Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri
tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le
mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non
essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o
di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio
diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli
editori che ormai nessuno più legge.
Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.
I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.
Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."
L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.
L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.
Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.
Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).
Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
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IL COGLIONAVIRUS
DECIMA PARTE
DI ANTONIO GIANGRANDE
SENZA SPERANZA
TUTTO SARA’
COME PRIMA…
FORSE

INDICE PRIMA PARTE
IL VIRUS
Introduzione.
Le differenze tra epidemia e pandemia.
I 10 virus più letali di sempre.
Le Pandemie nella storia.
Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.
La Temperatura Corporea.
L’Influenza.
La Sars-Cov.
Glossario del nuovo Coronavirus.
Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.
Il Coronavirus. L’origine del Virus.
Alla ricerca dell’untore zero.
Le tappe della diffusione del coronavirus.
I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.
I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.
A Futura Memoria.
Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.
Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.
Fattori di rischio.
Cosa risulta dalle Autopsie.
Gli Asintomatici/Paucisintomatici.
L’Incubazione.
La Trasmissione del Virus.
L'Indice di Contagio.
Il Tasso di Letalità del Virus.
Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.
Morti: chi meno, chi più.
Morti “per” o morti “con”?
…e senza Autopsia.
Coronavirus. Fact-checking (verifica dei fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.
La Sopravvivenza del Virus.
L’Identificazione del Virus.
Il test per la diagnosi.
Guarigione ed immunità.
Il Paese dell’Immunità.
La Ricaduta.
Il Contagio di Ritorno.
I preppers ed il kit di sopravvivenza.
Come si affronta l’emergenza.
Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?
Lo Scarto Infetto.
INDICE SECONDA PARTE
LE VITTIME
I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.
Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.
Eroi o Untori?
Contagio come Infortunio sul Lavoro.
Onore ai caduti in battaglia.
Gli Eroi ed il Caporalato.
USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.
Covid. Quanto ci costi?
La Sanità tagliata.
La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.
Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?
Una Generazione a perdere.
Non solo anziani. Chi sono le vittime?
Andati senza salutarci.
Spariti nel Nulla.
I Funerali ai tempi del Coronavirus.
La "Tassa della morte".
Epidemia e Case di Riposo.
I Derubati.
Loro denunciano…
Le ritorsioni.
Chi denuncia chi?
L’Impunità dei medici.
Imprenditori: vittime sacrificali.
La Voce dei Malati.
Gli altri malati.
INDICE TERZA PARTE
IL VIRUS NEL MONDO
L’epidemia ed il numero verde.
Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri?
Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.
Il Coronavirus in Italia.
Coronavirus nel Mondo.
Schengen, di fatto, è stato sospeso.
Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.
…in Africa.
…in India.
…in Turchia.
…in Iran.
…in Israele.
…nel Regno Unito.
…in Albania.
…in Romania.
…in Polonia.
…in Svizzera.
…in Austria.
…in Germania.
…in Francia.
…in Belgio.
…in Olanda.
…nei Paesi Scandinavi.
…in Spagna.
…in Portogallo.
…negli Usa.
…in Argentina.
…in Brasile.
…in Colombia.
…in Paraguay.
…in Ecuador.
…in Perù.
…in Messico.
…in Russia.
…in Cina.
…in Giappone.
…in Corea del Sud.
A morte gli amici dell’Unione Europea.
A morte gli amici della Cina.
A morte gli amici della Russia.
A morte gli amici degli Usa.
INDICE QUARTA PARTE
LA CURA
La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.
L'Immunità di Gregge.
L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.
L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.
Meglio l'App o le cellule telefoniche?
L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.
Epidemia e precauzioni.
Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.
La sanificazione degli ambienti.
Contagio, Paura e Razzismo.
I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?
Tamponi negati: il business.
Il Tampone della discriminazione.
Tamponateli…non rinchiudeteli!
Epidemia e Vaccini.
Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.
Il Costo del Vaccino.
Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.
Epidemia, cura e la genialità dei meridionali..
Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.
Gli anticorpi monoclonali.
Le Para-Cure.
L’epidemia e la tecnologia.
Coronavirus e le mascherine.
Coronavirus e l’amuchina.
Coronavirus e le macchine salvavita.
Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.
Attaccati all’Ossigeno.
INDICE QUINTA PARTE
MEDIA E FINANZA
La Psicosi e le follie.
Epidemia e Privacy.
L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.
Epidemia ed Ignoranza.
Epidemie e Profezie.
Le Previsioni.
Epidemia e Fake News.
Epidemia e Smart Working.
La necessità e lo sciacallaggio.
Epidemia e Danno Economico.
La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.
Il Supply Shock.
Epidemia e Finanza.
L’epidemia e le banche.
L’epidemia ed i benefattori.
Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.
Mes/Sure vs Coronabond.
La Caporetto di Conte e Gualtieri.
Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.
I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.
"Il Recovery Fund urgente".
Il Piano Marshall.
Storia del crollo del 1929.
Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.
Un Presidente umano.
Le misure di sostegno.
…e le prese per il Culo.
Morire di Fame o di Virus?
Quando per disperazione il popolo si ribella.
Il Virus della discriminazione.
Le misure di sostegno altrui.
Il Lockdown del Petrolio.
Il Lockdown delle Banche.
Il Lockdown della RCA.
INDICE SESTA PARTE
LA SOCIETA’
Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.
I Volti della Pandemia.
Partorire durante la pandemia.
Epidemia ed animali.
Epidemia ed ambiente.
Epidemia e Terremoto.
Coronavirus e sport.
Il sesso al tempo del coronavirus.
L’epidemia e l’Immigrazione.
Epidemia e Volontariato.
Il Virus Femminista.
Il Virus Comunista.
Pandemia e Vaticano.
Pandemia ed altre religioni.
Epidemia e Spot elettorale.
La Quarantena e gli Influencers.
I Contagiati vip.
Quando lo Sport si arrende.
L’Epidemia e le scuole.
L’Epidemia e la Giustizia.
L’Epidemia ed il Carcere.
Il Virus e la Criminalità.
Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.
Il Virus ed il Terrorismo.
La filastrocca anti-coronavirus.
Le letture al tempo del Coronavirus.
L’Arte al tempo del Coronavirus.
INDICE SETTIMA PARTE
GLI UNTORI
Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?
Un Virus Cinese.
Un Virus Americano.
Un Virus Norvegese.
Un Virus Svedese.
Un Virus Transalpino.
Un Virus Teutonico.
Un Virus Serbo.
Un Virus Spagnolo.
Un Virus Ligure.
Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.
Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.
La Bergamasca, dove tutto si è propagato.
Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.
Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.
Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.
La Caduta degli Dei.
La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.
Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.
I Soliti Approfittatori Ladri Padani.
La Televisione che attacca il Sud.
I Mantenuti…
Ecco la Sanità Modello.
Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.
INDICE OTTAVA PARTE
GLI ESPERTI
L’Infodemia.
Lo Scientismo.
L’Epidemia Mafiosa.
Gli Sciacalli della Sanità.
La Dittatura Sanitaria.
La Santa Inquisizione in camice bianco.
Gli esperti con le stellette.
Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.
Le nuove star sono i virologi.
In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…
Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.
Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.
Giri e Giravolte della Scienza.
Giri e Giravolte della Politica.
Giri e Giravolte della stampa.
INDICE NONA PARTE
GLI IMPROVVISATORI
La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?
Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.
Un popolo di coglioni…
L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?
La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.
Conta più la salute pubblica o l’economia?
Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.
“State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.
Stare a Casa.
Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.
Non comprate le cazzate.
Quarantena e disabilità.
Quarantena e Bambini.
Epidemia e Pelo.
Epidemia e Violenza Domestica.
Epidemia e Porno.
Quarantena e sesso.
Epidemia e dipendenza.
La Quarantena.
La Quarantena ed i morti in casa.
Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.
Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.
Cosa si può e cosa non si può fare.
L’Emergenza non è uguale per tutti.
Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.
Dipende tutto da chi ti ferma.
Il ricorso Antiabusi.
Gli Improvvisatori.
Il Reato di Passeggiata.
Morte all’untore Runner.
Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.
INDICE DECIMA PARTE
SENZA SPERANZA
TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE
In che mani siamo!
Fase 2? No, 1 ed un quarto.
Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.
Fase 2? No, 1 e mezza.
A Morte la Movida.
L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.
I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.
Fase 2: finalmente!
“Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.
Le oche starnazzanti.
La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.
I Bisogni.
Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.
L’Idiozia.
Il Pessimismo.
La cura dell’Ottimismo.
Non sarà più come prima.
La prossima Egemonia Culturale.
La Secessione Pandemica Lombarda.
Fermate gli infettati!!!
Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.
Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?
Gli Errori.
Epidemia e Burocrazia.
Pandemia e speculazione.
Pandemia ed Anarchia.
Coronavirus: serve uno che comanda.
Addio Stato di diritto.
Gli anti-italiani.
Gli Esempi da seguire.
Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…
I disertori della vergogna.
Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus.
Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.
Grazie coronavirus.
IL COGLIONAVIRUS
DECIMA PARTE
SENZA SPERANZA
TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE
· In che mani siamo!
Che sfiga. Il momento peggiore con i protagonisti peggiori.
Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora ho il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.
In che mani stiamo. Un Governo che non è stato votato dal Popolo, si impegna a non rappresentarlo. Questo Governo non decide, ma per pararsi il culo per le stragi, si tiene buoni scienziati, pubblici ministeri e giornalisti. A loro fa decidere sulla carcerazione domiciliare dei cittadini e sulla scarcerazione dei detenuti. Ed ai giornalisti ha dato l'incarico di vigilanza sulle fake news (sic).
Massimo Galli, il ritratto di Vittorio Feltri: "Di sinistra, ma onesto su Luca Zaia. Perché è un grande medico". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 24 dicembre 2020. Presento qui un infettivologo o virologo - non ho ancora appurato la differenza tra le due qualifiche - che ammiro e dalle cui labbra pendo come un bambino. Poiché il professor Massimo Galli è manifestamente di sinistra, non rinnega il 68 cui partecipò a 17 anni, questa mia predilezione stupirà i cretini. Pazienza. Reggerò i colpi del loro astio, cui sono abituato. Ma dev' esserci abituato anche quest' uomo. È facile metterlo nel mazzo dei virologi da combattimento, ostinatamente in tivù, e perciò fiocinabile come i pavoni usciti di gabbia e saltati sui trespoli dei talk-show grazie alla pandemia. Con costoro Galli non ha in comune neppure una piuma. In tivù e sui giornali esercita il ruolo di Cassandra, non perché gli piace la parte in commedia, ma perché gli preme dentro il dovere di non transigere sulla verità. Ad un certo punto, a chi gli rinfacciava come terroristica la sua furia contro il rilassamento da parte di ministri e persino medici, con il seguito ovvio della gente comune, ha tagliato corto: «Con il Covid non ci possono essere trattative». A me ricorda la dirittura morale di un Seneca, non c'è nulla che valga più delle sue convinzioni e dei suoi affetti, non c'è nulla che sia in vendita della coscienza e delle di lei propaggini, tra cui la sua faccia. Non la atteggia mai. Quella è e quella tenetevi. Il tipo è così. Non gli riesce proprio di zuccherare le proprie gote per accattivarsi il pubblico. Non ha libri da vendere. Ha rifiutato e persino schifa la proposta di compensi per le sue apparizioni televisive: di mestiere non è un opinionista, non fornisce pareri da dilettante. Sa che Troia brucia, e Troia è anche la sua casa, ci abita gente che ama: la figlia 35enne, studiosa come lui, ma in settore umanistico (la madre da cui è divorziato è una insegnante di chimica alle superiori), pochi amici, i suoi allievi cui si manifesta con un carattere solido e tosto. Un cagnetto adorabile. Dopo di che, non si scherza, anche se conosce l'arte della battuta (ad una giornalista, che in marzo gli mise il microfono sotto il naso e gli domandava i rischi di contagio per lui in quanto medico, rispose: «L'essere intervistato»).
Parla con autorità. È contro le mezze porzioni, le porte girevoli da grand hotel per far entrare e uscire la gente a braccetto del virus: «Avete presente Alien? Adesso l'abbiamo imprigionato. Ma se lo rimettiamo in libertà potrebbe succedere di tutto». Diceva così in tempi non sospetti. Maledizione, aveva ragione. Sa quello che dice: è il primo della classe nella ricerca (è diventato prima ordinario in Università che primario; in luglio ha prodotto con altri scienziati lombardi uno studio sul genoma del coronavirus in Italia), ma a differenza di altre teste d'uovo fa anche il giro in corsia dai suoi malati.
IL CURRICULUM. Insegna, ricerca e cura. È direttore della struttura complessa di Malattie Infettive 3 dell'Ospedale Luigi Sacco (un gioiello di caratura internazionale) e fino al 30 settembre è stato anche direttore del dipartimento universitario di Scienze Biomediche e Cliniche del medesimo Sacco. Non fa il diplomatico, non aspira a nomine. Davanti ai Dpcm contorti e irrazionali del governo, ne ha censurato i ritardi e le magagne. In questo fregandosene della sua predilezione per la sinistra. Non ha il paraocchi. Ha condiviso ed elogiato le decisioni di Luca Zaia in Veneto, ovvio per lui: siccome è bravo, lo dice. Paolo Mieli - conoscendo le sue opinioni politiche - stava ricamandoci sopra a La7. Al che Galli ha risposto: «Per Zaia ho simpatia, gli faccio i complimenti, ma non lo voterei, ho una storia troppo diversa dalla sua». Come dicevano i vecchi di una volta: «La idea!». Pochi giorni fa ha denunciato il pericolo imminente, dopo il Covid, di una nuova epidemia «causata da germi multiresistenti». Prima va saltato l'ostacolo attuale: il Covid. E per questo ha strapazzato i giovani incoscienti o chi è convinto di sfangarsela con poco. «Per definizione è una malattia infettiva data da un virus invisibile: la vedi quando ce l'hai, la vedi quando ce l'ha qualcuno dei tuoi cari. Sono anche così amareggiato, stanco di dover consolare l'inconsolabile, cioè quelle persone che sanno di aver portato l'infezione a casa, a genitori o nonni che magari sono andati all'altro mondo. Temo che su tutta questa vicenda si sia ancora molto lontani dall'aver acquisito una robusta comprensione di quella che è la sua realtà» (Accordi&Disaccordi, sul Nove). Non ha esitato in diretta tivù a dire di aver paura per sé stesso. In questi giorni però, avendo percepito il rumore dei Tir che si stanno scaldando in Belgio per portare le fiale di vaccino Pfizer-Biontech in Italia, gli si è sollevato il labbro in un sorriso. Sarà tra i primi a farsi vaccinare domenica 27. Ma non si accontenta della sua testimonianza personale. La dice tutta: «Medici e infermieri devono fare il vaccino anti-Covid. Chi opera in campo sanitario e si rifiuta, deve cambiare mestiere. Non è un gesto eroico, ma un atto dovuto», ha sottolineato.
FUORICLASSE. Non so se lo vedremo con il camice. Non se lo mette mai. Non si è mai fatto filmare con il volto scombinato dalla fatica fuori dal reparto. Si lava, si incravatta, si profuma. I fuoriclasse, hanno l'attitudine a trascendere il loro orto. Non si trincerano dietro un linguaggio gergale, ripudiano i tecnicismi dietro cui si rifugiano gli scienziati che si esauriscono nei calcoli. Personalità di questo livello costruiscono la loro scienza sul terreno fertile dell'umanesimo (Umberto Veronesi docet, anzi purtroppo docebat). Come avrete forse capito da certi particolari sono onorato di poterlo frequentare. E lì ho compreso che di virus di oggi e di quelli di migliaia d'anni fa, di pestilenze e vaccini sa proprio tutto. Si è immedesimato con i medici di Manchester travolta dal colera nel 1832, e così via.
Mi ha colpito quel che mi ha raccontato dei suoi studi sulla pandemie, una apparente divagazione. Etimologicamente pandemia viene dal greco pandémos, composto di pan «tutto» e démos «popolo». Che appartiene a tutti. Nel mondo classico, era epiteto di Eros e di Afrodite, in quanto divinità dell'amore sessuale. Pandemia stava per prostituta. Casa pandemia era un modo elegante di dire bordello. Poi ci si stupisce se l'Italia va a puttane (ma questa è roba mia, il professore non c'entra).
Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova agguerrite contro Roberto Gualtieri, Dagospia: "Non ha letto il Recovery Plan". Libero Quotidiano il 22 dicembre 2020. Già i rapporti tra Italia Viva e Giuseppe Conte non sono dei migliori, poi ci si mette anche Roberto Gualtieri. Stando a un retroscena di Dagospia durante l'incontro per la verifica del governo tra il premier e i renziani, la domanda ricorrente sarebbe stata: "Ma Gualtieri lo ha letto il Recovery Plan? “. A una domanda dell’ex ministra Maria Elena Boschi - spiega nel dettaglio Dago - sulla riforma della giustizia, nella parte del Pnr relativa alle “riforme di sistema”, il ministro dell’Economia avrebbe risposto di non averlo letto. “Ah complimenti!”, avrebbe esordito il capodelegazione del partito di Matteo Renzi. E ancora, secondo il retroscena del sito di Roberto D'Agostino: “Ma davvero non hai letto il piano?”. Peggio di così, ben poco.
Giorgio Del Re per tpi.it il 22 dicembre 2020. “Ma Gualtieri lo ha letto il Recovery Plan? “, durante l’incontro durato oltre due ore con la delegazione di Italia Viva questa mattina a Chigi, mentre si stava esaminando la bozza di Recovery Plan presentata dal premier, sarebbe trapelato che il ministro dell’Economia non ha letto il piano nel dettaglio. A una domanda dell’ex ministra Maria Elena Boschi sulla riforma della giustizia, nella parte del Pnr relativa alle “riforme di sistema”, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri risponde candidamente che lui il piano non lo ha letto.
“Ah complimenti!”, salta sulla sedia la ministra Bellanova: “Ma davvero non hai letto il piano?”. Segue un siparietto del rimpallo tra il ministro degli Affari Europei Vincenzo Amendola e Gualtieri. Insomma, fosse anche solo quello, Italia Viva un merito ce l’ha avuto: incoraggiare il premier a mettere nero su bianco un piano di investimenti di cui finora solo in pochi avevano davvero sentito parlare, o che, nella migliore delle ipotesi, veniva tenuto nel cassetto riservato di qualche ministro (e non di altri), dato che, a quanto si apprende, nemmeno il titolare del Mef lo aveva studiato dettagliatamente prima dell’incontro di oggi. Un altro siparietto è avvenuto quando, a un certo punto del vertice, Conte ha sbottato: “Ma chi ha detto che volevamo fare un emendamento alla legge di Bilancio?”. E la Boschi risponde: “Voi, all’articolo 184 della legge di Bilancio”. Conte ribatte: impossibile. La Bellanova chiede: “Ma ci prendete in giro?”. A quel punto, anche Riccardo Fraccaro e Roberto Gualteri avrebbero fatto notare la cosa a Conte.
Pierpaolo Sileri e Roberto Speranza, indiscrezioni: "Quasi rissa" al dicastero tra ministro e vice. Tutta "colpa" di Giletti. Libero Quotidiano il 15 dicembre 2020. Alta tensione tra il ministro della Salute, Roberto Speranza e il suo vice Pierpaolo Sileri. I punti di contrasto, clamorosamente emersi ai limiti quasi della rissa tra i due in un vertice di maggioranza, sono il mancato aggiornamento del piano pandemico italiano e le conseguenti dimissioni del segretario generale, Giuseppe Ruocco, richieste da Sileri anche in diretta tv nel programma di Massimo Giletti Non è l'Arena, in onda domenica su La7. Programma che ha attaccato pesantemente il ministro Speranza, con Sileri in studio, è che deve aver fatto innervosire non poco il titolare del dicastero. "La colpa del mancato aggiornamento del piano pandemico è dei direttori della prevenzione che si sono avvicendati in questi 13 anni e hanno scritto un piano per la pandemia influenzale senza mai né applicarlo e nemmeno aggiornarlo alla luce delle epidemie che si sono succedute in tutto questo tempo, come sars, mers, aviaria", ha cercato di spiegare alla Stampa uno dei uomini di Speranza. Ma certo tra i due la lite deve essere scoppiata probabilmente proprio per la partecipazione del viceministro alla trasmissione che ha messo pesantemente sotto accusa lo stesso ministro che, invitato, non ha neanche risposto alla richiesta di Giletti. Infine altro punto di scontro tra i due è il ruolo di Ranieri Guerra, vice direttore della sezione europea dell’Oms e membro del Cts scelto dal ministro Speranza. "Il programma Report ha puntato il dito contro l’attuale vice direttore della sezione europea dell’Oms, Ranieri Guerra. Ma qui c’è una sciatteria e un pressapochismo generalizzati, persone che hanno mandato a morire centinaia di medici e infermieri, ai quali nessuno ha mai fatto un corso ed eseguire una esercitazione. Le dimissioni e le scuse me le aspetto da tutti coloro che in questi anni il Piano se lo sono passato di mano. Con il ministro non ne ho ancora parlato. Voglio sperare la pensi come me", la richiesta rabbiosa di Sileri a Speranza.
Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 15 dicembre 2020. Volano gli stracci nel ministero della Salute. Domenica, nella trasmissione Non è l'arena su La7, il viceministro Pierpaolo Sileri ha denunciato «pressapochismo» dei vertici amministrativi, suggerito di «cacciarne qualcuno a calci nel sedere» e chiesto le dimissioni di Giuseppe Ruocco, segretario generale perno di tutta la struttura. Ma il bersaglio implicito dell'affondo è il ministro Roberto Speranza. Da mesi Sileri (ieri spalleggiato da Morra e Pirro del M5S) si lamenta, nel ministero e fuori, di «non toccare palla». Non siede nel comitato tecnico scientifico (eppure è medico, e pure bravo), non ne viene informato degli esiti, non partecipa alle riunioni importanti, è escluso dalle decisioni. Il ministero è governato dalla filiera Speranza, Zaccardi (capogabinetto di osservanza bersaniana, richiamato dalla pensione e poi prorogato), Rezza (direttore generale della prevenzione, membro del Cts e link con l'Istituto superiore di sanità) e Ruocco, capo della «macchina». Sileri, isolato, compensa con una presenza mediatica spesso «fuori linea». La trasmissione era dedicata all'assenza di un piano pandemico, denunciata da un dossier dell'Organizzazione mondiale della sanità pubblicato il 13 maggio e inspiegabilmente rimosso l'indomani. La trasmissione di Rai3 Report ha svelato le mail con cui Ranieri Guerra, tra il 2014 e il 2017 direttore generale della prevenzione al ministero (competente sul piano) e ora assistente direttore generale dell'Oms, chiedeva ai ricercatori di edulcorare il dossier spiegando l'inopportunità politica di una critica al governo italiano. Sulla vicenda indaga la Procura di Bergamo, dopo che il comitato di parenti delle vittime del Covid «Noi denunceremo» ha scovato il dossier e commissionato una perizia secondo cui il piano avrebbe evitato 10mila morti. Guerra è stato sentito dai pm per cinque ore, ma l'Oms ha impedito le testimonianze degli autori del dossier, opponendo l'immunità diplomatica che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiesto di rimuovere con una lettera svelata in tv da Massimo Giletti. Sileri, benché numero due del ministero, lo ha picconato come fosse all'opposizione, unendosi alla denuncia di inefficienza e opacità. Ha riferito di aver chiesto informazioni sul piano pandemico, invano. E ha chiesto la testa del segretario generale Ruocco, imputandogli cronico assenteismo dalle riunioni del comitato tecnico scientifico e reticenza sul piano. Napoletano, 63 anni, medico, discreto pianista, Peppe Ruocco è un archetipo della burocrazia ministeriale. Del ministero (entrò nel 1984 occupandosi di sanità aerea) conosce ogni centimetro, anche a occhi chiusi. Democristiano come tutti i burocrati di vecchia scuola, zero scandali, collaborativo senza mai legarsi mani e piedi con i politici, «prossimo alla pensione» a ogni cambio di governo eppure sempre lì. Usato sicuro. Il che gli ha consentito di attraversare 11 governi in vent' anni, alla faccia dello spoils system. Cambiando 15 incarichi di vertice. Diventando nel 2017 segretario generale, nomina Lorenzin confermata da Grillo e Speranza. E reggendo contemporaneamente, in piena pandemia, anche tre delle dodici direzioni generali rimaste acefale. Tra cui quella, a lui cara (meno ai Cinquestelle), sui rapporti internazionali che lo porta in giro per il mondo. Dieci missioni, da Tokyo a Riyadh, solo nei sette mesi prima del blocco Covid. Ruocco, pronto a riferirne ai pm bergamaschi, tra il 2012 e il 2014 elaborò il piano nazionale di prevenzione sanitaria. Un capitolo era dedicato alle malattie infettive delineando «i pilastri» dello specifico piano pandemico, imposto dall'Ue nel 2013 per vecchie (morbillo, Hiv) e nuove minacce come i virus influenzali tipo suina e aviaria, allora appena debellati. Poi Ruocco cambiò incarico, al suo posto arrivarono Guerra (2014-2017) e Claudio D'Amario (2018-2020, ora capo della sanità in Abruzzo). E il piano pandemico rimase lettera morta.
Paolo Russo per “la Stampa” il 15 dicembre 2020. Il vice ministro della Salute, Pierpaolo Sileri, teme l'effetto al quadrato del giorno del Ringraziamento, «che insieme al black friday negli Usa ha fatto raddoppiare casi e morti in 15 giorni». Ma pensa che per tenere sotto controllo la situazione basti un lockdown nei giorni clou delle feste. E intanto torna a sparare contro i dirigenti del suo ministero «che non applicando e aggiornando per 13 anni il piano pandemico hanno mandato allo sbaraglio medici e infermieri».
Gli scienziati sostengono che con questo clima da liberi tutti si va a sbattere contro la terza ondata. Concorda?
«Con tutta questa movimentazione rischiamo di ricominciare da capo proprio quando con il calo dei contagi delle ultime settimane stavamo per compiere l'ultimo miglio: raggiungere la soglia di 6-7mila casi al giorni che consente al contact tracing di tenere sotto controllo i focolai».
Merkel con meno casi di noi ha chiuso tutto. Seguiremo l'esempio tedesco?
«Noi il lockdown totale lo abbiamo fatto prima dei tedeschi. È chiaro che dobbiamo impedire che il gran numero di contatti sociali sotto le feste ci riporti a 35-40mila casi al giorno. E penso anche che le mezze misure non servano. Senza arrivare a bloccare il Paese per 15 giorni credo sia sufficiente proclamare la zona rossa in tutto il Paese nei giorni più a rischio del clou delle feste».
Si discute di divieti ma poi non c'è chi li fa rispettare. Ci sarà una stretta sui controlli i prossimi giorni?
«La ministra degli Interni Lamorgese ha assicurato che verranno schierati in campo 70mila agenti in più, che sanzioneranno e sospenderanno le attività commerciali quando non vengono rispettate le regole».
Sul vaccino si parla di un'approvazione limitata agli under 55 per quello più opzionato dall'Europa di AstraZeneca. Non si rischiano discriminazioni?
«Spero che l'approvazione arrivi per il mezzo dosaggio che si è rivelato efficace al 90%. Ad anziani e operatori sanitari andrà somministrato quello più efficace comunque. Se poi l'approvazione dovesse in prima battuta riguardare il dosaggio pieno efficace al 62% si potrebbe pensare di iniziare con i più giovani, se questo significasse metterli al riparo da evoluzioni più insidiose della malattia».
Il 7 gennaio le riapriremo sul serio le scuole?
«Se i contagi restano così senza dubbio. Si sta già lavorando per impedire gli assembramenti sui mezzi di trasporto pubblici, potenziandoli e scaglionando gli orari di ingresso e uscita».
L'Italia ha affrontato questa pandemia senza un piano pandemico aggiornato. Di chi è la responsabilità?
«Dei direttori della prevenzione che si sono avvicendati in questi 13 anni e hanno scritto un piano per la pandemia influenzale senza mai né applicarlo e nemmeno aggiornarlo alla luce delle epidemie che si sono succedute in tutto questo tempo, come sars, mers, aviaria. Il programma Report ha puntato il dito contro l'attuale vice direttore della sezione europea dell'Oms, Ranieri Guerra. Ma qui c'è una sciatteria e un pressapochismo generalizzati, persone che hanno mandato a morire centinaia di medici e infermieri, ai quali nessuno ha mai fatto un corso ed eseguire una esercitazione».
Lei intanto ha chiesto la testa dell'attuale segretario generale del suo Ministero, Giuseppe Ruocco, già responsabile della prevenzione. Il Ministro Speranza le ha risposto?
«Le dimissioni e le scuse me le aspetto da tutti coloro che in questi anni il Piano se lo sono passato di mano. Con il Ministro non ne ho ancora parlato. Voglio sperare la pensi come me».
Gabriella Cerami per huffingtonpost.it il 14 dicembre 2020. Il Governo ha attivato il cashback per incentivare gli acquisti nei negozi, salvo poi indignarsi se le persone a dicembre, mese per eccellenza del cashback e degli acquisti di Natale, passeggiano creando anche folla e creando assembramenti lungo le vie dei negozi aperti di tutte le grandi città. Diceva il premier Giuseppe Conte una decina di giorni fa annunciando l’extra Cashback di Natale, anche chiamato ‘Bonus Natale 2020’: “Per sostenere le attività commerciali, un settore che è in grande sofferenza, e anche per aiutare le famiglie, abbiamo deciso di fare partire da subito il piano Italia Cashless”. Mossa fatta anche per colpire i pagamenti non tracciabili e quindi contrastare gli evasori ma soprattutto, sono le parole del presidente del Consiglio: “Adesso dobbiamo favorire gli esercizi commerciali, i negozianti, gli esercizi di prossimità”. Tanto è vero che l’e-commerce non vale ai fini del cashback, che diventa quindi la dimostrazione, più di ogni altro provvedimento, dell’obiettivo di far spendere in presenza i cittadini negli esercizi commerciali. Come è noto, nel mese di dicembre, dunque in un solo mese, si può avere un rimborso fino a 150 euro, nel 2021 invece i 150 euro si accumulano in sei mesi. Questo cosa vuol dire? Il cashback vale come riprova che l’esecutivo tiene aperti i negozi, i bar e i ristoranti a pranzo per paura del crollo dell’economia ma poi è pronto a pentirsi di fronte alle conseguenze, non calcolate, delle sue decisioni. Compreso il fatto che il cashback non è attivo per gli acquisti online che invece in periodo di lockdown totale venivano giustamente incentivati. Ecco il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia: “Le foto degli assembramenti mostrano scene ingiustificabili, irrazionali, irresponsabili. Comprendo la voglia delle persone di uscire, ma dovremmo sentire ogni giorno dentro di noi il lutto nazionale”. Giusta osservazione perché senza dubbio dai cittadini ci si aspetterebbe un pizzico di autoresponsabilità in più. È l’osservazione che vanno facendo più o meno tutti i ministri in questo lunedì della cattiva sorpresa in cui si è pronti a cambiare le regole e a scrivere nuovi decreti per l’ennesima volta. Ma stigmatizzare lo shopping, dopo averlo incentivato, senza fare mea culpa, è un altro scaricabarile dei governanti sui governati.
Aldo Grasso per il ''Corriere della Sera'' il 7 novembre 2020. Il discorso con cui il premier Conte ha annunciato in tv i nuovi provvedimenti restrittivi anti-Covid viene di continuo riproposto da Blob tanto da permetterci di fantasticare che Giuseppe Conte sia un consumato attore, mosso da un abile regista. Indossa una maschera. Nel teatro greco antico, le maschere servivano a rappresentare il carattere del personaggio mentre nascondevano l'individualità dell'attore. Teoricamente, Conte avrebbe potuto farne a meno, ma l'ha indossata per nascondere uno stato d'animo di sgomento o di debolezza. Come ha scritto Aldo Busi nel Manuale del perfetto papà , «il volto ti viene dato, e si esprime su un unico piano orizzontale; la maschera si impone, ed è verticistica anche quando sembra piana». Nell'annunciare le regioni colorate, Conte ha usato come modello le estrazioni delle squadre di calcio nelle coppe europee: tono distaccato, assenza di emozioni, potenza della lotteria. Poi, però, con tono notarile, ha cominciato a elencare puntigliosamente tutte le restrizioni, colore per colore, ripetendo con fredda determinazione sempre le stesse cose. Perché l'attore Conte e il regista Casalino hanno scelto questo tipo di comunicazione nello stile delle gride manzoniane? La «grida» è così chiamata perché, dato l'ampio analfabetismo, era fatta conoscere mediante comunicazione orale e gridata anche per incutere un certo timore. L'attore Conte fa qualcosa di più: attraverso la tv, «grida» per provocare un senso di colpa negli italiani. Comportatevi bene, birbanti, altrimenti sarete castigati! Cioè obbliga gli altri a fare quello che avrebbe dovuto fare l'esecutivo nell'estate folle del rilassamento, scarica sui governati le manchevolezze di chi ci governa. Per questo ha evitato ogni discorso motivazionale, nessun incipit empatico, nessuna conclusione a effetto. Non ha detto «usciremo dall'oscurità verso la luce». Ha detto «non fate questo, non fate quello».
Francesco Merlo per “la Repubblica” il 7 novembre 2020. "Mini lockdown", "semi lockdown", "lockdown parziale": sono i diminutivi dell' isolamento, ricordano le donne un poco incinta, le case chiuse semiaperte, il mezzo morto. Introducono infatti la mezza misura nel fuori misura. Socchiudono la clausura. Chiudono le scuole lasciandole aperte. Impongono il confinamento con sconfinamento a percentuale. Promuovono il "quasi" a rimedio pandemico. Inventano il lockdown con la condizionale, il "chiuso per virus" ma non troppo. Propongono il "no-ma-anche-sì" come antivirale economicamente sostenibile. Ecco che torna dunque la quasità italiana, vecchio trucco che è allo stesso tempo una difesa per addomesticare la realtà dei contagi in crescita e dei conti in decrescita. È la stessa quasità del progetto grillino del 2019 per una mini Tav, una quasi Tav che i no Tav non avrebbero potuto più contestare. Proprio come il mini Ponte di Messina che ai No-Ponte potrebbe piacere perché non sarebbe un ponte, ma un quasi ponte, un' idea da Recovery Fund che ha affascinato Giuseppe Conte, il Submerged Floating Tube Bridge, quattro gallerie ancorate al fondale con dei tiranti d' acciaio, un quasi ponte sottomarino invisibile e poco ingombrante, un tunnel sotto il pelo dell' acqua o addirittura sotto il fondale, lungo lo Stretto indispensabile, sottile lo Stretto necessario. Insomma è grazie a un' antica e sperimentata saggezza che siamo in quasi lockdown noi italiani. In un Paese penisola, che in latino vuol dire quasi isola, dove gli abitanti del Nord si sentono quasi europei e quelli del sud quasi africani, non c' è davvero da meravigliarsi se ora siamo rinchiusi all' aria aperta, quasi dentro e quasi fuori, noi che siamo quasi occidentali e quasi orientali, con un ministro degli Esteri (si fa per dire) quasi filoamericano e quasi filocinese, noi che l' inglese lo sappiamo quasi, la storia la studiamo quasi, noi che siamo quasi moderni e quasi antichi. Teniamo sempre una porta aperta perché la quasità ci consente di non perdere e di non perderci, di essere sinceri mentendo, come capitava al premier Conte quando sdillabrava il suo curriculum universitario, e come ora gli capita quando parla del Mes. Grazie alla quasità riusciamo alla fine ad avere ragione anche quando ci troviamo dalla parte del torto. E non si tratta di paradossi, ma di scienza della politica applicata alla salute: la sanità e l' economia sono le nuove convergenze parallele, il compromesso tra i ministri Speranza e Azzolina è "storico", e la virtuosa doppiezza dei governatori De Luca e Bonaccini nutre l' andreottismo di Conte che resuscita i due forni e va avanti, non scegliendo di non scegliere, ma sdoppiandosi. Modelli? Andreotti fu quasi statista e quasi mafioso. Berlusconi fu quasi liberale e quasi truffatore. Grillo è quasi comico e quasi politico. Alla fine questo quasi lockdown è quasi meglio del famoso "quasi gol" di Niccolò Carosio.
Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 2 novembre 2020. Il caso più emblematico restano le cene. Il 13 ottobre scorso il governo vara un Dpcm con cui impone il limite di 6 persone per i party in casa. Undici giorni più tardi, il 24, la misura sparisce da un altro nuovo Dpcm - nel mezzo ne è stato emanato un terzo, il 18 - e diventa fortemente raccomandato non ricevere affatto nella propria abitazione persone non conviventi. Obblighi e sanzioni non ce ne sono, così il dubbio corre sulle chat. Si può cenare insieme? E guardare la partita della Roma? Un continuo cortocircuito informativo causato da decreti ed ordinanze che se i cittadini più prudenti possono provare a tenere sotto controllo con il buonsenso, rischia di paralizzare altre categorie. Per i ristoratori ad esempio, il gioco dell' oca dei Dpcm è diventato ormai un paradosso. Pensare di esporre un banale cartello all' ingresso con gli orari di apertura o di chiusura, per loro è un' odissea. Così se dal testo del 13 ottobre hanno appreso di poter chiudere alle ore 24 offrendo il servizio al tavolo (e giù a costruire dehors per aumentare il numero di sedute a disposizione e ospitare più clienti) o alle 21 se nel locale ci sono solo banconi. Una manciata di giorni più tardi però, il 18 ottobre, hanno scoperto che se la mezzanotte per il servizio al tavolo era ancora un' opzione, per chi serve al bancone le 21 diventavano un miraggio: dalle 18 tutti a casa. Poco male se non fosse che ad una settimana di distanza, il 24, l' aperitivo e le cene al tavolo venivano abolite in tutta la Penisola. Dalle 18 serrata totale. È comprensibile quindi se oggi i ristoratori, confusi più che mai dalle notizie di un altro Dpcm in arrivo, oggi hanno preferito tenere la serranda chiusa ed evitare altra confusione. Come si decide se fare o meno la spesa? Come si fa ad organizzare i turni dei lavoratori? E l' asporto? Consentito fino alle ore 24 dicono, ma in Campania ad esempio, dalle 22.30 possono farlo solo coloro che servono i clienti direttamente in auto. Se si è a piedi si va a casa a pancia vuota. Per non parlare degli studenti delle superiori. Già in tumulto per un' età particolare, gli adolescenti italiani hanno iniziato le lezioni in presenza il 14 settembre per poi scoprire che sarebbero dovuti entrare a scuola dopo le ore 9 per decongestionare il trasporto pubblico, anzi no, restare anche il pomeriggio. Infine che la didattica a distanza, così osteggiata e denigrata da tutti, alla fine è una buona alternativa ma solo al 75% ed integrata con quella in aula. Per poi scoprire, oggi o forse domani, che la dad' al 100% non è poi così male e che devono stare a casa tutto il giorno. E a casa restano anche gli studenti fuori sede che, tramortiti da mesi di lezioni online, sarebbero voluti tornare alla loro vita universitaria lontani dai genitori ma non lo hanno fatto perché non si sa mai e un nuovo Dpcm dall' oggi al domani può costare mesi d' affitto.
Distanziamento statale. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 30 ottobre 2020. Ministri e decisori si affannano a ripetere che non hanno chiuso teatri, cinema e ristoranti per sfiducia nei loro...Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle. E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente. Ministri e decisori si affannano a ripetere che non hanno chiuso teatri, cinema e ristoranti per sfiducia nei loro sistemi di sanificazione e distanziamento, ma - cito dal video di Franceschini (uno dei migliori) - «per ridurre la mobilità delle persone». Quindi non hanno paura che ci si contagi mangiando la pizza o guardando Shakespeare, ma mentre ci si muove per raggiungere i luoghi della pizza e di Shakespeare. Ci lasciano ancora uscire di casa solo per arrivare a scuola o in ufficio, ma ci vietano tutti gli spostamenti che hanno un risvolto voluttuario. Il problema è che ci si contagia molto di più andando a scuola e in ufficio che non al ristorante e a teatro, e questo perché la sera ci si sposta con i mezzi propri, mentre di giorno si prendono in prevalenza quelli pubblici, che sono congestionati. E lo sono, come non ci stanchiamo di ripetere, perché a tempo debito non vennero potenziati da chi aveva il dovere di farlo. Ma si sa come funziona la mano pubblica da queste parti: esosa nel pretendere il rispetto delle regole da parte dei privati e nel perseguirli, specie se sono deboli, ma estremamente lassista quando si tratta di pagare i suoi debiti e offrire servizi all’altezza di una nazione civile. Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle. E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente.
BRUNO PALERMO per il Messaggero l'8 novembre 2020. Tra incompetenze, infiltrazioni della ndrangheta, clientelismi e sprechi la sanità calabrese fa acqua da tutte le parti, e non da ora. Cinque aziende sanitarie provinciali: Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Poi ci sono le aziende ospedaliere di Reggio Calabria; Pugliese-Ciaccio e il Policlinico Mater Domini di Catanzaro; l'Annunziata di Cosenza. Una sanità tanto fragile da costringere il presidente, Giuseppe Conte, a dichiarare la Calabria zona rossa Covid, nonostante i numeri siano relativamente piccoli. Il rischio concreto è che il sistema sanitario calabrese possa collassare da un momento all'altro.
LA STORIA. Ma se da una parte a rischiare di collassare il sistema sanitario, dall'altra fino a poche ore fa era ben solido il sistema Calabria che ruota attorno alla sanità. Un sistema rodato, collaudato e che affonda le radici negli anni passati. Un sistema che ha portato la sanità calabrese non solo ad essere talmente fragile da non garantire ai calabresi di curarsi, ma di produrre un deficit che dai 55 milioni del 2006 è arrivato agli oltre 200 milioni di euro, motivo per cui la sanità calabrese è commissariata da un decennio. Per capire cosa la sanità rappresenti in termini di potere ed economia in Calabria, occorre tenere in considerazione i legami tra questo comparto, il malaffare, la politica e la ndrangheta. Legami che hanno una data che segna un punto di non ritorno: 16 ottobre 2005. A Locri, davanti al seggio per le primarie de L'Unione, viene ucciso Domenico Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale della Calabria. Per quell'omicidio vengono condannati all'ergastolo 4 persone, tra cui Alessandro Marcianò, caposala dell'ospedale di Locri. Secondo i giudici Marcianò (legato alla cosca dei Cordì) si sarebbe speso per un altro candidato, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l'exploit di Fortugno mandò ogni progetto all'aria scrivono i magistrati nella sentenza. L'emergenza Covid non ha fatto altro che far esplodere tutti insieme problemi e carenze che da anni erano emerse. Il 4 novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto Calabria che conferma il commissariamento della sanità regionale con un rafforzamento della struttura. Tra Commissari e facenti funzioni la sanità calabrese non ha manager titolari. Una vera e propria girandola. Nel dicembre 2019 l'ormai ex commissario regionale, Severio Cotticelli, nomina i commissari di alcune Asp tra le quali quella di Cosenza. Nel gennaio del 2020 prende servizio Daniela Saitta che il 19 febbraio rassegna le dimissioni dopo le polemiche seguite all'affidamento di un incarico alla figlia, sia pur gratuito. Il ruolo viene affidato, sempre da Cotticelli, a Giuseppe Zuccatelli, già commissario straordinario dell'Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio e del policlinico universitario Mater Domini di Catanzaro. Dopo tre mesi Zuccatelli rassegna le dimissioni da commissario Asp di Cosenza. L'11 giugno 2020 Cotticelli nomina Cinzia Bettelini che è tutt' ora in carica. A Crotone l'ex ministro Giulia Grillo nomina commissario dell'Asp Gilberto Gentili che dopo un anno si dimette per prendere servizio come commissario alla Usl Umbria 1. L'Asp di Crotone viene affidata ad un facente funzioni e Cotticelli, insieme alla Regione Calabria, avrebbero dovuto individuare il nuovo dg entro 60 giorni. Di giorni ne sono passati 131. Giuseppe Giuliano commissario dell'Asp di Vibo Valentia è, invece, in carica. Poi ci sono le Asp sciolte per infiltrazioni mafiose. Il 12 settembre del 2019 il Consiglio dei Ministri delibera scioglie l'Asp di Catanzaro per accertati condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali. Lo scioglimento arriva dopo l'operazione Quinta bolgia della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. A marzo 2019 è stata sciolta l'Asp di Reggio Calabria per infiltrazioni della ndrangheta. E poi i posti di terapia intensiva mai realizzati: ora sono 152, ma erano 146 prima del Covid. Se ne sarebbero dovuti realizzare 280 con un finanziamento già stanziato di 51 milioni di euro.
SPIRLÌ: “GOVERNO CI TRATTA COME INCAPACI DI METTERCI UNA SUPPOSTA”. D strill.it il 5 novembre 2020. Il Presidente facente funzioni Nino Spirlì (Lega) dopo le restrizioni imposte dall’ultimo DPCM è intervenuto questa mattina a Coffee break su La7. “Il Governo è stato sordo a qualsiasi sollecitazione da parte nostra. Ho tentato in tutti i modi per evitare la zona rossa che ammazzerà la Calabria, soprattutto la piccola impresa. La gente morirà di fame. Il Governo se la deve prendere con se stesso perchè ha commissariato la Calabria, in 18 mesi di commissariamento in Calabria non si è fatta una benemerita mazza da parte del Governo.Tutto quello che era di competenza regionale è stato completamente portato a termine. Il Governo ricommissaria la sanità in Calabria lasciando al posto di comando il commissario che il Governo stesso dice che non aver fatto bene il suo lavoro. E’ un Governo schizzofrenico. Invece di fare le decisioni semaforiche avrebbe dovuto prendere una decisione con i contro maroni e stabilire che tutta l’Italia deve avere lo stesso atteggiamento. Il virus più scostumato è quello delle regioni di centrodestra, stranamente. Il Governo ha deciso di fare la Calabria zona rossa, ha deciso di ricommissariare la sanità come per dire non siete nemmeno in grado di mettervi una supposta”.
Calabresi, fate la rivoluzione contro gli azzeccagarbugli che vi governano. Notizie.it l'8/11/2020. Siete scesi in piazza contro il DPMC del governo Conte che vi metteva in zona rossa, perché non scendete in piazza con lo stesso impeto per chiedere finalmente una sanità che funzioni? Succede che un incredibile reportage della trasmissione televisiva “Titolo V” su Raitre, a firma di Walter Molino, faccia scoprire ai telespettatori, e al diretto interessato, in questo caso il commissario ad acta per la sanità della Calabria, Saverio Cotticelli, che non solo la Calabria non ha un piano Covid, ma che chi doveva predisporlo, ovvero il commissario, non l’ha predisposto e non sapeva che fosse lui a doverlo predisporre. Questo editoriale potrebbe anche finire qui, con un hashtag del tipo #vergogna. Ma voglio farmi del male e proseguire. Perché dopo la figuraccia televisiva del commissario Cotticelli lo stesso Presidente del consiglio Conte lo ha destituito – proprio lui che lo aveva nominato, ma tant’è – e ne ha scelto uno nuovo. E allora sentite insieme a me cosa pensa del contagio, del Covid, di come ci si può infettare, il nuovo commissario Giuseppe Zuccatelli, scelto dal governo Conte per sostituire l’improbabile Cotticelli e dare finalmente alla Calabria un governo della sanità che sia efficiente. “Le mascherine non servono a un cazzo, te lo dico in inglese stretto, ok? Se io fossi positivo tu sai cosa devi fare per beccarti il virus? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca. Altrimenti non te lo becchi il virus”. Insomma per il nuovo capo della sanità calabrese il virus te lo becchi solo se limoni per minimo un quarto d’ora. Anche in questo caso potrei fermarmi qui e questa volta l’hashtag sarebbe #poveracalabria. Invece voglio ancora farmi del male e fare un ragionamento, sempre partendo dalle evidenze. Il presidente del consiglio regionale della Calabria, Domenico Tinelli, nei giorni scorsi ha affermato: “La Calabria è stata la regione che meglio ha saputo affrontare l’emergenza Covid“. Ecco, mi verrebbe da chiedergli di pensare per lo meno a un seminario, a un workshop, a una giornata di studi per spiegare, a noi bifolchi delle nebbie lombarde tirati su a verze e lockdown, come si fa a essere la regione che meglio ha affrontato l’emergenza Covid in assenza di un piano Covid.
Secondo punto. La sanità calabrese è commissariata da quasi undici anni. Il disavanzo è di 160 milioni di euro. Com’è possibile che in tutto questo tempo questo gap non sia stato colmato? Come è possibile che negli anni non si sia sostituita, alla procedura commissariale, una assunzione di responsabilità politica nella gestione della sanità in una delle regioni più povere del Paese? Il terzo punto su cui è doveroso soffermarsi è sui cittadini calabresi. A loro si deve solidarietà, perché non deve essere facile pagare con soldi pubblici una serie tale di incompetenti e perdigiorno e nello stesso tempo subire ritardi su ritardi, specie sui tamponi, che a Locri, per esempio, vengono spediti a Reggio Calabria per essere analizzati, perché è lì che si trova l’unico laboratorio per tutta la provincia. Ricordo ancora un reportage che realizzai per Ballarò all’ospedale dell’Annunziata, a Cosenza. Lo sforzo dei medici era improbo, perché in quel pronto soccorso mancava di tutto, dai posti letto ai sostegni per le flebo. E così i malati stazionavano nei corridoi anche per settimane, con un via vai di familiari ad assisterli. E grazie a Dio che c’erano loro, altrimenti con la carenza di personale infermieristico non so come avrebbero fatto. Insomma ai miei amici calabresi voglio dire questo. Siete scesi in piazza contro il DPMC del governo Conte che vi metteva in zona rossa. Vi ho sentito far casino a colpi di slogan come “qua si muore di fame”. E allora: perché non scendete in piazza con lo stesso impeto per chiedere finalmente, dopo 11 anni di commissariamento, una sanità che funzioni, un’assunzione di responsabilità da parte dei politici che avete da poco votato, un miglioramento dei servizi? Vi voglio vedere incazzati come quando ritenevate ingiusto il lockdown nonostante un Rt, l’indice di contagio, a 1,84 e una previsione di occupazione dei posti letto in terapia intensiva superiore al 50 per cento, come ha detto Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di prevenzione del ministero della Salute. Fate la rivoluzione contro gli azzeccagarbugli che vi governano. Perché di questo passo prima di morire di fame rischiate davvero di morire di Covid.
Il mondo della politica nazionale e il caso Cotticelli. Da calabrianews.it il 7 Novembre 2020. Le dimissioni del generale Cotticelli da commissario straordinario della Sanità calabrese hanno infuocato il dibattito politico italiano. La trasmissione Titolo V è stata così clamorosa nella sua tragicità che i leader nazionali dei vari schieramenti l’hanno messo al centro delle loro dichiarazioni. Si registra subito un botta e risposta fra Salvini e Frattoianni. “La scandalosa inadeguatezza del commissario Cotticelli dimostra la scandalosa inadeguatezza di tutto il governo, che l’aveva appena confermato alla guida della Sanità calabrese. I cittadini non meritano uomini come Arcuri e Cotticelli, ora sia la Calabria a riprendersi in mano la sua dignità e la sua Sanità”. Lo affrerma il leader della Lega Matteo Salvini.
“Matteo Salvini sembra il Trump di queste ore. Come un pugile suonato che si perde così tanto nel suo sciocchezzaio quotidiano da scordare che Cotticelli fu nominato commissario per la Calabria dal governo in cui lui era vicepremier, il 7 dicembre 2018…”. Lo scrive su Twitter il portavoce nazionale di Sinistra Italiana ed esponente di Leu Nicola Fratoianni in risposta al leader della Lega. “Sul commissario governativo alla Sanità della Calabria Cotticelli sta andando in scena uno spettacolo indecoroso e un ignobile scaricabarile. Oggi il presidente del Consiglio Conte si scandalizza per una nomina che lui stesso ha fatto nel dicembre 2018, insieme all’allora ministro M5S della Salute Grillo, e che ha confermato solo pochi giorni fa. Il M5S, partito della Grillo, prende le distanze, ringrazia Conte e dice che servono ‘persone all’altezza’ per gestire l’emergenza Covid. I grillini dimenticano però che la responsabilità è anche loro e che è stato un loro ministro a sottoscrivere la nomina di Cotticelli”. Lo afferma Giorgia Meloni di Fdi. “Stiamo assistendo ad una scandalosa sceneggiata sulla pelle di due milioni di cittadini calabresi e della Calabria, che oggi per colpa del M5S e della sinistra non ha un piano Covid per affrontare la seconda ondata dell’epidemia. Questo disastro è l’ennesima conferma dell’inadeguatezza di questo Governo, che dall’inizio dell’emergenza naviga a vista e non ha la benché minima idea di come affrontarla. Conte e il suo governo chiedano scusa e si dimettano”, conclude. “Presidente Conte, questo è un tweet furbo ma poco serio. Il commissario l’ha nominato lei. Verificarne il lavoro spettava al suo governo. Fare finta di nulla equivale al tentativo di prendere in giro gli italiani. Purtroppo questo suo tratto caratteriale sta sempre più emergendo”. Così su Twitter il leader di Azione, Carlo Calenda, risponde al presidente del Consiglio sulla vicenda di Cotticelli, commissario alla sanità in Calabria. La vicenda Cotticelli “è la fotografia della sconfitta di un Paese, dello Stato e del Governo”. Lo dichiara Matteo Richetti, senatore di Azione. “La sanità calabrese – prosegue – è commissariata da 11 anni e nonostante i tagli a personale e posti letto esiste ancora un buco di 160 milioni di euro. Ancora nessuno è riuscito a completare il piano di rientro. Il Governo, piuttosto che potenziare e rafforzare le terapie intensive calabresi, si affida ad un commissario che non ha nemmeno stilato il Piano- Covid (non sapeva nemmeno di esserne il responsabile). La risposta del Governo a questo scempio? Inserire la Calabria tra le zone rosse e, dopo 11 anni, mandare l’ennesimo commissario. Chiudere una regione a causa della debolezza del sistema sanitario (commissariato dal Governo) è la prova lampante della sconfitta dello Stato e del Governo stesso”. “Conte e il M5S che oggi si mostrano indignati per il caso Cotticelli sono semplicemente ridicoli. Lo hanno voluto e nominato loro commissario quando al ministero della Salute sedeva un ministro grillino, di nome e di fatto. Cotticelli non è l’unico a doversi dimettere”. Lo scrive su Twitter Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato. “L’annuncio da parte di Giuseppe Conte della rimozione e sostituzione del commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli è un atto assolutamente insufficiente per porre rimedio alla vergogna e al danno provocati a questa terra”. Lo sostiene, in una nota, l’europarlamentare della Lega, Vincenzo Sofo. “Il ministro Roberto Speranza – prosegue Sofo – deve assumersi la responsabilità dell’operato del suo rappresentante nel territorio calabrese e rimettere il proprio incarico da ministro. E il Presidente del Consiglio deve prendere atto della comprovata inutilità di questo decennio di gestione commissariale, annullare il Decreto Calabria e indire al più presto nuove elezioni regionali per ridare, dopo la morte della Presidente Jole Santelli, a questa regione un’amministrazione nel pieno delle funzioni alla quale riconsegnare la gestione del sistema sanitario”. “Attenzione che di Cotticelli non ce n’è solo uno. Il governo nazionale ce ne sta per rifilare degli altri che ci dovremo tenere per almeno 3 anni. Ma la misura è ormai colma, la Calabria è stanca, e non accetterà più gestioni incompetenti. Inutile che oggi qualche improbabile difensore Dem in consiglio regionale, evidentemente in cerca di un posto al sole, attribuisca ad altri colpe che lui e i suoi compari hanno avuto per decenni”. Lo afferma, in una nota, il deputato della Lega Domenico Furgiuele. “La Calabria è stufa – prosegue Furgiuele – di commissari che falliscono in tutti gli ambiti dove operino con il pieno sostegno di certe forze politiche. L’Italia tutta sta però capendo che il disastro sanitario in cui è precipitata la nostra terra in piena pandemia è figlio dell’esecutivo nazionale. Alla luce di tutto questo, la maggioranza che sostiene Conte e Speranza, invece di restituire ai calabresi dignità e diritto alla salute si appresta a varare un nuovo decreto Calabria con una nuova struttura commissariale che già si annuncia inadeguata al pari di quelle che l’hanno preceduta. Perché in una situazione del genere, non c’è bisogno di soloni o peggio di uomini soli al comando, ma di scelte politiche discusse, condivise, calibrate sulla conoscenza territoriale che che i prossimi ‘scienziati’ governativi non potranno avere prima di diverso tempo”. “Questo governo – conclude il deputato della Lega – scherza con la salute dei calabresi, le forze politiche responsabili anche quelle che non si ritrovano necessariamente nell’area moderata di centro-destra a fare fronte comune per evitare nuovi Cotticelli”. “Con un tweet da salvatore della Patria il presidente Conte scarica il commissario Cotticelli, sostenendo che i calabresi meritano di meglio. Peccato che non abbia mostrato lo stesso scrupolo quando i suoi governi lo hanno voluto come commissario alla sanità in Calabria, nominandolo con il ministro Giulia Grillo e confermandolo con il ministro Speranza. Forse Conte vuol far credere di essere stato all’oscuro delle decisioni dei suoi ministri, tanto che oggi sembra commissariare anche lo stesso ministro Speranza assumendosi la responsabilità, o il merito, della sostituzione di Cotticelli”. E’ quanto afferma il deputato di Fratelli d’Italia Wanda Ferro. “Il generale Cotticelli si scopre oggi figlio di nessuno – prosegue Ferro – un abusivo arrivato in Calabria chissà da dove e voluto chissà da chi. Attaccato dai parlamentari cinque stelle che lo hanno fortemente voluto e che oggi tentano di rigirare la frittata, rinnegato dallo stesso governo che gli ha dato i pieni poteri sulla sanità calabrese. I cittadini non sono stupidi e non hanno la memoria così corta, e sono chiare ed evidenti a tutti le responsabilità sui ritardi della sanità calabrese, che hanno messo a rischio la salute dei cittadini e comportato un nuovo lockdown della regione. Con la defenestrazione di Cotticelli il governo boccia se stesso”. “Ci aspettiamo ora – sostiene la parlamentare di FdI – anche la rimozione di tutti gli organismi commissariali che hanno avuto un ruolo nella gestione dell’emergenza covid in Calabria, dai commissari delle aziende ospedaliere al commissario Arcuri. E un minuto dopo aver ritirato il nuovo Decreto Calabria a dimettersi sia il presidente Conte, il vero responsabile di questo scempio ai danni dei calabresi”. “Le dichiarazioni di Conte di oggi sono in notevole ritardo rispetto alle richieste di rimuovere Cotticelli pervenute da più parti in queste settimane. La Calabria paga il ritardo del Governo e la sua incapacità di prendere decisioni”. Lo ha dichiarato Fulvio Martusciello europarlamentare di Forza Italia. “Sono rimasta anche io senza parole nel guardare ieri sera l’intervista televisiva del commissario Cotticelli, che ha mostrato una inaccettabile approssimazione relativamente al ruolo che gli è stato attribuito”. Lo afferma il sottosegretario di Stato ai Beni e alle attività culturali Anna Laura Orrico. “Di fronte a tutto questo – prosegue Orrico – è necessario intervenire con risolutezza. Pertanto, mi sono da subito mossa con gli altri colleghi portavoce calabresi del M5s, in linea con il nostro capo politico Crimi, per chiedere la nomina di un nuovo commissario, che ponga in essere una reale discontinuità verso le fallimentari gestioni ordinarie e commissariali pregresse della Sanità calabrese. La volontà del Presidente del Consiglio Conte e del governo di provvedere rapidamente a quel cambio che abbiamo auspicato è fondamentale. Lo dobbiamo ai calabresi -conclude il sottosegretario Orrico – dato che in ballo ci sono diritti costituzionali, come la salute e la sicurezza”. “Amico e difensore dell’Arma dei Carabinieri, come tutti ho visto con sconcerto il video del generale Cotticelli. La verità è che non è vero che uno vale uno e ognuno deve fare il suo mestiere”. Lo afferma, in una dichiarazione, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. “Si può essere ottimi ufficiali – prosegue Gasparri – ma non altrettanto capaci nel gestire la sanità e peggio ancora la comunicazione. Ma il peggiore di questa vicenda si chiama Giuseppe Conte, un incapace irresponsabile. È lui con il suo governo e i suoi ministri che avevano fatto quella nomina. È inutile che adesso si erga a moralista. Lo scandalo d’Italia non sono soltanto persone non adeguate che vanno rimosse come in questo caso, ma quelli che scelgono gli incapaci. Conte non può fare il moralista, si dovrebbe chiudere in uno sgabuzzino e battersi il petto. Bisogna cacciare Conte, non soltanto quelli che lui ha lottizzato. Bisogna cacciare i grillini, che hanno fatto all’Italia più danni di qualsiasi altra cosa. Conte è il loro capo ed è il re degli ipocriti e degli inadeguati. Gli incapaci li ha imposti lui”.
Da liberoquotidiano.it l'8 novembre 2020. “Sulla sanità calabrese Giuseppe Conte ha fatto la più grande figura di merda della storia politica italiana”. Franco Bechis non usa mezzi termini per commentare quanto accaduto in Calabria nelle ultime ore, con il commissario Saverio Cotticelli che ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano anti-Covid: il premier lo aveva nominato e confermato, poi lo ha scaricato con un tweet e sostituito immediatamente con Giuseppe Zuccatelli. Il quale però non è meno controverso: famosa la sua frase “le mascherine non servono a un cazzo”, inoltre è pure positivo e in quarantena. “Conte prima di indigna con chi ha nominato il vecchio commissario (era lui) - ha aggiunto Bechis - poi fa una nomina di svolta: un negazionista rosso per la sanità calabrese”. Infatti Zuccatelli è stato descritto come un personaggio da sempre organico alla sinistra, fin dai tempi del Pci, e appartenente a Leu del ministro Roberto Speranza. Insomma, questa ha tutta l’aria di una nomina “fatta in casa”.
Carlo Macrì per corriere.it il 7 novembre 2020. Venerdì sera Peppino De Filippo, si è materializzato all’ottavo piano della Cittadella regionale, assumendo le sembianze del generale Saverio Cotticelli, Commissario ad acta alla Sanità in Calabria, fresco di rinnovo per altri due anni. Intervistato dal giornalista della trasmissione «Titolo Quinto», andata in onda venerdì sera su Raitre, il generale Cotticelli come nel film i fratelli Capone (Totò e De Filippo), è stato protagonista di una scenetta così comica e esilarante che alla fine ha fatto arrossire anche se stesso. Intervistato sui temi relativi al Covid e alla zona rossa in Calabria, il generale Cotticelli è apparso sbigottito, perso, in alcuni momenti imbarazzatissimo sulla materia. Tant’è che quando l’intervistatore gli ha chiesto perché non è stato fatto il Piano Covid in Calabria, l’ammissione scellerata del Commissario è stata: «Era compito della Regione Calabria, tanto che ho anche chiesto al Ministero della Salute di risolvere il quesito su chi avesse il titolo per farlo», dice, addirittura, schernendosi. Salvo poi ricredersi quando l’intervistatore l’ha messo dinnanzi alle sue responsabilità chiedendogli di sapere cosa ha risposto il Ministero. «Oh! avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso?», dice mentre si toglie gli occhiali appannati dal sudore che gli gronda dalla fronte. Poi, svegliandosi dal letargo istituzionale che l’ha addormentato in questi due anni, in maniera savia ha sbottato: «Domani mattina mi cacceranno per questo». Lo sketch di Cotticelli continua legittimando la sua incapacità e difficoltà nella gestione della Sanità calabrese allorquando, incalzato dalle domande del cronista, non ha saputo fornire neanche il dato sul numero dei posti letto in terapia intensiva in Calabria. Ma in questo, però, è stato bacchettato anche dalla sua vice, Maria Crocco, nominata a suo tempo dalla ministra Grillo. «La prossima volta studia, presentati preparato, comu te l’aggia a dì». Cotticelli, però non arretra e mette in campo tutto il suo appeal militaresco, addirittura nel domandare all’usciere: «Quanto posti abbiamo in terapia intensiva?». Il povero dipendente si blocca sull’uscio dell’ufficio del generale disorientato da cotanta gratitudine per quella importanza datagli davanti alle telecamere. E risponde, cinicamente, impettito: «Io faccio l’usciere». Dopo l’imbarazzante intervista pubblica il Capo del Governo Giuseppe Conte ha detto: «Il generale Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato». Aggiungendo: «Voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità». In tarda mattinata Cotticelli ha presentato le sue dimissioni: fonti del ministero della Salute precisano che «già nelle prossime ore è prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria».
Il Commissario Cotticelli scopre in tv di essere il responsabile del piano covid: «Domani mattina sarò cacciato da qui». Francesco Ridolfi su Il Quotidiano del Sud il 7 novembre 2020. La Calabria non ha ancora un piano operativo covid. La Calabria è diventata da oggi zona rossa per i rischi derivanti dal contagio da coronavirus covid-19. La Calabria è commissariata, per quanto riguarda la gestione della sanità, da quasi 11 anni e a capo della struttura commissariale c’è oggi Saverio Cotticelli nominato dal Primo Governo Conte un paio di anni fa. Durante la trasmissione Titolo Quinto V su Rai Tre, andata in onda venerdì 6 novembre, il Commissario Cotticelli è stato intervistato da Walter Molino rivelando la propria posizione sull’inserimento della regione tra le aree rosse e, quindi, ad altissimo rischio covid ma, soprattutto, ha “scoperto”, proprio durante il servizio, che il responsabile della redazione del piano operativo covid (ancora non redatto per la Regione Calabria) è proprio la struttura commissariale, in parole povere e ultima analisi: Saverio Cotticelli. La cosa sorprendente è che poco prima nella stessa intervista il commissario Cotticelli ha testualmente dichiarato: «Io non sono il responsabile, Si sono dimenticati (presumibilmente il governo ndr) che ci sono due regioni commissariate, la Calabria e il Molise, e hanno dato l’incarico (del piano covid ndr) ai presidenti della Giunta». Quindi, secondo il Commissario Cotticelli, il Governo avrebbe dimenticato di avvertire la struttura commissariale di realizzare il piano operativo covid, in questa Italia spesso strabica può anche accadere. Nel dubbio, quindi, giustamente nel giugno di quest’anno lo stesso Cotticelli ha voluto vederci chiaro ed ha interpellato il ministero per ottenere una indicazione incontestabile su chi avrebbe dovuto redigere quel piano. E lo scorso 27 ottobre il ministero ha risposto. “E vediamo questa risposta” incalza il giornalista di Titolo Quinto. Cotticelli lo accontenta, si procura il parere del ministero, lo legge, gira un paio di volte le pagine, e alla domanda “chi doveva fare il piano covid?” la risposta è sconcertante: «Io, il piano devo farlo io» e poi legge il parere del ministero: «Nelle regioni sottoposte a piano di rientro e commissariate il potere/dovere di predisporre il piano operativo covid compete esclusivamente alla struttura commissariale». Imbarazzo. Tentativo di rassicurare («il piano lo sto realizzando io (?) e la settimana prossima è pronto»). Resa incondizionata: «Domani mattina io sarò cacciato da qui». Sfumato… Sipario… Titoli di coda.
Il Commissario Sanità calabrese: “Il piano Covid dovevo farlo io? Non lo sapevo”. E Conte lo rimuove. Redazione su Il Riformista il 7 Novembre 2020. “Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato”. Giuseppe Conte non ha perso un attimo dopo aver sentito le parole del commissario ad acta della sanità regionale calabrese durante il programma Titolo V di Rai3 e lo ha subito deposto. A irritare il premier sono state le parole del commissario che ha ammesso davanti alle telecamere di non sapere che sarebbe spettato a lui il compito di predisporre un piano Covid in Calabria. “Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore – ha scritto Conte sui social – i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità”. E già nelle prossime ore sarebbe prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria. Lo ha appreso l’Ansa da fonti del ministero della Salute sottolineando che “il commissario ad Acta per la Sanità della Calabria, Saverio Cotticelli, sta presentando le sue dimissioni al ministro della Salute, Roberto Speranza, e al ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri“. Durante la trasmissione di Rai 3, al giornalista che domandava perché la Calabria fosse diventata zona rossa, Cotticelli ha risposto: “Non lo so, i numeri non dicono questo. L’emergenza sanitaria è dappertutto, in tutta Italia”. L’inviato di Titolo V ricorda poi al commissario che “la Calabria oggi non ha un piano Covid”, aggiungendo: “Lei è il responsabile del piano Covid”. All’inizio Cotticelli nega: “Non è così, le spiego subito. Io non sono il responsabile. Hanno sbagliato a fare… Si sono dimenticati che c’erano due regioni commissariate, la Calabria e il Molise, per cui si son dimenticati e hanno dato l’incarico al presidente della Giunta”. Durante la trasmissione il giornalista aveva domandato: “Lei a giugno si accorge che non c’era il piano Covid e cosa fa?”. La risposta del commissario: “Pongo un quesito al Ministero e dico ‘chi è che deve fare il piano operativo Covid?’”. Dall’altra stanza di sente la voce del vice Maria Crocco, la sua vice che si rivolge al commissario dicendo: “La devi finire! Quando fai queste cose devi andare preparato”. Cotticelli scopre così nel corso del programma che il compito del piano spettava a lui: recupera il carteggio, poi torna dal giornalista e ammette “Sono io il responsabile” e dichiara quindi di essere sul punto di realizzarlo: “La settimana prossima è pronto”. Poi realizza l’accaduto e davanti all’inviato ammette: “Cosa vuole che le dica? Tanto io domani mattina sarò cacciato”. E così è stato. Il piano operativo per la gestione sanitaria dell’emergenza Covid era stato richiesto dal Governo con l’entrata in vigore del decreto legge Cura Italia, a marzo. Il Consiglio dei Ministri in quell’occasione varava una serie di risorse per il potenziamento del servizio sanitario nazionale. Tuttavia Cotticelli è stato nominato dal governo gialloverde e poi riconfermato. Lo stesso che poi lo ha deposto. “Non ci sono alternative all’immediata sostituzione del commissario Cotticelli, alle quali andrebbe allegato un messaggio di scuse ai calabresi da parte del Movimento 5 Stelle e della Lega che lo hanno nominato”. Ha dichiarato il commissario regionale del Partito Democratico della Calabria Stefano Graziano. “Oggi la priorità è recuperare il tempo aumentando posti letto e terapie intensive – aggiunge l’esponente dem – ma questo vuoto che si è creato tra regione e struttura commissariale è un’offesa a tutti i calabresi, che adesso si ritrovano in zona rossa, rischiando di dover pagare un prezzo altissimo in termini economici, a causa di scelte non prese e una battaglia pregiudiziale alle misure prese dall’attuale governo sia a marzo che oggi”. La polemiche sono scattate anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Sul commissario governativo alla Sanità della Calabria Cotticelli sta andando in scena uno spettacolo indecoroso e un ignobile scaricabarile. Oggi il presidente del Consiglio Conte si scandalizza per una nomina che lui stesso ha fatto nel dicembre 2018, insieme all’allora ministro M5S della Salute Grillo, e che ha confermato solo pochi giorni fa. Il M5S, partito della Grillo, prende le distanze, ringrazia Conte e dice che servono “persone all’altezza” per gestire l’emergenza Covid. I grillini dimenticano però che la responsabilità è anche loro e che è stato un loro ministro a sottoscrivere la nomina di Cotticelli – ha detto la leader di Fdi, Giorgia Meloni, in una nota – “Stiamo assistendo ad una scandalosa sceneggiata sulla pelle di due milioni di cittadini calabresi e della Calabria, che oggi per colpa del M5S e della sinistra non ha un piano Covid per affrontare la seconda ondata dell’epidemia. Questo disastro è l’ennesima conferma dell’inadeguatezza di questo Governo, che dall’inizio dell’emergenza naviga a vista e non ha la benché minima idea di come affrontarla. Conte e il suo governo chiedano scusa e si dimettano”, conclude Meloni. “Amico e difensore dell’Arma dei Carabinieri, come tutti ho visto con sconcerto il video del generale Cotticelli. La verità è che non è vero che uno vale uno e ognuno deve fare il suo mestiere. Si può essere ottimi ufficiali, ma non altrettanto capaci nel gestire la sanità e peggio ancora la comunicazione. Ma il peggiore di questa vicenda si chiama Giuseppe Conte, un incapace irresponsabile. È lui con il suo governo e i suoi ministri che avevano fatto quella nomina. È inutile che adesso si erga a moralista. Lo scandalo d’Italia non sono soltanto persone non adeguate che vanno rimosse come in questo caso, ma quelli che scelgono gli incapaci. Conte non può fare il moralista, si dovrebbe chiudere in uno sgabuzzino e battersi il petto. Bisogna cacciate Conte, non soltanto quelli che lui ha lottizzato. Bisogna cacciare i grillini, che hanno fatto all’Italia più danni di qualsiasi altra cosa. Conte è il loro capo ed è il re degli ipocriti e degli inadeguati. Gli incapaci li ha imposti lui”. Lo dichiara il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri.
Da ansa.it il 7 novembre 2020. "Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità", lo afferma in una nota il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. "Dalle analisi effettuate è emerso che, in alcune Aziende ospedaliere, nei primi giorni di novembre si era verificato un aumento considerevole, e non in linea con i mesi precedenti, dei ricoveri in terapia intensiva. Grazie a una interlocuzione con i responsabili delle unità operative, è stato verificato che, a causa della temporanea carenza di posti letto nei reparti di degenza ordinaria e di terapia sub-intensiva, alcuni pazienti, che non avevano bisogno di ventilazione meccanica assistita, perché non presentavano gravi criticità, erano stati ricoverati in Rianimazione". Così il delegato per l'emergenza Covid della Regione Calabria, Antonio Belcastro, in merito alla situazione inerente alla copertura dei posti letto per il Covid. "L'aggiornamento del Bollettino regionale è stato necessario per permettere una più corretta classificazione dei casi", ha spiegato Belcastro, che definisce "una speculazione priva di fondamento" le ipotesi sulle manipolazioni delle cifre. "Il trasferimento dei pazienti dalle Terapie intensive ai reparti di Malattie infettive e Pneumologia - ha proseguito Belcastro - ha fatto aumentare il tasso di saturazione (16%) dei posti letto di area medica, mentre il tasso di occupazione dei posti letto di terapia intensiva (6%) è ancora lontano dalla soglia di allerta, fissata al 30%".
Cotticelli emblema del fallimento. Così Lollobrigida umilia Conte. Il Tempo il 07 novembre 2020. Cotticelli da cacciare. E Lollobrigida umilia Conte. Il fallimento del commissario per la sanità calabrese è l'emblema dell'inesorabile fallimento di entrambi i governi Conte visto che è stato nominato dal ministro Grillo e confermato da Speranza. «Conte, come al solito, scarica su altri le sue responsabilità. Sostituisce il disastroso commissario per la Sanità in Calabria, Saverio Cotticelli. Si sappia, però, che è stato lo stesso presidente del Consiglio a valutarlo, sceglierlo, nominarlo e rinnovarlo per più di 2 anni. Nominato dal ministro Grillo (5stelle) nel primo esecutivo Conte e confermato dal ministro Speranza, Cotticelli è un altro dei fallimenti che accomuna i disastrosi Governi 1 e 2». Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida.
Cotticelli, la sinistra punta il dito. Ma fu nominato dai grillini. Rimpallo di responsabilità su Saverio Cotticelli, commissario straordinario alla sanità in Calabria. I giallorossi attaccano Salvini per la nomina, avvenuta nel 2018, ma è il Conte-bis che lo ha riconfermato con maggiori poteri. Francesco Curridori, Sabato 07/11/2020 su Il Giornale. “Con i valori della competenza, onestà e trasparenza sono sicura che porterà buoni risultati”. L’allora ministro della Salute, la grillina Giulia Grillo, il 7 dicembre 2018, non aveva dubbi sulla nomina del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli come commissario straordinario alla sanità in Calabria. Il premier Conte ha annunciato la rimozione di Cotticelli dopo la messa in onda dell’intervista rilasciata alla trasmissione Titolo V in cui il generale ammette con un notevole imbarazzo di non sapere che spettasse a lui il compito di preparare il piano Covid per la Calabria. "La scandalosa inadeguatezza del commissario Cotticelli dimostra la scandalosa inadeguatezza di tutto il governo, che l'aveva appena confermato alla guida della Sanità calabrese. I cittadini non meritano uomini come Arcuri e Cotticelli, ora sia la Calabria a riprendersi in mano la sua dignità e la sua Sanità", ha subito attaccato il leader della Lega Matteo Salvini. Ma le risposte dei giallorossi non si sono fatte attendere. Nicola Fratoianni di LeU attacca: “Matteo Salvini sembra il Trump di queste ore. Come un pugile suonato che si perde così tanto nel suo sciocchezzario quotidiano da scordare che Cotticelli fu nominato commissario per la Calabria dal governo in cui lui era vicepremier, il 7 dicembre 2018...". Peccato, però, che la nomina sia stata fatta dalla Grillo, esponente di quel M5S che ora governa col Pd. È lei che affida a Cotticelli il mandato di realizzare il Piano di rientro della sanità calabrese. Tra gli interventi prioritari c’è “il completamento e attuazione del piano di riorganizzazione della rete ospedaliera e della rete di emergenza-urgenza”. Il neo commissario, ricorda Open, subentrava a Massimo Scura, una personalità che era invisa sia all’allora presidente regionale Mario Oliviero, ma soprattutto al M5S che per quel ruolo pretendeva “legalità” e “onestà”. “Spesso dove c’è inefficienza, c’è illegalità”, erano state le parole di Cotticelli il giorno del suo insediamento. Ma quel che non torna in questa vicenda è lo scaricabarile di responsabilità che la sinistra ha subito portato avanti nei confronti di Salvini. "Salvini ha cacciato dal suo partito i dirigenti della Lega che hanno organizzato quella pseudo manifestazione sotto casa del sindaco di Bergamo Gori? Se non lo fa diventa corresponsabile di quell'atto ignobile", ha scritto su Twitter Alessia Morani (Pd), sottosegretaria al Ministero dello Sviluppo economico. Peccato che sia stato proprio il governo giallorosso di cui la Morani fa parte ad aver confermato Cotticelli neanche tre giorni fa. Ma non solo. Il governo Conte-bis ha persino potenziato la figura del commissario ad acta rendendolo responsabile “ove delegato” del Programma operativo di potenziamento delle terapie intensive e semi-intensive. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ospite a Stasera Italia, rispondendo alle polemiche su Cotticelli, ha spiegato: "Questo commissario era stato nominato dal governo precedente e non era stato rinominato, come invece erroneamente ho sentito dire in queste ore, dal nostro governo". E ha concluso: "Mercoledì, molto prima che scoppiasse questa polemica, abbiamo approvato in consiglio dei ministri un decreto legge sulla sanità in Calabria che crea finalmente le condizioni per la ripartenza perché mette più risorse, dà più poteri a chi deve governare quella sanità, mette in campo competenze più significative e secondo me crea le condizioni finalmente per una ripartenza".
Cotticelli si difende: «Non ero io quello lì e il piano Covid c’è». Massimo Clausi su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Surreale. Non ci sono altre parole per commentare la “difesa” del generale Cotticelli dopo la magrissima figura rimediata in tv. Forse l’Arena di Massimo Giletti non era il palcoscenico più adatto per arrivare ad una chiarezza che alla fine non c’è stata anche perchè a Cotticelli raramente veniva concesso di finire un concetto. L’impressione è stata quella di un uomo in confusione, come ha ammesso lui stesso, che ha esordito dicendo di non essersi riconosciuto in quelle immagini «Sembrava la mia controfigura, la mia famiglia, io stesso non mi sono riconosciuto. Mi deve credere dottor Giletti non so cosa mi sia successo al punto che con un medico sto indagando». Se fossimo familiari del Generale gli consiglieremmo analisi approfondite perchè confuso lo è apparso sul serio. La triste e amara verità che è venuta fuori, però, è che i calabresi devono sorbirsi la zona rossa per colpe che non sono loro.
I POSTI LETTO. Il punto centrale dell’intervista è stata infatti la questione dei posti letto di terapia intensiva. Per il Ministero in Calabria sono necessari circa 300 posti per fronteggiare la seconda ondata della pandemia. Al momento i posti letto disponibili sono 146. I rimanenti sono solo sulla carta. Il piano Covid (che c’è come si è finalmente ricordato Cotticelli) prevede la realizzazione degli altri 134, ma tutto si è arenato nella burocrazia italiana. Il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Arcuri, ha stanziato le somme solo qualche mese fa. Ha poi deciso che i soggetti attuatori (cioè quelli che operativamente debbono appaltare le gare) siano le aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. Nè il commissario nè la Regione. Le aziende calabresi si stanno muovendo solo oggi con la solita celerità per cui nessuno sa dire con certezza quando saranno pronti. Nel frattempo, come ha ammesso la stessa maggioranza di centrodestra che governa la Regione, i ventilatori polmonari inviati dallo Stato restano imballati in qualche stanza della Protezione Civile regionale e i calabresi sono costretti al lockdown.
IL PIANO COVID. Cotticelli sul punto recupera la memoria e dice che in giugno aveva redatto il piano di potenziamento sia ospedaliero sia territoriale. Il problema è che poi di questo piano si è quasi dimenticato. Non si capiva bene chi doveva poi renderlo operativo. Ad un certo punto il commissario è assalito da un dubbio e chiede un parere al Ministero della Salute su chi fosse il responsabile della realizzazione del piano. Il Ministero risponde solo il 27 ottobre, ma nessuno si prende la briga di leggere la risposta nè nei quattro mesi precedenti di sollecitarla. Cotticelli ammette di aver letto la risposta solo in occasione dell’intervista che gli è costata il posto cioè il 5 novembre. Possibile? Cotticelli dice di sì perchè il suo ufficio era ridotto all’osso e non era nemmeno dotato di segreteria. Secondo il suo racconto era composto solo da lui e dal sub commissario, la ormai arcinota Maria (Crocco).
IL COMPLOTTO. Su questo punto Cotticelli si è scatenato lasciando adombrare un complotto ai suoi danni per farlo fuori e prenderne il posto. Utilizza la metafora di Giovanni Falcone parlando di «menti raffinatissime» che avrebbero agito contro di lui. Ma in che modo? In primis non dotando l’ufficio di un organico vero. Cotticelli lo ribadisce facendo riferimento al nuovo Decreto Calabria che nella bozza che dovrebbe essere convertita in legge prevede non solo la nomina di due sub commissari, ma anche la creazione di uno staff di supporto di ben 25 persone per un costo vicino ai 3,5 milioni di euro. Non solo. Ma nel nuovo decreto sono previsti poteri più stringenti nei confronti del Dipartimento Salute della Calabria. Come dire: io ho dovuto combattere a mani nude, al mio successore fanno ponti d’oro. Ma la lamentela di Cotticelli non finisce qui. Ha anche detto che ad un certo punto era riuscito ad abbattere il debito per circa 90 milioni. All’improvviso però Giuseppe Zuccatelli ha tirato fuori un debito di circa 100 milioni delle aziende ospedaliere di Catanzaro che gestisce. Il debito risale al 2014 ed è legato al fallimento della Fondazione Campanella. In studio si insinua subito un complotto ad opera dello stesso Zuccatelli che non ha mai nascosto, fin da quando ha messo piede in Calabria, di voler fare il commissario. In realtà il debito viene fuori come conseguenza di alcune sentenze della Cassazione che hanno considerato inesigibili alcuni crediti della Fondazione. Il che ha fatto aumentare il debito. Ancora. Cotticelli ha denunciato di aver riscontrato problemi nel calcolo dei Lea (livelli essenziali di assistenza). Questi vengono calcolati sulla base di dati che il Dipartimento Salute della Regione invia al Ministero. Cotticelli sostiene di aver scoperto che nonostante le aziende del territorio hanno inviato i loro dati alla Regione questa non ha poi trasmesso i flussi al Ministero. Da qui la pessima valutazione dei Lea che è un altro elemento che ci ha portati alla zona rossa. Cotticelli stava anche spiegando il difficile rapporto con la sanità privata e la vicenda della rete oncologica in particolare delle Breast Unit che fu motivo di scontro con la Santelli come testimonia la lettera che la presidente scrisse a Conte. In studio però non gli hanno fatto finire il racconto. Questo quindi il punto della situazione della sanità in Calabria e la dimostrazione plastica del fallimento del commissariamento che non ha fatto altro che moltiplicare la burocrazia e agevolare le “non decisioni”, ovviamente sulla pelle dei calabresi. Cotticelli ha chiuso con grande dignità il suo intervento chiedendo scusa ai calabresi per tutta questa vicenda ma sottolineando di avere le tasche pulite e di aver messo tutto se stesso nella difficile sfida di rendere normale la sanità calabrese. Purtroppo per tutti non è bastato.
Carlo Cotticelli a Non è l'Arena: "Io drogato? So solo che ero in uno stato confusionale, sto indagando". Libero Quotidiano il 09 novembre 2020. Un'uscita che gli è costata carissima. Saverio Cotticelli, dopo la messa in onda del programma Titolo V di Rai 3, ha detto addio al suo posto da commissario della Sanità in Calabria. A Cotticelli il giornalista di viale Mazzini ha chiesto informazioni sulla mancanza del piano anti-Covid e la risposta ha sollevato lo scandalo. L'uomo ha infatti scoperto di fronte alle telecamere che doveva essere lui a redigerlo: "Non lo sapevo", ha detto. Immediato il licenziamento, ma Cotticelli ha comunque voluto dire la sua a Non è l'Arena durante la puntata di domenica 8 novembre. Di fronte a Massimo Giletti Cotticelli ha spiegato quanto successo: "Ero in uno stato confusionale su cui sto indagando. Dopo l'intervista ho vomitato e ho passato una notte terribile. Non ero lucido e non stavo bene". E alla domanda di un'altra ospite, la conduttrice di La7 Myrta Merlino: "Ma l'hanno drogata?", Cotticelli ha replicato: "Non lo so dottoressa, sto indagando. Dico solo che non sono stato bene, non ero lucido". Intanto anche il suo successore, Giuseppe Zuccatelli è finito nel mirino della polemica. Alla sua nomina è comparso un vecchio video che lo ritrae mentre dice chiaro e tondo: "La mascherina non serve a un cazzo". Insomma, di male in peggio.
La strana difesa di Cotticelli: "Mi hanno drogato? Non so...". Il commissario alla Sanità calabrese Saverio Cotticelli ha provato a difendersi: "Il piano Covid l'ho fatto io. Non mi riconosco in quell'intervista. Forse ho avuto un malore". Federico Giuliani, Domenica 08/11/2020 su Il Giornale. "Non mi riconosco in quell'intervista. Non so cosa mi sia successo. Sto cercando di capire, magari con l'aiuto di un medico, se è stato un malore o altre cose". Questo il commento dell'ex commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli nel corso della trasmissione Non è l'Arena, su La7, in merito all'intervista che ha portato alla sua sostituzione.
La versione di Cotticelli. Cotticelli ha affermato di non riconoscersi in quelle immagini. "Mi hanno drogato? Non lo so. Dico solo che non sono stato bene. Non ho sospetti su nessuno, ma non ero lucido e non stavo bene. Non ero io, ero una controfigura", ha spiegato. Il commissario non ci sta e insiste: "Tutti quelli che mi conoscono si sono chiesti chi era quello dell'intervista. Il piano covid l'ho fatto io a giugno. La fase attuativa viene demandata ad Arcuri che a fine ottobre delega ASP e AO come soggetti attuatori". Infine, alla domanda se qualcuno gli ha voluto addebitare un buco di cento milioni di euro nel 2014, l'ex commissario ha dimostrato di non avere dubbi: "Assolutamente sì. Mi volevano addebitare un buco del bilancio 2014".
Da Cotticelli a Zuccatelli. Facciamo un piccolo passo indietro per riassumere che cosa è accaduto nei giorni scorsi. La Calabria è finita al centro di molte polemiche a causa dell'istituzione della zona rossa. La Regione non ritiene adeguate le misure di sicurezza imposte dal governo e sostiene di essere in grado di gestire l'emergenza. A capo della macchina sanitaria calabrese c'era proprio Saverio Cotticelli, commissario alla Sanità in Calabria. Quando durante la trasmissione Titolo Quinto gli è stato chiesto del piano anti Covid, Cotticelli è sembrato cadere dalle nuvole: "Avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso?", ha dichiarato il commissario. In seguito a questa uscita, Giuseppe Conte aveva dichiarato di voler destituire l'ex carabiniere dalla sua carica. Al posto di Cotticelli, il governo ha inviato in fretta furia Giuseppe Zuccatelli. Che non è partito con il piede giusto, a giudicare da un'intervista in cui ha commentato l'ultimo Dpcm di Conte. "La mascherina non serve a un cazzo, ve lo devo dire in inglese stretto?", ha dichiarato ai suoi interlocutori, aggiungendo altre parole emblematiche. "Sapete cosa serve? La distanza! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", ha concluso.
Cotticelli si difende: "Sull'emergenza covid non ho mai avuto alcuna responsabilità". Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. L’ormai ex commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli risponde alle critiche. Al sito di Repubblica ha fornito la sua versione dei fatti, spiegando che la presidente compianta presidente della giunta regionale Jole Santelli avesse scelto come responsabile dell’emergenza Covid Antonio Belcastro. “Io sono stato inserito nella task force, ma ero tagliato fuori da tutte le scelte – ha detto Cotticelli – io sull’emergenza Covid non ho mai avuto alcuna responsabilità”. Cosa è stato realizzato? “La fase esecutiva è in capo al commissario Arcuri – ha detto ancora Cotticelli nell’intervista – ma anche lui ha scavalcato la struttura commissariale delegando direttamente le Aziende ospedaliere e sanitarie provinciali. Non è mai stata chiarita la catena di comando. Per me, il soggetto attuatore per l’emergenza Covid è il presidente della Regione, insieme al suo delegato”.
Luca Telese per tpi.it il 9 novembre 2020.
«Non ero io. Non ero io quello che ha parlato nell’intervista a “Titolo Quinto”!»
Cosa significa, scusi, Generale Cotticelli?
«Che non mi riconosco in quell’uomo. Non ero io».
Era lei.
«Sì, ma stavo male. Era come se fossi un altro».
Ma lei pensa davvero quello che ha detto ieri da Giletti?
«Sì, sto indagando su me stesso. Su cosa mi è accaduto».
Perché non si riconosce nel se stesso che ha visto nella sua intervista?
«Esatto. Nemmeno la mia famiglia mi ha riconosciuto. Sono ancora sconvolto».
Questo lo ha detto ieri sera all’Arena. Ma cosa significa esattamente?
«Sto valutandolo con il mio medico, sto ricostruendo quello che è accaduto il giorno dell’intervista. È tutto molto strano. Gli orari, la modalità… non torna nulla».
Cosa è strano?
«La mia sostituzione era già decisa. Da sei mesi».
Come come?
«Sì, diciamo come stanno davvero le cose. Il ministro Speranza aveva già deciso di nominare Zuccatelli. Ormai è chiaro, carte scoperte».
Quindi lei?
«Io dovevo essere rimosso. È semplice».
Sta scherzando?
«Affatto. La mia intervista è solo stato un pretesto».
Tuttavia l’ha fatta.
«Certo, glielo ho già detto, non lo nego».
E quindi? Sospetta davvero di essere stato drogato? Vittima di un complotto?
«Questo non lo so. Ripeto, sto indagando: io so che dopo quell’intervista ho vomitato tutta la notte. Sono stato malissimo».
Generale, ma si rende conto di quello che sta ipotizzando?
«Certo».
Lei sta sostenendo che qualcuno avrebbe operato per farle del male, per spingerla alle dimissioni.
«Ah, c’è di peggio».
Ma perché, scusi?
«Senta, la Calabria ha una terra di mezzo. Da un lato la povera gente, dall’altro il potere, in mezzo ci sono loro».
Loro chi?
«La massoneria. Con i suoi riferimenti a Roma.
E cosa significa questo? Lei non ricordava chi dovesse fare il piano Covid e il numero delle terapie intensive attivate.
«Ma come potevo non ricordarlo, scusi? Quel piano esiste davvero, e l’ho predisposto io.
Capisce che questa domanda non può farla a me. Dovrei farla io a lei.
«Ha capito cosa le ho detto? In Calabria tutto è deciso da questo mondo di mezzo: e io a questa massoneria non ho dato tregua».
E quindi…
«Se vuole glielo spiego. È notte. Il generale Saverio Cotticelli ha appena finito di rilasciare una clamorosa intervista a Massimo Giletti, durante la puntata di Non è l’Arena. Ha detto tante cose, ha ricostruito la giornata che ha prodotto le sue dimissioni, ha lanciato accuse pesanti ma il tempo non gli è bastato. E così – dietro le quinte – mi spiega, prima di andarsene, il suo sospetto. E la sua risoluzione: “Andrò in procura”».
Scusi generale, ci pensi per un attimo: come si può credere ad un uomo che dice “Non riconosco me stesso”.
«Capisco la sua ironia. Ma io mi sono dimesso. Ho abbandonato il mio incarico. Questo è sempre un gesto nobile».
Ma non necessariamente prova quello che lei sta dicendo.
«Ma ha capito che potrei scrivere un libro? Ha idea di quello che ho trovato nella sanità calabrese?»
No, me lo dica lei.
«C’erano fatture ai privati, nella sanità calabrese, che venivano pagate tre volte. C’erano posto di lavoro, appalti oscuri, il potere reale mercanteggiava su tutto».
Che tipo di mercato?
«Il più classico. Io ti do i fondi, tu mi dai il lavoro».
Ma questo cosa c’entra con il Covid, scusi?
«Io potrò avete tanti difetti, ma a questi signori ho tolto il concime dal vaso. Gli ho cancellato 500 milioni di euro di appalti. Gli ho revocato gli affidamenti impropri».
Sì, ma questo cosa c’entra con l’intervista in cui non riconosce se stesso?
«Guardi che questi, se potevano mettermi sotto una macchina, l’avrebbero già fatto».
Si rende conto della gravità di quello che sta dicendo?
«Non si dimentichi che sono un carabiniere. Un incidente avrebbe risolto: però io sapevo come proteggermi, mi creda».
Ma cosa c’entra il mondo di mezzo calabrese con chi doveva fare il piano anti-Covid?
«Se non potevano mettermi sotto una macchina, allora restava solo la possibilità di screditarmi. Noto che questo alla fine è accaduto».
Ma chi sono questi nemici così spietati e potenti?
«Nell’intervista a Giletti le ho definite “menti raffinatissime”. È la citazione di una celebre frase Giovanni Falcone. Insomma le sto parlando di una forza che in Calabria ha un potere enorme: la masso-mafia».
Ma scusi, chi sapeva nel suo Entourage che lei avrebbe fatto quell’intervista?
«Quel pomeriggio? Solo io e la mia vice commissaria, che era lì con me».
Non starà mica sostenendo che i giornalisti di “Titolo quinto” hanno partecipato ad un piano. È senza senso!
«E chi lo ha detto? I poteri di cui parlo non hanno difficoltà di intelligence. E poi…»
Cosa?
«Quel giorno è stato tutto strano: prima dovevano venire alle 15.00, poi sono venuti alle 18.00, avevano un tono inquisitivo che nemmeno delle Iene».
Iene?
«Iene, iene. Quelle del programma di Mediaset».
Generale lei non può prendersela con altri per quello che è accaduto a lei.
«Avevano quel documento, che mi è stato spedito il 27 ottobre, e che io ho ricevuto quel giorno. Proprio quel giorno!»
Insomma, un complotto per sostituirla con Zuccatelli.
«Ma ha sentito quello che ho detto a Giletti? Io ho lavorato due anni senza nessun supporto: senza una segreteria, senza nemmeno una dattilografa. Da so-lo!»
E adesso?
«Adesso a Zuccatelli danno una struttura con 27 persone! Che costa tre milioni di euro».
Se lei non si fosse dovuto dimettere a capo di quella struttura ci sarebbe lei, non Zuccatelli.
(Sorriso). «Ma davvero può crederlo? Le ho detto che Zuccatelli lo volevano mettere da prima! È di LeU, lo stesso partito di Speranza, è amico di Bersani, se ne andava in giro per la Calabria a dire che sarebbe stato nominato commissario da mesi, e come vede lo anche è diventato.
Ed è bravo?
«Non scherzi: ha litigato con tutti, è in guerra con il mondo, è positivo al Covid, e dice quelle cose sul contagio. Perfetto».
Quindi?
(Sorriso). «Quindi nulla».
Nulla?
(Altro sorriso). «Glielo ho detto: su questa storia dovrei scrivere un libro».
Chi è Cotticelli, il commissario della sanità in Calabria che non sapeva che il Piano Covid l’avrebbe dovuto redigere lui. Il premier Conte: «Va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore». Di An.C. su ilsole24ore.com il 7 novembre 2020. Alla fine l’oramai ex commissario ad acta della sanità calabrese Saverio Cotticelli si appresta a rassegnare le dimissioni nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. Troppo impetuoso l’impatto mediatico prodotto dall’intervista da lui rilasciata alla trasmissione di Raitre “Titolo V”. Il video, nel quale ammette di non sapere che la responsabilità di redigere il piano Covid per la Calabria da poco entrata nella zona rossa era proprio sua, è rimbalzato nei social, provocando un tam tam mediatico rilanciato da migliaia di condivisioni. Contro di lui in queste ore si sono espressi tutti gli schieramenti politici.
Conte: via subito. Ma il passo indietro avviene in un contesto che è già segnato. «Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità», ha detto il premier Giuseppe Conte dopo l’intervista andate in onda ieri sera, venerdì 6 novembre. «Già nelle prossime ore è prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria», chiariscono fonti del ministero della Salute.
«Il piano Covid dovevo farlo io? Non lo sapevo, ora mi cacciano». Intervistato sul tema d’attualità, ovvero la Calabria in zona rossa a causa dell’emergenza Coronavirus, a un certo punto gli viene chiesto come mai non fosse stato fatto un Piano Covid per la regione. «Era compito della Regione Calabria - risponde Cotticelli -, tanto che ho anche chiesto al Ministero della Salute di risolvere il quesito su chi avesse il titolo per farlo». E quando gli viene chiesto cosa avesse risposto il Ministero lui, non con un certo imbarazzo, ammette: «Oh! avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso? Domani mattina mi cacceranno per questo».
Non sa quanti sono i posti di terapia intensiva in Calabria. Non solo. Nell’intervista l’oramai ex commissario ad acta della sanità calabrese si gioca l’ultima carta: assicura che «la settimana prossima il piano anti Covid è pronto», salvo poi peggiorare ulteriormente la sua situazione mostrandosi impreparato anche sul numero delle terapie intensive in Calabria, e ricevendo il rimprovero “fuori campo” del suo sub commissario, Maria Crocco.
Generale dei Carabinieri in pensione. Campano, originario di Castellammare di Stabia, 69 anni, generale di corpo d’armata dei Carabinieri in pensione, è arrivato in Calabria agli inizi di gennaio 2019. È stato nominato dal Conte uno il 7 dicembre 2018, ad opera dell'allora ministro dell'Economia Tria, di concerto con la ministra della Salute Grillo e sentita la ministra degli Affari Regionali Stefani. La nomina è stata confermata da Conte due il 19 luglio 2019. Conticelli ha alle spalle una lunga carriera nell’Arma, che lo ha visto ricoprire anche incarichi di rilievo: comandante Carabinieri della Regione Piemonte e Valle d'Aosta, è stato alla guida dei N.A.S. ( Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell'Arma dei Carabinieri, posti alle dipendenze funzionali del Ministero della salute), comandante della regione Carabinieri Lazio. Dieci anni fa gli è stata conferita l'onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana; nel 2012 assume la Presidenza del Cocer interforze.
Terapie intensive e ricoveri, le regioni in cui la seconda ondata è già peggiore della prima. Poi la chiamata in Calabria come commissario ad acta per il piano di rientro della Sanità calabrese. Un incarico che ha assunto, evidentemente, ignorando che quel Piano l’avrebbe dovuto redigere proprio lui. «A volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto», ha scritto il poeta polacco Stanisław Jerzy Lec.
Cotticelli, una figuraccia anche prima che andasse in televisione. Valerio Panettieri su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Ci sono voluti otto mesi per capire chi era il soggetto attuatore del piano covid in Calabria. Otto mesi per aspettare i bandi di Arcuri sulle terapie intensive, nonostante il documento firmato dal commissario Cotticelli, lo stesso che in una imbarazzante intervista scopre che il 27 ottobre scorso Speranza gli aveva detto che era lui il soggetto che doveva attuare il piano, e otto mesi di scontri istituzionali e perdite di tempo che sono costati una zona rossa alla Calabria. Ma alla fine Saverio Cotticelli è stato mandato a casa in diretta tv? Neanche per sogno. Il commissario al piano di rientro dal debito sanitario della Regione Calabria si era già dimesso il 10 ottobre scorso. Si aspettava solo l’ufficialità e il cambio di passo dopo il rinnovo del decreto Calabria. Il teatrino visto in televisione due giorni fa che ha messo in mostra tutta l’inadeguatezza dell’ex generale dei carabinieri alle prese con la sanità calabrese è a tratti inspiegabile. Perché ha detto che il piano Covid doveva farlo lui se in Calabria di piani ce ne sono due e uno è stato firmato a giugno? Il primo annunciato dalla presidente Jole Santelli il 10 marzo scorso in un tripudio di collaborazione con Cotticelli, il secondo licenziato con decreto del commissario ad acta, il numero 91: “piano di riorganizzazione della rete ospedaliera”. È il famoso disegno dei 124 posti letto aggiuntivi per la terapia intensiva e 128 per la subintensiva che il commissario Arcuri ha messo a bando, delegando direttamente Asp e ospedali come soggetti attuatori, ad ottobre. Ma per il ministero, invece, era il commissario Cotticelli a doverne dare attuazione. Quello che si è visto in diretta televisiva due giorni fa e il conseguente tweet di Giuseppe Conte che ha cancellato in un attimo il ruolo di Cotticelli da commissario sa di resa dei conti a reti unificate. In realtà era tutto già scritto. Il ministro Speranza aveva chiamato Cotticelli diverse settimane fa all’indomani di una riunione di verifica del piano di rientro dal debito, schizzato nuovamente sui 200 milioni, durata due giorni. Insomma, si aspettava solo un cambio di guardia ufficiale, mentre l’ex generale in pensione è rimasto arroccato negli uffici della Cittadella regionale in attesa. Tutto quello che è davanti agli occhi è frutto di una responsabilità collettiva, non solo decennale, politica e burocratica. Dalle scelte dei governi all’innocenza presunta della Regione, passando ovviamente per il sacrificato commissario ad acta.
PRIMA DEL COVID. Saverio Cotticelli è stato nominato nel 2018 alla guida della struttura commissariale calabrese. Fu una decisione dell’allora governo a trazione leghista e pentastellata. All’epoca al Governo c’erano Giuseppe Conte, Giulia Grillo alla Salute, Matteo Salvini agli Interni e Giovanni Tria all’Economia. La storia di Cotticelli è costellata più da fallimenti che successi: l’unico atto degno di nota è stato autorizzare poco più di 400 assunzioni in un sistema sanitario che richiederebbe almeno 3mila 700 persone in più. In fondo al commissario sono richieste due cose: pareggiare il debito sanitario e raggiungere dati accettabili sui Livelli essenziali di assistenza. E invece le continue e ripetute riunioni semestrali di verifica hanno prodotto l’esatto contrario. Ad agosto 2019 il disavanzo certificato e non coperto era di 105 milioni di euro mentre la stima sul punteggio Lea era di 139 su un minimo di 160, ad ottobre 2020 è sui 200 milioni mentre il punteggio Lea sfiora finalmente l’idoneità arrivando a 162. In mezzo ci sono i debiti verso i fornitori fermi a circa un miliardo di euro. E poi il caos gestionale: due Asp (Reggio Calabria e Catanzaro) sciolte per mafia. Dopo lo scioglimento di Reggio, ad aprile 2019, la reazione del governo pentaleghista fu il decreto Calabria che tra le altre cose ha strappato le nomine alla politica per i vertici delle aziende. Ma anche lì è un caos. Le aziende sono rimaste in mano a reggenti per mesi lunghissimi. Subito dopo inizia una lottizzazione in salsa nazionale. In questo caos Cotticelli non ha brillato: ci ha messo nove mesi dall’approvazione del decreto a stipulare una convenzione con l’Anac e oltre un anno per mettere in piedi l’obbligatorio piano di rientro triennale. Poi è arrivata la resa dei conti nell’ultimo incontro interministeriale: due giorni di riunioni sul perché il debito fosse aumentato a dismisura (obbligando per la terza volta lo Stato ad aumentare le aliquote Irpef e Irap per tentare di ripianare il debito) e infine le dimissioni, il 10 ottobre scorso. Cotticelli da quel giorno è rimasto in attesa di un incontro con Speranza.
L’EMERGENZA. Nel frattempo che si consumava l’ordinario è arrivato il coronavirus. A marzo scorso il ministero ha delegato direttamente la Regione nella gestione della pandemia, che a sua volta ha nominato una task force di esperti e un soggetto delegato all’emergenza. In quei giorni in molti si erano chiesti che fine avesse fato il commissario che, laconico, rispose di non avere “poteri” sul caso essendo la Regione nominata alla gestione. Ed è arrivato il primo piano: 400 posti letto, individuazione della rete e possibilità di utilizzare i beni confiscati per riconvertirli in centro Covid. Tutto questo è rimasto sulla carta. Poi a maggio il governo modifica la rotta, assegnando le responsabilità dell’emergenza al commissario. La struttura a giugno licenzia un piano monstre: ampliamento dei posti letto in terapia intensiva e sub intensiva, ristrutturazione dei pronto soccorso, creazione dei percorsi covid e strutture modulari montabili all’occasione in caso di emergenza assoluta. E poi le assunzioni, almeno 500 tra medici, operatori e infermieri per gestire l’emergenza. Per la Santelli si tratta di un piano “inattuabile” accusando Speranza e Conte di avere per l’ennesima volta esautorato la Regione dalla gestione. Ma in fondo anche questo in buona parte è rimasto carta straccia. Delle terapie intensive in più ne sono arrivate molto poche, nessuna di quelle previste dal piano. La Regione in tutto questo prima ha accusato le dirigenze ospedaliere, poi direttamente il commissario non spiegando mai chiaramente invece come ha speso gli 87 milioni destinati all’emergenza. Ad un certo punto la giunta ha deciso anche di rimodulare il Por Calabria per aprire nuove terapie intensive. Intanto in queste ore si è subito dimenticata delle figuracce: l’ultima due giorni prima della dichiarazione di zona rossa della Calabria. Nel ricalcolo del bollettino regionale sono “sparite” ben 16 persone ricoverate in terapia intensiva: “non erano intubati” diranno. La colpa è solo di Cotticelli?
L'ex commissario nella bufera. Storia della carriera del generale Saverio Cotticelli, quasi capo dei Carabinieri ma "bruciato" da Del Sette. Paolo Comi su Il Riformista il 10 Novembre 2020. Il generale Saverio Cotticelli, l’ex commissario della Sanità della regione Calabria che dopo le recenti interviste sta indagando sul proprio “stato confusionale”, era destinato a diventare il numero uno della Benemerita. La notizia è stata confermata al Riformista direttamente dai piani alti del Comando generale dell’Arma. Questi i fatti. Siamo alla fine del 2014 e a viale Romania la poltrona più importante è occupata dal 2009 dal generale Leonardo Gallitelli. L’incarico di Gallitelli doveva terminare ad aprile del 2013 ma il governo Monti, il 27 marzo precedente, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle sue dimissioni, aveva deciso di prorogarlo fino al 31 dicembre dell’anno successivo. Il motivo? Nel 2014 si sarebbe celebrato il bicentenario di fondazione dell’Arma e la presenza di Gallitelli era indispensabile per sovrintendere in maniera adeguata la macchina organizzativa dei festeggiamenti. Cotticelli è in quel momento il potentissimo comandante del comando unità mobili e speciali “Palidoro”, il reparto da cui dipendono tutti i reparti speciali dell’Arma, dal Nas, al Noe, al Tpc, al Ros, e, appunto i contingenti destinati a garantire l’ordine pubblico in Italia e nelle missioni all’estero. Ma non solo. Cotticelli è anche il capo del Cocer, prima della sentenza della Consulta che sdoganerà l’associazionismo con le stellette, il sindacato unico dell’Arma. Cotticelli è, infine, in ottimi rapporti con lo stesso Gallitelli. Divenuto a ottobre del 2008 comandante della Legione Lazio, Cotticelli non viene neppure lontanamente sfiorato da quello che accade nelle caserme a poche centinaia di metri dal suo ufficio. Durante il suo periodo di comando si verificano due episodi che segneranno per sempre la storia dell’Arma. La morte di Stefano Cucchi e il porno ricatto al presidente della regione Lazio Piero Marrazzo. Le vicende, a opera dei suoi dipendenti, non intaccano minimamente l’inarrestabile ascesa del generale la cui carriera prosegue spedita. Cotticelli continua, dunque, ad aggiungere stellette sulle spalline dell’uniforme. Per i recenti fatti di Piacenza, tanto per fare un confronto, il comandante generale Giovanni Nistri rimuoverà l’intera scala gerarchica della città emiliana, stroncando ogni residua aspettativa di progressione in ruolo. La strada di Cotticelli verso il comando generale sembra essere, allora, tutta in discesa: nessuno dei candidati al posto di Gallitelli ha un curriculum come il suo. I piani del generale vanno in fumo, però, nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale del 2014. Sotto l’albero Cotticelli trova un’amara sorpresa: l’allora ministra della Difesa e ora presidente della commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti, ha deciso di puntare sul proprio capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette. La decisione della ministra dem ha l’avallo del premier Matteo Renzi che aveva conosciuto Del Sette quando il generale era comandante dei carabinieri della Toscana e lui sindaco di Firenze. La scelta di Del Sette sorprende tutti in quanto era diventato capo di gabinetto del ministro Pinotti solo cinque mesi prima. Oltre a non esserci precedenti, la nomina di Del Sette è vista come un fatto “irrituale”. Era la prima volta che un ufficiale dell’Arma che ricopriva un incarico prettamente politico diventava, senza soluzione di continuità, comandante generale. Del Sette è ora sotto processo a Roma con l’accusa di rivelazione del segreto e favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip. In particolare avrebbe comunicato al presidente di Consip che i carabinieri del Noe per ordine della Procura di Napoli stavano facendo indagini su alcuni appalti assegnati dalla centrale acquisti della Pa. Il “tradimento” da parte dei vertici del Pd è inaspettato per Cotticelli. Il generale era stato fra i più stretti collaboratori della ministra della Salute Livia Turco, dalemiana di stretta osservanza, durante il governo Prodi. La ministra dem aveva anche conferito a Cotticelli la medaglia d’oro per la sanità pubblica. Cotticelli, bocciato la notte di Natale, non si perde d’animo. Arrivato al massimo della carriera, diventerà il presidente di tutti i Cocer: oltre a quello dei carabinieri, anche quelli dell’esercito, della marina, dell’aereonautica e della guardia di finanza. Qualche mese fa, a giugno, l’ultima soddisfazione. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd), su proposta del comandante generale Nistri, lo ha insignito della più alta onorificenza: la croce d’oro al merito dell’Arma dei carabinieri. A dir poco sorprendente la motivazione alla luce delle sue recenti performance televisive: “Ufficiale generale di preclare qualità umane e professionali ha sempre costituito limpido esempio e sprone per il personale dipendente, assicurando costantemente soluzioni organizzative brillanti e di rara efficacia”. E poi: “Con la sua infaticabile e preziosa opera di comando e di pensiero ha contributo al progresso dell’istituzione, esaltandone spiccatamente il lustro e il decoro nell’ambito delle Forze armate e della Nazione”.
L'accusa dell'ex generale. Cotticelli va da Gratteri e ne spara un’altra: “I clan hanno fermato il piano anti-Covid”. Paolo Comi su Il Riformista il 11 Novembre 2020. È tutta colpa del “mondo di mezzo”. L’ormai mitologica teoria criminale by Massimo Carminati ha, dunque, fatto scuola e proseliti. Dopo essere stata sdoganata nel 2014 dalla Procura di Roma, con l’insostituibile collaborazione delle cimici del Ros dei carabinieri e della penna del vice direttore di Repubblica Carlo Bonini, la teoria del mondo di mezzo è tornata agli onori delle cronache questa settimana grazie al generale Saverio Cotticelli. L’alto ufficiale dell’Arma, rimosso dal premier Giuseppe Conte dall’incarico di commissario alla Sanità della regione Calabria dopo una surreale intervista in cui affermava di non sapere di dover redigere il Piano covid territoriale, aveva evocato, nel tentativo di giustificarsi, complotti assortiti nei propri confronti. Dalla tribuna “ripatrice” di Non è l’Arena di Massimo Giletti, inizialmente aveva lasciato intendere di essere stato drogato prima di parlare con i giornalisti e di dover pertanto indagare sul proprio “stato confusionale”, poi, davanti al taccuino di Luca Telese aveva rispolverato il celebre teorema di Carminati che ha dato il nome all’indagine su (ex) “Mafia capitale”. Se a Roma, però, il luogo oscuro dove gli interessi della politica e dell’imprenditoria si incontravano con gli interessi della criminalità organizzata era popolato al massimo da vecchi picchiatori fascisti dediti all’usura e allo spaccio di stupefacenti, con Cotticelli avviene un non indifferente salto di qualità delinquenziale. Il mondo di mezzo calabrese, che tutto controlla e domina, è composto infatti da masso-mafiosi. Questo cocktail micidiale, formato quindi da esponenti della massoneria e da ‘ndranghetisti, avrebbe impedito a Cotticelli di svolgere con efficacia il ruolo di commissario straordinario. L’ufficiale, che nel 2014 ha rischiato di diventare il numero uno dell’Arma se l’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti (Pd) non avesse puntato sul suo capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette, ha anche affermato di aver temuto per la propria incolumità fisica. Sempre facendo un salto nel tempo, oltre al mondo di mezzo, Cotticelli ha evocato pure un altro teorema criminale, quello delle “menti raffinatissime”. Il teorema, questa volta, non è di Carminati da Sacrofano ma di Giovanni Falcone. Cotticelli ha dichiarato che andrà ora dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri per denunciare quanto ha visto in questi due anni in Calabria. Per il generale sarà un ritorno negli uffici giudiziari di Catanzaro dal momento che aveva fatto visita a Gratteri il primo giorno del suo insediamento come commissario in Calabria a dicembre del 2018. Speriamo solo che non ci siano sorprese per Cotticelli. In Italia, infatti, trovarsi iscritti sul modello 21 delle Procure, per chi ricopre ruoli nella Pa, è facile come prendere il Covid se non si indossa la mascherina. È il destino che è capitato a due ufficiali dei carabinieri che, prima di Cotticelli, avevano svolto il medesimo incarico di commissario. Non in Calabria ma in Campania. Si tratta del generale Maurizio Scoppa e del colonnello Maurizio Bortoletti, entrambi nominati nel 2011 dall’allora governatore Stefano Caldoro, il primo all’Asl di Napoli, il secondo a quella di Salerno. Scoppa è finito in una indagine condotta dal sostituto procuratore partenopeo Valter Brunetti. Secondo i finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria che hanno condotto l’inchiesta, Scoppa avrebbe effettuato affidamenti diretti senza gara. Per Bortoletti, invece, l’accusa è di abuso d’ufficio per aver chiuso alcune strutture sanitarie. In attesa che Cotticelli termini di indagare su stesso, merita di essere riportato su questa vicenda il commento del colonnello dei carabinieri in congedo Salvino Paternò. «Genera’, ma goditela la lussuosa pensione, perché fuori dagli ovattati e pomposi palazzi dei vertici dell’arma c’è il rischio che la mancanza di meritocrazia si noti in tutta la sua squallida evidenza… e la figura da peracottaro incombe», scrive Paternò dal proprio profilo social. Ogni commento è superfluo.
L'incarico al Dis a partire dal 2015. Il retroscena: dopo la bocciatura a capo dei carabinieri Cotticelli è diventato un agente segreto. Paolo Comi su Il Riformista il 12 Novembre 2020. Saverio Cotticelli, prima di essere nominato a dicembre del 2018 commissario straordinario della Sanità in Calabria, sarebbe stato per diverso tempo un “super” agente segreto. Dopo aver visto sfumare la nomina a comandante generale dell’Arma, come riportato questa settimana in esclusiva dal Riformista, Cotticelli avrebbe dunque intrapreso la carriera da 007, venendo destinato all’Ufficio centrale ispettivo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Il Riformista ha cercato ieri di avere conferma della notizia dal diretto interessato. Cotticelli, però, dopo aver dichiarato durante la trasmissione televisiva Non è l’arena condotta da Massimo Giletti di dover indagare sul proprio “stato confusionale” emerso durante una precedente intervista, è al momento irreperibile. L’incarico di ispettore al Dis sarebbe scattato dal mese di giugno del 2015. Il generale Tullio Del Sette, suo compagno di corso all’Accademia militare di Modena, era diventato comandante generale dell’Arma sei mesi prima. Cotticelli, sulla carta più titolato di Del Sette, era stato per mesi il comandante “in pectore” della Benemerita, l’ufficiale destinato a sostituire Leonardo Gallitelli, con cui aveva ottimi rapporti, a viale Romania. La scelta, invece, cadde proprio su Del Sette, in quel momento capo di gabinetto della ministra della Difesa Roberta Pinotti (Pd). Pare che a Cotticelli, dopo l’inaspettata bocciatura, fosse stato offerto di diventare il braccio destro di Del Sette. Un altro incarico di natura politica, essendo la nomina del vice comandante dei carabinieri di competenza del governo. Cotticelli, però, rifiutò. Anche dal Dis sul punto bocche cucite. Inutile tentare di avere informazioni in merito al ruolo e ai compiti svolti da Cotticelli presso il Dipartimento. Ogni notizia sugli appartenenti ai Servizi e alle loro varie articolazioni è coperta dal segreto di Stato. Una conferma dell’incarico “extra Arma” di Cotticelli è venuta dall’appuntato scelto dei carabinieri Vincenzo Romeo. L’appuntato è stato uno dei collaboratori strettissimi di Cotticelli quando quest’ultimo era presidente del Cocer, il “sindacato” militare. Romeo raccontò ai colleghi, che a giugno del 2015 gli chiedevano notizie sul futuro professionale di Cotticelli, che il generale era stato destinato ad un incarico di “governo”. Un incarico che lo costringeva ad abbandonare prima del tempo l’attività alla rappresentanza militare. I vertici del Servizi sono, come noto, tutti “dipendenti” da Palazzo Chigi. Il Dis è ora diretto dal generale della guardia di finanza Gennaro Vecchione. L’alto ufficiale delle Fiamme gialle è molto ascoltato dal premier Giuseppe Conte. Il Dipartimento è il centro nevralgico dei Servizi segreti, il luogo dove si elaborano i dati e si coordinano le azioni di intelligence. Il Dis vigila sull’attività di Aise e Aisi e sulla corretta applicazione delle disposizioni emanate dal presidente del Consiglio dei ministri, nonché in materia di tutela amministrativa del segreto. Il Dis cura, infine, anche le attività di promozione e diffusione della cultura della sicurezza e la comunicazione istituzionale e impartisce gli indirizzi per la gestione unitaria del personale delle varie strutture. Compiti di assoluta importanza per la sicurezza del Paese. Qualche report riservato, comunque, deve essere sfuggito a Cotticelli. Ad esempio quello sulla “masso-mafia”, l’entità criminale composta da massoni e ‘ndranghetisti che ha impedito al generale di redigere il piano Covid per la regione Calabria, e di cui Cotticelli ha avuto contezza solo al momento del suo arrivo a Catanzaro. Una svista fatale che è costata all’agente segreto Cotticelli il posto di commissario straordinario.
