I LIVORNESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?

 


MALAMMINISTRAZIONE

Per la seconda domenica consecutiva, il patron di Esselunga Bernardo Caprotti ha comprato pagine di pubblicità sui principali quotidiani per spiegare come funzionano le cose in materia di «concorrenza e libertà» nelle regioni rosse. La settimana scorsa, il caso Modena: prima le Coop pagano un terreno cinque volte il suo valore commerciale per ostacolare l’insediamento di un supermercato Esselunga, poi il comune completa l’opera decidendo di trasformare l’area da commerciale a residenziale. Così il supermercato non verrà mai costruito, né a marchio Coop ma soprattutto non a marchio Esselunga. E chi ci rimette di più? Per capirlo basta osservare lo specchietto pubblicato ieri mattina: a Modena le catene legate a Legacoop possiedono l’88,1 per cento della superficie di vendita, Caprotti appena il 3,4.

Ora si apre un capitolo inedito del fortunatissimo Falce e carrello: il caso Livorno. Che presenta varie analogie con Modena. Anche sulla costa toscana ci sono giunte rosse, le Coop monopoliste (il 72,2 per cento degli spazi commerciali della grande distribuzione è dei marchi Legacoop) e un terreno commerciale conteso. Il proprietario è il cavaliere del lavoro Marcello Fremura, 80 anni, armatore e spedizioniere marittimo. La superficie fa parte di un grande lotto in cui verranno realizzati 700 appartamenti, uffici, servizi e appunto un ipermercato (unico sito cittadino disponibile per una nuova apertura) con annesso centro commerciale e megastore non alimentare. Due anni fa Fremura trova l’accordo con il Comune per avviare i lavori. Partono i contatti per rivendere i 41mila metri quadrati dell’area commerciale. Lo scorso aprile sul tavolo di Fremura si trovano tre proposte. Le Coop propongono 30 milioni di euro, qualcosa in più la Airaudo costruzioni, mentre Caprotti ne mette sul piatto 40. Vincono le Coop.

Faccenda «inconsueta e singolare» osserva Esselunga senza eccepire la regolarità delle procedure. Perché rinunciare a un’offerta più alta di un terzo? Fremura, attraverso la nipote Antonella Boccardo (che guida la società Le Ninfee creata per gestire l’operazione), fa sapere che l’offerta di Caprotti è giunta in ritardo. Strano, replica Esselunga, visto che è stata presentata il giorno dopo un colloquio a Livorno tra i due imprenditori, e non è ipotizzabile che Fremura abbia ricevuto Caprotti avendo già chiuso l’affare. «Delle sue buone maniere non è dato dubitare», si legge in una nota di Esselunga. D’altra parte, il rogito con le Coop è stato firmato davanti al notaio Poma di Firenze il primo luglio scorso mentre la lettera di Esselunga è del 9 aprile. Il tempo per trovare l’accordo c’era tutto.

Ma Caprotti punta il dito sul clima nel quale è avvenuta la compravendita. Due anni fa Sergio Costalli, amministratore delegato di Unicoop Tirreno, aveva dichiarato: «Siamo determinati a non lasciare spazio a nessun concorrente in Toscana». Un anno dopo aveva ripetuto: «L’importante è che non si insedi la concorrenza». Lo scorso febbraio, nei giorni cruciali delle trattative con Fremura, il presidente della società Marco Lami aveva lanciato l’ennesimo avvertimento: «Livorno è nostra». Segnali, messaggi, avvertimenti. E infatti Antonella Boccardo ha spiegato così la scelta di incassare 30 milioni di euro targati Coop invece che i 40 di Caprotti: «C’è stata una riunione di famiglia ed è stata presa una decisione. Ma soprattutto abbiamo deciso che non saremmo più tornati indietro. Ed è quello che faremo: noi a Livorno ci viviamo e lavoriamo». Caprotti non ci vive e non riesce ancora a lavorarci, con buona pace di centinaia di livornesi che su Facebook hanno aderito al gruppo «Vogliamo l’Esselunga a Livorno» con tanto di indicazioni stradali per arrivare al supermercato di Pisa. E poi Caprotti non ci sta a passare per bersaglio di false accuse, come l’agnello nell’apologo di Fedro che viene citato nella pubblicità sui giornali.

In difesa di Esselunga è sceso il coordinatore del Pdl e ministro Sandro Bondi: «Qualcuno raccolga l’ennesimo appello-denuncia. In una parte d’Italia, che grossomodo coincide con le regioni rosse, l’intreccio tra potere politico ed economia raggiunge livelli impensabili. Se la magistratura se ne occupasse si rivelerebbe un sistema di illegalità impressionante».

http://www.ilgiornale.it/interni/coop_blinda_anche_toscana_esselunga_fuori/26-07-2010/articolo-id=463402-page=0-comments=1


MALAGIUSTIZIA

 

Sei condanne e 2 assoluzioni per Elbopoli. Dopo sei ore di camera di consiglio, nell’aula del tribunale di Genova entra il collegio con la sentenza di Elbopoli, una delle bufere giudiziarie che si è abbattuta sull’Elba in quella calda estate del 2003 e che ha coinvolto un giudice, alti rappresentanti delle istituzioni, imprenditori. A distanza di oltre 6 anni dalla bufera giudiziaria i giudici (presidente Dagnino, a latere Lepri e Panicucci) hanno accolto la ricostruzione dell’accusa sostenuta dal pm Paola Calleri anche se le condanne sono state inferiori rispetto alle richieste del pubblico ministero e due imputati sono stati assolti. Quando i giudici leggono la sentenza in aula c’è un solo imputato: Giuseppe Pesce, ex prefetto di Isernia e all’epoca dello scandalo commissario prefettizio di Rio Marina. L’ex capo dei gip livornesi Germano Lamberti - che era in aula prima che il collegio si ritirasse - è stato condannato a 3 anni per corruzione in atti giudiziari e assolto invece dall’accusa di peculato e dalla corruzione con gli imprenditori.

