
I NAPOLETANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
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CAMORRA |
RIFIUTI |
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INVIVIBILITA' |
INVIVIBILITA' |
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MALASANITA' |
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PARTE 7 |
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POLITICA E CAMORRA
La lotta alla camorra ed alla illegalità non deve essere, né sembrare, lotta di parte o di facciata.
Nè deve mirare a criminalizzare una intera classe politica o a denigrare l’immagine di una regione, forte della sua storia, cultura e tradizione. I media nel nord vanno a nozze nel creare un solco incolmabile con la loro Padania.
La sinistra non si deve appropriare di una battaglia di civiltà, per il sol fatto di essere capace di fare corpo unico nella difesa della sue fazioni, delle sue posizioni, delle sue bandiere.
Ognuno di noi ha scheletri nell’armadio. Nessuno viene da Marte.
L’onestà intellettuale pretende che nessuno si erga a paladino della legalità e della ragione, sbandierando la sua presunta superiorità morale.
Noi, “Associazione Contro Tutte le Mafie”, unico sodalizio nazionale pluritematico, ben conosciamo tutte le realtà: dall'Alto Adige alla Sicilia. In loco abbiamo denunciato infiltrazioni camorristiche nella vicina provincia di Latina, con conseguente sospensione delle giunte comunali interessate.
Abbiamo scritto un libro che parla delle nefandezze italiane, taciute dai media ed impunite dalle istituzioni.
Di contro abbiamo avuto attacchi dalla mafia e dall’antimafia.
Purtroppo, a ragion veduta, non siamo di sinistra, né santifichiamo i magistrati. E questo ci penalizza.
Ma la realtà deve essere conosciuta da tutti, pur pagando, noi, un prezzo altissimo per le nostre esistenze.
Sul Magazine del Corriere della Sera del 15 ottobre 2009, pag 78, vi è «L’intervista » di Vittorio Zincone a Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli.
Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare controcorrente sul tema Saviano è impegnativo.
Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: "A noi della squadra mobile fu data la delega per riscontrare quel che Roberto Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta. Ho arrestato centinaia di delinquenti - ha aggiunto il capo della squadra mobile - Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. Resto perplesso quando vedo scortate persone, che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti, che combattono la camorra da anni. 'Gomorra' ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un'immagine eroica della lotta alla criminalità" perché "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare".
All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti, presidente di "Libera", non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
A tal proposito vi è l’intervento di Vittorio Sgarbi, critico d’arte, opinionista Tv, già parlamentare e sindaco di Salemi, in Sicilia: “sono anche uomo di parola, e di denuncia, ma senza accettare regole e senza essere iscritto al club dei professionisti dell’antimafia.
Cosicché senza avere il sostegno di Repubblica, di Annozero, di Marco Travaglio, di Rita Borsellino, di Sonia Alfano, quando io ho denunciato gli interessi della mafia della schifosa impresa dei parchi eolici, improvvisamente cresciuti nella provincia di Trapani, nessuno, dico nessuno, dei sopra citati professionisti dell’antimafia (diversamente da quanto è accaduto in Sardegna) mi ha seguito e sostenuto, con l’eccezione del sindaco di Gela, Rosario Crocetta. E sarei stato ancora più solo se un’indagine della magistratura non avesse portato all’arresto di tredici persone, tra imprenditori, politici e mafiosi, sotto il controllo di Messina Denaro, a conferma delle mie posizioni. La lotta continua e nel frattempo ho ricevuto buste con pallottole, teste mozze di maiale, cani morti e innumerevoli, quotidiane, telefonate anonime.
La premessa era necessaria per dire che anch’io, come Saviano, sono sotto scorta, nella forma più lieve della cosiddetta «tutela», assegnatami dopo le minacce e con l’obiettivo di prevenire rischi per rivendicazioni annunciate perché io sono in una posizione singolare: sono minacciato anche dall’antimafia, o sedicente tale che non mi perdona le critiche alla magistratura e in particolare a Caselli e si apposta, con evidente intenzione provocatoria e inevitabili telecamere a ogni mio incontro pubblico, non per sostenere la mia azione contro la mafia, ma per denunciare le mie critiche all’antimafia. Basterà ricordare la mia presa di posizione rispetto al suicidio del giudice Lombardini dopo essere stato interrogato nel suo ufficio a Cagliari dai magistrati di Palermo e sull’arresto di un prete, padre Frititta, mostrato in manette perché accusato di avere confessato un mafioso, e poi, naturalmente, assolto perché il fatto non sussisteva nell’indifferenza generale. Ma non è consentito criticare gli intoccabili, indicare le loro distrazioni, l’impegno straordinario su falsi obiettivi, i veri obiettivi mancanti.
Ne consegue che io mi sono trovato paradossalmente minacciato dalla mafia e dall’antimafia, non essendo, come Roberto Saviano, politicamente corretto, e cioè da una parte sola. “Gomorra”. Un libro Mondadori, una pubblicità Mondatori (la Mondadori dell’odiato Berlusconi, ndr). Niente di male ma, mentre si invoca la libertà di parola per sé, eroe minacciato, si indicano i nemici in altri, che hanno o dovrebbero avere diritto di legittima critica, o per lo meno di dubbio, e che sono accusati di non difendere il minacciato Saviano, di abbandonarlo, di far mancare «l’impegno unitario» di stare con lui, dalla sua parte e di proteggerlo.
Chi lo critica non ha nome, non merita di essere citato, è «un funzionario». Saviano scrive «Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero de Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario». Toccherà a me dire che il «funzionario» è Vittorio Pisani. Un uomo che rischia la vita. Mi sia consentito dargli parola per rispondere a Saviano: «Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Be’, giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta». Che ragioni ha Pisani di esporsi, mettersi contro tutti e dire quello che ha detto? Non c’è antipatia nella sua intervista e non c’è neppure contrapposizione politica. Semplicemente la consapevolezza che le cose che ha scritto Saviano le hanno scritte altri giornalisti, senza pubblicare libri fortunati e reclamizzati, senza fare le vittime e senza avere scorte. Il fatto è che, come alcuni, come i magistrati di Palermo, come il presidente della Repubblica, Saviano appartiene alla categoria degli intoccabili. Io invece a quella dei toccabili. Faccio e ricevo critiche e non esalto la mafia descrivendomi come un eroe minacciato dall’antimafia. Non riesco a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non sono fiero, ma sono incazzato contro chi vede distruggere la Sicilia, la Campania, la Puglia e tace raccontando di essere minacciato. Ma Saviano ha mai visto la distruzione del paesaggio fatta nelle regioni meridionali dagli speculatori dell’eolico, crocefiggendo montagne, solo per cupidigia di denaro?
E perché ha taciuto? E perché tace? E con lui tutti gli amici di Beppe Grillo, di Travaglio, di Di Pietro, di Santoro pronti a esprimere solidarietà e a firmare appelli. Io sto con Vittorio Pisani e credo alla sua parola e al suo impegno di poliziotto. Saviano ricorderà che Montanelli fu gambizzato, che Costanzo sfuggì a un attentato, e che altri giornalisti come Walter Tobagi, o Peppino Impastato (non solo magistrati) sono stati uccisi. I giornalisti che dicono la verità sono a rischio, siamo a rischio, ma nessuno può pretendere di essere intoccabile, nessuno ha diritto di indignarsi o di fare emozioni degli affetti per una critica, né Saviano, né il presidente della Repubblica.
A meno che non aspirino e non glielo vorrei augurare a diventare come padre Pio, e a pretendere non ragionamenti, valutazioni, discussioni, ma atti di fede. Con questa logica, come chi critica il capo dello Stato, anche chi critica Saviano rischierà di essere processato per vilipendio a «professionista dell’antimafia». Sciascia laico e irriverente, resterebbe senza parole. Lui, non «intoccabile», ma toccabilissimo (dalla sinistra, ndr).”
QUANDO LA QUESTIONE MORALE E’ BIPARTIZAN.
Antonio Giangrande: “La presente inchiesta coordina varie fonti pubbliche, in calce citate, che da sole non sarebbero state esaustive della realtà dei fatti. Le contrapposizioni ideologiche delle fonti, o il mancato intervento della magistratura, ha imposto il coordinamento e l’aggiunta delle posizioni di alcuni esponenti politici, che non risultano indagati, ma che meritano di essere conosciute.
Giusto per fare un quadro politico completo ed imparziale e per svelare improbabili superiorità morali. In questo modo nessuno si sentirà discriminato.
Siamo garantisti, per questo diamo la parola prima ai protagonisti”.
Per tutti parla Mario Landolfi: «In Campania sono inquisiti Bassolino, Mastella, Pecoraro Scanio, Bocchino e sono inquisito anch’io. O c’è un’epidemia o c’è un certo protagonismo giudiziario. Protagonismo che meriterebbe maggiore attenzione».
C’è il politico che prende voti grazie al sostegno della camorra e quello che cambia in continuazione casacca, c’è l’ex ministro della giustizia e i suoi intrecci familiari e l’assessore comunale, che trucca atti pubblici per entrare nelle grazie dell’imprenditore di turno. E’ una fotografia impietosa della situazione politica di Napoli e della Campania quella scattata da Bruno De Stefano e Vincenzo Iurillo, autori de La casta della mondezza. Ma la nostra inchiesta va molto oltre, per non essere tacciati di parzialità.
Oltre 50 politici coinvolti nelle inchieste. Da Bassolino a Landolfi, il fronte bipartisan. I più importanti in ordine alfabetico.
Politici di grande rilievo, anche nazionale, sotto inchiesta per i reati più gravi. Ecco la classe dirigente della Campania. Parlamentari, amministratori, consiglieri regionali di sinistra, di centro e di destra, in una terra attraversata da una questione morale bipartisan.
