I REGGINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).  


MAFIOPOLI

REGGIO CALABRIA. CUPOLA E MASSONERIA.

Certe intuizioni falliscono perché arrivano troppo presto, quando nessuno è ancora disposto a sostenerle. Oppure quando non sono sufficientemente definite o hanno avversari troppo potenti. Quale che sia il caso, il silenzio è stato il destino dell’intuizione investigativa di Agostino Cordova, figura controversa e testarda, che da procuratore di Palmi firmò, nel 1992, la prima grande inchiesta italiana sulla massoneria deviata. Partendo dagli affari del clan Pesce, attraverso la scoperta di relazioni pericolose tra mafiosi, politici e imprenditori calabresi, Cordova finì nelle trame degli affari miliardari di Gelli e di una miriade di personaggi legati a logge massoniche coperte. Fu come aprire un vaso di Pandora, da cui continuavano a uscire nomi e connessioni. Il 27 maggio del 1993 Cordova inviò un rapporto al Csm sull’ingerenza dei massoni nel potere pubblico: consegnò i nomi di 40 giudici e due liste di parlamentari. Comunicò che almeno 40 degli inquisiti della tangentopoli milanese erano massoni, così come lo erano 11 dei parlamentari per i quali è stata richiesta l’autorizzazione a procedere. Alla conclusione delle indagini scrive: «La massoneria deviata è il tessuto connettivo della gestione del potere [...]. È un partito trasversale, in cui si collocano personaggi appartenenti in varia misura a quasi tutti... L’indagine procurerà a Cordova richiami e trasferimenti. Cossiga lo accuserà di “Maccartismo casereccio”. Ma ci penserà il gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) ad archiviare tutta la sua indagine per l’assenza di «elementi significativi e concludenti in merito ai reati ipotizzati». Una pietra tombale su nomi e vicende. Il tre giugno 2010 Cordova, magistrato in Cassazione, è riapparso su la «Gazzetta del Sud». Lette le dichiarazioni del procuratore Giuseppe Pignatone, circa nuove indagini in corso alla Dda  calabrese sui rapporti tra massoneria e ’ndrangheta, ha voluto ricordare quella sua indagine, gli oltre 1.000  faldoni “rimasti a marcire dentro i sotterranei di Piazzale Clodio”. Per conoscerla nei dettagli c’è anche un libro di Forgione e Mondani, del 1994, ancora reperibile in molte biblioteche.  F. Forgione – P. Mondani, Oltre la cupola. Massoneria, mafia e poltica, Rizzoli, 1994.

Le maggiori agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che l'allora P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris, nell'ambito di un'indagine sull'assegnazione dei fondi comunitari, a carico di soggetti appartenenti a logge massoniche, aveva inviato un avviso di garanzia al Presidente del Consiglio, Romano Prodi, sospettato di appartenere alla loggia di San Marino, chiamando in causa alcune figure vicine ai massimi vertici istituzionali. Da allora, stiamo assistendo ad una violenta campagna di delegittimazione della parte sana della magistratura, ad opera di vasti settori della politica, delle istituzioni e del C.S.M. che mirano, senza mezzi termini, a paralizzare ogni indagine in corso sul rapporto tra affari, mafia, politica e massoneria. Secondo l'ex Gran Maestro venerabile Giuliano Di Bernardo, in un'intervista rilasciata a Ferruccio Pinotti, collaboratore della CNN e dell'International Herald Tribune, pubblicata nel recente volume, "Fratelli d'Italia", edito dalla Biblioteca Universale Rizzoli, vi è un'analogia tra l'attuale situazione politica italiana e quella ai tempi della prima indagine sulle logge massoniche dell'ex Procuratore Capo del Tribunale di Palmi, Agostino Cordova, nel 1992. Nell'analisi dell'ex maestro reggente che, anni orsono, lasciò il "Grande Oriente d'Italia", denunciandone le deviazioni, per fondare la comunione dei cd. "Illuminati", la situazione della massoneria in Calabria "è esattamente quella di allora, dai tempi di Cordova, per quanto riguarda la collusione mafia - massoneria". Solo in Italia, continua Di Bernardo, dalla sua posizione di esperto conoscitore del problema: "la massoneria continua a nascondersi...". "La realtà massonica è rimasta immutata". "La differenza, oggi, potrà farla solo la magistratura, in termini di qualità delle indagini. Quello che è accaduto con l'inchiesta di Catanzaro è la riprova del fatto che i problemi sui quali avevo cercato di intervenire, senza riuscirvi, sono rimasti gli stessi di allora"... "Simili anche le condizioni ambientali." Non è casuale, secondo Giuliano Di Bernardo, il periodo in cui questa nuova inchiesta esplode. "Se noi andiamo con la memoria all'inchiesta Cordova, vediamo che inizia nel 1992, proprio quando la crisi politica era totale e si preparavano situazioni fino ad allora imprevedibili. Secondo alcuni analisi il trasferimento dell'inchiesta Cordova al "porto delle nebbie" romano concise con la "pax mafiosa", seguita all'assassinio di Falcone e Borsellino del 1992". "Il 5 febbraio di quell'anno, il Sisde inviava una nota al ministro dell'Interno: "non è da sottovalutare la possibilità che frange eversive stipulino con la criminalità organizzata accordi di collaborazione a fini operativi per la destabilizzazione del Paese". Mentre al giudice istruttore di Bologna, Leonardo Grassi, arrivava il 4 marzo una segnalazione di "fatti intesi a destabilizzare l'ordine pubblico, al fine di instaurare "un nuovo ordine massonico deviato"(...)". Secondo Di Bernardo oggi ci ritroviamo alle prese con le stesse identiche situazioni politiche, lo stato di crisi è esattamente quello che caratterizzava l'epoca in cui Silvio Berlusconi scese in politica per "sopperire" ad una situazione che appariva drammatica, come quella che stiamo vivendo adesso. La politica era in crisi, la gente non aveva più fiducia della classe dirigente, "ecco che allora applaudì l'uomo forte, lo portò sugli scudi e lo fece eleggere". In tale ottica è indubbio sia in atto uno scontro tra un "nuovo ordine massonico" e uno "vecchio" (sui quali vige un assoluto divieto d'indagare, senza soluzione di continuità), nonché tra una "nuova mafia emergente" e una "vecchia" (i cui capi dei capi dopo oltre 40 anni sono stati consegnati alla giustizia per sedare la pubblica indignazione e ridisegnare gli equilibri del potere mafioso). Uno scontro del tutto sommerso e dagli oscuri contorni, dove chiunque prevalga, non c'è logicamente spazio per la legalità e la verità, a cui un Paese civile dovrebbe ambire, ovvero per quella "differenza" in termini di qualità di indagini poc'anzi citata. Come noto, l'inchiesta di Cordova sulle logge massoniche, dopo il trasferimento del magistrato alla procura di Napoli (promuovere per rimuovere), venne infatti affossata dalla procura di Roma nel giugno 1994 e affidata ai P.M., Lina Cusano e Nello Rossi. Il procedimento restò pressoché fermo per quasi sei anni, eppoi nel dicembre 2000 il Giudice per l'indagine preliminare Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, dispose la formale archiviazione dell'inchiesta, nonostante fossero stati raccolti ben 800 faldoni e innumerevoli fonti di prova sulle attività illecite delle più importanti logge italiane con ben 61 indagati, coinvolgenti influenti personaggi del mondo imprenditoriale, finanziario, politico e istituzionale, nonché della stessa magistratura, collusi con la ‘ndrangheta con cui avevano costituito delle vere e proprie società di affari, attraverso le quali si spartivano e, tuttora, continuano a spartirsi impunemente, i proventi leciti e illeciti derivanti dagli accordi perversi del sodalizio criminale ("Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica" di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con prefazione di Stefano Rodotà, 1994, Rizzoli). A distanza di oltre 16 anni dalla strage di Capaci la "pax mafiosa" rischiava, oggi, nuovamente di incrinarsi sotto i colpi delle nuove investigazioni delle procure di Catanzaro, Potenza e del G.I.P. di Milano, Clementina Forleo, ma con l'illegittima avocazione delle indagini del P.M. De Magistris, da parte del Procuratore Generale e le strumentali procedure di trasferimento avviate dal C.S.M., anche nei confronti del G.I.P. di Milano, Forleo, la storia si ripete, dando un segnale forte alla magistratura non asservita alle logiche delle logge e dei partiti di regime, che oltre un certo livello non si può indagare. Chi lo fece, come Falcone e Borsellino, pagò con la vita. Nel nuovo ordine sociale "massomafioso" il prezzo è il pubblico discredito, la delegittimazione, la procedura di trasferimento, le minacce velate, gli incidenti mortali... E' ciò che puntualmente accade quando si toccano i poteri forti e l'intreccio tra affari, mafia, politica, massoneria. All'interrogativo se Stato, mafia, massoneria siano divenuti una "cosa sola" è pertanto legittimo rispondere che sono divenuti parte di un unico sistema, attraverso il quale si riproduce il controllo capillare del territorio e delle logiche di governo delle istituzioni democratiche, soffocando in radice la legalità e ogni anelito di giustizia. Tale concezione paradigmatica costituisce una nuova prospettiva teorica per analizzare il fenomeno mafioso e il degrado delle istituzioni, fornendo una chiave per realizzare un mutamento epocale dei rapporti tra governati e governanti. E' indubbio che a taluni potrà risultare ostico digerire che Stato, mafia e massoneria si siano coesi, tanto da fare parte di un unico sistema di malaffare criminale. In specie, per chi vive troppo lontano - o troppo vicino - all'agone politico e giudiziario, subendone il retaggio e rimanendo, in entrambi i casi, vittima di un distorto senso dello Stato e di una cultura dogmatica delle istituzioni che, nell'accezione più diffusa e non condivisibile, "vanno difese ad oltranza e a qualsiasi costo per non pregiudicare i cardini dello Stato di diritto e le basi sociali della pacifica convivenza". In verità, così facendo, si ottiene l'effetto opposto di distruggere nei cittadini il senso di appartenenza e di identificazione nello Stato. Si distrugge la credibilità delle istituzioni e della magistratura, alimentando la storica diffidenza dei cittadini verso il potere. D'altronde, l'esistenza di una "cupola mafiosa" che controlla anche la vita giudiziaria, da sud a nord del Paese, in grado di neutralizzare il lavoro dei magistrati onesti, non è frutto di illazioni o di mere ipotesi sociologiche, bensì il risultato di approfondite indagini a cui sono approdati, ancora prima del P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris, il Procuratore Antimafia di Reggio Calabria, Salvo Boemi e il suo sostituto Roberto Pennini e l'ex Procuratore di Palmi, Agostino Cordova. I primi, denunciarono, ripetutamente, in alcune interviste a Panorama e L'Espresso, tra il 1995 e il 1998, di essere stati abbandonati e boicottati dal C.S.M. e dallo Stato, in quanto ritenuti "rei" di "non essersi accontentati di colpire il braccio militare della ‘ndrangheta" e di "avere denunciato i magistrati massoni che a Reggio Calabria avevano deciso di mettere una pietra sui processi anticosche". In proposito, il Dr. Boemi racconta a Panorama: "come dopo lo scandalo della P2, nella massoneria fossero incominciati ad entrare i parenti stretti dei magistrati (i quali volevano evitare in tal modo un coinvolgimento diretto) e come le logge avessero sempre contrattato a Roma chi dovessero essere i capi degli uffici giudiziari", aggiungendo, infine, di essere scampato a un attentato alla sua vita, solo grazie alle rivelazioni di un pentito (Panorama 21.9.95 e L'Espresso 16.7.98). L'intensa e proficua attività investigativa del Dr. Agostino Cordova, soffocata con il suo strumentale allontanamento dalla Procura di Palmi è invece ben documentata in "Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica" di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con la prefazione di Stefano Rodotà e una postfazione di Agostino Cordova, edito da Rizzoli (1994). Il lavoro degli Autori non si limita a ricostruire l'opera del magistrato, ma ci introduce nella più larga dimensione dell'agire complessivo delle istituzioni e del modo in cui esse si intrecciano con la società. Il libro è il racconto delle vicende d'una regione, la Calabria, e del modo in cui venne perduta dallo Stato. Di come lì lo Stato, affermano gli Autori, "abbia cambiato natura, si sia ritirato, lasciando emergere un modo d'organizzazione dell'insieme dei poteri pubblici che perdeva progressivamente i caratteri della legalità e ad essa sostituiva una normalità modellata, invece, sull'accettazione di comportamenti illegali divenuti la norma fondante della società". L'opera ben descrive la sparizione dei confini tra Stato e Antistato, tra diritto e crimine e mette in luce come lo Stato perda i caratteri che dovrebbero caratterizzarlo e, quasi per una forma mimetica ormai obbligata, affermano gli Autori, assuma quelli dei suoi antagonisti, di quelli che dovrebbe avversare". Si perde insomma la possibilità di individuare l'Antistato perché è lo Stato ad essersi dissolto. Nella postfazione, lo stesso Cordova si sofferma a sottolineare come le indagini sulla massoneria deviata, avviate dalla Procura di Palmi, siano state costellate da una serie di anomali contrattempi, mai avvenuti in altri procedimenti: dal divieto di utilizzare uffici provvisori a Roma (si tenga presente che i locali erano già stati reperiti sia dalla Polizia che dai Carabinieri) dove si trovava la sterminata mole di atti sequestrati, fatto che cagionò oltre tre mesi di ritardo durante la fase iniziale delle investigazioni, precludendo l'immediato sviluppo del materiale acquisito; alla soppressione della Procura Circondariale di Palmi, determinando l'utilizzo di soli tre dei sei magistrati applicati dal Csm, e tante altre difficoltà operative. Eppure i risultati conseguiti, pur tra tante difficoltà, ci ricorda il Dr. Cordova, avevano consentito di riferire alla Commissione parlamentare antimafia che "la massoneria deviata è il tessuto connettivo della gestione del potere, e ciò sia per la natura che per il numero delle attività illecite e degli interessi accertati, sia per la qualità e il numero dei personaggi coinvolti, tutti occupanti appunto posti di potere, e costituenti un enorme partito trasversale ramificato non solo in tutto il territorio nazionale, ma collegato con corrispondenti o analoghe organizzazioni in tutto il mondo". In conclusione, chiosa, il dr. Cordova, "come ho ripetutamente affermato in ogni occasione, ritengo che la società italiana sia nelle mani di inesplorati gruppi occulti di potere e di altre consociazioni e congregazioni e che solo di tanto in tanto, e unicamente in occasione di vicende eclatanti, se ne renda conto. Per dimenticarsene immediatamente dopo, spesso perché l'attenzione è subito distolta o sviata da altre vicende: come abitualmente avviene nel nostro Paese, in cui la memoria è corta e non si va oltre l'episodio contingente". E' indubbio, quindi, siamo di fronte a verità storiche ed oggettive che ci offrono il nucleo di quello che può definirsi un vero e proprio paradigma, da cui ripartire per analizzare i mali della società e individuare i rimedi più acconci; paradigma che non potrà tardare a venire recepito dalla comunità scientifica, prigioniera della decadente cultura politica masso-mafiosa, la cui sudditanza alle logiche dei poteri dominanti, appare, abbondantemente, suffragata dalla generale situazione di irreversibile degrado sociale ed economico, in cui versa il Paese, da oltre 40 anni, dove la società civile è, suo malgrado, costretta a convivere, fianco a fianco, della mafia e della corruzione politico-istituzionale.

