
I PADOVANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
MAFIOPOLI
"Parlare di mafia in Veneto? Ma se qui la mafia non c'è". Quante volte si è detto e ripetuto: e in Veneto si lavora sodo. Eppure qui sono stati mandati al confino personaggi che hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della mafia. Qui sono arrivati "Totuccio" Contorno, Salvatore Badalamenti, nipote di quel "Tano" che fece ammazzare Peppino Impastato. Qui Giuseppe Madonia ha potuto condurre i propri business, con la complicità di alcuni imprenditori locali. Ma il Veneto non ha solo importato mafia: l'ha pure creata. In nessun'altra regione italiana, al di fuori di quelle meridionali, è nata un'organizzazione con le caratteristiche del 416 bis. Il Veneto l'ha avuta e l'ha chiamata Mala del Brenta.
Questo è il sunto del libro “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” di Danilo Guarretta e Monica Zornetta.
Il clan Lo Piccolo puntava a Nordest. Aveva messo gli occhi su una serie di operazioni edilizie a Chioggia (Venezia) e nella zona termale di Abano (Padova). Sono gli sviluppi dell'indagine palermitana che, tra l'altro, ha condotto all'arresto dell'avvocato Marcello Trapani, che continuava a tessere le fila per conto dei Lo Piccolo. Obiettivi: mettere le mani sul Palermo calcio e, soprattutto, «diversificare» al Nord.
Ecco l'articolo pubblicato il 25 settembre 2008 su Nuova Venezia, Mattino di Padova e Tribuna di Treviso.
La mafia in Veneto. Infiltrazioni: un'emergenza nazionale. Lo si sospettava. Meglio, lo si temeva. Bastava ascoltare gli allarmi lanciati da Roberto Saviano, autore di «Gomorra». O prendere sul serio le analisi del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «La criminalità organizzata è ormai una realtà anche al Nord. E’ nelle regioni più ricche che cerca la maggiore redditività ai suoi investimenti». Bene, se ce ne fosse stato bisogno, ecco la prova provata: la mafia sta arrivando (è arrivata?) pure nel ricco Nordest. Il clan palermitano dei Lo Piccolo aveva messo gli occhi sulla riqualificazione del porto di Chioggia e puntava ad aggiudicarsi una serie di interventi edilizi nella città lagunare così come nella zona termale di Abano. Affari per diversi milioni di euro, messi in piedi con una rete di collusioni in sede locale.
Cosa nostra ha mille vite, come i gatti. E come lo stesso clan dei Lo Piccolo. Salvatore, erede di Bernardo Provenzano, è stato arrestato, insieme con il figlio Sandro, il 5 novembre 2007, dopo 25 anni di latitanza. Qualche giorno prima, per l’esattezza il 25 settembre, aveva fatto in tempo a costituire la società «Petra», quella che appunto doveva operare a Chioggia. Non solo il clan cercava di riorganizzarsi, ma non aveva cessato le mire espansioniste.
Per il Nordest è un brutto risveglio. È vero che la mafia del Brenta di Felice Maniero aveva provato a muoversi in collegamento con le famiglie del Sud. Ma sono vicende che si perdono negli anni e nelle cronache. Il tentato sbarco a Chioggia è un segnale forte, mette in evidenza una precisa strategia: la mafia, prima azienda italiana con 90 miliardi di fatturato (più dell’Eni, per intenderci), pari al 7 per cento del Pil (dati contenuti nel rapporto Sos impresa della Confesercenti), segue l’odore dei soldi. E nel Veneto, finalmente avviato a realizzare le grandi infrastrutture, di soldi da qui ai prossimi 10-20 anni ne gireranno parecchi.
Qualcuno, se vuole, può continuare a pensare che cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta siano problemi del Mezzogiorno. Di più, il cancro del Mezzogiorno, il vero freno al suo sviluppo, il motivo per cui le regioni meridionali non sono appetibili al capitale privato. Non è così. La mafia è un’emergenza nazionale e come tale va affrontata. Perché la piovra, in epoca di globalizzazione, va a caccia di affari ovunque. Figurarsi se si ferma al Sud. A Varese e in Brianza, di recente, è stato scoperto un traffico di rifiuti tossici, l’ultimo megabusiness della malavita. A Milano si sta discutendo sull’opportunità di creare una commissione che vigili sugli appalti dell’Expo 2015, dopo che la Procura di Busto Arsizio ha aperto un fascicolo sui rischi di infiltrazione mafiosa. Ora la storia di Chioggia.
