
I GENOVESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
C'è uno strano “fenomeno carsico”, per i corsi d'acqua che attraversano Genova, il capoluogo stretto stretto fra le colline e il mare. Piccoli corsi d'acqua naturali, che si chiamano Fereggiano, Cicala, Puggia, Vernazza, Noce. Ciascuno di questi (sono decine: basta un'occhiata su Google Map per rendersene conto) è, a sua volta, affluente di due dei torrenti “maggiori” che tagliano la città in senso longitudinale: Bisagno e Sturla. Appaiono e scompaiono, inghiottiti dalle convogliature realizzate negli scorsi decenni quando l'immagine di Genova mutò con l'aumento dei suoi abitanti.
Conosciamo, dunque, il pericolo latente che da decenni accompagna la vita quotidiana dei cittadini di questo lembo nord orientale di Genova. A un passo dal centro, ma dove il modo di vivere non è affatto “cittadino” nel senso più stretto del termine. Da poco più di 80 anni, infatti, l'area metropolitana di Genova è come la vediamo oggi. Marassi e Quezzi ne fanno parte dalla fine del XIX secolo, altri quartieri ne sono stati inglobati alla fine degli anni 20. E' chiaro che il tessuto urbano è, per questo, formato da diversi “borghi” ciascuno dei quali fa, sì, riferimento amministrativo al Municipio centrale. Tuttavia mantiene una certa “identità locale”. Quella identità peraltro stravolta da esigenze di edificazione spesso incontrollata dovute a un repentino aumento della popolazione che si è registrata nei decenni passati.
E qui ci allacciamo al discorso di partenza: chi controllò i controllori? Dov'erano i piani di bacino efficaci quando, dalla seconda metà degli anni '50 ai primi anni 70, il volto dell'immediata periferia di Genova mutò radicalmente aspetto? Evidentemente, le passate Giunte comunali non avevano tenuto conto della possibilità che le decine di corsi d'acqua minori che affettano Genova, un giorno, avrebbero potuto svegliasi, portando con loro conseguenze tragiche.
Oggi possiamo dire, ancora una volta, che le tragedie hanno sempre un nome e un cognome. E – fa molto male dirlo – è una identità tutta italiana. Il Fereggiano nasce... in campagna. Nelle colline di Quezzi, alle spalle del centro di Genova, dove l'abusivismo edilizio dei decenni passati non è riuscito ad arrivare per motivi squisitamente orografici, esiste una corona verde, fatta di boschi e sentieri. Fino all'abitato di Quezzi, infatti, il torrente non ha mai prodotto alcun effetto sulla popolazione.
Il problema si fa sentire – e vedere – quando il corso d'acqua attraversa i quartieri più a valle, quelli più abitati. Fino allo “strano fenomeno” della sua sparizione. E sì, perché sotto la massicciata della stazione Brignole, il Fereggiano confluice nel Bisagno, attraverso un “imbuto” da 500 metri cubi (un po' poco, come si è visto) che già fu responsabile, nell'ottobre 1970, della piena del Bisagno che fu una delle cause che provocarono 25 vittime.
Il 4 novembre 2011, il copione si è ripetuto, a 41 anni di distanza. L'”imbuto” ha respinto le acque, ha alzato il livello del torrente oltre gli argini e ha provocato un ostacolo contro il quale si è scontrato il rio Fereggiano. Per intenderci: ha creato un tappo, ha gonfiato il Fereggiano e ha provocato la tragedia.
Alfonso Bellini, il geologo incaricato di ricercare le cause da parte della Procura di Genova, ha evidenziato questa tesi. Ora è giusto che tutta Italia lo sappia: a un passo dal centro di Genova, decine di migliaia di cittadini vivono quotidianamente con una spada di Damocle sulla testa.
Non sta a noi trovarne le cause. A questo deve pensare la Magistratura. Possiamo, però, ricostruire una storia lunga 40 anni, e che origina da molto più lontano. La messa in sicurezza del Bisagno venne data per “prioritaria” in ambito nazionale già nel 1970 per la sicurezza dei cittadini. La presidenza del Consiglio di allora (primo ministro Emilio Colombo) incaricò Eugenio Gatto, ministro senza portafoglio per le Regioni, di indicare una mappatura delle cinque maggiori emergenze nazionali. Al primo posto vene indicata la messa in sicurezza dell'Arno (che aveva esondato solo quattro anni prima). Al secondo, proprio il Bisagno, la cui portata interrata, realizzata negli anni 30 sotto viale Brigate Partigiane (che taglia in due il quartiere della Foce e da Brignole porta al mare) venne giudicata insufficiente. Di più: sopra l'interratura, venne costruito un intero quartiere, che diminuì il già stretto passaggio sotterraneo del Bisagno di circa 30 metri.
