I PESCARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

 


MALAGIUSTIZIA

Da “Il Giornale”: Sindaco contro agente: "Stavo con sua moglie e mi ha fatto arrestare" Il caso Pescara. Il primo cittadino di Montesilvano: "In cella per ritorsione del capo della Mobile. E il procuratore lo lasciò indagare".

Rivelando i boccacceschi retroscena di una guerra di corna e di manette combattuta giudiziariamente (e poi al Csm) in provincia di Pescara, il 22 febbraio sollevammo, increduli, due interrogativi. Il primo: se il marito della vostra amante fosse un poliziotto impegnato a indagare su di voi, a mettervi sotto controllo i telefoni, riuscendo infine pure ad arrestarvi, dormireste sonni tranquilli o nutrireste perplessità sulla genuinità nelle indagini? Il secondo: stando così le cose protestereste con chi, a livello di Procura, coordina questi accertamenti senza porsi il benché minimo problema di una incompatibilità resa evidente dalle trascrizioni delle intercettazioni? Dieci mesi dopo, quegli interrogativi sono deflagrati al processo pescarese di Enzo Cantagallo, sindaco Pd di Montesilvano, finito in manette per corruzione nell’inchiesta Ciclone nel 2006 grazie alle indagini portate avanti dall’allora capo della Squadra mobile, la cui moglie, per l’appunto, era l’amante dell’imputato-sindaco (stando a quel che rivela quest’ultimo in aula). Un antipasto dello tzunami in arrivo si era avuto con la tempesta abbattutasi già sul Csm. L’ex procuratore capo Nicola Trifuoggi, celebre per il fuorionda con Fini contro Berlusconi, disse al sindaco di non preoccuparsi di ciò che oggi sembra invece preoccupare il presidente del collegio chiamato anche a fare luce sulla regolarità dell’indagine portata avanti dal poliziotto e dal pm Gennaro Varone. Dopo aver sentito un funzionario della questura testimoniare sulle «false voci» di una «presunta» relazione tra il sindaco e la moglie del suo ex capo, l’avvocato di Cantagallo è sbottato. E di lì a poco anche il primo cittadino ha deciso di rivelare ciò che per decenza si era ripromesso di tacere. A cominciare dalle pressioni ricevute dal capo della Mobile (e successivamente da altri poliziotti) per promuovere la moglie al vertice dei vigili urbani. Tant’è. Alla fine, «trovandomi accerchiato, seppur a malincuore», Cantagallo fece quella nomina. Di lì a poco, racconta il primo cittadino, con la donna nacque una frequentazione intensa e poi una «relazione corredata da forti sentimenti». I luoghi dei loro appuntamenti erano vari, e «furono oggetto di successive perquisizioni ad opera della Mobile». Così come i «regali costosi e importanti che ricevetti da lei», poi sequestrati dalla Mobile con l’ipotesi che fossero oggetto di corruzione. Secondo il sindaco, le voci della liaison iniziarono a girare, più lettere anonime finirono in questura, nel corso di un interrogatorio un’indagata spiattellò in faccia al capo della Mobile la cruda verità. Cantagallo dice d’aver temuto ritorsioni perché «avevo saputo che mi voleva morto». Insomma, il sindaco decise di sottoporre il caso alle cosiddette «autorità». Il prefetto «mi disse che se le cose stavano così» il poliziotto «non avrebbe dovuto prendere nemmeno un caffè a Montesilvano». Il procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi «mi rassicurò dicendomi che avrebbe fatto le sue indagini» ma «al contrario non verificò mai l’esistenza di questo rapporto e al contrario ha più volte dichiarato che il mio era un tentativo di insabbiamento». Un mese dopo il politico finisce dritto in cella avendo precedentemente saputo «che il capo della Mobile aveva inoltrato ben otto richieste di arresto al pm nei miei confronti».  Cornuto l’altro, mazziato lui. 

Bufera a Pescara, storia di corna e di manette diventa guerra tra giudici, da “Il Giornale”

Il sindaco di Montesilvano denunciò che su di lui indagava il marito della sua amante. Non fu ascoltato. Al Csm lo scontro tra il procuratore Trifuoggi e il suo vice Mennini.

Se il marito della vostra amante fosse un poliziotto impegnato a indagare su di voi, a mettervi sotto controllo i telefoni, riuscendo infine pure ad arrestarvi, dormireste sonni tranquilli o nutrireste perplessità sulla genuinità delle indagini? E, soprattutto, protestereste con chi, a livello di procura, coordina questi accertamenti senza porsi il problema di una incompatibilità resa evidente dalle trascrizioni delle intercettazioni? A qualche ora dall’inizio di un processo di provincia che si preannuncia scoppiettante, velenosi interrogativi vengono sollevati da amici e colleghi di partito dell’abruzzese Enzo Cantagallo, ex sindaco Pd di Montesilvano, arrestato nell’inchiesta Ciclone che nel 2006 decapitò la giunta locale e che vede 36 persone alla sbarra (lui compreso) per reati collegati all’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.

In questa sede non interessa far le pulci a un’inchiesta che sembra predestinata a scontrarsi con l’assenza di prove certe (gli assegni della presunta corruzione di un imprenditore non sono mai stati intascati dal primo cittadino perché finiti altrove, ad altro politico). L’interesse deriva da quanto emerso in sede di Csm, dove questa storiaccia di corna e di manette è stata oggetto di un pruriginoso procedimento disciplinare a carico di un magistrato (Pietro Mennini, ex aggiunto a Pescara, oggi procuratore capo di Chieti) assolto dall’accusa d’aver brigato per favorire il sindaco Cantagallo e il suo capo di gabinetto Lamberto Di Pentima per estromettere il capo della Squadra Mobile (...) «facendosi reiteratamente e insistentemente portatore presso il procuratore di Pescara, Nicola Trifuoggi (quello del clamoroso fuorionda con Gianfranco Fini, ndr) - si leggeva nel capo di imputazione al Csm - di voci e insinuazioni circa una presunta relazione sentimentale esistente tra il sindaco Cantagallo e la consorte di (...). Rappresentava in proposito che la cosa era di dominio pubblico donde la incompatibilità (del capo della Squadra Mobile, ndr) a proseguire l’attività».

Come detto tutto ha inizio nel 2006, ma che qualcosa non tornasse in questa telenovela lo si scopre solo il 26 giugno 2010 allorché il quotidiano locale il Centro riporta queste frasi di Cantagallo: «Le centinaia di telefonate fatte col capo di gabinetto sulle indagini in corso erano motivate dal fatto che ero terrorizzato perché le indagini erano svolte dal capo della Squadra Mobile (...). Per questo durante le indagini ho voluto incontrare il procuratore Trifuoggi, il prefetto Lalli e il questore Consiglio per comunicare che non poteva indagare. Finita la fase dell’udienza preliminare, per evitare di minarne la serenità, documenterò per quale motivo sostengo questa tesi».

Quella fase è passata, e quel che adesso rischia di venire fuori non è altro che il sequel di quanto parzialmente emerso al «processo» a palazzo dei Marescialli, e di quanto in passato riferito da Cantagallo a proposito delle pressioni per far assumere la moglie del capo della Mobile ricevute - sempre a suo dire - anche dal marito della sua futura amante. «Dopo la mia elezione a sindaco nel giugno 2004 - si lamentò Cantagallo - trovandomi letteralmente accerchiato alla fine optai per l’assunzione». Sempre a dar retta alla sua vecchia versione dei fatti, di lì a poco la contrapposizione con la neo-comandante dei vigili urbani sfociò in una relazione extraconiugale. Almeno fino ad aprile 2006 quando iniziarono a girare lettere anonime, anche in questura.