Deve reagire lo Stato, certo. Ma anche per le associazioni degli imprenditori (in primis i costruttori dell’Ance) e dei commercianti è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti: bisogna scoprire ed espellere chi ha collusioni mafiose. È la scelta compiuta da Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana. Occorre estenderla a tutte le categorie. E a tutta Italia.
Ma la MAFIA è solo quella che ci convincono che sia, o esistono altre mafie, più subdole ed impunite ??
Esiste una mafia della prostata? Sì, esiste, ed è una mafia potentissima. Non potrebbe essere altrimenti in una gerontocrazia come quella del nostro Paese, dove l’autorità politica, giudiziaria, militare, economica e religiosa è incarnata da persone che nella migliore delle ipotesi hanno superato i 50 anni, più spesso i 60, quasi sempre i 70.
Ai vertici della cupola vi sono gli urologi, che hanno fra le mani, letteralmente, quanto di più intimo appartenga a un uomo. Depositari di reconditi segreti, testimoni di virilità declinanti, ancore di salvezza in patologie tanto frequenti quanto angosciose, a cominciare dai tumori, sono i medici ai quali i maschi si rivolgono meno volentieri. Perciò conviene farseli amici per la vita. Non è un caso che Giovanni Paolo II ricorresse all’urologo di un ospedale distante 520 chilometri dal Vaticano. O che il riservatissimo presidente della più importante banca popolare italiana, oggi defunto, e il presidente di una catena di quotidiani locali si facessero vedere a cena nei ristoranti soltanto col primario di urologia della loro città. O che Indro Montanelli si fosse fatto operare a Verona, anziché a Milano o a Roma, da un luminare trentino.
La Marsilio sta esaminando un j’accuse allucinante che svela le malefatte di questa mafia della prostata. Come autore della casa editrice, ho potuto leggerlo in anteprima. Ne sono rimasto sconvolto. Per ovvi motivi di esclusiva non mi è concesso riferire i dettagli - nomi e cognomi, località, date - implacabilmente elencati in quello che è destinato a diventare un libro-scandalo di 250 pagine, corredato da 140 fotografie che tolgono il fiato, tutte scattate in ambito ospedaliero.
Autore dell’esplosivo memoriale è un famoso chirurgo. Lo chiamerò professor X. Curriculum eccezionale. È titolare di cattedra universitaria e direttore di una delle più importanti cliniche urologiche del Nord Italia. L’incipit testimonia che sa incidere anche con la penna, oltre che col bisturi: «Fin quando diranno bugie su di me, io dirò la verità su di loro». «Loro» sono: il suo maestro oggi in pensione ma tutt’altro che a riposo, alcuni dei suoi medici, la sua caposala, più vari comprimari. Si sono coalizzati e l’hanno trascinato sul banco degli imputati con le accuse di abuso in atti d’ufficio, interruzione di pubblico servizio e mobbing. Il chirurgo s’è accorto troppo tardi che era lui, in realtà, la vittima designata di un mobbing alla rovescia orchestrato allo scopo di provocarne la morte professionale per via giudiziaria.
Il direttore della clinica è stato annientato perché s’è rifiutato di far vincere il concorso per professore associato a un medico del suo staff che non possedeva i titoli necessari, ma che ciò nonostante in ripetute occasioni aveva affermato: «Quel concorso è il mio concorso!». Il professor X non ha tenuto nel minimo conto il fatto che anche il suo maestro avesse pubblicamente dichiarato che l’«aspirante naturale» e il «candidato naturale» del concorso per associato era il medico poi bocciato.
La qualità scientifica e didattica del raccomandato è risultata nettamente inferiore a quella degli altri concorrenti e ciò a giudizio di una commissione indipendente formata come d’uso da quattro professori universitari esterni eletti su base nazionale. Di qui la vendetta contro il professor X che la presiedeva.
