GLI ENNESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


MAFIOPOLI

La storia della città di Enna affonda le sue radici nella leggenda, dove si narra che Proserpina, figlia di Cerere e di Giove, fu rapita da Plutone mentre raccoglieva fiori proprio presso la cittadina  siciliana. Al di là dei miti e delle leggende, questa città ha comunque un passato storico glorioso, dovuto soprattutto alla sua posizione geografica al centro della Sicilia. Non a caso era soprannominata dagli antichi “umbilicus Siciliae”.

Occupata da Dionisio il vecchio nel 396 a.C. e da Agatocle nel 307, divenne poi cartaginese. Parteggiò per i romani durante la prima guerra punica e durante la seconda pagò con lo sterminio dei suoi abitanti il tentativo di ribellarsi a Roma. Nel Medioevo fu importante fortezza. Occupata a tradimento nell’859 d.C. dagli arabi, che la chiamarono Kasr Yani (poi Castrogiovanni), fu residenza di Federico II di Svevia e più tardi quartier generale di Federico II D’Aragona. Conobbe un periodo di ricchezza e prosperità nei secoli XVI-X-VII, un crollo economico nel XVIII secolo e un ritorno alla prosperità economica agli inizi di questo secolo. Attualmente la città sta vivendo una crisi economica rilevante: basti pensare che la disoccupazione raggiunge il 31 per cento sulla popolazione residente e sfiora il tetto del 46 per cento sulla popolazione attiva (16-60 anni).

La provincia di Enna è da sempre ritenuta immune dalla presenza mafiosa. Ma, tra Stidda e Cosa Nostra, una nuova realtà si sta facendo avanti e il piccolo capoluogo siciliano comincia a confrontarsi apertamene con la grande criminalità organizzata.

E’ tutto da spiegare il caso Enna, ombelico di Sicilia secondo un’antica definizione, grosso centro agricolo e minerario almeno fino al 1993, anno in cui sono state chiuse le miniere di zolfo e sali potassici, che hanno causato la perdita secca di mille posti di lavoro. Adesso è rimasta solo la coltivazione del grano, che resiste da migliaia di anni, da quando i romani distrussero il patrimonio boschivo e forestale per dare spazio all’attività cerealicola. Enna, che oggi conta 28.000 abitanti, è ultima in tutto, dal reddito pro capite all’occupazione, ma è tra le prime città in Italia per l’apertura di sportelli bancari: solo nel capoluogo se ne contano ben sedici. Qui, contrariamente a quanto si può pensare, la mafia è presente e ben radicata su tutto il territorio. Ma per poter parlare di mafia a Enna è necessario risalire alla fine degli anni Settanta. Se fino a questa data non si registrano episodi che potrebbero far pensare a una presenza mafiosa sul territorio, la ragione sta forse nel fatto che la provincia si estende su un’area economicamente povera e non aperta a possibili sviluppi dell’economia locale su larga scala. Il fenomeno della criminalità organizzata, quindi, era ritenuto limitato a una radicata quanto endemica attività mafiosa di tipo agro-pastorale. Solo nell’agosto 1983, grazie alle indagini portate avanti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine per individuare gli autori dell’omicidio di Giovanni Mungiovino, presidente della U.S.L. di Enna, si è messo in evidenza che la tranquillità registrata fino a quella data era solo apparente. Emerse, infatti l’esistenza di alcuni personaggi di notevole spessore criminale che erano riusciti a creare un gruppo molto stabile ed efficiente. L’obiettivo principale di queste presenze era costituito dal controllo del territorio, attraverso il quale erano in grado di svolgere in maniera indisturbata qualsiasi tipo di attività illecita.

UNA CALMA SOLO APPARENTE

Verso la fine degli anni Ottanta il quadro della situazione veniva ulteriormente ampliato dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia catanese Antonino Calderone. Dalle sue affermazioni emergeva con chiarezza che Giovanni Mungiovino era considerato il capo della famiglia mafiosa di Enna e il rappresentante provinciale di Cosa Nostra per quella provincia. Attraverso quelle dichiarazioni, inoltre, fu ricostruito l’organigramma delle famiglie mafiose in tutto l’Ennese. Secondo quanto affermato da Antonino Calderone, le cosche mafiose attive a Enna fino agli inizi degli anni Novanta erano state quattordici e controllavano quasi tutti i comuni della provincia. Da quegli stessi interrogatori si evinceva poi la presenza di gruppi criminali emergenti, che agivano sullo stesso territorio, ma che non appartenevano a Cosa Nostra. Si trattava di gruppi criminali legati alla Stidda, che in questa zona – contrariamente a quanto è avvenuto nelle altre province, dove la contrapposizione tra Stidda e Cosa Nostra ha lasciato sul terreno centinaia di morti ammazzati - sono riusciti a convivere pacificamente, o meglio sono stati tollerati dall’organizzazione principale. E proprio grazie a questa situazione gli stiddari sono riusciti a consolidare nel tempo le loro posizioni e a creare una vasta rete di interessi criminali in tutta la provincia.

