Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri
tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le
mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non
essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste
testuali
tematiche
e
territoriali.
Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale,
sul
2° canale,
sul
3° canale
Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono
indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
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presidente@controtuttelemafie.it
Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)
3289163996
0999708396
INCHIESTE IN TESTO:
TEMA -
TERRITORIO
INCHIESTE VIDEO YOUTUBE:
CONTROTUTTELEMAFIE -
MALAGIUSTIZIA -
ANTONIO GIANGRANDE -
TELEWEBITALIA
FACEBOOK:
(personale)
ANTONIO GIANGRANDE
(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -
ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI
WEB TV:
TELE WEB ITALIA
NEWS:
RASSEGNA STAMPA -
CONTROVOCE -
NOTIZIE VERE DAL POPOLO -
NOTIZIE SENZA CENSURA

GLI AVELLINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
SOMMARIO
PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.
POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.
POLITICA E CAMORRA
QUINDICI E LA POLITICA.
La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"
Ognuno di noi antropologicamente ha un limite, non dovuto al sesso, od alla razza, od al credo religioso, ma bensì delimitato dall’istruzione ricevuta ed all’educazione appresa dalla famiglia e dalla società, esse stesse influenzate dall’ambiente, dalla cultura, dagli usi e dai costumi territoriali. A differenza degli animali la maggior parte degli umani non si cura del proprio limite e si avventura in atteggiamenti e giudizi non consoni al loro stato. Quando a causa dei loro limiti non arrivano ad avere ragione con il ragionamento, allora adottano la violenza (fisica o psicologica, ideologica o religiosa) e spesso con la violenza ottengono un effimero ed immeritato potere o risultato. I più intelligenti, conoscendo il proprio limite, cercano di ampliarlo per risultati più duraturi e poteri meritati. Con nuove conoscenze, con nuovi studi, con nuove esperienze arricchiscono il loro bagaglio culturale ed aprono la loro mente, affinché questa accetti nuovi concetti e nuovi orizzonti. Acquisizione impensabile in uno stato primordiale. In non omologati hanno empatia per i conformati. Mentre gli omologati sono mossi da viscerale egoismo dovuto all’istinto di sopravvivenza: voler essere ed avere più di quanto effettivamente si possa meritare di essere od avere. Loro ed i loro interessi come ombelico del mondo. Da qui la loro paura della morte e la ricerca di un dio assoluto e personale, finanche cattivo: hanno paura di perdere il niente che hanno e sono alla ricerca di un dio che dal niente che sono li elevi ad entità. L'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale, perché mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l'uomo è in continua competizione con gli altri uomini. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.
Tutti vogliono avere ragione e tutti pretendono di imporre la loro verità agli altri. Chi impone ignora, millanta o manipola la verità. L'ignoranza degli altri non può discernere la verità dalla menzogna. Il saggio aspetta che la verità venga agli altri. La sapienza riconosce la verità e spesso ciò fa ricredere e cambiare opinione. Solo gli sciocchi e gli ignoranti non cambiano mai idea, per questo sono sempre sottomessi. La Verità rende liberi, per questo è importante far di tutto per conoscerla.
Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.).
Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti).
La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.
Non sono conformato ed omologato, per questo son fiero ed orgoglioso di essere diverso.
PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.
Recensione di un’opera editoriale osteggiata dalla destra e dalla sinistra. Perle di saggezza destinate al porcilaio.
I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. Lo dice Beppe Grillo e forse ha ragione. Ma tra di loro vi sono anche eccellenze di gran valore. Questo vale per le maggiori testate progressiste (Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano), ma anche per le testate liberali (Panorama, Oggi, Il Giornale, Libero Quotidiano). In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci, questi eccelsi giornalisti, attraverso le loro coraggiose inchieste, sono fonte di prova incontestabile per raccontare l’Italia vera, ma sconosciuta. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia. Tramite loro, citando gli stessi e le loro inchieste scottanti, Antonio Giangrande ha raccolto in venti anni tutto quanto era utile per dimostrare che la mafia vien dall’alto. Pochi lupi e tante pecore. Una selezione di nomi e fatti articolati per argomento e per territorio. L’intento di Giangrande è rappresentare la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui il Giangrande è il massimo cultore. Questa è la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. 40 libri scritti da Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. In occasione delle festività ed in concomitanza con le nuove elezioni legislative sarebbe cosa buona e utile presentare ai lettori una lettura alternativa che possa rendere più consapevole l’opinione dei cittadini. Un’idea regalo gratuita o con modica spesa, sicuramente gradita da chi la riceve. Non è pubblicità gratuita che si cerca per fini economici, né tanto meno è concorrenza sleale. Si chiede solo di divulgare la conoscenza di opere che già sul web sono conosciutissime e che possono anche esser lette gratuitamente. Evento editoriale esclusivo ed aggiornato periodicamente. Di sicuro interesse generale. Fa niente se dietro non ci sono grandi o piccoli gruppi editoriali. Ciò è garanzia di libertà.
Grazie per l’adesione e la partecipazione oltre che per la solidarietà.
POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.
Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.
Da scrittore navigato, il cui sacco di 40 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.
In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.
I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.
Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.
L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.
L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.
L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.
L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.
L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.
L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.
Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.
Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.
Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.
I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.
E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.
Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.
Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.
Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?
Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.
Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?
E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?
La Costituzione all’art. 104 afferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”
Ne conviene che il dettato vuol significare non equiparare la Magistratura ad altro potere, ma differenziarne l’Ordine con il Potere che spetta al popolo. Ordine costituzionalizzato, sì, non Potere.
Magistrati. Ordine, non potere, come invece il più delle volte si scrive, probabilmente ricordando Montesquieu; il quale però aggiungeva che il potere giudiziario é “per così dire invisibile e nullo”. Solo il popolo è depositario della sovranità: per questo Togliatti alla Costituente avrebbe voluto addirittura che i magistrati fossero eletti dal popolo, per questo sostenne le giurie popolari. Ordine o potere che sia, in ogni caso è chiaro che di magistrati si parla.
Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.
POLITICA E CAMORRA
La lotta alla camorra ed alla illegalità non deve essere, né sembrare, lotta di parte o di facciata.
Nè deve mirare a criminalizzare una intera classe politica o a denigrare l’immagine di una regione, forte della sua storia, cultura e tradizione. I media nel nord vanno a nozze nel creare un solco incolmabile con la loro Padania.
La sinistra non si deve appropriare di una battaglia di civiltà, per il sol fatto di essere capace di fare corpo unico nella difesa della sue fazioni, delle sue posizioni, delle sue bandiere.
Ognuno di noi ha scheletri nell’armadio. Nessuno viene da Marte.
L’onestà intellettuale pretende che nessuno si erga a paladino della legalità e della ragione, sbandierando la sua presunta superiorità morale.
Noi, “Associazione Contro Tutte le Mafie”, unico sodalizio nazionale pluritematico, ben conosciamo tutte le realtà: dall'Alto Adige alla Sicilia. In loco abbiamo denunciato infiltrazioni camorristiche nella vicina provincia di Latina, con conseguente sospensione delle giunte comunali interessate.