Fu l’inizio della fine. Nel ricordare che «numerose volte il capo della Mobile chiese il mio arresto», Cantagallo ha spesso raccontato di aver provato a rappresentare a questore, prefetto e procuratore capo di Pescara la situazione di incompatibilità di chi indagava sul comune di Montesilvano. «Solo il prefetto concordò che se le cose stavano effettivamente così, il capo della Mobile non avrebbe potuto nemmeno prendere un caffè a Montesilvano». E il procuratore Trifuoggi? «Mi ricevette il 27 settembre, mi ascoltò ma non espresse alcuna valutazione al riguardo». Tant’è che lasciò il poliziotto al suo posto, nonostante lo stesso (è scritto nel dispositivo del Csm) presentò domanda di astensione dopo aver ascoltato quel che gli indagati dicevano, di lui e della consorte, al telefono.

Successivamente veleni e sospetti di «intromissioni» nell’inchiesta hanno portato l’attuale procuratore di Chieti a difendersi al Csm. La sua colpa? Aver concordato con Cantagallo e col suo capo di gabinetto della necessità di parlare immediatamente dell’«incompatibilità» al suo diretto superiore. Personalmente, infatti, Mennini aveva anticipato al collega Trifuoggi la visita del sindaco di Montesilvano. È finita che son volati gli stracci fra magistrati e che di tutto questo pastrocchio chiederà ora conto al Guardasigilli un’interrogazione parlamentare. Da oggi ogni giorno è buono per rivelare in aula la verità, tutta la verità, extraconiugale e giudiziaria. Per cominciare occorrerà inquadrare il ruolo della moglie dell’ormai ex capo della mobile di Pescara (trasferito al Nord): sarà testimone della difesa o dell’accusa?


AMMINISTRATOPOLI

DOSSIER ABRUZZO

Un film-documentario di Giuseppe Caporale, "Colpa Nostra", ci spiega quanto sia insita in ognuno di noi la responsabilità di quanto succede in una terra che, anzichè essere isola felice, è terra di scandali ed inchieste giudiziarie.

La cronaca ci parla dell’ennesimo arresto eccellente in Abruzzo. Si tratterebbe di una delle più  grosse inchieste sui rifiuti mai fatta in Italia, quella che ha portato agli arresti domiciliari per corruzione, peculato ed abuso d'ufficio, l'assessore alla Sanità della Regione Abruzzo, Lanfranco Venturoni. L’Abruzzo un piccolo fazzoletto di terra con un milione di abitanti una piccola regione dell’Italia centromeridionale vien da sempre elargita come una terra di persone forti e gentili. E un susseguirsi di scandali che hanno portato nelle patrie galere anche intere giunte e si nello sport siamo lontani anni luce dalle metropoli, ma se dovessimo giocare a tangentopoli o clientopoli ce la giocheremmo alla pari. Anzi potremmo vincere. La mente mi riporta a rileggere una nota testata giornalistica dei tempi di tangentopoli (“il piano regolatore è roba nostra” l’Abruzzo si scopre come Milano – una regione sotto inchiesta -). Così venne scoperchiato il vaso di PANDORA nella nostra terra. In quella occasione vennero arrestati 100 politici dell’allora politica di casa nostra.

Ecco alcune delle storie di allora. Da elicotteri dello Stato usati a fini personali; violazione sulla legge sul finanziamento dei partiti; pagato cene elettorali in un momento proibito dalla legge. Come poi non scordarsi la notte di San Michele, alla fine di settembre, l'intera giunta regionale, compreso il presidente, finisce in carcere perché i fondi della Cee sono stati dati agli amici degli amici, invece che assegnati secondo graduatoria. Ad Avezzano, il sindaco, oltrepassa la soglia di un penitenziario (con alcuni assessori) per una lunga storia di tangenti. A Chieti, la giunta comunale venne decapitata dai giudici, perché una scuola elementare, pagata quasi due miliardi, è stata costruita a metà. Il racconto potrebbe continuare sino a Pescara, passando per Teramo, deviando per Lanciano. E' un racconto non diverso da tanti altri che stanno macchiando la nostra terra già martoriata. La gente è sconcertata, non ha più fiducia nelle istituzioni, negli uomini a cui aveva dato il voto. Un giovane laureato di Chieti confessa: "C'è un particolare emblematico: un ex assessore della Dc, arrestato in uno dei tanti blitz dei carabinieri, era anche l' avvocato difensore di altri assessori regionali a loro volta inquisiti. In quell’anno la giustizia non ha più guardato in faccia nessuno da quando, in primavera, venne divulgata una cassetta con una registrazione sconvolgente. Si sentiva al telefono la voce di un consigliere comunale aquilano, il quale parlava con un conoscente. Gli veniva chiesto il cambio di destinazione di un terreno. "Non ti preoccupare . rispondeva . il piano regolatore è roba nostra, di Dc e Psi. Lo dirò a Domenico e tutto sarà risolto. Però, capisci, la campagna elettorale costa, i soldi non bastano mai...". Quarantacinque milioni, insomma, che dopo 8 mesi portano il consigliere in galera. E' la prima goccia di un vaso che sta per traboccare. Come lo era stata, qualche mese avanti, la storia degli elicotteri dei pompieri e della Forestale usati dall' ex ministro Gaspari per andare a una partita di pallone e ad una festa di paese. Ma è a settembre che l'aria diventa irrespirabile. All'Aquila, vive un giovane magistrato, con la carica e la vitalità del collega lombardo Di Pietro. Si chiama Fabrizio Tragnone e, in un baleno, dopo aver valutato la denuncia di un professionista, l'ingegner Francesco Mannella, spedisce in carcere l'intera giunta regionale (Dc, Psi e un liberale). Mannella voleva costruire un albergo al suo paesello, Ateleta, dove non esiste nemmeno una pensione. Mannella fa domanda per ottenere i fondi della Cee (denominati Pop), ma il danaro non arriva. Va alla Regione a chiedere spiegazioni e gli impiegati rimangono sul vago. Allora, spinge a fondo. "Voglio vedere l'elenco dei fortunati", dice. La situazione diventa confusa, progetti meno interessanti dei suoi sono stati promossi; il suo, bocciato. Perchè? "Posso usare il telefono?", domanda ad un commesso. "Certo", replica l'addetto. Il professionista chiama i carabinieri, racconta tutto, e 4 giorni più tardi il blitz dei carabinieri fa piazza pulita del governo regionale. Nella rete finiscono tutti, anche il presidente della giunta. I consiglieri inquisiti sono 21 su 40, la crisi politica dura a lungo, finchè non si risolve con una soluzione cha lascia di stucco la maggioranza dell'opinione pubblica. Al vertice della nuova giunta c'è un "indagato" per i fondi Pop, mentre sulla poltrona di presidente del consiglio siede un "toccato" dalla stessa vicenda. Ormai, la "mani pulite" abruzzese non conosce ostacoli: da clientopoli si tramuta in tangentopoli. Nell'occhio del ciclone finiscono Avezzano, Teramo, Pescara, Chieti. Ad Avezzano, le mazzette sporcano pure un incontro di boxe che ha per protagonista il campione del mondo Francesco Rosi. Si indaga su una tangente che si sarebbero divisi l'organizzatore e un assessore. Usl, licenze commerciali, detersivi d'oro, discariche, terminal di autolinee, gestione di acquedotti: i fronti giudiziari si moltiplicano a vista d'occhio. Per poi finire nelle vicende dei giorni nostri sanitopoli, fira, etc.

