GLI ISERNINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


SANITOPOLI

Carmelo Abbate su "Panorama" racconta la sua inchiesta filmata sulla Sanità italiana.

Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione. È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie.

Trattato come un medico da pazienti, inservienti, infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini, mi hanno assegnato l’armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a interventi chirurgici.

Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro: a Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro, in provincia di Isernia. Nel corso dell’indagine (tutta documentata da una telecamera nascosta) ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati, zingare che passano fra i letti a chiedere l’elemosina, cinesi che entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni standard di sicurezza.

Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono ignorate le più basilari regole di comportamento e di igiene, la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e più di 5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.

Per entrare all’ospedale di Isernia, in Molise, mi infilo in un vorticoso giro di conoscenze tipico di una certa Italia dove l’amicizia e il clientelismo la fanno da padrone. Si trova sempre qualcuno che ti consiglia a un altro, che a sua volta non si prende nemmeno la briga di capire chi sei. Gli basta soltanto sapere che sta facendo un favore. Si va avanti così, in una sorta di catena di Sant’Antonio della quale non si riesce più a venire a capo.

Intanto Valerio Trimarchi venerdì 2 ottobre di buon mattino arriva in divisa d’ordinanza all’ospedale Veneziale. Dico che mi sono appena laureato e che mi accingo a scegliere la specializzazione. In medicina generale i pazienti sono tutti anziani. I medici si fermano ai piedi del letto, guardano la cartella, si confrontano, prescrivono esami. Le mani ce le mettono gli infermieri. Si passa da un pannolone all’altro fino alle flebo: senza guanti. Solo un’infermiera è ligia al dovere. Gli altri quasi la rimproverano per l’inutile perdita di tempo. Alla fine vado al bar.

Una dottoressa in camice bianco è appoggiata a un’auto parcheggiata. Aspetta qualcuno. Un medico in tuta verde attraversa la strada. Torno nel blocco operatorio. Mi conoscono tutti, mi muovo in totale libertà. Vedo medici e infermieri senza copriscarpe, mascherine. Senza guanti. Un paio di chirurghi fumano. A pochi metri dalle sale dove si operano i malati, i posacenere sono pieni di mozziconi.

Intorno alle 2 del pomeriggio mi accingo a lasciare l’ospedale. Sbaglio l’uscita. Percorro un corridoio pieno di scatoloni, qualcosa a metà tra un magazzino e un ripostiglio. I muri sono scrostati, alcune piastrelle divelte. Cammino per una decina di metri quando sulla destra mi trovo una porta spalancata: dentro ci sono tre malati che dormono sui lettini. Fanno la dialisi. Le condizioni igieniche sono scadenti. A metà corridoio, senza alcuna porta divisoria, c’è un bagno con due sanitari dove si scaricano pale e pappagalli.

Nel pomeriggio accompagno un medico all’ospedale di Campobasso, nel reparto di anatomia patologica, dove da Isernia mandano ad analizzare i tessuti asportati. Davanti a un cartello con scritto «Vietato fumare» una dottoressa ci intrattiene con una sigaretta fra le mani. La stessa mattina le sono arrivati dei «pezzi» che ancora non riesce a capire perché siano stati asportati. Ci invita a prendere l’abitudine di segnalare la sospetta diagnosi. E accende una seconda sigaretta.

Il giorno dopo, su segnalazione di un medico di Isernia, vado a trovare un collega a Venafro, distante una trentina di chilometri. Ha l’aspetto provato, è stanco. Ha voglia di parlare e di sfogarsi. Fare l’ortopedico lì è come essere in trincea, ti arriva di tutto e lavori in condizioni estreme. Con gente che fuma in sala operatoria. Ogni volta che impianta una protesi, dopo che ha cucito prega Dio perché non subentrino complicazioni e infezioni.

Quello che intende lo vedo con i miei occhi lunedì 5 ottobre. Faccio un rapido giro per il reparto. Le camere sembrano supermercati. I comodini faticano a contenere bottiglie, biscotti, patatine e pasticcini. I medici mi danno subito del collega. Dico che sono troppo buoni e che non merito ancora quel titolo perché devo fare la specializzazione. Non importa, sono molto gentili. Mi invitano nella loro stanza, mi affidano un armadietto e una tuta per la sala operatoria. C’è da correre a fare gli interventi. Ci cambiamo.