I leader di una regione che dal 2000 ha speso 13 miliardi di fondi europei e sta per investirne altri 15. Una regione caduta nel baratro dell’emergenza spazzatura, la più grave catastrofe ambientale dai tempi del colera. Una regione in cui intere aree sono soggiogate da una camorra sanguinaria, che la politica ha combattuto con risultati altalenanti, oppure, nei casi peggiori, ha sfruttato scendendo a patti coi clan,. Secondo stime prudenziali sono almeno una cinquantina i politici indagati in Campania. In una regione ad alta densità criminale, la politica avrebbe dovuto produrre anticorpi più resistenti al rischio di infiltrazioni e degenerazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece a Napoli e dintorni è accaduto esattamente il contrario. C’ è chi è accusato di truccare appalti, chi di associazione per delinquere. C’è l’imputato di omicidio colposo per non esserci accorto di una situazione di pericolo e c’è l’indagato di riciclaggio.
Luigi Anzalone. Ex presidente della Provincia di Avellino, consigliere regionale del Pd, Anzalone è imputato in Appello per omicidio colposo plurimo in seguito alla frana della montagna di Pizzo Alvano, a Quindici, del 5 maggio ’98. Undici le vittime. In primo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. Stamane potrebbe uscire la sentenza di secondo grado.
Antonio Bassolino. Governatore della Campania, membro dell’assemblea nazionale del Pd. È imputato per truffa aggravata e frode in pubbliche forniture nell’ambito del processo sul disastro rifiuti. In uno stralcio del procedimento, relativo alle consulenze del commissariato di governo per l’emergenza spazzatura, deve difendersi da una richiesta di rinvio a giudizio per peculato e falso. Un altro procedimento, relativo alle spese dei lavori di un casale in Toscana, è stato trasferito alla Procura di Arezzo. La Corte dei conti lo ha condannato due volte in primo grado per risarcire gli sprechi della sua gestione commissariale: dovrebbe versare più di 3 milioni di euro. Su entrambe le sentenze pende un ricorso. Il presidente della Regione Campania è stato imputato con altri 25, tra cui i vertici della Impregilo nel processo sui rifiuti in qualità di commissario straordinario per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche, violazioni ambientali e truffa aggravata. Il processo è da un anno nella fase dibattimentale. Ha fatto discutere non poco la lista che annovera ben 536 testimoni e che rallenta di fatto l'arrivo di una sentenza, facilitando il sopraggiungere della prescrizione. I numerosi rinvii delle udienze si sono avuti nella prima fase del dibattimento anche per i continui cambi alla presidenza del collegio giudicante ora guidato da Adele Scaramella. Bassolino risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta sulle bonifiche ambientali. La Corte dei Conti ha invece stabilito in primo grado la responsabilità del governatore, in qualità di commissario ai rifiuti, per il progetto Sirenetta. La sentenza è stata impugnata in appello di fronte alle sezioni centrali. Giudicata eccessiva la spesa di 47mila euro per la commissione di gara per la realizzazione del call center (da molti definito fantasma) nell'ambito del progetto PanProtezione Ambiente e Natura.
Italo Bocchino. Vice capogruppo del Pdl alla Camera, candidato sconfitto da Bassolino alle regionali del 2005 in quota An, Bocchino è inquisito in Magnanapoli, l’inchiesta sul sistema Romeo per il controllo degli appalti del Comune di Napoli.
Ciro Borriello. Sindaco di Torre del Greco noto per numerosi cambi di casacca: indagato dalla Corte dei Conti per i danni derivati dalla mancata raccolta differenziata nell'ambito dell'emergenza rifiuti.
Angelo Brancaccio. Consigliere regionale dell’Udeur, ex Ds, nel 2007 è stato arrestato e in seguito rinviato a giudizio per una sfilza di reati contro la pubblica amministrazione, relativi al periodo in cui è stato sindaco di Orta d’Atella, nel casertano.
Enrico Cardillo. Ex assessore al Bilancio di Napoli, Pd. E’ in corso nei suoi confronti un processo con rito abbreviato per Magnanapoli, l’inchiesta sui presunti appalti truccati e telecomandati dall’immobiliarista Alfredo Romeo. Il pm ha chiesto una condanna a sei anni.
Luigi Cesaro. presidente Pdl della provincia di Napoli, è chiamato in causa dal pentito Gaetano Vassallo, uno degli accusatori di Cosentino. Vassallo lo ha definito “uomo vicino al clan Bidognetti” e racconta l’esistenza di un patto tra Cesaro e la camorra casalese per la realizzazione dei lavori di riconversione degli stabilimenti Texas di Aversa.
Aniello Cimatile. Il presidente della Provincia di Benevento, Pd, docente universitario, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti e sui collaudi degli impianti di Cdr. Per un breve periodo a giugno 2009 è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
Carmelo Conte. Già ministro Psi del governo Andreotti e candidato alle politiche con Berlusconi, oggi è un leader del Pd salernitano. E’ imputato in Corte d’Appello per concorso esterno in associazione camorristica, per presunte collusioni con il clan Maiale, attivo nella piana del Sele. In primo grado è stato assolto con formula piena, ma il sostituto pg ha presentato ricorso. E’ stato invece condannato in primo grado a quattro anni e dieci mesi per aver estorto negli anni Ottanta finanziamenti per il Giornale di Napoli.
Roberto Conte. Ex consigliere regionale del Pd, a giugno 2009 è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe versato nelle mani di due galoppini del boss Giuseppe Misso 120 milioni di lire in cambio del sostegno del clan della Sanità alle elezioni regionali del 2000. All’epoca militava nei Verdi.
Nicola Cosentino Il deputato di Casal di Principe, sottosegretario Pdl all’economia. Il Gip di Napoli ne ha disposto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Cosentino è accusato di collusioni con i clan Bidognetti e Schiavone, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale sin dagli anni ‘90.
Andrea Cozzolino Europarlamentare Pd, molto vicino a Bassolino, il potentissimo ex assessore regionale all’Agricoltura è sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Rosetta D'Amelio. Ex sindaco di Lioni in provincia di Avellino attuale assessore alle politiche sociali della regione Campania Pd: condannata a sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio.
Vincenzo De Luca. Sindaco di Salerno, Bersani lo ha cooptato nella direzione nazionale Pd. Due volte rinviato a giudizio nell’ambito delle inchieste sull’assegnazione dei suoli industriali liberati in seguito alla dismissione della Ideal Standard e sulla delocalizzazione dell’ex Mcm. In questa seconda tranche condivide lo status di imputato con Gianni Lettieri, presidente degli industriali di Napoli.
Ugo De Flaviis. E’ stato assessore campano all’Ambiente fino al 2004. Dopo alcune vicissitudini è tornato nell’Udeur e si è seduto affianco a Mastella in una recente conferenza stampa a Napoli. Sul versante giudiziario, De Flaviis è imputato per l’alluvione di Nocera Inferiore insieme con Luigi Nocera. Nel settembre 2008 Sandra Mastella lo ha nominato nello staff della presidenza del consiglio regionale come responsabile dei rapporti con le istituzioni locali.
Sergio De Gregorio. Il senatore “transfugo” da Di Pietro a Berlusconi è indagato per riciclaggio. L’inchiesta si riferisce ai rapporti economici intercorsi nel periodo 2004-2005 tra il politico e il presunto contrabbandiere Rocco Cafiero. La procura ha fatto ricorso al Riesame contro il rigetto della richiesta di arresto da parte del gip, rendendo così pubblica la partita giudiziaria in corso.
Ferdinando Di Mezza. Ex assessore al Patrimonio Pd: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Fernando Errico. Il consigliere regionale del beneventano divide con Clemente e Sandra Mastella alcune accuse nell’inchiesta sull’Udeur connection. Dall’Abruzzo, dove si è rifugiato causa divieto di dimora in Campania, ha annunciato le dimissioni da capogruppo del Campanile.
Antonio Fantini. Ex segretario regionale Udeur. condannato a due mesi e dieci mesi di reclusione nell'ambito della ricostruzione post-terremoto.
Nicola Ferraro. Consigliere regionale Udeur, presidente della commissione Affari Istituzionali. È sotto processo insieme alla Mastella per tentata concussione. Secondo un pentito di camorra, Michele Froncillo, Ferraro è stato eletto grazie al sostegno interessato del clan Belforte di Marcianise. Froncillo rivela che Ferraro, per ingraziarsi Mastella, avrebbe regalato un Porsche Cayenne al figlio dell’ex Guardasigilli, acquistato presso la concessionaria di un parente del boss. Mastella respinge con fermezza questa ricostruzione e annuncia azioni legali.
Marco Fiorentino. Sindaco di Sorrento, azzurro, poi Udeur, poi di nuovo berlusconiano. E’ imputato di omissione d’atti d’ufficio e omicidio colposo per la tragedia del 1 maggio 2007, quando una gru che si muoveva sopra un’area non transennata, di fronte al municipio, precipitò al suolo uccidendo due donne. E’ accusato di non aver emesso un’ordinanza di tutela dell’incolumità pubblica nei confronti della ditta che stava montando le luminarie.
Corrado Gabriele. Assessore regionale al Lavoro per Rifondazione: imputato per molestie sessuali.
Giuseppe Gambale. Ex assessore a Napoli del Partito democratico: imputato nel processo Global Service per associazione per delinquere.
Alberico Gambino. Esponente di spicco del Pdl salerninato, già sindaco di Scafati e assessore provinciale della giunta Cirielli. È stato sospeso da primo cittadino e si è dimesso da assessore in seguito a una condanna in primo grado a un anno e sei mesi per peculato: gli si contesta l’uso improprio della carta di credito dell’amministrazione comunale. Cirielli lo ha ‘ripescato’ assumendolo nel suo staff.
Amedeo Labocetta. Deputato Pdl, è considerato dai pm un sodale di Romeo e divide con l’immobiliarista alcune accuse dell’inchiesta sugli appalti truccati a Napoli. Ha preferito non aderire al rito abbreviato.
Mario Landolfi Deputato e vice coordinatore regionale del Pdl, è coinvolto in un’inchiesta della Dda sui rapporti tra politica, imprenditoria e camorra e relativa allo smaltimento dei rifiuti a Mondragone e in provincia di Caserta attraverso l’Eco 4 dei fratelli Orsi. Gli inquirenti gli contestano il reato di corruzione e truffa con l’aggravante di aver favorito il clan La Torre.
