
I MESSINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

TUTTI SAPEVANO !!!
È il 25 ottobre del 2007. Tutto il messinese è martoriato dal maltempo, sommerso da piogge incessanti e temporali. Tanta acqua giù dal cielo che a Giampilieri, una frazione di Messina incastonata fra due collinette, si trasforma presto in fango che invade il paesello. In pochi attimi strade e case si riempiono di melma, interi viali s’allagano, le auto vengono sommerse dai detriti. Fortunatamente però nessuno ci lascia la pelle, alla fine si tratta solo di fare la conta dei danni.
Dopo poco meno di due anni, la sera del primo ottobre 2009, tutto si ripete seguendo lo stesso copione. Solo che stavolta l’alluvione si trasforma in tragedia.
Si sapeva da secoli. La zona di Giampilieri Superiore a rischio idrogeologico, non è una novità, è noto almeno dal 1600. Lo racconta l'architetto Nino Rotella della Sovrintendenza di Messina. "Una pala d'altare del 1600 è stata spostata dalla Chiesa di San Nicola di Giampilieri Superiore. Un documento dell'epoca - continua - ne parla e dice che quel prezioso elemento dell'altare è stato spostato dopo uno smottamento della collina provocato da una violenta alluvione". Secondo l'architetto Rotella quindi "l'area non è che da oggi è a rischio idrogeologico: si sa dal 1600. L'uomo - conclude - non ha la memoria storica. E' la presunzione dell'uomo che mette in evidenza questo dramma".

È raro che un atto giudiziario venga accolto con tanti punti interrogativi come è capitato nel caso degli esposti - denunzia (inascoltati?) sui possibili pericoli ambientali nella zona sud di Messina, oggi divenuta tristemente famosa, dopo i morti e i dispersi.
Si chiedono in molti come sia stato possibile che gli organi preposti abbiano potuto non comprendere ciò che Legambiente o semplici cittadini denunciavano... Potremmo rispondere che è la normalità se l'avversario è un potente.
E per potente non si intende Berlusconi, tanto per citare uno che va per la maggiore... Da queste parti per essere intoccabili basta possedere terreni edificabili, frequentare circoli nautici o casinò, aver frequentato gli stessi istituti di un magistrato... Potente è colui che costruisce palazzine anche in luoghi impossibili per costruttori "normali" e che può mettere a disposizione agli amici degli amici, appartamenti a prezzo stracciato o imprese per lavori gratuiti in ville; potente è il medico che cura gli interessi e la salute di altri potenti e all'occasione può aiutare a eliminare anche gravidanze scomode; potente è quel personaggio che mette in contatto universi apparentemente lontani (lecito con l'illecito); potente è colui che ha conoscenze al Fallimentare o alla Commissione Tributaria...
Dunque
vi abbiamo dimostrato che per fare chiudere gli occhi a qualche controllore
messinese, non occorre scomodare Berlusconi.
Il sacco edilizio di Messina ha precisi responsabili che grazie alle coperture e complicità di cui godono tutt'ora non hanno mai pagato in Tribunale per le loro colpe.
E che vengano oggi certi inviati nazionali a farci la morale - dopo che hanno omesso per anni di scrivere su talune vicende giudiziarie per non avere problemi - ci fa indignare ancora di più: tenetevi i vostri trenta denari di Giuda e non parlate ai messinesi onesti che combattono ogni giorno in trincea, di etica e morale.
Che cosa dobbiamo attenderci dalla Procura di Messina? E che cosa dalla Politica? Una pioggia di domande finora senza risposte. Una tempesta di dubbi, una contrapposizione di "princìpi e ragion di Stato", un evidente imbarazzo fra e dentro le forze politiche, perché i "fatti di Messina" si sono svolti allo scadere dell'Amministrazione di centrosinistra di Francantonio Genovese e quella nuova di centrodestra di Giuseppe Buzzanca. Con gli stessi protagonisti, da una parte e dall’altra, gli stessi metodi di complicità urbana, le stesse disposizioni per la difesa di un’area della città.

Credete forse che il pericolo ambientale sia solo nei luoghi dell'odierno disastro? No! C'è una intera città che è a rischio frana, stadio San Filippo compreso, ma sembra che non interessi molto... Ci sono colline saccheggiate da colate di cemento, ma neppure quelle hanno commosso i controllori se le case, le villone, i mostri sono ancora oggi, con vista panoramica sullo Stretto.
Più che una lotta agli speculatori del territorio, sembra una corsa all'oro grigio. Dentro questa differenza la peculiarità della storia tutta messinese del furto del bene pubblico, dove nessuno deve scrivere o denunziare e se lo fa, viene "gambizzato" nei modi più sottili: querele, raccomandazioni negative, carcere preventivo pur senza aver commesso reati, isolamento sociale, quasi fosse uno malato di peste. È a questo punto che nella vicenda si è innestato il solito, ormai patologico "intervento a gamba tesa" della natura. Stanca di essere violentata ha sputato fango uccidendo persone innocenti e causando decine e decine di milioni di euro di danni. Ciò che conta ora è che indagini e decisioni della Magistratura messinese siano serie, imparziali e seriamente motivate. Per tutto questo, è necessario che la politica faccia un passo indietro in una vicenda troppo seria per finire nel solito copione destra-sinistra.