Nel blocco operatorio ci sono i canonici indumenti monouso. Poi, stranamente, gli spogliatoi sono più avanti nel percorso che porta alle sale operatorie. Le regole vengono molto disattese. L’infermiere che assiste il chirurgo non indossa guanti. Mentre l’operazione è in corso la porta si apre: è un medico in camice bianco e scarpe normali. Rimane sulla soglia a chiacchierare con i colleghi.

Torno in reparto. Sul tavolo della saletta infermieri c’è dell’uva. Il medico mangia e con la stessa mano tocca la medicazione di una donna. Una signora cammina con un mucchio di lenzuola tra le braccia. Ha disfatto lei stessa il letto della figlia. Intanto il medico controlla la mano fasciata di un uomo. Tre dita sono nere, in necrosi. Dai polpastrelli escono fili di ferro. Lui ci infila le mani, che non ha mai lavato dopo avere mangiato l’uva.

Rimango solo, mi trovo davanti una signora: «Dottò, stamattina il primario mi ha detto che prima di uscire mi devono togliere questi punti dalla testa. Ma ora lui non c’è più. Che fa, me li toglie lei?». Esito. Poi chiedo a un’infermiera di indicarmi la medicheria perché, specifico bene, devo togliere i punti a quella donna. Entriamo. Faccio accomodare la signora, prendo un paio di strumenti, ci gioco, la guardo e le dico che forse è meglio aspettare il primario. Con la salute della gente è meglio non scherzare.

http://blog.panorama.it/italia/2009/11/06/vergogna-in-corsia-linchiesta-e-il-video-shock-sulla-malasanita/


PARENTOPOLI

LA DINASTIA IORIO OCCUPO’ ISERNIA.

Sotto accusa il presidente del Molise: "Parentopoli nella sanità", mentre il deficit sanitario regionale ha raggiunto in otto anni 600 milioni di euro.

All'ospedale "il Veneziale" di Isernia non c'è vento di crisi. Mentre sulla gran parte dei nosocomi della regione si abbattono tagli e ridimensionamenti (con tanto di rivolte cittadine), per porre un argine al deficit sanitario arrivato a 600 milioni di euro in otto anni, al Veneziale no. Qui accade tutt'altro. Infatti, in questo ospedale la Regione Molise ha deciso di investire altro denaro, attivando una nuova unità operativa (una "stroke unit") che costerà alle esangui casse regionali più di un milione di euro. Un finanziamento indirizzato al reparto di neurofisiopatologia, diretto dal primario Nicola Iorio, fratello del governatore. Fondi che saranno gestiti dalla direttrice del distretto sanitario regionale di Isernia, Rosa Iorio, sorella del governatore. Ma i due Iorio citati non sono gli unici parenti di Michele, presidente della Regione, che lavorano al Veneziale.

L'elenco, in verità, è lungo ed anche al centro di interrogazioni in consiglio regionale: il cognato Sergio Tartaglione (marito di Rosetta Iorio) è il primario del reparto di psichiatria e presidente dell'ordine dei medici di Isernia; il figlio del governatore, Luca Iorio, nell'ospedale lavora in qualità di medico chirurgo; il cugino del presidente, Vincenzo Bizzarro, attuale consigliere regionale di Forza Italia, è stato direttore del distretto sanitario di Isernia, ed una volta in pensione ha lasciato il posto alla cugina Rosa (nominata tra le polemiche in virtù della sua laurea in giurisprudenza).

L'elenco prosegue: la moglie del cugino del governatore, Luciana De Cola, ricopre, al Veneziale, il ruolo di vice direttrice sanitaria. Il primario del reparto di Cardiologia è Ulisse Di Giacomo, senatore di Forza Italia e coordinatore regionale del partito di Berlusconi. Anche lui al Veneziale ha un parente nel suo stesso staff medico. Lavora a Isernia, ma in un centro medico privato (Hyppocrates), convenzionato anche con la Regione, Raffaele Iorio (figlio del governatore) in qualità di direttore medico.