Abbiamo scritto un libro che parla delle nefandezze italiane, taciute dai media ed impunite dalle istituzioni.
Di contro abbiamo avuto attacchi dalla mafia e dall’antimafia.
Purtroppo, a ragion veduta, non siamo di sinistra, né santifichiamo i magistrati. E questo ci penalizza.
Ma la realtà deve essere conosciuta da tutti, pur pagando, noi, un prezzo altissimo per le nostre esistenze.
Sul Magazine del Corriere della Sera del 15 ottobre 2009, pag 78, vi è «L’intervista » di Vittorio Zincone a Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli.
Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare controcorrente sul tema Saviano è impegnativo.
Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: "A noi della squadra mobile fu data la delega per riscontrare quel che Roberto Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta. Ho arrestato centinaia di delinquenti - ha aggiunto il capo della squadra mobile - Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. Resto perplesso quando vedo scortate persone, che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti, che combattono la camorra da anni. 'Gomorra' ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un'immagine eroica della lotta alla criminalità" perché "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare".
All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti, presidente di "Libera", non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?
A tal proposito vi è l’intervento di Vittorio Sgarbi, critico d’arte, opinionista Tv, già parlamentare e sindaco di Salemi, in Sicilia: “sono anche uomo di parola, e di denuncia, ma senza accettare regole e senza essere iscritto al club dei professionisti dell’antimafia.
Cosicché senza avere il sostegno di Repubblica, di Annozero, di Marco Travaglio, di Rita Borsellino, di Sonia Alfano, quando io ho denunciato gli interessi della mafia della schifosa impresa dei parchi eolici, improvvisamente cresciuti nella provincia di Trapani, nessuno, dico nessuno, dei sopra citati professionisti dell’antimafia (diversamente da quanto è accaduto in Sardegna) mi ha seguito e sostenuto, con l’eccezione del sindaco di Gela, Rosario Crocetta. E sarei stato ancora più solo se un’indagine della magistratura non avesse portato all’arresto di tredici persone, tra imprenditori, politici e mafiosi, sotto il controllo di Messina Denaro, a conferma delle mie posizioni. La lotta continua e nel frattempo ho ricevuto buste con pallottole, teste mozze di maiale, cani morti e innumerevoli, quotidiane, telefonate anonime.
La premessa era necessaria per dire che anch’io, come Saviano, sono sotto scorta, nella forma più lieve della cosiddetta «tutela», assegnatami dopo le minacce e con l’obiettivo di prevenire rischi per rivendicazioni annunciate perché io sono in una posizione singolare: sono minacciato anche dall’antimafia, o sedicente tale che non mi perdona le critiche alla magistratura e in particolare a Caselli e si apposta, con evidente intenzione provocatoria e inevitabili telecamere a ogni mio incontro pubblico, non per sostenere la mia azione contro la mafia, ma per denunciare le mie critiche all’antimafia. Basterà ricordare la mia presa di posizione rispetto al suicidio del giudice Lombardini dopo essere stato interrogato nel suo ufficio a Cagliari dai magistrati di Palermo e sull’arresto di un prete, padre Frititta, mostrato in manette perché accusato di avere confessato un mafioso, e poi, naturalmente, assolto perché il fatto non sussisteva nell’indifferenza generale. Ma non è consentito criticare gli intoccabili, indicare le loro distrazioni, l’impegno straordinario su falsi obiettivi, i veri obiettivi mancanti.
Ne consegue che io mi sono trovato paradossalmente minacciato dalla mafia e dall’antimafia, non essendo, come Roberto Saviano, politicamente corretto, e cioè da una parte sola. “Gomorra”. Un libro Mondadori, una pubblicità Mondatori (la Mondadori dell’odiato Berlusconi, ndr). Niente di male ma, mentre si invoca la libertà di parola per sé, eroe minacciato, si indicano i nemici in altri, che hanno o dovrebbero avere diritto di legittima critica, o per lo meno di dubbio, e che sono accusati di non difendere il minacciato Saviano, di abbandonarlo, di far mancare «l’impegno unitario» di stare con lui, dalla sua parte e di proteggerlo.
Chi lo critica non ha nome, non merita di essere citato, è «un funzionario». Saviano scrive «Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero de Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario». Toccherà a me dire che il «funzionario» è Vittorio Pisani. Un uomo che rischia la vita. Mi sia consentito dargli parola per rispondere a Saviano: «Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Be’, giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta». Che ragioni ha Pisani di esporsi, mettersi contro tutti e dire quello che ha detto? Non c’è antipatia nella sua intervista e non c’è neppure contrapposizione politica. Semplicemente la consapevolezza che le cose che ha scritto Saviano le hanno scritte altri giornalisti, senza pubblicare libri fortunati e reclamizzati, senza fare le vittime e senza avere scorte. Il fatto è che, come alcuni, come i magistrati di Palermo, come il presidente della Repubblica, Saviano appartiene alla categoria degli intoccabili. Io invece a quella dei toccabili. Faccio e ricevo critiche e non esalto la mafia descrivendomi come un eroe minacciato dall’antimafia. Non riesco a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non sono fiero, ma sono incazzato contro chi vede distruggere la Sicilia, la Campania, la Puglia e tace raccontando di essere minacciato. Ma Saviano ha mai visto la distruzione del paesaggio fatta nelle regioni meridionali dagli speculatori dell’eolico, crocefiggendo montagne, solo per cupidigia di denaro?
E perché ha taciuto? E perché tace? E con lui tutti gli amici di Beppe Grillo, di Travaglio, di Di Pietro, di Santoro pronti a esprimere solidarietà e a firmare appelli. Io sto con Vittorio Pisani e credo alla sua parola e al suo impegno di poliziotto. Saviano ricorderà che Montanelli fu gambizzato, che Costanzo sfuggì a un attentato, e che altri giornalisti come Walter Tobagi, o Peppino Impastato (non solo magistrati) sono stati uccisi. I giornalisti che dicono la verità sono a rischio, siamo a rischio, ma nessuno può pretendere di essere intoccabile, nessuno ha diritto di indignarsi o di fare emozioni degli affetti per una critica, né Saviano, né il presidente della Repubblica.
A meno che non aspirino e non glielo vorrei augurare a diventare come padre Pio, e a pretendere non ragionamenti, valutazioni, discussioni, ma atti di fede. Con questa logica, come chi critica il capo dello Stato, anche chi critica Saviano rischierà di essere processato per vilipendio a «professionista dell’antimafia». Sciascia laico e irriverente, resterebbe senza parole. Lui, non «intoccabile», ma toccabilissimo (dalla sinistra, ndr).”
QUANDO LA QUESTIONE MORALE E’ BIPARTIZAN.
Antonio Giangrande: “La presente inchiesta coordina varie fonti pubbliche, in calce citate, che da sole non sarebbero state esaustive della realtà dei fatti. Le contrapposizioni ideologiche delle fonti, o il mancato intervento della magistratura, ha imposto il coordinamento e l’aggiunta delle posizioni di alcuni esponenti politici, che non risultano indagati, ma che meritano di essere conosciute.