«L'evento
meteorologico è soltanto l’ultima fase di un percorso partito da lontano che ha
trasformato zone ad alto rischio come la valle di Giampilieri e l'antistante
bacino idrogeologico di Scaletta Zanclea in aree di grande espansione edilizia».
Questa frase, che potrebbe essere usata in epigrafe alla tragedia della scorsa
notte, è vecchia di 13 anni. Non è stata scritta da un militante ecologista, per
quanto siano decine le denunce di Legambiente che prefiguravano rischi «per
animali al pascolo e si ritiene anche per la popolazione», e neppure da un
geologo di chiara fama.
L'ha scritta nell'ottobre del 1999 un ispettore dei Vigili urbani, coordinatore del reparto operativo mobile di Messina, al termine di un lavoro di controllo sul territorio durato tre anni. In città c’era ancora paura per la tragedia sfiorata del 1996, 92 millimetri di pioggia che avevano fatto esondare 8 delle 35 fiumare che innervano il territorio comunale.
All’Ispettorato Forestale era stata ordinata un’indagine «sul presunto dissesto idrogeologico», così recitava il bando. Il rapporto finale si concludeva con una eloquente riflessione. «Costruire a ridosso di una montagna — scriveva il tecnico incaricato della relazione — è sempre sconsigliato, ma nel caso di Giampilieri, dove i boschi non sono più integri e in alcun modo possono ostacolare il piano di scorrimento di una eventuale frana, è da considerarsi assolutamente rischioso. Le precipitazioni del 1996 vanno considerate come avvisaglie molto significative: se la pioggia fosse durata di più, cosa sarebbe accaduto?».
Ai
Vigili urbani era invece toccato l’esame dello stato dei torrenti. Anche qui,
come abbiamo visto, le conclusioni finali hanno un retrogusto profetico. Ma la
scheda dello screening operato sul torrente Giampilieri «e zona attigua» è
ancora più eloquente. «La situazione appare non migliorata rispetto al passato.
Sul corso d’acqua affiorano numerose carcasse d’auto. All’altezza di Giampilieri
superiore si rilevano svariati manufatti di natura abusiva; una zona di 200
metri di terreno è recintata abusivamente con reti metalliche e adibita a
coltivazione. E c’è persino un campo di calcio in terra battuta nell’alveo sotto
il ponte, oltre a un campo di calcetto con base in cemento sempre posto
nell’alveo del corso d’acqua».
Da allora nulla è cambiato, nulla è stato fatto. Le due relazioni, coraggiose visto che si trattava del lavoro di dipendenti comunali, sono rimaste lettera morta. Il Piano regolatore di Messina varato nel 1998 prevedeva per le frazioni nelle valli dell’estremo sud messinese un aumento di cubature pari al 12 per cento dell’esistente. Nel 2002 il Wwf denuncia «il venir meno della vegetazione boschiva nell’area di Giampilieri superiore, soprattutto per via di incendi». Un dato che si incrocia «con un sempre maggiore carico urbanistico dell’area» e potrebbe avere quindi «serie conseguenze» per il territorio «e coloro che lo abitano».
All’inizio del 2006 l’indagine congiunta di Legambiente e Protezione civile sul pericolo idrogeologico in Sicilia assegnava a Messina la percentuale di rischio più alta, 86 per cento, ma soprattutto definiva le sue fiumare «uno degli elementi più fragili del territorio nazionale». Siccome c’erano anche i voti, da 1 a 10, il Comune di Messina vinceva la maglia nera tra i grandi comuni con un bel 2 in pagella, «non avendo messo in campo praticamente nessuna azione nella mitigazione del rischio idrogeologico».
Nello
stesso anno, dopo una trentennale latitanza, vede finalmente la luce il P.A.I.,
acronimo di Piano di Assetto Idrogeologico, varato dalla Regione Sicilia. Ne era
stata pubblicata una prima versione nel 2000, poi ritirata nel 2004 a causa dei
comuni che cercarono in ogni modo di dichiararsi malati, convinti che sarebbero
arrivati soldi per affrontare l’emergenza. Quando scoprirono che l’inserimento
nella classifica dei dissesti non portava il denaro sperato ma aumentava i
vincoli edilizi, ci fu la corsa a minimizzare ogni problema sul territorio per
cancellarsi dalla lista, falsandola in modo definitivo.
L’indagine datata 2006 sulla zona compresa nei comuni di Messina e Scaletta Zanclea sottolinea «l’uso improprio» delle fiumare. «Con il passare del tempo e con la continua espansione edilizia gli alvei sono stati trasformati in strade urbane e gli argini sono stati occupati con la costruzione di edifici». Nell’elenco dei dissesti con relativo livello di pericolosità e rischio sono compresi tutti e quattro i paesi colpiti dall’alluvione. Giampilieri superiore ricade nella tipologia 1, ovvero rischio di crollo e/o ribaltamento. Il suo territorio è definito «attivo», sottoposto continuamente a modificazioni, la pericolosità presente nell’area è di terzo grado, vale a dire «elevata». Quella di Altolia è addirittura «molto elevata » a causa di «frequenti e numerosi dissesti dovuti a processi erosivi intensi », gli stessi dei quali soffre Molino, la frazione gemella. La situazione di Scaletta Zanclea viene definita «critica nel suo aspetto generale» e in effetti l’elenco dei dissesti presenti nel Comune rappresenta un Bignami del rischio idrogeologico. Deformazione superficiale lenta e in costante progressione, area a franosità diffusa, sprofondamento, processi erosivi intensi, rischi di crollo e ribaltamento.