LA SCALATA DELLA STIDDA

Tutto ha inizio nella seconda metà degli anni Ottanta, quando gruppi di emergenti iniziano a imporsi nel panorama criminale ennese taglieggiando le imprese che già erano sotto il controllo di Cosa Nostra e facendo arrivare droga e armi senza il consenso dell’organizzazione che qui fa capo a Piddu Madonia. A Enna non si verificano episodi di violenza, anzi iniziano una serie di contatti tra Cosa Nostra e gli emergenti per risolvere in modo pacifico la frattura che si era creata. Si arriverà addirittura a proporre agli emergenti di entrare a far parte dell’organizzazione. Alcuni di loro però si rifiutano e continuano nel taglieggiamento e nello spaccio. Solo dopo l’ennesimo rifiuto scatta la rappresaglia da parte della mafia che uccide in un colpo solo tre membri della famiglia Prestianni. Successivamente mafia ed emergenti iniziano a convivere pacificamente, sempre però sotto il diretto controllo di Cosa Nostra, che ha fatto della provincia ennese una vera e propria zona franca, utilizzabile per ogni genere di cose, dai summit mafiosi, allo smistamento di armi, al traffico di cocaina al riciclaggio di denaro sporco, alla creazione di rifugi sicuri per i latitanti. A Enna e nel resto della provincia la criminalità organizzata ha potuto agire indisturbata grazie a una densa cortina di omertà che da sempre la protegge.

Non è un caso che lì nessuno parli del fenomeno mafia, né i cittadini, né gli amministratori, i quali anzi affermano che, non essendoci episodi di violenza esplicita come furti, rapine, attentati a persone e cose od omicidi, non è possibile parlare di mafia. Qualcuno si spinge oltre affermando che, fino a quando non ci saranno sentenze definitive passate in giudicato, non è lecito parlare di crimine organizzato a Enna. Eppure in questa città la mafia c’è e fa sentire la sua presenza, controllando tutto il territorio. Le sue attività principali riguardano il settore degli appalti pubblici, il settore edilizio, le estorsioni alle imprese, il riciclaggio e l’investimento di capitali di provenienza illecita. Lo spaccio e il traffico di droga sono invece lasciati agli emergenti.

VIDEOPOKER E SLOT-MACHINES

In particolare, le estorsioni alle imprese avvengono sotto varie forme. I gruppi criminali che agiscono nel territorio, impongono alle imprese, che vincono la gara d’appalto o vogliono lavorare, l’acquisto di materiale presso aziende che sono sotto il loro controllo. L’estorsione, però, si può fare anche imponendo determinati servizi o facendo assumere all’interno delle imprese uomini di fiducia dei gruppi criminali. Questo comporta sicuramente una distorsione del mercato, in quanto le aziende – in buona parte dei casi sotto il controllo di Cosa Nostra – che lavorano fornendo materiali e prestando servizi, non utilizzano i legittimi canali di competizione economica ma la violenza. Inoltre, le imprese vincitrici degli appalti provengono quasi tutte dall’entroterra agrigentino. Sono imprese che hanno proposto prezzi molto più bassi di quelli delle imprese locali, prezzi che – a detta degli imprenditori del luogo – non avrebbero consentito neanche di completare i lavori. A questo punto sorgono alcune domande: com’è possibile per le imprese esterne giocare al ribasso quando gli imprenditori locali dicono che a quei prezzi non si possono portare a termine i lavori? Come mai le amministrazioni locali non si sono mai poste il problema e addirittura hanno permesso la presenza di queste imprese, consentendo loro di lavorare legittimamente sul territorio? Nessuno si è domandato se tali imprese, consapevolmente o inconsapevolmente, siano coinvolte nel riciclaggio del denaro sporco?

Eppure la CGIL ha denunciato in modo chiaro e inequivocabile che tutto questo poteva servire alla mafia per investire capitali di provenienza illecita, in una zona che grazie alla sua tranquillità si presta benissimo a simili operazioni. Altrimenti non si spiegherebbe perché, in una provincia economicamente povera, c’è un tale numero di sportelli bancari. Questo ci porta a ipotizzare che Cosa Nostra, nel corso degli anni, abbia spostato l’attenzione verso zone dove i livelli di guardia, di attenzione e di vigilanza sono molto più bassi.