L'ex commissario nella bufera. Storia della carriera del generale Saverio Cotticelli, quasi capo dei Carabinieri ma "bruciato" da Del Sette. Paolo Comi su Il Riformista il 10 Novembre 2020. Il generale Saverio Cotticelli, l’ex commissario della Sanità della regione Calabria che dopo le recenti interviste sta indagando sul proprio “stato confusionale”, era destinato a diventare il numero uno della Benemerita. La notizia è stata confermata al Riformista direttamente dai piani alti del Comando generale dell’Arma. Questi i fatti. Siamo alla fine del 2014 e a viale Romania la poltrona più importante è occupata dal 2009 dal generale Leonardo Gallitelli. L’incarico di Gallitelli doveva terminare ad aprile del 2013 ma il governo Monti, il 27 marzo precedente, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle sue dimissioni, aveva deciso di prorogarlo fino al 31 dicembre dell’anno successivo. Il motivo? Nel 2014 si sarebbe celebrato il bicentenario di fondazione dell’Arma e la presenza di Gallitelli era indispensabile per sovrintendere in maniera adeguata la macchina organizzativa dei festeggiamenti. Cotticelli è in quel momento il potentissimo comandante del comando unità mobili e speciali “Palidoro”, il reparto da cui dipendono tutti i reparti speciali dell’Arma, dal Nas, al Noe, al Tpc, al Ros, e, appunto i contingenti destinati a garantire l’ordine pubblico in Italia e nelle missioni all’estero. Ma non solo. Cotticelli è anche il capo del Cocer, prima della sentenza della Consulta che sdoganerà l’associazionismo con le stellette, il sindacato unico dell’Arma. Cotticelli è, infine, in ottimi rapporti con lo stesso Gallitelli. Divenuto a ottobre del 2008 comandante della Legione Lazio, Cotticelli non viene neppure lontanamente sfiorato da quello che accade nelle caserme a poche centinaia di metri dal suo ufficio. Durante il suo periodo di comando si verificano due episodi che segneranno per sempre la storia dell’Arma. La morte di Stefano Cucchi e il porno ricatto al presidente della regione Lazio Piero Marrazzo. Le vicende, a opera dei suoi dipendenti, non intaccano minimamente l’inarrestabile ascesa del generale la cui carriera prosegue spedita. Cotticelli continua, dunque, ad aggiungere stellette sulle spalline dell’uniforme. Per i recenti fatti di Piacenza, tanto per fare un confronto, il comandante generale Giovanni Nistri rimuoverà l’intera scala gerarchica della città emiliana, stroncando ogni residua aspettativa di progressione in ruolo. La strada di Cotticelli verso il comando generale sembra essere, allora, tutta in discesa: nessuno dei candidati al posto di Gallitelli ha un curriculum come il suo. I piani del generale vanno in fumo, però, nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale del 2014. Sotto l’albero Cotticelli trova un’amara sorpresa: l’allora ministra della Difesa e ora presidente della commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti, ha deciso di puntare sul proprio capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette. La decisione della ministra dem ha l’avallo del premier Matteo Renzi che aveva conosciuto Del Sette quando il generale era comandante dei carabinieri della Toscana e lui sindaco di Firenze. La scelta di Del Sette sorprende tutti in quanto era diventato capo di gabinetto del ministro Pinotti solo cinque mesi prima. Oltre a non esserci precedenti, la nomina di Del Sette è vista come un fatto “irrituale”. Era la prima volta che un ufficiale dell’Arma che ricopriva un incarico prettamente politico diventava, senza soluzione di continuità, comandante generale. Del Sette è ora sotto processo a Roma con l’accusa di rivelazione del segreto e favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip. In particolare avrebbe comunicato al presidente di Consip che i carabinieri del Noe per ordine della Procura di Napoli stavano facendo indagini su alcuni appalti assegnati dalla centrale acquisti della Pa. Il “tradimento” da parte dei vertici del Pd è inaspettato per Cotticelli. Il generale era stato fra i più stretti collaboratori della ministra della Salute Livia Turco, dalemiana di stretta osservanza, durante il governo Prodi. La ministra dem aveva anche conferito a Cotticelli la medaglia d’oro per la sanità pubblica. Cotticelli, bocciato la notte di Natale, non si perde d’animo. Arrivato al massimo della carriera, diventerà il presidente di tutti i Cocer: oltre a quello dei carabinieri, anche quelli dell’esercito, della marina, dell’aereonautica e della guardia di finanza. Qualche mese fa, a giugno, l’ultima soddisfazione. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd), su proposta del comandante generale Nistri, lo ha insignito della più alta onorificenza: la croce d’oro al merito dell’Arma dei carabinieri. A dir poco sorprendente la motivazione alla luce delle sue recenti performance televisive: “Ufficiale generale di preclare qualità umane e professionali ha sempre costituito limpido esempio e sprone per il personale dipendente, assicurando costantemente soluzioni organizzative brillanti e di rara efficacia”. E poi: “Con la sua infaticabile e preziosa opera di comando e di pensiero ha contributo al progresso dell’istituzione, esaltandone spiccatamente il lustro e il decoro nell’ambito delle Forze armate e della Nazione”.
Le inchieste dell'ex generale. Inchiesta "Camici sporchi", il grande flop di Saverio Cotticelli. Paolo Comi su Il Riformista il 15 Novembre 2020. Nel prestigioso cv del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli non compare uno dei flop investigativi più clamorosi della recente storia repubblicana. Si tratta dell’inchiesta “Camici sporchi” condotta nel 2012 dal Nas (Nucleo antisofisticazioni e sanità) di Parma e dal pm Procura di Modena. In quell’anno Cotticelli, dopo aver svolto l’incarico di comandante di tutti i Nas d’Italia ed essere stato insignito per i brillanti risultati ottenuti della medaglia d’oro per la sanità pubblica, era il capo dei reparti speciali dell’Arma. Quindi non solo il Nas, ma anche il Noe (Nucleo operativo ecologico), il Tpc (Tutela patrimonio artistico) e tanti altri meno noti ma comunque importanti. Gli investigatori di Cotticelli hanno nel mirino la cardiologia del policlinico di Modena. Nel reparto, diretto dalla professoressa Maria Grazia Modena, secondo i carabinieri avverrebbero sperimentazioni cliniche senza autorizzazione, installazione di apparecchiature mediche, alcune difettose, su pazienti ignari, taroccamento di cartelle cliniche, truffe a carico del Ssn, creazione di Onlus fittizie su cui far confluire somme di denaro per incentivare queste sperimentazioni non autorizzate. Accuse pesantissime dal momento che la cardiologia del Policlinico di Modena è considerata un’eccellenza a livello internazionale e ha in cura migliaia di pazienti provenienti da tutte le regioni d’Italia. All’alba del 9 novembre di otto anni fa scatta la maxi retata. Vengono arrestati, oltre alla professoressa Modena, tutti i cardiologi del policlinico e il professor Massimo Giuseppe Sangiorgi, il capo di emodinamica del nosocomio. Insieme a loro ci sono poi settanta indagati e dodici aziende che producono attrezzature cardiologiche a cui viene disposto il divieto di contrattare con la Pa. Sei di queste aziende sono straniere. Tutti i beni dei dottori sono sequestrati. Per portare a compimento la maxi retata sono impiegati centocinquanta carabinieri, due elicotteri, e il “troy”, un antesignano del celebre virus spia “trojan”, che viene installato nel pc della professoressa Modena per copiare in tempo reale sui server degli investigatori tutte le sue mail. «È l’inchiesta più importante mai fatta», dicono soddisfatti dalla Procura di Modena, diretta dal procuratore Vito Zincani, aggiungendo che si tratta di «un’indagine sperimentale ed unica che farà scuola». Convinti della bontà del loro operato, gli inquirenti arrivano ad affermare che questa indagine «è stata esportata all’estero ed è oggetto di studio in altri ordinamenti ed in altri Stati». I carabinieri vengono poi premiati dalla scala gerarchica e i giornali dedicano pagine e pagine all’inchiesta. Anche la trasmissione Report di Rai tre si occupa dell’inchiesta. In primo grado vengono tutti condannati. Le sorprese iniziano in appello. La prima ad andare davanti ai giudici di Bologna è proprio la professoressa Modena che aveva scelto di essere processata con rito abbreviato. Nel 2018 la Corte d’Appello di Bologna smonta quasi completamente la condanna in primo grado: da quattro anni si passa a otto mesi, per l’unica accusa di falso. Archiviazione per associazione a delinquere e corruzione. Nelle motivazioni si parla di “assenza totale di prove” e possibile “inattendibilità” delle dichiarazioni del principale accusatore della cardiologa, un volontario di una associazione emiliana “Amici del cuore” che con le sue dichiarazioni ai carabinieri aveva dato il via all’inchiesta. La Corte di Cassazione, l’anno dopo, assolve definitivamente la professoressa “perché il fatto non sussiste”, respingendo i ricorsi delle parti civili: regione Emilia-Romagna, Policlinico, Procura generale di Bologna e l’associazione ‘Amici del cuore’. Questa settimana la Corte d’Appello ha definito la posizione degli ex coimputati della professoressa Modena, assolvendoli tutti. Le motivazioni fra novanta giorni. L’ex procuratrice di Modena Lucia Musti, di cui si ricorda un estenuante contenzioso con il Csm con il collega Paolo Giovagnoli per essere nominata a capo della Procura della città emiliana, aveva sempre sottolineato “la bontà del lavoro fatto”. «Tutte le indagini che fanno da apripista- aveva dichiarato – uno scotto comunque lo pagano. La Procura non si rimangia il proprio lavoro: non siamo contro nessuno e facciamo il nostro lavoro in buona fede e con professionalità». «Non voglio vendetta. Voglio i miei pazienti. Sono felice, ma la sconfitta morale rimane. Mi erano serviti anni per creare uno staff che potesse fare diventare un’eccellenza internazionale il reparto di cardiologia di una piccola cittadina. Ora tutto questo non c’è più». Il commento, invece, della professoressa Modena. E Cotticelli? Dopo le dimissioni da commissario straordinario della sanità della regione Calabria e l’annuncio di aver iniziato ad “indagare su se stesso” per capire come abbia potuto dire ai giornalisti di non sapere che doveva redigere il Piano covid regionale, ha fatto perdere le proprie tracce.
Sei mesi di parole inutili: Calabria ultima per le terapie intensive. Rocco Valenti su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Quando si spegnerà l’eco dell’imbarazzante intervista televisiva dell’ormai ex commissario per la sanità calabrese Cotticelli, i riflettori torneranno a concentrarsi soprattutto sulla classificazione della regione zona rossa e sulla rabbia popolare che questa decisione ha suscitato. Rabbia comprensibile e di facile interpretazione perché a legger da soli i numeri dei contagi da Covid in Calabria la misura può apparire spropositata. Rabbia legittima per chi è stato costretto a chiudere la propria attività economica (in attesa di un ristoro che in molti casi non sarà sufficiente a ristorare un bel niente, perché sarebbe come voler curare un malato che già era grave con un’aspirina). Se i rossi di rabbia, verosimilmente, rimarranno tali, c’è da chiedersi se quelli rossi di vergogna torneranno – ammesso che rossore abbia provocato questa certificazione del fallimento della politica a ogni livello, a partire dal Governo ma senza risparmiare chi oggi sembra caduto dal pero – ad un colorito normale. Senza soffermarsi più di tanto qui sul caso Cotticelli, del quale il Quotidiano scrive oggi in maniera diffusa in tutte le sue edizioni, non si può non notare che se ad un commissario il Ministero che l’ha nominato e comunque mantenuto in carica assegna un adempimento, non si capisce perché in caso di inadempimento nessuno intervenga per tempo (si legga ministro della Salute, potenti direttori generali del Ministero e giù a catena). Considerato, in particolare, che si sta parlando di compiti legati ad una emergenza sanitaria da pandemia. Insomma, non è propriamente come quando uno studente non fa un tema. Commissario per la sanità calabrese, commissario per l’emergenza nazionale, Ministeri, Governo, Regione (per la parte eventuale di competenza), insomma il solito girone dantesco (dell’Inferno) all’italiana a cui sono ascrivibili inefficienze totali, come nel caso del numero dei posti letto di terapia intensiva. Questa volta non sono chiacchiere, non sono annunci, non sono dirette Facebook né riunioni per programmare interventi delicati sine die. Cento, duecento, trecento, diecimila… No, solo qualche numero di facile lettura e di semplicissima interpretazione, salvo mettere in dubbio i dati dei report dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Il report aggiornato a ieri che pubblichiamo qui sopra la dice lunga sul vergognoso fallimento delle strategie anti-Covid (alle terapie intensive vanno poi aggiunti il sistema di tracciamento saltato, i tamponi che addirittura da qualche parte scarseggiano, le Unità territoriali partite a metà e tutto ciò, insomma, che gli scienziati considerano tra l’altro nelle loro previsioni sulla diffusione del contagio). La Calabria non solo è la regione ultima per numero totale di posti letto attivi di terapia intensiva (6.3 ogni centomila abitanti), ma è anche quella che ha avuto il più basso incremento dallo scoppiare dell’emergenza Covid (0.8 posti per centomila abitanti, cioè, una quindicina in tutto). Ma la Calabria è sottoposta a piano di rientro, si dirà. Certo, ma lo sono anche altre regioni. Ma la Calabria, si obietterà, è anche commissariata per risanare i conti… Certo, esattamente come il Molise, dove di posti in terapia intensiva per il Covid ne sono stati attivati 1.3 ogni centomila abitanti e soprattutto, sommati a quelli di cui già quella regione disponeva prima della pandemia, fanno 11.2, quasi il doppio di quelli calabresi. Sei mesi, in Calabria, per attrezzare 15 posti letto. Per arrivare alla seconda ondata con meno della metà dei letti in terapia intensiva considerati come soglia minima di sicurezza (14 ogni centomila abitanti). La rabbia e la vergogna. Quantomeno per decenza, chiunque abbia un ruolo in questa porcheria non osi strumentalizzare la rabbia legittima di chi vede nero nel suo orizzonte lavorativo, di chi ha fatto di tutto per mettersi in regola con le norme di prevenzione del contagio nelle proprie attività, siano essere ristoranti o negozi di scarpe. Non si faccia contagiare da quel rosso comprensibile, e pensi, piuttosto a quell’altro, di rosso, quello della vergogna. Per il resto, le proteste contro il Governo siano piuttosto rivolte, se il destinatario è giusto, per quei 15 posti in più e per quel 6.3 che, vergogna a parte, fa rabbrividire. Altro che ricorsi e slogan di partito dei quali, anche se si voterà speriamo prima possibile per le regionali, ai calabresi non interessano affatto.
CALABRIA SENZA SPERANZA. Emergenza Covid, siamo al punto di massimo tradimento delle istituzioni. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 7 novembre 2020. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministro della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid in Calabria e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Non sa che è commissario per la sanità in Calabria e ritiene che il ministero debba fare il lavoro suo. Non sa che è stato nominato commissario attuatore per il piano Covid. Non sa che tocca a lui fare il piano B. Non conosce il numero dei posti letto in terapia intensiva della Regione a lui affidata e chiede assistenza tecnica all’usciere del suo piano. Non sa probabilmente neppure come si chiama. Non abbiamo la minima idea di chi possa avergli dato le stellette di generale. Riteniamo un’offesa al decoro delle istituzioni avere nominato una persona così incompetente alla guida della sanità calabrese. Si chiama Saverio Cotticelli. Non può rimanere nemmeno un secondo di più seduto su quella poltrona perché la sua sola presenza può rappresentare un oltraggio alle donne e agli uomini della Calabria. Rimuoverlo da quella poltrona è obbligatorio ma resta una decisione tardiva che nulla toglie alle responsabilità di chi lo ha nominato e di chi lo ha fino ad oggi mantenuto in questo incarico. Siamo molto oltre la barzelletta di un generale chiamato da uno Stato patrigno a fare un mestiere che non conosce. Siamo al punto massimo di tradimento delle istituzioni quando si decide che alle ruberie della politica locale regionale, ai falsi in bilancio e alle corruttele delle aziende sanitarie, si deve aggiungere un altro stipendio pagato da tutti noi per non fare nulla. Anzi peggio. Per non leggersi neanche le carte che lo riguardano. Per cumulare debiti su debiti. Per aggravare ciò che nessuno riteneva possibile aggravare ancora di più. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministero della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Ministro Speranza, erano spariti tutti i manager di settore al momento della nomina di Cotticelli, c’erano disponili solo uomini dell’arma? E, soprattutto, che cosa ha fatto Lei da marzo a ottobre, forse era più urgente leggere le bozze del suo libro che occuparsi dell’emergenza sanitaria calabrese? Commissario Arcuri, possiamo ricordarLe che la Calabria fa parte dell’Italia e che doveva essere la prima delle sue preoccupazioni? Che cosa Le fa ritenere che dobbiamo sopportare ancora il peso della Sua tanto manifesta quanto presuntuosa incapacità? Per quanto vi possa apparire paradossale ci tocca addirittura assistere ad un Presidente facente funzioni della Regione, tale Nino Spirlì, che scopre che la sua Regione è finita in codice rosso, occupa le tv da mattina a sera ma non sa niente di quello che è avvenuto prima di lui e non trova mai un minuto per informarsi che l’attuazione del piano Covid non doveva farlo la Regione ma il commissario Cotticelli. Anche qui siamo alla farsa di una tragedia vera. La tragedia vera è che a ogni cittadino calabrese vanno 15,9 euro per investimenti fissi in sanità e a ogni cittadino emiliano-romagnolo ne vanno 84,4. La tragedia vera è che tutto ciò avviene da undici anni in un luogo nascosto della democrazia italiana che si chiama Conferenza Stato-Regioni dove, con il trucco della spesa storica, esistono cittadini di seria A e cittadini di serie B grazie a una solida alleanza tra la Sinistra Padronale tosco-emiliana e la Destra lombardo-veneta a trazione leghista. Siamo alla tragedia di un misfatto che si ripete nel silenzio complice di tutti senza che un solo presidente della Regione Calabria o di una qualunque delle Regioni del Mezzogiorno abbia ritenuto di sollevare il problema in quella sede o, meglio ancora, davanti alla Corte Costituzionale. Siamo nel caso della Calabria alla tragedia supplementare di uno Stato che subentra alla Regione nella gestione della sanità da oltre dieci anni per una serie di scandali che hanno riguardato le aziende sanitarie locali, ma riesce a fare peggio di chi li ha preceduti. Siamo allo Stato patrigno che non vede, non sente, non parla, e fa male. Molto male. Non ha consapevolezza o non vuole avere consapevolezza che con un finanziamento così ingiustificatamente ridotto non è possibile fare alcuna azione di risanamento e, tanto meno, di riorganizzazione e di sviluppo delle attività sanitarie. Lo Stato è fuori. Non ha la cassa. I soldi sono stati trasferiti alle Regioni e, come questo giornale documenta in assoluta solitudine da mesi e mesi, la ripartizione delle risorse di fatto non appartiene più alla potestà nazionale, ma all’arbitrio negoziale tra i Capetti delle Regioni che si sono autonominati “Capi di stato” e che hanno in mente loro una precisa gerarchia. Per cui gli “Stati” del Centro-Nord lombardo-veneto e dei “granducati” toscano e emiliano-romagnolo, quello piemontese di origine sabauda e la consorella Liguria che contribuiscono insieme al primo e al secondo posto alla realizzazione del deficit sanitario nazionale, sono tutti Stati di serie A, lo staterello calabrese può giocare al massimo la sua partita nei campionati minori. Il finale di questo circolo perverso di un Paese che è diventato terra di nessuno, dove non si sa più chi comanda, dove non si sa chi decide, dove tutto è opinabile, è che una regione come la Calabria dove il tasso di contagio non è per fortuna esploso, deve subire la beffa di finire in codice rosso come regioni infinitamente più foraggiate dallo Stato (Lombardia e Piemonte) che hanno tassi di contagio infinitamente superiori, per la semplice ed esclusiva ragione che non è stata messa nelle condizioni di assicurarsi un livello di protezione ospedaliera adeguato. Il finale di questa maledetta storia italiana che ne fotografa le ragioni profonde della sua crisi strutturale è che un’economia già in ginocchio come quella calabrese viene rasa al suolo non perché c’è una pandemia globale, ma per colpe che non appartengono a questa comunità. Che cosa hanno fatto, mi chiedo, le donne e gli uomini della Calabria per meritarsi un tale trattamento di “riguardo”? Ma vi rendete conto a quali abissi di irresponsabilità ci ha condotto il federalismo incompiuto all’italiana che mette insieme il miope egoismo del Nord e la rassegnazione al degrado del Sud? Lo ripetiamo come un disco incantato ogni giorno, ma se non si mette mano con urgenza immediata alla riforma dello Stato e della sua macchina amministrativa, non abbiamo speranze. Se non si restituisce allo Stato ciò che è dello Stato, se non la smettono i Capetti delle Regioni di muoversi come Capi di Stato ombra, non solo non supereremo la crisi terribile del Covid ma faremo lentamente precipitare il Sud intero nella povertà e il Nord intero in un regime di sudditanza coloniale tedesca e francese come subfornitori di industria e di finanza. Nel frattempo c’è una sola realtà che riguarda i cittadini calabresi. Che hanno visto aumentare, di addizionale in addizionale, le loro tasse per coprire i buchi della sanità. Cioè per non avere nulla. Come dire: “stracornuti e stramazziati”. Questa realtà fa paura.
Caso Calabria, il governo prova a metterci una pezza: ecco il nuovo commissario (positivo al Covid). Il Tempo il 7 novembre 2020. Il governo prova a metterci una pezza sull'incredibile pasticcio della sanità calabra. "In CdM abbiamo appena nominato il nuovo commissario alla sanità in Calabria. È il dott Giuseppe Zuccatelli, persona di grande competenza e capacità operativa. Avrà tutto il sostegno per l’emergenza e oltre, dando pari dignità ai cittadini, recuperando ritardi e diritti perduti", annuncia il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, su Twitter.
Bufera in Calabria, Conte caccia il commissario alla sanità. La nomina segue le dimissioni del commissario Saverio Cotticelli dopo le dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista tv sulle misure adottate nella Regione per contrastare la seconda ondata di Covid. Durante "Titolo V" su Rai3 il commissario per il rientro del debito sanitario della Calabria ha sostenuto di non essere lui l'incaricato di redigere il piano anti Covidm e di averlo scoperto solo qualche giorno fa dopo una richiesta fatta un paio di mesi prima al ministero.
Cotticelli emblema del fallimento. Così Lollobrigida umilia Conte. Il nuovo commissario ad acta della sanità calabrese, Giuseppe Zuccatelli, vanta una lunga esperienza nel campo del management sanitario. Zuccatelli, 76 anni di Cesena, è stato anche presidente dell’Agenas e ha avuto anche incarichi manageriali in Campania e Abruzzo: è arrivato in Calabria nel dicembre 2019, dopo la nomina del governo alla luce del primo "Decreto Calabria", per guidare l’azienda ospedaliera "Pugliese Ciaccio" e l’azienda ospedaliera universitaria "Mater Domini" di Catanzaro, inoltre per un breve periodo è stato anche commissario straordinario dell’Asp di Cosenza. Adesso, con la nomina odierna in sostituzione del dimissionario Cotticelli, Zuccatelli, ritenuto vicino al ministro Roberto Speranza, guiderà la sanità calabrese con il supporto dei poteri assegnatigli dal nuovo "Decreto Calabria", approvato nei giorni scorsi dal governo Conte, provvedimento che ha ulteriormente rafforzato la figura del commissario della sanità regionale: Zuccatelli infatti potrà indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere, dare direttive al dipartimento Tutela della Salute della Regione, occuparsi degli appalti sopra la soglia comunitaria e redigere il piano Covid. La scorsa settimana Zuccatelli ha reso noto di essere risultato positivo al coronavirus, spiegando all’Agi di "essere assolutamente asintomatico e di stare bene".
Giuseppe Zuccatelli, nuovo commissario anti-Covid in Calabria: "Le mascherine non servono a un cazzo". Conte l'ha appena nominato. Libero Quotidiano l'8 novembre 2020. Un "negazionista rosso" come commissario alla Salute in Calabria. Giuseppe Zuccatelli, nominato da poche ore dal governo al posto di Saverio Cotticelli per gestire l'emergenza coronavirus nella regione, è già nella bufera. Il fatto che da fine ottobre sia in quarantena perché positivo è di fatto un viatico pessimo, ma tutto sommato sfortunato. Il vero guaio sono le sue frasi circolate in rete, in cui rivendicava con orgoglio la propria posizione: "Le mascherine non servono a un cazzo. Conta solo la distanza", assicurava agli interlocutori un po' spiazzati. Per prendere questo cazzo di virus sai cosa devi fare? Devi stare con me, se sono positivo, e baciarmi 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi. Si becca se tu hai una frequentazione in cui le gocce di saliva ti arrivano per 15 o 20 minuti addosso". Una teoria tristemente smentita dai fatti. E la Calabria, che aveva un commissario ignaro del fatto di dover preparare lui un piano anti-Covid, passa dalla padella alla brace.
Un negazionista rosso per la sanità calabrese. Cosa diceva Zuccatelli del Covid: il video clamoroso. Il Tempo l'8 novembre 2020. Un negazionista rosso per la sanità calabrese. Ecco il fenomenale nuovo commissario della sanità calabrese, scelto dal governo Conte su proposta dei ministri Speranza e Gualtieri. È lui, in questo video, Giuseppe Zuccatelli. La mascherina? Non serve a niente, dice, e se lo afferma uno che deve prendere il posto di chi, come Saverio Cotticelli, aveva detto di non sapere di dover fare il piano anti-Covid, stiamo a posto. Nei giorni scorsi aveva anche fatto sapere di essere positivo al test sul coronavirus. Negazionismo di sinistra...
Giorgia Meloni contro Giuseppe Conte: "Zuccatelli commissario in Calabria? Da sempre organico alla sinistra". Libero Quotidiano l'08 novembre 2020. “Tra i suoi grandi meriti quello di essere da sempre organico alla sinistra, fin dai tempi del Pci, e di essere candidato di Leu. Ecco con quali criteri il governo Pd-M5s sceglie a chi affidare la salute dei cittadini”. Giorgia Meloni mette in imbarazzo Giuseppe Conte per la nomina di Giuseppe Zuccatelli in qualità di nuovo commissario alla salute della Regione Calabria. Zuccatelli sostituisce Saverio Cotticelli, che nemmeno sapeva di essere responsabile del piano di emergenza Covid: l’assurda vicenda è emersa solo grazie ad un’inchiesta di RaiTre, l’ormai ex commissario era stato confermato da poco dal governo. La toppa però è stata quasi peggio del buco, dato che Zuccatelli non solo è positivo al Covid ed è in quarantena, ma è pure un personaggio controverso per quel “le mascherine non servono a un cazzo” pronunciato qualche tempo fa in un video. Per la Meloni si tratta di una nomina grave, che dimostra la totale incapacità dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte.
Speranza difende Zuccatelli: "Un video sbagliato e rubato non cancella un curriculum di trent'anni". su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Un video “del tutto inappropriato”, quello del neo commissario calabrese Giuseppe Zuccatelli. Così il ministro della Salute Roberto Speranza intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai3, che aggiunge: “Ma trent’anni di curriculum non si cancellano per un video sbagliato e rubato”. Speranza sottolinea come Zuccatelli si sia già scusato, spiegando che il video “risale alla prima fase dell’epidemia, quando anche l’Oms affermava che la mascherina fosse necessaria solo per malati e operatori”. «Credo che il messaggio di fondo sia far ripartire la sanità calabrese», sottolinea Speranza. «La questione calabrese è una questione nazionale – ha aggiunto il ministro – l’unica cosa di cui non si è parlato è stato il decreto Calabria approvato lo scorso mercoledì che prova a mettere mano alla necessaria ripartenza della regione, nuovi investimenti, più agibilità per la struttura commissariale e più strumenti. In questi anni si sono accumulati in Calabria un numero di risorse incredibili, 700 milioni non spesi e abbiamo creato le condizioni per spenderli nel modo più veloce possibile».
Il commissario di Conte delira: "Per prendere il Covid devi usare la lingua". Il nuovo commissario alla sanità della Calabria shock: "Ti becchi il virus solo se ficchi la lingua in bocca ad uno per 15 minuti". Michel Dessì, Domenica 08/11/2020 su Il Giornale. “La mascherina non serve a un cazzo!” Parola del nuovo commissario ad acta della sanità in Calabria Giuseppe Zuccatelli, nominato in fretta e furia dal governo per riparare ai danni del dimissionario Saverio Cotticelli, finito nella bufera a seguito di una surreale intervista televisiva. Insomma, di male in peggio. Prima un commissario inadatto, poi un commissario quasi “nagazionista”. Al peggio non c’è mai fine. E la Calabria, anche questa volta dovrà accontentarsi. Del peggio. “Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla.” Dice il commissario fresco di nomina commentando uno degli ultimi DPCM firmati da Conte, che obbliga tutti i cittadini ad indossare sempre e ovunque la mascherina. Anche a casa. Ma lui, l’uomo di fiducia del governo, precisamente di Leu e del ministro Speranza, la pensa diversamente dal premier e da tutto il comitato tecnico scientifico. Anche dal ministro che lo ha voluto. “La mascherina non serve a un cazzo, ve lo devo dire in inglese stretto?” Dice con veemenza ai suoi interlocutori basiti dalle sue parole. Qualcuno cerca di replicare, ma è tutto inutile. E rincara la dose: “Sapete cosa serve? La distanza! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!” Ne è convinto il medico mandato da Giuseppe Conte a risanare la sanità calabrese. Sì, lo stesso Conte che non fa altro che ripetere come un mantra: “Indossate la mascherina, indossate la mascherina.” Uno monito ripetuto più e più volte, pubblicizzato anche su tutti i social. Una raccomandazione semplice fatta da tutti i medici. Tutti, tranne lui. Tranne Zuccatelli. Talmente convinto da andare contro tutti e tutto. Anche contro le regole. Anche contro la legge che, la mascherina, la impone. Ma un medico così scettico come può combattere in prima linea il Covid? Come può farlo, soprattutto, in una Regione ad alto rischio come la Calabria? Resta un mistero. Il governo lo ha voluto, ed ora sarà lui ad attuare il piano d’emergenza per contrastare il coronavirus. Un piano che doveva essere fatto già dal precedete commissario, ignaro di tutto. Caduto dalle nubi come dimostrato dalle telecamere di “Titolo Quinto”. Ma Giuseppe Zuccatelli non è il nuovo che avanza, non è l'uomo forte, il salvatore che tutti i calabresi si sarebbero aspettati dopo il terremoto d'inefficienza causato da Cotticelli. Zuccatelli è in Calabria già da dicembre 2019, nominato commissario straordinario dell’azienda ospedaliera Pugliese Ciaccio e dell’azienda universitaria Mater Domini di Catanzaro. Ha diretto anche l’azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Seppur per poco tempo. Eppure, la sanità in quegli ospedali non è delle migliori. “Il virus si becca se tu ti becchi le gocce di saliva per venti minuti.” Dice ancora il medico. Parole che ci mettono in imbarazzano. Lo sarà anche la politica? Non è dato sapere. Intanto (ironia della sorte) Zuccatelli si trova in isolamento perché risultato positivo al Covid. La domanda è d’obbligo: con chi avrà “limonato”?
Luca Sablone per ilgiornale.it l'8 novembre 2020. "Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla. La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!". Le parole di Giuseppe Zuccatelli hanno innescato subito una serie di reazioni del mondo della politica. Il video, pubblicato in esclusiva su ilGiornale.it dal giornalista Michel Dessì, sta facendo il giro del web da questa mattina. E pensare che proprio ieri sera Giuseppe Conte, riunendo d'urgenza il Consiglio dei ministri, lo ha nominato come nuovo commissario alla sanità in Calabria in seguito allo scandaloso caso del generale Saverio Cotticelli che ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano Covid. Il premier, dopo il servizio andato in onda sulla trasmissione Titolo Quinto, lo ha immediatamente destituito. Ma la sensazione è che questo sia il classico esempio in cui la toppa sia peggio del buco. Infatti il centrodestra è andato subito all'attacco, puntando il dito contro il governo giallorosso per la scelta fatta. A farsi sentire è stato Giorgio Mulé, deputato di Forza Italia: "Dopo il danno la beffa. Il governo Conte colpisce ancora: non bastava lo scempio compiuto dall'ex commissario per la sanità in Calabria, Saverio Cotticelli, scoperto nella sua inefficienza solo per un'inchiesta tv, il nuovo commissario voluto sempre da palazzo Chigi, Giuseppe Zuccatelli, è forse anche peggiore". Il portavoce dei gruppi azzurri di Camera e Senato ha sottolineato come il Cdm sia stato capace "di sostituire un incapace con un negazionista". "Fino a che punto vogliono continuare a provocare i cittadini calabresi?", si chiede.
"Conte non ama la Calabria". Su tutte le furie pure Matteo Salvini, che ha additato duramente il presidente del Consiglio e tutto l'esecutivo che a suo giudizio è composto da personaggi "incapaci e pericolosi". Il leader della Lega non tollera che il nuovo commissario sia stato premiato solamente per la militanza a sinistra: "È ufficiale, Conte non vuole bene alla Calabria". Intanto lo stesso Zuccatelli ha provato a difendersi: "Le mie affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata, risalgono al primo periodo della diffusione del contagio. L'esperienza di questi mesi, tuttavia, ci ha insegnato che si tratta di un virus per molti versi ancora sconosciuto per evoluzione e modalità di diffusione. Le conoscenze si sono consolidate nel corso dei mesi, in accordo con gli studi scientifici condotti".
Antonello Piroso per la verità l'8 novembre 2020. Brutto risveglio quello di ieri mattina per Giuseppe Conte, il premier con il dpcm incorporato. Quando l'ufficio stampa di Palazzo Chigi gli ha segnalato l'articolo della Verità che accusava il governo in carica - ma anche quello che lo aveva preceduto, accomunati dall'avere lo stesso capo dell'esecutivo: toh, sempre lui, Giuseppi - per il disastro della sanità in Calabria, da cui non poteva chiamarsi fuori dal momento che è esso stesso, attraverso la nomina dei commissari ad acta, a gestirla, Conte ha fatto spallucce: «Un foglio sovranista e fazioso, chi volete che prenderà sul serio una campagna chiaramente propagandistica?» (questa è una ricostruzione di fantasia, ovviamente, ma diciamo che ci può stare). Purtroppo per lui, però, a ruota è diventato gettonatissimo in Rete, con commenti al vetriolo tra cui il più soave era questo: «Chiusi in casa per zona rossa decisa da questa banda di scappati di casa», il video trasmesso la sera prima dal programma di Rai 3 Titolo V, sull'incontro con il commissario straordinario alla sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Una sequenza degna di Scherzi a parte. Il «commissario per caso», pover' uomo, davanti alle contestazioni sul mancato varo del piano anti Covid («Ah, dovevo farlo io da giugno?», per poi aggiungere, aggravando la sua situazione, «sarà pronto la settimana prossima»: a novembre inoltrato?), sembrava un pugile suonato, ignorava perfino quanti fossero i posti disponibili in terapia intensiva. A un certo punto nel confronto si inseriva il sub commissario Maria Crocco, che dall'altra stanza lo rimproverava: «La devi finire! Quando fai queste cose (parlare con i giornalisti, per dirne una, nda) devi andare preparato». Fino all'apoteosi finale di questa pochade tragicocomica: a fornire il numero delle terapie intensive, correggendo lo stesso commissario, arrivava un terzo soggetto. Un dottore? Un componente di qualche comitato tecnico scientifico? Macché: l'usciere. No, dico: l'u-s-c-i-e-r-e. Ma non è tutto meraviglioso? A mezzogiorno Conte aveva così un sussulto di dignità istituzionale, e annunciava urbi et orbi che il predetto rappresentante del governo (da lui nominato) sarebbe stato dimissionato senza se e senza ma, alla sua maniera (quindi: adesso, ma non subito): «Il commissario Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità». I calabresi via social, invece, ritenevano di meritare di non essere presi per i fondelli. A loro si affiancava anche chi calabrese non è. Come Marco Bentivogli, ex leader dei metalmeccanici della Cisl, che non può certo essere tacciato di essere filo salviniano o meloniano, il quale l'ha toccata piano: «Troppo facile cacciare, via Twitter, un commissario alla Sanità di cui si è responsabile della nomina. E il governo, ministro della Sanità, Affari regionali apprendono da una trasmissione tv che la Calabria non ha il piano anti Covid?».O come il capitano Ultimo, Sergio De Caprio, il carabiniere che ha catturato Totò Riina, chiamato dal presidente della Calabria, la scomparsa Jole Santelli, a far parte della sua giunta come assessore all'ambiente, che ha scritto, rivolgendosi esplicitamente a Conte, Speranza e al governo tutto: «Di fronte al proprio fallimento una leadership responsabile e concettualmente onesta si fa da parte e cede il posto ad altri. È rispetto per i caduti». I fan di Conte hanno provato a buttare la palla in tribuna, puntando il dito sulle corresponsabilità regionali. Una difesa d'ufficio, l'inutile tentativo di arroccarsi su una Linea Maginot travolta dalla più inoppugnabile delle constatazioni: è da 11 anni, come segnalavamo ieri, che la sanità non è più nelle mani dei calabresi. Che possono essere chiamati a rispondere del pessimo andazzo precedente, di certo non di quello dell'ultimo decennio, che vede esposti i ministri della Salute e i loro governi. Prendendo in esame solo gli ultimi cinque esecutivi, dal 2013 a oggi, vale la pena ricordare che in quelli di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, titolare del dicastero è stata Beatrice Lorenzin, nel Conte uno la penstastellata Giulia Grillo, oggi il «sinistro» Roberto Speranza: tutti accasati in un campo che non può essere di certo definito «sovranista». E, rimanendo a Cotticelli (campano, 69 anni, generale di corpo d'armata dei carabinieri in pensione, commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana), va ribadito che è stato nominato dal Conte uno, a maggioranza Lega-M5s, nel dicembre 2018 con un decreto firmato da Conte, dall'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e dal ministro Grillo, e appunto riconfermato dal Conte due, con la duplice firma Speranza-Gualtieri. Il mantra dei 5 stelle, si sa, è sempre stato: onestà-onestà-onestà (e nessuno dubita che Cotticelli sia persona perbene), purtroppo a scapito della competenza. Cotticelli si è ritrovato (ex) commissario in Calabria un po' per caso, come del resto si può dire, senza offesa ma anche senza tema di essere smentiti, di Conte a Palazzo Chigi. «Generale dietro la collina/ci sta la notte cruccia e assassina... davanti alla collina, invece, ignoranti e incapaci», hanno concluso gli aspromontani su Facebook, con una citazione metà canzone, metà «sconsolazione», che non necessita di una parola di più.
Antonello Piroso per “la Verità” il 9 novembre 2020. Giuseppe Zuccatelli, chi era costui? Ma forse sarebbe più appropriato dire cos' è: una toppa peggiore del buco. Nominato per sostituire Saverio Cotticelli (il quale -come si sa - ha rimediato una figura di menta colossale a favore di telecamere) come commissario straordinario alla sanità della Regione Calabria, non ha fatto nemmeno in tempo a pronunciare la formula di rito: «Sono onorato dell' incarico ricevuto», che si è ritrovato bombardato da una shitstorm da far impallidire il ricordo delle V2 naziste su Londra durante la seconda guerra mondiale. Infatti nel giro di poche ore si sono apprese le seguenti «perle»:
1. Zuccatelli, che deve fronteggiare l' espandersi del Covid, è un «no mask»: non nega cioè che il virus esista, ma sostiene - come una Sara Cunial qualsiasi, la parlamentare ex M5s, ora gruppo Misto - che le mascherine siano inutili. Anche lui in video, infatti, si lascia andare alle seguenti, dotte considerazioni: «La mascherina non serve a un ca...» e «Per beccarti il virus, se io fossi positivo, tu devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi». Ovviamente, è arrivata puntuale la rettifica: «Le mie affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata, risalgono al primo periodo della diffusione del contagio» (manco per niente: le immagini sono del 27 maggio, a primo lockdown archiviato).
2. Zuccatelli è arrivato in Calabria l' anno scorso - sempre su nomina governativa - per guidare l' Asp di Cosenza (una delle aziende sanitarie più grandi d' Italia, con 1 miliardo di euro di bilancio), e poi le due realtà sanitarie di Catanzaro, l' ospedale Pugliese Ciaccio e la citata azienda ospedaliera universitaria Mater Domini, con risultati a dir poco controversi.
3. Zuccatelli, che deve combattere il coronavirus, in Calabria - per dirne un' altra - «ha depotenziato il reparto di malattie infettive dell' ospedale catanzarese Mater Domini, declassandolo! In tutto il mondo sono state potenziate! Sono perplesso!», ha scritto su Twitter sabato sera Raffaele Bruno, primario cosentino del reparto malattie infettive del San Matteo di Pavia.
4. Zuccatelli nel frattempo il Covid l' ha preso e si trova in isolamento, asintomatico (a lui i più sinceri auguri). I social spietati si sono scatenati: «Con chi avrà fatto lingua in bocca per esserselo beccato?»; «Piuttosto: chi avrà avuto il coraggio di limonare con lui?»; «Per Zuccatelli il virus si becca solo baciandosi con la lingua per 15 minuti, Calabria passa da zona rossa a zona a luci rosse», e via infierendo.
5. Zuccatelli sarà pure un tecnico, ma di sicuro è immerso mani e piedi nel sistema lottizzatorio che è la costante di ogni Repubblica (la prima, la seconda e pure la terza): ex presidente dell' Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha avuto incarichi da commissario e subcommissario alla sanità in Campania e Abruzzo. Anche (o soprattutto?) in quanto bersaniano storico.
6. Nel 2018 è stato infatti candidato alla Camera con il movimento di sinistra-sinistra Liberi e uguali, nel collegio Emilia Romagna 2, rimediando poco più di 5.000 voti (il collegio è andato a Simona Vietina di Forza Italia).
7. Ma a Cesena, dove sta trascorrendo la quarantena, Zuccatelli è stato prima consigliere comunale pd, per poi formare nel marzo 2017 uno dei primi gruppi consiliari d' Italia di Articolo 1, formazione nata dalla scissione nel Pd con la fuoriuscita di Pier Luigi Bersani, poi confluita appunto in Leu.
8. Zuccatelli era già stato protagonista di uno svarione alla Cotticelli, davanti alle telecamere di Report, ma per sua fortuna la «carica virale» sul piano mediatico non c' era stata. Come se nulla fosse, spiegò al microfono che l' individuazione come centro Covid dell' ospedale calabrese di Castrovillari, all' epoca sguarnito di tutto (per capirci: non c' erano né il reparto, né i medici per curare polmoni e polmoniti), era una fake news, una «classica invenzione della stampa, mai nessuno ha indicato Castrovillari come presidio Covid». Peccato che la delibera in tal senso fosse stata firmata da... lui medesimo, nel pieno del carosello delle multi reggenze!
Si dirà: vabbè, è che sarà mai? La Calabria è solo sfortunata, passando - per investitura del governo centrale - dal lottizzato M5s Cotticelli a quello Leu, Zuccatelli. In realtà, ci sarebbe poi da parlare del caso di Domenico Maria Pallaria: dal 2013 a oggi -passando quindi attraverso giunte regionali di colore opposto - un superdirigente «reggente» del Dipartimento infrastrutture e lavori pubblici, responsabile unico del procedimento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Sibari, Gioia Tauro e Vibo Valentia, cui viene affidato anche, scrive il sito Ilfattodicalabria.it, l' onere di controllare l' emergenza pandemica e requisire attrezzature sanitarie. E lui, serafico: «Non mi sono mai occupato di sanità e di apparecchiature. Non so neanche cosa sia un ventilatore polmonare, né dove trovarlo». Povera Calabria. E povera Italia.
Striscia la Notizia, attacco estremo a Roberto Speranza: le "figure di merda multiple" di un ministro da cacciare. Libero Quotidiano il 09 novembre 2020. In un governo disastroso, in cui Giuseppe Conte è massima espressione del disastro, forse c'è anche chi riesce a fare peggio: Roberto Speranza. Gaffe e scivoloni l'uno dietro l'altro. Tanto che anche Striscia la Notizia cannoneggia contro l'improbabile ministro alla Salute. Lo fa con un tagliente servizio trasmesso nell'edizione del tg satirico in onda su Canale 5 lunedì 9 novembre, in cui vengono ripercorse le ultime due "prodezze", in rigoroso ordine cronologico, in cui è incappato Speranza. Spiega Striscia: "Tra il libro Perché guariremo, recentemente ritirato dal mercato, e lo scandalo del commissario della Sanità in Calabria Cotticelli, sostituito da un altrettanto discusso Zuccatelli, per il ministro della Salute Roberto Speranza non è certo un bel momento - premettono -. Anzi, come direbbe Emilio Fede, quelle accumulate dal ministro sarebbero delle figure di merda multiple", concludono da Striscia. Il messaggio è chiarissimo: Speranza farebbe meglio a farsi da parte.
Bruno Vespa a Quarta Repubblica: "Ho ripensato a Mussolini e a piazza Venezia piena". Il paragone col Covid: lo insultano in diretta. Libero Quotidiano il 10 novembre 2020. "Questo virus è un dittatore cruento", Bruno Vespa lascia per una sera Porta a porta e Raiuno per un "blitz" a Mediaset, ospite di Nicola Porro a Quarta repubblica. Si parla anche di coronavirus, seconda ondata, Dpcm e zone rosse, e Vespa espone una teoria suggestiva che sorprende i presenti in studio e molti telespettatori a casa: "Sono andato a Piazza Venezia alla fine del lockdown ed era deserta e ho ripensato a quando c'era il Duce e la piazza era gremita, quindi anche il virus è un dittatore, uno la riempie la piazza e l'altro la svuota". Un paragone spiazzante, quello tra Covid e Benito Mussolini, che trova anche qualche contestazione un po' troppo "vivace" sui social. E c'è come sempre chi passa direttamente agli insulti.
Zuccatelli nella bufera. Meloni: «È stato nominato solo perché è da sempre organico alla sinistra». Redazione domenica 8 Novembre 2020 su Il Secolo d'Italia. Meloni su Zuccatelli polverizza Conte. La scelta del premier ha solo motivazioni politiche. O meglio, di appartenenza politica. Agli schieramenti di sinistra e, in particolare, alla conventicola di Leu in cui rientra, guarda caso, il ministro della Salute Speranza. L’avvicendamento in Calabria al ruolo di commissario alla Salute scatena la bufera. E conferma il detto secondo cui, spesso, la toppa è peggio del buco. Del resto, come altro valutare se non cercando di contenere stupore e indignazione nel tentativo di trovare una valida ragione alla scelta, la decisione di Conte di nominare per la sanità regionale un uomo, non solo positivo al Covid e attualmente in quarantena. Ma anche un sostituto chiamato ad affrontare l’emergenza epidemiologica a dir poco controverso. E che, come rilevato dai più ancora in queste ore, appena poco tempo fa, in un video sostenne apertamente che: «Le mascherine non servono a un cazzo». Tanto per far capire come il discusso personaggio, ora nobilitato dalla carica insignita dal premier, la pensava su rischi sanitari e disposizioni governative nel merito… Tutto questo per Giorgia Meloni è semplicemente inaccettabile. E la leader di Fratelli d’Italia non manca di argomentare perché sui suoi profili social…Tutto questo per Giorgia Meloni è semplicemente inaccettabile. E la leader di Fratelli d’Italia non manca di argomentare perché sui suoi profili social. «Questo signore è Giuseppe Zuccatelli, il nuovo commissario alla Salute della Regione Calabria nominato dal governo Conte – scrive la presidente di Fdi su Facebook – in sostituzione del precedente commissario (sempre nominato da Conte) che nemmeno sapeva di essere responsabile dell’emergenza anti-Covid. Tra i grandi meriti di Zuccatelli quello di essere da sempre organico alla sinistra. Fin dai tempi del Pci. E di essere stato candidato di Leu (partito del ministro della Salute). Ecco con quali criteri il governo Pd-M5S sceglie a chi affidare la salute dei cittadini». Un post, quello in cui la Meloni su Zuccatelli annichilisce Conte, in cui la leader di FdI mette in evidenza e alla berlina l’ultima, controversa scelta varata dal premier. Una decisione che, al danno dell’urgenza, ha unito e amplificato, il carico della beffa e del caos che la contestata soluzione ha aggiunto al problema. E non è solo la presidente di FdI a rimarcare danno e beffa della scelta operata da Conte con Zuccatelli. Anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha di che recriminare. E infatti, sulla vexata quaestio, dichiara: «Prima un commissario alla Sanità (Cotticelli) che non sapeva di doversi occupare di emergenza Covid. Ora un sostituto (Zuccatelli) premiato per la militanza a sinistra. E che diceva: “Se fossi positivo devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!”». Concludendo poi lapidario che: quello in carica è un «governo di incapaci e pericolosi. È ufficiale: Conte non vuole bene alla Calabria»…Stesse argomentazioni, stessa indignazione, quella manifestata dal senatore azzurro Maurizio Gasparri sulla scelta di Zuccatelli commissario alla salute in Calabria. Una decisione che anche l’esponente forzista, come Meloni e Salvini, legge solo in chiave di una palese appartenenza politica a sinistra. «E poi dicono che dovremmo collaborare con il governo. Dopo aver tenuto in Calabria un commissario alla Sanità scelto dal governo Conte, assolutamente incapace e costretto alle dimissioni dopo una figuraccia, Speranza ha scelto un suo compagno di partito per guidare la sanità in Calabria», commenta Gasparri. Quindi prosegue: «Si tratta di un tale Zuccatelli, già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali, il movimento politico a cui appartiene Speranza. Quindi non si sceglie una persona competente e super partes, ma uno del proprio partito, che avrebbe detto cose sostanzialmente negazioniste sull’uso delle mascherine, con delle affermazioni sconcertanti sul virus. Questo è il modo con cui si governa il territorio da parte del governo Conte e del ministro Speranza. Questa è la gente che chiede collaborazione e che usa cariche importanti soltanto per scelte politiche. Denuncio pubblicamente questa vicenda – conclude quindi il senatore di Forza Italia – e chiedo al Presidente della Repubblica di intervenire a tutela della Regione Calabria».
Luca Sablone per ilgiornale.it l'8 novembre 2020. A Roberto Speranza tocca scendere in campo e mettere la propria faccia per difendere le frasi shock pronunciate da Giuseppe Zuccatelli, che nelle scorse ore è stato promosso dal governo come nuovo commissario alla sanità in Calabria. La nomina è arrivata in seguito allo scandalo che ha coinvolto il generale Saverio Cotticelli, il quale ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano Covid. Il premier Giuseppe Conte ha deciso di destituirlo immediatamente dopo il servizio andato in onda sulla trasmissione Titolo Quinto. Peccato però che il successore non possa vantare di meglio. Da questa mattina sta girando il video, pubblicato in esclusiva su ilGiornale.it, che immortala il neocommisario mentre sostiene teorie piuttosto strampalate. "Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla. La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", dichiarava a gran voce. Il centrodestra è andato su tutte le furie e ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti, ma il ministro della Salute ha minimizzato tutto sottolineando che la ripresa risale alla fase iniziale della pandemia, quando la stessa Organizzazione mondiale della sanità riteneva che l'uso delle mascherine fosse da riservare ai soli contagiati e ai sanitari: "Quel video è profondamente inopportuno, è un modo sbagliato di comunicare, ma 30 anni di curriculum non si possono cancellare per un video sbagliato e rubato. Il commissario si è scusato e ha indicato come la mascherina sia qualcosa di decisivo". Non ci si poteva aspettare altro visto che Zuccatelli sarebbe stato già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali, il movimento politico a cui appartiene il titolare della Salute. Neanche all'interno della maggioranza riescono a mettersi d'accordo. Dopo la diffusione del video è intervenuto a sorpresa Nicola Fratoianni. "Capisco tutto, l’urgenza, l’emergenza, la fretta e tutto il resto per trovare un nuovo commissario alla sanità della Calabria", ha esordito. Ma il portavoce di Sinistra italiana ed esponente di Leu ha voluto aggiungere che si tratta di un fatto gravissimo e in quanto tale pretende immediate conseguenze: "Così non si può fare. Si intervenga subito".
"Dati falsi? Reato grave" In questi giorni sta facendo molto discutere l'azione dell'esecutivo giallorosso che, stando all'accusa dei governatori, avrebbe deciso di dividere il nostro Paese in tre fasce di rischio tenendo in considerazione dati vecchi, non aggiornati e dunque non corrispondenti all'attuale quadro epidemiologico. Il sospetto è che qualche presidente di Regione possa fornire dati parziali sulla situazione Coronavirus per non subire restrizioni. "Nel rapporto tra istituzioni sarebbe un reato molto grave dare dei dati falsi. Penso che le Regioni debbano necessariamente dare dei dati corretti. I nostri dati sono pubblici. Sono perché siano pubblici sempre, la trasparenza è un punto di forza", ha avvertito Speranza. Nell'intervista rilasciata a In mezz'ora in piu su Rai 3, il ministro della Salute - probabilmente imbarazzato da quanto accaduto - ha aggirato subito la domanda sulla questione Zuccatelli. Lo ha fatto parlando del decreto Calabria che, in teoria, dovrebbe fornire nuovi investimenti e potenziare la struttura commissariale: "In questi anni si sono accumulati oltre 700 milioni non spesi e con questo decreto costruiamo le condizioni per spenderle più velocemente possibile". Ha dunque approfittato dello spazio in tv per fare il classico spot al governo: "Vorrei che il messaggio fosse questo, ovvero una nuova presa in carico della questione della sanità calabrese come nazionale e non territoriale".
Calabria come Kabul. E c’è chi invoca Gino Strada commissario alla Sanità. Rocco Vazzana su Il Dubbio l'11 novembre 2020. Dopo le dimissioni del commissario alla sanità Cotticelli, finisce nella bufera anche il suo successore Zuccatelli. E Morra (M5S) spera di portare in Calabria il fondatore di Emergency. La Calabria come un teatro di guerra. Deve pensarla un po’ così chi, in queste ore, invoca il nome di Gino Strada, il fondatore di Emergency, come nuovo commissario alla Sanità calabrese. Il nome del chirurgo milanese, inizialmente sussurrato a bassa voce da pochi estimatori, comincia infatti a farsi largo tra le forze politiche di maggioranza. Strada piace alla base del Movimento 5 Stelle come a una parte del Pd e sarebbe, secondo i sostenitori della soluzione “emergenziale”, la migliore via d’uscita a una situazione imbarazzante. Dopo le dimissioni del commissario Saverio Cotticelli – che aveva appreso durante un’intervista televisiva di essere il responsabile del piano anti Covid della Regione – non è andata meglio col suo successore: Giuseppe Zuccatelli, manager molto stimato dal ministro Roberto Speranza, candidato tra le file di Leu alle scorse Politiche. A poche ore dalla nomina a commissario salta infatti fuori un video in cui Zuccatelli mette in discussione l’utilità delle mascherine nel contenimento della diffusione virale. Il filmato risale al maggio scorso e a nulla servono le scuse del diretto interessato, che parla di «affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata». Per una parte della maggioranza la nomina di Zuccatelli è «un’inaccettabile beffa per i cittadini». I primi a prendere le distanze dal nuovo commissario sono i parlamentari grillini calabresi. «Dopo le dimissioni del generale Cotticelli non possiamo permetterci un’altra figura inadeguata a sovrintendere alla sanità calabrese», scrivono in un documento diffuso sui social una decina tra deputati, senatori ed europarlamentari. «È fondamentale avere la certezza che la Calabria sia messa questa volta in buone mani», aggiungono. Ma è l’intervento di una componente del governo, la sottosegretaria ai Beni culturali Anna Laura Orrico – che parla di una nomina non «all’altezza delle aspettative» – a mandare in tilt i big del M5S, convinti che il fuoco amico su Zuccatelli possa comportare ripercussioni sull’intera maggioranza. I pentastellati calabresi, però, non sono gli unici a chiedere la rimozione del neo commissario. Anche Nicola Fratoianni, membro di Leu, in quota Sinistra italiana, definisce quella di Zuccatelli «una scelta discutibile e sbagliata». E mentre persino la Cei calabra manifesta «forte preoccupazione e profonda amarezza di fronte all’evoluzione delle vicende che riguardano la sanità e la tutela del diritto alla salute in Calabria», ecco farsi largo l’ipotesi Gino Strada. Inizialmente invocata dalle Sardine, ora la figura del fondatore di Emergency è acclamata anche da una parte della politica. Il primo a nominarlo è il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra. L’esponente di spicco del Movimento non si spinge fino parlare di Strada come nuovo commissario, ma riferisce di un «dialogo in corso» nel governo per inserire il chirurgo in una sorta di squadra alla Sanità calabrese. «Bisogna fare un salto di qualità facendo scendere in campo una personalità che è, a livello forse mondiale, considerata capace di mettere mano nella sanità, portando immediatamente servizi, prestazioni e soprattutto diritti per i più deboli», dice Morra. «E allora, lavorando in silenzio, senza far polemiche inutili si possono ottenere dei risultati, ci stiamo forse riuscendo», aggiunge il presidente dell’Antimafia, prima di annunciare: «Spero che nel giro di 24 ore al massimo si possa dar ufficialità di una notizia che sarebbe enorme non soltanto per la Calabria ma per l’Italia tutta». Morra è convinto che per la punta meridionale del Paese serva una vera e propria «rivoluzione». E a quanto pare lo pensa anche il Pd locale. «Il ministro Speranza non può restare sordo, far credere a questa terra che dei malati di Covid in attesa davanti al Ps di Cosenza al governo non importi nulla», scrive su Facebook il coordinatore provinciale dei Forum Pd di Cosenza, Giuseppe Giudiceandrea. «Si metta mano, urgentemente, a questo scempio, ascoltando chi da più parti propone la nomina di persone “realmente terze” come Gino Strada». Non può che accogliere con soddisfazione la notizia Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, di cui il medico di Emergency è cittadino onorario, che ha sentito Strada al telefono. «Sarebbe il nome giusto al momento giusto, una luce in mezzo alle ombre di poteri forti e perversi», racconta Lucano. Credo accetti questo ruolo in un momento emergenziale per la Calabria assimilabile agli scenari dove ha combattuto in prima linea in tutto il mondo». La sanità calabra, a quanto pare, è proprio in “emergenza”.
Calabria, su Zuccatelli va in onda lo scontro tra Speranza e Conte (che vuole Gino Strada…). Claudia Fusani su Il Riformista l'11 Novembre 2020. Uno è convinto di essere “vittima di un attacco mediatico” una sorta di complotto che ha agito al segnale convenuto e ipnotico della luce rossa della telecamera in funzione. È un generale dell’Arma, si chiama Saverio Cotticelli, due anni fa è stato nominato commissario ad acta per la sanità calabrese – l’allora ministra del governo giallo-verde Giulia Grillo ebbe quasi una crisi di nervi in aula per difendere quella nomina – ma venerdì sera, intervistato a “Titolo V” su Rai 3, non ha saputo dire chi dovesse dare seguito al piano della sanità calabrese contro il Covid. L’altro, quello che ne ha preso il posto, ha dichiarato che il Covid si trasmette «dopo un bacio lungo almeno quindici minuti» e che le mascherine servono fino ad un certo punto. Effetto ebrezza: era maggio, l’Italia era uscita di casa e non aveva assolutamente voglia di sentir parlare di restrizioni e simili. Ma non è tanto una frase dal sen fuggita che adombra l’adeguatezza del commissario in una regione “rossa” – per il Covid – come la Calabria, a rischio non tanto per i contagi quanto per l’inefficienza delle strutture sanitarie. Il fatto è che Giuseppe Zuccatelli, 76 anni, esperienze manageriali nella Sanità in Campania e Abruzzo dove non ha disegnato tagli e razionalizzazioni, arrivato in Calabria nel dicembre del 2019 dove guida l’azienda ospedaliera “Pugliese Ciaccio” e il “Mater Domini” di Catanzaro, è un “uomo di Pierluigi Bersani”. E su di lui scommette il partito dell’ex ministro per portare a casa la guida della regione quando tornerà a votare. Accadrà tra febbraio e aprile quando la regione dovrà sostituire l’amata governatrice Jole Santelli. Quello che puzza quindi non è il bacio e la mascherina. Ma l’uso del Covid in chiave politica. Il capitolo dei commissari alla Sanità calabresi è stato solo uno dei tanti che abbiamo potuto “leggere” nell’ultimo week end al tempo del Covid. Se per la prima volta dopo un mese siamo stati esentati da contare i petali Dpcm Sì – Dpcm No, la cronaca ha però servito sul piatto numerose altre variabili. Il premier Conte ha silurato in diretta il commissario Cotticelli. Nicola Fratoianni, stesso partito di Speranza, ha attaccato il ministro della Sanità perché «quando è troppo è troppo». Walter Ricciardi, consigliere particolare del ministro della Salute, ha accusato il governo «di non aver la forza e la determinazione per decidere», dopodiché uno si aspetta che o il consigliere o il ministro levino il disturbo. Sono invece entrambi al loro posto. I media hanno innescato la consueta gara all’inasprimento delle misure scommettendo su lockdown più o meno nazionali. Più Conte dice di voler “resistere”, più i media pronosticano nuove chiusure. Più il premier dice «adesso aspettiamo che le nuove misure facciano effetto» e alla prima contabilità utile, quella delle 17 in genere, sale il coro: «Serve subito una nuova ordinanza o un nuovo Dpcm». È successo anche ieri: da venerdì scorso ci sono cinque regioni rosse (Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta, Trentino, Calabria); da oggi ce ne sono sette arancioni (Liguria, Toscana, Umbria, Marche Abruzzo, Puglia e Sicilia). Le altre sono ancora gialle ma i governatori di Emilia Romagna, Veneto e Friuli stanno valutando di anticipare alcune misure per vedere di evitare ondate più dure in termini di contagi e decessi. La Campania resta ancora gialla. Il governatore ha il potere di chiudere Napoli e Caserta, i due cluster. Gli scommettitori sono già al lavoro: “Nuovo Dpcm nel fine settimana”. E vai con gli scongiuri. Il caso Calabria è senza dubbio il fatto più politico. Dove è lampante che nella gestione Covid pesano non due ma tre variabili: salute, economia e il consenso politico. Il punto è se arriva il momento in cui tutto quello che tocchi da consenso positivo diventa negativo. Ed è un po’ quello che sta accadendo alla maggioranza. Rimuovere Cotticelli è stato una necessità. Sostituirlo con Zuccatelli rischia di essere un boomerang. Sono partite campagne social per chiederne la rimozione. Nel frattempo il premier, suggerito dai 5 Stelle, ha contattato Gino Strada. Conte vedrebbe bene in Calabria il fondatore di Emergency. Ha tenuto testa ai Talebani e bande di tagliatori di teste di ogni tipo. Può ben farlo con l’’ndrangheta. Ma il ministro tiene duro. Ha assunto su di sé la responsabilità della nomina. E con poteri mai visti prima. Per risanare la sanità calabrese, il governo ha messo a disposizione di Zuccatelli una nuova struttura composta da 20 dirigenti e 5 amministrativi, un patrimonio di tre milioni di euro dove devono entrare appalti, assunzioni, nuove strutture, il famoso piano Covid. Gino Strada, se accetta, potrebbe avere un ruolo di consulente. Il Commissario del commissario? Oppure lavorare insieme al governo? Il braccio di ferro Conte-Speranza è più intenso del previsto. Il ministro ha dato a Zuccatelli una delega molto ampia, fiducia totale, azzardo calcolato. Se dovesse andare bene, come poi tutti si augurano per la salute dei calabresi, è chiaro che il neo commissario ha buone chance per essere il candidato del centrosinistra alla guida della regione. E, a quel punto, lasciare il posto a Strada. Politica, appunto.
“Non abbiamo bisogno di missionari”. Il presidente calabrese non vuole Gino Strada. Il Dubbio l'11 novembre 2020. Nino Spirlì contro l’ipotesi del medico di Emergency come commissario alla sanità. Ma in Calabria è emergenza posti letto e terapie intensive. “Cosa c’entra Gino Strada? La Calabria è una regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di missionari. Abbiamo fior di professori, si cerchi qui chi deve occuparsi della sanità calabrese, non abbiamo bisogno di essere schiavizzati”. Così Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria, ospite di Tagadà su La7, ha risposto a una domanda sull’ipotesi del coinvolgimento di Gino Strada, il fondatore di Emergency, nella struttura commissariale della sanità calabrese. “Basta, è una vergogna alla quale il governo deve mettere fine – ha aggiunto Spirlì – non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo. Men che meno del professore Strada”. Ma forse Spirlì ignora la situazione gravissima della sanità calabrese che ancora non ha pronto un piano anticovid. Una situazione emersa dopo l’intervista dell’ex commissario Cotticelli il quale ignorava che dovesse essere lui ad allestire il piano. Per fare fronte alla situazione, il presidente ff della Regione Nino Spirlì ha firmato un’ordinanza che prevede la conversione di posti letto di area medica in posti letto Covid-19. Un’ordinanza, tuttavia, definita “illegittima solo un atto di propaganda politica” dal gruppo del Pd alla Regione. Spirlì, secondo gli esponenti dem, “dovrebbe giustificarsi con i calabresi perché non ha dato attuazione al decreto 91: adesso sarebbero già possibili nuove Terapie intensive e ricoveri in degenza ordinaria dedicati Covid”. La carenza di posti letto è confermata dall’ospedale di Cosenza, visitato stamani dal sindaco Mario Occhiuto. “Si tratta di una situazione d’emergenza – ha detto – che riguarda tutto il Paese ma al momento i posti in terapia intensiva ci sono e potrebbero essere ampliati in altri reparti. Ho deciso di emanare un’ordinanza per imporre all’Azienda ospedaliera di assumere personale”. E sempre a Cosenza un gruppo di mamme sono scese in piazza davanti al Comune per chiedere la chiusura di tutte le scuole ancora aperte in città.
"Dobbiamo scavare pozzi?" Così Spirlì asfalta Gino Strada. Il presidente facente funzione della Calabria contro la possibile nomina del fondatore di Emergency: "Non abbiamo bisogno di medici missionari africani". Luca Sablone, Giovedì 12/11/2020 su Il Giornale. Pare che il governo faccia sul serio e voglia puntare su Gino Strada per affidargli la gestione sanitaria in Calabria. Il profilo del fondatore di Emergency è spuntato in seguito al video choc - pubblicato in esclusiva da ilGiornale.it - in cui si sentiva il neocommissario Zuccatelli sostenere teorie strampalate sul Coronavirus. "La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", aveva dichiarato. E pensare che la fiducia al manager sanitario - tra l'altro già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali - era stata conferita in seguito alla clamorosa figuraccia del generale Saverio Cotticelli, che solamente in televisione ha scoperto di doversi occupare del piano Covid. Così i giallorossi, imbarazzati per quanto accaduto nel giro di pochissimi giorni, si sono messi subito al lavoro per rimediare a questi flop e vorrebbero affidare all'attivista italiano non solo la gestione del piano sanitario nella Regione ma anche un ruolo operativo più esteso. Il premier Conte, che l'ha già sentito al telefono, sta dunque per esaudire il sogno di sardine e 5 Stelle: entrambi, con il sostegno anche del Partito democratico, hanno avanzato la proposta di premiare Strada in Calabria. Voci dicono che potrebbe affiancare Zuccatelli, magari organizzando i reparti Covid e gli ospedali da campo per far fronte alla pandemia.
L'ira di Nino Spirlì. Ma come l'avrà presa la politica locale? Stando alle parole di Nino Spirlì l'ipotesi di certo non è gradita a tutti. "Mandateci anche i padri comboniani e diteci dove dobbiamo scavare i pozzi. Ma cosa c’entra Gino Strada? La Calabria è una Regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di medici missionari africani, non ne abbiamo necessità. Non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo, men che meno del professore Strada", ha tuonato il presidente facente funzione della Calabria ai microfoni di Tagadà su La7. Il suo auspicio è che ai "fior di professori" del posto si possano dare i compiti di gestire la sanità calabrese: "Non abbiamo bisogno di essere schiavizzati nella nostra sanità. Ora basta, è una vergogna a cui il governo deve mettere fine". A scagliarsi contro l'ipotesi dell'esecutivo è stata anche Giorgia Meloni, che non ha risparmiato parole dure e ha respinto categoricamente questa possibilità: "Mi pare si facciano scelte molto politicizzate e mi chiedo se sia il tempo delle scelte ideologiche, di mettersi a fare politica su una materia come quella che stiamo trattando".
Da affaritaliani.it il 12 novembre 2020. Mentre l'Italia intera è alle prese con l'emergenza Coronavirus, in una regione la situazione oltre ad essere caotica è addirittura paradossale. In Calabria si susseguono le voci su chi dovrà essere il nuovo commissario alla sanità, dopo l'uscita di scena di Saverio Cotticelli, che non sapeva di doversi occupare del piano di emergenza Covid per la regione. Il governo ha nominato in tutta fretta un sostituto, Giuseppe Zuccatelli, ma anche su questo nome ci sono forti perplessità, dopo il video comparso in rete in cui dichiarava: "Le mascherine non servono a niente, bisogna stare 15 minuti a baciarsi con la lingua per prendere il virus". Da qui anche l'ipotesi di Gino Strada, il fondatore di Emergency. Ma sull'ex commissario Cotticelli - si legge sul Riformista - emerge un retroscena choc. Sarebbe stato per diverso tempo un agente segreto, uno 007. Dopo la mancata nomina a comandante generale dell'Arma, sarebbe stato destinato all'Ufficio centrale ispettivo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, dal giugno 2015. Una conferma dell'incarico extra Arma - riporta il Riformista - sarebbe arrivata dall'appuntato scelto Vincenzo Romeo, che era suo stretto collaboratore ai tempi del Cocer. Per ora dai Servizi nessun commento in merito alla vicenda.
Stefano Filippi per “la Verità” il 12 novembre 2020. I commissari nominati dal governo per la sanità calabrese sono come i terremoti di assestamento: fanno crollare quel poco che è rimasto in piedi. Ieri è arrivata l' ultima perla di saggezza di Giuseppe Zuccatelli, spedito l'anno scorso nel Tacco d' Italia dal ministro Roberto Speranza, suo compagno di partito, a guidare i due ospedali di Catanzaro. Zuccatelli è un vecchio compagno ferrarese cui piace spararle grosse. Del resto, ci voleva uno così per fare dimenticare Saverio Cotticelli, il generale dei carabinieri che ha appreso durante un' intervista che toccava a lui redigere il piano regionale contro il coronavirus, e poi si è pentito dicendo che qualcuno l' aveva drogato. L' altro giorno un collettivo di femministe di Cosenza aveva mostrato Zuccatelli mentre illustrava dottamente come ci si infetta di Covid. «La mascherina non serve a un cazzo, ve lo dico in inglese stretto», aveva detto davanti alle telecamere il 27 maggio scorso. «Sapete cosa serve? La distanza. Se io fossi positivo, sai cosa devi fare?», aveva domandato alla bella ragazza mora che gli faceva le domande. «Devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus». Senza limonare per un quarto d' ora si ha l' immunità garantita: la rivelazione ha rincuorato tutte le terapie intensive d' Italia traboccanti di anziani. Ieri le Cosentine in lotta del collettivo Femin hanno sparato il secondo colpo. Uno spezzone della stessa registrazione ancora inedito in cui Zuccatelli se la prende con i virologi. La scena è la medesima, risale alla fine del maggio scorso: il manager seduto a una scrivania, privo di mascherina, che si agita sulla poltrona, alza la voce e sparge i suoi tesori di sapienza anti contagio. «Che la politica abbia affidato ai virologi il compito di governare il Paese, questa è una cosa che solo in Italia può succedere», protesta gesticolando il nuovo commissario della sanità calabrese parlando con tre rappresentanti del collettivo. «I virologi sono virologi, e sono la coda della coda della coda dell' area medica. Dopo l' Hiv nella fine degli anni Ottanta hanno avuto una visibilità che nessuno gli aveva mai dato». «La coda della coda della coda»: non c' è scampo per i nuovi campioni di ascolto televisivo, le vestali del sapere medico che saltano da un talk show all' altro terrorizzando gli italiani. Ma non c' è scampo nemmeno per il suo amico Speranza, il ministro che ha messo sé stesso e il destino del Paese nelle mani del Comitato tecnico scientifico e ha affidato la divulgazione sul Covid a una squadra di esperti capitanata da Roberto Burioni. Così il superesperto di sanità ha sbugiardato il governo che l' ha incaricato. Zuccatelli ha girato tutta Italia come manager della sanità in quota rossa: tessera del Pci, uomo forte della sanità di Ferrara, poi ispettore sanitario, quindi una lunga discesa verso il Sud in ospedali della Romagna, delle Marche, dell' Abruzzo fino ad approdare in Calabria dalla fine dell' anno scorso. Speranza lo ha nominato commissario dopo Cotticelli mentre Zuccatelli era in quarantena perché positivo al Covid, anche se asintomatico: una bella pena del contrappasso per chi aveva gettato la mascherina al vento. Ora è entrato nella cerchia ristretta degli stregoni del virus, dopo il suo predecessore Cotticelli e Giuseppe Tiani, nominato da un altro big della sinistra, il governatore pugliese Michele Emiliano, a gestire gli appalti regionali della sanità. Tiani è quello che l' altro giorno si è presentato a una videoconferenza davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera con un ciondolo al collo che gli consentirebbe di tenere lontano le particelle virali. Tre manager sanitari scelti dai giallorossi, tre disastri. Il generale Cotticelli è stato cacciato, Tiani ha dato le dimissioni da InnovaPuglia, Zuccatelli resiste: è abituato alle apnee lingua in bocca per dei quarti d' ora.
Il caso. Calabria commissariata e il ghigno mediatico che produce i "Cotticelli". Ilario Ammendolia su Il Riformista il 12 Novembre 2020. Se potessi parlare con il generale Cotticelli vorrei esprimergli tutta la mia umana comprensione. Lo potrei fare perché credo di essere stato l’unico, in Calabria e fuori, ad aver pubblicamente denunciato, già nel gennaio 2019, l’oggettivo “scandalo” costituito dalla nomina d’un ex generale di corpo d’armata a commissario straordinario alla sanità calabrese. I primi segnali di Cotticelli all’atto dell’insediamento confermavano e moltiplicavano tutti i miei dubbi. Oggi, sono certo che il blocco politico-istituzionale (e mediatico) che aggredisce il generale per la brutta figura rimediata durante la trasmissione “Titolo V”, rappresenti il cancro che mangia se stesso. Hanno ridotto la grave questione sanitaria calabrese in un problema di apparente lotta alla ‘ndrangheta e ciò ha portato a pesanti ricadute sulla salute dei calabresi e sulla fragile economia regionale. Anche un bambino avrebbe capito che un generale di corpo d’armata non sarebbe stato la figura adatta a riformare un sistema sanitario che negli anni è stato trasformato in verdi pascoli su cui brucano politici di rango, alti burocrati, cliniche private, “baroni” della sanità, imprenditori e mafiosi. Locali e nazionali. E sembra apparentemente inspiegabile il fatto che le grandi operazioni di polizia che da circa 30 anni si abbattono sistematicamente sulla Calabria abbiano risparmiato il torbido mondo e i grandi privilegi che girano intorno alla sanità calabrese. Neanche dopo l’atroce esecuzione del dottor Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale, ragionevolmente riconducibile al mondo della sanità, la soglia che separa i diritti degli ammalati dai grandi interessi e privilegi è stata oltrepassata. Sembra quasi che i grandi inquisitori abbiano preferito conquistare le luci della ribalta operando su un terreno diverso da quello in cui sono attendati gli oligarchi che dominano sulla Regione. Cotticelli è stato mandato in Calabria a difendere i confini d’una legalità malata. Una legalità impegnata e ingessata sulla difesa d’un ordine che confligge con i diritti costituzionali dei calabresi. E lui già comandante di tutte le unità mobili speciali, dei Ros e con una medaglia d’oro conferitegli per meriti speciali nel campo della sanità (?) si è arroccato in una specie di fortezza dei tartari immaginando di essere circondato da un popolo di ‘ndranghetisti, cannibali e malviventi che, prima o poi, avrebbe tentato l’assalto alla cittadella della legalità. E in questa logica non bisogna sorprendersi se ha considerato il piano anticovid un impaccio burocratico di poca importanza. Un generale che è stato a un passo dal diventare comandante generale dell’Arma, avrà trovato mortificante doversi occupare di posti letto in terapia intensiva o d’un piano per la medicina territoriale. Altri i motivi per cui Cotticelli era stato scelto e mandato sul “fronte” della lotta alla ‘ndrangheta. Più grave ci sembra il fatto che né il ministero della Salute e ancor meno la Regione Calabria si siano accorti di questa sua grave inadempienza (e oggettiva incompetenza). Oggi la Calabria è in zona rossa e paga un prezzo enorme così tanto da spingere i responsabili del disastro a chiedere il “sacrificio” di Cotticelli e la sua esposizione sulla pubblica gogna. Il ghigno crudele con cui il generale viene aggredito sulla stampa (soprattutto calabrese) e in televisione è inversamente proporzionale alla supina e storica complicità e accondiscendenza verso un sistema di potere che non può non produrre “Cotticelli” seriali. De André cantava che non esistono poteri buoni. Sicuramente non ci potranno essere commissari buoni che vengono in Calabria a decidere i destini d’un popolo sottomesso e rassegnato.
Perché la Calabria è zona rossa? Ecco la situazione in alcuni ospedali. Le Iene News il 10 novembre 2020. Nonostante un numero di positivi relativamente basso rispetto a medie più allarmanti, la Calabria è “zona rossa”. La sanità della regione è impreparata ad affrontare la pandemia? Gaetano Pecoraro intervista medici, dirigenti e il consigliere regionale Carlo Guccione per capire cosa è andato storto. Mentre infuria la polemica su vecchio e nuovo commissario alla Salute. “Avessero aperto i posti letto tipo Gioia Tauro e individuato un altro punto nella zona della Locride, la Calabria non sarebbe diventata zona rossa perché avevamo i posti letto. Ma non hanno fatto niente”, dice a Gaetano Pecoraro un medico calabrese Nella regione la rabbia è grande dopo che è diventata “zona rossa” nonostante un numero di contagi da Covid relativamente basso rispetto a medie più allarmanti. Ma perché anche qui è stato deciso un nuovo lockdown? La regione è stata negli ultimi giorni al centro delle polemiche dopo che il commissario alla sanità calabrese, Saverio Cotticelli, ha ammesso di non aver fatto il piano Covid nonostante toccasse a lui occuparsene. Anche il nuovo commissario Giuseppe Zuccatelli, appena nominato per sostituirlo dopo le sue dimissioni per il caso, è finito nel mirino dopo la diffusione di un video che riporta alcune sue dichiarazioni risalenti a maggio. Una su tutte: “Le mascherine non servono a un c….”. “La sanità calabrese è impreparata ad affrontare la pandemia”, dice a Gaetano Pecoraro il consigliere regionale Pd Carlo Guccione. E il problema non riguarderebbe solo i posti in terapia intensiva: “Come è possibile tracciare una provincia che ha 750mila abitanti con un solo laboratorio di virologia, che può processare sì e no 300 tamponi al giorno?”. E questo a fronte di qualche migliaia di richieste al giorno: “Noi siamo a mani nude a contrastare il Covid in Calabria”. “È come se avessero sperato che non succedesse nulla e non hanno fatto assolutamente nulla”, dice Nuccio Azzarà, segretario della Uil di Reggio Calabria. Gaetano Pecoraro intervista anche un medico dell’ospedale di riferimento per i malati di Covid di tutta la provincia di Reggio Calabria. Ci racconta la situazione nella struttura, che la Iena è andata a visitare per capire come stanno le cose. Gaetano Pecoraro è andato anche nell’ospedale di Gioia Tauro, che era stato individuato come centro Covid dopo la prima ondata. È stato quasi tutto ristrutturato ma ora invece di essere operativo e alleggerire la pressione sull’ospedale di Reggio, è chiuso. La Iena va all’ospedale di Reggio, al centro Covid, per capire con i dirigenti l’origine di tutte le criticità che abbiamo visto. Parlando con i medici, sembra che problemi e carenze di questo centro Covid non dipendano dalla loro inefficienza: è vero che i soldi per il potenziamento sanitario sono stati stanziati dal governo, ma la loro versione è che non sono arrivati perché il commissario straordinario nazionale per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, non li avrebbe ancora liberati.
La polemica. La Calabria è alla deriva, periferia d’Italia ormai abbandonata. Gioacchino Criaco su Il Riformista l'11 Novembre 2020. In Calabria sta succedendo qualcosa di pericoloso, devastante: si sta rompendo il patto democratico con lo Stato. Si marcia, di errore in errore, verso il disastro. Un pezzo, grande, di periferia, ormai abbandonato a se stesso. Alla deriva, un distacco che si propagherà a Sud. Non è il piagnisteo solito, il dare la colpa agli altri: è la coscienza di un punto di non ritorno, l’ipogeo raggiunto, superato. La vicenda del commissario Cotticelli e di Zuccatelli, di una Regione costretta in zona rossa non per i numeri degli infettati, ma per la disarmante resa della Sanità, del Governo, della Regione, per il venir meno della ragione fondante dello stare insieme: rinunciare a molte libertà individuali per fondersi in un principio di solidarietà che curi, migliori, sia futuro. Il Governo ha cacciato un commissario alla Sanità per manifesta incapacità di risolvere il problema, lo ha fatto dopo averlo tenuto in carica per due anni e dopo averlo riconfermato, solo tre giorni prima, per altri tre anni. Ha nominato un nuovo commissario che si annuncia pericolosamente vicino, per capacità risolutive, al precedente. Entrambi arrivano dopo un altro commissario del Governo. E tutti incarnano una surroga della democrazia, ormai strumento abituale dello Stato nel rapportarsi con la Calabria. È mancato, e magari arriverà, il commissariamento dei talami, come atto finale, che dettasse i tempi dell’amore ai calabresi. Tutto ciò che significava autonomia locale è finito nelle mani di prefetti, generali e magistrati in pensione, o funzionari del ministero degli interni o comunque in delega di qualche potere centrale. E tutto è accaduto senza che la situazione migliorasse, con una dilatazione dei problemi e non una loro contrazione, o contenimento. La corsa della Calabria è stata un percorso inverso allo sviluppo, alla liberazione. Si togliessero un po’ di orpelli della modernità, si ripiomberebbe in un’epoca lontana, scomparsa dal resto dell’Occidente. Un quadro del genere rappresenta un mosaico da miriadi di tessere, trovare incolpevoli sarebbe arduo. Il fallimento più grande è quello statuale, plastico, evidente nella caduta del sistema sanitario, che ha superato l’affanno del sistema economico, di quello sociale. Il Governo continua a ignorare la situazione reale, magari se la fa raccontare da chi abbia un interesse a falsarla. Sul posto lo Stato è assente, il presidente della Giunta, purtroppo, è morto, al suo posto un facente funzioni che non era nemmeno stato eletto, abilitato alla sola amministrazione ordinaria. La Calabria è orfana di direzione, di punti di riferimento, in uno dei momenti più tragici dell’umanità. Resta a ricordo, e simbolo, dello Stato, un formidabile sistema repressivo, come se la questione calabrese fosse esclusivamente un caso criminale. Resta un nuovo commissario portato dalla Romagna, a significare che in loco non si possano reperire capacità. Resta un rapporto logorato, teso, che presto si romperà.
SPERANZA E ARCURI: VERGOGNATEVI. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 10 novembre 2020. Otto mesi per dare alla Calabria 6, solo 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri. Non ci sono mezze misure: il ministro della Salute e il commissario devono dimettersi per le scelte fatte e per non avere vigilato. 140, 146, 6. In questi tre numeri ci sono sigillate in una bustina per mascherina chirurgica monouso dispositivo medico classe uno, le ragioni algebriche ineliminabili delle dimissioni obbligate del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del commissario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri. 140 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili a marzo in Calabria. 146 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili al 14 ottobre. Otto mesi otto per dare alla Calabria 6, dico 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri, chi ha la responsabilità della politica sanitaria e della gestione dell’emergenza dà meno di tutti, anzi non dà niente, perché 6 è niente. Questo 6 della vergogna che rimarrà per sempre ha un nome e cognome. Roberto Speranza. Anzi ne ha due. Perché il secondo nome è quello di Domenico Arcuri e viene prima del ministro. Che avrebbe dovuto vigilare su di lui. Vi rendete conto in che Paese viviamo? Se non ci fosse stato un giornalista televisivo di Titolo V, meritoria trasmissione di Rai3, che intervistava l’ex commissario Cotticelli, il ministro in carica della Salute non si sarebbe accorto che il suo commissario neppure sapeva di essere stato nominato soggetto attuatore del piano Covid e, tanto meno, se ne occupava. Avevano bisogno dell’intervista lui e Arcuri per rendersi conto del misfatto di cui si erano macchiate le loro coscienze. Nel caso di Arcuri siamo poi all’apoteosi dello scandalo. Fa l’ordinanza il 27 ottobre, avete capito bene il 27 ottobre, che vuol dire otto mesi otto con le mani in mano. E chi nomina come soggetto attuatore? Il mitico Cotticelli che apprende di essere stato nominato leggendo la carta che le dà la sua segretaria davanti alle telecamere TV. Quando si capirà che i generali vanno usati anche nel Mezzogiorno per guidare team di legalità non per fare mestieri che non sanno fare avremo fatto un bel passo in avanti. Ma vi rendete conto che l’ineffabile coppia Speranza-Arcuri riesce a superarsi nominando l’amichetto politico di Cesena, Zuccatelli, che ha già fallito a Cosenza e sta fallendo a Catanzaro, come successore del generale per andare a combattere sul campo di guerra di una Pandemia che può diventare un’ecatombe? Il candidato trombato nelle liste di Leu alle politiche del 2018 è il “generale” al quale Speranza e Arcuri vogliono affidare il comando della guerra per salvare vite umane che si preannuncia a dir poco terribile dopo la vergogna di cui loro si sono macchiati rimanendo inerti per otto lunghissimi mesi. Non solo non hanno agito, ma nemmeno si informavano di quello che accadeva e, quando sono messi davanti alle loro imperdonabili responsabilità, che fanno? Chiedono scusa? Chiamano a raccolta i cervelli migliori della Calabria che sono in casa per scrivere una storia nuova? Cercano un manager specializzato e un team di medici di valore? No, assolutamente no, chiamano il loro amichetto politico. Ci sono settecento milioni da spendere prima delle nuove prossime elezioni regionali, mettiamoli in mani politiche sicure, avranno pensato. Ci sono venticinque persone da assumere, avranno pensato, meglio che li scegliamo noi, magari altri amichetti vero? Pensare per un attimo alle postazioni di terapia intensiva che mancano per colpa esclusivamente loro, no? Per carità. Pensare per un attimo che un’economia regionale già in ginocchio rischia di passare dalla povertà alla sotto povertà non perché ha un tasso di contagio del Covid 19 che la obbliga alla zona rossa, ma perché per colpa loro non ha la sufficiente protezione sanitaria mai, vero? Pensare per un attimo che tanta inefficienza fa lo stesso gioco che dodici anni dodici della più inefficiente delle gestioni commissariali ministeriali ha fatto e, cioè, negare una sanità decente alle donne e agli uomini della Calabria, ma che in tempi di Pandemia affossando per sempre l’economia fa anche il gioco della più temibile delle soccorritrici che è la ‘ndrangheta, è forse chiedere troppo? Che ci si macchia, così, della più grave delle responsabilità civili, è davvero così difficile almeno chiederselo? Se si esce dal film surreale della comunicazione con le stellette dei generali e il bacio in bocca di quindici minuti di Zuccatelli si arriva alla dura realtà. Che è quella di una regione che è stata giustamente espropriata dei suoi poteri in materia sanitaria per i debiti accumulati, falsi in bilancio e ruberie varie con tanto di consorterie criminali. Che è quella di una regione che dopo dodici anni dodici di commissariamento ministeriale deve constatare che gli espropriatori possono competere con gli espropriati perlomeno in inefficienza. Che è quella di una regione dove un presidente pro tempore senza i poteri (che sono dei commissari) annuncia di avere predisposto duecento e passa tra letti e nuove postazioni di terapia intensiva. Ritorna anche in Calabria quella frammentazione decisionale da Paese Arlecchino che condanna l’Italia all’ immobilismo in una lite permanente tra l’esecutivo e i venti Capetti regionali che si sentono venti Capi di Stato ombra. Abbiamo avvisato il Presidente Conte: in Calabria la paura e la protesta sociale dilagano in modo contagioso. Uno o due o tre commissari se si ispirano sempre a operazioni di immagine non solo non servono, ma sono controproducenti. Servono atti pubblici che dimostrano di avere capito gli errori commessi e di averne tratto le conseguenze. Servono uomini nuovi per avviare in corsa una stagione di cambiamento all’insegna della concretezza. Altrimenti il cerino della Calabria incendierà il Paese intero. Perché la questione non è regionale ma nazionale.
Io Speranza che me la cavo, terzo grado al ministro. Per il ministero della Salute era tutto ok. Il piano Covid 19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza della Regione Calabria era stato portato a termine. Come il ministro anche il commissario Arcuri sapeva, ma nessuno in estate ha vigilato. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Per il ministero della Salute era tutto ok. Il piano Covid 19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza della Regione Calabria era stato portato a termine. Adottato in base all’art.2 del Dl 34 2020 dall’ente locale il 18 luglio scorso. Integrato il 3 luglio con tanto di timbro del dicastero guidato da Roberto Speranza. Il 13 luglio era stato poi inviato al commissario Domenico Arcuri. Anche lui sapeva, era stato messo al corrente. Ma nessuno dei due, nei giorni dell’afa e del solleone, mentre le spiagge iniziavano ad affollarsi, i deejay in discoteca si scaldavano i pollici, si era preso la briga di vigilare, di verificare per capire come stessero realmente le cose in una regione drammaticamente commissariata dalla a alla zeta. Se si stesse attrezzando, se le dotazioni di terapia intensiva si stessero incrementando, i reparti ampliando, se quel signore che aveva dismesso la divisa avesse adottato i piani anti-pandemia o se almeno sapesse di cosa si stava parlando. Quasi che quel motto “fedeli nei secoli” si potesse applicare a scatola chiusa anche all’ex comandante dell’Arma, quel Saverio Cotticelli, commissario straordinario «a sua insaputa», verrebbe da dire, visto il modo in cui ha apertamente ammesso dinanzi alle telecamere di Rai3 di non sapere neanche il numero di terapie intensive disponibili sul suo territorio.
LA BUFERA SULLA CATENA DI COMANDO. LA GRANATO: SI DIMETTANO. Il primo scossone ha fatto cascare dall’albero l’ex commissario dimissionario mostrandone tutta l’approssimazione e l’inadeguatezza. Il secondo minaccia le radici e il tronco, rischia di investire in ordine gerarchico tutta la catena di comando. A partire dal tandem Speranza-Arcuri. Con l’aggravante per il ministro di aver commesso un secondo errore: la scelta del sostituto, Giuseppe Zuccatelli. «Se per Speranza prima di prendere una decisione affrettata è giusto fare una pausa di riflessione – attacca Bianca Granato, senatrice calabrese del M5S – non può dirsi altrettanto per il commissario Arcuri e per Zuccatelli. Dinanzi al ripetersi di omissioni e ritardi non ci sono più giustificazioni che tengano. Dimissioni immediate del primo e dimissioni spontanee del secondo. Per noi calabresi la nomina di Zuccatelli è un affronto. Ci dispiace – riprende la senatrice – che in questo momento sia malato di Covid, per noi resta una scelta inopportuna. Stiamo parlando di un personaggio molto discutibile. Va revocato prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto che cambierà l’assetto dell’ufficio commissariale introducendo un secondo subcommissario».
AL MINISTRO ERA STATA INVIATA UNA NOTA PER FERMARE LA NOMINA. Che si sia trattato di uno scivolone del ministro Speranza è ormai di tutta evidenza. Il suo tentativo di giustificare Zuccatelli («ho guardato solo al suo curriculum, non andrei a vedere il passo falso sulle mascherine…») è apparso goffo. Rischia di coinvolgerlo ancora di più portandoli entrambi a fondo. Nel M5S si è alzato un fuoco di fila. L’obiettivo dei pentastellati era lanciare un S.O.S Al fondatore di Emergency Gino Strada. «Il ministro non può non rispondere di questa nomina – alza il tiro la senatrice Bianca Granato – due giorni prima che lui indicasse il sostituto di Conticelli gli avevamo inviato le nostre osservazioni. Dalla questione dei tamponi all’Asp di Cosenza, alla gestione dei pazienti di Villa Torano. Non può dirci che non sapeva». Persino i vescovi calabresi non avevano gradito la nomina del nuovo commissario. Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, non c’è andato leggero. Zona rossa e avvicendamento dei due improponibili commissari «dimostrano non soltanto la totale inadeguatezza del sistema sanitario regionale, ma la mancanza di senso di responsabilità che la seconda ondata ha definitivamente e inequivocabilmente palesato”. Stiamo parlando di una situazione già collassata. Basti pensare che per 4 anni consecutivi il commissario ad acta Massimo Scura, un ingegnere indagato insieme al suo subcommissario Andrea Urbani – che per 9 anni avrebbe percepito compensi aggiuntivi che non gli spettavano – non è riuscito a presentare i bilanci. Di questo stiamo parlando. Per anni chi ha tenuto in piedi la parte tecnica è stata Maria Crocco, la subcommissaria che nel fuorionda tv rimprovera il povero Cotticelli di non essersi preparato all’intervista, diventando il caso mediatico del momento. Al ministro Speranza, uno dei leader di Articolo 1, ex capogruppo Dem alla Camera, non vengono risparmiate critiche. Ed è già iniziata la caccia al colpevole. Chi ha voluto Zuccatelli, il padre del sistema sanitario emiliano romagnolo? Chi se non il duo Vasco Errani-Pierluigi Bersani, suoi sponsor da sempre, avrebbero caldeggiato la sua nomina? «Giudichiamolo dai risultati», è stata la difesa d’ufficio del ministro. Troppo flebile, però, per arginare la rivolta scoppiata nel Pd, capeggiata a livello locale dal sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà.
IL METODO CASALINO: FUOCO SUI MINISTRI PER SALVARE IL PREMIER. I bersaniani che avrebbero voluto esportare il modello emiliano in Italia e nel mondo si sfilano. Per loro il ministro ha scelto autonomamente e in base al Cv, quello di Zuccatelli «parla da solo», fanno sapere senza esporsi in prima persona. A difendere il ministro pugliese sono in pochi. Tra questi Michele Anzaldi. «Questo governo ancora una volta ha dimostrato tutta a sua inadeguatezza – commenta il deputato di Italia Viva – ma prendersela con Speranza non ha molto senso. È uno dei pochi a coltivare ideali autentici e non può essere diventato all’improvviso il capro espiatorio». «Non vorrei – prosegue Anzaldi – che fosse un effetto del metodo-Rocco Casalino (portavoce del premier Conte, n.d.r.) – quando le cose si mettono male si mandano avanti i ministri. Quando invece c’è da rivendicare qualche raro successo ecco che sì fa bello il presidente del Consiglio. È un metodo che ormai conosciamo bene». Negli ambienti di Articolo 1 si lascia intendere intanto che il video incriminato, quello che inchioda Zuccatelli, sia stato innescato tipo ordigno ad orologeria. Preparato perché esplodesse al momento opportuno, in perfetta sincronia con la nomina. Filmato il 27 maggio scorso, scaricato solo tre giorni fa da Facebook e diffuso sul web da un collettivo femminista di Cosenza. Tutte le attività produttive avevano riaperto i consultori continuavano a rimanere chiusi. Gli operatori sanitari non avevano i dispositivi di protezione individuale per visitare i pazienti e le strutture sanitarie non erano state igienizzate. Il 3 giugno, ovvero 5 giorni dopo, il manager di Cesena che aveva promesso di risolvere in poche ore il problema si dimise dall’incarico. Insomma, sostengono le femministe cosentine, quel video non fu una voce dal sen fuggita, un trappolone riproposto ora per allora per far fuori l’ex commissario, ma fu autorizzato «come possono testimoniare alcuni agenti della Digos presenti all’incontro.» Ma la resa dei conti è solo iniziata.
Sanità in Calabria, le infinite verità. Il ministro D'Incà: «Cotticelli aveva approvato il piano Covid». Saverio Puccio su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. L’ormai ex commissario Saverio Cotticelli aveva approvato il Piano di riorganizzazione della rete ospedaliera per l’emergenza COVID-19 in Calabria che era stato successivamente deliberato anche dal ministero della Salute, ma la gestione commissariale aveva comunque evidenziato altre criticità. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, ha fatto chiarezza sulla gestione Cotticelli nel corso del question time alla Camera, confermando alcune tesi espresse dall’ex generale dei carabinieri ed evidenziando alcune difficoltà del sistema commissariale. Il ministro ha sottolineato che il Piano «è stato adottato dalla struttura commissariale» guidata da Saverio Cotticelli, «con decreto del Commissario ad acta n. 9. del 18 giugno 2020. Il piano è stato quindi approvato dal Ministero della salute il 3 luglio 2020 e trasmesso al Commissario straordinario per l’emergenza il successivo 6 luglio». «Il Piano – ha aggiunto – prevede, rispetto alla dotazione iniziale di posti letto di terapia intensiva, un incremento di 134 posti letto, nel rispetto dello standard previsto dal decreto-legge n. 34 del 2020 (0,14 posti letto per 1.000 abitanti)». Nel ripercorrere gli atti relativi alla nomina di Cotticelli, D’Incà ha aggiunto che la «conferma del commissario Cotticelli, ricordo che lo stesso è stato nominato nel dicembre 2018 e confermato, in occasione della sostituzione del relativo sub-commissario, nel luglio 2019». Il ministro ha, quindi, rappresentato le prospettive che derivano dal nuovo “Decreto Calabria”: «Il decreto-legge recante misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria, presentato ieri alla Camera ha come obiettivo principale rialzare in modo adeguato i livelli essenziali di assistenza». Tra le principali finalità del decreto elencate da D’Incà in Aula, anche quella di «prevedere un fondo di solidarietà di 60 milioni di euro per tre anni per ridurre il debito della sanità calabrese». Per il ministro, la «gestione dell’emergenza sanitaria in Calabria è priorità per l’azione del governo, mentre «Quanto all’attività della struttura commissariale, ferma restando la situazione di squilibrio economico e finanziario della regione Calabria, si osserva che il monitoraggio effettuato a maggio 2020 nel competente tavolo tecnico, con riferimento all’ultimo trimestre 2019, ha presentato un disavanzo dopo il conferimento delle coperture pari a 10 milioni di euro e un disavanzo prima del conferimento delle coperture pari a 116,172 milioni di euro. Nel tavolo tecnico di verifica di ottobre 2020 sono emerse criticità derivanti dall’inesigibilità di un credito in seguito a una sentenza della Corte di Cassazione. L’impossibilità di riprodurre questa posta positiva in bilancio, unitamente ad altre poste, ha determinato un disavanzo di circa 104 milioni di euro». Inoltre, per il ministro, l’erogazione dei Lea «numericamente non ha raggiunto la sufficienza». Dati che, secondo l’ex commissario Cotticelli, sarebbero stati falsati dal mancato caricamento dei numeri da parte delle singole Aziende sanitarie (LEGGI LA DIFESA DI COTTICELLI). Un vero e proprio “complotto”, secondo l’ex commissario, che non ha escluso il ricorso alla magistratura con una denuncia rispetto a quanto accaduto.
SUDISMI - Se il centralismo è quello visto in Calabria nasce il dubbio che la cura sia peggiore del male. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 10 novembre 2020. L’episodio del commissariamento della sanità calabra, che risale a 10 anni fa, diminuisce la forza della teoria dell’esigenza di meno federalismo e più centralismo. Molti sono convinti che il Mezzogiorno abbia bisogno di essere in alcuni casi maggiormente guidato dal Governo centrale, con una sostituzione di poteri, nel caso le Regioni non fossero in grado di adempiere alle loro funzioni. Ma, se lo Stato interviene nel modo in cui l’ha fatto in Calabria, allora in tanti nasce il dubbio che la cura sia peggiore del male. La povera Jole Santelli aveva denunciato: “Siamo vittime da anni di un commissariamento governativo che, improntato esclusivamente a logiche meramente ragionieristiche, ha distrutto la sanità calabrese” aveva tuonato. La critica al titolo V della costituzione, che introduce le autonomie regionali e che ha portato alla messa in discussione della catena di comando, che ha visto recentemente scatenare la babele decisionale tra Regioni e Stato e che ha trovato molti consensi, rischia di essere sepolta da una incapacità di azione non tollerabile. È così chiaro che in settori fondamentali del Paese, come la sanità, l’istruzione e l’infrastrutturazione non ci possano essere grandi autonomie, perché si rischia di avere 20 realtà differenti, ed in molti hanno richiesto il cambiamento di tale assetto istituzionale.
CONFLITTO DI POTERE. La clausola di supremazia viene richiesta per evitare che non si sappia, sopratutto nell’emergenza, chi debba intervenire. Probabilmente, essendo il Paese diviso in due parti completante diverse, l’effetto di norme simili potrebbero avere risultati differenti, perché chi è più avvertito potrebbe non subire commissariamenti come avverrebbe invece a chi non riesce a gestire in modo adeguato. Quindi probabilmente il cambiamento richiesto potrebbe essere accettato anche dalle Regioni settentrionali che, ritenendosi più brave, invece chiedono di avere più autonomia. Ovviamente tutto a patto che i diritti di cittadinanza vengano garantiti a tutti e che la spesa pro capite sia uguale in tutti i territori. Ci sarà tempo per mettersi d’accordo di quale spesa pro capite si tratti, considerato che in molti per esempio non vogliono che in tale spesa venga inserita quella delle imprese pubbliche, alcune quotate, che non dovrebbero avere l’obiettivo della redistribuzione ma solo quello di fare utili. Per la spesa previdenziale non dovrebbe essere inserita perché corrispettivo di contributi versati, dimenticando che molta parte riguarda le pensioni calcolate con il metodo retributivo e che quindi gravano sulla fiscalità generale. Ma andiamo con ordine: alcuni anni fa la sanità calabra viene commissariata perché spende troppo e male, non raggiungendo gli obiettivi che dovrebbe perseguire. Come è previsto dalla normativa nazionale, viene nominato dal Conte 1 e confermato dal Conte 2 un commissario che si dimette giorni fa perché non “ricorda” che l’emergenza Covid è di sua competenza. Per cui la Calabria, pur avendo un rapporto di contagiati su popolazione che è il più basso del Paese, 18.44 su 100.000 abitanti, viene inserita, giustamente per l’andamento degli altri 20 indicatori, tra le zone rosse come il Piemonte che invece ha un indice di contagiati su popolazione di 89.16. Si interviene tempestivamente nominando un altro commissario dopo le dimissioni del primo, vicino a Leu e gradito al ministro Speranza. Nulla da ridire se avessero scelto un uomo vicino al partito, ma con competenza manageriale consolidata da un curriculum di eccellenza. Invece scelgono un uomo di Cesena, che scende in Calabria, non in aereo o in treno, ma con la macchina con l’autista, che dimostra tutta la sua protervia ed incapacità in un video semi negazionista, fatto quando l’epidemia era già in uno stadio maturo.
TRE MILIONI DI POSTI. Ed allora se questi sono i criteri di selezione, cioè quello dell’appartenenza, per cui “un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene” allora non c’è centralismo che ci può salvare. Per cui non è l’assetto istituzionale che diventa importante ma il modo in cui si gestisce la cosa pubblica. Il vero cambiamento che serve al Paese è quello di rimettere al centro il merito e la competenza, dopo la notte buia dell’uno vale uno, che tanto danni ha fatto. Se le scelte sono fatte sulla base dell’appartenenza, se la democrazia in una parte è sospesa perché una classe dominante estrattiva ha preso il sopravvento piegando ai propri interessi la democrazia con un gigantesco voto di scambio, favorito dal bisogno estremo di un territorio che avrebbe bisogno di un saldo occupazionale di 3 milioni di posti di lavoro, mentre una parte quella Nord cerca di sottrarre al territorio più risorse possibili, approfittando della maggiore capacità di essere sul pezzo, gestendo nella conferenza delle Regioni a proprio favore la distribuzione delle risorse, allora il nostro Paese non può salvarsi. Il Covid è l’occasione per una riflessione più ampia e per il recupero di competenze e professionalità, sia in termini politici che tecnici. Il dubbio che tutto ciò possa non avvenire però è legittimo.
(ANSA il 10 novembre 2020) - Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito il fondatore di Emergency Gino Strada. Lo confermano fonti di Palazzo Chigi. Il nome di Gino Strada è stato proposto da esponenti del Movimento 5 stelle e dalle Sardine per la sanità in Calabria, dopo il caso emerso attorno alla nomina di Giuseppe Zuccatelli a commissario della sanità regionale.
Ilario Lombardo per lastampa.it il 10 novembre 2020. Calabria, il tutto è successo in 48 ore. Conte II ha mandato a casa un commissario straordinario alla Salute nominato dal Conte I inadatto a completare un piano anti-Covid, ne ha nominato un altro, Giuseppe Zuccatelli, che la sinistra considera un fuoriclasse, ma che invece di infilarsi la mascherina in bocca, a maggio sosteneva che non servisse «a un cazzo». Poi è arrivato il M5S, partito che con la Lega aveva promosso il primo commissario, e ha detto: «Meglio Gino Strada», con un pezzettino di sinistra a ruota e la benedizione dell' ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Conte contro Conte. Maggioranza contro maggioranza. Il premier e il ministro Speranza congelati nell' imbarazzo, sperando che svanisca presto. Tutto in 48 ore. Mentre dopo 15 anni di commissariamento la Calabria ha ancora una Sanità che non è degna di chiamarsi tale.
Da adnkronos.com l'11 novembre 2020. "Cosa c'entra Gino Strada? La Calabria è una regione dell'Italia, non abbiamo bisogno di missionari. Abbiamo fior di professori, si cerchi qui chi deve occuparsi della sanità calabrese, non abbiamo bisogno di essere schiavizzati". Così Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria, ospite di Tagadà su La7, ha risposto a una domanda sull'ipotesi del coinvolgimento di Gino Strada, il fondatore di Emergency, nella struttura commissariale della sanità calabrese. "Basta, è una vergogna alla quale il governo deve mettere fine - ha aggiunto Spirlì - non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo. Men che meno del professore Strada".
(ANSA l'11 novembre 2020) - "Ci sono state interlocuzioni, non con me direttamente". Così Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, a proposito di Gino Strada e le voci di una sua possibile nomina a commissario alla sanità calabrese. Intervenuto poco fa in diretta nel programma di Raiuno "Oggi è un altro giorno", Sileri ha aggiunto: "Giuseppe Zuccatelli ha fatto un passo falso, anzi ha detto una scemenza, ma ha un curriculum valido: lasciamolo lavorare in santa pace. È importante girare pagina. Ognuno di noi oggi è calabrese, ci aspettiamo un netto miglioramento della situazione".
Sanità, Spirlì boccia Gino Strada: «Non abbiamo bisogno di lui, ci sono tanti calabresi». Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Il nome di Gino Strada, medico e fondatore di Emergency, come componente dell’ufficio del commissario per la sanità calabrese non piace al presidente Nino Spirlì. L’idea era stata avanzata anche dal presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ma respinta dal governatore facente funzioni: «Ma cosa c’entra Gino Strada. La Calabria è una regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di medici missionari africani, non ne abbiamo necessità». Una dura presa di posizione da parte di Spirlì, intervistato a Tagada su La7: «Abbiamo bisogno che in Calabria, dove ci sono fior di professori, si cerchi qui chi si deve occupare della sanità calabrese. Non abbiamo bisogno di essere schiavizzati nella nostra sanità. Ora basta – ha aggiunto – è una vergogna a cui il governo deve mettere fine. Non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo men che meno del professore Strada».
IL COMMISSARIO CHE NON È STATO. Il caso Calabria dimostra che il Governo non riesce a agire pur avendo tutti i poteri. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Perché Speranza e Arcuri non hanno vigilato su nulla? Perché soprattutto non fanno niente? Che cosa impedisce loro di chiamare a raccolta l’esercito e il personale medico e di fare loro un ospedale da campo in Calabria? Che cosa impedisce di mandare gli anestesisti e i rianimatori che mancano? Bisogna dimostrare che lo Stato in Italia c’è, che dà i soldi che servono per comprare le terapie intensive e rimborsare le perdite per salvare le aziende. Presidente Conte, bisogna agire subito altrimenti la situazione sfugge di mano. Errare è umano, perseverare è diabolico. Non solo non c’è stata la revoca dell’incarico a Arcuri di commissario per l’emergenza sanitaria ma addirittura si raddoppia con quella per la gestione del trasporto e della logistica dei vaccini. Siamo più vicini all’incoscienza che all’ irresponsabilità perché è sotto gli occhi di tutti che quella struttura commissariale non funziona e nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi complica, non facilita le cose. Abbiamo la netta sensazione che la Presidenza del Consiglio non abbia la piena consapevolezza che oggi la questione sanitaria della Calabria è molto più importante della sua dimensione territoriale perché è il luogo dove si dimostra che il Governo non riesce a agire pur avendo tutti i poteri. Speranza nomina un commissario a nostro avviso sbagliato dopo che chi lo ha preceduto ne aveva nominato uno ancora più inadeguato, ma oggi Speranza e il suo commissario per l’emergenza sanitaria Arcuri potrebbero fare tutto da soli. Invece non hanno visto niente. Non hanno vigilato su nulla. Soprattutto non fanno niente. Che cosa impedisce loro di chiamare a raccolta l’esercito e il personale medico e di fare loro un ospedale da campo in Calabria? È così difficile capire che qui bisogna agire subito e dare segnali concreti altrimenti la situazione sfugge di mano? A volte i problemi si risolvono da soli, Presidente Conte, e la sua indole la spinge a lasciare decantare le situazioni, ma in questo caso i problemi sono destinati a aggravarsi e a esplodere in modo deflagrante in tempi strettissimi. Questo giornale ha sempre difeso la responsabilità nazionale rispetto allo strapotere delle Regioni con i suoi Capetti del Centro-Nord che operano come Capi di Stato ombra e hanno anche il vizio di prelevare alla fonte risorse pubbliche che toccano alle Regioni del Mezzogiorno distorcendo la spesa sociale e infrastrutturale e minando così dalle fondamenta coesione e competitività del Paese. Proprio per questo riteniamo di essere titolati ad avvisarla che se il suo Governo fallisce in Calabria non ha più titolo a ambire a quel ruolo nazionale di guida e di gestione che invece noi valutiamo fondamentale per riunire le due Italie e tornare a dire la nostra tra i Grandi del mondo. Qui, non altrove, il Governo deve dimostrare che se c’è lo Stato la musica cambia. Se in Cina fanno un ospedale da campo in tre settimane che cosa impedisce di farlo anche noi? Che cosa impedisce di mandare in Calabria gli anestesisti e i rianimatori che mancano? Bisogna dimostrare che lo Stato in Italia c’è, è forte e dà i soldi che servono per comprare le terapie intensive e salvare vite umane, ma anche per salvare le aziende altrimenti il danno certo post Pandemia è quello di un deserto industriale. Condivida con l’opposizione e faccia uno scostamento di bilancio, ma per fare cose serie che è poi essenzialmente una. Prendere il fatturato e rimborsare al 50/75% la perdita sul conto corrente dell’impresa che avete chiuso. Si tratta di fare cose semplici non di fantasia alla Gualtieri che è costretto a rifare la manovra smentendo i suoi numeri venti giorni dopo averli raccontati a tutti con un’enfasi fuori dal mondo. Se ne è accorto perfino Crozza che abbiamo conosciuto il primo ministro dell’Economia che racconta barzellette sui numeri della finanza pubblica. Non ne possiamo più di questo Paese Arlecchino così miope e incapace che neppure nei giorni del nuovo ’29 scopre ragioni di solidarietà, ma vuole addirittura riproporre alleanze tra Regioni ricche del Nord-Est, le quali Regioni tutte e, cioè, ricche e povere fanno uno scaricabarile con il Governo avendo come bussola non le vite umane da salvare ma il proprio gradimento. Vogliono sempre che le scelte impopolari le faccia il Governo e quelle popolari invece loro. Se, però, l’alternativa a ciò è un ministro della Salute che sbaglia tutto e non chiede mai scusa o un commissario per l’emergenza che in otto mesi riesce a fare sei, dico sei, nuove terapie intensive mentre ne servirebbero centinaia e che addirittura non si rende conto che il soggetto attuatore neppure sa di dovere attuare qualcosa, allora siamo messi davvero male. Presidente Conte, prima pone fine a questa farsa meglio è anche perché la polveriera calabrese è già esplosa ma ora può deflagrare in un modo incontrollato. Non c’è un solo sindaco della Calabria che non chieda l’azzeramento del debito sanitario calabrese e che non può non notare che prima del commissariamento il buco era di cento milioni, ma che dopo dieci anni è tale e quale con l’aggiunta di altri due miliardi di debiti nuovi. Questo senza considerare che il debito ricevuto in eredità è anche figlio di finanziamenti alla sanità calabrese e, in genere, del Mezzogiorno indebitamente ridotti a favore delle Regioni del Nord. Per fare questa operazione verità servono uomini di governo e di macchina di ben altra tempra. Perché bisogna fare le cose e bisogna evitare che la sanità calabrese ritorni a essere sotto qualsiasi forma la greppia di intessi criminali e massonici. Non lo meritano le donne e gli uomini della Calabria che hanno fame di ospedali e lavoro. Che sono già molto arrabbiati ma lo diventeranno ancora di più se si continuerà con questo andazzo scandaloso. Il ministro degli Esteri Di Maio e vero Capo dei 5Stelle chiede, in un’intervista al nostro giornale che pubblichiamo oggi, che il governo ascolti il Sud perché il Sud non può essere abbandonato. Siamo contenti della sensibilità rispetto al tema che è decisivo per il Paese intero, ma deve essere chiaro a tutti che senza un’autocritica esplicita su una politica assistenziale che ha fallito e senza un cambiamento in corsa della macchina pubblica e degli uomini che la guidano l’ascolto non può produrre nulla di buono. Servono risposte concrete nell’immediato per non essere travolti dalla protesta sociale e, subito dopo, una nuova architettura istituzionale che restituisca allo Stato il ruolo e i poteri che permettono di coniugare strategia e operatività. Serve l’esatto contrario di quello che hanno fatto Speranza e Arcuri in Calabria.
(LaPresse il 16 novembre 2020.) - Al professor Eugenio Gaudio, Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", di origine cosentine, è stato affidato l'incarico di nuovo Commissario alla Sanità della Regione Calabria. Lo si apprende da fonti di palazzo Chigi. Gino Strada ha confermato la disponibilità a far parte della squadra, anche con una delega speciale, che in Calabria sta fronteggiando le criticità dell'attuale emergenza sanitaria. "Due nomi autorevoli che possono aiutare la sanità calabrese a ripartire", continuano le stesse fonti. Calabria, Zuccatelli: Torno a fare il pensionato. "In questo momento sono un pensionato quindi ora torno a leggere le cose che mi piacciono e faccio il pensionato". Lo dice a Rainews24 Giuseppe Zuccatelli, commissario straordinario per la sanità in Calabria che oggi ha rassegnato le sue dimissioni dopo una 'gaffe' sull'uso delle mascherine.
Gaudio commissario alla sanità in Calabria. Strada delega speciale. Notizie.it il 16/11/2020. Eugenio Gaudio è il nuovo commissario alla sanità in Calabria. A Gino Strada è stata affidata la delega speciale. Due nomi autorevoli inizieranno a far fronte all’emergenza sanitaria che sta affrontando la Calabria. Eugenio Gaudio è il nuovo commissario alla sanità. A Gino Strada è stata affidata la delega speciale. Lo si apprende da fonti autorevoli di Palazzo Chigi. Eugenio Gaudio è stato chiamato per ricoprire il ruolo di Commissario alla Sanità. Gino Strada ha confermato la possibilità di far parte della squadra con delega speciale. Si tratta di due nomi di eccellenza che potrebbero risollevare le sorti della Calabria. Gino Strada è noto e tutti associano da decenni il suo nome all’associazione Emergency, ma chi è Eugenio Gaudio? Laureato in Medicina e Chirurgia alla facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma, ha ricoperto per un periodo il ruolo di ricercatore di Anatomia Umana sempre alla Sapienza. Dal 2000 ricopre il ruolo di docente di Anatomia Umana alla Sapienza. Dal 2014 al 2020 è stato il Rettore dell’Università alla Sapienza. Ha curato inoltre diversi libri accademici.
Le parole di Gino Strada. Nella serata di domenica 15 novembre Gino Strada si è espresso a proposito della proposta che il Governo gli ha fatto di potersi impegnare per l’emergenza sanitaria in Calabria. Ha anche tuttavia precisato che nonostante i colloqui con il Governo non gli sarebbe stata ancora avanzata nessuna proposta formale, non mancando tuttavia il supporto alla Calabria dove con Emergency ha lavorato molto. ” Una settimana fa ho ricevuto la richiesta da parte del Governo di impegnarmi in prima persona per l’emergenza sanitaria in Calabria. Ho chiesto alcuni chiarimenti sul mandato e sulle modalità di lavoro, ponendo una condizione fondamentale: non sono disponibile a fare il candidato di facciata né a rappresentare una parte politica, ma metterei a disposizione la mia esperienza solo se ci fossero la volontà e le premesse per un reale cambiamento. Ho sentito qualche commentatore dire che – dopo tanti giorni – dovrei “decidere se accettare o meno l’incarico”. Non sono in questa condizione perché dopo quei primi colloqui non mi è stata fatta alcuna proposta formale. Sia chiaro: non ho nulla da recriminare nei confronti del governo che ha ovviamente facoltà di scegliere il candidato che ritiene più adatto a questo incarico. Non voglio però neanche alimentare l’equivoco di una mia indecisione: da medico, ritengo che in un momento di grave emergenza sanitaria per il nostro Paese, tutti debbano dare una mano e con questo spirito avevo messo a disposizione il lavoro mio e di EMERGENCY che già opera da 15 anni in molte regioni italiane, Calabria inclusa. Nel frastuono delle tante voci di questi giorni, ho avuto anche l’occasione di sentire la fiducia e la voglia di fare di tanti cittadini, calabresi e non, infermieri e medici e rappresentanti delle istituzioni, che ringrazio per il sostegno e per l’apprezzamento che hanno dimostrato per il lavoro mio e di EMERGENCY”.
Eugenio Gaudio indagato. Nel frattempo la nomina di Eugenio Gaudio potrebbe essere a rischio. Il Neocommissario alla sanità in Calabria sarebbe indagato per concorso in turbativa dalla Procura di Catania in un’inchiesta del 2019 sui concorsi truccati all’Università. Stando a quanto riporta il quotidiano Domani Gaudio sarebbe stato indagato e al momento sembrerebbe che si possa procedere con l’archiviazione. Ad oggi la richiesta dovrebbe essere ancora approvata. Sarebbero diversi i professori coinvolti negli atenei di tutta Italia.
Strada, il tandem Gaudio non esiste.
In seguito alla notizia che vedrebbero Gaudio commissario alla sanità in Calabria, Gino Strada è tornato a parlare del tandem che lo vedrebbero insieme a quest’ultimo, dichiarando che si tratta di un’accoppiata che semplicemente non esiste. Per quanto riguarda l’incarico che gli sarebbe stato dato con delega speciale Gino Strada parla chiaro parlando che ancora non sono stati definiti i termini di tale collaborazione con il Governo specificando: “Ribadisco di aver dato al Presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini”. Strada ha poi proseguito dichiarando di come questa situazione in divenire lo stia mettendo a disagio: “Sono abituato a comunicare quando faccio le cose – a volte anche dopo averle fatte – quindi mi trovo a disagio in una situazione in cui si parla di qualcosa ancora da definire. Ringrazio il Governo per la fiducia e rinnovo la disponibilità a discutere di un possibile coinvolgimento mio e di EMERGENCY su progetti concreti per l’emergenza sanitaria che siano di aiuto ai cittadini calabresi”.