Dal 1996 ad oggi risulta un solo intervento, di natura «contenitiva». Dopo l’alluvione del 2007, prova generale della tragedia di oggi, erano stati stanziati 45mila euro per un terrazzamento antifrana a Giampilieri. Gli abitanti, che avevano fondato un comitato, avevano protestato sostenendo che si trattava di un solo cerotto messo su un corpo segnato da decine di fronti franosi. Chiedevano che cominciassero i lavori deliberati dalla Protezione civile regionale di Messina per la messa in sicurezza del villaggio, un progetto da 700mila euro rimandato più volte. Per quasi un anno, la piccola associazione di cittadini si è riunita una volta alla settimana. L’appuntamento era al campo da calcio in terra battuta costruito nell’alveo della fiumara, lo stesso che 12 anni prima era stato etichettato dai Vigili come «irregolare e pericoloso». Adesso non c’è più. È sepolto anche lui sotto il muro di fango nero.

Un'inchiesta, quella dei pm, che deve necessariamente andare indietro nel tempo per accertare eventuali responsabilità di amministratori e tecnici in una lottizzazione selvaggia che ha sfidato la natura. E che si occuperà a fondo anche di un importante precedente: la frana che, nel 2007, si abbatté sugli stessi territori sconvolti ora dal nubifragio. Anche in questo caso saranno gli amministratori a dover spiegare perché, nonostante i danni milionari dell'alluvione di due anni prima, le opere di riqualificazione del territorio e di consolidamento non sono mai state realizzate. Domande che si fanno anche gli ambientalisti, cassandre di un disastro annunciato, ma anche denunciato agli stessi magistrati di Messina.
"La Procura di Messina ha archiviato due delle quattro denunce su lottizzazioni pericolose e possibili disastri idrogeologici nel territorio che abbiamo presentato nell'ultimo anno. E adesso aprono un'inchiesta...", commenta polemica Anna Giordano, la "pasionaria" del Wwf di Messina, molto nota per le sue battaglie ambientaliste.
Come anche l’ingegner Gaetano Sciacca, del Genio civile di Messina. Uno che anni fa fece un bel piano per Giampilieri e dintorni e che di quel piano non vide realizzato un bel nulla. Tanto che a gennaio del 2009 si presentò con un bell’esposto alla Procura di Messina. Sarebbe interessante sapere, a questo punto, se l’esposto dell’ingegner Sciacca entrerà a far parte dell’inchiesta appena aperta per disastro colposo.
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=45749&idSezione=2
http://www.imgpress.it/stampanotizia.asp?idnotizia=45749
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22583&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
http://www.apcom.net/newscronaca/20091004_123701_58609ca_72228.html
CONCORSI TRUCCATI A MESSINA SOTT'ACCUSA ANCHE DUE MAGISTRATI
MESSINA - «Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d' appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell' Università, ndr) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao».
Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell' Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall' ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti.
Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti, ndr), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c' erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino.
Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli.
Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l' appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro.
L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell' inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell' immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina».
MAGISTROPOLI A MESSINA
CASO ALFANO: MAFIA, INSABBIAMENTI E POLITICA
Che c’azzecca Antonio Di Pietro con l’omicidio del giornalista Beppe Alfano assassinato da Cosa nostra nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto? Ovviamente, nulla. Eppure c’è da chiedersi perché, in una memoria di 75 pagine presentata il 2 aprile 2004 alla Dda di Messina dalla figlia del collaboratore del quotidiano La Sicilia, Sonia Alfano - candidata di punta in tutte e cinque le circoscrizioni nel partito di Tonino - si tiri in ballo proprio l’attuale leader dell’Italia dei valori. E lo si fa accostando il nome dell’ex magistrato molisano a un giro di presunte coperture istituzionali e giudiziarie di cui avrebbero goduto personaggi mafiosi e paramafiosi, come Rosario Cattafi, il cui nome venne alla ribalta con la nota inchiesta sull’Autoparco di Milano, poi con una doppia storia di traffico d’armi, e infine con la divulgazione del cosiddetto «memoriale Cerciello» redatto dal generale della Guardia di finanza, grande accusatore dell’ex pm ai tempi di Mani pulite.
I riferimenti a Cattafi crearono qualche grattacapo a Tonino nel giugno del ’95 quando si sparse la notizia (poi risultata infondata) di una sua iscrizione sul registro degli indagati della procura di Reggio Calabria per aver rallentato, insieme al magistrato Giorgianni, alcune indagini su un traffico d’armi che riguardavano proprio questo Cattafi. Veleni, anonimi e corvi fecero da sfondo alle denunce dell’avvocato Carlo Taormina, difensore del generale Cerciello, che chiese alla procura di Brescia di ascoltare Di Pietro in merito ai suoi rapporti con Cattafi. Non se ne fece nulla. Di Pietro annunciò, e inoltrò, querele. La cosa morì lì. Adesso dai cassetti esce questa memoria nella quale l’attuale candidata dell’Idv, nel 2004, chiese alla procura di Messina di fare luce su una serie di indiscrezioni stampa che parlavano di Cattafi e anche di Tonino.