REGGIO CALABRIA, LA CUPOLA. L’analisi fatta da un’inchiesta giornalistica di “La Repubblica”. L'inchiesta giudiziaria, tra Milano e Reggio, che ha portato in galera politici, imprenditori, magistrati e uomini delle forze dell'ordine, descrive una situazione drammatica nel capoluogo calabrese. Una città che sembra nelle mani della malavita che ha inquinato tutti i settori. Preti, magistrati, imprenditori e politici. Un'intera città nelle mani della 'Ndrangheta. L'organizzazione criminale controlla tutto. Dal Comune alle università, dai cantieri agli ospedali. Dai politici che fanno accordi con i boss, al prete compiacente. Trova sponde persino dentro alle parrocchie e si insinua a Palazzo di Giustizia.

REGGIO CALABRIA è marcia. Si nutre di malaffare, affoga nelle sue complicità. Uno con l'altro, si favoriscono tutti. Avvocati, magistrati, costruttori, commercialisti, capi della 'Ndrangheta, spioni, prelati. E medici, ingegneri, dirigenti del comune, consiglieri regionali, alti funzionari dello Stato, guardiani di giardini, assessori e assassini. E' nelle loro mani Reggio. Tutti insieme hanno sottomesso una città che ormai nasconde dentro il suo ventre anche tanti segreti d'Italia. E' opulenta Reggio. Non è ricca, è sfrenatamente ricca. Soldi che partono dalle fiumare dell'Aspromonte e dalle miserabili case di Archi e raggiungono Roma o Milano per risplendere fra gli specchi di ristoranti alla moda o nelle vetrine di negozi griffati, dove tutto è costoso, firmato, esclusivo. E' ostile Reggio, è cattiva per proteggere se stessa e i suoi padroni. Un'aristocrazia criminale che governa fra stalle e salotti. Comandano dappertutto. Hanno prestanome dappertutto. E talpe. Al Tribunale. Negli uffici di polizia giudiziaria. Nelle amministrazioni locali e statali. Sanno sempre prima cosa accadrà. Se c'è un ordine di cattura pronto o una microspia in qualche casa, se c'è un pezzo di terra edificabile o denaro da arraffare con i depuratori o i contributi europei.  Ogni tanto un "insospettabile" resta intrappolato. E sono sempre i soliti ignoti.

La politica. Chi se lo poteva mai immaginare che l'onorevole Santi Zappalà, uno dei più votati del Pdl al consiglio regionale, faceva la fila con il cappello in mano per chiedere udienza a don Peppino Pelle?" Troviamo un accordo", lo pregava il politico. "Troviamo un accordo e poi vediamo", insisteva mentre lì, nella spelonca di Bovalino  dove abitano, i Pelle avevano già programmato la loro campagna elettorale. Tre consiglieri da eleggere sulla costa tirrenica e altri tre consiglieri da eleggere sulla costa jonica. "Tutti e sei a Catanzaro e poi, se si comportano bene, li mandiamo a Roma", diceva ai suoi don Peppino. L'onorevole è stato preso con il sorcio in bocca. In galera ha contattato un cugino che aveva un altro cugino alla Corte di Appello, buon amico di un cancelliere che conosceva intimamente un magistrato di Cassazione. Fino all'ultimo Santi Zappalà ha tentato di "aggiustare" il suo processo.

Il buco nel Comune. Chi se lo poteva mai immaginare che la 'Ndrangheta diventasse socia del Comune di Reggio, devastato da un buco di 170 milioni di euro? Non lo sapeva naturalmente l'ex sindaco Giuseppe Scopelliti  -  poi governatore della Calabria  -  e nemmeno il successivo Demetrio Arena. Come avrebbero mai potuto credere, tutti e due, che la Multiservizi spa, società mista che sovrintende alla manutenzione ordinaria della città (51 per cento di proprietà dell'amministrazione comunale, 49 per cento di proprietà privata), avesse dentro come titolari i terribili Tegano, boss fra i più potenti della città? Molti stimabili professionisti erano consulenti della Multiservizi. Prima di diventare sindaco, lo era anche Demetrio Arena. 

Il parroco compiacente. Chi se lo poteva mai immaginare che don Nuccio mentisse in un'aula di giustizia per difendere Santo Crucitti, capobastone del rione Condera e suo devoto parrocchiano? Proprio lui, Nuccio Cannizzaro, cerimoniere dell'arcivescovo Vittorio Mondello e cappellano del corpo dei vigili urbani della città? Eppure don Nuccio non ci ha pensato su un momento: fra un gruppo di ragazzi di Condera che volevano far nascere un'associazione culturale e il boss Santo Crucitti che li minacciava, il prete ha scelto il boss. Giurando il falso davanti a Dio e davanti agli uomini.  Il parroco si è difeso come si difendono in tanti in questa Reggio Calabria dove si sostengono a vicenda per sopravvivere: "Bisogna distinguere chi è mafioso e chi non lo è. Non si può fare di tutta l'erba un fascio. C'è molta gente scoraggiata perché pensa che, quello che sta accadendo a me, potrebbe capitare a tutti".

E sta capitando. Da quando sono scesi a Reggio magistrati come Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri di primissima qualità, la città marcia deve fare conti che non aveva mai fatto prima. Non c'è niente, giù a Reggio, che non sia finito in un'indagine. L'Università. Il Comune. La Regione. Le ex municipalizzate. Le Asl. Il Palazzo di Giustizia.  E’ cominciato il processo per undici professionisti e burocrati di Reggio che trafficavano in varianti del piano regolatore e su piantine catastali. Condoni edilizi fasulli. Certificati di abitabilità "corretti". E mazzette.

L'assessore e le 'ndrine. E’ filtrata anche la notizia che l'assessore ai Lavori Pubblici, Pasquale Morisani, conversava di strategie elettorali con il condannato per mafia Giuseppe Romeo, vicino a una delle tante 'ndrine che si sono inserite nella grande distribuzione alimentare, nell'intermediazione del credito, nell'edilizia. Volevano infiltrasi anche nella politica. E hanno convogliato tanti voti sull'assessore. Lui non ha negato di conoscere quelli lì, però ha garantito sul suo onore che non ha mai fatto commercio con loro. Sono le teste di ponte degli Alvaro o dei Condello che hanno comprato alberghi e discoteche, che pilotano fallimenti per mettere poi dentro i loro uomini, che salgono su a Roma e in Emilia a ripulire il denaro comprando bar in via Veneto o rilevando centri commerciali. Sono personaggi come Pasquale Rappoccio, ufficialmente imprenditore, che prometteva voti a destra e sinistra e contemporaneamente sponsorizzava il presidente Scopelliti e anche Lele Mora. Campagne elettorali e notti bianche. Nella stanza da letto di casa sua, quel Rappoccio tiene il grembiulino della loggia e l'immagine della Madonna dei Polsi. Sette massoniche e Cupole mafiose. E un po' il riassunto di Reggio Calabria. Esiste un patto segreto da massoneria e ‘ndrangheta che si muove in una zona grigia di connivenze e complicità. Con questa consapevolezza nell’ambito di una nuova ed efficace strategia la direzione distrettuale di Reggio Calabria «si è posta l’obiettivo di una azione di contrasto articolata nella quale ci sarà anche l’individuazione e il perseguimento di componenti significative della cosiddetta “zona grigia” di esponenti cioé della politica, delle istituzioni, delle professioni, dell’imprenditoria, a volte con legami massonici, che forniscono alle “dinastie mafiose” occasioni di arricchimenti e a volte garanzie di impunità. E’ quanto ha detto in un’intervista alla Stampa il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone che ha aggiunto come «il fatto che il governo abbia introdotto il termine ‘ndrangheta nel Codice penale, avrà delle ricadute importanti» perché “il riconoscimento” di un’associazione mafiosa così denominata «sarà il punto di partenza di giudici e pm per valutare le condotte individuali».

L'ultimo da ricordare è Giovanni Zumbo, affermato commercialista che faceva il doppio o il triplo gioco fra la 'Ndrangheta e i servizi segreti, una spiata qua e l'altra là fino a quando  -  anche lui  -  è finito schiacciato nell'indagine sul ritrovamento di un'auto piena di armi sul percorso del Presidente Napolitano in visita in Calabria. E' uno dei cittadini chiave di questa Reggio che si allunga misteriosa verso lo Stretto, il dottor Giovanni Zumbo. E' uno dei complici. Il rischio, quello vero, è che "Milano si trasformi in Reggio Calabria". Perché con la "‘ndrangheta si espande anche un modello negativo, compreso il sistema di relazioni, una mentalità". All’indomani del blitz sull’asse Milano-Reggio Calabria che, seguendo il canovaccio dell’accusa, ha smantellato i vertici della cupola del clan della famiglia Valle-Lampada, ma soprattutto le coperture istituzionali, è il momento dei bilanci. A Milano, da cui sono state emesse dieci misure cautelari (in cella sono finiti anche il presidente delle Misure di Prevenzione del Tribunale calabrese, un consigliere regionale, un avvocato, un medico e un finanziere), si riuniscono i vertici delle due procure che collaborano intensamente da un paio d’anni, ma anche quelli investigativi. L’allarme è alto, come spiegano le parole del procuratore aggiunto di Reggio Michele Prestipino ("Milano come Reggio"). Nelle oltre ottocento pagine dell’ordinanza, vengono svelate due anni di indagini che, la squadra mobile delle due città, ha condotto in "terreno ostile". In parte per le precauzioni che la famiglia di Francesco Lampada ha utilizzato. In parte perché le relazioni tessute con uomini dello Stato solo in parte state scoperte. Non c’era, infatti, solo il maresciallo capo delle Fiamme Gialle, Luigi Mongelli (in cella per corruzione), a tentare di arginare i controlli degli investigatori. "Di talpe — ha rivelato il capo della Dda di Milano,  Ilda Boccassini —, molto probabilmente ce n’è stata più di una". Ed è per questo che "ci sono "lavori in corso", non solo in Calabria, ma anche a Milano". Parte delle informazioni riservate sarebbero giunte alla cosca anche da un giovane, in contatto con i Lampada, il cui padre sarebbe stato in società con un colonnello del Ros di Reggio Calabria. Il vertice di ieri, cui hanno preso parte anche i procuratori Giuseppe Pignatone ed Edmondo Bruti Liberati, è servito anche per spiegare le relazioni politiche che il clan ha intessuto in questi anni. "A differenza di Cosa Nostra — ha illustrato Boccassini — che storicamente non ha mai votato per il partito comunista, la ‘ndrangheta appoggia chiunque possa esserle utile". Numerosissimi i contatti accertati tra i mafiosi con esponenti politici nazionali e, soprattutto, milanesi. Chiave fondamentale per permettere alle società di scommesse controllate dalle famiglie Valle-Lampada, di dialogare con i vertici dei Monopoli di Stato, contrattare una lucrosa concessione in esclusiva per slot machine e video poker. "E se non fosse scattato il blitz - è stato ricordato ieri - quell’accordo con i Monopoli si sarebbe certamente fatto". Molti politici tirati in ballo, dunque, ma al momento ufficialmente nessun indagato oltre al consigliere regionale calabrese Morelli finito in carcere. "Perché non è facile dimostrare delle accuse che reggano anche a un dibattimento". Ieri, intanto, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, citato nell’ordinanza per i suoi incontri proprio con Morelli, si è giustificato spiegando "come siano avvenuti solo perché era una persona che faceva parte del Pdl".

Il magistrato confessa al boss:"Nella vita dovevo fare il mafioso..." La telefonata tra il gip di Palmi Giancarlo Giusti e il capocosca Giulio Lambada. I due parlano dell'idea di coinvolgere anche il giudice Vincenzo Giglio nei viaggetti a Milano con escort a disposizione. E Giusti si lascia andare... Altre telefonate tra Lampada e il giudice Giglio dimostrano che i rapporti tra i due erano piuttosto stretti.

L'inchiesta che scoperchia qualche figura della "zona grigia" che protegge, favorisce, aiuta o in qualche modo amica della 'ndrangheta tra Milano e Reggio Calabria allinea numerosi episodi, e ovviamente si avvale di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Eccone una che riguarda il magistrato Giancarlo Giusti, gip a Palmi, che per nove volte viene invitato a Milano, all'hotel Brun. Ma non paga mai. Per lui il conto è saldato da un boss del calibro di Giulio Lampada, per una spesa totale di 27mila euro. In queste sue visite milanesi, il magistrato riceve in camera le visite di alcune ragazze identificate dala magistratura, come la ceca Jana, quarantenne, le russe Zhanna 36 anni, ballerina al Rayto de Oro, a La Tour, al Venus, e altri night di Milano e del nord, ed Elena, 41 anni, la kazaca Olga, 34 anni, e la slovena Denisa, 27 anni. Giusti, per telefono, si lascia andare: "... Dovevo fare il mafioso, non il giudice..." Giusti e Lambada sono ovviamente in ottimi rapporti, il magistrato gli dice che arriva a Milano "la settimana che entra o la prossima... Dipende dal cugino del tuo caro amico medico!... di Giglio!! no?!", e Giglio sta per Vincenzo, il collega magistrato, presidente del tribunale per le misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria, come conferma lo stesso Lampada. Parlando del "medico", che si chiama Vincenzo Giglio, i due intendono il magistrato che porta lo stesso nome e cognome. Ecco uno stralcio delle intercettazioni:

LAMPADA (riferendosi al magistrato Vincenzo Giglio): «...Del nostro Presidente, dobbiamo dire!!... Il Presidente delle misure di prevenzione di tutta Reggio Calabria! Sai che dobbiamo fare?.....»

GIUSTI: «... che facciamo, che facciamo??»

LAMPADA: «lo convochiamo qualche giorno su a Milano e lo invitiamo... come la vedi tu?»

GIUSTI: «... minchia!! guarda!! dobbiamo parlarne col medico!!!.»..(ride)...

LAMPADA: «non dirgli nulla che ti ho detto che è un mese che non ci sentiamo!»

GIUSTI: «... tu ancora non hai capito chi sono io... sono una tomba, peggio di.. ma io dovevo fare il mafioso, non il Giudice... però l'idea di portarci il Presidente a Milano non è male, sai?!... Lo vorrei vedere di fronte ad una stoccona!!»

E altre intercettazioni riguardano proprio il magistrato Vincenzo Giuseppe Giglio che, in passato se l'era presa con il "fango della stampa". E aveva difeso la sua onestà scrivendo anche una lettera a un quotidiano calabrese. Ma i suoi colleghi dell'antimafia lo smentiscono pesantemente. Esaminiamo due punti cruciali, «E' falso - dice Giglio - che io abbia mai invitato il signor Lampada a partecipare ad occasioni conviviali a casa mia». Ma il 13 agosto 2009 Giulio Lampada (che si trova in vacanza a Tropea con la famiglia) conversa con il medico Vincenzo Giglio, il quale si trova a casa del cugino magistrato a Pellaro, con il politico Franco Morelli. Giglio Vincenzo (il medico) parla con il presunto boss, gli dice che il magistrato ha insistito per invitare a pranzo Lampada. Poi la conversazione continua direttamente tra Giulio Lampada e il magistrato.

Giudice Giglio: «Pronto!»

Lampada: «Eccellenza bello!»

Giudice Giglio: «Carissimo, che si dice, come stai?»

Lampada: «Me ne son venuto per starmene un pochettino tranquillo da quel casino di bambini che abbiamo a casa mia! Tu come stai?»

Giudice Giglio: «Benissimo, mi dispiace se non si sono determinate le condizioni per vederci oggi!» 

Lampada: «Ma pigliatelo il telefono per qualsiasi cosa...»

