, scrive sempre il legale, della «assegnazione della cattedra a una professoressa “assai debole” scientificamente», facendo così ritenere «che il risultato del concorso fosse di “pubblico dominio” nell’ambiente universitario già al momento stesso dell’emissione del bando».
L’avvocato,
che in base all’obbligatorietà dell’azione penale chiede l’avvio di
un’indagine per abuso d’ufficio, interesse privato in atti di ufficio e
falso ideologico, chiama in causa cinque persone. Tre sono altrettanti membri
(su cinque) della Commissione d’esame: Alfredo Rizzi, docente di statistica
alla Sapienza; Tonino Sclocco, direttore del Dipartimento metodi quantitativi
dell’università D’Annunzio di Chieti-Pescara; e Roberta Siciliano, docente
presso
A
proposito di quest’ultima, gli altri due componenti di Commissione, i
professori Giancarlo Diana e Lorenzo Fattorini, hanno preteso che fosse messa a
verbale sia la loro valutazione comparativa assolutamente negativa, sia il fatto
che, a loro avviso,
Il
professor Gastaldi, per fare un confronto, ha al suo attivo oltre 30
pubblicazioni, tutte recenti e indexate su riviste internazionali. L’ultima,
per di più, dà la soluzione a un problema che era aperto, e irrisolto, da
circa mezzo secolo. Ma Gastaldi, come gli altri candidati in lizza, non è stato
considerato idoneo. Curioso anche questo. Così come lo è il fatto che il «Profilo
didattico» inserito caparbiamente nel bando, nonostante per legge sia
considerato un elemento ininfluente ai fini di una valutazione comparativa,
parrebbe essere il ritratto perfetto della vincitrice. Disegnato a sua immagine
e somiglianza. E soprattutto prima del concorso.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=171259&START=0&2col=