Felice Laudario. Ex assessore all'Edilizia in quota Sdi: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Renzo Lusetti. Parlamentare del Partito democratico. Nel filone Global Service figura con Italo Bocchino. Per loro la Procura avanzò richiesta di autorizzazione a procedere. Sulla questione però è stata sollevata un'eccezione di costituzionalità. Secondo la difesa il Gip non avrebbe potuto mandare gli atti direttamente alla Camera dei Deputati.
Sandra Lonardo Mastella. La presidente del consiglio regionale della Campania è stata rinviato a giudizio per tentata concussione per aver provato a imporre, senza successo, la nomina di tre primari all’ospedale di Caserta. Nell’inchiesta-bis sull’Udeur connection, appalti e raccomandazioni all’Arpac, le è stata inflitta la misura del divieto di dimora in Campania.
Clemente Mastella. L’ex ministro della Giustizia di Prodi, europarlamentare del Pdl in quota Udeur, è accusato dai pm di Napoli di essere il leader di un’associazione per delinquere finalizzata a spartirsi nomine e appalti con criteri clientelari nell’Arpac e negli altri enti controllati dal Campanile. Per lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione ai danni di Bassolino. Insieme a due ex assessori regionali avrebbe minacciato una crisi in giunta per ottenere la nomina di un suo uomo all’Asi di Benevento.
Gianfranco Nappi. Ex capo della segreteria di Bassolino, sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Luigi Nocera. Ex mastelliano, candidato dell’Udc alle ultime Europee, è stato a lungo assessore regionale all’Ambiente. In questa veste ha segnalato 100 assunzioni all’Arpac, l’agenzia per la protezione ambientale, ed è finito sotto inchiesta per una raffica di reati contro la Pubblica amministrazione. Gli inquirenti lo ritengono uno dei perni del sistema Mastella, almeno fino a quando ha militato nel Campanile. Imputato di concussione per la nomina all’Asi di Benevento estorta a Bassolino, indagato per associazione a delinquere e altre accuse nell’inchiesta – bis sull’Udeur connection, deve difendersi anche da una richiesta di rinvio a giudizio per l’alluvione dell’area di Sant’Anna e Villanova, a Nocera Inferiore, nell’ottobre del 2007: 90 parti offese, 1,2 milioni di euro di danni alle strutture pubbliche, 4,5 milioni di euro di danni per i privati.
Marco Nonno. Di Alleanza nazionale ma sospeso dalla carica di consigliere comunale a Napoli : imputato nel processo sugli scontri per la discarica di Pianura per devastazione e associazione per delinquere.
Alfonso Pecoraro Scanio. L’ex ministro verde dell’Ambiente è indagato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati contro la pubblica amministrazione. Avrebbe promesso e compiuto favori di vario tipo in cambio di viaggi e soggiorni gratis in Italia e all’estero. Sentenzierà il Tribunale dei Ministri. È indagato anche a Crotone nell’inchiesta sulle mazzette per la realizzazione di centrali elettriche a turbogas della Calabria.
Gaetano Pesce Fino a giugno l’esponente di An è stato vice presidente del consiglio provinciale di Napoli. E’ stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la camorra. La vicenda risale al periodo in cui Pesce era sindaco di S. Gennaro Vesuviano: l’amministrazione, poi sciolta, avrebbe avuto un occhio di riguardo per le aziende e gli affari del clan di Mario Fabbrocino.
Giuseppe Petrella. Ex deputato dei Democratici di sinistra: condannato a sei mesi con pena sospesa per minacce.
Salvatore Perrotta. Sindaco di Marano: indagato per discarica abusiva a Marano.
Americo Porfidia. Indagato per camorra in qualità di sindaco di Recale per l'Italia dei valori.
Antonio Pugliese. Ex vicepresidente della provincia di Napoli nel centrosinistra, si è poi candidato nella tornata successiva nel centrodestra. E’ imputato nell’affaire Romeo per un appalto di competenza provinciale: il pm ha chiesto 6 anni e otto mesi di condanna.
Dario Rotondo. L’ex sindaco di Pietravairano (Caserta), di Alleanza nazionale, a maggio è stato arrestato assieme all’assessore ai Lavori pubblici e ad altre sette persone, nell’ambito di un’inchiesta sulla spartizione degli appalti comunali in cambio di tangenti. L’operazione è scattata due settimane prima delle elezioni comunali, vinte dall’opposizione.
Domenico Zinzi Il parlamentare dell’Udc è sotto processo con Anzalone e altri imputati per la frana di Quindici. Tre anni di condanna in primo grado, per una storia che risale al periodo in cui era assessore regionale alla Protezione Civile.
Italia Dei Valori. Partito dell’anticasta, se lo si osserva da lontano; gabbiano con le ali appesantite dalla zavorra di esponenti dal dubbio passato e dai molteplici cambi di casacca, se si avvicina il punto di osservazione. Ecco Italia dei valori secondo MicroMega, la rivista che, nel numero, quello dedicato a Teresa Strada, di Emergency, riserva un’inchiesta approfondita alla creatura dell’ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. La firma Marco Zerbino, che scrive più di una pagina sulla «Campania infelix» e sugli esponenti di Italia dei valori all’ombra del Vesuvio.
Di Nello Formisano, il segretario regionale del partito, riferisce l’iscrizione alla Massoneria, citando un’inchiesta pubblicata tempo fa dal mensile la Voce della Campania. Racconta che rappresenta l’ala 'pragmatica' del partito e gli attribuisce il demerito di avere candidato nel 2006 al senato Sergio De Gregorio. «Il quale — scrive ancora Zerbino — dirigerà poi il quotidiano del partito, Italia dei valori, nella cui redazione Formisano aveva piazzato il figlio come praticante». «Il segretario regionale di Idv — si legge ancora su MicroMega — ha inoltre traghettato nel partito Mimmo Porfidia e Nicola Marrazzo». Riguardo al primo, sostiene la rivista: «Il suo nome compariva, insieme a quello di altre sedici persone, in una informativa del 2005 che la Squadra Mobile di Caserta aveva successivamente trasmesso alla Direzione investigativa antimafia. Negli ultimi giorni del 2008 la notizia, appresa dai giornali, di essere indagato per 416 bis mandò a Porfidia di traverso il panettone».
Quanto a Marrazzo, rileva Zerbino: «Ex Dc poi passato ai Democratici, alla Margherita, a Rinnovamento italiano e infine a Idv. Già consigliere regionale. La sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si sono viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia. Marrazzo è stato uno dei protagonisti dello scandalo che, nell’ottobre 1991, portò allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dell’amministrazione comunale di Casandrino». La rivista passa in rassegna anche la vicenda di Cosimo Silvestro, ex consigliere regionale di Idv, che aveva tra i collaboratori un imprenditore pomiglianese del settore della ristorazione più volte fermato dai carabinieri in compagnia di pregiudicati. Un’inchiesta, quella di MicroMega, che non è passata naturalmente inosservata. La Stampa, ad esempio, l’ha ripresa in un ampio servizio e c’è già chi ritorna a parlare, come aveva scritto il Corriere della Sera, di un caso campano nel partito di Di Pietro.
Certo è che dalle informative contenute negli atti depositati emerge una figura, quella di Mautone, «al centro di un sistema di potere molto forte... volàno di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici». Un sistema che vede l'ex provveditore come punto di riferimento anche per 5 esponenti dell'Italia dei valori, compreso il figlio del leader del partito, Cristiano Di Pietro. Nessuno di loro risulta tra gli indagati, come a proposito di Di Pietro jr sottolineava un comunicato dell'Idv. Nelle carte dell'inchiesta-Romeo emergono però richieste precise avanzate da parlamentari in carica, come il deputato Nello Formisano e il senatore Aniello Di Nardo. Quest'ultimo in una telefonata ricorda a Mautone di un suo amico «che doveva essere chiamato» e non è stato più convocato per dei lavori di impiantistica di una galleria a Vico Equense. In un'altra conversazione segnala due architetti amici di Cristiano Di Pietro «ai quali non bisogna far prendere collera».
Americo Porfidia, deputato dell'Idv e sindaco di Recale, in provincia di Caserta, poi, è inserito tra le persone che hanno rapporti istituzionali con Mautone, e l'informativa degli investigatori precisa anche che a suo carico la Squadra mobile di Caserta ha aperto un procedimento penale per un'ipotesi di reato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cardiologo, deputato in carica, a Mautone si è rivolto per chiedere consiglio per investimenti pubblici nel casertano.
L'intreccio di richieste che dalla Campania provava ad incidere su Roma sfocia anche in un emendamento da inserire in Finanziaria. Nell'ottobre 2007 Mautone chiede a Formisano una modifica per favorire un contributo a favore della "casa degli anziani" cui è interessato Francesco Manzi, consigliere regionale della Campania che fa riferimento al partito di Di Pietro. Spicca, infine, una telefonata tra Mautone e Cristiano Di Pietro sul tema forniture pubbliche: per l'impresa che realizza l'impianto elettrico di una caserma a Termoli e per dove va a rifornirsi del materiale. I due parlano delle percentuali di ribasso per la gara d'appalto: percentuali ritoccate "al rialzo" su suggerimento di Mautone, avallato da Di Pietro junior. Dal Pdl attacco di Maurizio Gasparri al leader dell'Idv: «Come ha fatto il babbo a sapere che erano intercettate le telefonate tra il pargolo e Mautone?
Autore: Antonio Giangrande, Presidente Associazione Contro Tutte le Mafie.
Fonti:
http://www.osservatorio-sicilia.it/2009/10/18/vittorio-sgarbi-saviano-e-napolitano-gli-intoccabili/
(Vincenzo Iurillo, Il Fatto, 12-11-2009)
(Vincenzo Iurillo, Il Fatto, 13-11-2009)
http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=996001
http://discutere.wordpress.com/2009/11/13/destra-sinistra-centro-appuntamento-in-tribunale/
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/12/napoli-inchiesta-appalti-idv.shtml?
MAGISTROPOLI
La Giustizia vista da un alto Magistrato con l’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno.
