
I FIORENTINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
Il mito della buona amministrazione rossa in Toscana si è offuscato da tempo, da quando alla fine degli anni Novanta cominciarono a cadere i primi fortilizi (Grosseto, Arezzo, Montecatini) sotto i colpi di un elettorato insoddisfatto.
La rete clientelare stesa da sessant’anni su tutta la regione dal sistema di potere comunista e post non è insomma più sufficiente a scongiurare la fuga delle parti più dinamiche di una società in movimento e anche di quell’elettorato non strettamente ideologizzato che ha cominciato a pensare in proprio disubbidendo agli ordini del partito-padrone. Sta accadendo, dunque, quello che accade al crepuscolo di tutti i regimi, e il segnale di Prato, dove la sinistra è stata mandata a casa dopo 63 anni ininterrotti di governo, è una campana suonata per tutti. Questo dal punto di vista strettamente politico. Ma a incrinare definitivamente la leggenda della superiorità etica e amministrativa della sinistra toscana sono arrivate alcune devastanti inchieste giudiziarie che hanno colpito il Pd proprio a Firenze, cioè nell’ultima capitale italiana del vecchio mondo comunista. Un anno fa quella di Castello, che dimezzò di fatto la giunta Domenici bloccando l’unico asse possibile di espansione urbanistica della città, quello a nord-ovest, e impedendo ai Della Valle di costruire il nuovo stadio con annesso il museo del calcio, e oggi quella significativamente denominata "Mani sulla città", che vede per protagonisti l’ex capogruppo del Pd a Palazzo Vecchio (finito in carcere) e l’ex presidente della commissione urbanistica, anch’egli ovviamente del Pd.
Renzi contro Domenici. Il neosindaco Renzi ha preso immediatamente le distanze: "Questi rubavano per sé – ha detto al Corriere della Sera – facevano cose inaudite", dando così un giudizio politico e morale senza appello nei confronti di una parte degli amministratori dello stesso colore politico che lo hanno preceduto. Forse qualche sentore lo aveva avuto, il nuovo sindaco, visto che si è tenuto per sé l’assessorato all’urbanistica, ha cambiato tutti i dirigenti del settore e ha chiamato come consulente l’ex sindaco di Genova Pericu. Ora ha bloccato a tempo indefinito tutte le costruzioni, temendo che dietro a ogni licenza ci sia un possibile guaio giudiziario. L’ex sindaco Domenici, invece, ha fatto il Ponzio Pilato, negando che durante la sua amministrazione a Firenze si sia verificata quella "corrosione dell’etica pubblica" denunciata dai magistrati. "Ma quale Cupola – ha detto – chi ha sbagliato deve pagare e basta".
L’autocritica - Nel Pd fiorentino è scattata, come di prammatica in questi casi, una "severa autocritica". "Abbiamo avuto scarsa attenzione sul principio della trasparenza. Va tracciata una riga per riportare coerenza tra valori etici e comportamenti. Ma non si può non criticare gli altri livelli del partito, che finora hanno solo usato toni diplomatici, lasciandoci di fatto soli". È una sintesi del documento del gruppo consiliare del Pd, partorito ieri dopo una riunione durata tre ore. Non c’è, fra i firmatari, il consigliere eletto nella lista Renzi e poi passato al Pd indagato per un presunto falso su una dichiarazione di inizio attività in scadenza: si parla di sospensione o dimissione dal ruolo che ora ricopre, quello di vicepresidente del consiglio in Palazzo Vecchio. Il documento del gruppo consiliare cita persino Lenin: «Che fare?».
Stop ai conflitti d’interesse - Il primo dovere è, per il gruppo del Pd, "superare il distacco che, nel tempo, si è venuto a creare tra i cittadini e la politica, rimettendo, con forza, al centro della sua azione la coerenza fra i valori etici dichiarati e i comportamenti posti in essere". In sostanza, non dovranno ripetersi circostanze o situazioni in cui si possano intravedere più o meno latenti forme di conflitto d’interessi o, comunque, zone d’ombra che si caratterizzano per l’opacità dei rapporti. E poi: "L’impressione che si ritrae, forse condizionata anche dalla complessa fase di costituzione ed organizzazione del nuovo partito, è quella di un movimento che non ha corrisposto pienamente ai dichiarati valori dell’etica politica e del necessario rigore".
Anche il Comune indaga - Palazzo Vecchio ha aperto un’indagine interna per verificare tutti gli atti urbanistici coinvolti nell’inchiesta sui cantieri a Firenze e anche quelle varianti già approvate ancora in itinere, in modo che anche su di esse ci sia chiarezza fin da subito. È la decisione condivisa sia da maggioranza e opposizione emersa durante la seduta della commissione urbanistica che ha deciso di demandare alla presidente Titta Meucci (Pd) e al vice presidente Giovanni Galli (PdL) l’elaborazione di un documento sulle modalità con cui sarà eseguita l’indagine interna. Questo documento verrà portato nella prossima seduta di commissione e messo in votazione.