Lampada, poco dopo, riparlando con il medico lo invitava a dare il suo numero personale al giudice: «Enzuccio, daglielo il mio numero per quanto privato è! Voglio dire, non è che lo do a tutti, ma daglielo al Giudice! Non ti preoccupare».

Il numero in effetti arriva, perché declinando un successivo invito a cena, il giudice dice a Lampada:

Giglio: «No no no... ci tenevo a farlo io così tra l'altro mi sono fatto dare il tuo numero di cellulare... A te resta il mio... così possiamo sentirci anche direttamente...»

Lampada: «Ti ringrazio ancora della disponibilità..»

Giglio: «Sono io che ringrazio te....E si mettono d'accordo per un'altra possibile occasione.»

Giglio: «Va bene... facciamo così allora... intanto vedo come stanno le cose .. penso che sicuramente domani starà bene mia moglie, quindi ti chiamo io in mattinata domani, va bene?»

Un'altra frase che viene contestata al giudice. Eccola: «Le mie funzioni professionali non lo hanno mai riguardato né direttamente né direttamente. Non sono mai stato sollecitato, né avrei accettato alcuna sollecitazione, ad occuparmi di una qualsiasi sua questione».

Il magistrato, dicono i suoi colleghi, pare essersi dimenticato che, qualche mese prima, aveva ricevuto, nella propria abitazione in Reggio Calabria, Giulio Lampada, visite proprio finalizzate ad occuparsi dei problemi giudiziari dei Lampada. Lampada Giulio e il giudice Giglio si sono incontrati nelle seguenti date presso l'abitazione del magistrato:
circa 1 ora, dalle 18.52 alle 19.55, il 20.2.10;
circa 2 ore, dalle 20.30 alle 22.35, il 25.2.10;
circa 45 minuti il 3.3.10;
circa 3 ore, dalle 17.30 alle 20.30, il 9.3.10;
circa 2 ore, dalle 15.00 alle 17.10, il 16.4.10.

Anche alcuni messaggini sono chiari, come "Sono dal giud" (sms da Francesco Lampada a Maria Valle Maria in data 20.2.10), oppure "Gioia mercoledì partiamo che domani sera ci dà l'ambasciata il giud (sms Lampada Francesco Valle Maria 3.3.2010 h. 00.56).

E sull'affidabilità del magistrato i clan concordano, visto che lo stesso Francesco Lampada dice: «Io tengo fede della situazione del cugino del medico, hai capito?... Perché l'ho visto che è più... se dice una cosa è "chidda"... ? ho tastato con le mani... Perciò ... siamo andati stasera e ci ha detto di avere pazienza qualche giorno in più..tutto qua..» 

Conti in rosso e favori ai boss. Tutte le inchieste che scuotono Reggio. Dal buco di bilancio per oltre 170 milioni di euro  agli intrecci tra n'ndrangheta, imprenditoria e politica. Ecco le dieci indagini principali che coinvolgono la città calabrese.

Buco di bilancio
L'inchiesta principale sull'amministrazione comunale è quella relativa al buco di Bilancio.
Gli ispettori del Ministero dell'Economia hanno stimato un deficit di oltre 170 milioni di euro. Indagati ufficialmente per falso sono l'ex sindaco, oggi governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti e i tre revisori dei conti, in concorso con Orsola Fallara, ex dirigente dell'Ufficio Finanze, suicitatasi a dicembre scorso, poche settimane dopo lo scandalo e l'apertura dell'inchiesta.

Caso Morisani
A fine ottobre 2011 scattano le manette per il boss reggino Santo Crucitti accusato di estorsione e intestazione fittizia dei beni. 8 persone finiscono in carcere tra cui alcuni imprenditori titolari di grandi supermercati e inseriti nella grande distribuzione. Nelle carte dell'inchiesta spunta il nome di Pasquale Morisani (non indagato), assessore comunale ai Lavori Pubblici. Le microspie registrano i suoi incontri con Crucitti, durante i quali chiede e ottiene sostegno elettorale per le amministrative del 2007.

La municipalizzata
I primi di novembre viene fuori l'inchiesta "Astrea". Undici persone vengono arrestate per intestazione fittizia dei beni. Tra loro il boss Giovanni Tegano, due commercialisti, un avvocato ed alcuni imprenditori. Il gruppo è accusato di aver fatto da prestanome in una società che detiene il 33% delle quote della parte privata di una società mista, la Multiservizi (51% comunale e 49% privata), che si occupa delle manutenzioni della città per conto dell'amministrazione.

L'ufficio Urbanistica
Ad aprile 2011 la Procura della Repubblica chiede e ottiene l'arresto di 8 persone. Sono tutti funzionari dell'Ufficio urbanistica del Comune e liberi professionisti, coinvolti in un giro di tangenti per ottenere permessi a costruire, certificati di abitabilità, variazioni di progetti e per sanare abusi edilizi. Tutte pratiche false e autorizzazioni non dovute.

Caso Zappalà
A luglio 2011 Santi Zappalà, consigliere regionale tra i più votati in Calabria viene condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per corruzione elettorale. Le microspie dell'operazione Reale contro il potente clan dei Pelle di San Luca, lo intercettano mentre fa visita al boss Giuseppe Pelle per chiedere sostegno elettorale in cambio di favori. Assieme a Zappalà vengono condannati a pene da due a tre anni, anche altri tre candidati non eletti alle regionali del 2010 che avevano chiesto voti al clan.

Avvocati
Agosto 2011, in un'inchiesta della Dda finiscono come indagati due avvocati Lorenzo Gatto e Giovanni Pellicanò. La procura li accusa di aver portato fuori dal carcere gli ordini del boss Luciano Lo Giudice da consegnare a familiari e affiliati.

Imprenditori
Novembre 2010, nella rete della procura finiscono 30 imprenditori del settore dell'edilizia. Avevano costituito un cartello che consentiva loro di truccare le gare d'appalto delle pubbliche amministrazioni della provincia di Reggio.

Il Politico
La primavera 2011 finisce iscritto nel registro degli indagati Antonio Rappoccio, consigliere regionale del Pri. Per lui l'accusa è di corruzione elettorale aggravata. Aveva promesso posti di lavoro, facendoli partecipare a delle false selezioni, in cambio del voto, ad un migliaio di giovani disoccupati.

Il Prete
A settembre 2011 finisce nei guai don Nuccio Cannizzaro, cappellano della Polizia municipale e cerimoniere del Vescovo. Per lui l'accusa è di aver fornito false testimonianza nell'ambito di un processo contro il boss del quartiere Condera in cui è parroco.

Il massone dei boss
A ottobre 2011, l'inchiesta Reggio Nord svela i legami tra il boss Domenico Condello e Pasquale Rappoccio. L'operazione porta in carcere 13 persone accusate di mafia e intestazione fittizia dei beni. Rappoccio è uno tra gli imprenditori più noti della città. Massone e frequentatore di ambienti politici con il vizio dello spettacolo. Vari i suoi legami documentati nel fascicolo si intratteneva con personaggi come il governatore Giuseppe Scopelliti e l'imprenditore Lele Mora.

Entrate gonfiate e assalto alle casse
Così funzionava il metodo Scopelliti.
Per anni, l'amministrazione reggina ha funzionato così. Tanti "succhiavano" soldi ma i bilanci descrivevano situazioni apparentemente rosee. Solo che le previsioni di entrata erano sempre largamente al di sopra della realtà. Gli ispettori ministeriali parlano di continue "irregolarità".

Per anni le casse del Comune hanno subito l'assalto di chiunque avesse la maniglia giusta per metterci le mani. Professionisti, imprenditori, dirigenti, consulenti, amici e amici degli amici hanno succhiato tutto quello che potevano. Quello che c'era e anche quello che non c'era. Da ottobre scorso la procura della Repubblica di Reggio Calabria indaga sul buco di bilancio di Palazzo san Giorgio. Su leggerezze amministrative e vere e proprie ruberie. Al centro della bufera giudiziaria Orsola Fallara, ex dirigente dell'Ufficio Finanze del comune, morta suicida lo scorso dicembre. La manager decise di togliersi la vita ingerendo dell'acido muriatico alcune settimane dopo lo scandalo. Il pool di magistrati (l'indagine è condotta dal Procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza e dai sostituti Sara Ombra e Francesco Tripodi) ha già accertato che la dirigente si era autoliquidata circa 800 mila euro in quanto componente dello commissione tributaria provinciale per conto del Comune. Soldi che non gli erano dovuti. E poi ancora incarichi pagati ad architetti per progetti mai fatti e denaro a dirigenti cui non toccava. Per non dimenticare le assunzioni e le decine di consulenze sul nulla. Fatti costati l'accusa falso anche all'ex sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Calabria, e ai tre revisori dei conti. Quanto basta per creare una voragine nelle casse dell'amministrazione. Un buco che gli ispettori del Ministero dell'Economia hanno definiti in 170 milioni di euro. 

"Irregolarità" è la parola più ricorrente, nella relazione degli esperti ministeriali. Giovanni Logoteto e Vito Tatò, che firmano la relazione conclusiva, la usano una trentina di volte, per descrivere la voragine accumulata dall'amministrazione comunale reggina negli anni che vanno dal 2006 al 2010. Un disavanzo stimato, spiegano nella loro relazione "approssimativamente per difetto" in oltre 170 milioni. In poco più di un mese, infatti, non è stato possibile verificare tutto in maniera puntuale, e restano da chiarire alcune poste di Bilancio. Nel documento affiorano i limiti del "Modello Reggio", vanto dell'amministrazione dell'allora sindaco Giuseppe Scopelliti.

"Per ciò che riguarda la situazione contabile dell'ente - scrivono gli ispettori ministeriali - sono state rilevate pesanti irregolarità, consistenti nella mancata imputazione di oneri agli esercizi di competenza e nella conservazione tra i residui attivi di crediti non supportati da titolo giuridico". Per giustificare il tutto "sono stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell'ente". Non solo, quindi, un cattivo bilancio, ma anche un bilancio falsificato. "Tali irregolarità - hanno comportato l'esposizione di un risultato di amministrazione nettamente migliore di quello reale, celando, in realtà, un disavanzo di amministrazione, che il 31 dicembre del 2009 era superiore ai 140 milioni di euro". Situazione finanziaria dell'ente che "nel 2010 è ulteriormente peggiorata, portando il disavanzo ad oltre 170 milioni di euro".

Il meccanismo che ha portato all'accumulo di debiti di tale portata viene spiegato da Logoteto e Tatò in maniera puntuale. Quando il comune approntava il Bilancio di previsione lo riempiva di crediti. Scriveva cioè che avrebbe incassato somme che in realtà "o non gli erano dovute o erano inesigibili". Il riscontro lo si trova in una tabella nella quale le due voci sono messe una accanto all'altra. Da una parte le entrate previste dall'altra quelle poi accertate. Tanto per fare alcuni esempi nel 2007 Palazzo San Giorgio affermava che gli sarebbero entrati 358 milioni e 537 mila euro. In realtà ne arrivarono 278 e 170 (ossia il 22% in meno). 

L'anno successivo in bilancio c'erano entrate per 589 milioni e 400 mila euro. Ne arrivarono solo 402 milioni (il 31% in meno). Il 2009 fa registrare attese per 602 milioni. Ma alla fine se ne contano solo 350 milioni (il 41% in meno). L'anno terribile è però il 2010, l'amministrazione approva un bilancio nel quale dovevano arrivare 736 e 712 mila euro, ma ne incassa solo 297 milioni (la metà). Una differenza sostanziale. Il Comune metteva in bilancio poste in entrata d'ogni tipo, per poi incassare solo la metà. Ovviamente dichiarare che si incassa molto, significava stare dentro il Patto di Stabilità, condizione necessaria per poter spendere, assumere, contrarre mutui, pagare consulenze e progettazioni. Quando poi i conti non tornavano più, l'amministrazione non onorava gli impegni. E qui la lista dei creditori si allungava, mentre i debiti nel Bilancio non figuravano. Al 2010, il comune deve ad "Acque reggine" (che si occupa della depurazione delle acque) 12 milioni di euro, 8 alla Multiservizi (società mista per le manutenzioni) spettano 8 milioni e alla Leonia (per la raccolta dei rifiuti) più di cinque. Si legge anche che il comune deve al Commissario delegato per i rifiuti 33 milioni e 700 mila euro. E a questo si devono aggiungere centinai di creditori che stanno seppellendo Palazzo San Giorgio sotto una montagna di decreti ingiuntivi e pignoramenti. Un disastro sul piano amministrativo, mentre la magistratura continua a indagare sulle vicende di rilievo penale.

I cronisti nel mirino dei clan. Così si rischia la vita per una notizia. Svegliarsi di colpo la notte perchè la tua auto salta in aria, trovare in ufficio un foglio con su scritto "sei morto", aprire un pacco con dentro la testa di un capretto. E' quel che capita nel 2011 in Italia a decine e decine di giornalisti che si ostinano a fare il proprio mestiere in città e paesi dove l'abitudine è quella del silenzio e dell'omertà.

Sono invisibili, facce che non si vedono mai nei talk show. Sono soli, sperduti nella provincia italiana più lontana. Sono decisi, appassionati, sfrontati. E danno notizie che fanno male. Sul mafioso della porta accanto, sul sindaco che magari è amico del cugino o dello zio, sul compagno di scuola che è diventato trafficante di coca. Scrivono. E più scrivono e più sono in pericolo. Raccontano. E più raccontano e più sono bersaglio. Cronisti di paese, corrispondenti dal fronte. Li vogliono con la bocca chiusa. Muto tu e muto io. Silenzio stampa. E dove non arriva la mafia eccoti i magistrati che ti chiudono la bocca con i processi per diffamazione per mezzo stampa. Così come succede al dr. Antonio Giangrande, presidente dell'associazione Contro Tutte le Mafie e scrittore di certa fama sul web di libri d'inchiesta "senza peli sulla penna". Decine di processi per tacitarlo: mai una condanna. Poco noto al grande pubblico perchè non è dichiaratamente di sinistra e, appunto, non santifica i magistrati.

Chi sono? Cosa rivelano e cosa denunciano quei giornalisti senza nome e senza firma che combattono una guerra oscura negli avamposti criminali d’Italia? Quanti sono e a chi fanno paura gli sconosciuti reporter che ogni giorno setacciano i loro territori sputtanando saccheggi, accordi loschi, commerci? Diffondono informazione scomoda. E in cambio ricevono minacce, subiscono attentati, sono destinatari di anonimi e pallottole calibro 12, "consigli" e avvertimenti traversali dedicati a figli e a mogli. E’ l’inferno del giornalista che vede e che sente e che parla. Quello che non si volta dall’altra parte, che scrive ciò che altri non scrivono. 

Dall’inizio di questo 2011 sono 143 i cronisti che si sono svegliati all’improvviso di notte per il botto della loro auto saltata in aria, o che hanno trovato una lettera con disegnata una croce sotto la porta della redazione, o che sono stati pedinati e percossi, che hanno aperto una scatola con dentro la testa di un capretto o di un cane. Intimiditi. Avvisati. Insultati.

Accanto ai pochi noti e famosi ci sono gli altri ignoti, quelli che sopravvivono nel terrore fra la Piana di Gioia Tauro e la Locride, quelli che fanno i conti con i signorotti di Casal di Principe o i guappi napoletani, quelli "guardati" in Sicilia da Cosa Nostra e quegli altri vessati dai malacarne di Viterbo o di Fondi. Non c’è zona franca per i cronisti con la schiena dritta. Se a Partinico preferiscono il fuoco, a Vicenza oscurano i siti web; se a Sabaudia s’infilano nelle loro abitazioni per impaurirli, in Lombardia fanno un uso intimidatorio delle querele e delle cause civili. Ogni volta che un articolo non piace mandano subito avanti gli avvocati. Piccoli giornali e fogli locali sono sommersi da citazioni. Un modo come un altro per tappare la bocca. Ogni potente ha i suoi metodi. Dopo la "retinata" - è il tirare le redini come si fa con i cavalli – a volte si ottiene l’effetto: il silenzio. E’ il silenzio quello che conta.

