I MESSINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


MASSONERIA, MAFIA E POTERI OCCULTI

Le polemiche che hanno accompagnato la scoperta della loggia massonica “Ausonia”, considerata coperta dalla procura di Messina, riapre i riflettori sul fenomeno della Massoneria. Un ordine iniziatico che ha per scopo il "perfezionamento dell'individuo" viene definita l’associazione dalle enciclopedie. Un ordine le cui origini si perdono nella storia e che nel corso del tempo ha annoverato tra i suoi affiliati nomi di primo piano della storia europea e statunitense da Washington a Mentesquieu passando per Voltaire e Garibaldi. La riservatezza, il simbolismo, gli stravaganti arredi dei tempi ed i segreti della massoneria, però, l’hanno circondata di misteri e leggende non sempre positive. In Italia soprattutto, fu la loggia P2 a screditare una associazione che ha tra i suoi principi quelli di essere uomini dediti ad altri uomini ed in cui è proibito parlare di politica e religione. Ma le logge regolari, che operano in Italia hanno sempre difeso la qualità del proprio operato rivendicando, oltre al loro diritto a discutere di filosofia, anche la loro attività di beneficenza svolta nel mondo.

In provincia di Messina, le logge massoniche ufficiali sono una ventina e si rifanno ai tre principali ordini: il Grande Oriente, la Gran Loggia Regolare e la Gran Loggia d’Italia. I tempi della Gran Loggia di d’Italia si trovano a Messina, Spadafora, Patti e Barcellona. Opera su Messina e Taormina, invece, la Gran Loggia Regolare. Molto più diffuso è il Grande Oriente. Ben 11 logge si trovano a Messina, una a Taormina e due a Barcellona. Si tratta, in quest’ultimo caso, della Fratelli Bandiera e dell’ultima nata, la Eugenio Barresi. Opera dal 2005, invece, la Loggia Agatirso, che ha sede a Torrenova e che annovera una quindicina di aderanti, quasi tutti staccatisi da Barcellona e che hanno fondato il nuovo tempio in una posizione equidistante tra quelli già esistenti nella città del longano ed a Bagheria.

Più precocemente che altrove in Sicilia, nel XVIII secolo Messina registra intense attività di loggia: attività che, parallelamente alle evoluzioni latomistiche europee, si articolano in tutta una serie di scissioni e ricomposizioni e di cambiamenti ideologici che determinano all’interno delle varie obbedienze massoniche la diffusione di contenuti filosofici razionalistici e l’ingresso nelle logge di un numero sempre più ampio di appartenenti alla borghesia ed al ceto colto di intellettuali di orientamento liberale e democratico. Nella città dello Stretto erano presenti, sin dalla seconda metà del Settecento, diverse logge. La loggia de’ Costanti, con patente massonica del 1766 rilasciata dalla Gran Loggia Provinciale Olandese Les Zéles, aderisce inizialmente alla Stretta Osservanza, ancora intrisa di esoterismo, magia, alchimia, pratiche mistiche e riti talvolta bizzarri. Nel 1778 la Gran Loggia di Londra rilascia patente alla English Lodge n.510, fondata da Francis Everard. Alle logge di affiliazione inglese la rivoluzione illuminista aveva dato invece nuovo impulso: raccoglievano in prevalenza elementi della borghesia, intellettuali, che volevano dare un contenuto filosofico e progressista alle logge, facendone strumento di lotta contro le forze conservatrici del clero e della nobiltà. La loggia de’ Costanti, che sopravvive con alterne vicende fino al 1782, si ricostituisce in quell’anno nella Loggia della Riconciliazione, aderente in un primo momento alla Stretta Osservanza, poi, di riflesso ai più generali mutamenti nella libera muratoria europea, al Regime Scozzese Rettificato.

Tanta e tale era l’attività dei lavori di loggia a Messina, altrettanto frequenti i contatti con altri massoni della realtà napoletana ed europea, che si rende presto necessario provvedere ad una riunificazione di tutte le logge attive sul territorio sotto un’unica obbedienza, ma soprattutto rifondarle su basi ideologiche di impronta marcatamente illuministico-razionalista. Questo cambiamento, seguito a Messina per conto dell’Ordine degli Illuminati di Baviera da Frederich Münter (l’ordine degli Illuminati di Baviera è fondato da Adam Weischaupt in aperto scontro con il dogmatismo gesuitico, la superstizione e le mistificazioni esoteriche, su basi politiche repubblicane e democratiche) segna il progressivo passaggio della massoneria ad una fase più apertamente politica e di condanna dei regimi dispotici e autoritari. Entrando nell’orbita degli Illuminati di Baviera anche l’esperienza latomistica messinese, al pari di quella europea, si emancipava, ed assieme all’attività di formazione e divulgazione svolto dalle altre istituzioni culturali cittadine come le Accademie, facilitava la transizione verso una società post-cetuale e l’attivazione di un dibattito filosofico, scientifico e politico, capace di star dietro alla più generale temperie europea ed all’affermazione dei nuovi valori e ideali borghesi.

Dai baroni dell'università ai politici. Così la massoneria manovra le carriere. Il boss e il procuratore generale, il sindaco e il senatore e poi uno stuolo di avvocati, professori universitari, medici, notai. E adesso anche donne, una novità assoluta che sta prendendo piede. Così Alessandra Ziniti (La Repubblica, 3 settembre 2010). Il circolo culturale "Corda Fratres" di Barcellona Pozzo di Gotto è il volto nuovo della massoneria della vecchia città "babba", l'erede più rampante di quell'antico tessuto di fratellanza con il cappuccio che nell'Ottocento vedeva Messina tra le città italiane più attive e che fino agli anni Novanta era nelle mani di un affiatata elite di ambasciatori che tessevano affari e rapporti che andavano dall'Unione Sovietica agli Stati Uniti. Oggi, nella città dello Stretto, può capitare che a porgere la mano con la "toccata del polso" siano allo stesso modo esponenti di Cosa nostra e alti magistrati, tutti seduti allo stesso "tavolino" di politici, imprenditori e professionisti in grado di pilotare appalti, assunzioni, nomine e carriere. Basta scorrere gli elenchi del circolo culturale "Corda Fratres" al centro di una recentissima indagine della magistratura di Reggio Calabria che lo considera un circolo para massonico ed ecco venir fuori, uno accanto all'altro, il nome dell'attuale procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata e quello di Giuseppe Gullotti, boss accusato dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano, quello del sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto Candeloro Nania e di suo fratello Domenico, senatore Pdl. Ma ci sarebbe anche quello del sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, lo stesso che - alle accuse rivolte dal manager del Policlinico Giuseppe Pecoraro al sistema di potere massonico che imbriglia la città - ha risposto: «Se ritiene di aver subito delle pressioni ha l'obbligo civile, morale ed istituzionale di fare nomi, altrimenti taccia». I nomi dei massoni, coperti e scoperti, nelle stanze del potere di Messina corrono sulla bocca di tutti da molto tempo. Dal palazzo di giustizia al Comune, dagli uffici di governo ai più importanti studi legali e notarili, dai baroni dell'Università ai medici, la categoria che - su tutte - sembra più affascinata dal cappuccio massonico. La "Corda Fratres" o la "Ausonia", scoperta poco tempo fa ancora a Barcellona dai magistrati della Dda di Messina partiti dalla denuncia di un imprenditore costretto a pagare il pizzo da dieci anni, incrociano il condizionamento degli appalti e della vita politica con la criminalità organizzata. Ma è il potere per il potere e soprattutto il profumo dei soldi a fare ancora molti proseliti tra le due obbedienze ufficiali presenti a Messina, il "Grande Oriente" e il "Rito scozzese antico", anche se il fenomeno nuovo degli ultimi anni è la polverizzazione in micrologge, divise possibilmente per appartenenza professionale, che stringono alleanza tra loro.

Ci sono nomi noti e che contano negli elenchi ufficiali: dall'ex ministro degli esteri Antonio Martino all'ex ambasciatore Paolo Fulci, dall'ex sottosegretario alle Finanze Dino Madaudo all'ex assessore regionale Salvatore Natoli, dall'avvocato Francesco Celona all'ex presidente dell'Opera Universitaria Carlo Mazzù, dal notaio Magno all'ex presidente dell'Ordine degli avvocati Carlo Vermiglio. E ci sono naturalmente tanti professori universitari. Perché, come mise in evidenza l'indagine della commissione antimafia sul "verminaio" Messina e soprattutto l'inchiesta per l'omicidio del professore Matteo Bottari, della massoneria dello Stretto l'Università degli scandali è sempre stata l'ombelico. Massone era Bottari, massone è il suo "maestro", l'ex rettore Diego Cuzzocrea, massone è Giuseppe Longo, calabrese d'origine, che per quel delitto e per altri affari con le cosche calabresi fu inquisito. Come loro decine di altri "baroni" e semplici professori decidono le sorti di assunzioni, dottorati, associati, carriere universitarie: una concorsopoli da sempre con il cappuccio quella messinese. Non a caso Ignazio Marino, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, ricorda la storia di quel giovane medico messinese da lui assunto: «Quando gli chiesi come mai a Messina non avesse trovato lavoro - racconta - mi disse: "Lì se non hai i poteri forti che ti appoggiano non sei nessuno". Logge "in chiaro" o coperte, ma soprattutto una miriade di pseudo-associazioni culturali che fanno da ombrello a "fratelli" che non possono dichiararsi tali per il ruolo pubblico e che però siedono ai tavolini dei comitati d'affari o scendono in campo per sponsorizzare nomine o anche solo per sollecitare un pagamento o favorire un altro fratello. Ognuno ha il suo ruolo: gli uomini di legge scrivono, gli imprenditori fanno affari e poi sono riconoscenti, i professori universitari gestiscono carriere e lauree, i magistrati insabbiano le inchieste, i politici fanno da "gancio". Basta continuare a "tastare il polso" a chi va ad occupare la sedia giusta.

Secondo l'ammissione del direttore del Policlinico di Messina, Giuseppe Pecoraro, molti medici farebbero un uso privato della struttura pubblica. Non basta, il direttore si lancia ancora più in là: consorterie massoniche condizionano la vita del Policlinico di Messina. Così ha dichiarato in una intervista al TG di La7 del 31 agosto 2010.

Il consigliere Greco è massone; si scopre che nel Pd non poteva nemmeno starci. Ma in fondo è solo il codice etico… da Tempostretto.it (S. Caspanello – E. Rigano): «Sono massone e me ne vanto». La frase forte dell’esponente del Pd Marcello Greco, pronunciata durante la prima lunga seduta del consiglio comunale dedicata al caso Scoglio, non può passare sottotraccia. Non può perché segue un altro delicato dibattito, aperto alcune settimane prima dall’arcivescovo di Messina, mons. Calogero La Piana, il quale ha puntato il dito contro quella «cappa massonica» che avvolgerebbe la città proibendole qualsiasi linea di sviluppo. Un messaggio di fronte al quale in tanti, compreso il vertice cittadino del partito di Greco, si sono “battuti il petto”, e alla quale Greco ha risposto così: dichiarando pubblicamente la sua appartenenza alla massoneria. Perché proprio durante il dibattito su Scoglio? «Quando a Messina si parla di questione morale – spiega Greco – non ci si può riferire a un caso singolo. Il caso singolo è stato Scoglio in questi giorni solo perché ci sono interessi di qualcuno a cui Scoglio da fastidio, ma allora dovremmo parlare anche del capo di gabinetto Ruggeri, dell’assessore Isgrò, del rettore, del presidente della Provincia, di alcuni dirigenti del Comune. Il caso singolo è stato anche la massoneria, nei giorni scorsi. Ecco, io volevo dire all’arcivescovo che se Messina esiste è grazie alla massoneria. Fu il fratello massone Fulci a impedire che non fosse demolita. Se la città si è persa, la colpa è della politica». «La massoneria – prosegue Greco – è sempre stata al servizio della città, penso agli asili realizzati, ai mezzi di trasporto donati. Non esiste una cappa massonica. Discorso diverso è quello delle logge deviate, ma lì si parla di criminalità. A Messina ci sono vari istituti massonici, ma non logge deviate. Non si confondano questioni delinquenziali con rituali che seguono una tradizione. I nostri elenchi sono a disposizione di questura e prefettura, non c’è nulla di segreto». Ma di fatto la massoneria è concepita dall’opinione pubblica come qualcosa di segreto, quasi di misterioso. «Io non nascondo nulla e per questo ho dichiarato pubblicamente di essere massone – ammette Greco – e invito gli altri fratelli a non avere il timore di fare lo stesso. Quando si sono riunite le logge italiane a Rimini si sono aperte al pubblico». Greco non risparmia una frecciata a certi istituti vicini al mondo ecclesiastico: «Si parla di massoneria, ma nell’Opus Dei, che è una rete di associazioni, non ci sono massoni? Non ci sono appartenenti al Kiwanis e al Lions? O che dire delle confraternite? Della massoneria si è parlato tanto e in un certo modo, soprattutto mettendola in relazione alla P2 di Licio Gelli che era un’altra cosa. Massoneria e istituzioni politiche possono convivere e coesistere, d’altronde un ex capo dello Stato, Sandro Pertini, era massone. D’altronde se la massoneria, attraverso l’iniziazione, chiude la porta a chi ha la fedina penale anche solo lievemente sporca, certi partiti non si creano di questi problemi». Ma come detto in apertura, il dibattito seguito alle parole di La Piana ha visto in prima linea, tra gli altri, il segretario cittadino del Pd, Giuseppe Grioli, che oggi ribadisce: «Il codice etico del Pd evidenzia in modo inequivocabile l’incompatibilità tra l’adesione al partito e l’adesione ad associazioni di tipo massonico. Aderire al Pd significa aderire ai valori, alle idee di un partito che privilegia l’uguaglianza sostanziale, la trasparenza della pubblica amministrazione, la crescita e lo sviluppo della società. Non avendo mai fatto parte di associazioni massoniche, non conosco quali siano i vincoli associativi e le finalità delle stesse. Credo che tradizionalmente tali associazioni non fanno parte del patrimonio costituente del Partito che ho l’onore di rappresentare». Più precisamente, il punto 2 dell’articolo 1 del codice etico del Pd, approvato dall’assemblea costituente il 16 febbraio di un anno fa, recita così: “Non appartenere ad associazioni che comportino un vincolo di segretezza o comunque a carattere riservato, ovvero che comportino forme di mutuo sostegno, tali da porre in pericolo il rispetto dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialità delle pubbliche istituzioni”.