"Il Giornale". Parentopoli a Firenze: il sindaco Renzi brucia 12 milioni per assumere amici.
Il sindaco Pd processato alla Corte dei conti: in Provincia diede impieghi senza titoli, ora è nella bufera per uno staff stile Obama.
Renziopoli. Spese facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del soprannome del primo cittadino è dell’esponente pdl locale Giovanni Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l’assunzione di una ventina di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due milioni di euro. Situazione analoga al Comune di Firenze dove gli sprechi dell’amministrazione rossa, secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra, lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli uffici d’interesse del sindaco e della sua giunta: nell’elenco stilato dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l’ex portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi), la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex scout etc. Poi c’è il Tar che ha da poco revocato l’assunzione nel corpo dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che, coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il responsabile di una società partecipata.
Ma andiamo per gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell’impiego pubblico non avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati. Le persone assunte a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a cominciare da Renzi e dall’ex assessore Andrea Barducci, già vice di Renzi, attuale presidente dell’amministrazione provinciale fiorentina. La «parentopoli gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto all’avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato addirittura a sollecitare l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell’uso delle risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro, senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004, buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative, allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello». A difesa di Renzi parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la correttezza dell’operato di quella giunta a cui la legge, spiega, consentiva l’assunzione degli uffici a supporto dell’azione politica del presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un’applicazione corretta delle norme che regolano la materia».
Passando dalla Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s’è ritrovato a fare i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta all’interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni, ufficio stampa escluso. A detta del consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull’«intuito personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un’interpellanza al sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l’anno, cifra che viene altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi i premi di produzione e gli straordinari». Tutto ciò, conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti interni del Comune di Firenze». Settantotto persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé: «Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell’entourage del predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli - l’ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!».
MALAGIUSTIZIA
Tutta la stampa nazionale ne ha parlato. E' stato condannato a 15 anni di reclusione, tre dei quali condonati, Sebastiano Puliga, il giudice fallimentare del tribunale di Firenze. Era accusato di corruzione, peculato, abuso d'ufficio, falso, interesse privato in procedure concorsuali e concorso in bancarotta. Il giudice è stato inoltre interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e condannato al risarcimento dei danni delle parti civili. Il tribunale di Genova ha estinto il rapporto di lavoro del magistrato.
Gli altri imputati, una trentina di persone tra avvocati, ingegneri, commercialisti e architetti, sono stati condannati a pene che vanno da un minimo di 3 anni e 2 mesi a un massimo di 9 anni e 9 mesi. Secondo l'accusa Sebastiano Puliga e gli altri imputati facevano parte di un comitato d'affari che ruotava attorno al tribunale fallimentare di Firenze per pilotare l'affidamento di curatele e perizie. Puliga, all'epoca dei fatti contestati, era giudice della sezione fallimentare del tribunale di Firenze e il suo coinvolgimento nelle indagini sui fallimenti, avviate nel 2002 dalla magistratura fiorentina, aveva comportato il trasferimento dell'inchiesta a Genova
Fallimentopoli. Puliga a giudizio per corruzione. Inchiesta di - FRANCA SELVATICI su “La Repubblica” 30 maggio 2007 — pagina 1 sezione: FIRENZE