La parentopoli ha dato anche problemi giudiziari a Michele Iorio: a causa dell'assunzione del terzo figlio, Davide Iorio, presso una multinazionale estera che ha lavorato per la Regione Molise, il governatore è stato indagato dalla procura di Campobasso per corruzione. I magistrati ipotizzano una correlazione tra il contratto di lavoro del giovane e le consulenze affidate dall'ente alla società. Ma i parenti di Iorio lavorano anche negli uffici della Regione. Infatti un'altra cugina di Iorio, Giovanna Bizzarro, ricopre il ruolo di funzionaria, mentre il fratello della moglie del presidente, Paolo Carnevale, risulta direttore della società pubblica Arpa (Azienda regionale per la protezione ambientale) di Isernia.

Dai parenti poi si passa ai colleghi di area politica. Gianfranca Testa, candidata alle elezioni comunali di Isernia con la lista civica (voluta da Michele Iorio) "Progetto Molise", è stata da poche settimane nominata direttrice del distretto sanitario di Venafro. Le connessioni coinvolgono anche lo staff del governatore. Il figlio del suo portavoce, Giuseppe Scarlatelli, è stato assunto negli uffici del distretto sanitario di Termoli con l'incarico di "correttore di bozze" del giornalino dell'ente.

La fitta ragnatela è contenuta in un dossier prodotto dal consigliere regionale del Pd Michele Petraroia, che racconta: "L'ultimo episodio è sintomatico. Anche la figlia di uno degli autisti del governatore è entrata a lavorare per un ente regionale. Senza concorso, per chiamata diretta...".

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/iorio-isernia/iorio-isernia/iorio-isernia.html


MAGISTROPOLI

PROCURATORE DI ISERNIA INDAGATO A BARI: AVREBBE OSTACOLATO LE INDAGINI DEI CARABINIERI

Il procuratore della Repubblica di Isernia, Antonio La Venuta, è indagato per abuso d'ufficio dalla magistratura barese. L'inchiesta riguarda presunti comportamenti messi in atto per ostacolare l'attività investigativa dell'allora comandante dei Carabinieri di Venafro, Antonio Bandelli. Il quale condusse le indagini che, nel 2004, portarono agli arresti su presunti abusi nella costruzione della variante di Venafro, appaltata dall'Anas per 80 milioni di euro.

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-06369
presentata da COSIMO GIUSEPPE SGOBIO
mercoledì 9 aprile 2008 nella seduta n.278

SGOBIO. - Al Ministro della giustizia, al Ministro della difesa. - Per sapere - premesso che:

il 6 marzo 2008 il TAR del Molise ha accolto la richiesta di sospensiva dell'ordine di trasferimento per il capitano dei Carabinieri Fabio Muscatelli operante a Termoli (Campobasso). Il trasferimento era stato disposto dai vertici dell'arma che voleva inviarlo a Livorno ma il capitano si era opposto ritenendolo un atto punitivo nei suoi confronti e la sua tesi è stata accolta dal Tar;

il capitano Muscatelli è stato l'autore dell'inchiesta istruita dalla procura di Larino (Campobasso) e denominata Black Hole e di cui ha seguito tutti i passaggi; inchiesta su reati contro il patrimonio, truffa, furto, corruzione e che ha messo in luce collusioni fra mondo della politica e dell'imprenditoria locale coinvolgendo esponenti di spicco del mondo politico molisano. Nell'ambito di quell'inchiesta nello scorso mese di gennaio sono stati emessi un centinaio di avvisi di chiusura delle indagini;

da un filone dell'inchiesta Black Hole nello scorso mese di maggio la procura di Larino (Campobasso) aveva emesso numerosi avvisi di garanzia nei confronti di alcuni appartenenti alle forze dell'ordine con accusa di truffa, associazione a delinquere e rivelazione del segreto di ufficio;

il procuratore di Larino sosteneva la tesi relativa all'esistenza di un «corpo separato» nella Procura che avvisava gli indagati delle mosse dei magistrati e degli inquirenti. In questa indagine era stato coinvolto un alto ufficiale dei Carabinieri del Molise;