Tutta la Stampa ne parla. Il magistrato Franco Antonio Cassata rinviato a giudizio.

Il Procuratore Generale di Messina, Franco Antonio Cassata, è stato rinviato a giudizio per la diffamazione pluriaggravata a carico di Adolfo Parmaliana, il professore che si suicidò nel 2008 all'età di 50 anni. Il dossier di 30 pagine smette così di essere anonimo. Sarebbe proprio Cassata l’autore, del memoriale creato ad hoc per infangare la memoria di Parmaliana. Citazione diretta a giudizio del procuratore generale di Messina per aver diffamato il professore di Terme Vigliatore "suicida d'ingiustizia". Lo ha rivelato Alfio Sciacca sul Corriere della Sera. Nel settembre 2009 in prossimità della pubblicazione del libro di Alfio Caruso “Io che da morto vi parlo” sulla storia di Adolfo Parmaliana è stato redatto un anonimo offensivo e denigratorio contro il Prof. Adolfo Parmaliana. La moglie ha proposto querela ed indirizzato subito le indagini verso la Procura Generale di Messina per un banale errore commesso dall’anonimista: è stata allegata una sentenza che era stata inviata da una cartoleria di Barcellona P.G. alla Procura Generale di Messina e quindi solo dentro la Procura Generale di Messina poteva essere stato redatto lo scritto anonimo. La Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio con citazione diretta il Dott. Franco Antonio Cassata, Procuratore Generale di Messina, imputandolo - del reato di diffamazione pluriaggravata in concorso con l’aggravante di avergli addebitato fatti determinati e di aver agito per motivi abietti di vendetta - per avere redatto tale scritto anonimo. A darne notizia è il Corriere della Sera con l'articolo che segue: Accogliendo il pm arrivato da Reggio per indagare sulle calunnie nei confronti del defunto professor Adolfo Parmaliana, il procuratore generale Franco Cassata fu particolarmente cordiale. Tanto da mettere a disposizione del collega il suo ufficio perché potesse comodamente procedere con i testi convocati. E fu così che tra un interrogatorio e l’altro, il pm notò il carteggio all’interno di una vetrinetta. Nella stanza del procuratore generale di Messina c’era proprio quel dossier anonimo sul quale stava indagando. Tra i foglietti persino un appunto a penna con la scritta "da spedire". Insomma, il presunto corvo che ha infangato la memoria del povero Parmaliana potrebbe essere proprio Cassata, che da ieri è formalmente imputato per "diffamazione con l’aggravante dei motivi abietti di vendetta". Forse è la prima volta che un magistrato finisce a processo per aver diffamato un morto. Cassata avrebbe elaborato il dossier di 30 pagine per demolire la credibilità di un personaggio scomodo che aveva denunciato le infiltrazioni mafiose nei palazzi di giustizia messinesi e che, evidentemente, faceva paura anche da morto. Parmaliana, 50 anni, ordinario di chimica a Messina, si suicidò il 2 ottobre 2008 lanciandosi da un ponte. Lasciò una lunga lettera. "La magistratura barcellonese e messinese vorrebbe mettermi alla gogna – scrisse – vorrebbe delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando la mafia e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati … Dovranno provare rimorso per aver ingannato un uomo che ha creduto, sbagliando, nelle istituzioni". Non viene citato Cassata, ma quel nome Parmaliana lo aveva fatto più volte, anche davanti al Csm, parlando di un sistema di potere che avrebbe il suo epicentro a Barcellona Pozzo di Gotto e nel circolo "Corda Fratres". Nel tempo tra i soci ci sono stati faccendieri, mafiosi e pezzi delle istituzioni. Cassata è di Barcellona ed è stato anche presidente del Corda Fratres. Il suicidio di Parmaliana fu dunque un gesto estremo per richiamare l’attenzione dei media su quel grumo di potere. Ne venne fuori anche un libro di Alfio Caruso dal titolo profetico "Io che da morto vi parlo". "Con la nomina Cassata – scrive Caruso – diventa tangibile l’egemonia di Barcellona su Messina attraverso il sindaco Buzzanca, il procuratore generale e il politico più influente Domenico Nania. Tutti e tre provengono da Barcellona e dalla Corda Fratres, l’associazione della quale hanno fatto parte anche Pino Gullotti, il capo riconosciuto della famiglia mafiosa, e l’enigmatico Saro Cattafi". Guarda caso il dossier su Parmaliana salta fuori a poche settimane dall’uscita del libro che qualcuno, hanno accertato i pm, avrebbe voluto bloccare. E infatti Caruso è il primo a ricevere l’anonimo nel quale Parmaliana viene accusato di aver preso soldi per consulenze di favore e persino di essere un violento. Una campagna d’odio alla quale reagisce la vedova che presenta querela contro ignoti. Nessuno però poteva immaginare che si arrivasse al procuratore generale. Altro riscontro: uno dei documenti allegati al dossier risulta spedito da una cartoleria di Barcellona e indirizzato al suo fax. Ma anche i pentiti hanno cominciato a fare il nome di Cassata come persona vicina al boss Gullotti e Cattafi. Mentre qualche mese prima il suo ufficio è stato perquisito dai Ros nell’ambito di un’indagine per mafia che coinvolgerebbe magistrati messinesi. (Tratto da Il Corriere della Sera del 3 dicembre 2011).

E’ accettabile che in una società civile un Procuratore Generale della corte d’appello già indagato per concorso esterno in associazione mafiosa resti al suo posto nell’indifferenza quasi totale della collettività cittadina? Serve trasparenza, e per questo è ora che la provincia “babba” si svegli. Dobbiamo indignarci, smetterla di essere indifferenti, richiedere giustizia da chi della giustizia dovrebbe essere garante. Solo attraverso l’indignazione e la pretesa da parte di molti potrà rinascere la società civile, con la consapevolezza che stiamo toccando il fondo dell’essere uomini civili e cooperanti nell’interesse di molti piuttosto che di pochi. Franco Antonio Cassata notoriamente membro della Corda Frartes “circolo culturale” del barcellonese, appare come un uomo dalle mille sfaccettature, il suo ruolo e la sua posizione collidono con presunti favoreggiamenti ad esponenti della malavita barcellonese che noti personaggi del panorama politico hanno sollevato negli anni scorsi (da Sonia Alfano ad Antonio Di Pietro). Tale circolo vantava di soci come Giuseppe Gullotti (mandante dell’omicidio Alfano) e Rosario Cattafi al quale sono stati sequestrati beni immobili per un valore di diversi milioni di euro. In un clima simile possono non preoccuparsi i cittadini onesti? Apprendiamo dai giornali che il ROS di RC su mandato del procuratore capo Giuseppe Pignatone, ha perquisito la procura generale di Messina e sequestrando alcuni atti, nell’ambito di un’indagine su alcuni magistrati peloritani per concorso esterno in associazione mafiosa tra i quali sembra risulti anche il Procuratore Generale. Apprendiamo sempre da un articolo della Gazzetta del Sud datato dicembre 2010 che Barcellona è stata recentemente luogo di un summit tra esponenti di primo piano di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Al centro ci sarebbe una ripresa della strategia stragista avente nel mirino alcuni magistrati impegnati nella lotta alle mafie tra i quali il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. È possibile che una Procura non sappia nulla di tutto ciò che avviene nel proprio territorio? È forse un caso? Si giunge quindi ad un punto importante per tutta la Provincia di Messina. È opportuno e indispensabile che la Giustizia faccia il suo corso, affinché si inizi a distinguere il bene dal male, senza omertà e senza paura.

Il magistrato Franco Antonio Cassata rinviato a giudizio.

Il Procuratore Generale di Messina, Franco Antonio Cassata, è stato rinviato a giudizio per la diffamazione pluriaggravata a carico di Adolfo Parmaliana, il professore che si suicidò nel 2008 all'età di 50 anni. Il dossier di 30 pagine smette così di essere anonimo. Sarebbe proprio Cassata l’autore, del memoriale creato ad hoc per infangare la memoria di Parmaliana. Il topo si mette la trappola da solo insomma. Noncuranza o troppa sicurezza? Eppure Cassata avrebbe dovuto fare più attenzione, considerati gli indizi che già gravavano sulla sua persona e che avevano portato, l’agosto 2010, alla perquisizione dei Ros degli uffici giudiziari messinesi. È stato in quell’occasione che l’europarlamentare Sonia Alfano, nonché presidente dell’associazione nazionale familiari vittime di mafia, aveva colpito il magistrato Cassata con la sua tesi personale che lo vedeva indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. “Il tempo, alla lunga, è galantuomo”, aveva dichiarato. Quelle parole che prima sembravano gettare fango su un’istituzione che doveva far luce su altre difficili questioni, oggi risuonano più veritiere che mai. Il tempo galantuomo lo è stato davvero, o almeno così sembra. L’Alfano commenta con parole gravi l’accaduto: “Il processo a carico del procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata è una notizia che descrive bene lo squallore indecente del sistema di potere barcellonese”, e non si risparmia affatto sul magistrato per il quale richiede "l’allontanamento immediato dal suo ruolo, oltre che la sua espulsione per indegnità dalla magistratura associata". Una cattiva notizia che apre uno spiraglio di speranza per l’europarlamentare, perché finalmente venga fatta giustizia sul caso Parmaliana, "già martire della malagiustizia del distretto messinese e perseguitato perfino da morto".

A Proposito della notizia dal Portale Web dell’On. Sonia Alfano il commento. E’ il 9 giugno del 2009, e mentre io festeggio la mia elezione al Parlamento europeo, il pm che ha depistato le indagini sull’omicidio di mio padre parla al telefono con il peggior rappresentante della giustizia messinese: l’attuale procuratore generale, suo degno compare, Antonio Franco Cassata, che in altri documenti troveremo appellato come “lo zio”, al pari di un capobastone della malavita siciliana. Chi è Cassata ormai lo sappiamo, ma fare un ripasso non può far male. Si tratta del più entusiasta promotore del tristemente noto “circolo” barcellonese denominato “Corda Fratres”, che ha visto soci il boss mafioso Giuseppe Gullotti (condannato a 30 anni quale organizzatore dell’omicidio Alfano), ed il “compare d’anello” (testimone di nozze) dello stesso Gullotti, Rosario Cattafi (pregiudicato e già sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno oltre che, recentemente, al sequestro dei beni da parte del Gico della Guardia di Finanza. Il suo nome saltò fuori, seppure allo stato senza sviluppi, perfino nelle indagini delle Procure di Caltanissetta per le stragi del 1992 e di Palermo sui sistemi criminali). Il dr. Cassata è anche la persona che fu sorpresa nel settembre 1994 a colloquio con la moglie del boss Gullotti in quel momento latitante. E, infine, è la persona le cui gesta sono immortalate in un’informativa di reato che porta, non a caso, il nome “Tsunami”. Ma torniamo alle telefonate. E’ Cassata che chiama Canali, per chiedergli informazioni su un argomento che deve trattare nell’ambito di una causa a Reggio Calabria. Si tratta di una vecchia informativa delle tenenza della Guardia di Finanza di Barcellona Pozzo di Gotto su una presunta loggia massonica deviata, che avrebbe visto tra i suoi iscritti lo stesso Cassata, l’attuale senatore della Repubblica Domenico “Mimmo” Nania, il dottor Giovanni Lembo (sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia condannato nel 2008 a 5 anni per favoreggiamento dell’associazione mafiosa, per la vicenda del falso pentito Sparacio), il prof. Benito Andronico, il fratello dell’ormai noto avvocato Rosario Cattafi, il boss Giuseppe Gullotti e tanti altri. Un dettaglio interessante e non trascurabile: alcuni dei nomi coincidono con quelli che il modesto cronista Beppe Alfano aveva fatto a Olindo Canali a proposito di una loggia massonica deviata barcellonese, nomi ritrovati dieci anni dopo il suo omicidio nella memoria del suo computer. Il contenuto dell’informativa oggetto della telefonata, rivelato indebitamente a suo tempo dalla D.d.a. di Messina a Giovanni Lembo e Franco Cassata (che erano chiamati in causa da quel documento), fu poi destituito di fondamento dietro intervento dei vertici della Guardia di Finanza con motivazioni sorprendenti quali: è notorio l’impegno dell’on. Domenico Nania contro ogni forma di massoneria, è notorio l’impegno del dr. Cassata contro la criminalità organizzata… Davvero notorio, verrebbe da dire. Cassata interpella quindi Canali (che era stato il P.m. che aveva delegato la Guardia di Finanza di Barcellona P.G. a raccogliere elementi su una presunta loggia massonica deviata, della quale aveva avuto contezza proprio da Beppe Alfano) per avere ragguagli sulla presunta fonte confidenziale utilizzata dagli investigatori. E conclude spiegando le ragioni delle sue domande. Deve preparare un atto per una causa a Reggio Calabria contro “quel tale” al quale “non darò pace“. Quel tale è il loro incubo peggiore, la persona che per primo ha sputtanato le collusioni mafiose dell’attuale Procuratore generale di Messina e dalla cui denuncia è nata l’indagine per falsa testimonianza con l’aggravante di mafia a carico di Olindo Canali: l’avvocato Fabio Repici, che ha anche la colpa, agli occhi di questi infedeli magistrati, di aver scovato le prove dei depistaggi commessi da Olindo Canali nelle indagini sull’omicidio di mio padre. Quei depistaggi che da anni denuncio e che ormai hanno trovato evidenza documentale. Quei depistaggi compiuti per tutelare il ruolo centrale di Barcellona Pozzo di Gotto nel biennio stragista di Cosa Nostra e nella trattativa fra mafia e apparati dello Stato. Vicende sulle quali la carriera di magistrato del dr. Canali troverà termine.