Dossier Abruzzo di Alessio Magro. Un lavoro da tempo studiato che riteniamo opportuno pubblicare proprio ora che la ricostruzione nell’aquilano, dopo il forte sisma che ha colpito la zona, aprirà sicuramente importanti sbocchi per le infiltrazioni mafiose negli appalti. La criminalità organizzata, da anni ormai attiva sia nella Marsica che sulle coste abruzzesi, è sicuramente interessata a non perdere una fonte sicura di guadagno. Il dossier descrive una infiltrazione silenziosa ma profonda, in un tessuto divenuto crocevia del riciclaggio e del reinvestimento dei proventi illeciti, ed è un monito per non sottovalutare la pervasività delle mafie, soprattutto in questo lacerante frangente storico. Quella dell’Abruzzo criminale è la storia di una negazione. È La storia di un’isola felice che isola felice non è, da tempo. O forse lo è, ma solo per le mafie. Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, ma anche le organizzazioni straniere (quelle albanese e cinese in testa) si muovono tra i monti della Marsica e sulla costa da diversi anni. Fanno affari, si infiltrano nell’economia, mettono le mani sugli appalti, costruiscono basi operative per latitanti e per i traffici di droga. Capitali da riciclare, investiti in aziende e immobili (sono ormai 25 i beni confiscati alle mafie nella regione, in ben 15 comuni e in tutte e quattro le province). E ancora la tratta delle bianche, la prostituzione di strada e quella nei locali della costa, l’usura e le estorsioni. L’Abruzzo è la regione dei parchi, è il cuore verde d’Europa, ma è anche terra di ecomafie, che sversano rifiuti tossici nelle lande inabitate della regione. Una regione malata di corruzione: dalla Tangentoli degli anni 90 agli scandali recenti, dai provvedimenti giudiziari che hanno colpito la giunta regionale nel 1992 all’arresto del governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco.

Infiltrazione e sottovalutazione.
Quella dell’Abruzzo criminale è una storia di sottovalutazioni. Di continue e insistenti dichiarazioni di estraneità, anche di fronte all’evidenza dei fatti. Le mafie in Abruzzo non ci sono, e se ci sono vengono dall’esterno. Criminali meridionali oppure stranieri. Criminali di passaggio. Una visione intanto riduttiva: le famiglie meridionali emigrate abitano ormai da decenni nella regione del Gran Sasso, africani e slavi hanno messo ormai radici, così come le frange criminali al loro seguito. Non passano affatto, restano. Ed è una visione pseudo-antropologica al confine con il razzismo culturale: come se mafia e criminalità fossero insite nel dna di alcuni popoli, di alcune razze o di certi tipi di italiani. Una visione che impregna le dichiarazioni di politici, amministratori e troppo spesso operatori della giustizia. Ogni banda sgominata è una malattia debellata, in una società sana. Ogni inchiesta è la reazione di un corpo sano e non il sintomo di una patologia. Eppure l’omertà, a detta di chi opera sul campo, è regola anche tra gli abruzzesi. Una visione che è un esempio classico di rimozione: la commissione parlamentare antimafia visitò nel ’93 l’isola felice – all’indomani della bufera giudiziaria del ’92 (nove arrestati su undici componenti della giunta regionale) e di una serie impressionante di inchieste su politica-mafia-massoneria – lasciando ai posteri un dossier al vetriolo. È la relazione Smuraglia, sintesi del viaggio nelle regioni a “non tradizionale insediamento mafioso”. Conclusioni: in Abruzzo, così come nel resto dell’Italia centrale e settentrionale, le cosche sono presenti, radicate, potenti e attivissime. Molto più sul versante economico che su quello del controllo del territorio. Ma non per questo meno pericolose. Già da allora, più di 15 anni fa, era chiaro che la partita contro le mafie si sarebbe combattuta sul fronte del riciclaggio. È tutto scritto: le isole felici non esistono. Lettera morta. Perché ancora oggi il discorso attorno alle presenze mafiose trova resistenze, negazioni, riduzionismi, spesso nascosti dietro la sacrosanta esigenza di non creare allarmismo e non cavalcare l’onda del sensazionalismo. Criminali d’altrove, si dice troppo spesso. Eppure la malavita abruzzese è ormai organicamente inserita in contesti mafiosi tradizionali (vedi estorsioni, gioco d’azzardo, prostituzione e droga tra Pescara, Teramo e Chieti). E soprattutto ci sono un certo ceto politico-amministrativo e una certa imprenditoria che flirta, a dir poco, con le mafie ad altissimi livelli. Non hanno la coppola e la lupara, non sparano, ma riciclano i milioni del narcotraffico, corrompono, pilotano gli appalti, truffano, devastano il territorio, inquinano l’economia, investono in immobili e capannoni, avviano società finanziarie. Giacca, cravatta e colletto sporco. Ma non ci sono solo le mafie d’alto bordo. Le inchieste Histonium nel vastese, i dati sull’usura e sul racket ci parlano di una regione avviata da tempo verso una dimensione mafiosa classica, col controllo del territorio e il consenso della paura. L’Abruzzo non è di certo la Calabria o la Campania, non è la Sicilia, non è la Puglia (non ancora), ma non è nemmeno la Svizzera. Il 10% dei commercianti paga il pizzo, una percentuale da allarme arancione. E Pescara è la capitale dell’usura, prima città in Italia secondo tutti gli indicatori di rischio. Avviso ai naviganti: l’usura non è più, da decenni, roba da cravattari. Dietro lo strozzino ci sono le mafie. Sempre.

Un fenomeno di importazione.
È innegabile che il fenomeno mafie in Abruzzo sia comunque un fenomeno d’importazione. Ad aprire le porte, però, è stata proprio la Giustizia, con un’infelice gestione dei soggiorni obbligati: decine di boss e affiliati meridionali inviati al confino sui monti e sulla costa. Una pratica dalle conseguenze nefaste in tutta l’Italia centro-settentrionale. Ecco che l’Abruzzo ha visto l’espandersi di cellule criminali, schegge dei clan pronte a trapiantare i traffici illeciti coltivati al Sud. Reti di fiancheggiatori che hanno favorito nel tempo la pratica del riciclaggio, degli investimenti legali di capitali mafiosi, ma anche l’organizzazione di basi per latitanti e scissionisti in fuga dalle guerre di mafia. Gli affari col tempo sono evoluti, spesso le diverse mafie hanno trovato l’accordo basato sul guadagno, nella loro isola abruzzese, felice e pacificata. In un certo senso però le mafie ci sono sempre state: l’Abruzzo ha un fenomeno peculiare, la presenza atavica di famiglie rom (“nomadi stanziali” è la definizione ossimoro che si legge nelle relazioni ufficiali) dedite ad attività criminali. Hanno in mano la partita dell’usura e lo spaccio al dettaglio della droga. Famiglie come quella dei Di Rocco che siedono ormai al tavolo nazionale delle cosche, trattando a testa alta coi calabresi, i camorristi e i siciliani, ma anche con gli slavi. La rotta balcanica, i porti dell’Adriatico, i clan albanesi in contatto con la cupola slava. Sono gli ingredienti che fanno dell’Abruzzo un crocevia dei grandi traffici di cocaina, ma anche di eroina. Il consumo di stupefacenti è elevatissimo (l’Abruzzo è tra le prime regioni per sequestri e denunce legati all’eroina), una piazza di spaccio tra le principali. Nell’ultimo decennio, diverse grandi inchieste hanno coinvolto i monti del Gran Sasso e la costa, operazioni che rimandano a traffici intercontinentali (con gli Usa, con la Colombia, con la Turchia e la Bulgaria, oltre che con i Balcani). E alle porte di Pescara è stata scoperta una delle più grandi raffinerie di polvere bianca presenti in Europa.