Giusto per fare un quadro politico completo ed imparziale e per svelare improbabili superiorità morali. In questo modo nessuno si sentirà discriminato.
Siamo garantisti, per questo diamo la parola prima ai protagonisti”.
Per tutti parla Mario Landolfi su "Napoli On Line": «In Campania sono inquisiti Bassolino, Mastella, Pecoraro Scanio, Bocchino e sono inquisito anch’io. O c’è un’epidemia o c’è un certo protagonismo giudiziario. Protagonismo che meriterebbe maggiore attenzione».
C’è il politico che prende voti grazie al sostegno della camorra e quello che cambia in continuazione casacca, c’è l’ex ministro della giustizia e i suoi intrecci familiari e l’assessore comunale, che trucca atti pubblici per entrare nelle grazie dell’imprenditore di turno. E’ una fotografia impietosa della situazione politica di Napoli e della Campania quella scattata da Bruno De Stefano e Vincenzo Iurillo, autori de La casta della mondezza. Ma la nostra inchiesta va molto oltre, per non essere tacciati di parzialità.
Oltre 50 politici coinvolti nelle inchieste. Da Bassolino a Landolfi, il fronte bipartisan. I più importanti in ordine alfabetico.
Politici di grande rilievo, anche nazionale, sotto inchiesta per i reati più gravi. Ecco la classe dirigente della Campania. Parlamentari, amministratori, consiglieri regionali di sinistra, di centro e di destra, in una terra attraversata da una questione morale bipartisan.
I leader di una regione che dal 2000 ha speso 13 miliardi di fondi europei e sta per investirne altri 15. Una regione caduta nel baratro dell’emergenza spazzatura, la più grave catastrofe ambientale dai tempi del colera. Una regione in cui intere aree sono soggiogate da una camorra sanguinaria, che la politica ha combattuto con risultati altalenanti, oppure, nei casi peggiori, ha sfruttato scendendo a patti coi clan,. Secondo stime prudenziali sono almeno una cinquantina i politici indagati in Campania. In una regione ad alta densità criminale, la politica avrebbe dovuto produrre anticorpi più resistenti al rischio di infiltrazioni e degenerazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece a Napoli e dintorni è accaduto esattamente il contrario, scrive Vincenzo Iurillo. C’ è chi è accusato di truccare appalti, chi di associazione per delinquere. C’è l’imputato di omicidio colposo per non esserci accorto di una situazione di pericolo e c’è l’indagato di riciclaggio.
Luigi Anzalone. Ex presidente della Provincia di Avellino, consigliere regionale del Pd, Anzalone è imputato in Appello per omicidio colposo plurimo in seguito alla frana della montagna di Pizzo Alvano, a Quindici, del 5 maggio ’98. Undici le vittime. In primo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. Stamane potrebbe uscire la sentenza di secondo grado.
Antonio Bassolino. Governatore della Campania, membro dell’assemblea nazionale del Pd. È imputato per truffa aggravata e frode in pubbliche forniture nell’ambito del processo sul disastro rifiuti. In uno stralcio del procedimento, relativo alle consulenze del commissariato di governo per l’emergenza spazzatura, deve difendersi da una richiesta di rinvio a giudizio per peculato e falso. Un altro procedimento, relativo alle spese dei lavori di un casale in Toscana, è stato trasferito alla Procura di Arezzo. La Corte dei conti lo ha condannato due volte in primo grado per risarcire gli sprechi della sua gestione commissariale: dovrebbe versare più di 3 milioni di euro. Su entrambe le sentenze pende un ricorso. Il presidente della Regione Campania è stato imputato con altri 25, tra cui i vertici della Impregilo nel processo sui rifiuti in qualità di commissario straordinario per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche, violazioni ambientali e truffa aggravata. Il processo è da un anno nella fase dibattimentale. Ha fatto discutere non poco la lista che annovera ben 536 testimoni e che rallenta di fatto l'arrivo di una sentenza, facilitando il sopraggiungere della prescrizione. I numerosi rinvii delle udienze si sono avuti nella prima fase del dibattimento anche per i continui cambi alla presidenza del collegio giudicante ora guidato da Adele Scaramella. Bassolino risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta sulle bonifiche ambientali. La Corte dei Conti ha invece stabilito in primo grado la responsabilità del governatore, in qualità di commissario ai rifiuti, per il progetto Sirenetta. La sentenza è stata impugnata in appello di fronte alle sezioni centrali. Giudicata eccessiva la spesa di 47mila euro per la commissione di gara per la realizzazione del call center (da molti definito fantasma) nell'ambito del progetto PanProtezione Ambiente e Natura.
Italo Bocchino. Vice capogruppo del Pdl alla Camera, candidato sconfitto da Bassolino alle regionali del 2005 in quota An, Bocchino è inquisito in Magnanapoli, l’inchiesta sul sistema Romeo per il controllo degli appalti del Comune di Napoli.
Ciro Borriello. Sindaco di Torre del Greco noto per numerosi cambi di casacca: indagato dalla Corte dei Conti per i danni derivati dalla mancata raccolta differenziata nell'ambito dell'emergenza rifiuti.
Angelo Brancaccio. Consigliere regionale dell’Udeur, ex Ds, nel 2007 è stato arrestato e in seguito rinviato a giudizio per una sfilza di reati contro la pubblica amministrazione, relativi al periodo in cui è stato sindaco di Orta d’Atella, nel casertano.
Enrico Cardillo. Ex assessore al Bilancio di Napoli, Pd. E’ in corso nei suoi confronti un processo con rito abbreviato per Magnanapoli, l’inchiesta sui presunti appalti truccati e telecomandati dall’immobiliarista Alfredo Romeo. Il pm ha chiesto una condanna a sei anni.
Luigi Cesaro. presidente Pdl della provincia di Napoli, è chiamato in causa dal pentito Gaetano Vassallo, uno degli accusatori di Cosentino. Vassallo lo ha definito “uomo vicino al clan Bidognetti” e racconta l’esistenza di un patto tra Cesaro e la camorra casalese per la realizzazione dei lavori di riconversione degli stabilimenti Texas di Aversa.
Aniello Cimatile. Il presidente della Provincia di Benevento, Pd, docente universitario, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti e sui collaudi degli impianti di Cdr. Per un breve periodo a giugno 2009 è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
Carmelo Conte. Già ministro Psi del governo Andreotti e candidato alle politiche con Berlusconi, oggi è un leader del Pd salernitano. E’ imputato in Corte d’Appello per concorso esterno in associazione camorristica, per presunte collusioni con il clan Maiale, attivo nella piana del Sele. In primo grado è stato assolto con formula piena, ma il sostituto pg ha presentato ricorso. E’ stato invece condannato in primo grado a quattro anni e dieci mesi per aver estorto negli anni Ottanta finanziamenti per il Giornale di Napoli.