Fra l’altro il candidato scartato era reduce da ben 17 concorsi nelle principali città d’Italia, con poco invidiabili risultati: in 12 non s’era nemmeno presentato, in 3 s’era ritirato, in 2 lo avevano dichiarato non idoneo.
Il professor X è stato massacrato dalla mafia della prostata. Condannato a una lunga pena detentiva e al pagamento di una provvisionale stratosferica, non è finito in galera solo perché è incensurato e nel frattempo ha interposto appello. Nel suo caso la giustizia ha funzionato egregiamente: indagini a tappeto; decine di persone interrogate; confronti all’americana; spazio mediatico solo alle tesi dell’accusa; mai un articolo di giornale sul suo interrogatorio, sulle sue ragioni, sulle testimonianze a suo favore; 13 udienze in appena 7 mesi e subito la sentenza. La conclusione era sorprendentemente già scritta nel primo servizio apparso su un quotidiano locale quando fu emesso l’avviso di garanzia: pubblicato nel settembre 2006, anticipava la requisitoria che il pubblico ministero avrebbe pronunciato soltanto tre anni dopo.
È un miracolo che il professor X, noto come una persona corretta ed equilibrata, abbia mantenuto i nervi saldi. Solo un uomo di spessore morale poteva sopportare una prova tanto aspra e alla fine trovare dentro di sé le forze per mettere nero su bianco un dossier nel quale i concorsi truccati, le carriere fatte e disfatte a tavolino, i pazienti rovinati in sala operatoria, i medici che percepiscono lo stipendio senza presentarsi in reparto, rappresentano il meno. A lasciare interdetti sono gli effetti perversi che una fitta ragnatela di amicizie è in grado di determinare: nel caso specifico, una macchinazione che ha distrutto la reputazione del professionista, reo di non essersi piegato allo strapotere, tuttora intatto, del barone della medicina che lo ha allevato e voluto come proprio successore sulla cattedra universitaria. Nel loro ultimo colloquio in presenza di un testimone, tre anni fa, il maestro, uomo di poche parole, aveva concluso lapidario: «Non è il primo e non sarà l’ultimo esempio di parricidio». Sentendosi rispondere: «Vi sono altrettanti esempi di padri che uccidono i figli».
L’anziano urologo che divora le proprie creature - lo chiamerò professor Y - è nato in un paesino della Sicilia. Potrebbe sembrare una trascurabile casualità geografica. Sennonché di questo stesso paesino sono originari: 1) il procuratore capo in servizio all’epoca dei fatti; 2) un maresciallo dei carabinieri, in passato fedele collaboratore del magistrato, che s’è molto interessato all’andamento del concorso e che trascorre le sue giornate battendo i corridoi dell’azienda sanitaria per raccogliervi confidenze, delazioni, lettere anonime; 3) un amico del professor Y strettissimo parente di uno dei tre giudici del collegio che ha condannato il professor X; 4) la famiglia del medico che ha vinto il concorso. Da notare che la prima persona presentata dal professor Y al professor X fu il compaesano carabiniere: «Questo è il maresciallo (...). Ricordalo bene, perché qualsiasi problema tu abbia lui può risolverlo». S’è visto. Allora andavano d’accordo, maestro ed erede.
A proposito di Parentopoli. Il professor Y aveva deciso fin dal 1990 chi gli sarebbe succeduto sulla cattedra e in clinica: suo cognato. Purtroppo per lui, una vicenda imprevista gli ha mandato a pallino il piano: il predestinato ha avuto una crisi mistica, che lo ha portato non solo a disinteressarsi della famiglia e del lavoro, ma anche a mettere a repentaglio la salute dei malati e il buon nome dell’ospedale. Infatuatosi d’un santone che si spaccia per guaritore, ha smesso di operare, ha abbandonato l’attività ambulatoriale, ha cominciato a distribuire immaginette votive agli ammalati e ai loro parenti (e persino agli specializzandi e agli studenti di medicina durante le lezioni), ha ripetutamente invitato i familiari di pazienti con patologie neoplastiche o malformazioni congenite a rivolgersi al guru piuttosto che ricorrere alle cure dei chirurghi. Contro di lui, essendo pur sempre il cognato dell’influente professor Y, non è mai stato preso alcun provvedimento, nonostante si presentasse in reparto solo occasionalmente e solo per connettersi a siti religiosi su Internet. Ciò significa che ha continuato per anni a percepire lo stipendio senza prestare servizio: non operava, non visitava, non faceva il «giro» degli ammalati.