Mafie straniere, ecomafie, corruzione.
Droga e prostituzione sono le attività principali delle mafie straniere in Abruzzo. Sono gli albanesi a gestire i grandi traffici (adesso con un preoccupante asse slavi-campani). E a promuovere la tratta e la prostituzione. In strada, ma anche nei locali notturni della costa. Una pratica redditizia, sfruttata in proprio anche dai rumeni e dai cinesi. Il pericolo giallo è la vera emergenza: nella regione è presente una delle comunità asiatiche più strutturate. Una presenza che si accompagna all’emergere di clan mafiosi agguerriti e misteriosi (vedi operazione Piramide a Pescara). E c’è il pericolo russo, quei grandi faccendieri che fanno affari come al monopoli. L’isola verde è preda delle ecomafie. Tonnellate di rifiuti tossici scaricati abusivamente, discariche illegali, cave riempite di ogni cosa, un po’ ovunque. Caso eclatante è quello di Bussi sul Tirino, una delle discariche più grandi d’Europa. E poi c’è la mala amministrazione, i fiumi inquinati e i mari contaminati, il turismo che arranca, con sullo sfondo tanti, troppi casi di corruzione, di appalti sospetti. Corruzione dilagante, endemica. Legami tra politica, amministrazione, mafie e massoneria. Intrecci perversi, trame occulte e intricate che spesso hanno l’Abruzzo come scenario. Dall’inchiestona sull’autoparco milanese di cosa nostra a Tangentopoli negli anni 90, dalle tangentine locali fino alle presunte tangenti che avrebbero intascato Del Turco e il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso. Ma è appunto sul fronte del riciclaggio e degli appalti che si gioca la partita. Grandi capitali di provenienza sospetta, investimenti abnormi, commesse e gare con diverse ombre. Una storia ancora da raccontare quella della lavanderia Abruzzo. Una storia che di recente ha un primo punto fermo: il tesoro di Ciancimino, ex sindaco e boss di Palermo, sarebbe stato custodito e fatto fruttare proprio nella Marsica, attraverso società e prestanome. Una storia venuta a galla grazie all’impegno di Libera Marsica e alle inchieste puntuali di organi di informazione dal basso come Site.it e Primadanoi.it. Una storia ancora da raccontare, ma soprattutto da indagare.

La mala locale e la mala d’importazione.
Il quadro dell’Abruzzo criminale ha tre elementi peculiari che ne hanno caratterizzato lo sviluppo: la presenza di reti neofasciste e criminali legate alla banda della Magliana, la capillare presenza di potenti famiglie rom dedite ad attività illecite, il numero elevatissimo di soggiornanti obbligati spediti nella regione negli ultimi decenni.

I banditi della Magliana.
È l’abruzzese Tony Chicchiarelli, il famigerato falsario, il legame tra la banda di Enrico Nicoletti e la realtà criminale della regione. Il documento apocrifo con il quale si annunciò la morte di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, passato alla storia come il falso comunicato numero sette del Lago della Duchessa, fu realizzato appunto da Chicchiarelli. Storie di eversione fascista, di manovre dei servizi deviati, di manovalanza criminale, massoneria e mafia. Con l’Abruzzo a fare da sfondo ad alcuni capitoli di queste vicende dagli intrecci oscuri e intricati. Perché quel Lago si trova in provincia di Rieti, a pochi chilometri dalla provincia de L’Aquila. Zone dove i neofascisti tenevano i loro campi di addestramento. Zone dove latitanti e miliziani trovavano una rete di fiancheggiatori per le loro azioni. La banda della Magliana, educata alla scuola della Cosa nostra di Pippo Calò e della ‘ndrangheta di don Mommo Piromalli, ha esteso nel tempo la propria azione in Abruzzo: estorsioni, riciclaggio, usura. Attività che quel che resta della banda ha proseguito fino ad oggi. Una buona notizia: le case abruzzesi sequestrate ad Aldo De Benedittis ed Enrico Nicoletti diventeranno presto delle scuole.

Gli “zingari”.
Che le mafie in Abruzzo siano un fenomeno di importazione è innegabile. Anche se le famiglie rom sono attive da sempre. Una presenza che si fa sentire: racket, traffici di droga, usura. E che viene rilevata anche dagli indicatori statistici: Pescara, L’Aquila e Chieti sono ai primi posti nelle classifiche della penetrazione criminale, zone dove tradizionalmente operano le famiglie “zingare”. Si tratta di organizzazioni assimilabili a quelle mafiose: il vincolo associativo, il controllo del territorio, i collegamenti con le altre organizzazioni criminali. A farla da padrone sono le famiglie Spinelli ma soprattutto Di Rocco, ormai una organizzazione affermata a livello regionale, collegata ai camorristi del clan “Aquino-Annunziata” di Boscoreale (Na). Famiglie che negli ultimi anni invadono nuovi terreni, colonizzando il vicino Molise.

Il confino.
Come nelle altre regioni del Centro e del Nord, la pratica infelice dei soggiorni obbligati ha dato il la alla colonizzazione mafiosa. Diverse famiglie siciliane, calabresi, campane e poi pugliesi hanno potuto utilizzare basi d’appoggio in Abruzzo, anche grazie alla presenza di affiliati, o addirittura boss, confinati lontano da casa. Basi per i traffici, ma anche per le operazioni “legali”, gli investimenti economici, in una parola il riciclaggio. Un esempio: il boss della ‘ndrangheta Michele Pasqualone ha svernato in Abruzzo, mettendo in piedi nel corso degli anni una cosca dedita alle estorsioni e all’usura (operazione Histonium, 2008).

Il picciotto Gabriellino.
La storia di Fioravante Palestini è come un romanzo criminale. Fioravante è un ragazzone di due metri per cento chili. Diventa famoso tra i 70 e gli 80: è l’icona della Plasmon, il forzuto che figura nella pubblicità della casa di biscotti. Soprattutto diventa un graduato del crimine. Fioravante, per tutti “Gabriellino”, è uno a cui piace fare la bella vita e menare le mani. A Teramo conosce l’insolito ospite fisso di un albergo. Gaspare Mutolo da Palermo vive lì, residenza da confinato. Il boss di Cosa nostra si muove in Ferrari, continua a frequentare la Sicilia con spostamenti lampo. L’attrazione è fatale. E così Gabriellino, arruolato nell’esercito della mafia, finisce nei guai, grossi guai. Tornerà a casa, a Giulianova, solo dopo venti anni di carcere egiziano. Nell’83 è a bordo di un mercantile greco sul canale di Suez, con gli occhi fissi sul carico di 230 chili di eroina e 25 di morfina base destinato alla mafia. Venti anni per traffico internazionale di droga. Gabriellino non ha mai parlato. Parlano i fatti: l’Abruzzo è da decenni il crocevia di grandi traffici di stupefacenti, è una delle principali piazze di spaccio in mano alle mafie di tutti i tipi.

L’isola dei pentiti.
L’Abruzzo è anche la terra dei collaboratori di giustizia. Lì vengono spediti, in tantissimi, per vivere sotto falsa identità. Forse un po’ troppi. E spesso nemmeno in gran segreto. C’è Carmelo Mutoli, palermitano, genero del bosso della Noce Francesco Scaglione, tra i testi dell’accusa nel processo per la strage di Capaci. Collabora dal ’94, ma nel ’95 non viene ammesso in via definitiva al programma speciale di protezione, e viene pubblicamente invitato a lasciare la propria casa abruzzese. Ne arriveranno molti altri. Tanto che nel 2000 a l’Aquila c’è un corto circuito. In aprile si suicida Giuseppe Arena, di Taurianova. Pochi giorni dopo Antonio Maletesta, anch’egli collaboratore di stanza in Abruzzo, è protagonista di una sparatoria. C’è anche Bruno Piccolo, il pentito dell’affaire Fortugno, che vive a Chieti sotto falso nome, prima del suicidio alla vigilia del secondo anniversario dell’omicidio, nel 2007.