Tutti gli anni 70, tutti gli anni 80 trascorrono fra progetti “di massima” e dibattiti. Diciotto anni durante i quali le idee non mancano: deviare il corso del torrente “a monte”, oppure creare nuove vie di fuga laterali per l'acqua; ma anche abbassare l'alveo del torrente, o ampliare la copertura per portarla ad almeno 800 metri cubi. Nel frattempo (siamo all'alba degli anni 90) si decide la realizzazione di un canale scolmatore per il rio Fereggiano. Nei primi anni 90, però, ecco una nuova doccia fredda: la Tangentopoli genovese porta allo scioglimento della Giunta comunale; presso un'ansa del Fereggiano, resta per anni immobile ciò che rimane del primo tratto di un cantiere lungo 900 metri. Le bocce restano ferme sino alla fine degli anni 90, con la decisione di procedere a un allargamento e di scavare l'alveo. Un'opera da completare in tre lotti. Completata la prima parte, con la seconda sono sorti alcuni problemi. I lavori, a rilento, subiscono un pauroso innalzamento dei costi: da 50 a 70 milioni di euro. E arriviamo ai giorni nostri. Il progetto esecutivo del terzo lotto (che arriva fino alla “famosa” confluenza del Fereggiano nel Bisagno) è approvato a giugno 2008 dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Il problema è economico, ora: il costo, infatti, è di 250 milioni di euro, che oggi sono già diventati 270. Il Ministero dell'Economia dice che non può garantire la totale copertura della somma indicata. Una parte delle opere, l'abbattimento di due antiche palazzine costruite – roba di più di 150 anni fa – sull'argine del Fereggiano, e una prima copertura, viene completata. Ma, per il momento, la storia si ferma qui.
Innocenti, la strage degli innocenti. Questo è l’urlo che esce dalla pancia ferita, allagata, distrutta, sommersa della città di Genova nella livida mattina dopo, quando ancora si alza lo sguardo verso un cielo nero grigio e verso le distruzioni che sono a terra, tra i due fiumi assassini, il Bisagno e il Fereggiano. Sono morte innocenti Djala Shiprese, albanese, 35 anni e le sue bimbe Gioia di 8 anni e Janissa di 11 mesi, Serena Costa, di 19 anni che ha salvato il fratellino ed è stata inghiottita dalle onde di fango, Angela Chiaramonte di 41 anni e Evelina Pietranera di 51 anni, che aveva appena dato il cambio al marito nell’edicola della maledetta via Fereggiano. Morti o meglio morte innocenti, donne, ragazze, bimbe, infanti, femmine in una città al femminile che andavano a scuola o tornavano in una mattinata impossibile o come l’edicolante lavoravano in una strada che stava per diventare un fiume spaventoso, un Rio delle Amazzoni scatenato, ma non nella foresta pluviale, in mezzo a un quartiere ultracementificato con le auto posteggiate pronte ad essere trascinate dalla corrente e a diventare proiettili assassini. Non dovevano essere lì, non dovevano uscire di casa, non dovevano stare nell’epicentro di una tragedia climatica epocale, a decine di metri dal corso di un rio-fiume-torrente che stava per centuplicare la sua portata di secchezza storica, di siccità perfino irridente. Chi lo controllava quel fereggiano, fino dove sono saliti a controllarlo, fino a dove hanno misurato la pienezza del suo corso gonfiato di quattro metri in un quarto d’ora, con quali trombe hanno urlato a valle che stava per esplodere? Era un fiume studiato, radiografato, perfino finito in una clamorosa inchiesta giudiziaria di Tangentopoli nella quale alcuni politici si erano spartiti una maxitorta per costruire il suo scolmatore, che avrebbe deviato la corsa assassina, la piena improvvisa, l’imprevedibilità monsonica, invocata con voce di pianto dalla signora sindaco Marta Vincenzi. (...) Un'accusa che comunque Marta Vincenzi offre alla procura che sta indagando e che probabilmente, oltre agli architetti «fascisti» che coprirono il Bisagno, sarà costretta a pensare anche a qualche altro corresponsabile. «Sarà la magistratura a dire se hanno colpa coloro che non hanno deciso di fare certi interventi piuttosto che altri - spiega alla radio, sempre rivolgendosi a terzi -. Io mi assumo tutte le responsabilità (non le colpe) e non accuso nessuno, ma ricorderemo ai cittadini che c'è un organismo che decide sulle misure da prendere ed è composto dalla prefettura, dalla protezione civile e da tutti i soggetti che hanno un ruolo». Quindi, le misure da adottare sono compito di un comitato composto da persone di cui è facile individuare i nomi e che alla voce «soggetti che hanno un ruolo» non esclude altri enti locali, in primis proprio la Regione Liguria del compagno/nemico Claudio Burlando.