Roberto Conte. Ex consigliere regionale del Pd, a giugno 2009 è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe versato nelle mani di due galoppini del boss Giuseppe Misso 120 milioni di lire in cambio del sostegno del clan della Sanità alle elezioni regionali del 2000. All’epoca militava nei Verdi.
Nicola Cosentino Il deputato di Casal di Principe, sottosegretario Pdl all’economia. Il Gip di Napoli ne ha disposto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Cosentino è accusato di collusioni con i clan Bidognetti e Schiavone, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale sin dagli anni ‘90.
Andrea Cozzolino Europarlamentare Pd, molto vicino a Bassolino, il potentissimo ex assessore regionale all’Agricoltura è sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Rosetta D'Amelio. Ex sindaco di Lioni in provincia di Avellino attuale assessore alle politiche sociali della regione Campania Pd: condannata a sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio.
Vincenzo De Luca. Sindaco di Salerno, Bersani lo ha cooptato nella direzione nazionale Pd. Due volte rinviato a giudizio nell’ambito delle inchieste sull’assegnazione dei suoli industriali liberati in seguito alla dismissione della Ideal Standard e sulla delocalizzazione dell’ex Mcm. In questa seconda tranche condivide lo status di imputato con Gianni Lettieri, presidente degli industriali di Napoli.
Ugo De Flaviis. E’ stato assessore campano all’Ambiente fino al 2004. Dopo alcune vicissitudini è tornato nell’Udeur e si è seduto affianco a Mastella in una recente conferenza stampa a Napoli. Sul versante giudiziario, De Flaviis è imputato per l’alluvione di Nocera Inferiore insieme con Luigi Nocera. Nel settembre 2008 Sandra Mastella lo ha nominato nello staff della presidenza del consiglio regionale come responsabile dei rapporti con le istituzioni locali.
Sergio De Gregorio. Il senatore “transfugo” da Di Pietro a Berlusconi è indagato per riciclaggio. L’inchiesta si riferisce ai rapporti economici intercorsi nel periodo 2004-2005 tra il politico e il presunto contrabbandiere Rocco Cafiero. La procura ha fatto ricorso al Riesame contro il rigetto della richiesta di arresto da parte del gip, rendendo così pubblica la partita giudiziaria in corso.
Ferdinando Di Mezza. Ex assessore al Patrimonio Pd: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Fernando Errico. Il consigliere regionale del beneventano divide con Clemente e Sandra Mastella alcune accuse nell’inchiesta sull’Udeur connection. Dall’Abruzzo, dove si è rifugiato causa divieto di dimora in Campania, ha annunciato le dimissioni da capogruppo del Campanile.
Antonio Fantini. Ex segretario regionale Udeur. condannato a due mesi e dieci mesi di reclusione nell'ambito della ricostruzione post-terremoto.
Nicola Ferraro. Consigliere regionale Udeur, presidente della commissione Affari Istituzionali. È sotto processo insieme alla Mastella per tentata concussione. Secondo un pentito di camorra, Michele Froncillo, Ferraro è stato eletto grazie al sostegno interessato del clan Belforte di Marcianise. Froncillo rivela che Ferraro, per ingraziarsi Mastella, avrebbe regalato un Porsche Cayenne al figlio dell’ex Guardasigilli, acquistato presso la concessionaria di un parente del boss. Mastella respinge con fermezza questa ricostruzione e annuncia azioni legali.
Marco Fiorentino. Sindaco di Sorrento, azzurro, poi Udeur, poi di nuovo berlusconiano. E’ imputato di omissione d’atti d’ufficio e omicidio colposo per la tragedia del 1 maggio 2007, quando una gru che si muoveva sopra un’area non transennata, di fronte al municipio, precipitò al suolo uccidendo due donne. E’ accusato di non aver emesso un’ordinanza di tutela dell’incolumità pubblica nei confronti della ditta che stava montando le luminarie.
Corrado Gabriele. Assessore regionale al Lavoro per Rifondazione: imputato per molestie sessuali.
Giuseppe Gambale. Ex assessore a Napoli del Partito democratico: imputato nel processo Global Service per associazione per delinquere.
Alberico Gambino. Esponente di spicco del Pdl salerninato, già sindaco di Scafati e assessore provinciale della giunta Cirielli. È stato sospeso da primo cittadino e si è dimesso da assessore in seguito a una condanna in primo grado a un anno e sei mesi per peculato: gli si contesta l’uso improprio della carta di credito dell’amministrazione comunale. Cirielli lo ha ‘ripescato’ assumendolo nel suo staff.
Amedeo Labocetta. Deputato Pdl, è considerato dai pm un sodale di Romeo e divide con l’immobiliarista alcune accuse dell’inchiesta sugli appalti truccati a Napoli. Ha preferito non aderire al rito abbreviato.
Mario Landolfi Deputato e vice coordinatore regionale del Pdl, è coinvolto in un’inchiesta della Dda sui rapporti tra politica, imprenditoria e camorra e relativa allo smaltimento dei rifiuti a Mondragone e in provincia di Caserta attraverso l’Eco 4 dei fratelli Orsi. Gli inquirenti gli contestano il reato di corruzione e truffa con l’aggravante di aver favorito il clan La Torre.
Felice Laudario. Ex assessore all'Edilizia in quota Sdi: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.
Renzo Lusetti. Parlamentare del Partito democratico. Nel filone Global Service figura con Italo Bocchino. Per loro la Procura avanzò richiesta di autorizzazione a procedere. Sulla questione però è stata sollevata un'eccezione di costituzionalità. Secondo la difesa il Gip non avrebbe potuto mandare gli atti direttamente alla Camera dei Deputati.
Sandra Lonardo Mastella. La presidente del consiglio regionale della Campania è stata rinviato a giudizio per tentata concussione per aver provato a imporre, senza successo, la nomina di tre primari all’ospedale di Caserta. Nell’inchiesta-bis sull’Udeur connection, appalti e raccomandazioni all’Arpac, le è stata inflitta la misura del divieto di dimora in Campania.
Clemente Mastella. L’ex ministro della Giustizia di Prodi, europarlamentare del Pdl in quota Udeur, è accusato dai pm di Napoli di essere il leader di un’associazione per delinquere finalizzata a spartirsi nomine e appalti con criteri clientelari nell’Arpac e negli altri enti controllati dal Campanile. Per lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione ai danni di Bassolino. Insieme a due ex assessori regionali avrebbe minacciato una crisi in giunta per ottenere la nomina di un suo uomo all’Asi di Benevento.
Gianfranco Nappi. Ex capo della segreteria di Bassolino, sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.