Giovanni Tizian e Nello Trocchia per editorialedomani.it il 16 novembre 2020. Il nuovo commissario per la sanità calabrese Eugenio Gaudio è ancora indagato a Catania nell’ambito dell’inchiesta sull’università. Gaudio aveva ricevuto l’avviso di conclusione indagine e subito dopo era stato interrogato. La sua versione dei fatti sull’accusa che gli contestano i magistrati ha convinto questi ultimi, spiegano fonti della procura. La maledizione dei commissari alla sanità in Calabria continua. Il governo e il ministro competente, Roberto Speranza, sono riusciti in meno di dieci giorni a sbagliarne due, ma anche la terza nomina presenta una criticità. Dopo l’addio del generale Saverio Cotticelli, le dimissioni di Giuseppe Zuccatelli, il governo ha nominato un indagato: Gaudio, rettore uscente dell’università La Sapienza di Roma. Sarà affiancato, nel ruolo di supporto, da Gino Strada, fondatore di Emergency. L’inchiesta nella quale è coinvolto Gaudio è quella relativa ai concorsi truccati. Nel 2019 l’indagine della Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha travolto il mondo universitario etneo, coinvolgendo 66 persone, per alcune sono scattate le misure cautelari. In questa indagine Gaudio è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui, il reato è il concorso in turbativa. Precisiamo che per la sua posizione è arrivato l’avviso delle conclusioni delle indagini, Gaudio si è fatto interrogare e, spiegano fonti autorevoli, la sua difesa ha fatto riflettere gli inquirenti che al momento propendono per una richiesta di archiviazione nei suoi confronti. Anche il suo avvocato difensore ha dichiarato di avere «buoni motivi per ritenere imminente l’archiviazione». Tuttavia ancora non è stata fatta e deve comunque passare al vaglio di un giudice, che dovrà condividere o meno l’eventuale richiesta di archiviazione della procura di Catania.
Calabria, il neo commissario Gaudio indagato dalla procura di Catania. Gaudio è indagato dalla procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta sui concorsi truccati all'università. Federico Giuliani, Lunedì 16/11/2020 su Il Giornale. Pronti, via: neanche il tempo di essere scelto dal governo come nuovo commissario alla Sanità in Calabria che Eugenio Gaudio è subito finito nell'occhio del ciclone. Gaudio è infatti indagato dalla Procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta sui concorsi truccati all'università. Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, l'ex rettore dell'Università La Sapienza di Roma aveva ricevuto l'avviso di conclusione indagine e subito dopo era stato interrogato. Dunque, in meno di dieci giorni, il ministro competente, Roberto Speranza, e l'esecutivo sono riusciti a mettere sul tavolo tre nomine collegate ad altrettante criticità. L'inchiesta nella quale è coinvolto Gaudio è stata avviata nel 2019 dal Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro e dalla pm Raffaella Vinciguerra. Sono 66 le persone coinvolte tra cui molti esponenti del mondo universitario etneo. "In questa indagine Gaudio è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui, il reato è il concorso in turbativa", si legge su Domani.
Le indagini e l'inchiesta. Sembra che per la sua posizione sia in arrivo l'avviso delle conclusioni delle indagini. "Gaudio si è fatto interrogare e, spiegano fonti autorevoli, la sua difesa ha fatto riflettere gli inquirenti che al momento propendono per una richiesta di archiviazione nei suoi confronti", scrive ancora il quotidiano. In ogni caso la suddetta richiesta di archiviazione non è ancora stata fatta e deve prima passare al vaglio di un giudice, chiamato a condividere o meno l'eventuale archiviazione della procura di Catania. Gaudio dovrebbe essere affiancato, nel ruolo di supporto, dal fondatore di Emergency, Gino Strada. Profilo, quest'ultimo particolarmente gradito al Movimento 5 Stelle. Strada ha tuttavia ribadito di "aver dato al Presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini". In ogni caso il neo commissario è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui. Il reato è concorso in turbativa. Ricapitolando, la Regione Calabria ha visto evaporare come neve al sole prima Saverio Cotticelli poi Giuseppe Zucatelli. Ricordiamo che Cotticelli si è dimesso dopo l'intervista a Titolo V mentre Zucatelli, chiamato a sostituire il collega, ha fatto altrettanto dopo la bufera che lo ha coinvolto nei giorni scorsi, legata a un video in cui definiva inutili le mascherine. Adesso è la volta di Gaudio.
Strada: "Tandem con Gaudio non esiste". Abbiamo parlato di Gino Strada. Ebbene, il fondatore di Emergency ha dichiarato che, nonostante la disponibilità data al governo, non esiste ancora alcun tandem con Gaudio. "Apprendo dai media che ci sarebbe un tandem Gaudio-Strada a guidare la sanità in Calabria. Questo tandem semplicemente non esiste. Sono abituato a comunicare quando faccio le cose - a volte anche dopo averle fatte - quindi mi trovo a disagio in una situazione in cui si parla di qualcosa ancora da definire", ha scritto lo stesso Strada su Facebook, rinnovando la disponibilità a discutere "di un possibile coinvolgimento mio e di Emergency su progetti concreti per l'emergenza sanitaria che siano di aiuto ai cittadini calabresi". Nel frattempo la Lega ha attaccato l'esecutivo per l'ennesimo pasticcio. Emblematiche le parole del leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato: "Hanno spalancato i porti ai clandestini, adesso nominano Gino Strada, la prossima volta daranno un incarico anche alla figlia di Strada oppure a Carola Rackete? Sul ponte dello Stretto non sventola più la bandiera bianca di Battiato ma quella rossa di Conte e dei Cinque Stelle". "La nomina di Gino Strada in Calabria - ha aggiunto Calderoli - certifica che la deriva dei Cinque Stelle e del loro premier Conte verso una sinistra, non solo quella di Leu, sempre più rossa ed estrema sta assumendo una deriva ideologica da sinistra extraparlamentare. La scelta di Strada, scelta dei Cinque Stelle e soprattutto di Conte, è il tributo ai loro veri alleati della sinistra estrema, al ministro Speranza, a Leu e alle Sardine rosse che, finora, lo ricordiamo, non hanno mai preso un voto".
Strada e Gaudio: falce e tampone per la Calabria. Max Del Papa il 16 novembre 2020 su Nicola Porro.it. È straordinario: “La Calabria ha bisogno di Gino Strada, sia nominato oggi, subito”. Firmato Matteo Renzi aka il Bomba. E invoca uno che proviene dal ’68 movimentista. Con rottamatori così, chi ha bisogno di vecchi arnesi?, parliamo del giovane frequentatore della Ruota della Fortuna, mica dell’altro. Gira che ti rigira amore bello, i compagni post tutto ritornano alla comune, al compagnero: la sinistra riparta da Gino. La storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di comunismo, la seconda in forma di comunismo. Il governo si vergogna di avere affidato la pubblica sanità calabrese metastizzata dalla ‘ndrangheta prima ad un generale in pensione talmente incompetente, per diretta ammissione, da arrivare a dire: mah, non so più niente, mi avranno drogato; poi ad un successore al di là del negazionismo, per prendere il Covid bisogna infilarsi la lingua in gola per un quarto d’ora. Oltre la tragedia e oltre la farsa. Conte se li sceglie col lanternino e alla terza opzione le lanterne son rosse fuoco, non si risolverà niente in Calabria ma forse si risolve qualcosa a Roma, palazzo Chigi, dove il puntello del Pd scricchiola sempre più. Ma il santo Emergencyale da solo non basta e gli affiancano un rettore, quello della Sapienza: da Gino a Eugenio, breve è la Strada che conduce al Gaudio, cosentino verace, medico pregno di riconoscimenti plurimi e ideologicamente impeccabili: fra i tanti, un attestato delizioso: insignito il 1 novembre 2019 a Wuhan, presso la Zhongnan University of Economics and Law, del prestigioso Honorary Doctoral Degree in Economics and Law dal Governo della Repubblica popolare cinese. Cioè ha preso un premio a Wuhan, terra d’origine del Covid, esattamente quando il Covid fuggiva dai laboratori degli apprendisti stregone. Che vuoi di più dalla vita? Un Lucano (Mimmo, inventore del prodigioso modello Riace, ispirato a sicura dissipazione)? Tocca al dream pool mettere ordine nel gran casino calabrese e per Gino stanno esultando come un coro militare tutte le giubbe rosse sulla piazza: le varie estreme, da SeL a LeU, che son come l’araba fenice, che ci siano ciascun lo dice ma cosa facciano nessun lo sa, il sedicente riformismo progressista piddino, e poi il citato Lucano, le immancabili sardine, l’Anpi reducista, i centri sociali, le frange maduriste, il mondo antagonista, il revanscismo comunista. Forse il superpool falce & tampone (ma Strada dice che “il tandem non esiste”) schiererà pure l’immunologo Galli, altro sessantottino per sempre, quello che spinge per lockdown totali, sovietici, e vuole proibire “il superfluo”, che sarebbe tutto ciò che non piace a lui, e vuole impedire le visite ai cimiteri, che è tutta paccottiglia fideista, e vuole mettere sotto chiave anche il Natale, basta regali, cenoni, lucette, robaccia da deviazionismo borghese. Il dream team per salvare la Calabria sanitaria assomiglia alla squadra di calcio di Alberto Sordi: BorgoRosso, Rosso, Rosso… A sinistra tutti si scapigliano e si accapigliano e, essendo Arcuri imbarazzante per sicumera non giustificata, cercano di ripartire dal Red Pool. Che ironia, però, uno come Gino, sempre antagonista contro ogni potere, divisa, autorità, ritrovarsi nel ruolo di vicecommissario Strada. Come si cambia, per non cambiare, quando la realtà supera ogni fiction. Max Del Papa
In Calabria arriva Gino Strada: "Abbiamo siglato un accordo". Gino Strada ha annunciato un accordo tra Emergency e la Protezione civile, per intervenire sull'emergenza sanitaria in Calabria. Francesca Bernasconi, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. C'è un accordo di collaborazione tra la Protezione civile ed Emergency. Gino Strada, il fondatore dell'associazione, scende in campo per aiutare a rispondere all'emergenza sanitaria che sta affliggendo la Calabria, dove in pochi giorni si sono succeduti tre Commissari designati alla Sanità. Non sarà lui ad accogliere la nomina, ma l'associazione aiuterà a gestire l'emergenza. Ad annunciarlo è il medico stesso che, sul suo profilo Facebook ha confermato: "Oggi pomeriggio abbiamo definito un accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all'emergenza sanitaria in Calabria". I lavori inizieranno domani mattina, per mettere a punto "un progetto da far partire al più presto". Nel post, Strada ringrazia anche "il governo per la stima che ha dimostrato per il lavoro di Emergency e le tante persone che ci hanno dato fiducia, offrendo da subito il loro sostegno". "Considerando l'evoluzione della situazione epidemiologica in atto, si è ritenuto che l'Associazione Emergency possa contribuire a rispondere ad urgenti esigenze di assistenza socio-sanitaria alla popolazione, come la gestione di strutture ospedaliere campali o il supporto all'interno dei "Covid Hotel", nonchè nei punti di triage delle strutture ospedaliere", ha commentato il Dipartimento della Protezione Civile in una nota. E da domani, "l'associazione sarà attiva sul territorio". In 10 giorni, in Calabria si sono succeduti tre Commissari alla Sanità. I problemi erano iniziati a inizio novembre, con le dimissioni di Saverio Cotticelli, ritrovatosi responsabile del piano Covid per la Regione a sua insaputa. Il caos si era scatenato a causa di un'intervista andata in onda su Rai3, durante Titolo V, in cui Cotticelli si mostrava spaesato davanti alle domande del giornalista, che chiedeva il punto sulle terapie intensive in Calabria. Dopo di lui, aveva ricevuto la nomina Giuseppe Zuccatelli, ma anche in questo caso la bufera non aveva tardato ad arrivare, portata da un video in cui il neo Commissario parlava dell'inutilità delle mascherine. Successivamente, Zuccatelli aveva ammesso di aver detto "sicuramente una fesseria", precisando però che le immagini risalivano allo scorso maggio, durante la "prima fase, dove è stato detto di tutto". In molti avevano sperato nelle sue dimissioni, che erano arrivate solamente su richiesta del ministro della Salute, Roberto Speranza, secondo quanto aveva dichiarato lo stesso Zuccatelli al Corriere della Sera. A quel punto, già in molti avevano fatto il nome di Gino Strada, da Matteo Renzi, a Nicola Morra. Ma ieri, dopo le dimissioni di Zucchelli, era spuntato un altro nome, che avrebbe dovuto prendere l'incarico: si trattava di Eugenio Gaudio, il rettore uscente della Sapienza di Roma. Oggi, però. Gaudio ha dichiarato che non avrebbe accettato l'incarico offertogli dal governo: "Motivi personali me lo impediscono", ha detto a Repubblica, specificando che il motivo sarebbe legato alla volontà della moglie di non trasferirsi a Catanzaro. Così, nel giro di pochi giorni, è spuntata l'ennesima dimissione. E ora, dopo le pressioni della maggioranza, in Calabria arriva l'associazione di Gino Strada, anche se il medico non sarà designato ad essere Commissario, intervenendo con un ruolo di consulenza. Ad annunciarlo è stato lui stesso, che ha parlato di un "accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all’emergenza sanitaria in Calabria". I lavori inizieranno domani.
"Bush, Salvini e Minniti? Come Hitler". Strada dà del fascista un po' a tutti. Il body shaming contro Brunetta. Massimo Malpica, Mercoledì 18/11/2020 su Il Giornale. Sicuramente tecnico, ma anche politico per sua stessa ammissione, e per nulla bipartisan. Nel curriculum di Gino Strada non ci sono solo i tanti anni da chirurgo e capo di Emergency, ma anche un continuo ricamo di strali rivolti alla politica, con un occhio di ri(s)guardo per il centrodestra, pur senza trascurare occasionali attacchi anche alla sinistra e ai grillini, che pure nel 2013 lo avevano candidato al Quirinale. La scarsa diplomazia delle sue uscite pubbliche divenne conclamata già nel 2003, quando, a febbraio, Strada disse la sua sul presidente Usa che si apprestava a muovere guerra all'Irak, con un paragone delicatissimo. «Siamo a un passo dalla guerra mondiale e forse da una guerra nucleare. Gli Usa sono pronti ad attaccare, con o senza l'Onu. Mi pare che le analogie con Hitler siano evidenti. Basterebbe chiederlo ai 6 miliardi di cittadini del mondo: chi è secondo voi il nuovo Hitler del terzo millennio? Sarebbe un plebiscito per Bush, sono sicuro». Quello stesso anno, a dicembre, Strada ed Emergency rifiutano i finanziamenti della cooperazione internazionale, come reazione alla decisione di governo e parlamento di prendere parte alla guerra in Afghanistan. Ad aprile 2013, parlando a un Giorno da Pecora, Strada invece sceglie la strada del body shaming per attaccare Renato Brunetta, raccontando che negli ultimi anni aveva scelto di votare solo una volta, nel 2010, per le Comunali di Venezia. «Ho scelto Orsoni racconta perché ho pensato che Brunetta fosse esteticamente incompatibile con Venezia». Le sue esternazioni si moltiplicano soprattutto con il primo governo Conte, quando nel mirino di Strada finisce il ministro dell'interno Matteo Salvini. A giugno 2018 spiega che a 70 anni «non pensavo più di vedere ministri razzisti o sbirri alla guida del mio Paese», sei mesi più tardi definisce il governo «una banda dove una metà sono fascisti e lìaltra metà coglioni», spegnendo anche l''idillio passato con i Cinque stelle, e su Salvini taglia corto: «è il nuovo fascistello». Il leader del Carroccio, ribadisce tre mesi dopo, vanta «l'elemento più caratteristico del fascismo, cioè il razzismo». E ancora su Salvini e sul suo predecessore Minniti, Strada azzarda il paragone che aveva riservato a Bush: «Entrambi spiega - condividono una pratica: si possono anche sacrificare vite umane rispetto a una priorità: l'impenetrabilità dei nostri confini. Non è così lontano dall'idea della Fortezza Europa di Adolf Hitler». Uscito Salvini dal governo, ecco a settembre 2019 Strada invocare "«l giusto silenzio su di lui», salvo tornare ad attaccarlo a febbraio scorso, ironizzando alla sua maniera sulle «differenze» tra il leader leghista e Giorgia Meloni: «Anche tra i gerarchi nazisti c'era discussione fra chi rappresentava meglio la destra». Nel mirino, però, finisce anche il Conte-bis, per i ritardi nell'abrogare i decreti sicurezza, «leggi fasciste» per Strada, che conclude: «C'è una logica fascista e razzista non soltanto nell'opposizione ma anche nel governo». Lo stesso che ora vuole spedirlo a fermare il Covid in Calabria.
Anche Gaudio e Strada rinunciano. Meloni: “I calabresi non meritano questo governo di incapaci”. Carlo Marini martedì 17 Novembre 2020 su Il Secolo D'Italia. Dal “dream team” formato da Gaudio e Strada e annunciato con squilli di tromba, si è passati allo zero assoluto. Le mirabolanti imprese del governo Conte sul prossimo commissario alla Sanità della Calabria non finiscono mai. Oggi pomeriggio, il primo a rinunciare è stato il rettore uscente della Sapienza. Gaudio ha comunicato al ministro della Salute, Roberto Speranza di dover dire no per motivi familiari. Dopo poche ore è arrivato anche il secco no del fondatore di Emergency. Anche questa volta è stata una doccia scozzese per il governo. Quattro commissari liquefatti in pochi giorni non si era mai visto. In tutto questo, come nota la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni a farne le spese sono i cittadini calabresi. «Conte e Speranza trasformano in farsa la nomina del commissario alla Sanità in Calabria. A pagarne le spese sono i cittadini calabresi che non meritano un governo di presuntuosi incompetenti». E sulla rinuncia di Gaudio e Strada è durissimo anche l’assessore regionale di FdI. «Sembra una telenovela. A noi non interessa chi nominano, basta che sia una figura di discontinuità che venga ad operare con serietà. Ci eravamo rallegrati per la nomina dell’ex rettore Gaudio, che ora ha rinunciato. Ma verificassero bene prima di nominarli. E imbarazzante». Così l’assessore al Turismo della Regione Calabria, Fausto Orsomarso, commentando la rinuncia di Eugenio Gaudio. «Le istituzioni sono una cosa seria – spiega Orsomarso -, la Calabria non merita questo, e con grande rispetto dico, e lo abbiamo detto anche in Consiglio regionale, che il primo responsabile è il ministro della Salute Roberto Speranza. Cotticelli prima, Zuccatelli poi, e ora Gaudio, significa che il ministro si sta occupando in modo poco serio dei problemi della Calabria e quindi dell’Italia. Nulla si personale, ma è irresponsabile e imbarazzante. Così perdono tutte le istituzioni. Non è possibile dedicare tre Consigli dei ministri alla Calabria senza azzeccarne una», conclude l’assessore.
Corrado Zunino per repubblica.it il 17 novembre 2020. Eugenio Gaudio, appena nominato dal Consiglio dei ministri nuovo commissario alla Sanità in Calabria, ha rinunciato al suo incarico. Lo ha annunciato a Repubblica lo stesso rettore in carica dell'Università La Sapienza di Roma.
Rettore, ci spiega perché non vuole prendere in mano un comparto così importante e disastrato della Regione Calabria?
"Motivi personali e familiari me lo impediscono".
Deve spiegare meglio, altrimenti non si capisce e partono le illazioni.
"Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare".
C'entra l'ansia per un incarico così diverso da quello di medico e rettore?
"Sarebbe una sfida importante, ma la famiglia per me è un valore primario".
E' rimasto ferito per le notizie che hanno richiamato un suo coinvolgimento, nell'estate 2019, nell'inchiesta sull'Università di Catania?
"Sono sempre colpito dall'imbarbarimento della politica. Le do una notizia in proposito: il procuratore di Catania ha appena fatto sapere al mio avvocato che è andato a depositare la richiesta di archiviazione per la mia presunta turbativa nei concorsi. Ne esco come ne sono entrato, pulito. Vorrei ricordare questo...".
Dica?
"Ho mandato i miei figli a studiare in Inghilterra, a Cambridge e Coventry, per evitare che si iscrivessero alla Sapienza di Roma, che chicchessia potesse avanzare illazioni nei loro e mei miei confronti. Ho vissuto così e vedermi tirato dentro un'inchiesta per alcune telefonate in cui dico che non faccio impicci, sì, mi ha fatto male".
Lei è un medico che, nei cinque anni di mandato, ha migliorato conti e iscrizioni della più grande università d'Europa. Sarebbe stato in grado di guidare una realtà storicamente malata qual è la sanità calabrese?
"Avrei voluto provare, è un impegno gravoso ma mi sono sempre messo a disposizione del servizio pubblico. Ho trovato resistenze in casa, e a questo mi piego. L'ho detto per tempo al ministro Speranza".
Gino Strada, candidato in un primo tempo a fare tandem con lei, ha scritto una lettera che dice: "Il tandem con Gaudio semplicemente non esiste". Nasce da quella lettera la sua decisione di rinunciare?".
"No, non sono quelli i problemi, ho passato tutto il mandato in Sapienza a trovare coinvolgimenti, mediare. La scelta è mia, non posso fare il commissario della Sanità in Calabria".
E' un rettore uscente, adesso che cosa farà?
"Non vado in pensione. Continuo a insegnare, un mestiere meraviglioso. I miei due corsi di Medicina. E poi sono consulente del ministro Manfredi e continuo a dirigere l'osservatorio delle scuole di specializzazione di Medicina".
Da liberoquotidiano.it il 17 novembre 2020. “Come sanno i suoi amici, Domenico Arcuri è noto anche per essere chiamato in privato ‘ciao come sto’”. Così Claudio Cerasa ha suscitato grande ilarità nello studio di Tagadà, con Tiziana Panella che ha esclamato “questa non la sapevo”. “Questa è una chicca”, ha aggiunto sorridendo il direttore de Il Foglio, che ha poi offerto il suo punto di vista sul commissario all’emergenza coronavirus: “È evidente che se viene scelto per fare qualsiasi cosa vuol dire che qualche capacità probabilmente ce l’ha, anche se tende a nasconderla molto bene. Però se fa il commissario di una quantità incredibile di cose, mi risulta strano che abbia anche il tempo di andare così spesso a fare conferenze stampa che servono a mettere in mostra il proprio narcisismo più che la capacità di risolvere i problemi”. Infine Cerasa ha auspicato che Arcuri, essendo la persona di riferimento per le terapie intensive e per i vaccini, “si dedichi più alle cose da fare che a quelle da dire, perché poi come comunicatore potrebbe fare meglio”.
Da corriere.it il 17 novembre 2020. È pesante la replica dell’Associazione dei medici anestesisti e rianimatori (Anaao) alle parole pronunciate oggi dal commissario straordinario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, secondo cui attualmente in Italia, con 3.300 ricoverati «non c’è pressione sulle terapie intensive». Arcuri, intervenuto alla conferenza ”Finanza e sistema Paese un anno dopo” durante la Digital Finance Community Week, ha detto anche che «al picco abbiamo avuto nel nostro Paese circa 7 mila pazienti in rianimazione; mentre oggi abbiamo circa 10 mila posti di terapia intensiva e arriveremo a 11.300 nel prossimo mese».
«Oltre la soglia critica». Ad insorgere è il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Carlo Palermo: «I posti di terapia intensiva oggi disponibili ed attivi in Italia sono intorno a 7.500 e non 11mila — afferma —. È questa infatti, con gli organici a disposizione, la dotazione massima con cui si possono garantire numeri e cure di qualità». E Palermo quindi puntualizza: «La soglia del 30%, indicata come livello di allarme, di posti letto di Terapia intensiva dedicati alla Covid-19 è quindi posta intorno a 2.300 ricoveri. I dati sui ricoveri totali di malati Covid-19 in Terapia intensiva, 3.492, indicano che ormai siamo ben oltre il 40% dei posti presenti. In molte realtà i pazienti aspettano ore, se non giorni, anche intubati, nei pronto soccorso prima di essere avviati nei reparti intensivi. Va ribadito poi che circa il 60% di questi letti è già occupato da pazienti con malattie gravissime come ictus, infarti, politraumi, stati di shock, sepsi e insufficienze multi-organo, che ovviamente non possono essere collocati in altri setting assistenziali».
«Un azzardo». Ma contro Arcuri si schiera anche Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia In Salute e Coordinatore dell’Unità Sanitaria di Crisi della AUSL Toscana Centro per l’emergenza pandemica da SARS-COV-2 . «Il commissario all’emergenza Covid sbaglia — sottolinea il presidente —, il picco di pazienti Covid in terapia intensiva nella prima ondata è stato non di “circa 7 mila” come dice lui ma di 4.068, il 3 aprile. E dire che oggi non vi è pressione in questi reparti è un azzardo».
Le mascherine di Arcuri? Troppo grandi o strette e difficili da togliere. Invitalia manda alle elementari dispositivi per adulti, che spesso non vengono usati. Marta Bravi, Mercoledì 18/11/2020 su Il Giornale. Mascherine da adulti per bambini, troppo grandi per le dimensioni del volto, impossibili da far aderire al viso, in alcuni casi dotate di elastico da far passare dietro la testa che le rendono ostiche alla maggioranza degli alunni e di fatto inutilizzabili. Si parla di migliaia di dispositivi che il governo, o meglio la struttura coordinata dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri invia alle scuole di tutta Italia. Le segnalazioni in questo caso arrivano dalle scuole primarie di Milano, che hanno segnalato l'errore e lo spreco conseguente. La tipologia IIR è stata in prevalenza distribuita da settembre: si tratta di mascherine di formato pediatrico, ma con gli elastici dietro la testa. La maggior parte dei bimbi le trovano «opprimenti», gli altri che riescono ad indossarle per la dimensione piccola della testa, al momento di toglierle in autonomia fanno passare la parte esterna sul volto, cosa che andrebbe assolutamente evitata. Inoltre l'assenza del ferretto da stringere sopra al naso fa sì che la mascherina sia più «mobile» di quanto dovrebbe, non trovandosi ad aderire al volto di chi la indossa. Il risultato è che per poter utilizzare comunque le mascherine, gli elastici vengono tagliati e di nuovo attaccati (in vari e fantasiosi modi) per poterli posizionare dietro le orecchie, ma nella maggioranza dei casi le mascherine non vengono usate del tutto, con un enorme spreco di risorse pubbliche, e di conseguenza con le famiglie che si trovano a sobbarcarsi anche la spesa dei dispositivi formato bimbo. A ciò si aggiunge lo smaltimento delle mascherine inutilizzate. Con il Dpcm del 3 novembre per le elementari e le prime medie, uniche ad avere garantita la didattica in presenza, l'uso della dispositivi di protezione individuale è diventato obbligatorio anche al banco e i bambini sono tenuti a cambiarli a metà giornata. A ogni alunno viene ora distribuito un pacchetto di 10 pezzi per la settimana, peccato che si sia in formato per adulti. L'aspetto che lascia assolutamente perplessi è che Invitalia, la struttura guidata da Arcuri, pur essendo ovviamente a conoscenza dell'utenza cui i dispositivi sono destinati, ha inviato mascherine per adulti. E solo dopo l'ennesima segnalazione, ha pensato di modificare la fornitura. «Si conferma anzitutto che la struttura commissariale provvede alla fornitura gratuita di mascherine chirurgiche destinata agli studenti di scuole primarie, secondarie di I e II grado nonché al personale docente e non docente di ogni ordine e grado - si legge nella risposta, che non tiene conto del fatto che gli studenti delle scuole superiori sono ormai a casa-. Proprio per venire incontro alla segnalazioni ricevute, da qualche giorno, abbiamo deciso di far realizzare anche per i più piccoli le mascherine con gli elastici dietro le orecchie. Come quelle che avete chiesto. Servirà ancora qualche settimana, e quando saranno pronte le manderemo in tutte le scuole d'Italia». Ma ancora più scioccante è la risposta finale: «Laddove nel frattempo la tipologia di mascherine non fosse conforme alle Vostre esigenze, potremo fornire quelle per adulti».
In Calabria va in scena la tragicommedia del governo Conte. Tre commissari in dieci giorni. In Calabria sta andando in scena una vera e propria tragicommedia, dopo le dimissioni di Eugenio Gaudio arrivate oggi "per colpa della moglie". Francesco Curridori, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. Tre commissari in dieci giorni. Se fosse un film, ci sarebbe da ridere. E, invece, è la tragica realtà che sta vivendo la Regione Calabria che, dopo le doverose dimissioni di Saverio Cotticelli e di Giuseppe Zuccatelli, si ritrova prima priva anche di Eugenio Gaudio. L’ex rettore dell’Università La Sapienza di Roma ha spiegato che la sua scelta è dettata da “motivi personali e familiari”. “Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare", ha aggiunto Gaudio. Nessuno mette in dubbio che il passaggio da Roma a Catanzaro possa essere un cambiamento traumatico per chi magari è abituato alla vita della Capitale, ma siamo davvero sicuri che le polemiche degli ultimi giorni non abbiano avuto alcuna influenza nella rinuncia di Gaudio? L’ombra di Gino Strada, fondatore di Emergency, cercato e poi abbandonato dal premier Giuseppe Conte, deve essere stata alquanto ingombrante e l’ipotesi di nominarlo consulente del nuovo commissario, al di là delle smentite di rito, non dev’essere piaciuta a Gaudio. Il governo ce la mette tutta, ma, per quanto si sforzi, non riesce proprio a sbrogliare la matassa calabrese. Tutto, come sappiamo, ha inizio con l’intervista che il generale Cotticelli rilascia alla trasmissione Titolo V durante la quale ammette candidamente di non sapere che spettasse a lui stilare il piano Covid e non era a conoscenza neppure del numero esatto di letti di terapia intensiva disponibili per la Calabria. In pratica, quasi un omaggio all’incompetenza. Un’intervista così scandalosa che il premier Conte, il mattino dopo, lo licenzia con un tweet. Gli esponenti di maggioranza respingono con prontezza le critiche di Salvini: “Cotticelli è lì dal 2018, lo hai nominato tu”. Peccato però che, solo pochi giorni prima di quella fatale intervista, proprio il governo Conte-bis aveva attribuito degli ulteriori poteri a Cotticelli. Ma, ormai, dare le colpe a Salvini su qualsiasi cosa avvenga in Italia sta quasi diventando una prassi tra le forze di maggioranza. La nomina di Zuccatelli, invece, è tutta opera del ministro Roberto Speranza dato che il predecessore di Gaudio è un bersaniano di ferro che nel 2018 si candidò alle politiche con LeU. Zuccatelli è, forse, uno dei rarissimi di negazionisti di sinistra ed è bastato un vecchio video per innescare un vespaio infinito di polemiche. Quella che sembra una tragicommedia sta assumendo sempre più i contorni di un film horror del quale non si vede ancora la fine. Solo il futuro saprà svelarci quale pantomima ci riserverà il governo Conte….
Covid, la farsa dei super tecnici. Il caos in Calabria è l'ultimo degli errori del governo. Durante la pandemia fioccano le nomine, ma senza risultati. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. Se ancora avessimo avuto bisogno di una prova del fallimento della stagione dei super tecnici, ecco che il brutto pasticcio consumato sulla pelle dei calabresi ce l'ha fornita. Negli ultimi dieci giorni, mentre la regione sta lottando contro il dilagare del contagio e la conseguente emergenza sanitaria, sono saltate tre teste. Una dopo l'altra. Giù come birilli. Così, dopo le dimissioni di Eugenio Gaudio (nominato appena ventiquattr'ore prima), la Calabria si è ritrovata nuovamente senza commissario alla Sanità in un momento in cui non può certo permettersi un passo falso di questo tipo. "Ora attendiamo se ne vada pure Speranza...", ha commentato nelle ultime ore Matteo Salvini sparando contro il ministro della Salute. Al centro della bufera, però, finisce anche Palazzo Chigi che sin dall'inizio della pandemia ha deciso di mettersi nella mani dei tecnici augurando così una lunga stagione di gaffe, passi falsi, polemiche e buchi nell'acqua.
Lo "scippo" delle competenze. Alla fine di gennaio, quando inizia a essere chiaro che le "polmoniti atipiche" registrate a Wuhan sono più gravi di quanto non si immaginasse, il dossier finisce sulla scrivania del ministero della Salute. Ed è da lì che escono le prime, caotiche circolari che dicono tutto e il contrario di tutto. Speranza mette il suo vice, Pierpaolo Sileri, su un aereo e lo spedisce in Cina per gestire il rientro degli italiani bloccati a Wuhan. Nonostante i primi passi falsi, la pratica rimane nelle sue mani anche quando a Roma vengono scoperti due turisti cinesi positivi. Poi, però, qualcosa si inceppa. Ancora prima che a Codogno venga scoperto il "paziente uno", come ricostruito nel Libro nero del coronavirus (clicca qui), il ministro finisce dietro le quinte. Il 31 gennaio, dichiarando lo Stato di emergenza, il premier Giuseppe Conte decide di togliergli dalle mani il dossier e di affidarlo ad Angelo Borrelli. Al capo della Protezione civile, sebbene del tutto inesperto in ambito medico e sanitario, vengono dati poteri speciali e diretti per gestire l'emergenza. Difficile ipotizzare il motivo di questa scelta. Secondo Sileri, Speranza non ha mai voluto fare il commissario. "Non è nel suo carattere...", ha rivelato il viceministro. Sta di fatto che in quel momento il premier decide di affidare le sorti del Paese a una task force di tecnici che aumenterà di giorno in giorno senza produrre mai risultati apprezzabili. Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell'Università di Padova, ha individuato subito il nocciolo del problema. "C'è un problema di Cts non tanto nella composizione, quanto nell'assenza. Possibile che non ci siano le migliori menti delle università italiane?". Da quando Conte ha affidato la gestione dell'emergenza a Borrelli, abbiamo assistito a un imbarazzante e repentino moltiplicarsi di poltrone, incarichi e deleghe che, come dicevamo, non ha portato a grandi risultati. Nel giro di un paio di mesi accanto al capo della Protezione civile, chiamato a coordinarne e organizzarne il lavoro, ecco spuntare fuori Domenico Arcuri, a cui viene affidato l'approvvigionamento delle forniture sanitarie. Da subito soprannominato "mister Mascherina" per i pasticci inanellati, viene percepito come una sorta di anti Borrelli. Una sorta di commissario del commissario. Difficile capire il perché dello sdoppiamento delle figure. Sta di fatto che al super commissario vengono affidati i dossier più spinosi: dalle mascherine ai ventilatori, fino ai "banchi a rotelle" per riportare gli studenti in classe. I risultati della sua gestione vengono bocciati ripetutamente dalle opposizioni che in più di un'occasione ne chiedono le dimissioni, ma Conte continua ad affidarsi a lui. Tanto che Arcuri si troverà a dover gestire anche la pratica dei vaccini.
Le meteore. A luglio, per dare una "mano" di rosa alle innumerevoli task force che aveva creato, Conte aveva fatto un'infornata di donne. Del tutto inutile. Aldilà del rispetto delle "quote rosa", non è dato infatti sapere se queste nomine abbiano prodotto un risultato. Ma non dobbiamo stupirci. Non è certo l'unica trovata del governo a finire in un buco nell'acqua. Che dire, per esempio, dei sessantaquattro esperti infilati nella task force tecnologica voluta dalla ministra all'Innovazione Paola Pisano? E che dire di Vittorio Colao? Quest'ultimo è stato chiamato a guidare la squadra che doveva accompagnare il Paese nella "fase 2" ponendo le basi per il rilancio del sistema economico. Aldilà dei bonus e delle mancette non si è visto molto di più. Tra le meteore, a cui il governo ha legato il proprio destino e il destino dell'Italia, non possiamo non annoverare anche i tre commissari chiamati a gestire la sanità in Calabria. Prima è toccato a Saverio Cotticelli che, in un'unica intervista alla trasmissione di Rai3 Titolo V, ci ha svelato di non aver la benché minima idea del numero dei letti in terapia intensiva e di non sapere di essere il responsabile del "piano Covid" della regione. Chiuso con lui, ecco subentrare per pochi giorni Guglielmo Zuccatelli, padre di una tesi alquanto insolita sull'inefficacia delle mascherine: "Non servono a un cazzo, ve lo dico in inglese stretto. Sapete cosa serve? La distanza. Perché per beccarti il virus, se io fossi positivo, dovresti baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca". Dulcis in fundo, Speranza si affida a Gaudio (già indagato dalla procura di Catania) per uscire dal pantano. Ma quest'ultimo li gela: "Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro". Ultimo schiaffo al Paese che cerca di uscire dalla pandemia. Nonostante le task force.
La gogna contro Gaudio la paga la disastrata sanità calabrese. Davide Varì su Il Dubbio il 17 novembre 2020. La stampa ha crocifisso il neocommissario alla sanità calabrese presentato un’indagine come fosse una condanna. Lui ha lasciato l’incarico ma sono i calabresi a pagarne le conseguenze. E’ bastata una sola indagine, una macchia montata ad arte dalla stampa per convincere Eugenio Gaudio a rinunciare all’incarico di commissario della sanità calabrese. Ma stavolta la vittima della gogna mediatica non è il diretto interessato – il quale probabilmente vedrà archiviata la sua posizione di indagato nel giro di qualche giorno. No, la vera vittima è il popolo calabrese e la sua disastrata sanità. Gaudio, già rettore dell’Università La Sapienza e autore di più di 500 pubblicazioni sulle più note riviste scientifiche del mondo, sarebbe stato il primo medico a prendere in mano il sistema sanitario calabrese dopo decenni di gestione (disastrosa) affidata a generali della finanza e dei carabinieri. Risultato: record di morti per malasanità, strutture fatiscenti e immigrazione sanitaria tra le più alte d’Europa. Come dimenticare la tragica e incredibile storia di Federica Monteleone, la ragazza 17enne morta nel corso di un’operazione di appendicite per un banalissimo blackout e l’assenza di un semplice generatore di corrente? E così i calabresi vanno a farsi curare in Lombardia o nel Lazio pur di non rischiare la pelle. E c’è da capirli. Insomma, Gaudio, crocifisso dalla stampa e dalla politica, sarebbe stato il primo commissario alla sanità degno di questo nome. Ma la stampa “scandalistica”, e qualche politico, ha preferito spulciare nei polverosi casellari giudiziari presentando un’indagine come fosse una sentenza di condanna piuttosto che valutare la sua indiscutibile preparazione professionale. E la Calabria ringrazia…
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'11 novembre 2020. Non abbiamo posti per la terapia intensiva, ma abbiamo Giuseppe Tiani, il manager che gestisce gli appalti della sanità in Puglia maneggiando un ciondolo liberamente ispirato al «pendolino» del compianto Maurizio Mosca. Tiani se lo è sfilato dal collo durante un' audizione alla commissione Affari Costituzionali, il sancta sanctorum della democrazia. Leggendo un testo scritto - forse un dépliant, forse le memorie di Vanna Marchi - ha spiegato che si trattava di un micropurificatore d' aria. Per la modica cifra di 50 euro, ha detto, questa meraviglia di produzione israeliana genera dei cationi in grado di inibire qualsiasi virus di segno positivo si aggiri nel raggio di un metro cubo. Alla parola «cationi» è serpeggiato un comprensibile sgomento tra gli astanti, e il Tiani ne ha approfittato per raccomandare l' acquisto del ciondolo da parte dello Stato, così da poterlo dare in dotazione a medici e poliziotti (egli è anche segretario di un sindacato di polizia). «Ci aiuterebbe a combattere il virus», ha concluso, agitandolo davanti ai padri della Patria in stato di ipnosi. Più tardi ha negato di essersi riferito alla pandemia, lasciando tutti nel dubbio: esiste dunque un altro virus contro cui dobbiamo combattere, oltre al Covid e alle castronerie? Oppure anche Tiani parlava sotto l' effetto di droghe, come il commissario alla Sanità calabrese della settimana scorsa? Se questi sono gli uomini che governano la nostra salute, il ciondolo di cui abbiamo più bisogno è un portafortuna.
Salvatore Dama per “Libero Quotidiano” l'11 novembre 2020. È tutto un giramento di cationi. È così che funziona l'amuleto anti-covid. Sì, ok, sembra la classica "calla" da televendita notturna. Ma c' è chi ci crede. Un tizio in particolare. Tale Giuseppe Tiani. Non proprio un fesso qualsiasi. Ma il presidente di InnovaPuglia, ovvero la centrale degli appalti della Regione guidata da Michele Emiliano. Uno che gestisce un giro di forniture da un miliardo di euro all' anno. Per dire. Ebbene, se guardi il video che sta circolando in rete, puoi essere tratto in inganno. Il nostro Tiani sembra il mago do Nascimiento. Che tira fuori un amuleto dal collo della camicia - un pezzo di latta luccicante appeso a un cordino di caucciù - e ne magnifica gli effetti benefici. Validi, a suo dire, anche contro il coronavirus. Poi, se metti a fuoco meglio la scena, capisci che fa sul serio. Non è in onda su Tv Luna, ma sta parlando sul circuito interno della Camera dei deputati, in un' audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio. Tiani è anche segretario nazionale del sindacato di polizia Siap. La sua tesi è che la patacca potrebbe essere salvifica per le forze dell' ordine, proteggendole dal contagio. «Io oggi porto al collo questo micro-purificatore d' aria che costa 50 euro, di tecnologia israeliana», spiega il burocrate-sciamano. Il feticcio, precisa, crea una bolla di sicurezza di «un metro cubo intorno alla persona» e genera «dei cationi che inibiscono qualsiasi virus abbia segno positivo». Insomma, averlo con sé ha il vantaggio che nessuno ti rompe i cationi. Neanche il Covid. «È tecnologia che andrebbe distribuita alle forze di polizia del Paese e a tutti i sanitari impegnati», propone Tiani, «questo ci darebbe una mano a fare più serenamente il nostro lavoro e soprattutto a combattere il virus». L' amuleto magico, però, non protegge il presidente di InnovaPuglia dalle polemiche. E ora rischia il posto alla Regione, che gli frutta un emolumento di 40mila euro l' anno. A chiedere al governatore Michele Emiliano di rimuoverlo dall' incarico sono il parlamentare di Italia Viva Ivan Scalfarotto e l' europarlamentare salentino Andrea Caroppo. «Penso sia inutile attardarsi a commentare l' incredibile performance del presidente di InnovaPuglia sul "miracoloso" ciondolo anti-Covid. Sarebbe da riderci di gusto, se non stessimo parlando di una tragedia che anche in Puglia ha disseminato perdite, lutti e dolori. Emiliano lo cacci immediatamente e chieda scusa. Siamo oltre ogni decenza», dice Scalfarotto. «Credo che non debba trascorrere altro tempo: il signor Tiani non deve restare un minuto di più alla guida di InnovaPuglia», gli fa eco Caroppo. Mister Amuleto prova a difendersi: «Non ho mai fatto alcun accostamento tra l' utilizzo del purificatore d' aria individuale di ultima generazione ed il contrasto al Covid-19. A margine di un ben più articolato intervento in tema di immigrazione e sicurezza», spiega Tiani, «ho richiesto anche l' utilizzo della tecnologia più all' avanguardia, evidenziando ai presenti l' esistenza di uno strumento, pubblicizzato da diversi mesi dalla ditta costruttrice attraverso importanti e qualificati quotidiani nazionali e la cui scheda tecnica non è stata mai smentita, che potrebbe essere utile per la salute degli operatori». Cioè, il pataccone israeliano. Tiani si dice «basito» dal clamore delle sue dichiarazioni, oltretutto «interrotte dal presidente della Commissione». L' intromissione gli ha impedito di «concludere il ragionamento, impropriamente abbinato al contrasto del Covid a cui non è mai stato mai fatto alcun riferimento». Sul tema interviene anche il professor Roberto Burioni: «Pare che la pubblica amministrazione si impegni assiduamente a individuare chi ha detto la cosa più irreale sul Covid-19 negli ultimi mesi per affidargli infine un importante incarico». Le polemiche spingono il diretto interessato di nuovo a precisare il suo discorso, stavolta al TgNorba24. Spiega che il «senso dell' intervento era nell' ambito del decreto Sicurezza e Immigrazione», che l' intenzione è di fornire l' amuleto «al personale di polizia, che è particolarmente esposto ad agenti atmosferici infettanti, dai pollini alle polveri sottili al fumo passivo, e a tutto ciò che può essere portatore di virus che certamente non sono il coronavirus. Non mi riferivo a quello», ribadisce. Ma la frittata, oramai, è fatta.
Nicolò Zuliani per termometropolitico.it il 10 novembre 2020. Giuseppe Tiani, segretario di InnovaPuglia, vicequestore e segretario nazionale del sindacato di polizia SIAP, presenta alla camera un ciondolo anti Covid. Lo mostra alla videocamera e spiega: “Questo micropurificatore d’aria di tecnologia israeliana, per un metro cubo attorno alla persona genera dei tachioni che inibiscono, praticamente, qualsiasi virus abbia segno positivo. Ok? È tecnologia che andrebbe distribuita alle forze di polizia del paese, a tutti i sanitari impegnati, perché questo ci darebbe una mano a fare più serenamente il nostro lavoro e soprattutto a combattere il virus. È un neutralizzatore di batteri.” La gente si spertica in ironie e derisioni. Su Twitter i paragoni con Wanna Marchi si sprecano, ma a quanto pare nessuno ha idea di cosa sia quel ciondolo o da dove venga. In rete si trovano tracce di altri tentativi anticovid finiti male. In Indonesia avevano creato una collanina con essenze di eucalipto pubblicizzato dal ministro dell’agricoltura, che aveva scatenato un putiferio. Poi c’era stato lo Shut Out necklace, che sta venendo bandito negli Stati Uniti. Anche in Italia ci sono stati dei timidi tentativi non finiti benissimo, ma nessuno di questi oggetti somiglia al ciondolo mostrato dal vicequestore Tani. Da dove viene? Cos’è? Chi lo produce? Chi l’ha inventato? Si chiama AirMed, ed è prodotto da una startup italiana. “un determinato voltaggio su un’area dotata di miscroscopiche punte accuminate (scritto così, NdA) che fungono da emettitori di ioni. L’elettricità fa in modo che gli elettroni si sviluppino proprio su queste piccolissime punte, per poi essere subito espulsi ed immessi nell’aria; una volta liberati, gli elettroni cercano la molecola di ossigeno più vicina e le si aggrappano, dandole una carica negativa diventano ioni negativi”. Sul canale Youtube della AirMed si trova anche un test, che nomina una certa “Ari’oh – Breath technology”. L’articolo di Repubblica entra nei dettagli con un esperimento condotto dalla Columbia University: Sempre sul sito, alla domanda “perché usare AirMed”, le motivazioni sono che aiuta a ridurre il colesterolo nel sangue, ha effetti positivi su bambini affetti da ADHD, aiuta a proteggersi da virus influenzali, aiuta a contrastare le allergie da pollini e riniti, aiuta a contrastare il particolato (PM2,5 e PM10), aiuta a contrastare virus e batteri, aiuta a dimagrire, aiuta a dormire meglio, rafforza il sistema immunitario e favorisce l’autoguarigione, aiuta le performance cognitive e sportive. È straordinario. Secondo quanto riportato, è possibile acquistare AirMed in farmacia e in parafarmacia. Noi lo abbiamo trovato solo su Amazon, mentre non abbiamo trovato riscontri su alcun sito di farmacie o parafarmacie online, e i farmacisti interpellati da Termometro politico non l’hanno mai sentito nominare; se è una startup di Isernia, tuttavia, non è strano. Dopotutto cercano agenti di commercio. Il prezzo di listino sono 59,90 euro, non 50. Chi ha inventato AirMed è la Mendel Capital srl, fondata dai fratelli David e Daniel Feig. Due commercialisti di Isernia apparsi sull’inserto “Salute e benessere” di Repubblica e su QuotidianoMolise. Non è chiaro quale sia la sede di Mendel Capital srl; sul sito nomina solo via dei Serpenti 32 a Roma, mentre sul sito dell’Associazione Italiana Commercio Elettronico dice Corso Risorgimento 166 a Isernia, che però risulta essere la sede di tale Simone Feig, anche lui commercialista. Nella brochure che si può scaricare dal sito sono presenti entrambi gli indirizzi. Come al solito, chiudiamo con più domande che risposte. Quest’invenzione è davvero in grado di migliorare e salvare milioni di vite? Due commercialisti di Isernia hanno davvero creato un meccanismo capace di far respirare “aria più pulita fino all’87,5%“?, anticipando gli scienziati nel resto del mondo? Come mai un’invenzione simile è stata snobbata? Come ne è venuto a conoscenza, il segretario di InnovaPuglia? Aspettiamo fiduciosi qualcuno risponda.
Il presidente del “ciondolo anti-covid” si dimette dal vertice di InnovaPuglia. Il Corriere del Giorno l'11 Novembre 2020. Il segretario nazionale del sindacato di polizia Siap, travolto dalle polemiche per la presentazione ridicola alla commissione Affari costituzionali della Camera di un ‘rimedio’ israeliano al Covid, abbandona la presidenza dell’agenzia regionale che gestisce appalti sanitari dove era stato “piazzato” da Michele Emiliano. Giuseppe Tiani segretario nazionale del sindacato di polizia SIAP ridicolizzato dalle polemiche per la presentazione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera di un ciondolo anti-batterico, “che inibisce qualsiasi virus di segno positivo“, ha rimesso nelle mani del governatore pugliese Michele Emiliano il suo incarico di presidente della società pubblica regionale InnovaPuglia. Tiani ha abbandonato l’incarico proprio mentre si apprestava a spegnere la sua prima candelina dalla sua nomina alla guida del nuovo Consiglio di amministrazione di InnovaPuglia che gli fruttava un compenso annuo di 40mila euro, dove era stato designato da Emiliano , in sostituzione dell’ex sindaco di Bisceglie, Francesco Spina. La nomina di Tiani al vertice InnovaPuglia aveva suscitato molte polemiche clamore a causa dei trascorsi del sindacalista da esponente dell’estrema destra, avvicinandosi un anno fa al Partito Democratico, nel tentativo di conquistare un posto alle elezioni politiche del 2018, nel collegio della Bat. Travolto da una valanga di polemiche esplose a seguito della diffusione del video su siti di quotidiani e social network, Tiani dopo la figuraccia diventata “virale”, si è visto anche messo in discussione da imminenti iniziative politiche per verificare la compatibilità del suo lavoro presso la Polizia di Stato con la presidenza della società in house della Regione Puglia, che gestisce appalti milionari. “Eccoci qua. Mi ero appena ripreso dallo sbigottimento per la grande soddisfazione espressa per la Puglia in zona arancione chiaro che mi vedo costretto guardare attonito un video di uno dei tanti nominati da Emiliano che esibisce il ciondolo anti-virus. Lo ripeto per convincere più me stesso: il ciondolo che purifica l’aria dal virus” ha commentato Raffaele Fitto eurodeputato di Fratelli d’Italia. “La misura è colma. Siamo drammaticamente ancora in attesa delle centinaia di posti di terapia intensiva e subintensiva, la gente è in fila nelle ambulanze, la Puglia è zona arancione per inefficienza e non per i numeri di contagio, subiamo atteggiamenti ondivaghi che vedono scrivere e stracciare ordinanze sempre più contorte. E in questo fase drammatica c’è chi si affida agli amuleti israelinani.” ha aggiunto Fitto. “Ora tutti possono cogliere fino in fondo il livello dei nominati da questa Regione, ai quali vengono affidati compiti importanti – attacca l’eurodeputato di FdI – Abbiamo davvero raschiato il fondo del barile“. Reazione indignata da parte del ministro all’Agricoltura Teresa Bellanova: “Noi pugliesi ci siamo già passati con la Xylella. Si sarebbe dovuto ascoltare la scienza, si è preferito dar seguito alle parole di sedicenti santoni – ha scritto il ministro su Facebook – Ma quando le vesti dei santoni sono indossate da chi riveste cariche pubbliche, è ancora più intollerabile“. Nella sua lettera di dimissioni Tiani così scrive “Non ho mai messo il ciondolo in relazione al Covid ma l’ho presentato nell’ambito di un discorso in cui si parlava delle tutele operative dei poliziotti che operano in situazioni particolari“. “Il contenuto di una mia audizione, largamente travisato e volutamente strumentalizzato, ha generato un ampio quanto inaspettato clamore mediatico, non risparmiando, in modo assolutamente inappropriato, il mio ruolo di presidente di InnovaPuglia che nulla ha a che vedere con l’episodio” si era giustificato poche ore fa Tiani. “Quando lei mi conferì l’incarico di guidare Innovapuglia – continua Tiani nella sua lettera al governatore Michele Emiliano – mi chiese massima trasparenza e costante celerità nell’espletamento delle procedure di gara, ed io ho pienamente onorato l’impegno assunto, tanto che in quel settore la Regione Puglia si è distinta, anche nei confronti di altre regioni, per tempestività ed efficienza“. “Ma tutto questo non è valso a scoraggiare la gogna mediatica che si è ingiustamente abbattuta su di me” – prosegue Tiani – Quello che però non riesco ad accettare è il tentativo becero di coinvolgere nella vicenda soggetti assolutamente estranei all’accaduto come la società in house che presiedo, l’amministrazione regionale e la sua stessa persona. Questa, dunque – conclude – è la ragione che mi induce a rassegnare in modo irrevocabile le dimissioni”.
Conte sceglie ancora una volta Arcuri: sarà commissario per la distribuzione del vaccino anti-Covid. Carmine Di Niro su Il Riformista l'11 Novembre 2020. Alla guida della macchina che dovrà gestire il piano di distribuzione del vaccino anti-Covid ci sarà Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza Covid. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come anticipato dall’Ansa, ha deciso di affidare il piano nazionale per la vaccinazione della popolazione all’ex AD di Invitalia, che dall’inizio dell’emergenza si è già occupato del reperimento di mascherine, tamponi, ventilatori polmonari e di tutto il materiale medico richiesto dalle Regioni per fa fronte al coronavirus. Arcuri ha anche gestito la riapertura delle scuole a settembre, con il caso dei banchi a rotelle diventato "simbolo" dei ritardi del governo, con l’arrivo quando per gli studenti era già applicata la Didattica a distanza.
PFIZER E LA "CATENA DEL FREDDO" – Secondo le previsioni, che dovranno essere confermate "sul campo", il vaccino di Pfizer-ioNTech potrebbe essere disponibile a partire da metà gennaio. Gli sviluppatori americani-tedeschi hanno già spiegato che il vaccino dovrà essere conservato a temperature tra i 70° e gli 80° sotto zero, durante tutta la catena, dalla produzione alla somministrazione, quella che è stata definita “catena del freddo” ed è attualmente la sfida logisticamente più importante da affrontare nel breve periodo.
L’ALTRO VACCINO – Attualmente l’Italia è riuscita ad ottenere 3,4 milioni di dosi per 1,7 milioni di italiani (il vaccino prevede due somministrazioni) del vaccino Pfizer. Non solo. L’Italia ha prenotato altre 70 milioni di dosi ad AstraZeneca, che produce e commercializza un vaccino messo a punto in collaborazione anche con Irbm di Pomezia e dall’Università di Oxford.
LA LOGISTICA DEL VACCINO – Nell’ottica di non farsi trovare impreparati va letta la richiesta di Raffaella Paita, parlamentare di Italia Viva presidente della Commissione Trasporti della Camera, di convocare “un ciclo di audizioni, da svolgersi in accordo con la commissione Affari sociali, che permettano di mettere in luce i vari aspetti della questione, in modo da offrire al Parlamento gli strumenti necessari per affrontarla, ascoltando le principali associazioni della logistica, i ministri competenti e il Commissario straordinario per l’emergenza”. “L’operazione di distribuzione dei vaccini rappresenta una difficilissima sfida logistica. Come spiegano i rappresentanti del settore, per vincerla è indispensabile giocare d’anticipo chiarendo già ora quali sono i mezzi e i metodi necessari”, aggiunge la Paita.
In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia. Il Paese incapace di gestire le sue difficoltà si affida a manager dell’emergenza in ogni campo, dall'Ilva all’Alitalia, dal Mose ai comuni infiltrati dalla criminalità. Un esercito di Montalbano strapagati che non porta i risultati del poliziotto di Camilleri. Gianfranco Turano su L'Espresso il 27 novembre 2019. Paese di santi, di navigatori, di commissari. L’Italia in emergenza permanente effettiva, dal Mose all’Ilva, dall’Alitalia alle imprese edili, si consegna ad alti commissari, supercommissari, commissari straordinari, commissari prefettizi, commissari giudiziali, commissari ad acta. C’è un commissario per ogni difficoltà che non si possa risolvere attraverso le vie normali: cioè sempre. Ci sono stati commissari antimafia (1982-1993), che Giovanni Falcone considerava inutili. Commissari polivalenti come Guido Bertolaso (terremoti, vulcani, rifiuti, migranti, mondiali di ciclismo) e superspecializzati come l’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota (contraffazione) o come il democrat veneziano Paolo Costa, delegato dal governo per il traffico acqueo in laguna. Dal Grande Vecchio al Grande Montalbano il salto è stato rovinoso. Venezia, Taranto, Fiumicino rischiano di essere le pietre tombali di un esecutivo che francamente è solo l’ultimo a reggere un cerino a fine corsa. Quando è colpa di tutti, non è colpa di nessuno. Si è visto con l’acqua alta nella laguna veneta dove l’unico spettacolo più orrendo della devastazione di un gioiello architettonico senza pari al mondo è stato lo scaricabarile collettivo dei politici. Il governatore Luca Zaia ha detto che ormai tanto vale finire ma a lui il Mose non è mai piaciuto. Non si sarebbe detto a vederlo entusiasta durante la primissima inaugurazione del Mose alla bocca di Treporti nel 2013, poco dopo il primo scossone della magistratura con l’arresto di Pierluigi Baita, deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Baita, che ha patteggiato per le tangenti veneziane dopo l’arresto (febbraio 2013), spara a zero sui cinque anni di gestione straordinaria e denuncia “l’irresponsabilità collettiva”. Giancarlo Galan, predecessore di Zaia, che era il suo vicepresidente, si è assolto da ogni colpa sui ritardi dell’opera da 5,5 miliardi dopo avere anche lui patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi. I veneziani Renato Brunetta (Forza Italia) e Pier Paolo Baretta (Pd) hanno rievocato il loro trauma giovanile dell’“aqua granda” del 1966. Intanto nelle ore della marea eccezionale si litigava sul sistema delle dighe: sollevarle o lasciarle sott’acqua, dove stanno arrugginendo a grande velocità? Ha prevalso la linea dell’immobilismo, dettata dal commissario Francesco Ossola, e forse è stata una fortuna dati i problemi tecnici manifestati dall’opera di recente. Ma nel picco della crisi non era chiaro a chi spettasse la parola finale, se ai commissari, e a quale dei due commissari, oppure al prefetto o ancora al provveditorato che il governo Renzi ha sostituito all’antico magistrato alle acque, dopo che due figure di vertice dell’organismo creato dai dogi (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) erano finite agli arresti per le tangenti del Mose, stimate complessivamente in un centinaio di milioni di euro. Così è stato nominato il supercommissario previsto da una legge del governo giallo-verde, la Sblocca cantieri, parente stretta dello Sblocca Italia di Matteo Renzi. A Venezia arriverà l’architetto Elisabetta Spitz. Il compito è di completare quel 6-7 per cento di impiantistica, e non è poco, che manca al Mose per entrare compiutamente in azione alla fine del 2021. «Ci sono tante figure di commissari», dice Luigi Magistro, terzo commissario del Cvn fino alle dimissioni senza rimpiazzo due anni e mezzo fa. «Quelli per le crisi aziendali, come per il concordato di Astaldi, o quelli che arrivano in casi di crisi giudiziaria, come il Mose. In teoria sono plenipotenziari dello Stato. In pratica, lo Stato stesso aumenta i controlli rispetto alla situazione precedente, per esempio attraverso la Corte dei conti. Giusto farlo ma i tempi si allungano. In più, il commissario subentra in casa altrui e si dà per scontato che i proprietari, per quanto delinquenti, continuino a finanziare l’impresa. Ma se dicono di no, nessuno li può costringere. Si può solo farli fallire, e non è questo l’obiettivo. Il terzo problema è che i lavori li fanno sempre loro e, se prima erano abituati a fare prezzi molto alti, tendono a insistere su questa strada. Da qui nascono altri rallentamenti e spesso il commissario passa gran parte della sua attività a replicare ai ricorsi dei proprietari». Con questo panorama, il lavoro dei commissari impegnati con il Mose non è certo stato dei peggiori. L’opera, giusta o sbagliata che sia, è andata avanti nonostante le condizioni ardue perché in questi anni sopra Venezia si è scatenata la tempesta perfetta. Al commissariamento governativo del Cvn si è aggiunta la crisi economica di quasi tutti i soci del consorzio: Mantovani-Fip (Serenissima holding), Condotte, Fincosit Grandi Lavori, Astaldi, le cooperative. La capofila Serenissima della famiglia Chiarotto a fine gennaio ha ottenuto il via libera del tribunale di Padova che ha nominato i commissari Remo Davì, Anna Paccagnella e Michele Pivotti. Il documento con la richiesta di concordato fallimentare dei Chiarotto è allo stesso tempo la carrellata su un declino finanziario e un atto di accusa. Eppure la holding è cresciuta a dismisura e in breve tempo grazie ai finanziamenti pubblici dello Stato. Nel 2013 i ricavi arrivavano al record di 633 milioni. Nel 2014, dopo l’inizio dello scandalo, erano 551, nel 2015 scendevano a 336, poi a 230 nel 2016 e a 152 milioni nel 2017. L’anno scorso il fatturato è stato di 70 milioni con 200 milioni di perdite contro i 10 milioni di utile del 2014. La colpa? «L’intervenuto commissariamento del principale committente (Cvn) e una gestione assai penalizzante nei confronti delle imprese consorziate realizzatrici dei lavori, tanto nel mancato affidamento di nuovi lavori quanto nel pagamento dei debiti pregressi». Firmato Romeo Chiarotto, il patriarca novantenne azionista del gruppo padovano. Per andare avanti la Mantovani è stata ceduta in fitto alla parmense Coge ad agosto 2018 e Serenissima aspetta di fare cassa con la cessione del 14 per cento della superstrada Ragusa-Catania, statalizzata dall’ex ministro Danilo Toninelli, e con l’11,7 per cento del raccordo anulare di Padova. Certo, che il Mose sia un’opera giusta o sbagliata non è propriamente secondario. Come non era secondario diffondere dati ridicolmente bassi sulle spese annuali di gestione delle dighe mobili. I 15-20 milioni di euro previsti sono in effetti 100 o forse più. «Può anche essere giusto che costi così tanto», dice un ex collaudatore che chiede l’anonimato. «Il problema è che dichiararlo da subito sarebbe costato il posto a chi lo diceva». Un altro commissario collaudatore, l’ex direttore generale dell’Anas Francesco Sabato, presidente della commissione di collaudo alla bocca di porto del Lido, oggi ricorda: «Nel 2004 con i miei colleghi completammo diversi controlli e presentammo una serie di rilievi. Evidentemente eravamo troppo pignoli e il Magistrato alle acque ci sostituì nel 2010. Da allora ho letto sull’Espresso del problema della ruggine nelle cerniere. Credo sia una mancanza da parte dell’impresa perché non erano certo imprevedibili gli effetti dell’acqua salata sulla parte metallica sommersa». Anche volendo attribuire alla Fip (gruppo Chiarotto) i 34 milioni di euro già spesi fuori budget per tamponare il problema, l’azienda di Selvazzano non sarebbe in grado di fare fronte. Pagherà il contribuente, come da manuale delle grandi opere in Italia. A ben guardare c’è un quarto problema oltre ai tre esposti da Magistro. È il compenso del supercommissario. Per un impegno come quello che richiede il Mose vale la legge 111 del 2011. C’è una parte fissa di 50 mila euro e una somma pari variabile secondo il raggiungimento degli obiettivi. Nella migliore delle ipotesi, si parla di 100 mila euro. Nella peggiore, sono duemila netti al mese per tenere a bada il mare Adriatico. Con questi chiari di luna si comprende come spesso la qualità del personale commissariale abbia suscitato perplessità, soprattutto quando le terne hanno dovuto affrontare situazioni complesse come quelle dei comuni colpiti contemporaneamente da infiltrazioni del crimine organizzato e situazioni di dissesto finanziario. La vicenda drammatica dell’Ilva di Taranto, per restare agli ultimi mesi, mostra che più di qualcosa non va, nonostante l’introduzione del sorteggio su una rosa di selezionati voluto dai grillini per evitare un’eccessiva concentrazione di incarichi sui soliti noti. A fine aprile si sono dimessi i commissari di nomina renziana Piero Gnudi, commercialista bolognese per decenni in testa alla lista di chi ha più incarichi, Enrico Laghi, cinquantenne che si muove sulla strada del professionista bolognese (tredici incarichi attivi tra commissariamenti, collegi sindacali, cda e liquidazioni), e Corrado Carrubba. Al loro posto, l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha nominato Antonio Cattaneo, Antonio Lupo e Francesco Ardito. Cattaneo ha declinato l’invito quasi subito, senza neppure entrare in carica, per possibili conflitti di interessi e si è andato a occupare della crisi di Mercatone Uno insieme a Luca Gratteri e a Giuseppe Farchione. Negli ultimi giorni, dopo che Arcelor-Mittal ha dichiarato di volere chiudere l’impianto, il Mise di Stefano Patuanelli ha incaricato una società di head-hunting di individuare un commissario straordinario, per gestire la fase di transizione. La fine di questo mese di novembre potrebbe essere la svolta per Taranto, come per il Mose e per Alitalia che paga mesi e mesi di indecisione. Ma come se non bastassero le esitazioni fra Delta e Lufthansa e il tira e molla con Atlantia, dieci giorni fa la Procura di Civitavecchia ha spedito la Guardia di finanza a caccia di documenti negli uffici di Fiumicino per verificare la posizione, e gli eventuali conflitti di interessi, dei quattro commissari straordinari Luigi Gubitosi, poi passato a guidare Tim, il suo sostituto Daniele Discepolo, l’ex rettore dell’università di Bergamo Stefano Paleari e il già citato Laghi, ex presidente di Midco, controllante della compagnia di bandiera. Sulla vicenda a giugno dell’anno scorso si era pronunciata l’Anac, allora guidata da Raffaele Cantone, che si era dichiarata incompetente «in relazione ai profili evidenziati». Rispetto ai 100 mila euro del supercommissario al Mose, il lavoro in Alitalia offre ben altre prospettive di guadagno, se la compagnia riuscirà a salvarsi. Il decreto del Mise guidato da Carlo Calenda (2017) prevede circa 10 milioni di euro complessivi per la terna. Possono sembrare tanti soldi ma sono poca cosa rispetto ai 12 milioni a testa, poi scesi a 7 milioni, contrattati dai commissari Astaldi Vincenzo Ioffredi, Francesco Rocchi e Stefano Ambrosini (recordman italiano con 50 incarichi inclusa la vecchia Alitalia). Rocchi e Ambrosini sono indagati per corruzione dalla Procura di Roma in un’inchiesta rivelata dall’Espresso all’inizio di novembre. Con loro è indagato Corrado Gatti, che doveva vagliare la bontà del piano di concordato. Laghi ha un ruolo anche nella vicenda Astaldi. Il docente di economia aziendale alla Sapienza di Roma è creditore dell’impresa per oltre 900 mila euro e ha un contratto di consulenza da 2,5 milioni per il piano che dovrebbe riportare l’impresa in buona salute con Laghi ad agire da procuratore, se andrà bene, o da liquidatore, se andrà male. Laghi ha minimizzato il suo possibile conflitto di interessi scrivendo ai commissari che i 900 mila euro sono «meno del 9 per cento del volume d’affari» suo e del suo studio nell’anno in cui si è formato il suo credito ossia una decina di milioni complessivi. Il commissario inventato da Andrea Camilleri non ha mai visto tanti soldi in vita sua.
Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante. Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate. Raffaele Simone su L'Espresso il 27 settembre 2017. Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato. Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia. I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca. Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente. Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica. Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione. Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale. Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil. Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza. La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic). La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere? «L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti. La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.
Massimo Gramellini contro il governo Conte: "Manifesta incapacità. Prima la predica, ora il lockdown". Libero Quotidiano il 31 ottobre 2020. “Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle”. Massimo Gramellini ha aperto il fuoco contro il governo presieduto da Giuseppe Conte, accusato di aver preso misure anti Covid che anziché diminuire il contagio paradossalmente rischiano di incentivarlo. “E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente”, è il commento della firma del Corriere della Sera, che ha ben rappresentato l’assurdità della situazione attuale che sta vivendo il paese: “Ci lasciano ancora uscire di casa solo per arrivare a scuola o in ufficio, ma ci vietano tutti gli spostamenti che hanno un risvolto voluttuario. Il problema è che ci si contagia molto di più andando a scuola e in ufficio che non al ristorante e a teatro”. Il motivo è piuttosto semplice, quasi scontato: “La sera ci si sposta con i mezzi propri, mentre di giorno si prendono in prevalenza quelli pubblici, che sono congestionati. E lo sono - ha ribadito Gramellini - perché a tempo debito non vennero potenziati da chi aveva il dovere di farlo. Ma si sa come funziona la mano pubblica da queste parti: esosa nel pretendere il rispetto delle regole da parte dei privati e nel perseguirli - ha chiosato - ma estremamente lassista quando si tratta di pagare i suoi debiti e offrire servizi all’altezza di una nazione civile”.
Carlo Verdelli per il “Corriere della Sera” il 31 ottobre 2020. Vero, non è come a marzo. È molto peggio. Allora c' era un Paese preso alla sprovvista che, pur pagando un prezzo alto, trovò una compattezza e una compostezza che ci valse la stima del mondo. Adesso, a parte il premier Conte (forse), non ci crede più nessuno che andrà tutto bene. E questa perdita di fiducia collettiva è l' effetto collaterale più grave di un devastante ritorno di fiamma del virus, certamente, ma anche di una tragica impreparazione sia a prevederlo che a gestirlo. Un' anestesista racconta, ed è una voce tra mille e mille: «Quello stanzone così pieno, tutti questi malati proni di cui non puoi neanche vedere i volti, 7 mesi cancellati, tutto troppo triste». Qualcosa di più che triste. Il virus ci sta usando per riprendere slancio, per moltiplicarsi. Ha bisogno che i nostri corpi entrino in contatto con altri corpi, più siamo e meglio è. Per lui. Trasporti pubblici affollati, con la calca per infilarsi in un vagone della metro o sul predellino di un bus? Magnifico. Sciatori in coda per il primo weekend sulle piste? Perfetto. Spostamenti sui treni locali di gruppi di pendolari, per esempio verso Monza, dove c' è un picco tra i più preoccupanti? Benissimo così. Limitandoci all' Europa, il Sars-Cov-2 è risorto, le Borse affondano, gli Stati arrancano, il nostro purtroppo più di altri. E pensare che avevamo quasi vinto, almeno noi. Il 2 agosto, contavamo 239 nuovi contagi e 8 morti. Eravamo in salvo. La cura italiana aveva funzionato. E allora, invece di lavorare come matti per rafforzare le difese, ci siamo messi a cantare e ballare, abbiamo rimandato di applicare il tanto che la prima ondata ci aveva insegnato, di colmare le mancanze strutturali che avevano contribuito allo sconquasso. Le gare per la fornitura di tamponi rapidi e per il potenziamento delle terapie intensive sono partite il 29 settembre e il 2 ottobre, quando i buoi erano già fuori dalla stalla, la burocrazia rallentava il rallentabile, e si lasciava che si spegnesse la già flebile sintonia tra governo centrale e Regioni. Qualcuno ha chiesto scusa? Non risulta. Qualcuno ha avuto la dignità di guardare negli occhi la nazione per dire «abbiamo sbagliato, non difendiamo l' indifendibile, ripartiamo consapevoli dei nostri errori»? Niente. Soltanto un penoso scaricabarile tra ogni singola parte del variegato mosaico di chi è chiamato a gestire la cosa pubblica. Il risultato è la catastrofe, non solo sanitaria, verso cui ci stiamo speditamente avviando. Le 10 ore di coda per un tampone a Roma sono l' emblema, uno a scelta, di un Paese allo sbando. Nelle ultime due settimane, il numero dei positivi si è moltiplicato per sei. Adesso i morti superano i 200 al giorno e i contagiati sono oltre 30 mila in più da una sera all' altra, con la curva in costante impennata, la curva peggiore d' Europa. La pandemia è con tutta evidenza fuori controllo e anche il Paese, per la prima volta, rischia di diventarlo. Da Trieste a Palermo, si moltiplicano e incattiviscono le manifestazioni di tutte le categorie toccate dall' ultimo Dpcm del presidente del Consiglio, il suo dodicesimo dal 23 febbraio, ultimo soltanto in ordine di tempo, perché presto ce ne sarà un tredicesimo, e poi un quattordicesimo, alla disperata rincorsa di un virus che sembra però aver innestato un' altra marcia. Sono proteste alle quali non eravamo più abituati e tantomeno pronti, figlie di un disorientamento generale e di preoccupazioni anche comprensibili (se adesso ci chiudete, come faremo a sopravvivere, con tutto quello che abbiamo già perso?), alle quali si mischiano la rabbia delle periferie e il calcolo destabilizzante di gruppi di destra fuorilegge e di agitatori manovrati anche da lontano, per esempio da capitali che hanno tutto l' interesse che l' Italia e l' Europa implodano. Italiani angosciati, estremisti di professione, mercenari al servizio di Paesi iena che fiutano l' occasione di addentare una preda indebolita e afflitta: uno scenario delicatissimo, con i primi feriti tra le Forze dell' Ordine chiamate a contenerlo e con il terrore che ci scappi, prima o poi, un incidente simbolo. Povera patria, se dovesse succedere. Ripartiti a difenderci in grave ritardo, adottando misure che per adesso non frenano il Coronavirus e inevitabilmente danneggiano parti del nostro tessuto economico, viviamo ore in precario equilibrio su un filo sottilissimo. Eppure la consapevolezza della gravità estrema del momento non sembra davvero compresa. Prevale un tatticismo in ordine sparso, dove un governatore chiude le scuole della sua regione, un altro abolisce l' orario del coprifuoco salvo poi rimetterlo, un leader della maggioranza attacca le decisioni dell' esecutivo di cui fa parte, e dove il leader dell' opposizione va in Parlamento senza mascherina e annuncia che non ci sarà una seconda ondata, mentre la seconda ondata ci sta già travolgendo. In attesa di un vaccino che non arriverà a dicembre (imperdonabile l' errore di Conte di continuare a promettere l' impossibile: su larga scala non ne disporremo prima dell' autunno 2021), avremmo bisogno come il pane, anzi come l' aria che proprio il virus ci fa mancare, di una strategia chiara e onesta, alla quale contribuiscano tutte le tribù di cui è composta l' Italia, finalmente disposte a disarmarsi per unirsi, almeno il tempo necessario, a scongiurare il peggio che avanza. Chiamatela come preferite: unità nazionale, regia condivisa, concertazione d' emergenza. La minaccia oscura, incompatibile con il nostro stile di vita, non si dissolverà da sola. E il tempo che ci siamo incoscientemente lasciati per fronteggiarla è molto più corto delle prossime due o tre settimane, che paiono essere diventate la nuova frontiera prima dell' ora x, quale che sia.
Hanno tutti ragione. La prevalenza del cretino. Stefano Cappellini su La Repubblica il 30 ottobre 2020. Questo è il numero di venerdì 30 ottobre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui. Quando da adolescente lessi qualcosa di Charles Bukowski (poi passa, il guaio è se non passa, allora fatevi vedere) una frase mi fece molto arrovellare. Suonava più o meno così: “Preferirò sempre un intelligente del partito avversario a un cretino del mio partito”. Da subito mi interrogai con un certo tormento: sono d’accordo? E se sono d’accordo, che senso può avere, allora, aderire a un partito? E se invece non sono d’accordo, significa che preferisco l’ottusa militanza alla libera intelligenza? O forse bisogna provare a smontare la costruzione, e distinguere tra lato umano della cosa (ha ragione Bukowski) e lato politico (ha torto Bukowski)? Quella frase, comunque, all'epoca mi diede fastidio. Mi parve, al fondo, un po' qualunquista. E infatti è una trappola che pare funzionare proprio all’opposto del suo autore: fatta apposta per dispiacerti a 16 anni e convincerti a 40. Pare. Ma è davvero così? Mi è tornata in mente, quella vecchia citazione, per via del dibattito intorno al governo Conte e alla sua adeguatezza rispetto all’emergenza Covid, o meglio all’inadeguatezza di alcuni dei suoi ministri. Sia chiaro, non sono così mal messo da considerare il governo Conte bis il “mio” governo. Anzi, provo rigetto – se scusate la durezza del termine – per una parte della sua composizione politica. Ma non sono nemmeno più così giovane o così calendiano da pensare che, per inseguire un “mio” governo ideale, valga la pena rischiare di trovarsene in concreto uno ben peggiore. Uno a guida Salvini-Meloni, per esempio. Però non siamo ancora al cuore della questione. Perché molti dei detrattori del Conte bis sostengono l’ipotesi alternativa di un governo tecnico, chiamiamolo così per comodità. Un esecutivo che sostituisca almeno una parte degli impresentabili, dei dilettanti, degli inattrezzati con figure di più solido spessore e curriculum. Anche per chi, come me e molti altri, non ha mai amato questo genere di soluzione, è difficile non interrogarsi sulla sua opportunità. Abbiamo un ministro degli Esteri, e tuttora capo di fatto del partito di maggioranza relativa in Parlamento, che nel pieno della seconda ondata di virus non ha trovato di meglio che rilanciare su tutte le sue piattaforme social la proposta di tagliare lo stipendio dei parlamentari. Abbiamo una ministra dell’Istruzione che pochi giorni fa è andata in televisione e ha dimostrato di non avere idea della differenza tra test sierologico e tampone rapido, una cosa sconvolgente, perché da otto mesi si suppone che la ministra non abbia avuto altra preoccupazione che rendere sicure e agibili le scuole, e che abbia fatto decine di riunioni, e parlato con centinaia di esperti e consulenti, una trafila che in teoria avrebbe dovuto rendere edotto della materia anche il più ignorante in materia, e in partenza lo eravamo quasi tutti, e che invece nel suo caso, nonostante la responsabilità diretta sulle decisioni da prendere, non è bastato: incredibilmente, a ottobre 2020, Azzolina non aveva chiara la distinzione. Abbiamo una viceministra dell’Economia che dichiara in una intervista che è l’ora di finirla con le “politiche anticicliche” e che pare dunque afflitta da analfabetismo economico. L’elenco potrebbe continuare. E allora? Meglio un nuovo governo degli ottimati? Un altro Monti? Un Draghi, se volessimo usare il brand che accompagna questa suggestione? Di base, penso scambieremmo tutti o quasi una Azzolina o un Di Maio per un Draghi. Ma la politica è sempre una faccenda un po’ più complessa di uno scambio di figurine e, a differenza di altri mestieri, ha un rapporto non meccanico con la competenza tecnica. Tanto per cominciare, è una sciocchezza figlia solo del delirio antipolitico degli ultimi anni l’idea che un buon ministro del Tesoro possa essere solo un economista, o un buon ministro della Salute solo un dottore e via dicendo. In realtà compito di un buon politico è applicare alla gestione tecnica della materia di cui è responsabile una visione, un impulso, una direzione. Quando Silvio Berlusconi scese in campo, lo fece con la retorica dell’amministratore delegato del Paese: “Guiderò l’Italia come ho guidato le mie aziende”. La nazione, però, sotto la sua guida non ha conosciuto le fortune di Segrate e Cologno Monzese. Perché il Consiglio dei ministri non è, per fortuna, l’equivalente di un cda e l’amministrazione della cosa pubblica richiede sensibilità e capacità spesso sconosciute anche al più brillante dei manager. Oppure prendete il caso di Corrado Passera. Manager e uomo d’impresa notevole, accompagnato da una meritata fama di efficiente risolutore, divenne ministro dello Sviluppo economico del governo Monti. Poi si buttò in politica fondando un suo partito: Italia unica. Quella di Passera fu una delle più scalcagnate imprese di ogni epoca, chiusa dopo poco tempo per manifesta inferiorità, come si dice nel baseball, e non prima di aver consegnato alla storia minima del costume politico alcune perle, come la foto di Passera imbavagliato insieme a un pugno di figuranti e la più scellerata delle scelte di calendario, dato che l’assemblea fondativa di Italia Unica si svolse il 31 gennaio 2015, e se vi chiedete il perché della pignoleria di riportare la data esatta, sappiate che è il giorno dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, evento che relegò l’attenzione mediatica per la nascita del partito di Passera a un massimo di dieci righe a pagina 28 o in pezzi che nella home page precedevano di poco la ricetta della perfetta carbonara. Elsa Fornero, ministro cattedrato del governo Monti e autrice dell’omonima riforma del sistema previdenziale, scrisse una norma forse salvifica nell’immediato per i conti pubblici minacciati dallo spread a 500 ma gravata da un clamoroso vulnus: i cosiddetti esodati, fuori dal lavoro ma anche dal diritto alla pensione, inizialmente stimati in poche decine di migliaia (come fossero pochi, peraltro) e più avanti ricalcolati in almeno 300 mila invisibili. Negli anni successivi i vari governi dovettero intervenire a più riprese per tappare quella tragica falla, una disattenzione poco tecnica e molto politica al cui confronto impallidisce persino il pasticcio dei navigator. Fin qui, l’equivoco della competenza o del curriculum. Poi c’è la questione più squisitamente politica e che riporta al dilemma bukowskiano: è accettabile tenersi l’incompetenza manifesta se veste del colore meno sgradito? Ieri il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci ha scatenato un finimondo per aver detto in aula che urge una verifica: "Valuti Conte se i singoli ministri sono adeguati all’emergenza che stiamo vivendo". Ora, nonostante la folta concorrenza, io faccio fatica a trovare un nome più distante del senatore Marcucci dalla mia personale idea di sinistra. E ritengo folle aprire un tavolo di rimpasto in questo momento. Ma l'invito di Marcucci al premier, in sé, non pare così infondato. Perché a nessuno piace rassegnarsi all'idea che in un frangente simile il volante non sia nelle migliori mani possibili. Eppure il problema di quale alternativa non è meno pressante. Un governo è una macchina complessa, dove spesso spinge e conta anche chi non ha un ruolo formale o chi ha un potere di controllo e indirizzo, oppure quei pochi abili in squadra che finiscono per surrogare l’inazione dei ministri incapaci. La presenza di un diversamente intelligente nella compagine più affine alla propria visione non cancella la visione stessa, cosa che invece può accadere se la leva del comando passa in mano a un intelligente di altra fazione. Il guaio del Conte bis, e dell’Italia tutta, è che si tratta di un esecutivo pieno di schiappe nel momento più drammatico del dopoguerra dopo il sequestro Moro, quando però la classe dirigente del Paese, maggioranza e opposizione, era oggettivamente di un'altra levatura. È brutto dirlo così, somiglia a quei giudizi demagogici che sono il veleno del dibattito pubblico da tanti anni, ma è una verità difficile da negare. Al tempo stesso, il legittimo desiderio di cambiare ciò che non va deve fare i conti con la necessità e la responsabilità di capire come si ricostruisce il palazzo che si vuole buttare giù (un concetto che è il pilastro dell'azione di Sergio Mattarella, un capo dello Stato formidabile). Anche perché un’altra verità incontestabile, e mi piace dirlo nel giorno del suo sessantesimo compleanno, è che non ci sono molti Maradona in panchina. Per questo, alla fine, se devo fare una previsione penso che il governo andrà avanti com'è. Se devo esprimere un giudizio, credo che faticherà molto a mantenere il consenso dei mesi scorsi. E se devo tornare alla citazione di partenza sono convinto che, nonostante l’apparenza, quella frase di Bukoswki sia un po’ come Bukoswski tutto: è più facile condividerla nel furore dei 16 anni piuttosto che nella maturità dei 40.
Dagospia l'1 novembre 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, governo di incapaci, senza dubbio, che adesso chiede all’opposizione un aiuto e l’opposizione risponde con un troppo tardi. Il troppo tardi avrebbe forse un senso (forse, perché per un’opposizione responsabile di fronte a una pandemia mondiale non dovrebbe essere mai troppo tardi) se in tutti questi mesi ci fossero state proposte serie non ascoltate. Invece gli slogan sono stati: no alle chiusure durante il lockdown, no al MES quando la maggioranza voleva chiederlo (che poi neppure ha chiesto), no perfino alla mascherina, appoggiando ogni negazionista e scendendo perfino in piazza a settembre contro la dittatura sanitaria (dittatura sanitaria, proprio così, e cioè se il governo ha la colpa di aver fatto poco e male, l’opposizione avrebbe fatto ancora meno). Tuttavia il troppo tardi bisogna ammettere che conviene: se sei altrettanto incapace di chi contesti, meglio starne fuori e continuare a fare campagna elettorale sulla vita delle persone con i no a tutto. Baci, Massimiliano Parente
Il covid-19 e le misure di contenimento. Se Salvini e Meloni fossero onesti chiederebbero scusa agli italiani…Giuliano Cazzola su Il Riformista il 31 Ottobre 2020. «La guerra! È una cosa troppo seria per affidarla ai militari». Così Georges Clemanceau, detto “il Tigre”, uomo politico della III Repubblica francese, presidente del Consiglio durante l’ultima fase della Grande Guerra, protagonista dei Patti di Versailles che imposero dure condizioni alla Germania sconfitta. Per come è stata condotta la guerra (tutta in difesa) al covid-19 e considerati gli ultimi repentini sviluppi ci sentiamo autorizzati a parafrasare lo statista d’Oltralpe: “La pandemia! È una cosa troppo seria per affidarla ai virologi e, in generale, agli scienziati”. Certo non è colpa di illustri cattedratici ed autorevoli primari se la politica, per darsi delle coperture verso l’opinione pubblica, si è messa nelle mani degli “esperti” e i media hanno fatto incetta di personaggi prestigiosi, contendendoseli nei vari talk show e andando costantemente alla ricerca di volti nuovi da presentare al loro pubblico. Poco alla volta gli esperti si sono lasciati travolgere dall’ondata di popolarità ed hanno assaporato il nettare del potere mediatico: quello stesso che influenzando l’opinione pubblica riesce ad orientare e, spesso, a guidare la politica. Già nei primi momenti della manifestazione del virus (fino ad allora sconosciuto) le famiglie confinate davanti alle tv avrebbero dovuto “mangiare la foglia”: era troppo evidente la discrepanza con cui i virologi e affini illustravano le caratteristiche del virus (come se il covid fosse stato il tema della loro tesi di laurea) e la banalità delle precauzioni suggerite (lavarsi le mani, evitare i contatti fisici, indossare una mascherina se proprio si voleva essere zelanti oltre il necessario). La linea che prevalse tra gli esperti consultati dall’esecutivo era orientata a una rappresentazione drammatica della situazione (del resto l’evidenza – al di là degli errori e delle sottovalutazioni – non lasciava dubbi in tal senso). I medici ‘’riduzionisti’’ venivano pubblicamente tacitati nelle “corride” televisive. Del resto apparve subito chiaro che la questione centrale era quella di impedire che il Servizio sanitario fosse travolto da una vera e propria aggressione di contagiati in condizioni estreme. Il governo fu indotto a disporre un regime di lockdown, molto ampio che – come sappiamo – ha creato effetti devastanti dell’economia (anche se alcuni settori, chiamati ad assicurare i beni e i servizi necessari, hanno accresciuto i loro ricavi) e forti limitazioni non solo dei diritti, ma anche delle consuetudini di una vita normale. Le misure adottate – ancorché discutibili – erano sostenute da un reale consenso determinato dal clima di panico che aveva travalicato le frontiere, attraversato i mari e scalato le catene montuose. “Andrà tutto bene” era lo scongiuro diffuso per persuadersi del fatto che l’epidemia, come era iniziata, così sarebbe finita, grazie ai comportamenti virtuosi imposti. Subito furono accantonate tutte le regole di bilancio e si lasciò intendere all’opinione pubblica che sarebbe arrivato da varie fonti, nazionali ed europee, un ammontare straordinario di risorse, come non se ne erano mai viste, per ‘’ristorare’’ i redditi e i fatturati, congelare i licenziamenti in attesa che l’incubo finisse e tutto tornasse come prima. Effettivamente, andando verso l’estate, la curva di tutti i parametri quotidianamente monitorati durante l’emergenza, cominciò a declinare, consentendo di riaprire le aziende e i servizi e restituendo la normale quotidianità alle persone. Ricordo che qualcuno sosteneva, in quelle settimane, che in realtà si stessero truccando le statistiche per non mortificare troppo la stagione turistica. Ma la linea era cambiata: eravamo stati bravi, obbedienti, responsabili e disciplinati; eravamo diventati un esempio per tutto il mondo sviluppato, in barba a quanti ci avevano umiliato nelle prime settimane di crisi. Il Servizio sanitario aveva tenuto e si era rafforzato, potenziando le terapie intensive (nessuno faceva caso alle centinaia di migliaia di interventi per gravissime patologie rinviati per dare priorità ai pazienti colpiti dallo stigma del millennio, che per mesi erano apparsi come i soli a morire). Ma il fuoco non era spento: le notizie sulla diffusione del contagio erano finite in coda ai tg, ma i ricoveri e i decessi non erano scomparsi. È stato durante questo passaggio attraverso la “terra di nessuno” di un contagio mitigato, che l’opposizione sovranpopulista ha perso – sul piano etico – il diritto di criticare oggi le inadempienze del governo. Per Salvini e Meloni l’epidemia era finita e la richiesta di una proroga dello stato di emergenza era una pretesa inaccettabile, contro la quale fu persino organizzata una manifestazione di protesta. Ma se avessero un briciolo di onestà politica e personale sia Giorgia Meloni che il suo “compagno di merende” leghista dovrebbero delle scuse agli italiani. Almeno a quelli che non hanno dimenticato la linea di condotta dei due boss della destra-destra in agosto. Ci fu una infuriata requisitoria della presidente di Fdi nell’emiciclo dell’Aula della Camera («Pazzi irresponsabili, non vi daremo tregua»). Mentre Salvini intervenne al convegno dei “riduzionisti” (la sezione dei “terrapiattisti” del covid) organizzato da Vittorio Sgarbi, sostenendo che l’epidemia aveva esaurito la sua spinta propulsiva, ma che il governo voleva tenerla accesa importando immigrati clandestini allo scopo di impestare i nostri concittadini. «Per prorogare uno stato d’emergenza – tuonò l’ex Capitano – serve un’emergenza. E dov’è l’emergenza? Basta guardare i numeri, le terapie intensive. Non c’è più emergenza, a meno che qualcuno voglia usare questo pretesto per salvare la poltrona, per motivi politici e non sanitari». E ancora: «Il governo sta importando infetti. Magari è una strategia per tenerci sotto lo stato di emergenza». Per non parlare delle piazze piene durante la campagna elettorale e i selfie generosamente erogati dal leader della Lega in quelle occasioni. Ma a decidere che la linea era cambiata sono stati i virologi e affini (questa volta zittendo le Cassandre che predicavano sventure). In questa fase – sostenne l’insigne patologo Giuseppe Remuzzi in una intervista a Il Foglio – il Servizio sanitario può contare su 8mila posti in terapia intensiva, utilizzati solo per l’1,5%. E aggiunse che, anche arrivando al numero dei ricoverati in Francia, sarebbe stato comunque occupato solo il 5% dei letti disponibili. Una situazione del tutto diversa da quando era necessario stabilire delle priorità anche a costo di mettere a rischio delle vite. Rimanevano, però, altri gravi problemi sottotraccia. Il più importante dei quali riguardava la riapertura delle scuole. Per quanti sforzi si facciano – ammoniva Remuzzi – per mettere in sicurezza il personale scolastico e gli studenti, il rischio zero non esiste. Sorgeranno problemi che andranno affrontati senza panico. Nel primo pomeriggio di quella “domenica bestiale”, quando, all’ora di cena, ci crollò addosso il mondo all’improvviso e si fece ritorno ai Dpcm, il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, ospite a “Mezz’ora in più” su RaiTre, ci aveva rassicurati. «Che ci sia stata un’accelerazione, negli ultimi 10-15 giorni, del numero dei contagi in tutta Italia è un dato di fatto. Ma andrei cauto – aveva sostenuto il presidente – prima di parlare di crescita esponenziale. Non siamo in questa situazione». «È giusto guardare ai numeri con massima attenzione e allerta, ma non siamo in una situazione né di panico né di allarme. Degli 11mila casi registrati ieri, solo un terzo è sintomatico. Nella fase critica, a marzo, individuavamo tutti soggetti sintomatici». E ancora: «Siamo a quasi 700 persone ricoverate in terapia intensiva, un numero che non è paragonabile al momento del picco della scorsa primavera». Inoltre, aveva osservato il professore, l’Italia è «un Paese con un tasso di positivi in rapporto ai tamponi tra i più bassi d’Europa. La situazione sanitaria non è comparabile con marzo», aveva ribadito. Ma il racconto di Locatelli si diffondeva ancora in ulteriori rassicurazioni. «Non credo che dobbiamo arrivare a un coprifuoco serale» per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus, «certo un occhio sugli assembramenti forse va dato, magari implementando i meccanismi di sorveglianza». Per Locatelli, poi, «in Italia abbiamo imparato a proteggerci» e «abbiamo una formidabile capacità di fare tamponi». «Io credo che le Regioni abbiano tutta una serie di piani per attivare le rianimazioni. Non sono stati attivati perché non ce n’è stata l’esigenza. Abbiamo 700 terapie intensive su 6.600 adesso». Sempre secondo il presidente Locatelli, era «indubitabile che ci sia stata forte crescita» del numero di contagi negli ultimi giorni, ma, non è necessario chiudere le scuole. «Prima la scuola – insistette – La scuola, insieme al lavoro e alle attività produttive, è la priorità. È stato fatto uno sforzo straordinario e va tenuta aperta. Il contributo della scuola nella diffusione del virus non è assolutamente d’impatto». E il vaccino, gli chiesero? «Probabilmente lo avremo disponibile nella primavera del 2021». «Fino ad allora dobbiamo convivere in modo da minimizzare l’impatto del coronavirus sulla vita degli italiani». Quanto al rischio di una nuova chiusura generalizzata del Paese, Locatelli commentava: «Voglio sperare che non arriviamo a lockdown su scala nazionale, si sta lavorando a questo, anche per contemperare la tutela della salute con il mantenimento delle attività produttive nel Paese». Se il numero di contagiati da coronavirus arriverà o arrivasse in Italia a quota 600mila, allora sì che si potrebbe parlare di pandemia “fuori controllo”, chiariva Locatelli. Sono diversi i fattori da considerare prima di poter parlare di pandemia fuori controllo: «occupazione dei posti letto, contact tracing». Oggi – ricordò – c’è una linea di pensiero che si sta sviluppando in ambito europeo secondo cui «il sistema rischia di andare fuori controllo quando c’è circa l’1% di popolazione infetta, in Italia quindi 600.000 persone». Questa «è una variabile troppo influenzata da una serie di strategie che prevengono questo scenario, i modelli matematici (quelli usati dagli scienziati che avevano chiesto con urgenza il lockdown? ndr) sono utili ma – ribadì Locatelli – bisogna tenere in considerazione i dati che possono interferire». Una settimana dopo (sabato 24 ottobre), mentre gli italiani attendevano il supplemento del Dpcm di nuovo conio, a Stasera Italia, un altro virologo forniva una valutazione prudente, benché realistica, della situazione: il 95% dei contagiati – affermava – sono asintomatici o leggermente sintomatici, ma essendo ridotta la quota di virus introiettata, di solito non manifestano abbastanza tasso di ‘’infezione’’ da trasmettere alle persone con cui vengono a contatto. Poi, con garbo, aveva criticato gli scienziati che facevano allarmismo ingiustificato. Quanto all’appello dei cento scienziati rivolto a Mattarella e a Conte, il medico faceva notare che nessuno dei firmatari era un seguace di Esculapio, ma appartenevano tutti ad altre discipline. Da qui era partita una critica al modello matematico usato per prevedere il progredire dei contagi. Ma – direbbe Marc’Antonio – “Conte denuncia una situazione che può scappare di mano. E Conte è un uomo d’onore”. Qualche cosa il governo doveva pur fare. Che senso ha avuto, però, anticipare alle 18 la chiusura di bar e ristoranti e degli altri esercizi pubblici? Innanzitutto tale misura, almeno per la ristorazione, significa togliere di mezzo i due terzi dell’attività, perché non c’è confronto tra il numero degli avventori a pranzo e quelli a cena, soprattutto nei fine settimana e sempre in condizioni di sicurezza come prescritto dai protocolli. Lo stesso discorso vale per i cinema, i teatri e i luoghi di spettacolo. Se l’esperienza della scorsa primavera ha fornito qualche insegnamento, non c’è una “seconda ondata”: è sempre la stessa di prima. Vogliamo metterci a giocare a nascondino con il covid-19? Il virus – dopo un periodo di trend decelerato per effetto delle misure di contenimento – attenderà il momento della riapertura che prima o poi dovrà pure avvenire. Che fare allora? Si va avanti con un’indefinita politica di stop and go? Incuranti della letalità in cui incorrono le imprese? Ben vengano le misure di “ristoro”, ma il problema non è quello di assicurare la sopravvivenza dell’imprenditore, piuttosto la salvezza dell’impresa. Questo perché lo Stato non sarà mai in grado di accollarsi, non solo i redditi (attraverso la cig), ma anche i fatturati, per un tempo indefinito. C’è poi la questione della messa in quarantena della PA con il pretesto dello smart working e della forte raccomandazione (si è mai vista un norma che si limita a dare pressanti consigli?) di passare al “dad” nella scuola superiore in nome di una logica del “fai da te” che garantisce molto poco sul piano effettivamente formativo. Il governo procede a tentoni: sa che deve fare qualche cosa, ma non sa bene se le misure serviranno o meno. Nell’ordinamento costituzionale la serrata non è un diritto, ma è pur sempre una libertà. Perché le organizzazioni delle professioni colpite non proclamano una “serrata a rovescio” rifiutandosi di chiudere all’ora stabilita?
Milena Gabanelli per corriere.it il 24 ottobre 2020. Di fronte ad una pandemia che si diffonde nel Paese in maniera non uniforme, è evidente la necessità di misure di prevenzione e cura mirate, pertanto la cooperazione tra Stato, Regioni e Comuni è indispensabile. Lo scenario più efficace dovrebbe prevedere misure specifiche e circoscritte, inserite tuttavia in un contesto solido di visione e coordinamento nazionale. Di fronte all’emergenza estrema che stiamo affrontando, continuiamo invece ad assistere ad un confuso e persistente conflitto istituzionale e scarico di responsabilità. Le Regioni conoscono i problemi del loro territorio, e se valutano di isolare una zona, la decisione non può essere presa autonomamente, perché quella zona poi la devi cinturare, e le forze di polizia le dispone il prefetto, che risponde al Ministro dell’Interno. Le questioni sono strettamente connesse alla salute pubblica, e in sanità la competenza è delle Regioni. Vuol dire che devono provvedere al buon funzionamento degli ospedali, incrementare la medicina del territorio, organizzare con i comuni il trasporto pubblico in sicurezza, individuare tempestivamente i focolai, provvedere al tracciamento dei contagi. Ma ci sono misure che coinvolgono anche la sicurezza pubblica, e le Regioni non hanno forze di polizia. Da qui i conflitti, e il consueto scaricabarile. Siamo in una sorta di federalismo di fatto, ma senza regole, dove spesso prevale il più forte. Non in termini di capacità progettuale o operativa ma di peso politico. L’esempio più emblematico è quello della scuola. La competenza è nazionale. Nella prima fase dell’epidemia il presidente delle Marche Ceriscioli decide autonomamente di chiuderle. Ceriscioli è in uscita, si sa già che non sarà ricandidato, il governo impugna il provvedimento, e vince. Le scuole riaprono, per essere richiuse qualche giorno dopo, e in tutta Italia, con un provvedimento governativo. Seconda ondata: De Luca, rieletto trionfalmente a settembre, la scorsa settimana chiude le scuole. Il governo ha fatto un attacco durissimo a De Luca, il ministro Azzolina ha usato parole che rasentano il disprezzo, ma non impugna. Tema immigrazione: la competenza è nazionale. Nel mese di giugno Musumeci dirama una direttiva ai prefetti siciliani (non potrebbe farlo senza averlo prima concordato con il Ministro dell’Interno) intimando loro di procedere ad una distribuzione dei migranti giunti in Sicilia sull’intero territorio nazionale. Il governo fa finta di niente e non impugna. È tuttavia costretto a farlo quando lo stesso Musumeci ordina la chiusura dei centri d’accoglienza in Sicilia. Vince al TAR, e a quel punto vengono fatte le navi quarantena per liberare Lampedusa dal sovraccarico. Tema chiusura dei confini regionali: non essendo l’Italia uno Stato confederale non ci sono confini da chiudere. Ed in ogni caso la limitazione della libertà di movimento, in situazioni di ultima emergenza, spetta allo Stato nazionale, non ai presidenti di regione poiché ci vuole un’attività di polizia per cui le Regioni non hanno le competenze ne’ i mezzi. E qui viene la questione del controllo del territorio. L’ ultimo dpcm delega ai sindaci la chiusura di zone delle città ritenute preoccupanti per la diffusione della pandemia. Giustamente chi meglio di loro sa dove si annidano i focolai? Quindi possono fare le ordinanze, mandare i vigili a chiudere le piazze con le transenne, ma è poco più di un’operazione di facciata perché per rendere efficace il controllo occorre un altro calibro di forza, e la competenza non è ne’ regionale ne’ comunale. Il Sindaco può partecipare al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma la responsabilità esclusiva è del prefetto e quindi dello Stato nazionale. Per la precisione il ministro dell’interno è Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza. Nessun altro lo è. Nemmeno il Presidente del Consiglio. Eppure il ministro dell’Interno non fa parte di alcuna cabina di regia governativa sulle misure anti covid. Ne’ di quella con i poteri legali, ne’ quella dei cosiddetti capi delegazione. Per il contenimento del Covid è stato istituito un Comitato Tecnico Scientifico che fa le proposte, ma poi si attuano quelle a cui i partiti danno il via libera. Il ministro Lamorgese è l’unico ministro tecnico, che non rappresenta un partito, e per questo tenuta fuori dalle decisioni e consultazioni. Ora, con le tensioni esplose, Lamorgese si è impegnata – di sua iniziativa – ad aprire un canale con gli enti locali. Sarebbe stato opportuno coinvolgerla prima di firmare il dcpm. Sta di fatto che il governo non si assume la responsabilità di fare misure restrittive perché sono impopolari, delegando gli enti locali, che sono anatre zoppe. Così si alza la tensione fra Presidenti di Regione e i sindaci, fra Fontana e la Azzolina. Addirittura il presidente della Campania chiede il lockdown nazionale. Per arrivare al paradosso del sindaco di Borgosesia che ha deciso di denunciare chi denuncia gli assembramenti. Un quadro di caos istituzionale dove nessuno fa ciò che gli compete e di cui il Paese ha bisogno, mentre i contagi si impennano e ancora non si capisce perché sia così complicato fare i tamponi rapidi, già disponibili da mesi e autorizzati dal Ministro Speranza.
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2020. Eravamo usciti di casa ai primi di maggio, pieni di rimorso per i focolai negli ospedali e nelle case di riposo, in primis il Pio Albergo Trivulzio trasformato in una trappola per anziani. E ci avevano garantito: mai più. Quasi sei mesi dopo, nell' Albergo sempre meno pio si contano di nuovo decine di positivi, mentre il reparto cardiologia del Sacco di Milano dovrà essere disinfestato a causa di un ingorgo di contagi che coinvolge medici e infermieri. Allora, ricorderete, ci spiegarono che ad averci sigillato tra le mura domestiche, con danni irreparabili per il portafogli e la psiche di molti, era stata la necessità di non ingolfare gli scarni reparti di terapia intensiva. Ci avevano detto: mai più. Adesso ci informano che il secondo lockdown potrebbe scattare proprio perché di terapie intensive, rispetto a quelle promesse, ne mancano almeno duemila. In primavera si ragionava sulla riapertura autunnale delle scuole, raccomandando di potenziare i trasporti per non creare focolai a quattro ruote. Ebbene, l' altro ieri la società che si occupa degli autobus romani ha pubblicato il bando per potenziare la sua flotta. Ma non potevano farlo a maggio, quel bando? No, non potevano. Altrimenti sarebbero stati svedesi. E sorvolo sullo scandalo dei vaccini dell' influenza introvabili e delle code sovietiche per un tampone. Se ci richiuderemo in casa, non sarà solo perché il Covid è cattivo e noi indisciplinati, ma perché chi ci governa e amministra si è dimostrato incapace di farlo.
Massimo Franco per il "Corriere della Sera" il 23 ottobre 2020. Probabilmente ha ragione Giuseppe Conte quando sostiene di non sentirsi in pericolo. E tuttavia cresce la sensazione che il premier e i suoi collaboratori stiano vivendo in una bolla autoreferenziale. In questa fase di recrudescenza del Covid-19, sembrano rispondere a riflessi del passato: conferenze stampa spettrali nel cortile di Palazzo Chigi; aperture d' ufficio ma poco convinte alle opposizioni, che lo accusano di «prendere in giro il Paese»; e tendenza a scaricare difficoltà e ritardi sugli altri. È un comportamento che fa pensare a un momento di scarsa lucidità politica. Più che visione emerge furbizia. E forse la convinzione che il calo di popolarità di Conte nei sondaggi sia un effetto transitorio: una flessione recuperabile con nuovi decreti di chiusura, con l' opinione pubblica costretta a stringersi intorno al governo. Ma in questo approccio si indovina l' eco del passato. L' esecutivo sembra non vedere, o comunque sottovalutare, lo scontento che tracima nella maggioranza; e che riflette il nervosismo evidente in settori crescenti del Paese. La stessa conferenza stampa di Conte di qualche giorno fa è stata considerata un autogoal. Non si tratta solo dei tentennamenti sul prestito europeo del Mes, motivati col timore di ritrovarsi i Cinque Stelle lacerati: un rinvio che stride con l' urgenza di rafforzare il sistema degli ospedali, mentre i soldi del Fondo per la ripresa si allontanano nel tempo. Il tema vero è il rapporto con alleati che tendono a non fidarsi di uno status quo presagio di tensioni a ogni livello. A Nicola Zingaretti, segretario del Pd, preoccupato del «tirare a campare» del premier, Conte ha risposto di essere «pienamente d' accordo». Ma evidentemente non ha convinto, se ieri il presidente dei deputati del Pd, Graziano Delrio, ha additato una seconda fase che potrebbe portare «alla sfiducia nelle istituzioni, a un minore senso di affidamento e di protezione». E ha messo in fila quelli che ritiene i punti deboli del governo: dai trasporti, ai tracciamenti, ai tempi per eseguire i test. È bene, ha aggiunto, che Conte «non dimentichi la fragilità, l' angoscia, l' impazienza e la rabbia che stanno montando nel Paese». Se a questo si aggiunge una situazione esplosiva tra i grillini, lo sfondo potrebbe risultare presto meno scontato e stabile di quanto si pensi. La questione di un possibile cambio di ministri è rispuntata nel modo più imbarazzante, con il titolare della piattaforma Rousseau, Davide Casaleggio, secondo il quale un ministro del M5S gli avrebbe offerto un posto nel passato governo: non è chiaro a che titolo. È stato chiesto al titolare degli Esteri, il grillino Luigi Di Maio, se ne sapesse qualcosa. Risposta: «Pensiamo ai contagi che sono arrivati a sedicimila...».
Da liberoquotidiano.it il 23 ottobre 2020. Uno strano caso aleggia su Roberto Speranza. Il libro del ministro della Salute, dal titolo "Perché guariremo", doveva uscire il 22 ottobre, ma fin dai primi momenti sui principali store online era irreperibile. Il motivo? Secondo l'ufficio stampa Feltrinelli sentito dal Foglio l'opera è stata sospesa. D'altronde vista la seconda ondata non era il caso di farla uscire. Eppure al quotidiano sorge un dubbio oltre quello relativo a chi ha fermato la distribuzione: perché mai un ministro della Repubblica dovrebbe scrivere un libro controvoglia, ritirandolo dal commercio a pochi giorni dall’uscita. La risposta è presto data: "Imboscare è il vero potere - conclude Il Foglio -, stavolta è stato usato per evitare una figura forse non commendevole, ovverosia proporre in lettura agli italiani un saggio dell’uomo che guida un ministero sulla cui crucialità in questo momento di iella cosmica e malattia mondiale è forse crudele spendere parole". E in effetti in qualche stralcio disponibile su Google Books si legge: “Ho deciso di scrivere nelle ore più drammatiche della tempesta, perché non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia”. Troppo tardi verrebbe da dire.
Francesco Borgonovo per “la Verità” il 23 ottobre 2020. La pietra tombale sull' attuale governo, e dunque anche su sé stesso, il ministro della Salute, Roberto Speranza, la mette alla seconda pagina del suo libro. Spiega di aver scritto il prezioso tomo «nelle ore più drammatiche della tempesta, nelle lunghe notti in cui il sonno mi sfuggiva, perché ero tormentato dalla preoccupazione che l' onda alta del Covid potesse travolgere il nostro sistema sanitario». E il motivo per cui si è cimentato nell' impresa è il seguente: «Dopo questa esperienza [] nessuno di noi potrà dire "non lo sapevo". Non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia». Già: nessuno potrà permettersi di essere impreparato, dice Speranza. Eppure, guarda un po', l'esecutivo di cui lui fa parte proprio in questi giorni è riuscito nell' impresa. Il testo del ministro è uscito ieri per l' editore Feltrinelli e s'intitola Perché guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute. Per gran parte è costituito da un diario che inizia gennaio e finisce ai primi di settembre. Supponiamo dunque che il ministro abbia ultimato la stesura un mesetto fa, e che - sull' onda degli ultimi entusiasmi estivi e dei dati confortanti - si sia lasciato andare a giudizi che ora suonano grotteschi, considerate le circostanze. «Nessuno potrà dire "non lo sapevo"», ruggisce lo Speranza scrittore, e chissà se lo Speranza ministro ribadirà il concetto ai suoi colleghi. Cioè quelli che hanno lasciato la scuola allo sbando o si sono occupati di aumentare i posti in terapia intensiva giusto qualche giorno fa. E chissà se ripeterà agli altri ministri e ai suoi compari giallorossi le parole tonanti vergate nel libro a pagina 191: «La prova che abbiamo attraversato fa cadere tutti gli alibi. Ogni volta che una scelta è rinviata o non presa è perché si sceglie di non decidere. Il Parlamento democraticamente eletto attraverso il voto popolare dà la fiducia al governo. Il governo deve governare. Ha l' obbligo di assumersi le sue responsabilità. Non ci sono scuse». Strepitoso: speriamo ardentemente che Giuseppe Conte metta immediatamente gli occhi sull' aureo libretto. Qualora decidesse di farlo, vi troverebbe passaggi molto istruttivi. Credevamo infatti che il premier fosse maestro nell' arte dello scaricabarile, ma dopo aver letto Speranza abbiamo capito che, nel mollare la patatona bollente agli altri, il ministro della Salute non ha rivali. Nel suo curioso manufatto, egli sostiene di essere stato, sin dall' inizio dell' emergenza, a favore della linea dura. «Se si interviene immediatamente con forza, anche adottando misure estreme in territori limitati», scrive nel brano datato febbraio 2020, «si può provare a contenere il virus in un ambito ristretto e rallentarne la diffusione. Questa idea mi resta impressa in testa, va nella cassetta degli attrezzi che tra pochi giorni saremo costretti a utilizzare». Capito? Lui era per le maniere forti da subito, ma spesso non l' hanno ascoltato, soprattutto in Europa. Infatti ai primi di marzo, uscendo da un vertice Ue che - a suo dire - ha dato buoni frutti, annota: «Se anziché il 6 marzo questo passo avanti si fosse fatto dopo la mia prima lettera di fine gennaio, oggi saremmo in tutt' altra situazione». Povera Cassandra... Ma se Roberto era così convinto dalla fine di gennaio, come mai il 7 febbraio il suo ministero ha diffuso uno spot televisivo in cui Michele Mirabella spiegava che con il Covid «non è affatto facile il contagio»? Mistero. Sempre a proposito di maniere forti, è interessante una frase riportata a pagina 85 del libro, nel capitoletto datato 25 febbraio 2020. Speranza si vanta: «Ben presto la "linea dura" dell' Italia non sarà più una scelta discutibile da valutare, ma un modello da seguire». Nella realtà, proprio il 25 febbraio il ministro dichiarò scocciato ai giornalisti: «Le misure da assumere contro il coronavirus le decidono gli scienziati e non la politica: considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Di nuovo: se lui aveva capito tutto ed era per la «linea dura», perché ci veniva a dire che le mascherine non servivano? A pagina 96 del suo capolavoro, Speranza insiste. Dando conto del dibattito di inizio marzo sulla chiusura delle scuole, ricorda: «Io sono per la linea dura, ancora una volta». E ancora una volta, sfiniti, ci domandiamo: se lui era così determinato, perché il 4 febbraio, ai governatori che chiedevano di tenere in quarantena i bimbi rientrati dalla Cina, rispondeva: «Su queste cose decide la scienza. Noi ci affidiamo alla scienza e non alla propaganda»? La posizione autoassolutoria del caro Roberto è così difficile da sostenere che egli si contraddice più volte persino all' interno del libro. Dopo essersi lamentato dell' Europa che non ascoltava i suoi allarmi, dopo aver raccontato nel dettaglio (allo scopo di difendere Domenico Arcuri) la difficoltà a reperire mascherine, a pagina 137 scrive: «Ha infuriato una polemica, con tanto di interrogazioni parlamentari, perché nel mese di febbraio il nostro governo aveva inviato dispositivi di protezione e altro materiale sanitario in Cina [...] Io credo che non ci sia nulla di più sbagliato e inattuale di quelle polemiche. [...]. La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus». Splendido: Speranza diceva che le mascherine non servivano, le abbiamo regalate ai cinesi e siamo rimasti senza, ma in compenso ci siamo curati con la «solidarietà». I risultati si sono visti...Tanto è tenero con sé stesso, tanto il nostro ministro è spietato con gli avversari politici e soprattutto con gli alleati. In un capitolo dedicato alla comunicazione, ad esempio, spiega che a lui non piace apparire o tenere conferenze stampa (e il pensiero corre ai comizietti di Giuseppi). Ma il meglio arriva al capitolo 12, «La settimana della solitudine». Speranza racconta i giorni tristi di fine febbraio in cui si è sentito «controvento». Lui - lo sappiamo - era per il pugno di ferro, ma «gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolano»; «il Pd organizza un aperitivo sui Navigli per dimostrare che si può andare avanti senza fermarsi [...] Invitano anche me, ma declino». Commovente: per l' ennesima volta il ministro della Salute riesce a mettere in ridicolo i suoi alleati. Vero, nel libro bastona pure i sovranisti, tuttavia il peggio - forse involontariamente - lo riserva proprio all' Ue (ah, la cara Europa) e ai giallorossi. Quelli che invitavano a fare gli aperitivi, quelli che «non hanno scuse» e invece si sono fatti di nuovo trovare con le braghe calate. Lo spettacolo è desolante, ma state tranquilli, perché Speranza assicura: «Non ci sono dubbi, guariremo». Sì, state sereni, e non dimenticate i gesti apotropaici.
Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 24 ottobre 2020. Ci sono articoli che sono commissionati e altri che sono proposti, ma ecco, sorge una terza categoria che vogliamo denominare «non dirmi niente». È un articolo né proposto né commissionato: basta un indizio o un'occhiata e l'articolo si scrive da solo, sorge per generazione spontanea. Nel caso, l'occhiata bastava darla al titolo del Fatto Quotidiano (la colf del governo Conte) che ieri recitava così: «Posticipata l'uscita del libro del ministro Speranza: "subirà un ritardo"». Riportiamo anche l'occhiello, così risparmiamo tempo: «Il volume firmato dal titolare del dicastero della Salute che tratta della pandemia è intitolato "Perché guariremo". Da giovedì doveva essere sugli scaffali. La nota di Feltrinelli: "Subirà un ritardo nella data di messa in vendita"». Infine la foto: riproduce lui a Montecitorio, con la solita mascherina e la consueta aria tristanzuola. Ora: quale battuta scegliere, tra le tremila che ti assalgono da sole, senza cercarle? Quando poi stai per sceglierne una, ti assale un dubbio atroce: la capiranno, i lettori? Non che siano scemi, ma anzitutto va osservato che ai presunti colleghi del Fatto Quotidiano, per esempio, non è scappata una sola parola di ironia che fosse una, niente, zero. Anche l'articolo è gelido come una nota Ansa: «Il comunicato della casa editrice Feltrinelli non fornisce spiegazioni sulle motivazioni di questo ritardo. Il volume firmato dal ministro Speranza era già arrivato nei magazzini ed era pronto a essere esposto: "Invitiamo i librai a non rendere il libro, ma a tenerlo nei propri magazzini, fino a quando, auspicabilmente in tempi brevissimi, verrà comunicata la nuova data di messa in vendita"». Possibile che non colgano l'assurdo? Neanche mezza battuta? Oddio, è il giornale di Travaglio: per loro l'assurdo è la normalità. Però, diosanto, il ministro si chiama pure «Speranza», e ha quella faccia lì, da penitente: no, non è possibile. Evidentemente è l'ortodossia governativa spinta al parossismo: è vietato ridere del Conte II, sempre, anche al circo, anche se il ministro si veste da clown. Non c'è altra spiegazione. Proviamo a inventare una notizia paragonabile: dunque, il ministro Pacifico ha rimandato l'uscita del suo libro «Perché vincerà la pace» dopo che la casa editrice è stata bombardata da colpi di mortaio. Rende l'idea? No. Niente supera la fantasia del reale. Bene, allora restiamo reali anche noi, e scriviamo cose quasi serie: ma ridendo, se non disturba. In ordine sparso, come il virus:
1) La carica italiana più titolata a programmare il prossimo futuro sanitario, cioè il ministro della Salute, escludeva che in questo periodo potesse esserci una recrudescenza dei contagi, ipotesi ventilata (da mesi) anche dall'ultimo immunologo di Barletta;
2) la scrittura di un libro non necessita di tre minuti: neppure se ti aiuta un ghostwriter (figura che un tempo chiamavano «negro», ah, orrore) e quindi significa non solo che Speranza non ha previsto la notevole impennata delle ultime settimane, ma non l'aveva neanche prevista nei mesi scorsi, mentre pure - vogliamo pensare - si documentava per il libro nonché, in second'ordine, perché era suo dovere: essendo lui - circola voce - il ministro della Salute;
3) ora finalmente sappiamo perché anche Speranza sembra che non abbia fatto un tubo, da giugno a oggi, per pianificare e fronteggiare il probabilissimo ritorno del Covid, peraltro con l'ausilio dei soldi del Mes; ecco cioè perché non sono state formate delle equipe, né predisposto personale, né preservati degli ospedali «puliti» dove indirizzare chi non era malato di Covid e non voleva beccarselo nei focolai ospedalieri: non se n'è occupato perché stava scrivendo un libro.
Stava scrivendo un libro titolato «Perché guariremo», titolo positivo forse suggerito dagli editor Feltrinelli (complimenti anche a loro) che forse però, chissà, forse non ci hanno pensato: invece di rimandare l'uscita, forse bastava cambiare il titolo. Da «Perché guariremo» a «Perché dovremmo guarire?», e questo perché «Andrà tutto male» sarebbe giudicato iettatorio o potrebbe instillare dubbi sacrosanti, tipo: «Perché, prima come andava», «ma parla del governo?». In ogni caso è troppo tardi («Troppo tardi»: altro buon titolo dedicato al tempismo governativo) nel senso che il libro, come detto, è già arrivato nei magazzini ed era pronto per gli scaffali. Opzioni possibili: o avvolgi ogni volume con una fascetta dell'ultim'ora («Parla l'esperto», qualcosa del genere) oppure dovranno ritirarlo e rimetterci le mani, possibilmente ben lavate. Feltrinelli ci ha speso dei bei soldi, ed è logico che ora inviti i librai «a non rendere il libro ma a tenerlo nei propri magazzini, fino a quando, auspicabilmente in tempi brevissimi, verrà comunicata la nuova data di messa in vendita». Ma fidatevi, non è una pubblicazione postdatata: è una figura di merda. Circola pure un'anticipazione del libro, testuale: «Nessuno di noi potrà dire "non lo sapevo". Non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia». Un consiglio a Speranza: a questo punto giochi sulle parole. «Perché guariremo»: perché prima ci ammaleremo.