Insomma, chi ha deciso di non chiudere le scuole, non è la sindaco. Che tutt'alpiù si rimprovera di non aver insistito. «Col senno del poi, mi sento di dire che avrei dovuto pretendere di tenere chiuse le scuole - spiega la sindaca -. Ma anzi, non solo tutte le scuole, ma anche molte parti della città. Ma il senno del poi non aiuta». Quel senno del poi che, secondo Vincenzi, avrebbero fatto fruttare al meglio i congiurati, che altro non aspettavano che una bella alluvione per criticarla un po'. I media in prima fila, visto che alle domande di «Radio24», la sindaca ha risposto con una domanda: «Perchè non chiedete le dimissioni degli altri sindaci dei Comuni colpiti? - ha perso i freni inibitori -. È stata fatta passare dall'inizio un'informazione sbagliata dei mezzi di informazione, nella quale si diceva: il sindaco di Genova ha deciso così perchè aveva paura di decidere». Poi la stoccata agli altri congiurati, ai presunti amici. Anzi, compagni. «C'è stata una volontà forse latente da tempo da parte di molti di cogliere l'occasione per evidenziare un problema politico - completa la formulazione della tesi del complotto -. In questa città sono mesi che si parla di primarie. È stata una ghiotta occasione. Io non voglio accusare nessuno, voglio che si faccia tesoro della limitatezza delle informazioni, della tecnologia e degli strumenti che abbiamo per difenderci». Insomma, anche Protezione civile e Arpal hanno fatto una figuraccia perchè non ci hanno capito granchè. Ma soprattutto il 4 novembre sono state le Idi di marzo genovesi. Tutti pronti ad accoltellare la povera dittatora.
Tesi curiosa. Che si pensava potesse essere, per l'ennesima volta, smentita qualche ora dopo l'intervista in diretta. Alle 17, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, era stata convocata una conferenza stampa della giunta. Ma Marta Vincenzi non c'era. Cioè, c'era, ma era nell'ufficio accanto, separata da un muro e dalla porta a vetri del suo studio. Inutile attendere un faccia a faccia con lei. Silenzi, ipotesi di chiarimenti, rinvii. Tutto vano. La signora sindaco non ha ritenuto di chiarire ulteriormente i suoi sospetti in merito al complotto. Al termine dell'attesa, ha preferito affidare alla sua portavoce l'ingrato compito di non smentire nè confermare. «La sindaco, a precise domande, ha risposto chiedendosi a voce alta perchè tutta questa attenzione sia stata concentrata solo verso di lei - spiega la portavoce -. E se non ci siano altri motivi di tipo politico, visto che siamo a pochi mesi dalle elezioni». Domande? Accuse. Precise. Ai congiurati del Pd e a quanti mettono a loro disposizione gli organi di informazione. «Ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità, remote e recenti. Ognuno si renda conto di quanto sia opportuno e importante compiere bene il proprio dovere. Prendiamo insegnamento da questa morte. Queste morti, che non potranno mai essere cancellate o dimenticate, diventino per noi motivo di riflessione». Le parole di padre Francesco Lia rimbombano nella chiesa di Santa Margherita, a Marassi, affollata da centinaia di genovesi che si sono fermati per salutare Angela Chiaromonte, una delle sei vittime di via Fereggiano. Le parole del sacerdote rimbombano anche su Paolo Pissarello, il vice sindaco presente, pur se un po' defilato, ai funerali in rappresentanza di un'amministrazione comunale sotto accusa.
«Ognuno di noi», dice Padre Francesco. A sottolineare che le colpe ci sono, e probabilmente sono molteplici. Colpe che stridono ancor più di fronte all'atto di eroismo, «di generosità, di maternità» che ha spinto Angela Chiaromonte verso la morte. «Si è spenta sapendo che il figlio Domenico era in salvo», ha sussurrato il parroco. E ancor più commoventi sono state proprio le parole di Domenico, il figlio che era andata a prendere a scuola: «Mia madre è stata un eroe perchè è morta per salvare me. Era una persona fantastica. Tutti e quattro eravamo una squadra. Lo saremo ancora». Un lungo applauso. E padre Francesco che non lascia cadere nel vuoto queste parole: «Quando ci siamo visti sabato sera mi avete detto che in quattro eravate una potenza - regala un pensiero di speranza il sacerdote -. Continuerete ad essere in quattro, ad essere una potenza perchè la mamma non vi abbandonerà mai. La mamma sarà ancora accanto a voi, vi dirà di studiare di più, di comportarvi bene, sarà lì la sera a darvi il bacio della buona notte. Mi piace vedere questa morte come un atto estremo di generosità che continuerà a crescere e a orientarci a quei valori eterni che nessuno potrà strapparci».