Luigi Nocera. Ex mastelliano, candidato dell’Udc alle ultime Europee, è stato a lungo assessore regionale all’Ambiente. In questa veste ha segnalato 100 assunzioni all’Arpac, l’agenzia per la protezione ambientale, ed è finito sotto inchiesta per una raffica di reati contro la Pubblica amministrazione. Gli inquirenti lo ritengono uno dei perni del sistema Mastella, almeno fino a quando ha militato nel Campanile. Imputato di concussione per la nomina all’Asi di Benevento estorta a Bassolino, indagato per associazione a delinquere e altre accuse nell’inchiesta – bis sull’Udeur connection, deve difendersi anche da una richiesta di rinvio a giudizio per l’alluvione dell’area di Sant’Anna e Villanova, a Nocera Inferiore, nell’ottobre del 2007: 90 parti offese, 1,2 milioni di euro di danni alle strutture pubbliche, 4,5 milioni di euro di danni per i privati.
Marco Nonno. Di Alleanza nazionale ma sospeso dalla carica di consigliere comunale a Napoli : imputato nel processo sugli scontri per la discarica di Pianura per devastazione e associazione per delinquere.
Alfonso Pecoraro Scanio. L’ex ministro verde dell’Ambiente è indagato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati contro la pubblica amministrazione. Avrebbe promesso e compiuto favori di vario tipo in cambio di viaggi e soggiorni gratis in Italia e all’estero. Sentenzierà il Tribunale dei Ministri. È indagato anche a Crotone nell’inchiesta sulle mazzette per la realizzazione di centrali elettriche a turbogas della Calabria.
Gaetano Pesce Fino a giugno l’esponente di An è stato vice presidente del consiglio provinciale di Napoli. E’ stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la camorra. La vicenda risale al periodo in cui Pesce era sindaco di S. Gennaro Vesuviano: l’amministrazione, poi sciolta, avrebbe avuto un occhio di riguardo per le aziende e gli affari del clan di Mario Fabbrocino.
Giuseppe Petrella. Ex deputato dei Democratici di sinistra: condannato a sei mesi con pena sospesa per minacce.
Salvatore Perrotta. Sindaco di Marano: indagato per discarica abusiva a Marano.
Americo Porfidia. Indagato per camorra in qualità di sindaco di Recale per l'Italia dei valori.
Antonio Pugliese. Ex vicepresidente della provincia di Napoli nel centrosinistra, si è poi candidato nella tornata successiva nel centrodestra. E’ imputato nell’affaire Romeo per un appalto di competenza provinciale: il pm ha chiesto 6 anni e otto mesi di condanna.
Dario Rotondo. L’ex sindaco di Pietravairano (Caserta), di Alleanza nazionale, a maggio è stato arrestato assieme all’assessore ai Lavori pubblici e ad altre sette persone, nell’ambito di un’inchiesta sulla spartizione degli appalti comunali in cambio di tangenti. L’operazione è scattata due settimane prima delle elezioni comunali, vinte dall’opposizione.
Domenico Zinzi Il parlamentare dell’Udc è sotto processo con Anzalone e altri imputati per la frana di Quindici. Tre anni di condanna in primo grado, per una storia che risale al periodo in cui era assessore regionale alla Protezione Civile.
Italia Dei Valori. Scrive Fabrizio Geremicca su "Il Corriere della Sera". Partito dell’anticasta, se lo si osserva da lontano; gabbiano con le ali appesantite dalla zavorra di esponenti dal dubbio passato e dai molteplici cambi di casacca, se si avvicina il punto di osservazione. Ecco Italia dei valori secondo MicroMega, la rivista che, nel numero, quello dedicato a Teresa Strada, di Emergency, riserva un’inchiesta approfondita alla creatura dell’ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. La firma Marco Zerbino, che scrive più di una pagina sulla «Campania infelix» e sugli esponenti di Italia dei valori all’ombra del Vesuvio.
Di Nello Formisano, il segretario regionale del partito, riferisce l’iscrizione alla Massoneria, citando un’inchiesta pubblicata tempo fa dal mensile la Voce della Campania. Racconta che rappresenta l’ala 'pragmatica' del partito e gli attribuisce il demerito di avere candidato nel 2006 al senato Sergio De Gregorio. «Il quale — scrive ancora Zerbino — dirigerà poi il quotidiano del partito, Italia dei valori, nella cui redazione Formisano aveva piazzato il figlio come praticante». «Il segretario regionale di Idv — si legge ancora su MicroMega — ha inoltre traghettato nel partito Mimmo Porfidia e Nicola Marrazzo». Riguardo al primo, sostiene la rivista: «Il suo nome compariva, insieme a quello di altre sedici persone, in una informativa del 2005 che la Squadra Mobile di Caserta aveva successivamente trasmesso alla Direzione investigativa antimafia. Negli ultimi giorni del 2008 la notizia, appresa dai giornali, di essere indagato per 416 bis mandò a Porfidia di traverso il panettone».
Quanto a Marrazzo, rileva Zerbino: «Ex Dc poi passato ai Democratici, alla Margherita, a Rinnovamento italiano e infine a Idv. Già consigliere regionale. La sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si sono viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia. Marrazzo è stato uno dei protagonisti dello scandalo che, nell’ottobre 1991, portò allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dell’amministrazione comunale di Casandrino». La rivista passa in rassegna anche la vicenda di Cosimo Silvestro, ex consigliere regionale di Idv, che aveva tra i collaboratori un imprenditore pomiglianese del settore della ristorazione più volte fermato dai carabinieri in compagnia di pregiudicati. Un’inchiesta, quella di MicroMega, che non è passata naturalmente inosservata. La Stampa, ad esempio, l’ha ripresa in un ampio servizio e c’è già chi ritorna a parlare, come aveva scritto il Corriere della Sera, di un caso campano nel partito di Di Pietro.
Certo è che dalle informative contenute negli atti depositati emerge una figura, quella di Mautone, «al centro di un sistema di potere molto forte... volàno di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici». Un sistema che vede l'ex provveditore come punto di riferimento anche per 5 esponenti dell'Italia dei valori, compreso il figlio del leader del partito, Cristiano Di Pietro. Nessuno di loro risulta tra gli indagati, come a proposito di Di Pietro jr sottolineava un comunicato dell'Idv. Nelle carte dell'inchiesta-Romeo emergono però richieste precise avanzate da parlamentari in carica, come il deputato Nello Formisano e il senatore Aniello Di Nardo. Quest'ultimo in una telefonata ricorda a Mautone di un suo amico «che doveva essere chiamato» e non è stato più convocato per dei lavori di impiantistica di una galleria a Vico Equense. In un'altra conversazione segnala due architetti amici di Cristiano Di Pietro «ai quali non bisogna far prendere collera».
Americo Porfidia, deputato dell'Idv e sindaco di Recale, in provincia di Caserta, poi, è inserito tra le persone che hanno rapporti istituzionali con Mautone, e l'informativa degli investigatori precisa anche che a suo carico la Squadra mobile di Caserta ha aperto un procedimento penale per un'ipotesi di reato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cardiologo, deputato in carica, a Mautone si è rivolto per chiedere consiglio per investimenti pubblici nel casertano.