Martedì 13 ottobre 2009, nuovo palazzo di giustizia, «Torre C», dodicesimo piano, le cinque del pomeriggio. Vincenzo Galgano — procuratore generale della Repubblica, la più alta carica della magistratura inquirente nel distretto di corte d’appello di Napoli — siede sulla stessa sedia che occupava esattamente sei mesi prima, quando una sua dichiarazione («Ci sono pm che perseguono interessi personali») scatenò un terremoto all’interno della Procura e portò all’apertura di un'indagine del Csm. Correva il 14 aprile 2009. E, a dispetto del nome del santo del giorno (Abbondio), il Pg decise di intervenire direttamente nello scontro tra alcuni sostituti e il capo dei pm.
Procuratore generale,
iniziamo dalla fine. Cominciamo da quel documento di Magistratura democratica,
l’ala di sinistra delle toghe, che ha parla di «anomala situazione processuale
scaturita da determinazioni adottate in contrasto con quelle già espresse dalla
Procura in relazione ad altre persone attualmente imputate nel dibattimento ».
L’ha letto?
«Sì. Toni irritanti. Dichiarazione irragionevole. Fossi in loro lascerei
perdere, non gli conviene...».
La sostanza, procuratore.
La sostanza, non la forma.
«La sostanza è che i colleghi di Md hanno trascurato di considerare che chi
esercita la funzione giudiziaria deve obbedire alla propria professionalità e
alla propria coscienza».
Qualcuno sostiene che i
magistrati dovrebbero giudicare senza farsi condizionare dalla realtà...
«Qui il ragionamento va sganciato da questo o quel processo, dai singoli
magistrati. Ciò premesso, è ora di iniziare a chiarire alcuni punti una volta
per tutte». Chiarisca... «La ricerca astratta della perfetta osservanza
delle leggi dà luogo a soluzioni dolorose e insoddisfacenti per coloro che ne
subiscono le conseguenze, siano essi individui o collettività».
La «perfetta osservanza
delle leggi» però è impegno che dovrebbe esser preteso, no?
«Certo, ma se si esaminassero bene le norme, e soprattutto se si applicassero
correttamente le regole di interpretazione, queste conseguenze dannose non si
dovrebbero verificare». Usa il condizionale... «La ricerca della perfezione
spesso si traduce in un errore».
Vuol dire che c’è qualche
pm che sbaglia ad applicare le norme?
«Ci sono casi in cui la certezza delle proprie idee diventa fanatismo. E uno
degli effetti di questa eccessiva sicurezza è quello di non percepire le
opinioni degli altri, di entrare in un meccanismo di irrealtà e di errore,
insistendovi».
E come si difende il
cittadino da questi pm?
«Il nostro sistema giudiziario è costruito in modo che gli errori vengano
corretti, che questi magistrati si scontrino sempre con un muro che li riconduce
a ragione. O, almeno, quasi sempre».
È quel «quasi» che
preoccupa...
«Il lavoro della Procura costituisce la fase iniziale del procedimento, non
quella finale. Ciò non esclude, però, che in questa fase certi magistrati
possano creare problemi».
Quali?
«C’è il rischio che il fanatismo di alcuni pm venga strumentalizzato
dall’esterno per lotte politiche, campagne di stampa, trame cui la magistratura
dovrebbe rimanere estranea. La conseguenza è un enorme danno all’ufficio del
pubblico ministero».
Rischiano anche i
cittadini?
«Il fanatismo di questi magistrati provoca sofferenze alla gente e alla
collettività. È un costo che i cittadini devono pagare all’autonomia della
funzione giurisdizionale ».
Scusi, ma il compito di
vigilare sull’operato dei pm non spetta a lei?
«Sì».
E che fa?
«Tutto quello che posso, cioè solo segnalare certe condotte al Csm».
E poi?
«Bah. La sezione disciplinare funziona male. Il collegio è troppo numeroso,
gravato da un carico eccessivo. E poi subisce gli effetti inevitabili connessi a
un sistema organizzativo che ne trascura la terzietà».
Cioè?
«Cioè lì c’è sempre un collega che giudica su un altro collega. Insomma, è gente
che fa lo stesso lavoro. E non voglio pensare alla lunghezza delle istruttorie
».
E alla lunghezza dei
processi ci vuole pensare?
«Le lungaggini giudiziarie si protraggono al di là di ogni possibile
tollerabilità. Colpa dell’indifferenza di chi dovrebbe investire nei servizi
giudiziari».
Ci risiamo. Piove, governo
ladro?
«No. È anche colpa degli uomini se il sistema non funziona, ed è ora che coloro
che vi operano inizino ad assumersi le loro responsabilità».
Ci sarebbero anche i tanti
«imputati qualunque» che avrebbero diritto a tempi celeri. Le loro attese sono
addebitabili solo al sistema inceppato?
«No. È intollerabile anche l’indifferenza mostrata da gran parte dei magistrati
per i tempi della loro attività. Questo è un aspetto della professionalità che
trovo peggiorato».
Ingegni a parte, pensa che
i magistrati di oggi siano meno bravi di quelli di ieri?
«Il calo di qualità non è né inferiore né superiore a quello di tutti gli
ambienti professionali. Però c’è stato, anche se compensato da alcune
eccellenze. È la storia del nostro Paese, del Sud in particolare. Gli altri
hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini».
Ma non mancano i precedenti.
Il procuratore della Repubblica in commissione antimafia: pronto a rimettere il suo mandato.
Questo ha detto Agostino Cordova durante l'audizione nella quale ha fatto un bilancio, disastroso, dell'amministrazione giudiziaria nel capoluogo campano.
Non manca di chiamare in causa le polemiche seguite agli arresti degli otto poliziotti, Agostino Cordova. Il procuratore di Napoli parla davanti alla commissione antimafia, fa un bilancio della situazione in cui versa l'amministrazione giudiziaria del capoluogo partenopeo, assai difficile stando ai numeri, e ribadisce le 'strumentalizzazioni' attorno alla vicenda degli arresti 'per speculazioni di destra o di sinistra'. "Tutto ciò - ha detto- mi distoglie dalla mia attività principale ossia di ripristinare la legalità attraverso la lotta alla criminalità organizzata. Visto che non mi viene consentito, comincio a coltivare l'idea di chiedere un'altra sede".
La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Questo, sembra, la bufera che si è abbattuta sulla questura di Napoli per le presunte violenze sui manifestanti no-global nel marzo 2001. Un vaso colmo di tante, troppe cose che secondo il procuratore non vanno da quelle parti. Incomincia snocciolando una serie di elementi che rendono assai difficile lavorare negli uffici giudiziari napoletani, malati di carenza di organici e di mezzi, schiacciati da tempi lunghissimi nei procedimenti, gravati dallo spaventoso arretrato ereditato all'atto dell'unificazione delle procure (circondariale e del tribunale).
Sta proprio in questo, secondo Cordova, "l'origine di tutti i problemi", nell'unificazione delle due procure dal primo gennaio 2000. "Prima di quella data avevamo 16 mila fascicoli, il primo gennaio l'ex Circondariale ce ne portò circa 690 mila, una cifra mai riscontrata credo in nessun'altra procura italiana". Di questi 690 mila fascicoli "ben 200 mila non erano nemmeno iscritti nel registro delle notizie di reato". E nel conto vanno messi anche "due milioni e trecentomila seguiti di informativa ammonticchiati sul pavimento e mai visionati da nessuno e oltre novemila esecuzioni pendenti, di cui diverse prescritte, cioè risalenti a dieci anni prima".
E c'è l'insufficienza degli organici che riguardano "non solo i nostri uffici (i Gip sono 26-27 su 106-107 sostituti) ma anche le forze dell'ordine. Si parla tanto di controllo sul territorio, ma ad esempio per le dodici nuove stazioni di carabinieri che il Comando generale aveva stabilito di aprire a Napoli e in provincia di Caserta in due anni non è stato ancora possibile reperire dei locali dove alloggiare il personale". Non meno preoccupante il numero di richieste di misure cautelari pendenti davanti al Gip: "Sono circa una quarantina, ma una risale addirittura al luglio del 2000, e ce ne sono altre anche a carico di responsabili di crimini efferati vecchie di otto mesi".
In questo quadro preoccupante, non poteva mancare, infine, il riferimento alla vicenda degli otto poliziotti e alla richiesta di arresto. Cordova torna a respingere alcune accuse che gli sono state rivolte. Innanzitutto la possibilità che il procuratore di Napoli avrebbe potuto avere di avocare a sé l'inchiesta, non condividendo le opinioni dei sostituti che hanno firmato la richiesta d'arresto di agenti e funzionari di polizia: "Non devo vistare richieste del genere, in quanto la mia firma deve essere presente negli atti della Dda e in quelli che riguardano la Pubblica Amministrazione- ha detto Cordova- inoltre, in caso di divergenza di opinione perfino il Csm dice che non si può avocare il fascicolo. Ma Cordova è entrato anche nel merito del perchè non condividesse totalmente la richiesta di misure cautelari sottoposte al gip.
"Mi fu trasmessa in visione la richiesta del provvedimento cautelare. La restituii manifestando perplessità riguardo alla genuinità delle fonti di prova". In particolare, chiedeva ai suoi sostituti di verificare il perchè coloro che avrebbero subito abusi da parte dei poliziotti non avessero denunciato i fatti.
Nel Maggio 2002, il procuratore della repubblica di Napoli accusò alcuni gip del distretto partenopeo di tenere nei cassetti richieste d'arresto per 700 camorristi.
Ottocento magistrati del distretto di Napoli, tutti chiamati a palazzo di giustizia dall'Anm. E per parlare di una cosa sola: le dichiarazioni esplosive del procuratore della Repubblica Agostino Cordova davanti alla commissione Antimafia, qualche giorno fa. E' proprio lui, oggi, a salire simbolicamente sul banco degli imputati. Mentre il ministro della Giustizia Roberto Castelli manda gli ispettori negli uffici giudiziari. Pm contro pm, giudici accusati di abbandonare nei cassetti richieste di arresto per 700 camorristi.