MASSONERIA, TUTTI I NOMI: LA CLAMOROSA INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO

Uno spaccato di piccola e media borghesia siciliana. C’è l’anziano politico buono per tutte le stagioni; il sindaco, l’assessore e il consigliere comunale; il medico condotto e il chirurgo affermato; l’avvocato penalista, il consulente finanziario e il commercialista; il dirigente di un grande ente statale; il preside, l’insegnate di ruolo e quello precario. “Fratelli” e “sorelle” e qualche cognato, tutti devoti del Grande Architetto dell’Universo. I riti esoterici vengono consumati tra squadrette, compassi, cappucci, spade, pavimenti a scacchiera, candelabri, teschi e casse da morto nell’oscurità di un anonimo appartamento alla periferia di Barcellona Pozzo di Gotto, centro tirrenico della provincia di Messina. È in questo “tempio” dello spirito e dell’intelletto che il 25 ottobre del 2009 si presentano funzionari ed agenti della polizia di Stato. Anch’essi, come ogni comune profano, devono transitare da una lugubre stanzetta di “meditazione e purificazione” dove ad una parete è affissa una falce e un cartello che ammonisce: «Se tieni alle distinzioni umane, vattene». Gli agenti hanno l’ordine di sequestrare l’elenco degli iscritti, lo statuto e i verbali delle riunioni svolte all’interno della loggia massonica che vi è ospitata, l’“Ausonia”, indipendente dalle obbedienze che popolano la sin troppo litigiosa frammassoneria italiana. A ordinare il blitz, i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Messina, Angelo Cavallo e Giuseppe Verzera, che ipotizzano la violazione dell’articolo 2 comma 2 della legge 25/1982, la cosiddetta “Spadolini-Anselmi” che vieta le associazioni segrete, approvata dopo lo scandalo della superloggia P2 di Licio Gelli. Secondo i dirigenti della Squadra Mobile della Questura di Messina, l’“Ausonia”, fondata il 15 gennaio 2004, non risulterebbe inserita negli elenchi ufficiali depositati in prefettura. «Gli obiettivi che si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali – scrivono nella richiesta di autorizzazione alla perquisizione – bensì all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del Senatore Domenico Nania». Sì proprio lui, uno dei politici più influenti del Polo delle libertà in Sicilia, ex Giovane Italia, poi Movimento Sociale italiano ed infine Alleanza nazionale, deputato della Camera nella X, XI, XII e XIII legislatura, senatore della Repubblica nella XIV, XV e XVI legislatura (già vicepresidente Pdl del Senato e membro della Commissione ambiente e territorio), tra i quattro “saggi” che hanno redatto la Costituzione votata in parlamento nel 2005 ma respinta referendariamente dal popolo italiano. Una parte dei “fratelli” dell’“Aurora”- che gli inquirenti considerano esserne il “nucleo forte” – prima di approdarvi è transitata da altre logge “spurie” del barcellonese, ultime delle quali la “Loggia Gran Principato delle Andorre” e “I Filadelfi”. Consolidati i collegamenti con altre logge non ufficiali d’Italia e all’estero e con ordini cavallereschi e presunto-nobiliari che sarebbero proliferati localmente anche grazie al fascino suscitato dai Caballeros del Antiguo Reino de la Corona de Aragòn (Spagna) e dal Gran Maestre de la Soberana y Militar Orden del Temple Catalano Aragonés, giunti nel messinese, in visita ufficiale, nell’ottobre del 2002. Qualche massone, inoltre, sarebbe poi accreditato tra gli esclusivi circoli cattolici pro Opus Dei. Sei gli appartenenti alla presunta loggia occulta indagati: è contestata la «partecipazione ad una associazione segreta che, occultata l’esistenza degli associati e tenendo segrete congiuntamente attività sociali e finalità, svolgevano attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi ed enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale». Si tratta dell’informatore scientifico Giuseppe Iacono; del professore Placido Conti, preside dell’Istituto parificato alberghiero; di Sebastiano Messina, docente di un istituto superiore ed ex assessore comunale di Barcellona in quota Forza Italia; di Roberto Meo, docente precario; di Giorgio Maugeri, direttore pro tempore della sede Inps di Milazzo; del direttore del Pronto soccorso dell’ospedale “Cutroni-Zodda” di Barcellona, Felice Carmelo La Rosa, proprietario dell’appartamento di piazza Marconi che ospita la loggia. “Sovrano gran cerimoniere del Rito scozzese antico ed accettato”, il dottor La Rosa è certamente il personaggio più noto alle cronache. Ex consigliere ed assessore della Provincia di Messina con Forza Italia, è stato tra i fondatori del sodalizio degli “Azzurri” nella città del Longano. Prima ancora ha militato nell’arcipelago dell’estrema destra locale. L’esistenza nel Longano di associazioni segrete e logge massoniche non regolari in grado di condizionare la vita amministrativa e il regolare svolgimento delle gare d’appalto è stata rivelata ai magistrati dall’imprenditore edile Maurizio Marchetta, titolare della Cogemar Srl ed ex vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona con Alleanza nazionale, indagato nel 2003 nell’ambito dell’operazione “Omega” con l’accusa di turbativa d’asta ed associazione per delinquere. Interrogato il 16 marzo e l’11 giugno 2009, Marchetta si è soffermato proprio sulla “Gran loggia Ausonia” e sulla contigua associazione “Onlus Ausonia” costituita il 29 maggio del 2004 per operare nel campo della «beneficenza e di attività culturali quali convegni su personaggi storici e dell’arte». «Presso la sede dell’onlus hanno la propria sede ben tre logge massoniche “occulte” ed i cui iscritti, di cui sono in grado di riferire alcuni nomi, utilizzano l’appartenenza massonica per ottenere in cambio incarichi e varie forme di potere da parte di politici locali», ha spiegato l’imprenditore. «Gli iscritti a queste logge occulte barcellonesi, per un numero di circa 40 persone tra medici, avvocati, informatori scientifici e liberi professionisti, hanno costituito una rete di collegamenti con la Sicilia e la Calabria, raggiungendo un numero complessivo di circa mille persone». «Le tre logge massoniche spurie di Barcellona – ha aggiunto Marchetta – sono state trasferite all’interno di un appartamento ubicato in Piazza Marconi n. 6 e 9. Tale spostamento è motivato da due ordini di ragioni: la prima è che nella precedente sede poiché abita la madre di un giudice, questi è solito andare a trovarla di frequente, pertanto gli associati alle logge occulte preferiscono non essere notati; la seconda è che lo stabile è di proprietà della famiglia La Rosa e quindi possono riunirsi indisturbati». Poi i fendenti contro alcuni dei vertici dell’“Ausonia”. «Carmelo La Rosa è il riferimento unico della massoneria barcellonese del senatore Nania, con il quale si scambiano reciprocamente cortesie», ha dichiarato l’imprenditore. «La Rosa è il più alto in grado che ha fondato questa loggia. Un suo fratello è consigliere comunale a Barcellona nelle liste di An, mentre un altro fratello è cognato del consuocero del senatore Nania». Maurizio Marchetta ha ammesso di essere iscritto da tempo alle logge del Grande Oriente d’Italia, prima alla “Fratelli Bandiera”, poi alla “Eugenio Barresi”. Quest’ultima è stata fondata nel febbraio 2009 dal Gran maestro venerabile Salvatore Tafuro (ex affiliato della “Fratelli Bandiera” ed ex dirigente del Commissariato di Pubblica sicurezza di Barcellona e della squadra mobile di Reggio Calabria) ed è intitolata ad un noto veterinario barcellonese, grado 33 della massoneria siciliana, deceduto qualche anno fa in un incidente stradale. «Per quanto riguarda le mie conoscenze sulla massoneria – ha spiegato Marchetta – posso dire di essere ufficialmente iscritto al Grande Oriente d’Italia nella loggia “Eugenio Barresi” col numero distintivo 1336; abbiamo deciso di costituire questa loggia perché in quella storica barcellonese “Fratelli Bandiera” venne ammesso contro la mia volontà e quella di altre persone tale Domenico Sindoni, figlio del noto Giovanni Sindoni, nominato con l’intervento del senatore Nania direttore sanitario dell’Ospedale “Cutroni Zodda” (…) Aggiungo che non appena è entrato Sindoni, il dottor Sergio Scroppo è diventato primario di anestesia ed il dottor Bruno Magliarditi, medico di Milazzo portato da Sindoni, è diventato primario di ginecologia. Questo determina che nella città di Barcellona il senatore Nania ha un bacino elettorale prevalentemente legato al mondo della medicina». Una presenza non gradita, dunque, quella del direttore sanitario pure alla guida del presidio ospedaliero di Milazzo. Il padre, il pregiudicato Giovanni Sindoni, frequentatore per lungo tempo della sezione locale dell’Msi e approdato poi alla Dc, è tra i maggiori imprenditori agrumari siciliani già coinvolto in inchieste per truffe miliardarie a danno dell’A.I.M.A.; per gli inquirenti è «soggetto ritenuto come legato alla organizzazione mafiosa barcellonese». Le accuse sui presunti condizionamenti della loggia “Ausonia” sulla vita politica ed amministrativa dell’hinterland di Barcellona Pozzo di Gotto sono state respinte dal “Sovrano gran cerimoniere”, Felice Carmelo La Rosa. «Non capisco come sia stato possibile che la nostra loggia abbia potuto influenzare la politica locale e incidere su appalti e incarichi professionali se, come è vero, nessuno tra di noi è imprenditore e nemmeno politico», ha dichiarato La Rosa al quotidiano Gazzetta del Sud. «Tra di noi in ben sette si sono candidati alle ultime elezioni amministrative senza che nessuno sia riuscito a farsi eleggere in Consiglio comunale. La nostra loggia che si ispira soltanto ai principi etici e morali della massoneria e in particolare al Grande ordine del principe di Andorra, intrattiene i propri iscritti su dissertazioni culturali in riunioni che si tengono da due a tre volte al mese in cui si parla di Budda, del Tempio di Salomone, della Piramide di Cheope e degli antichi Sumeri. Non abbiamo commesso alcun reato e non abbiamo nulla di deviato. La nostra associazione è stata regolarmente costituita e sono stati informati tutti gli organi di controllo dello stato, compresa la Questura. Già subito dopo la nostra costituzione, su di noi era stata aperta una inchiesta giudiziaria da parte della Procura di Barcellona che a quanto pare da tempo è stata archiviata, perché non ha sortito alcun effetto in quanto la nostra attività è regolare, trasparente e in linea con le leggi ed i regolamenti dello Stato italiano».