Valori che, se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi, aveva pensato a esaltare poco prima anche Stefano, il figlio maggiore. Diciotto anni appena. Il ragazzo, davanti alla bara della mamma, ha pensato a «ringraziare gli amici e tutti coloro che ci stanno dando una mano». Vicino al papà, Bernardo Sanfilippo, c'erano i colleghi della polizia penitenziaria di Marassi, come il cappellano del carcere che ha concelebrato le esequie. C'erano i compagni di scuola dei ragazzi, gli amici del calcio. Ma anche tanti ragazzi col fango sugli stivali e sui vestiti, tanti volontari che hanno interrotto per un momento il loro prezioso lavoro per stare accanto alle vittime di questa alluvione. La folla di persone ha riempito la chiesa, ma anche il piccolo sagrato. Una folla composta che ha voluto far sentire la propria presenza. Perchè i funerali di Angela Chiaromonti, la prima vittima per la quale sono state celebrate le esequie, hanno rappresentato tutto quello che prova adesso la città. Sofferenza, altruismo, forza d'animo, coraggio, amore e rabbia. E una domanda, lasciata cadere dal pulpito da padre Francesco: «Perchè? Il nostro quartiere fa fatica a capire».
Alluvione a Genova, scatta il rimpallo delle responsabilità per la manutenzione dei fiumi, secondo “Il Fatto Quotidiano”. Mancano 400 milioni per "imbrigliare" il Bisagno con la costruzione di un canale scolmatore. Se ne parla dagli anni '70, ma le competenze sono divise tra una miriade di enti. Grillo attacca il Capo dello Stato: "Ha detto capire le cause. La causa è una classe politica di cui Napolitano fa parte" Lo dice la parola stessa: la piena cinquantennale dovrebbe arrivare una volta ogni mezzo secolo. Invece il Bisagno ne ha regalate tre in quarant’anni. Il Bisagno per Genova è come il Vesuvio per Napoli, una bomba pronta a esplodere intorno a cui, follemente (ma con le approvazioni delle autorità) è cresciuta la città. Il fiume oggi, dopo gli ultimi interventi, può reggere 710 metri cubi d’acqua al secondo. Le piene più devastanti ne portano 1. 300. I seicento di troppo devastano la città. Uccidono.
Ecco la bomba del Bisagno e del Fereggiano che è esplosa. E adesso tutti a Genova temono di restare con il cerino in mano. La posta in gioco è alta. C’è in ballo anche la guida della città e della regione. Così in molti hanno cominciato a puntare il dito contro Marta Vincenzi. Un po’, forse, perché il sindaco è il parafulmini. Non solo: siamo alla vigilia delle elezioni, Vincenzi è sola. Di fronte ha il centrodestra, alle spalle una parte del suo centrosinistra, che sarebbe lieto di togliersela dai piedi. Poi Vincenzi ci ha messo del suo, con le dichiarazioni della prima ora: “Se qualcosa abbiamo sbagliato, è stata la scelta di fare poco terrorismo”. Ancora: “Non mi sento responsabile. I genovesi devono capire che l’allerta 2 è una cosa seria”. Le scuole aperte? “Pensate se i bambini fossero stati in giro per la città invece che in luoghi sicuri”. Nessun mea culpa. Così gli abitanti della val Bisagno l’hanno contestata. A Genova qualcosa non ha funzionato: le scuole erano aperte. All’una, quando il Bisagno e il Fereggiano hanno invaso il centro, c’erano migliaia di ragazzi per strada. A Brignole il traffico era congestionato come in un giorno qualsiasi. Se il Bisagno fosse esploso come nel 1970 oggi conteremmo decine di morti. Ma la tragedia del Bisagno, e l’alluvione di polemiche che in Italia segue sempre quella di fango, ci raccontano altro. Dalle nostre parti la matematica è un’opinione. È vero, c’è la crisi, ma per il Ponte sullo Stretto targato Berlusconi sono previsti 10 miliardi. Per l’autostrada Mestre-Civitavecchia, cara al centrosinistra, siamo oltre i 15 miliardi. Mentre a Genova mancano 400 milioni per imbrigliare il Bisagno, un torrente d’estate invisibile che in autunno si ricorda di essere un fiume.
Così si fanno i risparmi in Italia: “Le alluvioni dal 1945 al 1970 sono costate molto più di quanto sarebbe stato necessario per mettere in sicurezza il fiume”, assicura Paolo Tizzoni, dirigente Area Sviluppo Urbanistico del Comune. E non contiamo le alluvioni dei primi anni Novanta e quella di venerdì. Insomma, se si fosse intervenuti per tempo, si sarebbero risparmiati centinaia di milioni. Senza contare le vite umane: più di trenta dal 1970 a oggi. Ma i morti non entrano nei bilanci dello Stato.
