
I CAGLIARITANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
MAGISTROPOLI
IL CASO DEL MAGISTRATO SUICIDA
All'indomani della morte di Luigi Lombardini, il procuratore Giancarlo Caselli, tornato a Palermo con i suoi collaboratori, replica alle polemiche sull'interrogatorio dopo il quale il magistrato cagliaritano si è sparato: "Nessuno è stato torchiato". E per le "ingiurie, falsità, diffamazioni, strumentalizzazioni in atto" meglio non replicare direttamente: "Risponderà la registrazione dell'interrogatorio. La stiamo trascrivendo per inviarla al Csm, per la più autorevole verifica". Da Caltanissetta il procuratore aggiunto Giordano annuncia che, forse, gli atti vorrà vederli pure lui. Anche perché il procuratore generale di Cagliari, Pintus accusa i colleghi palermitani di indagare perfino nei suoi confronti. L'editore Nicola Grauso, anch'egli coinvolto nell'inchiesta sul sequestro di Silvia Melis, ha presentato un memoriale attribuendolo al procuratore suicida: Lombardini afferma che la sua carriera sarebbe stata ostacolata, per contrastare la Dc, da un importante personaggio politico. Grauso fa il nome di Luciano Violante e il presidente della Camera ribatte: bugie.
Per cinque ore, Paolo De Angelis, 38 anni da Ragusa, sostituto procuratore del Tribunale di Cagliari, torna nella "sua Sicilia". Per tratteggiare, come "persona informata sui fatti", nei verbali dei Pm Antonio Ingroia, Lia Sava e Giovanni Di Leo, titolari dell'inchiesta Lombardini, il ritratto di un giudice che non c'è più e di un palazzo di giustizia, quello di Cagliari, dove, a suo dire, era saltata ogni regola, gerarchica e formale. Non si erano mai piaciuti De Angelis e Lombardini, tanto da finire prima avvinti in un unico procedimento penale (che li ha visti indagati a Palermo per abuso d'ufficio e ora in attesa di una pronuncia del Gip su una richiesta di archiviazione), quindi protagonisti di un violento alterco nei sotterranei del palazzo di giustizia di Cagliari. Minacce, insulti, un accenno di rissa. Colpa di una vecchia inchiesta su un sindacalista - avrebbe spiegato ieri De Angelis ai Pm palermitani - sul cui esito Lombardini era di opposto parere. Colpa anche di una cornice, quella cagliaritana, in cui, come lo stesso De Angelis aveva già riferito al Csm nel corso di una lunga audizione, ruoli e gerarchie erano state offuscate da un codice di comportamento "non scritto". Il fulcro della deposizione sono stati i rapporti tra De Angelis e Lombardini. E si è parlato anche del sequestro del possidente Giovanni Murgia, rapito nell'ottobre del '90: Lombardini si sarebbe intromesso nelle indagini della Dda che si occupò del rapimento. Ma l'arrivo del "giovane magistrato cagliaritano" (così si è definito, con un pizzico di autoironia, per declinare ogni domanda al termine del suo interrogatorio) a Palermo era stato preceduto dall'eco, tuttora non sopita, della durissima requisitoria pronunciata nel chiuso della prima Commissione Referente del Csm in tempi non sospetti. In quella occasione De Angelis aveva attaccato il procuratore generale di Cagliari Pintus accusandolo di ingerenza in indagini estranee alla sua competenza, così come aveva dipinto come sospetto il legame tra quest'ultimo e il giudice Lombardini, riferendo della polemica che aveva accompagnato l'informatizzazione degli uffici giudiziari cagliaritani. Per quelle accuse Pintus aveva annunciato una querela. E quelle accuse avevano spaccato il Csm e le sue correnti, soprattutto Unicost, da cui, proprio in occasione del caso Cagliari, aveva deciso di uscire il consigliere Frasso.
La giornata di deposizione di De Angelis ha avuto quale sua coda la testimonianza del cronista parlamentare del Giornale Valerio Riva, il giornalista cui Lombardini aveva affidato, prima di togliersi la vita, le sue confidenze sugli asseriti retroscena dei sequestri Soffiantini e Melis, compreso il presunto ruolo del bandito Mario Fortunato Piras. Intanto, a Cagliari, mentre si sgonfia quello che era stato definito il "mistero del portatile" di Lombardini (è stato trovato nel suo ufficio e dai primi controlli risulterebbe essere rimasto inattivo da tempo) prosegue senza esito la caccia alle "donne" dell'ex giudice, Marinella Cotza e Paola Bitti. Quelle che si ritiene per prime abbiano raccolto le sue confidenze. Saranno presto ascoltate a Palermo dove dovranno chiarire il contenuto di quelle conversazioni e perché l'ex giudice si rivolse a loro, anche per sfuggire ai controlli telefonici da cui era ossessionato.