Naturalmente non è solo tramite le imprese esterne che la mafia ricicla soldi nell’Ennese; un secondo canale di riciclaggio è costituito dalle slot-machines o videopoker. Non c’è bar o locale pubblico che non le abbia. Tutti accettano, non per paura di ritorsione o minacce, ma perché l’affare conviene. Rischio zero, guadagni enormi, perché la platea di potenziali clienti è vastissima. Così accade che quando qualcuno si presenta al gestore di un locale per proporre la macchinetta, questo accetta subito, perché i proventi vengono divisi a metà tra il gestore stesso e il proprietario delle slot-machines. Quindi un vero e proprio affare che vede la mafia ennese, ma non solo, in prima linea nella gestione delle macchinette mangia soldi, i cui guadagni servono a ripulire il denaro, ma anche a mantenere le famiglie dei detenuti.

DROGA IN TRANSITO

Come si diceva, la mafia si occupa quindi dei grandi appalti, mentre gli emergenti, i giovani stiddari, si occupano del traffico e dello spaccio di droga. A Enna non si spaccia eroina, ma cocaina in grosse quantità. Le operazioni antidroga condotte da polizia e carabinieri hanno fatto luce sulle rotte di questo traffico. Inizialmente la droga veniva fatta arrivare dal Brasile, ma dopo l’operazione “Leopardo”, scaturita dalle dichiarazioni di Leonardo Messina, il traffico dal Brasile venne stroncato. Allora i gruppi criminali iniziarono a rifornirsi a Torino e Reggio Calabria. A Torino presso esponenti della famiglia Nicosia di Villarosa, mentre a Reggio Calabria presso il ristoratore Giuseppe Barreca e il suo braccio destro Carmelo Leonardo. Ma i collegamenti e le rotte del traffico di droga e armi cambiano continuamente. Infatti l’operazione denominata “Scarface” del 3 novembre 1999, che ha portato all’arresto di sedici persone, tra cui un consigliere comunale di Forza Italia, ha stroncato solo una parte del traffico di droga che arriva nel capoluogo siciliano. Secondo una nota informativa del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, esisterebbe a Malta un’organizzazione criminale che farebbe sbarcare armi e droga, destinate alle cosche siciliane, in tratti di costa non controllati dalle forze dell’ordine. Secondo il rapporto, si tratterebbe delle coste ragusane: qui armi e droga, dopo lo sbarco, verrebbero caricate in gran segreto su alcuni  mezzi e scortate fino ad Enna, per essere poi smistate e destinate alle varie cosche criminali dell’isola.

Ciò nonostante a Enna si continua a far finta di niente. E la situazione, complici il silenzio e l’indifferenza, non fa che peggiorare. Le cifre però parlano chiaro: sei operazioni di polizia e carabinieri tra il 1992 e il 1999; quasi duecento persone arrestate a fronte di una popolazione di 180 mila abitanti; oltre quattro miliardi  di beni confiscati (appartamenti, ville, terreni, automobili e persino un impianto per la produzione di calcestruzzo con tre autobetoniere); un consigliere provinciale arrestato con l’accusa di essere un rappresentante di Cosa Nostra; il vice sindaco di Calascibetta arrestato con l’accusa di essere membro della commissione provinciale di Cosa Nostra; un consigliere comunale del gruppo di Forza Italia arrestato con l’accusa di essere un corriere della droga.
E le amministrazioni cosa fanno? Nulla.

NESSUNO VUOLE I BENI CONFISCATI

Naturalmente le agenzie collettive (comuni, province e regioni) non hanno il potere di impedire l’avanzare impetuoso delle mafie, ma possono intervenire nelle zone a rischio in maniera ferma e decisa, svolgere un lavoro educativo all’interno e all’esterno delle scuole, dare segnali di speranza alla collettività: in altre parole possono contribuire a impedire la diffusione delle cosche nel territorio.
Un segnale importante potrebbe arrivare dall’acquisizione dei beni confiscati ai gruppi criminali divenuti patrimonio dello Stato – un patrimonio che ammonta per ora a oltre quattro miliardi di lire – ma sino a oggi non risulta nessuna richiesta dell’amministrazione a riguardo, con buona pace di chi si batte per l’applicazione della legge sull’utilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi approvata nel marzo 1996.
Ma a Enna non c’è una vera e propria presa di coscienza del fenomeno. C’è chi dice che la mafia non si può sconfiggere perché è sempre esistita e sempre esisterà. Si dimentica però che Enna, città dal passato importante, non è ancora nelle condizioni di Palermo, dove Cosa Nostra è radicata da oltre un secolo. Qui la mafia ha venticinque anni o poco più: un fenomeno, tutto sommato, ancora giovane.

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