Un mese dopo il blitz all’interno della Gran loggia massonica “Ausonia”, la Procura distrettuale antimafia di Messina ha autorizzato la restituzione di tutti gli atti e i documenti sequestrati. Tra essi, in particolare, un contenitore con il logo dell’“Ausonia” e le carpette con le schede analitiche relative ai nominativi di possibili componenti delle distinte logge ospitate nel tempio di Piazza Marconi. Oltre ai professionisti sottoposti ad indagine, tra i nomi di spicco compare quello del capitano di lungo corso Angelo Paffumi, già sindaco Dc del comune di Fondachelli Fantina e deputato regionale nella XIII legislatura (prima con il Partito Repubblicano e poi con l’Mpa di Raffaele Lombardo), attuale membro del consiglio d’amministrazione del Consorzio autostrade siciliane. Ci sono poi Manlio Magistri, già direttore sanitario dell’Asl 5, attuale direttore del Policlinico Universitario di Messina e padre di Simone Magistri, consigliere provinciale di An; il sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea, Carmelo Navarra; l’assessore alle finanze, al patrimonio e alla programmazione dei fondi comunitari del comune di Falcone, Pietro Bottiglieri (commercialista iscritto all’ordine di Barcellona ed ex esperto del comune di Furnari); il commercialista Sebastiano Baglione, revisore di bilancio al Comune di Mazzarrà; il medico ospedaliero Giuseppe Chiofalo, ex presidente del consiglio comunale di Furnari recentemente disciolto per infiltrazione mafiosa (cognato di Navarra e Baglione); il medico Antonino Messina, vice-presidente del Consiglio comunale di Merì (che però nega l’appartenenza alla loggia); il cardiologo Giovanni Pino, già consigliere comunale a Barcellona (Forza Italia); l’avvocato Maurizio Crimi, liquidatore del Consorzio intercomunale tra Furnari e Montalbano “Mare monti”; i penalisti Mario Buda e Tindaro Celi; l’informatore scientifico Alfio Maimone; la medico analista del “Cutroni Zodda”, Provvidenza Genovese. Ed ancora: Guglielmo Arcidiacono, Agostino Avenoso, Claudio Bellia, Lucia Benvenuto, Antonino Boncaldo, Francesco Bucalo, Paolo Cardia, Anna Carulli, Adalgisa Clara Cascio, Luigi Castro, Giordano Antonio Catalfamo, Francesca Mica Conti, Salvatore Costantino, Carmelo De Pasquale, Giovanni Di Bella, Claudio Di Blasi, Silvio Claudio Di Mauro, Alessio Virgilio Galati Rando, Daniele Gallo, Sebastiano Garofalo Francesco Giorgianni, Giuseppe Giuffrida, Giacomo Gualato, Sebastiano Gullotti, Antonino Iannello, Domenico Isgrò, Giovanni La Fauci, Giuseppe Lembo, Giovanni Lucifora, Rosa Maria Lucifora, Carmelo Manna, Aldo Maugeri, Antonino Mercadante, Angela Rita Milazzo, Antonino Mirabile, Vito Miria, Filippo Mulfari, Enrico Munafò, Natale Munafò, Renato Antonino Olivio, Rosario Natoli, Sebastiano Opinto, Giuseppina Palmieri, Cosimo Parisi, Grazia Rosa Patellaro, Giuseppe Peditto, Alessandro Puglisi, Cesare Pullella, Giuseppe Pullella, Domenico Restuccia, Daniela Riccieri, Giuseppe Ruggeri, Vincenzo Santamaria, Rosario Scaffidi, Salvatore Scarpaci, Sebastiano Calogero Sciortino, Pippo Spatola, Carmelo Sottile e Maria Torre. Dell’“Ausonia”, secondo quanto si evince dal verbale di sequestro dell’autorità giudiziaria, avrebbe pure fatto parte per un tempo il falso medico di Torregrotta Pietro Renda, condannato per truffa all’Asl e radiato dall’Ordine dei medici in quanto privo di laurea in medicina. Tra i documenti sequestrati e successivamente restituiti pure una lettera del Supremo Consiglio del Principato di Andorra, gli atti costitutivi delle due logge annesse all’“Ausonia”, “I Filadelfi” e “Armonia” e due carpette relative alle logge massoniche “Pitagora” ed “F. Bruno”, probabilmente con sedi al di fuori dalla Sicilia. Nella cartella della “Pitagora” erano inserite le schede nominative intestate ai Antonio De Cicco, Corrado De Cicco, Giovanni Fallaci, Antonino Iaria, Cosimo Rogolino e Antonino Violi. In quella della loggia “F. Bruno” le schede con i nomi di Giovanni Borea, Vincenzo Giustra, Giovanni Gurnari, Giuseppe Neto, Domenico Polito, Carmelo Maurizio Sergi, Giuseppe Siclari e Giuseppe Taglieri. Tra gli inquirenti è forte il sospetto che nelle logge “spurie” barcellonesi ci possano essere altri iscritti all’“orecchio del Gran Maestro”, cioè in maniera del tutto riservata. Persone di estrema rilevanza pubblica la cui adesione sarebbe stata tenuta segreta perfino agli altri “fratelli”.

E ancora pendenti dalla penna di Antonio Mazzeo scopriamo che Maurizio Marchetta era l’enfant prodige della politica e dell’imprenditoria locale, perlomeno sino alla deflagrazione dell’inchiesta “Omega”, nel luglio 2003, quella sullo strapotere della criminalità organizzata nella realizzazione delle opere pubbliche nella provincia di Messina. Architetto, titolare dell’impresa di costruzioni Cogemar, nel 2001 Marchetta ascese alla vicepresidenza del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto in rappresentanza di Alleanza Nazionale, il partito del senatore Domenico Nania, barcellonese. Due anni dopo la tempesta giudiziaria e un’accusa per l’imprenditore-consigliere di «aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata alle turbative d’asta». Il profilo tutt’altro che lusinghiero su Marchetta sarà tracciato nel 2006 dai componenti della Commissione incaricata dalla Prefettura di Messina di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nella gestione del Comune di Barcellona. I commissari, in particolare, oltre ai procedimenti penali che lo vedevano coinvolto, segnalarono «gli stretti rapporti di cointeressenza esistenti» con Salvatore “Sem” Di Salvo, pluripregiudicato ai vertici dell’organizzazione mafiosa del Longano, e le «documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa».Del politico-imprenditore furono inoltre evidenziate le frequentazioni con altri due personaggi di spicco della criminalità barcellonese, Giovanni Rao e l’avvocato Rosario Pio Cattafi,tessitore quest’ultimo oggi di una imponente operazione speculativa, la realizzazione di un Parco commerciale di 18,4 ettari alla periferia di Barcellona P.G..

Maurizio Marchetta ha deciso di rispondere alle domande degli inquirenti. La Procura preferisce definirlo un “dichiarante”, ma i suoi racconti hanno scatenato un vero e proprio terremoto tra la classe politica dirigente, gli imprenditori e i vecchi e nuovi reggenti delle cosche. Grazie a Marchetta è scaturita l’indagine denominata “Sistema”, che all’inizio del 2009 ha portato all’arresto di Giuseppe D'Amico (boss emergente della famiglia barcellonese), Pietro Nicola Mazzagatti (a capo della famiglia di Santa Lucia del Mela) e Carmelo Bisognano (Mazzarrà Sant’Andrea). Marchetta ha pure spiegato con dovizia di particolari il cosiddetto meccanismo regolatore del “3 per cento”, quanto cioè si deve pagare alla mafia per continuare a lavorare nella provincia di Messina. E si è soffermato sulle modalità di conduzione delle turbative d’asta nei pubblici appalti, illeciti resi possibili dall’esistenza di «un gruppo di imprenditori che adotta tale sistema su scala regionale e che fruisce sia di collegamenti con pubblici amministratori, sia con soggetti politici che svolgono una vera e propria funzione di referenti, sia con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata». Maurizio Marchetta non ha risparmiato parole di fuoco contro uno dei sui principali referenti politici, il dottor Candeloro Nania (ex Msi, ex An, oggi Pdl), da una decade a capo dell’amministrazione comunale di Barcellona, cugino di primo grado del senatore Domenico Nania. A proposito del sindaco del Longano, Marchetta avrebbe raccontato «le forme di condizionamento determinate per imporre a privati proprietari terrieri, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti ed imprenditori da lui stesso imposti». L’architetto ha pure puntato il dito contro le logge e i templi “occulti” della massoneria, veri e propri centri dove sarebbe esercitato il potere del partito unico trasversale che regolerebbe la vita della fascia tirrenica del messinese. È stato grazie al dichiarante che la Squadra Mobile della Questura di Messina ha avviato un’indagine sulla Gran Loggia Ausonia, un’obbedienza “indipendente” fondata a Barcellona il 15 gennaio 2004. «Gli obiettivi che gli adepti si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali», scrivono i dirigenti della Questura nella loro richiesta di perquisizione della loggia massonica. Al contrario, i “fratelli”dell’Ausonia punterebbero «all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del Senatore Domenico Nania». Per gli inquirenti, poi, «taluni di questi soggetti»risulterebbero aver mantenuto rapporti con «personaggi legati sia al mondo della politica che della criminalità organizzata barcellonese». «A Barcellona vi sono tre logge massoniche “spurie” in quanto non sono riconosciute, ma forse sarebbe meglio definirle occulte», ha raccontato Maurizio Marchetta. «La gran parte degli appartenenti sono medici, soprattutto ospedalieri di Barcellona, poi ci sono informatori scientifici, avvocati, politici. I tre maestri venerabili ruotano ogni anno e ciascuno è alla guida delle singole logge». Per il Marchetta, il senatore Nania avrebbe come «riferimento unico della massoneria barcellonese»il dottor Felice Carmelo La Rosa, maestro venerabile dell’Ausonia e primario al Pronto soccorso dell’ospedale “Cutroni Zodda” della città del Longano. «La Rosa è il più alto in grado che ha fondato questa loggia», ha dichiarato l’architetto.«Un suo fratello, di nome Sebastiano, è consigliere comunale a Barcellona in quota Pdl, mentre un altro fratello è cognato del consuocero del senatore Nania. Le tre logge massoniche spurie di Barcellona sono state trasferite all’interno di un appartamento ubicato in Piazza Marconi, in uno stabile di proprietà della famiglia La Rosa. In tale stabile vi sono anche gli uffici dello studio del commercialista Sebastiano La Rosa e dell’Agenzia di Assicurazioni gestita dal fratello Luigi La Rosa, che è cognato di Tindaro e Francesco Calabrese, soci e amministratori della CA.TI.FRA. Srl per averne sposato la sorella. Anche da qui si rafforzano i rapporti con la famiglia Nania». Secondo Marchetta, proprio la società dei Calabrese farebbe parte del “tavolino” creato all’interno della sezione di Messina dell’associazione costruttori edili (ANCE) dal presidente Carlo Borella per pianificare e gestire l’aggiudicazione degli appalti d’importo consistente. Figura complessa quella del venerabile Felice Carmelo La Rosa. «Dalla consultazione della Banca Dati Interforze SDI risultano a suo carico precedenti per infrazioni a norme comportamentali, falsità ideologica commessa in concorso dal pubblico ufficiale in atti pubblici, truffa in concorso», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile. Ex consigliere ed assessore della Provincia di Messina in quota Forza Italia, Felice Carmelo La Rosa è stato tra i fondatori del sodalizio degli “Azzurri” nella città del Longano. Prima ancora aveva militato nell’arcipelago dell’estrema destra locale. Erano gli anni in cui missini, giovani del Fuan, ordinovisti e avanguardisti, spesso con doppia o tripla affiliazione, lanciavano assalti e rappresaglie all’interno dell’Università di Messina. Una ventina di presunti attivisti neofascisti furono pure attenzionati dal pubblico ministero Vittorio Occorsio, poi assassinato. Tra essi c’era il La Rosa, l’allora dirigente nazionale del Fuan Gualtiero Cannavò (oggi avvocato civilista) e Giuseppe Alfano, il corrispondente da Barcellona del quotidiano“La Sicilia” barbaramente assassinato dalla mafia l’8 gennaio del 1993. Tre personaggi che negli anni a seguire avrebbero espresso valutazioni diametralmente opposte sui “valori” della fratellanza massonica. Felice Carmelo La Rosa e Gualtiero Cannavò entrarono a far parte del Grande Oriente d’Italia, il primo nella loggia “Fratelli Bandiera” di Barcellona, il secondo nella“Stretta Fratellanza” di Messina. Giuseppe Alfano, invece, intraprese un’indagine sui presunti condizionamenti della vita amministrativa locale da parte di una loggia segreta, che, stando agli appunti ritrovati dopo il suo omicidio, avrebbe avuto tra gli affiliati il medico Antonio Franco Bonavita (fratello di Salvatore Bonavita, ingegnere capo dell’ufficio tecnico del Municipio di Barcellona) e l’ingegnere Antonino Mazza, il proprietario dell’emittente Telenews misteriosamente assassinato il 30 luglio 1993, che insieme ad Alfano era stato promotore della lista civica “Alleanza democratica progetto Barcellona” che partecipò alle elezioni comunali del 1990. Altrettanto complessa la figura del germano del Maestro venerabile dell’Ausonia, Sebastiano La Rosa, consigliere comunale a Barcellona nella penultima legislatura (An-Msi) e cognato dell’odierno vicepresidente del consiglio Salvatore Schembri (Pdl-An). «Sul suo conto – si legge nella relazione della Commissione prefettizia sul mancato scioglimento per mafia del Comune del Longano - si rileva che l’8 gennaio 2000 è stato denunciato in stato di libertà dal Commissariato della Polizia di Stato, poiché resosi responsabile, in concorso con altri, del reato di accensione ed esplosione di cose pericolose; indagato in seno al procedimento penale n. 1871/99 - art. 171 L. 633/1941 (pirateria informatica), con sentenza 468/00 assolto per non aver commesso il fatto…». Alla Questura di Messina risulta però qualcosa in più: «precedenti per contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, frode nell’esercizio del commercio in concorso, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, ricettazione, porto abusivo e detenzione armi».

Nelle sue deposizioni, Maurizio Marchetta ha indicato il nome di alcuni presunti “fratelli” al vertice del circolo massonico Ausonia del Longano. «Appartengono a questa loggia il prof. Placido Conti, oggi uno dei venerabili, insegnante presso l’Istituto Agrario di Barcellona, attivista politico legato a Carmelo La Rosa e che mi risulta frequentare e recarsi assiduamente, negli ultimi tre anni, sia a Urbino sia presso al Repubblica di San Marino; il dottor Giorgio Maugeri, direttore dell’INPS di Milazzo; il direttore dell’Istituto Superiore di Agraria di Barcellona a nome Sebastiano Salvatore Messina, già in passato assessore al Comune di Barcellona nella prima giunta Nania, in quota Forza Italia; il prof. Roberto Meo, insegnante alle superiori cui ho fatto seguire il figlio di Salvatore “Sem” Di Salvo; Giuseppe Iacono, un informatore scientifico. Queste persone tengono riunioni rituali periodiche, generalmente due al mese, nel corso delle quali attuano le finalità della loggia. Che sono quelle di mettere a disposizione il rispettivo ruolo nei vari settori per aiutarsi reciprocamente e, soprattutto, per creare voti elettorali». «L’attuale venerabile di una di queste logge che si chiama “Armonia” è Giorgio Maugeri», aggiunge Marchetta. «La loggia “Armonia” è dipendente da una sorta di“obbedienza”, sempre facente capo a Carmelo la Rosa che si chiama Gran Loggia Ausonia, sotto cui stanno le altre due logge. La carica di segretario della Gran Loggia Ausonia è attualmente ricoperta da Placido Conti. Posso precisare che la maggior parte delle persone da me indicate erano in precedenza iscritti ad un’altra obbedienza che credo si chiami “Principato delle Andorre”. Molti di questi ho saputo che sono stati raggiunti da un avviso di garanzia, ma non so per quale reato, ed in ragione di ciò sono transitati in queste logge occulte».