L'INTRIGO IL SEQUESTRO. Silvia Melis venne rapita a Tortolì il 19 febbraio e tornò in libertà il 19 novembre 1997.
IL RISCATTO. L'editore Nicola Grauso ha dichiarato di avere pagato 2650 milioni: 1400 prima della liberazione, il resto in epoca successiva. Tito Melis ha detto di avere versato solo un miliardo.
L'INCHIESTA. Il giudice Luigi Lombardini era sotto inchiesta per il suo ruolo nella trattativa, che si sarebbe concretizzato in un incontro con Tito Melis l'8 novembre.
I VELENI DIMENTICATI DEL PALAZZACCIO SARDO
Repubblica — 21 agosto 1998 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA
"Ci voleva il suicidio di Lombardini perché decidessero di occuparsi di quel che succede qua", commentava ieri, con sardo disincanto, un magistrato isolano. Eh sì, perché il palazzo di giustizia di Cagliari si chiama da molti anni "palazzo dei veleni". Proprio come quelli di Roma e di Palermo. Con una differenza: i veleni mafiosi palermitani e quelli politici romani sono sempre diventati, nel momento stesso della loro sintesi chimica, veleni nazionali, mentre i veleni sardi, fino al suicidio Lombardini, sono sempre rimasti sardi. Eppure con quelli nazionali avevano molti punti in comune. In alcuni casi li hanno anticipati.
La Sardegna ha avuto un "caso Tortora" due anni prima di quello "vero". Si chiamava "caso Manuella", dal nome di un civilista assassinato nell' aprile del 1981. Per l' omicidio Manuella, e per traffico di droga, finirono in manette quattro avvocati: uno di loro, Aldo Marongiu, morì di tumore, proprio come Enzo Tortora, pochi anni dopo la fine della sua tragedia giudiziaria.
L' inchiesta si era svolta in un cupo clima inquisitorio, con tre pentiti che adeguavano progressivamente le loro menzogne alle esigenze dell' accusa. Finì dopo due anni, con l' assoluzione dei quattro avvocati e, in seguito, con una veloce e indulgente indagine del Csm sui metodi del pm Enrico Altieri e del giudice istruttore Fernando Bova che lasciò con l' amaro in bocca l' inferocito foro di Cagliari. Luigi Lombardini era allora capo dell' ufficio istruzione. Sostenne, salvo defilarsi ai primi scricchiolii della tesi accusatoria, la sgangherata indagine dei due colleghi. Aveva altro di cui occuparsi. Risolveva a raffica tutti i sequestri di persona degli anni 77-79, i latitanti cadevano nelle sue mani come tordi, i giornali esaltavano il giudice-sceriffo.
Le denunce di qualche avvocato sui suoi metodi di indagine (gli interrogatori con la pistola sulla scrivania, i testimoni accusati di concorso per indurli a parlare, etc. etc.) non trovavano ascolto da nessuna parte. Nemmeno al Csm.
In quegli anni l' Anonima era arrivata a tenere contemporaneamente in ostaggio diciannove persone, tra le quali tre cittadini inglesi e i cantanti Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Lombardini aveva risolto quella situazione. E se qualche pastore innocente era rimasto stritolato, pazienza: i garantisti, allora, erano meno, ed erano più poveri, di oggi.
Le cose cominciarono a cambiare quando, a metà degli anni 80, andò in pensione il procuratore generale Giuseppe Villasanta, magistrato potentissimo, considerato una specie di viceré della Sardegna. Col pensionamento di Villasanta, Lombardini perse un grande protettore, l' uomo che ne aveva fatto il giudice unico antisequestri, e si rafforzò il fronte avverso.
Si era trattato - per quanto queste categorie possono valere nel mondo giudiziario - dello scontro tra una destra (Villasanta- Lombardini) e una specie di sinistra. Sul fronte opposto a quello del giudice-sceriffo c' erano infatti Magistratura democratica (uno dei leader era l' attuale sostituto procuratore antimafia Mauro Mura), qualche altro giudice garantista, e il composito e sempre fluttuante mondo forense. Così quando, quattro anni fa, alla procura generale di Cagliari fu nominato Francesco Pintus, ex senatore della Sinistra indipendente, si pensò che la partita fosse definitivamente chiusa.