Ai tempi d’oro, il professor Y era impegnatissimo in una casa di cura privata. Di solito vi si tratteneva fino alle 10 o alle 11 del mattino. Intanto in ospedale i suoi medici lo aspettavano sotto il vigile controllo della caposala, poi diventata uno dei testimoni d’accusa contro il professor X. Nel suo libro quest’ultimo documenta inoltre come il maestro sia «sempre stato molto vicino al mondo militare: usualmente un’auto dell’Esercito lo accompagnava in aeroporto per i suoi viaggi privati e lo riportava a casa al ritorno». Il professor Y, benché fuori ruolo, s’è tenuto per quattro anni lo studio che aveva occupato da monarca assoluto per un quarto di secolo. Nei Paesi europei, quando un direttore raggiunge i limiti d’età, saluta e lascia definitivamente il reparto. Non esiste scappatoia che gli consenta di continuare l’attività assistenziale.
Ma come funzionava la clinica quand’era diretta dall’illustre cattedratico oggi a riposo? Leggiamo il memoriale: «Accerto che un professore a contratto della scuola di specializzazione (di cui era direttore in quel momento il professor Y) non è laureato! Appurato il fatto attraverso un colloquio col diretto interessato, lo invito a dimettersi per motivi familiari e a prendersi almeno una laurea breve. Scopro che ci sono irregolarità gravi negli atti operatori relativi ai pazienti privati del professor Y che vengono operati in endourologia. Il professor Y non ha mai fatto endourologia, branca che richiede una specifica competenza, perciò i suoi pazienti privati venivano operati dal dottor Z, anche se sull’atto operatorio figurava come chirurgo il professor Y». Inutile dire che il dottor Z è il candidato bocciato al concorso. «D’altro canto il professor Y operava per interposta persona pazienti ricoverati in regime ordinario che secondo la normativa vigente non avrebbe potuto operare. Ma tant’è: per il dominus si chiude un occhio, e spesso tutt’e due».
In sala operatoria non accadeva solo questo. Nel j’accuse sono elencati episodi terrificanti: «Paziente operato dal professor Y in endoscopia per una resezione di prostata. Un’erezione improvvisa impedisce l’intervento. Usualmente in simili casi si inoculano alfastimolanti diluiti nei corpi cavernosi del pene. Il professor Y iniettò una fiala intera senza diluizione, provocando una grave crisi ipertensiva con conseguente emorragia cerebrale. L’incidente fu interamente coperto. Paziente operata dal dottor (...) in endourologia di chirurgia percutanea per calcolosi renale: morta per intossicazione d’acqua per un difetto di tecnica. Caso indifendibile. Eppure il conseguente strascico giudiziario, grazie al professor Y, si concluse a sfavore della vittima, tanto che la sentenza è riportata su Internet come esempio di ribaltamento della verità». E ancora: «Nefrectomia parziale su paziente privato (dozzinante). Un chirurgo seziona accidentalmente l’uretere lombare, lo “sistema” con una uretero-anastomosi ma non referta l’evento sull’atto operatorio. Il paziente, tuttora ignaro - temo - dell’accaduto, sviluppa una stenosi serrata dell’uretere che richiede plurimi trattamenti successivi. Insomma, una sequela agghiacciante, è l’unico termine appropriato, di complicanze maggiori, sulle quali nessuno ha fiatato, tanto meno la caposala del gruppo operatorio».