Estratto dell’articolo di Riccardo Luna per “la Repubblica” il 20 ottobre 2020. «[…] Se pensiamo che le uniche armi contro il virus siano le mascherine e tenere le persone chiuse in casa, stiamo sbagliando tutto. […]». Alessandro Vespignani, 55 anni, fisico, è il direttore del laboratorio della Northeastern University di Boston […] Intanto con diecimila casi al giorno il tracciamento dei contagi è saltato: Immuni è stata scaricata da 9 milioni di persone ma ha mandato segnalazioni di appena 900 positivi. Perché non funziona? «[…] la app contro il virus è una cosa bellissima ma funziona solo se gli crei un mondo intorno. […] ho la app e poi che succede? Ho qualcuno con cui parlare? Posso contattare un medico più velocemente? Posso fare subito un test? Senza queste cose la app fa addirittura paura. Ti arriva una notifica di un contatto a rischio e sei solo». […] «[…]Era invece il momento per assumere studenti, o disoccupati, e addestrarli a stare in un call center di questo tipo. Si dovevano creare i navigator del Covid». […] Guardiamo al futuro ideale: ti arriva la notifica di Immuni, chiami un call center nazionale, ti risponde subito un navigator e che succede? «Che puoi fare subito il test. Le file che ho visto in Italia sono una follia. Ci sono modi semplici per gestirle: il contact tracer che ti risponde al telefono può darti l'ora esatta in cui farai il test. Oppure lo prenoti via Immuni. In Germania lo fanno già». […]
Crepet: “Mi vergogno di questo paese! Qui siamo al regime. Infosannio 11 ottobre 2020 (radiorai.it) – ”Paolo Crepet già ad aprile denunciava il modo di agire del Governo. Possibile che nessuno si occupi delle conseguenze psicologiche che la situazione di emergenza può comportare? Dubbi, da parte dello psichiatra e sociologo, che ancora oggi persistono e si sono estesi a ulteriori ambiti: lavoro, scuola, sanità futura, vulnerabilità emotiva e fisica. Proprio da queste prende vita il suo nuovo libro ‘Vulnerabili’, dove la stessa sensibilità viene intesa come punto di partenza per un cambiamento, necessario dopo lo stato di emergenza vissuto. Ma come metterlo in atto, il cambiamento, se ogni giorno si fa vivo un “nuovo” pensiero che pare catapultarci nel peggiore dei passati? È ciò su cui si sofferma Crepet in diretta, mostrando indignazione in relazione alla notizia del divieto posto dal Presidente della Campania De Luca a medici e primari della regione di rilasciare interviste o fornire informazioni sul coronavirus. “L’Unità di crisi – si legge in una nota protocollata dalla regione – è l’unico organismo abilitato a fornire indicazioni e riscontri agli organi di stampa e a quelli radiotelevisivi e ai social media. È pertanto inibito a tutti gli organi aziendali rilasciare informazioni e interviste o intrattenere collaborazioni con i predetti organi senza espressa autorizzazione di questa unità di crisi”. Insieme al’ex Ministro della Famiglia Antonio Guidi, Paolo Crepet è intervenuto a “Un giorno speciale”. I due hanno discusso sui possibili scenari italiani e sugli errori che, secondo loro, sono stati commessi e si continuano a commettere nelle varie fasi passate, presenti e future di questa emergenza sanitaria.
Ecco l’intervista fatta da Francesco Vergovich: “Si deve lottare contro l’ignoranza, non se ne può più di un paese così straordinario condotto nemmeno dal cocchiere del Circolo Pickwick. Io sono veramente esterrefatto di questa totale incapacità. A osservare le cose sono capaci anche i deficienti, a prevederle ci vuole intelligenza: non è stato previsto nulla! Abbiamo cominciato male, con delle bugie. A febbraio è stato messo nel cassetto un documento dell’Istituto Superiore di Sanità in cui si prevedeva l’arrivo dalla Cina di una pandemia. Ora, mi chiedo, perché è stato messo in un cassetto? Qualcuno pensa che siamo tutti scemi? Ci trattano come bambini a cui non bisogna dire che il nonno sta bene? Questo fa ribollire il sangue. Nulla è stato previsto. Nessuno al Governo ha previsto che sarebbe arrivata l’estate e con essa le vacanze, i locali, i balli, le riunioni, i ristoranti strapieni… Non è stato previsto che a settembre sarebbe iniziata la scuola e si son trovati senza banchi, senza le regole. Dilettanti allo sbaraglio! Adesso, finalmente, c’è qualcuno che inizia a dire che inizia l’influenza, perché neanche questo sono riusciti a prevedere. Io ho scritto quel libro perché do un senso più che positivo alla vulnerabilità perché porta sensibilità e potrebbe essere un’opportunità per cambiare il paese. Ma se poi le ignoranze rimangono, se ancora sento terrapiattisti che parlano di vaccini a sproposito, se si riuniscono nelle piazze… Questa non è sensibilità e senza questo trionfa l’odio, le persone che non hanno merito. E allora, cominciamo ad alterarci! Oggi in Campania mi è stato detto che le Asl non possono parlare di coronavirus e che i primari ospedalieri non possono parlare di coronavirus. Qui siamo al regime. Io mi vergogno di questo paese. Io sono medico, noi abbiamo il diritto e dovere di informare la gente. È stato il Fascismo che ha negato le statistiche sul suicidio perché non bisognava dire che c’era qualcuno che si toglieva la vita per mancanza di libertà.
Marco Travaglio e la prima pagina del Fatto sul Dpcm Conte: "Salva Natale, Pd isterico e sgovernatori falliti". Libero Quotidiano il 25 ottobre 2020. "Oggi arriva il Dpcm per salvare il Natale". Quasi lockdown, ma il Fatto quotidiano preferisce indorare la pillola ai suoi lettori. D'altronde, leggendo il Dpcm in via di definizione (tra mille polemiche) e l'editoriale di Marco Travaglio, pare di vivere in due realtà parallele. Giuseppe Conte avrebbe voluto licenziarlo già sabato sera, ma lo scontro con regioni e Cts (che vorrebbero misure diverse su scuola, orari di chiusura e spostamenti) ha fatto slittare tutto. Eppure, secondo il direttore del Fatto, la colpa delle misure contenute nella bozza è tutta degli altri. Nello specifico, spiega Travaglio, "sembrano il frutto delle pressioni isteriche del Pd, che non tocca palla e vuol piantare una bandierina, e degli sgovernatori falliti, ansiosi di coprire le proprie vergogne". Non solo, a proposito dell'appello a misure urgenti dei 100 scienziati a Mattarella, Travaglio parla di "scienziati apocalittici ma digiuni della materia (fisici nucleari, vulcanologi e astronomi che scambiano i positivi per malati e i dati parziali dei tamponi per il totale degli infetti)". Insomma, una manica di incompetenti terroristi. Ma per fortuna che c'è Giuseppe.
Maurizio Belpietro per “la Verità” il 27 ottobre 2020. Ieri sulle pagine di alcuni dei principali giornali è comparso un avviso di indizione gara della presidenza del Consiglio. Sotto il titolo banale di qualsiasi bando pubblico, l' annuncio avvisava che la scadenza per la presentazione di offerte per la fornitura di autoambulanze e automediche era fissata alle ore 18 del 3 novembre 2020. Sì, avete letto bene, il commissario straordinario per l' emergenza Covid, a otto mesi dall' inizio dell' epidemia, mentre migliaia di persone devono far ricorso al pronto soccorso causa coronavirus, ha sentito l' urgenza di chiedere ai fornitori della pubblica amministrazione di manifestare il loro interesse alla fornitura entro i primi giorni di novembre. Immaginiamo che tra chiusura della gara, apertura delle buste con le offerte inviate e proclamazione dei vincitori passeranno alcune settimane. Dopo di che, arrivato Natale, ne serviranno altre per avviare la produzione. Non credo di essere pessimista, ma immagino che prima della fine dell' anno non vedremo alcuna autoambulanza in più di quelle di cui già disponiamo. Naturalmente, quando parlo di fine anno intendo l' anno nuovo, perché è evidente che un' automedica non si attrezza così su due piedi. Servono sistemi di assistenza, ossigeno e altro e dunque, prima di metterla su strada, ci vuole tempo e dopo l' assegnazione dell' incarico bisogna passare alla fase operativa, cioè alla produzione, perché, a differenza delle automobili, le ambulanze non si comprano dal concessionario. Dunque, in piena emergenza, con gli ospedali pieni e i mezzi di pronto soccorso pienamente impegnati, la presidenza del Consiglio e il baldo Domenico Arcuri, ovvero l' uomo a cui Giuseppe Conte ha affidato pieni poteri per fronteggiare la pandemia, si sono ricordati di ordinare le ambulanze solo ieri e in gran fretta hanno invitato le aziende produttrici a farsi avanti. Che otto mesi dopo a Palazzo Chigi si siano resi conto della carenza di automediche non deve stupire. Impegnati com' erano a fare conferenze stampa e rilasciare interviste, è comprensibile che i nostri eroi contro l' emergenza siano un po' in ritardo sulla tabella di marcia. Pensate solo che per riuscire a raggiungere il numero di posti letto in rianimazione il governo - per bocca del solito Arcuri - ha chiarito che per arrivare a pieno regime, e dunque coprire il fabbisogno di disponibilità nelle terapie intensive, ci vorranno 27 mesi, vale a dire che saremo pronti ad affrontare l' emergenza all' incirca alla metà del 2023. Il che sarebbe già un brillante risultato, perché, se si dà un' occhiata al cronoprogramma per cablare le scuole e consentire la didattica a distanza, si capisce che con l' istruzione siamo messi anche peggio. Già, perché il bando di gara del solito Arcuri scadrà anche dopo quello per le ambulanze. Le offerte dovranno infatti pervenire entro il 23 novembre e i lavori dovranno essere completati entro la fine del 2023, con una scadenza per il Natale dell' anno prossimo di almeno un 25 per cento del totale. Dunque, per la rianimazione c' è tempo, per le lezioni anche e volete che nel ramo trasporti si proceda spediti? Ovvio che no. Sempre Arcuri, il mago dell' emergenza, l' uomo che riesce a tenere in surplace il Covid, l' altro giorno ha spiegato che a lui nessuno ha parlato di autobus e mezzi pubblici. Forse, essendo convinto che studenti e lavoratori viaggino con la forza del pensiero o, anche lui come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che le persone si spostino da un capo all' altro delle città in monopattino, il super commissario pare non aver prestato neppure un minuto del suo tempo alla questione del trasferimento casa-scuola-lavoro. Con il risultato che al momento non paiono neppure essere state avviate le procedure per i bandi di gara e dunque, per i nuovi autobus, si dovrà scavallare anche il 2023, che a noi già sembrava una scadenza lontanissima. Ma c' è di più. Oltre a essersi dimenticato di ordinare ambulanze, cablare le scuole e comprare mezzi per il trasporto locale, il governo ha proceduto a rilento pure sul tracciamento dei contagiati, scordandosi che l' app Immuni doveva servire per informare gli italiani entrati in contatto con un malato. Dopo settimane di polemiche sulla scelta di un sistema dall' azionariato ritenuto non completamente affidabile (tra gli investitori c' è anche un gruppo cinese con base ad Hong Kong), l' applicazione che avrebbe dovuto tracciare le relazioni delle persone con il Covid, in realtà è finita in cavalleria, insieme ai tanti altri progetti rimasti sulla carta. L' elenco dei ritardi e delle manchevolezze naturalmente potrebbe continuare, arricchendosi di promesse e annunci non rispettati, come per i bonus. Tuttavia, penso che basti questo a far comprendere che qui l' unico a dover essere messo in isolamento prima che faccia altri guai è il governo. Non ci piacciono le rivolte in piazza e non abbiamo certo intenzione di soffiare sul fuoco. Semmai oggi ad appiccare l' incendio è chi siede a Palazzo Chigi, il quale rinviando di giorno in giorno i problemi è riuscito nella non facile opera di aggravarli. E ora pretende pure di presentarci il conto dei suoi danni.
Da huffingtonpost.it il 27 ottobre 2020. ″È inaccettabile che oggi, dopo mesi in cui abbiamo ripetuto che il trasporto pubblico poteva diventare il collo di bottiglia se non fossero stati riprogrammati gli orari della città, delle scuole, degli uffici, ci si venga a dire che si chiudono scuole e attività produttive perché i trasporti si sono fatti trovare impreparati”. È lo sfogo affidato al Corriere della Sera di Arrigo Giana, presidente di Agens (l’Agenzia confederale dei trasporti) e numero uno di Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. “Da aprile ho scritto a tutti gli stakeholder per chiedere dei tavoli di coordinamento e oggi vengono a dire che i trasporti si sono fatti trovare impreparati. È indecente”, denuncia Giana. “Ci si è riempiti la bocca con gli scaglionamenti degli orari scolastici. Chi lo ha fatto? Ma pensate che il ministero dell’Istruzione abbia mai chiesto alle agenzie di trasporto cosa fosse necessario fare? A un certo punto ci hanno persino detto che in base all’indipendenza scolastica dovevamo metterci d’accordo con i singoli presidi. A oggi i presidi chiamano direttamente gli amministratori delegati delle aziende di Tpl perché non sanno a che santo votarsi. Né come Agens, né come Atm sono mai stato invitato a un tavolo se non a quelli del ministero delle Infrastrutture. Il ministero è l’unico che si è dato da fare. Altri si sono riempiti la bocca senza sapere nulla”. Il presidente di Agens rivendica gli sforzi fatti, spiegando come il sistema del trasporto pubblico locale (Tpl) non sia espandibile oltre un certo limite: “abbiamo messo in campo tutto quello che avevamo, usando i vecchi bus, non dismettendone altri, chiedendo straordinari al personale. Oltre un certo limite il Tpl non è espandibile. Bisogna mettersi in testa che in questa situazione il trasporto pubblico non è la variabile ma la costante data intorno a cui deve girare correttamente il resto”. Secondo Giana, malgrado gli errori fatti, ”è necessario mettersi insieme, creare subito dei tavoli di coordinamento permanenti”. Altrimenti la storia del "farsi trovare impreparati" è destinata a ripetersi, ancora e ancora.
L'Italia ha già 120 miliardi di euro in tasca e non è capace di spenderli. Ponti, dighe, ferrovie: decine di grandi opere sono ferme anche se già finanziate con montagne di soldi. In attesa del Recovery fund, il nostro Paese conti con il suo immobilismo. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 03 novembre 2020. Milano il Seveso esonda puntualmente ogni autunno, da almeno sei anni sono a disposizione 120 milioni di euro per realizzare le vasche di compensazione, ma i lavori sono praticamente fermi. A Palermo da cinque anni sono stati stanziati 17 milioni di euro per mettere in sicurezza il ponte Corleone, una sorta di ponte Morandi di Genova come importanza strategica per la città visto che collega i due tratti principali della circonvallazione, ma ad oggi non un euro è stato speso. Sono due fotogrammi che uniscono da Nord a Sud il Paese che non sa spendere i soldi che ha già in cassa. E ne ha tanti, in pancia, divisi in mille rivoli tra enti locali, Stato e società controllate come Rfi e Anas.
Ritardi, cavilli e milioni non spesi. Così i trasporti sono andati in tilt. Emanuele Lauria e Giovanna Vitale su La Repubblica il 2 novembre 2020. In sofferenza soprattutto i mezzi pubblici delle grandi città. Tra le cause gli ingressi nelle scuole non scaglionati a sufficienza. Alla fine pure Giuseppe Conte, nella cornice solenne di Montecitorio, ha dovuto ammettere che qualcosa è andata storta: "C'è un'oggettiva difficoltà ad assicurare il distanziamento sui mezzi di trasporto". Anche sul suo smartphone, d'altronde, sono rimbalzate le immagini di bus e metropolitane pieni, con i passeggeri accalcati nelle ore di punta. Immagini che fanno a pugni con l'esigenza di frenare la curva dei contagi che ha cominciato a crescere esponenzialmente da fine settembre in poi, da quando cioè un esercito di otto milioni di studenti si è rimesso in movimento, accanto ai lavoratori già in attività dopo le ferie. Questa è la storia del pericoloso flop dei trasporti pubblici, che ha contribuito a provocare l'attuale stato di semi-lockdown e che ha generato uno scontro fra il governo e le autonomie locali. Ma cosa è successo esattamente?
I 180 milioni non spesi. È vero, come dice il premier, che il governo ha stanziato a fine agosto 300 milioni per potenziare i servizi di trasporto e che le Regioni, al momento, ne hanno spesi solo 120. Fondi che però sono stati materialmente ripartiti due mesi dopo, con un decreto attuativo firmato venerdì scorso. In ogni caso, in forza di impegni e anticipazioni, quei soldi sono stati impiegati per 4 mila nuove corse: impossibile acquistare bus nuovi in breve tempo, sono stati utilizzati 2 mila bus forniti da privati. Eppure ciò non è bastato a evitare l'emergenza. Perché il potenziamento è avvenuto principalmente su tratte extraurbane e nei piccoli centri, mentre non è servito ad alleggerire le corse nei capoluoghi, dove più forte è la domanda di mobilità.
La beffa dei bus turistici. Uno dei problemi emersi, sin da subito, è la difficoltà di impiegare i mezzi turistici assicurati dai privati per le corse ordinarie nei centri urbani: la loro conformazione impedisce accessi e uscite veloci dai bus. In realtà, è solo una parte della questione. Perché un altro affollamento - quello normativo - è stato d'intralcio: nessuno, a inizio settembre, nel mettere a disposizione i 300 milioni per i trasporti ha pensato di eliminare una disposizione precedente che vincolava l'utilizzo delle somme al fatto che le linee, prima del Covid, facessero registrare un grado di utilizzo superiore all'80 per cento della capienza. Un cavillo che, denunciano diversi governatori, ha limitato la possibilità di intervento.
Il nodo autonomia scolastica. Ma lo scoglio più alto si è rivelato lo scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita dalle scuole. "Il vero problema è che le aziende di trasporto non sono mai riuscite neppure a conoscere la domanda di mobilità", sintetizza Andrea Gibelli, presidente di Asstra, l'associazione che rappresenta il 95 per cento del Tpl urbano in Italia: "Ogni scuola, nel passaggio dall'orario provvisorio a quello definitivo, si è organizzata a modo proprio, con comunicazioni inesistenti o tardive a chi gestisce i collegamenti. L'autonomia scolastica è sacra - osserva Gibelli - ma in questo periodo di emergenza tutti stanno rinunciando a qualcosa. Forse chi sovraintende al mondo della scuola avrebbe potuto fare di più per assicurare un coordinamento". Ma almeno sino a metà ottobre la ministra Lucia Azzolina non ha voluto prendere in considerazione indicazioni univoche, su tutto il territorio, sullo scaglionamento degli orari delle lezioni, proprio in nome dell'autonomia scolastica. E malgrado le sollecitazioni in senso contrario di altri esponenti di governo (come Francesco Boccia) e degli enti locali. Nel frattempo, però, gli assembramenti non sono finiti, sui mezzi e alle fermate. Anche perché i controlli sono pochi e non esiste il contingentamento degli ingressi. In alcune città come Roma e Milano per evitare la ressa alle banchine della metro è stato offerto ai passeggeri un servizio alternativo sui bus. Ma la gente ha continuato a preferire la metropolitana.
I ritardi. Un dato è evidente: questa affannosa corsa per garantire trasporti sicuri è partita in ritardo. E qui si torna ai 300 milioni spesi per meno della metà. E messi in circolo con una conferenza unificata solo il 31 agosto, cioè proprio a ridosso dell'inizio dell'anno scolastico, dopo un'estate a discutere di plexiglas e banchi con le rotelle. Non si poteva fare prima? "Noi abbiamo presentato già a luglio un piano per garantire collegamenti sicuri", sottolinea il presidente dell'Asstra Gibelli sollevando altri interrogativi. Con lo stesso provvedimento il governo ha alzato il limite di riempimento dei mezzi all'80 per cento della loro capienza. Tetto che con il passare delle settimane è finito sotto accusa perché ritenuto troppo elevato, sulla base anche delle immagini delle resse sui mezzi. Eppure, ha sottolineato la ministra dei Trasporti Paola De Micheli in commissione, il limite dell'80 per cento è appena superiore a quello (75 per cento) indicato dal comitato tecnico scientifico: anche con 5 passeggeri per metro quadro, adeguatamente protetti e per un periodo non troppo lungo, non c'è rischio di contagio. Seppur questo riempimento - ha precisato De Micheli - possa sembrare "non coerente con le misure di contenimento del virus". Nel dubbio, il governo sta pensando di riabbassare la percentuale. L'ennesima prova di una scommessa fallita.
Federico Fubini per il “Corriere della Sera” il 30 ottobre 2020. L'Urss era quel posto dove lavoratori e mezzi erano tanti, ma restavano fermi. La domanda dei frutti del loro lavoro rimaneva insoddisfatta. E politici e burocrati discutevano per mesi, senza riuscire a far incontrare gli uni e l' altra. A Gabriele Saija, che ha 25 anni, le foto di bus e metrò affollati nelle città italiane durante le prime settimane del ritorno a scuola ricordano un po' la storia sovietica che ha studiato a scuola. Saija nel 2018 aveva vinto un premio di Confindustria per la sua startup che fa nel trasporto privato in bus ciò che Uber fa con le auto. Era arrivato ad avere 16 dipendenti. E quando a marzo le prenotazioni si sono azzerate con la prima ondata virale, ha lanciato zeelo.co.it: offre bus privati con distanziamento, tracciamento, disinfezione e controllo di temperatura. Amazon e altre aziende lo stanno già usando. L'imprenditore ha anche scritto ai 735 comuni italiani sopra i 15 mila abitanti per offrire lo stesso servizio con oltre quattromila bus privati connessi. Poteva aiutare a ridurre l' affollamento, quando avrebbero riaperto le scuole. Risposte positive: zero su 735. Sajia non è stato il solo a ricevere queste reazioni, spiega Riccardo Verona del Comitato bus turistici. In questi mesi molte coalizioni di imprese di trasporto privato, rimaste senza lavoro, si sono viste chiudere le porte in faccia da comuni e regioni. I mezzi pubblici sono rimasti spesso affollati oltre i limiti di legge; almeno 180 dei 300 milioni di euro stanziati dal governo per affittarli sono rimasti dormienti; migliaia di bus privati disponibili sono rimasti nelle rimesse, con i conducenti in cassa integrazione. L' Italia è giunta impreparata alla ripresa d' autunno e il virus ha ripreso a circolare. Non era inevitabile. Già in aprile un rapporto, firmato da figure di spicco del comitato-tecnico scientifico (Cts) del governo come Silvio Brusaferro dell' Istituto superiore di sanità e Sergio Iavicoli dell' Inail, indicavano i problemi e le scelte da compiere: «Emerge una criticità soprattutto per le grandi aree metropolitane relativa alla mobilità nelle ore di punta», si legge. I punti delicati sono già indicati in quel testo: servono, si osserva, «misure organizzative e di prevenzione per il contenimento della diffusione del contagio». In altri termini servivano più bus all' ora di punta del mattino - attorno alle sette e trenta - specie nelle aree di Roma, Milano, Torino, Venezia-Mestre e Genova. A maggior ragione perché il Cts dall' estate chiede che il riempimento dei mezzi non superi il 50% della capienza. Solo a fine agosto il governo arriverà a indicare un livello massimo di affollamento dell' 80%, al termine di un estenuante negoziato con le regioni. Ma in realtà queste ultime, che hanno poteri diretti sul trasporto pubblico locale, non sono mai state d' accordo. Un' ordinanza del 26 giugno della giunta veneta, a guida leghista, consente l' occupazione al 100% dei posti seduti e in piedi sui mezzi «in deroga all' obbligo di distanziamento». Il 27 giugno la Liguria, anch' essa in mano al centrodestra, permette i viaggi a pieno carico dei posti a sedere. Il 7 agosto la leghista Lombardia esprime «preoccupazione per l' obbligatorietà del distanziamento sui mezzi» e ricorda (correttamente) che tutte le regioni - anche quelle rette dal centrosinistra - sono della stessa idea. Quello è il giorno in cui il governo stanzia trecento milioni per il noleggio di bus privati supplementari, dei quali solo 120 verranno usati. Ad oggi la Lombardia ha aggiunto l' offerta di circa tremila posti in bus per il mezzo milione di studenti e lavoratori in più che si sono riversati sulle strade da settembre. Il Veneto ottomila in più (e solo da questa settimana) per i 250 mila viaggiatori tornati a circolare sui mezzi. Roma a guida M5S rafforza sette linee urbane di bus su 345 e non offre navette per alleggerire le rotte della metro. Anche l' Emilia-Romagna e il Lazio, a guida del Pd, irrobustiscono l'offerta di posti - rispettivamente - del 4,5% e del 2% dell' aumento di domanda di trasporto stimata con l' inizio delle scuole. E il governo non mostra la leadership necessaria per scardinare la protezione stesa dagli enti sul monopolio delle società di trasporto pubblico che essi stessi controllano. Quasi niente. Così le foto di viaggiatori stipati fanno il giro del Paese, il virus anche, ma è impossibile sapere quanta congestione ci sia stata in realtà: fra i grandi enti locali d' Italia, solo Roma dà trasparenza sui propri punti critici dell' ora di punta. «Spero che il blocco parziale del prossimo mese serva a prepararci meglio», osserva ora Iavicoli del Cts. Intanto Saija, lo startupper, ha trovato l' unica soluzione per lui ormai possibile: ha tagliato due dipendenti su tre e si è indebitato in banca.
Ministri e burocrati non all’altezza e la gente non sa più a chi credere. Paolo Pompeni su Il Quotidiano del Sud il 25 ottobre 2020. L’OPINIONE pubblica non sa a chi credere: a quelli che denunciano che la situazione è sfuggita di mano, o a quelli che sostengono che non la si può paragonare all’emergenza di marzo-aprile? Dopo aver ridotto la politica a comunicazione, dopo avere aperto tutti i possibili palcoscenici ad una folta schiera di esperti che non sai se ti aiutano con la loro scienza, fanno a chi la spara “strana”, o addirittura si mettono al servizio di questa o quella lobby di potere in vista di future prebende, scopriamo che siamo poco informati e ancor meno diretti. E sì che “leadership” in inglese significa banalmente capacità di condurre. E’ diventata una banalità scrivere che il paese è disorientato e frastornato, benché fino a non molto tempo fa dirlo era considerato fare del sensazionalismo. Oggi siamo in balia dell’attesa di conoscere se entro sera arriverà il solito DPCM che dovrebbe mettere ordine e ricostruire la fiducia della gente. Abbiamo qualche dubbio che sia in grado di farlo, per la semplice ragione che arriva tardi, dopo che ha lasciato correre anticipazioni di ogni genere e conseguenti prese di posizione pro o contro. Soprattutto non si vede ancora lo sforzo coeso delle classi dirigenti del paese a compattare tutti nella risposta possibile, e dunque non miracolistica, all’emergenza che minaccia di travolgerci. Il governo è debole, difficile negarlo. Il premier non si è mostrato più capace di imporsi come riferimento, molte figure da lui scelte per gestire la situazione si stanno rivelando quantomeno non altezza, vale per i ministri come per i burocrati. Per quanto sia sempre antipatico dirlo, in questi casi bisognerebbe capire che non si danno messaggi tranquillizzanti senza cambiare un po’ di persone. Lasciamo perdere le macabre immagini delle teste che rotolano, ma più banalmente la chiamata in servizio di figure nuove che possano dare almeno la speranza di avere più capacità da mettere in campo è una vecchia, ma sempre valida ricetta per fronteggiare momenti politicamente difficili. Alcuni si sono buttati nei paralleli storici e hanno ricordato che dopo Caporetto si manda via Cadorna e si chiama Diaz: un po’ semplicistico, ma rende l’idea, anche se non è detto che basti questo per raddrizzare la situazione (peraltro in quel caso cambiarono anche il governo e la sua guida …). Il fatto è che la politica non è in grado di prendere decisioni così impattanti. Il presidente Mattarella non può fare altro che richiamare ormai in continuazione alla coesione nazionale, ma non ha il potere di indicare una soluzione. I partiti di maggioranza sono in competizione fra loro e il più numeroso, M5S, è politicamente inconsistente. Le opposizioni maggiori faticano ad uscire dalla scelta che sotto sotto hanno fatto per il tanto peggio, tanto meglio. Del resto un vero cambio di passo da parte loro implicherebbe qualche cambiamento traumatico nei rispettivi equilibri interni e tra di essi. Eppure è singolare che con tutta l’attenzione che si mette oggi sulla comunicazione e sulle demagogie di vario tipo non si colga la necessità di tentare almeno una o più mosse di forte impatto simbolico. Lo è tanto più che siamo in prossimità di un momento dell’anno che è ad altissima densità simbolica, perché andiamo verso le festività natalizie, che sommano contenuti tanto culturali quanto banalmente consumistici la cui carica emotiva non può essere sottovalutata. Arrivare in quel periodo in preda ad uno sconquasso tanto sanitario quanto socio-economico sarebbe un colpo durissimo per la tenuta dello spirito pubblico, e al contempo un rischio non sottovalutabile per tutto il nostro sistema politico (intendendo la parola nel senso più alto del termine).
Da corriere.it il 24 ottobre 2020. «Questa è la tac polmonare di un paziente di 37 anni malato di Covid. Senza la terapia intensiva morirebbe». Il presidente della regione Campania De Luca mostra le immagini dell'esame clinico. Poi rimprovera i cittadini campani mostrando i video di una festa in spiaggia a Bagnoli (Napoli). «Siamo all'irresponsabilità», ha commentato. «Sono queste le situazioni che hanno portato a una diffusione enorme del contagio», ha concluso il governatore che ha annunciato per la sua regione la chiusura totale delle attività.
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 24 ottobre 2020. Perché Vincenzo De Luca ha deciso di mostrare la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid? Al di là del buongusto (la prossima volta mostrerà la tac di un trauma cranico per scoraggiare gli incidenti stradali?), come mai ha voluto trasformare un caso abbastanza eccezionale in una storia emblematica? Immagino che De Luca lo abbia fatto per spaventare i suoi amministrati più giovani, ritenendo la paura il migliore antidoto contro il diffondersi del contagio. L' idea che i popoli si governino trattandoli come sudditi - anziché sforzarsi di renderli cittadini consapevoli - raccoglie molti estimatori e, pur senza condividerla, non mi permetto di giudicarla. Però De Luca non è un corsivista, né un parroco o uno psicanalista. De Luca è un presidente di Regione, e il compito istituzionale dei presidenti non consiste nello spaventare i cittadini, ma nel far funzionare gli ospedali, dotandoli dei posti di terapia intensiva che in questi mesi di tregua si sarebbero potuti e dovuti allestire, magari nel tempo dedicato a mostrare lastre e minacciare l' uso di lanciafiamme in tv. Invece, dopo appena due settimane di recrudescenza del virus, gli ospedali della Campania sono già in affanno, e De Luca invoca il lockdown perché per sua stessa ammissione non è in grado di gestire le conseguenze prevedibili della crisi sanitaria. Quando un problema diventa troppo complicato, molti politici preferiscono rimuoverlo, chiudendolo in casa.
Manlio Biancone Rosalba Emiliozzi per “il Messaggero” il 24 ottobre 2020. Due morti in poche ore in attesa di essere ricoverati in un ospedale intasato e con complesse procedure d' entrata. Morti «inaccettabili» le definisce la sindaca di Luco dei Marsi, Marivera De Rosa. Una donna di 79 anni con il coronavirus, infettata nella casa di riposo dove viveva, è deceduta in ambulanza dove ha aspettato 4 lunghissime ore davanti all' ospedale di Avezzano senza poter mai entrare nel reparto Covid: 4 posti già pieni. Un uomo di 72 anni, con una forte crisi respiratoria, ma senza una diagnosi di positività al virus, è spirato nell' auto ferma davanti allo stesso ospedale, con la moglie accanto che, con urla strazianti, gridava: «Fateci entrare». «Siamo sconvolti», dice Paolo Venti, figlio di Maria Giuseppa Palma, la donna morta in ambulanza. È appena terminato il funerale della mamma, una donna conosciuta a Luco dei Marsi, in provincia dell' Aquila, dove la famiglia Venti ha una grande azienda agricola. Parla con un filo di voce il figlio: «Siamo persone riservate, queste sono ore di grande dolore, ancora non ci rendiamo conto di ciò che è successo, abbiamo messo tutto in mano all' avvocato». E il loro legale, Giuseppe Palladino di Nola, non usa mezzi termini: «Lunedì, al massimo martedì, ci rivolgeremo alla Procura di Avezzano per chiedere la riesumazione della salma e svolgere così l' autopsia». Il perché, spiega il legale, è anche nella gestione dell' emergenza Covid nella Rsa Don Orione di Avezzano dove si sono verificati 102 casi di infezione: 70 ospiti, 25 dipendenti, 5 religiosi e 2 volontari e fra questi anche il direttore della struttura, padre Vittorio Quaranta, che si trova in isolamento. Sette i decessi, 4 solo ieri. Tra questi Maria Giuseppa Palma. La sua famiglia ora vuole la verità. «Nella stessa struttura è ricoverato anche il marito di Maria Giuseppa, Vittorio - spiega l' avvocato - e abbiamo serie difficoltà ad avere sue notizie, Vittorio è molto malato e non è stato ancora informato della morte della moglie, vorremmo farlo noi con garbo, le sue precarie condizioni potrebbero precipitare, ma non riusciamo a metterci in contatto con lui, c' è una procedura incredibile, dobbiamo passare attraverso il medico di base, essere accreditati». Ha intenzione di fare piena luce anche la sindaca Marivera De Rosa, la prima a lanciare sulla sua bacheca Facebook la «vicenda triste e allarmante di Maria Giuseppa, ricoverata nella Rsa Don Orione, deceduta dinanzi all' ospedale, a bordo dell' ambulanza nella quale ha atteso invano il ricovero nell' area Covid di Avezzano, i cui pochi posti letto erano già occupati». Nel post-denuncia dice: «È evidente che il sistema è già in tilt, e i numeri dell' emergenza ci dicono che il nostro territorio (la Marsica, ndr) si sta avviando rapidamente a un tracollo. È imperdonabile che oggi ci si trovi impreparati: mancano medici, attrezzature, posti letto. Chiameremo a rispondere, in tutte le sedi, i responsabili di ogni colpevole inadempienza». La procura di Avezzano, dopo l' esposto dei familiari ai carabinieri, ha aperto un fascicolo e disposto l' autopsia sul corpo di Enzo Di Felice, 72 anni, anche lui di Luco dei Marsi, anche lui morto in attesa di ricovero durante un' emergenza in corso, problemi respiratori seri, che hanno spinto la sorella Iole e la moglie Amalia a portarlo con l' auto in ospedale. Secondo il racconto delle due donne, una clinica privata avrebbe rifiutato il ricovero. «Andate in ospedale» avrebbero detto e le due donne si sono precipitate ad Avezzano dove ieri mattina si sono messe in coda per l' accesso al pronto soccorso passando prima per la tenda triage dove si svolgono i controlli Covid ai pazienti in arrivo. Ma le condizioni di Enzo si sono aggravate ed è sopraggiunta la morte nell' auto. Secondo la Asl, l' uomo sarebbe stato soccorso dai medici «ma ogni tentativo è stato vano». Alla Procura spetterà ricostruire la vicenda e attribuire eventuali responsabilità.
L'aumento dei posti nelle terapie intensive: meno della metà dell'obiettivo. Carlo Cottarelli e Federica Paudice su La Repubblica il 24/10/2020. L'Osservatorio sui conti pubblici italiani compie un'analisi dei ritardi: distribuzione non omogenea in tutto il Paese. Il Decreto Rilancio aveva previsto 3.500 nuovi posti letto in terapia intensiva che avrebbero garantito la presenza di 14 posti letto ogni 100.000 abitanti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. A oggi le unità aggiuntive sono però solo 1.279, meno della metà rispetto all’obiettivo prefissato. Inoltre, i nuovi posti sono distribuiti in maniera disomogenea sul territorio. Le ragioni del ritardo risiedono nell’iter previsto per la programmazione e, in generale, in un’azione della Pubblica Amministrazione che non è stata in grado di realizzare gli obiettivi anche in presenza di risorse finanziarie adeguate.
Posti letto in terapia intensiva. L’articolo 2 del Decreto Rilancio aveva previsto un aumento dei posti letto in terapia intensiva di 3.500 unità che si sarebbero aggiunte alle 5.179 esistenti pre-Covid, per un totale di 8.679 unità. Le risorse stanziate erano rilevanti: circa 606 milioni. I nuovi posti sarebbero stati distribuiti alle regioni in modo da garantire 14 posti letto ogni 100.000 abitanti in maniera omogenea su tutto il territorio. Al 9 ottobre si registravano però 6.458 posti letto, un aumento di sole 1.279 unità. La distribuzione per regione degli aumenti risulta disomogenea. Sono andate particolarmente bene Veneto, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Basilicata con un grado molto elevato di completamento dei posti letto. Le prime tre regioni hanno ottenuto un aumento dei posti letto addirittura superiore a quello che era l’obiettivo (il grado di completamento è superiore al 100 per cento). Tra le regioni con il minor grado di completamento ci stanno Umbria, Calabria, Marche, Piemonte e Abruzzo. Anche la Lombardia ha avuto un grado di completamento basso, intorno al 20 per cento. Si potrebbe pensare che le regioni che hanno fatto meglio in termini di grado di completamento siano quelle cha avevano un obiettivo meno difficile da raggiungere. In effetti, esiste una relazione negativa tra grado di completamento dell’obiettivo e difficoltà di raggiungimento dell’obiettivo (quest’ultimo misurato dall’aumento previsto nel numero di posti letto ogni 100.000 abitanti; Figura 1). Tuttavia, la difficoltà dell’obiettivo spiega solo in piccola parte le diversità tra regioni. Nella figura 2 Veneto, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Basilicata stanno tutte sopra la linea di regressione, il che indica che hanno fatto bene anche rispetto alla difficoltà dell’obiettivo. In aggiunta il Decreto prevedeva la messa a disposizione di 4 strutture movimentabili con un totale di 300 posti letto da destinare alle zone con maggiore fabbisogno. Per l’acquisizione delle quattro strutture, l’11 agosto è stata pubblicata un’indagine di consultazione preliminare di mercato per l’acquisizione di documentazione tecnica. La data per presentare le offerte era stata fissata al 2 settembre. Attualmente la procedura risulta ancora in corso.
Posti Letto in Terapia Semi-Intensiva. La terapia semi-intensiva è intermedia tra quella intensiva e quella ordinaria ed è destinata ai pazienti sottoposti a monitoraggio continuo. Il Decreto Rilancio prevedeva anche la riqualificazione di 4.225 posti letto di terapia semi-intensiva. Per il 50 per cento questi posti letto (2.112 posti) dovevano essere prontamente convertibili in terapia intensiva. L’aumento dei posti in terapia semi-intensiva ha superato l’obiettivo: sono stati realizzati 7.670 posti letto (contro i 4.225 previsti) che sommati ai posti preesistenti danno un totale di 14.195 unità. Non è però chiaro in che misura si sia raggiunto l’obiettivo di poter trasformare rapidamente circa 2.000 di questi posti letto in letti di terapia intensiva.
Le ragioni dei ritardi. L’iter per l’assegnazione dei letti prevedeva la presentazione, da parte delle regioni, di un piano al Ministero della Salute entro il 17 luglio, piano che il Ministero doveva approvare entro 30 giorni. Dopodiché il Commissario Straordinario per l’emergenza Covid avrebbe dovuto fornire le indicazioni operative per l’attuazione dei piani. Secondo le regioni, e il Commissario ha confermato, la presentazione dei piani e l’approvazione è avvenuta nei tempi prefissati. Tuttavia, secondo il Commissario, i piani presentati e approvati “erano spesso privi di dettagli tecnici, operativi e logistici necessari per poter avviare le gare”. Sarebbero servite altre settimane per completarli. Conseguentemente il bando relativo è stato pubblicato solo a inizio ottobre, con scadenza per la partecipazione alla gara fissata al 12 ottobre. Questa sarebbe stata la causa dei ritardi. Resta il fatto che, l’iter procedurale non si è rivelato idoneo a gestire una situazione di emergenza. Era necessario, per esempio, che i programmi presentati dalle regioni dovessero essere approvati dal Ministero entro 30 giorni? La data di inizio dell’autunno era conosciuta. Non si poteva agire più rapidamente, magari lasciando più spazio per un’azione autonoma delle regioni? D’altro canto, esistono anche responsabilità a livello regionale, visto che alcune regioni sono comunque riuscite a raggiungere o a eccedere il proprio obiettivo di incremento del numero dei posti letto, mentre altre hanno fallito. In ogni caso, se si stavano accumulando ritardi non avrebbe dovuto il Commissario, anche pubblicamente, segnalare in modo energico l’insorgere di un serio problema soprattutto in certe regioni?
Bertolaso tuona così in diretta: "Ecco chi manderei in lockdown". "Che ci sarebbe stata una seconda ondata di epidemia di Coronavirus lo sapevano anche i sassi", affonda l'ex capo della Protezione civile, che critica le istituzioni del nostro Paese. Federico Garau, Giovedì 15/10/2020 su Il Giornale. Intervistato durante "Tagadà", trasmissione televisiva in onda su La7, Guido Bertolaso non ha mancato di rivolgere critiche nei confronti di quanti ritenuti da lui responsabili di questa nuova fase di diffusione del Coronavirus. Le frecciate sono rivolte, in modo evidente, a coloro che avrebbero dovuto vigilare sulla gestione dell'emergenza, anche nel corso dell'evidente rallentamento registrato nella stagione estiva, esecutivo giallorosso e premier Giuseppe Conte in primis. "Nel momento in cui tu fai uno stato di emergenza e sei responsabile del Paese, del governo e di questa situazione di grande criticità, tu devi ogni giorno lavorare immaginando lo scenario peggiore che si possa realizzare", spiega l'ex capo della protezione civile. "Invece abbiamo fatto una sorta di 'tana libera tutti', giustissimo per i cittadini ma sbagliatissimo per le istituzioni che invece dovevano, mentre noi stavamo al mare, continuare a lavorare, programmare e pianificare". "Si parla di un nuovo lockdown prima di Natale, cosa ne pensa?", domanda la conduttrice Tiziana Panella al suo ospite. "Ma, io manderei in lockdown quelli che ci hanno portato a queste condizioni oggi, se devo essere sincero", affonda Bertolaso. "In lockdown ci deve andare chi, invece di acquistare i letti per le rianimazioni dal 18 di maggio, quando uscì il decreto legge, ha fatto il bando di concorso il 2 di ottobre scorso. Ci deve andare chi non si è occupato di prevedere i trasporti per gli studenti", prosegue ancora, "dato che sapevamo che l'anno scolastico sarebbe iniziato. Ci deve andare chi non ha saputo comperare i tamponi e organizzare un sistema di indagine coi tamponi su tutti i cittadini". E poi arriva anche l'attacco alla App Immuni, "che sappiamo perfettamente che non funziona per niente" ed ai suoi ideatori e sostenitori." Mi pare che ci siano delle pesanti responsabilità e non mi compiaccio della considerazione che gli altri Paesi stanno peggio di noi, non mi interessa. Io come istituzione mi devo occupare dei miei cittadini e del mio Paese". Dopotutto, come sottolineato da Bertolaso nelle fasi iniziali del suo intervento, era ovvio che si potesse arrivare ad una recrudescenza del virus. Quel che è peggio è che "manca la prevenzione, ed è questo che io rimprovero più di tutto alle nostre istituzioni. Non hanno saputo fare alcuna iniziativa di previsione e di prevenzione. Che ci sarebbe stata una seconda ondata di epidemia di Coronavirus", dichiara Bertolaso, "lo sapevano anche i sassi. Lo sapeva anche la mia nipotina, lo sapevano tutti". Una bella bastonata arriva anche sui banchi a rotelle, con cui alcuni studenti si sono divertiti a fare l'autoscontro in aula: "I banchi con le rotelle sono una perla delle sciocchezze che sono state commesse questa estate, una fra le tante. Forse merita l'oscar per la sciocchezza. In un Paese dove il 70% delle nostre scuole si trovano in territori sismici, anche ad alto rischio sismico, il 65% non hanno neppure il certificato di agibilità, dove purtroppo ogni tanto qualche nostro figlio o nipote ci lascia la pelle perchè casca qualche infisso, noi ci permettiamo di inventarci i banchi a rotelle", attacca ancora Bertolaso.
Piazzapulita, coronavirus a Roma libero di circolare? "Zero tracciamenti, una vergogna". Gli errori di Zingaretti e Speranza. Libero Quotidiano il 16 ottobre 2020. Tracciamenti zero, coronavirus libero di circolare a Roma. Il disastro di Nicola Zingaretti e del governo di Pd e in M5s in una manciata di minuti. Piazzapulita manda in onda un servizio in cui si testimonia lo sconcertante caos in cui versa l'Asl nella Capitale: ore di attese ai drive in per effettuare un tampone, positivi mai contattati per il tracciamento. Di fatto, un'autostrada per la nascita di cluster e focolai. Così avanza la seconda ondata dell'epidemia. "Sono stata abbandonata a me stessa, ho chiamato io tutte le persone che ho frequentato", denuncia una ragazza in coda al drive in. "Sono risultata positiva il 18 settembre, ho una figlia di 15 anni per avvisare la scuola è stato un dramma, nessuno dalla Asl ha mai contattato la scuola di mia figlia, una vergogna", aggiunge un'altra signora. Ciliegigina sulla torta, l'annuncio della Regione Lazio di laboratori privati autorizzati a fare i tamponi rapidi: molti istituti della lista, però, non sono ancora pronti per effettuare i test, senza contare centralini irraggiungibili e iscrizioni online in tilt a causa di siti non adeguati e prenotazioni impossibili.
Da liberoquotidiano.it l'1 settembre 2020. Un governo che chiude le scuole e apre i porti. Vittorio Sgarbi, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, lancia la sua crociata contro il premier Giuseppe Conte e la gestione di questa fase del coronavirus, che si preannuncia fallimentare. "La curva del contagio è arrivato al punto più basso ma se la posizione dello Stato è quella dell'emergenza perché continuare a far arrivare i migranti? - domanda il professore, che negli ultimi giorni da sindaco di Sutri ha destato scalpore per a sua ordinanza con cui vieta ai concittadini di indossare la mascherina - Come sarò attento ai bambini nelle scuole starò attento ai migranti, o no?" Logico, ma evidentemente non scontato per chi siede a Palazzo Chigi e al Viminale. "Siamo in stato d'emergenza per la sanità, imponiamo le mascherine e siamo severissimi, ma ci mettiamo a far arrivare persone a rischio, allora c'è una profonda contraddizione", è la conclusione lapalissiana di Sgarbi.
Dagospia il 7 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi. Trump ha 74 anni ed è piuttosto sovrappeso, ma in tre giorni sembra abbia passato la Covid-19 senza problemi. Berlusconi ha 84 anni e ha passato anche lui il coronavirus senza danni. Così il Principe Carlo di Inghilterra a 71 anni e Briatore a 70 anni. Se questa è ora la pericolosità del virus perché si insiste a voler tenere chiusi uffici e locali e impedire di viaggiare per il mondo? Come ha detto Trump oggi tornando alla Casa Bianca dopo due giorni in ospedale “Non abbiate paura del Covid. Non lasciate che domini la vostra vita. Sono state sviluppate terapie e ci sono conoscenze mediche...” Trump un pallone gonfiato che ignora i dati dei morti ? In America, come in Europa, da questa estate la mortalità è in realtà scesa sotto la media storica, cioè ai decessi totali si muore ora di meno che negli altri anni. Questa è la realtà. Anche in America si parla (sui media) quasi sempre di contagi e del totale dei morti semmai, ma non dei pazienti malati in terapia ora, per il semplice motivo che i reparti Covid allestiti ovunque spendendo miliardi sono vuoti. Ci sono invece decessi di persone molto anziane e malate per cui si indica Causa A: Covid19 e Causa B: patologie varie senza specificare quale abbia portato al decesso. Da questa estate in Nordamerica ed Europa la mortalità è tornata normale (anzi leggermente sotto la media) e da otto mesi ormai l’epidemia è scomparsa in Cina e paesi limitrofi, dove i giovani si assembrano senza mascherina in discoteca senza problemi. Noi invece siamo in emergenza, ma solo per i contagi. Sui giornali e in TV si dice che in Campania ora gli ospedali sono pieni di pazienti Covid: “Covid Campania, impennata di ottobre: posti esauriti al Cotugno che si trasforma in ospedale "tutto Covid". Poi vai a leggere tutto il pezzo leggi e trovi: " Morti non se ne registrano..." E i medici intervistati dicono che “sono tutti in unità “sub-intensive”, quindi non sono in pericolo e non necessitano trattamenti. Sembra siano in ospedale sotto osservazioni. Con cosa stanno trattando queste centinaia di casi di Covid che ora di colpo affollano gli ospedali di Napoli ? Quando a marzo c’erano in Lombardia ed Emilia centinaia di decessi si parlava di come erano curati, prima i famosi respiratori (ora scomparsi), poi idrossiclorochina, redemsivir, plasma autoimmune e così via. Si può sapere questa ondata di pazienti Covid negli ospedali di Napoli come viene curata? Forse non si trova nessun accenno alle terapie perché sono asintomatici, cioè stanno bene e sono solo risultati positivi al test? Si dirà che la situazione potrebbe peggiorare. Non in Campania dove quest’anno la mortalità è sempre stata normale e da inizio anno sono stati indicati come Covid solo 438 decessi, in larga parte persone molto anziane e già malate in modo grave morte per altre cause. Prendiamoli lo stesso come tutti causati dal Covid anche se è dubbio. In Campania la popolazione è di 5.9 milioni e ci sono tra 56 e 58 mila decessi all’anno. I morti Covid quindi sono lo 0,8% del totale (visto che ormai si sono fermati possiamo dividere 438 decessi “Covid” per circa 56mila decessi annuali...). Il totale dei decessi, come si può facilmente verificare, è nella media degli ultimi cinque anni a Napoli, per cui questo 0,8% è irrilevante. Non è successo niente di diverso dagli altri anni, non c’è stata mai neanche in marzo nessuna emergenza e lo stesso si riempiono gli ospedali ora di persone che non sono malate e non si capisce se vengono curate o sono solo “in osservazione”. Sarebbe interessante capire se i rimborsi maggiori riconosciuti per Covid giochino un ruolo e così il volersi garantire più finanziamenti tenendo viva l’”emergenza” (che a Napoli per una volta non c’è stata). Altrimenti si rischia di pensare male, come succede sui brutti “social”. Un’ epidemia che è già costata all’Italia il 10% del reddito annuale cioè circa 170 miliardi, dovrebbe ora costare altri 3 punti percentuali di PIL cioè altri 50 miliardi solo perché in tutta Italia da giugno ci sono da dieci a venti decessi di anziani malati che risultano positivi al Covid? E perché dei politici astuti mettono le mani avanti riempiendo di positivi asintomatici gli ospedali? Oppure assumono come succede in Calabria una infornata di infermieri da utilizzare nelle scuole, ovviamente per non fare niente, visto che i giovani non si ammalano. L’interesse dei politici locali è per certi versi simile a quella del governo Conte, che sta in piedi grazie per all’emergenza “dei contagi”. Peccato che gli altri milioni di italiani ammalati di tumori, problemi cardiaci, ictus, emorragie, diabete, infezioni ecc. ...avrebbero bisogno di ospedali che funzionino e in certi casi di terapie costose negli anni a venire. Con che soldi verranno curati se si continua a bloccare l’Italia, a creare una psicosi collettiva e decidere di non fare niente come stanno facendo Conte, Gualtieri e soci? Spiace dirlo, ma l’ Europa al massimo - se si firma per questo “MES” di cui si parla da un anno - agevolerà un finanziamento a debito. A tasso zero, ma tutto il debito ora in Europa costa più o meno zero per cui non è un gran favore e comunque dobbiamo restituirlo restituire. Il Recovery Fund è ancora in forse, se arriva è tra un anno e si tratta di meno di 80 miliardi spalmati su forse cinque anni (e il resto è tutto debito). Bisogna che qualche leader o personalità sui media spieghi queste cose e dica agli italiani che il problema non sono le mascherine all’aperto, o gli assembramenti, ma i fallimenti, gli sfratti, i pignoramenti e i licenziamenti. In America Trump e i repubblicani questi discorsi li fanno e sono chiaramente schierati per riaprire l’economia, i governatori repubbicani come quello della Florida, De Santis, riaprono tutto, contagi o non contagi, e non impongono neanche le mascherine. Biden e i Democratici sono per chiudere di nuovo tutto , anche le scuole (vedi New York parzialmente ieri) e quando vedono una telecamera si incollano la mascherina anche se sono a distanza di 30 metri da dieci reporter. In America è molto chiaro che l’emergenza, passato il picco di mesi fa, è ora teatro politico per far perdere l’elezione a Trump, e la campagna elettorale si gioca in buona parte sul “riaprire” l’economia da una parte e sul “chiudere” causa emergenza Covid dall’altra. In Italia, nonostante da fine maggio la Covid-19 come fenomeno di mortalità eccessiva si sia esaurito, come era successo in Cina e Asia, non c’è invece questa opposizione né in politica, né sui media. O perlomeno a noi non sembra sufficientemente incisiva. Il nostro è un discorso qui “alla Trump”, disinformato, perché queste migliaia di giovani e adulti che non hanno sintomi poi contageranno altri e quindi sono pericolosi? Proviamo allora a fornire qualche informazione in più di quella che trovi al TG o su “Repubblica”. In Cina i contagiati sono spariti anche perché, se non sei malato non vieni considerato tale anche se positivo al tampone e inoltre il test viene tarato a 35 cicli di amplificazione al massimo, perché andare oltre rileva un carico virale troppo basso per essere rilevante. In Cina occorre rispettare tre criteri per essere “contagiato” dal virus: avere sintomi seri, essere positivo ad un test che però è tarato più basso di quello che si usa in occidente ed essere stato in contatto con qualcuno che a sua volta rispetti questi criteri. Per le autorità sanitarie cinesi quindi è probabile che l’”ondata di contagi”, perlopiù senza sintomi, che affligge ora l’Italia non avrebbe alcun senso epidemiologico. Gli esperti del governo Conte potrebbero quindi spiegarci cosa succederebbe se considerassimo come “contagiati” solo persone malate e positive ad un test tarato in modo diverso. Forse sparirebbero?
Dagospia il 16 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi. Sembra che si stia tornando verso un nuovo “coprifuoco” e nuove chiusure perché i “casi” positivi o contagiati sono saliti dall’estate e allora i nostri prof Ricciardi, Galli, Crisanti e altri esperti del governo appaiono sui media ad avvertire che siamo ormai vicini ad un nuovo lockdown. Tutto questo perché ci sono di nuovo molti morti? No, ma ci dicono che i morti presto arriveranno perché i “positivi” ai tamponi in aumento sono migliaia e ora risultano tanti quanti erano in marzo. E dato che in marzo è morta tanta gente (in alcune zone d’Italia) con tutti questi positivi si morirà di nuovo come a marzo e forse anche di più. Gli esperti del governo ci stanno quindi dicendo che presto avremo il “coprifuoco” dopo le dieci di sera e ristoranti e locali pubblici chiusi. Ci sentiamo fortunati, non arriverà la polizia in casa a controllare se al pranzo di Natale ci saranno meno di sei persone. Intanto i matrimoni tornano ad essere solo con gli sposi e senza invitati. Al funerale di Totti a Roma sembra che gli invitati non abbiano potuto entrare in chiesa. E ovviamente gli uffici pubblici, i medici di base, i tribunali e il resto del settore pubblico restano accessibili solo per appuntamento e a distanza cioè poco e male. Tutto questo perché ci sono migliaia di “positivi” e quindi a breve migliaia di morti. Peccato che a marzo si facevano da 15 a 20 mila test al giorno e oggi se ne fanno oltre 150mila al giorno, circa dieci volte tanto, per cui se in marzo si fossero fatti così tanti tamponi i casi sarebbero stati molti di più e quindi il confronto che si fa ora non ha alcun senso. Bisogna chiedersi, ma questo virus è così letale, così devastante che occorre un test per sapere se lo hai preso? Se non fai infatti questo test il 90 % della gente non si accorgerebbe neppure di averlo preso. Oppure lo risolverebbe in qualche giorno come fosse una influenza, come è successo a Trump, Berlusconi o Boris Johnson. La cosa più importante da notare è che i casi “positivi” cioè il numero di persone che risultano positivi a questi test non hanno più relazione con i decessi e non hanno quindi molta importanza. Questa non è una nostra tesi bislacca, ma l’opinione di tanti scienziati che si stanno occupando a tempo pieno della Covid-19 , come il già citato (da noi perché sui media italiani finora non ha avuto spazio) Premio Nobel Michael Levitt, biologo molecolare e biofisico a Stanford, che ha formato un team che studia non-stop tutti i dati del virus nel mondo. Levitt è uno dei tantissimi scienziati impegnati da mesi contro la psicosi da Covid-19 e contro le politiche di lockdown. La sua conclusione principale è di ignorare il numero di “casi” positivi perché solo i malati ospedalizzati e i decessi contano. La seconda è che molte morti riportate come Covid non sono tali perché sono persone decedute per altre cause che risultano anche positive alla Covid-19. E infine che nel caso della Covid-19 la “MSM” cioè “mainstream media e grandi media” sono stati quasi sempre in errore. Un modo semplice perché tutti se ne rendano conto è confrontare i famosi “casi” positivi con i morti in Italia da inizio anno, una cosa che non ci sembra faccia nessuno. Ecco qui i due grafici ripresi dal New York Times. Come si può vedere da tre mesi circa i contagi aumentano, i morti però sono continuati a calare. Quello che comunque veramente conta è la mortalità totale. Se ad esempio ci fossero anche 50 o 60 decessi “con” o “da” Covid al giorno, ma il totale dei decessi fosse lo stesso degli altri anni, si potrebbe pensare che si tratti di persone che muoiono per altri motivi che si ritrovano però anche ad essere positivi ad un test. Volendo portare una esperienza personale, il padre di uno degli autori di questo articolo è deceduto questa settimana alla bella età di 96 anni e nessuno si è preoccupato delle cause precise perché si stava spegnendo già da mesi progressivamente. Lo si è ricoverato in ospedale per cercare di prolungarne un poco il tempo su questa terra, ed è entrato come “fin di vita” cioè qualcuno che non ci si aspetta poi torni a casa e a cui si da qualche giorno di vita. La prima cosa che gli è stata fatta è il test della Covid-19. Per cui curiosità si è chiesto, nel caso fosse risultato positivo, se la sua morte sarebbe stata classificata tra quelle del Bollettino giornaliero del virus. E ci hanno confermato che è quello che accade. Nel caso di un amico il cui padre è morto anche lui ultra novantenne per altre cause, il test della Covid-19 è stato fatto dopo morto e poi il suo nome è finito sul giornale come primo decesso per il Covid a Ferrara in marzo. Dato che l’età media dei decessi da Covid è di 80 anni e sono quasi tutti persone già malate la statistica di tali decessi come notava Michael Levitt non è affidabile. L’unico dato certo è il totale dei decessi in un Paese. Se come in marzo è maggiore significativamente della media degli altri anni allora c’è una emergenza sanitaria. Se invece, come accade da fine maggio, la mortalità è tornata nella media, allora i problemi importanti, sanitari e poi sociale ed economici sono altri. Se si guarda alla mortalità totale in Italia si può constatare che essa è tornata nella media da cinque mesi (dati dell’Osservatorio Europeo della Mortalità). Si dirà allora da parte degli esperti del governo che il merito è dell’aver chiuso per due o tre mesi l’Italia e avere imposto distanziamento e mascherina. Purtroppo per loro c’è l’esempio eclatante della Svezia che non ha chiuso neanche le scuole e dove nessuno anche adesso porta la mascherina. La Svezia ha evitato le chiusure e i blocchi degli altri e ha ora solo uno o due morti al giorno “Covid” e uno due ricoveri in terapia intensiva al giorno. Purtroppo per i nostri esperti del governo e per il governo Conte, abbiamo davanti agli occhi l’esempio di un Paese che è sempre stato considerato modello per le politiche sociali e di benessere, che ha dimostrato che la politica del lockdown era suicida. Bisogna guardare quindi ai dati della mortalità e non del numero di “test” fatti a gente che non è malata e sta bene. Bisogna guardare a chi muore veramente a causa del virus. Bisogna chiedersi, se è una pandemia che continua a minacciare il mondo intero, perché in Asia è scomparsa da mesi e perché in Africa non si è diffusa? Perché qualcosa che causa un numero di decessi (se si guarda a quelli realmente causati dal virus) inferiore all’1% dei morti complessivi deve continuare a rovinare l’economia e la vita di tutti?
Dagospia il 23 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi pubblicato da ''Libero Quotidiano'', qui in versione integrale: Si ricomincia da capo con la chiusura di negozi e di attività commerciali, e cercando di impedire ai cittadini di condurre una vita decente ("in Campania e Lombardia...nel fine settimana saranno chiusi i centri commerciali non alimentari e la grande distribuzione, lasciando aperti i supermercati e i negozi di generi di prima necessità…tutti gli spostamenti effettuati durante il coprifuoco dovranno essere giustificati con un'autocertificazione…”). Queste nuove forme di lockdown arrivano anche se decessi classificati come COVID sono circa 90 al giorno di media e quelli in cui la malattia è la causa primaria probabilmente molti meno. L’età media dei morti da COVID è sempre 80 anni e la maggioranza ha già tre patologie come mostrano i dati dell’ISS. Pochi però in Italia criticano e si oppongono sui grandi media e a livello politico le decisioni prese dal governo, a differenza di quello che accade in America dove il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non teme di prendere posizione e dichiara che i lockdown per la COVID-19 sono "unscientific" e stanno distruggendo inutilmente milioni di vite ("needlessly destroying million of lives"). In America per capire se uno è repubblicano o democratico oggi guardi se indossa la mascherina all’aperto. I repubblicani e i sostenitori di Trump sono per riaprire tutto e non credono molto alle mascherine da portare ovunque e i democratici invece le hanno incollate alla faccia anche quando non c’è nessuno intorno e chiudono attività e scuole. Ad esempio, in California il governatore Newsom mantiene restrizioni di vario genere quali il coprifuoco e dice che vieterà anche la festa di Halloween (che avviene all’aperto). In California però non ci sono decessi, gli ultimi dati provenienti dalla contea di Los Angeles vedono, su dieci milioni di persone, un solo decesso alla settimana! Come si giustifica l’imposizione di chiusure e divieti in una popolazione di dieci milioni di persone in cui il virus fa un solo decesso a settimana? In California ogni settimana muoiono circa diecimila persone, per cui le morti da Covid contano per lo 0,01%. Il sospetto è che dopo il 3 novembre gli Stati governati dai Democratici come la California se vincerà Biden di colpo si accorgeranno che non c’è bisogno di lockdown. In Italia destra e sinistra, governo e opposizione sono invece simili, chiudono di nuovo in Lombardia dove c’è la Lega e in Campania dove c’è il PD e tutti i leader (ora anche Salvini) si presentano in pubblico sempre con mascherina, a differenza di Trump e dei governatori repubblicani. Trump e i Repubblicani in generale sono sempre stati antipatici ai grandi media italiani, che dai tempi di Reagan li dipingono come rozzi cowboys, ignoranti e privi di cultura. Prendiamo però il tema delle mascherine. A questo proposito l’Associazione Medici e Chirurghi Americani, AAPS, ha sul suo sito un documento molto lungo e dettagliato con una bibliografia di un centinaio di studi citati intitolato: "MASK FACTS". È impossibile riassumerlo qui, ma il tono è critico, spiega che solo le mascherine N95 servono e solo se sempre perfettamente aderenti, che quelle di stoffa sono da evitare e ci sono molte controindicazioni in termini di salute. Nel documento si legge anche che è impossibile che milioni di persone indossino solo quelle corrette per tutta la giornata ed inoltre si osserva che è molto dubbio il fatto che l’uso da parte della popolazione delle mascherine abbia inciso sui contagi. In termini di raccomandazioni per i politici e le autorità la conclusione è: “l’uso continuo di mascherina per una popolazione di persone sane NON è supportato dall’evidenza e comporta diversi rischi critici”. Vedi anche il grafico che riportiamo qui sotto sull’obbligo della mascherina imposto in Francia in luglio: non sembra avere avuto alcun effetto. Sembra quindi che Trump quando parla di mancanza di evidenza scientifica abbia sostegno nella comunità medica. Si dirà che in Italia si tornano di nuovo a riempire le terapie intensive. In realtà al momento ii ricoverati in TI sono 700 e le terapie intensive in Italia hanno oltre 7mila posti. A differenza di quest’estate quando erano vuote, si leggono ora interviste a medici della TI che parlano del fatto che hanno pazienti in media tra i 40 e i 65 anni in cura, i quali essendo sostanzialmente sani reggono meglio dei ricoverati di aprile e marzo. Leggendo non sembra parlino di decessi in TI perché i morti da COVID invece sono quasi tutti dei 80 o 90enni con già diverse patologie e non sembra muoiano in TI. In ogni caso sono l’1 o 2% dei 1,800 circa morti che si verificano ogni giorno in Italia per altre venti cause diverse. Ad esempio, in Emilia-Romagna l’altro ieri i decessi sono stati cinque, i morti avevano 92, 87, 89, 100 e 88 anni. Età media 91,2. L’età media dei contagiati è oggi invece 47 anni, per cui non si vede la relazione tra le migliaia di contagi e i pochi decessi. In ogni caso bisognerebbe allora a tutti i costi evitare i contagi degli anziani malati, individuarli e consigliare loro di restare il più possibile a casa nella stagione invernale, o uscendo con molta prudenza, predisponendo consegne a domicilio con opportuni “bonus”. Sui giornali invece appaiono interviste a noti personaggi del mondo politico e non solo, che hanno o hanno appena passato un tumore e che si sentono a rischio e invitano tutti gli altri a stare chiusi in casa dopo il lavoro. Tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare. A chi ha un tumore o altre patologie che lo rendono vulnerabile alla COVID-19 andrebbe consigliato di stare per quanto possibile a casa fino a quando il virus non sarà più pericoloso, o uscire con molte precauzioni. E invece tutti gli altri dovrebbero continuare a lavorare e vivere normalmente. Nel 1957-58 in Italia come nel resto d’Europa arrivò “l’asiatica” che si stima nel mondo abbia causato più di un milione di morti. Dato che la popolazione mondiale era minore di un terzo rispetto ad oggi fu quindi molto più letale della COVID-19, forse anche di tre volte. Nel caso però delle epidemie precedenti non venivano calcolati giorno per giorno i decessi attribuibili al virus, il numero dei positivi, ecc. ecc. perché c’erano tante altre cause di mortalità (come del resto anche oggi) e perché non era considerato il problema dominante della società. In Italia il 1958 fu anzi l’anno migliore del famoso boom economico con una crescita straordinaria del PIL, tutti continuarono a lavorare e vivere e negli ospedali si cercò di curare i malati come meglio si poteva. Come tutte le altre pandemie di questo secolo poi scomparve. Oggi siamo noi a rischiare di scomparire.
Covid, c'erano 2,5 miliardi per la sanità e non sono stati spesi. Così è di nuovo emergenza. Guanti e camici per i medici di base? Mai arrivati. Vaccini per l’influenza? Troppo pochi. Le Asl? Un caos. La nuova ondata era prevista ma i fondi per ospedali e cure non sono stati sfruttati. Gloria Riva su L'Espresso il 16 ottobre 2020. I medici di base sono ancora senza guanti e camici. E in Campania, Lazio e Sardegna le terapie intensive sono in affanno. In Lombardia è impossibile trovare una dose di vaccino anti-influenzale, mentre un po’ ovunque le code ai drive-in per fare un tampone sono infinite. Nonostante fosse stata ampiamente prevista da virologi e infettivologi già all’inizio dell’estate, l’Italia non è pronta ad affrontare la gestione della seconda ondata di epidemia da coronavirus. Eppure il tempo per organizzarsi c’era, e pure qualche soldo era stato stanziato. Nel decreto Rilancio di giugno il Governo aveva varato un aumento delle risorse destinate al servizio sanitario nazionale da 2,5 miliardi.
Gian Antonio Stella per il ''Corriere della Sera'' il 16 ottobre 2020. Stavolta no, per favore. Stavolta ci venga risparmiata la sbigottita sorpresa davanti all’impennata dei numeri dei contagi, coi casi superiori perfino a quelli del 21 marzo. Scoprire a febbraio che il virus scoppiato in Cina aveva ammazzato un pensionato reo di aver giocato a carte con gli amici in un bar di Vo’ Euganeo fu sul serio un inaspettato ceffone in faccia, per quanto gli scienziati avessero avvertito che le cose avrebbero potuto prender quella piega. Ma ora? Erano mesi che, a dispetto del delirio collettivo d’una estate pazza di spiagge traboccanti, di folle euforiche che sbuffavano impazienti davanti a chi ricordava sommessamente l’obbligo della mascherina almeno negli assembramenti più appiccicosi, si sapeva che l’ondata di ritorno (la definizione testuale finì nell’archivio dell’Ansa l’11 marzo) sarebbe arrivata. Eppure, come ricordava ieri Pierluigi Battista, tantissime cose che si sarebbero potute fare dalla fine del lockdown ad oggi non sono state fatte. Rinviate. Lasciate lì, in sospeso. A volte mai avviate. Ma ve lo ricordate il «cruscotto» di Lucia Azzolina che avrebbe dovuto consentire alle scuole di riaprire con certezze sugli spazi a disposizione? Spuntò fuori dal cilindro della ministra dell’istruzione il 1° luglio, quando annunciò in una audizione: «E’ stato costituito un cruscotto informativo che consentirà di poter definire il distanziamento e di rendere evidente i casi in cui gli spazi non risultino sufficienti». Poi, il nulla. Zero. Finché la rivista Tuttoscuola prese a pubblicare una irridente rubrica on-line che contava i giorni trascorsi dall’annuncio e quelli che mancavano all’inizio delle lezioni. Un orologio che avrebbe potuto contare altre scadenze destinate a non essere rispettate. Come l’impegno a completare finalmente l’anagrafe, istituto per istituto, delle scuole a rischio sismico e idrogeologico. E tanto altro ancora. Il guaio è che il nostro è un Paese di dannunziani, per dirla con le parole di Pietro Gobetti, capace di grandi gesta di coraggio, abnegazione, generosità nei momenti più difficili ma incapace di rispettare sé stesso e gli impegni presi con gli altri nella realtà quotidiana. E così poco fiducioso nella propria capacità di mantenere le promesse in tempi meno estremi da cercare di volta in volta una scadenza a cui farsi inchiodare. Basti ricordare l’Expo 2015 a Milano, la cui candidatura venne avanzata nove anni e accettata sette anni prima dell’evento, poi aperto in mondovisione mentre ancora le carriole correvano su e giù febbricitanti per gli ultimi lavori...Un andazzo che ha plasmato tutto. Fino all’invenzione, per sfuggire a una ragnatela burocratica che ogni governo rinuncia presto a riformare, dell’emergenza perenne. Lo Stato che inventa scorciatoie per imbrogliare le proprie regole senza restarne paralizzato. Al punto che, come qualcuno ricorderà, la Protezione Civile costituita proprio quarant’anni fa dopo la tragedia di Alfredino Rampi, finì per occuparsi perfino del restauro del David di Donatello. E così rischia di andare a finire anche stavolta. Erano preziosi, i tre mesi appena trascorsi. Preziosi per andare subito a recuperare, magari con una gara nazionale, le dosi necessarie del vaccino anti-influenzale in attesa (quando sarà…) dell’agognato anti-Covid-19 e sprecati da regioni come la Lombardia, che nell’affannosa rincorsa a rimediare ai propri ritardi finirà per pagare lo stesso prodotto il triplo del Veneto. Erano preziosi per prendere di petto i grandi problemi della sanità pubblica, fino ad oggi salvata dalla generosità di medici e infermieri ma esposta soprattutto nel Mezzogiorno a gravissimi rischi mentre ancora pochi giorni fa veniva promesso «un bando super veloce» per avvicinarsi all’obiettivo di 3.443 nuovi posti letto di terapia intensiva e 4.213 di terapia sub intensiva. Erano preziosi per settori come l’agricoltura e il turismo, che dopo avere respirato un po’ in questa estate sregolata, rischiano di ritrovarsi ora coi problemi di prima dopo aver aspettato settimane e mesi quella «cassa integrazione in deroga» resa di fatto irraggiungibile da procedure burocratiche che, come dimostrano nel loro libro Tito Boeri e Sergio Rizzo, sembrano scritte apposta per chiudere il più possibile i rubinetti dell’erogazione. Un sospetto che inquieta buona parte degli imprenditori. Lo dicono ad esempio le osservazioni dell’Ance sui progetti di Italia Veloce («Hanno qualcosa della vecchia lavagna di Berlusconi da Vespa…») o sull’«Idra a nove teste della Governance degli investimenti in Italia: tutte strutture dello Stato che avrebbero il compito di accelerare gli investimenti pubblici e invece non sono mai nate o ancora non hanno prodotto effetti: Strategia Italia, InvestItalia, DIPE, Struttura per la progettazione, Italia Infrastrutture SpA, Invitalia...» Per non dire dei 22 diversi canali di finanziamento per le scuole. Un caos. E se finora tutte queste «semplificazioni» hanno rallentato se non frenato l’arrivo dei soldi veri che accadrà quando toccherà al «paperonico» fantastilione di triliardi in arrivo dall’Europa? Ricordate, mesi fa, l’idea di due magistrati come Giovanni Melillo e Francesco Greco? Spiegarono alle commissioni riunite di Camera e Senato che, in un momento così difficile, i soldi dovevano essere distribuiti secondo loro il più in fretta e il più generosamente possibile, senza troppi controlli iniziali per non intralciare il flusso di ossigeno a quanti erano in crisi drammatica. Sostennero anzi che fino a 25.000 euro quei finanziamenti a fondo perduto avrebbero potuto essere considerati una sorta di speciale «reddito di cittadinanza». Chiesero sono due paletti: che quel denaro fosse speso per reagire alla crisi del Covid-19 esattamente come in Svizzera («guai se li porti all’estero: ti stango») e poche regole più rigide per poter colpire «il bersaglio grosso: i grandi affari legati a mondi ambigui se non addirittura alla criminalità». Un iter che avrebbe accelerato tutto ma sottratto il potere di decidere a chi quella conta. Bene, interessante, grazie, vi faremo sapere, fu la risposta. E ciao.
Giuseppe Colombo per huffingtonpost.it il 16 ottobre 2020. Innanzitutto il tempo perso. Perché la prima fase della pandemia, con annesso lockdown, aveva suggerito al Paese, anzi imposto, di prepararsi al pieno ritorno sui mezzi pubblici e alla riaperture delle scuole in modo adeguato. E tutti, dal Governo ai sindaci, a dire che “il ritorno alla normalità” avrebbe seguito il protocollo dell’urgenza e della precisione. Insomma tempo ce n’è stato, e in abbondanza, eppure alla prova dei fatti i mezzi pubblici si sono ritrovati sovraccarichi nelle ore di punta, con decine di passeggeri costipati sui bus o intenti a non farsi chiudere le porte della metropolitana in faccia piuttosto che sulla schiena. Questa è la storia di un tilt che poteva e doveva essere evitato. E la colpa va condivisa tra tutti gli attori coinvolti: dal Governo, chiamato a monitorare l’attuazione delle disposizioni date a colpi di Dpcm e piani di intervento, alle Regioni, che hanno la competenza del tpl, ai sindaci, che hanno sottomano la vita quotidiana di mezzi pubblici e scuole, alle aziende del trasporto pubblico, ai presidi che le scuole le dirigono. Ora che il danno è stato fatto, ora che viaggiare a bordo di bus e metro sta diventando un problema, tutti gli attori citati sanno ben individuare la questione, ma nessuno è disposto ad assumersi le rispettive responsabilità. Il trasporto pubblico locale è diventato il capro espiatorio su cui riversare la grande colpa dell’impennata dei contagi, addirittura una delle ragioni per cui Vincenzo De Luca è arrivato a chiudere le scuole. Eppure questo pasticcio poteva essere evitato. Proprio da quella catena istituzionale che si è rivelata invece frammentata, dove ogni anello è andato per conto suo, tra misure non attuate e altre fatte alla carlona, che tanto la colpa è sempre dell’altro e comunque più di tanto non puoi fare contro un sovraffollamento fisiologico. Lo schema scelto dal Governo è quello di una capienza a bordo dei mezzi pubblici fino all′80 per cento. A Roma significa che su un treno della metropolitana possono salirci in 960, 80 su un bus. Ma questo schema, fin dall’inizio, si regge su tutta una serie di disposizioni che implicano una compartecipazione attiva da parte di tutti gli attori coinvolti e di cui si diceva. Il Piano scuola è stato approvato il 26 giugno. E già in questo Piano si diceva che “le istituzioni scolastiche, ove interessate da un servizio di trasporto appositamente erogato per la mobilità verso la scuola, comunicano singolarmente o in forma aggregata all’Ente competente, anche per il tramite dell’Ufficio di ambito territoriale, gli orari di inizio e fine delle attività scolastiche, tenendo a riferimento costante l’esigenza che l’arrivo a scuola degli alunni possa essere differito e scaglionato in materia da evitare assembramenti nelle aree esterni e nei deflussi verso l’interno”. Queste righe dicono che le scuole possono prevedere orari scaglionati per l’ingresso e l’uscita degli alunni. Ma quanti presidi hanno ottemperato a questa disposizione? Né l’associazione che li riunisce né il ministero dell’Istruzione ha questi dati. Eppure i dati dei contagi nelle scuole si conoscono, annunciati un giorno sì e un giorno no dalla ministra Azzolina, costretta a sfornarli per difendere la scuola dell’accusa di essere il luogo della contaminazione. Tra l’altro l’intento non è riuscito dato che De Luca, in Campania, ha chiuso tutte le scuole con una percentuale di contagio dello 0,075 per cento. I dati che implicano problemi, come quelli sugli orari scaglionati, invece non ci sono. Ma come si fa a controllare un fenomeno se non se ne conosce neppure l’entità? La stessa ministra ha ricordato qualche giorno fa che gli orari scaglionati sono previsti già da giugno (l’ha fatto quando è stata messa sotto accusa da alcuni governatori), ma è tutto affidato alla buona volontà dei presidi. E se la Lombardia, una delle Regioni più colpite dal virus, pensa solo oggi alla “rimodulazione” degli orari e alla modalità di svolgimento delle lezioni, è evidente che gli ingressi scaglionati sono stati scritti sulla carta e lì sono in gran parte rimasti. E anche i sindaci sono evidentemente a corto di memoria se solo da qualche giorno il presidente dell’associazione che li riunisce, Antonio Decaro, dice che “l’opzione migliore per evitare gli assembramenti a scuola e sul trasporto pubblico locale è quella di scaglionare gli ingressi a scuola, spostando almeno di un’ora gli ingressi delle scuole superiori”. Ma un sindaco non ha contezza degli orari delle scuole del Comune che amministra? E lo stesso Governo, che ha definito “molto puntuale” la richiesta di Decaro, perché non ha chiesto conto alle Regioni, che hanno il tpl tra le loro competenze, del perché gli ingressi scaglionati sono stati fatti poco e male? E perché la questione diventa centrale solo ora per l’esecutivo, con la grande promessa fatta all’ultimo incontro con le Regioni e le aziende del tpl di sollecitare Azzolina a monitorare e intervenire sugli orari scaglionati? Ma quello degli orari scaglionati delle scuole non è la sola cosa che poteva e doveva essere fatta per tenere in piedi lo schema della capienza a bordo dell′80 per cento. La lista è lunghissima ed è nota a tutti da inizio settembre. Allegato 15 del Dpcm del 7 settembre. Titolo: “Linee guida per l’informazione agli utenti e le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19 in materia di trasporto pubblico. Cinquantacinque pagine, incluse le indicazioni per la gestione dei focolai nelle scuole, dove sono previste una serie di azioni. Come gli orari differenziati “con ampie finestre di inizio e fine di attività lavorativa” per “prevenire i rischi di aggregazione connessi alla mobilità dei cittadini”. Ma anche la differenziazione e il prolungamento degli orari di apertura di uffici, negozi, e servizi pubblici, oltre che delle scuole. E poi ancora l’aumento delle corse “soprattutto durante le ore di punta”. E “interventi gestionali” per regolamentare gli accessi nei luoghi di accesso ai mezzi pubblici. C’è scritto anche che bisogna predisporre dei sistemi che bloccano l’accesso alle banchine nel caso ci sia troppa gente. Ma perché allora le banchine di molte stazioni della metro, e di tante città, sono state immortalate in foto e video dove neppure si riesce a intravedere il suolo a causa dell’affollamento? E si arriva qui alle responsabilità delle aziende di trasporto pubblico, che affermano di aver sempre fatto rispettare la capienza dell′80%, ma che non possono negare che ci sono stati degli episodi di sovraffollamento. Perché i governatori e i sindaci che oggi chiedono più corse non l’hanno chiesto prima alle stesse aziende? E se è un problema di soldi possibile che 1,2 miliardi già stanziati dal Governo, anche per risarcire le aziende dei mancati introiti durante il lockdown, non bastano per coprire le esigenze nei territori? A tutte queste domande, e non solo, bisognerà dare una risposta.
(AGI il 16 ottobre 2020) - Effetto lockdown sull'economia e buco nei conti pubblici italiani di oltre 56 miliardi di euro: quest'anno nelle casse dello Stato dovrebbero arrivare 785 miliardi, con un crollo del 6,7%, rispetto agli 849 miliardi del 2019. Con il Paese fermo, a causa dell'emergenza Covid-19, a farne le spese sono soprattutto i consumi: non a caso, il gettito legato all'Iva (la tassa sugli acquisti) dovrebbe scendere di oltre 10 miliardi, mentre le imposte dirette (tra cui quelle sui redditi da lavoro e societari) dovrebbero scendere di 41,7 miliardi, da 516 miliardi a 474 miliardi con una riduzione dell'8%. Sono questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa sull'impatto del lockdown sulle finanze dello Stato, secondo la quale la pressione fiscale, nonostante i minori versamenti tributari, salirà dal 42,4% del 2019 al 42,5% quest'anno. "L'emergenza sanitaria, che ha cagionato una drammatica crisi economica, di cui non si conoscono ancora a fondo i confini - sottolinea il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro - è stata gestita nel peggiore dei modi dal governo. Tutti gli interventi normativi e le decisioni assunte, sia dal premier che dai singoli ministri, sono stati improntati all'approssimazione e all'improvvisazione. Di questa incapacità gestionale ne faranno le spese tutti i cittadini e le imprese, sia direttamente che indirettamente, a causa degli effetti negativi sulle finanze dello Stato". Secondo l'analisi del Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato i dati contenuti nell'ultima Nota di aggiornamento della Documento di economia e finanza, dal 2019 al 2020, a causa del lockdown e del conseguente blocco delle attività economiche, le casse dello Stato subiranno un contraccolpo non indifferente. Il minor gettito stimato è pari, appunto, a 56,2 miliardi di euro, con il totale delle entrate in calo da 841,9 miliardi a 785,7 miliardi (-6,7%). Nel dettaglio, le entrate tributarie dovrebbero calare, alla fine di quest'anno, rispetto al 2019, da 516,6 miliardi a 474,9 miliardi, con una diminuzione di 41,7 miliardi (-8,1%); le imposte dirette (tra cui Irpef, Ires e Irap) dovrebbero scendere di 12,03 miliardi (-4,7%) da 257,2 miliardi a 245,2 miliardi; le imposte indirette (la principale è l'Iva) caleranno di 29,5 miliardi (-11,5%) da 258,1 a 228,5 miliardi; diminuzione di 117 milioni (-9,5%) per le imposte in conto capitale, da 1,2 miliardi a 1,1 miliardi. Calo complessivo di 17,01 miliardi (-7%), da 241,9 miliardi a 224,9 miliardi, per i contributi sociali; quelli effettivi dovrebbero scendere di 17,1 miliardi (-7,2%), mentre quelli figurativi dovrebbero aumentare di 130 milioni (+3,1%), da 4,2 miliardi a 4,3 miliardi. E' poi previsto un calo di 1,4 miliardi (-1,8%) per le altre entrate correnti, da 80,6 miliardi a 79,1 miliardi, mentre le entrate non tributarie dovrebbero crescere di 3,9 miliardi (+143,9%), da 2,7 a 6,6 miliardi. La riduzione delle tasse versate nelle casse dello Stato dai contribuenti - sia imprese che famiglie - sarà accompagnata da una discesa del prodotto interno lordo, ma non si tratta di diminuzione proporzionali, ragion per cui la pressione fiscale salirà dal 42,4% del 2019 al 42,5% del 2020.
Covid, le verità parziali e il punto di non ritorno. Paolo Giordano su Il Corriere della Sera il 14/10/2020. La seconda ondata ci sta cambiando. E ci aspettavamo che fosse maneggiata meglio. «Dovrebbero smettere tutti di parlare di questa malattia», mi ha detto un tassista di Milano alcuni giorni fa. Mi raccontava degli alberghi del centro ancora spopolati, della difficoltà di chi opera in un settore come il suo. Ho obiettato che il virus non sarebbe scomparso anche se avessimo smesso di parlarne, e lui ha ribattuto sicuro: «Ormai si è capito che non è davvero pericoloso. Lo è al massimo per qualche anziano già malato». Siamo inclini a pensare che là fuori esistano i negazionisti, persone irrazionali e fanatiche, mosse da rancori profondi, e che qui esistiamo noi, ben informati e prudenti. Ma io dubito che il tassista con cui ho discusso fosse un negazionista. Era una persona preoccupata, esasperata e un po’ confusa. Quello che chiamiamo «negazionismo» non è una condizione univoca, semmai un continuum di atteggiamenti e mezze idee, uno spettro di tonalità nel quale ci collochiamo tutti. Dopo mesi di vita a singhiozzo, abbiamo maturato ognuno la propria resistenza personale all’ipotesi del contagio. Per alcuni si traduce nella convinzione che il Covid-19 sia una minaccia solo per una fascia ristretta della popolazione; per altri si tratta di interpretare i numeri con maggiore obiettività e accorgersi che il rischio non è alto quanto vogliono farci credere (è quel che diciamo ogni volta che ci sentiamo di puntualizzare che le terapie intensive sono ancora «mezze vuote»); per altri ancora è semplice stanchezza. Le verità parziali, gonfiate dal desiderio di fare le cose della vita di prima come le facevamo prima, diventano facilmente scetticismo e sottovalutazione: negazionismo, se proprio vogliamo chiamarlo così, ma di un tipo più «debole», strisciante. Forse, il segreto delle seconde ondate è proprio questo: non la stagione fredda e nemmeno una mutazione del virus, ma una mutazione della nostra psicologia. D’altra parte, se a febbraio conoscevamo a malapena il significato di espressioni come «test molecolare», «lockdown» e «superdiffusore», oggi siamo un po’ tutti epidemiologi. Basta scorrere certi post, tweet e articoli molto commentati in rete per accorgersene. È allora il momento di aggiungere al nostro vocabolario minimo pandemico un nuovo lemma: il «tipping point». Il tipping point, o «punto di non ritorno», è la soglia che separa il regime di linearità dell’epidemia da quello di non-linearità. Se prima della soglia il contagio evolve in maniera graduale e abbastanza ordinata, come succedeva quest’estate, oltrepassato il tipping point la situazione si aggrava a dismisura e molto rapidamente. In una parola: esplode. Il tipping point è il momento a partire dal quale le cose precipitano. Nello specifico attuale potrebbe manifestarsi in modi diversi: il monitoraggio sotto stress che inizia a perdere troppe linee di trasmissione, gli ospedali che non riescono a far fronte al flusso dei ricoveri, i tamponi che diventano troppo lenti rispetto alle richieste, i medici di famiglia sovraccarichi che non rispondono più agli assistiti, oppure la somma dei nuovi positivi che d’un tratto si trasforma in un numero ingestibile di malati. Ci sono una miriade di soglie in questa epidemia e ognuna è come un argine. Finché tutti reggono, le cose vanno «abbastanza bene», ma se l’acqua rompe in un tratto qualsiasi il resto viene allagato in un istante. Il problema principale nel rapportarsi con una dinamica a rischio di rottura della linearità è il fatto che nessuno sa in anticipo dove si trovi il tipping point, a quanti focolai, a quante ospedalizzazioni, a quanti nuovi contagi giornalieri. Nemmeno il monitoraggio più attento è in grado di prevederlo. Il punto di non ritorno è riconoscibile solo una volta che è stato superato, ovvero quando è troppo tardi. A febbraio lo abbiamo attraversato senza nemmeno accorgercene, ben prima di renderci conto della presenza del virus fra di noi. Sappiamo cosa è stato necessario, dopo, per frenare la caduta. Adesso il tipping point ci sta di fronte, molto vicino oppure un po’ più distante, nessuno è in grado di dirlo con certezza. Chi guarda al rapporto fra nuovi positivi e tamponi effettuati sente di averne un’idea, ma si tratta di un’indicazione sufficientemente vaga. Chi insiste nel confronto con i numeri di marzo e aprile, come se ci stessimo muovendo all’indietro nel tempo, fa paragoni inappropriati. E chi dice «sì, ci sono i nuovi contagi, ma i ricoverati sono ancora pochi» sbaglia nella direzione opposta. Ciò che conta sapere è che il punto di non ritorno non si trova al 100% di occupazione dei posti in ospedale, né all’80% né, probabilmente, al 50%. Un ospedale che abbia la metà dei suoi letti occupati da malati Covid è un ospedale che sta già operando in sofferenza, è un ospedale a cui manca organico, che si trova costretto a curare peggio, a trascurare altri malati e a rimandare interventi necessari. La nostra sanità non è strutturata per funzionare in sovraccarico, è stata pensata per lavorare in un regime di normalità, molto lontano dalle soglie che ora vogliamo schivare. Il tipping point è più vicino di quanto il nostro istinto ci porta a supporre. Il governo decide quindi di varare una serie di misure restrittive, sebbene, ancora una volta, in ritardo (ventiquattro ore in più di indugi a ottobre equivalgono a parecchi giorni persi un mese fa, quando la ripresa era già evidente, per i soliti effetti non lineari). Quanto alle norme stesse, che singolarmente hanno un loro senso, nel complesso sembrano ancora ispirate al paradigma della prima ondata («sta per esplodere, blocchiamo il più possibile dappertutto»), un paradigma che speravamo di aver superato. Si tratta, infatti, di misure indiscriminate rispetto al territorio, che rischiano di dimostrarsi insufficienti laddove servono davvero ed eccessive altrove. Questa epidemia la si fronteggia innanzitutto con la percezione che i cittadini ne hanno. In questo momento avremmo bisogno di sentire la struttura territoriale, quella immediatamente circostante, solida e funzionale, non così fragile da richiedere un’altra azione muscolare dall’alto. Se il procedere delle regioni in ordine sparso era deprecabile ad aprile, oggi sarebbe un segno di affidabilità. I danni che questa distinzione mancata può comportare sono perfino più ampi della scarsa efficacia: si rischia di rafforzare ulteriormente gli atteggiamenti di resistenza psicologica già presenti in tutti noi, di spingerci ancora di più verso le innumerevoli forme di negazionismo debole, rendendoci un po’ più scettici, un po’ più esasperati, un po’ meno collaborativi. La fiducia nel contesto viene incrinata dalle continue contraddizioni in cui ci ritroviamo, alcune facilmente risolvibili («Perché non posso rischiare giocando a calcetto e devo rischiare mandando mio figlio a scuola? Perché la scuola è prioritaria, punto»), altre molto più difficili da accettare («Perché dovrei rispettare un limite di inviti a casa, se per tornare in quella stessa casa mi tocca viaggiare ogni giorno su un mezzo di trasporto affollato?»). Ecco, arrivati a ottobre ci aspettavamo che il contagio fosse maneggiato un po’ meglio, ma le nuove misure, pur inevitabili a questo stadio, non rispecchiano veramente quel meglio. Perfino noi, epidemiologi dell’ultima ora su Facebook e Twitter, ce ne rendiamo conto.
Crisanti sul piano tamponi: “Mi hanno ignorato e ora piangiamo”. Notizie.it l'08/10/2020. Crisanti sul piano tamponi non ha dubbi: lo hanno ignorato, adesso le conseguenze sono tangibili. "Mesi buttati e ora piangiamo”, ha dichiarato. Il piano tamponi di Crisanti non è mai partito. Il noto microbiologo, che da inizio epidemia sta fornendo il suo aiuto nella gestione del Covid in Italia, aveva infatti proposto di triplicarli per ottenere un quadro più completo della situazione epidemiologica, ma lo hanno ignorato. “L’aumento dei test di questi giorni è un pannicello caldo. Volevo triplicarli, nessuno si è fatto vivo”, ha dichiarato Crisanti a Repubblica, “Il mio piano sui tamponi ignorato. Mesi buttati e ora piangiamo”. Secondo quanto ha affermato, l’aumento record nel numero dei tamponi registrato nella giornata del 7 ottobre 2020, ovvero oltre i 125mila (25mila in più rispetto al giorno prima), non sarebbe sufficiente. “Venticinquemila in più? Sono acqua fresca. O una pezza calda, se preferisce. Io ne suggerivo 3-400 mila al giorno”, ha detto il microbiologo durante l’intervista. Amareggiato per il disinteresse nei confronti del suo piano, Crisanti ha specificato di averlo consegnato al ministro Federico D’Incà e al viceministro Pierpaolo Sileri, questi lo hanno sottoposto al Cts. “Poi non ne ho saputo più nulla. Lo dico contro me stesso: forse ad agosto eravamo già in ritardo e ora ne paghiamo le conseguenze. Abbiamo perso 4 mesi preziosi”, ha proseguito l’esperto, “L’aver pensato che era tutto finito perché avevamo 100 casi al giorno è stata un’illusione e nel frattempo non s’è fatto nulla. Abbiamo speso miliardi per il bonus bici e i banchi, invece di investirli per creare un sistema sanitario di sorveglianza che ci avrebbe messo in sicurezza”.
Estratto dell’articolo di Graziella Melina per “il Messaggero” il 21 ottobre 2020. […] Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Virologia e Microbiologia dell'Università-azienda ospedale di Padova: «ancora una volta si persiste nell'errore di non chiedersi come si faccia a mantenere il contagio a livelli bassi, anche se lo si riduce con misure progressivamente restrittive». […] Il punto è che Crisanti […] una proposta l'aveva abbozzata […] ma nessuno gli ha risposto. Il suo piano prevedeva un rafforzamento a livello nazionale […] del tracciamento […] L'analisi di Crisanti partiva dalla considerazione che a fine estate le Regioni erano in grado di effettuare in totale non più di 95mila tamponi. Per mettere in piedi un piano di sorveglianza efficace suggeriva di dotarsi di «20 laboratori con la capacità di effettuare 10mila tamponi al giorno sul modello di quello realizzato dall'università di Padova e altrettanti laboratori mobili con capacità di effettuare 2mila tamponi al giorno […]». […] «I costi di questa iniziativa - si legge nella bozza - possono essere stimati in circa 40 milioni di euro di investimenti e in circa 1 milione e 1/2 al giorno di costi di gestione comprensivi di reagenti e personale». […]
Vittorio Macioce per “il Giornale” l'8 ottobre 2020. Qualcuno considera Pierpaolo Sileri una mina vagante nel governo. Non è detto che sia un difetto. Il viceministro della Salute non si nasconde dietro giri di parole. Non sembra un uomo di palude e questo gli sta creando parecchi problemi anche al ministero. Adesso sta diventando un vero caso politico. È martedì sera e Sileri è ospite su La7 di Floris. Non è la prima volta. Si parla di virus, delle strategie per contenere il contagio, di speranze e di ritardi. Cosa non sta funzionando? Sileri risponde: «Secondo me c'è troppa burocrazia nel comitato tecnico scientifico. Non si possono aspettare otto ore per i tamponi». La frase non passa inosservata. Tra i venti esperti del Cts c'è chi non la prende bene e parte un giro di telefonate. «Avete sentito cosa ha detto? Questa non possiamo farla passare». Arriva infatti subito la risposta del comitato. È un attacco frontale e ingiustificato. Viene convocata per il giorno dopo, cioè ieri, una riunione per affrontare la questione Sileri. Fanno sapere che stanno mettendo al servizio del Paese le loro competenze e lo fanno gratis. C'è chi suggerisce le dimissioni in massa. Calma. Prima bisogna parlarne con Conte, magari serve una sua presa di posizione pubblica. Il premier però non ha tutta questa voglia di ritrovarsi in queste beghe. Qualsiasi sua parola rischierebbe di accendere un fuoco. Sileri è un senatore dei Cinque Stelle e non è proprio il caso di aprire un altro fronte politico. I rapporti tra Sileri e il ministro Speranza sono sereni, nel senso che si evitano e se per sbaglio si incrociano si scambiano un saluto frettoloso. La collaborazione è zero. La maggioranza di governo si regge sul principio del non toccare nulla. Qualsiasi movimento minaccia gli equilibri già instabili. Conte così fa quello che sa fare meglio: smussare, sgonfiare, nascondere il problema. In questo caso la mossa è saggia. Diventa irresponsabile di fronte a questioni più gravi e profonde. Impone una parvenza di pace. «Ho parlato con Sileri e non c'è alcuna polemica. Ha sempre apprezzato il lavoro del Cts». All'esterno c'è chi, come Maria Stella Gelmini, parla di «scontro aggghiacciante» Alberto Villani, presidente dei pediatri italiani e componente del comitato, smorza sempre in tv, su Sky TG24, la polemica: «Noi non siamo arrabbiati con nessuno. Il viceministro è un esponente del nostro governo e come tale ha tutta la nostra stima». Poi conclude: «Siamo contenti che, soprattutto dal ministro Speranza, abbiamo ricevuto la stessa stima». Non serve neppure leggere tra le righe. Facciamo finta che, come in una vecchia canzone di Ombretta Colli, tutto vada bene. In studio, sempre su Sky, è presente anche Sileri. Non rettifica e non si scusa. Tiene il punto senza alzare la voce. «Ho letto anch' io sui giornali che il comitato tecnico scientifico sarebbe infuriato con me. Voglio sperare che non sia così. Le mie dichiarazioni di ieri sera erano solo domande. E non le mie personali domande, ma quelle degli italiani. Si tratta di dare delle risposte, che in questi mesi non ho avuto. E anche leggendo i verbali non ho trovato risposte». Non si ferma qui e mette sul piatto le domande: «Io sono un'autorità politica, prestata temporaneamente a questo ministero, che chiede risposte ad un organo che è deputato a darle. Ma le mie non sono curiosità, ma chiarimenti specifici come: possiamo ridurre la quarantena? Possiamo fare i test salivari a livello nazionale? Mi basta un sì o un no». La situazione al ministero della Salute di fatto è questa: c'è una frattura insanabile difficile da sopire. Conte proverà in tutti i modi a non affrontarla. Le domande del vice ministro vengono vissute dai consulenti tecnici come lesa maestà. Il virus rende tutti più permalosi.
Stefano Folli per “la Repubblica” il 15 ottobre 2020. L’errore è trovarci oggi, dopo nove mesi, come se il virus fosse esploso ieri. Gli strumenti e la gestione sono esattamente identici a nove mesi fa». Chi parla, in un'intervista al Riformista, non è un esponente della destra anti-governativa bensì Giovanni Guzzetta, costituzionalista con cattedra a Roma, uno stimato giurista di formazione cattolica, attivo in passato nel fronte referendario di Mario Segni. Guzzetta mette il dito nella piaga. La prima volta il caos e i disservizi erano giustificati da eventi senza precedenti, per cui il successo d'immagine del governo, e quello personale di Conte, riflettevano il desiderio dell'opinione pubblica di essere protetta e guidata. Ma oggi è diverso. Gli scontri con le Regioni, le disposizioni contraddittorie, la confusione nei trasporti pubblici testimoniano di un sorprendente ritardo. Il Parlamento è stato messo ai margini - afferma il costituzionalista - senza peraltro aumentare l'efficienza. Come se non bastasse, per alcune ore il Paese ha avuto la sensazione che il governo stesse aggirando gli articoli della Costituzione che garantiscono libertà di riunione e di domicilio. Chi è intervenuto dietro le quinte "per impedire questo scempio" e indurre Conte a dire infine una parola chiara? Il presidente della Repubblica: ovviamente con il suo stile discreto, alieno da ogni pubblicità. Si capisce quindi che non si è trattato di un'incomprensione lessicale. Per molte ore lo "scempio" è apparso possibile: vale a dire il controllo di polizia negli appartamenti, magari su segnalazione anonime. Per risolvere lo psicodramma ci è voluto l'intervento del Quirinale.
Secondo punto. L'altro giorno, rivolgendosi all'Assolombarda, il commissario europeo Gentiloni ha usato toni severi (per chi vuole intendere). Ha detto intanto che gli iniziali 20 miliardi del Recovery arriveranno entro il primo semestre del '21: non c'è dunque da attendersi alcuna pioggia di risorse a breve. E poi ha ammonito il governo e le forze politiche: «Il contributo europeo va preso sul serio, non possiamo interpretarlo e utilizzarlo come se fosse un aiuto alle nostre cose ordinarie. Queste risorse vanno utilizzate in modo lungimirante». Gentiloni, come è noto, è molto vicino al Quirinale. I suoi giudizi, che esprimono i timori dell'Europa verso l'Italia, sono senza dubbio conosciuti e condivisi da Mattarella. Tuttavia il governo vive di annunci e non ha ancora fornito dati convincenti su come utilizzare i fondi. Il meno che si possa dire è che il presidente della Repubblica si pone degli interrogativi. È un'incrinatura da non sottovalutare.
ALBERTO CUSTODERO per repubblica.it il 16 ottobre 2020. "Ho chiesto ieri al presidente Conte una riunione appena sarà rientrato da Bruxelles per decidere senza indugio nuove misure nazionali per contenere il contagio, ovviamente d'intesa con le Regioni". La richiesta arriva dal capo delegazione Pd Dario Franceschini al governo che da giorni preme per avere più attenzione e severità dal governo nell'affrontare la preoccupante ripresa della pandemia. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, da Fiorenzuola d'Arda nel Piacentino, dove si trova per una visita in occasione dello stanziamento di finanziamenti a proposito della situazione dei contagi da Sars-Cov2, interviene subito spiegando: "Nessuna decisione è stata assunta in questo momento. Leggo un'abbondanza di indiscrezioni, ma noi siamo qui e analizziamo tutti i dati, ci confrontiamo con le Regioni. Non inseguiamo le indiscrezioni - aggiunge - C'è un problema serio, non dobbiamo nasconderlo" ma "ci sono istituzioni, scienziati che stanno lavorando. Facciamo le cose per bene". Il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, si rivolge proprio alle Regioni: "Massima disponibilità e massima trasparenza, trasmettiamo tutti i dati a tutti e chi ha bisogno di aiuto lo dica. Ma prima di intervenire su lavoro e scuola".
La denuncia di Arcuri. Intanto, il commissario per l'Emergenza, Domenico Arcuri, al termine della Stato-Regioni, denuncia: "In questi mesi alle Regioni abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari per le terapie intensive, 1.429 per le subintensive. Prima del Covid le terapie intensive erano 5.179 e ora ne risultano attive 6.628 ma, in base ai dispositivi forniti, dovevamo averne altre 1.600 che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attive. Chiederei alle regioni di attivarle. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili, ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori", osserva Arcuri.
Boccia alle Regioni: "Chi ha bisogno lo dica". "Massima disponibilità e massima trasparenza, chi ha bisogno di aiuto lo dica, ma questo va fatto prima di intervenire su lavoro e scuola. In questi mesi sono stati distribuiti ventilatori polmonari ovunque, così come confermato da Arcuri: il problema è dove sono finiti i ventilatori, attendiamo risposte in tempo reale dalle regioni - incalza il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia, al termine della Stato-Regioni - La Campania prima del Covid aveva 335 posti letto di terapia intensiva. Il governo attraverso il commissario Arcuri ha inviato 231 ventilatori per le terapie intensive e 167 per le sub intensive. Oggi risultano attivati 433 posti, devono essere 566". Boccia poi annuncia che "domani alle 9 è prevista una riunione di coordinamento dalla Protezione civile con le Regioni, il ministro Speranza e Arcuri. Chiedo alle Regioni di rispondere alle richieste inviate dal commissario Arcuri in modo da intervenire se necessario in tempo reale".
Questione tamponi. "Sarebbe opportuno utilizzare lo schema utilizzato da alcune regioni, Veneto, Lazio o Emilia Romagna, che indicano chiaramente sul proprio sito i luoghi e i laboratori in cui è possibile effettuare tamponi, molecolari, antigenici e quelli rapidi validati dalle autorità sanitarie del g7 autorizzati la settimana scorsa", spiega Boccia. Che ha fatto sapere che a ieri sono stati somministrati oltre 13 milioni di tamponi (11 milioni messi a disposizione dal commissario e 2 milioni dalle Regioni). È stata inviata inoltre due giorni fa una lettera alle Regioni in cui si chiedeva di comunicare il fabbisogno di tamponi e reagenti per poter chiudere la nuova offerta. Arcuri ora attende da loro indicazioni per poter procedere ulteriormente. Altri 5 milioni di tamponi sono già acquistati.
E sulla scuola e il lavoro, Bocca precisa: "Tutti i presidenti hanno autonomia di fare ordinanze più restrittive nelle modalità che ritengono. Ma se abbiamo condiviso che i due pilastri che dobbiamo tutelare sono scuola e lavoro e le ordinanze incidono su quegli ambiti, sarebbe opportuno un raccordo tra governo e regioni".
Zaia: "Sì a lockdown chirurgici". Dall'opposizione il leader della Lega, Matteo Salvini, attacca chi parla di chiusura ("Dire forse lockdown a natale è un crimine contro il popolo", dice), mentre il governatore del Veneto, Luca Zaia, apre al lockdown purché sia 'chirurgico'. "Sono contrario ad un nuovo lockdown - dichiara Zaia - dopodiché un lockdown chirurgico lo abbiamo già fatto nel Comelico, che può essere preso ad esempio. Abbiamo introdotto misure per 10 giorni e poi siamo tornati alla normalità". Zaia precisa ancora: "Non porto avanti idee di lockdown perché sarebbe una sconfitta, vorrebbe dire avere ospedali al collasso, molte vittime, sarebbe ammettere che qualcosa è andato storto nel piano di prevenzione. Sono per il lavoro di squadra, però qualche aggiustamento, senza complicare la vita ai cittadini, va fatto soprattutto nelle misure di protezione. Si andrà verso restrizioni a seconda dei contesti territoriali. Sento che tutti gli altri presidenti di regione sono su questa linea. Penso però che sia fondamentale che il governo cominci a lavorare per una scala di parametri".
A preoccupare Franceschini l'accelerazione della pandemia. A preoccupare il ministro dei Beni culturali Franceschini è stata l'accelerazione dei contagi delle ultime settimane e la presa di posizione del Comitato tecnico scientifico (Cts) secondo il quale alla luce dei nuovi dati emersi e della nuova fase servono misure più stringenti anche in vista del week end. Tra le ipotesi, quella di un “coprifuoco” e la Didattica a distanza almeno per le scuole superiori. Per evitare dunque che in Italia vengano presi provvedimenti a macchia di leopardo magari per iniziativa delle singole Regioni, ed essendo mutato il quadro epidemiologico della diffusione del Covid - 19 rispetto all'ultimo Dpcm, Franceschini chiede ora una riunione urgente per un aggiornamento degli interventi nazionali".
Gianluca Zappa per startmag.it il 24 ottobre 2020. La guerra legale avviata dal commissario Domenico Arcuri, come capo azienda del gruppo statale Invitalia, divide due consiglieri di amministrazione del quotidiano diretto da Stefano Feltri, già vicedirettore del Fatto Quotidiano. Ieri Arcuri ha dato mandato ai suoi legali di avviare un’azione civile contro il nostro quotidiano, Domani, dopo l’articolo pubblicato da Nello Trocchia ieri dal titolo “La guardia di finanza a Invitalia per i super stipendi di Arcuri”. Il commissario agisce per tutelare la sua “immagine e reputazione”, come ha scritto ieri l’Ansa: “La cosa che avrebbe leso entrambe è aver scritto che “il 29 settembre le fiamme gialle, su delega della procura della Corte dei Conti, hanno acquisito documenti per verificare l’eventuale danno erariale e capire se la società è esonerata dal rispetto dei tetti degli stipendi”, ha scritto oggi il direttore Feltri nel suo editoriale. “Arcuri non contesta la notizia, non smentisce nulla – sottolinea il direttore del quotidiano Domani – Considera semplicemente lesivo della sua reputazione che un giornale racconti una notizia vera, cioè che la procura della Corte dei conti sta ancora indagando sui suoi stipendi da amministratore delegato della società pubblica Invitalia che guida dal lontano 2007.” Prosegue Feltri: “Nell’articolo noi abbiamo riportato anche la versione di Arcuri, che rivendica la legittimità di aver percepito 617mila euro di stipendio nel 2014, derogando al tetto già allora in vigore che fissa il tetto per i manager pubblici a 240mila. Nel complesso, sostiene la Corte dei Conti, ha ricevuto 1.467.200 euro più del dovuto. Arcuri dice che è tutto corretto, perché la sua società emette obbligazioni quotate, cosa che permette di sfuggire al tetto. La vicenda, peraltro, è ampiamente nota. La novità è la l’acquisizione da parte della Guardia di Finanza di nuovi documenti nelle scorse settimane, di cui abbiamo dato notizia ieri”. In effetti gli approfondimenti della Corte dei Conti sono stati svelati nelle scorse settimane in più puntate della trasmissione “Quarta Repubblica” condotta da Nicola Porro su Rete4. Conclude oggi Feltri: “Nella mia carriera mi era capitato di incontrare soltanto persone – potenti e non – che si sentissero danneggiati dalle notizie scorrette, da epiteti offensivi, da paragoni inappropriati. Non mi era mai capitato di trovare qualcuno che si sente danneggiato da una notizia vera, peraltro riportata in un breve articolo nel basso di una pagina. Ma la legge consente ad Arcuri di chiedere danni ai giornali anche in questo caso, spetterà poi a un giudice decidere. Nell’attesa dell’esito, saranno i lettori e i cittadini a valutare l’opportunità da parte di uno degli uomini più potenti di Italia di avviare richieste di risarcimento danni nei confronti di un giornale che pubblica notizie vere sulla sua persona nel pieno di una tragica pandemia che pensavamo assorbisse ogni energia del commissario straordinario”. Ma dietro la guerra di Arcuri al quotidiano nato per iniziativa di Carlo De Benedetti si cela anche una diatriba di fatto all’interno del consiglio di amministrazione della società che edita il quotidiano Domani. Infatti, secondo le indiscrezioni raccolte in ambienti legali romani, a difendere Arcuri sarà lo studio del noto avvocato Grazia Volo, che è uno dei consiglieri di amministrazione proprio della società del giornale debenedettiano presieduta da Luigi Zanda. Non solo: a difendere invece il quotidiano diretto da Feltri sarà come sempre un avvocato che è anche membro del consiglio di amministrazione dell’Editoriale Domani spa: Virginia Ripa di Meana. Il 29 settembre, mentre Domenico Arcuri tesseva le lodi del nostro paese nel contrastare il virus e, implicitamente, le sue come commissario all’emergenza Covid-19, a Invitalia arrivava la Guardia di finanza. Invitalia è la società del ministero dell’Economia di cui Arcuri è amministratore delegato dal 2007 (anche se all’epoca si chiamava Sviluppo Italia). «Noi tutti siamo più bravi degli altri a gestire la tragedia», diceva il commissario. Nel frattempo i militari entravano nella sede della società a Roma per acquisire documenti e materiale su delega della procura della Corte dei conti del Lazio, in una vicenda che riguarda proprio Arcuri. Gli accertamenti, avviati nel 2016, riguardano un possibile danno erariale. Ma la svolta è arrivata lo scorso luglio quando i finanzieri hanno notificato ad Arcuri un atto di costituzione in mora per interrompere gli effetti della prescrizione che incombeva sul fascicolo. La storia è diventata pubblica in piena emergenza. Secondo la ricostruzione della Corte dei conti, da manager di Invitalia, Arcuri e gli altri membri del consiglio di amministrazione avrebbero per alcuni anni percepito stipendi più alti di quelli stabiliti dalla legge che ne aveva disposto la riduzione. Secondo le norme che fissano a 240mila euro il tetto degli stipendi per i manager pubblici e secondo un decreto del ministero dell’Economia, Invitalia «avrebbe dovuto adeguare il compenso dell’amministratore delegato a 192mila euro». Nell’atto di costituzione in mora si legge invece che «risulta dalla tabella che, nel corso del 2014, all’ad (e dirigente) Arcuri Domenico è stato riconosciuto un compenso (comprensivo di tutte le voci, ndr) complessivo pari a 617mila euro». L’amministratore delegato di Invitalia supera il tetto di 192mila euro anche nel 2015, 2016 e 2017. E questo nonostante proprio il 4 agosto 2016 l’assemblea rappresentata dal socio unico, il ministero dell’Economia, aveva invitato la società a ricondurre «i trattamenti economici ai limiti di legge vigenti». Arcuri si è detto pronto a spiegare tutto: «Offro la mia totale collaborazione alla Corte dei conti in modo da chiarire l’assenza di qualunque errore da parte mia o di Invitalia. Non vi è stata alcuna violazione». La cifra non è stata restituita, il commissario ha ricevuto 1.467.200 euro in più rispetto ai limiti di legge, e ora la Guardia di finanza, su delega del viceprocuratore generale Massimo Lasalvia (il fascicolo è passato alla magistrata Gaia Palmieri), ha acquisito dati e documenti per approfondire due questioni. La prima riguarda la verifica degli emolumenti ricevuti, in questi anni, da Arcuri e dagli altri manager di Invitalia. La seconda questione riguarda una legge che permette alle società che emettono strumenti finanziari di derogare al tetto dei compensi. I militari hanno acquisito tutta la documentazione per capire se gli strumenti finanziari emessi da Invitalia consentono di rientrare nelle società esonerate dagli obblighi di riduzione dei costi. Nel 2014 Arcuri a Repubblica spiegava che al momento la società non emetteva strumenti finanziari e che guadagnava: «300mila euro l’anno, tutto compreso». Prima di lodarsi: «Se non avessi ritenuto giusto il taglio al mio stipendio me ne sarei andato».
Radical Chic. Contro il virus bendati e sul monopattino. Eva Kant su Il Quotidiano del Sud l'1 novembre 2020. Adesso, ora che i buoi sono scappati, che il virus circola indisturbato in tutta Italia, adesso che si è presa questa illogica decisione per cui a pranzo puoi andare al ristorante o al bar, ma la cena la devi per forza fare a casa tua, ebbene adesso che tutto questo è già successo, chi ci amministra si è finalmente reso conto di una cosa: sono i mezzi pubblici affollati, i bus stracolmi ben oltre quell’80 per cento che già era una follia quando si predica di mantenere almeno la distanza di un metro tra una persona e l’altra, a far dilagare i contagi. Adesso si sono finalmente tolti le bende dagli occhi e lo hanno capito. Nemmeno tutti per la verità visto che la ministra dei trasporti De Micheli appena l’altro giorno in parlamento ha continuato a sostenere che non è lì che il virus si diffonde maggiormente. E poi ragazzi, non dimentichiamo che la ministra è la stessa che qualche mese fa annunciava con grande enfasi gli incentivi per i monopattini e le biciclette. Adesso la regione Lazio, guidata da quel Nicola Zingaretti che è anche il capo di uno dei due partiti maggiori azionisti di questo governo, ha annunciato che noleggerà 300 bus turistici da “girare” all’Atac, l’azienda dei trasporti locali su Roma, per decongestionare le linee nelle ore di punta. Complimenti. Ma l’applauso no, non ve lo meritate. Perché sarà pur vero che è meglio tardi che mai, ma io mi chiedo: come è possibile che si è aspettato tanto? Sarà mica perché chi ci amministra un mezzo pubblico non lo prende da decenni? Di certo non può essere una questione di mancanza di automezzi, perché – come sta avvenendo adesso, e sottolineo ancora una volta la parola adesso – non era necessario acquistarli gli autobus, ma bastava noleggiarli. E con i flussi turistici sotto zero, sono centinaia e centinaia le imprese di trasporto private sparse in tutte la Penisola che si ritrovano pullman totalmente inutilizzati nei loro parcheggi. Sarebbero state ben felici di darle a noleggio per affiancare il trasporto locale per un po’ di mesi. Tutto questo costa? Ovvio, ma il governo ha dato 300 milioni alle regioni per potenziare il trasporto locale, e finora ne hanno utilizzato solo un terzo. Perché? Che fine hanno fatto quei soldi? E poi: quanto costa adesso risarcire gli imprenditori costretti a tenere chiuse le loro saracinesche parzialmente (ristoranti, bar, gelaterie, pizzerie) o addirittura totalmente (palestre, piscine, cinema, teatri, ecc.)? Quanto costa aiutare i lavoratori “sospesi” con indennizzi che a stento ti permettono di dare da mangiare alla tua famiglia per tutto il mese? Una cifra enorme: altri cinque miliardi. E il conto è valido solo fino a marzo. Come se fossimo sicuri che a marzo il virus sarà solo un ricordo lontano. E quanto valgono, infine, le vite dei morti per Covid? La colpa – ci stanno dicendo quasi come una litania – è dell’estate folle di molti italiani, che hanno sciolto le briglie credendo che questo maledetto virus fosse ormai acqua passata. Ma per favore! La colpa è di chi non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare: approntare piani seri per affrontare la seconda ondata che tutti, dico tutti, sapevano sarebbe arrivata. Il virus ci ha dato una tregua di almeno tre mesi, era un tempo sufficiente a mettersi pancia a terra e trovare soluzioni serie. Come quella di approntare contratti di noleggio dei bus turistici, ad esempio. Ma non ci ha pensato nessuno. O quasi (qualche regione lo ha fatto a settembre). Però abbiamo scommesso sui monopattini. E abbiamo comprato i banchi singoli, con o senza rotelle, dei quali il commissario straordinario Domenico Arcuri va particolarmente fiero. Lo stesso Arcuri in questi giorni va sui vari canali tv a dire, numeri alla mano, che la situazione di adesso non è paragonabile a quella di marzo/aprile. Infatti, lo penso anche io. Ma per i motivi opposti rispetti a quelli elencati da Arcuri. Ora è molto peggio. Perché il virus è arrivato anche nei territori più fragili e meno attrezzati dal punto di vista sanitario. Dice Arcuri: adesso si fanno molti più tamponi di allora, per questo ci sono più positivi. Ma che razza di ragionamento è? Allora non li facciamo proprio i tamponi, così i positivi sembreranno pochissimi. E quelli che arrivano “senza respiro” in ospedale, li cataloghiamo come polmoniti stagionali. L’altra sera, tornando dal lavoro – erano più o meno le 21 – ho attraversato il centro della grande città in cui abito desolatamente vuoto. Deserto. Spettrale. In circa cinque chilometri di tragitto (è questo il mio percorso quotidiano casa-ufficio) avrò incrociato non più di cinque automobili e una decina di ciclofattorini che portavano il cibo ordinato online ai vari indirizzi. In compenso ho contato almeno una trentina di monopattini abbandonati nei posti più improbabili. Nemmeno a ferragosto ho mai visto la mia città così. E qualche ora prima, nel pomeriggio, affacciandomi dalla finestra del mio ufficio che dà in una delle strade centrali generalmente molto trafficate, non è che la situazione fosse molto diversa: niente turisti, negozi aperti ma vuoti, qualche auto ma poche. Una città fantasma. Intanto il manager Arcuri (che oltre allo stipendio come commissario straordinario per la pandemia prende ancora anche quello di amministratore delegato di Invitalia, la società dello Stato che avrebbe dovuto trovare una soluzione per Whirpool a Napoli o anche per Ilva a Taranto, e tutti sappiamo come stanno andando le cose) resta al suo posto. Inspiegabilmente. E ci restano – rieletti a furor di popolo – anche i presidenti di regioni che, nonostante la tregua estiva del Covid, si sono lasciati trovare impreparati alla seconda ondata. Colpa nostra, questa sì, che li abbiamo rieletti. E ci siamo fidati.