Questa è stata la denuncia a freddo di Agostino Cordova, lui che qualche mese fa vide consegnare al Consiglio superiore della Magistratura un documento con le firme di 64 sostituti, più della metà, nel quale veniva contestata la sua gestione e l'organizzazione degli uffici giudiziari partenopei.
http://www.cittadini.rai.it/news/popupstampanews/0,9229,15923,00.html
http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,17417,00.html
MALAGIUSTIZIA
L’incursione delle Iene ha riguardato il furto di un fascicolo in una sezione del Tribunale Civile.
La cosa, peraltro facilissima, raramente capita sul serio, tanto è vero che nonostante le centinaia di migliaia di processi civili, i fascicoli che spariscono sono veramente una percentuale irrilevante. Generalmente ciò viene causato più dal disordine che da dolo.
Gli avvocati infatti, non fidandosi dello stato delle cancellerie e soprattutto in vista del drammatico trasloco, hanno generalmente effettuato le copie dei fascicoli e dei verbali, per cui la sparizione del fascicolo ritarda semmai il processo, ma non comporta un vantaggio per una parte o per l’altra, ben potendosi ricorrere alla ricostruzione del fascicolo stesso.
Il tribunale di Napoli, già assurto alla cronaca televisiva per i cronici disservizi documentati da "Report" su RAI 3 presenterà al grande pubblico le sue disfunzioni e la sua grande disorganizzazione.
Contro questo degrado l’Ordine degli Avvocati di Napoli ha più volte proclamato lo stato di agitazione e l’astensione dalle udienze. Gli alti gradi della Magistratura hanno contestato tale forme di protesta, e molti magistrati accusano gli avvocati di catastrofismo.
Certo, dal calduccio di una stanza, seppur faticosamente raggiunta, è facile accusare gli avvocati di lamentarsi troppo per un po’ di disagi. Loro, sono fermi al piano, gli altri, gli avvocati, mediamente fra una sezione e l’altra percorrono decine di piani per passare da una udienza all’altra, all’aperto lungo le scale esterne.
La cosa più grave è che fra
l'indifferenza totale, del Ministero di Grazia e Giustizia e della Procura della
Repubblica, che avrebbero il compito di vigilare sulla osservanza delle leggi,
salvo poi quando ci scappa il morto, la frequentazione del… “Nuovo Palazzo di
Giustizia", presenta palesi violazioni delle più elementari norme di sicurezza.
In osservanza delle legge 46/90 e di altre innumerevoli norme, negli studi
privati, anche di pochi metri quadri, a volte con effetti esilaranti, gli
avvocati sono stati costretti ad installare cartelli con su scritto uscita,
estintori, lampade di emergenza, cassette di pronto soccorso e poi quanto altro
indispensabile, secondo il legislatore, per garantire la privacy.
Per il Tribunale di Napoli, nessuna legge è invocabile né applicata.
Operai al lavoro senza casco fra la gente, zone transennate fra il pubblico, scale d’emergenza già vecchie ed arrugginite utilizzate come scale normali, ascensori lenti, spesso guasti, montacarichi utilizzati come ascensori, nessuna indicazione utile per il pubblico, cavedi di sgombero aperti a tutti, ponti sospesi fra una torre e l’altra di dubbia consistenza, niente cassette di pronto soccorso, nessun addetto alla sicurezza ai piani.
Un qualsiasi ispettore dell’ASL o dell’ufficio prevenzione infortuni potrebbe trascorre giornate intere a scrivere verbali di contestazioni.
Partendo ovviamente dalle toilettes che se non sono chiuse per manutenzione, sono prive di qualsiasi accessorio, anche della carta, insomma, 28 piani di inefficienza.
Tutto ciò che di peggio ci può essere in un edificio pubblico viene collezionato in una serie sorprendente di records dal “Tribunale più alto d’Italia”.
Non solo. Il ministero risarcisce gli avvocati per stress da "inefficienza del sistema giudiziario". Accade a Napoli dove il giudice di pace ha condannato il dicastero della Giustizia a rimborsare cento euro per ciascuno degli ottanta legali che lo hanno citato in giudizio.
Il contenzioso nasce da una causa promossa dall'avvocato Angelo Pisani, alla quale poi si sono accodati altri suoi colleghi iniziata il 28 ottobre del 2005 contro, si legge nell'esposto, "l'inefficiente sistema giudiziario napoletano caratterizzato da gravi e ingiustificati disagi, gravi violazioni del diritto di difesa, delle regole processuali come illegittimi ed inspiegabili rinvii delle prime udienze, lunghe file per la verifica dell'assegnazione delle cause, ingiusticate condizioni di lavoro, inspiegabili ritardi anche di otto/nove mesi per il rilascio di copie esecutive di sentenze relative a procedimenti tenuti presso l'ufficio del giudice di pace".
Insomma, in poche righe, una descrizione esaustiva dei mali che affliggono questa come altre sezioni del tribunale partenopeo. Dopo un anno e mezzo, la sentenza emessa dal giudice di pace della prima sezione civile Renato Marzano che dà ragione agli avvocati e condanna il ministero a una equa riparazione dei "danni esistenziali conseguenti allo stress derivante dai disagi subiti". Oltre ai cento euro, via Arenula dovrà accollarsi anche il pagamento delle spese di giudizio liquidate in 70 euro per le spese, 125 euro per i diritti, 75 per gli onorari oltre l'Iva, il 12,50% a titolo di rimborso spese generali.
Il giudice di pace ha però accolto solo in parte le richieste dei legali, che avanzavano anche l'ipotesi di una applicazione della legge Pinto, individuando gli elementi per ritenere di dover essere risarciti per una ingiustificata durata dei processi.
Tutti i testi hanno riferito al giudice di Pace che mentre sino a qualche tempo fa una causa iscritta a ruolo veniva chiamata dopo sette giorni rispetto la data indicata in citazione, questo termine nel tempo si è dilatato fino ad arrivare a 60 giorni; senza contare le file lunghissime, per circa una ora, per iscrivere una causa a ruolo, e i quattro mesi che occorrono per ottenere copie urgenti di una sentenza, pagando il triplo dei diritti previsti, mentre per le vie ordinarie ci vogliono anche 12 mesi per quelle stesse copie.
Una situazione per la quale gli avvocati si trovano coinvolti in discussioni continue con i loro clienti esasperati. Da qui lo stress. E il risarcimento.
http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=18399
INGIUSTIZIOPOLI
IL CASO TORTORA
Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita.
Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone.
Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.
L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.
E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.
Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna.
Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.
Nel giugno del 1984 Enzo Tortora – nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana – viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.
Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.
Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV – protetto dall’immunità parlamentare - si consegna. Resterà agli arresti domiciliari.
Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.
Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.
Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.
Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.
Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà – purtroppo – ancora molti.
http://www.misteriditalia.it/altri-misteri/tortora/
USI ED ABUSI MUNICIPALI
Il 17 marzo del 2001, quello degli scontri in occasione del Global Forum e dei successivi terribili pestaggi nella caserma «Raniero Virgilio», fu per Napoli (e non solo) un dies horribilis. E’ scritto nelle motivazioni della sentenza con cui, il 22 gennaio 2010, la V sezione del Tribunale (presidente Clara Donzelli, a latere Alfredo Guardiano e Rossella Tammaro) ha condannato dieci dei poliziotti che trattennero un’ottantina di ragazzi nella «sala benessere» della caserma, sottoponendoli a ogni genere di soprusi e umiliazioni. Tra i condannati, come avevano chiesto i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristofaro, anche due funzionari, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, cui è stata inflitta la pena di due anni e otto mesi per sequestro di persona: l’unico reato, questo, non prescritto. Ciò che avvenne dopo la manifestazione, scrive il giudice Donzelli, estensore della sentenza, fu, di fatto, un rastrellamento: «Nessuna disposizione normativa poteva giustificare l’arresto dei giovani trattenuti all’interno della sala benessere della caserma Virgilio al fine di essere identificati e, prima ancora, oggetto di quello che può essere agevolmente definito come un vero e proprio rastrellamento.
Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di potere citati nelle 112 pagine depositati. C’è, per esempio, quello di un giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap, deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane procuratore definito con spregio l’avvocatino. Questi, proprio in quanto assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio, risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita». Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante». «L’elenco delle condotte criminose in danno delle persone transitate nella caserma consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante. Tali condotte, seppure materialmente commesse da un numero limitato di autori e in una particolare situazione ambientale, hanno comunque inferto un vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia della quale detta istituzione deve godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». I giudici criticano, in particolare, il comportamento dei due funzionari, Ciccimarra e Solimene, i più alti in grado quel giorno nella caserma: «che essendo presenti ai fatti e potendolo evitare, in quanto dotati di titolo e competenza, da tanto si sono astenuti, consentendo che altri infliggessero a inermi cittadini (nei cui confronti nulla risultava allora e non è risultato in seguito alcun addebito di colpa) violenze e minacce assolutamente ingiustificate».
Ma non finisce qui. Si tratta di un episodio sconcertante quello che ha coinvolto il comandante della Polizia Municipale del Comune di Napoli, Luigi Sementa. L’episodio risale al 5 dicembre 2008, quando un cronista del «free press» «Il Napoli», Alessandro Migliaccio, subì un’aggressione fisica proprio da parte di Sementa. Migliaccio, recatosi presso la sede dei vigili urbani, a seguito di informale convocazione del comandante e in presenza di due colleghi, ha successivamente denunciato in Questura di aver ricevuto uno schiaffo sul viso dal comandante Sementa. La reazione sarebbe scaturita dalla contestazione di un articolo a sua firma, pubblicato sul free press dal titolo «Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante».
L’aggressione è testimoniata da un video, mandato in onda nel corso della trasmissione di Raitre «Linea Notte» e poi da “Striscia la Notizia” e “da Le Iene”. Nel filmato, dopo che al cronista viene intimato più volte di consegnare un documento di identità, si vede l’ex ufficiale dei carabinieri (oggi generale dei vigili) che si avvicina a Migliaccio e gli dà uno schiaffo in pieno volto. Solo l’intervento degli altri due giornalisti presenti evita una nuova aggressione ai danni del cronista. Otto minuti di filmato: dall’ingresso al comando al colpo proibito.
