
I PARMIGIANI E I PARMENSI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
C'ERA UNA VOLTA PARMA.
Emilia, le mani della mafia.
Un’inchiesta di Lirio Abbate de “L’Espresso”. Da Piacenza a Rimini, da Parma a Ravenna, la criminalità organizzata sta conquistando anche questa storica 'regione rossa'. Attraverso una rete di politici, imprenditori, professionisti. Che rispondono ai clan e alle 'ndrine. Si sono insediati e infiltrati. Con calma, lentamente, in poco più di un decennio hanno fatto dell'Emilia Romagna l'ultima terra di conquista. Qui le mafie non hanno usato le armi, anzi hanno evitato delitti clamorosi: si sono radicate nel territorio grazie ai soldi, senza bisogno di sparare. L'immagine choc del revolver sul piatto di tagliatelle è lontana dalla realtà: i boss si sono infilati tra la via Emilia e il West sfruttando la crisi di un tessuto economico fatto di coop e piccole imprese mettendo sul tavolo quattrini e collusioni. Così nella nebbia padana hanno creato una zona grigia dove si incontrano professionisti bolognesi e capi siciliani, politici parmensi e padrini casalesi, medici romagnoli e killer calabresi, imprenditori modenesi e sicari campani: uniti per corrompere, riciclare, investire, costruire. Una mano lava l'altra, in un circuito che diventa sempre più ricco, sempre più sporco ed irresistibile. Eppure tantissimi negano l'evidenza o la minimizzano: "La mafia qui non esiste" è uno slogan ripetuto soprattutto da politici e imprenditori, ma che nasce anche da una cultura dell'onestà che non riesce ad accettare il contagio criminale. C'è chi non vuole vedere, per interesse o calcolo. Ma tanti non riescono ad aprire gli occhi, con casi clamorosi di prefetti che ignorano la realtà e persino di magistrati che respingono nelle sentenze l'ipotesi di un radicamento mafioso in questa terra. Una miopia che regala ai boss l'habitat perfetto per alzare il tiro. Lo dimostra la vicenda di Paolo Bernini, ex assessore di Parma e consigliere del ministro Lunardi, che discuteva di affari con Pasquale Zagaria, fratello del re dei casalesi: "Non immaginavo chi fosse, mi è sembrato solo un imprenditore". Bernini è rimasto sulla sua poltrona in municipio nonostante le rivelazioni sulle sue relazioni pericolose: nessuno si è indignato, ma cinque anni dopo è finito in manette mentre intascava tangenti sulle mense degli asili. "Qui le attività illecite delle organizzazioni criminali non creano allarme sociale perché non riflettono il loro "disvalore" direttamente sulla popolazione", spiega un investigatore della polizia di Stato che conosce bene il territorio, "anche se in realtà sono per certi versi ancor più pericolosi sotto il profilo della "contaminazione" del tessuto sociale.
E il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso sintetizza il problema: "Trovo maggiore difficoltà a fare indagini antimafia in Emilia Romagna che a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Qui è più difficile distinguere il buono dal cattivo, perché qui si intrecciano". E il magistrato, responsabile dell'inchieste sui clan in tutta la regione, fa la diagnosi delle metastasi criminali: "La presenza della camorra e dei casalesi a Bologna, con amici e parenti del padrino Zagaria. La certezza della presenza della 'ndrangheta, sia lungo il percorso che va da Bologna verso Parma, Reggio Emilia e Piacenza, sia a Bologna stessa, dove abbiamo presenze molto significative e importanti in forte espansione. E poi Cosa nostra, con i catanesi. Insomma, non ci manca nulla". I narcos calabresi hanno messo le tende fra il capoluogo e Reggio Emilia. A Bologna, oltre a trascorrere gli arresti domiciliari nella suite del più lussuoso albergo - come faceva Vincenzo Barbieri poi assassinato nel Vibonese - tiravano fuori dal bagagliaio della Maserati "Gran Turismo" sacchi stracolmi di banconote: i banchieri di San Marino venivano a prelevarli in città per trasportarli nei caveau del Titano. O che dire del primario di Imola che con la complicità di infermieri ha certificato il falso facendo evitare la cella ad un boss catanese che doveva scontare l'ergastolo al carcere duro. E poi geometri e ragionieri, uno di questi iscritto al Pd bolognese, al servizio delle cosche per occultare gli investimenti in immobili di pregio. C'è persino un maresciallo delle Fiamme Gialle che con il denaro sporco di un conoscente calabrese voleva finanziare una squadra di calcio a Rimini.
Quando i quattrini non bastano a garantire il risultato, si ricorre alla violenza ma dosandola con cura: attentati e intimidazioni si registrano quasi ogni giorno nei cantieri o negli uffici delle imprese ma restano nelle cronache cittadine. Tanto che il presidente di Confindustria Emilia Romagna, Gaetano Maccaferri di mafia in questa regione non ha mai sentito parlare. E' di altro avviso, invece, Matteo Richetti, presidente del parlamento regionale, il quale sostiene che "la politica non può avere l'atteggiamento di chi attende l'esplosione di un fenomeno e alza la guardia per respingerlo solo con i comunicati stampa. Serve la capacità di contrastarlo". E' quasi paradossale notare come la denuncia più importante sia venuta da due imprenditori campani trapiantati nel Modenese: hanno fatto arrestare il nucleo locale dei casalesi, incluso il padre del grande capo Zagaria. Peccato che gli emiliani sembrino non aver gradito. Quella di Raffaele Cantile e Francesco Piccolo è una delle tante storie di collusione e contraddizioni che "l'Espresso" ha trovato lungo la via Emilia. Partendo da Nonantola, il centro a dieci chilometri da Modena dove vive una comunità che si è trasferita da Casapesenna: un paesino casertano che si è imposto nell'atlante mafioso come feudo di Michele Zagaria, il superlatitante catturato lo scorso 7 dicembre. I suoi uomini a Nonantola imponevano il pizzo e prendevano il controllo delle aziende. Ma solo i due costruttori campani hanno avuto il coraggio di andare dalla polizia. Raffaele Cantile e Francesco Piccolo hanno 35 e 36 anni: dopo il diploma si sono impegnati nell'edilizia, senza vizi né protezioni. Da più di dieci anni sono residenti in provincia di Modena e su di loro garantiscono gli atti firmati dalla procura di Napoli. "I pm partenopei ci convocarono subito: volevano capire se eravamo dei matti", racconta a "l'Espresso" Raffaele Cantile.
Nel 2007 Michele Zagaria, all'epoca latitante, gli aveva chiesto un incontro. Il giovane costruttore si presentò all'appuntamento e dopo aver affrontato gli scagnozzi del boss, li denunciò. "I tre magistrati di Napoli durante l'interrogatorio mi chiedevano: perché fate gli imprenditori a Modena? E perché denunciate? E come mai due giovani riescono a fatturare 20 milioni? Spiegai tutto il percorso imprenditoriale che per più di un decennio, da quando avevamo 19 anni, ci aveva portato in giro per l'Italia a partecipare a centinaia di appalti pubblici e che per un gioco del destino professionale, ma anche per un fattore sentimentale, siamo rimasti a Nonantola. Secondo Cantile "in Emilia Romagna molti vogliono sottacere il fenomeno delle mafie per tenere pulito il nome del territorio o per dimostrare la buona amministrazione. Nessun sindaco vorrà mai ammetterlo, ma la mafia qui c'è". Denunciare i casalesi ha portato Cantile e Piccolo ad essere isolati dalla gente. Vengono tenuti lontani come se fossero loro i camorristi. "Dopo le intimidazioni e le bombe che ci hanno messo nei nostri uffici, e dopo le denunce contro Zagaria, non abbiamo ricevuto alcuna solidarietà dall'amministrazione pubblica. Solo Confindustria Modena, l'Ance e la polizia ci sono stati accanto". Anzi, amministratori locali e dirigenti di banca hanno cominciato a calunniarli, a marchiarli come "camorristi", a revocare fidi sulla base di voci false creando un danno alla loro impresa più forte degli attentati. Oggi seduto alla scrivania del suo ufficio a Nonantola, Cantile appare mortificato, ma capace di sferrare attacchi contro chi non fa seguire le azioni alle parole: "I politici organizzano convegni sulle mafie, con tante belle parole per combatterle, ma nei fatti non si concretizzano". L'Emilia Romagna è rimasta indietro rispetto alla Sicilia dove gli imprenditori che si ribellano vengono sostenuti dalla società civile, dalle associazioni di categoria, dalla Federazione antiracket e da Confindustria. "Attenzione a non sottovalutare ciò che avviene nella regione", avverte il presidente onorario della Federazione antiracket italiana, Tano Grasso: "Ciò che si sta verificando nelle aree del Centro-nord è quello che è accaduto agli inizi del Novecento negli Usa, con un'attività estorsiva che aveva un orizzonte di protezione etnica tra gli immigrati, che ha portato alla grande Cosa nostra americana".