Nessuno poteva immaginare che sullo stagno dei veleni cagliaritani si stava per rovesciare l' autobotte dei veleni milanesi e romani. Nessuno aveva preso in considerazione l' esplosiva personalità di Pintus, uomo temerario fino all' autolesionismo, come lo strabiliante incontro con Grauso - è cronaca di ieri - dimostra. Ex membro della sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, Pintus cominciò a entrare in conflitto con la sinistra quando, in una intervista, prese le difese dell' ammazza- sentenze. Qualche tempo dopo, nel discorso inaugurale, attaccò i metodi del pool di Borrelli. La sua domanda per la procura generale di Milano fu letta come una specie di dichiarazione di guerra. Schiacciato, come si dice, "a destra", il garantista di sinistra Pintus divenne il principale sponsor dell' ormai ex sceriffo Lombardini nella corsa, perduta, per la guida della procura della Repubblica di Cagliari. Quasi contemporaneamente perse la sua corsa per Milano. Negli ultimi due anni gli esposti e i controesposti sardi hanno tempestato il Csm. Un giudice di Sassari, Gaetano Cau, che accusa Lombardini e Pintus di interferenze; Pintus che invia al Csm un' intervista di Cau; Lombardini che viene alle mani col pm Paolo De Angelis; l' ex procuratore Franco Melis che segnala le interferenze di Lombardini nelle indagini sui sequestri; otto sostituti che sottoscrivono un esposto contro Pintus.
Sarà un caso, ma il Csm ha cominciato a occuparsi seriamente dei veleni cagliaritani quando, con Pintus, hanno varcato il Tirreno. Per la prima volta sugli uffici giudiziari sardi, con le loro miserie e le loro deviazioni, è stato acceso un grosso riflettore: per Pintus è in corso l' istruttoria che potrebbe concludersi con l' avvio della procedura per il trasferimento d' ufficio. E per la prima volta le spericolate iniziative del giudice-sceriffo sono state prese in considerazione ed esaminate con sistemi investigativi moderni. Negli ultimi tempi Luigi Lombardini era sorpreso, e non solo angosciato.
AMMINISTRATOPOLI
TANGENTOPOLI SARDA
CAGLIARI – 16 LUGLIO 2008 - Era uno dei processi-simbolo della stagione degli scandali (quello più clamoroso è legato alle spregiudicate operazioni finanziarie di lady-Fideuram, Gabriella Ranno, con decine di ex assessori, politici, presidenti e direttori di enti coinvolti) della Regione da bere e da rubare, dove tutto si comprava e si vendeva, gli appalti sotto accusa, le delibere miliardarie, un vortice di vicende politico-penali che hanno segnato i cinque anni di malgoverno e malaffare del centrodestra in viale Trento e in amministrazioni comunali come quelle di Quartu e Capoterra. Con pesanti coinvolgimenti di imprenditori e tecnici, personaggi notissimi, contigui alla politica e dirigenti regionali e comunali: diversi provenienti o militanti nel centrosinistra. Si è conclusa con la stangata di 15 condanne (e sette assoluzioni, inclusa quella di Graziano Milia, che resta tuttavia coinvolto in altri procedimenti) il processo in primo grado che vedeva come principale imputato l'architetto Lucio Pani, quartese, già Ds (genero di un noto esponente della Quercia) poi adottato da uomini di Forza Italia, promosso all'incarico delicatissimo di direttore del'Ufficio regionale tutela del paesaggio: ruolo-chiave per la concessione dei “lasciapassare” per interventi urbanistici in zone turistiche.
Per l'accusa, Pani (sono stati condannati con lui anche la moglie Simonetta Birardi, figlia di un ex , stimatissimo segretario regionale e parlamentare del Pci-Ds e il nipote Mauro Pani) rilasciava concessioni edilizia in sanatoria, organizzava a tavolino imbrogli strategici ottenendo gratuitamente per sé e la famiglia terreni comunali a Quartu (era allora sindaco Graziano Milia), riusciva ad avere finanziamenti pubblici non dovuti, concedeva autorizzazioni urbanistiche illegittime: favori pesanti a politici, imprenditori e tecnici che l'avrebbero ricambiato in forme tangibili, alcune venute alla luce, altre probabilmente restate al coperto dell'indagine giudiziaria. Un quadro corruttorio riassunto dal pm Daniele Caria in un'affermazione molto cogente: Pani ha “asservito per anni una importante funzione pubblica ai propri interessi” e a quelli di complici e beneficati a largo spettro.