Il giudice Sebastiano Puliga, già in servizio alla sezione fallimentare del tribunale di Firenze, e i professionisti che, secondo le accuse, avevano costituito con lui una sorta di comitato d'affari che lucrava sulle procedure fallimentari, sono stati rinviati a giudizio ieri dal giudice dell' udienza preliminare di Genova Elena Daloiso. Sono accusati, a vario titolo, di concussione, corruzione, peculato, concorso in bancarotta. Si è chiusa così, con il rinvio a giudizio di 30 dei 36 indagati, l'inchiesta sul più grave scandalo scoperto a Firenze negli ultimi anni. Il processo si aprirà l'8 novembre a Genova, sede competente per giudicare i reati contestati ai magistrati in servizio in Toscana. Sebastiano Puliga, 53 anni, è un giudice brillante. Le voci sul suo conto si erano sempre dissolte, sin quando non divennero dense e pesanti nell' estate del 2002, durante la tempestosa procedura fallimentare della Fiorentina. Il 17 ottobre 2002, dopo essere stato ascoltato dalla polizia, un commercialista che era stato suo amico, Gianni Zanella, si sparò nel suo ufficio in via Lorenzo il Magnifico. Il suicidio fu il detonatore dell'inchiesta, che si sviluppò nelle ore successive con 19 perquisizioni: al giudice Puliga, alla sua compagna, la commercialista Lucia Figini, alla ex moglie di Zanella, Lucia Giannone, anche lei commercialista, e ad altri noti professionisti fiorentini che, secondo le accuse, erano gli interlocutori privilegiati del giudice, coloro a cui venivano assegnati i fallimenti più ricchi e più interessanti. Per quasi 4 anni il pm di Genova Massimo Terrile e la squadra mobile di Firenze hanno studiato le numerose procedure fallimentari o i concordati seguiti dal giudice Puliga e dai suoi professionisti di fiducia. Ne è venuto fuori un quadro impressionante di intrecci e di favori, di indebiti guadagni sui compensi ai professionisti, di incarichi sollecitati o concordati alla compagna del giudice, di prestazioni gratuite e di regali, se non di tangenti vere e proprie, come i 500 milioni di lire che l' imprenditore Piero Sestini ha confessato di aver versato per rendere sopportabili gli effetti del fallimento della sua ditta di autotrasporti. Un quadro di illeciti talmente esteso che a fine indagine è stato tradotto in 200 capi di imputazione, e che ha fatto dire al pm Terrile, nella sua dura requisitoria, che non si riusciva più a distinguere fra la funzione pubblica e la funzione amicale. In uno dei fallimenti, quello di una ditta di sanitari, un lavabo, un wc, un bidet e altre apparecchiature ed accessori furono prelevati dal magazzino e trasportati nella casa che il giudice e la sua compagna stavano ristrutturando a Rosano. Il giudice Daloiso ha rinviato a giudizio quasi tutti gli imputati, salvo cinque che sono stati ammessi al patteggiamento e un sesto che è uscito per prescrizione. Al processo si fronteggeranno buona parte degli avvocati del foro fiorentino e non solo, fra cui il professor Tullio Padovani, difensore di Puliga, e Gianluca Gambogi e Vieri Fabiani, che assistono Lucia Figini. Il tribunale fallimentare, cioè gli ex colleghi di Puliga, hanno deciso di far partecipare al processo, come parti civili assistite dagli avvocati Lapo Gramigni, Roberto Inches e Mario Taddeucci Sassolini, i curatori dei fallimenti che, secondo le accuse, erano stati pilotati e talora saccheggiati, in danno dei creditori, dal giudice Puliga e dai suoi collaboratori. In vista degli eventuali ingenti risarcimenti, il giudice Daloiso ha disposto nei mesi scorsi il sequestro preventivo dei beni di sedici imputati, per quasi tre milioni di euro.
«Galeotte» sono state le locandine. Le locandine
di uno spettacolo benefico, la rappresentazione in un teatro di periferia della
commedia «La fortuna di perdere», pièce sui pericoli delle vincite
plurimiliardarie, affisse anche al tribunale di Firenze. Già, perché proprio lì,
tra le austere aule in cui ogni giorno va in scena la giustizia, l’autore e
interprete della commedia, Bruno Maresca, 59 anni, napoletano, è una celebrità:
non tanto, o almeno non solo, come attore e drammaturgo, ma soprattutto come
magistrato di punta. «Galeotte», si diceva, quelle locandine. E la passione per
il teatro. Già, perché si dà il caso che il dottor Maresca da tre mesi, per
l’amministrazione della giustizia, sia in malattia, convalescente dopo un
delicato intervento chirurgico al cuore. E così la domanda è nata spontanea:
malato per fare il giudice ma non per fare l’attore?
Una bufera. Tanto più che Maresca, a Firenze, non è un giudice qualunque ma un
magistrato piuttosto conosciuto. A sollevare il caso, che imbarazza non poco i
vertici delle toghe, il Corriere fiorentino. Il presidente del Tribunale di
Firenze, Enrico Ognibene, ha annunciato che molto probabilmente non finirà qui:
«Se accerteremo un comportamento dissonante dalle regole – ha dichiarato – il
caso potrebbe essere segnalato a chi è titolare di decidere sull’eventuale
azione disciplinare».
Non è il solo scandalo che ha coinvolto il Palazzo di Giustizia.
La vicenda Puliga, il magistrato sotto processo - Sebastiano Puliga, della sezione civile del tribunale toscano, la stessa che seguì la vicenda del crac della Fiorentina di Cecchi Gori - fece scalpore perché coinvolse la sezione fallimentare del tribunale civile di Firenze. Nei guai finirono anche alcuni commercialisti per vicende corruttive. Poi il rinvio a giudizio e il lungo processo.
Le accuse nei confronti dei 30 imputati vanno dalla corruzione alla concussione, dal peculato al falso, all’abuso d’ufficio e concorso in bancarotta. Il magistrato Puliga, all’epoca dei fatti contestati, era giudice della sezione fallimentare del tribunale di Firenze e proprio il suo coinvolgimento nelle indagini sui fallimenti, avviate nel 2002 dalla magistratura fiorentina, aveva comportato il trasferimento dell’inchiesta a Genova.