Ma andiamo per gradi. L’8 gennaio del ’93 Beppe Alfano viene ucciso nella sua auto da sicari di Cosa nostra. Per l’omicidio finiscono condannati, quale mandante, il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, e come killer, Antonino Merlino. Le indagini sono affidate al pm Olindo Canali, magistrato per bene trapiantato in Sicilia dalla Brianza, una toga considerata molto vicina al giornalista ammazzato al punto da essere considerato suo confidente, e soprattutto suo amico. La famiglia Alfano continua a intrattenere buonissimi rapporti col pm almeno fino all’anno 2001, quando Sonia Alfano non decide di cambiare strategia e di affidarsi al battagliero avvocato Fabio Repici. Da quel momento, nonostante le condanne incassate al processo per la morte del papà, la giovane Alfano comincia a sostenere che l’inchiesta presenta evidenti lacune, che non si è toccato il terzo livello, che vi sarebbero stati depistaggi istituzionali. Da parte dei carabinieri, che avrebbero chiuso un occhio sulla presenza in zona del latitante capomafia catanese Benedetto “Nitto” Santapaola. Da parte, soprattutto, del pm non più amico di famiglia, Olindo Canali, “eterodiretto” dal defunto magistrato Francesco Di Maggio, un tempo magistrato inquirente a Milano, per anni trapiantato proprio a Barcellona Pozzo di Gotto.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche (e difensive) riprese e rilanciate nel 2004 da Sonia Alfano, il giudice Di Maggio avrebbe intrecciato rapporti proprio con il noto Rosario Cattafi. Nell’ambito del procedimento poi avviato presso la Dda di Messina (numero 2886/02) utilizzando, e facendo proprie, con forma retorica, le considerazioni espresse il 2 marzo 1998 dal settimanale locale Centonove, Sonia Alfano richiamava l’attenzione della procura di Messina sui rapporti tra il mafioso Cattafi e Antonio Di Pietro, e tra quest’ultimo e tale Francesco Molino, altro mafioso barcellonese.
L’intreccio fra toghe (Canali, Di Maggio, Di Pietro) boss mafiosi (Santapaola e Gullotti) e frequentatori di ambienti e personaggi criminali (Cattafi su tutti) porta la Alfano ad affrontare il caso Di Pietro a partire da pagina 54 della memoria stilata dall’avvocato Repici. Letterale: «È da notare un’altra curiosa coincidenza: a metà degli anni ’80 mentre il dottor Di Maggio era titolare di alcune indagini su Cattafi e raccoglieva dichiarazioni di accusa contro quest’ultimo da Epaminonda, suo uditore giudiziario fu il dottor Olindo Canali». E di seguito. «Di questo curioso intreccio di inchieste, inquirenti e inquisiti, si sono ripetutamente occupati gli organi di informazione. Il settimanale Centonove - si legge nella memoria - in un articolo dal titolo "Un dossier porta ad Hammamet" e avente a oggetto un memoriale prodotto dal difensore del generale Cerciello all’autorità giudiziaria di Brescia contro Di Pietro, scrisse… » e giù varie considerazioni. Tra le quali, questa: «Cattafi a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri) e dove ha conosciuto Cattafi di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati (il 3 aprile ’96 Cattafi ottenne in affitto a Taormina un’abitazione del magistrato in servizio alla procura generale di Milano, Luigi Martino), dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie. Cattafi ha necessità di coperture della magistratura. Conosce - continua la memoria-esposto - anche tale Molino, che è di origine siciliana, che poi diventerà anche amico di Di Pietro. Cattafi viene arrestato su ordine dei magistrati di Firenze per la questione dell’autoparco milanese. I giudici di Firenze intuiscono o vengono a sapere qualcosa sui legami passati fra i due magistrati e Cattafi e cercano di indagare. Scoppia la guerra fra le due procure - prosegue la memoria - e le indagini si interrompono. Di Pietro vola a Messina, dove incontra il pool Mani pulite, in testa il giudice Giorgianni, che più tardi si recherà ripetutamente a Milano da Di Pietro». Nella memoria si fa poi presente che il settimanale Centonove, il 28 febbraio ’98, intervista proprio Cattafi. Il quale conferma d’aver incontrato un paio di volte Di Maggio, mai Di Pietro («l’ho visto un paio di volte in un locale pubblico») e Giorgianni in occasione di un’inchiesta su un traffico d’armi. I riferimenti a Di Maggio sono importanti - prosegue la memoria - per capire la natura dei rapporti col pm Olindo Canali «di cui era certamente a conoscenza Beppe Alfano». E proprio per andare a fondo alla faccenda nella quale è citato Di Pietro, la Alfano chiede alla Dda di Messina di svolgere una lunga serie di atti istruttori, tra i quali «l’assunzione a sommarie informazioni del dottor Olindo Canali» (che verrà ascoltato come persona informata sui fatti) e del giornalista autore dell’articolo su Di Maggio e Di Pietro «per sapere quali siano state le sue fonti di prova e comunque, se prima della redazione di quell’articolo, egli avesse avuto contatti con Canali».