LA STORIA del Bisagno dice molto dello spirito con cui si affrontano – o meglio, non si affrontano – le emergenze in Italia: soldi cacciati al vento, opere lasciate a metà, interventi tampone, competenze divise tra una miriade di enti. E morti. A Genova la parola magica è “scolmatore”, l’opera che risolverebbe la questione. In pratica è una bretella che raccoglierebbe 450 metri cubi d’acqua del fiume e li devierebbe altrove. Se ne parla dagli anni Settanta, è stata avviata, poi lasciata a metà, con un seguito di inchieste giudiziarie. Poi ripresa nel 1998, ma mancano i fondi. A chi tocca, però, curare i fiumi liguri che si trasformano in killer ogni autunno, dal Vara al Magra, passando per il Bisagno? “La legge è un labirinto”, allarga le braccia Sebastiano Sciortino, assessore all’Ambiente della Provincia di Genova. “La parte alta dei fiumi toccherebbe alla Provincia, quella bassa a Regione e Comuni. E poi ci sono anche i frontalisti”. Cioè? “Gli abitanti”. Sembra fatto apposta per perdersi. Così nello stesso ente c’è un assessore che parla di investimenti per 160 milioni e un altro che si limita a 10. Ma che cosa è stato fatto davvero? Mario Margini, assessore ai Lavori Pubblici del Comune, mostra i suoi dati: “Per l’assetto idrogeologico abbiamo lavori in corso per 132 milioni. La nostra Giunta ha ultimato cantieri per 81 milioni”. Ma il Bisagno e il Fereggiano? “Sono stati oggetto di importanti e recenti interventi”, ha assicurato Claudio Burlando, presidente della Regione. Già, interventi alla foce e a monte. Sono stati abbattuti palazzi che rischiavano di formare una diga in caso di alluvione. Lo scolmatore è stato approvato, ma resta al palo.
E LA PULIZIA del fiume? “Dire che l’alluvione è stata provocata dalla sporcizia è una fesseria”, è perentorio Margini. Aggiunge: “I rivi erano stati appena puliti”. Gli abitanti della Val Bisagno non sono tutti d’accordo: “C’erano tronchi e rifiuti di ogni genere”. Una cosa è certa: i soldi sono pochi. “Noi ce la mettiamo tutta. Per la pulizia dei fiumi abbiamo stanziato circa due milioni l’anno”, racconta Paolo Perfigli, assessore alla Pianificazione di Bacino della Provincia. Pochi soldi, tante polemiche. Spesso nessun responsabile.
Il presidente Giorgio Napolitano ieri ha sollecitato chiarezza: “Cerchiamo ancora di capire quali siano state le cause della tragedia”. Beppe Grillo, che è originario dei quartieri alluvionati, è duro: “L’Italia del fango sta mostrando il suo ghigno. Il cittadino è solo. L’Italia del cemento lo sta seppellendo vivo. Non c’è governo, non c’è opposizione, ma un comitato di affari che si spartisce il Paese. Oggi mi sento impotente, la distruzione di Genova era annunciata. Ho visto la mia città trasformata in fanghiglia”. Poi un attacco a Napolitano: “Ha detto su Genova ‘ Capire le cause! ’. La causa è una classe politica di cui Napolitano fa parte da 66 anni”. Ma non c’è solo il Bisagno. Manuela Cappello, consigliere comunale (Gruppo Misto) e il Wwf lanciano altri allarmi: “La Regione Liguria ha ridotto il limite previsto per le nuove costruzioni lungo i fiumi. Erano dieci metri, adesso sono tre. Si rischiano nuovi disastri”.