Pina Maisano, la vedova di Libero Grassi che con il suo sacrificio vent'anni fa animò la prima rivolta contro il racket, da un mese è diventata emiliana. Conosce bene questi posti, dove vivono alcuni suoi familiari, e dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Casalecchio di Reno, ha detto: "Proprio al Settentrione è oggi fondamentale diffondere il messaggio di Libero per combattere contro l'omertà di tutti coloro che tacciono di fronte alle infiltrazioni malavitose, nascondendosi dietro il luogo comune secondo cui le mafie sono solo una questione meridionale".
Cantile ha compreso subito che il vero obiettivo dei camorristi non è il pizzo: "Quando Zagaria ci ha fatto contattare dalla latitanza abbiamo capito che lo scopo non era imporci la semplice estorsione ma appropriarsi dell'azienda. Perché una volta che mettono la valigetta con i soldi sul tavolo e ti dicono riciclali, in quel momento metti la tua vita nelle loro mani e finisce lì. Finisce da un punto di vista morale ed etico, oltre che professionale, perché diventi al servizio di questa gente. Abbiamo detto no. E siamo andati per la nostra strada con le nostre gambe. Denunciando tutto alla polizia". Altri invece cedono alla tentazione della scorciatoia, per cupidigia o perché strozzati dalla crisi: "I casalesi avvicinano gli imprenditori che lavorano al Nord e gli dicono: cosa ti serve? Vuoi fare la bella vita senza problemi? Vuoi le porte spalancate? Moltissimi dicono di sì. E diventano loro schiavi".
E' con questi metodi, come sostiene il procuratore di Bologna, Roberto Alfonso, che i mafiosi si sono "radicati" nella regione fino a diventare una "presenza stabile e definitiva sul territorio degli affiliati alle organizzazioni mafiose" e tutto ciò "genera una sorta di colonizzazione da parte delle organizzazioni criminali". E' ovvio che non è come la Sicilia, la Calabria o la Campania, perché le mafie "non hanno il controllo militare del territorio", però "è certo che vi svolgono attività illecite e vi fanno affari illeciti". Tutto ciò è provato da decine di indagini avviate in tutte le province. E nuove inchieste toccano anche la politica. Fonti qualificate confermano a "l'Espresso" che "è in campo l'ipotesi investigativa che segnala una significativa e importante presenza di Cosa nostra in primarie attività economiche della regione". Indagini che potrebbero riservare sorprese clamorose. Da mesi gli inquirenti sono anche impegnati ad accertare la natura dei rapporti fra Calisto Tanzi, l'ex patron di Parmalat, l'imprenditore campano Catone Castrese, arrestato dai pm di Salerno a giugno per bancarotta, e alcuni soggetti legati alla camorra: il sospetto è che stessero organizzando un grande riciclaggio.
Da quando il procuratore Alfonso ha iniziato a dare impulso alle attività antimafia sul territorio, adottando una strategia che privilegia l'aggressione ai patrimoni illeciti, molti risultati stanno arrivando. Seppur tra mille difficoltà. Perché sono tantissime - ed è anche fisiologico che lo sia - le domande di sequestro di beni bocciate dai giudici. Vengono respinte pure molte richieste di arresto per persone accusate di aver aiutato la mafia. Nella maggioranza dei casi il ricorso alla Cassazione ha poi dato ragione alla procura. I tribunali locali spesso sono apparsi quasi immaturi nel valutare le prove raccolte dalle forze dell'ordine. Se in Sicilia, Calabria o Campania un primario falsifica un certificato per tirar fuori dal carcere boss, il medico finisce sotto processo anche con l'aggravante di aver avvantaggiato l'organizzazione mafiosa. Se accade in Emilia Romagna, i giudici non riconoscono l'aggravante. Ed ecco un altro paradosso: anche l'antimafia viene importata. In Emilia Romagna contro i delitti associativi, ossia i crimini più gravi, intervengono spesso le procure di Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria con arresti e sigilli ai tesori. Ai pm bolognesi, che collaborano quasi sempre con i colleghi, rimane il compito di punire solo i reati dei singoli boss sul territorio. E le loro complicità, con un coinvolgimento crescente dei colletti bianchi.
Il penalista bolognese Manlio Guidazzi era l'avvocato del narcotrafficante calabrese Barbieri. Per gli investigatori il legale avrebbe ricoperto un ruolo che andava "ben oltre a quello del difensore", perché, si legge negli atti, Guidazzi "è perfettamente consapevole che Barbieri effettuava investimenti immobiliari e commerciali utilizzando fittizi intestatari". E Guidazzi "appare connivente nella realizzazione di tali progetti di investimento". A Modena un altro avvocato, Alessandro Bitonto, per punire due persone dalle quali aveva subito un torto, ha fatto ricorso a clienti "casalesi". Le vittime, convocate nel retrobottega di un bar sono state picchiate a sangue davanti al legale. Quest'ultimo, soddisfatto, il giorno dopo ha chiamato uno degli aggressori: "Devo ringraziarti personalmente perché ieri ho avuto una lezione di vita, nel modo di ragionare".
Comune, 4 arresti per le mense scolastiche. In manette l'assessore Giovanni Bernini. In manette quattro persone per corruzione e tentata concussione nel campo delle mense scolastiche. Tra loro anche l'assessore ai Servizi educativi Bernini, un funzionario comunale suo braccio destro e due imprenditori. Eseguite perquisizioni in città in provincia e altre località. Da “La Repubblica”.
Tanto tuonò che piovve. A tre mesi dagli 11 arresti di San Giovanni un nuovo ciclone si abbatte sul Comune di Parma e sulla città. Arrestato l'assessore ai Servizi educativi Giovanni Paolo Bernini, già assistente dell'ex ministro alle Infrastrutture Pietro Lunardi. Eseguiti altri quattro provvedimenti: fra gli arrestati Paolo Signorini, già coordinatore di Forza Italia e attualmente funzionario comunale: era il braccio destro di Bernini, da lui voluto come capo della segreteria tecnica del suo assessorato. In manette anche gli imprenditori Mauro Tarana e Antonio Martelli. I quattro avevano architettato un sistema di corruzione e concussione nel campo delle mense scolastiche.La complessa vicenda delle mense è stata ricostruita dalla Finanza grazie alle intercettazioni. Al centro dello scandalo ci sono l'assessore Bernini e l'imprenditore Tarana della Copra di Piacenza (ristorazione - appalti per mense asili e scuola dell'obbligo) . Tutto parte a febbraio 2011 quando l'amministratore della Camst denuncia alla Finanza una richiesta da parte di Signorini, braccio destro e segretario di Bernini, di denaro. Soldi in cambio di una proroga del contratto mense. "Se ci paghi e assumi una persona vi faremo avere la proroga del contratto con il Comune", questa in sunto la richiesta. C'è il reato, concussione, e la denuncia: partono le intercettazioni per Bernini, Signorini e Tarana. A questo punto si scopre che la ditta Copra di Tarana paga somme di denaro (corruzione) per avere una proroga del contratto della fornitura di mense scolastiche per la scuola dell'obbligo. La Copra doveva dare i soldi a una piccola società sportiva ignara di tutto, poi questa società che faceva da sponsor avrebbe girato dei contanti - circa 8 mila euro - a Signorini e Bernini. Il sistema con cui i pagamenti illeciti venivano coperti dalla Copra era dunque quello di un contratto di sponsorizzazione con una società sportiva che a sua volta tratteneva il 50% della somma e versava l'altra al segretario di Bernini e quindi all'assessore. Dalle intercettazioni si scopre che Bernini faceva pressioni fortissime al suo segretario Signorini perchè mandasse in porto la cosa con la Copra. Bernini e Signorini sapevano di essere nei guai e sapevano di rischiare: tant'è, come confermano le intercettazioni, che il denaro veniva chiamato "conferenza stampa". "A che punto siamo con la conferenza stampa?" chiedeva Bernini al suo uomo. A seguito di questo affare andato in porto l'assessore ci riprova. Fa un altro tentativo legato al ristorante del Duc, che doveva nascere al 4 piano dell'direzionale unico del Comune. Nella busta chiusa della gara di appalto la Copra però sbaglia qualcosa nel bando. Un errore non tollerabile dato che Bernini voleva affidare alla Copra la ristorazione. Così l'assessore prova a fare rifare il bando ma la cosa non va in porto. Un secondo episodio riguarda invece Antonio Martelli, costruttore. Quest'ultimo stava costruendo un edificio e Bernini si è interessato della cosa. L'assessore fa sì che venga mutata la destinazione d'uso per metterci così asili e scuole, come l'asilo Mary Poppins di cui Repubblica Parma aveva dato nei giorni scorsi una anticipazione. Un cambio di destinazione che costa denaro a Martelli: i soldi non sono ancora quantificati, ma come primo grazie Martelli (ai domiciliari) regala a Bernini un I pad. Martelli è accusato di corruzione ed è ai domiciliari. Bernini è detenuto a Forlì, Signorini a Rimini, Tarana a Bologna. Su Bernini pesano anche le accuse di una consulenza data ad un'amica ed il tentativo di fare annullare 90 multe ad un parente. Durante la conferenza, il procuratore capo Gerardo Laguardia non le ha mandate a dire: "C'è la responsabilità dei partiti (Bernini è Pdl, ndr) nell'ascesa degli uomini che li rappresentano: trovo particolarmente grave, per non dire indecente, che si lucri su pasti di bambini della scuola elementare e materna. L'assessore che deve contrallare che il servizio sia efficiente come può farlo se riceve soldi da un imprenditore? Eppure di Bernini nel '97 si parlò già per i rapporti che aveva con il boss Pasquale Zagaria e con l'ex assessore Stocchi, allora condannato per correzione e concussione... la cosa doveva mettere in allarme.