Zona franca.
In Abruzzo ci vanno anche per sfuggire ai guai. Nel ’90, mentre a Reggio Calabria impazza ancora la guerra di mafia, scatta un blitz che porta in cella una trentina di ‘ndranghetisti. Cinque affiliati alla cosca Rosmini – del cartello guidato da Giuseppe Condello, il Supremo, che risulterà vincente – vengono arrestati a Montesilvano, ospiti da parenti. Gestivano insieme alcune attività commerciali nella zona. Anche Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera di Belmonte Mezzagno, si trasferisce in Abruzzo, nel ’94, per sfuggire ai regolamenti di conto in atto nella sua terra. E si mette al lavoro, riciclando e investendo. Nel 2008 gli porteranno via i beni accumulati.

Ai pugliesi piacciono i monti.
I mafiosi della Sacra corona unita scelgono l’Abruzzo per il soggiorno obbligato. E per le latitanze. Nel ’96 finiscono in cella due affiliati alla Scu. I carabinieri li prendono a L’Aquila, mentre danno la caccia al superlatitante Antonio Bruno, di Torre Santa Susanna (Brindisi). Il boss della mala pugliese è riuscito a sfuggire a cento militari impegnati sul campo. Bruno era tra i collaboratori nel maxiprocesso alla Scu, prima della fuga rocambolesca nel ’93 e la successiva ritrattazione via missiva. Anche Andrea Russo, nel listino dei 100 più pericolosi, affiliato ai Piaulli-Ferraro di Cerignola, viene preso nel luglio del 2007.

‘O sistema, in trasferta.
Nel febbraio del ’92 Enrico Maisto viene ucciso a Popoli (Pescara). Originario di Giugliano, era un boss della camorra, affiliato ai Nuvoletta. Una conclusione tragica. A tanti altri campani, ai quali pare non dispiaccia l’Abruzzo, è andata un po’ meno male. Attorno al 2006 cadono nella rete due pericolosi camorristi alla macchia: sono Nicola Del Villano, braccio destro del boss casalese Michele Zagarioa, e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano. Anche il boss Lorenzo Cozzolino è catturato, nel 2008 nella zona del vastese.

Dagli anni ’80 a Corruttopoli.
Quella dell’Abruzzo criminale è la storia di una rimozione. Il pendolo degli allarmi e dei negazionismi oscilla pericolosamente, fino in tempi recenti. Ancora nell’84, la mafia è solo quella del cinema, quella del film “Tragedia a New York” di Gianni Manera, che fu girato anche da quelle parti. Negli 80 le relazioni di inaugurazione degli anni giudiziari regalano commenti ottimistici: “esente dalla criminalità organizzata”, “isola felice”, “non a rischio”. Così anche le analisi degli investigatori, dei politici, degli esperti. Non tutti. Si parla solo di fattarelli, di droga, prostituzione, microcriminalità, sempre in un’accezione individualistica: 4mila tossicomani (nel ’91) o diverse centinaia di prostitute non sono il risultato di traffici organizzati, ma sono solo migliaia di storie, singoli casi umani o scocciature, dipende dal punto di vista.

L’allarme attentato a Falcone.
Anche quando qualcosa accade è vissuto come un evento esterno, come al cinema: ecco che l’allarme attentato che coinvolge niente meno che Giovanni Falcone è solo un episodio. Siamo nell’89, il 19 luglio (coincidenza macabra) il giudice palermitano arriva in elicottero al carcere di Vasto per interrogare Gaetano Grado, cugino di Totuccio Contorno, arrestato pochi mesi prima. Durante i controlli nella zona vengono ritrovate in un casolare munizioni da guerra, 200 proiettili per carabine di precisione, pallettoni caricati a lupara, pistole lanciarazzi, forse da utilizzare per un agguato. Il periodo è caldissimo: qualche settimana prima, il 20 giugno, va in scena il fallito attentato dell’Addaura. La riservatezza sugli spostamenti del giudice è massima. Ma il suo arrivo è preceduto da telefonate minatorie al carcere. Talpe a parte, nessuno si chiede come sia possibile approntare un arsenale a 700 metri da un carcere di massima sicurezza in una regione che si vuole esente da infiltrazioni mafiose.

Il market del tritolo.
Un parallelo: dopo diversi anni, nel ’96, a Tagliacozzo spunta fuori un deposito di esplosivo, con sei quintali di tritolo e 1500 detonatori. Un carico proveniente dall’Est, probabilmente destinato a rifornire le mafie. Quando c’è l’offerta, di solito, vuol dire che la domanda c’è.

1991, suona la campana.
Nel nuovo decennio qualcosa cambia. Sullo sfondo si fa largo la consapevolezza di una presenza che diventa sempre più ingombrante, si lanciano ripetuti allarmi, sugli appalti, sulla corruzione. C’è ancora il Pci quando si parla a viso aperto di presenze mafiose (e non di pericolo virtuale) nel Parco Nazionale. Cominciano a circolare i risultati investigativi portati avanti dall’alto commissario antimafia Domenico Sica: dubbi su alcune società finanziarie, crescenti segnalazioni di estorsioni e aumento del numero di attentanti a fine estorsivo. I sintomi ci sono tutti. Nella seconda metà del ’91 il velo è squarciato. Arrivano prese di posizione durissime. E poco dopo il finimondo.

Stampa e propaganda.
In agosto un dirigente pescarese dell’Arci subisce un’intimidazione. Secondo il segretario regionale Victor Matteucci si tratta di una ritorsione per l’avvio di una raccolta di firme “Contro le infiltrazioni della mafia negli organi di informazione abruzzese”. Una denuncia pesante, che trova la ferrea opposizione del’Ordine dei giornalisti, ma anche qualche migliaio di adesioni in pochi giorni. Nel settembre il leader della Rete Leoluca Orlando, che polemizza duramente con la giunta regionale guidata dal dc Rocco Salini, chiama le cose col proprio nome: “L’Abruzzo non è e non potrà essere una zona franca rispetto alla mafia”.

Appalti che scottano.
Arrivano dai costruttori i primi malumori per la poca trasparenza nella gestione degli appalti pubblici. Si lamenta l’invasione di ditte esterne. È il sistema che inizia a sgretolarsi. Crepe vistose: i sindacati denunciano il pericolo (ma è un eufemismo) di infiltrazioni camorristiche e mafiose negli appalti, soprattutto in provincia di Pescara. La torta è golosa: depurazione, metanizzazione, acquedotti, reti fognanti, smaltimento dei rifiuti, grandi infrastrutture.

L’arte mafiosa.
Scoppia un caso riguardo il restauro di monumenti e opere d’arte nella regione. Il sovrintendente denuncia il pericolo di infiltrazioni negli appalti: ribassi eccessivi offerti da ditte campane e siciliane. Segue una dura polemica, alimentata dal Psi (schierato in difesa dell’autonomia dei comuni nella gestione delle gare). Un caso che si sgonfia pochi mesi dopo, con l’archiviazione.

I siciliani.
Ma non passa inosservata la presenza dei Cavalieri del lavoro catanesi, quei cavalieri-costruttori dell’apocalisse mafiosa raccontati da Pippo Fava: Gaetano Graci ha vinto da anni l’appalto per la costruzione delle barriere frangiflutto lungo la costa, mentre per la costruzione di un lotto dell’università di L’Aquila c’è una società che risulta essere di Carmelo Costanzo. Se il dato giudiziario è lungi da venire, per il Pds è ormai chiaro che l’Abruzzo fa gola a cosa nostra.