La Liguria continua a crescere intorno al suo Vesuvio. In attesa che esploda ancora. «Ma si rende conto in che città viviamo e cos’è questo palazzo? Un Soviet. Si sono portati dentro le loro truppe cammellate del Pd e dell’Idv e a noi ci hanno lasciato fuori». Alle 15.50 il cortile di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, si trasforma in un’arena politica dove esplode tutta la rabbia dei genovesi venuti qui per assistere al consiglio più atteso degli ultimi anni, con il resoconto del sindaco Marta Vincenzi sull’alluvione del 4 novembre 2011. Rappresentanti politici dell’opposizione, come ovvio, esponenti di movimenti cittadini, ma anche gente comune che dopo aver pianto le sei vittime, chiedeva soltanto di poter guardare in faccia il sindaco mentre parlava della tragedia. O esprimere il proprio dissenso, senza accontentarsi delle immagini trasmesse da due schermi allestiti all’esterno della Sala Rossa. Invece non accade nulla di tutto questo e ciò che doveva essere un confronto tra la giunta e la cittadinanza, al termine della prolusione della Vincenzi si trasforma in un’ovazione da stadio con due minuti di applausi. Tutti per Marta, s’intende. «Siamo arrivati alle 13.30 come ci era stato detto, ma nei banchi riservati al pubblico c’erano già i supporter del sindaco». Questo dice Davide Rossi a “Il Giornale”. Davide Rossi è il capogruppo della Lega in uno dei nove municipi cittadini. Lui, come altri contestatori, si era presentato in Comune per chiedere le dimissioni del sindaco e della giunta. Ma è troppo tardi, quantomeno per riuscire ad aprirsi un varco tra la claque di sinistra che staziona lì da un po’. Alcuni dei «dissidenti» superano i controlli di un Municipio «militarizzato», e occupano i pochissimi posti rimasti vuoti. Una decina. «Appena ci siamo seduti, ci hanno detto di uscire. Ci hanno insultato: “Coglioni, cretini, andatevene via, cosa ci fate qui” - sbotta Maurizio Gregorini del Movimento Civico Merito -. Cercavano la rissa e a quel punto cosa fai? Ti sbattono i giornali della sinistra in faccia, ce ne siamo andati. Abbiamo alzato dei bigliettini con la scritta “Non sei il mio sindaco”, i vigili ci hanno chiesto i documenti, neanche fossimo dei pericolosi sovversivi». Mentre dentro la Sala Rossa la Vincenzi passeggia in abito nero come a portare ancora il lutto per i morti dell’alluvione, pronta per iniziare il suo lungo, lunghissimo discorso. Quarantacinque minuti di monologo di fronte alla sua giunta e ai consiglieri comunali, senza che venga pronunciata la parola «scusa». Mai. Nemmeno quando con una meticolosità che forse avrebbe dovuto applicare la settimana prima, ripercorre minuto per minuto la cronaca di un disastro. Annunciato per tutti, ma non per lei. «Dalle previsioni meteo non si poteva prefigurare un evento così straordinario da essere definito “tempesta tropicale”» si ostina a ripetere, scaricando le responsabilità sull’Arpal e rimettendo alla magistratura il compito di appurare eventuali responsabilità. Peccato che poco dopo arrivi la smentita: «L’allerta 2, come ormai noto anche ai non tecnici, prevede esondazioni, frane ed elevato rischio per l’incolumità di persone e danni alle cose - precisa l’Arpal - e connota eventi di natura eccezionale». Ma poco conta, perché lei è sicura di aver dalla sua una platea docile e amica. «Dipendenti comunali di provata fede, mentre i cittadini della Val Bisagno sono rimasti fuori. Una vergogna», avrà il coraggio di dirle in faccia, Gianni Bernabò Brea, consigliere d’opposizione. Mentre fuori si scatena la protesta. Giura Gregorini che loro «son persone civili. Ma da oggi basta, è guerra». Un signore accanto a lui scalpita. Ha una rabbia dentro...«Questi sono bulgari, fascisti rossi. E la pietas non sanno nemmeno cosa sia».
Quindici, diciotto, venti, trent'anni, le mani e i vestiti sporchi di fango, ma i volti sorridenti, di chi sa di dare un aiuto al prossimo. Sono loro gli Angeli del Fango, la meglio gioventù, che dal giorno seguente all'alluvione che ha scosso Genova, è scesa in quelle strade, luogo dell'inferno, per farle rinascere dalle proprie ceneri. «Non si dica più che siamo una generazione che non ha voglia di fare niente, che siamo dei bamboccioni - dice Carola, 27 anni, attrice e precaria - «in questi giorni tantissimi ragazzi sono venuti a dare una mano. C'è ancora tanto da fare, ma noi ci siamo». A pochi giorni dal disastro, ancora la città ne porta i segni: supermercati distrutti, negozi e officine invase dal fango, con cataste di roba inutilizzabili, da buttare. In mezzo allo sfacelo, gli angeli si danno da fare, instancabili e operosi, con la forza e la voglia di vivere propria della gioventù. «È rinfrancante vedere tanti giovani che si prodigano per aiutare la città» dice Carlo, 21 anni, che insieme a Paolo, Giulia e Nadia ha appena finito di pulire uno scantinato in via Smirne e un negozio di via Ferregiano. «È un'esperienza molto formativa sia dal punto di vista personale, che collettivo» aggiunge Paolo, 33 anni, che abita in piazza Martinez e si è schierato tra i volontari fin dal primo giorno. Tra un lavoro e l'altro anche i ragazzi prendono un momento di