Questo scriveva la Alfano nel 2004. Della tesi Cattafi-Di Maggio-Di Pietro la ragazza continuava a parlare fino al 2006-2007. Da allora, però, Sonia Alfano non segue più quella pista concentrando l’attenzione - quale causale alla base dell’omicidio del padre - sulla latitanza del boss Nitto Santapaola nel barcellonese. La scoperta di Alfano padre del luogo ove a fine del 1992 era tenuto il boss, secondo la figlia, ne determinò l’eliminazione. Pressoché contemporaneamente all’abbandono della pista Cattafi-toghe lombarde iniziano i contatti con il politico di Montenero di Bisaccia che condurranno alla candidatura di Sonia Alfano alle Europee nella lista Italia dei valori. Nessuno, ovviamente, arriva a sospettare una ricompensa elettorale di Tonino all’abbandono della pista “milanese” da parte della Alfano. Ci mancherebbe. Fa riflettere, piuttosto, la decisione della Alfano di rispolverare, nel 2004, fatti vecchi e sepolti.
ADOLFO PARMALIANA: UN EROE EMARGINATO O UN MITOMANE CALUNNIATORE ?!?
ADOLFO PARMALIANA: UN EROE EMARGINATO O UN MITOMANE CALUNNIATORE ?!?
L'estrema denuncia di Adolfo Parmaliana, feroce accusatore della connivenza tra cosche mafiose e amministrazione prima di togliersi la vita. In esclusiva per L'espresso, la lettera di addio.
"La mia ultima lettera": La trascrizione dell'ultima lettera del professor Parmaliana prima del suicidio
La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.
Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.
Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.
Chiedete all'Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all'Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.
Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.
Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d'animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.
Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.
Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.
Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era 1° mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l'università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.
I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.
Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.
Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.
Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l'ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.
Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.
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Atto Camera Interpellanza urgente 2-00070
presentata da ANTONIO DI PIETRO giovedì 26 giugno 2008 nella seduta n.024
Atto Senato Interrogazione a risposta scritta n. 4-00105
Presentata da GIUSEPPE LUMIA Pubblicato il 4 giugno 2008, Seduta n. 13
Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. –
Premesso che, per quanto consta all’interrogante:
il giorno 21 maggio 2008 il quotidiano messinese “Gazzetta del Sud” ha dato notizia che il giorno prima la competente commissione del Consiglio superiore della Magistratura, con voto unanime, aveva proposto il dr. Antonio Franco Cassata per ricoprire l’incarico, che sarà lasciato scoperto a breve per il pensionamento del dottor Ennio D’Amico, di Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina; su tale nomina il Ministro della giustizia è ora chiamato ad esprimere il proprio concerto; il dottor Antonio Franco Cassata è ininterrottamente in servizio alla Procura generale di Messina, con funzioni di sostituto, dal 1989, ma non è solo la permanenza pressoché vitalizia, con l’assunzione della guida dell’ufficio, di quel magistrato alla Procura generale di Messina, di guisa che ne apparirebbe quasi “proprietario”, a suscitare insopprimibili perplessità sulla proposta avanzata;
del dottor Antonio Franco Cassata il Consiglio superiore della magistratura ebbe ad occuparsi in un procedimento avviato a carico di quel magistrato ai sensi dell’articolo 2 del regio decreto-legge 31 maggio 1946, n. 511, definito dal plenum del Consiglio, con voto a maggioranza, con l’archiviazione su conforme proposta della Prima commissione; nell’ambito di tale procedimento, tuttavia, erano emerse sul conto del dottor Antonio Franco Cassata circostanze che, pur ritenute allora inidonee al trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, non possono che destare apprensione;
il boss incontrastato della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti, al momento in cui si rese responsabile, quale mandante (come riconosciuto con sentenza passata in giudicato), dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) l’8 gennaio 1993, era socio e frequentatore del circolo culturale “Corda fratres”, del quale il dottor Cassata, già presidente, era per sua stessa ammissione il principale animatore;
dello stesso circolo “Corda fratres”, insieme a numerosi esponenti della massoneria barcellonese, era socio il noto Rosario Cattafi, già indagato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta nell’indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio e, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli dal Tribunale di Messina, con provvedimento definitivo, per i suoi accertati legami con boss del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotti ed altri ancora;