nei mesi scorsi un altro ufficiale dei Carabinieri, il tenente Bandelli, è stato trasferito dalla sua sede di Venafro (Isernia) a Foggia. In questo caso si è parlato di «normale rotazione», ma il tenente Bandelli è stato anch'egli autore di una delle più importanti indagini contro i rischi di infiltrazione malavitosa nel mondo imprenditoriale del Molise;

in questo caso si tratta della cosiddetta indagine «piedi d'argilla» tuttora in corso e riguardante appalti per opere pubbliche e che ha coinvolto anche in questo caso esponenti del mondo politico locale;

molti degli inquirenti che hanno lavorato all'indagine piedi di argilla sarebbero stati, secondo indiscrezioni di stampa, a loro volta intercettati e finiti sotto inchiesta per reati minori. Tali intercettazioni sarebbero al vaglio della Procura di Isernia;

sulla possibilità che nei confronti degli inquirenti venissero operate pressioni al fine di inquinare le indagini sono state aperte alcune inchieste e si sono verificate tensioni fra i vertici delle Procure del Molise nonché al loro stesso interno;

il 29 gennaio 2008, secondo notizie di stampa non smentite, la procura di Larino emetteva mandato di perquisizione per i comandi regionali e provinciali dei Carabinieri del Molise e di Campobasso per acquisire documenti relativi alla richiesta di trasferimento del capitano Muscatelli;

iniziativa analoga era avvenuta il 30 giugno 2006 quando la Procura distrettuale antimafia di Campobasso (a firma del magistrato Nicola D'Angelo) emetteva mandato di perquisizione per i locali del comando generale dell'Arma dei carabinieri di Roma, del comando interregionale di Napoli, del comando regione Molise, di quello provinciale di Isernia e della compagnia di Venafro al fine di recuperare, con motivazioni molto dettagliate, documenti relativi a presunte pressioni o tentativi di pressione da parte di singoli sugli ufficiali dell'arma che svolgevano o avevano svolto le delicate inchieste di cui sopra;

presumibilmente a seguito dell'inchiesta avviata dal sostituto procuratore dottor Nicola D'Angelo della DDA di Campobasso su eventuali interferenze, il 31 ottobre 2006, il procuratore distrettuale di Campobasso, dottor Mario Mercone, inviava una lettera alla Procura generale di Campobasso ed al comando regionale Carabinieri e al procuratore D'Angelo, lettera con la quale si chiedeva di trasmettere a sé tutti gli atti inerenti l'ampia mole di procedimenti consequenziali scaturiti dall'inchiesta «piedi di argilla» al fine di evitare, come testualmente riportato dalla missiva, «che pubblici ufficiali si attribuiscano la potestà di scegliere il magistrato cui assegnare i procedimenti»;

il 2 novembre 2006 il sostituto procuratore dottor Nicola D'Angelo (ex titolare dell'inchiesta «piedi di argilla» nonché di quella sulle presunte pressioni sugli ufficiali dell'Arma dei Carabinieri) rispondeva che la missiva, al di là degli intenti dell'autore, potrebbe avere «un effetto lesivo della dignità personale e professionale dello scrivente» aggiungendo di «non essersi mai reso strumento, consapevole o inconsapevole di qualcuno» -:

se non si ritenga necessario ed urgente, alla luce di quanto esposto e nell'ambito delle rispettive competenze disporre un'accurata indagine presso le procure di Isernia, Campobasso e Larino per verificare se sussistano le condizioni di serenità ambientale tali da consentire il corretto funzionamento delle procure stesse;

se non si ritenga di adottare le opportune iniziative al fine di verificare, presso il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, il corretto svolgimento delle procedure relative ai provvedimenti di trasferimento emessi nei confronti degli ufficiali di cui in premessa.(4-06369)