Il professor X è stato riconosciuto colpevole di abuso in atti d’ufficio per aver allontanato temporaneamente dalla sala operatoria il dottor Z, che dopo la bocciatura al concorso aveva diffamato il suo superiore e il reparto. Dalla campagna denigratoria al procedimento penale, il passo è stato breve. «Ma se in un processo quattro testimoni dicono che ci sono stati disagi, lamentele, attese, senza ricordare con precisione quando, come e quante volte, e se questi episodi non trovano alcun riscontro in documenti pubblici come la cartella clinica degli ammalati, l’atto operatorio e la scheda anestesiologica, le impressioni di tali testimoni costituiscono una prova? E qualora la risposta fosse affermativa, tale prova mantiene il suo valore anche se altrettanti o più testimoni negano i presunti eventi?», si chiede il condannato nel suo libro. È precisamente ciò che è accaduto nell’aula del tribunale. Il pubblico ministero, nella sua requisitoria, anziché circostanziare le accuse s’è limitato, in assenza delle citate prove documentali e in presenza delle sole testimonianze generiche, a parlare di un «coro di anime» sollevatosi contro l’imputato, aggiornamento poetico del «vox populi, vox Dei». Arrivando a concludere che costui non ha «per nulla a cuore l’interesse dei malati».
Adesso il destino del professor X è nelle mani del direttore generale dell’azienda ospedaliera, che ha già avviato un procedimento per «l’eventuale allontanamento del docente universitario». Il direttore generale ha ben presente che le cliniche di mezzo mondo farebbero carte false per assicurarsi mani e testa del professor X. Ma ha anche ben presente un’altra cosa: il Pm che ha sostenuto l’accusa contro il professor X è, guarda caso, lo stesso che qualche anno fa ha avviato un’inchiesta sulla realizzazione di una struttura ospedaliera. A quanto pare il fascicolo sulla congruità e sulla trasparenza delle procedure adottate per l’appalto sarebbe stato aperto in seguito a una segnalazione del maresciallo camminatore compaesano del professor Y. E a tutt’oggi non è dato sapere quale direzione abbiano preso le indagini.
A questo punto il lettore si chiederà perché il professor X non abbia smascherato a tempo debito la mafia della prostata, come mai abbia tollerato le storture di cui era venuto a conoscenza. La risposta è leale: «Nella vita immagini sempre che certe cose possano accadere solo agli altri. Se stavolta nel tritacarne ci sono finito io, qualcosa vorrà pur dire. Si vede che il destino doveva assegnarmi un compito: far sì che i principi di prudenza, diligenza e perizia si applichino non solo ai medici ma a tutti coloro, magistrati in primis, dalle cui decisioni dipendono molte vite. Non mi sottrarrò al mio destino».
Quando la coscienza bussa alla porta, puoi far finta di non essere in casa. Il professor X le ha aperto.
Nessun nome nell'anticipazione del quotidiano “Il Giornale" - «chiamerò l'autore dell'esplosivo memoriale professor X», si è coperto Lorenzetto - ; ma ovunque informazioni, dettagli, riferimenti. Sia sul luogo dei fatti, sia sulle identità delle persone prese di mira dalle accuse. Accuse pesantissime: errori medici, morti sospette, coperture e silenzi compiacenti.
Il mistero, però, è durato poco. E' bastato incrociare alcuni dati contenuti nel pezzo per mostrare con chiarezza chi fosse il demiurgo. Chi si nascondesse, insomma, dietro al «professor X». «Curriculum eccezionale, titolare di cattedra universitaria e direttore di una delle più importanti cliniche urologiche del Nord Italia», ricamava Il Giornale. Che poi aggiungeva. «Il professore è stato trascinato sul banco degli imputati con le accuse di abuso d'ufficio, interruzione di pubblico servizio e mobbing. (…) Ed è quindi stato condannato a una lunga pena detentiva e al pagamento di una provvisionale stratosferica; ma non è finito in galera solo perché è incensurato e nel frattempo ha interposto appello». Poteva bastare. Un solo soggetto era in grado di combaciare con l'identikit tracciato: è Walter Artibani, ordinario di Urologia al Bo, condannato il 17 luglio 2009 dal Tribunale di Padova ad un anno e sei mesi di carcere, con la sospensione condizionale subordinata al pagamento di una provvisionale di 300mila euro. Per abuso d'ufficio e mobbing. E forse proprio la condanna avrebbe convinto il luminare a scrivere il libro.