durante la latitanza di Giuseppe Gullotti, sottrattosi ad una misura cautelare emessa nel procedimento relativo all’omicidio Alfano, il dottor Cassata nel settembre 1994 era stato avvistato da due carabinieri mentre conversava in strada con Venera Rugolo, figlia del vecchio boss barcellonese Francesco Rugolo e soprattutto moglie di Giuseppe Gullotti. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, aveva esercitato pressioni nei confronti di uno dei due carabinieri che avevano redatto al riguardo apposita relazione di servizio, perché la relazione di servizio venisse soppressa, lamentandosi del comportamento dei militari. Innanzi al Consiglio superiore della magistratura il dottor Cassata ammise l’incontro con la moglie di Gullotti, adducendone l’occasionalità e giustificando di essersi fermato con la donna per fare una carezza al neonato, figlio del boss Gullotti e della signora, che si trovava nella carrozzina. Sennonché, dall’audizione dei due militari che avevano redatto la relazione di servizio, sentiti sia dal Consiglio superiore della magistratura sia dall’autorità giudiziaria, era emerso che il dottor Cassata e la moglie di Gullotti colloquiavano da soli e che non era presente alcuna carrozzina né, tanto meno, alcun infante;
nel 1974 il dottor Cassata era stato protagonista di un viaggio in auto a Milano in compagnia del boss Giuseppe Chiofalo. Tale circostanza, allora segnalata al Consiglio superiore della magistratura da un esposto del senatore barcellonese Carmelo Santalco, è stata confermata dallo stesso Chiofalo nel corso della deposizione da lui resa il 20 febbraio 2004 innanzi al Tribunale di Catania, prima sezione penale, nel processo a carico, fra gli altri, di alcuni magistrati messinesi (i dottori Giovanni Lembo e Marcello Mondello) e del boss messinese Luigi Sparacio;
il dottor Antonio Franco Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla Regione Siciliana e da enti locali, quali il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la Provincia regionale di Messina, che operano nel territorio del proprio ufficio giudiziario;
il dottor Cassata nel 1998 aveva esercitato pressioni nei confronti di un magistrato allora in servizio al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, il dottor Daniele Cappuccio, affinché questi rinviasse la trattazione dell’udienza preliminare di un processo a carico, fra gli altri, del consigliere comunale Giuseppe Cannata, al fine di consentire l’elezione dello stesso Cannata a vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto prima dell’eventuale rinvio a giudizio dello stesso per gravi reati;
il dottor Cassata nel 1997 intervenne anche, come risultò dall’intercettazione di una conversazione che coinvolgeva personalmente il magistrato, in una vicenda giudiziaria che riguardava un carabiniere che al tempo gli faceva da autista. Il dottor Cassata cercò di frenare le iniziative dell’ufficiale dei carabinieri che conduceva le indagini ed interloquì anche con un complice del proprio autista, al quale prospettò la necessità di intimidire la denunciante, proposito poi effettivamente praticato dal suo interlocutore, che venne processato, e patteggiò la pena, per il reato di minaccia nei confronti della denunciante di quella vicenda;
il 21 maggio 2002 il dottor Cassata produsse al Consiglio superiore della magistratura un articolo della “Gazzetta del Sud” di quel giorno dal titolo: “Gullotti voleva la morte del Procuratore Generale Cassata”, riportante le dichiarazioni spontanee rese il giorno prima al Tribunale di Catania da Luigi Sparacio, che aveva affermato che il dottor Cassata era inavvicinabile e per questo Gullotti nel 1990 lo voleva uccidere. Sennonché, nel prosieguo dello stesso processo, Luigi Sparacio, sottoponendosi ad esame, riferì che tutte le dichiarazioni spontanee precedentemente rese erano false e dolosamente mirate a destituire di fondamento l’impostazione accusatoria di quel processo, a carico, fra gli altri, del magistrato Giovanni Lembo, amico del dottor Cassata e dallo stesso dottor Cassata assistito in sede disciplinare innanzi al Consiglio superiore della magistratura (queste le testuali parole di Sparacio, nel corso dell’esame reso all’udienza del 5 novembre 2004: “se ho fatto quelle dichiarazioni è per mandare dei messaggi”);
come detto, il Consiglio superiore della magistratura nel 2003 archiviò il procedimento ex articolo 2 del regio decreto-legge 3.1 maggio 1946, n. 511, a carico del dottor Cassata, rinvenendo in quelle condotte soltanto «un atteggiamento ‘interventista’ del dott. Cassata in situazioni nelle quali le regole deontologiche avrebbero dovuto consigliargli di astenersi mantenendo un contegno consono alla funzione professionale svolta che impone riserbo e rispetto delle altrui sfere di competenza e libera determinazione». Occorre rilevare, peraltro, che il Consiglio superiore della magistratura non ebbe contezza dei riscontri, sopra succintamente indicati, emersi solo successivamente alle proprie determinazioni (viaggio a Milano in compagnia del mafioso Pino Chiofalo; false dichiarazioni di Luigi Sparacio circa un inesistente proposito del boss Gullotti di attentare alla vita del dottor Cassata);