L'intreccio di richieste che dalla Campania provava ad incidere su Roma sfocia anche in un emendamento da inserire in Finanziaria. Nell'ottobre 2007 Mautone chiede a Formisano una modifica per favorire un contributo a favore della "casa degli anziani" cui è interessato Francesco Manzi, consigliere regionale della Campania che fa riferimento al partito di Di Pietro. Spicca, infine, una telefonata tra Mautone e Cristiano Di Pietro sul tema forniture pubbliche: per l'impresa che realizza l'impianto elettrico di una caserma a Termoli e per dove va a rifornirsi del materiale. I due parlano delle percentuali di ribasso per la gara d'appalto: percentuali ritoccate "al rialzo" su suggerimento di Mautone, avallato da Di Pietro junior. Dal Pdl attacco di Maurizio Gasparri al leader dell'Idv: «Come ha fatto il babbo a sapere che erano intercettate le telefonate tra il pargolo e Mautone?
MALAGIUSTIZIA. AVVOCATI CONTRO MAGISTRATI.
L’avvocatura avellinese incrocia nuovamente le braccia e si prepara alla seconda ondata di sciopero, questa volta indetta dalla Camera Penale irpina.
Come annunciato già ampiamente nel corso dell’ultimo incontro promosso dall’Ordine degli Avvocati, il presidente della Camera Penale irpina, Luigi Petrillo, ha ufficializzato la seconda settimana di sciopero delle toghe irpine che protestano rispetto alla presa di posizione della Procura della Repubblica di Avellino in merito al ‘caso Balletta’.
“E’ inaccettabile – si legge nella nota – che un Ufficio di Procura commenti una sentenza a mezzo comunicato stampa, in quanto le decisioni dei giudici innanzitutto si rispettano; poi, se non si condividono, si impugnano nella sede competente. E’ inaccettabile che un Ufficio di Procura additi alla pubblica opinione come inspiegabile una sentenza emessa da un Tribunale della Repubblica, quale che essa sia; viceversa, è irrinunciabile la garanzia rappresentata dal diritto di cui gode ogni Giudice del merito di ‘apprezzare’ i fatti diversamente dal Pubblico Ministero e dagli altri Giudici che lo hanno preceduto nella fase delle indagini; non si può ritenere intellettualmente onesto il tentativo di far passare una decisione giudiziale - quale che essa sia - come contraria alla verità storica, poichè ogni sentenza può solo aspirare ad avvicinarsi alla verità, stante la visione laica e non confessionale del processo penale, che, dunque, deve tendere ad accertare la verità possibile, non quella assoluta”.
L’avvocatura avellinese, inoltre, approfondirà il merito della vicenda giudiziaria che ha dato origine al comunicato, «... sulla base di documenti di qualificata provenienza nei quali sono denunziati fatti di certa rilevanza disciplinare, se non penale, che si sarebbero verificati nel corso del procedimento, in danno del prof. Balletta e dell’imparzialità dell’indagine».
QUINDICI E LA POLITICA.
ANCORA FANGO SU QUINDICI.
Questa volta non ci sono morti, ma arresti eccellenti.
A provocare la frana sono stati gli inquirenti della Dda di Napoli: hanno sepolto decenni di amministrazione pubblica nel comune del Vallo. E travolto il sindaco Antonio Siniscalchi, ritenuto affiliato al clan Graziano. Il referente che ha garantito alla camorra gli affari per la ricostruzione dopo la frana, quella vera, del cinque maggio ‘98. Tre anni di indagini, un dossier di quattrocento pagine. Decine di faldoni: intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti. Una maxi inchiesta che ha ricostruito gli intrecci perversi tra il potere politico a Quindici e gli interessi della malavita organizzata.
In cella, oltre al sindaco Siniscalchi, anche il suo vice, Alfonso Graziano, e l’assessore Sabato Vivenzio. Insieme a loro i vertici del clan Graziano: Adriano e Antonio Graziano, Chiara Manzi e Alba Scibelli (ai quali il provvedimento è stato notificato in carcere: sono già reclusi per la strage del 26 maggio), il boss Arturo Graziano, il figlio Fiore (che è stato ammanettato qualche giorno fa), Felice Graziano e Antonio Peluso.
Irreperibile l’ex poliziotto Antonio Mazzocchi, scarcerato la scorsa settimana dal Riesame (era dentro per la strage di via Cassese). Diversi gli indagati, tra loro anche alcuni funzionari regionali (e su questo filone la Procura ha confermato l’esistenza di una indagine).
L’inchiesta è stata coordinata dai piemme della distrettuale, Domenico Airoma e Manuela Mazzi. Il blitz è stato effettuato, all’alba della notte scorsa, dai carabinieri della compagnia di Baiano, al comando del capitano Ligato e del tenente Guglielmi. Le accuse sono molto gravi. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio (il ferimento di Giuseppe Pacia, a Taurano), concussione, abuso in atti d’ufficio, falso in atti pubblici e truffa.
C’è una frase, pronunciata da Airoma durante la conferenza stampa, e pronunciata durante una intercettazione dal sindaco Siniscalchi, che disegna - secondo gli inquirenti - il quadro preciso dell’intreccio tra camorra e amministrazione: «Questi devono capire che ora per fare i camorristi bisogna usare la testa». Lasciando intendere che era finito il tempo delle pistole e bisognava passare a strategie più sottili. Per gli inquirenti Antonio Siniscalchi non è “semplicemente” un sindaco che è stato avvicinato dai clan.
È qualcosa di più: è il referente messo a capo del Comune dalla malavita organizzata. Il garante con le istituzioni. Un affiliato a tutti gli effetti. La “faccia pulita” del clan. Accuse gravi, pesantissime, che gettano un’ombra cupa su questi anni quindicesi. Che macchiano d’infamia le lotte di Siniscalchi, sempre pronto a dare battaglia per quei contributi “negati”, per i ritardi di una Regione distratta, per il suo paese che continuava a vivere con l’incubo della frana. Ora c’è il sospetto, suffragato dall’ordinanza di custodia cautelare, che quelle durissime prese di posizione non erano per il bene del suo paese, ma per gli interessi dei clan. Anche la parabola politica del sindaco è letta dagli inquirenti in chiave camorristica.
Il procuratore Agostino Cordova definisce «significativa l’assenza di altri concorrenti nelle elezioni amministrative del ‘96». Ma non solo: Siniscalchi è stato candidato unico anche nell’aprile del 2000, quando «ottenne un afflusso alle urne plebiscitario e una autentica pioggia di preferenze: 1246 voti su 1434 schede votate». Il procuratore Cordova continua, riferendo un episodio preciso e inquietante: «Dopo l’elezione, dalla sede dei seggi elettorali, si è snodato un corteo a piedi, al quale ha partecipato lo stesso sindaco, i consiglieri e i loro più aperti sostenitori. Per le vie del paese sono stati allestiti tavoli imbanditi con dolci e bevande, con donne che lanciavano sui vincitori dei petali di fiori. Subito dopo, i festanti, a bordo di vetture, hanno raggiunto la frazione Bosagro, sfilando davanti all’abitazione di Arturo Graziano, detto ‘O guaglione”, uno dei leader indiscussi della famiglia. Il boss, fermo davanti al passo carraio che conduce alla sua villa ha risposto con cenni di saluto, rivolti agli occupanti delle auto, da una delle quali con un megafono qualcuno urlava: «Don Arturo, olé». Era il segno che il padrino benediceva quella elezione.