Il giornalista deve stare al suo posto. Una parola di troppo o un aggettivo in più o in meno può provocare risentimenti, agitare animi e mandare in aria affari sporchi. E così latitanti come Michele Zagaria e Antonio Iovine chiamano in diretta Carlo Pascarella del Giornale di Caserta che sollevava dubbi su certi equilibri e patti criminali: "Noi siamo persone serie e lei no. Noi ci siamo stufati, noi siamo delle famiglie che ci stimiamo da tanti anni e da domani mattina non scrivere più certe cose... attento, non è che ti stiamo minacciando".

Dare notizie è peggio. Ne sanno qualcosa i 21 cronisti calabresi che negli ultimi nove mesi sono stati colpiti. Troppo informati, troppo scrupolosi. Sono quasi tutti giovanissimi, qualcuno non ha neanche trent’anni. Precari, pagati a pezzo quando va bene, senza assistenza legale, si aggirano per le vie  di Reggio o per le campagne di Rosarno con addosso il fiato dei capobastone. E’ il drappello più numeroso dei giornalisti a rischio in Italia. Ogni loro articolo è vivisezionato, ogni loro movimento controllato. In una terra dove la mafia è stata a lungo protetta e coccolata, dove i boss della ‘Ndrangheta non erano abituati a finire in prima pagina, all’improvviso sono arrivati loro. Si chiamano Michele Albanese e Francesco Mobilio, Giuseppe Baldessarro e Lucio Musolino, Michele Inserra, Nino Monteleone, Pietro Comito. E ce ne sono tanti, tanti altri ancora.

Angela, 25 anni, cronista di paese. Cinque pistolettate sulla macchina. La storia della giovanissima giornalista di Cinquefrondi, Calabria. I mafiosi si tengono informati: leggono giornali, siti internet, guardano filmati e poi reagiscono a quelle notizie che per loro sono dannose. E spesso chi è minacciato o trattato da "infame" per aver fatto il suo mestiere viene isolato e lasciato solo da chi dovrebbe tutelarlo.

Giornalisti circondati, assediati, controllati. Più di tutti gli altri però sempre i calabresi, perennemente presi di mira da qualche potente infastidito dalle loro cronache. Angela Corica ha solo 25 anni ed è stata testimone oculare dell’assalto alla sua auto. Cinque colpi di pistola. Era corrispondente del giornale locale da Cinquefrondi, un piccolo comune della Piana. Nino Monteleone ha 27 anni e anche la sua macchina è saltata in aria. Sul blog raccontava dei boss Serraino e della loro latitanza protetta dai picciotti di altre famiglie. Una notizia nella notizia che anche gli inquirenti non conoscevano: significava che tutti i clan di quella zona rispondevano ad unico comando. Averlo fatto sapere, gli è costato molto. Il ricordo di Nino: "Una sera mi sono accorto che mi seguiva un’auto, appena entrato a casa ho sentito il boato". Quello contro Monteleone è stato l’unico attentato in Calabria contro i giornalisti su cui si sia fatta chiarezza. I due mafiosi che seguivano Nino avevano una cimice piazzata in auto. Si sentivano le loro voci mentre stavano per colpire. Nino, qualche settimana prima, aveva anche ripreso con la sua telecamera l’uscita dalla Questura di Reggio del boss Giuseppe Di Stefano mentre mandava e riceveva baci dai suoi picciotti: "Ci sono poche miglia marine che separano la Sicilia dalla Calabria ma è una distanza enorme. E mentre in Sicilia quando arrestano Provenzano e o Brusca sotto la Questura ci sono i palermitani che applaudono i poliziotti, qui a Reggio ci sono gli amici dei boss che li salutano".

I mafiosi si tengono informati. Leggono tutto. Giornali. Pezzi su Internet. Guardano filmati. Fanno confronti. Giudicano noi giornalisti. Non si fanno sfuggire niente gli uomini della ‘Ndrangheta. E poi rispondono. A Michele Inserra gli hanno mandato un "regalo": la cartuccia di un fucile da caccia. Allora Michele stava a Siderno, una delle capitali della Locride. Racconta: "I mafiosi non sopportano che ci siano giornalisti normali, una volta la ‘Ndrangheta era come un fantasma, tutti ne sentivano parlare ma poi dicevano che non l’avevano mai vista. Quella parola non bisognava scriverla, non bisognava pronunciarla. Ora sta cambiando, molto lentamente ma sta cambiando". Le cattive abitudini del vecchio giornalismo calabrese. Che poi qui erano anche le cattive abitudini dei poliziotti, dei magistrati, degli avvocati, degli imprenditori. Muto tu e muto io.

Chi prova a spezzare il muro dell’omertà entra nella lista. Francesco Mobilio c’è finito due volte. Francesco è un cronista di "bianca", nei suoi articoli non cita mai i nomi dei boss. Apparentemente s’occupa d’altro. Apparentemente. Ogni mattina fa il giro delle stanze del Comune di Vibo Valentia, riferisce di consigli comunali e riunioni di giunta, pubblica inchieste sui problemi della città. Come quella sull’edificio che a Vibo chiamano "il palazzo della vergogna", una costruzione abbandonata da più di quindici anni proprio nel centro storico. Un sindaco aveva avuto la bella idea di abbattere l’edificio, espropriare i terreni e progettare una piazza. Francesco ha fatto la sua cronaca. Minacce di morte e pallottole al sindaco e a lui. Nessuno ha mai individuato i mandanti dell’intimidazione, la piazza non si è mai fatta e il palazzo della vergogna è sempre nel cuore di Vibo Valentia. Un passo falso Francesco? "Ho scritto quello che era giusto scrivere". Come la volta dopo. Un cortile a pochi metri dal Comune che era diventato luogo di spaccio. Articolo in prima pagina sul Quotidiano e l’auto della fidanzata di Francesco che prende fuoco una notte sotto casa. Infame anche lui.

Da tutta la stampa nazionale si eleva una notizia. Una decina di provvedimenti cautelari, tra cui spicca l'arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Giuseppe Vincenzo Giglio, sono stati eseguiti nell'ambito di una vasta operazione della Dda di Milano contro la 'ndrangheta. Giglio è accusato di corruzione e di favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada. In manette anche il consigliere regionale Pdl Francesco Morelli e l'avvocato milanese Vincenzo Minasi. Il consigliere della Regione Calabria finito in carcere, che era stato eletto nella lista "Pdl-Berlusconi per Scopelliti", rappresenterebbe l'anello di collegamento tra i clan e gli ambienti politici nazionali. Nel Consiglio regionale Morelli è presidente della Commissione consiliare, Bilancio e programmazione economica. Il giudice finito agli arresti è il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria. Tra le altre accuse per lui, c'è anche quella della rivelazione del segreto d'ufficio con l'aggravante di aver agevolato le attività della 'ndrangheta.

Le accuse al giudice
Giglio, 51 anni, nella sua veste di presidente della sezione "Misure di prevenzione" del Tribunale di Reggio Calabria viene accusato dalla Dda milanese di aver "agevolato" la 'ndrangheta. Per il magistrato, finito in carcere in base all'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari, il prezzo della corruzione nei suoi confronti sarebbe stato quello di favorire, tra le altre cose, la carriera della moglie. La moglie del magistrato è infatti stata dirigente provinciale ed è poi diventata commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia.

Il gip di Palmi corrotto con viaggi ed escort
Risulta indagato nella stessa inchiesta per corruzione in atti giudiziari il gip di Palmi, Giancarlo Giusti, che sarebbe stato corrotto con alcuni viaggi nel Nord Italia e con alcune escort da Giulio Giuseppe Lampada, finito invece in carcere per associazione mafiosa e altri reati. Sarebbe stato proprio Lampada a pagare una ventina di viaggi al giudice nel Nord Italia, il quale poi avrebbe intrattenuto anche rapporti con alcune escort, in un hotel milanese in zona San Siro. Sempre stando a quanto si e' saputo, il consigliere regionale calabrese del Pdl Giuseppe Morelli, finito in carcere, avrebbe anche lui acquisito notizie riservate rivolgendosi al magistrato Giglio, il quale gli avrebbe mandato anche un fax per tranquillizzarlo sul fatto che non ci fossero indagini penali a suo carico. 

Gli altri arresti dell'operazione
In arresto nella vasta operazione è finito anche il maresciallo capo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, con l'accusa di corruzione, e in corso sono le perquisizioni che riguardano Giancarlo Giusti, giudice in servizio all Tribunale di Palmi, che risulta indagato in atti giudiziari. Sono poi finiti in carcere Raffaele Ferminio per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, e un medico di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio, per concorso esterno in associazione mafiosa. Dalle indagini è emerso che Giglio, cugino del magistrato di Reggio Calabria, avrebbe appoggiato la campagna elettorale di Leonardo Valle, anche lui arrestato per associazione mafiosa, che si era candidato in un Comune dell'hinterland milanese, senza poi essere eletto. In carcere è finito poi, per corruzione e intestazione fittizia di beni, Francesco Lampada, già detenuto per associazione mafiosa, concorso in usura e intestazione fittizia di beni.

Arrestato anche Giulio Giuseppe Lampada, per associazione mafiosa, corruzione, concorso in rivelazione di segreti d'ufficio, intestazione fittizia di beni, mentre all'avvocato Minasi vengono contestate le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreti d'ufficio, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla finalità di favorire l'associazione mafiosa. L'avvocato avrebbe in particolare raccolto una serie di notizie riservate su alcune indagini che riguardavano il clan Valle. 

L'ordinanza in carcere riguarda poi Leonardo Valle per associazione mafiosa, corruzione e intestazione fittizia di beni. Ai domiciliari Maria Valle, moglie di Francesco Lampada, arrestata per corruzione. I provvedimenti di arresto sono stati firmati dal gip Giuseppe Gennari.

Agenti della polizia di Stato sono arrivati a Palazzo Campanella, nella sede del Consiglio regionale della Calabria, dove hanno perquisito gli uffici del consigliere Morelli, arrestato la su richiesta della Dda di Milano. L'inchiesta è stata condotta dal procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini e dei sostituti procuratori Paolo Storari e Alessandra Dolci. La Dda di Milano e il gip milanese Gennari hanno individuato la competenza territoriale della magistratura milanese per queste indagini perché il reato al centro dell'inchiesta è quello di associazione mafiosa che riguarda il clan Valle, reato che attira anche gli altri reati "satellite".

"Si allungano le mani della famiglia mafiosa anche in Vaticano..." dove Giulio Lampada, uno degli arrestati di oggi nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Milano "otterrà di battezzare suo figlio". Lo scrive il gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza di custodia in carcere. Il 9 novembre 2009, riporta il gip, Lampada al telefono informa Minasi "che il giorno precedente è stato nominato Cavaliere di San Silvestro dal Vaticano, con nomina del monsignore Tarcisio Bertone".

"Che Alemanno, così come è, non avesse idea alcuna di chi fossero in realtà i Lampada conta poco o nulla. Quello che conta è che il gruppo mafioso riesca ad accedere a determinate relazioni personali di favore alle quali mai avrebbe potuto avvicinarsi non beneficiando della rete di compiacenze". Lo scrive il gip Giuseppe Gennari nell'ordinanza di arresto per dieci presunti appartenenti alla 'ndrangheta a proposito di una serata "evidentemente organizzata da Giulio Lampada" alla quale avevano partecipato noti esponenti politici tra i quali Gianni Alemanno, già ministro dell'Agricoltura e poi sindaco di Roma.

E' possibile che al Tribunale di Catanzaro ci sia quanto meno una 'talpa' che passava informazioni a Vincenzo Giglio, il giudice arrestato oggi nell'ambito di un'operazione sulla 'ndrangheta, informazioni che quest'ultimo riferiva poi alla famiglia Valle-Lampada. E' solo un'ipotesi, ma è quanto scrive il gip di Milano Giuseppe Gennari nell'ordinanza con la quale oggi ha disposto l'arresto di 10 persone. 

«Un giudice aiutava la 'ndrangheta».

Inchiesta sul tribunale di Reggio Calabria da “Il Corriere della Sera”

In manette il presidente della sezione "Misure di prevenzione". Arrestati anche un consigliere regionale del pdl e un legale.

Se hanno ragione gli investigatori milanesi, a tenere le chiavi dei tesori dei clan in Calabria c’era una sorta di "dottor Jekyll e mister Hyde" in toga: da magistrato ha sequestrato quasi un miliardo di euro alle cosche, ma la mattina del 30 novembre 2011 è stato arrestato in una inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano con l’accusa di aver agevolato proprio la ’ndrangheta nella sua veste di presidente della sezione «Misure di prevenzione» del Tribunale di Reggio Calabria. Al giudice Vincenzo Giglio, 51 anni, presidente anche di Corte d’Assise, esponente di spicco della corrente di sinistra di «Magistratura democratica», docente di diritto penale alla Scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università statale Mediterranea di Reggio Calabria, il procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini e i sostituti procuratori Paolo Storari e Alessandra Dolci contestano non il reato di concorso esterno nell’associazione a delinquere di stampo mafioso, ma le ipotesi di reato di «corruzione» e di «favoreggiamento personale» di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante (articolo 7 del decreto legge 152/1991) di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ’ndrangheta. Nella stessa inchiesta sono stati arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa anche un politico calabrese e un avvocato penalista milanese. Il politico è Giuseppe Morelli, componente del Consiglio Regionale della Calabria, eletto nella lista «Pdl-Berlusconi per Scopelliti», vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno che l’aveva appoggiato in campagna elettorale. A Morelli sono contestati anche i reati di rivelazione di segreto d'ufficio e intestazione fittizia di beni. L’avvocato è Vincenzo Minasi, difensore fra gli altri di Maria Valle, la giovane figlia del patriarca (Francesco) della famiglia, della quale tempo fa aveva ottenuto l’annullamento dell’arresto in Cassazione. Anche un altro giudice, in servizio presso il tribunale di Palmi, è stato perquisito: si tratta di Giancarlo Giusti, indagato per corruzione in atti giudiziari: secondo l'accusa avrebbe usufruito di nove soggiorni gratuiti presso l'hotel Brun di Milano nel 2008 e nel 2009, per un controvalore di circa 27 mila euro, e anche di prestazioni sessuali con prostitute. Tra i dieci arrestati anche un maresciallo capo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, per l'ipotesi di corruzione e il medico reggino Vincenzo Giglio (omonimo del magistrato arrestato), al quale è contestato il concorso esterno in associazione mafiosa. In carcere anche Francesco e Giulio Lampada, Leonardo Valle e Raffaele Ferminio. Arresti domiciliari invece per Maria Valle, moglie di Francesco Lampada, indagata per corruzione. In ogni Tribunale, la Sezione Misure di Prevenzione è una delle più delicate perché da lì passano le richieste della Procura di sequestrare beni allo scopo di evitare la commissione di reati da parte di soggetti considerati socialmente pericolosi: l’applicazione di queste misure patrimoniali prescinde dal fatto che sia stato commesso un reato, ma può giustificarsi già solo con la semplice esistenza di un indizio a carico del soggetto. E solo per stare alle cronache più recenti, c’era la firma di Giglio in calce ai provvedimenti con la quale la sezione di Tribunale da lui presieduta a Reggio Calabria accoglieva le richieste dei pm di sequestro di 330 milioni di euro al re dei videopoker Giaocchino Campolo, di 190 milioni di euro (comprese due squadre di calcio) alla cosca Pesce, di 150 milioni di euro alla ’ndrina dei Rumbo-Galea-Figliomeni legata ai Commisso. Giglio era molto attivo pure nel dibattito pubblico sulla criminalità organizzata calabrese. Protagonista di convegni e iniziative antimafia, di recente in una lettera aveva avuto una puntuta polemica pubblica con il pm reggino Nicola Gratteri («lo preferisco come inquirente piuttosto che come opinionista e sociologo»), del quale aveva contestato «la tesi per cui sulle nostre teste penderebbe la condanna di dovere essere perennemente circondati e ammorbati dalla 'ndrangheta». Giglio scriveva invece che «non è questa (finalmente) l'aria che si respira nella nostra città», dove «noto gente stufa, che non vuole morire sotto il tacco del capobastone di turno, che ha compreso senza possibilità di equivoco che la 'ndrangheta è la moneta cattiva che scaccia quella buona. Posso dirlo? Mi pare che tante persone si siano rotte le palle di vivere una vita a metà e comincino a scorgere la bellezza di una vita per intero». Un arresto-choc, dunque, che per la seconda volta in 15 anni vede il pm Boccassini chiedere e ottenere da Milano l’arresto di un alto magistrato in un’altra città. Era già successo nel 1996 nell’indagine Sme/Ariosto e nell’inchiesta Imi-Sir con il capo dei gip di Roma, Renato Squillante, le cui iniziali condanne per i soldi dall’avvocato Fininvest Cesare Previti vennero però poi annullate nel 2006: nel caso Imi-Sir da una assoluzione in Cassazione che gli attribuì non una «corruzione» ma un «traffico di influenza», reato in altri Paesi ma non in Italia, e nel caso Sme dall’«incompetenza territoriale» milanese dichiarata sempre dalla Suprema Corte che trasferì il fascicolo alla Procura di Perugia, che nel 2007 prese atto della sopraggiunta prescrizione. In quegli stessi processi erano stati imputati l’ex giudice di Corte d’Appello di Vittorio Metta (condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari nel caso Imi-Sir/lodo Mondadori), l’ex giudice e capo di gabinetto ministeriale Filippo Verde (poi assolto dalla corruzione sia in Sme sia in Imi-Sir) e il pm romano Francesco Misiani (assolto dal favoreggiamento di Squillante nel processo Sme).