è da ritenere che anche in occasione della recente deliberazione della commissione del Consiglio superiore della magistratura, che ha proposto il dottor Cassata come Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina, tale organo non abbia avuto contezza di nuove emergenze riguardanti il dottor Cassata stesso;
in particolare, l’interrogante deve ritenere che il Consiglio superiore della magistratura non ha avuto alcuna contezza di un’allarmante vicenda riportata, ormai molti mesi orsono, sul numero 6/2007 del periodico “Micromega”. Su tale rivista, nel corpo di un articolo intitolato “Dialogo tra una cittadina informata e un ministro al di sopra di ogni sospetto”, imperniato su un “dialogo” tra Sonia Alfano (figlia del giornalista ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993) e il Ministro della giustizia pro tempore Clemente Mastella, si leggeva: «Vorrei ad esempio segnalare il caso di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Qualche anno fa un giovane sostituto procuratore, De Feis, in servizio proprio a Barcellona ha condotto insieme ai carabinieri un’indagine grazie alla quale sono state scoperte le intime frequentazioni tra il pubblico ministero di Barcellona, Olindo Canali, e il dottor Salvatore Rugolo, cognato del capomafia - attualmente in carcere - Giuseppe Gullotti. Nel corso dell’indagine, mentre emergeva sempre più nitido un quadro di allarmante contiguità tra apparati investigativi e personaggi legati alla criminalità, il pubblico ministero e i carabinieri ricevettero delle pressioni da parte di Franco Cassata, sostituto procuratore generale della Corte di assise e d’appello di Messina, da parte di Rocco Sisci, procuratore capo del tribunale di Barcellona, e dallo stesso Olindo Canali, affinché le indagini venissero stoppate. Dopo due anni di quell’indagine non si sa più nulla, nonostante sia ancora argomento quotidiano di discussione sia al Palazzo di giustizia, sia nella città. Una cosa è certa: il titolare dell’indagine, De Feis, non è più a Barcellona, così come è stato trasferito il capitano dei carabinieri Cristaldi, mentre sono ancora al loro posto sia il sostituto procuratore generale Franco Cassata sia Rocco Sisci e Olindo Canali». Quanto sopra riportato dalla rivista “Micromega” non è mai stato, fino ad oggi, smentito da alcuno degli interessati;
è da ritenere, sempre a giudizio dell’interrogante, che il Consiglio superiore della magistratura non ha avuto contezza dell’informativa o delle informative che su tali indagini sono state redatte dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, né ha provveduto all’audizione del dottor Andrea De Feis, già pubblico ministero a Barcellona Pozzo di Gotto, e del capitano Domenico Cristaldi, già comandante della Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, circa i contenuti e gli sviluppi di quell’indagine, che prendeva spunto dall’ispezione prefettizia che aveva portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Terme Vigliatore (Messina),
si chiede di sapere:
se, prima di esprimere il proprio concerto alla proposta di nomina del dottor Antonio Franco Cassata come Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina non intenda verificare, entro il proprio specifico ambito di competenza, se il Consiglio superiore della magistratura, nell’effettuare tale proposta, abbia avuto contezza delle eventuali risultanze a carico del dottor Cassata emerse nell’indagine condotta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto allora comandata dal dottor Domenico Cristaldi su delega dell’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto dottor Andrea De Feis;
se, una volta verificata la veridicità di quanto riportato in premessa, non ritenga doverosa l’adozione di attività ispettiva di propria competenza presso gli uffici giudiziari suddetti, al fine di poter assumere le eventuali necessarie determinazioni in materia disciplinare.
MAFIA ED ISTITUZIONI. INDAGINI SU MAGISTRATI
L'ex procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, oggi in servizio come sostituto nella stessa Procura, è agli arresti domiciliari da oggi pomeriggio. Il provvedimento cautelare, firmato dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, Kate Tassone, su richiesta del sostituto procuratore Beatrice Ronchi, è stato notificato al magistrato nella sua abitazione dalla Squadra Mobile di Messina. Le ipotesi di reato sono di concussione e di due tentativi di concussione. In particolare viene addebitato a Siciliano di aver "condizionato", nella conduzione di inchieste penali da lui coordinate, alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina (Messina) e due imprese. In un caso, si tratta del contenzioso con l'Impregilo, poi concluso da una transazione, per l'appalto della gestione dei parcheggi. L'altro riguarda invece la ristrutturazione dell'hotel "Castellammare" da parte dell'impresa "Decisa srl". La concussione viene invece ipotizzata per un presunto interessamento di Siciliano per far sì che la competenza sulla valutazione di incidenza ambientale delle Zone a protezione speciale interessate dai progetti fosse trasferita dal Comune alla Regione.