Dietro le dimissioni la verità. Un uomo in bilico Antonio Siniscalchi, sindaco di un comune difficile. Quando è iniziata la guerra agli imprenditori, condotta da componenti delle famiglia Graziano, ha tentato di farsi da parte. Le sue dimissioni sono arrivate quasi nello stesso periodo dei primi attentati. Quando quattro camion della ditta di Felice Graziano sono stati dati alle fiamme. Se lui doveva essere il garante di un equilibrio, quell’equilibrio si era spezzato. Ne ha avuto la certezza qualche giorno dopo, quando un proiettile calibro 22 ha ucciso a Lauro un imprenditore quindicese, Francesco Santaniello. La situazione è precipitata, fino alla strage di via Cassese. Fino a quelle tre donne dei Cava massacrate dai Graziano. Fino all’alba di ieri, quando le manette si sono strette ai suoi polsi. Il sindaco sapeva dell’indagine. La Dia si è recata più volte al Comune, soprattutto per sequestrare dei documenti. I carabinieri della compagnia di Baiano hanno lavorato senza tregua per mesi, o meglio, per anni.
Le battaglie del sindaco di Quindici hanno perso consistenza. L’ultimo segnale: non ha partecipato alla fiaccolata anticamorra organizzata a Lauro e alla quale hanno dato la loro adesione tutti i primi cittadini del Vallo. «Non presenzio a manifestazioni alla don Riboldi». Una assenza che si è notata. Ed una giustificazione che ha convinto pochi.
Il sindaco, evidentemente, ha ritenuto inopportuno partecipare ad una manifestazione anticamorra quando proprio la Dda aveva avviato (e stava per concludere) una indagine per presunti collegamenti con la malavita organizzata nei suoi confronti. Una inchiesta che era iniziata poco dopo la frana del cinque maggio del ‘98. Erano i giorni della tragedia e della solidarietà. Ma la guerra tra clan per la conquista degli appalti pubblici poteva dirsi iniziata. Mentre il paese era a rischio sgombero, le “famiglie” già sparavano contro i camion delle ditte indesiderate, quelle che si stavano occupando dei primi lavori per il trasferimento dell’enorme massa di fango che si era staccata dal Pizzo d’Alvano per ricoprire buona parte del paese. Spari, incendi e furti: non è stato escluso nessun mezzo per intimidire, nonostante la massiccia presenza delle forze dell’ordine. In quella zona la vera forza delle famiglie è l’omertà: assoluta, totale, mai scalfita dalle “infamie” di un collaboratore di giustizia.
In quei giorni il sindaco Siniscalchi, grazie alla sua prontezza, è riuscito ad evitare che la tragedia di Quindici venisse ricordata come una ecatombe (con gli stessi morti della vicina Sarno). Quella immagine “eroica”, con i consigli comunali in un garage e lui in perenne giacca a vento arancione, viene oggi macchiata da queste accuse. Il “sindaco eroe” era un camorrista, secondo gli inquirenti della Dda. E il suo nome è finito nella lista nera dei sindaci affiliati ai Graziano. Ora si aprono giorni terribili per Quindici. Il clima era già teso dopo la strage di via Cassese, ore è diventato assolutamente irrespirabile. C’è un clan ferito, quello dei Cava), ed uno decapitato (i Graziano). Tra i due fuochi tanta gente comune, con la voglia di voltare pagine, di andare oltre la faida e la camorra, oltre l’omertà e la legge del taglione. E questo, proprio questo, è il momento di stare vicini alla gente di Quindici.
Il sindaco barricadero. Quello pronto a dare battaglia per la sua gente. Quello che marciava su Napoli per protestare contro i ritardi della Regione. Quello che dopo la frana non ha risparmiato energie per assicurare un governo al paese. Quel sindaco, Antonio Siniscalchi, è ora in cella, accusato di aver fatto di tutto per aiutare la camorra, alla quale - secondo gli inquirenti - è affiliato. Un sindaco al soldo dei Graziano. Come da trenta anni a Quindici, con l’eccezione di Olga Santaniello (una parentesi ribattezzata “primavera quindicese”, durata troppo poco). Antonio Siniscalchi è vicino all’Udeur di Clemente Mastella. In passato è stato eletto come consigliere, sempre nel Comune di Quindici, nelle fila della Democrazia Cristiana (era all’opposizione quando sindaco era Carmine Graziano). Sposato, con tre figli, applicato di segreteria in una scuola di Pago Vallo Lauro e titolare, con il fratello, di una avviata ditta di import-export di nocciole. Un suo fratello, Atlante, è latitante. Per gli inquirenti è vicino ai clan della malavita organizzata. È un po’ imbarazzante parlare di Antonio Siniscalchi in certi termini, dopo tanti anni trascorsi a raccontare le sue “battaglie”. Ed è imbarazzante pensare che tutte le sue sfide, le accuse alla Regione, fossero solo nel nome e per conto dei padrini. Siniscalchi sarà interrogato domani mattina dal gip (è assistito insieme a tutti gli altri imputati dall’avvocato Raffaele Bizzarro).
Soldi pubblici per il bunker del boss. La villa bunker di Arturo Graziano rientra nell’inchiesta: un muro di contenimento, realizzato con i fondi per la frana, non era altro che una “muraglia” alta tre metri a protezione della casa del boss. Ma non solo: con i fondi dello Stato il sindaco ha anche realizzato una strada privata per il boss e l’illuminazione pubblica nella zona non è indirizzata verso la strada, no, fa luce sempre a quella villa. E a proposito di ville, come dimenticare il caso della residenza del boss Antonio Cava (l’altra famiglia), confiscata dai tribunali e concessa, dal sindaco Siniscalchi, in fitto allo stesso capoclan? In questo caso la Prefettura è rimasta colpevolmente silenziosa. Il sindaco avrebbe anche imposto a ditte impegnate nei lavori di “messa in sicurezza” l’assunzione di personale da lui segnalato (per conto dei clan?). E in una intercettazione ha anche dato consigli ai boss: «La camorra deve usare la testa…».
Una frase che ha convinto gli inquirenti: il sindaco è un affiliato alla malavita organizzata. La tensione a Quindici è ora altissima. Dopo la strage di Lauro, la risposta delle forze dell’ordine (con nove arresti), ora questo nuovo blitz. Ma non é finita. Altre indagini sono in corso, questa volta della polizia (sulla famiglia Cava), mentre si stanno cercando possibili referenti dei Graziano anche alla Regione. Il piccolo comune del Vallo resta di nuovo senza sindaco. Nel paese spaccato dall’odio e dagli interessi della camorra resta una impresa non solo governare, ma anche candidarsi alle amministrative. Qualche anno fa, prima delle elezioni di Siniscalchi (nel ‘96), qualche ottimista parlò di “primavera di Quindici”. Era sindaco Olga Santaniello, la farmacista poi uccisa proprio dalla frana del 5 maggio ‘98. Da quella primavera è venuto fuori altro terrore, ed altri morti.