Clamoroso da “La Repubblica” del 24 giugno 2011: Corruzione, undici arresti. In manette tre dirigenti comunali. Secondo atto dell'operazione sulle tangenti del verde pubblico. La Finanza ha arrestato il comandante della polizia municipale, i dirigenti del Comune Moruzzi e Iacovini, un dirigente Iren, sei imprenditori e un investigatore privato.
Undici persone sono state arrestate dalla guardia di finanza nel corso del secondo atto dell'operazione "Green money" sulle tangenti nel verde pubblico. Tra queste tre dirigenti del Comune: il comandante della polizia municipale Giovanni Maria Jacobazzi, il direttore marketing - già capo dello staff del sindaco e direttore di Infomobility - Carlo Iacovini (adesso responsabile del progetto Zero Emission City) e Manuele Moruzzi del settore Ambiente, legati a filo doppio al sindaco Pietro Vignali fin dai tempi dell'assessorato all'Ambiente. In manette anche sei imprenditori, un investigatore privato e un dirigente della multiutility Iren, ex Enìa.
Dalle prime indiscrezioni potrebbe trattarsi di Mauro Bertoli. Le Fiamme gialle stanno compiendo perquisizioni in municipio, negli uffici comunali del Duc e nel comando della polizia municipale. E' stato accertato il pagamento di tangenti per diverse centinaia di migliaia di euro. Distratta la stessa cifra di soldi pubblici. Eseguite perquisizioni in città, nel Parmense e in altre località italiane.
In attesa della conferenza stampa il comandante della Municipale è stato portato nel comando di via del Taglio, dove i finanzieri stanno effettuando perquisizioni nel suo ufficio. Martedì prossimo si sarebbe dovuto presentare in aula nel corso del processo contro i vigili che nell'ottobre del 2008 aggredirono e insultarono il giovane ghanese Emmanuel Bonsu, scambiato per il palo di un pusher, che attendeva l'inizio delle sue lezioni serali nel parco Falcone e Borsellino. Jacobazzi entrò in servizio a Parma poco dopo l'accaduto.
Sbalorditi davanti agli schermi dei computer, di fronte a quella prima notizia lanciata dai giornali online della città: il comandante della Municipale in manette. Sono rimasti senza parole i vigili urbani in servizio questa mattina al comando di via Del Taglio. Qualche click per carpire le poche informazioni già disponibili - corruzione per centinaia di migliaia di euro - poi via al tam tam. Il comandante Jacobazzi oggi non verrà al lavoro, è stato arrestato. In pochi minuti la notizia si diffonde in tutto il comando. Chi è in servizio fuori viene raggiunto dalle telefonate e dagli sms dei colleghi. E la novità viene accolta con più sconcerto che incredulità. "Be', detto fra noi, qualcosa doveva accadere - è il commento di un agente che desidera rimanere anonimo - qui abbiamo avuto ispezioni della Finanza, anche per il verde di questi benedetti cani. C'era da aspettarselo...". L'agente si riferisce allo spazio verde che doveva essere predisposto per Paco e Ax, i due "vigili a quattro zampe", dalla ditta di Alessandro Forni, l'imprenditore già indagato nel primo stralcio dell'inchiesta Green Money. E poi monta l'indignazione: "Io mi chiedo: dove stiamo andando? Dopo il caso Bonsu, ci mancava anche questa. E' una vergogna. Io onoro la divisa che porto da tanti anni. Ora la gente che penserà? Dobbiamo chiudere il comando?".
Intanto l'ufficio stampa dell'Amministrazione comunale ha annunciato che tutte le conferenze in programma per oggi sono state annullate. L'atmosfera in municipio è glaciale. "Siamo sconcertati - ha commentato un dipendente - nessuno si aspettava niente del genere. Aspettiamo la conferenza stampa per scoprire cosa è successo. Per ora anche noi siamo al buio sulla vicenda".
Il Comune affonda nei debiti. I progetti megalomani sono fermi. Le inchieste si moltiplicano. Ecco come è entrato in crisi il modello del buongoverno emiliano.
A Parma sotto il portico del Grano, accanto alla sede del Comune, un maxischermo trasmette da Busseto la prima dell'Attila per una quarantina di melomani. Gli altoparlanti diffondono la musica per le vie del centro e i loggionisti del Regio, i più severi del mondo, annuiscono con soddisfazione. Qui Attila significa Giuseppe Verdi e il suo festival, che occupa tutto il mese di ottobre.
Nella città di Maria Luigia, l'avatar finanziario di Attila ha le sembianze gentili di Calisto Tanzi, nonnino bancarottiere che va a prendere i nipoti a scuola salutato con cortesia dai concittadini. Oppure di Matteo Cambi, il creatore del marchio Guru, affidato ai servizi sociali dopo il carcere per il crac della sua azienda. Sfortunatamente, i metodi degli avventurieri privati hanno contagiato anche i conti pubblici. "Se certe cose succedessero a Catanzaro, farebbero scandalo su tutti i giornali nazionali. Succedono a Parma e nessuno ne parla". Lo dice Elvio Ubaldi, ex sindaco di centrodestra per nove anni, e oggi picconatore indefesso del suo successore Pietro Vignali.
Il catalogo è questo. Quattro inchieste della pur mite magistratura locale (tangenti Enìa, metropolitana, Stt-Tep e riqualificazione Pasubio). La Guardia di finanza ai lavori forzati per sequestrare e studiare montagne di carte. Una situazione debitoria delle casse municipali che nessuno conosce. La Lega Nord parla di 250 milioni di euro per le sole spa controllate dal Comune attraverso la holding Stt. Il Pd parla di 400 milioni di euro. La Stt ne ammette 175. L'esposizione totale della città (170 mila abitanti) sarebbe intorno ai 600-700 milioni. Dall'inizio dell'anno i fornitori ricevono i pagamenti con il contagocce e le gare per i servizi pubblici vanno spesso deserte. "In diciotto mesi sono stati emessi 30 milioni di euro di Boc", dice il capogruppo democratico in Comune Giorgio Pagliari. La Stt, invece, aveva studiato un'emissione obbligazionaria da 100 milioni di euro niente meno che negli Stati Uniti attraverso Armonia sim di Fabio Arpe.
In ordine di
tempo, è il caso più recente. E minaccia di far saltare gli equilibri, non solo
locali. La storia, nella sua torbidezza, è lineare. Tep è l'azienda di trasporto
pubblico, a lungo presieduta da Andrea Costa. Costa è un ex dirigente Barilla,
come non pochi da queste parti, con una spiccata vocazione al risparmio. Anzi,
come ha detto lui, ai risparmi di una vita che gli sono serviti per comprare tre
tenute vitivinicole da oltre 20 milioni di euro complessivi. Ex uomo di Ubaldi,
Costa continua l'ascesa con il sindaco Vignali che crea e gli affida la Stt,
holding di partecipazioni comunali. Alla Tep è nominato Tiziano Mauro,
consulente e vicino di ufficio di Costa. A maggio del 2009 Mauro prova
l'irresistibile impulso di versare 8,5 milioni di euro della Tep sui conti di
Banca Mb, creatura di Fabio Arpe. Azionista ed amministratore di Mb è Costa che
ha investito 3,6 milioni nell'istituto. Alla girata degli 8,5 milioni Mb ha
un'ispezione di Bankitalia in corso.
Due mesi dopo il versamento, la banca viene commissariata per gravi
irregolarità. La Tep prova a riprendersi i soldi ma ottiene soltanto 1 milione.
Il resto viene bloccato dai commissari e chissà per quanto. Mauro si è dimesso,
Costa no e la Procura indaga sia sul versamento sia sul prestito milionario che
Costa ha ricevuto dalla stessa Mb dopo l'arrivo dei soldi della Tep.
Insomma, Parma come Catania e Taranto, con un tocco di megalomania in stile Dubai. "È stato proprio l'ex sindaco Ubaldi a dare il via a questo sistema", dice Arrigo Allegri, animatore di comitati civici e censore della grandeur che voleva trasformare la città di Maria Luigia in un nuovo agglomerato da 400 mila persone.
Le tracce della Parma in stile Emirati Arabi sono ancora visibili nei quartieri a sud della città, verso via Traversetolo, dove una foresta di gru realizza case, uffici, mall e quei capannoni insensati che si stanno mangiando terreni agricoli di pregio lungo tutta la via Emilia. "Qui si parla di Food Valley e di eccellenza alimentare", dice Nicola Dall'Olio, autore del documentario "Il suolo minacciato", "ma gli ultimi dati di espansione urbana per la pianura parmense parlano di oltre 3 mila ettari fra il 2006 e il 2008, al ritmo pazzesco di quattro ettari al giorno".