Atto Camera
Interrogazione a risposta
scritta 4-05864
presentata da ANGELA NAPOLI giovedì 27 marzo 2003 nella seduta n.288
ANGELA NAPOLI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
fin dal 27 marzo 2000, con atto ispettivo n. 4-29179 l'interrogante ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti;
infatti, il tribunale di Messina è sede di inchiesta su alcuni magistrati catanesi; il tribunale di Reggio Calabria è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e catanesi; il tribunale di Catania è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e reggini;
all'interrogante appariva, ad esempio, già allora inquietante la circostanza che uno degli inquirenti catanesi, titolare delle indagini sui colleghi messinesi e reggini, fosse egli stesso indagato a Messina;
durante i lavori svolti dalla Commissione nazionale antimafia nella XIII Legislatura era già emerso il "caso Catania", con il coinvolgimento di magistrati della procura della Repubblica di Catania per i quali era stata aperta una fase di indagine da parte della procura della Repubblica di Messina;
la fine della XIII Legislatura ha impedito alla precedente Commissione nazionale antimafia di fare piena luce sulle dichiarazioni rese alla stessa da Giambattista Scidà, ex Presidente del tribunale dei minori di Catania e dal dottor Nicolò Marino relative ad ipotetiche collusioni tra alcuni magistrati catanesi con uomini politici ed uomini della criminalità organizzata;
il Presidente Scidà aveva, infatti, denunziato che "la procura di Catania avrebbe assunto una posizione di vero dominio, incamerando notizie di reato senza approfondirle" ed in particolare ha sottolineato il fatto che il processo sull'ospedale "Garibaldi", "sarebbe stato bloccato per mesi dal dottor Carlo Busacca, Procuratore capo presso il tribunale di Catania, allo scopo di non sottoporre ad indagini Ignazio Sciortino, cognato del sostituto procuratore Carlo Caponcello";
il dottor Nicolò Marino divenne, invece, vittima del "caso Catania", in quanto, da titolare dell'inchiesta sull'ospedale "Garibaldi", ha attenzionato la relativa Commissione anomalie incaricata di valutare le offerte per la gara, che avrebbe escluso irregolarmente la ditta Costanzo per aggiudicare l'appalto alla cooperativa rossa di Giulio Romagnoli;
della Commissione faceva parte anche Sciortino e mentre gli altri componenti furono arrestati, questo fu invece lasciato libero;
peraltro nel comune di San Giovanni La Punta Giuseppe Gennaro, procuratore aggiunto di Catania ha comprato una villa che, secondo un'informativa della polizia, gli sarebbe stata ceduta da un costruttore legato al clan Laudani;
così oggi a Messina sono in corso indagini sul Capo della procura di Catania Mario Busacca, sul procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e sul PM Carlo Caponcello, e contemporaneamente a Catania si celebrano processi a carico dell'ex sostituto procuratore della DNA, Giovanni Lembo e dell'ex Capo del GIP Marcello Mondello (vedi notizie stampa giugno-luglio 2002);
della procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi è stata quindi interessata la procura della Repubblica di Messina che ha elevato imputazioni nei confronti del dottor Busacca, per le quali è stata successivamente richiesta l'archiviazione;
proseguono, invece, le indagini che riguardano il dottor Giuseppe Gennaro;
le reciprocità delle due procure di Catania e Messina sono state evidenziate anche dal fallimento "Ceruso C. e F. srl" in cui è stato coinvolto l'imprenditore Angelo Scammacca di Catania che aveva denunziato il magistrato della città Francesco D'Alessandro;
nell'esposto dello Scammacca è stato denunciato che il fallimento sarebbe stato trattato in modo illecito per favorire alcuni personaggi collusi con la mafia;
il giudice D'Alessandro, all'interno dello stesso fallimento, ha svolto le funzioni di giudice delegato, giudice istruttore e consigliere estensore della sentenza in appello;
il giudice D'Alessandro presiede il processo Lembo-Sparacio;
un procedimento nei confronti del giudice D'Alessandro, dopo essere transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria confluirà, per competenza, a Catania;
l'assemblea della camera penale di Catania ha chiesto, inoltre, un'ispezione alla procura della Repubblica in merito alla gestione del collaboratore di giustizia Angelo Mascali, il quale durante la sua collaborazione avrebbe continuato a controllare il racket delle estorsioni e dell'usura con alcuni familiari legati alla cosca Santapaola -:
se non intenda dover avviare urgentemente adeguate visite ispettive presso le procure di Catania, Messina e Reggio Calabria, così come già richiesto dall'interrogante con l'atto ispettivo n. 4-29179;
se non ritenga, altresì, di dover fornire all'interrogante ed alla Commissione nazionale antimafia le risultanze di precedenti visite ispettive effettuate presso le tre procure in questione;
se non ritenga, ancora, di voler salvaguardare l'autonomia e l'immagine della magistratura richiedendo gli opportuni interventi nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali situazioni a discapito della vera giustizia.(4-05864)
CHI SONO I MAGISTRATI ARRESTATI
Ecco chi sono i magistrati arrestati nell'ambito dell'inchiesta sulla gestione del falso "pentito" Luigi Sparacio, insieme a un profilo dei boss che avrebbero ottenuti favori.
Giovanni Lembo. Cinquantacinque anni, sposato, due figli, entrato in magistratura nel 1972, è stato pretore a Patti. Dal 1987 ricopre l'incarico di sostituto procuratore a Messina. Lo lascia nel 1994 quando entra nella Direzione nazionale antimafia. Lembo è stato un pm di punta, segnalandosi sia per le indagini contro la criminalità, sia per l'apertura di inchieste contro i "colletti bianchi" e la pubblica amministrazione. Fece scalpore il processo nato dalle sue indagini sugli "arredi d'oro" del Comune di Messina. La più incisiva inchiesta contro la mafia che porta la sua firma fu quella contro le cosche di Barcellona Pozzo di Gotto, capeggiate dal boss Giuseppe Chiofalo, ora pentito, e coinvolto con Lembo nell'inchiesta di Catania. Il pm ottenne sedici ergastoli, quattro per il solo Chiofalo.
Marcello Mondello. Settantuno anni, Mondello ha svolto tutta la sua carriera a Messina, nella magistratura giudicante, prima come giudice istruttore, poi come capo dell'ufficio del gip. E' passato quindi a presiedere una sezione della corte d'Appello. Per otto mesi, come facente funzione, è stato anche la più alta carica della magistratura a Messina, avendo svolto il ruolo di presidente della corte d'Appello. Ha lasciato la toga dopo avere appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati a Catania.
http://www.repubblica.it/online/cronaca/messina/scheda/scheda.html