La Squadra Mobile di Messina ha accertato identità e curriculum vitae dei frammassoni tirati in ballo dal dichiarante. Giorgio Maugeri, ad esempio, è risultato essere stato iscritto in passato alla loggia massonica “Libertà” del Grande Oriente d’Italia, con sede a Messina; inoltre risulterebbero a suo carico «precedenti per reati in materia di prostituzione». Sebastiano Salvatore Messina, vicepreside dell’Istituto Professionale Statale per l’Agricoltura di Barcellona, «è subentrato alla guida dell’Assessorato al Bilancio, Finanze, Patrimonio e Autoparco del Comune di Barcellona al commercialista Luigi La Rosa, cugino dei germani Felice Carmelo e Sebastiano La Rosa, presidente dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), sezione di Barcellona e attuale presidente dei Revisori dei conti della città del Longano». Luigi La Rosa – si aggiunge - è stato «notato in diverse circostanze con soggetti mafiosi dell’hinterland barcellonese» ed è stato indagato nell’ambito dell’operazione “Gabbiani” per il quale il 13 luglio 2004 venne tratto in arresto il consigliere comunale Andrea Aragona, capogruppo di Forza Italia. La Rosa fu successivamente condannato a 3 mesi e 10 giorni di reclusione per voto di scambio, per aver ceduto a più elettori buoni benzina in occasione delle elezioni provinciali del 2003. Nello stesso processo fu condannato ad una pena lievemente maggiore (sempre per l’accusa di voto di scambio nonché per turbata libertà degli incanti), Pietro Arnò, un imprenditore«legato al clan mafioso barcellonese», con cui il “fratello” Sebastiano Salvatore Messina è risultato essere stato in «interessanti rapporti personali, lavorativi e politici» prima della sua prematura scomparsa. Secondo l’accusa, Andrea Aragona, in concorso proprio con Pietro Arnò, avrebbe usato minaccia per costringere il dirigente del Comune di Barcellona Salvatore Bonavita a commettere una serie indeterminata di reati di falso in atto pubblico e di abuso in atti d’ufficio a vantaggio della Cooperativa “Libertà & Lavoro” di cui lo stesso Aragona era presidente. Nel novembre 2003, Pietro Arnò scampò miracolosamente ad un agguato mortale: due persone, rimaste ignote, gli spararono con un fucile all’uscita della sua abitazione di Spinesante, attingendolo alla regione temporale sinistra. «Faccio parte della massoneria e quindi, per forza di cose, conosco anche i massoni occulti che riconoscono noi in quanto rituali, metodi e simboli distintivi sono comuni», ha ammesso Maurizio Marchetta. Dopo essere stato iscritto alla storica loggia “Fratelli Bandiera” del Grande Oriente d’Italia, l’imprenditore è però transitato nella “Eugenio Barresi” del GOI, loggia fondata nel febbraio del 2009 ed intitolata all’ex veterinario capo provinciale ed ex socio della squadra di calcio dell’“Igea Virus”, deceduto qualche anno fa in un incidente stradale. Odierno Gran Maestro della “Eugenio Barresi” è Salvatore Tafuro, ex dirigente del Commissariato di Pubblica sicurezza di Barcellona e della squadra mobile di Reggio Calabria. «Abbiamo deciso di costituire questa loggia perché in quella dei “Fratelli Bandiera” venne ammesso contro la mia volontà e quella di altre persone tale Domenico Sindoni, figlio del noto Giovanni Sindoni, nominato con l’intervento del senatore Nania direttore sanitario dell’ospedale “Cutroni Zodda”», ha spiegato Marchetta. «Aggiungo che non appena è entrato Sindoni, il dottor Sergio Scroppo è diventato primario di anestesia dell’ospedale di Barcellona ed il dottor Bruno Magliarditi, medico di Milazzo portato da Sindoni, è diventato primario del reparto di ginecologia ed ostetricia del“Cutroni Zodda”». Magliarditi, tra l’altro, è primario del reparto di neonatologia del nosocomio di Milazzo.

Per Marchetta, dunque, l’ingresso in massoneria del direttore sanitario dell’ospedale di Barcellona avrebbe generato la diaspora di numerosi “fratelli”. Candidato alle ultime elezioni amministrative con la lista di Forza Italia, Domenico Sindoni risulta avere «precedenti per violazioni norme prevenzione infortuni lavoro in concorso ed altre violazioni in materia di lavoro». Ma ciò non può essere stata la causa dello scarso entusiasmo manifestato da certi adepti della “Fratelli Bandiera”.Esso, invece, sarebbe da imputare al “peso” esercitato dal padre, il pregiudicato Giovanni Sindoni. Già presidente della società calcistica “Nuova Igea S.p.A.” (poi “Igea Virtus di Arnò Pietro & C.”), Sindoni è tra i maggiori autotrasportatori ed imprenditori agrumari siciliani. «Allo stato attuale, è considerato uno dei più avviati e facoltosi imprenditori di Barcellona», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile di Messina. «Pur avendo, sino al 1981, pendenze per emissioni di assegni a vuoto, nel volgere di pochi anni, Giovanni Sindoni riesce a promuovere ed avviare numerose attività imprenditoriali, accumulando con estrema rapidità una ingente ricchezza». Già coinvolto in inchieste per truffe miliardarie a danno dell’A.I.M.A., il “re delle arance” è ritenuto «soggetto legato alla organizzazione mafiosa barcellonese»,in «ottimi rapporti» con il boss Giuseppe Gullotti (una condanna definitiva quale mandante dell’omicidio del giornalista Alfano) e con Luigi “Gino” Ilardo, affiliato alla cosca catanese di Benedetto Santapaola, nonché cugino del boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia, ucciso in un agguato a Catania il 10 maggio 1996. Nell’indagine sul presunto ruolo assunto dal Santapaola per il delitto Alfano, poi definitivamente archiviata, fu anche vagliata la posizione del facoltoso imprenditore come possibile altro mandante dell’omicidio. Nella iniziale prospettazione d’accusa, il giornalista sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto il coinvolgimento del boss catanese nelle truffe relative alle sovvenzioni in campo agrumicolo, realizzate appunto dal Sindoni. Erano state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola a fornire lo spunto per quelle indagini. «Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni», ha raccontato Avola ai magistrati. «Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile». Ancora la massoneria dunque. E ancora l’omicidio Alfano.

Una notizia aspettata e inaspettata allo stesso tempo. A Renderlo noto è Sonia Alfano, europarlamentare e presidentessa pro tempore dell’associazione “Familiari vittime di Mafia.” Sonia, volto attivo sia a livello politico che nella lotta a Cosa Nostra, ha pubblicamente diffuso la notizia tramite il suo blog dopo che il 16 settembre 2011 la Gazzetta del Sud aveva pubblicato la notizia di una perquisizione e di un sequestro di atti. La perquisizione, avvenuta nel mese di agosto, si è svolta all’interno degli uffici della Procura Generale di Messina ad opera del Ros di Reggio Calabria, delegato dal Procuratore Giuseppe Pignatone. Un’indagine importante ai danni di ingenti, discutibili e famigerati volti del messinese. Il reato è quello di concorso in associazione mafiosa. Secondo le dichiarazioni di Sonia Alfano, alla perquisizione ha partecipato lo stesso dr. Franco Cassata, Procuratore Generale di Messina. In realtà, però, l’indagato è proprio Cassata; il Procuratore Generale di Messina indagato per mafia. In effetti la perquisizione è stata disposta a suo carico, dopo la notifica nei suoi confronti del relativo decreto. «La conferma di ciò – ha dichiarato Sonia Alfano – deriva dal contenuto dell’articolo di stamattina, che informa di come l’indagine sia nata da dichiarazioni di collaboratori di giustizia trasmesse a Reggio Calabria dal Procuratore di Messina Guido Lo Forte. E dal settimanale Centonove di inizio agosto sappiamo che almeno un pentito ha accusato il Procuratore generale Cassata di collusione con la mafia barcellonese. Mi auguro al più presto di vedere l’arresto dell’altro magistrato colluso con la mafia barcellonese Olindo Canali – ha proseguito Sonia Alfano – il principale responsabile dei depistaggi sull’assassinio di mio padre.»

Franco Antonio Cassata, membro della Corda Fratres, “circolo culturale” del Barcellonese, rappresenta un personaggio parecchio controverso della Provincia di Messina, sia per il ruolo e la posizione che occupa, sia per i presunti favoreggiamenti a Cosa Nostra. Già Antonio Di Pietro, nel luglio del 2008, anticipando di ben tre anni determinati fatti di cronaca recentemente provati, aveva proclamato un’interpellanza in aula che, di sicuro, aveva suscitato parecchio scalpore: «La Corda fratres era frequentata anche da un altro socio importante, tale Rosario Cattafi - lo ricordo anch'io, pensi un po', nelle mie indagini - già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via d'Amelio, ma, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, con provvedimento definitivo. Perché ha ricevuto tale misura antimafia? Perché Cattafi aveva legami accertati con «piccoli» personaggi: Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotta e altri ancora, tutti boss di buon calibro. Questo è l'ambiente in cui si trova ad operare e a fare anche circolo culturale il dottor Antonio Franco Cassata. Lo ripeto, egli gestisce anche un museo etno-antropologico a Barcellona Pozzo di Gotto, una realtà che riceve finanziamenti dalla regione Sicilia, dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto e dalla provincia di Messina; insomma, riceve finanziamenti da enti importanti i cui rappresentanti e dirigenti operano nel territorio dell'ufficio giudiziario. Ci si chiede se possa essere assegnato un ruolo a chi esercita attività in un museo etno-antropologico, per cui riceve da parte di enti finanziamenti che devono essere controllati anche dalla magistratura.» Di Pietro continua ancora su Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, padre dell’europarlamentare Sonia Alfano, ucciso dalla mafia nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. «Il dottor Cassata ha uno strano comportamento durante la latitanza di Giuseppe Gullotti (lo ricordate? È il mandante dell'omicidio di Beppe Alfano). Nel settembre del 1994 il dottor Cassata viene avvistato da due carabinieri mentre conversa in strada con una signora che si chiama Venera Rugolo: è la figlia di Francesco Rugolo, ma, soprattutto, è la moglie di Giuseppe Gullotti, cioè è la moglie del mandante dell'omicidio di Beppe Alfano. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, esercita pressione nei confronti dei due carabinieri, affinché la loro relazione di servizio venga soppressa: ne nasce un'indagine. Sia chiaro, il dottor Cassata ammette l'incontro con la moglie di Gullotti, ma dice: «ma no, si trattava di un fatto occasionale, abitiamo tutti lì in paese! Stava lì con il bambino nella carrozzina e io ho dato una carezza al neonato.» Con questa interpellanza Antonio Di Pietro aveva descritto un quadro completo sul Procuratore Generale di Messina. 

Magistrati di Messina. Chiesta la condanna. Di Domenico Calabrò su La gazzetta del Sud del 19/01/2011. La Procura rincara, rilancia e insiste per fare condannare a pene più pesanti due magistrati messinesi, per decenni sulla cresta dell'onda e da quindici anni sulla graticola per ipotizzati comportamenti disdicevoli. Giovanni Lembo, sostituto procuratore nazionale antimafia e Marcello Mondello, tornano sul banco degli imputati per il secondo processo davanti alla Corte d'appello a Catania, che dovrà valutare la loro condotta che in primo grado è stata pesantemente sanzionata con cinque anni di reclusione al dott. Lembo (ora ne sono stati chiesti il doppio) e sette anni al dott. Mondello (adesso ne sono stati sollecitati nove), in un processo su vicende che disegnano contesti la cui gravità più preoccupante - al di là dei comportamenti degli accusati portati in giudizio - è relativa alla gestione dei "pentiti" in un periodo giustizialista secondo il quale due dichiarazioni convergenti rappresentavano prova. Qualcuno, colpevolmente e irresponsabilmente (ma forse faceva parte del gioco per favorire una cosca, in tal caso quella di Sparacio&C.) ha tollerato, favorito e forse provocato il "convivio" di una trentina di pentiti, radunati tutti insieme in uno stesso posto - l'hotel Europa - dove - c'è da atterrire! - hanno raggiunto intese, accordi e disegnato strategie. Qualcosa di quel periodo è andato a carte quarantotto on uno degli avvocati che ne difendeva parecchi, l'avv. Ugo Colonna, il quale ha scatenato il putiferio, originando un processo che a furia di essere discusso, valutato e vagliato si sta dirigendo verso l'oblìo della prescrizione. La Procura ha fatto risentire la sua implacabile voce accusatoria contro gli imputati ai quali non solo non ha concesso sconti, ma ha chiesto alla Corte di aumentare la condanna irrogata dal tribunale a Lembo (sospeso dalle funzioni di magistrato) e Mondello (che è in pensione). Lo hanno fatto il sostituto procuratore antimafia Antonino Fanara (che ha chiesto le condanne anche in primo grado) e il sostituto procuratore generale Mariella Ledda, che davanti alla seconda Corte d'appello, hanno concluso la loro requisitoria. Nei confronti del dott. Mondello, nel giudizio di primo grado, aveva retto la contestazione di concorso esterno all'associazione mafiosa; mentre per il dott. Lembo la qualificazione era stata derubricata in favoreggiamento aggravato. Adesso con la richiesta di un anno in più per Lembo, l'accusa ha sostenuto anche la calunnia con l'aggravante mafiosa patita dall'avv. Colonna e perciò, la "disparità" tra le due posizioni processuali principali alle quali secondo l'accusa dev'essere riconosciuta a entrambe la colpevolezza di concorso esterno all'associazione mafiosa. La prescrizione - che era stata rifiutata in primo grado - è stata avanzata per l'ex maresciallo dei carabinieri Antonino Princi, collaboratore del dott. Lembo, condannato in primo grado per calunnia, a due anni. Secondo i Pm, comunque, la sua condotta non era finalizzata a favorire boss e picciotti, ma rispondente alle esigenze del dott. Lembo. Chiesta anche la conferma a sei anni e quattro mesi della condanna in primo grado per Luigi Sparacio, boss-pentito. L'inchiesta ha trattato anche l'attività dell'imprenditore Michelangelo Alfano, suicidatosi nel novembre del 2005. La competenza dell'inchiesta è radicata a Catania perchè coinvolgeva magistrati di Messina e Reggio Calabria.