Ma i danni non si limitano alla periferia. Basta scendere alla stazione Fs, civettuolamente ribattezzata temporary station (10 milioni di debiti comunali accertati), oppure andare poco oltre la ferrovia verso la zona di trasformazione urbana via Pasubio (50 milioni di debiti comunali accertati). O infine guardare l'orrore della Ghiaia, la storica piazza del mercato trasformata in una stazione astronavale grazie a una tettoia in vetro che, d'estate, diventa uno specchio ustore per i palazzi vicini.
Ubaldi dice di essersi pentito ed è giusto credergli, com'è giusto prevedere che nel 2012 si ricandiderà sindaco. Il suo progetto di metropolitana (due linee per 30 chilometri e 320 milioni di euro di investimenti messi da Stato e Comune) è stato accantonato. Non serve. Peccato che le spese dell'appalto mancato, del progetto e dell'utile ipotetico andranno pagate ai vincitori della gara, il binomio di ferro fra il costruttore parmigiano Paolo Pizzarotti e le cooperative rosse. Il conto totale dell'operazione è di 35 milioni di euro. "Tutto questo", insiste Ubaldi, "senza che le imprese abbiano mosso cazzuola. Come mai? Lo Stato affamato di soldi risparmia circa 150 milioni ma rinuncia alla sua programmazione". La metro parmense nasce sotto l'ombrello della legge Obiettivo del 2001, la mappa dei sogni infrastrutturali berlusconiani. E oggi chi si appella alla legge Obiettivo? La rossa regione Emilia Romagna che è favorevole alla metropolitana e ha presentato ricorso alla Corte costituzionale contro lo stop all'opera dato da Gianni Letta e Giulio Tremonti.
Il sindaco Vignali non si è opposto. Parte degli industriali, che controllano l'informazione locale attraverso la "Gazzetta di Parma" e "Parma tv", continua a sostenerlo. Primo fra tutti, Marco Rosi, il proprietario di Parmacotto. E non è appoggio da poco. Guido Barilla è un po' meno contento. Il nuovo inceneritore sorgerà vicino al suo stabilimento, a fianco dell'Autosole. Ma l'inceneritore sarà più difficile da bloccare della metro. La multiutility Iren, dove si è fusa Enìa, ci ha già investito 100 milioni di euro ed è quotata. Con l'ex municipalizzata emiliana c'è poco da scherzare.
Il più arrabbiato con il sindaco sembra proprio Pizzarotti, che voleva costruire la metropolitana per rafforzare il curriculum in vista di gare internazionali. Ma il costruttore si può consolare, oltre che con l'indennizzo, con un'altra struttura avveniristica. È il Ponte a Nord sul torrente Parma, una sorta di Ponte Vecchio di Firenze che nel rendering ricorda il Terminal 3 dell'aeroporto di Dubai. Un'altra navicella spaziale, insomma, alla ricerca di un'immagine modernista di cui pochi a Parma sentono il bisogno.
Ma il look è centrale nelle preoccupazioni dell'amministrazione. In via Farini, o meglio Strada Farini perché nel centro di Parma le vie si chiamano tutte Borgo o Strada, c'è la movida tre giorni a settimana (mercoledì, venerdì e sabato). Sono state approvate sanzioni per chi fa pipì e si droga in pubblico. Molto ben strutturata anche la comunicazione. "L'espresso" ha parlato con una mezza dozzina di addetti stampa nel tentativo fallito di avere un appuntamento con il sindaco (500 mila euro l'anno il costo della struttura). All'ufficio stampa si deve aggiungere la consulenza di Klaus Davi, il public relation man svizzero che propaganda in grande stile il quoziente Parma, un modello matematico applicato alle tariffe sui servizi pubblici, e l'alto tasso di integrazione degli immigrati in città. Non mancano le soubrette. Questo mese il sindaco si è esibito alle prime dei Vespri siciliani e del Trovatore in compagnia delle showgirl Rossella Brescia e Sara Tommasi, della scuderia di Lele Mora, mentre ha appena levato le tende la produzione del film "Baciato dalla fortuna", girato in città.
Passa attraverso l'immagine anche lo sforzo di rilanciare la zona dell'Oltretorrente, la città vecchia che subisce le tensioni della convivenza con gli extracomunitari e la chiusura progressiva dei negozi di via Bixio. In estate è stato inaugurato lo Hub café. È costato 500 mila euro al Comune che l'ha lanciato come "caffè o hub della creatività". L'apporto creativo del locale consiste in un angolo per il book crossing e in qualche foto d'arte appesa alla vetrata. Il resto è cappuccini e brioches o, secondo l'orario, patatine e mojito. Si direbbe un bar come un altro, salvo che il proprietario è il sindaco e lo ha affittato al panificatore Castagnoli per 6 mila euro all'anno (500 al mese). Un canone forse creativo, di certo poco adatto a sostenere le casse municipali.
Le stesse banche con base in città hanno le loro difficoltà a foraggiare la politica scintillante della giunta. Cariparma fa parte del gruppo francese Crédit Agricole, che ha imposto criteri di affidamento poco teneri con la dolce vita finanziaria locale. Banca Monte, dopo essere stata coinvolta nei crac Tanzi e Burani, ha appena evitato di giustezza il commissariamento con l'arrivo dei nuovi padroni di Intesa Sanpaolo. Nel più grande istituto di credito italiano le magagne locali si vedranno meno e si potranno sistemare più in fretta.
Del resto, è già in arrivo la prossima genialata della finanza creativa che sostituirà i danni causati ai Comuni dai derivati con danni nuovi di zecca. Si chiama leasing in costruendo. La città ducale se ne vuole servire per realizzare un nuovo palazzo dello sport da 45 milioni di euro nella zona nord. Funziona così. Il Comune decide di costruire. Non ha i soldi. Bandisce una gara fra banche. La vincente realizza l'opera attraverso i suoi costruttori di fiducia, poi la dà in leasing al Comune. Vantaggi per la banca: il leasing rende più di un mutuo. Vantaggi per il Comune: il taglio del nastro inaugurale e il pagamento dilazionato. Perché poi una banca debba fare il contractor per conto del Comune non è chiaro. Né è chiaro a che cosa serva qui un palazzo dello sport da 45 milioni di euro dato che non ci sono squadre in grado di riempirlo e che persino ai tempi del grande Parma di Tanzi, con in campo Buffon, Crespo, Cannavaro e Asprilla, lo stadio Tardini faceva il tutto esaurito tre volte all'anno, sì e no.
Erano i bei tempi delle plusvalenze fasulle. Nel calcio sono state eliminate. Nell'immobiliare, no. Alfa, controllata da Stt ossia dal Comune, ha comprato sempre dal Comune l'ex mercato del bestiame per 21 milioni di euro. L'area vale, ad andar bene, la metà. Anche la Spip, pure controllata dalla spa pubblica Stt, è carica di immobili sopravvalutati. E con quelli non si vincono neanche le partite.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cera-una-volta-parma/2137358
MALAGIUSTIZIA
L'ex procuratore di Parma, Giovanni Panebianco, chiede in base alla legge Tinto un risarcimento allo Stato di circa 70.000 euro per i danni morali e patrimoniali subiti a causa di un processo per corruzione (assolto con formula piena) e per falsità ideologica (prosciolto per intervenuta prescrizione). Panebianco, assistito dallo studio associato De Filippi, sostiene che il processo, durato 6 anni, gli ha causato notevoli danni d'immagine e l'impossibilità di concorrere al posto di procuratore generale a Bologna, oltre alla perdita del suo incarico.
La vicenda è stata per anni al centro delle cronache del settimanale "La voce di Parma". Come si ricorderà la procura di Firenze nel 2001 avviò un'inchiesta nel quale erano coinvolti oltre a Panebianco, Luciano Silingardi, potente presidente della Cassa di Risparmio di Parma e un imprenditore, Antonio Rizzone. Nei documenti dell'accusa c'era scritto che "la Cassa di risparmio di Parma, per attivo interessamento di Silingardi nel periodo tra il 1994 e il 1997 avrebbe concesso affidamenti bancari gravemente anomali a soggetti legati da particolare vincolo al procuratore Panebianco". Insomma il procuratore avrebbe intercesso presso il banchiere per favorire l'imprenditore al quale era legato da antica amicizia. Panebianco ha sempre respinto l'accusa e nel novembre 2007 il tribunale di Firenze lo ha assolto (per sopraggiunta prescrizione per il reato di falsità ideologica e perchè il fatto non sussiste per corruzione) assieme a Silingardi.
Poi la notizia che Panebianco a 76 anni ha chiesto i danni allo Stato per 70 mila euro e minaccia di chiedere il reintegro nel ruolo (a seguito della vicenda ha lasciato il posto di procuratore a Parma e rinunciò alla procura di Bologna).
Panebianco un magistrato dall'altra parte della barricata, nel ruolo di imputato, sei anni. Che giudizio ha della magistratura italiana?
Che ci sono problemi, che le cose non funzionano. Credo che in civile bisognerebbe snellire le procedure introducendo la motivazione eventuale, quella che viene fatta solo in caso di appello. Bisogna evitare certi magistrati che fanno notte fonda per fare i Proust nelle sentenze.
E per il penale?
E' stata una sciocchezza l'abolizione delle preture, un ufficio giudiziario
veramente vicino al popolo, alla gente. Con le sole procure si è tutto
complicato ulteriormente.