Un anno e 4 mesi a Vincenzo Gallitto, ex prefetto di Livorno, per favoreggiamento in corruzione e 8 mesi per peculato; due anni e 2 mesi per corruzione per Giuseppe Pesce che ha annunciato che andrà in appello ritenendosi estraneo alle accuse ("Voglio essere assolto e non mi basta la prescrizione", ha detto); 3 anni e 4 mesi per gli imprenditori pistoiesi Franco Giusti e Fiorello Filippi condannati per un solo episodio corruttivo che fa riferimento alla Costa dei Barbari; un anno e 8 mesi per abuso di ufficio e falso a Gabriele Mazzarri, ex responsabile dell’edilizia privata del Comune di Marciana.

Al centro delle indagini della Finanza partite da una segnalazione del Corpo Forestale due complessi edilizi: il centro servizi di Procchio nel Comune di Marciana e la ristrutturazione della Costa dei Barbari, un’ex discoteca a Cavo nel Comune di Rio Marina. Per gli inquirenti intorno a quei due complessi, sui quali lavorano Giusti e Filippi, si sarebbero scatenati interessi di vario tipo. L’allora prefetto Gallitto avrebbe fatto da intermediario tra i costruttori Giusti e Filippi, il progettista Coppetelli ed il giudice Lamberti perché quest’ultimo rigettasse la richiesta di sequestro preventivo del Centro Servizi. In cambio, per l’accusa, il giudice avrebbe avuto a prezzo di favore 2 case a Cavo e una a Procchio. Appartamenti a prezzo di favore, per l’accusa, anche per Gallitto e Pesce che da commissario aveva nominato consulente all’edilizia privata del Comune Coppetelli che era il progettista della ristrutturazione di Cavo.

A Genova c’erano alcuni familiari delle vittime del Moby Prince. "Avrei voluto guardarlo in faccia. Ho accolto questa condanna con rabbia", ha detto Loris Rispoli, presidente dell’Associazione 140, parlando di Lamberti che era presidente del Trubunale al processo che mandò tutti assolti. "La condanna in atti giudiziari del giudice Lamberti apre scenari anche sulla tragedia del Moby, scenari che la Procura di Livorno non potrà non considerare".

Un buco nero che si spalanca davanti a una delle vicende giudiziarie più controverse della storia italiana. Non si sono fatte attendere le reazioni dei familiari delle vittime della tragedia del Moby Prince, il traghetto che andò a fuoco dopo uno scontro con la petroliera dell'Agip Abruzzo, dramma nel quale la sera del 10 aprile 1991 persero la vita 140 persone di cui molti sardi, dopo la condanna dell'ex capo dei Gip del tribunale di Livorno durante il processo per la tragedia.

Il presidente della prima sezione penale del tribunale di Genova, Giuseppe d’Agnino, dopo oltre sei ore di camera di consiglio, aveva letto la sentenza di condanna per sei degli otto imputati nel procedimento riguardante vari scandali immobiliari nell’Isola d’Elba: tra questi c'è anche l’ex capo dei Gip di Livorno, Germano Lamberti, presidente del Collegio giudicante nel processo sul disastro della Moby Prince, in cui furono assolti tutti gli imputati perché «il fatto non sussiste».

La sentenza verrà però parzialmente riformata in appello: la terza sezione penale di Firenze dichiarò il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato. Secondo le accuse, Lamberti, in concorso con altri due imputati, avrebbe ottenuto appartamenti in un residence di lusso in cambio di agevolazioni per la realizzazione di un centro servizi nel comune di Marciana. Secondo il pm, inoltre, il giudice Lamberti non sequestrò volutamente un cantiere irregolare.

Tra il pubblico, al processo nei confronti di Lamberti, erano presenti alcuni familiari delle vittime della Moby Prince. «La sentenza del tribunale di Genova che ha condannato per corruzione il Presidente del Collegio giudicante del processo Moby Prince amareggia ed inquieta». Sono le prime parole di Angelo Chessa, presidente dell’associazione “10 aprile”, che raccoglie alcuni familiari delle vittime morte nel 1991 nel traghetto che entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno, nel commento dell’esito del processo genovese nel quale l’ex giudice Germano Lamberti era imputato per una vicenda diversa.

«Abbiamo - ha aggiunto Chessa - aspramente contestato il modo in cui il processo fu condotto e la sentenza successivamente emessa dal tribunale di Livorno. Ciò ci porta a tornare indietro con la mente e non siamo sereni».

Sono stati svolti due processi sulla tragedia della Moby Prince, dai quali non è emersa nessuna responsabilità precisa: la tragedia è quindi ufficialmente ascritta alla distrazione che sarebbe regnata a bordo del traghetto (si parlò a lungo anche del fatto che sia il personale di bordo sia i soccorritori sarebbero stato distolti dalle loro mansioni da un'importante partita di calcio che si stava svolgendo quella sera).

http://www.casosannino.com/magistrati-contro-la-corruzione-01/

http://lanazione.ilsole24ore.com/livorno/2009/04/22/166861-condanne_assoluzioni.shtml

http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=112546&v=2&c=1489&t=1