pausa. Qualcuno mangia un panino in strada per ripartire subito, ma per chi vuole, il circolo Pd di Marassi offre un pasto caldo. In cucina c'è Piero, cuoco da quarant'anni, che si è offerto di preparare il pranzo ai i ragazzi: «Oggi ci sono maccheroni al forno, una frittata con ripieno e un po' di focaccia. C'è ancora così tanto da fare qui intorno e l'unica cosa che rincuora sono i ragazzi». Anche gli abitanti ringraziano gli angeli: «Grazie» recita un manifesto appeso su uno dei portoni di via Fereggiano. «Siamo contenti di rimettere a posto la nostra città» ci dice un gruppo di studenti dell'istituto Meucci, ancora chiuso per i danni provocati dall'alluvione. «Noi abbiamo iniziato oggi» raccontano Chiara Letizia e Sara, tre studentesse diciottenni dell'istituto Montale «è bello vedere che tutti danno una mano». Un po' più in là, un altro gruppo di studenti ci racconta la giornata tra il fango: «Oggi abbiamo ripulito un'officina di automobili in corso Sardegna. Sono quattro giorni che puliamo e domani verremo di nuovo. Piano piano si cerca di tornare a come era prima, alla normalità. Sembra che le cose stiano migliorando. La nostra scuola, il Liceo King, è ancora chiuso, ma dobbiamo ringraziare i nostri professori, che ci hanno coordinato in quest'attività» dice un gruppo di studenti diciottenni, prima di salutarci e di tornare al lavoro, tra uno schizzo di fango e un sorriso. «Vorrei che Genova ripartisse da qui - dice Ilenia, 23 anni - «non perché la tragedia sia dimenticata, ma perché si capisca che se ci si dà una mano, si possono fare tante cose, anche rimettere in piedi una città».
Poi una denuncia viene dal “Il Giornale”. Tatticamente magari è anche una mossa astuta. Perchè in questi giorni gli angeli del fango pensano a ripulire Genova, chi ha perso tutto non guarda certo a cosa approva il consiglio regionale, e tutta Italia punta l'indice accusatorio sul sindaco Marta Vincenzi. Dovendolo, anzi volendolo fare, dal punto di vista puramente politico è persino il momento ideale. E così Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, ha deciso di farlo subito, 11 giorni dopo la devastazione di Genova: dimezzare i fondi per il «Piano regionale per la difesa del suolo», togliendo altri 400mila euro dal capitolo «Interventi inerenti la difesa del suolo e la tutela delle risorse idriche». Che un anno prima era già passato da 2 a 1 milione di euro. E che nel luglio 2011, quattro mesi prima dell'alluvione, era stato già ridotto a 700mila euro. Soldi, per essere subito chiari, totalmente «discrezionali», cioè che la Regione poteva mantenere perchè non collegati ai risparmi imposti dal governo, che riguardano un altro capitolo.
Ciò nonostante il governatore chiederà al consiglio regionale di votare il taglio di risorse destinate alla sicurezza dei liguri minacciati dal rischio di nuove esondazioni. Lui, che da sette anni è anche il Commissario straordinario delegato alla messa in sicurezza del rio Fereggiano (quello che ha provocato la catastrofe), chiede di risparmiare laddove bisognerebbe spendere semmai di più per ridurre il rischio idrogeologico. Una scelta tutta politica, perchè contemporaneamente Burlando proporrà di spendere invece tanti soldi in più per altre iniziative. Quali? L'«affermazione dei valori della Resistenza», ad esempio, che sarà garantita grazie a iniziative della Regione, per le quali usciranno 100mila euro in più. Per non scontentare troppo l'opposizione, ci saranno anche 50mila euro per la «memoria dei giuliano-dalmati». E poi via con elargizioni ad «associazioni che svolgono attività di interesse regionale» e maggiori costi di missione, spese di viaggio e rimborsi agli assessori. Botte da decine di migliaia di euro a capitolo. Spiccioli? «Macchè - interviene duramente Raffaella Della Bianca, consigliere regionale del Pdl, che alla lettura del pacchetto di variazioni al bilancio ha avuto una reazione sdegnata - Intanto va detto che in questo momento anche un solo euro tolto a questa emergenza sarebbe una follia. Bisogna ragionare come un padre di famiglia. Prima di andare al cinema, occorre pensare a mettere insieme pranzo e cena per i figli. Ma soprattutto, con quale spirito, proprio adesso, Burlando risparmia su certe cose?». Non solo. Anche andando a vedere bene i bilanci, le variazioni avvenute nel corso dell'anno 2011 dimostrano come la Regione Liguria faccia finta di tirare la cinghia, ma poi su certe spese si lasci subito andare appena l'attenzione svanisce un po'. «Sul bilancio di previsione 2011, un anno prima Burlando disse di risparmiare 30mila euro sulle indennità di missione della giunta - snocciola le cifre Della Bianca - Già a luglio però ne aveva riaggiunti 20mila, e aumenteranno di altri 15mila. Alle associazioni che stavolta ottengono 38mila euro in più, un anno prima in fase di previsione, erano stati ridotti fondi per 20mila euro, reintegrati però a luglio di ben 50mila. In totale ne prenderanno 68mila in più». Mentre Genova andava sott'acqua la quinta commissione regionale stanziava 7.000 euro in più per «corsi di attività velica d'altura». Le coincidenze a volte sono capaci di aggravare il cattivo gusto.