Altro che Mr. Wolf, Arcuri non risolve problemi. Luca La Mantia su Il Quotidiano del Sud il 2 novembre 2020. Panorama l’ha ironicamente chiamato il “Commissario moviola” per la capacità di rallentare, anziché velocizzare, le procedure che avrebbero dovuto permetterci di resistere alla seconda ondata di pandemia. A sette mesi dalla nomina a supercommissario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri si è dimostrato tutt’altro che il signor Wolf di “Pulp fiction”. Eppure continua a godere della piena fiducia del premier, Giuseppe Conte, che lo vorrebbe anche al vertice di Leonardo come successore di Alessandro Profumo. Ma con quali titoli? A oggi la gestione dell’affaire Covid portata avanti da Arcuri presenta più di una lacuna. L’ultimo flop è quello dei banchi monoposto a rotelle, che nelle intenzioni della ministra Lucia Azzolina avrebbero assicurato il rispetto delle distanze a scuola, garantendo la didattica in presenza. Il commissario aveva promesso che banchi e sedie innovative sarebbero stati distribuiti in tutte le scuole entro il 31 ottobre. Scadenza non rispettata, all’appello ne mancano diverse centinaia di migliaia. La consegna dovrebbe essere ultimata per Natale, ma sull’intera operazione pesa l’incognita di una nuova chiusura generalizzata degli istituti. Non meno spinosa la questione delle mascherine a uso degli studenti. L’obiettivo era fornire ogni giorno 11 milioni di dispositivi di protezione alle scuole insieme al gel per disinfettare le mani. Arcuri l’aveva definita un’impresa «senza eguali» ma per arrivare a dama sono serviti quasi due mesi. Il risultato è stato rivendicato recentemente dallo stesso commissario in un’intervista al Corriere della Sera. Ma lo stesso quotidiano ha messo in evidenza che questa cifra ora, con la ripresa della Dad alle superiori in numerose regioni, potrebbe addirittura superare le reali necessità del sistema scuola. Le mascherine, in effetti, sono state il grande tallone d’Achille di Arcuri. Per settembre l’attuale ad di Invitalia aveva assicurato la piena autosufficienza, annunciando che sul nostro mercato ci sarebbero state «solo mascherine italiane». Ma i dati pubblicati lo scorso mese da Assosistema certificano che il made in China continua a coprire un’ampia fetta della domanda (2,5 miliardi di euro il controvalore dei dispositivi arrivati nel nostro Paese fra marzo e luglio). Conte ha recentemente affermato che l’Italia ogni giorno produce circa 18 milioni di mascherine, bel al di sotto del fabbisogno da 35 milioni individuato da numerosi studi come cifra da raggiungere per gestire la fase due. Un numero che oggi, fra l’altro, andrebbe rivisto al rialzo in forza dell’obbligo di indossare il dispositivo usa e getta anche all’aperto. Senza dimenticare i ritardi sull’implementazione del sistema di terapie intensive su cui Arcuri ha sostanzialmente scaricato ogni responsabilità sulle regioni.
Le promesse mancate e i fallimenti del commissario Domenico Arcuri. "Da settembre non dipenderemo più dall’estero", aveva annunciato a maggio parlando delle mascherine. E invece per lentezze burocratiche e difficoltà tecniche la corsa contro il tempo è andata persa e dipendiamo ancora dalle importazioni. Quasi tutte dalla Cina. Vittorio Malagutti e Francesca Sironi su L'Espresso il 23 ottobre 2020. Le ultime parole famose risalgono a maggio, il 27 del mese, quando la stagione dei lutti e della paura sembrava volgere alla fine e il mondo intero si illudeva di poter convivere con il virus fino alla inevitabile vittoria. «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine italiane», scandì Domenico Arcuri davanti ai deputati della commissione Affari sociali della Camera, con il tono solenne delle dichiarazioni definitive, parole che non lasciavano spazio a dubbi e obiezioni. E nessuno obiettò, infatti. Del resto, solo poche settimane prima, lo stesso Arcuri non aveva forse annunciato che sei aziende italiane entro l’autunno avrebbero rifornito il Paese di 660 milioni di mascherine pagate dallo Stato?
Il dossier che inchioda Arcuri: perché ha sprecato tre mesi. Il commissario all'emergenza coronavirus Domenico Arcuri avrebbe sprecato tre mesi senza riuscire a garantire all'Italia nuovi posti nelle terapie intensive. Federico Giuliani, Sabato 17/10/2020 su Il Giornale. L'Italia sta facendo i conti con la seconda ondata di Covid-19 completamente impreparata, senza una strategia chiara per arginare la pandemia o contromisure adeguate, che pure erano state promesse dal governo giallorosso. I contagi hanno sfondato il tetto dei 10mila casi al giorno. Gli ospedali iniziano nuovamente a sentire la pressione, con il numero di posti in terapia intensiva insufficiente nel caso in cui la curva epidemiologica dovesse continuare a salire con questa rapidità. Eppure - come rivelato più volte da ilGiornale.it - chi doveva gestire questa delicata situazione, tra cui Domenico Arcuri, ha avuto tutta l'estate per prendere provvedimenti adeguati, così da evitare gli stessi errori della scorsa primavera, quando il Paese si presentò a combattere il virus in modo inadeguato.
Arcuri nell'occhio del ciclone. I riflettori sono puntati proprio su Domenico Arcuri, il "super commissario" nominato da Giuseppe Conte per l'emergenza coronavirus. Già finito nell'occhio del ciclone per la questione delle mascherine, secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, Arcuri avrebbe sprecato tre mesi, senza riuscire a garantire all'Italia nuovi posti nelle terapie intensive. Per quale motivo il nostro Paese si trova adesso con il fiato corto? A luglio – è la ricostruzione dei fatti offerta da Domani – il Ministero della Salute avrebbe trasmesso ad Arcuri i progetti delle Regioni. Il commissario, tuttavia, avrebbe dato le deleghe per i lavori soltanto il 9 ottobre, ovvero poco più di una settimana fa. Detto altrimenti, i piani realizzati dalle Regioni per riorganizzare i vari ospedali sarebbero rimasti a prendere polvere sul tavolo di Arcuri per oltre due mesi. Non solo: in questi mesi, orientativamente da luglio a settembre, i reparti degli ospedali si erano svuotati grazie al rallentamento estivo della pandemia. Ed era proprio in una simile fase di calma che i lavori di ristrutturazione sarebbero potuti (e dovuti) partire. Non è invece andata così, visto che le gare per i lavori sono partite soltanto a ottobre, quando l'Italia era già con un piede nella seconda ondata. Le Regioni che nel frattempo si sono attrezzate riorganizzando gli ospedali lo hanno fatto attingendo ai propri fondi o adeguando vecchie strutture non utilizzate, adattandole ad accogliere posti letto extra.
Tre mesi sprecati. Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire che cosa è successo. Al termine della prima ondata di Covid-19, il 19 maggio, il governo – attraverso il decreto legge 34 - dà 30 giorni di tempo alle amministrazioni regionali per riorganizzare il numero di posti letto in terapia intensiva. L'obiettivo dell'esecutivo? Portarli da 7 a 14 ogni 100mila abitanti. Il governo stanzia perfino 1,1 miliardi per i vari piani. Quasi tutte le Regioni rispondono presente in tempo; 18 – sottolinea ancora Domani – avrebbero completato e consegnato i progetti all'esecutivo nel giro di un mese esatto. Il Ministero chiede però ad alcune amministrazioni di integrare i progetti. Entro il 17 luglio è tutto pronto, ed entro il 24 i piani aggiornati sono approvati. A questo punto i documenti sarebbero stati inviati sia agli uffici centrali di bilancio e alla Corte dei Conti, sia alla struttura coadiuvata da Domenico Arcuri. Quest'ultimo avrebbe ricevuto il 3 luglio i piani di sei regioni (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Veneto e delle due province di Trento e Bolzano). L'ultimo piano sarebbe stato quello della Campania, arrivato il 24 luglio. Il 29 luglio arriva il semaforo verde dalla Corte dei Conti. Si attende quello di Arcuri. Che però non arriva, così come non partono i lavori di ristrutturazione previsti. L'Abruzzo si lamenta, chiedendo di avere la delega dal commissario all'emergenza per poter gestire la riorganizzazione in modo autonomo. Niente da fare. Il 9 ottobre, due mesi dopo che la corte dei Conti ha registrato l'ultimo progetto, Arcuri avrebbe finalmente firmato le ordinanze di delega ai presidenti di regione che avevano chiesto di gestirei progetti. Nello stesso giorno il commissario avrebbe firmato anche le nomine per le regioni che non avevano chiesto la delega. Intanto però il virus è tornato a correre. E l'Italia scopre di aver bruciato settimane preziose.
Lisa Di Giuseppe per “Domani” – estratto il 17 ottobre 2020. Il decreto Rilancio di questa primavera ha stanziato nuovo fondi per le terapie intensive. I posti in più previsti sono 5.612 in terapia intensiva e 4.225 in terapia subintensiva. Le regioni hanno presentato le loro richieste entro luglio, ma il ministero della Salute ha tardato a dare risposta. La pubblicazione del bando o l’affidamento diretto spettava poi al commissario Domenico Arcuri che ha fatto una gara lampo, di tre giorni, dal 9 al 12 ottobre. I lavori dovranno partire a fine mese. Iniziare ora che la pandemia sta tornando significherebbe chiudere interi reparti oppure spostare i pazienti ricoverati in stanze recuperate in extremis.
Giovanna Faggionato per “Domani” – estratto il 17 ottobre 2020. Per più di due mesi i piani delle regioni per riorganizzare gli ospedali sono rimasti a prendere polvere nelle mani della struttura del commissario all’emergenza Domenico Arcuri. I documenti interni che abbiamo consultato provano che diciotto regioni hanno progettato la riorganizzazione degli ospedali nel giro di un mese e consegnato il programma al governo entro la scadenza. Il manager riceve già il 3 luglio i piani di sei regioni e cioè di Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Marche e Umbria, del Veneto e delle due province di Trento e Bolzano.
Stefano zurlo per Il Giornale il 17 ottobre 2020. Il commissario Domenico Arcuri gonfia i muscoli: «Abbiamo distribuito 13 milioni di tamponi». Una cifra che dovrebbe spegnere l'inquietudine serpeggiante. Ma Arcuri parla dei tamponi rapidi che non risolvono ma anzi rischiano di aggravare il problema perché spesso fanno cilecca e certificano negativi che poi puntualmente si ammaleranno. La verità è che il commissario si impicca alle sue stesse parole: «Il tempo è una variabile fondamentale». Peccato che i mesi della tregua estiva concessa dal Covid non siano stati sfruttati per riempire gli arsenali e irrobustire le prime linee. Oggi, alle prime spallate del nemico invisibile, si aprono crepe paurose nel sistema di difesa. Occorreva tagliare la strada al virus, anticiparlo e chiuderlo all'angolo appena scoperto. Per questo erano necessari due passaggi: la moltiplicazione dei tamponi tradizionali, fino alla quota trecentomila teorizzata da Andrea Crisanti. E poi erano state disegnate le Usca, ovvero le Unita speciali di continuità assistenziale. «Alle Usca - spiega al Giornale Crisanti - era stato assegnato un ruolo cruciale, ovvero tenere i rapporti con i positivi, tracciare i loro contatti, accompagnarli passo passo fino al tampone liberatorio». Ma a quanto risulta su 1.200 Usca ne sono state create solo 600 e queste funzionano come possono. Molte persone continuano ad affollare i pronto soccorso, in barba a tutta la retorica sulla medicina territoriale, i risultati dei tamponi arrivano dopo giorni e giorni. Con ritardi abissali. «Ma soprattutto - aggiunge Crisanti - non c'è nessuna organizzazione che sia in grado di tracciare centomila persone al giorno, calcolando 10 incontri per positivo». Si procede a tentoni, anche perché le assunzioni promesse non sono arrivate. Non solo: i tamponi sono sempre quelli, la soglia dei trecentomila è lontanissima e dunque il virus scappa da tutte le parti. Si sono sperperati i soldi per i banchi a rotelle, trovata dadaista dell'esecutivo Conte, non si sono investiti dove servivano. L'app Immuni è un flop e le situazioni che affiorano hanno dell'incredibile pure su questo fronte: la Regione Veneto non ha mai attivato la piattaforma. Mancanza grave, ma pare altrettanto drammatico se non peggio che Roma non se ne sia accorta. Si è discusso per settimane, come fossimo in un alato convegno con annesso coffee break, se fosse corretto accettare i 32 milioni del Mes, da buttare immediatamente nel pozzo dell'emergenza. Risultato: pochi soldi, idee confuse. Siamo indietro sul capitolo delicatissimo delle terapie intensive e qui Arcuri, che ci tiene a non fare il parafulmine, ha qualche ragione nel bacchettare le Regioni: «Abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari, abbiamo attivato fino a 9.463 posti di terapia intensiva, ma per ora ne risultano operativi 6.628. Dovevamo averne altri 1.600 che sono già nella disponibilità delle singole regioni ma sono ancora sulla carta, chiediamo alle regioni di procedere. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili - insiste il commissario - ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti di terapia intensiva per cui abbiamo mandato i ventilatori». È l'eterno rimpallo delle competenze italiane che rende tutto pasticciato e sfuggente. Arcuri punta il dito contro le Regioni, ma il bando per il potenziamento delle terapie intensive, con uno stanziamento di 713 milioni datato maggio, è stato aperto solo il 2 ottobre. Non si poteva fare prima? Insomma, il centro accusa la periferia che risponde per le rime, esattamente come era successo nelle settimane cupe della prima ondata, ad esempio per la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo. Oggetto di un'inchiesta della procura di Bergamo per dirimere le responsabilità. Infine, i mezzi pubblici: invece di potenziare il parco mezzi si punta sullo smart working per tenere a casa gli utenti. Poca o nulla programmazione, molta approssimazione e distanziamento a fisarmonica. Governo e Regioni litigano. Il virus, intanto, corre.
Dagospia il 14 ottobre 2020. Caro Direttore, sostenere che gli Uffici del Commissario Per l’emergenza Covid hanno già distribuito oltre 20 milioni tra tamponi e provette alle Regioni Italiane, che oggi ne hanno somministrati oltre 152 mila ai cittadini, oppure che i vaccini antiinfluenzali non hanno nulla a che fare con le sue attività o, ancora, che le problematiche connesse al sistema dei trasporti sono di competenza di altri, sarebbe riduttivo. Così come dire che il Commissario non ha ingaggiato nè Lorenzo Mingolla nè alcun altra risorsa per la comunicazione o le Relazioni Istituzionali sarebbe poco. L’intero articolo, per così dire, è davvero poco informato: sia sulle norme, sia sulle funzioni, sia sulle azioni specifiche che gli Uffici del Commissario Arcuri stanno ponendo in essere per fronteggiare l’emergenza. L’Ufficio Stampa del Commissario Straordinario per l’Emergenza Covid 19.
DAGONEWS il 14 ottobre 2020. C'è un responsabile dell'attuale situazione, che è precipitata nell'arco di dieci giorni? Ovviamente non ce n'è uno solo, ma su uno solo si è incaponito il premier nella scorsa primavera, tanto da dargli pieni poteri e da oscurare Protezione Civile e ministero della Salute. Parliamo ovviamente del commissario straordinario all'emergenza sanitaria Domenico Arcuri. Il prode ad di Invitalia (carica che ha ovviamente mantenuto) ha occupato le conferenze stampa a litigare con gli ''economisti da divano'' e gli studiosi da cocktail che gli contestavano le scelte sulle mascherine (introvabili) e poi l'estate aggrappato a questi demenziali banchi a rotelle (spostarli con le manine non si può). Il tutto senza che nel frattempo – il lockdown è finito ai primi di maggio - fosse predisposto un sistema per l’approvvigionamento di tamponi, di vaccini influenzali e mezzi di trasporto in vista della seconda ondata, evento che gli scienziati e virologi davano praticamente per scontato. Il problema è che il prode manager non può nascondersi dietro al calo dei casi in estate o a settembre, perché in quegli stessi mesi il governo di cui fa parte aveva rinnovato lo stato di emergenza. Se c'è un'emergenza, bisogna predisporre misure straordinarie, no? E invece dopo i click day che duravano un secondo e le gare per centinaia di migliaia di banchi a rotelle affidate a ditte con un dipendente, siamo arrivati all'autunno con le proverbiali mani, una davanti e l'altra dietro. Il buco più clamoroso, oltre a quello dei tamponi per cui la gente fa file di 14 ore ai drive-in, è quello dei trasporti. Certo, non si può rivoluzionare un settore così fondamentale in pochi mesi, ma da marzo a oggi forse qualche idea poteva essere partorita. Invece niente. Il sistema della mobilità è lo stesso di allora, e si fa presto a mettere nastri e imporre capienze al 50 o 80% se tanto nessuno può controllare e non esistono mezzi aggiuntivi messi in campo dalle autorità. E non parliamo dei bollettini: ogni giorno leggiamo una pioggia di numeri totalmente falsati, visto che le regioni con il maggior numero di contagi sono anche quelle che fanno più tamponi (Lombardia, Lazio) e che ci sono dei veri e propri buchi neri (vedi la Sicilia e il Piemonte) dove i test sono in numero ridicolo rispetto alla gravità del contagio. Questa quotidiana comparazione di pere e mele non viene né coordinata né spiegata da qualche esperto come almeno avveniva nella fase iniziale con le soporifere conferenze stampa di Borrelli e company. Il problema politico è però che nessuno chiede conto ad Arcuri di cosa abbia fatto in questi mesi. Non ci risulta che ci sia una commissione parlamentare che si occupi di verificare e controllare il suo operato. Dai 5 Stelle, che pure non lo amano (Di Maio in primis) non è venuto neanche un rantolo, per non indebolire il suo dante causa Conte prima delle elezioni. La maggioranza stessa sul tema Covid è in preda a un caos totale, con il consiglio dei ministri dell'altra sera che si è arenato proprio sul divieto di feste in casa e sull'ipotizzato demente sistema di delazione dei vicini messo in campo da Speranza. Il fatto che il premier debba specificare ''Non vi manderemo la polizia in casa a verificare quanti siete'' è di per sé una follia col botto. Frasi mai sentite manco da Kim Jong-Un. Tanto che c'è voluto l'intervento di un Mattarella straincazzato per stoppare qualunque ipotesi di sanzione e di uso delle forze dell'ordine nei confronti di chi ospita persone a cena. Anche grazie a questo bordello Arcuri può viaggiare sotto i radar e continuare a puntare al suo vero obiettivo: in tandem con il neo-ingaggiato Lorenzo Mingolla (ex collaboratore del famigerato sondaggista Luigi Crespi), aspetta solo che passi la nottata invernale per arrivare alle nomine di primavera, quando scade il cda di Cdp e lui punta a prenderne il timone al posto di Fabrizio Palermo.
Mario Giordano per “la Verità” il 19 ottobre 2020. Caro commissario Arcuri, lei non mi risponde, perché preferisce esibirsi nei salottini amici, ma io insisto. Non riesco a darmi pace. Passi che non restituisce i soldi dello stipendio che secondo la Corte dei conti avrebbe preso in più rispetto al dovuto e che avrebbe già dovuto ridarci indietro a luglio. Passi che appena nominato non è riuscito a procurarci in tempo nulla di quello che ci serviva, né camici per medici né respiratori. Passi che abbia fatto partire la gara per i test rapidi a fine settembre. Passi che aveva promesso che le mascherine sarebbero state prodotte tutte in Italia e invece continuiamo a importarla dalla Cina, e pure senza il marchio di sicurezza della Ue. E passi perfino che i famosi banchi che dovevano essere tutti in aula l'8 settembre (lo annunciò lei) non ci sono ancora. Glielo confesso: con una buona dose di digestivo, sarei disposto a buttare giù questo malloppo di nefandezze. A patto che lei la smettesse di raccontare balle sui posti letto in terapia intensiva. La terapia intensiva è un luogo sacro. Di sofferenza. Di dolore. Spesso di morte. Attorno a quei letti si muovono i fili fragili delle nostre esistenze, le nostre speranze, le mani di medici e infermieri che per tenerci attaccati all'ultimo respiro sono disposti a sacrifici disumani. Lei non ha il diritto di bruciare tutto questo sull' altare della sua arroganza e della sua supponenza. L' altro giorno ha attaccato le Regioni dicendo di aver distribuito 1.600 ventilatori che non sono stati ancora usati. E ha aggiunto, quasi sotto forma di ricattuccio, ne abbiamo pronti altri, ma non ve li diamo. Tiè tiè tiè. Un atteggiamento che già nel cortile della scuola elementare Carducci di Alessandria, quando ancora portavamo il grembiule nero, avremmo considerato un po' troppo sciocchino. Il fatto è che lei ha una coda di paglia grande quanto la sua prosopopea. È stato nominato commissario unico. Ha centralizzato su di sé tutto. Tra un po' anche per cambiare il bidet nel nostro bagno di casa bisognerà passare per una gara d'appalto gestita da lei. Per le terapie intensive ha voluto tutti i piani regionali. Li ha riscritti. Ha fatto partire una gara unica per i lavori negli ospedali (lavori necessari per realizzare terapie intensive definitive e non provvisorie). E ora, che si scopre che siamo in ritardo, non trova di meglio che scaricare tutto sulle Regioni? Lei si deve vergognare, caro Arcuri. A maggio sono stati stanziati i soldi per realizzare 3.443 posti in più in terapia intensiva. Lei ha gestito tutta la pratica, con poteri, per l'appunto, straordinari. Il bando di gara lo ha fatto solo il 1° ottobre. Siamo in un ritardo spaventoso. E lei non ha nemmeno l'umiltà di chiedere scusa? Vede, caro Arcuri, come tutti i boiardi attaccati al potere lei non conosce il significato della parola responsabilità. Le faccio un esempio? Il direttore di questo giornale ha poteri straordinari. Può decidere di pubblicare o no questo pezzo. Può decidere come titolarlo e come impaginarlo. Ma se sbaglia finisce davanti al tribunale. Non scarica mica sul tipografo, come invece farebbe lei. Meschino com' è.
Terapie intensive inadeguate. E Arcuri è in ritardo. Nicolaporro.it il 14 ottobre 2020. Dalla puntata di Quarta Repubblica del 12 ottobre 2020. Ormai da giorni il governo giallorosso è tornato a parlare di emergenza Covid, seconda ondata e allarme contagi. E via con l’obbligo dell’utilizzo della mascherina all’aperto, sparate del ministro Speranza sulle delazioni e nuovo Dpcm con restrizioni draconiane. Ma allora perché per la realizzazione di quelle terapie intensive, per cui c’era uno stanziamento governativo già il 14 maggio, si è aspettato addirittura il 2 ottobre per pubblicare il bando (scaduto lunedì)? Dov’era il commissario all’emergenza Domenico Arcuri in questi mesi? Perché dà la colpa alle Regioni, se le Regioni già da mesi gli hanno fatto pervenire le loro richieste?
Da liberoquotidiano.it il 20 ottobre 2020. Si parla ancora di coronavirus a Quarta Repubblica, il programma di Rete 4. E chi meglio di Guido Bertolaso può spiegare quanto sta realmente accadendo in Italia. L'ex direttore del Dipartimento della Protezione Civile è stato chiamato da Nicola Porro per rispondere alle critiche che lo hanno visto protagonista nella prima ondata. Giornalisti come Marco Travaglio e politici del Pd e del M5s hanno duramente attaccato la realizzazione, da lui pensata, di un nuovo ospedale, quello della Fiera di Milano. Una costruzione che ai cittadini non è costata un euro, nata con soli soldi privati e che fa di Bertolaso, più ancora di quanto già non lo fosse, un veterano del suo mestiere. "Quando incontravo i presidenti di Regione - ha raccontato al conduttore di Mediaset - mi dicevano che correvo troppo, che non riuscivano a starmi dietro". Meglio così per il funzionario, visto che siamo in una situazione di emergenza. "Questa è la più drammatica e difficile emergenza della storia della Repubblica italiana, è la peggiore di tutte perché è mondiale". Poi la frecciatina a Domenico Arcuri, commissario per l'emergenza, ora addetto alla ripartenza della scuola: "Lui è stato messo lì, ma è come se mettessero me all'Agenzia delle Entrate e mi chiedessero dell'Irpef di cui io non so nulla. Anche Arcuri non sa nulla di tamponi e vaccini".
Alessandro Barbera per “la Stampa” il 12/10/2020. Come cicale allietate dalla tregua estiva, abbiamo perso tempo prezioso. File ai drive-in per i test e negli ambulatori, ospedali non adeguatamente attrezzati. Abbiamo affrontato l'emergenza, stiamo contenendo la seconda ondata, ma la nostra sanità non è pronta a convivere con il virus. Lo racconta l'esperienza di molti, emerge dai numeri. Dall'inizio della pandemia il governo ha messo a disposizione circa 3,4 miliardi di euro: finora ne sono stati spesi poco più di un terzo, in gran parte per l'acquisto di mascherine, camici, attrezzature. Prendiamo il caso delle terapie intensive. Il rapporto consegnato a Palazzo Chigi dal commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri il 9 ottobre dice che i posti letto sono 6.458, uno ogni 9.346 abitanti. Si tratta di un quarto dei posti in più di quelli a disposizione all'inizio dell'anno, appena la metà di quelli programmati dal ministero della Salute. Per il momento - lo rivela sempre il documento di Arcuri - sono occupati appena il 6 per cento dei posti. Se però la curva dei ricoveri dovesse impennarsi alcune Regioni potrebbero trovarsi rapidamente in difficoltà. Il 9 ottobre quelle con più ricoverati gravi rispetto ai posti disponibili sono la Campania (14,7 per cento), la Sardegna (13,4), la Liguria (12,4) e l'Umbria (11,43). Le cose vanno meglio alla voce «malattie infettive e pneumologia»: da 6.525 ora i posti sono saliti a 14.195. C'è un enorme però: i nuovi letti sono quasi tutti al Nord. Sono 5.120 contro gli 886 del Centro e i 1.664 del Sud. L'Italia ha venti sistemi sanitari, e si vede. Il 19 maggio il decreto «Rilancio» ha stanziato 1,9 miliardi per il potenziamento delle strutture sanitarie. Solo ora, a cinque mesi di distanza, le Regioni hanno iniziato a presentare piani per spendere 734 milioni di euro. Nove hanno chiesto ad Arcuri di fare da sole (Abruzzo, Campania, Emilia, Liguria, Puglia, Sicilia, Valle d'Aosta, Trento e Bolzano) tre sono in ritardo, le altre riceveranno i fondi dal commissario su richiesta dei direttori generali delle Asl. Per i governatori puntare il dito contro lo Stato è facile, eppure hanno responsabilità enormi nei ritardi. Una delle emergenze post-Covid è quella delle liste d'attesa per gli interventi non urgenti. Ebbene, l'ultimo decreto di emergenza pubblicato il 15 agosto imponeva alle Regioni di prendere provvedimenti «entro trenta giorni». A ieri le amministrazioni che hanno stanziato i fondi sono appena quattro: Piemonte, Marche, Toscana e Veneto. Stessa cosa dicasi per i tamponi: ci sono Regioni in cui i medici di famiglia sono in grado di disporre dei test, altre in cui, prima di farlo, devono chiedere l'autorizzazione alla Asl. Secondo le stime della loro associazione accade una volta su due. In questi mesi Arcuri ha distribuito 10 milioni e 514mila tamponi, ce ne sono disponibili altri 2,7 milioni, questa settimana ha completato la gara per comprare cinque milioni di test antigenici, quelli che permettono i risultati in poche ore: andranno principalmente alle scuole. Ma quanto ci vorrà per distribuirli? E' più o meno il destino del vaccino antinfluenzale: molte Regioni hanno annunciato la distribuzione ben prima di averlo a disposizione. Il ministero della Salute avrebbe ordinato 17 milioni di dosi, il 30 per cento in più dell'anno scorso, ma nella maggior parte dei casi - soprattutto al Sud - non è possibile prenotarsi. Mai come oggi il governo ha l'opportunità di far recuperare terreno a un sistema sanitario che per vent' anni ha dovuto accontentarsi di non aumentare i fondi. Ma come sempre più degli annunci contano i risultati. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato un piano da 29 miliardi da finanziare con fondi europei, eppure dall'inizio della pandemia non siamo riusciti ad utilizzarne bene e rapidamente nemmeno tre.
Alessandro Rico per “la Verità” l'8 ottobre 2020. La peculiarità di Domenico Arcuri è che gli manca il senso del ridicolo. «Abbiamo già avviato un piano di rafforzamento delle reti ospedaliere Covid», ha arringato ieri. Capito? «Già». Come se fosse in anticipo. Eppure, il bando cui fa riferimento il commissario straordinario è partito il primo ottobre. Le offerte arriveranno entro il 12. Dopodiché, inizierà la solita corsa contro il tempo. Tipo quella per i banchi. A proposito: Arcuri ha ribadito che li consegnerà tutti «entro ottobre». Significa che ne sta spedendo oltre 61.000 al giorno: le avete viste, no, le autostrade ingorgate di camion? Purtroppo, anche se, al convegno Fimmg a Villasimius, si è vantato di aver «stabilizzato 7.000 posti di terapia intensiva e 15.000 di subintensiva», lo Speedy Gonzales di Reggio Calabria è di nuovo in ritardo. Come sui reagenti. Come sulle mascherine. Come sugli arredi scolastici. L'epidemia c'è da otto mesi, ma il bando per la «riorganizzazione della rete ospedaliera», che dovrebbe portare ad altri «3.500 posti stabili in intensiva e 4.500 in subintensiva», lui l'ha pubblicato una settimana fa. E sono proprio questi dettagli a smontare la narrazione del governo e del ministro Roberto Speranza. Quel tentativo di puntare il dito sui cittadini irresponsabili, che non mettono i Dpi, non rispettano le distanze e vanno a cena fuori. Se emergenza è, significa che per mesi l'esecutivo ha dormito. L'emergenza, per definizione, è qualcosa che «emerge», che non si poteva prevedere, per cui non ci si poteva preparare. Aver dichiarato l'allerta il 30 gennaio, per poi mettersi a regalare protezioni alla Cina, finendo sguarniti, era già imperdonabile; ancora peggio è volerci dare a bere che, arrivati a oggi, non siamo ancora in grado di gestire la situazione con i mezzi ordinari. Non si poteva immaginare che in autunno ci sarebbe stato un rialzo delle infezioni? Non ci si poteva premunire, arrivando a ottobre con le dotazioni ospedaliere ultimate? Non suona un po' comico parlare di piano «già» avviato, quando siamo ormai nella stagione in cui è possibile una recrudescenza del Covid?Sarà per queste ragioni che Arcuri, in mezzo a tante amenità, ha infilato anche qualche verità. Ad esempio, ha ridimensionato la retorica della strage imminente, che il governo è tornato a cavalcare per preparare il terreno ad altre restrizioni draconiane: «Abbiamo dei numeri ancora nei limiti della normale gestione», ha assicurato il commissario. Che ha sottolineato: «Ieri [lunedì, ndr] eravamo il diciottesimo Paese per numero di contagiati e il 21 marzo eravamo il secondo. [...] Siamo attrezzati a contenere la forza di una eventuale seconda ondata pandemica». Fantastico. Ma il punto resta quello. O siamo messi bene, dunque l'emergenza non c'è, dunque non è necessario minacciare i ristoratori e mandare sul lastrico chi tiene la mascherina abbassata. Oppure l'emergenza c'è e dunque non è andato tutto bene, come da slogan; l'esecutivo non è stato fenomenale, come baltera qualcuno all'Oms; e, soprattutto, non ha senso catechizzarci a ottobre sulla necessità di «prepararci alla possibilità» che i contagi «crescano». Perché questa era un'eventualità cui bisognava pensare a giugno, quando la morsa dell'infezione si era allentata. Cosa faceva Speranza? Dov' era Giuseppe Conte? A che pensava Arcuri? Il commissario, giorni fa, è stato convocato dal Cts per un incontro di «preparazione» alla stagione autunnale e invernale, al fine di scongiurare «possibili mancanze» di Ffp2 e Ffp3 nei nosocomi. Ci rendiamo conto? Sui monti nevica, però Arcuri e il Cts si stanno ancora («già», direbbe lui) preparando all'inverno e alla potenziale penuria delle mascherine, per le quali l'ad di Invitalia avrebbe già dovuto garantire l'autonomia produttiva del Paese. Ecco qual è la vera emergenza: è che l'emergenza la gestiscono questi qui.
Coronavirus, Franco Bechis: "Governo di irresponsabili, ecco le cifre sulle terapie intensive". In sei mesi non è cambiato nulla. Libero Quotidiano il 07 ottobre 2020. La seconda ondata di coronavirus è già qui ma l'Italia si fa trovare impreparata. La denuncia arriva da Franco Bechis, che parla di "governo di irresponsabili", indietro su tutto: terapie intensive, banchi scolastici e vaccini anti-influenzali. "A febbraio nessuno aveva pensato di fare gli acquisti necessari di mascherine, camici, guanti, respiratori e tutto quel che serviva almeno negli ospedali e nei centri medici per affrontare la pandemia - ha scritto il direttore sul Tempo -. Ma almeno speravamo che quella esperienza negativa sarebbe stata di lezione a chi aveva mostrato tanta irresponsabilità". Innanzitutto Bechis fa notare che nulla è cambiato negli ospedali, dove le terapie intensive sono le stesse che andarono nel panico a marzo. All'epoca sia il premier Giuseppe Conte che il ministro della Salute Roberto Speranza assicurarono che si sarebbe fatto di tutto per rafforzare gli ospedali. Ma così non è andata. Solo il 2 ottobre, infatti, il commissario Domenico Arcuri ha emanato il bando "per l'affidamento di lavori, servizi di ingegneria ed architettura e altri servizi tecnici al fine dell'attuazione dei piani di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale". "In pieno inizio della seconda ondata siamo ancora al giorno zero delle nuove terapie intensive". continua Bechis. Un ritardo difficile da spiegare secondo il giornalista, anche perché ci si era mossi già a maggio, quando un decreto del governo aveva stanziato più di 1 miliardo di euro per finanziare gli interventi necessari negli ospedali. A quel punto l'esecutivo aveva chiesto e ottenuto i progetti dalle regioni e Speranza aveva dato la sua approvazione il 29 maggio con una circolare. Ma da quel giorno più nulla. Adesso bisogna, quindi, darsi una mossa. Ma non è detto che si riesca a fare tutto in tempo. Ecco perché Franco Bechis lancia l'allarme: "Anche correndo il bando deve cercare progettisti e architetti che disegnino sia quelle terapie intensive che i percorsi di ingresso e uscita da quei luoghi necessari. Se il virus dovesse marciare esponenzialmente con la velocità mostrata in queste settimane, saremmo fritti e con il sistema sanitario nazionale per la seconda volta in tilt". La stessa irresponsabilità, secondo il giornalista, è stata dimostrata anche sul versante scuola, dove mancano ancora i banchi, e sul versante dei vaccini anti-influenzali. Non ce ne sarebbero abbastanza, infatti, per soddisfare la domanda di tutti i cittadini.
La crisi dei competenti: «Fin qui tutto male, ma può peggiorare. Lo dice la Storia». Luca Mastrantonio su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2020. Per non venire spiazzati dal tatticismo del titolo, che potrebbe far pensare a un tardo racconto della disfatta degli intellettuali di sinistra, il nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, Radical choc (Einaudi) va letto da destra verso sinistra: «choc radicale». Perché è uno choc ed è radicale lo stravolgimento che sta investendo i competenti, ossia i dispensatori di quelle risposte pertinenti che generano sicurezza, favorendo lo sviluppo. Ascesa e caduta dei competenti sono inserite in un quadro agilmente vasto: dal filosofo arabo del 1300 Ibn Khaldun, con le sue intuizioni sul rapporto tra centro e periferia e la guerra simbolica per il prestigio sociale, fino al nazismo come apoteosi della macchina-Stato omicida, animata da un populismo che ha realizzato la modernità azzerando la democrazia. In mezzo, il Medioevo, l’Umanesimo e gli Stati moderni, la cui Bibbia è Il Leviatano poiché lo Stato nasce come patto postbellico.
I riferimenti pop e la fine di Hubert. Il libro, già al centro di La guerra di tutti (saggio che ha seguito l’esordio di Ventura nel 2017, Teoria della classe disagiata ), qui dialoga con il famigerato La burocratizzazione del mondo, del trozkista Bruno Rizzi: il libro già nel 1939 svelava le similitudini tra nazismo e stalinismo e, benché clandestino, ispirò Guy Debord (e indirettamente George Orwell) per La società dello spettacolo (1967): lo statalismo con la burocrazia e il capitalismo con la divisione del lavoro sono al servizio di una stessa ideologia economica che, con la maschera dello Spettacolo, domina la società con scopi razionali (sviluppo) ed effetti irrazionali (alienazione). I riferimenti pop di Ventura, funzionali a storicizzare il presente, vanno da Voltron, cartone animato Anni 80 che ricorda il Leviatano, al film L’odio (1995), con la frase «fin qui tutto bene» di Hubert che sta cadendo da un palazzo: finché non si sfracella può dirlo. Ventura invece sostiene: fin qui tutto male, ma può peggiorare, lo dice la Storia.
I costi di manager, burocrati e intellettuali. Il popolo che abita le periferie e la campagna si ribella alle élite del centro e della città quando i costi dei competenti superano i benefici (avviene non solo per la crisi economica, ma per la concorrenza interna e per la complessità delle macchine che manager, burocrati, intellettuali e impiegati devono oliare). Le rivolte, che porteranno ad altri paradigmi, spingono su leader che parlano in nome del popolo. Trump, Brexit, 5Stelle, Lega... Ecco il primo choc. Ma — secondo choc — il popolo tanto sovrano non è se la politica si fa commissariare dai tecnici, per debolezza cognitiva o alibi, mentre i tecnici stressati dall’urgenza e dalla paura di sbagliare nella propria sfera di competenza esasperano il principio di precauzione, invadendo altre sfere. La perdita di sovranità avviene anche dove non c’è dittatura: basta il regime di urgenza, com’è avvenuto in Italia.
Tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. Gli scenari sono due: il tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. In entrambi, la modernizzazione vuole risposte accelerate (ansia da vaccino) e meno democrazia (insofferenza per i partiti). Cosa fare? Servono competenti con un migliore equilibrio tra costi e benefici, tra centro e periferia: meno polarizzazione. Altrimenti i populisti dilagheranno, sostiene Ventura, che abbiamo intervistato.
Nel libro gli intellettuali di oggi hanno uno spazio marginale. Cita il filosofo Giorgio Agamben, che sul blog ha scritto della «supposta epidemia» sfiorando il negazionismo. Aggiungo: l’opinionista tv Andrea Scanzi prima sbeffeggia chi considera il Covid una malattia mortale e poi scrive un best-seller contro I cazzari del virus ; infine Sgarbi, critico d’arte, leader no-mask. La competenza è un optional?
«Sono esempi diversi. Il problema nel caso di Agamben, di cui rispetto l’allarme sui rischi della democrazia legati allo stato di emergenza, è la facilità di accesso a mezzi digitali che gli hanno permesso di intervenire subito su un tema in evoluzione. La macchina, la possibilità di comunicazione istantanea favorisce errori».
Il prestigio dei competenti oggi deve fare i conti con gli influencer, la cui legittimità non viene tanto da titoli, ma dalla capacità di farsi seguire. Alcuni virologi e scienziati sui social sembrano aspiranti influencer.
«Gli influencer hanno il pro di far emergere outsider, rappresentanti di minoranze prima escluse, senza dover passare da accademie o istituzioni. Io stesso arrivo dal web, non dall’università. Sono autocritico allora se dico che i social network e media hanno un meccanismo disfunzionale, il like cresce anche se causi un litigio, infiammi un dibattito violento, riporti un contenuto negativo. Gli incentivi funzionali portano a effetti positivi sulla società, quelli negativi no, sono perversi. E penso al ruolo di reclutamento politico via web, che ha ottenuto anche risultati qualitativi inferiori persino al sorteggio».
Nel libro scrive di società iatrogena, dove le cure producono effetti collaterali negativi, a volte persino patologie. Cita l’ospedalizzazione che accelera la diffusione del virus, ma pure la radicalizzazione di islamici dovuta a infiltrati dell’antiterrorismo. Come evitare di cadere nella dietrologia complottista?
«Mi interessa mostrare com’è realmente possibile diventare cospirazionisti, anche per evitarlo: la società è ossessionata dal controllo ma non riuscendo a controllare tutto crea disfunzioni. Io le analizzo per togliere moralismo, alibi, non c’è alcun cattivo che sta controllando tutto, ma ci sono strutture e burocrazie così complesse che producono pasticci che forniscono dati reali a chi crede alla dietrologia. Capire le ragioni di chi pensiamo abbia torto, populisti o complottisti, è importante, non dobbiamo avere paura, sennò abbiamo già perso».
Raffaele Alberto Ventura, nato nel 1983 a Milano, vive a Parigi, dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Sul web si è imposto con il nome di Eschaton. Il nuovo saggio Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, conclude la «trilogia del collasso» iniziata con la Teoria della classe disagiata (2017) e La guerra di tutti (2019), entrambi editi da minimumfax.
Andrà tutto a… (#AndràTuttoARamengo). Alessandro Bertirotti il 24 agosto 2020 su Il Giornale. È tutta questione di… povertà mentale. Bene, o male… vedremo. Certo, non tutti avranno l’occasione di vedere, se le cose continuano ad andare in questo modo. Cerchiamo di fare il punto della situazione circa quello che sta accadendo ultimamente in questa nazione. Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, è apertamente in contrasto, e mi sembra anche forte, con il governo centrale della nazione (se abbiamo il coraggio di chiamarlo Governo), per la presunta positività a zio COVID-19 dei migranti. Quindi, vuole chiudere tutti i centri di accoglienza dell’isola. I soliti noti virologi, che continuiamo a definire esperti, ci dicono tutto e il contrario di tutto, rispetto al comportamento che dovremmo adottare nei confronti zio COVID-19, ma non solo. Esprimono continuamente idee contrarie, le une alle altre, per non farci assolutamente comprendere in che modo sarebbe necessario diventare tutti positivi, e produrre invece sani anticorpi. E fino a quando questo non avverrà, è evidente che il virus continuerà a circolare. È abbastanza facile comprendere che per fermare un virus è necessario che non circoli più, e per non circolare più deve aver prima contagiato il maggior numero di persone. Ed è altrettanto logicamente comprensibile che il contagio debba avvenire senza che per questo l’essere infettato esprima una malattia conclamata, proprio in nome della replicazione del virus che possiede un RNA di oltre 30.000 basi. E ciò significa che, nella sua replicazione, gli errori sono costanti e continui, il che gli può progressivamente far perdere la carica virale (come, peraltro, affermano alcuni scienziati). Lungi da me, dunque, negare l’importanza e l’evidenza di questa malattia, mentre ho l’impressione che stiamo assistendo ad una drammatica e politica strumentalizzazione della situazione, per raggiungere altri fini. La prossima stagione scolastica è già praticamente allo sbando. Il 1° settembre 2020 devono iniziare i corsi di recupero per coloro che hanno accumulato i debiti, mentre la scuola dovrebbe iniziare il 14 settembre 2020, e servono circa 200.000 nuovi insegnanti. Il sistema telematico per la gestione delle supplenze è già in tilt, e le segreterie scolastiche non sono nelle condizioni di sapere effettivamente quali sono i docenti a disposizione. I famosi Navigator, che continuano a percepire circa 1700 € al mese senza risultati significativi, non sono ovviamente nelle condizioni di trovare lavoro ai loro “assistiti”, visto che lavoro non ce n’è. Quindi, nella sostanza, i Navigator sono stati assunti e pagati con i nostri soldi per non svolgere le mansioni alle quali erano preposti, mentre ad aprile terminerà il loro contratto e dovranno cercare lavoro loro stessi. E direi che questo è nello stile dei Cinquestalle. Poiché sembra evidente che il problema dei prossimi anni, a livello mondiale, non sarà solo di tipo ecologico-ambientale, oppure legato alle riserve idriche naturali del nostro pianeta, ma sarà anche quello demografico, questo governicchio sta tentando di far passare, con una semplice direttiva, l’assunzione casalinga della RU486, la pillola abortiva ad uso contraccettivo (rivolgendosi solo ad un consultorio, ovviamente… una specie di “faccio da me, che faccio per tre” – padre, madre e bambino ucciso). Dovremmo andare a votare, ma non sono assolutamente sicuro di andarci. Una votazione è relativa ad un referendum completamente inutile e demagogico, nel senso che vuole togliere rappresentatività ai cittadini italiani, mentre sarebbe stato ovviamente intelligente (e capisco che questo termine è completamente al di fuori dell’unico neurone che possiedono gli esponenti di questo governicchio…) diminuire drasticamente il compenso agli attuali parlamentari. Inoltre, nella eventualità che passasse il sì, non saremo nelle condizioni di votare per un certo numero di anni, perché andrebbe rifatta completamente la legge elettorale. E tutti noi sappiamo che per fare una legge elettorale, in questa nazione, impieghiamo anni col risultato di ottenere significative demenze, utili solo a non governare in modo La seconda scadenza elettorale, dovrebbe essere quella per eleggere i Presidenti di alcune regioni della nazione e i sondaggi non sono positivi nei confronti dei Pidioti e dei Cinquestalle, mentre lo sono per il Centro-destra, in quanto i cittadini italiani, votati da sempre alla disperazione del meno peggio, si riversano su quello che rimane (un meno peggio, sempre peggio…). Certo, rimane anche la possibilità di non recarsi alle urne. Potremmo non farlo tutti per obbligo, con l’ingresso di un nuovo Lockdown. Bene, questa è la situazione, così come la vedo io. E mi sembra di vederla in modo relativamente realistico, al di là dei miei personali giudizi sulla politica di questi para-umani al governicchio. Ora, cosa possiamo fare, in attesa che qualche pensiero particolarmente innovativo animi le motivazioni socio-culturali degli italiani? Non sono in grado di rispondere per gli altri, ma solo per me. Intanto, non è più proponibile lo slogan “andrà tutto bene“. Non ho la sensazione che le cose stiano andando in quella direzione, e penso invece che “andrà tutto a ramengo” (#AndràTuttoARamengo). E, sulla base di questa caotica direzione, io non posso fare altro che affidarmi al volere divino, pregando con una certa insistenza, e riconoscendo una deficienza etico-morale che sta investendo sempre più l’intera umanità. E non dimentico, certo, di sorridere.
Stefano Filippi per la Verità il 14 settembre 2020.
Professor Luca Ricolfi, sociologo, docente di analisi dei dati, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, che cosa ci dicono i dati sull'andamento del virus elaborati dalla fondazione?
«La Fondazione pubblica quotidianamente un termometro dell'epidemia, che monitora l'andamento del numero di contagiati. Ebbene, il termometro segnava 1,5 gradi pseudo-Kelvin alla fine di luglio, oggi sfiora gli 8 gradi. Questo significa che il numero di contagiati è almeno quintuplicato in poco più di un mese. Un'altra cosa che facciamo è valutare la capacità dei vari Paesi di intercettare i contagiati. È un'operazione essenziale, perché i dati dei nuovi casi, che sono i più usati dai mass media, sono del tutto fuorvianti: 1.000 casi in più in Italia, che ha una bassa capacità diagnostica, sono molto più preoccupanti che 1.000 contagiati in più in Germania, un Paese che, grazie al numero di tamponi e alla capacità di tracciamento, ha una capacità diagnostica ben superiore alla nostra».
Che evoluzione c'è stata in questi mesi?
«Forse, riguardo all'Italia, in questo momento il dato più significativo è l'inversione di tendenza delle curve dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva. In poche settimane abbiamo avuto una triplicazione (di decessi) e una quadruplicazione (di terapie intensive). La svolta nella curva epidemica risale alla seconda metà di giugno. Noi l'abbiamo segnalata il 18 giugno sul sito Fondazionehume.it. Ma il governo - fino a Ferragosto - è stato del tutto sordo ai nostri allarmi, e non solo ai nostri. Anche la Fondazione Gimbe, con il professor Nino Cartabellotta, e virologi autorevoli come Andrea Crisanti e Massimo Galli si sono sgolati per mesi avvertendo del pericolo di una ripartenza dell'epidemia, ma è stato tutto vano. Il governo non voleva vedere né sentire».
I virologi consigliano di guardare il numero dei ricoverati e non quello dei contagiati per capire l'andamento dell'epidemia: è d'accordo?
«Hanno perfettamente ragione, il numero di ricoverati è molto più significativo. Però anche il numero di ricoverati ha dei problemi, due soprattutto».
Quali?
«Il primo è che la Protezione civile non fornisce il numero di ingressi in ospedale, cioè il dato di flusso, ma solo quello degli ospedalizzati, ovvero il dato di stock, che è altamente fuorviante: se avessero fornito il numero di ingressi in ospedale, che non si sono mai fermati, ci si sarebbe accorti che l'epidemia andava assai meno bene di quanto suggerisse la stazionarietà o la diminuzione del numero di ospedalizzati».
E il secondo?
«L'andamento del numero di ospedalizzati sottostima fortemente l'andamento dei contagi quando l'età mediana dei contagiati si abbassa, perché i giovani finiscono in ospedale molto più raramente degli anziani. In concreto questo significa: negli ultimi 30 giorni le persone in terapia intensiva sono "solo" quadruplicate, ma i contagiati potrebbero essere aumentati anche di 7 o 8 volte».
Il governo Conte si è proposto come modello di gestione della pandemia, ma lei ha sconsigliato di prendere l'Italia come esempio. Perché?
«Perché, fra le società avanzate, che sono più di 30, ci sono solo 3 Paesi che hanno registrato più morti per abitante di noi, e cioè Belgio, Regno Unito, Spagna. Persino gli Stati Uniti, che i nostri media descrivono come un Paese dove si è scatenata l'Apocalisse,hanno meno morti per abitante di noi. Ma non è l'unica ragione per cui considero l'Italia come un modello da non imitare, ce ne sono almeno altre due».
Si spieghi.
«La prima è che l'Italia ha gestito malissimo il ritorno a scuola, commettendo alcuni errori madornali, primo fra tutti la mancata riduzione del numero di alunni per classe. La seconda è che l'Italia è uno dei pochi Paesi che sono riusciti nel capolavoro politico di rilanciare l'epidemia e al tempo stesso affossare l'economia».
Chi bisognerebbe seguire? La «solita» Germania?
«Sì, la Germania si è comportata benissimo, era organizzata e pronta già a febbraio con i tamponi e il tracciamento. Ma, se devo indicare dei modelli, più che un singolo Paese indicherei una categoria di Paesi, che per brevità chiamerò i "Paesi disciplinati". Si tratta di Paesi che, per le ragioni più diverse (la religione, la tradizione, la cultura), hanno un'ampia riserva di senso civico, rispetto per l'autorità, propensione a seguire le regole. Fra questi c'è sicuramente la Germania, ma ci sono anche altri Paesi europei di area germanica o asburgica come Austria, Svizzera, Ungheria, o di religione luterana (i Paesi scandinavi), nonché buona parte delle democrazie asiatiche più o meno influenzate dal confucianesimo e dal buddismo: Giappone, Corea del Sud, Taiwan. Se si vanno a vedere i tassi di mortalità per il Covid di questi Paesi, si scopre che sono tutti molto inferiori a quelli dei maggiori Paesi europei, come Regno Unito, Francia, Spagna, Italia».
A chi va attribuita la ripresa dei contagi? Ai giovani incontrollabili e amanti del rischio? Alla voglia generalizzata di sfogarsi dopo i mesi di isolamento? O è semplicemente un'evoluzione naturale della malattia alla quale dovremmo adeguarci?
«No, il Covid si poteva sconfiggere, anche se non debellare completamente, quando a giugno i contagi erano scesi a 200-300 al giorno. Quello era il momento di moltiplicare i tamponi e mettere restrizioni severe ai viaggi per motivi turistici, sia verso l'estero sia verso l'interno. Alcuni governatori, ad esempio quelli della Sardegna e della Sicilia, l'avevano capito, ma sono stati messi a tacere dall'imperativo categorico di salvare la stagione turistica, costi quel che costi».
Le autorità sanitarie dovevano seminare tra la gente ancora più paura del Covid?
«No, le autorità sanitarie avrebbero dovuto limitarsi a dire la verità, senza cambiarla a seconda dei giorni, dei programmi televisivi, o di chi fosse l'intervistato di turno».
Che messaggi ha dato il governo ai cittadini in questi mesi con la sequela di regole incoerenti su bus, treni, aerei, scuole, discoteche, aperitivi, mascherine a orario?
«È molto semplice. Il governo ha scelto di dare messaggi contraddittori, perché ognuno potesse raccontarsi la situazione come voleva. Il governo desiderava che ci sfrenassimo, per risarcirci del lockdown e far ripartire l'economia, ma non poteva dire che non c'erano pericoli, perché sarebbe stato accusato di "procurata epidemia". Ha scelto di lasciarci credere che i pericoli fossero tutto sommato limitati, senza prendersi la responsabilità di affermarlo esplicitamente».
Perché per la scuola si parla soltanto di regole da applicare, dai banchi mobili a chi deve rilevare la temperatura, senza che nessuno si sia preoccupato di una riforma più complessiva?
«È da almeno vent' anni che, quando si parla di scuola, si parla solo di cattedre, graduatorie, edilizia, orari, senza alcun riferimento alla funzione di trasmissione culturale. Questo governo si è limitato a continuare sulla strada dei predecessori, dopo essersi liberato dell'unico ministro, cioè l'onorevole Lorenzo Fioramonti, che sulla scuola e sull'università forse qualche idea ce l'aveva». Alla fine del lockdown lei disse che il governo si giocava una «scommessa rischiosa»: lasciava riprendere l'economia e consentiva di fare le vacanze sperando che in autunno la situazione sarebbe stata diversa».
Scommessa vinta o persa?
«Strapersa, direi. Anche perché stagione fredda e influenze non potranno che peggiorare ancora le cose».Nel suo ultimo libro (La società signorile di massa, La nave di Teseo), pubblicato subito prima dello scoppio della pandemia, lei sostiene che l'Italia si sta trasformando in una «società parassita di massa».
Le decisioni prese finora dal governo a colpi di bonus confermano la sua analisi. È una tendenza ineluttabile?
«Temo di sì, perché anche a destra le spinte stataliste e assistenziali sono molto forti: quota 100 l'ha inventata Salvini. La realtà è che le forze pro-impresa e pro-mercato, non eccessivamente compromesse con l'assistenzialismo, non rappresentano più del 30% dell'elettorato».
A chi si riferisce?
«Fratelli d'Italia, Forza Italia, Azione (Calenda), Italia Viva (Renzi), più qualche esponente isolato del Pd, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori».
I soldi promessi dall'Europa serviranno davvero per ripartire o sarà l'ennesima iniezione di assistenzialismo parassitario?
«La seconda che ha detto».Lei ha scritto che del Covid si è parlato finora come minaccia per la salute e per l'economia, e non per la nostra psiche. Che intende?«Che non ci si può dividere stabilmente fra impauriti e incoscienti, e che il Covid è destinato a degradare la rete delle nostre relazioni sociali. Se dura ancora a lungo, diventerà anche un problema psichiatrico, perché l'umanità non è programmata per vivere temendo sistematicamente l'altro, quando l'altro è parte della propria comunità, rete di amici, cerchia famigliare».
Davvero ci avviamo verso una società in cui gli altri sono soltanto un pericolo?
«No, perché una società di questo tipo non è una società. Se il Covid dura, e non si trova un vaccino né una cura, quella verso cui ci avviamo è una società di bolle, o monadi, o vasi non comunicanti: piccole cerchie di persone, che si vedono fra loro e minimizzano i contatti con il resto del mondo. Con buona pace della globalizzazione».
Professore, le posso chiedere che cosa voterà al referendum, se voterà?
«Vivo buona parte dell'anno a Stromboli, non mi sposto certo a Torino per scegliere fra il sì e il no al referendum. Il problema è che chi vota No rafforza la casta, chi vota Sì rafforza l'anti-casta, ma nessuno sa quale delle due fa più danni all'Italia».
Coronavirus, il caso dei treni: telefonata di fuoco Speranza-De Micheli, all'origine dell'ultimo caso al governo. Libero Quotidiano il 02 agosto 2020. Ogni volta che c'è un treno di mezzo, il governo combina un disastro. Si pensi, all'inizio del lockdown per coronavirus, alla fuga di notizie che innescò la fuga di massa da Milano, alla Stazione Centrale. O si pensi a quanto accaduto nelle ultimissime ore, con la repentina retromarcia circa il 100% dei posti a sedere, prima annunciati e poi subito cancellati. Altra figuraccia per l'esecutivo. Ma che cosa è accaduto, esattamente? Una ricostruzione la offre il Corriere della Sera. Si deve partire de una premessa: Trenitalia, forse, ha recepito con "troppo entusiasmo" le indicazioni del decreto di Giuseppe Conte, i cui si parla del fatto che in alcuni casi specifici si può non prevedere nei trasporti il distanziamento di un metro. Dunque, il gruppo ha comunicato: si torna a riempire i vagoni. Furibondo Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute, che si rivolge a Roberto Speranza, titolare del dicastero. E a quel punto, spiega il Corsera, Speranza telefona a Paola De Micheli, ministro di Infrastrutture e Trasporti. Telefonata di fuoco: "Ma come avete pensato di fare una cosa del genere senza avvertirmi?", alza la voce Speranza. Da par suo la De Micheli prova a spiegargli che nulla è stato fatto alle sue spalle: il Dpcm prevede le deroghe ed è pubblico. Dunque, a sera, la De Micheli fa diffondere le linee guida del ministero: possibili le eccezioni, ma con condizioni talmente stringenti da rendere impossibile il riempimento dei treni al 100 per cento. E la De Micheli provava a spiegare che "il governo non ha mai autorizzato il riempimento dei treni come prima del coronavirus". Niente da fare, però, la furia di Speranza non scema. Si arriva così a ieri, sabato 2 agosto, in cui ad arrabbiarsi è la De Micheli, stufa di essere tirata in mezzo come accadde per il caso-Autostrade. Dunque, il ministro dei Trasporti suggerisce a Speranza di firmare lui, in prima persona, l'ordinanza che avrebbe fatto chiarezza sul caso dei treni. Il ministro della Salute, dopo un consulto con Conte e Cts, decide di farlo e reintroduce l'obbligo di distanziamento sui treni. Una vicenda che dimostra come il governo abbia grossi, profondi problemi anche semplicemente a parlarsi.
Annalisa Girardi per fanpage.it il 2 agosto 2020. Giornata di disagio per i passeggeri dei treni Italo ad Alta velocità. Infatti, per "ottemperare a quanto previsto" dall'ordinanza "emessa improvvisamente ieri dal ministro della Salute che reintroduce, con decorrenza immediata, l'obbligo di distanziamento nei treni ad Alta velocità" la società di trasporto ferroviario è stata "costretta, suo malgrado, a cancellare 8 treni della mattina e numerosi biglietti per i treni del pomeriggio, arrivando a coinvolgere circa 8000 passeggeri che non hanno potuto fruire del biglietto già acquistato". In una nota Italo ha anche affermato di essersi "già attivata per rimborsare i passeggeri nel più breve tempo possibile e sta lavorando per ridurre al minimo eventuali disagi per i prossimi giorni confidando nella comprensione dei suoi clienti". Anche sulle Frecce di Trenitalia è stata reintrodotta la misura che obbliga a lasciare un posto vuoto tra i passeggeri, come misura precauzionale vista l'epidemia di coronavirus. Appena due giorni fa i treni avevano ripreso a viaggiare al 100% della capacità, affermando che fossero state raggiunte delle specifiche condizioni, segnalate nel Dpcm dello scorso 14 luglio, che consentivano di poterlo fare. Ma un'ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, ha costretto a fare marcia indietro: "Ti informiamo che su tutte le Frecce e gli Intercity resta confermato il distanziamento e il limite del 50% di posti da occupare a scacchiera. Trenitalia, su ordinanza del Ministro della Salute, ha infatti sospeso l'applicazione delle misure precedentemente attuate in coerenza con quanto previsto dal DPCM dello scorso 14 luglio che consentivano la deroga al distanziamento sociale a bordo dei treni AV e a Media e Lunga Percorrenza in presenza di specifiche condizioni", ha comunicato questa mattina Trenitalia in una mail ai passeggeri.
Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 2 agosto 2020. Si parte assembrati e si torna distanziati, tutto nello spazio di un pomeriggio, alla stazione Termini. Lungimirante, perciò, l' addetto di Trenitalia che ieri, non sapendo ancora nulla della nuova ordinanza del ministro della Salute, sul Frecciarossa 1000 delle ore 16 per Napoli Centrale aveva mantenuto alternati e invariati i segnaposto rossi e blu in prima classe. Come se avesse avuto una premonizione. «Da oggi non c' è più il distanziamento ma c' è poca gente a bordo, perciò lasciamo ancora le cose come stanno», era stata la sua candida spiegazione. E quindi: segnaposto blu per indicare i posti da occupare, rossi per quelli invece da lasciare vuoti, secondo le vecchie regole anti Covid. Anche se venerdì, all' improvviso, era scattato il via libera: di nuovo capienza massima per i treni ad Alta velocità, 100 per cento dei posti disponibili. Ma poi ieri è arrivata l' ordinanza del ministro Speranza ed ecco che sul treno di Italo 9994 delle ore 17.35, partito da Napoli e diretto a Milano Centrale, il controllore si lascia prendere dallo sconforto: «Che Paese comico, il nostro. Tutto è cambiato di nuovo in 24 ore. Ora dovremo riproteggere i passeggeri, con il solo 50 per cento dei posti tornati disponibili da un giorno all' altro si rischia l' overbooking. E poi perché sugli aerei e sui pullman il distanziamento non è più previsto, mentre sui treni è stato ripristinato? Perché i locali sono aperti e gli stadi sono chiusi? Troppa confusione, non ci si capisce più niente». Per fortuna, va detto, il passeggero italiano è diventato disciplinatissimo: sempre con la sua mascherina indossata sul viso, all' ingresso in stazione docilmente si presta al passaggio sotto il giogo dei termoscanner per la misurazione della temperatura. Anche a bordo, poi, viene continuamente informato dall' altoparlante sulle misure antivirus previste dal governo, mentre il treno sfreccia a 300 chilometri orari. Parole d' ordine mandate a memoria: sanificazione, igienizzazione, biglietti contactless, snack distribuiti in confezioni monodose. Vocabolario da intenditori: «Scusi mi sa dire se il riciclo è a posto? Si può abbassare un poco l' aria condizionata?», chiede una signora al capotreno del Frecciarossa 1000: in effetti, dentro si gela, mentre fuori va in scena il sabato più infuocato dell' anno, un sabato da bollino rosso. Il riciclo costante dell' aria a bordo, attraverso l' impianto di climatizzazione, è una delle condizioni di sicurezza anticontagio previste dalle linee guida degli scienziati del Cts: la signora, insomma, sa bene di cosa parla. Così, una volta arrivati a Napoli Centrale, a metà pomeriggio, sembrava davvero il primo giorno della nuova era: finito per sempre il distanziamento prudenziale, in fila per l' uscita assembrati come ai bei tempi, mascherina facoltativa e assalto liberatorio alle sfogliatelle di piazza Garibaldi. Ma è bastato il lasso d' un caffè perché si tornasse indietro come prima: il controllore del 9994 di Italo ha letto sui siti che era di nuovo tutto cambiato, così si è consultato col capotreno, ha parlato con Roma, decidendo infine di lasciare le cose com' erano: carrozze semivuote, decametri di distanza. E in questa specie di limbo, fino a nuovo ordine, si è consumato il viaggio verso Roma, tra il noto e l' ignoto, le vecchie e le nuove norme. E come tutte le più belle cose, la fine del distanziamento è durata appena un giorno. Come le rose.
Ilaria Sacchettoni per il ''Corriere della Sera'' il 3 agosto 2020. La mascherina conferisce il tocco di dignitosa sopportazione che non t' aspetti. Indossata con puntiglio perfino quando, sotto la volta della stazione Termini, si materializzano temperature esotiche, crudeli, avversarie del decoro. La pandemia è ancora tra noi, certo, ma oggi è il giorno del contrordine, della confusione. «Possibile trasformare sempre qualunque cosa in un mezzo disastro?» dice, quasi interrogando sé stesso, Luciano Forti, allenatore sportivo («paintball») mentre aspetta in coda davanti alla biglietteria di Italo che qualcuno raccolga, pietoso, le sue preoccupazioni: «Avrei dovuto incontrare mia moglie a Reggio Emilia e poi avremmo dovuto partire assieme in auto per la Calabria ma così salta ogni progetto...». Il posto di Forti è appena stato sacrificato sull'altare del distanziamento sociale. Il suo, come quello di molti qui alla stazione Centrale di Roma (ma anche in altre città), è stato soppresso. Compri, prenoti, paghi ma poi non parti. É una lotteria al contrario. Con molti perdenti. Giorgio Sabbadin, commercialista di Padova indossa l'ultima camicia messa in valigia per il fine settimana romano: «Avevamo il treno per Venezia - dice con la moglie Marta - ma nulla, il nostro posto è annullato. E sì che domattina dovevo lavorare, vabbé per fortuna sono il capo di me stesso». Fortuna dice lui. Potenza dei modi di dire. Perché Sabbadin, cassato dalla lista passeggeri di Italo, quindi rimbalzato allo sportello di Trenitalia con un'altra ora di fila («L'unica soluzione che mi proponevano era di partire martedì»), infine riaccolto fra i viaggiatori di Italo pagando un nuovo biglietto («L'altro me lo rimborseranno con comodo...») non può proprio dirsi benedetto dalla fortuna. Eppure, mentre gronda alle temperature tropicali di questa domenica 2 agosto, indosso l'inevitabile mascherina, reprime con un sorriso astiose considerazioni: «Meno male che abbiamo trovato un posto per domani. Al "Massimo D'Azeglio" hanno ancora la nostra stanza libera quindi abbiamo dove dormire» scherza, issando sulla spalla una borsa delle Scuderie del Quirinale. Poi si allontana con la moglie - «Questa storia ci costerà altri 400 euro come minimo» dice lei - verso l'uscita. Con meno aplomb Ernesto Blasi lascia la stazione assieme alla sua compagna: «Ci hanno cancellato il treno delle 6,50 di lunedì per Firenze - spiega -. Quindi perderemo la prenotazione del bed and breakfast perché non è rimborsabile. Vi pare possibile?». Sorpresa: alle venti di domenica alla biglietteria di Italo, i pur gentili dipendenti, si confermano incapaci di prevedere una soluzione per i giorni a venire. «Eppure - sottolinea Blasi con stupore- la nostra prenotazione risale ai giorni scorsi, prima del balletto di decreti governativi. E allora perché?». Saperlo. Ma qui è ancora tutto in divenire, le certezze sono un piccolo lusso che pochi possono permettersi. Maurizio Scalise, ad esempio, è un passeggero «semi rifiutato» . Nel senso che il suo posto, sul treno che dovrebbe portarlo mercoledì mattina a Lamezia Terme, non è stato annullato. Ma neppure è confermato. Scalise appartiene di diritto al limbo dei passeggeri che non sanno. Quelli che devono pazientare. Lo spiega lui stesso con la sua irritazione: «Devo scendere a Lamezia mercoledì, ecco la mia prenotazione. Ma mi hanno detto che devo tornare a informarmi ogni giorno per sapere se il mio posto sul treno è confermato oppure no. Mi pare incredibile. Ma se voglio essere sicuro allora devo riaffacciarmi lunedì e poi martedì...». Di solito, aggiunge, Italo «invia una mail per avvisare della cancellazione del posto ma potrebbe essere un po' tardi per trovare altre soluzioni». E dunque? L'unica è sacrificarsi di persona, tornare e poi ancora fare file per conoscere il proprio destino.
Leonard Berberi e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 2 agosto 2020. In queste ore di confusione sulle norme di distanziamento sui treni — prima l’annuncio di Trenitalia e Italo della possibilità di tornare a viaggiare a capienza piena; poi l’ordinanza del ministero della Salute che ha ribadito l’obbligo di mantenere la regola del metro di distanza — se lo sono chiesti in molti: ma perché tutto questo clamore sui treni, mentre sugli aerei si può volare senza distanziamento sociale? E se il ministro Speranza ha, appunto, «ribadito» che le regole di distanziamento vanno mantenute in «tutti i luoghi pubblici chiusi», perché per gli aerei la «regola del metro» non vale? (A chiederselo è anche l’Ad di Italo, Gianbattista La Rocca, in una intervista al Corriere: «Ci sentiamo discriminati»).
Le ragioni del Comitato tecnico-scientifico. Il motivo principale che ha spinto gli esperti del Comitato tecnico scientifico ad autorizzare le compagnie aree a riempire gli aerei — consentendo dunque ai passeggeri di occupare tutte le poltrone, purché indossino la mascherina — è che i sedili, sugli aerei, non consentono mai di viaggiare «faccia a faccia». Il via libera è stato fornito a metà luglio. La prossima riunione del Cts è fissata per giovedì 6 agosto: e all’ordine del giorno ci sono proprio le linee guida sui trasporti.
Le linee guida europee. A metà giugno, il governo aveva rivisto una iniziale posizione più rigida, adeguandosi — come scrivevamo qui — alle linee guida dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) e riallineando così il nostro Paese al resto del continente. Per salire a bordo bastano dunque una mascherina e una temperatura corporea inferiore ai 37,5 gradi centigradi. In realtà, il decreto spiega che l’obbligo di distanziamento interpersonale è in vigore, a meno che — ed è una precisazione importante — «l’aria a bordo sia rinnovata ogni tre minuti, i flussi siano verticali e siano adottati i filtri Epe (ma in realtà sono i filtri Hepa, ndr), in quanto tali precauzioni consentono una elevatissima purificazione dell’aria». Diversi esperti consultati dal Corriere spiegano che questo passaggio dell’allegato tecnico risulta già soddisfatto da quasi tutti gli aerei che volano in Italia: gli Embraer, gli Airbus e i Boeing.
Come si filtra l’aria in un aereo. In aereo — spiegava qui Salvatore Sciacchitano, primo italiano della storia a guidare l’Icao, l’organizzazione internazionale dell’aviazione civilel — «l’aria è pulita come quella delle sale operatorie degli ospedali ». Il sistema di circolazione dentro gli aeromobili - spiegano gli ingegneri dei costruttori Boeing e Airbus - è stato pensato per far circolare aria al 50% presa da fuori e al 50% da dentro (ma filtrata) per 20-30 volte all’ora: quello che respiriamo in quota cambia ogni 2-3 minuti. «Non avviene lo stesso nemmeno negli ospedali dove c’è aria nuova cinque volte all’ora, mentre negli altri edifici (case, scuole, cinema, ristoranti) una volta o al massimo 2,5 volte ogni sessanta minuti», chiariscono da Embraer, altro fabbricatore di velivoli. L’aria, poi, viene sparata dall’alto verso il basso, cosa che secondo gli esperti evita che eventuali particelle contagiose possano andare in giro in cabina. Questo ricambio avviene grazie ai filtri Hepa (High efficiency particulate air ) «che sono identici a quelli degli ospedali e per questo riescono a catturare fino al 99,97 per cento dei microbi presenti», sostiene la Iata. Una percentuale che secondo alcune compagnie sui loro jet sale al 99,999 per cento andando così a fermare particelle anche di 0,01 micrometri di diametro. I coronavirus hanno una dimensione che va da 0,08 a 0,16 micrometri. L’aria che arriva dall’alto - all’altezza delle cappelliere - scende velocemente in basso e viene poi catturata da altri filtri posti sul pavimento.
Le regole in vigore. Restano comunque in vigore le regole dell’Easa: dall’ingresso in aeroporto e fino al termine del viaggio i passeggeri sono tenuti a indossare la mascherina, eccezion fatta per chi ha meno di 6 anni. E i viaggiatori devono ricordarsi che il loro dispositivo di protezione delle vie respiratorie dovrà essere cambiato ogni quattro ore circa e quindi devono «assicurarsi di portarsene un numero sufficiente per concludere il viaggio».
Mirella Serri per “la Stampa” il 2 agosto 2020. Ne usciremo migliori? In che modo? Non c' è dubbio, la prima a essere migliore sarà sicuramente la scuola: parola della ministra grillina dell' Istruzione, Lucia Azzolina. Una promessa che è stata formulata il 23 aprile. Con l' annuncio trionfale che «quella di settembre sarà una scuola innovativa e aperta. Si dovranno organizzare nuovi spazi ma sarà anche una scuola che, reagendo all' emergenza, dovrà dare qualcosa in più ai nostri studenti Possiamo puntare sul digitale, sulla formazione del personale scolastico, su una scuola rinnovata nei locali e negli arredi rafforzata attraverso il potenziamento dell' organico». La scuola, per il ministro, avrebbe dovuto essere il modello competitivo per tutto un paese che riparte dopo l' emergenza sanitaria. La grande nave scolastica doveva essere varata all' inizio dell' estate e ancora oggi è una barchetta arenata sull' orlo del collasso. La coincidenza vuole che la Azzolina, ultima arrivata al ministero, in questo decisivo momento di riavvio dei motori scolastici rimasti in panne per tanto tempo, si sia trovata in uno snodo della storia simile a quello a cui si trovò circa 46 anni fa il primo arrivato al ministero della Pubblica istruzione nell' Italia repubblicana, il democristiano Guido Gonella. Il ministro dovette fronteggiare un' emergenza anche peggiore di quella causata dal Covid 19, ovvero i disastri provocati dalla seconda guerra mondiale. La storia a volte si ripete e Gonella, insediandosi sullo scranno ministeriale, aveva pronunciato concetti e parole vicini a quelli della infervorata Azzolina: il dopoguerra avrebbe creato uomini migliori, avrebbe incentivato la crescita e il rinnovamento "delle persone" proprio attraverso il rinnovamento del sistema scolastico. Uomo di fiducia di De Gasperi - ebbe addirittura l' incarico di redigere il 26 aprile 1946 la relazione programmatica del primo congresso nazionale della Dc, il cosiddetto "discorso delle libertà" - insediatosi al ministero era però consapevole che la scuola era una bomba a orologeria. Ardui i problemi da risolvere, come quello dei libri di testo che dovevano fare i conti con il fascismo, il rapporto scuola pubblica-scuola privata, il carattere confessionale dell' insegnamento, il fatto che due terzi degli ultraquattordicenni italiani, il 60 per cento, erano privi di licenza elementare e che un terzo di questi si dichiarava analfabeta. Cosa fece il ministro? Ad aprile del 1947 promosse la costituzione di una commissione nazionale d' inchiesta, a novembre 1948 diede avvio alla consultazione, a cui parteciparono 211 mila docenti e 85 mila persone non appartenenti al corpo docente, poi lavorò alla riforma dal luglio 1949 fino alla primavera del 1951. Il testo fu approvato dal Consiglio dei ministri ma lui dall' aprile del 1950 era già uccel di bosco da Viale Trastevere ed era diventato il segretario politico della Democrazia Cristiana. La patata bollente finì nelle mani del suo successore, Antonio Segni (la riforma della scuola media unica arrivò poi solo nel 31 dicembre 1962). Gonella la tirò per le lunghe ma mentre era ministro provvide a non far crollare la scuola che andava a pezzi. Usò la strategia della calce e del martello: si occupò di infiniti interventi, recuperò gli edifici abbandonati o abbattuti dai bombardamenti, cercò di ridare dignità agli insegnanti (base elettorale della Dc), accorpò le classi, prese provvedimenti per limitare la gravissima dispersione scolastica. I suoi avversari la chiamarono giustamente la politica del rattoppo. Ma rattoppando potenziò anche senza un eccessivo dispendio economico l' intero sistema scolastico. E' un esempio di quello che si può fare anche senza risolvere i problemi fondamentali. La Azzolina si è data invece la mission impossible di edificare una nuova scuola. Però non riesce a tappare nemmeno i buchi più piccoli: la conquista di nuovi spazi, la risistemazione degli edifici scolatici, il personale docente. Dalla mission impossible alle soluzioni impossibili e spendaccione il passo è breve, lo testimoniano gli ormai famosi banchi con le rotelle, i milioni di mascherine che non sapremo come smaltire e i termoscanner a go-go nelle scuole. Gonella il temporeggiatore non è un per nulla modello (fu lui a reinserire nell' insegnamento accademico i professori epurati in quanto implicati con il regime fascista) ma era consapevole della correlazione stretta tra sviluppo dei livelli di istruzione e formazione e crescita del reddito e che bisognava tamponare le falle poiché la mancanza di istruzione può portare disagi economici pesantissimi. Traghettò il sistema scolastico oltre i disastri del conflitto mentre la Azzolina al momento i disastri sembra interessata a provocarli.
Riccardo Pelliccetti per “il Giornale” il 30 luglio 2020. «I banchi di scuola con le rotelle sotto? Come strumento di distanziamento? Ma come se la sono inventata???». L' economista Carlo Cottarelli non nasconde l' ironia commentando su Twitter i continui annunci sulle modalità per riprendere le lezioni scolastiche a settembre. «Non sono un esperto di scuola, ma reagisco come una cittadino comune», sottolinea l' ex commissario alla Spending review.
Che cosa l' ha colpita di più su tutto questo susseguirsi di dichiarazioni per la scuola?
«Ho l' impressione che ogni giorno ne esca una nuova. Non sembra che ci sia ancora una chiara strategia. Si fanno i bandi e gli imprenditori dicono che sono produzioni troppo grandi e che non parteciperanno. Si parla della misurazione della febbre, che dev' essere fatta a casa e non a scuola, però ogni scuola può prendere l' iniziativa. Ma allora che ci sta a fare il ministero se non dà precise istruzioni? Mi sembra tutto un po' improvvisato».
A proposito dei tre milioni di banchi. I produttori italiani non sono in grado di soddisfare la richiesta in un mese e così il commissario Arcuri ha indetto una gara europea. Il governo si è svegliato tardi?
«A parte il fatto che altri Paesi hanno già aperto le scuole. D' accordo, eravamo in una situazione d' emergenza, ma forse dovevano pensarci un po' prima. Le imprese italiane però non sono penalizzate perché è una domanda aggiuntiva, anche se sarebbe stato meglio che non venisse soddisfatta all' estero».
Come reputa il lavoro e le dichiarazioni del ministro dell' Istruzione Lucia Azzolina?
«Probabilmente ci saranno le motivazioni, ma sarebbe necessario un documento in cui si spieghi perché si fanno le cose. È successo tante volte nella gestione di questa crisi: si fanno provvedimenti, dpcm e non si spiega perché certe cose sono praticabili mentre altre no».
E le rotelle?
«A occhio, le rotelle aumentano lo spostamento e quindi i bambini cominceranno a spingere e a giocarci. Ma spero ci sia un motivo per cui qualcuno si è inventato questa cosa, io faccio semplici domande.Perché non viene spiegato? Non ci si poteva attrezzare prima? Allora ci sarà un motivo e siamo tutti disposti ad ascoltarlo. In questo Paese non spiegano le cose».
Vale per la scuola ma anche per altri settori.
«Sì, in questa crisi è successo anche altre volte, come il dpcm sull' autocertificazione per camminare in strada. Autocertificare che si cammina, va bene, ma perché non hanno detto a che cosa serve? Il motivo ci sarà stato, però non ce lo spiegano».
Un deficit di comunicazione da parte del governo?
«Sì, ma la comunicazione è importantissima. Per evitare malcontenti bisogna spiegare le difficoltà e invece non lo fanno».
Così il governo "importa" il virus nella Regione che non ha malati. "La Basilicata non è più una regione Covid free grazie a questo governo", attacca il leader del Carroccio. Si attendono con preoccupazione anche i dati di Matera. Federico Garau, martedì 21/07/2020 su Il Giornale. A seguito della scoperta di tre nuovi casi di contagio da Coronavirus rilevati tra gli stranieri ospiti dell'ex hotel Vittoria (Potenza), oramai da anni adibito a centro d'accoglienza per richiedenti asilo, arriva purtroppo la conferma dell'esistenza di un nuovo preoccupante focolaio in Basilicata. Dopo i primi infetti individuati, originari del Bangladesh, si sono aggiunti infatti ulteriori 23 extracomunitari positivi al tampone faringeo, tutti provenienti dalla medesima struttura. Ciò che preoccupa ancora maggiormente è che mancano i dati di altri esami medici condotti nel materano, per cui non è escluso che il numero possa incrementarsi quando arriveranno i risultati definitivi nelle prossime ore. In un comunicato diffuso durante la giornata di domenica mattina dalla regione Basilicata si faceva riferimento alla positività di 3 individui su un totale di 10 cittadini bengalesi sottoposti a specifici esami medici. Insieme a questi ultimi, tuttavia, anche altri 40 loro connazionali erano stati trasferiti per volontà del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese dall'hotspot di Lampedusa (dove erano approdati all'inizio del mese di luglio) all'ex hotel Vittoria di Potenza. Ecco il motivo per il quale era immediatamente scattato l'allarme sanitario: "altre 40 persone bengalesi verranno sottoposte a tampone naso faringeo", si leggeva nel comunicato della Regione, come riportato dal "Quotidiano del Sud". Intervenuto sulla questione, il sindaco leghista di Tolve Pasquale Pepe, senza mezzi termini, si è scagliato contro la scelta scellerata operata dal ministro dell'Interno: "Scarica sulla Regione Basilicata i suoi arrivo sull’arrivo dei migranti". Sono ben 73, come riferisce il primo cittadino, i migranti trasferiti dall'isola di Lampedusa e quindi distribuiti tra Potenza (50 in tutto, suddivisi tra due differenti centri d'accoglienza) e Matera (i restanti 23). "La gestione del fenomeno migratorio in piena pandemia da parte di questo governo, lascia a dir poco perplessi", ha attaccato ancora Pepe, dubbioso anche sull'esito negativo dei tamponi effettuati in Sicilia sui migranti che ha quindi permesso una loro ridistribuzione in Basilicata. "Fa specie, peraltro, che, mentre il ministro Speranza si affretta a chiudere i voli da e per il Bangladesh, non si arresta il flusso di clandestini provenienti dagli stessi Paesi ad alto rischio via mare con i barconi, eludendo qualsiasi tipo di controllo sanitario", ha concluso in modo polemico il sindaco. Duro l'intervento di Matteo Salvini: "La Basilicata non è più una regione Covid free. Grazie a questo governo, ben 22 immigrati trasferiti nei centri di accoglienza sono risultati positivi. Italiani in quarantena per mesi, clandestini infetti liberi di sbarcare. Questo governo mette in pericolo l'Italia", ha affondato l'ex ministro dell'Interno.
Da liberoquotidiano.it il 19 giugno 2020. Sbrocca anche Maria Elisabetta Casellati. Incredibile al Senato, dove la seduta chiamata a votare la seconda fiducia sul dl Elezioni, per la mancanza del numero legale della vigilia, si è trasformata subito in bagarre. Dagli scranni più alti dell'emiciclo alcuni senatori lamentavano il fatto di non riuscire a richiamare l'attenzione della presidente di Palazzo Madama a causa delle norme sul distanziamento sociale. Così la Casellati, in modo molto secco, ha risposto: "Faccio presente che quando uno chiede di parlare, siccome il presidente non ha lo sguardo a trecentosessanta gradi, ho messo davanti a me, proprio per garantire che tutti possano parlare, un assistente parlamentare - premette con voce decisa -. Quindi, quando qualcuno (degli assistenti, ndr) mi segnala, do la parola", taglia corto. A quel punto però un senatore della Lega ha iniziato a riprendere con il cellulare la seduta, senza che gli assistenti segnalassero il gesto, proibito dal regolamento, alla presidenza. E a quel punto la Casellati perde le staffe proprio contro gli assistenti: "Siete qui come pupazzi!". Nervi a fior di pelle.
Tav, Tap, Ilva, fondi di coesione, Autostrade, ecco perché l’Italia non è più un Paese credibile. Per non parlare del debito pubblico e del reddito di cittadinanza. Presidente Conte, forse è il momento di fare un tagliando alla sua squadra di governo. Ercole Incalza il 21 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud.
Come può essere credibile un Paese il cui il Ministro dell’Economia e delle Finanze anticipa certezze che certezze non sono, mi riferisco alle dichiarazioni ottimistiche e trionfaliste rilasciate due mesi fa dal Ministro Gualtieri sulla disponibilità delle risorse della Unione Europea attraverso il Recovery Fund; una anticipazione ricca di dettagli; infatti avremmo potuto disporre subito di 172,7 miliardi di euro e di tale importo 81,7 miliardi li avremmo avuti come aiuti, cioè a fondo perduto, e 90,938 miliardi come prestiti. Poi abbiamo scoperto che questa assicurazione ricca di dettagli era solo una ipotesi, forse solo una speranza.
Come può essere credibile un Paese che riesce a spendere del Programma supportato dal Fondo di Coesione e Sviluppo comunitario 2014 – 2020 per un importo globale di 53,8 miliardi di euro solo 5 – 6 miliardi di euro; cioè appena un miliardo all’anno e rischia di perdere la parte non spesa che nel comparto delle infrastrutture è di circa 28 miliardi se entro il 31 dicembre 2022 tale importo non venisse utilizzato.
Come può essere credibile un Paese che per un anno blocca un’opera di rilevanza comunitaria come il nuovo tunnel ferroviario Torino – Lione e poi si accorge che tale scelta non poteva essere in alcun modo intrapresa perché l’intervento era supportato da un accordo bilaterale Italia – Francia approvato per Legge.
Come può essere credibile un Paese che per cinque anni invocando il “project review” blocca la realizzazione di opere ubicate sulle Reti comunitarie Trans European Network (TEN – T) come il collegamento ferroviario AV/AC Genova – Milano (Terzo Valico dei Giovi) o come l’asse ad alta velocità Brescia – Verona – Vicenza – Padova. Un project review che alla fine si è rivelato inutile ed ha fatto emergere che il vero obiettivo era quello di garantire la copertura di provvedimenti in conto esercizio come gli “80 euro per i salari minimi”, il “reddito di cittadinanza” e il “quota 100”.
Come può essere credibile un Paese che blocca per 18 mesi la realizzazione del gasdotto previsto dal progetto Trans Adriatic Pipeline (TAP) un intervento supportato da un accordo internazionale (solo per informazione ricordo che trattasi di un gasdotto lungo 878 Km che porta gas naturale dalla regione del Mar Caspio in Europa e tale scelta è stata sottoscritta e condivisa da tutti gli Stati interessati).
Come può essere credibile un Paese che ormai da quasi cinque anni non riesce a rendere operativo e concreto il rapporto con il concessionario del centro siderurgico di Taranto Arcelor Mittal, assistendo in modo davvero preoccupante ad una crisi occupazionale di oltre 25 mila unità lavorative.
Come può essere credibile un Paese che, dopo la conclusione davvero kafkiana del rapporto con la Società concessionaria ASPI, ha praticamente una impostazione tradizionale di coinvolgimento di capitali privati nella realizzazione delle reti autostradali; in realtà, indipendentemente dal compromesso raggiunto, è crollata la credibilità del pubblico nel rapporto contrattuale con il privato.
Come può essere credibile un Paese che vara una serie di Decreti Legge (Liquidità, Cura Italia, Rilancio e Semplificazioni) dichiarando disponibilità finanziarie pari a circa 70 miliardi di € ma che nei fatti, hanno, almeno per quanto concerne il comparto delle infrastrutture, una disponibilità finanziaria nel triennio 2020 – 2022 non superiore ai 6 miliardi di euro
Come può essere credibile un Paese che per bloccare il comparto delle costruzioni ha varato un provvedimento come il Decreto Legislativo 50/2016 (Codice Appalti) che ha praticamente fatto fallire 130.000 imprese di costruzioni e cosa ancor più grave gli ultimi due Governi (Conte I° e Conte II°) pur convinti del fallimento di tale Codice ha prodotto norme come il Decreto Legge Sblocca Cantieri o come il Decreto Legge Semplificazioni che non hanno prodotto e non produrranno alcun snellimento nell’attivazione della spesa.
Come può essere credibile un Paese che convoca gli “Stati Generali” e dopo quindici giorni di confronto, dopo i manifesti di Colao, dopo giornate di interviste e di comunicati stampa, cioè dopo una ricca ed inutile masturbazione mediatica, non riesce a produrre un programma organico misurabile e concreto capace di tentare il rilancio socio economico.
Come può essere credibile un Paese in cui la giustizia civile e quella penale hanno solo una certezza temporale: l’apertura delle indagini, la definizione del contenzioso. Poi il resto non rientra in nessuna logica previsionale, i tempi non si misurano non in anni ma in lustri: cinque anni, dieci anni, quindici anni
Come può essere credibile un Paese in cui un progetto di una infrastruttura viene approvato dalla Amministrazione competente, poi viene sottoposto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, poi alla Conferenza dei Servizi, poi alla Verifica di Impatto Ambientale, poi al parere del Ministero dell’Ambiente, poi al parere del Ministero dei Beni Culturali, poi al Dipartimento per la programmazione economica presso la Presidenza del Consiglio, poi al CIPE, poi al Ministero dell’Economia e delle Finanze e poi alla Corte dei Conti.
Non ho messo tra le cause della mancata credibilità il forte debito pubblico, il forte scostamento tra quanto approvato nella Legge di stabilità il 31.12.2020 e il 30.6.2020, uno scostamento di oltre 52 miliardi di euro, la indisponibilità a rivedere il provvedimento su “reddito di cittadinanza” dopo un fallimento colossale della intera iniziativa; ho ritenuto inutile aggiungere ulteriori motivazioni perché sarebbe, a mio avviso, sufficiente la prima motivazione quella in cui un Ministro della Repubblica ha dato per scontato una disponibilità finanziaria comunitaria tutta da definire; molti lo definiranno un atto di leggerezza e di superficialità mediatica. Leggerezza e superficialità mediatica che la squadra di Governo di un Paese fondatore della Unione Europea non può permettersi. D’altra parte questa superficialità porta Paesi come l’Olanda e l’Austria a chiedere un controllo analitico e dettagliato sulle nostre proposte di utilizzo del Recovery Fund. Forse il Presidente Conte sta capendo che quanto prima sarà opportuno fare un tagliando alla sua squadra di Governo.
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2020. Benvenuto tra noi mostri! Cinguettio del senatore Nicola Morra, grillino duro e puro, presidente della Commissione parlamentare antimafia: «Tanti a sfottere Gallera. Ci sta. Ora però dovremmo interrogarci su come evitare che illogicità ed incompetenza, irrazionalità ed inettitudine, a tutti i livelli, trionfino». Il tweet è stato verificato più volte perché è un coraggioso ritratto di famiglia dall' interno. Volontario o involontario non importa. Illogicità, incompetenza, irrazionalità e inettitudine sono esattamente le doti che in larga misura il grillismo ha portato in Parlamento. La tragedia del coronavirus, il ruolo dell' Europa, la necessità nella tempesta di affidarsi a mani esperte vanno di pari passo con un ritrovato timido coraggio dei partiti tradizionali (reagire alla crisi immaginando un futuro) e il conseguente affievolirsi del movimentismo antisistema. Di fronte alla catastrofe, il populismo non paga più. Men che meno i vaffa, la cultura del No, la dottrina talebana della democrazia diretta, la subcultura. Nessuno meglio di Morra ha colto il dramma del M5s: illogicità, incompetenza, irrazionalità e inettitudine. Servirà attenzione, allora, al Pd, se davvero ritiene - come spiegato dal ministro Dario Franceschini - che l'intesa con i 5 Stelle debba sfociare in una «alleanza permanente».
Lucia Esposito per “Libero quotidiano” il 2 giugno 2020. Ci sono misteri che sono dogmi: si accettano e basta. Davanti a un capo incompetente non si dovrebbero cercare risposte ma ingoiare rospi e sperare di vincere alla Lotteria. Eppure la domanda è sempre lì, come un punteruolo in agguato in un angolo del cervello: perché è così facile per gli incompetenti diventare leader? E perché, al contrario, professionisti preparatissimi - specie se donne - non riescono a raggiungere posizioni apicali? Ognuno di voi si sarà dato una risposta. La solita raccomandazione, un grande savoir faire, una spiccata propensione per l' adulazione o solo una fortuna sfacciata. Ma adesso, finalmente, Tomas Chamorro-Premuzic professore di psicologia allo University College di Londra e alla Columbia di New York, in un saggio provocatorio e illuminante dà una risposta scientifica al quesito. Questo professore dal curriculum sterminato, riscatta i Fantozzi schiacciati da capi arroganti che si aggirano nei corridoi accecati da un ego immotivatamente smisurato. Il testo, nelle librerie dal 3 giugno s' intitola, appunto, Perché tanti uomini incompetenti diventano leader (e come porvi rimedio) e pubblicato da Egea, pp. 188, euro 25. È un viaggio attento e documentato da centinaia di studi nelle anomalie del mondo del lavoro, prima tra tutte quella per cui la maggioranza dei leader è rappresentata da uomini sebbene molte ricerche dimostrino che essi ottengono spesso risultati inferiori rispetto alle donne. Il punto è che ancora oggi la leadership viene identificata con alcuni tratti della personalità tipicamente maschili come l' eccessiva sicurezza in se stessi e il narcisismo. Il filosofo e matematico Bertrand Russell in un saggio in cui commentava l' ascesa dei nazisti in Germania sottolineava che «la causa fondamentale del disastro è che nel mondo moderno gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi». Ecco, in sintesi, quello che succede nel mondo del lavoro. Cacciatori di teste e addetti al personale sono fatalmente colpiti dalla sicumera di un candidato anche se non sempre è accompagnata da un' effettiva competenza. L' arroganza colpisce più dell' umiltà, intuito e azzardo attirano più della saggezza. Per Chamorro-Premuzic, poi, la ragione principale dell' ineguale rapporto tra i sessi nella gestione della leadership è la nostra incapacità di discernere tra fiducia e competenza: interpretiamo in modo errato l' ispirazione di fiducia come un segno di conoscenza. Quando pensiamo a una "guida carismatica", le manifestazioni di arroganza - spesso mascherate da carisma o fascino e tipiche più degli uomini che delle donne - sono comunemente scambiate per potenziale di leadership. Il guaio, spiega l' autore, è che le caratteristiche di un buon capo si trovano in quei candidati che non riescono a impressionare i selezionatori. L' assertività o l' intelligenza emotiva, cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri, di empatizzare con suoi problemi, sono espressioni del carattere ancora molto raramente apprezzate e comprese. Questo vale soprattutto per le donne: vi sono ora prove scientifiche convincenti - l' autore cita almeno 45 ricerche compiute in tutto il mondo - del fatto che le donne performino meglio degli uomini. Più inclini al cambiamento, capaci di comunicare meglio, più creative nella soluzione dei problemi e più oggettive nel valutare il lavoro dei dipendenti, tuttavia, quando si tratta di scegliere, a parità di competenze, le aziende preferiscono ancora optare per un leader maschio. La soluzione che potrebbe migliorare la vita di milioni di dipendenti costretti a sottostare a leader incapaci non è sperare di cambiare lavoro. Perché, dice Chamorro, molti di quelli che lo hanno fatto nella speranza di liberarsi per sempre di un capo inetto, si sono ritrovati agli ordini di uno anche peggiore. L' unica possibilità per salvarsi è sperare che cambino i criteri di selezione. L' autore cita un dialogo tra lui e il direttore di un' importante banca d' affari che è illuminante perché spiega che quando bisogna assumere un leader ci si affida, sbagliando, soprattutto all' istinto. «Come fate a sapere se qualcuno ha il potenziale per la leadership?», domanda Chamorro.«Te ne accorgi. Quando io lo vedo, lo riconosco e basta». E allora l' autore, sconcertato, si domanda: «Se questo atteggiamento esiste in una delle organizzazioni più grandi del mondo, che cosa possiamo aspettarci da aziende più comuni?». Il marcio nel mondo del lavoro è nei processi di selezione perché normalmente le persone che valutano i leader non sono esperti del ruolo che il candidato andrà a ricoprire. Ma non solo. Sono le stesse che li assumono e li promuovono. E chi ammetterebbe di aver commesso un errore? E così, di errore in errore, il mondo del lavoro diventa tutto sbagliato.
Giuseppe De Lorenzo per "ilgiornale.it" l'1 giugno 2020. Ecco. Alla fine sono riusciti a dirlo chiaro e tondo: “L’Italia è il Paese più ignorante d’Europa”. Buzzurri, cattivoni e attenti alle sirene del generale Pappalardo quando non seguono quell’altro puzzone di Matteo Salvini. Gli italiani visti con gli-occhiali-molto-chic delle sardine appaiono più o meno così: dei pirla cui occorrono babbo Giuseppi e i suoi Dpcm per rigare dritto. L’autore (o autrice, se preferite) dell’ultima uscita delle sardine è Jasmine Cristallo, leader calabrese del movimento, ideatrice della rivolta (ma de che?) dei balconi anti-leghisti, grande sostenitrice di Domenico “Mimì” Lucano da Riace e ora una dei portavoce più ascoltati dei pesciolini. Sul suo profilo Jasmine si è scagliata contro gli “intellettuali (o pseudo tali…) indignati per il tono ‘paternalistico’ di Conte durante l’emergenza sanitaria”. A loro intende ricordare “che l’Italia è il Paese più ignorante d’Europa e che si piazza in dodicesima posizione a livello mondiale”. Voleva dire “ai signori de ‘Non si può trattare gli italiani come bambini’ che in Italia ci sono i Pappalardo e che i Pappalardo riescono ad essere ascoltati”. Il centro della questione è ovviamente la gestione della crisi coronavirus da parte del Governo. Ricorderete di quando è andato in onda a reti unificate per elargire in maniera misericordiosa (“vi concediamo, vi concediamo”) autorizzazioni ad uscire dal focolare domestico? Oppure di quella fantasiosa definizione di “congiunto”, particolare classe sociale evidentemente meno contagiosa degli amici, trattati fino a una settimana fa come dei pària? O ancora della bulimia regolatrice in cui è lo Stato a decidere chi incontrare e chi tenere a debita distanza sociale? Ecco. Se tutto questo (e molto altro) vi è sembrato strano, paternalista (Calenda dixit) o a suo modo populista (Renzi copyright), allora evidentemente fate parte di quella fetta di italiani che abbassano la media intellettuale del Paese e lo lanciano in cima alla classifica dell’ignoranza mondiale. Abbiamo semplificato, ma il ragionamento della Cristallo ci pare essere questo. In realtà fa sorridere leggere tanto snobismo radical-sardinesco in poche righe. Pensare che un centinaio di gilet arancioni e un capopopolo bastino a giustificare il paternalismo inaugurato dal premier ci pare superficiale (per non dire di peggio). In fondo di sciocchezze se ne dicono a bizzeffe e pure le sarde non ne sono esenti. Qualche esempio? Il primo manifesto sosteneva che i populisti non avessero il “diritto” di essere ascoltati. In tv Santori sostenne che “in un Paese normale” Bonaccini non avrebbe dovuto neanche fare campagna elettorale, come se il voto fosse un giochino e non la base della democrazia. E sempre in tv, sempre Santori disse qualcosa sui bambini autistici e i palloni da basket che ancora aleggia incomprensibile nell’etere. Le grandi menti unite dal simbolo del pesce, per dire, hanno prodotto punti programmatici di tale calibro che nessuno se ne ricorda neppure uno. Se non quella sciocchezza del Daspo social, citato sì ma solo per riderci su. Insomma: i geni non stanno tutti su una sponda del fiume, come non tutti i deficienti galleggiano sull’altra. Si può criticare Conte pur non avendo il QI sotto zero, così come si può essere sardine anche senza tre lauree e un paio di master. Vorremmo infatti ricordare alle intellettuali sardine (o presunte tali…) che l’Italia è il Paese più ignorante d’Europa e che si piazza in dodicesima posizione a livello mondiale. Vorremmo dire ai signori del “Benvenuti in mare aperto” che in Italia ci sono le sardine e che le sardine riescono ad essere.
“Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo. Giulio Cavalli su Il Riformista il 14 Maggio 2020.
Calenda, come giudica l’operato fin qui del commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri?
«Un operato palesemente disastroso. Non è riuscito a rispettare le scadenze che lui stesso si era dato. A questo si aggiungano i toni inaccettabili usati durante le conferenze stampa, il suo paternalismo e la sua arroganza. Solo ieri è partita la gara per i reagenti dei tamponi e ha combinato un completo disastro con la storia della mascherina a 50 centesimi, tra l’altro continuando a ripetere che non è colpa sua. In un Paese normale dovrebbe dare le dimissioni, anzi: sarebbe licenziato».
Eppure dal governo non sembrano levarsi voci critiche…
«Penso che siano talmente fragili che il loro obiettivo sia di non muovere nulla. Se si muove un pezzo del resto viene giù tutto. Anche oggi Sileri (il viceministro della salute, ndr) ha ammesso candidamente che è stato fatto un disastro. Questi sono talmente pericolanti che qualsiasi scossone, anche piccolo, rischia di mettere in discussione tutta la maggioranza. Lo vediamo benissimo anche su questo decreto che doveva uscire ad aprile e forse uscirà a metà maggio. Litigano su tutto. Il governo ha perso il controllo del Paese e Arcuri è solo una manifestazione di tutto questo».
Si parla molto di riaperture di aziende però continuano i dubbi sulla riapertura “sociale”. Oggi circola voce che al ristorante si potrà andare forse solo con i “congiunti” certificati. Cosa ne pensa?
«Sono solo cazzate. Questi non hanno idea di come gestire questa crisi, la stanno affrontando solo vedendo l’andamento dei contagi e chiudendo e riaprendo senza un ragionamento. Noi abbiamo provato a spiegarlo: la strategia non deve essere solo sui contagi ma deve tenere conto del tracciamento, dei tamponi, dei test sierologici, del rafforzamento dei medici di base. Non ci sono nemmeno dati affidabili delle regioni. Sostanzialmente questi dicono agli italiani cose barocche e stravaganti come i 5 metri da tenere al mare che poi diventano 1 al supermercato. Roba da dilettanti».
Ma una crisi di governo in questo momento non sarebbe ancora più rischiosa?
«Una crisi al buio non si può fare. Io avevo suggerito un tavolo permanente con le opposizioni. L’assicurazione di Conte è quella di avere un’opposizione sgangherata come quella di Salvini e di Meloni. Poi ovviamente avere loro due al governo sarebbe ancora più drammatico. Bisogna vedere se c’è la possibilità di costruire un governo di unità nazionale che tenga dentro gli amministratori locali come Zaia e Bonaccini. L’obiettivo del centrodestra invece è quello di andare alle elezioni, prendere un po’ di voti in più ma non avere la responsabilità di governare. Poi chiamerebbero Draghi e si metterebbero comodi a bombardarlo. Nessuno di questi sarebbe in grado di gestire nemmeno un bar».
L’ultimo scontro del governo è stato quello sulle regolarizzazioni dei braccianti. Ogni volta che si affronta un tema “politico” questo governo sembra andare in crisi e faticare a trovare una quadra…
«Era evidente fin dal primo giorno. Sono andato via dal Partito Democratico proprio perché due forze che si attaccavano tutti i giorni, Pd e M5S, hanno deciso di mettersi insieme. Il M5S è una forza irresponsabile che andrebbe cancellata dalla politica italiana e in tutto questo Renzi continua a fare il Gian Burrasca. Questa maggioranza sta insieme solo per la paura di andare alle elezioni».
Tornerà di moda la serietà?
«A un certo punto succederà inevitabilmente altrimenti il rischio è che il Paese finisca gambe all’aria. L’Italia è un Paese ricco e gli italiani capiranno che la politica non è tifo da stadio e non è nemmeno il Grande Fratello. Però siamo ancora lontani: ho gente che mi scrive per dirmi che è d’accordo con me ma si dichiara di destra o di sinistra. Serve un cambiamento di consapevolezza dei cittadini. Questo Paese non lo salva Draghi e non lo salva nemmeno Batman: questo Paese lo salvano i cittadini che non cascano nella trappola “fascisti-comunisti”. Se succederà che torni di moda la serietà non te lo so dire però noi lo stiamo provando a fare».
Classe dirigente incapace, o c’è svolta verso modernità o soccombiamo. Umberto Ranieri su Il Riformista il 14 Maggio 2020. Secondo il neo presidente degli industriali, Bonomi, la classe politica italiana è apparsa smarrita nella emergenza virus. In realtà, a mostrare smarrimento è stata la intera classe dirigente, Confindustria compresa. L’Italia e tutti i Paesi sono stati largamente colti di sorpresa dal “morbo cinese”. La condotta del governo è stata ondivaga, dominata da interessi immediati di sopravvivenza politica personale e di partito. Lo Stato amministrativo burocratico è apparso una enorme torre di babele. Ricordo il rimpallo di responsabilità, l’andirivieni dei decreti, “la pluralità anarchica dei singoli sistemi sanitari regionali”, la inclinazione al vago delle misure governative. Perché solo a marzo si è scoperto che le case di riposo erano diventate degli obitori? Perché così pochi tamponi e ancora pochi se ne fanno? Ed oggi, su quali dati, previsioni, modelli il governo ha compiuto le sue scelte per la fase di allentamento del confinamento? Non ha aiutato una opposizione che ha assunto caratteri odiosi e antinazionali. Siamo alla ripartenza. Prima di infilarci in improbabili “metanoie escatologiche” (cui alcuni intellettuali italiani, e qualche mediocre politico, amano indulgere) è necessario incominciare a progettare il futuro prossimo a partire dai mesi a venire che non saranno facili. La transizione al dopo virus sarà lunga. Di fronte al Paese si stagliano due sfide. Una sanitaria e l’altra economico-sociale. Per affrontare la prima occorre passare dal modello confinamento a quello del tracciamento individuale. Non è una impresa facile. Comporta innovazione tecnologica, minima intermediazione burocratica, nuova legiferazione sulla privacy. Sul fronte economico-sociale gli scenari sono allarmanti. Disoccupazione, disuguaglianze, il Sud che rischia di precipitare in un baratro. Le scelte compiute in sede europea ci aiuteranno. Dal primo giugno dovrebbero essere disponibili i fondi della Bei, della cassa integrazione europea, del fondo Salva Stati, alla fine dell’anno quelli provenienti dal Recovery fund. Attenzione a come utilizzarli proficuamente. Vanno sostenute famiglie e imprese. È una priorità. Occorre evitare tuttavia che le risorse disponibili si risolvano in una immensa pioggia di sussidi, ridurremmo in quel caso l’Italia ad un “capitalismo mediterraneo guidato dal debito”. È necessaria una politica tesa agli investimenti e al sostegno della innovazione tecnologica. Secondo l’Economist nei prossimi 18 mesi assisteremo ad una accelerazione tecnologica pari a quella che senza “morbo cinese” si sarebbe diluita in cinque anni. È in questa direzione che va orientata la ripartenza. La questione di fondo è la fiducia. Fiducia che le autorità abbiano la situazione sotto controllo e che una strategia di ricostruzione sia credibile. Il governo è in grado di guidare il Paese in questo frangente? Quale strategia intende seguire? Se penso al modo di procedere sulla questione cruciale della scuola, se osservo i comportamenti del ministro Guardasigilli, una liquidità che stenta a giungere ai lavoratori e alle imprese, ambiguità sul Mezzogiorno, strumenti normativi annunciati e poi ritirati mentre si va affermando l’idea malsana che si possano affrontare i problemi a colpi di debito e sussidi, ho timore che non ci siamo. Impavido, il presidente del Consiglio sostiene che rifarebbe tutto quanto fatto in questi tre mesi. Una affermazione poco intelligente. Surreale l’appello del Manifesto. Per molto meno di quanto accaduto, il nobile quotidiano comunista avrebbe chiamato, senza alcun imbarazzo, alla vigilanza antifascista e alla difesa della Costituzione. Oggi scrivono che si prepara, subdolamente, “un governo dei poteri forti che si occupi della ricostruzione per monopolizzare le cospicue risorse”. Insomma, in Italia ci sarebbe chi, volendo impossessarsi delle risorse stanziate per emergenza, attacca Conte e auspica Draghi a Palazzo Chigi. Perché sostenere una tale sciocchezza? In realtà le condizioni per una svolta politica, che, con buona pace di qualcuno, non è immorale auspicare, per il momento, purtroppo non ci sono. Occorre provare a cavarsela ancora per un bel po’ con questo governo. Magari incalzandolo. Che Dio ci assista.
Il Paese nel caos. Fatto! Vuoi riaprire? Paga la tassa Covid. Succede a Milano. Il commissario all’emergenza Arcuri fa sparire le mascherine dalle farmacie. I soldi promessi da Gualtieri non sono mai partiti e in mano ai damerini della Sace non arriveranno mai. All’Alitalia in arrivo Altavilla che è un buon manager industriale ma lì serve un commerciale con il coltello tra i denti. Roberto Napoletano l'8 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Vuoi riaprire la tua bancarella da ambulante nel mercatino di strada? Paga la tassa Covid, quindici euro prego. Succede a Milano. Ti abbiamo murato in casa per due mesi: non hai avuto reddito? Fai la fame? Qualcuno ti ha mandato un bel bonifico sul conto corrente per fare la spesa? Per carità, mica siamo a Francoforte, fai la fame e zitto. Vuoi riaprire la bottega per racimolare qualche spicciolo? Beccati nuova di zecca la prima Covidtax d’Italia “solidale”. Messa nero su bianco dall’amministrazione comunale milanese con toni spicci: o paghi o perdi il diritto di lavorare. Ci deve essere a Milano qualcosa nell’aria, non solo ai Navigli dove si abbracciano e baciano come se nulla fosse. Si chiama bacillo della stupidità, ma non fa ridere. Ha sbagliato il prezzo. Ha sbagliato a fare l’addizione. Ha confuso il numero di mascherine che servono per un giorno con quelle che servono per un mese. Fa progetti che sono fallimentari già quando vengono concepiti. Si chiama Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza sanitaria. È riuscito nel miracolo di fare sparire le mascherine dalle farmacie italiane, lo avevano messo lì per fare l’esatto contrario. Ricordo il colloquio tra un capo azienda e il suo capo acquisti. Il primo chiede al secondo: come è fatto un tavolo? “Beh, mah, mica è il mio mestiere, mica faccio il geometra, ho mille e 200 ordini” dice il Capo acquisti. “No, invece è proprio il suo di mestiere perché se il mercato si mette d’accordo e glielo vende a un prezzo tre volte superiore oppure non glielo vende affatto lei deve avere coscienza tecnica del problema, la paghiamo per questo” dice il Capo azienda. Quel capo acquisti verrà congedato, rispondeva della vendita di qualche tavolino al suo datore di lavoro. Arcuri risponde a tutti gli italiani, non ha coscienza tecnica, e è ancora lì. A noi non serve la conferenza stampa di Arcuri, serve che arrivino le mascherine ma questo è incompatibile con la sua presenza. Perché prima dell’emergenza sanitaria, il Paese paga l’emergenza Arcuri. Per piacere torni nell’ombra dove stava, è meglio per lui e per noi. All’Alitalia arriva Alfredo Altavilla, un buon manager industriale è stato scelto dal Tesoro per un ruolo dove serve un buon commerciale con il coltello tra i denti. Vogliono farsi perdonare di averlo inseguito per guidare Leonardo, dove avrebbe fatto benissimo, ma poi per ordine del Pd hanno confermato un banchiere, Profumo, che sta imparando il mestiere e fa le prove con il futuro dell’Italia. Di questo passo alla prossima tornata di nomine alla guida di una banca ci metteranno un ristoratore, di sicuro ne rimarranno molti a spasso. Basta giochetti, ministro Gualtieri. I soldi che dovevano arrivare non sono mai partiti e con i damerini alla Latini in Sace e questa burocrazia di Stato che non ha capito niente e pensa solo al suo stipendio, non si vedranno mai. Un po’ di tempo fa Berlusconi si inventò uno spot. Ponte, fatto! Un milione di posti di lavoro, fatto! Giannelli il giorno dopo fece una vignetta: casino nel governo, fatto! Erano altri tempi, si poteva scherzare. Oggi non ride più nessuno perché il Paese sta saltando e hanno capito tutti che va rifondata la sua classe dirigente pubblica. Va cambiata la macchina. Il mondo va da una parte, noi andiamo dall’altra. Se non si interviene all’istante finisce malissimo.
Le Iene News il 4 maggio 2020. Un giorno alla settimana di lavoro e 30 mila euro incassati in due mesi: la quarantena per ora per deputati e senatori è andata così mentre tantissimi italiani fanno fatica ad andare avanti. Filippo Roma ha chiesto ai nostri parlamentari perché non danno a chi ha bisogno gli oltre 27 milioni di euro che hanno incassato tra marzo e aprile. E ha fatto anche una domanda al presidente del Consiglio sulla sua acconciatura in tempi di parrucchieri chiusi: Conte ci ha svelato un segreto, bacchettato da Casalino! Non perdetevi come è andata a finire martedì 5 maggio a Le Iene dalle 21.10 su Italia1. In questi mesi, per l’emergenza coronavirus, milioni di italiani sono stati costretti a rimanere a casa senza poter lavorare e senza percepire un euro di stipendio. Parliamo di impiegati, negozianti, imprenditori. E molti, quando sarà finita la quarantena, saranno ancora nei guai. Ma c’è una categoria che a marzo e ad aprile praticamente non ha lavorato (una seduta alla settimana) e ha percepito lo stipendio per intero: i nostri parlamentari, con entrate da 15mila euro per 5 giorni di lavoro al mese. 15.000 euro a testa per due mesi a tutti i deputati e senatori fanno oltre 27 milioni: perché non distribuiamo questi soldi agli italiani in difficoltà? Filippo Roma è andato a parlarne con i politici di tutti i partiti e gli schieramenti. Il segretario della Lega Matteo Salvini e Renato Brunetta (Forza Italia) tirano dritto davanti alla proposta della Iena. Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia replica: “Io non mi vergogno, perché ho contribuito a un fondo per l’ospedale di Bergamo, le forze dell’ordine e le forze armate”. La presidente del suo partito invece, Giorgia Meloni sposa in pieno la proposta, anche se una paura ce l’ha: “Mi volete far linciare dal Parlamento italiano”. Tra gli altri favorevoli che abbiamo incontrato ci sono il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S), Vittorio Sgarbi (anche se, dice: “I miei stipendi vanno ai miei figli e alle cause, faccio fatica ad arrivare a fine mese: verrò alla mensa de Le Iene!"), l’ex ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli e anche il collega di partito M5S Stefano Buffagni. Dare lo stipendio a chi più bisogno? “L’idea mi piace ma conosco alcuni che lo fanno e non lo dicono”, dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd). “Non ho niente in contrario, lo sto già facendo”, dice Andrea Orlando, vicesegretario Pd. Quanto ha dato? “Non lo ricordo esattamente”. Dal Pd, anche Andrea Orlando ammette: “Siamo molto privilegiati”. Mentre Maurizio Lupi (Gruppo misto) e Ettore Rosato (Italia Viva) difendono il fatto di lavorare comunque tutti i giorni. E a proposito di quarantena ci siamo fatti un’altra domanda: come fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad avere i capelli sempre così perfetti, anche secondo gli esperti del settore, visto che i parrucchieri sono chiusi? “Le rivelo un segreto eccezionale, e siccome è un segreto e lei non mi crederà sono già disponibile alla prova: me li taglio da solo”, ha detto alla Iena. “Lei non ci crede, se vuole glieli taglio io, è una vecchia pratica che appresi durante gli anni dell’università li tagliavo a tutti i miei coinquilini”. Passa pochissimo e arriva la chiamata del suo portavoce Rocco Casalino per sapere il tema dell’incontro con Conte: “Ma era sui capelli? Davvero sui capelli? Se li taglia lui, c’ha sta fissa qua. E infatti se li fa anche male, eh?”. “Ma anche prima se li tagliava lui, eh, cioè lui se li taglia sempre”, continua Casalino. “Anche prima che chiudessero i barbieri ogni volta andava su, scendeva, diceva: ti piace il mio taglio? E io dicevo: ma come il tuo taglio? Diceva: no, mi sono andato a tagliare un po’... ho detto: ma no, no infatti lo criticavo perché secondo me non erano fatti bene cioè secondo me doveva andare dal barbiere comunque”. Noi intanto abbiamo abbiamo strappato al premier una promessa: un suo taglio speciale con “una bella sistemata” per Filippo Roma! Non perdetevi come sono andate a finire tutte queste storie nel servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti martedì 5 maggio a Le Iene dalle 21.10 su Italia1.
Italiani in lockdown: lo stipendio dei politici e i capelli di Giuseppe Conte. Le Iene News il 6 maggio 2020. Nel servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti, Le Iene vanno a chiedere ai parlamentari di tutti gli schieramenti se sono disposti a distribuire agli italiani i 27 milioni di euro percepiti a marzo e aprile quasi senza lavorare. E indagano sul “mistero” dell’acconciatura perfetta sfoggiata dal premier Conte. Ma i parrucchieri non erano tutti chiusi? “Io c’ho 19 dipendenti che non so come gestirli perché se non me dà qualcosa lo Stato… dobbiamo ripartire... non se può sta’ a casa per tutta la vita, non gliela famo più”. Filippo Roma raccoglie la voce disperata di Claudio Olivetti, uno dei tanti ristoranti ed esercenti romani ormai “alla frutta” a causa del lungo lockdown per l’emergenza coronavirus. Imprenditori che non sanno più dove sbattere la testa, tra tasse e dipendenti da pagare e aiuti dello Stato che, se e quando arrivano, ci mettono mesi. Una soluzione? Ci sarebbe, almeno in parte, ovvero distribuire tra chi ha bisogno quei quasi 27 milioni di euro percepiti a marzo e aprile dai nostri parlamentari, pur avendo di fatto lavorato un solo giorno alla settimana. Filippo Roma va a proporlo ad alcuni esponenti della politica, di tutti gli schieramenti. E mentre il segretario della Lega Matteo Salvini e l’esponente di Forza Italia Renato Brunetta tirano dritto, senza rispondere, qualcuno difende quei soldi percepiti in questi due mesi di lavori parlamentari. Come Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, che dice: "Io non mi vergogno, perché ho contribuito a un fondo per l’ospedale di Bergamo, le forze dell’ordine e le forze armate”. Favorevole al “lodo Iene” è la presidente del suo partito, Giorgia Meloni. “Guardi è una vergogna che il Parlamento sia chiuso in un momento come questo, noi come Fratelli d’Italia tutti i parlamentari hanno devoluto la loro intera indennità di marzo il punto è se ti pagano per non fare quello che dovresti fare, su questo siamo d’accordo...”. Quando le chiediamo di farsi portavoce della nostra proposta, per tutti i suoi colleghi parlamentari, dice: ”Mi volete far linciare dal Parlamento italiano”. Non si sottrae al confronto, dichiarandosi favorevole alla nostra proposta, neanche l’onorevole Vittorio Sgarbi, che però ci tiene a precisare: "I miei stipendi vanno ai miei figli e alle cause, faccio fatica ad arrivare a fine mese: verrò alla mensa de Le Iene!”. Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’ex ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli e il collega di partito M5S Stefano Buffagni sono d’accordo. “Lei lo sa proprio che il movimento 5 stelle già si taglia lo stipendio?", dice il ministro Bonafede, "per tagliarlo a tutto il parlamento abbiamo fatto la proposta”. L’onorevole cinque stelle ed ex ministro Danilo Toninelli è “entusiasta”: "Al 100% ci sto, ma di più, se non riusciamo a convincere tutti i partiti noi lo faremo da qua a fine legislatura, non due mesi”. Filippo Roma, in tempi di sacrifici e di rinunce per tutti, si pone anche un’altra domanda, solo apparentemente minore: come fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad avere i capelli sempre così perfetti visto che i parrucchieri sono chiusi? Un dubbio più che legittimo, che emerge anche dalle parole di Giacomo Sandroni, un parrucchiere che ci ha scritto: "È molto facile notare come il nostro presidente Conte è stato cliente di un parrucchiere o barbiere. Basti notare come il ciuffo sia della stessa lunghezza o addirittura più corto. Chiede sacrifici ma predica bene e razzola male. La legge è uguale per tutti”. Il premier, al microfono di Filippo Roma, ha la risposta pronta: “Le rivelo un segreto eccezionale, e siccome è un segreto e lei non mi crederà sono già disponibile alla prova: me li taglio da solo. Lei non ci crede, se vuole glieli taglio io, è una vecchia pratica che appresi durante gli anni dell’università, li tagliavo a tutti i miei coinquilini”. Passano pochi minuti dall’incontro e riceviamo la chiamata del suo portavoce Rocco Casalino, che dopo aver appreso il motivo, spiega:” Se li taglia lui, c’ha sta fissa qua. E infatti se li fa anche male, eh? Anche prima che chiudessero i barbieri ogni volta andava su, scendeva, diceva: ti piace il mio taglio? E io dicevo: ma come il tuo taglio? Diceva: no, mi sono andato a tagliare un po’... Lo criticavo perché secondo me non erano fatti bene, cioè secondo me doveva andare dal barbiere comunque”. Intanto, approfittando delle abilità nascoste del premier, gli abbiamo strappato una promessa: un suo taglio speciale con “una bella sistemata” per Filippo Roma!