A Pani, il Tribunale presieduto da Francesco Sette, giudici a latere Giovanni Massidda e Ornella Anedda) ha inflitto la pena più severa: sette anni e mezzo di reclusione (il Pm Daniele Caria ne aveva chiesti nove). Tre anni e mezzo di carcere sono stati irrogati all'ing. Alessandro Casu, già a capo dell'Ufficio tecnico-urbanistica di Quartu. Il primo è stato ritenuto colpevole di truffa, corruzione, falso ideologico e abuso d'ufficio, mentre Casu è stato ritenuto responsabile di abuso d'ufficio e falso ideologico.
La sentenza chiude in primo grado un processo durato oltre due anni in cui erano stati rinviate a giudizio ventidue persone tra amministratori pubblici, dirigenti e funzionari, imprenditori e tecnici per una serie di sistematiche, gravi irregolarità nella concessione di licenze edilizie nel periodo compreso dal 2002 al 2006. Il Pm aveva chiesto la condanna di 20 degli imputati e due assoluzioni (per il dirigente regionale Ruggero Carta e il tecnico del Servizio tutela paesaggio Alessandro Cogoni). Pani aveva permesso la costruzione di un complesso edilizio abusivo nella pregiatissima località di Baccu Mandara (Torre delle stelle) e autorizzato un altro complesso abusivo, il Maramura a Capoterra. Per sé e la famiglia aveva avuto dal Comune di Quartu (con importanti sponsor) un grande terreno al Margine Rosso su cui ha realizzato un grande complesso sportivo-ricreativo, con relative modifiche (avallate da Casu) al tracciato per il collettore fognario di Is Molentargius. Il sistema Regione-Quartu-Capoterra imperniato soprattutto su Lucio Pani e Sandro Casu ma coinvolgente anche il nipote del primo, si era esteso - grazie a protezioni sempre più ramificate, con coperture imprenditoriali e nell'informazione locale (significativa anche se penalmente non rilevante una intercettazione dell'architetto con Sergio Zuncheddu, editore dell'Unione Sarda e pare anche suo parente, ed altre con Giorgio Mazzella e diversi altri impresari e amministratori) - a macchia d'olio potendo contare su complicità importanti. Come quella di Antonio Monni, direttore generale di servizi alla Regione e comproprietario del villaggio abusivo di Baccu Mandara) e Giovanni Antonio Erbì, dipendente regionale che “copriva” le assenze dall'ufficio di Pani (impegnatissimo negli affari personali, familiari e degli amici), timbrando il cartellino con il tesserino di Pani. Tra gli assolti, come detto, Graziano Milia, attualmente Presidente della Provincia (il Pm aveva chiesto un anno di reclusione) per l'assegnazione a Pani dei terreni su cui aveva costruito il centro sportivo: secondo il Tribunale il fatto non costituisce reato. Ma oltre i profili penali, il processo ha svelato un intreccio fangoso tra politici, amministratori pubblici, impresari e imprenditori turistici che stendeva i suoi tentacoli dalla Regione governata dal centrodestra ai Comuni di Quartu, Capoterra e forse altri. A conferma di un quadro di abusi, malversazioni e imbrogli che ha funzionato per anni indisturbato, nel clima di corruzione diffuso e impudente che ha dominato per molti anni alcune gestioni regionali e, a cascata, quelle di numerosi comuni.
Attorno al personaggio-chiave della vicenda" (Lucio Pani gestiva da faccendiere lo strategico ufficio, alimentando mille rapporti con amministratori e imprenditori d'alto bordo intercettati nelle conversazioni con lui) ruotava un mondo politico-affaristico che ha imperversato impunito, nonostante tante segnalazioni rimaste senza esito grazie alle protezioni e gli interessi coinvolti.
Lo stesso brodo di cultura che ha prodotto lo scandalo Fideuram e la torbida vicenda del Cisi di Giuliano Guida (è attesa a breve la sentenza nei confronti dell'ex segretario dell'assessore Pietro Pittalis, poi passato con Giorgio Oppi e fatto arrivare irresponsabilmente perfino fra le persone ammesse nella cerchia dell'ignaro Francesco Cossiga) e di molte altre storie di corruzione e malversazione, con incriminazioni e rinvii a giudizio di un ex presidente della Regione (Italo Masala), numerosi ex assessori , piccoli e grandi boiardi regionali di una stagione mai vista alla Regione.