Lei per una volta nei panni del povero cittadino, sei anni di
attesa per una sentenza di primo grado, a che ritmo viaggiano le toghe in
Italia?
A un ritmo che non ha eguali, è quello delle tradotte del dopoguerra.
L'hanno definita il magistrato
amico dei potenti...
Piano con le offese, e questa è la peggiore che può essermi rivolta. Ricordo
che ho querelato ed ho avuto ragione ad Ancona col periodico di "La voce di
Parma" mentre è stata archiviata a Milano la mia querela presentata nei
confronti del Corriere della Sera,(perché gli imputati non sono tutti uguali di
fronte alla legge ndr).
In sei anni di assenza dalla
Procura c'è stato un terremoto a Parma, anche nelle persone che lei conosceva…
Sì da Tanzi a Guru un vero terremoto. Io sono un ottimista di natura e credo che
nonostante tutto la magistratura funzioni, anche nel mio caso l'ho potuto
constatare. (Non si
sa se si riferisse alla prescrizione, ndr.)
Ha indagato su 140 delitti con Giovanni Falcone: "La giustizia? Una piovra!".
Marco Morin è uno dei più autorevoli periti balistici al mondo. Ha fatto scarcerare un inglese condannato all’ergastolo per l’omicidio di Jill Dando, conduttrice della Bbc. Ma ora rifugge i tribunali italiani. È uno dei più autorevoli esperti - appena una dozzina in tutto il mondo - di balistica, esplosivistica e residui dello sparo. Quindi se il professor Marco Morin dice che nel nostro Paese le sentenze dei processi per omicidi, attentati e altri reati, in cui c’entrano le armi da fuoco o le bombe sono quasi sempre frutto di investigazioni fatte alla carlona, c’è da preoccuparsi. Se poi la conferma arriva da Edoardo Mori, che, oltre a essere giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bolzano, è anche titolare del sito Earmi.it, «dedicato a coloro che amano lo studio delle armi e della balistica e sono interessati ai problemi giuridici connessi», c’è da spaventarsi.
Scrive Mori, osannando, e non certo per consonanza anagrafica, una relazione di Morin: «È esemplare nel dimostrare quale deve essere la buona preparazione di un perito, ben informato su tutta la più recente letteratura scientifica, capace di comprenderla nelle lingue straniere e capace di usare strumenti di analisi. Tutte cose che non si possono pretendere da un poliziotto o un carabiniere, addestrati alla bell’e meglio in base “alla prassi dell’ufficio” o “a ciò che si è sempre fatto”».
Elevata competenza professionale, fu consulente di fiducia del compianto Giovanni Falcone per le indagini su 140 delitti di mafia, a cominciare dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro. Morin s’è occupato anche dei casi Aldo Moro, Luigi Calabresi e Marta Russo, delle efferatezze del mostro di Firenze, delle stragi di Peteano, Bologna e Ustica. Ma oggi guai a dargli del perito balistico: «Faccio solo consulenze di parte. Non voglio più aver nulla a che fare con magistrati e tribunali. Lo vede questo tomo di 637 pagine? È il manuale che i giudici federali statunitensi devono studiarsi per essere in grado di valutare la bontà delle prove scientifiche portate alla loro attenzione. Da noi? Prendono per oro colato qualsiasi bischerata. Basta che provenga dai laboratori istituzionali».
Fino a pochi anni fa il professor Morin era l’anima del più attrezzato di questi laboratori, il Centro indagini criminali, costruito a propria immagine e somiglianza presso la Procura di Venezia. A un certo punto gli impedirono di accedervi, nonostante le rimostranze di Falcone. «Come? Facendo passare me per un criminale», allarga le braccia.
Come mai non collabora più con la giustizia italiana?
«Mi hanno fatto fuori professionalmente. Mi risulta che l’ordine sia partito da Palermo. Me l’hanno confidato alcuni alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. I miei rapporti con Falcone erano strettissimi, si fidava soltanto di me. Una volta, a cena qui a casa mia, dove ora è seduto lei, mi raccontò d’aver scoperto un traffico di droga fra Bulgaria e Italia favorito da personaggi legati al Pci: gli stupefacenti finivano in mano alla mafia. Mi mangiai due diottrie al microscopio per esaminare i proiettili dei delitti di Cosa nostra e scoprii che a sparare erano sempre le stesse Smith & Wesson calibro 38. Le mie perizie balistiche avevano consentito a Falcone di risalire a insospettabili connessioni fra le cosche di Palermo e Catania. Per la mafia ero diventato un pericolo».
In che modo l’hanno fatta fuori?
«Con l’accusa di peculato. Mi sarei appropriato di 30 o 40 cartucce da caccia del costo di 100, massimo 150 lire l’una, pensi un po’. Se a Venezia ci fossero state le pecore, m’avrebbero accusato di abigeato. Ma l’accusa più grave fu quella formulata dal pubblico ministero Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico, che m’incolpava d’aver fatto sparire dell’esplosivo. Dopodiché saltò fuori un documento, controfirmato dallo stesso Casson, dal quale risultava che quell’esplosivo era stato consegnato alla direzione di artiglieria. Presentai un esposto al Consiglio superiore della magistratura e l’accusa cadde subito».
Cogne, Garlasco, Perugia, e prim’ancora l’Olgiata e via Poma: tanti toponimi per indicare altrettanti delitti in cui dalla guerra di perizie e controperizie non emerge mai una verità credibile. Di chi è la colpa?
«Di chi compie le prime indagini. Com’è possibile che nel caso di Meredith Kercher siano state trovate tracce di sangue su una borsa a tracolla a quattro mesi e mezzo dal delitto? Nella mia carriera ho visto cose da far paura. Prenda la tragedia del Moby Prince, che costò la vita a 140 persone. Il gabinetto di polizia scientifica della Criminalpol individuò sul traghetto tracce di ben sette diversi tipi di esplosivo».
E invece?
«A bordo non ve n’era nemmeno uno, di esplosivo! Così come non vi erano residui dello sparo sul davanzale della Sapienza di Roma, da dove sarebbe partito il colpo che uccise la studentessa Marta Russo. Peggio ancora fu quello che accertai come consulente di Pietro Pacciani. I periti di fiducia del giudice dovevano rilevare eventuali tracce di polvere da sparo su un baby-doll e su un pannolino da neonato che avrebbero avvolto armi da fuoco usate dal mostro di Firenze. Conclusero per la presenza di antimonio, elemento chimico attribuito alla miscela d’innesco delle cartucce Winchester calibro 22 Long Rifle. Ebbene, chiunque s’interessi seriamente di munizioni sa che quell’innesco non contiene antimonio. Appare grave che dei periti d’ufficio abbiano disposto la ricerca strumentale dell’antimonio in cartucce che ne sono notoriamente prive. Ma ancora più grave è che l’antimonio sia stato addirittura individuato negli inneschi esaminati. Risultato: Pacciani assolto, giustizia svergognata».
Che conclusioni devo trarne?
«Domina la pressoché generale ignoranza della criminalistica, di quel complesso di discipline che si definiscono scienze forensi. Il giudice non è onnisciente, deve per forza rivolgersi al consulente tecnico. Ma se il secondo è più ignorante del primo? Tutto ciò rende aleatoria la giustizia penale in Italia. Adesso lei sa quali rischi corre il cittadino innocente quando viene afferrato dai tentacoli di questa piovra. Se sarà fortunato, potrà riavere la libertà a prezzo della salute, della rovina economica, dell’onore».
Tesi confermata da eventi inimmaginabili: Luciano Garofano lascia la guida dei Ris di Parma.
La notizia arriva dopo l'annuncio del Tg1 di un suo probabile coinvolgimento diretto nelle indagini della procura di Parma, scaturite da una denuncia dell'avvocato Carlo Taormina, in merito a presunte irregolarità compiute dal reparto per lo svolgimento di consulenze tecniche su importanti e controversi casi giudiziari degli ultimi anni. Le accuse sarebbero di truffa ai danni dello stato, abuso di ufficio e falso ideologico. Il colonnello dei carabinieri, per 14 anni comandante del Reparto investigazioni scientifiche, dopo essersi occupato dei delitti più noti degli ultimi anni, dall’omicidio di Garlasco alla strage di Erba, dal caso Cogne all’assassinio di via Poma, ha presentato congedo al comando generale dei carabinieri. La sua richiesta è stata accolta. Comunque soddisfatto Taormina: "Ciò che ha costituito oggetto delle mie indicazioni ha trovato riscontro.”
Ma non finisce qui. Unabomber: Condannato a due anni Ezio Zernar, il poliziotto accusato di aver alterato una “prova principe” nel processo contro il bombarolo del nordest. C’é una condanna nella vicenda Unabomber, ma non è a carico dello sconosciuto bombarolo del nordest, bensì per un poliziotto, Ezio Zernar, del laboratorio di indagini criminalistiche di Venezia, accusato di aver alterato quella che poteva essere una “prova principe”, che sarebbe stata data dalle striature trovate su un lato del lamierino e compatibili con i segni lasciati da una forbice che era nelle disponibilità di Zornitta.
http://parma.repubblica.it/dettaglio/il-magistrato-imputato-la-giustizia-lumaca/1488835
SICUREZZOPOLI
VIGILI URBANI NEL MIRINO.