Annalisa Chirico a Non è l'arena sulla Fase 2: "Il governo Conte è troppo debole, i virologi decidono per la politica". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. “Il governo è troppo debole per decidere, Giuseppe Conte non si assume la responsabilità neanche di esporre le sue idee, non l’ho sentito parlare di una strategia chiara”. Annalisa Chirico è molto critica dopo l’annuncio del premier sulla fase 2, che è stata praticamente delegata al comitato tecnico scientifico. “Per i virologi - ha dichiarato a Non è l’arena su La7 - probabilmente sarà possibile tornare liberi solo quando i contagi saranno pari a 0 o quasi. Questo è un punto di vista che comprendo, però la politica è una cosa diversa, deve assumersi responsabilità e fare scelte, altrimenti eleggeremmo i virologi in Parlamento”. Inoltre la Chirico ritiene che il governo stia commettendo un grosso errore sulla Chiesa: “In tutta Italia le persone non possono andare a messa, credo che sia una violazione di un diritto costituzionale”.
L’emergenza Covid 19 sta creando mostri giuridici. Claudia Porchietto de Il Riformista il 26 Aprile 2020. Parallelamente alla progressiva discesa della curva dei contagiati da coronavirus, stiamo assistendo ad una rapidissima esplosione di inchieste, giornalistiche e giudiziarie, sulle eventuali responsabilità nella gestione dell’emergenza sanitaria. La necessità di verità su come il sistema Paese abbia gestito l’emergenza è un sacrosanto diritto visto il numero dei cari che abbiamo perso e osservati gli sclerotici cambi delle linee guida che hanno purtroppo contribuito a disorientare l’opinione pubblica: portando a sommare il blackout delle informazioni ai disagi del lockdown. L’approccio però inquisitorio e al limite della “caccia alle streghe” non può che preoccupare perché come sa molto bene qualunque giurista la legislazione d’emergenza è capace di creare mostri giuridici che però possono avere conseguenze pesantissime sotto il profilo dei processi. È questo il caso dell’art. 42 secondo comma del D.L. Cura Italia che riconosce come infortunio il caso di infezione da Covid-19 contratta “in occasione di lavoro”. Questo articolo, nato per assicurare una copertura economica al lavoratore che contraeva il virus, rischia di tramutarsi in una vera e propria pistola puntata alla testa di quelle migliaia di imprese che hanno tenuto aperto in quanto considerate erogatrici di servizi essenziali. Così come scritto l’articolo infatti rischia di aprire infinite opportunità di contenzioso civile e penale anche per tutti quei datori di lavoro che si sono attenuti scrupolosamente ai protocolli imposti dal Governo. Chi può dire con certezza che l’eventuale covid-19 sia infatti stato contratto sul posto di lavoro? Si tratta di una vera e propria spada di Damocle inaccettabile visto che parliamo di quegli imprenditori che si sono sobbarcati sulle spalle di portare avanti il Paese in una delle sue pagine più buie. Non possiamo lasciare alla soggettività degli organi giudiziari la possibilità di scaricare sul mondo produttivo i costi di una pandemia che neppure l’Oms né l’Iss sapevano come affrontare, avendo più volte cambiato le proprie disposizioni. Il Parlamento deve intervenire per evitare che sull’impresa italiana si abbatta il rischio della presunzione di colpevolezza. D’accordo sull’accertamento dei casi di dolo e colpa grave ma si eviti di martirizzare quella classe imprenditoriale italiana che era già uscita in ginocchio dalla crisi del 2007/2009.
Arcuri distorce la storia paragonando il Coronavirus alla guerra. Alberto De Bernardi de Il Riformista il 26 Aprile 2020. «Tra l’11 giugno 1940 e il 1 maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale 2 mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 civili, 5 volte di più. Un riferimento numerico clamoroso. Oltre alla solidarietà che dobbiamo ai lombardi e alla consapevolezza della gravità dell’emergenza in quelle terre, dobbiamo anche sapere che stiamo vivendo una grande tragedia, non l’abbiamo ancora sconfitta». Queste parole la ha pronunciare qualche giorno fa il commissario nazionale Arcuri per rendere evidente la gravità dell’attacco pandemico sulla società lombarda. Che la situazione della pandemia da coronavirus in Lombardia sia gravissima è evidente, anche perché e un caso di studio a livello mondiale, ma non è necessario per colpire la fantasia dei destinatari diffondere un messaggio sbagliato che contiene errori cosi gravi da inficiare il valore stesso del messaggio. Essi derivano dal continuo tentativo delle autorità politiche e degli opinion makers di utilizzare il paragone tra le guerre mondiali e la pandemia, nella convinzione che esse costituiscano di per se una sorta di idealtipo dell’orrore, della violenza, della distruzione, tale da collocare immediatamente, senza altre mediazioni culturali, la tragedia del Covit-19 all’interno di uno spazio simbolico estremo e tragico. Ma come ci ha ricordato Sabino Cassese la pandemia non è una guerra, e quindi da quella comparazione derivano più fraintendimenti che spiegazioni, più confusione che chiarezza, anche perché il passato, al contrario di chi lo usa maldestramente, non ha nessuna autoevidenza immediata. La guerra infatti non è più una esperienza personale per la stragrande maggioranza della popolazione – anche chi ha 80 anni era troppo piccolo tra il ‘40 e il ’45 per avere dei ricordi solidi del conflitto -, che non sa cosa siano i bombardamenti, il razionamento del cibo, lo sfollamento, il coprifuoco. Ormai di quei fatti abbiamo una conoscenza scolastica e appartengono al bagaglio di conoscenze storiche, la cui profondità e rilevo soggettivo derivano dai nostri interessi culturali, dalle memorie familiari, dai media, con una forza evocatrice direttamente proporzionale al senso che quel passato ricopre nella nostra identità soggettiva. Arcuri, ignaro di tutto ciò e maneggiando in maniera maldestra la storia si avventura in una comparazione e già inciampa sui dati, perché mette a confronto i morti dei bombardamenti a Milano con i deceduti di Covit-19 nell’intera Lombardia; lo scopo comunicativo è evidente: fare emergere la forza distruttiva della pandemia assai superiore a quella del “benchmark” guerra mondiale. Ma se si paragonano le pere con le mele lo scopo salta anche perché se si opera sulla scala cittadina le distanze in questa triste contabilità non sono poi così forti. Ma al di la d questo errore statistico è tutta l’operazione a non avere senso. Se paragonare guerra e pandemia ha poco senso paragonare i decessi dei bombardamenti che sono una delle tante cause di morte della II guerra mondiale con quelli totali della pandemia produce un’altra distorsione, perché a Milano in quel quinquennio, mentre 2000 cittadini morivano sotto le bombe, altre migliaia morivano per l’assenza di medicine, di assistenza ospedaliera o di cibo, altri perché vittime innocenti della violenza dei tedeschi o dei fascisti. Inoltre La Milano di allora era una città disabitata perché soprattutto dopo i bombardamenti dell’agosto del ‘43 si era verificato lo sfollamento di massa di centinaia di migliaia di milanesi verso le campagne e in altre regioni per evitare di rimanere travolti dalla guerra. Infine non bisogna dimenticare che lo scopo dei bombardamenti non era uccidere i civili, ma distruggere i centri produttivi e le infrastrutture per colpire le capacità difensive e offensive del nemico: i morti erano un “effetto collaterale”, tragico in sé e per le dimensioni che assunse nell’ultimo biennio della guerra, dovuto alla imprecisione dei lanci. L’unica effettiva comparazione possibile riguarda la mortalità da covid-19 non tanto con quella dovuta alla spagnola aggravata dall’intreccio tra pandemia e Grande Guerra, ma con quella delle ultime due epidemie influenzali in tempo di pace, l’Asiatica del ’57 e quella del ’68-69. Ma questo lavoro avrebbe richiesto troppo lavoro ad Arcuri che si è accontentato di una operazione a grana grossa per stupire un uditorio dal palato poco raffinato.
Concetto Vecchio per “la Repubblica” il 22 aprile 2020. «In questi giorni mi capita spesso di pensare alla guerra. Avevo tredici anni e certe notti per la fame non riuscivo a dormire. Guardavo il soffitto e non mi addormentavo. Poi il conflitto finì, e io sentivo di essere già un uomo. Capivo che avrei dovuto fare uno sforzo immane per uscire da quella notte. E come me lo sapevano anche gli italiani. Tutto attorno a noi era in macerie, però ce l' abbiamo fatta, siamo diventati la quinta potenza nel mondo».
Professore De Rita, come faremo a uscire da questa notte?
«Lavorando duro. Ho quasi 88 anni e vado in ufficio al Censis ogni mattina. In questo momento nessuno dei nostri clienti pensa di affidarci una ricerca, hanno tutti la testa da un' altra parte, però cerchiamo di farci venire delle idee, per fare quei 50-60 contratti che ci danno da campare: altrimenti moriamo».
Bisogna rimboccarsi le maniche?
«Sì. Nel 1945 eravamo straccioni e lo Stato non poteva aiutare nessuno, al massimo qualche pensione di guerra e un po' di edilizia, eppure tutti si rimisero a faticare senza risparmiarsi».
Non è così stavolta? Nessuno vorrebbe dover stare a casa.
«Noto questo: si tende a delegare tutto allo Stato, anche la beneficenza. Mi ha colpito che le grandi imprese abbiano donato in buona parte alla Protezione civile. Abbiamo statalizzato la pandemia».
In una pandemia non deve pensarci lo Stato?
«Ma lo Stato non potrà farsi carico di 60 milioni di italiani».
Ma rischiamo un -15% del Pil.
«Proprio perché è una crisi così profonda, la si risolve con uno scatto di ognuno di noi. Nel 1963, quando lasciai lo Svimez per mettermi in proprio, cominciai a navigare in mare aperto in un settore difficilissimo come quello della ricerca sociale. So io la fatica che ho fatto. Èd è stata la fatica di una generazione».
Ma un ristoratore o un imprenditore che esporta ora che cosa possono fare?
«Li capisco, naturalmente. Ma io parlo in generale: prima o poi questa situazione si attenuerà, e bisognerà farsi venire delle idee. Tutta l'energia psichica è rivolta ai vertici. Non possiamo aspettare anche il bonus vacanze».
Gli italiani sono cambiati?
«C' è una stanchezza che viene da lontano e a cui ha contribuito anche un' élite al potere che non ha incitato alla vitalità dei soggetti: quasi un invito a non correre troppo. Col risultato che il povero si sacrifica e il ceto medio si lamenta o ha paura».
Che Paese stiamo diventando?
«Sovvenzionato ad personam. Era un' idea che non sfiorava la generazione della guerra».
C'è già un tracollo delle entrate fiscali.
«Ma con questa politica tra un anno lo Stato non avrà più un euro in cassa».
Lei conta sulla forza degli italiani. Non è l'ottimismo di un uomo agiato?
«Mi hanno sempre dato dell'ottimista ottuso, veramente. È stata la mia forza. Resto ottimista anche in questi giorni. Questo Paese l'ho visto crescere e sono cresciuto con lui: è un Paese straordinario».
Questa classe dirigente è all' altezza?
«Abbiamo una classe politica che fa le cose in base alle reazioni dei social. Ministri più protesi a fare un tweet azzeccato che a capire a fondo un dossier di dieci pagine: è l' accusa che ci fanno in Europa».
Non teme un' Italia ancora più rancorosa?
«La definizione del Censis sull'Italia del rancore coglieva il lutto per qualcosa che non c'era più: come due sposi che si separano e che litigano furiosamente perché non sono riusciti a salvare il loro amore. Ma il virus non è colpa nostra, stavolta non possiamo avere rancore: manca il coniuge separato».
Da cattolico come valuta la Chiesa?
«Ha dovuto chiudere le chiese, e si è creato un vuoto che pesa».
Cosa l'ha colpita del virus?
«Che non ne sappiamo nulla. All'inizio ci hanno detto di lavarci le mani e di tenere le distanze: due mesi dopo siamo ancora lì».
È una critica agli esperti?
«Non li giudico, ma la loro comunicazione sì. Osservo le conferenze stampa: sono molto autoreferenziali. Ogni esperto cerca di spiegare quanto è bravo».
Lei userà l'app?
«Io no».
E perché?
«Mi sembra un' esperienza inutile, che andava valutata prima. Leggo che è stata partorita da un comitato di esperti di settanta persone. Settanta!».
Conte ha delegato agli esperti?
«Vi colgo una furbizia. Ci si copre le spalle, "sentito il comitato tal dei tali", E poi la politica fa come gli pare».
Pensa che l' Italia ce la farà?
«Sì, ma servirà molto ardore».
Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 22 aprile 2020. Va detto con dolore, ma va detto: il miglior modo per salvare il buon nome del Parlamento, che è e deve restare il centro della democrazia, è quello di mostrarlo il meno possibile. Quando, come ieri, le tv ne trasmettono le sedute, il rischio è che chi vede e sente parlare i parlamentari, anche se animato dalla più fervida passione costituzionale, si domandi a che diavolo servano. Raramente avevamo assistito come ieri, prima alla Camera e poi al Senato, a uno spot più devastante contro la democrazia parlamentare. Salvo rare eccezioni, una catena di interventi miseri, sciatti, retorici, propagandistici, quasi sempre avulsi dall' ora drammatica che stiamo vivendo e asincroni rispetto alle urgenze della gente, mai come ora allergica agli autospot, alle bandierine e alle chiacchiere vuote. Quando poi ha preso la parola l' autorevole leghista Bagnai, che ha fatto a pezzi il Mes inaugurato dal terzo governo B. con dentro la Lega e ha descritto l' Italia di oggi come un plumbeo regime autoritario a mezzadria fra "la dittatura del proletariato" e "la dittatura della scienza", è apparso alle sue spalle Totò che, dal wagon lit, lo sbeffeggiava come l'onorevole Cosimo Trombetta: "Ah, lei sta in Parlamento? E la lasciano parlare? Onorevole lei? Ma mi faccia il piacere!". Una gaglioffata eguagliata dagli adepti della setta dell' Innominabile, che invocavano addirittura il "Mes senza condizionalità", con la stessa credibilità con cui Totò vendeva la fontana di Trevi, visto che al momento nessuno conosce le condizionalità del cosiddetto nuovo Mes. In tanta scempiaggine, è mancato purtroppo il contributo dell'italovivo Rosato, che però si era già superato l' altro giorno, ricordando gli attacchi ricevuti da Renzi a fine marzo, quando chiese "ora e subito" la fine del lockdown: "Noi non siamo molto amati dai commentatori, era tutto un diluvio di assalti alla baionetta. Nei giornali di oggi invece tutti parlano di come riaprire, ma nessuno cita la proposta di Renzi". Cioè: se il governo allenterà la quarantena dal 4 maggio, cinque settimane dopo la data indicata dall' Innominabile, è perché l' Innominabile voleva farlo cinque settimane prima. Se non avesse parlato lui, Conte si sarebbe scordato 60 milioni di italiani chiusi in casa per sempre. La tesi implica che Iv abbia depositato alla Siae la fine del lockdown. E non vorremmo che avesse pure il copyright sui solstizi e gli equinozi. Altrimenti il 21 giugno l' estate dovrà chiedere a Iv il permesso per iniziare. E salterà su Rosato a leccare lo Statista di Rignano che l' aveva previsto in tempi non sospetti. Anzi, se fosse stato per Lui, saremmo già a Ferragosto.
Nicola Porro per il Giornale il 7 aprile 2020. «Era un luminoso e freddo giorno di aprile»: così si apre 1984 di George Orwell. E in un luminoso e freddo giorno di aprile, il romanzo distopico (parola oggi molto di moda che banalmente si potrebbe tradurre in «utopia negativa») sembra descrivere la condizione di oggi. Lo scrittore inglese nel 1948 (da cui nasce il titolo, invertendo le cifre, 1984) immagina una Inghilterra dominata da un partito unico socialista. Era la fine della guerra, e l’Urss con la sua pianificazione economica e il controllo dell’informazione, affascinava molti intellettuali. Ma Orwell non ci cade: e ci disegna un mondo orribile. Pensate un po’ voi: in ogni casa c’è uno schermo che controlla e vede ciò che fanno i cittadini; e per strade ci sono i medesimi aggeggi che non si perdono un particolare. E poi pensi ai droni, usati con gusto dai nostri amministratori locali che si sentono sceriffi, per vedere i nostri spostamenti. E pensi a professori di importanti università che sono chiamati, in 76, a fare commissioni presso il ministero dell’Innovazione (Orwell è favoloso nell’inventare ministeri con nomi che evocano bellezza e nascondano tragicità, da quella della Verità a quello dell’Amore) per studiare il modo migliore per controllarci coi nostri telefonini. In fondo 1984 racconta di un’ipotetica terza guerra mondiale, ma cosa è questa nostra battaglia contro il Virus, se non un’emergenza simile? Attraverso i teleschermi il potere, nel romanzo, diffonde la sua verità: beh insomma, a guardare l’informazione unica del virus non siamo molto lontani. Fantastica l’idea del ministero degli Interni, che per Orwell si chiama Ministero dell’Amore che si occupa del nostro bene attraverso la «psicopolizia». Adesso non vogliamo apparire irriguardosi, ma quando ci fermano con il cane e ci chiedono: «Lei dove va? Quanto è in prossimità della sua casa? Quante volte è sceso?» in fondo non lo fanno per il nostro bene? Per l’amore che lo Stato ha per noi affinché non si venga contagiati… E anche oggi siamo pieni di «psicoreati»: dubitate delle mascherine, di cui dubitano anche loro, e siete fritti. Dubitate dell’efficacia del contenimento e siete degli untori. I runner sono diventati dei delinquenti in calzoncini, ma fino a ieri il Ministero della Verità ci aveva spiegato che un po’ di moto ci salvava dalla morte per sedentarietà. Ma, come in Orwell, il passato si cambia a piacimento. Si dimenticano Burioni&Speranza che minimizzavano o Conte che negava l’emergenza: ovviamente non sono i soli. Vale tutto. E chi è contro commette uno «psicoreato». E come per 1984 esiste una neolingua fatta di autocertificazioni, lockdown, assembramenti che hanno sostituito il diritto costituzionale a spostarsi, il diritto a uscire di casa e lavorare. Stiamo esagerando? Forse. Ma a scanso di equivoci, in questa quarantena, dategli una lettura. All’epoca c’era lo stalinismo, oggi la tirannia ha un’altra più garbata forma, ma il risultato non cambia.
Giacomo Amadori per “la Verità” il 17 aprile 2020. Dialogo autentico origliato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio. Usciere al piano: «Dotto', ha visto che cosa c' è disegnato sulle mascherine che ci hanno dato in dotazione?». Funzionario: «No caro. L' ho presa e l' ho messa nel cassetto, senza badarci». Usciere: «C' è un uccellino all' altezza della bocca. Dicono che il modello l' abbia scelto (biiip)». Non sveleremo il nome coperto da omissis di questo colloquio un po' licenzioso, ma dobbiamo riconoscere che chi ha ordinato le protezioni non manca di fantasia e senso dell' umorismo. Prima di Pasqua molti dipendenti dei palazzi del governo hanno ritirato mascherine di tipo chirurgico verdoline e bianche, ma anche un modello molto più fru fru, in tessuto non tessuto bianco e blu con una simpatica fantasia bucolica: api, farfalle, foglie e un paio di leggiadri volatili. Verrebbe da sorridere se non fosse che in nessuna parte del dispositivo di tutela ci sia traccia della provenienza. Non ci sono etichette e neppure l' indispensabile marcatura Ce, simbolo che significa marchio di Conformità europea e garantisce al consumatore la rispondenza del prodotto a tutte le disposizioni dell' Unione europea. Quelle in uso a Roma sono completamente anonime. Un' anomalia soprattutto in considerazione del fatto che dovrebbero far parte di una commessa ufficiale passata al vaglio o della Consip, la centrale acquisti dello Stato, o del Mercato elettronico della pubblica amministrazione (Mepa) e rispettare le norme previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza del lavoro. E, invece, sembra essere un mistero chi le abbia prodotte e dove (ieri da Palazzo Chigi non sono arrivate le risposte richieste). L' unica cosa certa è che ai dipendenti sono stati consegnati questi straccetti bicolori, mentre la stessa presidenza del Consiglio il 2 marzo ha avviato la procedura per 500 mascherine Ffp3, ben più sicure di quelle chirurgiche, essendo dotate di filtro. A chiederle, si apprende da una lettera inviata da Palazzo Chigi al quotidiano Il Tempo, non sarebbe, però, stato il premier Giuseppe Conte, né il suo portavoce Rocco Casalino, bensì la responsabile dell' Ufficio sanitario, Brunella Vercelli, la quale le avrebbe richieste «a protezione» del personale medico e infermieristico della presidenza del Consiglio, per il periodo dell' emergenza. Il fornitore è stato individuato in una ditta di Scorzè (Venezia) e lo stesso avrebbe promesso di farle arrivare a Roma entro 5 giorni lavorativi dalla stipula del contratto «a un prezzo congruo rispetto ai valori attuali del mercato (7,98 euro cadauna, Iva esclusa)». Ieri il portavoce del premier ha, però, precisato che le stesse non sarebbero ancora state consegnate al presidio sanitario. Ma se non c' era così tanta fretta, ci chiediamo se non convenisse attendere qualche giorno per fare rifornimento: ieri su Internet noi abbiamo trovato mascherine dello stesso modello alla più modica cifra di 1,44 euro Iva compresa, quasi sette volte in meno di quanto pagato dai non troppo parsimoniosi uffici governativi. Nei giorni scorsi il responsabile del dipartimento per i servizi strumentali di Palazzo Chigi, Paolo Molinari, che abbiamo contattato inutilmente nella giornata di ieri, attraverso i fornitori accreditati del Mepa, ha anche acquistato 11.600 mascherine chirurgiche, 1.250 litri di gel igienizzante e 310 confezioni da cento di guanti monouso in nitrile. Nell' ordine ufficiale d' acquisto di quest' ultimi si legge che sono stati comprati presso una ditta di Pomezia a «un prezzo congruo rispetto ai valori di mercato», anche se la cifra non è indicata. Tali ordini sono partiti prima delle gare Consip per acquistare i dispositivi di protezione destinati al personale sanitario e a tutti i cittadini italiani. Una decisione che ha suscitato qualche protesta, che Casalino ha prontamente rintuzzato, spiegando che l' approvvigionamento sarebbe stato deciso non su iniziativa della presidenza del Consiglio, ma in ossequio a una direttiva del ministero della Pubblica amministrazione datata 25 febbraio che «ha imposto a tutte le amministrazioni pubbliche l' adozione di misure di igiene e di protezione a beneficio di tutti i dipendenti e di tutti coloro che, a diverso titolo, operano o si trovano presso l' amministrazione». Ma se i vertici di Palazzo Chigi negano di aver deciso di mettere al sicuro i propri dipendenti prima di quelli degli altri ministeri o dell' intera cittadinanza, non possono negare di essere stati i più lesti nell' accaparrarsi le indispensabili forniture anti coronavirus, in attesa di ricevere ulteriori 32.400 mascherine chirurgiche. Una commessa che evidentemente non tiene conto del giudizio di Walter Ricciardi, il consulente del ministero della Sanità, Roberto Speranza, nonché rappresentante italiano presso l' Organizzazione mondiale della sanità, il quale ha dichiarato che quel tipo di protezioni «non servono» perché «il virus penetra attraverso la garza». Nell' attesa delle nuove scorte, a Palazzo Chigi possono sfoggiare i bavaglini con gli uccelli. Per la gioia degli spiriti più goliardici.
Fosca Bincher per “il Tempo” il 14 aprile 2020. L’ultimo ordinativo di mascherine chirurgiche (più di 30 mila) è partito lo scorso 9 aprile da palazzo Chigi, dove continuano a rimpinguare le scorte anche se la maggioranza assoluta dei dipendenti è a casa ad operare con lo smart working. Giuseppe Conte vuole sentirsi tranquillo nel bunker dove è protetto come quasi nessun altro in Italia. E nello stesso momento in cui iniziava a ordinare materiale sanitario di varia natura per quella sorta di San Giuseppi Hospital che ha creato ora all' interno della presidenza del Consiglio dei ministri, si è messo in condizione di lavorare da remoto con le migliori attrezzature presenti sul mercato. Qualcuno lo aveva colto guardando le foto -storie divulgate da Rocco Casalino sui video colloqui del premier con gli altri leader europei, ma c’è stata una sorta di rivoluzione tecnologica nell' ufficio di Conte con una serie mirata di previdenti acquisti ovviamente offerti al comandante capo dalle tasse degli italiani. Con una spesa di 16 mila euro sono stati infatti acquistati dalla Impianti spa «n. 4 sistemi mobili per la diffusione ambientale audio video degli inter venti in conferenza», e con altri 11,016,72 euro più Iva è stata acquisita «una piattaforma di web conference». Con una cifra minore - 1.865 euro oltre Iva - sono stati acquistati 5 televisori LG di ultima generazione da 55 pollici. Non che mancassero monitor e apparecchi, ma insomma per parlare a distanza con Angela Merkel ed Emanuel Macron si è scelto di dotarsi del meglio a disposizione nei magazzini della Consip (che per le forniture ha prezzi fortemente scontati). A trattativa diretta è stato strappato un prezzo di 3.600 euro più Iva per acquistare anche «quattro Poly con SoundStation Duo, cavetteria e adattatori oltre a dieci microfoni omnidirezionali», anche questi utili alle video conferenze di servizio. Poi siccome alcuni incontri si debbo no chiudere con la firma a distanza e non è possibile apporla con la stilografica vecchio stile, sono stati acquistati da Poste Italiane «cinquanta lettori smart cart per FIRMA OK per un importo presunto di spesa di euro 570 oltre Iva». Dalla Vrm Italia poi dopo avere stipulato un preventivo di 9.800 euro più Iva, sono stati acquistati «codec CISCOCS-KIT-K9 Room kit con microfono integrato, altoparlanti e touch10 pollici», «monitor professionale 4k da almeno 49 pollici e non superiore a 60 pollici, con almeno due porte HDMI» e «monitor da 24 pollici con almeno una porta HDMI». E ancora, acquistati dalla Sistemi Hs spa per 3 mila euro più Iva «trenta HPE X130 10G SFP+ LC SR Transceiver». A questo punto si è pensato anche ai dipendenti della presidenza del Consiglio che sono stati tenuti a casa per il lavoro agile a distanza. Nonostante i bilanci faraonici di palazzo Chigi in cui il capitolo informatica non è affatto dei più sottovalutati, si è scoperto che non c' erano a sufficienza le dotazioni tecnologiche necessarie per l' occasione. Così in fretta a furia la presidenza del Consiglio dei ministri ha bussato ai magazzini della Consip acquistando per i suoi dipendenti a casa 150 PC portatili a 1.015 euro l' uno, Iva compresa e 150 licenze di Office professional a 529 euro l' una, anche qui Iva compresa. La spesa totale è stata di 189.862,50 euro più tasse.
Franco Bechis per ''Il Tempo'' il 12 aprile 2020. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo avere dichiarato a fine gennaio l'emergenza sanitaria nazionale ha fatto quel che nei manuali era scritto in quei casi: cercare approvvigionamenti di materiale sanitario utile a proteggersi dal coronavirus, dalle mascherine ai guanti al gel, perfino i camici e le bombole di ossigeno. Solo che non ha pensato agli italiani, ma prima di tutti a se stesso e certo anche ai suoi collaboratori. Perché in pieno mese di febbraio, circa due settimane prima che il governo chiedesse a Consip di cercare di fare la stessa cosa per tutti gli altri italiani, sono iniziati con successo gli acquisti di Palazzo Chigi per proteggere Conte e chi lavorava con lui. E pensate. Mentre tutta Italia impazziva a cercare le mascherine che non c'erano in alcuna farmacia e solo per pochi giorni si trovavano on line a prezzi folli, mentre gli ospedali e le case di cura non riuscivano a proteggere medici e infermieri che rischiavano la vita, la presidenza del Consiglio ha messo da parte veri e propri arsenali con cui resistere nel bunker anche per lunghi mesi. Con lettera del 26 febbraio scorso ha acquisito la disponibilità da parte di un'azienda veneta di consegnare entro cinque giorni a trattativa diretta “500 mascherine APVR FFP3”, al prezzo di 7,98 euro cadauna, consegnate secondo programma da un'azienda veneta, la Kit ufficio di Scorzè (Ve). Alla stessa data e con gli identici tempi di consegna (cinque giorni) trovate per Conte & c anche 10 mila mascherine chirurgiche a un ottimo prezzo (0,20 euro l'una) assicurato da un'azienda del bergamasco, la Mediberg di Calcinate. Quindi ai primi di marzo palazzo Chigi aveva già le prime protezioni necessarie, e a quel punto ha potuto pensare anche agli altri italiani, chiedendo a Consip di fare una gara che è stata più o meno disastrosa, visto che una serie di lotti sono stati revocati e secondo il commissario agli approvvigionamenti sanitari, Domenico Arcuri almeno la metà dei quantitativi ordinati arriverà quando il coronavirus se ne sarà andato dall'Italia. Ma mentre gli altri italiani potevano attendere comodamente e medici e infermieri stavano in corsia infettandosi senza protezioni, alla presidenza del Consiglio dei ministri arrivavano altri carichi di ogni tipo di protezione per mettere in sicurezza sia Conte che i suoi collaboratori e ovviamente qualsiasi ospite dovesse presentarsi a palazzo Chigi. La bergamasca Mediberg nell'ultima settimana di marzo ha integrato l'ordine già eseguito a inizio mese con ulteriori 32.400 mascherine chirurgiche sempre al prezzo di 0,20 euro l'una. Sempre la stessa azienda a metà marzo per altro aveva consegnato a palazzo Chigi altre 1.800 mascherine chirurgiche da 0,20 e pure 900 “camici visitatore non chirurgico” al prezzo di 0,80 euro l'uno. Il 10 marzo sono arrivati invece da un'azienda del foggiano – la Cerichem Biopharm di Cerignola- 270 taniche da cinque litri l'una di gel disinfettante al prezzo di 16,50 euro per tanica, e al prezzo di 3 euro l'uno altri 50 “flaconi di sapone antibatterico da 500 ml con dosatore” e 130 “flaconi di gel disinfettante da 500 ml con dosatore”. Il 3 marzo invece a Palazzo Chigi una ditta di Pomezia, la Cipriani Utensiltecnica, ha consegnato 310 confezioni da 100 pezzi l'una di “guanti monouso in nitrile” per un prezzo complessivo di 1.500 euro. Anche le mani del premier e dei suoi così erano protette. Pochi giorno dopo un'altra ditta, la Alse medica di Roma, ha consegnato 330 “camici in TNT idrorepellente con rinforzo” al prezzo di 1.120 euro complessivi. Il primo aprile è arrivato da altri due fornitori non meglio specificato “materiale sanitario” per un totale di 7 mila euro. Con tutto quel gel, mascherine, guanti, camici le riunioni di Conte dovevano sembrare quelle di un gruppo di chirurghi in sala operatoria, e chissà quanti hanno accettato in queste settimane di indossare pure il camice per incontrare il presidente del Consiglio. Naturale che chi è alla guida dell'Italia debba essere protetto dai rischi, ma un po' meno accettabile è stato il fatto di pensare molto prima a chi era chiuso nel bunker di quel palazzo e solo dopo con grave ritardo agli altri italiani che ancora oggi faticano a trovare quelle protezioni. Nel caso di Conte si è pensato perfino al peggio. Tanto che l'ufficio medico chiamato ad assisterlo in caso di problemi, è stato dotato di ogni strumento utile ad affrontare anche l'ipotesi più respinta, quella della infezione del premier. Con grandissima previdenza fin dall'inizio della emergenza sanitaria dichiarata sono state ordinate per l'ufficio medico di Conte “4 bombole da litri 14, più n.7 bombole da litri 2 per fornitura di ossigeno terapia”. E poi 9 mila euro extra di farmaci che non vengono dettagliati nell'ordine, ma che devono essere speciali perché il loro acquisto ne ha comportato anche un altro da 2.500 euro: un ulteriore “frigorifero per la conservazione di farmaci e vaccini”. Con altri 8 mila euro comperati pure “n.2 defibrillatori semiautomatici DAE”, che hanno reso necessaria la stipula di un contratto con la Stryker Italia srl per la loro manutenzione (per 1.300 euro più Iva). Contratto analogo stipulato con la Mortara Instruments per la manutenzione di “n. 1 elettrocardiografo Mortara Eli 230 e n.1 elettrocardiografo modello Cardiette AR 2100 ADV per garantire il funzionamento ordinario dell'attività del servizio di primo soccorso”. Adesso possiamo essere certi: Conte è protetto e curato molto meglio a palazzo Chigi che dentro un qualsiasi ospedale italiano, ed è sicuro come nemmeno è capitato in Cina a Xi Jinping. Molto meno sicuri siamo tutti noi nelle sue mani.
La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa. Giulio Cavalli de Il Riformista il 7 Aprile 2020. Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È una politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani. È l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica, ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve. Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani sono molto più responsabili dei governanti e tutto questo non è confortante. La sensazione è che il Coronavirus sia un nuovo campo di battaglia partitica che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano. Il Covid Ospedale Fiera di Milano è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dell’assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare e comparire in qualche inquadratura di qualche tg nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica. Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’Inps. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione dell’Italia dal punto di vista digitale è disastrosa) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Ma nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché dell’avviso. Niente. Solo le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica. Anzi, non solo: il presidente dell’Inps Tridico addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi contemporaneamente. Che screanzati i cittadini che corrono per pretendere i soldi! Poi c’è un presidente del Consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire la polemica che nasce su presunte passeggiate con i figli come se fosse una questione di Stato. E per concludere il capo della Protezione Civile Borrelli, in conferenza stampa, ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dice così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che non hanno avuto accesso al tampone nonostante i sintomi. Una dichiarazione come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione. Pessima politica.
Massimo M. Veronese per “il Giornale” il 7 aprile 2020. Ci sono parole che spostano il mondo, frasi che segnano un confine tra ciò che è stato e ciò che non sarà più, discorsi che hanno più forza e potere di un gesto. Mai come oggi, il «Discorso alla nazione», di cui si è da poco celebrata la Giornata internazionale, è diventato la miccia di un futuro prossimo venturo o l' epitaffio che seppellirà carriere di potere, nell' era del nemico invisibile che non conosce confini e delle troppe parole che la civiltà globale disperde ai tempi dei social, demolendo l' impatto del messaggio forte e la sua capacità di trascinare le coscienze. Oggi c' è l' agghiacciante «preparatevi a perdere i vostri cari» di Boris Johnson, l' ansiogeno «l' Europa capisca la gravità del momento o sarà tardi» di Sergio Mattarella, il solenne «è la più grande sfida dalla seconda guerra mondiale a oggi» di Angela Merkel, fino al marziale «siamo un Paese in piedi di fronte a qualunque nemico», sintesi del più difficile discorso mai pronunciato dal giovane re di Spagna. Demolite le autorità istituzionali e morali dal chiacchiericcio quotidiano della rete sarà il tempo a dire cosa resterà degli appelli alla nazione e dei loro destini. Nel «Discorso», con «D» maiuscola, ci sono sempre regole di successo e tempi da rispettare come ha spiegato Christophe Boutin in Les discours qui cont changè le monde, i discorsi che hanno cambiato il mondo: far sentire speciale chi ti ascolta, toccare le corde dell' inconscio collettivo, fare leva più sul sentimento che sulla ragione. Tutto è calcolato anche l' improvvisazione. Poi molto dipende dal carisma, dall' energia nel dare spessore alle parole. Hitler era un mostro anche di oratoria, capace di infiammare le masse solo con la voce. Provava e riprovava gesti e parole davanti allo specchio, il meglio e il peggio di sé lo diede il 30 gennaio 1939, in cui proclamandosi profeta, annunciò per la prima volta in modo esplicito al Reichstag l' annientamento della razza ebraica in Europa. La Storia gli sarebbe crollata addosso. Anche Peron, era un magnifico oratore, capace di adattare le parole al pubblico che lo ascoltava, fiammeggiante e pragmatico, un maestro di retorica a cui gli argentini si ispirano ancora oggi. Prima di essere incarcerato all' isola Martin Garcia, il «peronismo» con un discorso alla radio che lo riporta a furor di popolo alla casa Rosada: «Voglio continuare a essere il colonnello Peron». E così sia. Ci sono luoghi che ispirano discorsi che non si perdono più e uno di questi luoghi è il Muro di Berlino. È qui che John Fitzgerald Kennedy, il 26 giugno 1963, due anni dopo la sua costruzione grida in tedesco il suo «Ich bin sin Berliner», «Io sono berlinese» che segna, più di un confine, la differenza tra il mondo della libertà e quello dell' oppressione. È qui che Ronald Reagan, due anni prima della caduta, scandisce chiare e forti a Gorbachov, allora ancora padrone dell' Urss, le parole «Tear down this wall!», «tiri giù questo muro». Non erano scritte nel testo del discorso ufficiale, si voleva evitare tensioni con il nemico di sempre, Ronnie invece fece di testa sua. Il Muro cominciò a creparsi lì. Altri discorsi diventano un mantra, entrano nel linguaggio comune, fatti a pezzi spesso in mille immagini diverse come il Che Guevara di Andy Warhol. Come l'«I have a dream» di Martin Luther King, Washington 28 agosto 1963, cinque anni prima di morire, 250mila persone: un discorso sull' uguaglianza diventato icona universale e slogan pubblicitario. «È dannatamente bravo» pare abbia commentato Kennedy davanti alla tv. I primi sette paragrafi del discorso erano stati preparati, poi il Reverendo mise da parte i foglietti e a braccio entrò nella Storia. Oppure l' orazione di Winston Churchill che il 13 maggio 1940 davanti alla Camera dei Comuni dove promise «blood, toil, tears and sweat», cioè «sangue, fatica, sudore e lacrime» riuscendo a dare coraggio a un paese spaventato. Non era la prima volta che pronunciava quelle parole, pochi sanno che il papà di quella frase era in realtà Giuseppe Garibaldi. Il giovane Churchill voleva scrivere la sua biografia. Non porta fortuna a Ben Gurion il discorso conciliante e pacifista con cui proclama lo Stato d' Israele a Tel Aviv il 14 maggio 1948: ventiquattr' ore ore dopo scoppia la prima guerra con i vicini arabi. Cambia i destini della guerra il primo discorso di Charles De Gaulle il 18 giugno 1940, appena nominato sottosegretario di Stato per la Difesa nazionale. Sulle onde di Radio Londra comincia L' Appel du 18 Juin con le parole: «Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà». Nulla sarà più come prima. Il «Discorso alla nazione» si è fatto cinema, e di successo, con Il discorso del re, la storia, vera, di Giorgio VI, il re balbuziente e del suo logopedista Lionel Logue. E di Charlie Chaplin nel Grande Dittatore, il discorso più famoso della storia del cinema «una sorta di Discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln in inglese hollywoodiano, uno dei messaggi di propaganda più forti che abbia sentito», scrisse George Orwell. Rimane a memoria futura il «siate affamati, siate folli» letto da Steve Jobs ai neolaureati di Stanford. Oppure il «fatti il letto la mattina» dell' ammiraglio William H. McRaven ai laureandi dell' Università del Texas, un cult su internet. «Le piccole cose che cominciate cambieranno il mondo, nulla importa se non la vostra voglia di riuscirci: se non riuscite a fare bene le piccole cose non sarete mai in grado di fare le cose importanti». Sembra scritto per questi tempi reclusi.
Giuseppe Conte è inadeguato a guidare l’Italia (ma è il nostro inadeguato). Christian Rocca il 9 marzo 2020 su linkiesta.it. Nemmeno Mandrake riuscirebbe a gestire l’epidemia di coronavirus, ma il team di Palazzo Chigi non è autorevole, proietta insicurezza e genera ulteriore caos commettendo errori da dilettanti della comunicazione. Ma una volta prese le decisioni, non ci resta che eseguirle (e incrociare le dita). Giuseppe Conte è inadeguato a guidare l’Italia. E con lui Rocco Casalino e quella banda di babbei a Cinque Stelle che gli italiani hanno mandato al governo incuranti del pericolo che ci avrebbero fatto correre. Non c’era bisogno di questa catastrofe sanitaria, sociale ed economica per accorgersi della loro inadeguatezza, bastava l’ordinaria amministrazione. Se a Palazzo Chigi ci fossero Superman e Mandrake, nemmeno loro sarebbero in grado di risolvere la questione. Quindi sia chiaro che, finché c’è in corso l’epidemia, al governo saranno anche babbei, ma sono sempre e comunque i nostri babbei. Ecco, basterebbe che non facessero circolare bozze di decreto da stato di guerra, scomparendo per ore e convocando conferenze stampa alle due di notte. Non gli si chiede molto, gli si chiede di prendere decisioni e di non generare caos e panico ulteriore, tanto più che qualche giorno fa hanno fatto lo stesso patatrac con il decreto sulla chiusura delle scuole, prima diffuso, poi smentito, poi confermato dopo quattro ore di sconcerto generale. Se serve comunicare con i governi locali per definire i dettagli di un decreto restrittivo da zona rossa ci sono modi più istituzionali delle chat di Whatsapp. Mi pare di ricordare che esistano i Prefetti, i rappresentanti del governo centrale, non credo che Casaleggio li abbia ancora sostituiti con Rousseau. Conte è inadeguato perché da un paio di settimane comunica in modo rapsodico ansia e rassegnazione, mobilitazione e calma, prima apre e poi chiude, poi riapre e poi richiude, molto spesso accosta e socchiude, proiettando debolezza e nessuna autorevolezza, lasciando disorientati i cittadini che infatti affollano sia i ristoranti per socializzare sia i treni per scappare. Il suo ministro dello Sport, l’altro grillino Vincenzo Spadafora, non è riuscito a fermare il campionato di calcio, per dire della considerazione e del credito che ha il governo. Un governo che con Luigi Di Maio, ancora martedì scorso, diceva ufficialmente alla Farnesina che non bisognava chiudere le scuole nelle regioni dove non è necessario perché altrimenti si sarebbe comunicato al mondo che c’è un problema laddove non c’è. Contemporaneamente, il guru grillino Davide Casaleggio, che ieri parlava alla Rai di blockchain come Maria Antonietta di brioche, scriveva sul Sole 24 Ore, organo di quegli altri unfit di Confindustria, che il coronavirus «potrebbe, infine, anche essere l’occasione di testare il voto online per i comuni dove non sarà possibile recarsi ai seggi per il referendum di fine marzo». Come no. Stiamo vivendo l’11 settembre, stiamo entrando in depressione economica, affrontiamo inauditi problemi di ordine pubblico e sanitario e siamo nelle mani di Rocco Casalino. Per fortuna, nelle stanze dei bottoni pare che qualche adulto ci sia, da Roberto Gualtieri a Dario Franceschini, ma il problema italiano è quello di avere il governo che ha, un governo tampone, e per non farci mancare niente un’opposizione altrettanto populista e altrettanto inadeguata. La solidarietà nazionale è la strada ovvia e necessaria. Speriamo bene.
La casa brucia ma gli inquilini litigano. L’emergenza mostra l’interpretazione caricaturale che viene data dei ruoli di governo e opposizione da parte degli attori in scena. Montesquieu su ilsole24ore.com l'11 aprile 2020. La casa degli italiani brucia, forsennatamente, senza tregua. Toccherebbe agli amministratori del condominio, rappresentanti di un popolo sempre meno sovrano e solo formalmente responsabile della loro scelta, spegnere questo incendio, anziché continuare, altrettanto forsennatamente, a darsele di santa ragione. Oggi, si tenta di dividere ulteriormente gli italiani tra una opposizione che(come avevamo previsto), dopo avere inscenato una parodia grottesca della solidarietà che si impone quando la casa brucia, non ha mai sotterrato l’ascia di guerra; e un’inopinata guida del governo, incolpevolmente impreparata alla bisogna e non pienamente cosciente della responsabilità di unire e unificare, che il ruolo gli impone. L’occasione, invece, presenta un’unica opportunità, proprio e solo nel mostrare la caricaturale e drammatica interpretazione che viene data da tutti gli attori in scena, dei nobilissimi ruoli, ugualmente nobili e necessari, di governo e opposizione. Poi, a ben guardare, c’è un terzo soggetto, erede delle migliori tradizione della nostra storia repubblicana , per di più al governo con svariati ministri. Ma bisogna guardare con molta attenzione, quasi al microscopio, per accorgersi che sulla scena non ci sono solo questo capo del governo e questa opposizione. Non è difficile immaginare lo stato d’animo di Sergio Mattarella, regista inascoltato della politica italiana, a cui è capitato di dover tenera a bada un cast a tal punto litigioso e incosciente. Una cosa, umilmente, vorremmo che a questo punto facesse, lui difensore infaticabile della Costituzione, oltre a richiamare alle rispettive responsabilità un gruppo gravemente inadeguato. Spiegare agli elettori, anche per il futuro, cosa chiede la costituzione ai loro rappresentanti, oggi divisi in maggioranza e opposizione, svelando per una volta la mediocre trama di questa messa in scena. Così, come sa fare lui, con il suo senso dello Stato e delle istituzioni, con la sua sapiente misura. I cittadini hanno diritto di sapere che della sovranità che gli affida la costituzione sono stati espropriati, e non da oggi, da piccole prepotenti oligarchie.
Ma quale opposizione, questa è un’altra cosa. Da Paolo domenica 12 aprile 2020 su agoravox.it. In qualsiasi consesso civile chi è al governo governa e si assume la responsabilità dei provvedimenti e degli atti politici che compie e chi è all'opposizione fa opposizione, criticando anche aspramente le decisioni che vengono prese, qualora le ritenesse sbagliate. Un banale esercizio di democrazia. In Italia, e non solo al tempo del coronavirus ma anche prima, abbiamo una opposizione che tenta di ribaltare le posizioni costituzionalmente stabilite con tutti i mezzi possibili, anche per nulla leciti come la marea di fake news con le quali inonda i media compiacenti; ovvero tutti salvo eccezioni che si contano sulle dita di una mano. Perché la turbo finanza predatoria nostrana, incidentalmente è anche proprietaria di tutti i mezzi di informazione più importanti e, siccome abituata a favori e prebende, questo governo non piace perché non corrobora le loro aspettative. O meglio non piace il premier Conte, giudicato un parvenu inadeguato, a prescindere da quello che fa, e soprattutto non piace nella coalizione di maggioranza quella a riferimento M5S. Ergo questi soggetti politici devono essere abbattuti secondo la machiavellica prassi che " il fine giustifica i mezzi". Ieri sera alle ore 19,30 circa il premier Conte è comparso, suo malgrado, sugli schermi televisivi per fornire precisazioni sul suo operato a fronte di pesanti attacchi da parte dell'opposizione. E' apparso insolitamente teso e contrariato nel denunciare la massa di fake news che stanno investendo il suo disperato tentativo, per molti ritenuto una "mission impossible", di far digerire gli Eurobond ai recalcitranti tedeschi e compagnia bella. Lo accusano di avere già firmato per accettazione il MES (meccanismo europeo di stabilità) e quindi di alto tradimento e di avere svenduto il paese. Insomma cosucce non da poco. Con voce che tradiva una certa rabbia ha detto "adesso però, questa volta ed in via eccezionale, devo fare nomi e cognomi di chi mette in giro queste fake news". E indovinate un pò chi sono? Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Chi l'avrebbe mai detto. Facendo uno strappo alla suo abituale aplomb da primo ministro, ha incolpato direttamente i due del tentativo di "avvelenare i pozzi", ovvero di tentare di ostacolare il suo tentativo in sede europea, raccontando colossali balle al popolo italiano. In particolare sul MES, smentendo categoricamente le dichiarazioni dei due complottisti che lo accusano di averlo già sottoscritto, e ribadendo la sua ferma posizione sugli Eurobond. Nell'occasione ha ricordato agli italiani che il tanto vituperato MES è stato sottoscritto dal centro destra nel 2011, governo Berlusconi con Giorgia Meloni allora ministro. Infine ha stigmatizzato il fatto che avere una opposizione in perenne stato di guerra, non deponga a favore del suo tentativo in sede europea, che invece richiederebbe una unità nazionale. Parole al vento.
Volete un esempio, eccolo: Gruber su La 7, ospiti tra altri Alessandro Sallusti, condannato al carcere con sentenza 41249 della Suprema Corte con la motivazione "Spiccata capacità a delinquere", successivamente graziato dal presidente Giorgio Napolitano. Sallusti, direttore del Giornale, è notoriamente nemico acerrimo di questo governo sul quale spara a palle incatenate un giorno si e l'altro pure. Altro presente nella trasmissione Gianrico Carofiglio, oggi scrittore ma ex magistrato, politicamente con lo sguardo a sinistra. La discussione subito parte su Conte, la sua azione in Europa e le manovre di disturbo che sta conducendo il centro destra, con metodi diciamo a dir poco disdicevoli. Ad un certo punto Carofiglio, nel disperato tentativo di far capire a Sallusti quello che sta avvenendo, si lancia in un esempio " è come se un guidatore di un autobus (Conte) che procede lungo una discesa piena di curve pericolose, fosse costantemente disturbato da passeggeri indisciplinati ( Salvini- Meloni), lei che farebbe? Risposta incredibile "cambierei autista" . Che chiarisce meglio di ogni cosa l'obiettivo che frulla nella testa, se così possiamo definirla, di questi intemerati fautori dello sfascismo ad ogni costo. Togliere di mezzo Conte. Punto. Nel frattempo il duo Salvini - Meloni, evidentemente piccati dalla reazione di Conte, chiamano il presidente Mattarella, denunciando come " fatto gravissimo "( ?!) le parole del premier e un " vero attacco alla democrazia" (Salvini). E se non bastasse il direttore del TG de La7 Enrico Mentana, uno che si autoproclama pluralista, se ne esce con questa dichiarazione " Se l'avessimo saputo, non avremo mandato in onda quella parte della conferenza stampa". Alla faccia della trasparenza. Insomma a Conte, oggetto di perenni attacchi sgangherati da parte dei suoi avversari, non viene riconosciuto alcun diritto di replica, non si sa bene in virtù di quale principio; neanche quando le accuse a suo carico sono palesemente false. L'informazione, secondo questi "democratici", consiste nel poter infangare il prossimo senza però riconoscergli il diritto di difendersi, soprattutto se oggetto degli attacchi è il capo del governo. Una tesi alquanto bizzarra ma che la dice lunga sul clima politico che stiamo vivendo. Con l'aggravante di un paese sotto schiaffo per il coronavirus e cittadini sull'orlo di una crisi di nervi. Complimenti.
Salvini e Meloni due zombie, invece di infilzare il governo vogliono un posto a tavola. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 11 Aprile 2020. Con queste epidemie, signora mia, non solo non ci sono più le mezze stagioni, ma neanche si sa più che cosa sia una democrazia, avrebbe detto Arbasino. Giovedì sera il loquace e competente viceministro alla Sanità Pierpaolo Sileri (un medico che ci capisce) diceva quel che diciamo da venti giorni: ci sono quasi ventimila morti, morti non obbligatori, non tutti dovuti al sacrificio umano per il malvagio virus e, – diceva il vice ministro pentastellato – poi faremo i conti, troveremo chi ha commesso errori e che merita di essere punito. Queste parole erano di uno che sta al governo, non all’opposizione. E allora mi sono chiesto che cosa stia facendo l’opposizione di fronte a un disastro mondiale come quello in cui brancola l’Italia col primato assoluto dei morti, mentre si scopre che non c’è nessun picco raggiunto, ma soltanto propaganda e molte bugie. Sarebbe bene che qualcuno ci spiegasse che cosa fa e dove si trova l’opposizione. Provate a immaginare che una disgrazia come questa del Covid19 fosse capitata ai bei tempi dell’Italia rusticana a fronti contrapposti. Vedo i titoli dell’Unità e dell’Avanti urlare: “Via il governo degli incapaci e dei massacratori, dimissioni subito!”. Forte discorso di Palmiro Togliatti, passaggio a Pietro Nenni, raccoglie Saragat che in parte si smarca, interviene Pajetta, si erge Almirante, Moro dice non ci faremo processare sulle piazze per un virus, di notte attacchini fantasma sfuggono alle camionette della Celere di Mario Scelba ministro degli Interni, per incollare manifesti con scritto: “Dimissioni! Via il governo della morte, via il governo che uccide medici, infermieri e anziani. Commissione d’inchiesta subito!”, avrebbero tuonato alla Camera e in Senato, con appello e delegazione dal presidente della Repubblica. E invece? Le belle statuine. Le opposizioni si schierano col governo e si mettono in posizione di raccogli-briciole: abbiamo chiesto più soldi, ma loro non ci vogliono sentire, e non si può andare avanti così, e però che maniere, per poi prendersela tutti insieme cantando il coro del Nabucco con la stramaledetta Europa di Bruxelles che sostituisce la perfida Albione, e poi sempre i tedeschi che si permettono di scrivere che in Italia la mafia è a fauci aperte aspettando la buona pioggia dei provvedimenti a pioggia e allora noi, tiè e vaffanculo, gli diciamo nazisti, siete sempre nazisti, agli olandesi gli strilliamo caciocavallo e tulipano marcio e si fa a chi è più antieuropeo con Paperino Di Maio che strillazza dalla Farnesina mentre la Meloni – come ricordava ieri la nostra Bergamini – dimentica che i suoi amici olandesi sono i nostri peggiori nemici e tutti fanno un casino di mezza tacca, fra brusio e broncio: ci avevate detto che potevamo stare a tavola e invece non c’era per noi neanche la salvietta. Uno spettacolo da democrazia morta ammazzata, finta, inerte, perché hanno vinto quelli che cominciarono con lo spargere merda su Parlamento e parlamentari, gli antipolitici, quelli delle monetine, del popolo dei fax, quelli che solo loro erano i manettari della società civile, quelli che dicono cittadino anziché persona, quelli che i premier li tirano fuori a sorteggio fra gli amici loro e poi li portano a piedi con la valigia al Quirinale, quelli che uno vale zero, quelli che i maiali (Orwell) sono tutti uguali ma in quanto leader sono più uguali degli altri. Hanno vinto loro. Non c’è più non dico la rivoluzione ma l’indignazione non a comando, quella spontanea per sussulto etico. Ma come, nessuno chiede la caduta immediata di un governo che ha fatto da becchino a ventimila cittadini di questa Repubblica e nessuno dice a Mattarella che è ora di far gestire questa crisi in maniera più decente, come hanno fatto i coreani, i tedeschi, quelli di Taiwan. La strage poteva e può essere fermata anziché essere nascosta nelle conferenze stampa alla Kim Il Sung (padre) in cui non si dice subito quanti morti abbiamo avuto oggi ma si blatera sui guariti. Questa classe dirigente che è al governo sta dando di sé uno spettacolo pietoso, tremulo, i democratici schiacciati sui grillini, tutti aggrappati alla cadrega, tutti a far finta che viviamo nella migliore delle epidemie possibili. E l’opposizione? Dov’è l’opposizione a questo governo che sa soltanto far finta di contare i guariti e nascondere i morti? Perché non dice che una intera classe medica, paramedica e ospedaliera è stata mandata a morire senza mascherine dopo aver imposto la balla secondo cui le mascherine non servono, sono antigovernative. E i liberali! dove sono, dove abitano, che fine hanno fatto i liberali? Forse li hanno gasati, non si sa. Salvini, questo gran Capitan Fracassa, ha detto che le chiese dovevano restare aperte per esporre i fedeli al brivido del miracolo. E urla anche lui soltanto contro i tedeschi e l’Europa. Scartato. Ma i liberali, gli uomini liberi, le classi dirigenti che una volta stavano con Craxi, con i comunisti senza tre narici, con i democristiani che guardavano ad Occidente come Cossiga, non hanno discendenti politici? Mai l’aula è stata più sorda e grigia e bivacco dei manipoli nello strame delle parole vaghe e confuse, nell’incertezza dei ministri inadatti, della pazzia di fare come la Cina senza averne i poteri polizieschi e poi fare lo scaricabarile sul pio istituto Trivulzio che è l’ultimo nella catena di comando della catastrofe. Ma nessuno ha da ridire? Politicamente? Tutto è ridotto soltanto al grande dibattito di come riaprire il Paese la cui economia è paralizzata, ma senza il passaggio obbligato del giudizio di Dio e di un governo competente fatto di politiche intelligenze? Chi è di questa classe dirigente che sa provare la propria innocenza camminando sui carboni ardenti? Certo, il tema della ripresa è centrale, la produzione deve ripartire, le aziende fanno benissimo a premere per rimettere in moto la baracca. Ma la politica avrebbe dovuto e ancora dovrebbe istituire presidi sanitari dentro ogni azienda e fabbrica per tutelare sia la produzione che la salute dei cittadini e fare questi maledetti tamponi con le nuove macchine che impiegano un’ora. E invece nessuno dice niente. Dall’opposizione, non un fiato. L’unica cosa che sentiamo è: lasciateci un posto a tavola, ricordate che anche noi teniamo famiglia elettorale e qualche piatto di minestra dobbiamo pur incassare se vogliamo restare vivi. Ascoltate almeno un uomo di questo governo: il viceministro pentastellato Sileri il quale dice poi faremo i conti, verrà il momento in cui qualcuno dovrà rispondere di questo mattatoio, lui, il viceministro in carica, per fortuna multi-gettonato dalle televisioni perché parla con dignitosa competenza e persino con suicida dignità. Il Covid19 (forse) si ritirerà, ma chi troverà fra le tombe senza nome quella della democrazia crepata in qualche abbandonata Rsa (struttura residenziale anziani) della Repubblica italiana?
· Fase 2? No, 1 ed un quarto.
Alessandro Oppes e Anais Ginori per “la Repubblica” il 28 aprile 2020. È il giorno del déconfinement presentato dal premier francese Edouard Philippe e della desescalada lanciata dal leader spagnolo Pedro Sánchez. I due Paesi, colpiti dall' epidemia dopo l' Italia che ha avuto il lockdown più lungo, avviano oggi la loro Fase 2. La fine del confinamento in Francia prevista l' 11 maggio sarà decisa con un decreto nazionale che potrà essere adattato a seconda delle realtà locali. Anche se la task force che studia il piano aveva ipotizzato un' applicazione per regioni, Emmanuel Macron ha scelto la soluzione giacobina, ovvero un' unica cornice in cui saranno ammesse deroghe a livello territoriale. La cartina dell' epidemia divide la Francia in due, con una linea invisibile che va da Brest a Lione: in alto è profondo rosso di contagi e decessi, sotto un mosaico rosa chiaro, con zone in cui addirittura non si registrano morti come il Cantal, felice provincia famosa per il formaggio. La Spagna, dove non si conosce ancora la data ufficiale d' inizio della desescalada , ha scelto una riapertura "asimmetrica", termine usato dall' esecutivo Psoe-Podemos. La ripartenza sarà scaglionata per province, a seconda dell' andamento dei contagi e della situazione sanitaria. In Andalusia, tra le regioni che hanno sofferto meno la diffusione del contagio, il presidente regionale Juan Manuel Moreno (Partito Popolare) ha chiesto una corsia preferenziale per la riapertura in tutto il territorio, indicando già le date: cerimonie religiose dal 3 maggio, negozi dall' 11, bar e ristoranti il 25. Anche se Italia, Francia e Spagna hanno varato il lockdown a pochi giorni di distanza, l' uscita e la ripresa seguirà tempi e modi diversi, come succede altrove nel mondo, dal Cile che ha cominciato a rilasciare la "patente immunitaria" alla Nuova Zelanda, primo Paese ad aver annunciato ieri "zero nuovi contagi". La Spagna ha adottato dal 14 marzo scorso uno dei regimi più rigidi di confinamento al mondo. Nessun diritto di passeggiata, neppure nelle vicinanze di casa. I bambini e i ragazzi minori di 14 anni hanno finalmente avuto da domenica scorsa il via libera a "un' ora d' aria" al giorno, sempre accompagnati dai genitori. Il 2 maggio sarà possibile per tutti i cittadini riprendere le passeggiate e l' attività sportiva all' aperto, nel rispetto delle norme di distanziamento sociale. Il resto lo definirà il governo a partire da oggi, ma bisognerà attendere almeno l' 11 maggio per l' applicazione delle nuove norme. La Francia ha scelto il 17 marzo un confinamento all' italiana, copiando da noi anche l' autocertificazione per motivare alcuni spostamenti, ma ha cominciato ad allentare le misure già a metà aprile quando è ripresa l' attività in alcune fabbriche. Negli ultimi giorni sta ripartendo il settore edilizio. Un simbolo è il cantiere riaperto ieri a Notre-Dame. Dall' 11 maggio c' è via libera per tutti i negozi, compresi parrucchieri, centri estetici, fiorai. L' attività di ristorazione dovrà invece aspettare ancora, probabilmente a giugno. In Spagna, dopo due settimane di "ibernazione" (come è stata definita dal governo), già il 13 aprile è stata permessa la ripartenza di alcuni settori dell' economia non essenziali, dall' edilizia all' industria e alcuni uffici. Sulle scuole la Francia è l' eccezione nel Club Med. A sorpresa, Emmanuel Macron ha infatti annunciato il ritorno in classe dall' 11 maggio, seguendo Germania e Paesi nordici. Si comincerà con la prima e quinta elementare per proseguire a scaglioni con medie e liceo fino al 25 maggio. Il comitato scientifico era opposto a questa decisione, auspicava la ripresa a settembre come in Italia. Macron ha deciso diversamente, per una volta non ascoltando gli scienziati. Il parere del comitato - pubblicato nel weekend - viene ora usato tra chi si oppone al ritorno in classe, dai sindacati di insegnanti ai genitori, tutti preoccupati dai rischi sanitari. Il governo spagnolo è stato finora più prudente. Il ritorno in classe potrebbe essere volontario, dando la priorità agli studenti più vulnerabili. In particolare a quelli che, in questo mese e mezzo di confinamento, non h anno avuto la possibilità di seguire i corsi online. Per oggi si attendono nuove indicazioni dal premier Sánchez.
Coronavirus Italia, le mascherine sono obbligatorie? Tutto quello che c'è da sapere. Tg24.sky.it il 4 maggio 2020. Tutte le domande e le risposte sui dispositivi di protezione individuale. Le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, quelle del ministero della Salute e le novità dell'ultimo decreto per la Fase 2. In Italia dal 4 maggio è cominciata la fase 2 dell'emergenza coronavirus, un periodo in cui sarà possibile uscire di casa, ma in cui occorrerà anche munirsi di mascherine. Cosa sappiamo di questo dispositivo di protezione? Le mascherine sono obbligatorie oppure no? Quando devono essere usate e come? Quali sono le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità? Ecco tutto quello che c’è da sapere sui dispositivi di protezione, dopo le ultime novità introdotte dal dpcm del 26 aprile 2020.
Le mascherine sono obbligatorie? Secondo quanto riportato all’articolo 3 del dpcm, “ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza”. Quindi sì, c’è l’obbligo in tutti i luoghi chiusi e nelle situazioni in cui non è possibile mantenere la giusta distanza.
I bambini devono indossare la mascherina? Per quanto riguarda i bambini, nella fase 2 la mascherina è obbligatoria solo per i maggiori di 6 anni, anche se quelle per i più piccoli sembrano essere più difficili da trovare in farmacia. Le mascherine pediatriche – che possono essere colorate, sagomate, con i disegni animati - per essere sicure, devono aderire bene al naso e alla bocca del bambino. Hanno dimensioni più piccole rispetto a quelle degli adulti e delle proprietà specifiche indispensabili.
Qualcuno è esonerato? Sì, il decreto ha stabilito alcune eccezioni: oltre a quella già menzionata per i bambini al di sotto dei sei anni, sono esclusi dall'obbligo anche "i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti”.
Ci sono Regioni in cui sono previste regole diverse? Sì, alcune regioni (come ad esempio Toscana, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Calabria e la Provincia autonoma di Bolzano) hanno disposto mediante specifiche Ordinanze regionali l’obbligo di coprire naso e bocca ogni volta che ci si reca fuori dall’abitazione.
Quali mascherine possono essere usate? Su questo punto è concessa ampia flessibilità, purché il dispositivo di protezione assolva correttamente la sua funzione: “Possono essere utilizzate mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”.
Come devono comportarsi gli esercizi commerciali? Gli esercizi commerciali, in quanto luoghi chiusi, dovranno garantire il rispetto della misura di protezione per tutti i clienti e dunque: “Utilizzo di mascherine nei luoghi o ambienti chiusi e comunque in tutte le possibili fasi lavorative laddove non sia possibile garantire il distanziamento interpersonale”.
Dove sarà possibile acquistarle? Le mascherine saranno disponibili in farmacie, parafarmacie, ma anche supermercati, tabaccai, ferramenta e grandi catene di distribuzione. Si inizia con 50mila punti vendita, ma dalla metà del mese di maggio i punti vendita diventeranno 100mila, uno ogni 600 abitanti. A partire da lunedì 4 maggio è stato fissato un prezzo di vendita a 50 centesimi più Iva per ogni mascherina, in modo che anche una famiglia con figli abbia la possibilità di acquistare mascherine per tutti. Sono stati sottoscritti accordi con le farmacie, le parafarmacie, ma anche i supermercati, i tabaccai e le grandi catene di distribuzione per incrementare i punti vendita in cui saranno disponibili le mascherine al prezzo fissato.
Quali sono le indicazioni dell’Oms? L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda in ogni caso di indossare una mascherina quando c’è anche solo il sospetto di aver contratto il nuovo coronavirus o siano presenti sintomi quali tosse o starnuti. Medesimo discorso per chi si sta prendendo cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus. L'Oms specifica anche che l’uso della mascherina aiuta a limitare la diffusione del virus, ma deve essere adottata in aggiunta ad altre misure di igiene, dai gel ai guanti.
Come mettere e togliere la mascherina? Nelle operazioni per mettere o togliere la mascherina occorre seguire le indicazioni del ministero della Salute: prima di indossarla, lavarsi le mani con acqua e sapone o con una soluzione alcolica; coprirsi bocca e naso con la mascherina assicurandosi che aderisca bene al volto; evitare di toccare la mascherina mentre la si indossa e, se la si tocca, lavarsi le mani; quando diventa umida va sostituita con una nuova; togliere la mascherina prendendola dall’elastico e non toccare la parte anteriore della mascherina; gettarla subito in un sacchetto chiuso e lavarsi le mani.
Cosa si intende con le classificazioni FFP? Oltre a quelle chirurgiche, le mascherine in commercio vengono classificate in tre diversi livelli di protezione: FFP1, FFP2, FFP3. Le FFP1 garantiscono una protezione dall’esterno verso l’interno e viceversa del 72%. Per le FFP2 la capacità filtrante in entrambe le direzioni è del 92%. Le FFP3 infine hanno una capacità filtrante verso l’interno e verso l’esterno pari al 98%.
Meglio le mascherine chirurgiche o le FFP2? In tal senso non sono previsti obblighi, ma le mascherine FFP2 servono per evitare il passaggio del virus in entrata e sono necessarie per il personale medico e per chiunque avesse a che fare con malati covid. In tutti gli altri casi sono sufficienti le semplici mascherine chirurgiche, che evitano il contagio in uscita. Ministero della Salute e Oms specificano inoltre che “non è utile indossare più mascherine sovrapposte”.
La mascherina è obbligatoria per correre? Per chi si reca fuori dall'abitazione per correre non è obbligatorio indossare la mascherina. Alcune regioni, come la Lombardia o il Veneto, specificano però che va indossata prima e dopo l'attività motoria o sportiva. In ogni caso, durante l'attività fisica, ha spiegato il governo, è obbligatorio rispettare la distanza interpersonale di almeno due metri, se si tratta di attività sportiva, e di un metro, se si tratta di semplice attività motoria.
Come non fare appannare gli occhiali indossando la mascherina? Il primo accorgimento consiste nel pulire gli occhiali con acqua e sapone prima di indossare la mascherina, per poi far asciugare le lenti all’aria o tamponandole con un panno, in modo da creare una sorta di “strato protettivo” in grado di evitare l’appannamento per circa due ore. Oppure esistono anche degli appositi spray anti appannamento che permettono di ottenere lo stesso effetto. In alternativa, si può piegare il lembo superiore della mascherina verso l’interno, impedendo così all’aria di salire verso gli occhi oppure applicando una striscia di tessuto o un fazzoletto di carta appena sotto agli occhi.
Coronavirus, il vademecum sull’uso dell’auto ai tempi del Covid: ecco cosa c’è da sapere Conviventi, famigliari, uso delle mascherine, in quanti in macchina e come ci si deve sedere: cosa si può e non si può fare per evitare le sanzioni. Giampiero Maggio il 9 maggio 2020 su la Stampa. Per i mezzi pubblici il decreto è chiaro: su bus, tram, metro ci si muove solo con l’utilizzo delle mascherine. Non si può assolutamente sgarrare. Ma se ci si muove con la propria auto come ci si deve comportare? E soprattutto: chi possiamo trasportare e come dobbiamo regolarci se all’interno dell’abitacolo trasportiamo nostra madre, congiunta ma non convivente? Facciamo un po’ di chiarezza. Anche perché, con il primo fine settimana della fase 2 post lockdown, la possibilità di utilizzare l’auto per spostarsi cresce moltissimo. Valgono due principi di fondo: fare di tutto per evitare un possibile contagio e rispettare il decreto del governo del 26 aprile. Viene demandata ad ogni regione la possibilità di ulteriori restrizioni: il Piemonte, in questo senso, è allineato al Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Norme di comportamento. Detto questo, veniamo al punto. Prima regola, la mascherina, obbligatoria in tutti quei casi in cui non si riesce a mantenere la distanza di almeno un metro tra le persone, anche in auto. «L'obbligo della distanza decade se a a bordo ci sono persone conviventi» fanno sapere della Regione. Ma è ovvio che, anche per una questione comportamentale, è bene indossarla anche se si è conviventi. Motivo: il vigile, il poliziotto o il carabiniere, in quel momento deputato ai controlli, dovrebbe dare per scontato che le persone in auto siano conviventi. Nel dubbio dovrebbe fermarli. Allora, anche per evitare problemi, meglio sempre indossare la mascherina.
Congiunti, conviventi, famigliari e mascherine. Il Decreto indica anche come mantenere la distanza e impone di mantenere libero il posto centrale di ciascuna fila di sedili (sulle comuni automobili la fila posteriore a tre posti), salvo che su una fila ci sia un solo passeggero. Che può mettersi anche sul sedile centrale, a patto che ci sia almeno un metro di distanza dal conducente o da un altro passeggero seduto avanti o dietro. La mascherina va indossata sempre (salvo che nell'abitacolo ci sia solo il guidatore), anche nei casi in cui l'abitacolo è tanto spazioso da consentire agli occupanti di stare a più di un metro di distanza ed è quantomeno consigliabile evitare di sedere su un posto contiguo a uno già occupato. Fin qui, tutto chiaro: ma che succede, ad esempio, se dobbiamo spostarci con una piccola utilitaria (una Fiat Panda, ad esempio o, peggio, una Smart) e, sempre per fare un esempio, siamo costretti per necessità (lavoro o salute) ad avere con noi persone non conviventi (colleghi di lavoro o famigliari)? E’ chiaro che non si potranno rispettare le distanze: basterà la mascherina?
La moto. Anche in moto la mascherina è obbligatoria se si viaggia con passeggeri. Con il casco integrale si può fare a meno di indossarla se si tiene chiusa la visiera, mentre con i jet è obbligatoria. Non è possibile andare in due in moto, non essendo possibile la distanza minima di un metro, a meno che a bordo non ci siano persone conviventi.
L’autocertificazione. E’ sempre obbligatoria, e chi esce di casa deve essere giustificato tramite una versione aggiornata. Chi va al lavoro può farne a meno, ma dovrà avere un altro documento: un tesserino o l'autorizzazione del datore di lavoro.
Dove si può andare con l’auto o la moto. Vale una regola. Bisogna avere una meta precisa. E' possibile utilizzare l'automobile o la moto per raggiungere le attività commerciali aperte, comprese quelle deputate alla manutenzione del veicolo e al lavaggio. Si può prendere l'auto personale per allontanarsi dal proprio domicilio e fare attività sportiva all'aperto, ad esempio per avvicinarsi ad un parco, purché entro i limiti della propria regione (salvo normative regionali più stringenti). Ma non si può utilizzarla per passeggiare senza una meta chiara: insomma, quei lunghi giri in auto senza sapere dove andare e ascoltando musica a tutto volume non saranno più concessi. Almeno per ora.
Dagospia il 27 aprile 2020. Il testo di Giorgio Croce Nanni. Allora io ho capito questo.
Fase 2. Se potrà uscì di casa solo pè salutà mamma papà e zio. Se sei single e ormonalmente inquieto, devi sperà de trovà na lontana parente, che ne so na cugina de terzo grado e sperà che sia single, piacente e e disponibile. E la vai a trovà. Solo se è dentro la regione però. Altrimenti t'attacchi.
Gli amici li puoi vedè solo correndo. Puoi prende e andà sotto casa loro e correndo li fai uscì di casa, tirà fuori na boccia de prosecco e sempre correndo tipo staffetta ve passate la boccia e fate l'aperitivo. Senza mai fermavve, non ce se po' vedè fermi senza faticà. A un metro de distanza almeno, quindi ricordatevi de pijà i flute, quelli lunghi, sennò diventa complicato versà.
Se po' lavorà in ufficio, ma poi tutti a casa. Non ce se po' divertì, se esce solo pè faticà.
I ristoranti devono sta chiusi un altro mese, ma possono chiedere ai clienti de passà a prende la roba davanti l'ingresso, che culo. Sempre al volo, che so vietati gli assembramenti. Quindi io arrivo in macchina, il tizio del ristorante mi tira al volo la roba, se la prendo bene se non la prendo sarà per la prossima.
Si può andà al parco, ma uno alla volta; all'ingresso gli scoiattoli gestiranno il flusso di ingresso degli umani, villa borghese diventerà come il jimmy'z di Montecarlo, "Ao lo scoiattolo all'ingresso è n'amico mio, tranquilli ce fa entrà e ce da pure l'ingresso omaggio per le cugine de terzo grado".
Parrucchieri chiusi un altro mese, in pratica verso il 28 maggio dall'alto se vedrà na serie de cespugli simili a ceppi di ortiche correre a destra e sinistra come balle de fieno sospinte dal vento. Mascherine sempre e comunque, quindi con la cugina acquisita mi raccomando, solo cose strane, non ve venisse in mente de baciavve l'ala francese, che il Coronavirus perdona il sesso orale, ma la pomiciata no (forse l'unica bbona notizia de sta pandemia).
C'è una buona notizia. Ce se po' incontrà ai funerali. De zio, de nonno. Solo coi parenti però. Se viene a mancà un fidanzato non sposato e vuoi andà al funerale, se te fermano te fanno pure la multa. Cioè il cugino de terzo grado cepo andà, se te ce convivevi, no.
Questo pè la fase due. Uno e mezzo diciamo.
Poi vediamo. Domani magari faccio un'ulteriore mente locale così spiego mejo.
Filippo Facci contro Conte: morire di virus, fame o noia? Come aggirare le norme più assurde. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 30 aprile 2020. Noia, fame o malattia. Che tradotto significa tedio, vita domiciliare, oppure deambulare come automi con in tasca le istruzioni per l' uso; o, ancora, essere condotti al fallimento economico e individuale, in qualche caso ridotti proprio alla fame come impulso primario; infine, terza alternativa, la malattia: intesa proprio come malattia, il coronavirus, ultima delle tre opzioni attraverso cui la famigerata «fase 2» del governo si illude di amministrare la quotidianità degli italiani: non capendo - questo governo virtuale capitanato letteralmente dal primo che passa - che gli italiani la fase due se la governeranno da soli, esattamente come hanno fatto con la fase uno. Perché se c' è una cosa veramente chiara a tutti, è che non c' è nessuna cabina di regia, nessuno che comandi veramente nessuno. C' è soltanto un autoritarismo da multa stradale mischiato a uno Stato che farà ogni cosa per mettere i bastoni tra le ruote a chi vuol lavorare, c' è una burocrazia che soffocherà la minoranza che ancora mantiene questo Paese e che perciò viene e verrà spremuta sino all' abbruttimento, e che perciò dice, dispone, ci annega nel parolame, impone ed espone con tonalità da maestrino elementare - parliamo di lui - che però ha cominciato ad accorgersi che gli scolari se ne stanno fottendo, parlano tra loro, tra un po' si arriverà alle pernacchie. In altre parole, in Italia c' è quello che c' è stato sempre: nella fase zero, uno, due, tre e quattro, ossia da quando in questo Paese non esiste più una classe politica che possa definirsi tale. Gli italiani, come al solito, calcoleranno autonomamente un saldo esistenziale sulla base di leggi e regole che già sanno che rispetteranno a sprazzi, perché l' unico modus, da noi, è l' accomodamento, è un' auto-regolamentazione che costruirà le vere procedure e i veri comportamenti che violeranno le regolette intricate e contraddittorie (e anti-costituzionali, se non disturba) che i pupazzi di Palazzo Chigi si illudono di averci imposto. Gli italiani tireranno avanti non grazie il governo, ma nonostante il governo. Ad arrabattare dignitosamente passato e presente e futuro sarà la consueta arte di arrangiarsi (in un' accezione positiva, per una volta) coadiuvata da una santissima sanità che non è pubblica né privata né mista: è umana, è fatta di carne, sangue, eroi e militi ignoti che fanno quello che hanno fatto sempre, mentre un avvocaticchio di Foggia cincischiava con «esperti» che tutto sapevano tranne come si governa un Paese. Scolaro un po' lento - Certo, è un Paese che andava istruito e che doveva apprendere le basi, le consapevolezze: l' Italia è sempre uno scolaro un po' lento e svogliato. Ma poniamo che da domattina non ci fossero più regole prudenziali sul coronavirus, proprio nessuna norma: credete che gli italiani toglierebbero in massa le mascherine, non manterrebbero le distanze, o si immergerebbero in bagni di folla? Pensate che affollerebbero d' un tratto ristoranti con insopportabili pressioni antropiche o si struscerebbero in discoteca o al concerto di Vasco Rossi? Chi ignorerebbe le regole le ignora già adesso (se può) e chi è un cretino, insomma, lo resterebbe, e non diventerebbe savio per decreto. Insomma, cercheremo di cavarcela nei weekend (magari con qualche trucchetto, come a Pasqua) e cercheremo di tirare avanti nonostante uno Stato vessatore, sanguisuga, che farà di tutto per farti fallire, cercando nel frattempo di non ammalarci di un virus che tra colpi di coda andrà a risolversi e che ha tassi di mortalità comunque bassi. Tutto relativamente normale. È questa la fase due: la normalità a cui un paese era già abituato con le sue multe e punizioni ingiuste, manigoldi che invece la fanno franca, e una certa disinvoltura nel violare le regole entro dei limiti di decenza mentre le forze dell' ordine ti strizzeranno l' occhio: perché l' idiozia al potere, cui talvolta devono assoggettarsi, la sanno riconoscere anche loro. Gli imbecilli, gli ipocondriaci e i complottardi ci sono sempre stati. Anche gli imprenditori che non riescono a pagare gli operai o a sfamare le famiglie. Ci sono sempre state anche un sacco di malattie che tendono a punire gli anziani. L' unica cosa che mancherà completamente è la stessa che è mancata dal gennaio scorso: un governo, una guida, qualcuno o qualcosa che cerchi di darti una mano anziché romperti i coglioni tutte le volte che può. Gli italiani, a un certo punto, sanno adattarsi e possono anche fare da soli: ma non tutti, purtroppo. Ci sono anche quelli che hanno bisogno di credere che una cosa sia vera «perché l' ha detta il telegiornale» o l'ha detta persino un premier imbarazzante e parolaio. Sono loro le prime vittime di un governo che, con le sue inettitudini e i suoi ritardi, è responsabile della morte di migliaia di persone. Vittime - Ma le seconde vittime sono ancora di più, perché sono tutti gli italiani che vedranno precipitare una situazione in cui erano già abituati ad arrabattarsi, certo, ma ora rischiano di non riuscire più a farlo perché questa volta non solo c' è un governo ridicolo e incapace che vèssa gli italiani, ma c' è un governo che si sente investito del sacro dovere di farlo «per la nostra salute». È questo che vogliono: farci morire sani. È questo che stanno facendo: affermando un pensiero unico secondo il quale «polemizzare è follia» e il diritto alla salute divenga il primo e assoluto diritto della persona, mentre ogni altro diritto, comprese la libertà personale ed economica, debbano cedere il passo. L'articolo 13 sacrificato all' articolo 32. Noia, fame o malattia. Ce la caveremo alla faccia loro e sopravviveremo alla faccia loro, in nostra fremente attesa - il signor Giuseppe Conte in particolare - che si disperdano come flatulenze nello spazio.
Annalisa Chirico a Non è l'arena sulla Fase 2: "Il governo Conte è troppo debole, i virologi decidono per la politica". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. “Il governo è troppo debole per decidere, Giuseppe Conte non si assume la responsabilità neanche di esporre le sue idee, non l’ho sentito parlare di una strategia chiara”. Annalisa Chirico è molto critica dopo l’annuncio del premier sulla fase 2, che è stata praticamente delegata al comitato tecnico scientifico. “Per i virologi - ha dichiarato a Non è l’arena su La7 - probabilmente sarà possibile tornare liberi solo quando i contagi saranno pari a 0 o quasi. Questo è un punto di vista che comprendo, però la politica è una cosa diversa, deve assumersi responsabilità e fare scelte, altrimenti eleggeremmo i virologi in Parlamento”. Inoltre la Chirico ritiene che il governo stia commettendo un grosso errore sulla Chiesa: “In tutta Italia le persone non possono andare a messa, credo che sia una violazione di un diritto costituzionale”.
Nicola Porro, urla e pugni sul tavolo: "Fase 2? Mi vengono i brividi. Conte viola la Costituzione, neanche nella Cina comunista". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. "Mi vengono i brividi", Nicola Porro affida a un video pubblicato sul proprio blog la rabbia e l'indignazione per l'annuncio di Giuseppe Conte che, di fatto, prolunga il lockdown a tempo ancora indefinito. La Fase 2 sulla carta riaprirà il 4 maggio, ma con poche differenze rispetto al regime attuale. "Noi consentiamo, noi permettiamo, noi vietiamo... - gli fa eco il conduttore di Quarta Repubblica -. Ci sarà un momento in cui noi non consentiremo più tutto ciò?". "Noi vietiamo di andare a un funerale in più di 15 quando ieri abbiamo permesso di scendere in piazza per la festa della Liberazione? - ricorda a titolo d'esempio Porro - Non me ne fotte nulla della Liberazione, lascia perdere la polemica: è il principio! "Siamo l'unico paese al mondo, neanche nella Cina comunista il regime degli spostamenti è limitato in questo modo - tuona, alzando la voce -. Io sono moderato, ma bisogna urlare. Caro presidente del Consiglio, che dice "Noi consentiamo, noi permettiamo": siamo noi che permettiamo che tu sia ancora Presidente del Consiglio. Tu rappresenti la Costituzione e la stai violando in ogni istante!". La furia di Porro è tale da finire a pugni sul tavolo: "Non possiamo dare la nostra libertà a un comitato scientifico di cui non abbiamo la più pallida idea. Care forze dell'opposizione, smettetela di cagarvi sotto, fate una cazzo di riunione in Parlamento e dite chi è che ha deciso questa cosa qua".
L’ideologia paternalista e retrograda della Fase 1 bis. Alberto De Bernardi su Il Riformista il 27 Aprile 2020. Fino a ieri l’operazione contiana era stata racchiusa nello sforzo di costruire un destino comune della nazione nella lotta contro il Covid-19 attorno a tre messaggi centrali. I tre messaggi di Conte – Il primo riguardava la scelta della quarantena di massa come unica strategia contro la pandemia, senza combinarla con quelle derivanti da altre esperienze internazionali basate sull’uso di tecnologie innovative: il “tutti a casa” da risposta rapida e in grande parte inevitabile per contrastare la rapidità del contagio, si trasformava nella proposta sempre meno implicita di un nuovo modello sociale sostanzialmente antimoderno – se per modernità si intende il globalismo, l’apertura, l’individualismo, la volontà di fare, il rischio di intraprendere – fondato sull’immobilità, la chiusura e l’esaltazione dello stato grande elemosiniere. Il secondo messaggio era implicito nel primo e riguardava il primato della salute collettiva come fine superiore sull’altare del quale trovavano giustificazione sia drastiche riduzioni delle libertà personali sancite dalla costituzione, sia una oggettiva contrazione della centralità del parlamento come attore della decisione politica, sia infine il blocco pressoché totale delle attività economiche che per durata e dimensioni non aveva eguali in nessun paese industriale; era un modo per esorcizzare la paura collettiva di fronte a un nemico invisibile non avendo a disposizione nessuna alternativa del chiudersi in casa e attendere. Il terzo era la lotta contro l’Europa matrigna, che non voleva aiutare l’Italia vittima sacrificale della pandemia, riutilizzando qua e là tutto l’armamentario populista antieuropeista: dietro l’assurda discussione sul MES stava l’idea che la UE doveva finanziare “a fondo perduto” questa Italia immobile che lotta contro i runner, contro “il dio denaro”, che demonizza chi rivendica i diritti dei bambini e dei giovani, additati al pubblico ludibrio come moderni “untori”: sono tutte espressioni del “nemico interno” che dagli inizi del secolo scorso è una grande categoria politica della propaganda nazionalista. La finta fase due – Questa narrazione ha indubbiamente funzionato se i consensi nei confronti di Conte sono rimasti in queste settimane molto elevati fino al punto da trasformarlo in un piccolo Churchill agli occhi dell’opinione pubblica che ha e soprattutto di una sinistra alla perenne ricerca di un leader, che la guidi lasciandola ferma. Ora però le pressioni per “riaprire” sono troppe per additarle tutte a espressioni del “nemico interno” e Conte si cimenta con il tentativo di inventarsi una narrazione nuova per la ripartenza ma non ci riesce, non è capace nonostante lo stuolo di commissioni tecniche di cui dispone, per un deficit politico che non può essere camuffato: non è Churchill, non è Aldo Moro, come sentenzia il surreale Scalfari. E’ solo Conte che di fonte alle rete televisive riunite si è presentato con un confuso elenco di provvedimenti contradittori senza pero mettere in evidenza una strategia. E infatti chiaro anche alla “casalinga di Voghera” che per convivere con il virus per tutto il tempo necessario alla scoperta del vaccino e alla vaccinazione di massa la possibilità di riaprire è direttamente legata a una strategia sanitaria innovativa e stringente fatta di individuazione degli asintomatici, di test sierologici, di tracciamento dei contatti, di protocolli di protezione per chi lavora, di regole per l’utilizzazione dei trasporti pubblici, per riaprire le scuole, per tornare in chiesa, nel quadro di una riorganizzazione della sanità pubblica.
Su tema il nostro PdC non ha detto nulla, ma ha annunciato la diffusione di massa delle mascherine a prezzo “politico”, come il pane in tempo di guerra: presidio utile ma del tutto insoddisfacente perché la ripartenza e la riapertura sono possibili solo se si mette in campo un salto di qualità nel controllo della pandemia, che esca dalla cultura dell’emergenza per entrare in quello assai più complesso della progettualità nel quale intervento sanitario e rilancio delle attività economiche sono strettamente collegati. Fuori casa con la mamma e il papà – Se si escludono infatti alcune fondamentali filiere produttive, legate all’esportazioni e alle dinamiche del mercato globale, che hanno gli strumenti per controllare i luoghi di lavoro, impedendo un crollo ancora più vistoso dell’economia nazionale tutto il resto, cioè la vita quotidiana resta chiusa come prima, anche se Conte ha elencato alcune cose che finalmente si potranno fare “fuori casa”: o meglio che si potrebbero fare se fosse chiaro ciò che viene “consentito”. Ma al di la del ridicolo di alcune scelte – si ai funerali con 15 persone al seguito del feretro, ma no a una scampagnata con 15 persone in una giardino pubblico, a una cena 15 persone in un giardino privato, perché ciò e ritenuto “party” e quindi condannabile; si a convivi con i “congiunti”, ma non con gli amici; si a incontrare la mamma o il papà, ma non il fidanzato o la fidanzata (anche se ora lo stuolo degli esperti ha stabilito i confini semantici della parola congiunti per la gioia dei dirigenti del Pd); pizza si, ma solo a domicilio e da soli; bagni si, ma solo per chi abita davanti alla spiaggia – emerge una idea di società vecchia, che ci riporta indietro all’Italia del secondo dopoguerra, familista, maschilista (sono le donne che pagheranno le scuole chiuse e due volte se sono insegnanti), paternalista, ignorante, in cui lo stato è presidio della morale pubblica e si arroga il diritto di stabilire chi i cittadini debbano frequentare: un conto è dire tutti a casa, un conto e stabilire quali rapporti sociali siano leciti a quali no. A questa società Conte promette protezione, costituita da un intreccio di sussidi e di garanzie di controllo “poliziesco” per chi contravviene alle disposizioni a carico del debito pubblico, cioè delle generazioni che verranno, in attesa “di tempi migliori”: un mondo protetto, ma senza futuro.
Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 27 aprile 2020. A distanza di sicurezza e, quasi sempre, con la mascherina. La seconda fase, a partire dal 4 maggio, porterà a un lievissimo allentamento dell' isolamento domiciliare nel quale siamo finiti tutti ormai da settimane, ma comporterà la necessità di seguire con attenzione alcune misure di sicurezza, condizione necessaria per poter riprendere le attività lavorative (non tutte) e quelle sociali (poche) senza rischiare di precipitare nell' incubo di questi ultimi mesi. È la misura principe che, insieme al distanziamento, dovrebbe minimizzare i rischi di contagio. Il presidente dell' Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, nel corso della cabina di regia tra governo, Regioni, Comuni e Province, aveva chiesto che fosse sancita l' obbligatorietà della mascherina in ogni circostanza, sia sui mezzi di trasporto che per strada. Nel governo da giorni si sono confrontate due linee, una più aperturista e una più rigorista, che fa capo ai ministri Francesco Boccia e Roberto Speranza. Alla fine, secondo il Dpcm annunciato dalla conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è passata la linea mediana: si sancisce in generale l' obbligo di indossarla nei luoghi chiusi e tutte le volte che non si riesce a rispettare almeno un metro di distanza. Inoltre, prendendo atto della realtà, con un Paese in affanno nella produzione e distribuzione dei dispositivi, si liberalizzano le mascherine: potranno essere indossate non solo quelle chirurgiche ma anche quelle in stoffa, lavabili e autoprodotte. L'uso delle mascherine dunque è fortemente consigliato in ogni circostanza. Ci saranno però alcuni casi nei quali non si potrà fare a meno delle mascherine, salvo incorrere nella violazione dell' articolo 650 del codice penale, ovvero inosservanza dei provvedimenti dell' autorità. Sui mezzi pubblici, per esempio: metropolitane, autobus, tram, treni, traghetti e aerei. In quei casi, l' ambiente chiuso e stretto rende più facile il contagio e quindi non se ne potrà fare a meno. Dal parrucchiere e dal barbiere la mascherina dovrà essere indossata da entrambi i soggetti, il negoziante e il cliente. Mentre negli esercizi commerciali l' obbligo sarà del commesso, e del cliente soltanto nel caso che non sia possibile, a causa delle ridotte dimensioni del locale, mantenere la distanza minima necessaria: è il criterio che impone l' uso della mascherina come regola generale. Mascherine obbligatorie anche ai funerali, che saranno ripristinati ma con un numero massimo di 15 persone. Le Regioni potranno adottare regole più stringenti di quelle nazionali. È il caso della Campania, dove la mascherina è obbligatoria per chi fa jogging, nonostante le proteste di chi pensa sia impraticabile. Il commissario Domenico Arcuri ha annunciato un accordo con due aziende che consentiranno, a regime, di produrre 25 milioni di mascherine al giorno. Quando accadrà, però, non è chiaro, e non è detto che la produzione riuscirà a stare al passo della richiesta, che sarà ingente, soprattutto nei posti di lavoro dove potrebbero esserne necessarie due al giorno. Per questo si è liberalizzato l' uso di mascherine non chirurgiche. Per quelle chirurgiche ci sarà un prezzo massimo calmierato per legge, di 50 centesimi. Il premier ha anche spiegato che sarà eliminata l' Iva, battaglia vinta e rivendicata dal capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro. Dal 4 maggio ben poco tornerà come prima. Innanzitutto perché saranno ancora molte le attività bloccate, a partire da bar, ristoranti, cinema, teatri. E poi perché resterà in vigore il divieto di assembramento. Ma anche la necessità di mantenere le distanze. Regole diverse a seconda delle circostanze. Chi cammina all' aria aperta dovrà stare a un metro di distanza dal vicino. Stessa distanza sulle spiagge, sui mezzi di trasporto, nelle hall delle stazioni e nei gate degli aeroporti, con previsione di flussi per evitare assembramenti. In alcuni mezzi - metro e bus - si sta provvedendo a segnalare i «marker», le postazioni di sicurezza. Due metri sarà invece la distanza minima per chi fa attività motoria, in sostanza, per chi corre all' aria aperta e fa jogging. Ancora da definire la questione dei ristoranti, dove si pensa di richiedere due metri di distanza tra un tavolo e l' altro, mentre nello stesso tavolo potrebbe essere necessaria una separazione di un metro tra le persone (salvo i familiari). Ma se ne riparlerà in vista del primo giugno, perché a oggi, ancora nulla si sa.
Coronavirus e fase 2, Conte: “Sì allo sport individuale e ai funerali. Mascherine a 50 cent”. Le Iene News il 26 aprile 2020. Il 4 maggio via alla fase 2 dell’emergenza coronavirus, ma senza liberi tutti. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato le prime aperture delle attività commerciali. Si potrà fare sport anche allontanandosi da casa, ma rinviata l’apertura di bar, ristoranti e parrucchieri al primo giugno. Sarà necessaria una nuova autocertificazione e almeno sui mezzi pubblici sarà obbligatoria la mascherina. "Adesso inizia la fase di convivenza con il virus, dobbiamo essere consapevoli che la curva potrà risalire. Se vuoi bene all'Italia, devi evitare di diffondere il contagio: mai avvicinarsi, rispettare almeno un metro". Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte introducendo il nuovo decreto che allenta i divieti per contenere i contagi del coronavirus. Via libera alle uscite da casa, per sport individuale, per incontrare parenti pur mantenendo le distanze sociali. Ma soprattutto riprendono le prime attività produttive. L’Italia si avvia alla fase 2 dell’emergenza coronavirus. Dal 4 al 18 maggio "avremo una conferma generalizzata per le misure degli spostamenti solo nelle regioni per comprovate esigenze lavorative, di necessità e per motivi di salute. Aggiungiamo la possibilità di spostamenti mirati a congiunti con adozione di mascherine e divieto di assembramento". Gli spostamenti tra le regioni non sono consentiti se non per esigenze lavorative e di salute. "Per coloro che manifestano febbre superiore ai 37.5 gradi devono rimanere nel proprio domicilio". Riaprono i parchi, ma restano i divieti di assembramenti in luoghi pubblici e privati. I sindaci potranno disporre la chiusura di aree che non rispettano questi vincoli. "Accesso a ville e parchi solo se rispettano le distanze", ha aggiunto Conte. Riprende l’attività motoria. Si potrà fare all’aperto anche allontanandosi dai pressi della propria abitazione, ma comunque garantendo le distanze di almeno un metro tra le persone. Riprenderanno le funzioni religiose interrotte dai primi di marzo, in questo inizio della fase 2 saranno consentiti solo i funerali con un massimo di 15 persone da svolgersi preferibilmente all'aperto. "Non si abbandonerà il criterio dell'autocertificazione, fino a quando ci saranno delle ragioni che dovranno giustificare gli spostamenti", ha detto Conte. Con il nuovo provvedimento non ci sarà il "liberi tutti". "Dovremo adottare tutte le protezioni e i dispositivi. Calmieriamo i prezzi di mercato delle mascherine. Elimineremo l'Iva. Il prezzo dovrebbe essere attorno a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche", ha aggiunto Conte. "Con il recovery fund sarà più veloce la strada verso la ripresa". È allo studio anche il rinnovo del bonus a colf e badanti, ma anche alle imprese "con un sostegno poderoso per avere più occupati e meno sussidiati", ha detto Conte. Intanto riprendono anche le attività produttive. Le prime a tornare operative già dal 27 aprile sono quelle del comparto manifatturiero, il commercio all’ingrosso assieme ai cantieri e all’edilizia. I negozi al dettaglio, insieme a musei e biblioteche, potranno riaprire dal 18 maggio. Invece bar e ristoranti, assieme a parrucchieri, barbieri e centri estetici, dovranno attendere il primo giugno. "Penseremo alla programmazione anche delle attività balneari", ha aggiunto Conte. Le scuole invece riapriranno agli studenti solo a settembre. "Ora si dovrà consentire l'esame di stato in conferenza personale in piena sicurezza". Il calendario della fase 2 verrà dettato dalla curva epidemica. Palazzo Chigi assieme alle Regioni ha deciso che l’indice di contagio R0 verrà monitorato ogni venerdì. Insieme valuteranno se proseguire allentando i divieti o se sarà il caso di tornare sui propri passi monitorando anche la capacità delle strutture sanitarie di accogliere nuovi pazienti. “Gli scienziati ci dicono che la causa di un contagiato su quattro è nelle relazioni familiari. Se non rispettiamo queste precauzioni, la curva risalirà andando fuori controllo, aumentando i morti e i danni per la nostra economica. Se ami l'Italia, mantieni le distanze". "Ci aspetta una sfida molto complessa, dopo settimane di rinunce in molti vorrebbero un allentamento delle restrizioni. Possiamo reagire anche negativamente, affidandoci alla rabbia e a ricercare un colpevole, oppure possiamo scacciare via il risentimento e pensare a che cosa possiamo fare per una più rapida ripresa", ha concluso Conte. "Dipenderà da ciascuno di noi. Nelle prossime settimane dobbiamo cercare le basi della ripartenza del Paese. Rimbocchiamoci le maniche, il governo farà la sua parte per cambiare radicalmente tutte quelle cose che nel nostro Paese non vanno da tempo. La fase 3, quella della normalità, tornerà solo con una cura o un vaccino".
Dagospia il 26 aprile 2020. MAIL: Dago, non hanno aperto un bel nulla. Il commercio al dettaglio aprirà il 18 maggio, quando nessuno avrà un euro da spendere. Nel frattempo si potrà andare a visitare i parenti stretti. E chi non li ha? E le compagne/i e fidanzate/i? Per loro nulla. Sepolti in casa senza una pallida idea di quando potranno uscire. Per non parlare dello schifo che sta accadendo nelle banche. Hai postato l'intervista del grande capo di Banca Intesa, che ha soavemente detto che hanno processato (non erogato) 8000 pratiche ricevute da chi chiede di accedere ai prestiti fino a 25.000 euro. 8000? Ma quante centinaia di migliaia di piccole imprese hanno i conti in Banca Intesa? e come mai sono solo 8000 quelle che hanno richiesto il prestito? Forse perché, come potrebbe (eufemismo) star avvenendo in molte banche, non solo in Intesa, gli hanno detto che se avevano fidi concessi in precedenza dovevano prima azzerarli con i soldi che avrebbero ricevuto e poi vedere se rimaneva qualcosa? Ah, saperlo…
Serena Pizzi per Il Giornale.it il 26 aprile 2020. Era l'11 marzo quando Giuseppe Conte estendeva la "zona rossa" a tutta Italia. "L'Italia sarà una zona unica, una zona protetta", diceva di fronte a milioni di telespettatori. E così è stato. Dall'11 marzo a oggi, ci siamo rinchiusi in casa, abbiamo raggiunto il picco di morti, il plateau e il maggior numero di guariti. Le terapie intensive così affollate si sono (quasi) svuotate. Si inizia a intravedere la luce in fondo al tunnel e l'Italia si prepara ad iniziare la fase 2. Virologi, sindaci e governo hanno tanto discusso sulla data d'inizio di questa fase così importante. C'è chi, come Veneto e Liguria, punta ad aprire le prime attività già da domani e chi, come il Sud Italia, teme di essere travolto da una seconda ondata di Covid-19 e per questo "chiude i confini". Ma la macchina del nostro Paese - piano piano - deve essere riaccesa, per questo motivo è arrivato il momento di scaldare il motore. Dopo la lunga riunione in videoconferenza della cabina di regia tra governo, Enti locali e Regioni per la fase 2 dell'emergenza coronavirus, il premier ha annunciato all'Italia intera le nuove misure che dovranno essere adottate. Con una conferenza stampa in diretta da palazzo Chigi Conte ha spiegato come cambierà la nostra vita dal 4 maggio in poi. Il premier, prima di indicare le nuove misure, mette in chiaro le cose: c'è la possibilità di ricadere nell'incubo del Covid-19. Per questo è necessario, mantenere le distanze sociali stabilite (almeno 1 metro). "Se ami l'Italia - dice Conte - mantieni le distanze. Anche il governo dovrà essere pronto ad intervenire se dovesse impennarsi la curva epidemiologica". Inizia, quindi, la fase della "convivenza con il nuovo coronavirus".
Le mascherine? Obbligatorie. Le mascherine diventeranno obbligatorie per prendere i mezzi pubblici, a bordo degli aerei, sui treni, sui bus e nei luoghi chiusi. In ogni caso, quando non è possibile mantenere la distanza di un metro, bisogna sempre avere la mascherina. Quindi pure dal parrucchiere e dall'estetista. Ma anche ai funerali e durante gli incontri. Le mascherine chirurgiche costeranno 50 centesimi. Il premier Conte, quindi, spiega che ci sarà un prezzo calmierato e che il governo toglierà l'Iva sulle mascherine in un prossimo decreto.
Come cambiano gli spostamenti (con l'autocertificazione). Dal 4 maggio, resta l'obbligo dell'autocertificazione per gli spostamenti all'interno del Comune o della Regione. Cambierà il modulo e ci saranno molte più possibilità per muoversi all'interno del proprio Comune e della propria Regione. Non è, invece, ancora possibile spostarsi da una regione all'altra. Novità: è possibile spostarsi dal luogo in cui ci si trova verso quello di domicilio o di residenza. Gli studenti o i lavoratori o chiunque altro rimasto bloccato in un'altra città dal lockdown, quindi, potrà fare ritorno a casa. L'autocertificazione resta. Il motivo? Dal governo temono che i cittadini, vedendo l'allentamento delle misure del prossimo 4 maggio, possano credere che l'emergenza sia finita. L’autocertificazione, quindi, resta per almeno due settimane. Il foglio che permetterà i nostri movimenti, oltre a contenere come "giustificazioni" lavoro, salute, stato di necessità, ne vedrà una quarta: visita a congiunti.
Ritornano gli incontri. Il vedersi e l'abbracciarsi sono (forse) i due gesti che sono più mancati agli italiani durante il periodo di lockdown. Dal 4 maggio ci sarà una prima apertura al ritorno ad incontrarsi. Arriva, infatti, l'autorizzazione a vedere familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli e nonni. Ma attenzione: questo non vuole dire che sono consentiti party e riunioni di famiglia. Anzi, bisogna prestare la massima attenzione e portare la mascherina. Concesso l'accesso ai parchi e ville pubbliche. Ma è necessario mantenere le distanze di sicurezza.
Bar e ristoranti (per il momento) solo d'asporto. In attesa della riapertura di bar e ristoranti (probabilmente non prima della fine di maggio/inizio giugno) viene confermata la possibilità di fare ristorazione con le modalità di vendita da asporto oltre che di domicilio. "Ma nessuno pensi che siano consentiti assembramenti davanti" agli esercizi: "Occorrerà mettersi in fila, entrare uno alla volta e il cibo si consumerà a casa, non davanti" al ristorante.
I negozi aspettano ancora. Per gli esercizi commerciali al dettaglio la riapertura è fissata per il 18 maggio. Stessa data per mostre e musei. Su richiesta del Comitato tecnico scientifico si è ritenuto di programmare step di riapertura di 14 giorni per verificare gli effetti di ogni riapertura. I parrucchieri, barbieri ed estiste - in generale tutti i centri per la cura della persona - apriranno non prima del primo giugno.
Ripartono le attività produttive all'ingrosso. Confermato il calendario della ripartenza delle attività produttive. Il 4 maggio si partirà con il comparto manufatturiero, edilizia e cantieri, commercio all'ingrosso funzionale a queste filiere. Dovranno essere rispettate tutte le norme di sicurezza.
Cambiano i funerali. Dal 4 maggio potranno essere nuovamente celebrati i funerali, ma solo con i familiari stretti, non più di 15 persone, e tutti dovranno indossare la mascherina. Non si potranno, invece, celebrare le messe.
Ok allo sport all'aria aperta. Sarà consentita la ripresa dell'attività sportiva non più soltanto nei pressi della propria abitazione, ma anche qualche isolato più in là. È obbligatorio rimanere sempre soli o a distanza l'uno dall'altro di due metri, con la sola eccezione di persone conviventi nella stessa casa. Via libera anche all'attività motoria con i figli o alle passeggiate con persone non autosufficienti. Potranno riprendere ad allenarsi anche gli atleti professionisti delle attività individuate dal Coni, rispettando le norme di distanziamento e allenamenti a porte chiuse. Gli sport di squadra, invece, riprenderanno il 18 maggio.
Conte, poi, ha spiegato che l'intento del governo è quello di "tenere la situazione sotto controllo" in particolare con le "Regioni, con le quali la collaborazione dovrà essere più integrata rispetto al passato" sulle informazioni sanitarie relative ai loro territori al fine di elaborare soluzioni di situazioni critiche. A tre giorni dal decreto, "il ministro della Salute indicherà le soglie sentinella per intervenire su situazioni critiche circoscritte territorialmente e chiudere i rubinetti". Se le cose non dovessero andare, quindi, è possibile un ritorno al lockdown.
Fase 2, chi sono i congiunti che si potranno visitare dal 4 maggio? Laura Pellegrini il 27/04/2020 su Notizie.it. Dal 4 maggio sarà possibile visitare i congiunti restando però all'interno della propria Regione: quali persone rientrano nella categoria? Dal 4 maggio l’Italia entra nella fase 2 di convivenza con il coronavirus: il premier Conte ha annunciato – nella conferenza stampa del 26 aprile – le nuove regole. Per quanto riguarda le attività produttive, già dal 27 aprile potranno riaprire i cantiere e alcune industrie, mentre dal 4 maggio le aperture riguarderanno molti settori. Limitate sono state invece le concessioni per i cittadini e per lo svolgimento della vita sociale. La parola d’ordine è “distanziamento sociale”, come ha più volte ribadito il premier. Sarà però possibile, rimanendo all’interno della propria Regione, visitare i propri congiunti. Questa concessione ha suscitato non poche perplessità: chi sono i congiunti?
Fase 2, chi sono i congiunti? “Dal 4 maggio al 18 maggio rimarranno, per gli spostamenti all’interno della regione, le motivazioni attuali – ha annunciato il premier Conte -. Aggiungiamo solo la possibilità di spostamenti mirati per far visita a congiunti“. Nelle prossime settimane, quindi, i cittadini potranno spostarsi all’interno dei confini regionali per raggiungere i congiunti: ma chi rientra in questa categoria? Molti si sono posti la stessa domanda, non riuscendo a interpretare nel modo corretto le parole del premier. Lontano dal pronunciare la parola “fidanzati”, infatti, il presidente del Consiglio ha fatto riferimento a un concetto diverso.
Stando alla definizione dell’Enciclopedia Treccani, il congiunto è un parente di qualsiasi ordine: marito, moglie, figlio, fratello, madre, padre, nonno, zii, nipoti. E i fidanzati fanno parte dei congiunti? No, non rientrano in questa definizione. Non essendoci un legame di sangue o legale tra i due i fidanzati non si possono considerare congiunti. Il premier ha poi ribadito che non sono consentiti “party privati, familiari. Serviranno mascherine e distanze – ha spiegato, anche quando si vanno a trovare i parenti -. Non sono consentiti gli spostamenti al di fuori della propria regione di appartenenza”.
Chi sono i congiunti, ecco chi potremo visitare nella Fase 2. Redazione de Il Riformista il 27 Aprile 2020. “Sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti, purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento e vengano utilizzate le mascherine”. L’articolo 1 del nuovo Dpcm firmato ieri sera dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scatenato un bel po’ di confusione e polemiche. La decantata Fase 2 è sempre più vicina, così come gli sperati allentamenti, anche se alcuni punti sembrano rimanere nell’ombra lasciando così i cittadini nell’indeterminatezza. Da una prima interpretazione del Dpcm in vigore dal prossimo 4 maggio, a quanto si apprende, con “congiunti” si intendono “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”. Le Faq, che saranno pubblicate nei prossimi giorni sul sito di Palazzo Chigi, chiariranno ulteriori dubbi interpretativi sul provvedimento. Secondo quanto elencato dal nuovo decreto, dal 4 maggio restano i divieti di assembramento, sia nei luoghi pubblici che privati ma sarà consentita però la riapertura di parchi pubblici sempre rispettando il distanziamento: “Consentiamo l’accesso a ville, a parchi pubblici ma nel rispetto delle distanze e delle prescrizioni di sicurezza”, ha detto Conte. Per quanto riguarda le celebrazioni religiose, si potranno celebrare i riti funebri ma con regole precise: preferibilmente all’aperto, con non più di 15 persone e mantenendo l’obbligo di indossare le mascherine protettive. Ancora un ‘no’ alla celebrazione delle messe. Resta però il dilemma di chi potremo rincontrare e cosa si intende con la parola “congiunti”.
CHI SONO I CONGIUNTI – In questo periodo di quarantena sono migliaia gli italiani che sono stati divisi dalle proprie famiglie, ma anche dai propri amici e dai propri partner. Con l’avvento della Fase 2 e dei relativi cambiamenti apportati ai regolamenti finora in vigore, molti hanno sperato di poter riabbracciare il proprio fidanzato o la propria fidanzata. Ma secondo quanto riportato dal nuovo decreto affinché questo avvenga bisognerà aspettare ancora. Di “congiunti”, infatti, non esiste una definizione giuridica chiara in alcun testo normativo. L’unico articolo che definisce i congiunti è l‘art. 307 del codice penale, secondo cui i congiunti sono rappresentati da “ascendenti, discendenti, coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, fratelli, sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti”. Ma in questo elenco non sono presenti dunque né i cugini, né gli amici né i fidanzati. Tra di loro non ci sono né legami di sangue né legami giuridici sanciti da un matrimonio o un’unione civile, quindi non sono da intendersi come “congiunti”. Al di fuori della legge penale non c’è nessun’altra descrizione specifica che possa chiarire i dubbi in merito. Per questo, Palazzo Chigi si è affrettato ad anticipare che questo tipo di legami sono compresi, ma dovremo aspettare per gli ulteriori dettagli. Dunque, per ora, i fidanzati e gli amici sembrerebbero ancora succubi del lockdown da coronavirus. Finché non ci sarà una ulteriore specifica da parte del Governo, sono esclusi gli incontri tra persone non aventi legami di parentela. La possibilità di spostarsi per visite mirate ai congiunti viene specificata dal presidente Conte come riferimento alle “famiglie che sono state separate dal lockdown: genitori e figli, nonni e nipoti”. Inoltre, il nuovo decreto afferma che è consentito lo spostamento all’interno della propria Regione ma è vietato viaggiare in regioni che non siano la propria, pur consentendo il rientro nella propria residenza/domicilio di chi era rimasto ‘bloccato’ fuori regioni per lavoro o studio durante il lockdown. Tuttavia, è bene ricordare che in Italia ci sono molte coppie di fatto, tra cui quelle LGBT, non legate da unioni civili e molte persone sole che vivono lontano dai propri parenti e familiari, in regioni spesso differenti. Questo ha scatenato la reazione di moltissime persone sui social e sul web in generale, facendo così pressione sul governo affinché ci siano specifiche in merito ma soprattutto affinchè non vengano dimenticate queste realtà.
Che pasticcio quei “congiunti”: ecco cosa succede a giocare coi diritti in un Dpcm. Giulia Merlo su Il Dubbio il 27 aprile 2020. Per Conte era un allentamento del lockdown, è diventato un boomerang. Ma è il rischio che si corre quando si abusa del Dpcm: in un dibattito d’Aula qualcuno si sarebbe posto il dubbio di questa definizione capestro. Dopo quasi due mesi di lockdown, dal 4 maggio saranno considerati necessari gli spostamenti per incontrare «i congiunti». Quella che sulla carta era una strategia del governo per allentare la quarantena ha scatenato le ire di tutti: dall’Arcigay a Italia Viva, dal Pd alla Lega. Oltre a scatenare alternativamente la rabbia e l’ilarità social degli italiani. Alla base del problema, chi sono da considerarsi “congiunti”. Il termine non è giuridico e si è prestato a ogni sorta di fraintendimenti. Per l’Arcigay è un riferimento “inaccettabile” perché “riferito inequivocabilmente alla dimensione formale della parentela, di sangue o acquisita, e taglia fuori quello che lo stato non vede o non riconosce”. Per la Lega è incomprensibile che “il premier non consideri necessari gli spostamenti per incontrare il proprio fidanzato o la propria fidanzata” e taccia il governo di voler “vietare di amare”. Alla fine di una giornata di passione, dunque, è intervenuta la ministra della Famiglia, Elena Bonetti, che specificato come i “congiunti”, per il governo Conte, siano anche “fidanzati e coppie di fatto”. Da Palazzo Chigi, invece, trapela l’interpretazione di “congiunti” come “affetti stabili”. In ogni caso, il punto di inciampo di questa fase d’emergenza sembra sempre lo stesso: i diritti. O, in questo caso, la loro disparità. Al netto della polemica e delle implicazioni future (più si allarga il capestro, più sarà complicato controllare e potrebbe scattare una sorta di liberi tutti, con i poliziotti che ai posti di blocco cercano di risalire alla “stabilità” del rapporto indicato sul modulo di autocertificazione), il nodo rimane il metodo. I diritti sono un bene prezioso quanto delicato, sono soggetti a precisi bilanciamenti gli uni degli altri in un equilibrio garantito anzitutto dalla gerarchia delle fonti e dalla precisione nella stesura delle norme. Invece, il ricorso continuo al Dpcm, il Decreto del Presidente del Consiglio – atto amministrativo sotto la responsabilità unica di Palazzo Chigi e senza alcun vaglio parlamentare – dimostra tutti i suoi immensi limiti strutturali. Una norma che indica chi i cittadini possano o non possano incontrare e che tocca così intimamente la sfera degli affetti di ogni singolo meritava forse un passaggio più accurato, magari attraverso un’Aula parlamentare in cui qualcuno si sarebbe plausibilmente posto il legittimo dubbio di chi siano i “congiunti” secondo lo Stato italiano. Invece, la scelta (certo più rapida e meno soggetta alle bizze della maggioranza) di adottare uno strumento legislativo più facile da maneggiare proprio perché non soggetto ad alcun vaglio di terzi, mostra di nuovo la sua limitatezza. E la mostra nel modo più doloroso, perchè tocca chi è magari già stato provato in questi mesi dalla distanza dalle persone a cui vuol bene: il doversi chiedere se i suoi affetti più cari cadano nella casella giusta per le visite, secondo la gerarchia del premier Conte.
Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2020. Un paradossale pasticcio. La prima bufera politica scatenata dal nuovo decreto del presidente del Consiglio si annida proprio nel passaggio del testo su cui gli italiani avevano riposto le loro speranze di libertà ritrovata. All' articolo 1 del Dpcm si legge che (dal 4 maggio) ci si potrà spostare «per incontrare congiunti», purché rispettando le distanze di sicurezza, il divieto di assembramento e indossando «protezioni delle vie respiratorie». Ma è quella parola, «congiunti», che nel giro di poche ore diventa un caso. Destinato a sgonfiarsi solo in parte, quando Palazzo Chigi chiarisce che il termine include «parenti, affini, coniugi, conviventi, ma anche fidanzati e affetti stabili». Nell' attesa che il governo spazzi via incertezze e proteste, migliaia di persone vanno su internet e digitano su Google quelle nove lettere, per scoprire chi potranno riabbracciare durante quelle «visite mirate». Padri, madri, figli, fratelli, nonni, cugini? E perché non amici, compagni, compagne e amori di ogni genere? L' opposizione insorge, ma anche la maggioranza non la prende bene. E mentre su Twitter il giallo dei parenti e degli affini schizza in cima alla classifica delle tendenze, l' Arcigay apre fragorosamente la polemica. «Sconcertati, intervento inaccettabile che taglia fuori ciò che lo Stato non vede o non riconosce», si rammarica a dir poco il segretario generale dell' associazione, Gabriele Piazzoni. Sui social fioriscono i meme, le prese in giro e le vignette sulla stabilità degli affetti. Il leghisti Tiramani e Vigna presentano un' interrogazione parlamentare: «Quale mente disturbata è stata in grado di partorire una perla di queste dimensioni?». In tv, sui siti e in radio non si parla d' altro. Il capogruppo del Pd Graziano Delrio rivela a Un giorno da pecora il suo stupore per un «particolarismo» simile: «Se avrei aperto ai fidanzati? Io sì, a tutti quelli che hanno veri moti d' affetto». A onor del vero domenica pomeriggio, presentando il decreto a sindaci e presidenti di Regione, Conte aveva incluso i fidanzati. Ma poi in tv il premier ha di nuovo ristretto il perimetro e il giorno dopo è scoppiato il caos. Raccontano che la decisione di togliere dal testo ogni riferimento ai conoscenti sia stata presa durante il vertice dei capi delegazione, quando la linea dura di Speranza e Franceschini ha prevalso sugli aperturisti, renziani e non. Finché ieri sera Conte a Milano ha ammesso, che sì, «congiunti è una formula un po' ampia e generica». Che però, ha precisato il premier, «non significa che si può andare dagli amici in casa altrui e fare delle feste». Oltre al dubbio che un incidente lessicale faccia scattare il liberi tutti, resta l' ira delle persone Lgbt, resta la senatrice dem Monica Cirinnà che si preoccupa per «le coppie non conviventi e le famiglie arcobaleno non riconosciute». E resta il video in cui Matteo Renzi annuncia che giovedì, nell' aula del Senato, sfiderà Giuseppe Conte: «Abbiamo fatto le unioni civili, crediamo nella libertà, non possiamo permettere allo Stato di decidere chi dobbiamo vedere».
Monica Guerzoni per il “Corriere della sera” il 28 aprile 2020. L' avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell' associazione matrimonialisti italiani ed esperto di diritto di famiglia, teme che il 4 maggio «tutta Italia uscirà di casa» perché il governo non ha indicato il grado di parentela oltre il quale resta il divieto di incontrarsi. «Il termine congiunti non esiste nei codici italiani, dove si parla invece di parenti e affini - spiega l' avvocato -. Nel Codice civile, in particolare dall' articolo 74 al 77, si delineano i termini di parentela dal primo grado in linea retta genitori-figli, alla linea collaterale tra fratelli, al secondo grado in linea retta tra nonni e nipoti, fino al sesto grado, tra figli di due cugini, oltre il quale non si è più ritenuti parenti. Se con l' autocertificazione potrò andare a trovare mio cugino, allora vuol dire che sarà liberi tutti». E di certo, conclude Gassani, non rientrano nel termine «congiunti» i fidanzati e «le coppie non conviventi e non registrate». Il Codice civile insomma definisce i parenti e gli affini, ma i congiunti no. Quali sono allora le fonti giuridiche alle quali hanno fatto riferimento i tecnici che hanno lavorato alla stesura del decreto? Nel Codice civile all' articolo 572 si legge: «Se qualcuno muore senza lasciare prole, né genitori né altri ascendenti, né fratelli o sorelle o loro discendenti, la successione si apre a favore del parente o dei parenti prossimi, senza distinzione di linea». La seconda fonte giuridica è l' articolo 77, sempre del Codice civile: «Limite della parentela. La legge non riconosce il vincolo di parentela oltre il sesto grado, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati». Nell' impostazione che Palazzo Chigi ha scelto di dare al provvedimento, il termine congiunti include i parenti fino al sesto grado, gli affini fino al quarto, il coniuge o il convivente o un' altra persona con cui si ha un rapporto affettivo stabile, pur senza convivenza. E questo potrebbe essere il testo della Faq con cui la Presidenza del Consiglio proverà a chiarire i dubbi dei cittadini e a silenziare le polemiche, includendo nelle «visite mirate» ai congiunti anche le coppie di fatto.