Ma altri aspetti sono da approfondire: Sanità di padre in figlio.
Un gruppo di professori a tirare le fila dei concorsi medici in tutta Italia. E a pilotare i vincitori. Così le cattedre si regalano in famiglia. A danno dei malati. Ora una indagine della Procura mette nel mirino le università di Novara, Padova e Udine.
Una fitta rete di amicizie, come la tela di un ragno: pochi baroni che condizionano interi settori della sanità. Dal cuore del Nord-Est. Epicentro i due policlinici di Udine e Padova, due prestigiose università.
A Padova gli inciuci baronali sono arrivati al punto che un uomo navigato come il professore di Chirurgia Ermanno Ancona, già vicesindaco della città e ascoltatissimo dal già governatore Giancarlo Galan, che ne ha fatto il suo consigliere numero uno per le faccende medico-scientifiche, aveva scritto il 10 maggio 2008 ai colleghi una lettera assai imbarazzante: "Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e dire che non esiste nella nostra Facoltà la questione etica. Non è la prima volta che alcuni colleghi aprono le porte dei propri gruppi di lavoro a figli od altri discendenti stretti, creando per loro un percorso accademico agevolato rispetto a quello degli altri comuni collaboratori. Quel che è certo è che questo costume umilia tutti gli altri docenti o aspiranti docenti che operano all'interno della struttura perché è la prova dell'esigua valutazione che si dedica al valore ed al merito all'interno della nostra facoltà. Ebbene è giunto il momento per dire che questo costume deve essere allontanato dalla Facoltà di Medicina di Padova prima di diventare uno degli argomenti di scandalo". Profetiche le parole del consigliere di Galan. Perché di lì a poco ecco arrivare il siluro. Che parte da lontano.
E precisamente dalle 19 dell'otto novembre 2007 quando Antonio Ambrosiani, direttore della clinica di Ginecologia e ostetricia dell'ateneo, si trova contemporaneamente a cena al nono piano dell'Hotel Le Royal Meridien di Shanghai, ospite della Sigo, la società italiana di ginecologia e ostetricia, di cui era presidente, e in sala operatoria per un intervento di 'taglio cesareo complesso'. Lo attesta un documento firmato da Erich Cosmi, medico della clinica, in cui compare Ambrosiani come primo operatore del cesareo. E qui iniziano i guai, perché le foto attestano, invece, che Ambrosiani è a Shanghai e il procuratore di Padova, Orietta Canova, indaga. La Asl licenzia in tronco Gianfranco Fais, il medico responsabile delle sale parto che ha firmato i registri, e sospende il professore.
Ma la macchina giudiziaria è partita. E avvia il ciclone di concorsopoli.
Che arriva a Padova e ad Ambrosiani partendo da Novara dove il procuratore capo, Francesco Saluzzo, ha aperto un'inchiesta sul sistema di consorterie che sovraintende all'assegnazione delle cattedre di ginecologia e ostetricia in buona parte del paese. Protagonista è ancora Ambrosiani insieme a Nicola Surico, direttore di Ginecologia e ostetricia dell'ospedale universitario di Novara e professore ordinario alla facoltà di medicina della città. Secondo la procura, però, le riunioni di un gruppo di una trentina di medici avvenivano a Padova, in particolare nell'antica Biblioteca della facoltà. Qui si sarebbero prese le decisioni sui concorsi. La Procura lavora su una serie di fax e mail. Come quella in cui, nel 2003, il professore di Padova scrive: "Carissimo, ti ricordo i nostri candidati". O ancora: "Elezioni professori ordinari-concorso a un posto di professore ordinario presso l'Università degli studi di Milano-Bicocca, il 'nostro candidato' Antonio Cardone". Che vinse. I documenti racconterebbero di una conventicola di professori legati ad Ambrosiani capaci di pilotare i concorsi di professore ordinario in Ostetricia e ginecologia un po' in tutt'Italia: da Foggia a Milano, da Brescia a Parma, a Roma. A Foggia nel 2005 su cinque commissari , quattro erano membri del gruppo della Biblioteca; a Milano nel 2006, cinque su cinque.