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-12655

presentata da NICHI VENDOLA

martedì 1 febbraio 2005 nella seduta n.578

VENDOLA. - Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della difesa, al Ministro delle politiche agricole e forestali. - Per sapere - premesso che:

in data 2 dicembre 2004, la D.D.A. (Direzione Distrettuale Antimafia) di Campobasso portava a termine una operazione anticrimine denominata «Piedi d'Argilla», con l'arresto di quattro persone e l'emissione di 23 avvisi di garanzia;

tra gli indagati dell'inchiesta risulta esserci l'allora vice presidente della regione Molise, Aldo Patriciello, i fratelli Antonio e Aniello, il nipote Vincenzo mentre agli arresti domiciliari risulta esserci un altro fratello, Gaetano;

sempre nella citata data veniva posto sotto sequestro il cantiere della variante autostradale di Venafro (Isernia), opera appaltata dall'ANAS per oltre 55 milioni di euro, primo tratto del congiungimento tra l'autostrada Roma-Napoli (A1), all'altezza dell'uscita autostradale di San Vittore (Frosinone) e l'autostrada Adriatica (A 14) all'uscita di Termoli (Campobasso);

nell'operazione della D.D.A. risultano coinvolti dipendenti della ditta Adanti di Bologna, in quanto aggiudicataria della commessa, nonché di altre imprese sub-appaltatrici e fornitrici, sia del gruppo riconducibile alla famiglia Patriciello, sia quello dei Garofalo di Petilia Policastro (Crotone);

tra gli indagati della ditta Adanti risulta esserci il capo cantiere, Massimo Zullo (attualmente agli arresti domiciliari), e, successivamente, la DDA emetteva altri tre avvisi di garanzia nei confronti di un altro dirigente della ditta Adanti, di un dipendente di una delle ditte sub-appaltatrici e di un rappresentante delle Forze dell'ordine;

le motivazioni che hanno indotto l'autorità giudiziaria a sequestrare il cantiere della variante di Venafro sarebbero: 1) l'utilizzo di materiale assolutamente scadente conglobando nel cemento utilizzato, anche terra e pezzi di legno; 2) nel preconfezionare false fatture d'acquisto di un dato tipo di cemento dal momento che non era mai stato acquistato quello che avrebbero dovuto utilizzare, salvo procurarsene pochi sacchi al solo scopo di confezionare i saggi da inviare al controllo; 3) nell'utilizzo di un cemento per tipologia, qualità e quantità assolutamente diverso da quello prescritto in contratto; 4) nel ricorrere a modalità operative pregiudizievoli alla futura stabilità dell'opera, in particolare provvedendosi a simulare la presenza di un terreno di appoggio sufficientemente solido per la gettata di alcuni pali, predisponendo nottetempo apposite camicie in cemento armato tali da simulare, nella giornata successiva, il raggiungimento di un punto di appoggio solido oppure, in altri casi, nel gettare il palo senza aver trovato un terreno di appoggio adatto; 5) nell'utilizzare in talune occasioni pali normali quando occorrevano pali sonici; 6) nell'utilizzare materiali inidonei tanto che i pochi saggi regolari riportavano valori drammaticamente inferiori al dovuto, al punto che solo a mezzo di un illecito accordo con la ditta Geolab di San Vittore che doveva effettuare la valutazione dei saggi, di riuscivano ad ottenere certificazioni attestanti la bontà dell'opera; 7) nel fare in modo che i saggi fossero dirottati nei punti in cui minore era stata la frode, ma soprattutto, nel predisporre a parte il materiale da presentare come campione di saggio; 8) nel sostituire, almeno in un caso, il materiale dei saggi prelevati da personale dell'ANAS, con materiale appositamente preconfezionato in modo da dare risultati idonei al controllo;

vi sarebbe il coinvolgimento di alcuni appartenenti alle forze dell'ordine in servizio presso il tribunale di Isernia con l'ipotesi di reato di corruzione, concussione e rivelazione del segreto d'ufficio;

tra gli indagati dalla D.D.A. risulta esserci il comandante della Guardia forestale di Venafro, Antonio Varone (la cui moglie è attualmente impiegata presso la clinica Neuromed di Pozzilli di proprietà dei fratelli Patriciello), il quale in una conversazione telefonica con il capo cantiere della Adanti, Massimo Zullo, mostrava disappunto per aver dovuto sequestrare una cava dei Patriciello, promettendo di riaprirla nel giro di pochi giorni;