A questo punto il Comune è finito. «A questo punto il Comune è finito. E’ distrutto nell’immagine e nella credibilità». Sono le parole amare che ci confida a caldo il segretario particolare del sindaco Siniscalchi, Anacleto Ferrentino: «In Comune siamo rimasti sbalorditi questa mattina (ieri per chi legge, ndr.) nell’apprendere della notizia degli arresti del sindaco, del vicesindaco e di un assessore. E’ stata davvero una sorpresa sapere che il primo cittadino era rimasto coinvolto in una simile vicenda. Era l’ultima persona che ci aspettavamo finisse in manette. Anche perché in questi anni di amministrazione ha sempre lavorato per lo sviluppo del paese e per il bene comune dei cittadini. Credo che questa operazione sia solo una scusa per suscitare clamore». Come Ferrentino, sono rimasti scioccati anche gli altri componenti dell’amministrazione. «Dopo la frana del maggio 1998 - continua il segretario - e dopo il riacutizzarsi della faida tra i clan, questa è stata la tegola che ha definitivamente distrutto la nostra realtà. Siamo stufi di essere etichettati come camorristi o conniventi. Ora il nostro unico desiderio è quello di fare chiarezza. Perché se questa volta ha pagato il sindaco è solo il risultato di un’ulteriore ricerca di vittime».
Quindici sotto choc, piazze deserte Sarà anche per colpa del caldo asfissiante, ma il fiato all’intero paese è stato tolto dai dodici arresti. Sarà per il caldo, ma Quindici è deserta. E intanto, nei canaloni della messa in sicurezza cresce l’erba. E’ già alta. I tunnel “raccogli fango” sono stati costruiti più di due anni fa e la manutenzione è latitante (come una delle dodici persone per le quali sono stati emessi gli ordini di cattura). Sarà anche l’afa, ma non c’è una sola persona nella piazza di Quindici. Incrociamo all’improvviso una signora. Avrà sui quarant’anni. Cammina adagio, a piccoli passi lenti. Le braccia conserte, lo sguardo triste, abbassato: sembra quasi sul punto di piangere. Guarda a terra e neanche quando le passiamo accanto alza lo sguardo. E’ il simbolo di un paese distrutto. Di nuovo. Quindici è un paese triste oggi. Si è svegliato con i carabinieri che son tornati a bussare alle sue porte. Un’altra iattura si è abbattuta su di un paese che ne ha già passate tante. Dopo la frana, dopo la faida risvegliata, ora c’è anche un’intera amministrazione comunale messa in discussione. E’ accusata di collusioni con la camorra. In manette il sindaco, il vicesindaco e un assessore.
E’ un prezzo alto quello che sono chiamati a pagare i cittadini. E’ un paese in ginocchio, piegato tra la criminalità, la corruzione e la voglia di vivere in pace. Una pace che mai come in questa zona della Campania costa cara. Il prezzo da pagare è l’omertà, o quantomeno la capacità di sopravvivere senza “dare fastidio” a chi ha il coltello dalla parte del manico.
Nella piazza di Quindici, ieri mattina, ha chiuso presto anche il bar. Sarà per l’afa, ma evidentemente non era una giornata adatta per le solite quattro chiacchiere davanti ad un caffè. Non era “conveniente” intrattenersi a parlare nella centralissima piazza a pochi passi dal palazzo Comunale, quello vecchio. Quello spazzato via dalla frana del maggio 1998 e che ora ospita i lavori di ristrutturazione. Quei lavori per i quali si sta ipotizzando una “malsana” gestione degli appalti. Sarà per il caldo torrido, ma non c’è nemmeno un operaio al lavoro in quella che era la sede storica del Municipio. Ora gli uffici comunali sono stati temporaneamente spostati in un altro edificio, distante poche decine di metri, dove sono ubicate anche le stanze del Coc, il Centro Operativo Comunale che tante volte è stato attivato dopo quel terribile maggio del 1998. Sarà per la canicola, ma sono deserte anche le strade che percorriamo per arrivare agli altri cantieri post-frana. Una serie di stradine intercomunali che vengono costeggiate da una serpentina labirintica di canaloni. Sono le valvole di sfogo pronte ad entrare in funzione qualora la montagna decidesse di piangere nuovo fango. In teoria dovrebbero essere già operative, ma non c’è manutenzione. Due delle vasche di raccolta che incrociamo sono già colme: di erbacce alte un metro. Se la tragedia si dovesse ripetere i canaloni si troverebbero ad essere già parzialmente occupati dalla troppo ricca vegetazione. La sua crescita è esplosa in quest’ultimo mese, anche a causa del gran caldo che ha aggredito all’improvviso l’intera provincia di Avellino. La ricchezza floreale che spicca dentro e fuori i canali anti-frana contrasta in maniera quasi tragica con la desolazione umana che avvolge Quindici. Di nuovo un paese in lutto.
11 marzo 2004 - Siniscalchi condannato a 8 anni. Due condanne e quattro assoluzioni nel processo per le presunte infiltrazioni della camorra nell’amministrazione del Comune di Quindici. Il giudice per le udienze preliminari, Marotta, ha condannato ad otto anni di reclusione l’ex sindaco, Antonio Siniscalchi, e il boss Arturo Graziano (per entrambi il magistrato del pubblico ministero, Mazzi, aveva chiesto sei anni di carcere). Assolti: il vice sindaco Alfonso Graziano (richiesta: sei anni), l’assessore Vivenzio Sabato (due anni e due mesi), l’imprenditore Felice Graziano (quattro anni), e Fiore Graziano (era già stata proposta l’assoluzione), figlio di Arturo Graziano. Gli imputati erano tutti assistiti dall’avvocato Raffaele Bizzarro. La sentenza è stata emessa dopo più di cinque ore di camera di consiglio. Si attendono ora le motivazioni del verdetto. Un po’ sorprende la dura condanna inflitta al sindaco e l’assoluzione del suo vice (che ha anche una parentela con i Graziano). A carico dell’ex primo cittadino sono pesati comunque i contenuti delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Avrebbe pronunciato frasi che sia gli inquirenti della direzione distrettuale antimafia sia il giudice hanno valutato come “incriminanti”.
Stessa cosa per il boss Arturo Graziano. Ma non solo: il magistrato ha evidentemente ritenuto “significativo” l’episodio - segnalato dai carabinieri, e che il difensore degli imputati ha tentato di smontare nel corso della discussione - del corteo in festa, nel giorno della rielezione di Siniscalchi, proprio sotto l’abitazione del boss. Restano sotto processo, ma con rito ordinario, altri quattro imputati nello stesso procedimento: Luigi Salvatore Graziano, la moglie Chiara Manzi, i figli Adriano e Antonio. Nei loro confronti è iniziato da qualche udienza il procedimento davanti ai giudici del Tribunale di Avellino.