E per prima cosa, i figli: Guido Ambrosiani è professore ginecologo a Padova nella stessa clinica del padre. La figlia di Surico, Daniela, invece, vince nel 2005 il concorso per ricercatrice di ginecologia proprio all'università di Novara, dove il padre è ordinario. I tre commissari di concorso che la assumono provengono tutti, caso rarissimo, da Padova. Ha un bel da predicare Ancona: così fan tutti.
Anche nella vicina Udine dove va in scena la saga della famiglia Bresadola: tre membri all'università, altri tre in ospedale. È dal 2005 che Daniele Franz, ex deputato di An, denuncia lo scandalo e considera:"Essere parente o affine del professor Fabrizio Bresadola risulta essere condizione non necessaria, ma sufficiente per ottenere un impiego nell'ambito del mondo accademico ed in particolare nella facoltà di medicina e chirurgia". Fabrizio è il capostipite: fino a un anno fa era anche presidente dell'azienda ospedaliera Santa Maria della Misericordia di Udine e dal '97 dirige la clinica di Chirurgia generale ed è professore ordinario al dipartimento di Scienze chirurgiche. Insieme a lui lavorano il figlio Vittorio e la di lui moglie, Maria Grazia Marcellino, che ha trovato posto, anche lei, nella medesima clinica. E, per non fare differenze tra figli, ecco l'altro figlio di Fabrizio Bresadola, Marco, che è un filosofo. Ma ha la cattedra a medicina, Storia della medicina.
Curioso che Vittorio sia professore associato di chirurgia toracica e abbia conseguito l'idoneità alla selezione di professore associato nel 2001 quando in commissione, a Siena, sedeva Dino De Anna, collega del padre a Udine e coautore, insieme a Vittorio, di venti lavori presentati alla commissione di cui egli stesso fa parte. Questo non si può fare, anche se nel valutare il collega Vittorio, il professor De Anna afferma che i lavori sono "in massima parte attribuibili allo stesso candidato". D'altra parte Dino De Anna è impegnato a far politica: due volte senatore per Forza Italia, fratello dell'assessore regionale Elio, fino a pochi mesi fa presidente della Provincia di Pordenone.
De Anna fa politica e Bresadola l'accademico, ma entrambi sono nati alla stessa scuola, all'ombra del grande chirurgo ferrarese Ippolito Donini (il cui figlio Annibale, per inciso, è professore di Chirurgia a Perugia). Suo allievo era anche Alberto Liboni, oggi professore di Chirurgia a Ferrara. Dove Liboni, nel 2006, gestisce un concorso di associato di chirurgia generale: della commissione fanno parte Fabrizio Bresadola e Mario Trignano, allievo di Bresadola e professore a Sassari. Chi vince la prova? Paolo Zamboni e Vincenzo Gasbarro che lavorano presso l'istituto di chirurgia generale di cui è direttore Liboni. Bresadola scrive del vincitore: "Di alto profilo l'attività operatoria". Paolo Zamboni è disabile e non opera più da circa dieci anni.
«Non sono un veggente». È scritto così nella mail pubblicata dal Giornale il 12 gennaio 2009 che ha riaperto la «parentopoli» nell’università di Padova svelando con un mese d’anticipo che un concorso bandito dall’università di Padova era tagliato su misura per il figlio dell’ex rettore, come un abito di sartoria. Ma negli austeri corridoi dell’ateneo dove insegnò anche Galileo Galilei i veggenti ci sono, eccome. E la persona apparsa nella sfera di cristallo è sempre la stessa: Federico Milanesi, rampollo dell’ultimo «magnifico» del Bo.
Accadde un anno e mezzo fa, nel luglio 2008. Allora come oggi, qualcuno aveva previsto che il giovane fonico avrebbe presto trovato un posto nell’organico di ateneo. Il veggente non era un disoccupato anonimo frustrato dal potere delle baronie, ma un membro del corpo accademico patavino. Le cose andarono così. L’Ordine dei giornalisti collaborava con l’università di Padova (il rettore allora era Vincenzo Milanesi, padre di Federico) per un Master in comunicazione. Nel maggio 2008 erano emersi «elementi ostativi» che avrebbero pregiudicato ulteriori collaborazioni. Ma a luglio una seconda verifica cancellò ogni remora.