Una Tangentopoli sarda sminuzzata in molti processi e che andrebbe ricostruita nella sua variegata interezza per ricavarne un quadro fosco ma illuminante. Ha coinvolto in vari campi e con l'uso spregiudicato di soldi e poteri regionali e comunali, decine di esponenti dei partiti di centrodestra con legami anche nel centrosinistra. Parliamo degli anni di governo (presidenti Mauro Pili, succeduto a Mariolino Floris, e Italo Masala), all'ombra dei quali si è consumata un'eclisse della moralità e della legalità senza precedenti nella storia autonomistica. Rimossa ora dagli esponenti delle forze politiche che oggi tuonano come verginelle, fingendo di essere stati all'oscuro o politicamente estranei a un sistema gravissimo gestito da loro sodali, colleghi e amici stretti. Talmente ramificato che da ultimo hanno coinvolto perfino l'ottuagenario Raffaele Garzia, ex presidente di tutto e infine della Fiera: rinviato a giudizio per uso illegale del fondo Tfr dell'ente fieristico (come all'Arst e in altri enti dello scandalo Fideuram: principale imputato l'ex assessore forzista Andrea Pirastu, compagno della Ranno, con decine di altri esponenti di spicco), premiato da amici e successori appena qualche mese fa. Per anzianità e merito. La risposta ”politica” al rinvio a giudizio disposto poco prima. L'anti-giustizia se ne frega e va in direzione opposta, quando si toccano antichi e recenti rappresentanti della casta sarda. A volte pagano, come dimostra la sentenza del tribunale di Cagliari, ma non sempre e a distanza di anni, rimanendo comunque nel tuorlo del potere extra e super-legem.
http://www.altravoce.net/2008/07/16/tangentopoli.html
CONCORSI ACCADEMICI TRUCCATI
COMMISSIONI D'ESAME PILOTATI: UNA CONDANNA, 3 RINVII A GIUDIZIO
CAGLIARI - 15 GIU. 2006 - La "farsa" dei concorsi universitari e le commissioni "pilotate" per «formalizzare» il nome del docente vincitore «stabilito prima delle prove a prescindere dal merito dei candidati». È lo scenario fotografato dall´inchiesta del sostituto procuratore Giancarlo Amato che ha portato a una condanna, patteggiata ad alcuni mesi di reclusione e a tre rinvii a giudizio nei confronti di quattro "intoccabili" accademici che hanno sempre respinto le accuse dichiarandosi innocenti.
Così davanti al gip Renato Laviola è comparso anche il professor Giovanni Dolci, titolare della cattedra di Malattie odontostomatologiche alla facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza, ritenuto «istigatore» del concorso truccato. I reati contestati variano dall´abuso d´ufficio al falso e riguardano il concorso bandito, nel giugno 2003, per un posto da professore associato presso la clinica odontoiatrica dell´università di Cagliari.
Ma le indagini dei Nas oltre ai presunti illeciti legati, al singolo concorso poi annullato, si sono soprattutto concentrate sulle complicità tra i docenti che facevano parte della commissione d´esame.
L´inchiesta del pm Amato è scattata dalla denuncia di un docente che dopo essere stato nominato nella commissione d´esame si è ribellato «al sistema di pressioni» per controllare gli incarichi universitari. Ma non solo. Il docente, assistito dall´avvocato Giorgio Robiony, si è armato di un registratore ed ha "intercettato" le conversazioni tra i membri della commissione d´esame mentre si accordavano su come privilegiare un candidato a scapito di altri. Le registrazioni sono state fondamentali per la Procura che ritiene il professor Dolci «istigatore dei componenti della commissione giudicatrice» accusati di aver agito «in violazione al principio di legalità, dell´imparzialità del giudizio e l´adozione dei meccanismi di selezione oggettivi e trasparenti idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali dei concorrenti».
I docenti indagati avrebbero procurato a uno dei esaminati un «ingiusto vantaggio patrimoniale» in quanto la scelta degli idonei «sarebbe stata ispirata prima dello svolgimento delle prove selettive dal professore Dolci sulla base di segnalazioni personali che prescindevano da qualsiasi valutazione del merito dei concorrenti».
Nella richiesta di rinvio a giudizio, il pm Amato contesta anche il reato di falso in quanto due verbali contenenti i «giudizi» espressi dalla commissione: «Giudizi, meramente formali, finalizzati a consacrare l´esito già concordato prima delle prove».
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Universit%C3%A0,%20i%20concorsi%20truccati/1307727