Ecco chi sono i magistrati.

Giovanni Lembo. Sposato, due figli, entrato in magistratura nel 1972, è stato pretore a Patti. Dal 1987 ricopre l'incarico di sostituto procuratore a Messina. Lo lascia nel 1994 quando entra nella Direzione nazionale antimafia. Lembo è stato un pm di punta, segnalandosi sia per le indagini contro la criminalità, sia per l'apertura di inchieste contro i "colletti bianchi" e la pubblica amministrazione. Fece scalpore il processo nato dalle sue indagini sugli "arredi d'oro" del Comune di Messina. La più incisiva inchiesta contro la mafia che porta la sua firma fu quella contro le cosche di Barcellona Pozzo di Gotto, capeggiate dal boss Giuseppe Chiofalo, ora pentito, e coinvolto con Lembo nell'inchiesta di Catania. Il pm ottenne sedici ergastoli, quattro per il solo Chiofalo.

Marcello Mondello. Ha svolto tutta la sua carriera a Messina, nella magistratura giudicante, prima come giudice istruttore, poi come capo dell'ufficio del gip. E' passato quindi a presiedere una sezione della corte d'Appello. Per otto mesi, come facente funzione, è stato anche la più alta carica della magistratura a Messina, avendo svolto il ruolo di presidente della corte d'Appello. Ha lasciato la toga dopo avere appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati a Catania.

E non basta. Da "La Repubblica" si scopre che l'ex procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, oggi in servizio come sostituto nella stessa Procura, è agli arresti domiciliari da oggi pomeriggio. Il provvedimento cautelare, firmato dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, Kate Tassone, su richiesta del sostituto procuratore Beatrice Ronchi, è stato notificato al magistrato nella sua abitazione dalla Squadra Mobile di Messina. Le ipotesi di reato sono di concussione e di due tentativi di concussione. In particolare viene addebitato a Siciliano di aver "condizionato", nella conduzione di inchieste penali da lui coordinate, alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina (Messina) e due imprese. In un caso, si tratta del contenzioso con l'Impregilo, poi concluso da una transazione, per l'appalto della gestione dei parcheggi. L'altro riguarda invece la ristrutturazione dell'hotel "Castellammare" da parte dell'impresa "Decisa srl". La concussione viene invece ipotizzata per un presunto interessamento di Siciliano per far sì che la competenza sulla valutazione di incidenza ambientale delle Zone a protezione speciale interessate dai progetti fosse trasferita dal Comune alla Regione.

"Il Giornale" si chiede: che c’azzecca Antonio Di Pietro con l’omicidio del giornalista Beppe Alfano assassinato da Cosa nostra nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto? Ovviamente, nulla. Eppure c’è da chiedersi perché, in una memoria di 75 pagine presentata il 2 aprile 2004 alla Dda di Messina dalla figlia del collaboratore del quotidiano La Sicilia, Sonia Alfano - candidata di punta in tutte e cinque le circoscrizioni nel partito di Tonino - si tiri in ballo proprio l’attuale leader dell’Italia dei valori. E lo si fa accostando il nome dell’ex magistrato molisano a un giro di presunte coperture istituzionali e giudiziarie di cui avrebbero goduto personaggi mafiosi e paramafiosi, come Rosario Cattafi, il cui nome venne alla ribalta con la nota inchiesta sull’Autoparco di Milano, poi con una doppia storia di traffico d’armi, e infine con la divulgazione del cosiddetto «memoriale Cerciello» redatto dal generale della Guardia di finanza, grande accusatore dell’ex pm ai tempi di Mani pulite. I riferimenti a Cattafi crearono qualche grattacapo a Tonino nel giugno del ’95 quando si sparse la notizia (poi risultata infondata) di una sua iscrizione sul registro degli indagati della procura di Reggio Calabria per aver rallentato, insieme al magistrato Giorgianni, alcune indagini su un traffico d’armi che riguardavano proprio questo Cattafi. Veleni, anonimi e corvi fecero da sfondo alle denunce dell’avvocato Carlo Taormina, difensore del generale Cerciello, che chiese alla procura di Brescia di ascoltare Di Pietro in merito ai suoi rapporti con Cattafi. Non se ne fece nulla. Di Pietro annunciò, e inoltrò, querele. La cosa morì lì. Adesso dai cassetti esce questa memoria nella quale l’attuale candidata dell’Idv, nel 2004, chiese alla procura di Messina di fare luce su una serie di indiscrezioni stampa che parlavano di Cattafi e anche di Tonino.

Ma andiamo per gradi. L’8 gennaio del ’93 Beppe Alfano viene ucciso nella sua auto da sicari di Cosa nostra. Per l’omicidio finiscono condannati, quale mandante, il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, e come killer, Antonino Merlino. Le indagini sono affidate al pm Olindo Canali, magistrato per bene trapiantato in Sicilia dalla Brianza, una toga considerata molto vicina al giornalista ammazzato al punto da essere considerato suo confidente, e soprattutto suo amico. La famiglia Alfano continua a intrattenere buonissimi rapporti col pm almeno fino all’anno 2001, quando Sonia Alfano non decide di cambiare strategia e di affidarsi al battagliero avvocato Fabio Repici. Da quel momento, nonostante le condanne incassate al processo per la morte del papà, la giovane Alfano comincia a sostenere che l’inchiesta presenta evidenti lacune, che non si è toccato il terzo livello, che vi sarebbero stati depistaggi istituzionali. Da parte dei carabinieri, che avrebbero chiuso un occhio sulla presenza in zona del latitante capomafia catanese Benedetto “Nitto” Santapaola. Da parte, soprattutto, del pm non più amico di famiglia, Olindo Canali, “eterodiretto” dal defunto magistrato Francesco Di Maggio, un tempo magistrato inquirente a Milano, per anni trapiantato proprio a Barcellona Pozzo di Gotto.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche (e difensive) riprese e rilanciate nel 2004 da Sonia Alfano, il giudice Di Maggio avrebbe intrecciato rapporti proprio con il noto Rosario Cattafi. Nell’ambito del procedimento poi avviato presso la Dda di Messina (numero 2886/02) utilizzando, e facendo proprie, con forma retorica, le considerazioni espresse il 2 marzo 1998 dal settimanale locale Centonove, Sonia Alfano richiamava l’attenzione della procura di Messina sui rapporti tra il mafioso Cattafi e Antonio Di Pietro, e tra quest’ultimo e tale Francesco Molino, altro mafioso barcellonese.

L’intreccio fra toghe (Canali, Di Maggio, Di Pietro) boss mafiosi (Santapaola e Gullotti) e frequentatori di ambienti e personaggi criminali (Cattafi su tutti) porta la Alfano ad affrontare il caso Di Pietro a partire da pagina 54 della memoria stilata dall’avvocato Repici. Letterale: «È da notare un’altra curiosa coincidenza: a metà degli anni ’80 mentre il dottor Di Maggio era titolare di alcune indagini su Cattafi e raccoglieva dichiarazioni di accusa contro quest’ultimo da Epaminonda, suo uditore giudiziario fu il dottor Olindo Canali». E di seguito. «Di questo curioso intreccio di inchieste, inquirenti e inquisiti, si sono ripetutamente occupati gli organi di informazione. Il settimanale Centonove - si legge nella memoria - in un articolo dal titolo "Un dossier porta ad Hammamet" e avente a oggetto un memoriale prodotto dal difensore del generale Cerciello all’autorità giudiziaria di Brescia contro Di Pietro, scrisse… » e giù varie considerazioni. Tra le quali, questa: «Cattafi a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri) e dove ha conosciuto Cattafi di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati (il 3 aprile ’96 Cattafi ottenne in affitto a Taormina un’abitazione del magistrato in servizio alla procura generale di Milano, Luigi Martino), dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie. Cattafi ha necessità di coperture della magistratura. Conosce - continua la memoria-esposto - anche tale Molino, che è di origine siciliana, che poi diventerà anche amico di Di Pietro. Cattafi viene arrestato su ordine dei magistrati di Firenze per la questione dell’autoparco milanese. I giudici di Firenze intuiscono o vengono a sapere qualcosa sui legami passati fra i due magistrati e Cattafi e cercano di indagare. Scoppia la guerra fra le due procure - prosegue la memoria - e le indagini si interrompono. Di Pietro vola a Messina, dove incontra il pool Mani pulite, in testa il giudice Giorgianni, che più tardi si recherà ripetutamente a Milano da Di Pietro». Nella memoria si fa poi presente che il settimanale Centonove, il 28 febbraio ’98, intervista proprio Cattafi. Il quale conferma d’aver incontrato un paio di volte Di Maggio, mai Di Pietro («l’ho visto un paio di volte in un locale pubblico») e Giorgianni in occasione di un’inchiesta su un traffico d’armi. I riferimenti a Di Maggio sono importanti - prosegue la memoria - per capire la natura dei rapporti col pm Olindo Canali «di cui era certamente a conoscenza Beppe Alfano». E proprio per andare a fondo alla faccenda nella quale è citato Di Pietro, la Alfano chiede alla Dda di Messina di svolgere una lunga serie di atti istruttori, tra i quali «l’assunzione a sommarie informazioni del dottor Olindo Canali» (che verrà ascoltato come persona informata sui fatti) e del giornalista autore dell’articolo su Di Maggio e Di Pietro «per sapere quali siano state le sue fonti di prova e comunque, se prima della redazione di quell’articolo, egli avesse avuto contatti con Canali».

Questo scriveva la Alfano nel 2004. Della tesi Cattafi-Di Maggio-Di Pietro la ragazza continuava a parlare fino al 2006-2007. Da allora, però, Sonia Alfano non segue più quella pista concentrando l’attenzione - quale causale alla base dell’omicidio del padre - sulla latitanza del boss Nitto Santapaola nel barcellonese. La scoperta di Alfano padre del luogo ove a fine del 1992 era tenuto il boss, secondo la figlia, ne determinò l’eliminazione. Pressoché contemporaneamente all’abbandono della pista Cattafi-toghe lombarde iniziano i contatti con il politico di Montenero di Bisaccia che condurranno alla candidatura di Sonia Alfano alle Europee nella lista Italia dei valori. Nessuno, ovviamente, arriva a sospettare una ricompensa elettorale di Tonino all’abbandono della pista “milanese” da parte della Alfano. Ci mancherebbe. Fa riflettere, piuttosto, la decisione della Alfano di rispolverare, nel 2004, fatti vecchi e sepolti.

ADOLFO PARMALIANA: UN EROE EMARGINATO O UN MITOMANE CALUNNIATORE ?!?

L'estrema denuncia di Adolfo Parmaliana, feroce accusatore della connivenza tra cosche mafiose e amministrazione prima di togliersi la vita. In esclusiva per L'espresso, la lettera di addio.

"La mia ultima lettera": La trascrizione dell'ultima lettera del professor Parmaliana prima del suicidio.

"La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario. Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi. Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli. Chiedete all'Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all'Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo. Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere. Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d'animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi. Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io. Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli. Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era 1° mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l'università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore. I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi. Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti. Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare. Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l'ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni. Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita."

 

 

 

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00288. Pubblicato il 8 ottobre 2008. Seduta n. 69.