Vigili accusati, non solo Bonsu. Violenze e minacce a tre minori.
Botte non solo per Bonsu, quella sera. Minacce e violenza anche nei confronti di tre minorenni, perquisiti al parco ex Eridania e portati al comando a forza. Per i vigili sotto accusa, arrivano altri guai giudiziari.
Da “La Repubblica”. Meno di cinque ore in camera di consiglio. Poi, puntuale, alle 17.30 del 3 ottobre 2011 il giudice Paolo Scippa ha letto la sentenza di primo grado per gli otto vigili accusati del pestaggio e del sequestro del giovane ghanese Emmanuel Bonsu. Per la città di Parma, l'atto conclusivo di uno scandalo dai gravi risvolti razzisti. Ad ascoltare il verdetto, nell'aula affollata da toghe e telecamere ma non dal pubblico, c'erano solo due imputati. Curiosamente, quelli che hanno ricevuto la pena più alta e quella più lieve.
LE CONDANNE -
Pasquale Fratantuono, l'agente che si è fatto immortalare col ragazzo e gli ha consegnato una busta con sopra scritto "Emanuel negro", è stato giudicato responsabile di tutti i reati e dell'aggravante di discriminazione razziale. La pena, 7 anni e 9 mesi di reclusione. Il pm Roberta Licci aveva chiesto 9 anni e tre mesi. "Ho scelto di non partecipare al processo perché non sarei stato in grado di sopportare la pressione psicologica - aveva dichiarato davanti al giudice con la voce rotta dal pianto - ho superato questa difficoltà perché volevo che lei sapesse che la violenza e il razzismo non appartengono alla mia cultura. Sono fermamente convinto di aver fatto il mio dovere nella prima operazione antidroga della mia vita. Mi è molto difficile parlare in questa aula e mi rammarica sapere che qualcuno ha sofferto come oggi soffro io nella convinzione che ho agito per fini diversi da quelli istituzionali".
L'altro agente in aula, Graziano Cicinato, è stato assolto da tutti i capi di imputazione tranne che per il sequestro di persona, "limitatamente al trattenimento in cella di Bonsu e alla conseguente indebita costrizione". Concesse le attenuanti generiche, prevalenti sulle aggravanti, è stato condannato a due anni di reclusione, pena sospesa e non menzione della condanna sul casellario giudiziale. Per lui, quindi, nessuna ipotesi di reclusione. Ma l'aspettativa era l'assoluzione: anche Cicinato farà ricorso in appello.
Pena pesante per l'ex vicecomandante Simona Fabbri: ritenuta responsabile di tutti i reati e delle aggravanti, senza concessioni di attenuanti, è stata condannata a 7 anni e sei mesi di reclusione. Come Fratantuono, è stata interdetta in perpetuo dai pubblici uffici. "Anche se la ricostruzione dell'accusa fosse corrispondente alla realtà dei fatti, cosa che contestiamo, questa pena è eccessiva e non proporzionata" è stato il commento del difensore Noris Bucchi.
Mirko Cremonini, l'altro vigile che doveva rispondere dell'aggravante della discriminazione razziale, si è visto concedere le attenuanti: per lui, 3 anni e sei mesi di reclusione e l'interdizione di cinque anni dai pubblici uffici.
Nessuna concessione all'ispettore Stefania Spotti, condannata per tutti i reati a sei anni e 8 mesi di reclusione e interdetta in perpetuo dai pubblici uffici. Andrea Sinisi e Giorgio Albertini sono stati condannati rispettivamente a 4 anni e 9 mesi e a 4 anni e 7 mesi di detenzione. A entrambi sono state riconosciute le attenuanti equivalenti alle aggravanti. Anche per loro, l'interdizione di 5 anni dai pubblici uffici. Infine, Marco De Blasi è stato condannato a 3 anni e 4 mesi, con attenuanti prevalenti, e all'interdizione di 5 anni. I due imputati presenti hanno lasciato l'aula in silenzio, senza rilasciare dichiarazioni.
IL RISARCIMENTO: COMUNE ESCLUSO - Colpo di scena, poi, riguardo al risarcimento dei danni alla parte civile. Alla famiglia Bonsu è stata riconosciuta una provvisionale immediatamente esecutiva di 135mila euro (ne avevano chiesto 500mila), che gli imputati dovranno pagare in solido ma senza il responsabile civile, il Comune di Parma, giudicato estraneo ai fatti. "Sarei soddisfatto se non si fossero verificati i fatti - il commento dell'avvocato dell'Amministrazione, Pierluigi Collura - quello che è successo quel maledetto giorno ha danneggiato tutti, la città, il Comune, il corpo dei vigili urbani. Nelle due condanne precedenti è già stato riconosciuto un risarcimento all'Amministrazione e in questo processo abbiamo mantenuto la stessa linea. Il giudice ci ha dato ragione. In ogni caso, è una sentenza che lascia l'amaro in bocca per quello che è successo". Oltre ai 135mila euro, gli imputati dovranno pagare 23mila euro di spese legali alla famiglia Bonsu. L'avvocato di parte civile Lorenzo Trucco si è invece detto "perplesso" per questo inaspettato rigetto della richiesta "aspettiamo però di leggere la motivazione. In questo processo comunque l'impianto accusatorio ha tenuto". Il giudice depositerà le motivazioni della sentenza entro 45 giorni.
"MIO FIGLIO E' INNOCENTE" - Preso d'assalto dai taccuini e microfoni, il protagonista della vicenda, Emmanuel, è rimasto chiuso dietro a un muro di sorrisi cortesi, sguardi fuggenti e silenzio. Il papà Alex ha dichiarato che per lui è importante che si sia trovata la verità "soprattutto sul fatto che mio figlio è innocente, non c'entra niente con droga o altro. Si è chiarito chi è colpevole e chi no". Per la famiglia Bonsu è stato un processo lungo e pesante. Dopo tre anni, "non è cambiato niente". Emmanuel soffre ancora delle conseguenze di quelle botte e quelle umiliazioni. Studia a Milano Scienze politiche, "ma per lui è difficile - dice il padre - non so cosa farà in futuro".
LE CONSEGUENZE PER I VIGILI - Vista la gravità delle pene, tutti gli imputati faranno ricorso al Tribunale d'Appello e, se in secondo grado non ci saranno stravolgimenti assolutori, probabilmente il processo finirà in Cassazione. L'unico vigile che non rischia il carcere o altre misure detentive è Graziano Cicinato, a cui è stata concessa la sospensione della pena. Gli altri, invece, per ottenere l'affidamento in prova ai servizi sociali dovranno vedersi scontare la pena definitiva a un massimo di tre anni. Altrimenti, come è successo a Calisto Tanzi, per gli agenti del caso Bonsu fra qualche anno potrebbero spalancarsi le porte di una cella.
L'avrebbero chiamato "scimmia" e "negro", per poi prenderlo a pugni, calci e schiaffi. Ma l'avrebbero anche spogliato e costretto a fare piegamenti con una bottiglia di plastica sulla testa: sono dieci i vigili - otto agenti, un ispettore capo e un commissario capo della polizia municipale - ad essere indagati per il presunto pestaggio di Manuel Bonsu, il ragazzo ghanese di 22 anni scambiato erroneamente per il 'palo' di un pusher in una operazione antidroga avvenuta a Parma.
Le accuse per i vigili sono pesantissime e vanno dalle percosse aggravate alla calunnia, dall'ingiuria al falso ideologico e materiale, passando per la violazione dei doveri d'ufficio con l'aggravante dell'abuso di potere. Secondo la ricostruzione della pm Roberta Licci, Bonsu non ha nemmeno reagito quando è stato fermato dagli agenti, che erano in borghese e non si sarebbero qualificati.
Il ragazzo è scappato: subito ripreso gli è stata puntata una pistola in faccia da uno dei vigili e poi è stato ammanettato. Durante il trasporto al comando e poi in cella sono piovute le botte. Fin qui l'inchiesta penale. Ma sono stati annunciati provvedimenti anche dal sindaco di Parma, Pietro Vignali, che ha promesso iniziative disciplinari nei confronti dei dieci vigili. Gli agenti coinvolti nel presunto pestaggio, peraltro, sono già stati trasferiti dal nucleo investigativo ad un altro incarico. Il sindaco ritiene però che il caso Bonsu sia un "fatto episodico". E ribadisce di avere "assoluta fiducia nella polizia municipale".
Violenza privata e perquisizione arbitraria ai danni di tre minorenni. Sono indagati anche per questo gli otto agenti, il commissario capo e l'ispettore capo che comandarono, coordinarono ed eseguirono l'operazione antidroga del 29 settembre, quella terminata con il fermo di Emmanuel Bonsu Foster. Il ragazzo, scambiato per il palo di uno spacciatore palestinese, non è stata l'unica presunta vittima dei vigili urbani.