Corruttopoli.
L’Abruzzo è presto scosso dal terremoto corruzione. Nel giugno ’91 la regione si trova davanti al referendum sulle preferenze dopo anni di condizionamento clientelare del voto, grazie alla pratica massiccia delle preferenze plurime e delle cordate elettorali. Quelle cordate che vedono le correnti dc l’un contro l’altra armate. Fedelissimo del plenipotenziario Remo Gaspari, allora ministro per la Funzione pubblica, è il presidente della giunta regionale Rocco Salini. Lo scontro è altissimo, si arriva alle accuse pubbliche di corruzione e mafiosità. Lo scandalo cova per mesi, fino all’ottobre del ’92: scatta un’inchiesta sui piani operativi plurifondo (Pop), nove degli undici della giunta regionale, compreso il presidente Salini, vengono arrestati con l’accusa di truffa alla Cee (un’inchiesta poi arenata). Ai quali si affiancherà presto il vicepresidente del consiglio regionale (Psi) per un’inchiesta sui corsi di formazione professionale.

I profeti dell’isola felice.
Si chiede lo scioglimento del consiglio, si invoca la visita della commissione parlamentare antimafia, perché come dice Orlando “la mafia fa affari in Abruzzo con il consenso dei politici locali”. Una visita che era stata già chiesta, trovando in Salini uno strenuo oppositore e in Gaspari il profeta dell’isola felice, con tanto di attacco alla magistratura. A battezzare ufficialmente l’espressione “Abruzzo isola felice” è Victor Matteucci, nel frattempo transitato nelle fila della Rete. In qualità di studioso, redige un libro bianco sul sistema clientelare della regione, sugli stretti rapporti tra mafia e politica.
 

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SCANDALO CONCORSI PUBBLICI

ASSUNZIONE PUBBLICA SENZA CONCORSO IN ABRUZZO

Il concetto sembrerebbe semplice semplice: «assunzioni a tempo indeterminato per 260 precari in violazione delle norme». Se, poi, a questo, aggiungiamo il sospetto di una infornata di parenti, amici, conoscenti, «amanti» di dirigenti regionali, amministratori, politici e via dicendo, la questione diventa incandescente.

È tornato a denunciare stamattina il consigliere di Forza Italia, Giuseppe Tagliente, la proposta di stabilizzazione avanzata dall'assessore al personale, Giovanni D'Amico, che in realtà nasconderebbe «la più grande operazione clientelare degli ultimi anni».

E a destare scalpore è la lista dei 260 nomi che PrimaDaNoi.it pubblica integralmente e che nasconderebbe moltissimi figli di un "dio maggiore", i quali avrebbero avuto precedenza su molti altri nella corsa al posto fisso, quello per tutta la vita, per giunta in una amministrazione pubblica, dopo aver avuto un primo rapporto contrattuale a tempo determinato. Una bella soddisfazione, dunque, specie se si considera che nessuno di questi dovrà sottoporsi alla spiacevole e fastidiosa gogna della selezione pubblica.

E questa operazione rischia anche di avere una replica (ci sarebbe in circolazione già una seconda lista con almeno 150 nomi con i “figli di un dio... medio”).

A destare l'attenzione sono nomi molto ricorrenti della vita pubblica e amministrativa della nostra regione, nomi che trovi prima o poi nei posti che “contano”.

Ci sono ex amministratori trombati alla ricerca dello stipendio fisso ma anche figli eccellenti di dirigenti, addirittura almeno tre componenti dello staff del presidente Del Turco, chiamati con incarico fiduciario.

Tra gli stabilizzandi ci sono anche i celebri vignettista e fotografo (recentemente diventato giornalista pubblicista grazie alla collaborazione con la Regione).

Sono una decina i «raccomandati» individuati dal consigliere di Forza Italia, lasciando intendere che è solo una prima scrematura, mentre moltissimi altri potrebbero essere nascosti all'interno della lista.

I tentativi di stabilizzazione dei lavoratori precari della Regione hanno da sempre scatenato polemiche vivaci portate avanti con una passione dallo stesso Tagliente che verso la fine del 2006, in due interrogazioni, portò l'assessore D'Amico a chiarire un po' di numeri sulla vicenda.

Così si scoprì che «il conferimento di incarichi di collaborazione è conseguenza sia della restrizione della possibilità di effettuare assunzioni di personale, sia della necessità di poter contare con urgenza su specifiche professionalità non presenti nell'organico dell'amministrazione, indispensabile per il buon congelamento degli uffici».

Le parole da tenere a mente sono:«restrizione», «necessità», «urgenza», «specifiche professionalità», «indispensabili».

Tutte caratteristiche tra le altre cose previste dal decreto Bersani che la giunta regionale ha recepito con delibera solo otto giorni dopo le insistenze di Tagliente facendo partire l'entrata in vigore delle restrizioni non da agosto 2006 ma da gennaio 2007.

Dalla risposta dell'assessore D'Amico -siamo ad aprile 2007- «risultano in essere 212 incarichi di collaborazione» di cui 118 portati in dote dalla precedente legislatura di centrodestra.

«Ad oggi, però, risultano almeno 260 contratti di collaborazione ma in realtà il numero esatto è ignoto, forse persino allo stesso assessore D'Amico», ha detto Tagliente, «inoltre, non risulta che le procedure di evidenza pubblica siano state sempre utilizzate in tutte le direzioni di giunta. Invece, risulta ed è chiaro che molte assunzioni sono state fatte in forma diretta e clientelare prima che scattassero le procedure selettive per sottrarle, evidentemente, a rischio di una possibile bocciatura».

«Nella lista dei 260», continua ancora Tagliente, «risultano certamente parenti molto stretti, mariti, figli, fratelli, anche più di uno per nucleo familiare, di direttori, dirigenti, funzionari, dipendenti ed ex dipendenti della Regione, diversi dei quali proprio del settore personale di cui è responsabile l'assessore D'Amico, che almeno a casa sua avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole e, perché no, dell'opportunità e della correttezza politica».

ALCUNI DEI PRECARI IN VIA DI STABILIZZAZIONE

E Tagliente ha stilato la sua "lista nera" di raccomandati.

Il primo è Antonio Di Giandomenico, ex presidente Aptr, consigliere comunale dell'Aquila, nonché marito di una funzionaria e segretaria dell'assessore al personale.

Segue Angelo Tarquini, figlio di due funzionari del settore personale.

Luca Iagnemma, figlio del dirigente di giunta e dirigente del consiglio.

Luigi Ranieri, fratello del sindacalista Cgil e figlio dell'ex direttore del personale.

Alessandro Moroni, figlio del direttore delle attività produttive e consigliere comunale dell'Aquila.

Roberta Galeotti, componente dello staff del presidente Del Turco.

Claudia Zordan, figlia del dirigente di giunta.

Maria Grazia Masciocchi, figlia dell'ex difensore civico regionale e commissario prefettizio di Sulmona.

Ludovico Iovino, figlio del dirigente del personale, Antonio, nonché firmatario della proposta di delibera di giunta proprio relativa alla stabilizzazione dei co.co.co.

Infine nell'esercito anche Luigi Salucci, figlio del sindaco di Collelongo, compagno di scuola di Del Turco e dirigente del suo partito per anni. Luigi è noto per essere stato il primo vignettista della Regione Abruzzo. Un bel primato che gli è valsa anche la stabilizzazione.

Chiude Egidio Marzicola, in arte Slim, dicono fotografo istituzionale (nato anche come servizio per i giornali ma in realtà mai partito e questo quotidiano non ha mai ricevuto nemmeno uno scatto), meglio inquadrato come fotografo del presidente Del Turco.

Marzicola, insieme a tutti gli altri, potrà finalmente diventare a tutti gli effetti dipendente pubblico senza aver superato un concorso grazie ai servigi resi all'attuale presidente pro tempore.

Rimangono due aspetti forse «marginali» della questione. Che cosa andranno a fare?