MAGISTROPOLI
Filmato il vandalo. «È un giudice».
Clamoroso da “Il Corriere della Sera”
Un vicino: l'ho ripreso mentre mette fuori uso la mia serratura. Il proprietario dell'appartamento aveva piazzato due telecamere.
Il questore Filippo Piritore prova a giocare d'anticipo con il procuratore reggente di Genova, Vincenzo Scolastico: «È una faccenda delicata...» premette per introdurre l'argomento. Le cose stanno così, spiega: sulla sua scrivania è arrivata una denuncia per danneggiamento che rischia di mettere in imbarazzo il palazzo di giustizia genovese. Un tizio che vive in un bel palazzo del centro città, dice, si è presentato al commissariato e ha firmato la denuncia contro un vicino di casa allegando al verbale anche le registrazioni di una telecamera nascosta piazzata sulla porta di casa. Detto così sembra un fatto di poco conto. Routine. Ma c' è l'altra faccia della medaglia: il nome del denunciato. Si chiama Ezio Castaldi ed è un sostituto procuratore generale. Sarebbe lui l'uomo che si vede trafficare per incollare fino a rendere inservibile la serratura del vicino. La Procura ha fatto più del possibile perché la notizia rimanesse riservata anche perché della faccenda comunque si dovrà occupare per competenza uno dei pubblici ministeri torinesi di Giancarlo Caselli. Sarebbe bastato disfarsi del fascicolo e la questione, sul fronte genovese, si sarebbe chiusa lì. L'operazione è riuscita per qualche giorno ma alla fine le voci di corridoio sono state più veloci della trasmissione degli atti e così ieri Il secolo XIX ha rivelato quanto bastava per scatenare la caccia al nome. Tempo qualche ora ed eccola l'identità del presunto condomino-vandalo: una sorpresa «incredibile» per chiunque lo conosca, la fama indiscussa di «persona mite», «buona», «disponibile». Un insospettabile che più non si può. Ora, delle due l' una: o l'esasperazione per chissà quale bega di condominio gli ha fatto perdere la testa e l' equilibrio, oppure non è lui l'uomo che la telecamera nascosta riprende, checché ne dicano il denunciante e gli altri che hanno dato un'occhiata alle immagini e sono pronti a giurare che quel tizio sia davvero il sostituto procuratore generale Ezio Castaldi. Il suo margine di difesa è legato proprio ai frame del filmato, alla loro nitidezza. La scena ripresa lo mostrerebbe avvicinarsi alla porta del vicino e mettersi all' opera per danneggiare con la colla la serratura. Tutto credendosi al sicuro dopo aver coperto l'occhio della telecamera con la giacca. Ma l'astio e le liti evidentemente erano così imponenti che quel vicino aveva escogitato un piano per fregare il «nemico». Aveva lasciato in bella vista la telecamera oscurata con la giacca ma ne aveva piazzata una seconda, così minuscola da non essere notata. Una trappola. Le immagini raccontano i dettagli della colla impastata per bloccare la serratura e quelli per assicurarsi l'impunità. E soprattutto rivelano la premeditazione e il un rancore profondo coltivato verso chi vive in quell'appartamento. Il sostituto pg in questi giorni non si è fatto vedere a Palazzo, nessuna comunicazione con il procuratore Scolastico che ricorda del passaggio delle carte a Torino e dice «è una cosa delicata ed è ancora tutto in corso di accertamento. Preferisco non dire nulla». Anche il questore fa scena muta: «La sola cosa che posso dire è che devo mantenere il riserbo». In procura ieri il nome di Castaldi era un segreto di Pulcinella. La storia era sulla bocca di magistrati, avvocati, cancellieri, segretari, periti... C' è chi se l'è fatta raccontare dieci volte prima di ipotizzare che magari c' è davvero lui in quel benedetto filmato. Proprio lui, equilibrato come pochi, capace di stare dalla parte della polizia nel processo contro i vandali del G8 di Genova del 2001 e di sostenere l'accusa (in un ruolo marginale) contro i poliziotti nei fatti della Diaz. Equilibrato e mite. Fino a filmato contrario.