Quel pomeriggio al parco c'erano anche tre ragazzini, tutti minorenni, che sono stati portati al comando e che poi sono stati ascoltati dalla Procura. Nell'avviso di garanzia notificato agli agenti si parla anche di loro, si scrive che sono stati portati in caserma "con violenza e minaccia". Per fermarli gli agenti gli avrebbero "puntato una pistola contro", gli avrebbero requisito gli scooter e poi li avrebbero fatti salire in auto a forza, "trattenendoli per le braccia". Uno degli adolescenti, che probabilmente si divincolava, è stato colpito "con un pugno al petto". E una volta in via Del Taglio, mentre Emmanuel veniva costretto a spogliarsi e a fare flessioni, insultato con parole quali "negro" e "scimmia", i tre ragazzini venivano perquisiti. Nei loro confronti sarebbero volate anche parole grosse, insulti come "figlio di puttana".
Probabilmente gli agenti pensavano di avere di fronte i clienti dello spacciatore o comunque ragazzi che avessero a che fare, in qualche modo, con il palestinese e il suo presunto palo. Poi sono stati rilasciati, ma la perquisizione viene considerata arbitraria, il pugno, il trasferimento al comando e gli insulti una violenza privata. Altre ipotesi di reato su cui indagare, altre accuse da cui, in caso di rinvio a giudizio, gli agenti dovranno difendersi e che già delineano i contorni di un'operazione antidroga singolare. Non solo nel suo svolgimento, ma anche nel suo preludio e nel suo epilogo.
Innanzitutto perché prima di entrare in azione gli agenti si erano appostati al parco da qualche giorno e poi perché, una volta fermato Bonsu senza darne comunicazione all'autorità giudiziaria, le note successive erano incomplete o "false" come ipotizza la procura al fine di coprire una serie di errori commessi.
CARCEROPOLI
Maurizio Turco, Presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo e relatore del PE sui diritti dei detenuti nell'Unione europea, accompagnato da Michele De Lucia, della direzione di radicali Italiani, domenica 22 febbraio hanno visitato per circa dieci ore il carcere di Parma e, in particolare, tutti i detenuti in regime di 41bis e l'unica reclusa nella sezione femminile.
Alla fine della visita Maurizio Turco ha dichiarato: "Volevano farci credere che con la legge approvata il 23 dicembre 2002, con la quale stabilizzavano il 41bis, avrebbero perlomeno rispettato la stessa legge sul carcere duro. Anche tra i detenuti in 41bis ristretti a Parma non uno si è visto discutere il proprio ricorso contro il decreto relativo al 2003 nel termine di dieci giorni previsto dalla legge e, per quanto concerne i decreti relativi al 2004, questi verranno discussi dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna in parte il 15 e in parte il 18 marzo, ovvero dopo circa 70 giorni.
Ho anche accertato che salvo rarissime eccezioni - relative ai decreti che vengono emessi per la prima volta - i decreti firmati dal Ministro Castelli continuano ad essere fotocopie delle fotocopie, con questo violando una legge che chiede l'attualità della pericolosità per decretare l'assegnazione al carcere duro. Oltre a queste violazioni, a danno di tutti i detenuti in 41bis, i detenuti del carcere di Parma lamentano - documentandole - particolari condizioni di detenzione contro le quali dal 19 gennaio hanno cominciato ad attuare una protesta che consiste nel battere quattro volte al giorno bottiglie vuote di plastica sulle sbarre.
La protesta concerne la
violazione delle leggi vigenti e, in particolare:
a) il denudamento sistematico del detenuto anche quando non previsto dalla
legge;
b) l'utilizzo di una sezione di isolamento per lunghi periodi dichiarata
inagibile dalla magistratura di sorveglianza.
A seguito di questa protesta, rumorosa ma certamente pacifica, diversi detenuti sono stati già "condannati" a diversi giorni di isolamento, aggravando in questo modo non solo le condizioni di detenzione ma anche la posizione "amministrativa".
In particolare un detenuto denuncia di essere stato "portato in isolamento in una sezione in cui non c'erano altri detenuti, denudato e costretto a mangiare per terra come i cani e tenuto lì per 11 giorni". Sezione di isolamento che secondo la magistratura di sorveglianza dovrebbe essere utilizzata solo per pochissimi giorni e dove abbiamo trovato detenuti che vi sono ristretti da anni.
Visto che di questi fatti, e non solo di questi ultimi, la Procura di Parma è informata, è urgente che sia aperta un'inchiesta anche in considerazione del fatto che l'Amministrazione Penitenziaria non è in grado di governare il rapporto con i detenuti e che la protesta - che ripeto essere pacifica e volta al rispetto delle leggi - viene trattata al pari di una rivolta."
http://www.venetoradicale.it/pianetacarcere/carcereparma.htm
MAFIOPOLI
LA MAFIA NON E' UNA ENTITA' ASTRATTA A CUI DARE LA COLPA NEL MOMENTO IN CUI NON SI PUO' O NON SI VUOLE TROVARE IL RESPONSABILE DI UN REATO. LA MAFIA E' UN ATTEGGIAMENTO.
Al sud Italia ci sono organizzazioni mafiose italiane: "Cosa Nostra" in Sicilia; "Ndrangheta" in Calabria; "Sacra Corona Unita" in Puglia; "Basilichi" in Basilicata; "Camorra" in Campania.
Nonostante l'evidenza dei fatti, con la cronaca che ci parla di continui arresti per associazione mafiosa con infiltrazioni in appalti pubblici e nel tessuto economico locale in tutto il territorio nazionale, qualcuno si ostina a relegare il fenomeno "Mafia" solo nel territorio del Sud Italia.
La camorra a Parma? "Continuo affiorare dei segnali di pericolose contaminazioni criminali del territorio regionale (con riferimento, soprattutto, alle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza) e all'influenza sia di gruppi mafiosi originari del crotonese e della provincia di Palermo sia, soprattutto, del potente cartello dei Casalesi". E ancora: "Ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell'edilizia privata, attraverso l'esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica, ma anche locali. L'obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dei Casalesi". Ci sono cose che un prefetto non può non sapere. Ci sono cose che il massimo rappresentante dello Stato in una provincia non può ignorare. Le frasi che descrivono la penetrazione camorristica nella provincia di Parma provengono dal più ufficiale dei documenti: la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, la superprocura che coordina e dirige la lotta alla criminalità organizzata.
Un prefetto come Paolo Scarpis, che è stato questore di Milano e ha passato una vita in polizia può ignorare queste cose? Il prefetto di Parma con due interviste ha attaccato e insultato Roberto Saviano. Scarpis ha dichiarato: "Non mi risultano indagini di nessun tipo che riguardino mafia, camorra e 'ndrangheta a Parma". E ha aggiunto, riferendosi allo scrittore campano: "Sono sparate di una persona che sta a ottocento chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio. Il tentativo di allarmismo è fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne di più dei professionisti del settore, si faccia avanti facendo nomi e cognomi".
Nomi e cognomi sono stati scritti in 'Gomorra' e negli articoli che Saviano ha firmato su 'L'espresso'. Sono stati scritti in un'inchiesta di copertina del giornale dedicata alla colonizzazione camorristica dell'Emilia Romagna che ha causato la perquisizione della redazione. Sono stati scritti in quattro libri pubblicati nell'ultimo anno. Ma soprattutto sono stati scritti nella sentenza di primo grado che ha condannato imprenditori parmensi come affiliati al clan dei Casalesi. Come poteva il rappresentante dello Stato a Parma ignorarli? Scarpis si è difeso sostenendo di avere prima chiesto informazioni alla Procura di Parma. Una dichiarazione che aumenta i dubbi sulla sua competenza: dal 1992 il codice affida le indagini di mafia e camorra nella regione esclusivamente alla Direzione distrettuale di Bologna. Quella che ha firmato la relazione citata e ha smentito pubblicamente il prefetto con una dichiarazione del procuratore Silverio Piro: "Sono sorpreso per quelle parole, le infiltrazioni ci sono e continuano".
Infatti quello che viene descritto dalla Procura nazionale nella sua relazione è solo l'aggiornamento: i fenomeni registrati nel corso del 2008, non la storia dello sbarco delle cosche lungo la via Emilia. Mentre nello stesso dossier si parla delle indagini su alcune grandi imprese di Parma accusate di avere fatto accordi con Cosa nostra per gestire gli appalti nel Sud. Può un prefetto ignorare tutto questo e insultare chi rischia la vita per averlo invece scritto e ribadito?
Da Parma il Siulp, il più importante sindacato di polizia, si è rivolto al ministro Roberto Maroni chiedendo le dimissioni di Scarpis: ha ricordato un illustre precedente, quello di Claudio Scajola che lasciò il Viminale dopo le frasi ingiuriose nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Br. Saviano invece è ancora vivo, grazie anche alla scorta che lo Stato gli garantisce, quello stesso Stato che permette ancora a Scarpis di rappresentarlo.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/gomorra-non-esiste/2077195&ref=hpsp
TRUFFOPOLI
Parmalat, via al processo del secolo. Migliaia di risparmiatori parti civili.
Il 14 marzo 2008, a quattro anni e tre mesi dall'arresto di Calisto Tanzi, ex patron della società, prima udienza nel centro congressi dell'auditorium Paganini di Parma. Alla sbarra gli uomini di punta della multinazionale del latte che secondo i pm avevano costituito una 'cabina di regia' di tutte le operazioni illecite.