C'è il fondato rischio che pur volendo ammettere che tutto sia in regola si accrescerebbe la macchina amministrativa in maniera abnorme di figure che in realtà potrebbero non essere impegnatissime...

Altro aspetto che riguarda tutti è la spesa aggiuntiva per le casse regionali, in considerazione dell'aumento dei dipendenti. Da un approssimativo calcolo si può dire che il costo dell'operazione di sicuro non sarà inferiore ai 3-4 milioni di euro.

Perché il clientelismo fa irritare tanto? Forse perché impone lo "scavalcamento" di regole e graduatorie, forse perché diritti di terzi vengono calpestati, forse perché si occupano posti di lavoro con persone non preparate (altrimenti avrebbero utilizzato strade regolari).

Il problema vero, però, è che negli ultimi anni si è avuta una estremizzazione del fenomeno che ha assunto livelli mai toccati prima con risultati fin troppo evidenti: aumento spropositato dei dipendenti della pubblica amministrazione e conseguente spesa pubblica impazzita.

Certo occorrono vari distinguo: ci sono le nomine politiche, ci sono i portaborse, ci sono gli assunti a tempo determinato per titoli di studio e regolari graduatorie, ci sono poi i Cococo gruppo variegato con requisiti disomogenei, tra i quali spiccano i privilegiati chiamati direttamente.

Discorso a parte poi per i carrozzoni creati negli enti strumentali…

«Sul programma per la sistemazione dei precari», spiega Antonio Perrotti della Cgil Dirigenti a PrimaDaNoi.it, «voglio sottolineare che nell'attuale giunta non vi è nessun senso di responsabilità. Si continua a giocare "alle tre carte" con i fondi appositamente previsti per il personale. Non bisogna dimenticare poi che viene prevista dalla legge una possibile sanatoria (solo per il passato rispetto al 2007), circoscrivendo l'eventuale assunzione a quelli assunti con prove selettive prima di tale anno».

Perrotti è chiaro e non utilizza metafore:«le assunzioni-cooptazioni», quelle a chiamata diretta per intenderci, «sono state fatte in contrasto con i parametri nazionali e anche con fondi di settore destinati ad attività ordinarie o a finalità operative. Inoltre tutto quanto è avvenuto utilizzando società esterne di servizio come Collabora, Esosfera, Arit, ecc.».

In questo quadro, definito dalla Cgil «extra istituzionale e partitocratrico-clientelare» l'amministrazione creativa «si inventa una normativa estensiva che delinea una soluzione per tutti (tale da non creare contraddizioni e contrasti!) con particolare riferimento agli ultimi chiamati dall'ultima giunta "di sinistra"».

E sarebbe proprio qui la forzatura.

Proprio tra questi ultimi vi sono figli e parenti messi dentro su pressioni e "consiglio" dei politici che però matureranno il fondamentale requisito di 3 anni, solo nel 2010.

«Sarà molto interessante», aggiunge Perrotti, «come tale proposta potrà essere emendata in Consiglio regionale a vantaggio dei gruppi ma anche di chi magari si è trovato a passare per caso sotto i portici dell'Emiciclo. Qualche dirigente del bilancio regionale è fuggito da tale situazione mentre qualcuno più disponibile e accomodante (ma forse anche più direttamente interessato …..), continua ad avallare questa incerta situazione finanziaria, eludendo i riferimenti posti dal patto di stabilità e dalle altre normative nazionali per assumere circa 350 nuovi dipendenti».

CARROZZONI, ESTERNALIZZAZIONI, CONSULENZE: LA SPESA PUBBLICA SI IMPENNA

Nel dibattito sempre troppo silenziato dei "costi della politica" non si possono non conteggiare, oltre quelli diretti (stipendi, indennità ad amministratori di ogni ordine e grado), anche quelli indiretti, cioè costi che gravano sulle casse pubbliche e che non vi sarebbero se l'amministrazione si muovesse su logiche "razionali"e fosse diretta con il metodo del "buon padre di famiglia".

Anche gli sperperi clientelari per assunzioni inutili e consulenze milionarie fanno parte dei "costi della politica", materia della Corte dei Conti sempre troppo nell'ombra.

Alzi la mano allora chi si ricorda delle promesse di riformare gli enti strumentali. Sapete come è andata a finire?

Gran parte delle nostre tasse servono a colmare ancora spese almeno inopportune.

«Purtroppo anche la giunta Del Turco», sostiene ancora Antonio Perrotti (Cgil), «al di là delle dichiarazioni sulla stampa, continua ad essere praticata la logica delle esternalizzazioni attraverso società di comodo e consulenze ed incarichi per attività ed elaborazioni ordinarie che comunque potrebbero far capo alle strutture ed ai professionisti interni».

Insomma si fa fare all'esterno quello che potrebbero fare i dipendenti. Il perché è chiaro.

L'Arit ha una sede autonoma , proprie strutture e con tutti i suoi dipendenti («circa 60 assunti su indicazioni partitocratriche pagati da Regione e Provincia per oltre 1.600.000 euro l'anno») si configura come una struttura esterna che si occupa di informatica e che lavora di fatto per l'Informatica regionale surrogando molte funzioni ordinarie.

Abruzzo Lavoro dovrebbe avere un ruolo di supporto e consulenza ed, invece, «non ha un reale carico di lavoro», sostiene il sindacalista, «ma, si limita a fare solo qualche ricerca con un costo complessivo annuo di 800.000 euro».

Collabora ha superato quota 200 dipendenti («molti dei quali assunti come sopra!»), che, «senza essersi mai conquistata una commessa nel mercato, vengono da anni supportati da Regione e Provincia con fantomatici incarichi di ricerca». Entità che regolate dalle regole della politica degenerata non sono in grado di reggere il mercato ed hanno bisogno di continue iniezioni di denaro pubblico.

Ecosfera che già faceva la consulenza –monitoraggio per il Docup, con la nuova giunta («dopo lo spoil system che ha permesso l'ingresso di "figli eccellenti"») è stata incaricata di ricerche sulla politica della casa. Ha vinto un bando di concorso per la redazione del nuovo Piano Paesistico per 1.245.000 euro. «Peccato che con la struttura interna», illustra Perrotti, «si poteva redigere per soli 12mila euro. Ecosfera ha suoi consulenti che hanno redatto il nuovo testo di legge urbanistica e nel frattempo si sta occupando nel territorio regionale di varie progettazioni e programmi operativi, tra questi la Società di Trasformazione Urbana per il Porto di Ortona dove ha addirittura fatto una proposta per circa 92.000 mc di attrezzature turistico-ricettive sul demanio marittimo».

Parco Scientifico e Tecnologico, tutto come sopra. Con i suoi circa 30 dipendenti è famoso "incubatore" che «non ha mai fatto una ricerca originale per ottenere una commessa esterna».

«Così come è grave», spiega ancora la Cgil, «il fatto che nonostante il governo, in sede di esame della finanziaria, abbia stralciato il finanziamento per l'Araen (Agenzia per l'Energia), a tal fine, sia stato comunque costituito uno staff diretto dallo stesso personaggio designato da Desiati».

L'Arta. Con la giunta Pace viene diretta da «l'enfant-prodigio Dionisio e, in deroga a norme finanziarie e tabellari concertate, sono state date funzioni e profili e sono stati assunti centinaia di Co.co.co per un impegno annuo di circa 2.200.000 euro. Personale qualificato che con la nuova giunta verrà in gran parte inquadrato attraverso il contestato concorso mentre i rimanenti potranno essere riassorbiti all'interno delle tante baracche pseudo scientifiche esistenti».

Molto critica la posizione della Cgil anche sulla Agenzia Sanitaria Regionale e sulla Aptr che surrogando compiti ordinari propri della Direzione Turismo, ormai costa 4.600.000 euro l'anno.