Conferma da “La Repubblica”.

Un magistrato, un politico, un avvocato, un medico e un maresciallo della Guardia di finanza, sono stati arrestati in Calabria per ordine della procura di Milano. Il maxiblitz contro la zona grigia della 'ndrangheta è partito da Milano per arrivare a Reggio Calabria. Si tratta dell'operazione "Infinito" scattata questa mattina contro affiliati alla famiglia Valle-Lampada, ma anche contro una serie di professionisti che li aiutavano con i propri servigi. Gli ordini di arresto, chiesti dal pool del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e firmati dal gip Giuseppe Gennari, sono in tutto dieci, nove di custodia cautelare e uno, per Maria Valle (moglie di un presunto boss), di arresti ai domiciliari. La Dda ha fatto scattare le manette per il giudice del Tribunale di Reggio Calabria Vincenzo Giglio, presidente anche di Corte d'Assise, esponente della corrente di sinistra di 'Magistratura democratica' e docente di diritto penale alla scuola di specializzazione di Reggio, accusato di reato di corruzione e di favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada, con l'aggravante di aver commesso questi reati "al fine di agevolare le attività" della 'ndrangheta. Il giudice sarebbe stato corrotto favorendo la carriera della moglie Alessandra Sarlo, dirigente della provincia diventata commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia poi inquisita per mafia. Un secondo magistrato, Giancarlo Giusti, di Palmi (Reggio Calabria), è stato perquisito. Dal 20 settembre scorso Giusti è stato applicato alla sezione penale dal presidente del Tribunale Mariagrazia Arena. Nel novembre del 2009, insieme a una quarantina di magistrati e giudici, tra i quali Vincenzo Giglio, il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, risulta tra i firmatari di un appello lanciato da Libera contro l'ipotesi, all'epoca in discussione in Parlamento, che i beni confiscati potessero essere messi in vendita. Giusti sarebbe stato corrotto con una serie di viaggi e soggiorni a Milano pagati dall'associazione con l'utilizzo di una ventina di escort diverse. Gli inquirenti stanno cercando di capire che cosa il giudice avrebbe dato in cambio al boss Giulio Giuseppe Lampada. L'inchiesta milanese è stata coordinata da Ilda Boccassini ed è stato arrestato l'avvocato del Foro di Palmi Vincenzo Minasi, che ha lo studio a Como e Milano ed è stato difensore, fra gli altri, di Maria Valle, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreto d'ufficio e intestazione fittizia di beni. In carcere anche Francesco Morelli, componente del consiglio regionale della Calabria, eletto nella lista "Pdl-Berlusconi per Scopelliti", accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreto d'ufficio e corruzione. Morelli è presidente della II Commissione, che si occupa di "Bilancio, programmazione economica ed attività produttive". "Fateci leggere le carte. Dateci la possibilità di leggere qualcosa. Ancora non abbiamo nessuna notizia", ha detto il presidente della Regione Calabria in merito all'arresto del consigliere regionale Franco Morelli, del Pdl, nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Milano. Nell'operazione in manette anche un medico di Reggio, Vincenzo Giglio, cugino del magistrato di Reggio Calabria, avrebbe appoggiato la campagna elettorale di Leonardo Valle, arrestato oggi per associazione mafiosa, che si era candidato in un comune dell'hinterland milanese, senza poi essere eletto. In carcere anche il maresciallo della Guardia di finanza, Luigi Mongelli accusato di corruzione. Arrestati anche i presunti boss di clan calabresi, Francesco e Giulio Lampada, Raffaele Fermigno e Leonardo Valle. Sono stati fermati tre presunti affiliati alla 'ndrangheta, Gesuele Misale, Alfonso Rinaldi e Domenico Nasso. Misale è accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, Nasso di associazione mafiosa e Rinaldi di intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. I fermi sono stati eseguiti dalle Squadre mobili di Reggio Calabria e di Milano. Su disposizione della Dda di Reggio Calabria sono stati perquisiti, inoltre, gli studi degli avvocati Francesco Cardone, del Foro di Palmi, e Giovanni Marafioti, del Foro di Vibo Valentia, indagati nella stessa inchiesta. La Dda di Milano e il gip milanese hanno individuato la competenza territoriale della magistratura milanese per queste indagini perchè il reato al centro dell'inchiesta è quello di associazione mafiosa che riguarda il clan Valle, reato che attira anche gli altri reati 'satellite'.

Resoconto di Panorama. «Fateci leggere le carte. Dateci la possibilità di leggere qualcosa. Ancora non abbiamo nessuna notizia». E’ la richiesta più che legittima del presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti che nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano si è visto arrestare il consigliere regionale Francesco Morelli e il giudice del Tribunale di Reggio Calabria Vincenzo Giuseppe Giglio nonché presidente della Corte d’Assise e presidente della sezione «Misure di prevenzione». Certo è che carte o no alla mano, l’operazione della Dda di Milano sul clan della ‘ndrangheta Valle-Lampada, coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e dai Pm Paolo Storari e Alessandra Dolci, deve far riflettere sull’infiltrazioni mafiose nella politica, nella magistratura, nelle forze di polizia e nei liberi professionisti sempre più spesso al servizio delle organizzazioni criminali. Perché l’accusa che ha portato in carcere il giudice Giglio (esponente della corrente di sinistra di ‘Magistratura democratica) non è delle più simpatiche: corruzione e di favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ‘ndrangheta. Neppure le accuse nei confronti del consigliere calabrese Francesco Morelli che avrebbe avuto un ruolo molto importante nelle dinamiche d’infiltrazione dell’organizzazione criminale nel tessuto sociale sono particolarmente rassicuranti: rappresenterebbe infatti l’anello di collegamento tra i clan dell’Ndrangheta e gli ambienti politici nazionali. Morelli è il presidente della Commissione consiliare Bilancio, programmazione economica ed attività produttive. E nato a San Benedetto Ullano (Cosenza) nel 1958, sposato con due figli, è stato capo di gabinetto nella giunta regionale di centrodestra guidata da Giuseppe Chiaravalloti, dal 2000 al 2005. E' tra i più impegnati promotori per la costituzione dei «Circoli della Nuova Italia». Agli inizi degli anni Novanta, da direttore generale di Europa occupazione - Impresa e solidarietà della Fondazione Cassa Risparmio di Roma ha contribuito all’elaborazione del primo Accordo di programma quadro in Italia del settore con i Ministeri del Tesoro e dell’Industria. Ma tra i dieci arresti eccellenti compare anche un maresciallo capo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, finito in carcere con l’accusa di corruzione, un noto avvocato milanese Vincenzo Minasi, penalista, difensore di Maria Valle, la figlia del capo clan e un medico di Reggio Calabria cugino del giudice arrestato, Vincenzo Giglio. Ma non ne sono rimasti fuori neanche un altro giudice in servizio presso il Tribunale di Palmi, Giancarlo Giusti, per il quale sono in corso le perquisizioni così come per gli studi degli avvocati Francesco Cardone, del Foro di Palmi, e Giovanni Marafioti, del Foro di Vibo Valentia. Sono stati fermati anche tre presunti affiliati alla ‘ndrangheta, Gesuele Misale, Alfonso Rinaldi e Domenico Nasso. Misale è accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, Nasso di associazione mafiosa e Rinaldi di intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. I fermi sono stati eseguiti dalle Squadre mobili di Reggio Calabria e di Milano. Purtroppo pur non esaminando le carte dell’inchiesta della Dda milanese, gli arresti non lasciano spazio ad interpretazioni: la maggior parte delle persone finite in carcere non sono sconosciuti capo clan calabresi bensì insospettabili che ricoprono ruoli e compiti socialmente rilevanti e che in virtù delle loro mansioni avrebbero dovuto tutelare la sicurezza del cittadino.

Clamoroso da “Il Corriere della Sera”. Giuseppe Pignatone, procuratore capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria è indagato.

Giuseppe Pignatone premette di rispettare le indagini della Procura di Santa Maria Capua Vetere, nate dall'esposto di un capitano dei carabinieri detenuto per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma non risparmia critiche per chi prende in considerazione le denunce rivolte a magistrati e inquirenti da detenuti per mafia: «Come sapete - ha spiegato il procuratore di Reggio Calabria - c'è per ora notevole clamore a seguito di due lettere del detenuto Spadaro Tracuzzi. Da un comunicato del Procuratore di Santa Maria Capua Vetere sappiamo che c'è un'indagine. E da parte nostra c'è il massimo rispetto».

ATTACCO AI PM DI SANTA MARIA CAPUA VETERE - Ma la diplomazia del magistrato siciliano che in Calabria ha raccolto successi e minacce nella difficile lotta alla 'ndrangheta finisce qui: «L'indagine è nata dall'esposto presentato dal capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e detenuto nel carcere campano. Io non voglio parlare qui dell'indagine. Ora voglio fare un discorso più in generale. Gli archivi dei Tribunali, del Palazzi di giustizia siciliani, calabresi, campani, milanesi, sono pieni di accuse di mafiosi di ogni genere, da Salvatore Riina e così a scendere che parlano di torture, di violenze, di trattamenti inumani, di dichiarazioni estorte, di violazione delle regole. Ci sono archivi pieni. Tutti sapete come finiscono queste cose». Ovvero, il cestino: «Nessuno - ha proseguito - si è mai sognato di chiedere, non dico a Falcone e Borsellino, ma anche il più anonimo dei giudici siciliani, calabresi, napoletani, di rispondere a queste accuse sui giornali, di intavolare una specie di "porta a porta" provinciale per cui oggi il detenuto X dice una cosa, il Procuratore o il Giudice per le indagini preliminari ne dice un'altra, poi interviene, per esempio qualche altra persona eccetera eccetera. Poi spunta un altro detenuto per mafia, per omicidio, per chissà che cosa e facciamo un dibattito. Questo, finora, a mia conoscenza non è mai avvenuto».

L'ARRESTO DI FRANCESCO PESCE - L'occasione per lo «sfogo» è la conferenza stampa tenuta a Reggio per l'arresto di Francesco Pesce, boss di 32 anni della cosca di Rosarno. Uno degli esponenti più pericolosi della nuova 'ndrangheta. Il giovane boss è stato scovato martedì notte in un bunker costruito in un'azienda di demolizioni, mentre cercava di bruciare i pizzini destinati ai suoi affiliati. La cosca Pesce gestisce tra l'altro il porto di Gioia Tauro, attraverso imprese controllate e gran parte delle attività economiche della cittadina calabrese, dal settore dell'autotrasporto a quello alimentare.

Le dichiarazioni esplosive, che hanno provocato uno tsunami al CEDIR, sul Corso Garibaldi ed in via Possidonea. E poi a macchia d’olio in tutta Italia ed anche fuori. Il procuratore capo della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Corrado Lembo, competente per legittima suspicione: “Avendo appreso da notizie di stampa escludo nel modo più assoluto che il collega Giuseppe Pignatone sia iscritto nel registro degli indagati”. La seconda “scossa“ è paragonabile al decimo grado della Scala Richter. “Non ho alcuna dichiarazione da rendere, come è mio costume, per tutto ciò che attiene alle eventuali attività d’indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Interpellato da TMNews, Pignatone ha ribadito: “Non so nulla di quest’inchiesta, ma sono sicuro che la correttezza e la linearità dell’operato della procura e della polizia giudiziaria di Reggio Calabria potrà essere accertata in qualunque sede.