La nuova convenzione prevedeva, tra l’altro, la nomina di tre «tutor» per i laboratori radiotelevisivi: l’Ordine indicò Silvia Menetto, giornalista di Radio24, e Virgilio Boccardi, storica firma Rai in pensione, mentre l’ateneo segnalò il giovane Federico Milanesi come tecnico fonico a 12 ore settimanali. Il figlio del rettore in carica. Fatalità, nel giro di poche settimane è proprio lui a vincere il concorso bandito dal Bo e a prendere servizio l’1 dicembre 2008 con un contratto a termine di due anni.
Il professor Ivano Paccagnella, direttore del Master, spiegò così al Gazzettino l’arcano: «Dovevamo dimostrare di avere una professionalità capace di far funzionare la nuova cabina fonica. L’unica persona che in quel momento conoscevo era proprio il giovane Milanesi che aveva dato all’ateneo consulenza gratuita per scegliere la strumentazione». Ecco come si fa carriera nelle università italiane: basta essere figli del rettore e fornire consigli gratis. «Con il senno di poi - aggiunse Paccagnella - posso dire di aver commesso un macroscopico errore. Ma tutto è stato fatto in buona fede».
La procura aprì un fascicolo sulla faccenda, archiviato in breve. Ma lo scandalo fu grande. Il direttore dei laboratori del Master diede le dimissioni per protesta. L’Ordine dei giornalisti tolse l’appoggio. Milanesi jr ottenne un altro incarico: egli infatti approdò a Radio Bue, l’emittente del Bo (il bue in dialetto veneto) che pochi mesi prima aveva cominciato a trasmettere musica, interviste e lezioni. Ad accogliere il giovane fonico fu il responsabile del progetto radiofonico nonché supervisore delle pubbliche relazioni dell’ateneo. Cioè il professor Gianni Riccamboni, preside di Scienze politiche e soprattutto uno dei pro-rettori di Milanesi, suo collaboratore tra i più stretti e fidati.
Nel Servizio relazioni pubbliche il magnifico rampollo trovò ottima compagnia. Trovò Silvia Riccamboni, figlia del professor Gianni. E anche Luisa Mazzarolli, figlia di Leopoldo Mazzarolli, famoso giurista nonché docente di diritto pubblico comunitario a Padova. Prima di essere sistemata alle relazioni pubbliche, Luisa aveva ottenuto un contratto a tempo determinato al Servizio cerimoniale di ateneo. Prima un’assunzione a tempo, poi quella definitiva: lo stesso «cursus honorum» accomuna i discendenti degli accademici padovani che fanno carriera nell’università.
L’elenco di «figli di» negli illustri organici padovani è sterminato. Padri che dirigono scuole di specializzazione dove i figli si perfezionano e si piazzano a vita; cattedre trasferite per diritto ereditario; intrecci familiari che si ramificano da una facoltà all'altra. Dinastie come gli Ortolani, i Cortelazzo, gli Opocher, i Tiengo, i Babighian, i Patrassi, i Cagol, i Pietrobon e decine di altri. A questo elenco ora si aggiunge la schiatta dei Milanesi. Le ambizioni politiche di Vincenzo sono di vecchia data: fece di tutto per ottenere una proroga all’ateneo; quando la prospettiva sfumò, si disse che avrebbe corso per la poltrona di sindaco se il Pd avesse scaricato Zanonato. Si parlò di lui come possibile eurodeputato.
Alla fine il «magnifico» è rimasto appunto un «semplice docente» ma con parecchia voce in capitolo. Il suo successore, infatti, è Giuseppe Zaccaria. Che era il pro-rettore vicario. Sua figlia ottenne un dottorato-sprint all’università di Palermo senza neppure spostarsi dalla città del Santo perché il corso di studi era organizzato in consorzio con l’università di Padova.
http://sandromangiaterra.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/mafia-a-nordest.html
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sanita-di-padre-in-figlio/2056369&ref=hpsp