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso che, per quanto consta all’interrogante:

nella mattina del 2 ottobre 2008 il professore Adolfo Parmaliana, docente ordinario di Chimica industriale all’Università di Messina, cinquantenne, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto dal viadotto Patti Marina dell’autostrada Messina-Palermo, dopo aver lasciato la propria autovettura sulla corsia d’emergenza;

il professor Parmaliana era nato e viveva a Terme Vigliatore, paese di circa 7.000 abitanti confinante con Barcellona Pozzo di Gotto (Messina);

fin da ragazzo il professor Parmaliana aveva dispiegato un appassionato impegno politico, che lo aveva portato negli anni a militare nel Partito comunista italiano e poi, fino a pochi anni fa, ad assumere il ruolo di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra;

la militanza politica e civile del professor Parmaliana è stata spesa sempre e coerentemente al servizio della difesa della legalità, della tutela del territorio, della ricerca della giustizia e della lotta contro la criminalità politica e le infiltrazioni della mafia in seno alle istituzioni;

per il suo atteggiamento integerrimo e coraggioso, il professor Parmaliana si è spesso ritrovato isolato a lottare contro poteri forti che condizionano il corretto andamento delle pubbliche amministrazioni e perfino degli organismi di controllo, in primis l’autorità giudiziaria;

in particolare, da molti anni e fino all’ultimo il professor Parmaliana ha lamentato l’inerzia di cui si è sempre resa responsabile la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto a fronte delle denunce che egli aveva nel tempo formulato circa i reati commessi da pubblici amministratori, professionisti e altri personaggi di rilievo di Terme Vigliatore;

delle inerzie degli organi giudiziari competenti il professor Parmaliana investì anche il Consiglio superiore della magistratura, cui inviò un esposto in data 3 dicembre 2001, con il quale rappresentò di aver più volte segnalato alla Procura di Barcellona reati di pubblica amministrazione e cointeressenze mafiose relative alla gestione dell’ente Terme e di avere, preso atto dell’immobilismo della Procura di Barcellona, interessato invano la Procura generale di Messina, nelle persone dell’allora dirigente dell’Ufficio e del sostituto dottor Antonio Franco Cassata, per sollecitare l’avocazione, e riferì altresì che l’avvocato Nello Cassata, figlio del dottor Cassata, aveva ricevuto incarichi professionali tra il 1999 ed il 2000 dal Comune di Terme Vigliatore;

in conseguenza di tale esposto, il professor Parmaliana l’11 marzo 2002 venne audito dalla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura nell’ambito del procedimento per incompatibilità ambientale allora pendente sul dottor Antonio Franco Cassata, poi – a parere dell’interrogante, con decisione errata – purtroppo archiviato, tanto che nella scorsa estate, pur a seguito di altro atto di sindacato ispettivo dell’interrogante (4-00105, Resoconto n. 13 del 4 giugno 2008), è stata deliberata la nomina del dottor Cassata il 29 luglio 2008 quale attuale Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina;

nel corso di quell’audizione al Consiglio superiore della magistratura, il professor Parmaliana ribadì le sue doglianze sulle disfunzioni dell’amministrazione della giustizia nel suo territorio, sulle inerzie della Procura di Barcellona a fronte delle sue documentate denunce, sulle inerzie della Procura generale di Messina a fronte delle sue sollecitazioni all’avocazione delle indagini e, infine, sugli incarichi fiduciari conferiti dall’amministrazione comunale di Terme Vigliatore al figlio del dottor Cassata, avvocato Nello Cassata;

l'infaticabile attività di denuncia del professor Parmaliana sull’illegalità dominante nelle amministrazioni comunali succedutesi nel tempo a Terme Vigliatore trovò comunque positivo riscontro nel decreto del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, del dicembre 2005, con il quale venne disposto lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Terme Vigliatore per il condizionamento mafioso accertato dalla commissione prefettizia all’esito, tra l’altro, proprio delle segnalazioni del professor Parmaliana;

come risulta da plurime recenti fonti di stampa, in parallelo con l’inchiesta amministrativa sul Comune di Terme Vigliatore, si svilupparono delle indagini curate dai carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, nel corso delle quali furono rilevate, in un’informativa denominata “Tsunami”, insieme a innumerevoli irregolarità amministrative e penali nella gestione del Comune, allarmanti condotte poste in essere, fra l’altro, proprio da due dei magistrati dei quali il professor Parmaliana aveva lamentato inerzie e omissioni, il dottor Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, ed il dottor Antonio Franco Cassata, attuale Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina;

anche in epoca successiva, il professor Parmaliana ha formulato numerose puntuali denunce sulle pesanti irregolarità che continuava a registrare nella gestione della cosa pubblica a Terme Vigliatore;

tuttavia, il professor Parmaliana fino all’ultimo ha continuato a registrare l’immobilismo della Procura di Barcellona;per converso, da ultimo il professor Parmaliana vide mutare la sua posizione da quella di indefesso ed integerrimo accusatore in quella di accusato;

nel settembre 2008, infatti, gli venne notificato un decreto di citazione a giudizio emesso dalla Procura di Barcellona per il delitto di diffamazione aggravata in danno di tale Domenico Munafò, attuale Presidente del Consiglio comunale di Terme Vigliatore e già vicesindaco nell’amministrazione comunale sciolta per mafia nel 2005;

le imputazioni di quel decreto sono tali e destano tale sgomento che ne è doveroso fare in questa sede una valutazione sostanziale al di fuori del competente ambito giudiziario e senza, quindi, intralciare l’autonomia e l’indipendenza degli organi competenti;

in particolare, con quell’atto la Procura di Barcellona ha addebitato al professor Parmaliana di aver compiuto il delitto di diffamazione con tre successive condotte e precisamente: per aver esultato al decreto del Presidente della Repubblica Ciampi con il quale venne sciolta per mafia l’amministrazione comunale, facendo affiggere nella sua veste di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra un manifesto riportante il seguente testo: “Il Consiglio Comunale è stato sciolto per ingerenza della criminalità organizzata! Giustizia è stata fatta: la legalità ha vinto! Tanti dovrebbero scappare ... se avessero dignità”; per aver esultato al provvedimento emesso dal Tribunale amministrativo regionale di Catania con il quale era stato rigettato il ricorso presentato da alcuni esponenti dell’amministrazione infiltrata dalla mafia per l’annullamento del decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica Ciampi, facendo affiggere nella sua veste di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra un manifesto riportante il seguente testo: “Rassegnatevi non siete legittimati a rappresentare le istituzioni. Il Tar ha respinto il ricorso proposto da alcuni ex Consiglieri Comunali ‘sciolti’ e da ex amministratori rimossi dal Presidente della Repubblica. Il Tar ha attestato la necessità e la giustezza del decreto presidenziale. Il ns. Comune è stato oggetto di infiltrazioni della criminalità organizzata. La protervia, l’arroganza, il disprezzo delle leggi e le amicizie politiche non hanno fatto breccia. La legalità continua a vincere”; infine, per un articolo del professor Parmaliana pubblicato sul sito Internet www.imgpress.it, nel quale, tra l’altro, era contenuto il seguente brano: “Sembra che stanti le palesi illegittimità tecniche e procedurali sia stato avviato il procedimento per l’annullamento in autotutela di alcuni piani di lottizzazione che vedono interessati ex amministratori rimossi e consiglieri sciolti sia come progettisti che come titolari dell’iniziativa edilizia. Pertanto qualche ex amministratore rimosso, coinvolto in tali lottizzazioni, ha partecipato all’Autorità Giudiziaria la vicenda biasimando anche la Commissione Straordinaria per non aver rimosso il Funzionario preposto. Sono evidenti l’imperizia e il disagio del tale; perché non ha promosso la rimozione del funzionario quando era in carica? Aveva evidenze di danno per la comunità e non è intervenuto? Perché sollecita la rimozione solo ora?”;

l’interrogante non può fare a meno di rilevare, peraltro, che per tale articolo l’imputazione è stata mossa solo al professor Parmaliana e non anche al giornalista responsabile della testata e gestore del sito, che materialmente aveva curato la pubblicazione dello scritto del professor Parmaliana, concorrendo nella divulgazione di esso e concorrendo quindi in ipotesi nell’eventuale reato;

il professor Parmaliana ha vissuto quel decreto di citazione a giudizio non solo come un’infamia ma anche come l’inizio della rappresaglia giudiziaria avviata contro di lui proprio dall’ufficio, la Procura di Barcellona, che era stato oggetto della maggior parte delle sue denunce;

come riportato dalla stampa, il professor Parmaliana, prima di togliersi la vita, ha lasciato in casa uno scritto nel quale ha spiegato le ragioni del suo drammatico gesto, fra le quali ci sarebbe, principalmente, proprio il decreto di citazione a giudizio dal quale era stato raggiunto;

come detto, il professor Parmaliana ha posto in essere il suicidio in territorio di Patti Marina e quindi nel circondario di competenza della Procura di Patti, circostanza che fa credere all’interrogante che egli per il suo gesto si sia scientemente allontanato dal comune di residenza, ricadente nel circondario della Procura di Barcellona, per scongiurare la competenza territoriale di tale ufficio giudiziario;

essendo stato, però, l’ultimo manoscritto del professor Parmaliana sequestrato nella sua casa di Terme Vigliatore, esso è stato immediatamente trasmesso per la convalida del sequestro alla Procura di Barcellona;

così come risulta personalmente all’interrogante, in quell’ufficio il manoscritto del professor Parmaliana è giunto quindi a conoscenza del suddetto dottor Olindo Canali, magistrato di turno alla Procura di Barcellona il giorno 2 ottobre 2008;

è con sconcerto, allora, che l’interrogante ha registrato nel pomeriggio del 3 ottobre scorso la comparsa sul sito giornalistico www.imgpress.it (lo stesso sul quale non raramente erano apparsi interventi del professor Parmaliana, ivi compreso quello per il quale era stato imputato) di una nota a firma del dottor Olindo Canali, con la quale lo stesso ha rappresentato ai lettori la propria versione sui suoi rapporti con il professor Parmaliana, affermando, tra l’altro, “ho fatto il possibile come magistrato per andare fino in fondo e cercare di capire le sue denunce” e “mi stimava”;

il giorno 5 ottobre il “Giornale di Sicilia” ha pubblicato un articolo sulla morte del professor Parmaliana dal titolo «Barcellona, la Procura sul caso Parmaliana – “Noi non facciamo inchieste sulla mafia”», nel quale sono state riportate le parole dell’attuale Procuratore capo di Barcellona (insediatosi da poco più di un mese e del tutto estraneo alle inerzie giudiziarie lamentate dal professor Parmaliana), che, al riguardo del decreto di citazione a giudizio che aveva colpito il professore, si è detto convinto – spiacevolmente, a parere dell’interrogante – che “il magistrato incaricato di valutare gli elementi a carico del professore, denunciato per diffamazione, abbia operato in massima serenità, prima di chiedere il rinvio a giudizio”;

l’immensa e commossa partecipazione popolare al funerale del professor Parmaliana, celebrato il 4 ottobre 2008, costringe l’interrogante a ritenere che i cittadini onesti hanno compreso e, seppure in modo postumo, condiviso le battaglie, le denunce e le valutazioni del professor Parmaliana sul malaffare nella politica locale, sulla complice inerzia praticata dai locali uffici giudiziari e sulla rappresaglia giudiziaria da lui subita,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, per quanto di propria specifica competenza, non ritenga che debba essere disciplinarmente valutato il comportamento del dottor Canali, il quale, dopo aver avuto contezza in ragione del suo ruolo di magistrato di turno alla Procura di Barcellona del manoscritto lasciato dal professor Parmaliana (che da quasi un decennio lamentava le gravissime inerzie della Procura di Barcellona e, tra gli altri, personalmente del dottor Canali), ha provveduto a far pubblicare sul sito internet www.imgpress.it, ovvero lo stesso sul quale comparve lo scritto per il quale il professor Parmaliana era stato rinviato a giudizio, una sua nota nella quale quel magistrato ricostruisce a modo proprio il tenore dei suoi rapporti con il professor Parmaliana, come nell’intento di precostituire una personale difesa;

se non ritenga necessaria, improcrastinabile e doverosa l’adozione di attività ispettiva di propria competenza presso la Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, al fine di poter assumere le eventuali necessarie determinazioni in materia disciplinare su tutti i fatti descritti in premessa.

Atto Camera Interpellanza urgente 2-00070 presentata da ANTONIO DI PIETRO giovedì 26 giugno 2008 nella seduta n.024;

Atto Senato Interrogazione a risposta scritta n. 4-00105 Presentata da GIUSEPPE LUMIA Pubblicato il 4 giugno 2008, Seduta n. 13

Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. – Premesso che, per quanto consta all’interrogante:

il giorno 21 maggio 2008 il quotidiano messinese “Gazzetta del Sud” ha dato notizia che il giorno prima la competente commissione del Consiglio superiore della Magistratura, con voto unanime, aveva proposto il dr. Antonio Franco Cassata per ricoprire l’incarico, che sarà lasciato scoperto a breve per il pensionamento del dottor Ennio D’Amico, di Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina; su tale nomina il Ministro della giustizia è ora chiamato ad esprimere il proprio concerto; il dottor Antonio Franco Cassata è ininterrottamente in servizio alla Procura generale di Messina, con funzioni di sostituto, dal 1989, ma non è solo la permanenza pressoché vitalizia, con l’assunzione della guida dell’ufficio, di quel magistrato alla Procura generale di Messina, di guisa che ne apparirebbe quasi “proprietario”, a suscitare insopprimibili perplessità sulla proposta avanzata;

del dottor Antonio Franco Cassata il Consiglio superiore della magistratura ebbe ad occuparsi in un procedimento avviato a carico di quel magistrato ai sensi dell’articolo 2 del regio decreto-legge 31 maggio 1946, n. 511, definito dal plenum del Consiglio, con voto a maggioranza, con l’archiviazione su conforme proposta della Prima commissione; nell’ambito di tale procedimento, tuttavia, erano emerse sul conto del dottor Antonio Franco Cassata circostanze che, pur ritenute allora inidonee al trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, non possono che destare apprensione;

il boss incontrastato della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti, al momento in cui si rese responsabile, quale mandante (come riconosciuto con sentenza passata in giudicato), dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) l’8 gennaio 1993, era socio e frequentatore del circolo culturale “Corda fratres”, del quale il dottor Cassata, già presidente, era per sua stessa ammissione il principale animatore;

dello stesso circolo “Corda fratres”, insieme a numerosi esponenti della massoneria barcellonese, era socio il noto Rosario Cattafi, già indagato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta nell’indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio e, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli dal Tribunale di Messina, con provvedimento definitivo, per i suoi accertati legami con boss del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotti ed altri ancora;