MAMMA MIA COME BOLLE A REGGIO CALABRIA, LA TORRIDA ESTATE DEL 2011 di Domenico Salvatore su Mediterraneo in line

Il capitano dei Carabinieri, Saverio Spadaro Tracuzzi, arrestato il 13 dicembre 2010 con l’accusa di corruzione e di concorso esterno in associazione mafiosa, (secondo l’accusa, avrebbe ricevuto dal boss Nino Lo Giudice inteso “Il Nano” e dal fratello di questi, Luciano, consistenti somme di denaro e beni di lusso in cambio delle sue informazioni riservate sulle inchieste che riguardavano il clan l’ufficiale dell’Arma Benemerita ), smentisce di aver mai contribuito, saputo, partecipato, preso atto di crimini, bloccato accertamenti nei confronti degli esponenti della cosca Lo Giudice o comunque di essere intervenuto fattivamente e concretamente in alcun passaggio investigativo o giudiziario, che avesse per protagonista Luciano Lo Giudice. Per dirla tutta, secondo il Capitano dei Carabinieri, detenuto presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, le accuse mosse dai pentiti Consolato Villani prima e da Nino Lo Giudice poi, sarebbero solo e soltanto illazioni; l’ufficiale, avrebbe scritto una lettera esplosiva che coinvolge il Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria, il Capo della Squadra Mobile ed il Capo del ROS. Ma di rimbalzo e carambola anche altri magistrati (Piero Grasso, Alberto Cisterna, Francesco Neri, Francesco Mollace), eventualmente chiamati a pronunziarsi per competenza, come il procuratore capo della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Corrado Lembo. Inutile chiedersi perché, come, quando e dove la lettera sia finita nelle mani di Sky TG 24. Un sogno di mezza estate? No! Sarebbe uno scoop giornalistico piuttosto. Almeno così sembrerebbe. I condizionali sono d’obbligo. Il dubbio è legittimo e diremo anche “perché”. Se ci siamo sbagliati chiediamo scusa fin da ora. Non abbiamo mai detto di avere la verità in tasca. Aiuto! I tropici si sono invertiti. Così Reggio Calabria, si trova ora in provincia di Toumbouctou. I Riggitani, in costume e bikini, fuggono dall’improvviso Camerun e si riversano in massa verso gli scampoli di spiaggia di Bocale, Lazzaro e Pellaro. Pura illusione creata artificialmente da Mandrake. Nettuno, ha eroso pure gli scogli di Leucopetra. A Saline, Tritone s’è ingoiato centinaia di milioni di metri cubi di spiaggia. Anche la “Laura C” con tutto il suo carico di centinaia di tonnellate di tritolo, stipato nel suo ventre. Così, Melito Porto Salvo ricca di storia e leggende, affascinante per le sue bellezze ambientali e paesaggistiche, una delle capitali del Risorgimento Italiano (checché ne possano dire i falsari) sia pure con alcuni decenni di ritardo ha la sua vittoria (di pirro), snobbata, boicottata, sabotata, finalmente viene scoperta. Sebbene Pentidattilo sia il sito più visitato del Mediterraneo. Migliaia di vacanzieri, gitanti, bagnanti, forestieri impazziti per la calura tropicale, rapiti dal “greco mar”, si riversano sul litorale dove passarono Giuseppe Garibaldi e le sue Camicie Rosse. E prima ancora, Cesare Ottaviano Augusto, Cicerone, Publio Valerio, Marco Antonio, Pompeo, Giulio Cesare e tanti altri. C’è spazio vitale anche per Marina di San Lorenzo, Marina di Condofuri, che localmente chiamano “Limmara” e Bova Marina, Palizzi e Brancaleone. Dall’altra parte, Villa San Giovanni, Scilla e Bagnara, dove ci sono le autostrade del turismo. Ma non è la stessa cosa. La Città dei Bronzi di Riace, della Fata Morgana, del Bergamotto (enorme ricchezza botanica, farmaceutica, ecologica ecc. che “stranamente”, non è riuscita a sfruttare) alla disperata ricerca di refrigerio alla calura equatoriale, che fa viaggiare le persone a torso nudo, sebbene sonnolenta, intorpidita ed assonnata, non ha potuto ignorare il frastuono, ma non chiamatelo schiamazzo, fracasso e frastuono, che si sta facendo intorno a tre palazzi della città dell’Università Mediterranea, del Museo della Magna Grecia, del più bel “Chilometro d’Italia”ecc: Il Cedir dove alloggia la Procura della repubblica, la Questura che ospita la Squadra Mobile e la Caserma “Fortunato Caccamo”, che ospita il Comando Provinciale dei Carabinieri.

La notizia bomba la dà Sky. Benchè qualche testata faccia la mosca cocchiera. Reddite quae sunt caesaris caesari et quae sunt dèi deo. Poi s’innesta il tam-tam peninsulare con gli eroi della sesta giornata sulle barricate ed il quinto evangelista a portare la buona novella. Agganciare i personaggi in questi casi è come tenere l’anguilla per la cosa…il cliente da lei chiamato, non è al momento raggiungibile, la pregiamo di provare più tardi. Lasciare un messaggio in segreteria ed aspettare la chiamata? Ề più probabile e facile vendere gelati agli Esquimesi o vendere capotti a Yaoundè. Solo gli allocchi ci credono. La situazione è delicatissima; anche perché, ci sono di mezzo le istituzioni. Sebbene le baruffe chiozzotte, siano un classico della lotta per le investiture. Ed alla fin fine nessuno si scandalizza più di tanto. Certo è, che non si possa fare la frittata senza rompere le uova. Chi entra in questa vexata quaestio, deve avere tatto, delicatezza, savoir-faire e discrezione se non voglia trasformarsi in un elefante dentro un negozio di porcellane. Occhi di lince e vista d’aquila o di falco. A parte le querele e le contro denunzie. Ma non si può fare come la gatta di Masino. Il secondo scoop, lo fa Calabria Ora, che pubblica una, apparentemente “fantomatica lettera” letta, approvata e sottoscritta, in prima pagina e spara:”Pignatone mi voleva usare per far fuori Piero Grasso”. Il direttore Piero Sansonetti, pubblica uno stralcio di lettera in mezzo ai due giudici. Tutto a colori e rimanda alle pagine interne. Alle pagg. 6 e 7, titolini vari: Pignatone tra gl’indagati, ma la Procura smentisce; “Volevano che incastrassi magistrati polizia e servizi; Lo “sceriffo” siciliano; Pietro Mancini:un magistrato serio; Il capitano tirato in ballo dal “Nano”; guerra tra magistrati, un caso enorme, non si può davvero fare finta di nulla, accuse sconvolgenti dal capitano Tracuzzi: si voleva che Grassi arrivasse alle dimissioni; Cisterna Il “reggino “ della Dna. Grasso, una vita in prima linea:dal maxiprocesso alle stragi.

La lettera, autentica o no, dice: “In data 28.06.2011, tarda mattinata, sono venuti presso questo carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (CE), due ufficiali di P.G. (dott. Renato CORTESE, Capo Sq Mobile di RC, e T.col Russo, com.te del ROS di RC) che, a loro dire, erano stati incaricati. dal Procuratore della Repubblica di RC (dott. Giuseppe PIGNATONE), affinché mi venisse rivolta richiesta di collaborazione nei fatti che mi vedono coinvolto, ma con particolare riferimento ai rapporti che Luciano Lo Giudice potesse avere con altri appartenenti alle Istituzioni e segnatamente i Magistrati nonché appartenenti alle FF.OO e ai Servizi. Credo che più che della mia posizione, ove vero quanto da quei signori rappresentatomi, al sig. Procuratore interessi la sua; in particolare credo vogliano ottenere riscontri alle verosimili indagini in corso sui predetti soggetti istituzionali per poterli “incastrare”; è un “gioco sporco” più grande e complesso di me, che potrebbe portare chissà quali “vantaggi” a loro che si occupano della vicenda e conseguenze negative, invece, a me. Non ultimo, ne potrebbe uscire fuori uno scandalo inedito e grande che potrebbe portare – nel breve/medio termine – anche alle possibili dimissioni del Procuratore Nazionale Antimafia, dott. Piero GRASSO, oltre che degli altri Magistrati coinvolti; mentre il dottor Pignatone potrebbe assumere egli stesso questo nuovo incarico e chissà quale altro di prestigio. Io sono solo una piccola pedina che forse potrebbe giovare alla loro causa. I due dirigenti sono venuti a propormi tale collaborazione garantendomi che la magistratura inquirente mi avrebbe certamente concesso dei benefici”. La lettera si chiude con una firma illeggibile.

Sull’autenticità della lettera è lecito avanzare dei dubbi, che potrebbero pure essere infondati, per carità. Un capitano dei Carabinieri, non può incorrere in tutta quella sequela di errori di grammatica, di cui è piena la lettera. Manca la data di partenza e quella di chiusura. La firma è illeggibile. Il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Carlo Macrì, fratello di Vincenzo, attualmente procuratore generale di Ancona, dopo essere stato procuratore nazionale antimafia aggiunto, relativamente alle indagini che portarono all’arresto del capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, disse: “In merito a quanto riferito da alcuni quotidiani, cioé il fatto che alcuni magistrati tenevano le barche presso cantieri di Spanò, e cioé Mollace e Macrì, voglio denunciare la falsità totale di questa circostanza in quanto non ho mai posseduto una barca né tantomeno so chi sia Spanò e dove si trovi il suo cantiere. Inoltre denuncio che la falsità di questo dato, chiunque lo abbia riferito, poteva essere accertata in poche ore con i potenti mezzi di cui dispone la Dda di Reggio Calabria”.

La scena è della cosca mafiosa dei Lo Giudice. I pentiti: Consolato Villani, Maurizio Lo Giudice, Paolo Iannò, (poi anche Roberto Moio), parlano ed il 7 ottobre 2010, Antonino Lo Giudice, 51 anni, inteso ‘U Nanu, capobastone dell’omonimo clan viene arrestato; su provvedimento emesso dal sostituto procuratore aggiunto della DDA Michele Prestipino e dai sostituti procuratori Giuseppe Lombardo, Marco Colamonici e Beatrice Ronchi. Oltre alle ordinanze di custodia del gip, la Procura distrettuale antimafia ha disposto i fermi di Giuseppe Reliquato (40), Bruno Stilo (49) e Fortunato Pennestri’ (36). Reliquato e Stilo sono i cognati del capocosca Nino Lo Giudice, oggi collaboratore di Giustizia, il quali occupano un ruolo importante in seno alla ‘ndrangheta: il primo con il grado di “vangelo” ( carica di pari grado al capo cosca), il secondo con la dote della “santa”. Sono rimasti in dodici: Luciano Lo Giudice, Antonio Cortese, Giuseppe Reliquato, Bruno Stilo, Fortunato Pennestrì, Salvatore Pennestrì, Saverio Spadaro Tracuzzi, Giuseppe Lo Giudice, Antonino Spanò, Giuseppe Cricrì, Enrico Rocco Arillotta, Antonino Arillotta. Per loro il gup Daniela Oliva ha aggiornato il procedimento all’udienza del 22 settembre. In quella data il giudice deciderà se rinviare a giudizio o prosciogliere i dodici imputati. In una conferenza stampa, dentro la Questura, presso la Sala “Nicola Calipàri”, il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, riportava una frase pronunciata dal collaboratore di giustizia Maurizio Lo Giudice, fratello di Antonino, nel 1999 in cui affermava, che la cosca, avesse abbandonato il quartiere santa Caterina di Reggio Calabria per darsi agli affari. Il procuratore Pignatone disse che la notizia in base alla quale i capi della ‘Ndrangheta avrebbero dato ordine di cercare i responsabili degli attentati contro la Procura fosse falsa. Come tutte le cosche mafiose, anche i Lo Giudice, avevano il loro arsenale. La Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria, su provvedimento della DDA reggina, (inchiesta che traeva origine dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani, aveva accertato che Demetrio Giuseppe Gangemi, quale affiliato alla cosca sin dai tempi del boss Giuseppe Lo Giudice ucciso nel 1990, ha contribuito al trasporto di numerose armi, clandestine e da guerra) aveva eseguito un fermo indiziario nei confronti del presunto armiere dalla cosca Lo Giudice: Demetrio Giuseppe Gangemi, alias “Mimmo”, di 42 anni, Secondo l’accusa” si incaricava del trasporto, spostamento e occultamento di armi ed esplosivi della cosca, da impiegare per l’esecuzione di attentati nei confronti di obiettivi individuati dal capo cosca Antonino Lo Giudice e, più in generale, mettendosi a completa disposizione degli interessi della consorteria, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo mafioso”. Numerose armi e munizioni, furono rinvenute dalla polizia in un garage di proprietà del fermato, situato in via Vecchia Cimitero, nella zona alta della città:una mitraglietta semiautomatica calibro 9 parabellum con due caricatori; un revolver calibro 357; una pistola calibro 9 Luger con matricola da guerra; un’altra pistola calibro 22 con matricola abrasa; un tamburo per revolver calibro 9; nove cartucce calibro 9 per 21; 61 calibro 9 parabellum; 49 Luger 9×19, e di 50 calibro 357 magnum. Lo stesso Antonino Lo Giudice, il boss pentito, che era a capo dell’omonima cosca della ‘ndrangheta che accusa il capitano Trecuzzi, arrestato a Livorno, si è autoaccusato di essere stato il mandante degli attentati e delle intimidazioni compiute contro i magistrati della Procura generale e della Dda di Reggio Calabria. la bomba fatta esplodere davanti al portone della Procura generale di Reggio Calabria interpretata come un messaggio intimidatorio contro il procuratore generale, Salvatore Di Landro; i bulloni allentati, al fine di provocare un incidente, dell’auto di servizio di Di Landro; una cartuccia per fucile calibro 12, caricata a pallettoni, sull’automobile del Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, nel parcheggio del centro direzionale; un’altra bomba è stata fatta esplodere davanti il portone dell’abitazione del procuratore generale Di Landro; un bazooka nei pressi della sede della Dda. Lo Giudice disse pure, che esecutore degli attentati sarebbe stato uno degli esponenti di punta della sua cosca: Antonio Cortese. Lo Stato reagì e mandò in Calabria, a Reggio, nuovamente l’Esercito. Quattro gli obiettivi sensibili sui quali l’Esercito comincerà da lunedì il servizio di vigilanza continuativa per prevenire nuove intimidazioni da parte della ‘ndrangheta. È quanto è stato deciso nel corso della riunione a Reggio Calabria del Comitato provinciale per l’ordine pubblico convocato dal prefetto, Luigi Varratta. I presidi attuati dai militari della Brigata Aosta, provenienti dalla Sicilia, saranno la Procura della Repubblica, la Procura generale della Repubblica, la Corte d’appello e l’abitazione del Procuratore generale, Salvatore Di Landro, contro la quale, il 26 agosto 2010, è stata fatta esplodere una bomba.

Antonino Moio, presunto affiliato alla cosca Tegano (è il nipote di Giovanni Tegano, il boss arrestato nell’aprile di quest’anno) del rione Archi. Ad accusare lo stesso Antonino Lo Giudice, sono il fratello Maurizio e Paolo Iannò, uno dei pentiti storici della ‘ndrangheta. Antonino, era subentrato ai vertici della cosca dopo l’arresto del fratello Massimo. Prima di lui, il passo verso lo Stato lo aveva fatto il fratello minore Maurizio, nel 1999, dopo una pesante condanna per l’omicidio di un noto ristoratore reggino, Giuseppe Giardino: Antonino, Massimo, Pietro, Maurizio, sono figli del defunto boss del quartiere di Santa Caterina di Reggio Calabria. Ricorda “Giornale di Calabria”, che:” I quattro ragazzi si forgiano durante l’infuriare della guerra di mafia degli anni ‘80, dopo l’assassinio del boss Paolo De Stefano, il 13 ottobre 1985 ad opera dei sicari al soldo del “supremo”, Pasquale Condello, in atto detenuto all’ergastolo. In quegli anni, i Lo Giudice innescano una violenta faida con la famiglia Rosmini, anch’essa schierata con Pasquale Condello, a causa dell’uccisione di Ernesto Rosmini, avvenuta nel 1986. Una lotta virulenta, che provoca una decina di omicidi, fino a che, qualcuno “soffia” all’orecchio dei due gruppi in guerra che Ernesto Rosmini sarebbe caduto per una “tragedia” del boss defunto Domenico Libri, alleato storico dei De Stefano. Lo Giudice e Rosmini, sotto l’alta garanzia di Condello, diventano così alleati e tali rimarranno, fino a tutt’oggi. Nel 1986, ad Aprilia, dove si era temporaneamente spostato per sfuggire ai killer, cade in una imboscata il capo famiglia Giuseppe Lo Giudice. Nell’Agro Pontino, Giuseppe Lo Giudice viaggiava assieme al fedelissimo Massimo Baccillieri, che miracolosamente scampa alla morte. Il boss reggino, secondo quanto emerso da alcune indagini che non portarono mai all’individuazione del commando omicida, voleva impiantare una “cellula” nell’area di Fondi, esperto com’era nel commercio di frutta e verdura, ma il tentativo di allargarsi gli fu immediatamente impedito. Dopo la “pace” di ndrangheta, a metà degli anni ‘90 e con l’operazione “Olimpia”, emergono i nuovi assetti di comando nelle ‘ndrine di Reggio Calabria. I figli di “Peppe” Lo Giudice si interesseranno solo di usura e commercio di frutta e verdura e restano fuori dagli appalti pubblici e privati”.