«È sconcertante che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbia sospeso dal servizio il capo della locale Polizia municipale, Luigi Sementa, il quale ha ritenuto di poter convocare nel suo ufficio un cronista di E Polis, Alessandro Migliaccio, e di schiaffeggiarlo perchè era l’autore di un servizio che non risultava gradito non si capisce bene a chi e a quanti». È il monito del segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.
E poi siamo al paradosso. Undici agenti di polizia in servizio nella sezione «falchi» presso la squadra mobile della questura di Napoli sono stati arrestati dalla polizia. Sono accusati di peculato e falso in atto pubblico. Avrebbero redatto un falso verbale in occasione dell'arresto di cinque rapinatori di generi alimentari. L'arresto dei rapinatori avvenne in flagranza.
Indagini della Procura di Napoli. Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli. I provvedimenti richiesti dai pm Paolo Sirleo e Maria Sepe sono stati emessi dal gip Claudia Picciotti.
Falsi verbali per prendersi dei prosciutti. Il 20 febbraio 2010 una pattuglia dei Falchi della Squadra Mobile della Questura di Napoli intervenne nel porto in seguito alla segnalazione di una rapina di un camion carico di prosciutti ed altri generi alimentari. Gli agenti chiamarono in ausilio altri colleghi e compilando un verbale che si è poi rivelato falso. In particolare, i poliziotti, secondo l'accusa, trattennero per loro una parte del carico. Indagini sono in corso da parte della Procura per verificare se si siano verificati altri episodi analoghi.
E POI SIAMO ALL'INVEROSIMILE. QUANDO I FURBI A NAPOLI HANNO SEMPRE RAGIONE.
Il Comune non stampa i verbali e vanno in fumo sei milioni di incasso per violazione del codice della strada.
Oltre al solito timore di un intervento della Corte dei Conti il cui principale obiettivo, come è noto, è quello di verificare i mancati incassi degli enti locali, c’è chi addirittura avanza l’ipotesi di fare scendere in campo la magistratura ordinaria per capire come è stato possibile perdere tanti soldi per la mancata stampa dei verbali.
È certo invece che è scattata l’inchiesta interna all’amministrazione che cercherà di far luce sui ritardi che hanno portato all’ammanco di soldi freschi che a Palazzo San Giacomo avrebbero fatto molto comodo. Il problema è quello storico che in passato ha fatto perdere già altri soldi, vale a dire la mancata lavorazione delle multe perché la ditta incaricata di imbustarli e spedirli a destinazione non ha avuto assegnato il lavoro.
Giova ricordare che l’attuale comandante dei vigili urbani Luigi Sementa ha denunciato già un episodio simile alla Procura che ha aperto un’inchiesta.
http://www.campaniapress.com/?p=1420
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=99905&sez=NAPOLI
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=81620&sez=NAPOLI
PARCHEGGIOPOLI
Napoli, dossier sui parcheggiatori abusivi: «Piazze e strade sotto il controllo dei clan».
Prosegue la campagna diretta dal generale Sementa al contrasto dell’azione dei parcheggiatori abusivi. È pronto un dossier, destinazione Procura della Repubblica, con il quale si fotografa lo stretto legame tra i parcheggiatori abusivi e i clan. Una vera e propria «mappa del malaffare», che spiega anche l’arrogante resistenza che i parcheggiatori, identificati e denunciati, continuano ad opporre alle forze dell’ordine. Incuranti di tutto dopo pochissime ore riprendono il loro posto e tornano ad estorcere. In ogni zona l’abusivo o è stato sistemato direttamente dalla camorra e gira gli introiti al clan oppure, se occupava il posto da più tempo, è costretto a versare la percentuale sugli incassi.
E nel dossier che i vigili hanno presentato in Procura, si parla di un centro cittadino controllato dalle famiglie dei Misoo e dei Mazzarella, mentre le cosche di Secondigliano avrebbero sotto controllo la sosta selvaggia della zona ospedaliera.
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=50729&sez=NAPOLI
MORTOPOLI
Napoli, dossier sui cimiteri comunali giro: infinito di affari sul «caro estinto».
I cimiteri di Napoli sotto la lente di una commissione comunale per otto mesi: vengono fuori loculi che crollano lasciando resti mortali a vista; la allarmante carenza delle fosse, e la generale difficoltà degli espropri; cappelle cedute in usufrutto per camuffarne la compravendita e aggirare l'amministrazione (unica che può vendere e comprare); la concorrenza sleale fra le ditte di trasporto. Mentre la cura del defunto, anche dopo dalla morte, cara all'usanza popolare, si presta a ogni sorta di speculazione. E la cremazione, nel capoluogo campano, è ancora oggi impossibile.
La commissione d'indagine presieduta da Andrea Santoro tira le somme del suo lavoro partendo dalla prima difficoltà incontrata: «In 6 mesi, sulla materia, si sono avvicendati ben tre assessori: prima Dolores Madaro, poi Giorgio Nugnes ora Sabatino Santangelo», spiega il consigliere di An. Domani consegnerà al sindaco la relazione che, approfondita, potrebbe diventare un «atto di indirizzo».
L'ultimo caso di «salma abusiva» venuto fuori nei giorni scorsi in una cappella privata non è affatto unico: «Ne ho denunciato uno analogo alla polizia cimiteriale. C'è gente che trascorre la vita dentro i cimiteri, e quando si sa che un loculo è vuoto da tempo c'è chi decide di destinarlo diversamente».
Un dettaglio nel mare di abusi e nel «giro di affari infinito che riguardano la morte» a Napoli, denunciato in un dossier di 30 pagine. Ci sono i furti a Chiaiano; le strutture fatiscenti di Barra, dove i loculi crollano lasciando i resti in vista; la carenza cronica di fosse a Soccavo; le peculiarità di Pianura che ha ospitato per anni «salme in appoggio» mentre vede una «fiorente produzione di marmi»: la copertura delle fosse ricade sul cittadino, laddove l'inumazione dovrebbe essere gratuita. Alla fine Santoro propone: «Il Comune non ce la fa a gestire i cimiteri: bisogna esternalizzare i servizi a privati o affidare tutto a una municipalizzata, come avviene a Roma». Non solo: «I cimiteri per il 90% appartengono alla Curia. Bisognerebbe costituire un soggetto unico, insieme: non tocca a me decidere chi dovrebbe essere il maggiore azionista».
Ecco alcuni punti che trapelano dal dossier.
Ditte di trasporto: per la commissione andrebbe approfondito il radicamento di alcune ditte in alcuni cimiteri. I cartelli. Le procedure di autorizzazione sono frammentate, e rendono difficile appurare se le ditte - 43 quelle che hanno risposto alle verifiche del servizio cimiteri, «che però non dà alcun riscontro» - operino in regola. L'abolizione della tassa a carico delle ditte, per i sindacati, ha portato 2 milioni di euro in meno nelle casse del Comune.
Cremazione: chi voglia far cremare un proprio caro - le richieste a Napoli nel 2008 sono state 1000, di fronte alle 12 del 1991 - deve andare a Montecorvino Pugliano, nel Salernitano, e pagare una tassa di uscita per la salma e una tassa di rientro per le ceneri; la spesa è di 400 euro. Eppure da 10 anni è in costruzione l'impianto napoletano: bloccato in passato perchè non rispettava i vincoli della soprintendenza. Ora parte un nuovo appalto, con uno stanziamento dell'aprile 2008 di 2 milioni 880 mila euro. Per l'opera, ne sono già stati spesi 1 milione 200 mila.
Carenza nicchie e fosse: Un problema che si è amplificato con la nuova legge; dal 1 gennaio 2008 è previsto che le salme restino interrate per almeno 5 anni; prima bastavano 20 mesi, il che però dava adito a «procedure barbare»: i cadaveri non ancora mineralizzati venivano dissotterrati e rinterrati. Intanto chi vuole vendere la sua cappella, deve interfacciarsi col Comune, che poi rivende: sono moltissimi i casi di atti notarili di usufrutto ceduti a terzi, per camuffare le compravendite e aggirare la procedura legale.
Seppellitori: centinaia di soggetti ruotano attorno alle attività di seppellimenti, inumazione ed esumazione delle salme. Non si tratta dei dipendenti comunali però, in molti casi troppo anziani per queste mansioni: è ambigua la posizione dei seppellitori che lavorano in cooperative, e lavorano grazie alle regalie dei cittadini; «praticamente abusivi; si definiscono precari».
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=50825&sez=NAPOLI
AMBIENTOPOLI
Cinque milioni di ecoballe fuori legge, un miliardo e mezzo di euro spesi in 11 anni dal commissariato di governo e altri 80 milioni stanziati a giugno dal governo: sono le cifre che segnano l’ennesima débâcle dello Stato in terra di Camorra. Quella che è stata chiamata “emergenza rifiuti” si sta rivelando sempre più una grande truffa di cui hanno beneficiato amministratori corrotti, malavitosi, imprenditori più o meno vicini agli uni e agli altri: lo sostengono i magistrati in una serie di inchieste intrecciate che, tassello dopo tassello, ne stanno ricostruendo la storia.
L’inizio della crisi. Tutto comincia nel 1994 quando, dichiarato lo “stato di emergenza”, il governo nomina il primo commissario che ha il compito di tamponare la crisi. È solo nel 1996 che i poteri si ampliano e passano al presidente della Regione che in quel momento in Campania è Antonio Rastrelli. Ed è la sua amministrazione che organizza il bando di gara per appaltare la gestione di un ciclo integrato dei rifiuti. Le procedure vanno avanti con il suo successore, Andrea Losco (Udeur) e vengono concluse da Antonio Bassolino (Ds) che affida il tutto a un consorzio di ditte formato da cinque imprese associate alla Impregilo (Impregilo International, Fibe, Fibe Campania, Fisia Impianti, Gestione Napoli). Le stesse che a giugno 2007 ricevono dal gip Rosanna Saraceno l’interdizione a stipulare contratti con la pubblica amministrazione per un anno in materia di smaltimento della spazzatura e il sequestro preventivo di 753 milioni di euro.
I pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo cominciano a indagare nel 2002 dopo una denuncia del senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano. Cinque anni dopo arriva il primo provvedimento del gip con conclusioni durissime per le imprese, ma non solo. Per il magistrato le aziende «con artifici e raggiri» hanno eluso i contratti, falsificato i risultati delle analisi, bloccato gli impianti per far crescere l’emergenza. Il tutto «con la complicità, se non la connivenza, di chi aveva l’obbligo di intervenire». Non a caso le indagini, dalle quali si aspettano nuovi sviluppi, hanno coinvolto il governatore Bassolino e molti dirigenti della struttura commissariale.
Con l’alibi dell’emergenza. Nel 2000, infatti, il presidente della Regione firma con il consorzio un contratto, che non sarà mai rispettato dalle ditte né disdetto dal commissariato che, invece, sostiene la tesi dell’emergenza infinita inventata dall’impresa per giustificare le proprie inadempienze. Impregilo e soci avrebbero dovuto costruire sette impianti di produzione di Cdr, ovvero di combustibile derivato dai rifiuti (e lo hanno fatto), edificare due impianti per la termovalorizzazione del combustibile (ne hanno realizzato uno solo, quello contestatissimo di Acerra), gestire tutti i rifiuti prodotti in Campania. La spazzatura doveva diventare materiale da bruciare (32%), compost destinato al recupero ambientale (33%), scarti ferrosi (3%) e solo il 14% doveva finire in discarica. Sette anni dopo non solo la Campania brulica di buche piene d’immondizia, ma l’emergenza è diventata un enigma che non trova soluzione. Anche perché quella che esce dagli impianti di Cdr è spazzatura triturata. Tanto che il prefetto Pansa (che ha preso il posto del precedente commissario, il capo della protezione civile Guido Bertolaso) ha deciso di far trasportare parte dei rifiuti direttamente in discarica.
Tutti le trasportano, nessuno le brucia. Le ecoballe, lo dimostrano le indagini, di eco non hanno proprio nulla. Si tratta, invece, di immondizia chiusa in buste di plastica che non sarà mai possibile bruciare nel rispetto delle norme attuali. Il materiale prodotto dai Cdr doveva avere per contratto al massimo il 15% di umidità. Il decreto Ronchi prevede una percentuale del 25%. La spazzatura che esce dagli inceneritori supera il 30. E la quantità di rifiuti che esce dai sette inceneritori è maggiore di quella in entrata a causa degli additivi. Un disastro. In compenso solo per ospitare le cosiddette ecoballe bisogna occupare 40mila metri quadrati ogni mese. E così il commissariato ha dilapidato milioni di euro per inviare le balle al nord o addirittura all’estero, ma nessuno le ha volute perché bruciarle è impossibile. Eppure il contratto prevedeva, come ricorda il gip Saraceno «l’obbligo di assicurare, nelle more della realizzazione degli impianti di termovalorizzazione, il recupero energetico mediante conferimento del Cdr in impianti esistenti». Insomma, in attesa di costruire l’impianto di Acerra il cartello Impregilo avrebbero dovuto smaltire le ecoballe a proprie spese, ma nessuno ha preteso il rispetto di questa clausola e la spazzatura impacchettata è diventata lo scoglio che fa naufragare ogni speranza di superare la crisi. Non basta. Il subappalto del trasporto di materiali prodotti dagli impianti era vietato, ma solo sulla carta. Le numerose emergenze hanno fatto proliferare le deroghe e il servizio è stato appaltato a una partecipata dei Comuni dell’area Nord (Impregeco), che non avendo, però, i mezzi necessari lo ha a sua volta subappaltato a una miriade di padroncini. E così davanti agli inceneritori restano per ore, ma a volte anche per giorni, camionisti pagati in nero.
Impianti fermi? È tutto programmato. A costituire l’inferno in cui si dibattono i napoletani hanno, sempre secondo i magistrati, collaborato i responsabili del commissariato. Sono stati loro a non vedere (o a non voler vedere) che le apparecchiature montate nei Cdr erano diverse da quelle progettate, che ai rifiuti veniva aggiunta plastica per renderli più secchi, che le analisi sui prodotti venivano falsificate. Tutto in nome dell’emergenza. Tanto che il sub-commissario Raffaele Vanoli nel 2002 in previsione dell’estate dispone un prolungamento dell’orario di apertura degli impianti e decide che le verifiche sul Cdr prodotto siano spostate al momento di incenerire le balle. Si domandano i giudici: come faceva Vanoli a sapere che i cumuli di rifiuti per le strade sarebbero cresciuti? Una risposta viene dalle intercettazioni sulle linee dei dipendenti della Fibe. Scrive Rosanna Saraceno nella sua ordinanza: «Dalle intercettazioni emerge che il fermo degli impianti e il blocco nella ricezione dei rifiuti era programmato e attuato quale strumento di pressione verso la struttura commissariale». Tra gennaio e giugno del 2007 l’inceneritore di Caivano si è bloccato 30 volte, venti perché non c’era possibilità di sversare i rifiuti, dieci per incidenti vari.
Intanto c’è chi, con i rifiuti, si ingrassa. L’emergenza, poi, giustifica fitti e subappalti senza gare: e i costi lievitano. Così finisce che la Campania sommersa dalla spazzatura paghi la tassa sui rifiuti più cara d’Italia. Né c’è da meravigliarsi visto che, tanto per fare un esempio, nei diciotto consorzi di bacino della regione sono stati assunti 2300 ex Lsu (lavoratori socialmente utili, ndr.) che dovevano lavorare alla differenziata mai decollata e che quindi hanno fatto poco e niente, ma sono stati sempre pagati costando circa 55 milioni di euro all’anno. E molti sono stati assunti perché iscritti in liste di disoccupazione compilate grazie a un accordo trasversale tra le forze politiche, come sostengono i giudici che hanno indagato su molti leader dei senza lavoro. Ben 367 di questi lavoratori fantasma dipendono dal bacino 5 che però non è mai stato costituito. E l’Asia, la società mista che raccoglie l’immondizia a Napoli, lavora senza aver mai firmato un contratto di servizi e subappalta la raccolta del centro città ad altre due società. Non va meglio in provincia dove molti Comuni sono stati sciolti (tra questi Crispano, Casoria, Tufino, Pozzuoli, Melito) per aver affidato il servizio di nettezza urbana a società ritenute dal Gia (Gruppo interforze antimafia) vicine alla Camorra. Il commissario di governo a Casoria ha dovuto azzerare i vertici della partecipata del Comune dopo l’informativa della prefettura che parla di possibili ingerenze della criminalità organizzata. Anche la Pomigliano Ambiente nel giugno 2006 è stata interdetta dal prefetto perché sospettata di servirsi di una società di servizi accusata di collusioni con associazioni camorristiche, ma a novembre il Tar ha accolto il ricorso della società, il provvedimento di interdizione è stato revocato e l’azienda ha ripreso l’attività come molte altre imprese finite nel mirino della prefettura e “riabilitate” dalla giustizia amministrativa. Ad aprile, però, la Dda ha aperto una nuova inchiesta. Il pubblico ministero Maria Antonietta Troncone indaga su una serie di lavori appaltati con il criterio della somma urgenza.
Favori a parenti e “amici”. Del resto, secondo la commissione parlamentare d’indagine sul ciclo dei rifiuti guidata dal senatore Roberto Barbieri (Gruppo misto), la stessa struttura commissariale non è stata impermeabile alla Camorra: «Gli elementi informativi assunti durante le audizioni, soprattutto quelle dei magistrati della procura della Repubblica di Napoli, nonché la documentazione acquisita con riferimento alle indagini che hanno interessato la struttura commissariale – è scritto nella relazione sulla Campania – hanno rappresentato un quadro nel quale la criminalità organizzata, soprattutto nella sua articolata dimensione imprenditoriale, ha assunto un ruolo che desta preoccupazione». Una preoccupazione più che fondata se si considera che a maggio è stato arrestato il sub-commissario Claudio De Biasio: insieme a Giuseppe Valente, presidente del Ce4 (in quota Forza Italia), fino al commissariamento del consorzio, avrebbe favorito imprese legate alla malavita. I due, secondo i pm della Dda di Napoli, Raffaele Cantone e Alessandro Milita, avrebbero favorito le ditte dei fratelli Sergio e Michele Orsi a loro volta finiti in manette e indicati da numerosi pentiti come vicini al clan dei Casalesi. Con queste imprese il consorzio di bacino ha costituito una società mista, la Eco 4, incaricata della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Alla Eco 4 non è stata concessa la certificazione antimafia perché l’amministratore delegato, Sergio Orsi, è ritenuto vicino ai clan. I giudici hanno ricostruito la vicenda passo passo a cominciare dal bando di gara che privilegiava le società formate da giovani e da donne. Una clausola che ha permesso agli Orsi di spiazzare l’altra impresa che aspirava all’appalto. Poco prima del bando, infatti, è stata formata una società, la Flora ambiente, amministrata dall’allora ventunenne Elisa Flora, figlia di Sergio Orsi. L’impresa, che non aveva alcuna attrezzatura, creò un’associazione temporanea con aziende che avevano, invece, i mezzi per operare e riuscì a vincere la gara e ad aggiudicarsi il servizio guadagnando (illecitamente secondo i giudici) più di dieci milioni di euro, nove solo vendendo al commissario un pacchetto azionario a un prezzo enormemente superiore al valore reale. Nell’inchiesta entra anche il camorrista Augusto La Torre. È lui a raccontare ai giudici di aver imposto ai fratelli Orsi una tangente di 15 mila euro al mese e di aver concordato la cifra grazie al comune amico Francesco Bidognetti, capo dell’omonimo clan.
Un impero all’ombra dei clan. Ma i fratelli non sono amici solo dei malavitosi. Nella loro agenda figura anche Angelo Brancaccio, dei quali erano anche compagni di sezione. I due, infatti, erano iscritti alla sezione dei Ds di Orta di Atella, paese di cui Brancaccio era stato a lungo sindaco prima di diventare consigliere regionale e segretario della presidenza del governatore Bassolino ed essere infine accusato di estorsione, peculato e corruzione.