durante la latitanza di Giuseppe Gullotti, sottrattosi ad una misura cautelare emessa nel procedimento relativo all’omicidio Alfano, il dottor Cassata nel settembre 1994 era stato avvistato da due carabinieri mentre conversava in strada con Venera Rugolo, figlia del vecchio boss barcellonese Francesco Rugolo e soprattutto moglie di Giuseppe Gullotti. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, aveva esercitato pressioni nei confronti di uno dei due carabinieri che avevano redatto al riguardo apposita relazione di servizio, perché la relazione di servizio venisse soppressa, lamentandosi del comportamento dei militari. Innanzi al Consiglio superiore della magistratura il dottor Cassata ammise l’incontro con la moglie di Gullotti, adducendone l’occasionalità e giustificando di essersi fermato con la donna per fare una carezza al neonato, figlio del boss Gullotti e della signora, che si trovava nella carrozzina. Sennonché, dall’audizione dei due militari che avevano redatto la relazione di servizio, sentiti sia dal Consiglio superiore della magistratura sia dall’autorità giudiziaria, era emerso che il dottor Cassata e la moglie di Gullotti colloquiavano da soli e che non era presente alcuna carrozzina né, tanto meno, alcun infante;

nel 1974 il dottor Cassata era stato protagonista di un viaggio in auto a Milano in compagnia del boss Giuseppe Chiofalo. Tale circostanza, allora segnalata al Consiglio superiore della magistratura da un esposto del senatore barcellonese Carmelo Santalco, è stata confermata dallo stesso Chiofalo nel corso della deposizione da lui resa il 20 febbraio 2004 innanzi al Tribunale di Catania, prima sezione penale, nel processo a carico, fra gli altri, di alcuni magistrati messinesi (i dottori Giovanni Lembo e Marcello Mondello) e del boss messinese Luigi Sparacio;

il dottor Antonio Franco Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla Regione Siciliana e da enti locali, quali il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la Provincia regionale di Messina, che operano nel territorio del proprio ufficio giudiziario;

il dottor Cassata nel 1998 aveva esercitato pressioni nei confronti di un magistrato allora in servizio al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, il dottor Daniele Cappuccio, affinché questi rinviasse la trattazione dell’udienza preliminare di un processo a carico, fra gli altri, del consigliere comunale Giuseppe Cannata, al fine di consentire l’elezione dello stesso Cannata a vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto prima dell’eventuale rinvio a giudizio dello stesso per gravi reati;

il dottor Cassata nel 1997 intervenne anche, come risultò dall’intercettazione di una conversazione che coinvolgeva personalmente il magistrato, in una vicenda giudiziaria che riguardava un carabiniere che al tempo gli faceva da autista. Il dottor Cassata cercò di frenare le iniziative dell’ufficiale dei carabinieri che conduceva le indagini ed interloquì anche con un complice del proprio autista, al quale prospettò la necessità di intimidire la denunciante, proposito poi effettivamente praticato dal suo interlocutore, che venne processato, e patteggiò la pena, per il reato di minaccia nei confronti della denunciante di quella vicenda;

il 21 maggio 2002 il dottor Cassata produsse al Consiglio superiore della magistratura un articolo della “Gazzetta del Sud” di quel giorno dal titolo: “Gullotti voleva la morte del Procuratore Generale Cassata”, riportante le dichiarazioni spontanee rese il giorno prima al Tribunale di Catania da Luigi Sparacio, che aveva affermato che il dottor Cassata era inavvicinabile e per questo Gullotti nel 1990 lo voleva uccidere. Sennonché, nel prosieguo dello stesso processo, Luigi Sparacio, sottoponendosi ad esame, riferì che tutte le dichiarazioni spontanee precedentemente rese erano false e dolosamente mirate a destituire di fondamento l’impostazione accusatoria di quel processo, a carico, fra gli altri, del magistrato Giovanni Lembo, amico del dottor Cassata e dallo stesso dottor Cassata assistito in sede disciplinare innanzi al Consiglio superiore della magistratura (queste le testuali parole di Sparacio, nel corso dell’esame reso all’udienza del 5 novembre 2004: “se ho fatto quelle dichiarazioni è per mandare dei messaggi”);

come detto, il Consiglio superiore della magistratura nel 2003 archiviò il procedimento ex articolo 2 del regio decreto-legge 3.1 maggio 1946, n. 511, a carico del dottor Cassata, rinvenendo in quelle condotte soltanto «un atteggiamento ‘interventista’ del dott. Cassata in situazioni nelle quali le regole deontologiche avrebbero dovuto consigliargli di astenersi mantenendo un contegno consono alla funzione professionale svolta che impone riserbo e rispetto delle altrui sfere di competenza e libera determinazione». Occorre rilevare, peraltro, che il Consiglio superiore della magistratura non ebbe contezza dei riscontri, sopra succintamente indicati, emersi solo successivamente alle proprie determinazioni (viaggio a Milano in compagnia del mafioso Pino Chiofalo; false dichiarazioni di Luigi Sparacio circa un inesistente proposito del boss Gullotti di attentare alla vita del dottor Cassata);

è da ritenere che anche in occasione della recente deliberazione della commissione del Consiglio superiore della magistratura, che ha proposto il dottor Cassata come Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina, tale organo non abbia avuto contezza di nuove emergenze riguardanti il dottor Cassata stesso;

in particolare, l’interrogante deve ritenere che il Consiglio superiore della magistratura non ha avuto alcuna contezza di un’allarmante vicenda riportata, ormai molti mesi orsono, sul numero 6/2007 del periodico “Micromega”. Su tale rivista, nel corpo di un articolo intitolato “Dialogo tra una cittadina informata e un ministro al di sopra di ogni sospetto”, imperniato su un “dialogo” tra Sonia Alfano (figlia del giornalista ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993) e il Ministro della giustizia pro tempore Clemente Mastella, si leggeva: «Vorrei ad esempio segnalare il caso di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Qualche anno fa un giovane sostituto procuratore, De Feis, in servizio proprio a Barcellona ha condotto insieme ai carabinieri un’indagine grazie alla quale sono state scoperte le intime frequentazioni tra il pubblico ministero di Barcellona, Olindo Canali, e il dottor Salvatore Rugolo, cognato del capomafia - attualmente in carcere - Giuseppe Gullotti. Nel corso dell’indagine, mentre emergeva sempre più nitido un quadro di allarmante contiguità tra apparati investigativi e personaggi legati alla criminalità, il pubblico ministero e i carabinieri ricevettero delle pressioni da parte di Franco Cassata, sostituto procuratore generale della Corte di assise e d’appello di Messina, da parte di Rocco Sisci, procuratore capo del tribunale di Barcellona, e dallo stesso Olindo Canali, affinché le indagini venissero stoppate. Dopo due anni di quell’indagine non si sa più nulla, nonostante sia ancora argomento quotidiano di discussione sia al Palazzo di giustizia, sia nella città. Una cosa è certa: il titolare dell’indagine, De Feis, non è più a Barcellona, così come è stato trasferito il capitano dei carabinieri Cristaldi, mentre sono ancora al loro posto sia il sostituto procuratore generale Franco Cassata sia Rocco Sisci e Olindo Canali». Quanto sopra riportato dalla rivista “Micromega” non è mai stato, fino ad oggi, smentito da alcuno degli interessati;

è da ritenere, sempre a giudizio dell’interrogante, che il Consiglio superiore della magistratura non ha avuto contezza dell’informativa o delle informative che su tali indagini sono state redatte dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, né ha provveduto all’audizione del dottor Andrea De Feis, già pubblico ministero a Barcellona Pozzo di Gotto, e del capitano Domenico Cristaldi, già comandante della Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, circa i contenuti e gli sviluppi di quell’indagine, che prendeva spunto dall’ispezione prefettizia che aveva portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Terme Vigliatore (Messina),

si chiede di sapere:

se, prima di esprimere il proprio concerto alla proposta di nomina del dottor Antonio Franco Cassata come Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina non intenda verificare, entro il proprio specifico ambito di competenza, se il Consiglio superiore della magistratura, nell’effettuare tale proposta, abbia avuto contezza delle eventuali risultanze a carico del dottor Cassata emerse nell’indagine condotta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto allora comandata dal dottor Domenico Cristaldi su delega dell’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto dottor Andrea De Feis;

se, una volta verificata la veridicità di quanto riportato in premessa, non ritenga doverosa l’adozione di attività ispettiva di propria competenza presso gli uffici giudiziari suddetti, al fine di poter assumere le eventuali necessarie determinazioni in materia disciplinare. 

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-05864 presentata da ANGELA NAPOLI giovedì 27 marzo 2003 nella seduta n.288

ANGELA NAPOLI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:

fin dal 27 marzo 2000, con atto ispettivo n. 4-29179 l'interrogante ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti;

infatti, il tribunale di Messina è sede di inchiesta su alcuni magistrati catanesi; il tribunale di Reggio Calabria è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e catanesi; il tribunale di Catania è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e reggini;

all'interrogante appariva, ad esempio, già allora inquietante la circostanza che uno degli inquirenti catanesi, titolare delle indagini sui colleghi messinesi e reggini, fosse egli stesso indagato a Messina;

durante i lavori svolti dalla Commissione nazionale antimafia nella XIII Legislatura era già emerso il "caso Catania", con il coinvolgimento di magistrati della procura della Repubblica di Catania per i quali era stata aperta una fase di indagine da parte della procura della Repubblica di Messina;

la fine della XIII Legislatura ha impedito alla precedente Commissione nazionale antimafia di fare piena luce sulle dichiarazioni rese alla stessa da Giambattista Scidà, ex Presidente del tribunale dei minori di Catania e dal dottor Nicolò Marino relative ad ipotetiche collusioni tra alcuni magistrati catanesi con uomini politici ed uomini della criminalità organizzata;

il Presidente Scidà aveva, infatti, denunziato che "la procura di Catania avrebbe assunto una posizione di vero dominio, incamerando notizie di reato senza approfondirle" ed in particolare ha sottolineato il fatto che il processo sull'ospedale "Garibaldi", "sarebbe stato bloccato per mesi dal dottor Carlo Busacca, Procuratore capo presso il tribunale di Catania, allo scopo di non sottoporre ad indagini Ignazio Sciortino, cognato del sostituto procuratore Carlo Caponcello";

il dottor Nicolò Marino divenne, invece, vittima del "caso Catania", in quanto, da titolare dell'inchiesta sull'ospedale "Garibaldi", ha attenzionato la relativa Commissione anomalie incaricata di valutare le offerte per la gara, che avrebbe escluso irregolarmente la ditta Costanzo per aggiudicare l'appalto alla cooperativa rossa di Giulio Romagnoli;

della Commissione faceva parte anche Sciortino e mentre gli altri componenti furono arrestati, questo fu invece lasciato libero;

peraltro nel comune di San Giovanni La Punta Giuseppe Gennaro, procuratore aggiunto di Catania ha comprato una villa che, secondo un'informativa della polizia, gli sarebbe stata ceduta da un costruttore legato al clan Laudani;

così oggi a Messina sono in corso indagini sul Capo della procura di Catania Mario Busacca, sul procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e sul PM Carlo Caponcello, e contemporaneamente a Catania si celebrano processi a carico dell'ex sostituto procuratore della DNA, Giovanni Lembo e dell'ex Capo del GIP Marcello Mondello (vedi notizie stampa giugno-luglio 2002);

della procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi è stata quindi interessata la procura della Repubblica di Messina che ha elevato imputazioni nei confronti del dottor Busacca, per le quali è stata successivamente richiesta l'archiviazione;

proseguono, invece, le indagini che riguardano il dottor Giuseppe Gennaro;

le reciprocità delle due procure di Catania e Messina sono state evidenziate anche dal fallimento "Ceruso C. e F. srl" in cui è stato coinvolto l'imprenditore Angelo Scammacca di Catania che aveva denunziato il magistrato della città Francesco D'Alessandro;

nell'esposto dello Scammacca è stato denunciato che il fallimento sarebbe stato trattato in modo illecito per favorire alcuni personaggi collusi con la mafia;

il giudice D'Alessandro, all'interno dello stesso fallimento, ha svolto le funzioni di giudice delegato, giudice istruttore e consigliere estensore della sentenza in appello;

il giudice D'Alessandro presiede il processo Lembo-Sparacio;

un procedimento nei confronti del giudice D'Alessandro, dopo essere transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria confluirà, per competenza, a Catania;

l'assemblea della camera penale di Catania ha chiesto, inoltre, un'ispezione alla procura della Repubblica in merito alla gestione del collaboratore di giustizia Angelo Mascali, il quale durante la sua collaborazione avrebbe continuato a controllare il racket delle estorsioni e dell'usura con alcuni familiari legati alla cosca Santapaola -:

se non intenda dover avviare urgentemente adeguate visite ispettive presso le procure di Catania, Messina e Reggio Calabria, così come già richiesto dall'interrogante con l'atto ispettivo n. 4-29179;

se non ritenga, altresì, di dover fornire all'interrogante ed alla Commissione nazionale antimafia le risultanze di precedenti visite ispettive effettuate presso le tre procure in questione;

se non ritenga, ancora, di voler salvaguardare l'autonomia e l'immagine della magistratura richiedendo gli opportuni interventi nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali situazioni a discapito della vera giustizia.(4-05864)


CONCORSOPOLI A MESSINA

 

 

CONCORSI TRUCCATI A MESSINA SOTT'ACCUSA ANCHE DUE MAGISTRATI

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d' appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell' Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall' ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c' erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l' appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell' inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell' immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008   pagina 20   sezione: cronaca)