Massimo Arcangeli per “il Giornale” il 28 aprile 2020. «Le virtù patrie e la pietà congiunta». Così scrive il Foscolo nel carme Dei Sepolcri (v. 102), riferendosi alla pietà verso i parenti. I congiunti sono anzitutto loro, i parenti (stretti o strettissimi). I consanguinei. Congiunto non combacia alla perfezione con moglie o marito, ma in italiano è sinonimo di coniuge fin dal Trecento. Possiamo dunque stare tranquilli: dal 4 maggio ci si può spostare anche per incontrare un (o una) consorte. E gli affini, i parenti di un coniuge rispetto all' altro coniuge? Come fai a impedire a tua madre di andare a trovare tua moglie, o a tuo marito di far visita a tuo padre? Via libera dunque anche per recarsi a casa di suoceri e generi, nuore e cognati. Qui però il quadro si complica. Chi si è unito civilmente (Legge n. 76/2016) potrà certo incontrare l' altra metà della coppia di fatto, se ne è al momento lontano, ma i genitori di lui (o di lei) potranno vedere i genitori di lei (o di lui)? Pronto intervento di Palazzo Chigi: con congiunti vanno intesi «parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili». Si rassicurino dunque i piccioncini impossibilitati a frequentarsi perché tenuti distanti, e i trottolini amorosi che, senza essere ufficialmente fidanzati, si vedono con assiduità. Li ha salvati il grande ombrello del premier, che con una mano toglie e con l' altra dà: il loro è senz' altro un «affetto stabile». Potrebbe essere considerata allora stabile, previa approvazione della consorte, anche una relazione extraconiugale di media o lunga durata intrattenuta dal solito vitellone italico: il fedifrago potrà autocertificare che il suo matrimonio è da tempo «inattivo», e la moglie potrà confermarlo. L' amante come una sorta di seconda moglie. Già in latino, d' altronde, coniunx, oltre a significare «coniuge» (moglie o marito), e a riferirsi a fidanzate o future spose, poteva indicare una concubina o un' amante.
Coronavirus, il precedente della Cassazione che ha orientato la nota sui congiunti di Palazzo Chigi. Un incidente stradale a Milano in cui la fidanzata chiede un risarcimento e lo ottiene: "Si è congiunti in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo". Alessandra Ziniti il 28 aprile 2020 su La Repubblica. Un incidente stradale a Milano, un pedone messo sotto da una macchina che perde la vita, la fidanzata che chiede il risarcimento e lo ottiene anche se la coppia non era né sposata né conviveva ma era legata da una “solida relazione affettiva”. Una sentenza della quarta sezione della Corte di Cassazione ( la numero 46351 del 2014) scovata ieri dagli uffici legali del governo ha consentito ieri pomeriggio a Palazzo Chigi di diffondere la nota in cui si chiarisce l’estensione allargata di quel termine “congiunti” che per tutta la giornata è stato in cima alle ricerche di Google, chiavistello di una delle poche libertà che gli italiani riconquisteranno a partire da lunedì prossimo, appunto quella di poter fare visita ad un congiunto. Dunque non solo familiari in linea ascendente o discendente ( dai nonni ai genitori ai figli ai nipoti) o orizzontale ( fratelli, sorelle, cugini) ma anche fidanzati, compagni, insomma persone con cui si sia legati da una solida relazione affettiva anche non in presenza di un legame giuridicamente riconosciuto, dal matrimonio alle unioni civili. Non solo una questione da dibattere dal punto di vista sociologico o filosofico ma in punto di diritto perché, ancora in presenza della necessità di un’autocertificazione per giustificare gli spostamenti e dunque del rischio di essere sanzionati se si va a visitare la persona “sbagliata”, occorre un appiglio giuridico per stabilire chi possa essere considerato congiunto. E i codici, civile e penale, non danno una definizione. Ecco allora la sentenza della Cassazione che viene in aiuto e fa giurisprudenza. Affermando che “ il riferimento ai prossimi congiunti deve essere inteso in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali”. La Corte sottolinea poi che anche “la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione quanto piuttosto come stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti”. E ancora indica come riferimento l’articolo 2 della Costituzione che attribuisce rilevanza costituzionale alla sfera relazione della persona per affermare che lo stabile legame tra due persone “non debba essere necessariamente strutturato come un rapporto di coniugio” .
“Libera circolazione ai congiunti…” Forse Conte voleva essere tranquillo di poter vedere la sua compagna “illegale”? Il Corriere del Giorno il 29 Aprile 2020. Tutti i retroscena della inesistente separazione del premier Conte con sua ,moglie. E Palazzo Chigi fa una norma per consentire a Conte di frequentare “legalmente” la sua compagna illegale ! Il premier Giuseppe Conte, pochi sanno, risulta ancora oggi regolarmente sposato con Valentina Fico, un’autorevole legale dell’Avvocatura di stato molto apprezzata in ambito giudiziario, dal cui matrimonio è nato un figlio Niccolò. Il padre della moglie di Conte, è il direttore del Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. Molti parlano di fine del loro matrimonio, ma in realtà Valentina Fico e Giuseppe Conte legalmente parlando risultano ancora oggi marito e moglie non avendo mai formalizzato la loro separazione di fatto. E per il momento la vera “signora Conte” non vuole sentire parlare di separazione e divorzio. L’incontro fra i due è avvenuto a seguito delle frequentazioni dei rispettivi figli Nicolò ed Eva la figlia di Olivia Paladino, entrambi undicenni e compagni di scuola. Il colpo di fulmine sarebbe avvenuto durante un colloquio tra genitori ed insegnati. Olivia Paladino separata, ha quasi quarant’anni più giovane di Giuseppe Conte di circa quindici anni è la figlia dell’imprenditore Cesare Paladino, (proprietario dell’ Hotel Plaza di Roma), e dell’attrice Ewa Aulin. Sarà stato questo il motivo per cui Palazzo Chigi ha inteso precisare che nell’ultimo Dpcm firmato dal premier Conte che avrà decorrenza dal prossimo 4 maggio che per “congiunti si intendono parenti, affini, coniugi, conviventi, ma anche fidanzati e affetti stabili”. Adesso Conte potrà “legittimamente” incontrare e frequentare la sua attuale compagna Olivia Paladino per la quale ha abbandonato il tetto coniugale. Il gip Giovanni Giorgianni, del Tribunale di Roma nel giugno 2018 su richiesta della procura, ha provveduto a sequestrare la somma di 2 milioni di euro a Cesare Paladino (padre di Olivia Paladino) il quale aveva intascato la tassa di soggiorno per quattro anni, dal 2014 al 2018, invece di versarla al Comune di Roma. Paladino è stato accusato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Alberto Pioletti di peculato, quale amministratore unico della società in qualità di amministratore unico della società Unione Esercizi Alberghieri di Lusso s.r.l., che gestisce il Grand Hotel Plaza, struttura alberghiera a 4 stelle nella centralissima via del Corso della Capitale. Albergo in cui lavora anche come manager Olivia, la compagna del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La lista delle violazioni riportate dal capo d’imputazione a carico di Paladino è lunga . Secondo quanto accertato e contestato dagli uomini della Polizia Municipale di Roma Capitale, l’imprenditore si sarebbe illecitamente appropriato di oltre 300mila euro per l’anno 2014, di oltre un milione e 500mila euro per gli anni 2015, 2016 e 2017 e di circa 88mila euro per l’anno in corso per un totale di oltre due milioni di euro. La tassa di soggiorno attivata a Roma dal 2010 e prevede un contributo da applicare secondo criteri di gradualità a carico di chi alloggia nelle strutture alberghiere della Capitale. Nel giugno 2019 la società Unione Esercizi Alberghieri di Lusso s.r.l. ha restituito alla casse del Comune di Roma Capitale i due milioni di euro versati dai turisti per la tassa di soggiorno, che l’imprenditore Paladino aveva trattenuto per sé, ed ha richiesto un accordo con la giustizia, con un profila un patteggiamento a un anno, 2 mesi e 7 giorni di carcere (con sospensione della pena) per Cesare Paladino, 77 anni, il proprietario dell’Hotel Plaza di via del Corso a Roma. Il pm Alberto Pioletti e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, hanno concesso l’accordo giudiziario che a breve dovrebbe essere avallato dal giudice per l’udienza preliminare. Imbarazzo quasi superato, insomma, per il “patron” dell’ Hotel Plaza. Resta aperta solo la questione interessi. Infatti Roma Capitale è decisa a richiedere anche i 300mila euro di interesse maturati nei cinque anni in cui è stata privata della tassa di soggiorno. Somma che potrebbe venire richiesta con un procedimento parallelo, considerando che il patteggiamento esclude le parti civili.
Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 28 aprile 2020. Non sappiamo se a convincerlo sia stata la sua fidanzata, Olivia Paladino - che secondo la norma da lui stesso scritta non avrebbe potuto rivedere neanche con l' autocertificazione, visto che i due vivono in case separate - o se sia stata la sollevazione generale del web contro il permesso benignamente concesso di far visita ai «congiunti» ma non agli innamorati, ai compagni e ai promessi sposi. Fatto sta che dopo 20 ore Giuseppe Conte ha fatto marcia indietro e ha annunciato al popolo rumoreggiante che «le coppie di fatto, i fidanzati e gli affetti stabili vengono assimilati ai congiunti». Saggia decisione, e forse inevitabile, visto che non si trovava nessun giurista disposto a sostenere che il governo avesse il potere - e con un semplice decreto che non passerà né dal Quirinale né dal Parlamento - di tracciare il confine legale tra la famiglia ufficiale e quella di fatto, ammettendo l' incontro con la zia ma vietando quello con la morosa. Adesso però c' è grande attesa per la circolare applicativa, visto che resta fermo anche per i fidanzati il chiarissimo obbligo previsto dall' articolo 1, lettera A, di rispettare nei loro incontri «il distanziamento interpersonale di almeno un metro» e di utilizzare sempre «protezioni delle vie respiratorie». Non è necessario spiegare perché, ma è purtroppo prevedibile una generalizzata tentazione - sentendosi protetti dalle mura di casa - di infrangere queste regole, avvicinandosi l' un l' altro a meno del metro regolamentare e addirittura spogliandosi della preziosa mascherina. Ponendo il presidente del Consiglio - egli stesso soggetto a queste tassative limitazioni - di fronte a un dilemma cornuto: chiudere un occhio o mandare i droni a spiare dietro le finestre. Non è chiaro se abbiano diritto a incontrarsi quelli che su Facebook si definiscono «in una relazione complicata», né quante settimane debbano essere trascorse dal primo appuntamento prima che si possa legittimamente parlare di «affetti stabili». È certo invece che gli amanti resteranno fuorilegge. Gli adulteri, che fino al 3 dicembre 1969 erano puniti dall' articolo 559 del codice penale italiano con due anni di carcere, dopo mezzo secolo di tolleranza legalizzata sono adesso soggetti a un tassativo divieto preventivo, non potendo autocertificare uno status che per sua natura è clandestino, e perciò rischierebbero di essere inseguiti da un elicottero agli ordini della sindaca Raggi o da una coppia di vigili motociclisti di Rimini. Solo i congiunti, dunque (più i fidanzati e gli affetti stabili, d' accordo). Ma chi sono, per la legge, questi congiunti? Vengono citati solo nell' articolo 307 del codice penale, e non per delimitare la sfera familiare ma per specificare chi non può essere condannato per favoreggiamento chi dà rifugio «al componente di una banda armata», nientemeno. Ecco la lista completa: «S' intendono per i prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un' unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole». Aggiungendovi gli «affetti stabili», potremo dunque finalmente incontrarli. Attenzione però, ha precisato Conte con il tono di un preside che avverte degli scolaretti indisciplinati: «Non si potranno organizzare party privati», né dar luogo ad «assembramenti di persone», espressione che fa venire il dubbio che si infranga la legge già con la contemporanea presenza nella stessa stanza di tre persone, e dunque se il figlio vorrà far incontrare nonni e nipoti farà bene a scaglionare le visite. Uno alla volta. Regola che vale, si capisce, anche per i fidanzati.
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2020. Era immaginabile che un governo dove alcuni ministri hanno problemi con il congiuntivo potesse inciampare sulla parola successiva del dizionario: congiunto. Vocabolo antico, ma per nulla caloroso, che odora di burocrazia e sembra inadatto a circoscrivere quel gomitolo di relazioni dentro al quale ci muoviamo ogni giorno. Dell' imminente fase due, in cui ci sarà concesso uscire di casa per meglio apprezzare le gioie del ritornarci, l' incontro con «i congiunti» rappresenta il momento-clou, la novità più preziosa e fumosa. Ma chi sono le persone care a cui, opportunamente mascherati, ci potremo di nuovo accostare? Soltanto i parenti stretti, alcuni dei quali sopportiamo già a stento nelle feste comandate? Il misterioso Comitato Tecnico-Scientifico, che nella prosa ispirata di Conte incarna il totem dello Scaricabarile da citare all' occorrenza per dare una patente di autorevolezza all' incomprensibile, considera «congiunti» tutti gli affetti stabili. E qui la cosa, invece di semplificarsi, si ingarbuglia. Tra gli affetti stabili ciascuno di noi annovera gli amici di una vita, gli amanti, i fidanzati in carica: qualcuno anche gli ex. Per evitare la multa bisognerà dunque trasferire sull' autocertificazione i brandelli della propria autobiografia? Una cosa sola è sicura: a giudicare dalla scarsa attenzione ancora una volta loro riservata, anche nella fase due i figli andranno considerati disgiunti.
Dagospia il 28 aprile 2020.Da “Un Giorno da Pecora – Radio1”. Il termine congiunto? “Credo che sia stato utilizzato appositamente un termine un po' vago che possa esser dilatato o ristretto a seconda delle interpretazione”. A parlare è Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, che oggi è intervenuto alla trasmissione di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotta da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. E cosa ne pensa della definizione di affetto stabile? “Resta tutto nell'indeterminato. Tutto ciò che è avvenuto attorno al Coronavirus ha scatenato degli tsunami linguistici, sono entrate le parole straniere più stravaganti”. Quali, ad esempio? “Lo stesso termine lockdown che ora è diventato molto famigliare, ma che ad esempio spagnoli e francesi non hanno utilizzato”. In Italiano come lo avremmo potuto tradurre? “Con confinamento, esattamente come hanno fatto, nella loro lingua, spagnoli e francesi”. Come valuta l'italiano del premier Giuseppe Conte in queste ultime comunicazioni? “E' discreto, si può sempre fare peggio”, ha detto a Rai Radio1 Marazzini.
Coronavirus, congiunti, fidanzati e affetti stabili: essere amici è diventata una colpa. Sono 8 milioni gli italiani soli che, senza famiglia e senza una relazione stabile, sono stati esclusi dal decreto del governo e non possono neanche incontrare un amico. Paolo Rosa Adragna il 28 aprile 2020 su La Repubblica. Per ogni parola che si prende la scena, ce n'è un'altra che finisce nel dimenticatoio. Se in poco più di 24 ore "congiunti" (e quale altra, sennò) ha rapito la nostra attenzione, "amici" è invece, quasi, sparita dal nostro vocabolario. O esiste unicamente per indicare qualcosa di sbagliato. Lo ha spiegato lo stesso Giuseppe Conte per placare le rivolte di tutte quelle coppie non ufficializzate dall'anello al dito, omo o eterosessuali che siano, che si sono sentite discriminate dalla scelta di congiunti. Dopo un'intera giornata di pensiero, il premier li ha rassicurati: "È una formula un po' ampia e generica. Per dire che, e lo preciseremo, non significa che si può andare dagli amici in casa altrui e fare dei party. Si andranno a trovare persone con cui ci sono rapporti di parentela o ci sono stabili relazioni affettive". Una vittoria per tutti gli innamorati: nessuno può sminuire un amore - o un affetto stabile per dirla in burocratese - solo perché non c'è un pezzo di carta, nemmeno il governo. Ma come la mettiamo con chi invece un amore adesso non ce l'ha? Perché vive in un'altra parte di mondo che il coronavirus ha reso irraggiungibile, per una serie di sfortunati (o fortunati) eventi o, più semplicemente, per scelta? Ogni anno circa 330 mila italiani decidono di lasciare la loro Regione per un'altra, dicendo arrivederci alla famiglia di origine. Gli universitari fuori sede sono oltre 360 mila. E nelle statistiche non rientrano i lavoratori stagionali o quelli che mantengono la residenza nella città dove sono nati. Se si considera poi che su tutto il territorio nazionale 8 milioni di persone sono "la famiglia di sé stessi", o come le definisce l'Istat famiglie unipersonali, è facile capire la grandezza della fetta di popolazione che il nuovo Dpcm non considera. Queste persone si saranno costruite una rete di affetti che va a sopperire quella tradizionale della famiglia. Non hanno quindi lo stesso diritto di andare a trovare una persona cara, nonostante non ci sia una relazione di sangue, giuridica o romantica? Non hanno lo stesso diritto di uscire da questo isolamento come gli altri? Lo stesso diritto di ricevere affetto, consolazione, vicinanza? Di abbandonare gli schermi e i telefoni e di fare due chiacchiere, tenendosi per mano non si può, ma quantomeno guardandosi negli occhi? Senza che questo incontro significhi, in nessun modo, fare baldoria, una festa, un party. Anche la scelta della parola party è curiosa. Si poteva benissimo dire in italiano, ma Conte ha preferito la variante inglese e la stressa il più possibile: "Non si può andare dagli amici e fare dei party". "Che nessuno pensi che ora sia libero di fare party con gli amici". "No ai party con amici". Il party è qualcosa di estraneo, di pericoloso. E così accostare party ad amico, rende anche amico una parola spaventosa. Di cui diffidare. Se in qualità di adulto, nella modernissima Italia del 2020, non hai una famiglia o una relazione stabile puoi avere un solo unico interesse: fare festa con gli amici. Quindi no, a te non è concesso il conforto di un altro essere umano: stai a casa, ancora da solo, dopo 8 lunghissime settimane. Magari alla prossima pandemia ci arrivi preparato.
Anche gli amici sono affetti stabili: il chiarimento di Sileri. Redazione su Il Riformista il 29 Aprile 2020. “Gli amici? A volte sono affetti più stabili di quelli familiari”. A dirlo non è una massima trovata in un Bacio Perugina ma il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri interrogato sulle nuove norme sociali a Un giorno da pecora su Radio1. “Anche un amico può essere considerato un affetto stabile‘, e quindi si potrà andare a trovarlo dopo il 4 maggio“, chiarisce il vice di Roberto Speranza. “Anche un’amicizia può essere un affetto stabile, come un fidanzato – ha spiegato Sileri – se è considerato un amico vero e non è una scusa. Serve il buonsenso, questo è un periodo di transizione, servono le regole per far capire che non è un liberi tutti”. Per il viceministro non è da escludere che con la fine del lockdown i casi tornino a crescere. “Lo vedremo fra un paio di settimane – ha chiarito- ma è un ipotesi molto probabile”.
"Socrate, siamo solo amici". Così nasce l'amor platonico. Un saggio ricostruisce il lungo legame tra la mente più grande di Atene e Aspasia, compagna di Pericle. Daniele Abbiati, Mercoledì 29/04/2020 su Il Giornale. L'amore platonico ha sempre goduto di buona stampa. Perché? Perché tutti, prima o poi, si sentono Paolo e tutte si sentono Francesca, tutti si sentono Friedrich e tutte si sentono Lou, tutti si sentono Hans e tutte si sentono Clawdia. Non è necessario chiamarsi Alighieri, Nietzsche o Mann, per saperlo (ma per scriverlo come lo scrivono loro, sì). Tuttavia l'amore platonico originario, fondativo, seminale, forse non è morto come un amore a metà, come un amore irrealizzato; al contrario, è nato così, in partenza declassato al rango di amicizia. Si chiama «platonico» perché Platone ci ha costruito sopra un gran teatro intellettuale, com'era solito fare con tutte le sue idee. Ma spesso dimentichiamo che dovrebbe chiamarsi «socratico». Ce lo ricorda un libro dal titolo un po' ruffiano (l'amore è ruffiano per natura): Socrate innamorato (Utet, pagg. 192, euro 15, traduzione di Chiara Baffa, dal 5 maggio nelle librerie). Lo ha scritto Armand D'Angour, londinese, 61 anni, molti dei quali dedicati allo studio della classicità. E che cosa c'è di più classico dell'amore socratico?
Per sommi capi, e detta con crudezza per nulla classica, né con l'eleganza accademica ma coinvolgente di D'Angour, la storia è questa. Ad Atene, verso la metà del V secolo prima di Cristo, in casa di Pericle, il leader incontrastato del Pd (Partito democratico) e padrone di tutta la città, tiene salotto la sua compagna Aspasia, molto bella, molto brillante, molto libera (quasi tutte le fonti antiche ne parlano senza mezzi termini come di una escort d'altissimo bordo) e soprattutto molto intelligente. Fra un drink e una chiacchierata, nel circolo di Aspasia si fa notare un suo coetaneo venticinquenne di nome Socrate: figlio di uno scultore, è di bell'aspetto, ha modi garbati e una mente finissima. Come soldato si è già fatto onore a Coronea, e anche nell'agone filosofico è un emergente. Il caso ha voluto che proprio a Coronea sia morto Clinia, padre di un frugoletto di tre anni, Alcibiade, e che, come da volere del defunto, il piccolo orfano sia stato affidato a Pericle. Il caso vorrà poi che nel 432, durante la battaglia di Potidea, Socrate salvi la vita al diciottenne Alcibiade, con il quale divideva la tenda...
L'artificio retorico dei puntini di sospensione è superfluo, per chi abbia qualche rimembranza del gossip filosofico alimentato da Platone & Co. (nonché del darsi di gomito fra i banchi del liceo). Ma il legame fra il Socrate maestro e l'Alcibiade allievo non sarebbe potuto nascere, senza il consenso di Pericle e della di lui partner, Aspasia. A proposito di quest'ultima, eccoci al sodo. Nel Simposio di Platone, meravigliosa commedia dal tono quasi scespiriano e dall'ambientazione conviviale in cui il tema messo sul tavolo chez Agatone, verso il 416 a.C., è quello dell'Amore, Socrate, ultimo a prendere la parola, innesta la propria dottrina dell'Amore su quella di una tale Diotima, sacerdotessa di Mantinea. Ebbene, il primo e unico al mondo a citare questa Diotima è Platone. Zero riferimenti, zero tracce, al netto del Simposio. Allora, come non risalire a trent'anni prima, a un altro simposio in casa di Pericle, dove a dibattere furono, occhi negli occhi e cuore a cuore, Socrate e Aspasia?
Se lo sono chiesto innumerevoli studiosi, se lo chiede, pur in maniera velata, il prof D'Angour e ce lo chiediamo anche noi. Tutto quadrerebbe: la coppia Pericle-Aspasia diventerebbe un triangolo con l'entrata in scena di Socrate, poi, con Alcibiade adulto, il triangolo diventerebbe un quadrilatero (raddoppiando la gelosia di Pericle, il quale si vedrebbe sorpassato da Socrate sia nelle grazie di Aspasia, sia in quelle di Alcibiade). Infine, troverebbero spiegazione le parole di Socrate nel climax tragico della sua fine quando, condannato a morte dopo la triplice accusa (non riconoscere gli dèi cui Atene è devota, introdurne altri, corrompere i giovani) e costretto a uccidersi bevendo cicuta, afferma: «dobbiamo un gallo ad Asclepio. Pagate questo debito e non dimenticatevene» (Fedone). Sacrificare ad Asclepio era pratica comune dopo una guarigione. E Socrate, morendo, guarirebbe finalmente dalla malattia dell'Amore. Quel morbo che avrebbe contratto da lei, Aspasia alias Diotima, la maestra della quale s'era innamorato da giovane.
Il correttissimo (non politicamente, ché sarebbe un difetto, bensì metodologicamente) D'Angour evidenzia in corsivo le poche pagine romanzate del suo libro in cui affronta il mistero dell'amore socratico indagando in particolare gli anni della formazione del filosofo e facendo balenare ai suoi allievi di un seminario tenutosi a Oxford l'idea di «un film sul Socrate sconosciuto». E in corsivo, appunto, scrive: «Per motivi religiosi gli ateniesi ritardano la sua esecuzione e Socrate trascorre alcuni giorni in carcere, durante i quali gli amici e i familiari possono andare a trovarlo per l'ultima volta. Forse uno di questi amici è proprio la vecchia Aspasia, ormai sempre più spesso vittima di lunghi periodi di malattia». E, subito dopo: «Platone, come anche Critone, avrà saputo di certo a chi stesse pensando Socrate nello scioglimento di questo voto, ma ne omette il nome. Forse perché l'oggetto del voto è proprio Aspasia, la donna che ha sempre amato e ammirato, le cui lezioni di eloquenza e la cui compagnia intellettuale ha ricercato anche negli anni più avanzati».
Nel 399 a.C., quando muore Socrate, sono passati trent'anni dalla morte di Pericle, falciato dalla peste. Anche Alcibiade è morto, nel 404, dopo aver tradito a più riprese la sua patria, dove da poco è stata restaurata la democrazia, archiviati in fretta e furia i Trenta tiranni. Di lì a pochi mesi se ne andrà anche Aspasia. Si chiude quindi una lunghissima storia di amori. Come dicevamo all'inizio, forse quello più tormentato lo provò sulla propria pelle Socrate. Forse Aspasia, di fronte all'alternativa fra potere e amore scelse il primo, dunque Pericle. Sicuramente lei non gradiva il disimpegno in politica di Socrate, pur riconoscendone le motivazioni. E forse la first lady di Atene, in un giorno imprecisato verso la metà del V secolo prima di Cristo, prendendo da parte il filosofo in salotto, mentre gli altri si buttavano sugli aperitivi, gli disse la solita frase che dicono le donne agli uomini che fanno loro la corte e dai quali sono attratte, sì, ma fino a un certo punto, non abbastanza da perderci la testa: «È meglio se restiamo amici».
Sapere che uno con il cervello di Socrate ci ha messo più di quarant'anni per digerirla, sarebbe consolante per tutti noi ometti normali.
Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 3 maggio 2020. Dopo due mesi di lockdown, di isolamento a casa, entra in vigore domani il Dpcm del 26 aprile, che dovrebbe far ripartire una buona parte delle attività produttive e industriali. Ma è un giorno atteso anche e soprattutto dai cittadini, che riponevano molte speranze in un allentamento dei divieti. Qualche misura, in effetti, è stata presa, ma restano forti dubbi interpretativi su molte questioni. Il governo ha scelto la strada di non fidarsi del tutto dei cittadini, mantenendo in piedi una fitta impalcatura di regole, spesso ambigue e di complessa interpretazione, aggravate dalla presenza di ulteriori specifiche nelle regioni. Passeggiare, vedere gli amici, andare a ritirare il proprio pasto, partecipare a una funzione religiosa, spostarsi nella seconda casa, incontrare gli amici: tutte attività normali fino a qualche mese fa, vietate fino a poco fa, e ora riammesse, ma con molti limiti e regole da rispettare. La riapertura di molte attività economiche, comunque, ci imporrà spostamenti nella città ed è prevedibile che ci saranno molte difficoltà sui mezzi di trasporto e che molti ricorreranno all' automobile, provocando un aumento del traffico e dell' inquinamento. Servirebbero provvedimenti drastici e potenti per favorire i trasporti alternativi, con adeguati incentivi per biciclette, bici e motorini elettrici. Ma anche qui, si procede ancora in ordine sparso.
QUANDO C'È OBBLIGO DI MASCHERINA PER GLI ADULTI. Con la fase due non sarà obbligatorio indossare in ogni occasione, quando si esce, la mascherina e i guanti. Ma in alcuni casi sarà necessario, mentre in generale è sempre raccomandato. Con il nuovo decreto, a partire da domani, è obbligatorio l' uso della mascherina nei luoghi chiusi accessibili al pubblico: per esempio, i mezzi di trasporto pubblico e gli esercizi commerciali. È obbligatorio anche in occasione degli incontri con i «congiunti». Le devono indossare anche i commessi di pubblici esercizi e attività commerciali. In questi luoghi devono essere messi a disposizione dei clienti, che devono indossarli, guanti monouso, oltre che gel per disinfettare le mani. Le mascherine sono obbligatorie anche durante le cerimonie funebri, alle quali non possono partecipare più di 15 persone. Queste sono le regole generali, ma alcune Regioni hanno introdotto norme più restrittive. È il caso della Lombardia, dove le mascherine sono obbligatorie anche all' aria aperta, mentre per usare i mezzi pubblici è necessario indossare anche i guanti. A Firenze, l' ordinanza del sindaco Dario Nardella prescrive l' obbligo di guanti sugli autobus, sul tram, negli orti urbani e nei cimiteri, mentre nei parchi e nei giardini è «fortemente raccomandato».
È una delle questioni più controverse e che ha fatto infuriare molti per la sua evidente farraginosità e arbitrarietà: la questione di chi si potrà incontrare a partire da domani. Innanzitutto la questione dei «congiunti». Chi sono? Sono i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado. Non è ancora chiaro? La Presidenza del Consiglio prova a specificare ancor meglio.
Chi sono i parenti fino al sesto grado? Ad esempio «i figli dei cugini tra loro». E gli affini fino al quarto grado? Per esempio, «i cugini del coniuge». E l' incontro, si chiarisce, dovrà avvenire al massimo tra due persone. La nota finale è quella che pone fine, per ora, a una querelle un po' da Ionesco sulla definizione esatta di «affetti stabili»: non rientrano, tra questi, gli amici. Ma non finisce qui. Perché, per questione di privacy, non sarà obbligatorio dire il nome della persona che andiamo a trovare, quando eventualmente saremo fermati. Impossibile, dunque, per le forze dell' ordine verificare che l' autocertificazione sia veritiera.
I BAMBINI QUANDO DEVONO INDOSSARLA. Nei casi che abbiamo visto in cui è stabilito l' obbligo di indossare le mascherine, possono essere esentati i bambini fino a sei anni, che difficilmente riuscirebbero a gestirla. Lo stesso vale per i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l' uso continuativo della mascherina e per i loro accompagnatori. Il commissario straordinario all' emergenza, Domenico Arcuri, ha mostrato durante la conferenza stampa alla Protezione civile i prototipi di alcune mascherine per bambini con supereroi e cartoni animati. Arcuri ha spiegato che appena saranno pronti, i modelli saranno messi sul mercato per far crescere anche nei bambini la consapevolezza dell' importanza dei dispositivi e del distanziamento personale in vista del rientro a scuola. I bambini potranno anche rimettere piede, insieme ai loro genitori, nei parchi e negli spazi verdi che saranno riaperti nelle città, ma non nelle aree giochi, che continueranno a restare chiuse.
Restano consentite le passeggiate e le attività motorie ma non le attività ludiche e ricreative di gruppo. Non sarà facile, ma bisognerà evitare che si creino assembramenti di bambini piccoli, magari senza mascherina perché non obbligati, che giocano insieme in gruppo.
SARÀ CONSENTITO ANDARE NELLE SECONDE CASE? La risposta dopo molte incertezze è no se non per necessità e per un brevissimo periodo. Nel decreto non c' è più il divieto che esisteva prima del 4 maggio, a patto che la seconda casa sia nella regione. Ma nel governo si è consumato uno scontro con un premier più favorevole e il ministro Roberto Speranza che frenava. Alla fine è arrivata una nota interpretativa che dovrebbe chiarire: «I motivi che rendono legittimi gli spostamenti, secondo le previsioni del Dpcm, restano quelli del lavoro, della salute e della necessità. Spostarsi alla seconda casa non è una necessità. In riferimento alle attività sportive e motorie, lo spostamento consentito è quello necessario a effettuare le attività stesse, con la conseguenza che una volta che queste sono concluse è obbligatorio fare immediato ritorno a casa».
GLI AMICI RIENTRANO TRA CONGIUNTI E AFFETTI STABILI? È una delle questioni più controverse e che ha fatto infuriare molti per la sua evidente farraginosità e arbitrarietà: la questione di chi si potrà incontrare a partire da domani. Innanzitutto la questione dei «congiunti». Chi sono? Sono i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado. Non è ancora chiaro? La Presidenza del Consiglio prova a specificare ancor meglio. Chi sono i parenti fino al sesto grado? Ad esempio «i figli dei cugini tra loro». E gli affini fino al quarto grado? Per esempio, «i cugini del coniuge». E l’incontro, si chiarisce, dovrà avvenire al massimo tra due persone. La nota finale è quella che pone fine, per ora, a una querelle un po’ da Ionesco sulla definizione esatta di «affetti stabili»: non rientrano, tra questi, gli amici. Ma non finisce qui. Perché, per questione di privacy, non sarà obbligatorio dire il nome della persona che andiamo a trovare, quando eventualmente saremo fermati. Impossibile, dunque, per le forze dell’ordine verificare che l’autocertificazione sia veritiera.
QUANDO LE MESSE SI CELEBRERANNO CON I FEDELI? Sarà consentito spostarsi nell' ambito della propria regione per far visita nei cimiteri ai defunti, sempre nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro e del divieto di assembramento. Quanto alle messe, è ancora mistero. Resta uno dei temi più divisivi, visto che molti esponenti politici di entrambi gli schieramenti e molti sacerdoti hanno chiesto il ripristino delle cerimonie. Il Pontefice, in realtà, ha frenato implicitamente, ricordando la necessità di rispettare le misure di cautela in questi giorni ancora difficili per il contagio. Ma i vescovi hanno continuato a chiedere con insistenza il ritorno alla normalità. Il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, battendo tutti sul tempo, esprime gratitudine nei confronti del premier Conte per il dialogo «continuo e proficuo di queste settimane e la condivisione delle linee di un accordo che consentirà di riprendere appena possibile anche le messe con i fedeli». Ringrazia anche per la collaborazione il ministro dell' Interno e il Dipartimento per le libertà civili e l' immigrazione. Quale sia l' accordo, però, ancora non si sa. Il quotidiano Avvenire ipotizza che le messe potrebbero essere celebrate di nuovo entro la fine del mese: «Non è improbabile che l' eucaristia con il concorso del popolo possa riprendere già per l' Ascensione o per la Pentecoste». Si ipotizza la ripresa per il 24 o 31 maggio. La Chiesa in Sardegna avrebbe potuto accelerare visto che il governatore Christian Solinas aveva dato l' ok già dal 4 maggio. Ma i vescovi locali frenano e aspettano le indicazioni della Conferenza episcopale italiana.
CI SONO LIMITAZIONI PER LE PASSEGGIATE (ANCHE IN BICI)? Si potrà passeggiare e come? Le regole del governo spiegano: «Si può uscire dal proprio domicilio solo per andare al lavoro, per motivi di salute, per necessità (il decreto include in tale ipotesi quella di visita ai congiunti) o per svolgere attività sportiva o motoria all' aperto. Pertanto, le passeggiate sono ammesse solo se strettamente necessarie a realizzare uno spostamento giustificato da uno dei motivi appena indicati. Ad esempio, è giustificato da ragioni di necessità spostarsi per fare la spesa, per acquistare giornali, per andare in farmacia, o comunque per acquistare beni necessari per la vita quotidiana, ovvero per recarsi presso uno qualsiasi degli esercizi commerciali aperti. Inoltre, è giustificata ogni uscita dal domicilio per l' attività sportiva o motoria all' aperto.
BICICLETTA. Resta inteso che la giustificazione di tutti gli spostamenti ammessi, in caso di eventuali controlli, può essere fornita nelle forme e con le modalità consentite. In ogni caso, tutti gli spostamenti sono soggetti al divieto generale di assembramento, e quindi all' obbligo di rispettare la distanza di sicurezza minima di un metro fra le persone». Ma nelle Faq (le risposte alle domandi più frequenti rilasciate ieri) ce n' è una che fa riferimento a un mezzo alternativo che potrebbe essere uno dei più usati nelle prossime settimane dagli italiani: la bicicletta, nella forma semplice o di quella elettrica, sempre più diffusa negli sharing, almeno nelle grandi città. Spiega la nota di chiarimento: «L' uso della bicicletta è consentito per raggiungere la sede di lavoro, il luogo di residenza o i negozi che proseguono l' attività di vendita. È inoltre consentito utilizzare la bicicletta per svolgere attività motoria all' aperto».
CON QUALI MEZZI SI PUO’ ANDARE A LAVORARE? Sono consentiti tutti i mezzi. Al contrario di quella che è stata la logica fino a ora sarà scoraggiato l' uso dei mezzi pubblici. Perché l' assalto ad autobus e metropolitane può avere gravi conseguenze in termini di sovraffollamento e può rendere impossibile il rispetto delle principali misure di sicurezza, a cominciare dal distanziamento personale. Molti Comuni hanno provveduto a mettere segnali che indicano dove devono stare le persone in piedi, ma già ci sono stati episodi che hanno dimostrato come sia molto difficile ottenere il rispetto della capienza massima, molto ridotta rispetto a quella ordinaria, e quindi delle distanze. L' altro mezzo su cui inevitabilmente potrebbe riversarsi buona parte della cittadinanza è l' automobile privata, con le prevedibili conseguenze in termini di traffico e di smog.
FINO A QUANDO PARCHEGGI GRATIS E ZTL APERTE? Una delle misure più controverse ma anche utili per la lotta all' inquinamento è stata l' istituzione delle aree di zona a traffico limitato (ztl) con divieto di accesso e circolazione per alcune tipologie di veicoli a Milano. Ora la priorità è provare a evitare l' assalto ai mezzi pubblici, che non potrebbe reggere, viste le misure di distanziamento. E quindi per decongestionare il traffico le amministrazioni stanno cominciando a rendere inattive le ztl. Succede a Milano, per esempio, dove Palazzo Marino ha prorogato la sospensione di area B e C e la sosta libera sulle strisce gialle e blu. A Pavia il sindaco ha emanato un' ordinanza che prevede la sosta gratuita nei parcheggi delle zone a sosta regolamentata in gestione all' azienda Asm, dal 4 al 16 maggio e la proroga dei titoli autorizzativi alla circolazione e alla sosta libera in zone a traffico limitato. A Roma ora di punta spalmata su tre fasce (dalle 8.30 alle 11.30), e il Campidoglio punta sullo sharing e sulla mobilità sostenibile con 150 km di percorsi ciclabili. Ztl aperte fino a fine maggio.
CIBO DA ASPORTO, QUALI REGOLE NEI RISTORANTI? Bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, pizzerie, birrerie e caffetterie restano chiusi (riapriranno, forse, il 1° giugno) ma oltre al già concesso servizio di consegna a domicilio (delivery) sarà consentito anche l' asporto o take away. Bisognerà sempre rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, ci sarà il divieto di consumare i prodotti all' interno dei locali e il divieto di sostare nelle immediate vicinanze degli stessi. Ogni Regione stabilirà le regole nel dettaglio, ma il personale dovrà sempre indossare guanti e mascherina. Si raccomanda ai clienti l' ordinazione online o telefonica. I clienti devono entrano uno alla volta e devono permanere all' interno dei locali per il tempo strettamente necessario al pagamento e ritiro della merce. Non è consentito per i clienti l' utilizzo dei bagni. Saranno obbligatori invece i corsi sulla sicurezza del lavoro per i dipendenti, che saranno a carico dei ristoratori. Chi decide tra il governo e gli enti locali? È uno dei temi che si è posto più spesso in queste settimane e che ha portato a non pochi conflitti istituzionali e politici. Di norma, il governo ha messo una cornice di regole, mentre alle Regioni era consentito inasprire, ma non rendere più lente le misure. Non sempre è stato così. Il tema si pone anche per gli orari. Uno degli obiettivi da raggiungere sarebbe abolire l' orario di punta. Ovvero, cercare di scaglionare i tempi della vita, le attività lavorative, commerciali e sociali, in modo che non ci siano pericolose sovrapposizioni che finiscono per favorire grandi assembramenti soprattutto sui mezzi di trasporto, oltre che nelle strade. Uno dei metodi è quello di differenziare gli orari. Ma a chi spetta questo compito? C' è una cornice nazionale e ci sono le Regioni che possono intervenire su alcuni orari, così come le aziende locali. I Comuni hanno molti più limiti, dovuti anche alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali sui quali non possono intervenire.
ORARI, CHI DECIDE TRA STATO ED ENTI LOCALI? Chi decide tra il governo e gli enti locali? È uno dei temi che si è posto più spesso in queste settimane e che ha portato a non pochi conflitti istituzionali e politici. Di norma, il governo ha messo una cornice di regole, mentre alle Regioni era consentito inasprire, ma non rendere più lente le misure. Non sempre è stato così. Il tema si pone anche per gli orari. Uno degli obiettivi da raggiungere sarebbe abolire l’orario di punta. Ovvero, cercare di scaglionare i tempi della vita, le attività lavorative, commerciali e sociali, in modo che non ci siano pericolose sovrapposizioni che finiscono per favorire grandi assembramenti soprattutto sui mezzi di trasporto, oltre che nelle strade. Uno dei metodi è quello di differenziare gli orari. Ma a chi spetta questo compito? C’è una cornice nazionale e ci sono le Regioni che possono intervenire su alcuni orari, così come le aziende locali. I Comuni hanno molti più limiti, dovuti anche alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali sui quali non possono intervenire.
CI SONO SCONTI PER NOLEGGIARE MEZZI ECOLOGICI? È in corso una trattativa tra i Comuni e il governo per provare a ottenere incentivi a mezzi di trasporto alternativi. Ma si procede ancora in ordine sparso e ci sono poche certezze. Una delle grandi preoccupazioni del ritorno all' attività è infatti l' uso massivo delle automobili, con un probabile e pericoloso ritorno dell' inquinamento atmosferico. Per questo, non solo i sindaci stanno allestendo nuove piste ciclabili, ma cercano di avere incentivi e aiuti per rendere più facile l' uso di monopattini elettrici e biciclette. Come spiega il sindaco del capoluogo pugliese Antonio Decaro: «L' anno scorso ho fatto acquistare 3.000 biciclette ai cittadini di Bari. Loro acquistavano una bici già scontata e il negoziante chiedeva poi la restituzione dell' incentivo». Secondo il Center for research on energy and clean air (Crea) di Helsinki, il calo dello smog intorno al 40 per cento in questi mesi di contagio da coronavirus, ha risparmiato 11 mila vite umane in tutta Europa. Solo in Italia 1.490. Sono molti i primi cittadini che stanno provvedendo a incentivare l' uso delle biciclette, da quello di Bologna Virginio Merola al napoletano Luigi de Magistris. Dovrà cambiare però anche l' attitudine complessiva nei confronti delle biciclette - uno dei mezzi di trasporto più rubati nelle città - senza un' adeguata risposta delle forze dell' ordine, che evidentemente finora hanno sottovalutato il fenomeno. Ora le biciclette diventano un mezzo di trasporto fondamentale, necessario per non trasformare le città in camere a gas.
Via al grande esodo: 3 milioni da Nord a Sud. La fase due inizia domani. Secondo le statistiche potrebbero almeno 3 milioni gli italiani che si muoveranno per raggiungere altre regioni per motivi di lavoro, di necessità o per tornare al proprio domicilio o alla propria residenza. Chiara Giannini, Domenica 03/05/2020, su Il Giornale. La fase due inizia domani. Secondo le statistiche potrebbero almeno 3 milioni gli italiani che si muoveranno per raggiungere altre regioni per motivi di lavoro, di necessità o per tornare al proprio domicilio o alla propria residenza, ma anche quelli che si sposteranno all'interno del territorio in cui abitano per andare a trovare i congiunti. Gli spostamenti avverranno per lo più da e per la Lombardia, cuore pulsante del mondo imprenditoriale italiano, ma ci si muoverà un po' da tutte le aree dello Stivale, anche in considerazione del fatto che proprio domani riapriranno moltissime fabbriche, ma anche che diversi studenti fuori sede potrebbero tornare nel luogo degli studi. I controlli procederanno nelle modalità previste dal Dpcm della presidenza del Consiglio e saranno rimodulati sulla base delle nuove esigenze e del numero di persone in giro, fanno sapere dal Dipartimento della Pubblica sicurezza di Roma. La polizia di Stato, però, non dovrà occuparsi solo del controllo del traffico, ma visto che ci sarà più gente in giro, anche di servizi anti-scippo, anti-borseggio e anti-rapina, con personale anche in borghese. Questo perché è certo che se con la chiusura delle attività era calato anche il numero dei reati, con la ripresa la micro-criminalità tornerà certamente a darsi da fare. Il problema maggiore è costituito dal fatto che l'aumento del numero di persone per le strade potrà portare inevitabili code sia ai caselli autostradali che in entrata e uscita dalle città, soprattutto quelle più grandi. Ecco perché proprio sulle autostrade la Polizia stradale non mancherà non solo di fare le dovute verifiche a campione sulle autocertificazioni, ma anche di cercare di far sì che il traffico non blocchi le strade per ore. Cosa certa è che se fino a oggi ci si è potuti concedere anche posti di blocco per fermare, come è successo anche a Roma con la Polizia municipale, tutte le auto in transito, da oggi sarà più difficile fermare tutti. Le forze dell'ordine, però, saranno in giro anche per controllare il rispetto della distanza tra persone e quello dell'obbligo di indossare dispositivi di protezione. Insomma, chi non indossa la mascherina potrebbe anche rischiare multe salate. Le code maggiori si prospettano non più soltanto di fronte ai supermercati, ma anche in prossimità di ristoranti o attività di somministrazione del cibo che proprio da domani potranno riaprire con la formula del take away. Il monitoraggio non sarà fatto tanto per reprimere, quanto per osservare se le regole saranno rispettate. Questo consentirà agli operatori sul campo di segnalare eventuali criticità da rimodulare e da segnalare alle istituzioni affinché sia «corretto il tiro». Ecco perché ora più che mai è fondamentale rispettare i dettami del Dpcm, affinché eventuali trasgressioni non portino a disastrosi passi indietro. Stessa cosa avverrà nei centri commerciali, nei parchi pubblici, da oggi aperti e in tutti quei luoghi dove le persone potrebbero assembrarsi anche se non consentito. Chi partirà o arriverà troverà più controlli anche in stazione o negli aeroporti, dove la Polizia potrebbe effettuare verifiche della temperatura a campione, con l'uso del termoscanner. Nei giorni scorsi, a causa delle chiusure, alla stazione Termini si è visto il passaggio di non più di 2mila persone al giorno, contro le 500mila dei periodi precedenti. Da domani la circolazione ferroviaria porterà più gente e sarà necessario il potenziamento dell'attività di controllo, anche con un aumento mirato di personale. Da fonti vicine al governo si apprende, però, che sarà lasciata molta più libertà alle persone di auto regolarsi da sole. Insomma, se tutti saremo più responsabili, potremo avere a breve qualche piccola concessione in più.
Allarme Lombardia. Ora in circolazione 300mila a rischio "Subito i controlli". Un caso i familiari dei sospetti-Covid. Paradosso ripartenza: coinvolge di più il Nord e gli over 50. Francesca Angeli, Domenica 03/05/2020, su Il Giornale. In Lombardia almeno 300mila persone sono venute a contatto con un positivo e dunque sono potenzialmente contagiose. E si tratta di una stima ottimistica. Che cosa succederà da domani quando la circolazione riprenderà anche se in modo controllato? La situazione si ripeterà identica in tutte le regioni con numeri diversi a seconda della diffusione dell'epidemia che ha colpito soprattutto il Nord: Lombardia appunto ma anche Emilia Romagna, Piemonte, Veneto. I dati analitici sulla popolazione che riprenderà l'attività rivelano che su 4,4 milioni di lavoratori la maggioranza ha più di 50 anni e si trova al Nord. Ecco il paradosso: torneranno a muoversi le persone più a rischio nelle aree più a rischio. Lo studio messo a punto dalla Fondazione dei Consulenti del Lavoro calcola che il 62 per cento di quelli che erano a casa da domani riprenderà a lavorare. Che cosa succederà? Tutti gli esperti ritengono inevitabile che la curva epidemica si rialzi ma allo stesso tempo sottolineano che in queste settimane di emergenza abbiamo imparato molto sul virus. Ad esempio quanto sia importante il fattore «tempo» sia per contenere i focolai sia per evitare che il paziente si aggravi e insorgano complicazioni. Uno degli ingranaggi che non ha funzionato a dovere è quello della sanità territoriale per una carenza obiettiva di strutture, personale e mancanza di sinergia con gli altri settori della sanità pubblica. I medici di base potrebbero avere un ruolo cruciale ai fini del contenimento dell'epidemia ma soltanto se ingranerà una collaborazione virtuosa tra i diversi comparti del servizio sanitario nazionale. «Con la riapertura sarà inevitabile che ripartano nuovi focolai l'importante è individuarli e circoscriverli subito», avverte la segretaria della Fimmg Lombardia, Paola Pedrini, che si prepara ad affrontare la Fase2 nella regione con il maggior numero di contagiati. «Nella Fase1 siamo stati completamente dimenticati ora finalmente hanno inserito un sottogruppo con la presenza dei medici di base nella task force per l'emergenza» spiega la Pedrini che indica come principale preoccupazione quella dei contagiati non confermati e dei loro contatti. «É vero che si eseguono molti tamponi ma non abbastanza rapidamente ed efficacemente- spiega- Sono in arrivo dei macchinari che velocizzeranno la procedura delle analisi ma siamo in ritardo perchè la Fase2 è domani e il personale Ats (le agenzie di salute pubblica ndr) non è sufficiente. Per contenere la diffusione dovremmo avere il risultato del tampone entro tre giorni dai primi sintomi per mettere in quarantena anche i contatti». E il punto debole, la smagliatura che rischia di far schizzare i contagi è ancora quella degli asintomatici e dei loro contatti. Il punto è questo: domani chi convive con un caso sospetto andrà a lavorare? «I positivi diagnosticati e in isolamento domiciliare (in Lombardia sono circa 30mila ndr) sono in casa e chi convive con loro è in quarantena- prosegue la Pedrini- Ma noi sappiamo che i positivi sono almeno dieci volte di più e che tra la denuncia di un caso sospetto e la verifica con il tampone possono passare molti giorni. E finché la diagnosi di Covid 19 non è confermata il sospetto resta a casa ma i suoi conviventi escono e in teoria da domandi andranno anche a lavorare». A questi si aggiungono gli asintomatici che non sono neppure «sospetti». Obiettivi prioritari della Fase2 sono diagnosi tempestiva e assistenza domiciliare per il maggior numero di persone possibile. Per farlo conclude la Pedrini occorre l'intervento della sanità pubblica con la possibilità di diagnosi a domicilio: tampone ma anche radiografie ed emogas.
Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 4 maggio 2020. È tutto pronto per la fuga al Sud. Tra oggi e domani risultano già 1.500 i posti prenotati sui pochi treni rimasti per la Campania: 373 passeggeri sul Milano-Napoli di oggi delle 13.06, altri 420 sul treno da Torino delle 16.35. E ancora: non figurano più posti disponibili sull' unica Freccia in viaggio per la Puglia, il Roma-Lecce. Sold out per tutta la settimana anche il collegamento Milano-Bari con l' autobus notturno (33 posti) della ditta Marino e dal 7 al 17 tutto esaurito anche sul volo Easy Jet Milano-Bari, perché in fondo, come ama dire il governatore Michele Emiliano, «Milano è la seconda città della Puglia, con 200 mila pugliesi che ci abitano». E sono 850 i calabresi, in prevalenza giovani tra i 19 e i 35 anni, che hanno comunicato il loro arrivo per oggi, 4 maggio, primo giorno della fase 2, registrandosi sul sito della Regione. Domani, altri 601. Insomma, finito il lockdown , il governo ora autorizza anche «il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza». E l' effetto è questo: migliaia di persone, rimaste «prigioniere» al Nord per oltre un mese e mezzo dopo lo scoppio dell' epidemia, si metteranno in viaggio con ogni mezzo per raggiungere le famiglie al Sud, anche perché le varie regioni d' appartenenza malgrado i proclami bellicosi alla fine hanno pensato bene di non chiudere i confini. Ma il Viminale, alla vigilia, è stato chiaro: nella circolare inviata ieri ai prefetti, dopo aver ribadito il vecchio divieto «per tutte le persone fisiche di spostarsi in una regione diversa rispetto a quella in cui si trovano, salvo che per esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute», ha ricordato che adesso è permesso pure il ritorno presso il domicilio. Attenzione, però: una «volta che si sia fatto rientro - avverte il ministero dell' Interno - non saranno più consentiti spostamenti al di fuori dei confini della regione in cui ci si trova, qualora non ricorra uno dei motivi sopra indicati».
Tradotto: chi torna a casa ci resta. E infatti in Sardegna come in Campania, Puglia, Calabria o Sicilia chi arriva oggi è atteso comunque da un periodo (14 giorni) di isolamento domiciliare volontario. Insomma, la quarantena. «Noi vogliamo che la nostra gente rientri, ma con le dovute cautele per non rischiare nuovi contagi», spiega Antonio Belcastro, direttore del dipartimento Salute della Calabria (ieri, a proposito, il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, ha impugnato l' ordinanza della governatrice Jole Santelli sull' immediata riapertura di bar e ristoranti all' aperto). Così, ad esempio, in Campania (dove pure Ncc e autonoleggi saranno monitorati) Protezione civile e forze dell' ordine attenderanno oggi nelle stazioni, ai terminal, ai caselli autostradali i viaggiatori con termoscanner e test rapidi a campione anti-Covid. «Dobbiamo stare attenti - dice Fabio De Pasquale, il portavoce del governatore siciliano Nello Musumeci -. Lo sa che abbiamo scoperto 260 positivi asintomatici facendo i tamponi a quelli già rientrati nella fase 1, circa 50 mila?». Obbligo di quarantena e di tampone, dunque, per chi sbarca sull' isola. Altri 200 positivi furono intercettati tra i 35 mila giunti in Puglia durante la prima fuga di marzo. «La quarantena ora varrà per tutti - dicono in Regione - anche per chi arriva dal Molise che è a contagio zero. Non possiamo più sbagliare».
Sara Landini e Marisa Marraffino per ilsole24ore.com il 4 maggio 2020. Dal 4 maggio ci si potrà spostare verso il proprio domicilio, abitazione o residenza. E questo non solo all’interno della stessa Regione, ma anche passando da una Regione a un’altra, cosa che finora non era possibile. Se la novità è chiara, decrittare il significato delle parole usate dall’ultimo Dpcm, quello del 26 aprile, è molto più complicato: qual è infatti la differenza tra residenza, domicilio e abitazione? Come si incrocia con la possibilità (o no) di andare nelle cosiddette “seconde case”? Un bel rebus giuridico che – anche in attesa dei chiarimenti del Governo – proviamo a sciogliere. Se il concetto di residenza è chiaro e in concreto basterà produrre un certificato anagrafico per provarla, negli altri due casi i dubbi restano per la difficoltà di delimitare tali ambiti spaziali presenti nel nostro ordinamento civile. Altri Stati, come la Francia e la Germania, hanno adottato la soluzione dell’unicità della sede della persona fisica, mentre in Italia occorre distinguere. Per evitare multe, adducendo come ragione dello spostamento il rientro al proprio domicilio o abitazione, potrebbe infatti non bastare l’autocertificazione. Cerchiamo di delimitare i luoghi del domicilio e della abitazione secondo le disposizioni di legge che li richiamano e le loro interpretazioni.
Il domicilio è la sede di affari e interessi. In base all’articolo 43 del Codice civile il domicilio è «il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi». Il domicilio coincide in genere, ma non necessariamente, con la residenza. Nel domicilio tradizionalmente si rinvengono un elemento oggettivo, rappresentato dalla concentrazione degli affari ed interessi in un luogo, e un elemento soggettivo, dato dall’intenzione di fissare in quel luogo la sede principale delle proprie attività. Diversi sono gli elementi presuntivi dai quali desumere il domicilio: dall’acquisto di beni immobili fino alla gestione di affari in contesti societari e comunque la disponibilità di almeno un’abitazione.
L’abitazione è dove si soddisfano bisogni personali o familiari. Il concetto di abitazione indica il luogo in cui si abita, nel diritto civile lo troviamo in ambito successorio con riferimento al diritto del coniuge superstite di abitare nella casa coniugale (articolo 540 del Codice civile) e nel contesto dei diritti reali, dove l’articolo 1022 del Codice civile stabilisce che «chi ha diritto di abitazione di una casa può abitarla limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia». L’articolo 15 del Dpr 917/1986 (Tuir) in ambito di imposte parla poi di «abitazione principale» facendo riferimento al luogo ove si vive abitualmente, dove sono i centri dei propri affetti. A differenza del domicilio, l’abitazione è il luogo in cui il soggetto ha un immobile ad uso abitativo in via abituale per sé e/o per i propri familiari. A queste norme si ritiene di poter far riferimento per arrivare a dire che l’abitazione è il luogo dove si trova un immobile ad uso abitativo atto a soddisfare in via abituale i bisogni personali e/o familiari.
La dimora può anche essere temporanea (come la seconda casa). Nell’elenco dei luoghi indicati dal Dpcm dello scorso 26 aprile manca invece la dimora che tipicamente inquadra la persona nello spazio nel dettato dell’articolo 43 del Codice civile e a cui si riferiscono anche altre disposizioni di legge, come quelle relative alle notifiche, alla competenza dei reati commessi all’estero o il foro competente per le cause civili. Non si ritiene che sia un errore o che si sia inteso indicare con il termine abitazione la dimora. Se si guarda infatti all’uso del termine dimora si comprende come il riferimento alla stessa avrebbe avuto probabilmente una estensione eccessiva degli spostamenti giustificati. La dimora non è definita dalla legge se non in negativo. In particolare, l’articolo 43 del codice civile identifica la residenza come la dimora abituale. Se ne ricava che la dimora, distinta dalla residenza, è quella temporanea. Si tratta del luogo in cui una persona si trova momentaneamente per un certo periodo di tempo. Si parla di dimora con riferimento al luogo in cui si soggiorna per un certo periodo, non per una visita turistica di pochi giorni. La scelta di parlare di abitazione, se intesa nel senso sopra precisato, e non di dimora, sembra proprio giustificata dall’esigenza di ridurre gli spostamenti per fini ludici o nelle seconde case.
Niccolò Zancan per “la Stampa” il 5 maggio 2020. Torino-Napoli Quando stanno per misurarti la febbre ti viene sempre paura. Ecco perché sono tutti alla stazione di Porta Nuova con un' ora di anticipo. Non è solo prudenza. Ma rispetto per questa nuova frontiera. Silvia C., ex agente immobiliare, che torna a Cagliari dai genitori. Monica R., studentessa senza più lezioni, con una stanza da 380 euro d' affitto. I fidanzati Montano Galietta e Andrea Aldea, circondati da 4 trolley: «Torniamo indietro. Qui è tutto fermo, anche il mio corso da ferroviere». Sono arrivati con un' ora di anticipo per mettersi in coda e sottoporsi al termoscanner. Ma non c' è la coda, e nemmeno il termometro. Si va verso il binario in ordine sparso. Chi da destra, chi da sinistra, chi dal centro. «A noi hanno controllato solo l' autocertificazione», dicono i due fidanzati. A qualcuno neppure il biglietto. È il Frecciarossa 9311 da Torino a Napoli, il primo dei due treni al giorno che collegano l' Italia. «A seguito dell' emergenza coronavirus, si informano i passeggeri che questo treno fermerà nelle stazioni di». Una ragazza schiaccia i tasti delle porte con pezzetti di carta tagliata a casa, un uomo lo fa con i gomiti della giacca grigia. Qualcuno usa guanti da supermercato: un paio per ogni contatto. Il rumore è questo sciacquettio continuo di disinfettate fra le dita. «A seguito delle manutenzioni sulla linea, si informano i passeggeri che il treno non percorre l' alta velocità». «Andiamo sulla storica!», dice il controllore per ribadire il concetto. La storica? «Seguiremo i vecchi binari». A prima vista, è sempre il solito Frecciarossa con i sedili marroncini punteggiati di giallo. Ma le carrozze sono state sanificate. C' è un distributore di gel igienizzante in ogni bagno. Il condizionatore d' aria gira al minimo e il bar è chiuso, niente caffè. Si possono comprare solo lattine d' acqua. È il grande ritorno dei panini nella stagnola, preparati a casa: adesso c' è un ragazzo che mangia in piedi, girato di schiena, fra un vagone e l' altro, perché masticare con la mascherina è complicato. Alla Stazione Centrale viene misurata la febbre a tutti i passeggeri in partenza e il treno si riempie, anche se relativamente: 300 posti occupati su 600 disponibili. Sono le regole del distanziamento. Nessuno di fronte. Si viaggia a scacchiera. La cosa più bella sarebbe riuscire a guardare fuori. La linea storica attraversa l' Appennino. Non è mai stato così rigoglioso come dopo il lockdown. La primavera sta giganteggiando. Vecchie case coloniche su bordi di paesi che si chiamano Terrigoli e Carmignanello, panni stasi sui balconi a Vaiano. Ma la verità è che durante il viaggio tutti gli occhi stanno dentro al vagone. Nessuno riesce a guardare altro che il proprio vicino, e chi passa, se passa con le dovute cautele. Ecco la novità: il silenzio. Pochissime parole per paura di ricevere in faccia altre parole. L' eccezione è il telefono. Nella carrozza 7 una signora sta dichiarando: «Finalmente ci vediamo! Non so fra quanto, ma ci vediamo. Dipenderà dai controlli a Napoli. A Torino ne abbiamo fatti pochissimi». Nella carrozza 6 un ragazzo con i capelli ricci legge «Il Vizio assurdo», storia di Cesare Pavese. Computer accesi, una schermata con il titolo: «Ricerche di mercato». Di molti viaggiatori spuntano solo gli occhi. Ragazze e ragazzi bardati da capo a piedi, mascherine approntate con doppia stoffa ed elastici rinforzati, come se proprio quella fosse stata la condizione per avere il permesso di partire. È il Nord che scende a Sud in un viaggio al contrario, dove adesso la speranza è raggiungere almeno un po' di pace, una casa calda di affetti e forse d' amore. Firenze, Santa Maria Novella: 16 pensiline deserte. «Attenzione! Rispettiamo il distanziamento sociale», dice una voce al megafono. Una lei e un lui in tuta da ginnastica non hanno la mascherina: sono gli unici del treno. Scendono e risalgono a ogni fermata. «Speriamo questa di fumarcela in pace», dice lui. La vegetazione è cresciuta alta fra i binari. Si torna a viaggiare lentamente. Con questa attenzione maniacale ai respiri degli altri, ai colpi di tosse. Ma era un colpo di tosse oppure solo un grattino in gola? A Roma sale un lavoratore dell' Atac, fa il pendolare da 11 anni. Ha preparato una pozione domestica con 2% di candeggina, e adesso armato con un vaporizzatore potentissimo la diffonde per 5 minuti buoni sul suo sedile. «Fra poco sono a casa», dice sedendosi soddisfatto. Fra poco...Il Frecciarossa 9311 va fra papaveri, ulivi, pini marittimi, costeggia strade deserte. Sbuca al mare, davanti al golfo di Gaeta. Torna a tagliare per l' interno. A Frattamaggiore passa l' addetto di bordo, «pulizia e decoro» c' è scritto sulla manica della sua tuta grigia. Ma il vagone è pulito. Montano Galietta e Andrea Aldea si sono addormentati nei loro posti a scacchiera. «Era bella Torino, vivevamo accanto alla stadio della Juve. In questi mesi di lockdown down siamo andati al Carrefour in tutto sei volte». Scendono a Napoli Centrale, con tutti quei trolley, dopo otto ore di viaggio. Un uomo con la tuta anti contagio urla al megafono: «Rispettate la distanza minima! Signori, almeno un metro». Ci sono donne e uomini della protezione civile, polizia e Regione Campania. La coda dura un' ora. Ecco il termometro digitale. Montano Galietta e Andrea Aldea non hanno la febbre: faranno la quarantena a casa delle rispettive famiglie. Adesso stanno per salutarsi. Tutta la vita di prima è dietro alle spalle.
Da ''Tagadà'' - La7 il 4 maggio 2020. Il collegamento in diretta con Alessio Schiesari alla Barriera di Napoli: 1 persona su 4 è risultata positiva al test rapido, tutte trovate con la febbre. "Tra i 16 positivi su 60 nessuno ha dichiarato di esserne consapevole. Ora nuovi test".
Rientri dal Nord: in Campania 19 positivi ai test rapidi su 1706 passeggeri. Redazione su Il Riformista il 4 Maggio 2020. Tre i 1706 passeggeri provenienti da fuori regione, e nella maggior parte dei casi dal nord Italia, 320 sono stati sottoposti a test rapido e 19 sono risultati positivi. Di questi: 16 sono ora in attesa dell’esito del tampone vero e proprio, tre invece hanno già avuto l’esito negativo dalle analisi del tampone. E’ il bilancio dell’Unità di Crisi della Regione Campania sulla prima giornata della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, quella che ha visto numerose persone rientrare nel proprio luogo di residenza. Nell’ambito dei controlli effettuati presso le stazioni ferroviarie della Campania, nei posti di sorveglianza ai caselli autostradali, all’aeroporto di Capodichino e in alcuni luoghi nevralgici del territorio, sono stati registrati 1706 passeggeri provenienti da fuori regione. Tutti sono stati sottoposti a misurazione della temperatura. 15 passeggeri avevano una temperatura pari o superiore a 37.5 °C. Sulla base delle valutazioni mediche, al momento, le Asl hanno sottoposto a test rapido ed eventualmente a tampone naso-faringeo, alcuni passeggeri. In particolare, 320 sono stati sottoposti a test rapido e 19 sono risultati positivi. Per quanto riguarda i tamponi effettuati: 3 di questi relativi a persone sottoposte a screening alla barriera di Napoli Nord sono risultati negativi. Si attendono i referti dei restanti tamponi. 598 le persone che hanno comunicato alle Asl di appartenenza il proprio arrivo. Tutte le persone provenienti da fuori Campania sono state poste in isolamento domiciliare.
Simone Bianchini, Ilaria Carra, Alessia Gallione e Massimo Pisa per repubblica.it il 4 maggio 2020. Più auto in giro, con il ritorno di qualche coda ai semafori. Code ordinate di passeggeri ai controlli per il primo treno delle 7,10 in Stazione Centrale. Ma mezzi pubblici che viaggiano senza problemi, almeno nelle prime ore del mattino, quelle considerate più critiche per la circolazione. Milano all'esordio della Fase 2 dell'emergenza coronavirus, con le nuove regole di contingentamento delle presenze su metropolitane, tram e autobus che si incrociano con il ritorno al lavoro di tantissime persone che da oggi riaprono molte attività. "Parte la Fase 2, ma l'emergenza non è finita", scrive su Facebook il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. "La Lombardia è stata la prima a essere colpita, abbiamo il dovere di essere i primi a indicare la strada per uscirne. Attenzione, rispetto delle regole, coraggio. Non dimentichiamo mai mascherine, guanti, igienizzante per le mani e distanza. Ci rialzeremo più forti di prima". Il sindaco di Milano Beppe Sala: "Situazione oggi sotto controllo, aumenteremo attenzione nei prossimi giorni: bravi milanesi e bravo chi sta lavorando per noi, ci siamo meritati di ripartire". Sono 192 i passeggeri imbarcati sul primo treno, il Frecciarossa delle 7:10, che è partito da Milano per Napoli con 4 minuti di ritardo. La fase di controllo dei passeggeri si è svolta in modo ordinato con le persone distanziate e tutte dotate di mascherina. La maggior parte dei passeggeri era diretta in Campania e in Puglia. Questi ultimi cambieranno treno a Roma per raggiungere la loro regione. Tra i passeggeri c'è anche l'ex pm di Mani Pulite e membro del Csm Camillo Davigo. Sono stati 170 invece i passeggeri del secondo treno, quello delle 10,25: tutto regolare, controlli sulle code e tutti i passeggeri (tranne una turista straniera) fatti salire a bordo.
Alessia Candito per repubblica.it il 4 maggio 2020. Chi temeva un esodo di massa verso Sud è destinato a doversi ricredere. Da oggi chi è rimasto bloccato al Nord potrà tornare nelle regioni di residenza, ma nelle prime ore della mattinata, non si registrano code in autostrada, né caos nelle stazioni o aeroporti. Il ritorno dei fuorisede a Sud ci sarà, dicono i numeri delle prenotazioni, ma la diminuzione dei posti a sedere su treni e aerei e la contestuale riapertura di una serie di attività economiche, sembrano aver limitato quanto meno per adesso il volume dei rientri. Alla stazione centrale di Milano, alle 7.10, solo 192 persone si sono messe in fila in modo ordinato per salire sul primo. I controlli sono rigorosi: oltre ai biglietti, c’è la misurazione della temperatura, nessuno sale sui treni senza guanti o mascherina. Ma non ci si lamenta. In fila, tutti a distanza di sicurezza, ci sono studenti separati dalle famiglie da oltre due mesi, precari, lavoratori rimasti senza impiego o in cassa integrazione. E si fa notare anche Piercamillo Davigo, ex pm di Mani Pulite e ora diretto a Roma al Csm di cui è componente. L’ultima a salire sul treno è una signora napoletana arrivata quasi fuori tempo massimo, a cui neanche i rimbrotti del personale hanno guastato la felicità per il ritorno finalmente possibile. "Ho un figlio di otto anni che non vedo da due mesi - ha detto - mi manca da morire". Più significativo l’aumento dei passeggeri che dall’hinterland viaggiano verso Milano, probabilmente per tornare al lavoro dopo mesi di blocco delle attività. A Cadorna, secondo Armando Vagliati, responsabile delle stazioni di Ferrovie Nord, c’è un aumento del 40 per cento circa dei passeggeri in transito, per un totale che tuttavia non raggiunge neanche il 30 per cento rispetto al traffico normale. Alla stazione romana di Termini invece, sono numerosi i passeggeri in coda per mostrare i documenti e con le mascherine, obbligatorie sui convogli. I controlli sono rigorosi e i percorsi separati. Una fila per salire un'altra per scendere dai treni, verifica dell'autocertificazione in entrambi i varchi e volontari della Croce rossa che misurano la temperatura a chi è in partenza con termoscanner. Regolare anche il traffico sulle autostrade, dove i viaggiatori sono aumentati, ma non si registrano né caos né code. Sull’A1, nel tratto che collega la Lombardia e l'Emilia, cioè nella zona più colpita dal Coronavirus è cresciuta la presenza di automobili, nella fase 1 praticamente scomparse, che viaggiano in direzione Sud. Inaspettata è forse la situazione che si è creata sullo Stretto di Messina, dove la maggior parte del traffico è in uscita dalla Sicilia. Con l’apertura di fabbriche e cantieri, molti contrattisti si sono messi in viaggio verso Nord, mentre a Sud non è ancora arrivata l’onda lunga dei rientri. Saturi i primi due traghetti verso Villa San Giovanni in partenza da Messina, dove si sono create lunghe code agli imbarchi, mentre in direzione contraria le auto si sono imbarcate senza attese né intoppi. Con il passare delle ore però è prevedibile che la situazione cambi radicalmente. La maggior parte dei treni provenienti da Nord inizierà ad arrivare nel primo pomeriggio, poco dopo si prevede che arrivino la maggior parte dei viaggiatori che in mattinata è salita in auto in direzione Sud. Tuttavia, le corse fra Villa San Giovanni e Messina sono ancora contingentate. Due traghetti partono la mattina, poi se ne parla dalle 16 in poi. E se è vero che è stato predisposto un “check point” con passaggio obbligato all’autogrill di Rosarno, dove verranno controllati documenti, smistati i passeggeri ed effettuato il tampone a tutti i fuorisede che rientrano in Calabria, a Villa San Giovanni si teme che le auto tornino a bloccare le città. Mentre in regione monta la polemica, perché secondo l’ultima ordinanza della governatrice Jole Santelli, già finita nel mirino del governo per il provvedimento con cui ha consentito a bar e ristoranti di aprire con largo anticipo e non solo per l’asporto, “coloro che si sottoporranno al test, a seguito di comunicazione dell’esito negativo e valutazione da parte dei Dipartimenti di Prevenzione delle ASP di appartenenza, potranno interrompere l’isolamento domiciliare”.
"Da contagi zero a untori". Altra denuncia per Conte. L'ex presidente della Regione Ugo Cappellacci ha presentato un esposto contro il governo centrale per epidemia colposa. Federico Garau, Sabato 22/08/2020 su Il Giornale. Sardegna presa in giro e umiliata dal governo centrale, che respinge la richiesta del presidente della regione Christian Solinas di istituire un passaporto sanitario prima dell'arrivo della stagione turistica ed ora diviene parte lesa per l'incremento dei casi di Coronavirus, dopo essere stata a lungo terra di contagi zero, ed il trattamento mediatico alla stregua di un lazzaretto: per tutti questi motivi l'ex governatore Ugo Cappellacci (Forza Italia), ha presentato un esposto contro l'esecutivo per epidemia colposa, come da lui stesso annunciato sul profilo personale Facebook. "Questa è la ricevuta della presentazione della denuncia-esposto nei confronti del governo.", spiega Ugo Cappellacci all'uscita dalla questura di Cagliari intorno alle 7 di stamani. "La richiesta che faccio alla procura della Repubblica di Cagliari è quella che vengano effettuati degli accertamenti per verificare se l'aumento vertiginoso del numero dei contagi in Sardegna possa essere ricondotto alla bocciatura da parte del governo nazionale delle misure restringenti richieste dalla Regione. In particolare il passaporto sanitario, che presupponeva l'effettuazione di un tampone prima di arrivare in Sardegna". Lo scopo, come spiegato dall'ex presidente della Regione è quello di verificare se"ci sia una connessione tra questa mancata concessione da parte del governo e l'aumento dei casi di Covid di questi giorni". Si tratta dell'inizio di una serie di azioni da compiere per ottenere giustizia, spiega Cappellacci. "Il passo successivo è quello di una promozione di una class action che possa ristorare la Sardegna di quelli che sono i danni che possono essere stati causati da certi quotidiani nazionali che hanno trattato, con titoli in prima pagina, la Sardegna come se fosse un lazzaretto strapieno di contagiati. Noi venivamo da una situazione di contagi zero", ricorda l'ex governatore. "Siamo ora in una situazione diversa, di difficoltà, dovuta proprio alla mancata approvazione da parte del governo delle misure richieste". Oltre il danno la beffa, prosegue Cappellacci, dato che ora la situazione si è addirittura rovesciata. "E la cosa folle è che oggi si parla delle misure al contrario. Cioè ci sono delle regioni che richiedono il tampone a tutti coloro i quali arrivano dalla Sardegna. Siamo stati danneggiati, sono arrivati in Sardegna gli untori e oggi si vuol far passare la Sardegna come base di untori". Una situazione definita esplicitamente inaccettabile dall'ex presidente della Regione: "Non ci stiamo, non siamo minimamente disponibili a sopportare tutto questo, quindi procederemo in tutte le sedi per affermare i diritti dei sardi e il diritto della Sardegna di esser trattata come merita".
Rita Dalla Chiesa difende la Sardegna: "Basta accusarla, l'avete infettata voi". Una voce fuori dal coro in difesa della Sardegna, accusata di essere il nuovo focolaio d'Italia, è Rita Dalla Chiesa, che invece attacca chi l'isola l'ha "assaltata" dopo la fine del lockdown perché considerata Covid-free. Francesca Galici, Sabato 22/08/2020 su Il Giornale. Dopo la Lombardia, ora è la Sardegna a essere additata come "regione untrice" del Paese. La sua colpa è quella di essere la regione preferita per le ferie degli italiani e di avere un sistema di intrattenimento votato all'eccellenza e all'esclusività nella sua frazione nord-orientale. La Costa Smeralda è meta ambita e sognata per una vacanza, una località circondata da una decennale fama internazionale che quest'anno aveva ritrovato in parte lo splendore un po' appannato negli ultimi anni. Fin dagli anni Ottanta, ad agosto nelle sue discoteche si riversano spesso i romani dei quartieri più chic, la cosiddetta Roma Nord. Quest'anno non è stato diverso e così i romani bene hanno invaso le coste sarde, magari dopo essersi goduti i mesi di giugno e luglio nel vicino Argentario, a Ponza o a Capri, tutte mete elitarie. L'altissima concentrazione di giovani dediti alla movida è stata la miccia detonante per l'esplosione di casi Covid in Sardegna ma Rita Dalla Chiesa, con un tweet, va contro corrente e difende l'isola.
"I tamponi per i turisti? Li ha bloccati il governo". Da diversi giorni lo sport preferito è quello di puntare il dito contro la Sardegna, contro i suoi locali, contro la movida. Nulla che fosse vietato dalla legge, con il governo che aveva permesso la riapertura in sicurezza delle discoteche lo scorso giugno, salvo poi fare un salto indietro e chiudere tutto dopo un mese e mezzo. A marzo e aprile c'erano i runner nel mirino, diventati il male assoluto, ora sono i giovani che hanno fatto ciò che è stato loro consentito. La Sardegna è stata una delle prime regioni Covid-free del Paese. Grazie all'insularità era riuscita a contenere egregiamente i contagi durante la prima ondata e i sardi avrebbero voluto preservare il lavoro fatto sull'isola ma, proprio perché considerata un luogo sicuro, non appena sono stati aperti i confini regionali in tantissimi si sono riversati nelle seconde case. La ripartenza del turismo ha inevitabilmente portato sull'isola, dall'Italia e dall'estero, migliaia di visitatori che hanno affollato i suoi hotel e, ovviamente, ristoranti e locali. Ci si è affidati al buon senso di giovani e giovanissimi, che hanno contato i giorni per riassaporare la libertà negata in primavera dal lockdown ma permessa in estate dal governo, chiedendo loro di rispettare le distanze di sicurezza in discoteca mentre ballavano, bevevano drink e si divertivano con gli amici. Uno scarico di responsabilità colpevole che adesso ricade in toto su una regione che fino all'inizio dell'estate, e all'invasione dei turisti era Covid-free. Probabilmente si riferisce a questo Rita Dalla Chiesa nel suo tweet in difesa dell'isola, diventata il capro espiatorio. "Basta aggredire la #Sardegna. Siete andati tutti lì in vacanza perché sapevate che era uscita “pulita” dal #Covid. E voi, con la vostra incoscienza, l’avete infettata. Siete voi gli unici colpevoli. Se l’aveste rispettata la gente avrebbe potuto continuare a lavorare...", ha scritto la giornalista e conduttrice.
Le discoteche restano chiuse. Ora è allarme movida illegale. Il suo riferimento finale è a tutte quelle discoteche e locali che hanno investito per la riapertura secondo gli standard indicati dal governo, che hanno provato a recuperare una stagione estiva compromessa in partenza dal Covid e che dopo un mese e mezzo si vedono additati come colpevoli dell'incremento dei contagi. In regioni come la Sardegna, ma anche la Puglia e la Sicilia, solo per citarne alcune, il turismo rappresenta un'importante fetta dell'economia locale. Migliaia di operatori hanno dovuto concludere la stagione in anticipo senza aver ammortizzato i costi degli investimenti. E ora sono accusati di essere gli untori anche da chi, scappato sull'isola quando il Paese usciva dal lockdown e ancora contava decine di morti e di contagi, il virus potrebbe averlo portato. Ora la musica non suona più sull'isola e nel resto del Paese e alcune realtà locali, come San Teodoro ai confini della Costa Smeralda. hanno imposto il coprifuoco alle spiagge chiudendole dalle 22 alle 6 del mattino.
"Zitti, non dite nulla a nessuno": Le Iene denunciano il focolaio "nascosto".
La struttura alberghiera avrebbe chiesto ai ragazzi positivi al coronavirus di tacere. E per giorni non avrebbe avvertito la Asl. Valentina Dardari, Sabato 22/08/2020 su Il Giornale. La Costa Smeralda nell’estate 2020 verrà ricordata non solo per le sue spiagge e l’acqua cristallina, ma anche per il coronavirus. Fino a poco fa non era chiaro infatti come quel luogo paradisiaco, esente da casi di Covid, in pochi giorni fosse diventato uno dei maggiori luoghi di contagio. A dare una risposta ci hanno provato gli inviati de Le Iene. È bastato parlare con qualche ragazzo per svelare il mistero di tanti giovani contagiati in tutta Italia di ritorno proprio dalla Costa Smeralda. La regione che fino a questo momento ne ha pagato le spese più di tutte le altre è stata il Lazio. Tanto da portare Alessio D’Amato, l’assessore alla sanità della Regione, a chiedere “test rapidi antigenici, quelli validati dallo Spallanzani che stiamo utilizzando negli aeroporti romani e che danno una risposta in 30 minuti, agli imbarchi da e per la Sardegna sono tecnicamente la soluzione più efficace per garantire che positivi asintomatici non viaggino in maniera promiscua sulle navi”. Sottolineando di non voler assolutamente polemizzare.
"Ospiti infetti e il villaggio non avverte nessuno". Gli inviati della trasmissione di Italia1 hanno quindi contattato alcuni ragazzi ospiti di un centro vacanze in Costa Smeralda. Quello che è stato scoperto non è proprio rassicurante. Questi giovani avevano frequentato delle ragazze romane risultate positive una volta rientrate nella Capitale. Subito i sei ragazzi avrebbero informato la struttura alberghiera dove stavano soggiornando. “La prima cosa che ci hanno detto è state zitti, non dite niente a nessuno. Noi però avevamo il volo di rientro il giorno dopo e non potevamo mentire nell’autocertificazione negando di essere stati a contatto con delle persone positive", hanno raccontato. Visto che uno di loro aveva la febbre a 38, il gruppo di amici ha deciso di non ripartire, pensando che la struttura avrebbe avvertito le autorità. “Loro ci hanno detto di essersi mossi con l’Asl, solo che noi non abbiamo avuto nessun tipo di contatto. Ci hanno anche detto che entro un giorno sarebbero venuti a farci il tampone, ma non è successo”. I sei hanno quindi deciso di mettersi in auto isolamento, mentre nel resto del resort tutto continuava come se niente fosse accaduto. Balli e divertimento come sempre. La sera di giovedì 20 agosto il gruppetto viene trasferito in una villetta sita al di fuori del villaggio turistico dove avevano soggiornato fino a quel momento. Spesati dalla struttura che avrebbe detto loro di essersi messa d’accordo con Asl e carabinieri sul da farsi.
"Il proprietario non sapeva nulla". Peccato però che “il proprietario della villetta non sapeva che noi fossimo in isolamento in attesa di tampone - sostengono i ragazzi - Ci ha detto che il villaggio non lo aveva informato. Era incazzato nero, diceva di voler fare denuncia”. I ragazzi intanto sarebbero quindi stati lasciati da soli nella villetta e ora ringraziano il buon cuore di alcuni vicini che hanno pensato a portar loro da mangiare per sfamarli. Finalmente sono arrivati i risultati dei tamponi: “Tre di noi sono positivi, due per fortuna no e stiamo ancora aspettando l’ultimo esito. Ma non siamo stati nemmeno separati tra positivi e negativi, è assurdo”, denunciano ancora.
Virus, tensione tra le regioni. De Luca: «Pronto a chiudere». Stop di Bonaccini e Toti: «No a blocchi». Il Corriere della Sera il 22 agosto 2020. Il governatore della Campania si allarma per i nuovi casi di positività al Covid e ipotizza di poter richiudere la regione («Sono pronto a chiudere la Campania»). Il giorno dopo arrivano le repliche a distanza del governatore dell’Emilia Stefano Bonaccini e della Liguria Giovanni Toti che si dicono contrari all’ipotesi del blocco. Il rientro dalle vacanze e la crescita dei contagi fanno tornare di attualità le possibilità di blocchi tra regioni e le relative polemiche. Polemiche che non mancano nemmeno sul fronte del rientro a scuola: «Stiamo verificando - fa sapere poi De Luca - il controllo della temperatura corporea all’interno degli stessi istituti, ritenendo irrealistica la previsione nazionale del monitoraggio effettuato a casa».
Musumeci: «Chiudo gli hot spot in Sicilia». «La Sicilia non può continuare a subire questa invasione di migranti. Tra poche ore sarà sul mio tavolo l’ordinanza con cui dispongo lo sgombero di tutti gli Hotspot e dei Centri di accoglienza esistenti. Si attivi un ponte-aereo immediatamente e si liberi la Sicilia da queste vergognose strutture, iniziando da Lampedusa». Lo annuncia il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci alla luce dell’alto numero di migranti positivi per il Coronavirus sbarcati in Sicilia.
De Luca: «Pronto a chiudere». «Sono 68 i contagi registrati venerdì in Campania. 14 a Napoli: 3 dall’estero, 6 provenienti da strutture turistiche della Sardegna e 5 residenti. A Caserta contagi provenienti da Spagna e Sardegna. Anche a Salerno contagi provenienti dall’estero. Quando siamo di fronte a questi dati bisogna bloccare i viaggi dall’estero». Questo il bilancio dell’emergenza Covid in Campania riassunto dal governatore De Luca. «A fine agosto vedremo se chiedere al Governo di limitare o meno la mobilità interregionale - ha proseguito il governatore - al rilassamento generale che si è registrato nel nostro Paese, soprattutto in alcuni settori delle attività economiche legate al tempo libero con episodi di non rispetto delle norme di sicurezza, con assembramenti con migliaia di giovani». E poi da «una scelta sbagliata del governo di apertura totale delle frontiere in uscita e in entrata senza nessun controllo. Credo che questa scelta abbia penalizzato il nostro Paese».
Bonaccini: «No a blocchi tra regioni». Ma non tutti i governatori sono d’accordo sull’ipotesi di tornare a bloccare la circolazione tra Regioni. «In questo momento mi pare di no - risponde Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna, a chi gli chiede se il rischio di blocco paventato da De Luca esista - Dopodiché si segue sempre l’evoluzione del virus e poi si discute tra Regioni e Governo. Bisogna sempre tenere monitorata la situazione perché quelli che parlano il giorno dopo mi hanno sempre fatto abbastanza pena».
Toti: «Non vedo necessità di chiusure». «Non ritengo vi sia una emergenza clinico-sanitaria tale da presupporre o fare presagire ulteriori chiusure. Stiamo attenti, teniamo la mascherina, facciamo tutto quello che dobbiamo fare ma evitiamo di tornare a terrorizzare questo Paese che non ne ha bisogno», è l’opinione del presidente della Liguria, Giovanni Toti.
De Luca: «Voglio controllo febbre a scuola». De Luca affronta anche il tema del rientro dei ragazzi a scuola. «Stiamo verificando con l’Unità di Crisi e con i responsabili della Pubblica Istruzione - dice - di prevedere in vista della riapertura delle scuole il controllo della temperatura corporea all’interno degli stessi istituti, ritenendo irrealistica la previsione nazionale del monitoraggio effettuato a casa. È in corso - spiega - un monitoraggio delle tipologie di classi e degli stessi istituti, sapendo che un alunno con febbre potrebbe avere un effetto a catena difficilmente gestibile».
A.Gen. per “il Messaggero” il 24 agosto 2020. Dopo il governatore campano Enzo De Luca che vuole chiudere i confini regionali, un altro presidente di Regione va allo scontro con il governo. Il siciliano Nello Musumeci nella notte di sabato ha firmato un'ordinanza per espellere tutti i migranti presenti negli hot-spot dell'Isola. A stretto giro, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese fa però sapere che l'atto dell'esponente di centrodestra non ha valore: la competenza su questa materia è dello Stato, perciò l'ordinanza verrà disattesa e impugnata dal governo. La controreplica di Musumeci: «Io vado avanti». Tutto comincia di buon mattino, quando il governatore siciliano fa sapere che in forza della sua ordinanza entro la mezzanotte oggi tutti i migranti presenti negli hot-spot e in ogni centro di accoglienza della Sicilia dovranno essere improrogabilmente trasferiti in strutture fuori dall'Isola. E spiega: «Oggi l'ordinanza verrà notificata a tutte le prefetture siciliane e al governo nazionale. La Sicilia non può essere invasa, mentre l'Europa si gira dall'altro lato e il governo non attiva alcun respingimento». L'ordinanza ha validità fino al 10 settembre e impone il «divieto di ingresso, transito e sosta» nella Regione per «ogni migrante che raggiunga le coste siciliane con imbarcazioni di grandi e piccole dimensioni, comprese quelle delle Ong». Recita ancora l'ordinanza: «La Regione mette a disposizione delle autorità nazionali il personale necessario ai controlli sanitari per consentire il trasferimento dei migranti in sicurezza». Le tifoserie non tardano a scendere in campo. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e i forzisti Anna Maria Bernini, Maria Stella Germini e Maurizio Gasparri si schierano con il governatore. Lo bocciano invece Claudio Fava, i dem Carmelo Miceli e Stefano Ceccanti, la grillina Paola Taverna, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana e padre Alex Zanotelli. Lo scrosciare di applausi e le bordate dei fischi vengono interrotti dopo poco l'ora di pranzo dal Viminale. Il ministero dell'Interno stronca la mossa di Musumeci, facendo sapere che la competenza sui migranti è statale. Un'ordinanza regionale dunque non può incidervi e verrà disattesa e impugnata da Palazzo Chigi e dunque resterà senza validità. Ciò detto, per non esacerbare lo scontro, la ministra Lamorgese fa filtrare: non si vuole polemizzare con Musumeci, sappiamo che la Sicilia è sottoposta ad una pressione migratoria eccezionale e si sta facendo il possibile per alleggerire la situazione. La teoria sulla nullità dell'ordinanza viene però subito respinta in ambienti di Palazzo D'Orleans, la sede della Regione siciliana, che precisano: «L'atto è adottato dal presidente Musumeci sotto il profilo sanitario e quale soggetto attuatore dell'emergenza Covid-19. Quindi non incide sulla materia migranti, ma sulla idoneità delle strutture sotto il profilo sanitario a rispettare le misure e linee guida scientifiche sulla pandemia». Così, a metà pomeriggio, il governatore sale sulle barricate. «Io vado avanti. Rispetto le istituzioni, ma da Roma non abbiamo avuto altro che silenzi: sullo stato di emergenza richiesto per Lampedusa due mesi fa, sui protocolli sanitari da applicare, sulle tendopoli da scongiurare, sui rimpatri che dovevano iniziare il 10 agosto e di cui non si parla più, sul ponte aereo per i negativi», tuona Musumeci, «il governo centrale è arrivato impreparato e non si è posto alcun problema sulla gestione di un numero enorme di sbarchi durante la pandemia». Infine scatta la sfida al Viminale: «Il ministero dell'Interno avrà tempo e modo per far valere le proprie ragioni nelle sedi opportune. È chiaro che lo stesso faremo noi: la competenza sanitaria in tempo di epidemia è del presidente della Regione. Vedremo cosa deciderà la magistratura qualora la mia ordinanza dovesse essere impugnata»..
Calderoli: "Nulla l'ordinanza di Musumeci? Falso e vi spiego perché". Roberto Calderoli appoggia l'azione di chiusura degli hotspot intrapresa da Nello Musumeci e boccia l'operato del governo nella gestione dell'emergenza. Francesca Galici, Domenica 23/08/2020 su Il Giornale. Dopo le parole, Nello Musumeci è passato ai fatti e ha emanato l'ordinanza di chiusura degli hotspot in Sicilia con relativo svuotamento immediato. Una misura drastica necessaria per una regione al collasso. Dopo settimane di sbarchi incontrollati sulle coste di Lampedusa e non solo, Nello Musumeci ha sbattuto il pugno sul tavolo e ha alzato la voce, sfidando apertamente il Viminale. Un gesto forte che fa seguito al crescente malcontento popolare. Tante le proteste contro l'azione di Musumeci in difesa della sua isola ma ad appoggiare la sua mossa è intervenuto nelle ore precedenti il senatore Roberto Calderoli, che ha promosso a pieni voti. "Musumeci è come la storica banana Chiquita: merita un dieci e lode perché ha avuto il coraggio di fare un'ordinanza con cui chiudere i centri di accoglienza e richiedere lo sgombero degli stessi, non perché voglia interferire nell'ambito dell'immigrazione ma perché questi centri strapieni rappresentano dei punti di concentramento di potenziale diffusione del virus", ha sottolineato l'esponente della Lega. Proprio per questo motivo "è materia di assoluta competenza regionale, al di là di qualsiasi politica migratoria che riguarda ingressi o allontanamenti". Roberto Calderoli ha un'opinione diversa di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania che pochi giorni fa ha annunciato di valutare la possibilità di chiudere la regione Campania se i contagi dovessero continuare ad aumentare. Per il senatore leghista, De Luca sarebbe da bocciare: "Due in pagella invece al governatore campano De Luca che, ignorando l'articolo 120 della Costituzione, vorrebbe porre dei confini intorno alla sua Regione, confini esplicitamente vietati dalla Costituzione, dimostrando ancora una volta che al di là delle chiacchiere e del virtuale distintivo da sceriffo altro di lui non resta". Peggio va al Governo, che per Roberto Calderoli meriterebbe un voto ancor più basso rispetto a De Luca: "In questa ipotetica pagella al Governo va dato un zero, o non classificabile, sotto l'aspetto giuridico e costituzionale per aver dichiarato che l'ordinanza siciliana non spettasse alla Regione in quanto l'immigrazione è materia statale". Su questo punto, Roberto Calderoli è categorico: "Ma ci sono o ci fanno? La competenza del Governo doveva essere precedente, non facendo arrivare i clandestini o portandoli via". Tuttavia, ora che l'emergenza in Sicilia non è più solo migratoria, vista la pandemia in atto e i numerosi casi di positività dei migranti, il discorso cambia, perché "il problema diventa sanitario e quindi regionale. Così facendo, bocciando l'ordinanza di Musumeci con questa motivazione, il Governo si è assunto per tabulas la mancata creazione delle zone rosse che dovevano essere create, a cominciare da quella di Alzano e Nembro, e questo è l'ennesimo autogol di un Governo di incapaci". Poco fa è intervenuto anche lo stesso Nello Musumeci in difesa della sua ordinanza, ribadendo i concetti già espressi da Roberto Calderoli: "La mia ordinanza serve a tutelare la salute dei siciliani, dei turisti e dei migranti. Io non ho rivendicato competenze che appartengono allo Stato. Ricordo che sono soggetto attuatore con delega dello Stato di competenze che attengono la materia sanitaria e solo di quello mi sto occupando". Il governatore della Regione Sicilia è fermo nella sua decisione e non arretra di un passo: "Credo che la mia ordinanza serva a tutelare non soltanto la salute di chi vive in Sicilia ma anche la dignità dei migranti, ammassati in assoluta promiscuità, mentre poi io ai siciliani devo chiedere di mantenere il distanziamento, di indossare la mascherina, di essere cauti".
Babele di permessi e divieti. Ogni Regione fa a modo suo. La Campania e la Sicilia chiuse a chi è rimasto fuori. In Trentino parrucchieri aperti, in Sardegna ok alle messe. Ludovica Bulian, Domenica 03/05/2020 su Il Giornale.
Mascherina: obbligatoria sempre o quasi. Da indossare anche all'aperto se non si può stare lontani almeno un metro. No, solo nei luoghi pubblici chiusi.
Seconde case: forse. Ci si può andare solo per lavori di «manutenzione» e in giornata. Rientro nel luogo di residenza: sempre consentito, ma vietato farlo nelle isole di Capri, Ischia e Procida. Benvenuti nella fase 2, babele di ordinanze regionali e comunali che dettano regole in ordine sparso da nord a sud. Oltre al dpcm del premier Conte, gli italiani dovranno fare attenzione ai singoli provvedimenti regionali che in teoria potrebbero solo modificare le misure in senso più restrittivo di quello nazionale, come ha precisato il premier. E se le mascherine sono obbligatorie sui mezzi pubblici e nei luoghi chiusi, c'è anche chi le prevede all'aperto. Da oggi nel Lazio «sarà previsto in tutti i protocolli l'obbligo della mascherina, anche gli incontri tra persone all'aperto dovranno avvenire con la mascherina», annuncia il presidente Nicola Zingaretti. In Lombardia resta obbligatorio coprirsi sempre le vie respiratorie con mascherina o con sciarpe, foulard, anche all'aperto. Stessa profilassi in Piemonte. In Campania si potrà togliere solo per fare jogging, attività riservata in apposite fasce orarie: tra le 6 e le 8,30. «C'è una schizofrenia di ordinanze, non se ne può più», lamenta il sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
Il governatore De Luca stringe le maglie. E prevede quarantena per tutti coloro che arrivino in Campania da altre regioni, salvo per spostamenti da e per il luogo di lavoro. Anche la Sicilia resta «chiusa». Il governatore Musmumeci avverte: «Rimandate i viaggi». Chi arriva dovrà registrarsi e stare in isolamento domiciliare. I collegamenti per l'isola, come chiesto e ottenuto dal ministro De Micheli, restano ridotti al livello essenziale. Consentito l'accesso solo «per comprovate esigenze di lavoro, gravi motivi di salute e situazioni di necessità». Nel nuovo Dpcm è scomparso il divieto esplicito a spostarsi nelle case. In Sicilia un'ordinanza che consente di trasferirsi a patto che sia un trasferimento stabile e che non si faccia avanti e indietro. In Toscana il presidente Enrico Rossi chiede invece di vietare esplicitamente gli spostamenti. Quasi tutte le altre regioni danno la possibilità di spostarsi ma solo per effettuare lavori di manutenzione e a patto di ritentare in giornata nella abitazione principale. Non è ancora chiaro il concetto di affetto stabile. Palazzo Chigi nelle faq risponde che i congiunti «sono i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)». In Puglia e Abruzzo è permesso andare a pescare. La Liguria ha già riaperto spiagge e darsene per permettere la manutenzione. In Sardegna dall'11 maggio per i comuni con contagio azzerato riaprono parrucchieri ed estetisti. Il governatore Solinas dà il via libera alle messe nelle chiese, purché distanziati e con mascherina. In Trentino Alto Adige c'è già il calendario per la riapertura: dall'11 potranno alzare le serrande parrucchieri, estetisti, ristoranti e bar. Il 25 maggio gli hotel e le funivie. In Calabria si è già riaperto, ma lo scontro Regione Governo continua.
Giorgia Meloni passa all'azione: sotto Palazzo Chigi per protestare contro la Fase 2. E le Sardine: "Sceneggiata irresponsabile". Libero Quotidiano il 28 aprile 2020. Giorgia Meloni passa direttamente all'azione e per potesta contro le misure della Fase 2 si presenta sotto Palazzo Chigi. "Fratelli d'Italia davanti palazzo Chigi (rispettando le normative) per rappresentare il dissenso delle migliaia di italiani che rischiano il lavoro. La pazienza è colma" scrive la leader sulla sua pagina Facebook. Solo in via teorica, infatti, il governo ha messo fine (a partire dal 4 maggio) al lockdown. In realtà la Fase 2 non ha cambiato nulla della Fase 1, ad eccezione che ora si possono incontrare i parenti più stretti. "Più si prolunga la clausura - ha sentenziato la Meloni - più questa pazienza si esaurisce". Un'iniziativa quella dei meloniani che non è piaciuta agli esperti della piazza, ora spariti: le Sardine. "Una sceneggiata irresponsabile in piazza che - anche involontariamente - aizza a possibili imitazioni durante il lockdown. Meloni e Fdi protestano “siamo con gli italiani che rischiano il posto di lavoro”... perché gli altri sono contro?". Eppure Mattia Santori non diceva così quando l'Anpi e compagni scendevano in strada a cantare Bella Ciao il 25 aprile. Il tutto ovviamente senza rispettare le regole.
Dagospia il 28 aprile 2020. "È un peccato che la mia intervista di oggi su La Stampa, ottimamente scritta da Ugo Magri, sia stata poi condita con un titolo nel quale mi si attribuiscono frasi mai pronunciate, frutto di una libera e forzata interpretazione del giornale. I fatti smentiranno il fantasioso titolo perché, come ho detto nell'intervista, come Fratelli d'Italia stiamo lavorando per dare voce ai cittadini che ci stanno contattando in queste ore. E seppur portare in piazza migliaia di persone non sarebbe sicuro e metterebbe in pericolo chi partecipa, intendiamo portate avanti iniziative simboliche e compatibili con le regole per dare voce al dissenso, sempre più diffuso, dei cittadini italiani". Lo dichiara il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni.
Ugo Magri per “la Stampa” il 28 aprile 2020. Domenica qualcosa si è spezzato. Un presidente del Consiglio che con quella superficialità e così tanta leggerezza comunica la decisione di tenerci ancora chiusi in casa, francamente mi preoccupa», si dichiara incredula Giorgia Meloni, leader di Fratelli d' Italia.
Immaginava che Conte avrebbe annunciato un «liberi tutti»?
«No, guardi, l' aspettativa che il 4 maggio si sarebbe riaperto era stata creata dalla comunicazione del governo. Da settimane, per fini di propaganda, veniva evocata la fine del blocco. Dopodiché il capo del governo ha convocato una conferenza stampa quasi a reti unificate solo per farci sapere che in tutto il mondo gli chiedono gli autografi, e che la tanto attesa "fase 2" ci consentirà di andare a trovare i parenti, perché nella sostanza nient' altro cambia. Non si ha idea della confusione che Conte ha creato. Io stessa, in diretta Facebook, sono stata subissata dalle richieste di chiarimento che purtroppo non potevo dare».
Voi dell' opposizione eravate informati prima?
«Macché, zero. Non è stato detto nulla a noi, proprio come non c' è stato alcun confronto con la Conferenza episcopale su misure gravissime, che incidono sulla libertà religiosa. Come centrodestra stiamo lavorando a una mozione unitaria in Parlamento per difendere la libertà di culto».
Delle restrizioni alle cerimonie religiose Conte avrebbe dovuto parlare coi vescovi?
«Mi sembrerebbe normale, e non per ossequio alla Chiesa. Quello che a me spaventa è la sciatteria con cui vengono prese certe decisioni, senza mai confrontarsi con i diretti interessati, si tratti dell' episcopato o delle categorie economiche interessate alle riaperture: nessuno le ha consultate. Il governo trova normale incidere su libertà fondamentali degli italiani attraverso semplici atti amministrativi che, volendo, sarebbero perfino impugnabili davanti al Tar».
Però le Camere vigilano e hanno già dato via libera al primo decreto.
«Qui siamo oltre quel decreto. Nel nome dell' emergenza il governo ritiene di potersi assumere qualunque responsabilità, senza contrappesi. E dei limiti imposti alle libertà fondamentali il Parlamento discuterà solo a giorni».
Teme per lo Stato di diritto?
«Penso che il fattore tempo sia decisivo e che da parte del governo si stia sfidando la pazienza degli italiani. Più si prolunga la clausura, più questa pazienza si esaurisce. Decisioni così enormi possono venire accettate a patto che non si esageri e che venga indicato con chiarezza uno sbocco. A forza di suscitare illusioni e delusioni, come sta facendo da un mese e mezzo il governo, corriamo rischi gravissimi».
Quali?
«Che esploda la bomba sociale, e che ci ritroviamo poi con un gigantesco problema di ordine pubblico. Presto la gente rifiuterà di stare chiusa in casa a morire di fame».
Salvini accarezza l' idea di andare in piazza violando il lockdown. Una buona idea?
«Anch' io sono sollecitata da migliaia di persone avvelenate, in preda alla disperazione, che non ne possono più di limiti spesso assurdi imposti alle nostre vite, alle professioni, all' istruzione. Non si possono condannare a morte interi comparti economici attraverso la burocrazia delle riaperture per settore. Ma voglio essere sincera: finché dura il contagio andare in piazza significherebbe mettere in pericolo chi partecipa alla protesta. E l' opposizione sarebbe accusata di alimentare l' epidemia».
Alla fine, che farete?
«Stiamo studiando altri modi per esprimere la rabbia che sale dalla gente, stiamo ragionando su come mettere in piedi iniziative forti ma compatibili con le regole, se possibile già in vista del primo maggio. Non mi faccia dire di più».
Anche lei, come Berlusconi, ritiene che col governo i conti andranno fatti solo alla fine?
«I conti si faranno tra poco, non appena l' emergenza sanitaria sarà finita».
Una minaccia?
«No, è una scelta del premier. Che ha rifiutato di confrontarsi con l' opposizione, si è preso tutte le responsabilità. E quindi sarà lui a rispondere delle sue scelte».
DAGONEWS il 28 aprile 2020. Ma quanto rosica, Matteo Salvini, per la crescita continua di Fratelli d’Italia nei sondaggi? Molto! Se ne sono accorti da settimane, i soldatini di Giorgia meloni, ma oggi è arrivata la prova. “Come si risolvono - ha detto Salvini in diretta Facebook - i problemi? Non andando a manifestare per un quarto d’ora in piazza, lo dico, con massimo rispetto alla politica”. Il riferimento di capitan capitone è al flash mob organizzato oggi, con tutte le cautele imposte dall’emergenza, da Fdi davanti Palazzo Chigi: circa 70 tra deputati, senatori e europarlamentari hanno manifestato, con cartelli e tricolori, “per chiedere il rispetto della Costituzione”. “Siamo pronti a stare giorno e notte in parlamento in attesa di risposte dal governo”, ha tuonato Salvini. In parlamento? Per i meloniani, quando è troppo è troppo. E così, spunta fuori la lettera indirizzata, lo scorso 18 aprile, dal capogruppo di Fdi alla camera, Francesco Lollobrigida, al presidente di Montecitorio Roberto Fico, con la quale ribadisce che “Fratelli d’Italia ritiene non più sostenibile il contingentamento delle presenze dei deputati durante le sedute d’Aula anche alla luce delle recenti scelte del Governo”. Non a caso, anche in occasione della votazione dell’ordine del giorno sul Mes, presentato lo scorso 24 aprile dalla Meloni, i deputati di Fdi erano tutti presenti. Quelli della Lega, invece, si erano accordati con il Pd per continuare con l’autoriduzione delle presenze dei parlamentari. “Tutti in parlamento? Senti chi parla!” dicono i Fratelli d’Italia…
La Lega occupa il Parlamento: "Agli italiani servono risposte". Ancora bufera sul Dpcm. Salvini vuol mettere il premier con le spalle al muro: "Gli italiani ci chiedono di stare in Aula". Gabriele Laganà, giovedì 30/04/2020 su Il Giornale. Il premier Giuseppe Conte è in enorme difficoltà. La sua apparizione in tv per spiegare agli italiani la "fase 2" non solo non ha convinto ma è ha scatenato un mare di polemiche e una pioggia di critiche. Certo, l’emergenza coronavirus impone la massima attenzione e qualche sacrificio ma dopo quasi due mesi di lockdown e di chiusure di attività lavorative, i cittadini si aspettavano qualcosa in più dal presidente del Consiglio. A parte le solite raccomandazioni su mascherine e distanziamento sociale, che tra l’altro ieri a Genova lo stesso Conte non sembra aver rispettato, su scuola, tamponi, bambini e app di tracciamento, il premier è stato piuttosto vago. Gli italiani sono stanchi e provati sia per l’emergenza sanitaria che per le incertezze. Non sono poche le persone che faticano ad arrivare a fine mese senza poter contare su uno stipendio. E così, come a Padova qualche giorno fa, iniziano le manifestazioni di dissenso. Veneto e Lombardia, anche se su piani diversi, sono pronte allo strappo con Roma. Trema la terra sotto i piedi di Conte. E Matteo Salvini, in calo nei sondaggi, lo sa e ne vuole approfittare. Sapendo che non può chiamare gli italiani in piazza, il leader della Lega ha pronta un’alternativa: farsi sentire in Parlamento e mettere il premier con le spalle al muro tanto da costringerlo a "rispondere alle domande degli italiani". E così sta facendo. Il leader della Lega, infatti, ha occupato con una trentina di parlamentari le aule di Camera e Senato. Matteo Salvini ha più volte accennato ad una sorta di occupazione delle Camere. A La vita in diretta, l’ex ministro ha annunciato: "I parlamentari della Lega saranno a oltranza in Parlamento". Come spiega La Stampa, l’intenzione del leader leghista è quella di bloccare le Camere con una sorta di "sit-in" permanente. Il piano sarebbe stato approfondito anche questa mattina nell’assemblea dei senatori del partito. Una posizione più cauta sarebbe stata espressa da Roberto Calderoli, che di regolamenti se ne intende, avrebbe invitato studiare bene le mosse da mettere in atto.
Salvini e la Lega restano in Parlamento. Così, questa sera, dopo il voto sullo scostamento di bilancio, Salvini ha rincarato la dose e ha annunciato di voler occupare il Parlamento. "Tanti di voi ci hanno chiesto di rimanere in Parlamento fino a che dal governo non arriveranno risposte concrete agli Italiani su: mascherine e protezione sanitaria per tutti, cassa integrazione non ancora arrivata ai lavoratori, soldi veri a commercianti e imprenditori, certezze per le famiglie coi figli a casa e le scuole chiuse, sospensione vera dei mutui, sostegno per affitti e bollette, mafiosi da riportare in carcere", scrive su Twitter. "Gli Italiani si sono dimostrati anche in emergenza un grande Popolo, adesso meritano fiducia e protezione. Noi ci siamo, stanotte fateci compagnia a distanza", ha aggiunto. Con Salvini, in Senato, ci sono una trentina i senatori della Lega che, questa notte, resteranno in aula a Palazzo Madama. Il leader della Lega dovrebbe essere presente al presidio anche domani, con la previsione di pernottare a Palazzo Madama una seconda sera. E dopo aver occupato il Senato, i leghisti si sono riversati anche alla Camera. "La Lega occupa l'aula", scrive Emanuele Fiano del Pd. Nel Parlamento si consuma il caos. I leghisti rimangono nelle rispettive aule e la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, al termine della capigruppo, ha dato mandato ai questori di sgombrare l'Aula ma i senatori della Lega si sono rifiutati di uscire. I leghisti sono intenzionati a rimanere tutta la notte in Parlamento. "Qui Camera e Senato, la Lega c'è. Siamo qui per ascoltare gli italiani che, chiusi in casa da 50 giorni, meritano risposte rapide, tempi certi e aiuti concreti, non solo promesse (come su cassa integrazione, 600 euro e soldi alle imprese). Non interrompiamo il lavoro né diamo fastidio a nessuno, siamo la vostra voce!". Lo scrive su facebook Matteo Salvini postando le foto dei parlamentari che stanno partecipando al presidio della Lega nelle aule di Camera e Senato. E fra una foto e un post, dopo che i questori hanno chiesto ai senatori di lasciare l'Aula, tutti i parlamentari presenti sono usciti tranne quelli della Lega. "Vogliono stare qui fino a domani mattina alle 7, non hanno alcun rispetto per i dipendenti", si riferisce in ambienti parlamentari della maggioranza. "Protesta pacifica". Poco fa, dall'Aula della Camera è partita una diretta per documentare il senso della "protesta pacifica, non violenta" della Lega, che presidia le Camere ad oltranza contro le incertezze della fase 2 del governo. Durante la diretta, il deputato barese Rossano Sasso si è improvvisato intervistatore di alcuni dei suoi colleghi. Poi, a un certo punto, si è filmato mentre chiudeva la porta dell'Aula, da dentro, con il chiavistello. La Lega resta in Parlamento.
Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 28 aprile 2020. Abbiamo avuto l' ennesima conferma che Giuseppe Conte tira avanti sulla strada proibizionistica infischiandosene della Costituzione e riducendo in modo drastico la libertà dei cittadini. Non c' è verso di riportarlo sulla retta via e quindi è vano brontolare. Il suo ultimo discorso televisivo, lungo, noioso e inconcludente, ci ha comunque mostrato che egli intende fare di testa sua, trascurando il Parlamento, peraltro felice di farsi trascurare, non essendo in grado di gestire questo straccio di democrazia. Il Partito democratico e il Movimento 5 stelle si adattano alla dittatura foggiana poiché sospettano che altrimenti il governo cada, la legislatura si concluda e deputati e senatori siano costretti ad andare a casa col pericolo di non essere più eletti. Il concetto è chiaro: conviene maggiormente fare gli schiavetti del premier piuttosto che perdere l' indennità di carica ed essere obbligati a cercarsi un lavoro. Quale occupazione possono trovare individui capaci di tutto e buoni a nulla? Intanto però l' Italia va a ramengo, i disoccupati aumentano a vista d' occhio, le professioni liberali sono in crisi drammatica, gli imprenditori minuscoli, medi e grandi annaspano e rischiano di abbassare le serrande. La situazione in questa circostanza non è solo grave ma pure seria, lo hanno intuito tutti tranne l'avvocato della cause perse insediatosi immeritatamente a Palazzo Chigi. Purtroppo Sergio Mattarella, persona perbene, non si azzarda a compiere il passo decisivo ovvero dare il benservito a Giuseppe, forse non sa che pesci pigliare, visto che pure le sardine non sono istituzionalmente commestibili, ma solamente risibili. Avrebbe facoltà di rivolgersi all' opposizione se ce ne fosse una abile a sparigliare i giochi. In realtà, perfino Matteo Salvini procede a tre cilindri e non riesce a darsi una mossa che non sia falsa. È timoroso, incerto, ha smarrito le energie che lo avevano condotto ai vertici, mettendo a soqquadro i palazzi del potere, che egli ha consegnato gratis ad ex amici e nuovi nemici. In pratica è stato espulso dal campo con il cartellino rosso di Nicola Zingaretti fra gli applausi di Luigi Di Maio e soci senz' arte. Seguita a comparire in televisione però non incide se non quando si tratta di dire che io sono un coglione perché, senza volerlo, avrei offeso i meridionali, affermando che alcuni di essi sono inferiori economicamente, non certo intellettualmente, rispetto ai settentrionali. Come se fosse un mistero che al Sud primeggiano le attività mafiose per la semplice ragione che la 'ndrangheta e similari associazioni sono più organizzate ed efficienti dello Stato, il quale pertanto non riesce a batterle. Comprendo che al capo della Lega premano i voti delle regioni da Roma in giù, mentre a me sta più a cuore la descrizione della realtà patria. Facciamo mestieri diversi e non invidio il suo. Tuttavia, un minimo di rispetto da lui me lo aspettavo. Pazienza, in politica pesano i suffragi più di chi li conta. A questo punto morto devo constatare che l' unico personaggio all' altezza di contrastare gli affossatori del Paese è Giorgia Meloni, la quale è una terrona superiore ai padani: combatte, sale nei sondaggi, mette all' angolo Lilli Gruber, ormai avviata a diventare direttore del Corrierino dei piccoli, e ci sarà da ridere. Insomma ci affidiamo a questa ragazza di talento nella speranza che riesca a dare una svegliata a Salvini, un grande leader di ieri che auspichiamo lo ridiventi domani. Egli è un treno e non può avere l' andatura di un monopattino. Coraggio. Fuori le palle.
RAZZA PADANA - Paradossi milanesi: incentivi agli asili nido se fanno parte delle lezioni (sic!) online. Francesco Specchia il 2 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Avete mai visto un frugoletto di anno uno/due interagire in una conferenza (anzi oggi si dice “webbinar”) sul tema della genitorialità? Ecco. C’è qualcosa di irreale, di magicamente spiazzante nella diatriba che, in questi ottenebranti giorni di Coronavirus, sta coinvolgendo il Comune di Milano e i 155 asili nido convenzionati della città. I quali accolgono circa 1700 bambini esclusi dalle graduatorie dei nidi comunali. Certo, quando di tratta di soldi, siano essi destinati alle imprese, alle partite Iva o alle scuole, la burocrazia è un baluardo invincibile, specie a favore di chi deve scucire. E qui, a Milano, ora, gli asili alla canna del gas, in cambio delle dovute sovvenzioni, hanno ricevuto da Palazzo Marino -la sede del municipio- un’inevitabile proposta “di coprogettazione di didattica a distanza”; ossia l’invito ad organizzare, come conditio sine qua non, programmi a distanza di “video letture, video lezioni su tema delle famiglia, videoconferenze a distanza”. Cioè: per avere i contributi previsti devi fare partecipare a lezioni a distanza. Ora, in condizioni normali non ci sarebbe nulla di male. Anzi. La scuola ha il dovere inderogabile di inchiodare davanti ai loro doveri scolastici i propri alunni bloccati in casa dal contagio. Ma, in questo caso, non parliamo né di scuola media, né di scuola elementare, e neanche di scuola materna in cui già i bimbi mostrano -com’è naturale- il grado di attenzione di un criceto. No. Qui parliamo di asili nido, ossia di istituti scolastici abitati da bambini dagli zero ai due anni e mezzo. Fare lezioni in smart working ai bimbi del nido, che a malapena trattengono i rigurgiti da pappetta, si rotolano tra pupazzi di gommapiuma o si arrampicano sulle cullette, bè, non solo è un idea farraginosa del servizio pubblico. E’ soprattutto, un’iniziativa, oseremmo, kafkiana. Ma, se gli asili accettano di far avvitare i piccoli al pc in collegamento da remoto, potranno ben ricevere un corrispettivo pari a circa al 50% dei 600 euro di retta mensile da convenzione. Fondi che arriveranno, però, solo se il nido non usufruisce di altre misure di sostegno come la cassa integrazione. Certo, interpellati, i compilatori della suddetta bizzarra proposta ventilano che più che ai figli essa sia destinata ai genitori; i quali genitori però, specie di questi tempi d’epidemia, hanno ben altro da fare che sorbirsi dibattiti pedagogici via web per i figli under 3 anni. Risultato? Soltanto 22 dei 115 nidi hanno accettato l’offerta delle “lezioni a distanza”; gli altri hanno gentilmente declinato perché “la natura pedagogica del nido si fonda su un contatto umano non sostituibile”. Un modo elegante per commentare l’assurdità del caso. Senza considerare che, a Milano e in Lombardia, la situazione degli asili nido è allo stato di guerra: diversi meditano la chiusura; alcuni cercano di vendere le strutture; altri ancora sono stati addirittura contattati dagli sportelli antiusura perché corrono il rischio di essere considerati “categoria a forte rischio di indebitamento”. Ora, è ignoto il motivo per cui, nonostante derrate di circolari regionali, il Comune non riconosca ai nidi convenzionati il 100% dei contributi previsti dalla legge buona-scuola. Anzi, gli uffici del sindaco Beppe Sala, pur riconoscendo “le difficoltà dei gestori dei servizi di prima infanzia” rimpallano la responsabilità sugli uffici del governatore Attilio Fontana (“Usino i fondi-gratis”). Il vero problema è che la palude burocratica risulta, da sempre, lo strumento migliore per evitare che le casse si schiudano e i soldi finiscano direttamente nelle tasche dei cittadini. Se sono cittadini con ciuccio e pannolino, poi, la situazione assume -come dire- una dimensione oltre che grottesca, favolistica…
· Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.
Selvaggia Lucarelli il 27 aprile 2020 su facebook. Credo si possa dire con un certo margine di sicurezza che se i contagi fossero rimasti alti in Molise e Basilicata anzichè in Lombardia e Piemonte, col cavolo che il resto d’Italia sarebbe rimasto bloccato per aspettarli.