I magistrati:Alberto Cisterna, Franco Neri e Francesco Mollace il 20 gennaio 2009 in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Dda (“Avrebbe avuto un ruolo di direzione dell’associazione con compiti di decisione, pianificazione ed individuazione delle azioni delittuose da compiere come estorsioni, usura, omicidi e sequestri di persona”), veniva arrestato dalla Squadra Mobile diretta dal dottor Renato Cortese, a Reggio Calabria, il presunto capobastone della ‘ndrangheta, Luciano Lo Giudice, 35 anni, indicato come il capo dell’omonima cosca, alleata con quella dei Condello. Lo Giudice era accusato di intestazione fittizia di beni in quanto, secondo quanto è emerso dalle indagini, avrebbe intestato a prestanome una cospicua parte del suo patrimonio immobiliare, presunto provento di attività criminali, allo scopo di evitarne il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. La difesa di Alberto Cisterna, viceprocuratore nazionale è affidata ad un flash dell’agenzia Ansa:”Apprendo e non mi sorprende, che in circuiti mafiosi è circolata una voce, anche imprecisa, su un ruolo svolto dal mio ufficio e quindi da me al fine di pervenire alla cattura del famigerato Pasquale Condello. Sono convinto che a tali voci debbano ricondursi i fastidi finora subiti per questa vicenda. Si accontenti, per il momento, la pubblica opinione di ciò che è stato disvelato sul punto sia pure in termini erronei . Doveri istituzionali che prescindono interamente dalla mia persona e dalla mia disponibilità mi hanno imposto e mi impongono l´assoluto silenzio sul punto per come imposto dalle norme di legge. Ho più volte detto, che si tratta di una questione delicata che non può essere trattata in modo spregiudicato e avventuristico poiché coinvolge la vita di colleghi e di altre persone e vede in discussione interessi superiori della Repubblica. Tutto ciò che è stato detto é frutto di una fantasia probabilmente indotta e malcostruita che è smentita da ciò che è già stato accertato. Non vorrei che ci siano in discussione questioni sulla chiara inaffidabilità di Antonino Lo Giudice su molti punti di questa vicenda, rilevata anche dal provvedimento giudiziario che lo riguarda, nella ricostruzione della vicenda di Catanzaro, stigmatizzata anche dal gip di Catanzaro. E credo di poter dire che abbia altre motivazioni che risalgano ad altri contesti. L´unica cosa che so è che ho fatto una segnalazione ed è stata salvata la vita di un giovane. Chissà quali ricordi sovrapposti, confusi o indotti ha sull´argomento. Luciano Lo Giudice mi disse di questo ragazzo gravemente malato ed essendo un collaboratore sotto protezione segnalai la cosa ai magistrati che se ne occupavano e quel ragazzo, che arrivò a pesare 45 chili, venne salvato grazie all´intervento del collega Macrì. Per il resto non so e non ho mai saputo se sia detenuto o se sia stato liberato perché non me ne sono mai interessato. Posso dire che apprezzai il gesto di Luciano Lo Giudice perché, malgrado un certo clima sociale in cui sappiamo tutti cosa vuol dire essere parenti di un collaboratore, ebbe attenzione per un fratello. Tutto ciò l´ho riferito al procuratore nazionale ed alla Dda di Reggio ed è già agli atti del procedimento”. In merito poi ai contatti avuti con Luciano Lo Giudice. Escludo “categoricamente” che questi 70 contatti possano essere, complessivamente, più di 7 o 8 minuti in due anni e mezzo e sono in gran parte da ricollegare al ricoverato del figlio di Luciano Lo Giudice, un bambino di tre anni autistico. Mi chiese se poteva essere in qualche modo curato in un ospedale specializzato. E risulta chiaramente agli atti”. Nei verbali degli interrogatori resi ai magistrati della Dda Antonino Lo Giudice afferma, che il padre, Giuseppe, era rimasto estraneo al mondo delle cosche e di esserne stato il primo a farne parte perché introdotto da “don” Ciccio Canale, storico padrino degli Anni Settanta. Era il 14 giugno 1990 quando a Roma, dove dimorava in regime di soggiorno obbligato, venne ucciso il capobastone della ‘ndrangheta, Giuseppe Lo Giudice, padre del pentito. Un omicidio apparso inspiegabile. E il tempo non ha cambiato la situazione. A distanza di 21 anni, confessa il pentito, nessuno è riuscito a spiegarsi perché suo padre venne ucciso, a dare un nome e un volto a mandanti ed esecutori materiali. I Lo Giudice, come tantissime altre cosche della ‘ndrangheta, avevano interessi anche a Milano attraverso interposte “teste di legno” e prestanomi vari. Ma la DDA di Reggio Calabria è riuscita a disvelarli ed a sequestrare beni mobili ed immobili per un valore di svariati milioni di euri.

I giornali, hanno evocato la stagione dei corvi o dei veleni a Palazzo di Giustizia. Il 17 giugno 2011, un’altra “bomba”, tanto per cambiare scuote la città dello Stretto: il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Cisterna è indagato dalla Procura di Reggio Calabria per corruzione in atti giudiziari. La conferma viene dal procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che non ha voluto aggiungere altro:” L’iscrizione di Cisterna nel registro degli indagati è un atto dovuto dopo le dichiarazioni del boss pentito Antonino Lo Giudice che si è autoaccusato degli attentati compiuti nel 2010 a Reggio Calabria”. L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria sul procuratore aggiunto della Dna, Alberto Cisterna è sbarcata addirittura su face book. Francesco Mollace, sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, per anni alla Dda reggina, indignato e sdegnato, aveva chiesto che ”il manovratore del collaboratore di giustizia venisse stanato. Il tempo si è incaricato di mandare in frantumi le calunnie sapientemente veicolate in questi giorni dalla ‘cabina di regia’ che manovra e dirige Lo Giudice Antonino”. Intanto la macchina della Giustizia compie il suo corso. Il 4 agosto 2011 davanti al gup Daniela Oliva, si è concluso il procedimento contro il clan Lo Giudice. Sul tappeto, le richieste di patteggiamento, formulate nell’interesse di Florinda Giordano, Pasquale Cortese, Paolo Gatto, Vincenza Mogavero (difesi dagli avvocati Antonio Tarsitani Giuseppe Nardo, Francesco Mandalari, Mirna Raschi e Corrado Politi) . C’è la richiesta di patteggiamento della pena, da parte di Antonino Giordano (avvocato Francesco Calabrese). I cinque imputati, hanno scelto di definire la loro posizione con il parere favorevole del pubblico ministero Beatrice Ronchi, patteggiando la condanna a due anni di reclusione ciascuno con la sospensione della pena. Inoltre, ci sono state ulteriori richieste di rito abbreviato da parte di Paolo Sesto Cortese (avvocato Giuseppe Nardo) ) e Demetrio Gangemi (avvocati Giulia Dieni e Biagio Di Vece, che vanno ad aggiungersi a quelle formulate il giorno precedente nell’interesse di Giuseppe Perricone (avvocati Ida Arcadu e Fabio Tuscano), Consolato Romolo (avvocati Nico D’Ascola ed Emanuele Genovese), Madalina Turcanu (avvocato Francesco Mandalari), e dei pentiti Consolato Villani (avvocato Anna Guarino) ed Antonino Lo Giudice (avvocato Maria Concetta Catanzaro). Per i sette, che hanno optato per il rito alternativo, che in caso di condanna assicura lo sconto di un terzo della pena, il giudice ha disposto lo stralcio delle posizioni e ha rinviato il processo all’udienza dell’11 ottobre. Daniela Oliva, ha disposto la sospensione della pena, il pubblico ministero, Beatrice Ronchi, ha espresso parere favorevole e Pasquale Cortese, fratello di Antonio, ritenuto l’autore degli attentati contro la Procura Generale di Reggio Calabria e le minacce al Procuratore Giuseppe Pignatone; Antonio Giordano, Paolo Gatto, Vincenza Mogavero e Florinda Giordano, quest’ultima moglie di Luciano Lo Giudice, sono stati scarcerati. Domenico Salvatore

Corruzione in atti giudiziari. Indagato Cisterna, vice di Grasso.

Come riporta Antimafiaduemila - 17 giugno 2011.
La notizia è stata confermata dal Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone: Alberto Cisterna, uno dei vice di Piero Grasso alla Procura nazionale antimafia, è indagato per il reato di corruzione in atti giudiziari.
L’iscrizione di Cisterna nasce dalle dichiarazioni di Antonino Lo Giudice, il pentito della ‘Ndrangheta che si è autoaccusato degli attentati compiuti a Reggio nel 2010, oltre che dell’intimidazione allo stesso Pignatone e per il quale gli inquirenti hanno già chiesto al Viminale l’inserimento nello speciale programma di protezione.
E’ lui, come riportato questa mattina dal Corriere della Sera, che ai magistrati avrebbe raccontato di un intervento compiuto da Cisterna in favore del boss Maurizio Lo Giudice, fratello di Antonino, in cambio di denaro. Un racconto che rientra nella ricostruzione della rete di contatti istituzionali intessuti negli anni dalla cosca e in particolare dal fratello Luciano. Descritto dagli inquirenti come “il volto imprenditoriale” della ‘ndrina, “con capacità ed esperienza nella gestione del patrimonio illecito della consorteria”.
“Per quanto riguarda la scarcerazione di Maurizio che si trovava in un carcere per collaboratori di giustizia a Paliano – sarebbero le parole di Nino Lo Giudice - perché era andato definitivo, mi sembra Luciano ne parlò con Alberto Cisterna. Che poi, dopo che ha avuto buon esito, Luciano mi disse che gli aveva fatto un regalo, e mi fece intendere soldi, molti soldi”.
Per la scarcerazione il boss avrebbe dunque pagato al magistrato “una grossa somma” e l'iscrizione di Cisterna nel registro degli indagati è diventata un atto dovuto, al fine di procedere ai necessari accertamenti.
Che riguarderanno anche un'altra dichiarazione di Lo Giudice che tira in ballo Cisterna anche per una vicenda legata all'arresto del superboss Pasquale Condello. Il pentito ha sostenuto infatti di aver collaborato a suo modo all'arresto di Condello “Il Supremo”, nel 2008, sostenendo che in quella vicenda “è stato interpellato personalmente il dottore Cisterna per volere mio e per motivo che sono riservato al procuratore”. Dichiarazione già riportata da alcuni quotidiani locali – che hanno parlato di decine di contatti telefonici, confermati, tra il boss e il magistrato - e alla quale il vice di Grasso ha risposto sostenendo di essere “in grado di dettagliare ogni più macroscopico fatto e di ricondurlo all'assoluta fedeltà alle leggi”. In quanto alle telefonate, ha precisato, “sono in gran parte da ricollegare al ricovero del figlio di Luciano Lo Giudice, un bambino di tre anni autistico, mi chiese se poteva essere curato in un ospedale specializzato”.
Il nome di Cisterna, Lo Giudice lo aveva già riportato, qualche tempo fa, in un memoriale depositato al Tribunale della libertà di Catanzaro. Insieme a quelli di altri due magistrati: il sostituto procuratore generale di Reggio Francesco Mollace e l'ex sostituto procuratore generale Francesco Neri, trasferito cautelativamente a Roma, dove è consigliere di Corte d'Appello.
“Questi signori procuratori”, aveva scritto l'ex boss, “e Luciano Lo Giudice e Antonino Spanò (titolare di un rimessaggio di barche di Reggio ndr.) sono stati legati per anni, l'uno all'altro, per motivi illeciti e convenienze”.
Oggi, dopo la notizia dell'iscrizione di Cisterna nel registro degli indagati, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato di avere “piena fiducia negli accertamenti dovuti da parte della procura di Reggio Calabria”. Ma non ha mancato di sottolineare, amaramente che “anche in questo caso, come del resto in ogni altra vicenda processuale, si imporrebbe una riservatezza a tutela del buon andamento delle indagini e della reputazione delle persone”.

Un’esclusiva di Calabria Ora del 28 aprile 2011: «Costretta a pentirmi». L'avvocato: «La Pesce ha detto ciò che i pm volevano dicesse».

La lettera pubblicata:

“Gentile signor giudice, con questa mia lettera voglio ritirare tutte le accuse che ho fatto nelle mie dichiarazioni precedenti. Mi sono decisa a fare questo non per paura ma per coscienza, perché ho detto cose che non rispondono alla realtà. Ho fatto quelle dichiarazioni in una grave situazione di mia malattia, soffrendo tantissimo per l’allontanamento dei miei bambini. I dottori che sono venuti a visitarmi quando ero detenuta hanno potuto vedere lo stato di malattia e di grave abbattimento che avevo in carcere, dove per disperazione ho messo a rischio la mia vita. Quando il giudice ordinò il mio avvicinamento a Reggio dal carcere di Lecce, speravo di poter vedere finalmente i miei bambini, che sono tre, un bambino con seri problemi di salute. Ma fu speranza per poco perché da Lecce mi mandarono a Milano, a quel momento ho capito che per me era la fine se non facevo quelle dichiarazioni che si aspettavano da me. Al giudice della causa spiegherò come nascevano le mie risposte alle domande che già avevano dentro le accuse e che senza pietà riguardavano i miei stretti familiari e che avevano tutte una condizione chiaramente detta: più accusi più sei creduta ma più accusi la tua famiglia ancora di più sei creduta. Ero talmente abbattuta che ho accusato i miei più stretti familiari di cose non vere. La paura e la malattia mi hanno fatto fare quelle dichiarazioni che mi hanno messo nell’anima una sensazione di vergogna. Mi sento come se mi hanno spogliata davanti a tutti senza riguardo per la mia dignità e per i miei affetti. Mi sento come se mi hanno usata. Oggi che mi sento meglio trovo il coraggio di ritirare quelle accuse, anche se si riaffaccia la paura di prima per un processo mostruoso che so che mi aspetta. A tutti, anche a quelli che ho fatto del male ingiustamente chiedo un poco di comprensione e di rispetto se possibile per il dramma che sto vivendo.”

In fede, Giuseppina Pesce

Il 2 aprile 2011 Giuseppina Pesce, una delle principali pentite della 'ndrangheta (che con le sue dichiarazioni ha messo a soqquadro le cosche del Rosarnese) ha scritto una lettera al tribunale di Reggio nella quale lancia accuse gravissime. Dice di essere stata costretta a pentirsi, e di avere detto ai magistrati le cose che volevano che lei dicesse.

In che modo? L'avvocato della signora Pesce, Giuseppe Madia, dice che i giudici hanno ignorato una perizia medica – condotta da un professionista nominato dal gip – la quale consigliava la scarcerazione o comunque l'avvicinamento a casa dell'imputata;  e hanno fatto capire alla signora Pesce che avrebbe potuto rivedere i suoi bambini solo se avesse rilasciato determinate dichiarazioni accusando i parenti. Dopo la perizia, Giuseppina Pesce anziché essere avvicinata a Rosarno è stata spedita a Milano. Pare che abbia tentato di suicidarsi. Poi in ottobre ha ceduto ai magistrati e ha deciso di parlare; subito dopo, ai primi di novembre, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Siamo in possesso della lettera della Pesce ai giudici, con la quale annuncia la ritrattazione di tutte le sue dichiarazioni.