tra gli indagati risulta esserci il luogotenente presso la procura generale di Isernia appartenente all'Arma dei carabinieri, maresciallo Giuseppe Guerriero, con l'accusa di concussione e rivelazione di segreti d'ufficio. Il ruolo del maresciallo sarebbe stato quello di carpire informazioni sulle indagini della procura della Repubblica di Isernia o di aggiustare vicende processuali così come riportato da notizie di stampa dalle quali si evince che: «Guerriero rivela un notevole grado di confidenza con Aldo Patriciello, al punto di alzare la voce perché l'ex vice presidente non si mostra del tutto disponibile alle sue richieste»;

il maresciallo Guerriero da notizie di stampa risulta proprietario di una grande villa con piscina ubicata sulle colline di Venafro. Nei lavori di costruzione della villa il maresciallo risulta aver ricevuto in dono dalla ditta Adanti degli alberi di ulivo espiantati dai cantieri della variante di Venafro e risulta, altresì, che il maresciallo abbia utilizzato materiali e macchinari che provenivano dai cantieri stessi;

oltre al maresciallo Guerriero risultano indagati altri tre militari appartenenti all'Arma dei carabinieri e altri tre appartenenti alla Polizia stradale;

prestano servizio presso la Compagnia dei carabinieri di Venafro circa 100 militari di cui 20 risultano avere mogli o figli impiegati presso aziende del gruppo Patriciello;

da notizie di stampa si evince che l'attuale procuratore della Repubblica di Isernia, dottor Antonio La Venuta, nel corso di una conversazione telefonica invitava Aldo Patriciello nella sua villa di San Gregorio Matese (Caserta) e nel corso della medesima conversazione il Procuratore La Venuta mostrava familiarità nei confronti di Aldo Patriciello dandogli del tu. Il colloquio avveniva mentre Aldo Patriciello era oggetto di indagine;

il dottor Antonio La Venuta nel 1996 è stato candidato alle elezioni politiche per la Camera dei deputati nelle liste di Forza Italia, risultando non eletto;

l'accusa più grave rivolta ad Aldo Patriciello e ai suoi fratelli, sarebbe quella di aver avuto rapporti con la cosca 'ndranghetistica Garofalo di Petilia Policastro, coinvolta in occasione della campagna elettorale di Aldo Patriciello per il rinnovo del Parlamento europeo avvenuto nel 2004;

tra gli impiegati del gruppo Patriciello, risulterebbe tale Antonio Curcio, appartenente alla cosca dei Garofalo il quale è gravato da numerosi precedenti penali, con l'incarico di ragioniere;

da notizie di stampa parrebbe che: «il clan 'ndranghetistico dei Garofalo si è impegnato direttamente e fattivamente nella campagna elettorale in favore di Aldo Patriciello» -:

quali valutazioni dia il Governo dei fatti suesposti;

se il Governo non ritenga opportuno intervenire presso l'ANAS affinché sia avviato un monitoraggio del cantiere della variante di Venafro, al fine di individuare e, successivamente rimuovere le irregolarità citate in premessa;

se corrisponde al vero che il comandante della Guardia forestale di Venafro, Antonio Varone, sia attualmente in servizio e, in caso affermativo, se non si ritenga opportuno sollevarlo dall'incarico o sospenderlo in via precauzionale, al fine di consentire all'autorità giudiziaria di definire in maniera certa le presunte responsabilità penali;

se corrisponda al vero che il maresciallo Giuseppe Guerriero sia attualmente in servizio presso la Procura Generale di Isernia e, in caso affermativo, se non si ritenga opportuno sollevarlo dall'incarico che ricopre;

se il Ministro interrogato non ritenga sussistenti gli elementi per promuovere azione disciplinare contro il procuratore di Isernia, dottor Antonio La Venuta, dall'ufficio dal medesimo ricoperto a fronte della gravità dei fatti di cui si sarebbe reso protagonista;

se il Ministro della giustizia non intenda avviare una ispezione ministeriale presso la procura della Repubblica di Isernia;

quali iniziative il Governo intenda adottare per riportare il territorio di Isernia in un'orbita di legalità.(4-12655)

http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/italia/news/2008-05-13_113235187.html

http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/btestiatti/4-12655.htm