«Né, infine, possiamo dimenticare che per l'amministrazione dell'agricoltura regionale forse abbiamo più addetti alla burocrazia che lavoratori effettivi sul campo: infatti, a fianco delle strutture ordinarie (Direzioni regionali, IPA, UTA, ecc. ) , abbiamo creato l'Arssa, una sorta di duplicato della Direzione Agricoltura, dove, però, si fanno carriere e si svolgono funzioni meno trasparenti e proceduralizzate, che ci costa ormai 14.000.000 euro per stipendi e sedi, e più 2.500.000 euro per iniziative d'istituto».

«Come non dire della Fira e del suo efficiente staff», attacca ancora Perrotti nella sua analisi, «già oggetto delle attenzioni della magistratura, che, nonostante "l'incidente" e gli impegni a scioglierla, continua ad essere coinvolta per attività improprie anche da questa giunta». Continua a gestire diverse centinaia di milioni di euro tra i quali ancora i Docup, gli stessi finiti nell'occhio del ciclone proprio con l'inchiesta giudiziaria. Discorsi a parte (e già affrontati in passato) per gli incarichi affidati a Lamberto Quarta e per il "nuovo" strumento operativo della Regione, Abruzzo Engeneering, in corsa per gestire milioni di euro e aggiudicarsi il mega appalto sul wi-fi .

Sarà una delle operazioni tra le più "scientifiche" e mediaticamente perfetta. Ci sono i precari che protestano, scendono in piazza, con lo stipendio da fame ed i contratti che descrivono un lavoro che in realtà è ben diverso. E' gente che lavora e merita la stabilità. Ma ci sono precari e precari. Ed i precari "imbucati" non sono pochi.

Figli, parenti, nipoti, mariti vanno per la maggiore, sono quei dipendenti molto speciali con più di un santo in paradiso e mamma o papà su una poltrona chiave con la possibilità di chiedere un favoruccio all'assessore di turno che per fare "cassa" accontenta tutti.

I voti fanno sempre comodo e poi in tempi di saldi valgono il quadruplo: assumi uno ti vota tutta la famiglia. Tanto mica paga lui.

Sono circa 300 i precari assunti a progetto o a tempo determinato (fino al 2007), molti più di 20, forse 50, forse di più sono quelli che sono stati assunti a chiamata diretta con fortissimi sospetti di irregolarità.

E guarda caso sono pure quelli che hanno cognomi che viaggiano accoppiati.

Ma non si tratta di omonimia ma di parentela molto, ma molto stretta.

Tutto questo accade mentre l'Italia intera (tranne i partecipanti al banchetto) è indignata per quanto emerge dall'affaire Mastella che sembra confondere la normale attività politica con qualcosa di più.

Ed imporre nomi e fare clientele violando le leggi probabilmente è qualcosa di più rispetto a quella che i politici navigati chiamano "attività lobbistica".

E non sfugga nemmeno lo scandalo di Montesilvano e le tecniche utilizzate ai tempi dell'ex sindaco Cantagallo, tecniche clientelari emerse durante le indagini della polizia.

E non che Pescara ne sia completamente estranea: parenti, figli precari di padri molto vicini alla casta sono ovunque e sbarcano il lunario come possono.

E poi i sospetti sui concorsi taroccati…

Insomma i sentori ci sono tutti anche da noi, anche da noi la tensione è altissima, il malumore è alle stelle ed in quegli stessi uffici regionali il clima diventa sempre più invivibile.

Intanto, l'effetto principale è che la macchina amministrativa si ingolfa e spolpa sempre più soldi ai cittadini.

PROFESSIONE PARENTE PROFESSIONALE

Ma come si fa ad assumere tanta gente quando le assunzioni sono bloccate per gli enti pubblici?

Nulla è impossibile per quei diavoli di amministratori: hanno imparato tutti, così fan tutti, ovunque, dal più piccolo e insignificante paese fin su nei palazzi delle Regioni e dei Ministeri.

La legge però è chiara: c'è la possibilità di ricorrere a rapporti di collaborazione solo per «prestazioni di elevata professionalità», contraddistinta da una «elevata autonomia» nel loro svolgimento tale da caratterizzarle persino come «prestazioni di lavoro autonomo».

Ma siamo proprio sicuri che tutti questi figli di papà abbiano davvero tutta questa professionalità?

Sta di fatto che le clientele si tramandano di padre in figlio: c'è così l'attuale dirigente che ha fatto una carriera bruciante iniziando proprio da "precario" qualche anno fa chiamato a sua volta da papà dipendente regionale ed oggi fa lo stesso con il figlio, in sequenza: nonno, figlio, nipote.

C'è chi ne ha sistemati uno, chi tutti e due, questi poveri figli senza stipendio fisso...

E così dopo la protesta dei precari dell'Arta di ieri (quelli che protestano è molto probabile che abbiano parentele trascurabili) la Regione trova la forza di firmare una delibera che farà discutere.

L'assessore D'Amico ha dato il via libera al piano di stabilizzazione del personale precario.

Così potrebbero essere sanate tutte le posizioni in essere (compreso chi è stato chiamato direttamente senza concorsi e senza quelle scocciature delle graduatorie).

La delibera prevede la possibilità da parte della Giunta di continuare ad avvalesi del personale precario «in ragione proprio dell'approvazione del piano di stabilizzazione, in linea con quanto indicato nella Finanziaria nazionale».

Il provvedimento di Giunta indica anche la fase esecutiva con l'individuazione del piano di fabbisogno del personale che ora dovrà passare al vaglio della concertazione sindacale.

Una volta approvato il piano di fabbisogno si avvieranno le procedure di mobilità verticale per il personale interno e le procedure di stabilizzazione per quello precario, sia esso a tempo determinato sia co.co.co.

«L'atto approvato - commenta l'assessore D'Amico - è la conferma del rispetto degli impegni che questo governo regionale ha assunto con i rappresentanti dei lavoratori. Da una parte il superamento del precariato del personale della Giunta e dall'altro la valorizzazione delle professionalità interne acquisite in tutti questi anni con la mobilità verticale».

STABILIZZAZIONI FINO AL 2010

Il provvedimento votato dalla Giunta rappresenta per gli enti strumentali della Regione un atto di indirizzo mentre, per le Asl autorizza l'assessore Mazzocca a firmare accordi per dare risposta al personale precario delle aziende sanitarie che garantisce i servizi fondamentali.

Nello specifico, fino al 2010 la Giunta stabilizzerà il personale non dirigenziale assunto a seguito di procedure selettive pubbliche, in servizio a tempo determinato, che abbia maturato alla data del 31 dicembre 2007 e alla data del 31 dicembre 2008 almeno tre anni di servizio.

L'immissione in ruolo avverrà dopo l'approvazione del fabbisogno di personale a seguito di domanda e di una graduatoria formata sulla base della maggiore anzianità di servizio acquisita presso la Giunta.

Per il personale Cococo, esclusi quelli di nomina politica, sono interessati alla stabilizzazione quelli che al 29 settembre 2007 abbiano maturato tre anni di attività lavorativa e quelli che contrattualizzati alla stessa data maturino i tre anni nel successivo triennio 2008/2010.

Eppure l'infornata di collaboratori è continuata pure con l'anno nuovo e sarebbero oltre 350 in totale i precari, poco più del 20% dei lavoratori totali della Regione.

I costi della stabilizzazione saranno altissimi e tra loro ci sono i precari storici e i privilegiati…

E a nulla vale che la Regione abbia già un'altissima percentuale di dipendenti superflui.

Le denunce e gli esposti fioccano in procura e chissà che la magistratura non voglia fare chiarezza e spiegarci una volta per tutte la differenza che passa tra "l'attività di lobby" ed i reati penali connessi alle clientele.

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