L'avvocato:

«Sa quante volte ho parlato con la mia assistita? Una sola volta, e per di più in una caserma dei carabinieri. Poi, più nulla. Si figuri che adesso non so neanche dove si trovi». L’assistita dell’avvocato Giuseppe Madia ha un nome ingombrante, un nome che fa paura. Il nome dell’assistita dell’avvocato Madia è Giuseppina Pesce. Proprio lei: la più importante pentita di ’ndrangheta. La figlia del boss Salvatore Pesce, la donna che ha tirato in ballo e fatto arrestare sua madre e sua sorella e che con le sue rivelazioni ha fatto tremare uno del clan più potenti della Piana. «Ma quali rivelazioni - sbotta l’avvocato Madia - legga, legga pure», dice sventolando il faldone dell’interrogatorio. Insomma, la tesi dell’avvocato Madia è chiara e semplice: le denunce di Giuseppina Pesce sarebbero inconsistenti e per di più “estorte” sotto la “minaccia” velata di non farle più rivedere i propri figli. E la prova sarebbe una lettera che l’avvocato tiene in bella mostra sulla sua scrivania. Una lettera firmata da Giuseppina Pesce, una lettera di smentita e ritrattazione. Ma prima di consegnarla l’avvocato vuol raccontare di sé, della sua storia...
E’ una famiglia di avvocati quella dei Madia, di grandi avvocati. Il capostipite è niente meno che Titta Madia, senatore della Repubblica e principe del foro. E anche lui, Giuseppe Madia, figlio del fratello di Titta, ha un curriculum niente male. «Si figuri se mi faccio impressionare: io ho difeso Renè Vallanzasca, solo per dirne uno. Guardi, guardi qui», dice mostrando la foto del bel Renè fasciato da un impeccabile tait grigio, che sfoggia un sorriso da canaglia con tanto di sigaretta stretta tra le labbra. «Era il giorno del suo matrimonio - racconta l’avvocato -  fu celebrato in carcere e tra gli ospiti c’erano anche questi qui», racconta sornione indicando tre tizi. «Sa chi sono? Sono Frank Turatello e i due marsigliesi Berenguer e Bergamelli». Ma negli anni ’80 la passione dell’avvocato per i criminali belli e maledetti alla Vallanzasca ha lasciato il posto alla terribile vicenda di Alfredino Rampi. Il ragazzino caduto in un pozzo nella periferia romana e morto dopo giorni di angoscia e di agonia. Il Paese quei giorni lì si fermò davanti alla tivvù. Fu il primo grande evento mediatico. Alfredino morì. E nella memoria di milioni di italiani rimase l’immagine degli occhi di sua mamma, la signora Franca. Erano gli occhi disperati di un donna esausta. Esausta ma infaticabile. «Eccola - dice l’avvocato tirando fuori l’ennesima foto dal suo sterminato archivio - Eccola qui la signora Franca. Io ero il suo avvocato, l’avvocato di parte civile. Potevamo vincerlo quel processo lì», dice con un filo di commozione. «Eravamo riusciti a dimostrare che il primo intervento dei vigili fu sbagliato e fatale. Ma alla fine perdemmo. Purtroppo perdemmo».
Ne è passato di tempo dai celebri processi a Vallanzasca e dalla tragedia del piccola Alfredino. Ma evidentemente l’avvocato Madia ha ancora tante energie da spendere. Sarà per questo che ha deciso di occuparsi di una causa impopolare come quella di Giuseppina Pesce. «Legga questa perizia medica, legga cosa dice della signora Pesce», dice Madia allungando un fascicolo firmato dal dottor Nicola Pangallo, medico chirurgo e specialista in Psichiatria, e regolarmente depositato in Cancelleria. «Anzi, dia qui, glielo leggo io. Senta, senta che dice il dottore nominato dal gip: “la perizianda si trova in condizioni di salute particolarmente gravi da non consentire la prosecuzione della custodia cautelare in carcere. E ancora: “L’agente di servizio riferisce che la detenuta aveva tentato il suicidio per impiccagione”. E perché voleva ammazzarsi? Perché qualcuno l’aveva convinta che se non parlava non avrebbe più rivisto i propri figli. “La paziente è completamente assorta dalla sua realtà attuale e polarizza l’attenzione sulla speranza di abbandonare il regime detentivo per poter incontrare i propri figli: mia figlia mi ha chiesto, “ma sei tu la mamma?, ho paura che non mi riconosca più”. Ed ecco la raccomandazione del medico: le terapie di cui la perizianda necessita devono essere effettuate in una struttura penitenziaria in grado di offrire continua assistenza specialistica, preferibilmente non troppo lontana dai figli e al fine di consentire  un più frequente contatto familiare”». «Ecco - riprende l’avvocato - sa dov’è il posto più vicino a Reggio secondo la Procura? E’ Milano, naturalmente. Si rende conto? Pochi giorni dopo questa perizia in cui si auspicava un riavvicinamento con i figli che vivevano a Rosarno, Giuseppina Pesce è stata trasferita a Milano, a più di mille chilometri di distanza dai figli». A quel punto la donna è crollata ed ha deciso di collaborare. E in effetti il 14 ottobre del 2010 i pm Di Palma e Cerretti interrogano una Giuseppina Pesce decisamente più disponibile. Ma anche i pm sono più disponibili se consideriamo che un mese più tardi, il 4 novembre 2010 il Gup del tribunale di Reggio, “visto il parere favorevole del pm”, concede gli arresti domiciliari. «E’ evidente - racconta l’avvocato Madia - che la signora Pesce non ha detto la verità, ha solo detto quel che i magistrati volevano che dicesse,  per questo - racconta allungando finalmente la lettera della figlia del boss - ha scritto queste cose...».


MAGISTROPOLI

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-05864

presentata da ANGELA NAPOLI giovedì 27 marzo 2003 nella seduta n.288

ANGELA NAPOLI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:

fin dal 27 marzo 2000, con atto ispettivo n. 4-29179 l'interrogante ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti;

infatti, il tribunale di Messina è sede di inchiesta su alcuni magistrati catanesi; il tribunale di Reggio Calabria è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e catanesi; il tribunale di Catania è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e reggini;

all'interrogante appariva, ad esempio, già allora inquietante la circostanza che uno degli inquirenti catanesi, titolare delle indagini sui colleghi messinesi e reggini, fosse egli stesso indagato a Messina;

durante i lavori svolti dalla Commissione nazionale antimafia nella XIII Legislatura era già emerso il "caso Catania", con il coinvolgimento di magistrati della procura della Repubblica di Catania per i quali era stata aperta una fase di indagine da parte della procura della Repubblica di Messina;

la fine della XIII Legislatura ha impedito alla precedente Commissione nazionale antimafia di fare piena luce sulle dichiarazioni rese alla stessa da Giambattista Scidà, ex Presidente del tribunale dei minori di Catania e dal dottor Nicolò Marino relative ad ipotetiche collusioni tra alcuni magistrati catanesi con uomini politici ed uomini della criminalità organizzata;

il Presidente Scidà aveva, infatti, denunziato che "la procura di Catania avrebbe assunto una posizione di vero dominio, incamerando notizie di reato senza approfondirle" ed in particolare ha sottolineato il fatto che il processo sull'ospedale "Garibaldi", "sarebbe stato bloccato per mesi dal dottor Carlo Busacca, Procuratore capo presso il tribunale di Catania, allo scopo di non sottoporre ad indagini Ignazio Sciortino, cognato del sostituto procuratore Carlo Caponcello";

il dottor Nicolò Marino divenne, invece, vittima del "caso Catania", in quanto, da titolare dell'inchiesta sull'ospedale "Garibaldi", ha attenzionato la relativa Commissione anomalie incaricata di valutare le offerte per la gara, che avrebbe escluso irregolarmente la ditta Costanzo per aggiudicare l'appalto alla cooperativa rossa di Giulio Romagnoli;

della Commissione faceva parte anche Sciortino e mentre gli altri componenti furono arrestati, questo fu invece lasciato libero;

peraltro nel comune di San Giovanni La Punta Giuseppe Gennaro, procuratore aggiunto di Catania ha comprato una villa che, secondo un'informativa della polizia, gli sarebbe stata ceduta da un costruttore legato al clan Laudani;

così oggi a Messina sono in corso indagini sul Capo della procura di Catania Mario Busacca, sul procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e sul PM Carlo Caponcello, e contemporaneamente a Catania si celebrano processi a carico dell'ex sostituto procuratore della DNA, Giovanni Lembo e dell'ex Capo del GIP Marcello Mondello (vedi notizie stampa giugno-luglio 2002);

della procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi è stata quindi interessata la procura della Repubblica di Messina che ha elevato imputazioni nei confronti del dottor Busacca, per le quali è stata successivamente richiesta l'archiviazione;

proseguono, invece, le indagini che riguardano il dottor Giuseppe Gennaro;

le reciprocità delle due procure di Catania e Messina sono state evidenziate anche dal fallimento "Ceruso C. e F. srl" in cui è stato coinvolto l'imprenditore Angelo Scammacca di Catania che aveva denunziato il magistrato della città Francesco D'Alessandro;

nell'esposto dello Scammacca è stato denunciato che il fallimento sarebbe stato trattato in modo illecito per favorire alcuni personaggi collusi con la mafia;

il giudice D'Alessandro, all'interno dello stesso fallimento, ha svolto le funzioni di giudice delegato, giudice istruttore e consigliere estensore della sentenza in appello;

il giudice D'Alessandro presiede il processo Lembo-Sparacio;

un procedimento nei confronti del giudice D'Alessandro, dopo essere transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria confluirà, per competenza, a Catania;

l'assemblea della camera penale di Catania ha chiesto, inoltre, un'ispezione alla procura della Repubblica in merito alla gestione del collaboratore di giustizia Angelo Mascali, il quale durante la sua collaborazione avrebbe continuato a controllare il racket delle estorsioni e dell'usura con alcuni familiari legati alla cosca Santapaola -:

se non intenda dover avviare urgentemente adeguate visite ispettive presso le procure di Catania, Messina e Reggio Calabria, così come già richiesto dall'interrogante con l'atto ispettivo n. 4-29179;

se non ritenga, altresì, di dover fornire all'interrogante ed alla Commissione nazionale antimafia le risultanze di precedenti visite ispettive effettuate presso le tre procure in questione;

se non ritenga, ancora, di voler salvaguardare l'autonomia e l'immagine della magistratura richiedendo gli opportuni interventi nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali situazioni a discapito della vera giustizia.(4-05864)


ISTITUZIONI CORROTTE

 “Urbanistica”. “Le Mani sulla Città”. Di Francesco Chindemi su Reggio Tv del 25 maggio 2011

Cittadini vittime, ma in alcuni casi anche consapevoli, del sistema di potere messo in atto da alcuni funzionari del settore Urbanistica del Comune di Reggio Calabria. È quanto emerge dall’operazione, ribattezzata non a caso “Urbanistica”, con cui la squadra mobile ha tratto in arresto 8 persone (tra funzionari, impiegati comunali e liberi professionisti), accusati a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione d’atti d’ufficio, abuso d’ufficio, concussione e falso.

Un’indagine complessa e articolata, quella coordinata dal Procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza e dal sostituto Kate Tassone che – come gli stessi inquirenti hanno sottolineato – «ha consentito di svelare uno sconcertante spaccato di illegalità diffusa in cui gli indagati avrebbero inteso l’amministrazione della cosa pubblica come avida occasione di guadagni illeciti». Tre le persone finite in carcere: Giuseppe Melchini, attualmente funzionario presso l’Ufficio Programmazione dell’Assessorato ai Lavori Pubblici del Comune di Reggio Calabria, Pasquale D’Ascoli, Istruttore Tecnico presso il Settore Edilizia Privata dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Reggio Calabria, e Giuseppe Chirico, impiegato addetto all’Ufficio Edilizia Scolastica presso l’Ufficio Patrimonio Edilizio del Comune di Reggio Calabria.

Organizzatore del sodalizio sarebbe stato, in particolare, Melchini, durante il periodo oggetto delle indagini, Funzionario Responsabile dell’Ufficio Urbanistica, con riferimento al settore Edilizia Privata. Periodo durante il quale, il 54enne dipendente del Capoluogo reggino si sarebbe avvalso della propria posizione per assicurare l’esito favorevole di un numero indeterminato di progetti presentati in violazione della normativa urbanistica, ma avrebbe anche assicurato un iter agevolato a quelli presentati da tecnici e professionisti a lui collegati, compiendo una serie di abusi in atto d’ufficio, omettendo di rilevare falsità operate nella presentazione dei progetti, in tal modo assicurandosi nel tempo compensi e profitti non dovuti. Una struttura affaristica a capo della quale Melchini avrebbe continuato ad operare anche dopo il trasferimento ad altro incarico avvenuto il primo settembre 2009.

Le altre persone coinvolte nell’inchiesta, a quanto pare destinata ad avere un seguito, sono Giovanni Tornatola, 40 anni, dipendente comunale; Antonio Demetrio Artuso, 38 anni, architetto; Carmelo Maria Lo Ré, architetto, 39 anni e Francesco D’Elia, 35 anni, titolare di un’agenzia finanziaria, la "Financial group" con sede a Reggio Calabria. Per loro il gip ha disposto gli arresti domiciliari, per una sesta persona, Marco Condò, 32 anni, collaboratore dello studio Lo Re, è stata disposta invece la misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività professionale.

Un sistema ben collaudato, dunque, quello disvelato grazie all’intensa attività investigativa svolta dagli uomini della V sezione "Reati contro il patrimonio" della Squadra Mobile di Reggio Calabria, diretti dal vice questore aggiunto Francesco Giordano che hanno raccolto elementi di prova attraverso le tradizionali metodologie di appostamento e osservazione, ma soprattutto grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali, fondamentali al buon esito delle indagini. Indagini da cui emergono molteplici episodi che si incrociano con il lavoro teso ad accertare presunte irregolarità interne all’Ufficio Urbanistica del Comune di Reggio Calabria, svolto dall’apposita Commissione Comunale d’Inchiesta insediatasi a ridosso del 2009. Fra i risultati più significativi di quella indagine tutta interna a Palazzo San Giorgio, fu il trasferimento ad altro incarico di diversi tecnici e funzionari, il più importante dei quali fu proprio quello dell’Architetto Melchini, come già detto, avvenuto l’1 settembre di due anni fa.

Le intercettazioni, in particolare, quelle ambientali nello studio LO RE, hanno fatto emergere svariati aspetti di questo sistema illecito confermando, scrivono i magistrati «la posizione apicale e centrale del MELCHINI che si pone quale riferimento indispensabile per gruppi di professionisti e loro partner tecnici interni all’ufficio (DASCOLI, LO RE,CALI’), spesso anche in competizione tra loro, ma accomunati dalla sistematica possibilità di godere mano libera nella gestione agevolata, illecita, se necessario, delle pratiche che interessano i loro clienti».

Altra figura centrale all’interno dell’organizzazione, come emerge dall’inchiesta, è quella di Giuseppe Chirico. Il geometra, continuano gli inquirenti, «grazie ai rapporti col MELCHINI, ha potuto lavorare indisturbato all’ufficio urbanistica persino dopo che a seguito della vicenda penale di cui si dirà viene trasferito ad altro settore». Inquirenti che non escludono che altri liberi professionisti fossero a conoscenza di questo "assetto" di potere, fatto di illegalità diffusa, esistente negli uffici tecnici del Comune di Reggio Calabria.