E non finisce qui: 37 milioni di euro sono passati dal commissariato di governo direttamente nelle tasche di Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore candidato per Forza Italia alle elezioni nel 1994 e non eletto, proprietario della Resit, la società che ha venduto al commissariato di governo le cave X e Z, discariche abusive nei dintorni di Giugliano, durante l’emergenza del 2003 (cfr. «Narcomafie» n.2/06). Tre anni dopo, nel gennaio del 2006, Chianese finisce in galera. Pesantissima l’accusa: estorsione aggravata e continuata, concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati il suo impero economico sarebbe cresciuto all’ombra del clan dei Casalesi. I pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci chiesero anche l’arresto dell’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti, Giulio Facchi, ma il gip non lo concesse per mancanza di esigenze cautelari (al momento della decisione non era più sub-commissario). La cosa sconcertante è che il commissario aveva stabilito rapporti con Chianese ben sapendo che era già stato al centro di numerose inchieste giudiziarie.
In questa situazione non c’è da meravigliarsi se in Campania ci sono, secondo Legambiente, 225 discariche abusive e la criminalità organizzata continua a incrementare i propri profitti gestendo un giro di affari che tocca i 23 miliardi di euro all’anno. E i cumuli di sacchetti per le strade della Regione continuano a crescere.
http://www.narcomafie.it/articoli_2007/art2_7_2007.htm
LAUREFICIOPOLI
L’università che «regala». Un anno agli iscritti della Uil.
Sessanta crediti per il triennio in legge alla Parthenope.
«Non c’è proprio niente di strano». Questo il commento del professor Federico Alvino quando, due anni fa, saltò fuori che nell’università con il record di docenti imparentati, la Parthenope di Napoli, anche lui, preside di giurisprudenza, poteva vantare una parentela coi fiocchi. Sua moglie Marilù Ferrara è infatti la figlia di Gennaro Ferrara, ininterrottamente da oltre un ventennio rettore dell’ateneo. Una parentela, inoltre, dalle spiccate venature politiche. Alvino è consigliere comunale di Napoli, capogruppo dell’Udc. Invece il suocero è vicepresidente della giunta provinciale. Deleghe: politiche scolastiche e diritto allo studio.
Proprio niente di strano, per come funziona l’università italiana. Che dire allora dell’ultima perla di cui si può fregiare il trentasettenne Alvino, uno dei presidi più giovani d’Italia? La Parthenope ha firmato con la Uil della Campania una convenzione che consentirà a chi ha in tasca la tessera del sindacato di vedersi riconoscere fino a 60 crediti per il corso di laurea triennale in giurisprudenza. Uno sconto, secco, di un anno su tre.
Come ottenerlo? Sentite che
cosa dice la convenzione: «In considerazione delle conoscenze e delle abilità
che i lavoratori iscritti alla Uil potranno certificare in ragione delle
funzioni e delle mansioni a loro attribuite verranno riconosciuti 60 crediti al
personale impegnato in attività di tipo tecnico, gestionale o direttivo...50
crediti al personale impiegato in attività caratterizzato da conoscenze mono
specialistiche...» . Ma sapete chi stabilisce i requisiti per avere diritto allo
sconto? Ecco l’articolo 2 della convenzione: «La Uil segreteria regionale della
Campania si impegna a collaborare con l’Università nell'individuazione dei
requisiti nella fase istruttoria delle richieste degli iscritti». Cioè la
decisione viene presa insieme al sindacato. E se un iscritto alla Uil ha magari
già fatto qualche esame in quella università e vuole vederselo riconosciuto?
Stropicciatevi gli occhi: «Il riconoscimento degli esami stessi — ha scritto
Luciano Nazzaro della Uil Campania ai suoi colleghi — sarà curato dalla stessa
Uil».
Ma per quanto possa sembrare inverosimile, convenzioni come quella appena
stipulata dall’ateneo delle «dieci famiglie », come la definì nel giugno 2007 un
articolo di Repubblica, nelle università italiane non sono affatto rare. Quando
alla fine degli anni Novanta con la riforma voluta dal centrosinistra vennero
istituite le lauree triennali, si decise di riconoscere crediti formativi
accumulati con l’esperienza lavorativa. C’era una disposizione europea. Ma in
Italia l’opportunità diventò ben presto occasione per i furbi. Da lì al
malcostume vero e proprio il passo fu breve. E il malcostume dilagò. Si arrivò a
regalare i pezzi di carta: c’erano convenzioni che consentivano di vedersi
abbuonare anche tutti i crediti formativi del corso di laurea. Bastava discutere
la tesi. E in qualche caso neanche quello.
Naturalmente dietro pagamento di rette profumate. A che cosa servivano le lauree prese in questo modo? Prevalentemente a passare di grado nella pubblica amministrazione. Da impiegato a funzionario, da sottufficiale a ufficiale, da pizzardone a graduato.
Con relativo incremento di stipendio. Quando Fabio Mussi arrivò al ministero dell’Università, trovò questo sfacelo e stabilì il limite tassativo di 60 crediti (che sono pur sempre un anno di studio), cercando pure di introdurre criteri rigorosi per concederli. Ma evitare che lo sconto tocchi anche a somari con il solo merito di avere un tesserino nel portafoglio si è in seguito rivelato pressoché impossibile. Il giro di vite ha appena intaccato l’andazzo. Chi si stupisce che due anni dopo la direttiva Mussi una università statale come la Parthenope di Napoli forse non sa che a metà 2007 l’Università statale di Messina ha fatto una convenzione simile con la Cisl: anche in quel caso 60 crediti. Bastava avere un diploma di scuola media superiore e un posto di lavoro alla regione, o in una Asl, oppure in un altro ente pubblico. Ma soprattutto essere iscritti al sindacato, dettaglio essenziale per accedere direttamente al secondo anno di Scienze politiche, giurisprudenza, statistica, economia. Ma è niente in confronto alle convenzioni che hanno firmato alcune università private «telematiche». Convenzioni con la Uil Poteri locali, la Ugl enti pubblici, la Rsu della Provincia di Agrigento, l’associazione romana vigili urbani, l’associazione dipendenti del ministero dell’Interno, il centro formazione professionale Enti padri Trinitari... Davvero niente di strano?
SFRUTTAMENTOPOLI
INSEGNARE GRATIS PER ANNI NELLE SCUOLE PRIVATE. LA TACITA REGOLA IMPOSTA AI DOCENTI. TUTTI SANNO, MA NESSUNO DENUNCIA.
Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari, senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.
STATISTICHE - Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.
LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».
LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».
LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».
CONCORSOPOLI
BIDELLOPOLI E SUPPLENTOPOLI
Dopo quelle di Torino, anche a Napoli si scoprono graduatorie scolastiche truccate e manomesse per vie informatiche e - di conseguenza - supplenze, nomine e immissioni in ruolo del tutto arbitrarie. Qualcuno, dotato della password necessaria, è entrato nel sistema del Provveditorato e ha modificato il file relativo. Trecento, forse quattrocento tra insegnanti e bidelli, potrebbero non essere in regola.
La traccia del fenomeno è in una lettera-denuncia del segretario regionale della Cisl scuola, Vincenzo Brancaccio, al suo leader nazionale Francesco Scrima, «Caro segretario - dice la missiva del 12 maggio 2008 - sono costretto a chiederti un intervento urgente presso la Signora Ministro della Pubblica Istruzione per ripristinare legalità e certezza del diritto nella scuola campana. Sarai stato certamente informato sulle graduatorie falsate dei collaboratori scolastici (bidelli - ndr) dell'ufficio scolastico di Torino, secondo gli articoli apparsi su "La Stampa" del 7 maggio 2008 - ricorda Brancaccio - Bene: in Campania la situazione è drasticamente più grave».
Nella provincia di Napoli, per esempio - secondo l’ipotesi su cui sta lavorando la magistratura allertata dall’Ufficio scolastico regionale - le graduatorie truccate sarebbero tre. O, almeno, tre sarebbero quelle su cui sono state rilevate delle manomissioni ma, forse, il fenomeno potrebbe essere ben più esteso e riguardare anche altre province. Occorre ricordare che, per sanare una volta per tutte il fenomeno del precariato e iniziare un nuovo sistema di reclutamento del personale, le graduatorie della scuola sono «ad esaurimento», e quindi bloccate da sette anni. Eventuali novità nei nomi o modifiche dei dati, quindi, sono facilmente rilevabili, anche se comportano l’oneroso lavoro di monitorare circa 90 mila nomi. Tuttavia le magagne sono venute a galla.
La prima, nella provincia di Napoli, ha riguardato i docenti inseriti negli elenchi delle «abilitazioni speciali». Spieghiamo: l’abilitazione all’insegnamento, oggi, si può ottenere in due modi: o frequentando le Siss (le scuole biennali di specializzazione) oppure dimostrando di aver insegnato per almeno 360 giorni nella scuola statale. Questo secondo canale consente l'immissione nella graduatoria definita, per l’appunto, delle «abilitazioni speciali».
Alcune denunce hanno consentito di rilevare che, all’interno di questa graduatoria, che costituisce un trampolino di lancio nell’insegnamento di ruolo, sono stati inseriti dei nomi di persone che non ne avrebbero avuto titolo e che avrebbero fornito «false certificazioni». Si parla di «decine» di nomi, ma il materiale ancora da esaminare è sterminato. Per intanto la Guardia di Finanza ha sequestrato gli atti.
Secondo filone. Nelle graduatorie della scuola d’infanzia ed elementare è stato appurato che «almeno» 42 docenti avrebbero visto il proprio punteggio lievitare repentinamente, da un minimo di otto a un massimo di 64 punti, come dire che a qualche docente sono stati attribuiti cinque anni di lavoro in più. L’esame della graduatoria non è ancora concluso e altri nomi potrebbero emergere.
E poi c’è la madre di tutte le truffe: la «bidellopoli» che, dopo quella torinese, ora è in salsa napoletana. Centinaia (il numero è in continuo aumento e non ancora definitivo) sarebbero gli aspiranti bidelli catapultati in graduatoria «non avendone neppure i titoli», cioè mancando perfino della licenza media. Anche qui ci sarebbero false certificazioni prodotte da diplomifici privati o da sedicenti scuole paritarie.