Quattordici miliardi di euro di 'buco' accertato, 200.000 risparmiatori danneggiati di cui 33.000 probabili parti civili, 56 imputati, 125 udienze previste e circa 10 milioni di pagine di documenti. Sono alcuni dei numeri del "processo del secolo", quello per il crac Parmalat che è cominciato oggi nel centro congressi dell'auditorium Paganini di Parma.
Cinque i tronconi d'inchiesta: Parmalat (23 imputati, alcuni dei quali a giudizio anche in altri procedimenti paralleli), Parmatour (32 imputati), Ciappazzi (8), truffa alla società Emilia Romagna Factor (2), Ributti (1).
Gli albori. Sono passati quattro anni e tre mesi da quando Calisto Tanzi, ex patron della multinazionale di Collecchio, fu arrestato all'aeroporto di Malpensa di ritorno da un misterioso viaggio in Sudamerica. Erano gli albori dell'inchiesta che la procura di Parma ha cercato in questi anni di dipanare. Uno scandalo finanziario che, secondo molti, non ha precedenti nella storia e che vede oggi alla sbarra tutto il 'sistema' Parmalat, fatto di bilanci truccati ma anche di dubbie coperture finanziarie.
Le accuse. Almeno questo sostengono i pm Vincenzo Picciotti, Paola Reggiani e Lucia Russo, che hanno chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio tanto degli ex amministratori e sindaci della società di Collecchio, quanto di revisori contabili ed esponenti del mondo bancario e finanziario italiano. Due le accuse principali mosse agli ex 'ragionieri' del gruppo dirigente di Calisto Tanzi: il concorso in bancarotta fraudolenta e l'associazione per delinquere.
Il buco. Lo stato d'insolvenza della Parmalat fu dichiarato il 22 dicembre 2003. Secondo Enrico Bondi, non ancora commissario straordinario, ma chiamato al capezzale dell'azienda di Collecchio dallo stesso Calisto Tanzi per un disperato tentativo di salvataggio, dalle casse della multinazionale mancavano quattro miliardi di euro. Era un conto ottimistico. Qualche tempo dopo, il 'buco' fu stimato con maggiore precisione intorno ai 14 miliardi di euro. Il 26 dicembre Tanzi fu arrestato.
Gli arresti. In manette finirono anche Francesca e Stefano Tanzi, i figli dell'ex patron, che nell'azienda di famiglia avevano rivestito incarichi direttivi (direttore commerciale e amministrativo lui, dirigente Parmatour lei), Fausto Tonna, ex direttore finanziario e il suo successore Luciano Del Soldato, Franco Gorreri, presidente di Banca Monte e per anni tesoriere della Parmalat, Domenico Barili, ex direttore marketing.
La cabina di regia. Secondo la procura, Tanzi e gli uomini di punta della multinazionale del latte avevano costituito una 'cabina di regia' di tutte le operazioni illecite. Di questa, sempre secondo la procura, facevano parte, oltre allo stesso Tanzi, l'ex direttore finanziario Fausto Tonna, l'ex direttore marketing Domenico Barili e l'ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, Luciano Silingardi, il fratello di Calisto, Giovanni, l'ex revisore della Grant Thornton Lorenzo Penca. E poi gli avvocati Sergio Erede, 12 anni nel cda di Parmalat Finanziaria, e Paolo Sciumè, per 13 anni sulla stessa poltrona. Renato Trauzzi, invece, è stato il vice di Franco Gorreri, il tesoriere di Collecchio, mentre Enrico Barachini entrò nel cda della Coloniale, società cassaforte del gruppo. Il problema, messo in evidenza anche dal gup Domenico Truppa nelle motivazioni al rinvio a giudizio, è quello di tracciare i confini della 'cabina di regia'. Tra gli altri a processo Camillo Fiorini, ex dirigente del settore turismo, e Giovanni Bonici, numero uno della società spazzatura del gruppo Bonlat e della Parmalat venezuelana.
Le banche. Tre i banchieri rinviati a giudizio: Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, è accusato di usura e concorso in bancarotta nell' ambito del 'filone' Ciappazzi, relativo alla cessione delle omonime acque minerali siciliane da Ciarrapico a Tanzi. Un affare 'sospetto' secondo la Procura, che ipotizza l'esercizio da parte di Geronzi di pressioni illecite sull'ex patron Parmalat perché si accollasse l'azienda in dissesto dell' imprenditore romano ad un prezzo 'gonfiato'.
Coinvolto nella vicenda anche l'ex amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, a cui si contestano alcune ipotesi minori di concorso in bancarotta. Gianpiero Fiorani, ex numero uno della Banca Popolare di Lodi, è accusato di concorso nella bancarotta Parmatour, una sorta di crac nel crac.
L'udienza preliminare. Il 5 giugno 2006, di fronte al gup Domenico Truppa, partì l'udienza preliminare del processo al crac (con 64 imputati a cui si aggiungeranno quelli degli altri 'filoni' d'inchiesta), che si concluse il 25 luglio dell'anno successivo con 56 rinvii a giudizio, cinque condanne in rito abbreviato (tre anni di reclusione a Luca Baraldi, ex componente del cda Parmatour ed ex dirigente del Parma calcio, sette anni e 10 a Giampaolo Zini, il creatore del Fondo Epicurum, nove anni a Maurizio Bianchi, ex revisore Grant Thornton) e 16 patteggiamenti.
L'inchiesta svizzera. Intanto anche la giustizia svizzera continua ad occuparsi del caso. Recentemente Berna, che sta indagando su circa 100 milioni di franchi di transazioni sospette, ha fatto arrestare in Slovenia Luca Sala, ex consulente del gruppo italiano. Dopo il fallimento di Parmalat, il pubblico ministero della Confederazione (MPC) aveva aperto due inchieste. Due persone sono sotto accusa per truffa e riciclaggio. Nella Confederazione sono stati sequestrati beni e immobili per un valore di 7 milioni di franchi.
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/economia/parmalat/inizia-il-processo/inizia-il-processo.html
CONCORSOPOLI
Università, indagati docenti per selezioni facili per i figli.
L´inchiesta è partita dall´università di Bari, dal padiglione "Chini" del Policlinico, la roccaforte di medicina interna. E ora si è estesa anche ad altri atenei italiani, a nuovi concorsi. Il numero degli indagati, fermo a quota dieci, è cresciuto. Nel fascicolo dei sostituti procuratori Emanuele De Maria e Francesca Romana Pirrelli sono coinvolti altri cinque baroni universitari. Due sono romani. Giovanni Gasbarrini e Francesco Balsano, rispettivamente ordinari di medicina interna alla Cattolica e alla Sapienza, ieri mattina, hanno ricevuto un´informazione di garanzia, sono accusati di falso e abuso d´ufficio.
I loro uffici sono stati perquisiti dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria. Al centro dell´indagine, questa volta, ci sono due concorsi, il primo bandito dall´università Federico II di Napoli, conclusosi con un giudizio di idoneità per Clara Balsano, figlia di Francesco, il secondo istruito dall´ateneo di Parma e finito positivamente, invece, per Antonio Gasbarrini, figlio di Giovanni. E se a giudicare quest´ultimo c´era Francesco Balsano, della commissione della selezione, superata da Clara Balsano, faceva parte Ettore Bartoli, il docente di Novara, componente, secondo la procura, del gruppo di baroni (sei sono baresi) che avrebbe truccato le selezioni di medicina interna, imponendo i propri candidati, decidendo a tavolino il nome dei vincitori, prima ancora dell´espletamento delle prove. Quella che, secondo la procura di Bari, era una vera e propria organizzazione, non si sarebbe limitata a condizionare le procedure del concorso per un posto di ordinario in medicina interna alla università di Bari, ma avrebbe deciso il risultato di altre selezioni. Come quelle a cui hanno partecipato, con esito positivo, i figli di Giovanni Gasbarrini e Francesco Balsano.
E i due docenti romani, perché i propri eredi ottenessero un risultato positivo, in concorso con altri tre ordinari, avrebbero truccato le carte. Questo racconta l´inchiesta della procura di Bari. Questo ipotizzano i carabinieri della sezione di pg e i magistrati De Maria e Pirrelli che, sino a questo momento, hanno complessivamente iscritto nel registro degli indagati quindici docenti.
Giuseppe Palasciano, Francesco Dammacco, Salvatore Antonaci, Riccardo Giorgino, Alfredo Tursi e Antonio Capurso (tutti ordinari del dipartimento di Medicina interna di Bari), il milanese Pier Mannuccio Mannucci, il foggiano Emanuele Altomare, il palermitano Giuseppe Licata ed Ettore Bartoli sono stati i primi a ricevere un´informazione di garanzia. La loro posizione è quella più delicata, rispondono, infatti, di associazione a delinquere. Un indizio, per gli investigatori, sono gli appunti, ritrovati dai carabinieri nello studio di uno dei baroni baresi. Accanto ad ogni città, il docente ha appuntato il nome di tre candidati e tra parentesi quello dei componenti della commissione giudicatrice. Le prove delle selezioni non sono neanche cominciate.
E´ il marzo del 2000. Sembra già tutto deciso o quasi. Tra gli sponsor di due candidati (uno partecipa al concorso dell´università di Bari) ci sono anche Balsano e Gasbarrini.