Il Sud riparta, lo dice anche Feltri. Marco Demarco su Il Riformista l'1 Maggio 2020. Jole Santelli in attacco, Vincenzo De Luca in difesa. È così che scende in campo la squadra dei governatori meridionali. Ma perché in questa formazione? Semplice, perché Santelli ha già deciso di aprire bar, pub e pizzerie, senza aspettare il “via” del governo. Il che ci restituisce di lei l’immagine di una donna forte e incurante dei ricorsi che potranno venire da Roma, e della Calabria quella di una periferia del Paese non più lontana e rassegnata. De Luca, invece, continua a essere prudente, se non ossessionato da un riaccendersi dei focolai infettivi, e se c’è una cosa che lo fa imbestialire, si sa, è proprio il caos della movida. Questo inevitabilmente lo appiattisce su un ruolo protettivo, che oggi piace, ma domani chissà. Per ora, comunque, Santelli e De Luca giocano dalla stessa parte, e quel che conta è che entrambi sono chiamati a una partita decisiva. Bisogna infatti decidere chi, come e quando guiderà la fase 2: se il Nord industrializzato, che ha dalla sua la forza dell’apparato produttivo, o il Sud immunizzato, che può contare invece sulla forza dei numeri, cioè su meno malati, meno decessi e una situazione ospedaliera non più catastrofica come all’inizio della crisi. Il momento sembra essere favorevole al Sud. E il punto, allora, è: riuscirà a trasformare la necessità in opportunità? Che il Sud sia favorito lo lascia intendere il ministro Boccia, quando dice che fino al 18 maggio il governo monitorerà la situazione, ma dopo le Regioni “potranno fare scelte differenziate sulla base dei contagi”. Il che vuol dire appunto spianare la strada a un Mezzogiorno oggettivamente meno compromesso dal Coronavirus. Il dato clamoroso è però un altro. A favore del Sud si è schierato anche Vittorio Feltri, il più nordista dei nordisti. “È inintelligibile – ha scritto ieri – che alcune Regioni, specialmente del Sud, per esempio Molise, Basilicata e Calabria, dove non si registra il dominio del virus, non siano autorizzate, quando la Lombardia ancora è infetta, a riavviare occupazioni lavorative”. Da notare che le parole di Feltri non sono scontate anche per un’altra ragione. Piovono sul bagnato di un Nord che ha fatto appena sapere di non essere disposto ad aspettare che altri partano in anticipo; che vuole una fase 2 subito; e ha in animo di guidarla con tutte le sue forze. Perché il messaggio fosse ancora più chiaro, poi, il Nord ha già aperto un contenzioso ufficiale con il governo. Per cui, oltre a essere un ospedale da campo, l’Italia oggi è anche un campo di battaglia. Sono aperte contemporaneamente almeno due sfide. Da un lato, quella – tutta politica – delle Regioni di centrodestra contro il governo. Dall’altro quella – tutta territoriale – delle Regioni del Sud contro quelle del Nord, viste con particolare sospetto perché “riaprendosi” potrebbero provocare un peggioramento generale dell’emergenza. Ma non è finita. Non è escluso che possa aprirsi anche una terza sfida. Questa volta interna al Mezzogiorno, tra le Regioni citate da Feltri, tutte di centrodestra, e le altre guidate dalla sinistra. Qui il discrimine potrebbe essere proprio l’atteggiamento da assumere nella fase 2. Giocare in attacco o in difesa? De Luca finora si è ben posizionato tra i pali. E con ottimi risultati, come confermano tutti i sondaggi. Ma è evidente che se vuole vincere anche la sua personalissima partita, quella della rielezione, non può che cambiare ruolo. Nella fase 2 serve un altro tipo di dinamismo: bisogna riaccendere la fiducia, semplificare le procedure, aprire i cantieri, completare i progetti sospesi da troppo tempo e rimettere in moto l’economia. Sono temi a lui noti. Ma che altri oggi cominciano ad agitare.
CORONAVIRUS, I NUMERI SONO DALLA PARTE DEL SUD. IL GOVERNO NON HA AVUTO CORAGGIO. Carlo Porcaro il 28 aprile 2020 su Il Quotidiano del Sud. Il Sud scalpita. Vuole rimettersi in moto e ne ha tutti i presupposti. Avrebbe potuto farlo prima del resto d’Italia, invece il Governo ha ritenuto di “liberare” il Paese gradualmente ma senza operare differenze tra le Regioni. I numeri sono ancora tutti dalla parte del Meridione. Ieri appena una trentina di nuovi contagiati al Sud, mentre i deceduti totali sono stati 24 a fronte di 217 al Nord. Le medie sono sempre le stesse. I vincoli, soprattutto delle piccole imprese e degli artigiani che animano grandi città e piccoli borghi meridionali, si potevano togliere. Allora occorre prepararsi bene. Chi torna dal Settentrione, per esempio, può tornare in Campania ma con la necessità di avvisare l’Asl e osservare le due settimane di isolamento all’arrivo a casa. È il punto di partenza della Regione Campania in merito alla parte del decreto del presidente del Consiglio dei Ministri che permette dal 4 maggio il ritorno ai propri luoghi di residenza o domicilio, un articolo su cui comunque la Regione fa sapere di attendere indicazioni più precise dal punto di vista operativo da parte del governo. L’obiettivo è “evitare di mettere a rischio prima di tutto i propri familiari e amici”. Il rischio di rientro da aree del Nord dove la pandemia è ancora forte c’è, in particolare per gli studenti e i lavoratori di comparti al momento ancora fermi, come quelli del commercio al dettaglio. Dalla Regione si ricorda che i controlli devono essere fatti prima di tutto a monte. Altro fronte caldo la Calabria per l’arrivo di 50 migranti provenienti dalla Sicilia, “ignorando le ordinanze regionali ma soprattutto i suoi stessi decreti sulla mobilità interregionale”, come ha denunciato il governatore Jole Santelli. “Ho già denunciato la settimana scorsa il pericolo che tramite i migranti possa divampare nel Sud Italia un nuovo focolaio. In una fase di emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo il Governo ha l’obbligo morale, prima ancora che politico, di chiudere totalmente i confini agli sbarchi di persone provenienti da paesi come quelli dell’Africa, che hanno dichiarato la pandemia e sono in totale assenza di controlli”, ha aggiunto. Inoltre per la terza volta dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la Basilicata è tornata a zero nuovi contagi. Infatti, sui 287 tamponi esaminati nelle ultime 24 ore, nessuno è risultato positivo, secondo quanto reso noto dalla task force regionale.
Francesca Nava per tpi.it il 29 Aprile 2020. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ieri, dopo una visita istituzionale a Milano, si è presentato a Bergamo, la città con il più alto incremento di mortalità da Covid19 al mondo (come confermato anche dal Financial Times), poco prima delle undici di sera, per incontrare il prefetto e il sindaco della città, Giorgio Gori. Il premier, se non fosse stato richiamato a gran voce da noi giornalisti, non avrebbe detto una sola parola alla stampa. Sarebbe salito in prefettura senza farsi venire il ben che minimo dubbio che Bergamo, e soprattutto i bergamaschi, dopo aver affrontato la più grave crisi sanitaria della storia moderna, dopo aver visto i propri morti portati via sui camion dell’esercito e aver pagato il prezzo più alto di sempre, forse si meritassero delle risposte, visto che questa è stata la prima visita istituzionale del premier Conte dopo due mesi di ecatombe e di sofferenze inenarrabili. Colto da un sussulto di coscienza e temendo che il suo andar via senza dire una parola fosse inteso come “un atto di scortesia”, Conte si è avvicinato al punto stampa e ai giornalisti, che lo aspettavano da due ore e mezza. Tra di loro c’ero anche io ad attenderlo.
Queste le mie domande per TPI:
D. “Presidente, non trova paradossale che in Lombardia, epicentro della pandemia, stiano lavorando milioni di persone, trecentomila solo nella provincia di Bergamo, grazie al meccanismo delle deroghe e del silenzio-assenso delle prefetture, e che le persone stiano andando al lavoro senza una mappatura epidemiologica, senza sapere se sono sane o se sono malate? Lei non trova più rischioso per un lavoratore andare in fabbrica su una catena di montaggio, piuttosto che andare al parco o fare dello sport all’aperto con un bambino? Non è paradossale tutto questo?”
Conte: “Guardi, non c’è un paradosso nella misura in cui abbiamo stipulato con tutte le parti sociali dei protocolli di sicurezza, che sono rigorosissimi. Sui luoghi di lavoro per le fabbriche, dopo 18 ore di lavoro insieme con le parti sociali e con le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico, abbiamo definito il 14 marzo un protocollo di sicurezza, integrato con uno nuovo protocollo che è stato sottoscritto l’altro giorno. Questo vale anche per i trasporti e per i cantieri. E’ ovvio che un lockdown indefinito nel tempo il paese non lo può reggere, ma ci stiamo avviando a un allentamento del lockdown in tutta sicurezza, con tutte le garanzie di sicurezza”.
D. “Non avete previsto delle aperture differenziate a livello regionale? Per esempio in tutta la Puglia oggi ci sono stati nove contagi, zero nella provincia di Lecce, e le persone sono ancora chiuse in casa, mentre qui a Bergamo trecentomila persone stanno andando al lavoro senza uno screening”.
Conte: “Guardi questo discorso è molto relativo, perché lei se guarda la curva epidemiologica può avere in Puglia un tot numero di contagiati in un giorno, che possono essere di più il giorno dopo. L’abbiamo scoperto anche con il paziente zero, era una situazione che sembrava assolutamente ben circoscritta e da un momento all’altro ci è scoppiato un focolaio”
D. “Focolaio che non avete contenuto”.
Conte: “Non funziona così, guardi, il sistema produttivo e l’allentamento non può dipendere dal numero dei contagiati di un giorno. Ci sono dei dati che vanno elaborati su una curva anche lunga, vanno esaminati nel corso del tempo. All’esito di questo si procede. Detto questo noi stiamo adesso allentando il lockdown sulla base di un piano ben articolato e ben strutturato, dove c’è anche la possibilità di intervenire per chiudere di nuovo il rubinetto, come ho già detto, se ovviamente i dati incrociati sulla base di parametri predefiniti ci diranno che la curva del contagio sta risalendo oltre una certa soglia”.
D. “Però i lavoratori non sono mappati in questo momento, non è stato fatto un test, i lavoratori vanno al lavoro al buio…”
Conte: “Se in questo Paese dovessimo mappare tutti i lavoratori chiuderemmo per qualche anno. Funziona così, guardi”.
D. Perché non è stata fatta la zona rossa?
Conte: “Sulla zona rossa ho già fatto una dichiarazione sui due comuni e ho spiegato perché, nel momento in cui ci è stata proposta una zona rossa, assolutamente l’abbiamo considerata, abbiamo esaminato meglio le ragioni sulla base di un contagio che comunque appariva già diffuso, non solo nei piccoli comuni del bergamasco, che ben ricordate, ma anche a Bergamo c’erano dei casi di contagio e un po’ in tutta la Lombardia. A quel punto lì abbiamo chiesto un approfondimento al comitato tecnico scientifico, la sera del 5 marzo, ricordo a memoria, è arrivata la relazione, il giorno 6 mi sono precipitato in protezione civile a discutere con loro quale era la soluzione migliore, la sera del 7 ho firmato il DPCM che ha reso di fatto tutta la Lombardia zona rossa”.
D. “E’ stata resa zona arancione, non zona rossa, non sono state chiuse le attività produttive”.
Conte: “Ascolti, zona rossa nella misura in cui dal giorno 7 della firma del decreto non c’è stata più la possibilità di spostarsi nemmeno all’interno del comune”.
D. “Però le fabbriche non le avete chiuse!”
Conte: “Guardi, se lei un domani avrà la responsabilità di Governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni”.
D. Guardando i numeri possiamo dire che non è andato tutto bene, che è stato un disastro in Lombardia? (domanda della collega di Fanpage).
Conte: “In Lombardia è una situazione molto critica, una situazione che ha creato molta sofferenza, in tutto il paese, siamo tutti lombardi, non c’è da far distinzione”.
A fine conferenza, registriamo il dato che il premier Conte ha risposto in modo evasivo alle nostre domande e soprattutto non ha chiarito le nostre perplessità, tra l’altro espresse senza giri di parole dallo stesso presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi, ospite domenica scorsa nello studio di Lucia Annunziata su Rai3: “Il fatidico 4 maggio si sta avvicinando, ma ancora non si sa quale sarà il metodo delle riaperture – ha dichiarato il capo degli industriali – è da cinque settimane che io chiedo qual è il metodo e ad oggi non ho ancora avuto una risposta”.
A chiedere uno screening di massa, magari partendo proprio dalle grandi industrie, è stato ieri lo stesso Vittorio Colao, a capo del Comitato economico sociale voluto dal Governo per gestire la riapertura del Paese. Fondamentale per la gestione della fase 2 e di quelle successive, raccomanda il Comitato, è la necessità di raggiungere rapidamente un’uniformità su scala nazionale nella gestione di informazioni e dati sul rischio medico sanitario e una tempestiva condivisione dei dati tra Regioni e CTS/Ministero della Salute. E per applicare il modello elaborato è necessario l’uso di estensivi screening, rapida adozione della tecnologia per il tracing (‘APP nazionale’), interventi a supporto di famiglie e individui e incentivi alla mobilità individuale sostenibile. Insomma, mentre in Lombardia siamo già da settimane pienamente in fase 2, dal momento che ci sono migliaia di fabbriche aperte, e solo nella provincia di Bergamo – come abbiamo potuto verificare personalmente – sono state concesse dalla Prefettura oltre 2500 deroghe ai codici Ateco, il che significa che circa trecentomila persone stanno lavorando senza uno screening epidemiologico proprio nella provincia più martoriata e contagiata d’Italia, in tutto il Paese la gente è ancora costretta a rimanere in casa. A tutto questo si aggiunge la stoccata finale dell’’ex presidente della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, che ieri ha dichiarato all’Adnkronos che “limitare le libertà con un Dpcm è un atto, in tutto, incostituzionale”. Dunque: decreti incostituzionali, una fase 2 senza un piano, lavoratori usati come cavie, la quasi certezza che ci saranno risorgenze del virus, mentre in tutta Italia, anche laddove ci sono contagi zero, la gente è ancora agli arresti domiciliari, avvolta da confusione e rabbia. I bambini non possono giocare al parco, non possono rientrare a scuola, ma le madri e i padri (soprattutto nel nord produttivo) possono andare a lavorare in fabbrica, salire sui mezzi pubblici, senza sapere se sono contagiosi oppure no. E’ questo il paradosso, signor Presidente.
Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 30 aprile 2020. Come saranno le vacanze? Praticamente esclusa la possibilità di andare all' estero, l'estate si trascorrerà in Italia. Ma sarà possibile andare al mare o in montagna? Quando si potranno raggiungere le seconde case? E soprattutto, ci si potrà spostare da una Regione all' altra? A queste domande dovrà rispondere nelle prossime settimane la «cabina di regia» dopo aver sentito il parere degli scienziati. E partirà dalle regole già contenute nel decreto sulla «fase 2» dell' emergenza da coronavirus in vigore dal 4 maggio. Nel provvedimento vengono fissati criteri e parametri che dovranno essere rispettati dalle Regioni per tenere in attività le aziende e programmare le ulteriori aperture di negozi e locali. Linee guida che dunque varranno anche per il turismo. E dovranno tenere conto della capacità ricettiva delle località, paragonando il numero di abitanti durante l' inverno e quello previsto con l'arrivo di turisti e vacanzieri. Gli indicatori che bisognerà rispettare sono sostanzialmente due: la curva epidemica misurata attraverso l'indice di contagio R0 e la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie, in particolare le terapie intensive. Soltanto se ci saranno condizioni ottimali si potrà autorizzare l' ingresso nella Regione di non residenti. Ma su questo l'ultima parola spetterà naturalmente ai governatori che potranno decidere - anche di fronte ad aperture stabilite dal Consiglio dei ministri - di chiudere i propri confini e impedire l' ingresso ai non residenti. Esattamente come è accaduto quando si è deciso il lockdown e alcuni presidenti di Regioni del sud hanno firmato ordinanza per impedire il rientro dal nord. Nel Dpcm viene indicato il percorso per garantire lo svolgimento delle attività produttive in condizioni di sicurezza. E dunque si affida alle Regioni il compito di «monitorare con cadenza giornaliera l' andamento della situazione epidemiologica nei propri territori e, in relazione a tale andamento, le condizioni di adeguatezza del sistema sanitario regionale. I dati del monitoraggio sono comunicati giornalmente dalle Regioni al ministero della Salute, all' Istituto superiore di sanità e al comitato tecnico scientifico. Nei casi in cui dal monitoraggio emerga un aggravamento del rischio sanitario, il presidente della Regione propone tempestivamente al ministero della Salute le misure restrittive necessarie e urgenti per le attività produttive». Dunque la chiusura. Se invece l' indice di R0 continua ad essere buono prosegue il percorso «lento e graduale» che porta verso la libertà totale.
Sono cinque gli indicatori che consentono di stabilire se la Regione è in linea con i parametri:
«Stabilità di trasmissione del virus;
servizi sanitari non sovraccarichi;
attività di readiness (dunque essere preparati a intervenire se c' è rischio);
abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti;
possibilità di garantire adeguate risorse per contact-tracing (monitoraggio dei "positivi");
isolamento e quarantena».
Chi non possiede questi requisiti torna alla «fase 1» e dunque è escluso che possa tenere aperte le strutture turistiche e tantomeno accettare l' arrivo di persone non residenti.
Nelle tabelle viene specificato che la «capacità di monitoraggio» deve essere misurata stabilendo il numero dei casi sintomatici con tutte le informazioni relative a «inizio dei sintomi, storia del ricovero in ospedale, ricovero in terapia intensiva, numero di casi divisi per Comune di residenza, numero di checklist» e paragonando il dato con quello comunicato al sistema di sorveglianza.
L'«abilità di testare» i casi sospetti si misura invece con la percentuale di tamponi effettuati.
Poi c' è il tema dei posti negli ospedali. Indicatore fondamentale per stabilire la capacità di accoglienza dei Comuni, legato inevitabilmente al fatto che non vengano sovraccaricati i servizi sanitari e assistenziali. E anche in questo caso sono state fissate le soglie di rischio. Il primo è il «tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva per pazienti Covid-19». La soglia massima è il 30%, se si supera scatta l' allerta. Il secondo indicatore è il «tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti Covid-19». In questo caso la soglia per non far scattare l' allerta è il 40%. Il ministero della Salute sta mettendo a punto il sistema di monitoraggio e nella bozza portata ieri in Consiglio dei ministri sono stati indicati gli algoritmi per valutare l' andamento dell' epidemia.
Il primo riguarda le probabilità di una crescita dei casi «positivi» e contiene tre domande:
1. Sono stati segnalati nuovi casi negli ultimi cinque giorni nella Regione?
2. C' è evidenza di un aumento di trasmissione (presenza di almeno due elementi tra trend di casi in aumento, indice di contagio maggiore di 1, aumento dei focolai)?
3. C' è evidenza di trasmissione diffusa nella Regione non gestibile in modo efficace con misure locali, vale a dire «zone rosse»?
Se le risposte sono tre «no» la probabilità è ritenuta «bassa o moderata». Se la risposta alla domanda numero 3 è «sì» la probabilità diventa «alta» e dunque si devono stabilire «zone rosse» o divieti.
Il secondo algoritmo misura invece l' impatto del virus e anche in questo caso si basa su tre quesiti:
1. Sono stati segnalati casi negli ultimi 5 giorni in soggetti di età maggiore di 50 anni?
2. Ci sono segnali di sovraccarico dei servizi sanitari?
3. C' è evidenza di nuovi focolai negli ultimi 7 giorni in Rsa, case di riposo o altri luoghi che ospitino popolazioni vulnerabili (anziani o soggetti con patologie)?
Se le risposte sono tre «no» l' impatto viene ritenuto tra «basso e moderato». Se invece alla terza domanda la risposta è «si» l' impatto è alto e bisogna prendere misure.
Il primo bilancio sarà fatto l' 11 maggio, una settimana dopo le riaperture. Bisognerà infatti misurare l' andamento del contagio tenendo conto che gli scienziati si aspettano un aumento considerevole del numero di persone positive al coronavirus nell' arco di 15, 20 giorni. È stato stabilito che se ci sarà «evidenza di nuovi focolai negli ultimi 7 giorni in particolare se in Rsa/case di riposo/ospedali o altri luoghi che ospitino popolazioni vulnerabili» debba scattare lo stato di allerta. Se invece «la presenza di nuovi focolai nella Regione richiede una valutazione del rischio ad hoc che definisca se nella Regione vi sia una trasmissione sostenuta e diffusa» si potrebbe anche decidere di «tornare alla fase 1», quella del lockdown. Dunque si procede «gradualmente». La valutazione sugli spostamenti tra Regioni comincerà dopo il 18 maggio. Si cercherà una linea comune, ma ogni governatore potrà decidere autonomamente di chiudere i propri confini.
Fase 2 preoccupa il Sud: nuovo esodo in arrivo. I governatori sono preoccupati. Studenti e lavoratori dal 4 maggio potranno lasciare il Nord e tornare al Sud. Valentina Dardari, Venerdì 01/05/2020 su Il Giornale. La fase 2 preoccupa non poco i governatori delle regioni del Sud Italia. In queste zone che stanno rispondendo bene all’emergenza coronavirus, adesso il rischio che qualcosa vada storto e si arrivi di colpo a una situazione di pericolo, è purtroppo palpabile. Da lunedì 4 maggio infatti, lavoratori e studenti fuori sede potranno lasciare le regioni del Nord per fare ritorno in quelle del Centro-Sud, per raggiungere la propria città di residenza. Trenitalia ha già pensato ad aumentare le corse, come del resto hanno fatto anche i bus. Come riportato da il Corriere, al centralino della Marinobus, ieri c’erano 35 minuti di attesa per poter prenotare e acquistare un biglietto. Le corse riprenderanno domenica. Se da una parte si vede che il lavoro sta tornando, dopo settimane di inattività, dall’altro il pericolo di un esodo pari a quello dello scorso 7 marzo, meglio conosciuto come il giorno della grande fuga, è purtroppo tangibile.
Posti già prenotati per fare ritorno al Sud. Le Frecce da Torino a Salerno sono state moltiplicate: da due, praticamente senza passeggeri, siamo arrivati adesso a sei, e già tutti i posti sono stati riservati. Italo e Flixbus dovrebbero invece riprendere i collegamenti da domenica 17 maggio. Insomma, la fase 2 non è solo la ripresa del lavoro ma, per molti, anche l’opportunità di fare ritorno alla propria abitazione. Secondo quanto previsto dal Dpcm infatti, da lunedì 4 maggio sarà possibile spostarsi anche fuori regione per fare ritorno presso la propria città di domicilio o residenza. E proprio da questa possibilità nasce la preoccupazione, purtroppo fondata, dei presidenti delle regioni del Sud Italia. I governatori temono infatti che vi sia un nuovo flusso migratorio da nord a sud, come quello verificatosi a inizio marzo. Le immagini di persone che correvano trascinando trolley per riuscire a saltare sull’ultimo treno in partenza sono ancora impresse nella memoria. E l’idea che da lunedì tutto questo possa verificarsi una seconda volta preoccupa non poco. Il coronavirus potrebbe farsi un viaggio a bordo di treni e bus e raggiungere comodamente le altre regioni.
La fase 2 preoccupa i governatori. Vincenzo De Luca, governatore della Regione Campania, ha chiamato il ministro dell’Interno per manifestare la sua preoccupazione in tal proposito. Per il momento De Luca non ha annunciato la chiusura delle frontiere, come aveva invece minacciato negli scorsi giorni. Anche Nello Musumeci, presidente della Regione Sicilia, ha chiamato la ministra dei Trasporti per chiedere che le norme adottate fino a questo momento per proteggere la Sicilia non vengano allentate. Preoccupato anche il commissario straordinario Domenico Arcuri. Tra l’altro, coloro che decideranno di tornare giù non verranno probabilmente accolti molto bene dal resto della popolazione. A cercare di rassicurare gli animi è arrivato l’intervento del prefetto di Milano, Renato Saccone, che ha assicurato “particolare attenzione ai movimenti extra regionali”. Difficile da credere, anche perché sarà impossibile controllare tutti e, proprio per questo motivo, i controlli verranno fatti questa volta a campione. L’epidemiologo Gianni Rezza ha detto di aver notato troppa eccitazione per la fase due che sta per arrivare. Anche perché il Covid-19 c’è ancora e aumentare la mobilità comporta necessariamente dei rischi. Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale dei Verdi in Campania, ha lanciato la campagna “Adotta un settentrionale”, ovvero, coloro che hanno parenti o amici al Nord li chiamano per pregarli di restare dove sono e di non fare ritorno, almeno per il momento. In ogni caso chi decide invece di raggiungere le città del Sud dovrebbe almeno avere il buon senso di mettersi in quarantena.
Simone Canettieri per ''Il Messaggero'' il 9 maggio 2020. Dopo la Calabria, Bolzano. La provincia autonoma approva una legge che accelera la Fase 2 in Alto Adige: da oggi potranno perciò aprire i negozi, mentre lunedì tocca a parrucchieri, bar, ristoranti e musei e il 25 invece agli alberghi. Uno strappo sulla Fase 2 che segue quello della governatrice Jole Santelli in Calabria (per cui oggi è atteso il pronunciamento del Tar) e che provoca l' identica reazione già vista per la regione del Sud: legge impugnata. L' annuncio arriva da Francesco Boccia: «Il governo non può fare altro che impugnare il provvedimento, limitatamente alle parti in contrasto con le regole sulla sicurezza sul lavoro». Il governatore Arno Kompatscher è convinto che la legge sopravviverà davanti alla Consulta: «Ci assumiamo questa grande responsabilità e contiamo sulla collaborazione dei cittadini. È stato giusto dare un segnale di speranza». La mossa altoaltesina provoca subito una reazione nelle altre regioni del Nord in trincea per non aspettare nemmeno la finestra del 18 maggio per riaprire bar, ristoranti, parrucchiere e centri estetici. Da Luca Zaia (Veneto) a Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) continua il pressing per giocare d' anticipo. Quest' ultimo annuncia, anzi, la data di lunedì prossimo per il ritorno al commercio al dettaglio. Tutto questo caos - anche la Puglia di Michele Emiliano dice di aver in tasca un piano dal 18 molto largo - cozza ancora una volta con le indicazioni del governo. Ma anche con quelle del presidente dell' Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro: «Il virus non ha cambiato né identità né caratteristiche. Violare le regole di comportamento per la prevenzione del contagio, dunque, potrebbe facilitarne la circolazione». Significa che l' indicazione del Comitato scientifica non cambia: la settimana prossima si analizzeranno i dati del debutto della Fase 2 e, solo in base ai vari algoritmi territoriali, si prenderà una decisione. «Solo dall' analisi dei dati, che verrà fatta dalla cabina di regia tra ministero e Regioni, si potranno fare ragionamenti misure successive», dice ancora Brusaferro. Ancora una volta in sintonia con il ministro della Salute Roberto Speranza che torna a predicare di «gestire con grande attenzione e gradualità la fase delle riaperture». Nessuna fuga in avanti - spiega ancora il ministro perché «ci vuole ancora tanta responsabilità altrimenti finiremo col vanificare i sacrifici fatti finora». Si capisce dunque come la situazione rischi di finire fuori controllo. Anche perché i governatori annunciano dal 18 un «liberi tutti» che sarà difficile da controllare. Ecco per esempio Giovanni Toti in Liguria: «L' obiettivo della riapertura complessiva è più il 18 maggio che non prima, anche se non escludo che anche la settimana prossima qualcosa possa riaprire». Stefano Bonaccini, presidente Pd dell' Emilia Romagna e a capo della conferenza Stato-Regioni, chiede «autonomia» sulle riaperture a partire dal 18. Una prospettiva che si scontra con il piano del governo. Una volta acquisiti tutti i dati sull' indice di contagio e sui parametri imposti dal ministero della Sanità alle Regioni l' idea del premier Conte è quella di arrivare a un Dpcm che divida l' Italia per fasce di rischio. Tenendo conto degli indici di contagio R0 e RT, della preparazione delle struttura sanitarie (posti in terapia intensiva) al ritorno dell' epidemia e in generale delle 21 regole poste dalla comitato scientifica (a partire, per esempio, dall' uso massiccio di tamponi). Di sicuro la settimana prossima si arriverà a un quadro frastagliato dell' Italia alle prese con il coronavirus. E in base a questo, il governo applicherà un Dpcm dividendo il Paese per fasce, entro le quali contemplare l' avvio di determinate attività. Un allargamento delle maglie, su base territoriale, con una premessa: per la mobilità extraregionale, con ogni probabilità, occorrerà aspettare ancora il 1° giugno. Salvo sempre, certo, il ritorno del virus.
Da quotidiano.net. Galvanizzato dal balzo in avanti dei cugini altoatesini, sulla fase 2 dell'emergenza Coronavirus punta i piedi anche il governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. "Lunedì ripartiamo, ma non proprio con tutto. Abbiamo fatto una proposta molto responsabile: abbiamo detto, partiamo lunedì con il commercio al dettaglio e dal 18 con le attività mancanti", dice a 24 Mattino su Radio 24. "Ricordo che il commercio al dettaglio è già aperto - aggiunge - le regole che il governo ha giustamente messo per i negozi di abbigliamento per bambini e per le librerie possono valere anche per gli altri, così permettiamo lunedì di ripartire a quegli imprenditori che sono pronti a garantire la sicurezza". E tiene a sottolineare che non è il solo a mordere il freno alle riaperture. "Le regioni hanno un rapporto molto diretto con il territorio - spiega Fedriga - dunque è giusto che venga data loro la possibilità, all'interno di un quadro deciso dal governo nazionale, che condividiamo perché siamo collaborativi, di muoversi con maggiore libertà". Ribadendo che la situazione del Fvg - rispetto alla pandemia da Covid-19 - è paragonabile a quella di una regione del Sud, Fedriga ha ricordato che "anche il Piemonte ha firmato quel documento ed è in una situazione difficile. Occorre dare risposte mirate, uniformarsi rispetto alle esigenze di un territorio. Come potremmo spiegare ai cittadini che le misure da prendere in un territorio particolarmente colpito debbano essere applicate anche alla Calabria e al Molise, dove i contagi sono bassissimi?".
Spostamenti tra regioni. "Ieri nella conferenza Stato-Regioni, abbiamo sottolineato che la posizione è quella che ci si possa spostare da una regione all'altra. Ipotizzo che da giugno questo lo si possa fare - risponde Fedriga a Radio24 - Ci stiamo occupando della fase interna, facendo un'ipotesi da poter dare al governo per dare ossigeno all'economia e allo stesso tempo mantenere il principi delle misure di sicurezza", ha aggiunto.
Lo stop del ministro Boccia. Quanto alla situazione nazionale, Boccia annuncia: "Resta confermato l'orientamento a procedere dal 18 maggio ad aperture differenziate per Regioni sulla base delle valutazioni che perverranno dal ministero della Salute. Ricordo, tra l'altro, che in Italia vige lo stato di emergenza nazionale proclamato dal governo. Ho appena dato incarico agli uffici di procedere con la trasmissione degli atti al Cdm".
(ANSA il 9 maggio 2020) - Per la prima volta ieri non si sono verificati decessi a causa del coronavirus in Friuli Venezia Giulia sin dall'8 marzo scorso. E' quanto emerge dal quotidiano comunicato sulla situazione della pandemia in regione, diffuso dal vicepresidente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, dalla sede operativa della Protezione civile a Palmanova (Udine). Il primo decesso in regione si era verificato il 7 marzo, quando era morta una donna di 87 anni ospite di una casa di riposo a Trieste. A oggi il numero complessivo di morti da Covid-19 è pari a 308. I casi accertati positivi al Coronavirus in Friuli Venezia Giulia sono 3.116, con un incremento di 9 unità rispetto a ieri. I totalmente guariti sono 1.784, mentre i clinicamente guariti (persone senza più sintomi ma non ancora negative al tampone) sono 113. Relativamente alle persone risultate positive al virus, l'Area Triestina registra 1.306 infettati; seguono Udine con 967, Pordenone con 649 e Gorizia con 194. Sono 2 i pazienti che attualmente si trovano in terapia intensiva, mentre i ricoverati in altri reparti sono 105 e le persone in isolamento domiciliare 804.
Da repubblica.it il 9 maggio 2020. "Mi capita di ascoltare colleghi di altre regioni invocare l'apertura universale. Fanno demagogia, cercano di strumentalizzare la domanda di lavoro che c'è ed è drammatica senza decidere niente. Chi vuole aprire, apra domani mattina, lo faccia e se ne assuma la responsabilità ma facciamola finita con il chiacchiericcio". Così su Fb il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. "Il modello Campania significa che dobbiamo aprire tutto ma avendo l'obiettivo di non richiudere tutto la settimana dopo - spiega - Chi dice apriamo domani sta creando le condizioni per richiudere dopodomani, siamo per aprire per sempre e non a singhiozzo". A Milano in queste ore registriamo nuovi contagi, ogni 24 ore, da 500 a 700 casi. Una delle differenze che ci sono state tra Campania e Lombardia è rappresentata dal fatto che in Lombardia venti giorni fa avevano una mobilità del 42%, cioè la metà della popolazione era in giro". Così il governatore della Campania, su Facebook, Vincenzo De Luca. "Credo che abbia avuto una ricaduta pesante sul contagio - aggiunge - in Campania abbiamo stretto i freni, anticipato chiusure di due settimane, questo ci ha salvato ed oggi abbiamo condizioni di serenità per pensare di aprire attività economiche, ma per sempre". "Voglio dare una informazione a un esponente politico milanese il quale e' sempre disinformato sul Sud. Non voglio fare nomi, diciamo che e' un esponente che va in giro in questo periodo per l'Italia per farsi guardare gli occhiali nuovi che ha comprato, occhiali color pannolino di bimbo", conclude De Luca, in una diretta Facebook, rivolgendosi al leader della Lega Matteo Salvini. "Ha detto che una regione del Nord è l'unica ad aver fatto iniziative per i fitti. Ricordo a questo autorevole esponente del Nord e del sovranismo - dice - che la regione Campania ha varato un programma per gli aiuti a fitti, contributi alloggiativi, due bandi per quasi 70 milioni di euro".
Le Regioni di centrodestra scrivono a Conte: "Più autonomia nella fase 2". Lettera indirizzata anche a Mattarella, Boccia, Casellati e Fico. L'avvertimento dei governatori: "Si rischia una gravissima crisi economica irreversibile". Luca Sablone, Mercoledì 29/04/2020 su Il Giornale. Dare più competenze ai governatori: questa la richiesta principale avanzata da ben 13 Regioni italiane, appartenenti politicamente allo schieramento di centrodestra. La lettera è stata inviata al premier Giuseppe Conte, al ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia e, per conoscenza, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. La missiva porta la firma di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Veneto e della Provincia autonoma di Trento. I governatori hanno scritto che alla luce "dell'accentramento dei poteri normativi in capo al Governo, secondo lo schema decreto-legge + DPCM attuativi che ha posto problemi di compatibilità con la Costituzione" avvenuto fino a ora, nella fase 2 dell'emergenza Coronavirus sarebbe necessario tornare progressivamente "ad un più pieno rispetto dell'assetto costituzionale e del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni, sempre in applicazione dei principi di sussidiarietà e leale collaborazione". L'intento è quello di giungere via via a una normalizzazione dell'emergenza "che consenta un ritorno agli equilibri democratici previsti dalla Costituzione".
"Rischio crisi economica irreversibile". I presidenti delle Regioni hanno chiesto di "contemperare la doverosa tutela della salute con la salvaguardia del tessuto economico", da una parte per limitare "allo strettissimo indispensabile la compressione delle più importanti libertà fondamentali dei cittadini", dall'altra per evitare che la già gravissima crisi economica in atto "diventi irreversibile, con le catastrofiche conseguenze sociali correlate". Per fare ciò risulta indispensabile riformare l'attuale struttura del Dpcm 26 aprile 2020 poiché "non dotata della necessaria flessibilità capace di riconoscere alle Regioni [...] la possibilità di applicare nei loro territori regole meno stringenti di quelle previste a livello nazionale" qualora la situazione epidemiologica dovesse risultare migliorata e i modelli previsionali di contagio in sostenuta decrescita. I governatori hanno sottolineato l'importanza di mutare del tutto la prospettiva sulle attività produttive, industriali e commerciali "superando la logica della disciplina in base all’enumerazione delle attività consentite in base, ad esempio, ai codici Ateco". L'ideale sarebbe giungere alla possibilità di programmare le aperture considerando la "capacità effettiva di rispettare e far rispettare le misure di sanità pubblica atte a evitare il diffondersi del virus", grazie all'interlocuzione tra Pubblica amministrazione, associazioni di categoria e sindacati. Le Regioni dunque propongono "di garantire la possibilità di poter riaprire la propria attività a tutti coloro che rispettino le misure già previste dal Dpcm del 26 aprile 2020 e dai protocolli di sicurezza aziendali" in presenza di una determinata situazione epidemiologica non solo "riscontrabile oggettivamente" ma anche certificata dall'Autorità sanitaria delle singole Regioni "e sottoposta ad uno scrupoloso controllo del governo".
Scontro con Boccia. "È molto importante dare un segnale di unità. Se non siamo uniti noi non possiamo chiederlo ai cittadini. Ci vogliono unità, serietà e responsabilità". Lo ha detto il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia in videoconferenza con i presidenti delle Regioni. "Propongo un metodo: ordinanze regionali coerenti con il Dpcm - dice -. Se ci sono ordinanze non coerenti invio una diffida, una lettera con la scheda indicando le parti incoerenti e la richiesta di rimuoverle (solo in caso di allentamento delle misure). Se non avviene sono costretto a ricorrere all’impugnativa al Tar o alla Consulta".
La Calabria riapre. "Ho appena firmato un'ordinanza per la fase 2 di ripartenza. Misure nuove, al pari di altre regioni e alcune uniche sul territorio nazionale; tutte parlano il linguaggio della fiducia. Poiché in queste settimane i calabresi hanno dimostrato senso civico e rispetto delle regole, è giusto che oggi la Regione ponga in loro fiducia. Sapranno dimostrare buon senso nel gestire i nuovi spazi di apertura che la Regione ha deciso di consentire, anche oltre il dettato del Governo". E' quanto dichiara in una nota la governatrice della Regione Calabria Jole Santelli, che poi spiega: "A partire da domani 30 aprile: sono consentiti gli spostamenti all'interno del proprio Comune o verso altro Comune per lo svolgimento di sport individuali; sono consentiti gli spostamenti per raggiungere le imbarcazioni di proprietà da sottoporre a manutenzione e riparazione, per una sola volta al giorno; è confermato il disposto dell'Ordinanza n. 32/2020 in materia di attività agricole e di conduzione di piccoli allevamenti di animali svolte in forma amatoriale, di stabilimenti balneari, di attività di trasformazione dei prodotti industriali". La stessa nota poi aggiunge: "E confermato il disposto dell'Ordinanza n. 36/2020 per come integrato da quanto previsto dall'art. 1 lettera a) del DPCM 26 aprile 2020; è consentita la ripresa delle attività di ristoranti, pizzerie, rosticcerie per la preparazione dei relativi prodotti da effettuarsi a mezzo asporto; è consentita la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all'aperto; le attività di cui ai punti 5 e 6 possono essere riattivate presso gli esercizi che rispettano le misure minime "anti-contagio" di cui all'allegato 1 parte integrante alla presente Ordinanza e ferma restando la normativa di settore". E ancora: "Sono consentiti gli spostamenti per l'assistenza a persone non autonome, ivi comprese quelle per le quali occorre prestare assistenza ai sensi della L. n. 104/92 e s.m.i., in quanto rientranti nei motivi di salute, nonché il contenuto dell'Ordinanza n. 29/2020 nei punti dal 4 al 9 e nell'allegato 1, ove non in contrasto con la presente Ordinanza; è consentita l'attività di commercio di generi alimentari presso i mercati all'aperto, inclusa la vendita ambulante anche fuori dal proprio Comune, fermo restando il rispetto delle distanze interpersonali e l'uso delle mascherine e guanti". E infine "è consentita l'attività di commercio al dettaglio, anche in forma ambulante di fiori, piante, semi e fertilizzanti".
Tajani: "L'Italia è scontenta". "La Fase 2 è stata organizzata talmente male che tutta l'Italia è scontenta, decidendo di aprire una categoria rispetto ad un'altra si sono create disparità e ingiustizie. Non tutta l'Italia è uguale, le regioni meridionali non vivono situazioni simili di altre aree. I presidenti delle regioni del centrodestra hanno detto di dare alle regioni una flessibilità, di fare decidere a loro che conoscono meglio il territorio". Il vice presidente di Forza Italia Antonio Tajani parla chiaro a Stasera Italia su Rete4, confermando la linea di tutto il centrodestra, fortemente critico nei confronti della decisioni prese dal governo giallorosso sulle prime aperture post-lockdown.
Da leggo.it il 3 maggio 2020. La Calabria non può permettersi fughe in avanti con l'emergenza coronavirus è ancora alta. Così il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia ha impugnato, a quanto apprende l'Ansa, l'ordinanza della Regione Calabria del 29 aprile che prevede l'apertura di bar e ristoranti. Gli atti sono stati trasmessi come da prassi, sempre a quanto si apprende, all'Avvocatura generale dello Stato. «Non era mai successo nella storia della Repubblica che un'emergenza sanitaria si trasformasse in pandemia. E in questo caso le linee guida le dà lo Stato e le Regioni si devono adeguare e rispettarle; ci sono state discussioni forti, però mai violazioni di regole a parte la Calabria». Lo afferma in un'intervista al Messaggero il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia in cui ricorda la diffida inviata alla governatrice calabrese Santelli; e che senza il ritiro dell'ordinanza «nelle prossime ore» ci sarà l'impugnazione «domani mattina al Tar. La Calabria fa meno della metà dei tamponi del Trentino Alto Adige avendo il doppio della popolazione»; abbiamo voluto essere «rigorosi ma collaborativi, impugnando diamo alla Santelli ancora una chance. Dopo di che, penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto». Per i luoghi in cui le curve di contagio sono ancora alte, Boccia dice che una volta «definito il modello di monitoraggio valuteremo i dati giorno per giorno e poi vedremo chi sta sopra o sotto i parametri. I presidenti di Regione sono tutti molto responsabili. È evidente che le Regioni che saranno sotto i parametri dovranno aspettare qualche giorno o settimana in più, chi sta sopra potrà lentamente ripartire». Sulle “discussioni ”con il governatore della Lombardia Fontana, «le valutazioni su come è andata le faremo quando non ci sarà più il coronavirus». A proposito della caduta dei 'confinì regionali dal 18: «Decideremo assieme alle Regioni. Però ritengo che la strada per le comunicazioni infra-regionali è ancora lunga. Bisogna avere pazienza: nella stagione estiva adatteremo le nostre abitudini di vita alle condizioni epidemiologiche». «Conte ha la nostra fiducia - conclude Boccia - il Pd ha dato solo qualche consiglio. E del confronto con Renzi se ne occupa il segretario Zingaretti»; trova «sgradevole» in questo momento fare ragionamenti sull'ipotesi di un possibile governo per la ricostruzione a guida Draghi. La Calabria non può permettersi fughe in avanti con l'emergenza coronavirus è ancora alta. Così il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia ha impugnato, a quanto apprende l'Ansa, l'ordinanza della Regione Calabria del 29 aprile che prevede l'apertura di bar e ristoranti. Gli atti sono stati trasmessi come da prassi, sempre a quanto si apprende, all'Avvocatura generale dello Stato. Poi a Sky stamattina Boccia ha aggiunto: «Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole, quelle che disciplinano la vita nelle istituzioni. Lei le conosce bene e sa che quell'atto è illegittimo».
Emanuele Lauria per “la Repubblica” il 4 maggio 2020. Bocciata la Calabria, messa in mora la Sardegna. Il governo non fa sconti ai presidenti di Regione di centrodestra che dettano proprie regole senza attendere le linee guida per la fase 2. Dopo la diffida, è arrivata l' impugnativa per l' ordinanza con cui la governatrice calabrese Jole Santelli ha deciso l' immediata riapertura di bar e ristoranti nel suo territorio. «Santelli sa che il luogo del confronto - dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia - è il tavolo permanente con le Regioni. E mi dispiace che lei non abbia nemmeno partecipato alle ultime due videoconferenze. L' ho anche chiamata. Il suo atto è illegittimo». Boccia sottolinea che non è tempo di iniziative autonome: «Solo dopo il 18 maggio, o nella settimana successiva, ci saranno differenze territoriali e ogni Regione potrà fare alcune cose in funzione della sicurezza che ha costruito ». Oggi gli atti saranno inviati al Tar, che potrebbe decidere sulla sospensiva del provvedimento della Regione Calabria già nei prossimi giorni. Fino a ieri sera Boccia ha atteso che Santelli ritirasse l' ordinanza, ma la governatrice ha confermato che non farà passi indietro: «Sono convinta di quello che ho firmato. E sono sicura che entro una settimana altri faranno esattamente la stessa cosa che ho fatto io. Anche all' inizio della fase 1 - dice Santelli - il governo impugnò gli atti che in diverse regioni prevedevano la chiusura delle scuole, poi mi sembra che abbia adottato la medesima misura. Bisogna tener conto che ci sono aree del Paese che, oltre ad avere un basso numero di contagi, hanno anche una condizione di svantaggio economico. Se io non consento ai proprietari di questi locali di ripartire ora, non riaprono più». La governatrice attacca: «Fossi in Boccia, sarei più preoccupato del fatto che il suo governo ha previsto il rientro di 3 mila persone in Calabria, fatto decisamente più pericoloso di due tavolini all' aperto». Ma il ministro contesta le norme scritte da Santelli proprio in nome della sicurezza dei calabresi. Irrobustendo le accuse: «Abbiamo spedito in Calabria 84mila tamponi - dice Boccia - ma ne hanno fatti solo 37mila. Se ci sono zero contagi e pochi tamponi, la cosa è sospetta ». Alla fine di un lungo batti e ribatti, Santelli si difende: «In Calabria si è fatto un test ogni 55 abitanti, mentre le altre regioni del centrosud sono su una media di uno ogni 60». Prosegue il braccio di ferro fra l' esecutivo e i governatori del centrodestra, che la scorsa settimana avevano scritto una lettera a Conte reclamando più poteri. Boccia fa sapere che la maggior parte delle ordinanze regionali «sono coerenti con il Dpcm» ma dice pure che ci sono alcuni atti che vanno rivisti. E cita il caso della Sardegna «che dà ai sindaci gli strumenti per verificare se le funzioni religiose possono essere esercitate: non funziona cosi». «Non c' è nessuna delega ai sindaci in questa materia», replica l' amministrazione guidata dal salviniano Christian Solinas. In realtà la forzatura è ancora più evidente, perché la Regione Sardegna, con la sua ordinanza, prevede direttamente la possibilità - non contemplata nel resto del Paese - che nell' Isola si facciano le messe, affidando ai vescovi le linee guida per la sicurezza. Cosa che, peraltro, ha irritato la Conferenza episcopale sarda, che ha fatto sapere di non essere stata consultata prima delle nuove norme. L' ordinanza è allo studio dei tecnici del ministero ma la linea di Boccia è quella tenuta per la Calabria: si chiede una modifica di questa disposizione, altrimenti scatterà una diffida e l' impugnativa. Ma un terzo fronte di scontro si sta aprendo in queste ore: Solinas, in Sardegna, ha derogato alla disposizioni del governo anche sulla riapertura dei negozi, fissata per l' 11 maggio, in anticipo di una settimana rispetto a quanto stabilito nel Dpcm di Conte. Mettendo già su carta, in pratica, quella che è la volontà di altri colleghi del centrodestra. Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli, lo chiede in modo perentorio a Boccia: «Dobbiamo impegnarci per dare le linee guida al commercio questa settimana per permetterci l' 11 maggio di aprire: noi siamo più che disponibili a lavorare su tutto però - scandisce Fedriga - questi sono i tempi».
Coronavirus, il Tar accoglie il ricorso del Governo contro l'ordinanza della Calabria. L'ordinanza regionale firmata dalla governatrice Jole Santelli permetteva servizio ai tavoli se all'aperto per bar e ristoranti. Il ministro Boccia: "Le sentenze si rispettano. Non è la stagione delle divisioni". Alessia Candito il 09 maggio 2020 su La Repubblica. I pochi bar e ristoranti che in Calabria avevano tirato fuori sedie e tavolini e riaperto gazebo e dehors dovranno fare un passo indietro. Il Tar ha bocciato l'ordinanza con cui dal 30 aprile scorso la governatrice calabrese Jole Santelli ha autorizzato a ripartire con il servizio ai tavoli all'esterno, accogliendo il ricorso del governo, che pochi giorni dopo ha impugnato il provvedimento, seguito a ruota dal Comune di Reggio Calabria.
Fase 2: Santelli, "Diffida del governo? Non ritiro ordinanza in Calabria". E i giudici non ci hanno neanche messo molto per arrivare ad una conclusione unanime. La sentenza è giunta a poche ore dall'udienza collegiale di questa mattina ed è una vittoria piena per le tesi dell'Avvocatura dello Stato, che per conto dell'esecutivo contestava la legittimità dell'ordinanza della governatrice calabrese, ne sottolineava l'iter istruttorio "lacunoso e carente" e l'emanazione "senza alcuna previa interlocuzione formale con il governo". Tutte ragioni riconosciute dal Tar della Calabria, che ha rispedito al mittente le istanze dei legali della Regione, per i quali toccava alla Corte Costituzionale decidere chi fra Regione e Governo avesse ragione. Tuttavia - ci tengono a specificare i giudici del Tar - la pronuncia non è una valutazione politica, perché "non è compito del giudice amministrativo sostituirsi alle amministrazioni e dunque, stabilire quale contenuto debbano avere, all'esito del bilanciamento tra i molteplici interessi pubblici o privati in gioco, i provvedimenti amministrativi". Comunque, in punta di diritto, quell'ordinanza la governatrice Santelli non la poteva proprio emanare. Un messaggio che arriva anche a tutti quei presidenti di Regione, che negli ultimi giorni hanno optato per la fuga in avanti rispetto ai decreti ministeriali sulla fase due. Non si può fare, dicono i giudici. In primo luogo, per una questione tecnica, che riguarda le facoltà di governo e Regioni nella gestione dell'emergenza. "Spetta infatti al presidente del Consiglio dei ministri individuare le misure necessarie a contrastare la diffusione del virus Covid-19, mentre alle Regioni è dato intervenire solo nei limiti delineati dall'art. 3, comma 1 d.l. n. 19 del 2020" che vieta agli amministratori di emettere provvedimenti in deroga alle misure di sicurezza emanate dal governo. Esattamente quanto fatto da Santelli, che ha anticipato di diverse settimane la riapertura del servizio ai tavoli in esterna per bar, ristoranti, agriturismi e pizzerie. Inoltre, fanno notare i giudici, mesi di epidemia hanno insegnato che il rischio non ha che fare solo con la diffusione del virus e il numero di contagi, ma anche con le misure di contenimento adottate e la dotazione sanitaria deputata a combatterlo. Per questo - si sottolinea in sentenza - si è sempre andato avanti per piccoli passi. Una strategia "coerente con il principio di precauzione, che deve guidare l'operato dei poteri pubblici in un contesto di emergenza sanitaria" scrivono i giudici, ricordando che "ogni qual volta non siano conosciuti con certezza i rischi indotti da un'attività potenzialmente pericolosa, l'azione dei pubblici poteri debba tradursi in una prevenzione anticipata rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche". Insomma, bisogna cercare di evitare di avere problemi piuttosto che correre a risolverli. E qui per Santelli arriva una palese bacchettata "è chiaro - scrive il Tar - che, in un simile contesto, ogni iniziativa volta a modificare le misure di contrasto all'epidemia non possono che essere frutto di un'istruttoria articolata, che nel caso di specie non sussiste". Del resto, di recente era stata Santelli stessa a specificare di non aver consultato la pachidermica task force regionale se non dopo l'emanazione dell'ordinanza, perché "la politica decide - ha affermato - poi chiede ai tecnici come fare". Al riguardo, il Tar ha un'idea precisa. In tempi di epidemia, non si fa. Il rischio deve essere valutato sulla base di serie valutazioni scientifiche. Infine, sottolineano i giudici, coordinamento e collaborazione con il governo non sono certo questione di garbo istituzionale, ma principi costituzionali e "non risulta che l'emanazione dell'ordinanza oggetto di impugnativa sia stata preceduta da qualsivoglia forma di intesa, consultazione o anche solo informazione nei confronti del Governo". E anche qui è stata Santelli a rivendicare quel provvedimento come iniziativa esclusivamente propria, adottata dalla sera alla mattina "e anche in Giunta lo hanno saputo dopo". Anche questo - ha dovuto chiarire il Tar Calabria - non si può fare e non solo in tempi di Covid19. "Le sentenze e le leggi non si discutono ma si applicano. E questo deve valere per ognuno di noi. La sicurezza sui luoghi di lavoro per lavoratori e cittadini è una nostra priorità assoluta nell'emergenza Covid-19. Il governo sta facendo ripartire il Paese in sicurezza. Non è la stagione delle divisioni, dei protagonismi e dell'individualismo" ha commentato il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. Deluso l'avvocato Oreste Morcavallo, a capo del pool difensivo scelto dalla Regione, per il quale "la decisione pur rispettabile è ininfluente: l'ordinanza infatti ha avuto piena esecuzione per 11 giorni e il Governo ha preannunciato per mercoledì che disporrà l'apertura di bar e ristoranti a livello generale". In realtà, la Calabria si è dimostrata assai più prudente della sua governatrice. Quasi all'unanimità i sindaci hanno bloccato con proprie ordinanze l'entrata in vigore del provvedimento e anche in quei centri in cui l'ordinanza è passata, sono stati pochissimi i bar e ristoranti a ripartire con il servizio, quanto meno nell'immediato. Troppo poco il tempo per organizzarsi, troppa ancora la paura del contagio. Ma la governatrice insiste. "Il Governo Conte, comunque, ha poco da esultare: si tratta di una vittoria di Pirro che calpesta i diritti dei cittadini, dopo che per 11 giorni l'ordinanza ha avuto validità" sottolinea con una nota emanata tanto in fretta - ed evidentemente sulla base di un modello preconfezionato - da riportare nell'intestazione il nome dell'ex governatore Mario Oliverio". "Per quanto mi riguarda, contesto con forza la decisione politica di impugnare l'ordinanza in esame e la volontà, da parte del Governo, di imporre le proprie decisioni con pervicacia e violando l'autonomia della Regione Calabria" sostiene Santelli, che non esclude "la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta". E rivendica una sorta di vittoria politica perché "La mia regione, in ogni caso, ha vinto, perché ha messo le esigenze del Sud al centro del dibattito e ha fatto emergere la necessità di discutere a fondo la Fase due. La Calabria e il Sud hanno vinto perché hanno dimostrato di voler lavorare e di non pretendere politiche di assistenza". Intanto, in tutte le altre regioni italiani si stanno definendo i dettagli per le prime aperture in sicurezza dei negozi, a partire dal 18 maggio. In Puglia a partire da quella data apriranno centri estetici e parrucchieri. Una decisione arrivata con l'ordinanza firmata dal presidente della Regione, Michele Emiliano, che prevede la ripresa del lavoro "a condizione che il servizio venga svolto per appuntamento, assicurando il rispetto delle misure generali per la prevenzione della trasmissione del virus e in particolare il distanziamento fisico, l'igiene delle mani della persona, la pulizia e la sanificazione degli ambienti di lavoro e l'uso di dispositivi di protezione individuale laddove il distanziamento non possa avere luogo". All'inizio di ogni turno di lavoro nei centri estetici e nei saloni dei parrucchieri sarà inoltre necessario misurare la temperatura dei lavoratori, che dovranno anche indossare una divisa pulita da cambiare al termine della giornata. L'Alto Adige e il Friuli Venezia-Giulia anticipano le riaperture. Boccia: "Autonomia garantita, ma rispettare la Carta". In Sicilia dal 18 maggio riapriranno i servizi socio-sanitari e mentre l'Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia hanno anticipato l'apertura dei negozi, bar e ristoranti a lunedì 11 maggio, Maurizio Fugatti, presidente del Trentino, si è detto pronto ad iniziare la fase 3 da martedì 12.
L'avvocato della Regione: «La decisione del Tar è ininfluente». Il Quotidiano del Sud il 9 maggio 2020. «E’ una decisione pur rispettabile ma ininfluente: l’ordinanza infatti ha avuto piena esecuzione per 11 giorni e il Governo ha preannunciato per mercoledì che disporrà l’apertura di bar e ristoranti a livello generale. La Regione ha vinto con il mancato accoglimento del decreto cautelare ed ha avuto un importante risultato acquisendo la primazia politico-istituzionale di tutela delle prerogative costituzionali delle regioni». Lo afferma l’avv. Oreste Morcavallo, uno dei legali che ha assistito la Regione Calabria, commentando la decisione del Tar di accogliere il ricorso del Governo e che di fatto ne annulla l’efficacia.
Dagospia il 12 maggio 2020. Da “Un giorno da Pecora – Radio1”. “Io e Boccia? Dormiamo ancora in stanze separate, ora però dorme nella camera della bimba, accanto alla mia. Lentamente arriverà anche lui nella nostra camera da letto...” A scherzare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Nunzia De Girolamo, ex deputata ed ex ministro, moglie del ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia. Dopo il 18 maggio il ministro potrà certamente tornare in camera sua. “Dovrà vedersela con nostra figlia, che non vuole più andare via da quella camera, ci si trova benissimo”. Ma così continuerete ad esser distanti...in tutti i sensi. “Allora dal 18 lo farò tornare”, ha promesso la De Girolamo.
La "strategia" di Boccia: bastone con la Calabria carota con le regioni Pd. Impugna l'ordinanza della Santelli che riapre i bar. Ma si adegua ai governatori amici.Pasquale Napolitano, Lunedì 04/05/2020 su Il Giornale. Il bastone contro Jole Santelli, governatrice di Forza Italia della Calabria. La carota contro i presidenti delle giunte rosse di Campania, Emilia Romagna e Lazio. Il governo alza la voce contro le regioni guidate dal centrodestra ma chiude un occhio su quelle amministrate dal centrosinistra. Da giorni il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) monopolizza tv (ieri da Lucia Annunziata a Mezz'ora in più) e giornali per bastonare la presidente della Calabria Santelli. Quale accusa l'esecutivo giallorosso muove contro la governatrice azzurra? Aver varato un'ordinanza che riapre parzialmente (solo tavoli all'esterno) bar e ristoranti in una regione dove il coronavirus è praticamente sconfitto. Ma lo stesso governo (di cui fa parte il bastonatore Boccia) adotta una linea morbida contro tre governatori rossi (Vincenzo De Luca, Nicola Zingaretti e Stefano Bonaccini) che danno il via libera alla ripresa degli allenamenti (decisione che anticipata le linee guida del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora) per le squadre di calcio. E dunque, più che una contestazione di merito contro la Regione Calabria sembra un'accusa di lesa maestà. Anche in Sardegna il governatore leghista Christian Solinas autorizza la ripresa delle attività sportive. La tentazione di punire solo il presidente del centrodestra c'è stata. Ma sarebbe stata una posizione (del governo) troppo sfrontata. Il pugno duro vale solo per Jole Santelli. Diventata negli ultimi giorni - nella narrazione del governo Pd-Cinque stelle - una pericolosa untrice. L'offensiva contro la governatrice della Calabria compie un salto di qualità: il ministro Boccia impugna l'ordinanza della Regione Calabria del 29 aprile che prevede l'apertura parziale di bar e ristoranti. Gli atti sono stati trasmessi come da prassi all'Avvocatura generale dello Stato. Dallo studio di Lucia Annunziata, Boccia spiega: «Le ho chiesto più volte di tornare indietro. Ancora, le ho inviato una lettera invitandola a tornare indietro che si è trasformata in diffida, e ieri ho trasmesso gli atti all'Avvocatura generale dello Stato». Alcune attività «devono restar chiuse perché vogliamo questa settimana definire le linee guida». Il ministro concede però margini di pentimento: «Santelli conosce bene le procedure, ha ancora tempo per ritirare l'ordinanza. Se non dovesse farlo, sa quello che succede». Ma Santelli non molla: «Confermo l'ordinanza su bar e ristoranti. Sono convinta dei presupposti, sono sicura che entro una settimana faranno esattamente la stessa cosa che ho fatto io. Mi dispiace che abbia preso questa ordinanza come un braccio di ferro». La governatrice della Calabria risponde al ministro Boccia anche in merito all'accusa sui pochi tamponi effettuati: «La Calabria ha fatto tantissimi tamponi, quasi un tampone ogni 55 persone. Mi sembra una polemica strana, i dati sono quelli che sono, abbiamo chiesto anche aiuto alla Campania per processarli». Boccia prova a motivare l'accanimento: «La Calabria è andata deliberatamente contro una indicazione chiara del governo per ragioni sanitarie. Il governo fa atti pensando alla salute e alla vita delle persone e a salvare i posti di lavoro. Che cosa succederebbe se in un ristorante, in un piccolo paese calabrese scoppiasse un focolaio? Ce lo perdoneremmo? Io dico no». E se il focolaio scoppiasse ora in un campo di calcio? Tra i calciatori che i governatori dem autorizzano ad allenarsi senza aspettare il parere del comitato tecnico scientifico. In Campania Vincenzo De Luca anticipa il governo autorizzando la ripresa degli allenamenti del Napoli. Nella regione Lazio Nicola Zingaretti, presidente della Regione e segretario del Pd, si comporta allo stesso modo. E l'ok agli allenamenti arriva anche in Emilia Romagna. Ma senza suscitare la caccia all'untore Bonaccini.
Davide Lessi per “la Stampa” il 4 maggio 2020. «Hai visto i fuochi ieri notte?». La lunga barba non riesce a nascondere il sorriso di Jürgen Wirth. È orgoglioso del blitz avvenuto tra sabato e domenica: sulle montagne altoatesine sono comparse delle scritte incendiare a illuminare il buio: «Los Von Rom». «Via da Roma». Una provocazione. Replicata anche alla luce del sole sugli striscioni appesi tra i vigneti della strada del vino di Caldaro, il paese di Jürgen. E lui, dal porticato del giardino di casa, la spiega così. «Perché via da Roma? Non è possibile che l' Austria abbia chiuso tutto dieci giorni dopo l' Italia e abbia riaperto dieci giorni prima. Il virus ha messo in quarantena la nostra autonomia, non possiamo permetterlo». Quando dice "noi" parla dei circa seimila altoatesini iscritti all' associazione Südtiroler Schützenbund, di cui lui è presidente. Persone convinte che il doppio passaporto (italiano e austriaco) dovrebbe essere già realtà. Un assembramento estremistra, si direbbe. Se non fosse che oggi, a sessant' anni dalla stagione del terrorismo secessionista, tutto il Südtirol sembra essere in fermento. La legge provinciale Per capirlo bisogna spostarsi a Bolzano. Dove il governatore della provincia autonomia Arno Kompatscher ha sulla scrivania il disegno di legge «per la fase di ripresa delle attività». Un provvedimento già approvato dalla sua giunta che prevede la riapertura di bar e ristoranti dall' 11 maggio, mentre nel resto d' Italia bisognerà aspettare il primo giugno. Sempre tra una settimana dovrebbero riaprire anche musei e biblioteche nonché parrucchiere e centri estetici. Il 25 maggio sarà la volta degli alberghi. «Non vogliamo dare un ultimatum a nessuno - ci aveva assicurato il presidente Kompatscher prima di firmare la delibera -. Ma a Roma devono capire che qui non accettiamo più che le regole per la fase 2 siano uguali per tutti i territori. Ci diano delle linee guida ma ci lascino margini di manovra, altrimenti troveremo una nostra via». Appunto. In pochi giorni la legge provinciale è diventate realtà. Con il rischio che il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, proprio oggi in visita a Bolzano per tentare una mediazione, impugni il provvedimento come ha già fatto con l' ordinanza della Calabria. Il modello di Vienna Ma sarebbe sbagliato mettere Kompatscher nella lista dei governatori ribelli del centrodestra (da Zaia a Santelli). Tant' è che il suo partito, la Südtiroler Volkspartei, appoggia in Parlamento i provvedimenti del governo Conte. La questione è più profonda. «Sì, qui si è registrata qualche insofferenza per i controlli della polizia. Del resto la popolazione crede molto nell' autogoverno e nella responsabilità personale», ragiona dal palazzo del Comune il sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi. «Il punto è che circa il 68% dei 550 mila altoatesini, essendo di appartenenza linguistica tedesca, si informa con i media austriaci. In Italia il virus occupa il 100 per cento degli organi d' informazione in una continua narrazione d' emergenza, oltre confine non è così». Il Brennero è a appena 80 chilometri, il modello di Vienna vicino. «Capisco che Kompatscher abbia dovuto forzare - spiega il primo cittadino - le pressioni degli imprenditori e di chi opera nel settore turistico erano troppe». "L' Italia ci trascina nella crisi" Per un territorio che solo lo scorso anno ha contato 33,6 milioni di pernottamenti, chiudere alberghi e garnì significa perdere ricchezza. Un dato aiuta a capire: il Pil turistico dell' Alto Adige, nel 2018, valeva 16 mila euro pro-capite (più di Venezia e Rimini) e oltre il 30% del prodotto interno lordo dell' intera regione. «Con la nostra attività si fermano anche gli investimenti e i lavori di manutenzione che intendevamo fare nelle strutture», spiega Franz Staffler, titolare dello storico hotel Laurin nel centro di Bolzano. «Quello che rimprovero a Roma è di non averci dato delle indicazioni chiare sulla riapertura. Non si rendono conto che stanno mettendo in ginocchio un intero settore e tutto quello che gli gravita attorno». Cento chilometri più a nord, in una deserta Villabassa (la tedesca Niederdorf), anche Herbert Campidell e la moglie Brigitta Stauder scuotono la testa. «Il nostro albergo, l' hotel Emma, è stato tra i primi ad aprire nell' Ottocento. La signora Emma era considerata una pioniera del turismo e chiuse una sola volta quando arrivò il tifo. Ma lei dopo un anno riaprì, noi ce la faremo?». Si fa sera. Le luci illuminano la Val Pusteria: «Los Von Rom». Via da Roma.
Sette motivi per una Fase 2 asimmetrica. Deborah Bergamini su Il Riformista il 30 Aprile 2020. Una manciata di giorni al fatidico 4 maggio, ma voglio elencare sette motivi che consiglierebbero di evitare di avviare una Fase 2 indiscriminata e vararne invece una asimmetrica, in cui il numero e il tipo di riaperture dipende dal tasso di contagio nelle singole città, province, regioni.
1. Il 70,7% dei casi di Coronavirus si è concentrato in quattro regioni: Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. E anche in quei territori il contagio si è diffuso in maniera asimmetrica.
2. I valori assoluti rischiano però di essere ingannevoli. In città come Varese, il tasso di contagio (0,288%) è più basso che a Pescara (0,398%). E questa dovrebbe essere la bussola o il termometro che consente o non consente di riaprire. Città per città. Provincia per provincia. Regione per regione.
3. Perché in Calabria – dove si registra in maniera uniforme il tasso di contagio più basso d’Italia (0,05%) – non si possono consentire più riaperture che in Lombardia (0,74%)? Questa scelta non ha senso. Così si impoveriscono tutti senza che sia davvero necessario. Se – faccio un esempio – non si può andare al mare con un tasso di contagio di 0,05%, bisogna dire chiaramente agli italiani che questa estate le vacanze al mare o qualsiasi altra libertà se le possono sognare.
4. Una Fase 2 asimmetrica in cui a un determinato tasso di contagi corrisponde un determinato numero di riaperture delle attività consente di verificare l’efficacia dei modelli di riorganizzazione della vita sociale e di contenimento dell’epidemia. L’alternativa, che è quella di riaprire tutto contemporaneamente, rischia, in caso di decisioni errate, di avere un impatto su larga scala molto più ampio e in un arco di tempo molto più lungo.
5. Un modello asimmetrico non è un’opzione, ma una necessità irrinunciabile. Potrebbero volerci mesi affinché la Lombardia o l’Emilia Romagna raggiungano il tasso di contagio della Calabria o della Campania. Cosa facciamo in quei mesi: teniamo bloccati tutti?
6. Come sottolineato da Bankitalia, per ogni settimana di lockdown perdiamo uno 0.5% del nostro prodotto interno lordo annuale. Un unlock asimmetrico ci consentirebbe ancora di contenere i danni economici prodotti dal contagio.
7. Non si può usare la stessa medicina per mali diversi. Il Presidente Conte e il Ministro Speranza dovrebbero cambiare approccio sul tema e chiedere alle loro task force – visto che hanno deciso di non chiederlo al Parlamento – di elaborare modelli basati sul tasso di contagio. Bisogna definire a che tasso di contagio possono aprire le diverse attività, dando alle comunità cittadine speranze e obiettivi da raggiungere.
Mi rendo conto che occorre coraggio per prendere queste decisioni, e che spesso rimanere di un’idea sbagliata è solo l’effetto del non volerla cambiare per puntiglio. Ma Presidente Conte e Ministro Speranza, siete voi al timone del Paese e la responsabilità spetta a voi. Affrontare situazioni radicalmente diverse con strumenti identici è il più grande errore che questo governo sta compiendo. Il Modello Italia di cui si è tanto parlato per settimane semplicemente non esiste. Anzi: secondo un’analisi basata sui dati e pubblicata su Forbes siamo il Paese a più alto rischio. Siamo stati tra i primi a dover fronteggiare la furia dell’epidemia e lo abbiamo fatto peggio di altri. La realtà è assai diversa da quella che volete venderci. Abbiate la forza di prenderne atto e di guardare fuori dal vostro specchio, perché gli italiani hanno già dovuto farlo. Le conseguenze economiche di tutte le scelte che state facendo non sono ancora pienamente visibili, ma quando lo saranno qualcuno ve ne chiederà conto. Date ascolto, per una volta, all’opposizione. Aprite un confronto non ideologico sul futuro del Paese e sulla possibilità di varare una Fase 2 asimmetrica. È il popolo che attraverso il Parlamento deve decidere, non le task force. Parliamone. Per il bene dell’Italia siate un filino più umili.
Il governatore del Molise Donato Toma: «Non aspetterò giugno per riaprire i bar». Rocco Vazzana su Il Dubbio il 30 Aprile 2020. Anche il Molise annuncia aperture anticipate: «La proposta “Boccia” sulle ripartente differenziate mi sta bene, purché poi ci lascino davvero la libertà di allentare le misure». Riusciamo a parlare col governatore del Molise Donato Toma alla fine di una giornata molto impegnativa, trascorsa in videoconferenza: con gli altri presidenti di centrodestra prima e col ministro per gli Affari regionali poi. «Con i colleghi del centrodestra abbiamo provato a convergere su delle linee comuni, ma ogni Regione ha delle esigenze diverse», spiega Toma.
C’è chi chiede maggiori aperture, come Luca Zaia, e chi invoca restrizioni ulteriori, come Jole Santelli. Si rischia una fase 2 a macchia di leopardo?
«In realtà, tutti i presidenti di centrodestra chiedono linee guida nazionali entro le quali però muoversi in maniera ampliativa o restrittiva. Altre Regioni preferirebbero una gestione accentrata delle riaperture, noi chiediamo elasticità».
Il ministro Boccia ha preso in considerazione la possibilità di aperture regionali differenziate dal 18 maggio, in base però alla curva del contagio. È un compromesso accettabile?
«Dopo il confronto col ministro ho rivisto un po’ la mia posizione ostile. Se la proposta è di sperimentare questa modalità basata sull’osservazione del contagio a me sta bene, purché poi ci lascino la libertà di riconsiderare le misure restrittive. Questa potrebbe essere una mediazione accettabile».
Accettabile anche dai suoi colleghi del Nord Fontana e Zaia?
«La Lombardia è molto più moderata rispetto al Veneto sulle riaperture. Zaia spinge molto sulla ripartenza perché nella sua Regione, nonostante già oggi ci siano migliaia di lavoratori che escono per andare in fabbrica, non si è registrato alcun incremento dei contagi. La Lombardia, che ha qualche difficoltà in più del Veneto da questo punto di vista, ha posizioni “aperturiste” ma meno drastiche.
E lei dove si colloca in questa scala di differenziazioni? “Aperturista” o prudente?
«Governo una Regione di poco meno di 300 mila abitanti, la mia realtà non è paragonabile a quella di chi avverte le pressioni di un ceto imprenditoriale forte che traina l’intero Paese. Sono su posizioni un po’ più prudenti rispetto ai miei colleghi del Nord, però non posso chiedere ai miei concittadini un sacrificio ulteriore. Posso abusare della loro pazienza per altri dieci o quindici giorni al massimo. Poi basta».
Quindi non rispetterà il timing proposto dal governo?
«Se la proposta è quella che ho sentito oggi, le aperture differenziate, non ci sarà alcun problema. Altrimenti non potrò aspettare che parrucchieri, bar e ristoranti riaprano il primo giugno. Potrei chiedere ai molisani di accettare in maniera responsabile una ripartenza attorno al 15 o 16 maggio, non di più».
Del resto alla casella “nuovi contagi” il Molise registra il numero zero da giorni ormai…
«Per questo dico che ognuno deve poter agire in base alle caratteristiche della propria Regione. Qui abbiamo la fortuna di essere in pochi su un territorio tutto sommato abbastanza ampio, non abbiamo problemi di distanziamento sociale. In Molise ci sono solo 195 persone positive e un solo paziente in terapia intensiva. Ed è anche merito nostro perché dalla fine di febbraio abbiamo adottato strategie di contenimento adeguate alla nostra realtà. Le strategie del governo possono essere solo di carattere generale: finora le ho accettate, ma adesso bisogna dare più libertà alle Regioni».
Boccia, però, vi ha anche messo in guardia dal firmare ordinanze non il linea con i Dpcm. In caso di fughe in avanti, il ministro diffiderà le Regioni. È l’ennesimo braccio di ferro tra governo centrale e periferico che ha contraddistinto tutta l’emergenza?
«Il ministro Boccia, per cui nutro molta simpatia, solitamente ha modi molto garbati di rapportarsi alle Regioni. Stavolta l’ho visto molto deciso e mi ha stupito. Al posto suo avrei usato toni meno perentori, perché i governatori sono persone da ascoltare con attenzione. Ma la sua non è stata comunque una minaccia, in realtà ha semplicemente detto che in caso di ordinanze non coerenti con le norme nazionali ci scriverà per segnalarci le incongruenze. Certo, il modo in cui l’ha detto ha prodotto un impatto non positivo, ma poi ci siamo chiariti».
Anche tra le forze di maggioranza si fa strada l’idea dello stop ai Dpcm, che annullano il confronto, per “parlamentarizzare” l’emergenza. È d’accordo con questa impostazione?
«L’emergenza, per definizione, non si può parlamentarizzare. In emergenza serve che una sola testa prenda decisioni urgenti. E il presidente del Consiglio è la più alta autorità di Protezione civile in Italia. Mi rendo conto che la discussione sulla costituzionalità di certe scelte, come quella di limitare la libertà di movimento delle persone per decreto, sia assolutamente legittima ma serve ragionevolezza».
Alcuni suoi colleghi del Sud temono un nuovo esodo dal Nord dopo il 4 maggio. Anche lei?
«Nel momento in cui mi ha chiamato stavamo valutando proprio le nuove quarantene da imporre. Sì, temiamo un nuovo esodo. Molti studenti e lavoratori rimasti lontano dalle loro famiglie fino ad oggi proveranno a tornare. Credo che far spostare migliaia di persone all’improvviso rappresenti un rischio serio».
Coronavirus, la Calabria sfida il governo e riapre bar e ristoranti all'aperto. Ma alcuni sindaci non sono d'accordo. In pieno scontro sulla Fase 2, la presidente della Regione, Santelli, anticipa i tempi e autorizza da subito la riapertura dei locali con tavoli esterni, dei mercati e autorizza la ripresa degli sport individuali: "Misure uniche sul territorio nazionale che parlano il linguaggio della fiducia". Il Pd: "Scelta irresponsabile; chi si ammala ora potrà chiedere i danni all'ente". Alessia Candito il 29 aprile 2020 su La Repubblica. Bar, ristoranti, pasticcerie, pizzerie, agriturismo con tavoli all'aperto nel giro di poche ore in Calabria potranno riaprire i battenti e riprendere le attività. Così ha deciso, con ordinanza pubblicata poco prima delle 22 e valida dal 30 aprile, la governatrice Jole Santelli, che se un paio di giorni fa minacciava di blindare i confini della regione contro un nuovo esodo verso Sud, in serata ha decretato una sorta di "liberi tutti". Ma la decisione non ha convinto né gli amministratori locali, inclusi quelli di Centrodestra, né i titolari delle attività, sorpresi in tarda serata da un provvedimento per i più inimmaginabile. E contro cui anche il governo annuncia battaglia. Di certo, si tratta di una rivoluzione copernicana in Calabria. Solo qualche giorno fa, a poche ore dalla presentazione del nuovo decreto per la fase 2, la governatrice Santelli si era scagliata contro il premier Conte e il governo, accusando tutti di un possibile "nuovo esodo verso Sud e dell'eventuale aumento di contagi che potrebbe derivarne" e annunciando "misure di cautela di nostra competenza". Un appello alla prudenza dimenticato, forse in linea con il fronte dei governatori di Centrodestra, che premono per una riapertura più rapida e minacciano di fare di testa propria. Risultato, in Calabria arriva un sostanziale via libera alla ripresa delle attività anche prima del 4 maggio, data fissata dal governo per l'allentamento di alcune delle prescrizioni. Anzi, alcune da ordinanza regionale potrebbero aprire con un mese di anticipo rispetto al cronoprogramma anticipato dal premier Conte.
Quali attività possono riaprire. Da giovedì 30 aprile in Calabria bar, pasticcerie, agriturismi, ristoranti e pizzerie non solo potranno aprire per l'asporto, ma anche fare servizio ai tavoli - come in tutta Italia previsto non prima di giugno - purché all'aperto e nel rispetto di una serie di misure "anti-contagio", dalle distanze di sicurezza alla sanificazione. Tornano i mercati all'aperto e la vendita ambulante e saranno consentiti gli spostamenti "all'interno del proprio Comune o verso altro Comune per lo svolgimento di sport individuali" e quelli per "raggiungere le imbarcazioni di proprietà". Ovviamente da diporto, perché la pesca, considerata attività essenziale, non si è mai fermata. "L'ordinanza - spiega Santelli in una nota - prevede "misure nuove, al pari di altre regioni e alcune uniche sul territorio nazionale; tutte parlano il linguaggio della fiducia. Poiché in queste settimane i calabresi hanno dimostrato senso civico e rispetto delle regole, è giusto che oggi la Regione ponga in loro fiducia. Sapranno dimostrare buon senso nel gestire i nuovi spazi di apertura che la Regione ha deciso di consentire, anche oltre il dettato del Governo". Una sfida aperta, subito appoggiata dal vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani. Ma in Calabria i sindaci insorgono. "Dal modello tutto chiuso al modello tutto aperto (prima del tempo), tranne ovviamente per gli ambulatori della sanità pubblica ancora avvitata su stessa" tuona Michele Tripodi di Polistena, mentre il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà scrive su Facebook: "A volte la realtà supera la fantasia. Non si gioca sulla pelle e sulla salute dei cittadini. Spero che la notti porti consiglio, in caso contrario ci determineremo di conseguenza".
Le ordinanze nei Comuni della Calabria. Nel giro di poche ore, decine di amministratori hanno emesso o annunciato provvedimenti per differire l'entrata in vigore della nuova ordinanza. Ma ci si muove in ordine sparso. A Polistena, nel reggino, il sindaco Tripodi ha avvertito i suoi concittadini che nulla si modificherà fino al 4 maggio, mentre a San Pietro a Maida il primo cittadino Domenico Giampà differisce tutto di almeno 24 ore "al fine di poter programmare con gli esercenti la ripresa delle attività". A Castrovillari invece niente orizzonte temporale. Per il sindaco Pino Capalbo tutto rimarrà fermo "finché non avremo esito di tutti i tamponi".
I Comuni contrari a Santelli. Altre ordinanze che bloccano quella regionale arrivano da Comuni grandi e piccoli di tutta la Calabria. Carlopoli, Settingiano, San Pietro Apostolo, Pentone, Gimigliano, Martirano Lombardo, Sellia, Cardinale, Isca sullo Ionio, Palmi, Montalto Uffugo, Aquaro, Diamante, Guardia. La lista si allunga di ora in ora. E include molti dei grandi centri urbani amministrati dal centrodestra, come Lamezia Terme, in mano al primo cittadino Paolo Mascaro, che si è già pubblicamente dichiarato contrario all'ordinanza. Scontento sembra anche il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, storico rivale in Forza Italia di Santelli, che ufficialmente al momento non si esprime, ma sembra non aver gradito per nulla. Al momento, l'unico a schierarsi con la governatrice e sua ex vice è il primo cittadino di Cosenza, Mario Occhiuto, per il quale "ha fatto bene Jole a riaprire subito bar e ristoranti all'aperto, anche perché in Calabria non cambierebbe niente con un mese di chiusura in più".
Le reazioni. Nettamente contraria l'opposizione di centrosinistra in Consiglio regionale, che considera il provvedimento di Santelli in tutto e per tutto illegittimo perché in contrasto con i decreti governativi. Ma non solo. Per il Pd, l'ordinanza della governatrice "è del tutto fuori da ogni logica e, anticipando senza una ragione, le disposizioni nazionali che entreranno in vigore il 4 maggio, dimentica ogni senso di responsabilità istituzionale". E ai calabresi dice "se, in violazione di norme sanitarie nazionali ripartiranno i contagi in quei bar o ristoranti che aprono (tra l'altro senza linee guida nazionali), quelle persone avranno tutto il diritto di chiedere i danni alla Regione". L'ex candidato governatore Pippo Callipo, leader del movimento "Io Resto in Calabria" invita invece "i cittadini calabresi ad essere molto cauti e siamo certi che si dimostreranno più responsabili di chi li governa". Quella di Santelli, fa notare "è un'ordinanza molto imprudente ed evidentemente incoerente con quanto sostenuto da lei stessa fino a ieri", ma il sospetto è che sia "utile solo a un eventuale contenzioso con il governo di cui proprio non si sentiva il bisogno. Non vorremmo che tutto ciò risponda a una strategia politica concordata tra i governatori di centrodestra. Se così fosse, vorrebbe dire che si sta giocando sulla pelle dei cittadini calabresi per meri calcoli politici". Ma Santelli non solo è riuscita a scontentare in modo sostanzialmente bipartisan tutti gli amministratori. Anche i ristoratori sono sul piede di guerra. "La governatrice, volutamente in piccolo, è passata dal 'volere l'esercito' al 'la Calabria aprirà dopo che saremo sicuri' di qualche giorno fa al 'liberi tutti siamo in fase 3' di questa sera" scrivono da Catanzaro, annunciando che non ci sarà alcuna riapertura fin quando non sarà istituito un tavolo tecnico-politico con la Regione. "La presidente - affermano - ha preferito snobbarci e di fatto pensa con questa ordinanza di risolvere le problematiche del nostro settore, oppure pensa di spaccare tra chi ha gli spazi all'aperto e chi no. La norma discriminatoria mira sicuramente ad innescare una guerra tra "poveri" come sempre la politica in Calabria ha preferito fare".
Fase 2, scontro tra governo e Regioni. Calabria, sì a bar e pizzerie all'aperto. Boccia: «Coerenza o vi diffidiamo». Il Messaggero Mercoledì 29 Aprile 2020. Il governo non riesce a spegnere la 'ribellione' dei presidenti delle Regioni e delle province autonome sulle riaperture delle attività produttive e la gestione della Fase 2 dell'emergenza coronavirus. Ed è scontro con i governatori del centrodestra. Il ministro Francesco Boccia, pur mettendo sul tavolo l'offerta di correttivi interpretativi del Dpcm con le Faq del governo, chiede di ritirare le ordinanze in contrasto con l'ultimo decreto, minacciando di impugnarle (seppure dopo una lettera di diffida per ravvedersi) e prospetta scelte differenziate a seconda dei territori dal 18 maggio, ma i governatori rivendicano la propria autonomia. Da oggi in Calabria sarà «consentita la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all'aperto». È quanto previsto da un'ordinanza per la fase 2 firmata dalla governatrice della Calabria, Jole Santelli. Secondo l'ordinanza, queste stesse attività «possono essere riattivate presso gli esercizi che rispettano le misure minime anti-contagio e ferma restando la normativa di settore». A quanto apprende l'agenzia Adnkronos da fonti di governo, l'esecutivo va verso la diffida dell'ordinanza della Calabria con cui la governatrice, Jole Santelli, anticipa i tempi della fase due e autorizza da domani la riapertura dei locali con tavoli esterni, dei mercati e dà il via libera alla ripresa degli sport individuali. L'ordinanza, riferiscono fonti di primo livello, è stata oggetto di discussione del Cdm che si è concluso da pochi minuti. La diffida è il passo che precede l'impugnativa. Si tratta, in estrema sintesi, di una lettera con cui si invita il governatore a rimuovere le parti incoerenti dell'ordinanza rispetto al Dpcm varato. Se le modifiche non vengono apportate, il governo può a quel punto decidere di ricorrere al Tar o alla Consulta e impugnarla. «Dal 4 maggio la pesca sportiva potrà essere tranquillamente svolta in Lombardia, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e delle limitazioni espresse nel Dpcm. Dovranno dunque essere garantite le distanze minime di sicurezza e si dovranno evitare assembramenti». Lo rende noto l'assessore all'Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi della Regione Lombardia Fabio Rolfi. «Si tratta di una attività sportiva a tutti gli effetti - spiega Rolfi - e di conseguenza potrà essere praticata come previsto dal decreto. Saranno ovviamente vietate le competizioni». «L'attività sportiva individuale è consentita dal 4 maggio in base al Dpcm del 26 aprile. Poichè non vi sono discipline escluse, rientrerà anche la pesca sportiva», conclude l'assessore. E chi entrerà in Basilicata «da fuori regione» dovrà sottoporsi al tampone: lo stabilisce un'ordinanza appena emessa dal presidente della Regione, Vito Bardi, e che contiene «ulteriori misure di contrasto e prevenzione» per arginare l'epidemia di coronavirus. L'ordinanza prevede, inoltre, che chi arriva in Basilicata, «anche se asintomatico», comunichi la sua presenza e rimanga in «isolamento fiduciario» per 14 giorni. Lo scontro su quanto accadrà dal 4 maggio con l'allentamento delle misure anti-Covid 19 si riaccende, mentre restano interrogativi sull'applicazione di diverse norme del Dpcm, in un Paese che vede montare la protesta dei commercianti. A Milano numerosi ristoratori, gestori di locali, estetisti e parrucchieri hanno dato polemicamente le chiavi delle attività al sindaco. Stesso gesto dello chef Gianfranco Vissani che ha il suo storico ristorante a Baschi, in Umbria. Non si accetta di dover attendere oltre il 4 maggio per riaprire, almeno fino al 18 maggio se non fino a giugno: si temono troppi danni finanziari. Nella riunione con le Regioni Boccia ha prospettato il principio «meno contagi-più aperture» e viceversa, confermando che i territori più virtuosi nel contenimento del virus a partire dal 18 maggio potranno fare «scelte differenziate» dagli altri. Dipenderà dal monitoraggio del ministero della Salute sulle curve dell'infezione nelle diverse regioni. Il dicastero di Roberto Speranza sta elaborando i criteri di valutazione. Tra questi il tasso di occupazione delle terapie intensive e le percentuali di positivi sui tamponi fatti. Il Piemonte nell'ultima settimana ha avuto 80,3 nuovi casi ogni 100 mila abitanti, la Liguria 65, la Lombardia 64,1, la Calabria appena 2,6 (stima Sky Tg24 su dati del ministero). C'è un abisso. Eppure le regioni più ricche, ancora alle prese con numeri non rassicuranti, con la parziale eccezione del Veneto, spingono per riaprire prima e in misura maggiore. Già si vedono i primi provvedimenti autonomi e si rischia un caos pericoloso dal 4 maggio, data d'inizio ufficiale della cosiddetta Fase 2. Scenario che il governo vuole evitare: Boccia ha detto ai presidenti che le ordinanze devono essere conformi al Dpcm - a meno che non siano più restrittive -, altrimenti verranno impugnate al Tar o alla Corte costituzionale. Il ministro ha però promesso una lettera di diffida prima dell'impugnazione. Linea nelle intenzioni distensiva che non sembra però aver affatto convinto le Regioni. Secondo fonti presenti alla videoconferenza i governatori di Veneto, Liguria e Friuli Venezia Giulia hanno detto no al ritiro delle ordinanze, sostenuti dalla Lombardia e dalla Sicilia. È poi stato reso noto il documento dei presidenti di centrodestra che chiedono al premier e al Quirinale nella Fase 2 di «ritornare progressivamente ad un più pieno rispetto dell'assetto costituzionale e del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni». Riaprire ovunque possibile in sicurezza, è la linea. Giuseppe Conte ha ammonito ieri sul rischio che il contagio da Covid-19 riparta forte, vanificando quasi due mesi di lockdown. Difficile quindi che nei prossimi giorni il braccio di ferro con le Regioni si attenui. Mentre si cerca di chiarire come riaprire, ad esempio nei delicatissimi trasporti locali. Domani la ministra Paola De Micheli in videoconferenza cercherà di dare indicazioni sulle distanze e sui controlli sui mezzi.
Nuova Ordinanza della presidente Santelli. La Calabria entra in piena fase 2, da domani si riparte. Francesco Ridolfi su Il Quotidiano del Sud il 29 aprile 2020. La presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, rompe gli indugi e dà il via alla Fase 2. Senza attendere il 4 maggio o altre disposizioni ecco che le prime importanti misure vengono avviate in largo anticipo rispetto al resto della nazione. La Santelli, infatti, ha da poco firmato una nuova ordinanza con tutta una serie di misure nuove che «al pari di altre regioni e alcune uniche sul territorio nazionale; tutte parlano il linguaggio della Fiducia». Per la presidente «poiché in queste settimane i calabresi hanno dimostrato senso civico e rispetto delle regole, è giusto che oggi la Regione ponga in loro fiducia. Sapranno dimostrare buon senso nel gestire i nuovi spazi di apertura che la Regione ha deciso di consentire, anche oltre il dettato del Governo», di conseguenza si rivoluziona tutto e già a partire da domani in Calabria si riparte.
Nel dettaglio, da domani Sono consentiti gli spostamenti all’interno del proprio Comune o verso altro Comune per lo svolgimento di sport individuali;
Sono consentiti gli spostamenti per raggiungere le imbarcazioni di proprietà da sottoporre a manutenzione e riparazione, per una sola volta al giorno;
È confermato il disposto dell’Ordinanza n. 32/2020 in materia di attività agricole e di conduzione di piccoli allevamenti di animali svolte in forma amatoriale, di stabilimenti balneari, di attività di trasformazione dei prodotti industriali;
È confermato il disposto dell’Ordinanza n. 36/2020 per come integrato da quanto previsto dall’art. 1 lettera a) del DPCM 26 aprile 2020;
È consentita la ripresa delle attività di ristoranti, pizzerie, rosticcerie per la preparazione dei relativi prodotti da effettuarsi a mezzo asporto;
È consentita la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all’aperto;
Le attività di cui ai punti 5 e 6 possono essere riattivate presso gli esercizi che rispettano le misure minime “anti-contagio” di cui all’allegato 1 parte integrante alla presente Ordinanza e ferma restando la normativa di settore;
Sono consentiti gli spostamenti per l’assistenza a persone non autonome, ivi comprese quelle per le quali occorre prestare assistenza ai sensi della L. n. 104/92 e s.m.i., in quanto rientranti nei motivi di salute, nonché il contenuto dell’Ordinanza n. 29/2020 nei punti dal 4 al 9 e nell’allegato 1, ove non in contrasto con la presente Ordinanza;
È consentita l’attività di commercio di generi alimentari presso i mercati all’aperto, inclusa la vendita ambulante anche fuori dal proprio Comune, fermo restando il rispetto delle distanze interpersonali e l’uso delle mascherine e guanti;
È consentita l’attività di commercio al dettaglio, anche in forma ambulante di fiori, piante, semi e fertilizzanti.
L’ordinanza 36/2020
L’ordinanza 36/2020 che la presidente Santelli ha firmato lo scorso 24 aprile prevede le seguenti disposizioni:
è revocato il disposto della chiusura domenicale e nei giorni festivi, delle attività commerciali consentite, ferme restando le prescrizioni, gli indirizzi e le misure nazionali e regionali vigenti;
gli esercenti le attività di cui all’art. 1 lett. aa) del DPCM 10 aprile 2020, per le quali è consentita la consegna a domicilio, in proprio o per conto terzi – da effettuarsi con la sola modalità di prenotazione telefonica ovvero on line e nel rispetto delle norme igienico-sanitarie nelle diverse fasi di produzione, confezionamento, trasporto e consegna dei cibi – devono comunicare tale circostanza al SUAP del Comune competente, con le modalità già fissate dalle norme di settore; gli esercizi devono adottare le misure previste nell’allegato 1 alla presente ordinanza, che ne è parte integrante, estratto delle Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia da virus SARSCoV-2 dell’Istituto Superiore di Sanità, revisione 19 aprile 2020;
è consentita la possibilità di potersi spostare oltre la prossimità della propria abitazione – anche fuori dei limiti di residenza o domicilio, in caso di necessità di accesso a luoghi di abituale frequenza delle persone affette da patologie certificate dall’autorità sanitaria ( quali i disturbi dello spettro autistico ) – nei casi di problematiche comportamentali gravi tali da imporre uscite esterne per il contenimento degli aspetti auto-aggressivi ed aggressivi, da parte del soggetto certificato, al solo scopo di consentirne la migliore gestione; è consentita, altresì, la possibilità di spostamento oltre la prossimità della propria abitazione, dei minorenni, in presenza di un genitore, ferme restando le misure di distanziamento e protezione già individuate nei provvedimenti nazionali e regionali vigenti gli spostamenti previsti al punto 1 dell’Ordinanza n. 32/2020 giustificati per motivi di assoluta necessità, correlati allo svolgimento di attività agricole e di conduzione di piccoli allevamenti di animali, da parte di agricoltori, sono da intendersi possibili, con le limitazioni specificate, anche da e verso Comuni non limitrofi al proprio.
Coronavirus, Fase 2 in Calabria. Le reazioni dei sindaci tra chi elogia e chi boccia inesorabilmente la Santelli. Francesco Ridolfi su Il Quotidiano del Sud il 29 aprile 2020. LA presidente della Regione Calabria Jole Santelli ha emanato una ordinanza che di fatto anticipa anche rispetto al Governo l’avvio della fase 2 (LEGGI) e la notizia ha, ovviamente, creato subbuglio tra i calabresi. Tra i primi ad intervenire sui social sono i sindaci, da sempre in prima linea nella gestione dei territori, e le reazioni non sono tutte favorevoli.
Il sindaco di Castrovillari, Domenico Lo Polito, ad esempio ha subito precisato che «non me ne vogliano gli operatori commerciali che da domani sarebbero autorizzati ma in questa fase, almeno finché non avremo esito dei tamponi, restano in vigore le regole del governo centrale. Quindi competenza o meno dei sindaci domani mattina presto farò ORDINANZA con cui differirò apertura mercati ed attività con tavoli all’aperto e vendita ambulanti, almeno finché non avremo esito di tutti i tamponi. Nella valutazione degli interessi in campo è auspicabile attendere qualche giorno in più piuttosto che rischiare di chiudere per molto tempo dopo‼ La salute sopra tutto».
Anche il sindaco del comune di Stefanaconi, Salvatore Solano, che è anche presidente della Provincia di Vibo Valentia, ha manifestato la sua contrarietà all’iniziativa della presidente Santelli: «Con riserva di ogni commento sull’opportunità del provvedimento assunto – ha detto Solano – peraltro dalla notte per l’indomani, si invitano gli esercenti commerciali interessati da tale provvedimento di osservare quanto previsto dall’ultimo Decreto del Presidente de Consiglio dei Ministri. Anche per consentire all’autorità territorialmente competente per territorio, cioè il Sindaco, di adottare per tempo le misure più opportune per garantire le prescrizioni di legge! Tali misure di sicurezza richiedono una tempistica diversa rispetto alla tempistica della Regione (ordinanza emessa stasera con entrata in vigore alla mezzanotte di oggi)! Siccome non si tratta di un semplice diritto di transito, ma di un più importante diritto alla salute, Si invitano tutti coloro che sarebbero in diritto di fare ciò che consente quest’ultimo provvedimento di disattendere l’ordinanza regionale sino a comunicazione ufficiale del Comune di Stefanaconi».
Contrario alla decisione della Santelli è il sindaco di Lamezia Terme Paolo Mascaro, che afferma che «è vero che la Calabria è Regione interessata ad oggi in maniera marginale dall’epidemia Covid 19. Ciò anche per le condivisibili misure sinora adottate dalla Regione Calabria e per il rigore nell’osservare le prescrizioni indicate .Non è però ora il momento di operare strappi laceranti rispetto alle indicazioni date dalla Comunità Scientifica ed il ritorno alla auspicata normalità dovrà avvenire gradualmente e verificandone passo dopo passo gli effetti; non si può rischiare di vanificare i sacrifici immensi che da due mesi sopportano i nostri concittadini», da questo punto di vista, dunque, «il Comune di Lamezia Terme adotterà domattina ordinanza con la quale bloccherà da subito l’applicazione del provvedimento della Regione Calabria del 29 aprile e continuerà ad adeguarsi alle prescrizioni nazionali ed a quanto stabilito nelle ordinanze sindacali emesse o da emettere. Dobbiamo salvaguardare la nostra salute ed il nostro futuro».
Il sindaco di Sersale, Salvatore Torchia, invece, non crede a quanto letto e scrive: «Non so se questa ordinanza della Santelli è vera o è una fake, so solo che se fosse vera sarebbe veramente pericolosa. Si rischia di vanificare tutti i nostri sforzi e tutti i sacrifici che ci sono stati richiesti per quasi due mesi. È vero che bisogna riprendere la vita, ma bisogna farlo gradualmente e, soprattutto, ragionando sulle misure. Non posso credere che sia vero», per poi aggiungere «Mi sembra di essere su Scherzi a parte» e concludere «Non si fa così. Non si aiuta la gente così».
Di contrario avviso il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto per il quale «ha fatto bene Jole a riaprire subito bar e ristoranti all’aperto, anche perché in Calabria non cambierebbe niente con un mese di chiusura in più. Si aggraverebbe solo di molto la situazione economica. Il Comune di Cosenza darà a tutti gli esercenti, in proporzione alle superfici esistenti, la possibilità di utilizzare gratuitamente ulteriore spazio pubblico per i prossimi mesi. Raccomando a tutti di continuare a rispettare le misure di distanziamento sociale».
Anche il Comune di Rende, si schiera al fianco della Santelli: «La governatrice Jole Santelli, riconoscendo l’impegno e l’alto senso di responsabilità dimostrato dai calabresi, ha varato una serie di direttive che, di fatto, ci traghettano verso la fase due».
Il sindaco di Polistena, Michele Tripodi, invece, boccia la decisione e ribadisce: «Ho letto poco fa l’ordinanza illegittima della Presidente Santelli… davvero stucchevole! Dal modello tutto chiuso al modello tutto aperto (prima del tempo), tranne ovviamente per gli ambulatori della sanità pubblica ancora avvitata su stessa. Ricordo a tutti, a scanso di equivoci, che a Polistena si applicano le regole in vigore sino al 4 maggio e rinvenibili dai DPCM del governo e dalle ordinanze sindacali. Il primo “intraprendente” che prova a mettere tavolini fuori appellandosi all’ordinanza illegittima della Santelli sarà multato e deferito all’autorità giudiziaria. Entro questo fine settimana chiarirò con apposita ordinanza sindacale cosa si potrà fare e cosa no a partire dal 4 maggio. Non possiamo permetterci di buttare nella spazzatura tutti i sacrifici fatti sinora principalmente dai cittadini. Giusto per essere chiari».
Sulla stessa linea il sindaco di Castrolibero, Giovanni Greco, che ha dichiarato «che a Castrolibero continueranno ad essere in vigore le norme stabilite dall’ultimo Decreto del Presidente de Consiglio dei Ministri fino al 18 maggio e che non si applicherà l’Ordinanza appena pubblicata a firma della Presidente della Regione Calabria. Ci rendiamo conto del grande sacrificio ma è importante non vanificare i risultati raggiunti fino a questo momento». E sulla stessa lunghezza d’onda ci sono i sindaci di Acquappesa, Francesco Tripicchio, per il quale l’ordinanza è addirittura «illegittima, oltre ad essere contestata da quasi tutti i Sindaci Calabresi, sarà quasi certamente impugnata dal Ministro Boccia», Rogliano, Giovanni Altomare, Aprigliano, Alessandro Porco, che si dice «sorpreso e stupefatto», Paola, Roberto Perrotta, Montalto Uffugo, Pietro Caracciolo, Dasà, Raffaele Scaturchio, e il sindaco di Corigliano Rossano, Flavio Stasi,
Analoga decisione dal sindaco di Cropani Raffaele Mercurio che aggiunge: «Viste le discordanze tra l’ultimo DPCM del 26 Aprile 2020 e l’ultima ordinanza regionale del 29 Aprile 2020 invito tutti a non modificare le attuali norme restringenti almeno fino a domani 30 Aprile 2020 quando pubblicherò una nuova ed esaustiva ordinanza sindacale».
«Jole Santelli si appella al buon senso della cittadinanza. Non resta che sperare che la gente sia più coscienziosa rispetto a chi governa la Regione. Cmq, per rassicurare la popolazione dico che ad Arena sino al 4 maggio si applicheranno le disposizioni dell’ultimo Dpcm. Quindi, state ancora a casa: domani, ad Arena, i bar non riapriranno», ribadisce il sindaco di Arena, Antonino Schinella. E stessa decisione ha assunto il sindaco di Gerocarne, Vitaliano Papillo, e di Parghelia, Antonio Landro.
Anche ad Acquaro il sindaco Giuseppe Barilaro va contro l’ordinanza della Santelli e precisa che da domani «sarà vietata la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie con somministrazione attraverso il servizio di tavoli all’aperto, l’attività di commercio di generi alimentari presso i mercati all’aperto e la vendita ambulante di qualsivoglia prodotto. In mattinata emanerò apposita ordinanza».
Per il sindaco di Trebisacce, Franco Mundo, la nuova ordinanza è «molto inopportuna, non solo per l’ora in cui è stata diffusa, cioè alle 22.00, ma per aver demolito il lavoro svolto in questi mesi, settimane e giorni da tanti sindaci, volontari, forze dell’ordine e cittadini, impegnati a prevenire e fronteggiare il Coronavirus. Cercheremo domani mattina di leggerla e interpretarla meglio, e poi, avvalendoci dei poteri e facoltà che la legge ci riserva e consente, continueremo, il grande lavoro svolto finora, impartendo prescrizioni e limitando gli orari degli esercizi pubblici, con atti diretti a proteggere ancora di più i cittadini. E’ una follia! Mi riservo di valutare anche un’impugnativa al TAR e di bloccare e/o limitare l’efficacia, già domattina».
Tra i primi cittadini c’è anche chi, come il sindaco di Andali, Pietro Antonio Peta, che dopo aver definito le scelte della Santelli «discutibili per non dire assurde» ed aver ricordato che «si è passati dall’essere una Regione blindata ad essere quella più aperta e più esposta con il rischio di un nuovo esodo», ha aggiunto che «i calabresi sono stati rispettosi delle norme ma la nostra regione non può reggere una nuova ondata di contagi, Andali non può sopportare che a causa di scelte precipitose si metta a rischio la salute della gente, ci aspettiamo che il governo si faccia sentire… intanto i sindaci si stanno organizzando per fare sentire la propria voce. A tutti i calabresi dico di essere responsabili… non abbiamo scelta… siate pazienti ed abbiate coscienza».
Mentre i sindaci di Pentone, Vincenzo Marino, San Pietro a Maida, Domenico Giampà, e Mendicino, Antonio Palermo, hanno annunciato un differimento dell’entrata in vigore dell’ordinanza «al fine di poter programmare con gli esercenti la ripresa delle attività».
Giuseppe Alberto Falci per huffingtonpost.it il 30 aprile 2020. Jole Santelli non solo non si è pentita di aver riaperto la sua Calabria, ma nel corso di un’intervista con l’Huffington Post annuncia che non si ferma e che ne ha pronta un’altra: “Firmerò una ordinanza in cui vieterò di rientrare a chi proviene da altre Regioni”.
Presidente Santelli, però stamane in aula il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ripreso tutti i governatori e ha parlato di “iniziative improvvide di singoli enti locali” e a parere del premier “illegittime”. Si è sentita chiamata in causa visto che vuole riaprire da oggi?
«Non mi sono sentita chiamata in causa. Mi dispiace solo che abbia utilizzato quei toni, avrei preferito se avesse adoperato toni più eleganti, come è sua consuetudine».
Ha già ricevuto la lettera di diffida del ministro Affari regionali Boccia?
«No, non ho ricevuto nulla. Ma ho parlato con Francesco Boccia».
E cosa vi siete detti?
«Gli ho spiegato le motivazioni. La mia ordinanza è un’estensione di quel Dpcm. Non riesco a comprendere la differenza fra l’asporto e servire due tavoli all’esterno. O no?»
Ma lo sa che dopo la diffida la sua ordinanza potrebbe essere impugnata al Tar?
«Guardi, noi dei territori sentiamo di più le esigenze e le necessità della gente. Se solo ci ascoltassero di più sarebbero più tempestivi nelle decisioni».
Contro di lei si sono ribellati anche molti sindaci calabresi. Il primo cittadino di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, ha dichiarato che “non si gioca sulla pelle dei cittadini”. Il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, che è però di centrodestra, non la segue e conferma le chiusure fino al 3 maggio. La stanno isolando?
«Non mi sento isolata. Ho visto che è partita una campagna di delegittimazione da parte del Pd. Eppure ricordo che nelle richieste dei democratici c’erano misure che andavano nella mia stessa direzione. Io lavoro per la Calabria. Io sono il presidente della Regione di tutti i cittadini della mia terra».
Ma come la mettiamo con il primo cittadino di Catanzaro che è di centrodestra?
«Il sindaco Abramo non ha contestato la mia ordinanza, ma ha detto di prendersi due giorni».
Dunque, sembra di capire che lei non torna indietro? L’ordinanza resta. E’ così?
«Io chiudo i confini e contemporaneamente risarcisco i calabresi che sono stati attentissimi e ligi alle regole. Sono certa della maturità del popolo calabrese. Le dirò di più, fra pochi minuti firmerò un’altra ordinanza per bloccare i rientri».
Il Paese è diviso. Le regioni a guida centrodestra si scagliano contro il governo. Dica la verità: è una manovra per mettere in difficoltà Conte e per tentare la spallata al governo?
«Assolutamente no. Almeno per quanto riguarda me e tutti i colleghi presidenti l’unico nostro obiettivo è tentare di salvare il Paese. Abbiamo chiesto al governo Conte di cambiare l’impostazione della prima fase. Il Paese è diviso, ma non politicamente, ovvero i numeri dei contagi cambiano da regione e regione. Ecco perché nell’ambito di una cornice generale ci devono lasciare un minimo di flessibilità. Faccio un esempio specifico, discutiamo dei protocolli di sicurezza, ma stabilire se un negozio per bimbi debba rimanere aperto non penso spetti al governo».
Ha parlato con Berlusconi? Condivide questa sua presa di posizione?
«No, non sento il presidente da due giorni».
Resta il fatto che si sta assumendo un grosso rischio. Cosa farebbe se dovessero riesplodere i contagi?
«Non credo che riesplodano i contagi per due tavoli al bar. Noi abbiamo avuto solo diffusione del virus di ritorno».
Se lei fino a ieri non ha consentito nemmeno agli studenti fuorisede di rientrare in Calabria, oggi nell’ordinanza compie una inversione di marcia consentendo persino di andare a controllare lo stato della barca.
«In Calabria ho fatto delle regole più restrittive. Ho chiesto che venisse chiusa la Calabria in modo che si potesse riaprire all’interno del territorio. Questa non è la prima ordinanza ma la terza. Non comprendo l’allarme su due tavoli all’aperto, se contemporaneamente il governo dà il via libera al ritorno nelle proprie residenze, domicili o abitazioni. A seguire mi arriva un provvedimento del Ministero dell’Interno che obbliga la Regione a centri Covid per immigrati. Pensi che adesso mi stanno portando 50 immigrati in Calabria».
Insomma, lei non è disposta a retrocedere.
«Ripeto, non indietreggio e non penso che da domani i ristoranti saranno strapieni».
FASE 2. ECCO L’ORDINANZA DELLA REGIONE PUGLIA DAL 4 MAGGIO. Studio 100 28 aprile 2020.
• OBBLIGO DI QUARANTENA DOMICILIARE DI 14 GIORNI PER CHI RIENTRA DA FUORI REGIONE PER SOGGIORNARE IN PUGLIA
• OK A MANUTENZIONE NELLE SECONDE CASE DI PROPRIETÀ
DA DOMANI 29 APRILE:
• OK RISTORAZIONE CON ASPORTO CON DIVIETO DI CONSUMAZIONE ALL’INTERNO E ALL’ESTERNO
• OK A TOLETTATURA ANIMALI DI COMPAGNIA PREVIO APPUNTAMENTO
• OK A PESCA AMATORIALE
• OK ATTIVITA DI MANUTENZIONE E RIPARAZIONE IMBARCAZIONI DA DIPORTO
• OK ACCESSO AI CIMITERI
PROROGATE LE ORDINANZE N.207 (STABILIMENTI BALNEARI), 209 (ATTIVITÀ AGRICOLE AMATORIALI), 212 (STRUTTURE RICETTIVE ALL’APERTO).
Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha emanato oggi un’ordinanza (num. 214) in vista dell’avvio della Fase 2 prevedendo la ripartenza di alcune attività a partire da domani. Il provvedimento è stato prima condiviso in una lunga riunione questa mattina convocata da Emiliano con il comitato dei sindaci Anci Puglia, alla presenza del prof. Pier Luigi Lopalco, responsabile del coordinamento epidemiologico della Regione.
Fase 2, in Puglia via libera alla pesca amatoriale e alla manutenzione delle seconde case. Dal 29 aprile via libera agli spostamenti per pesca e manutenzione delle imbarcazioni da diporto, aperti i cimiteri e consentita l'attività di asporto per ristoranti; dal 4 maggio via libera per le seconde case. La Repubblica il 28 aprile 2020. Via libera agli spostamenti in Puglia per la pesca amatoriale e la manutenzione delle seconde case. E' quanto previsto in una ordinanza firmata nel pomeriggio dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, in vista della "fase 2" dell'emergenza coronavirus. La libertà di spostamento per attività di pesca e di manutenzione e riparazione di imbarcazioni da diporto entra in vigore dal 29 aprile, quella per la manutenzione delle seconde case dal 4 maggio. Nell'ordinanza firmata dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è consentita, da domani 29 aprile e sino al 17 maggio, anche l'attività di asporto per ristoranti, pub, gelaterie e pasticcerie con l'obbligo di rispettare la distanza di un metro; e l'attività da parte degli esercizi di toelettatura degli animali, "purché il servizio venga svolto per appuntamento, senza il contatto diretto tra le persone". Inoltre, sempre a partire da domani e sino al 17 maggio è consentita l'apertura dei cimiteri "condizionata all'adozione di misure organizzative tali da evitare assembramento di visitatori", si legge nell'ordinanza. Infine, dal 4 maggio scatta l'obbligo di quarantena a casa per chi rientra in Puglia per soggiornarvi da fuori regione. La nuova ordinanza firmata dal governatore Michele Emiliano per la "fase 2" dell'emergenza coronavirus è stata condivisa questa mattina con il comitato dei sindaci Anci Puglia, alla presenza del professore Pier Luigi Lopalco, responsabile del coordinamento epidemiologico della Regione. Tra le novità l'obbligo di quarantena per chi rientra in Puglia dal 4 maggio: "Questa misura di prevenzione - spiega Emiliano - l'abbiamo introdotta per la prima volta in Puglia con un'ordinanza che ha fatto scuola, emanata l'8 marzo alle 2.31 di notte, per contenere i rischi dell'improvviso esodo dal Nord Italia di migliaia di persone. La nostra ordinanza è intervenuta prima del lockdown nazionale ed è stata la chiave per evitare il diffondersi dell'epidemia in Puglia. Senza di essa avremmo scritto una storia diversa. Sono tantissimi i pugliesi che invece hanno accolto il nostro appello a non rientrare in Puglia per limitare i rischi, e che dal 4 maggio invece potranno tornare. Per questa ragione - sostiene - a tutela della salute pubblica chi rientra da fuori regione per soggiornarvi dovrà segnalare il proprio arrivo sul modulo online o al proprio medico di famiglia, e osservare 14 giorni di isolamento a casa.
Emiliano: “Porte aperte ai turisti ma chi torna ora va in isolamento”. Obiettivo del governatore della Puglia è quello di provare “a far viaggiare parallelamente ripresa economica e attenzione sanitaria”. Agi 30 aprile 2020. “Milano, si sa, è la seconda città della Puglia dopo Bari. Per questo chiediamo ai nostri fratelli di usare la testa e il cuore prima di muoversi. Deve essere davvero indispensabile”. In un’intervista a la Repubblica il governatore pugliese Michele Emiliano si appella ai propri concittadini pugliesi che vivono stabilmente al Nord, in particolare nel capoluogo lombardo, di non fare rientro nei luoghi d’origine della Puglia e precisa: “La norma lo consente. Ma chi torna, dovrà restare a casa, a giusta distanza dai familiari, per 14 giorni”. Il governatore la considera una “misura di prevenzione” già emanata l’8 marzo alle 2.31 di notte, per contenere i rischi dell’improvviso esodo dal nord di migliaia di persone. “Un’ordinanza che ha salvato il sud” e “che ha fatto scuola” la definisce Emiliano, che si appella ai numeri e alle statistiche: “Duecento dei 35 mila rientrati erano positivi. E dunque hanno acceso altrettanti focolai. Se non avessimo imposto loro la quarantena sarebbe stato un disastro” pertanto lui chiede “a tutti ora un sacrificio per evitare di vanificare gli sforzi fatti in questi mesi”. L’obiettivo di Emiliano è provare “a far viaggiare parallelamente ripresa economica e attenzione sanitaria”. Lui ha emesso un’ordinanza per far partire l’asporto nei ristoranti per esempio. Ma, precisa, “ c’è anche un tema turismo: abbiamo 900 chilometri di costa, dobbiamo trovare una maniera per ospitare chi vuole venire a goderseli”. Come fare? “Questa è stata un’epidemia diseguale”, dice Emiliano, ma “prima si allenta questa situazione e meglio è. Ma bisogna farlo con approccio scientifico. La strada tracciata dal presidente Conte mi sembra quella giusta”, conclude. Ripartendo anche in maniera diversa da regione a regione.
Landella: “Per ora il cimitero resta chiuso in attesa di nuove regole di accesso”. Cibo d’asporto, tolto il limite delle ore 19 per le attività. Redazione l'Immediato il 28 Aprile 2020. Il sindaco stoppa l’ordinanza regionale. “L’ingresso sarà regolamentato previa acquisizione di pareri tecnici e dopo un tavolo di confronto in Prefettura”. Ok invece ai locali di ristorazione. Al momento, nonostante le disposizioni della Regione Puglia, il cimitero di Foggia resterà chiuso. Lo ha spiegato il sindaco, Franco Landella in una nota: “Con l’emanazione della nuova Ordinanza per la ‘fase 2’ in Puglia, il presidente della Regione Michele Emiliano ha accolto i suggerimenti sulla riapertura dei cimiteri e la liberalizzazione della ristorazione di asporto, di questo gli sono grato. Ma è del tutto evidente che la regolamentazione lasciata ai sindaci presuppone la definizione di regole di sicurezza che l’ordinanza di Emiliano non specifica nello stabilire che (art. 15) ‘Con efficacia immediata, sino al 17 maggio 2020, è consentita l’apertura dei cimiteri condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramento di visitatori, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, garantendo ai frequentatori la possibilità di rispettare tra loro la distanza di sicurezza’”. Per questo, il cimitero di Foggia “resta chiuso fino alla regolamentazione dell’accesso che avverrà previa acquisizione di pareri tecnici e dopo un tavolo di confronto in Prefettura“. Poi Landella conclude: “Relativamente alla ristorazione con asporto consentita dalla stessa ordinanza del presidente Emiliano, da domani provvederò a rimuovere il limite di orario di chiusura fissato finora alle 19.00 per le attività interessate”.
Covid-19, succede in Puglia, barista riapre per l’asporto ma viene multato: “La Regione ha dato via libera ma il Comune no”. Andrea Lojodice il 30 Aprile 2020 su baritalianews.it. I bar in Puglia non sono tutti uguali. Quello che è successo a un titolare di un bar a Troia città in provincia di Foggia è paradossale. In ottemperanza all’ordinanza del governatore Emiliano, il barista di Troia aveva aperto il suo locale per asporto ma i primi suoi clienti sono stati i vigili urbani che gli hanno elevato una multa. Motivo? Il Sindaco del Comune non aveva ordinato la riapertura dei bar. Il primo cittadino di Troia, Leonardo Cavallo, ha detto che intende aspettare per la riapertura dei bar il 4 maggio: “Quanto accaduto oggi a Troia è di una gravità inaudita un esercente commerciale, credendosi furbo, si è rifatto all’ordinanza del presidente Emiliano e ha aperto il bar dando la possibilità di fare asporto della merce. Sapete della mia vicinanza politica a Emiliano, ma l’ordinanza di ieri non è stata né sarà condivisa ed applicata sul territorio comunale di Troia”.
Fase 2 e caos (pre) aperture, Decaro contro i governatori: Comuni pronti a disertare loro ordinanze. Il sindaco di Bari si schiera con il Governo e attacca a testa bassa le regioni. Emiliano costretto a fare una ordinanza che oggi vieta il take away (concesso da ieri e che riprende domani). Bepi Martellotta l'01 Maggio 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. «I provvedimenti di divieto decisi nei decreti del presidente del Consiglio dei ministri vengono assunti sulla base di un algoritmo che tiene sotto controllo sia i dati del contagio sia i posti di terapia intensiva. Le decisioni delle Regioni, invece, su quale valutazione si poggiano? Pensate cosa succederebbe se ogni sindaco da domani decidesse che cosa far aprire e che cosa chiudere». Il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, attacca a testa bassa le ordinanze delle Regioni che stanno modificando i decreti del governo sulle restrizioni di contenimento per il coronavirus. Beccandosi la rivolta dei sindaci e assessori regionali leghisti, che lo accusano di parlare per nome e conto solo del Pd, e le bacchettate dei Dem pugliesi. «Con riferimento alle dichiarazioni di alcuni sindaci che denunciano l’inadeguatezza di ordinanze regionali emesse nelle ultime ore, occorre comprendere - dice il segretarrio regionale Marco Lacarra - che non è il momento di aprire un conflitto, da un lato, tra i livelli di governo territoriale e, dall’altro, tra Governo ed enti locali. È il tempo della responsabilità, prima di tutto nei confronti dei cittadini, che meritano di vedere il fronte delle istituzioni compatto di fronte alla gestione di un’emergenza sanitaria e sociale tanto profonda». Decaro non ci ha visto più di fronte alle ordinanze (Puglia compresa) che hanno anticipato rispetto al 4 maggio la mobilità di alcune categoria e la riapertura progressiva di alcuni servizi. Al punto che lo stesso presidente della Puglia Michele Emiliano, autore dell’ordinanza che autorizzava sin da ieri la ripresa dei servizi per la ristorazione con asporto (e contestuale divieto di assembramento dentro e fuori i locali), ieri ha dovuto emettere una nuova ordinanza per la festività del 1° maggio, autorizzando solo i servizi di ristorazione a domicilio. Ma a Decaro gli esercenti pugliesi hanno anche consegnato le chiavi che promette di portare al governo. «I sindaci sono schierati con le attività economiche: non basta il bonus partite Iva, bisogna aiutare i negozianti a pagare non solo le tasse, ma le bollette, l’affitto, i costi di sanificazione e le attrezzature dice, lanciando l’affondo sulle Regioni e sul Governo. «Non possono essere le Regioni, con tutto il rispetto per le Regioni - ha detto Decaro - a stabilire le linee guida sulla distanza sociale da adottare in un bar e protocolli di sicurezza relativi. Altrimenti quello che abbiamo fatto fino a oggi, tutto il lavoro, svolto anche dai Comuni, per condividere protocolli per riaprire in sicurezza, per esempio, i cantieri, era un lavoro inutile? Abbiamo stabilito quante persone possano entrare, fissato ingressi separati per i fornitori, individuato i dispositivi di protezione individuale, e deciso cosa fare se, nell’ambito dei controlli, un lavoratore risulti avere una temperatura superiore a 37,5 gradi. Se era un lavoro necessario per i cantieri, e io sono convinto di sì, come mai non lo è per bar e ristoranti?». L’ira di Decaro, probabilmente dettata anche dalla grande ripresa in atto nella sua città (Bari), dove tutto sembra essere tornato alla normalità ben prima del 4 maggio nonostante i suoi «blitz» con tanto di telecamere al seguito su facebook (diventati virali), va oltre: «Se volete una sfida da parte degli enti locali - dice rivolgendosi ai governatori - noi l’accettiamo. Possiamo iniziare emettendo ordinanze che disapplicano le ordinanze regionali, seguendo il decreto nazionale. Abbiamo dimostrato senso di responsabilità ma non è che si possono scaricare sulla responsabilità dei sindaci tutte le problematiche del Coronavirus». Il federalismo regionale? «Si sta trasformando in protagonismo regionale. Ai sensi dell’articolo 50 del testo unico sugli enti locali, sulla salute, siamo i responsabili della Protezione civile dei nostri Comuni. Abbiamo dimostrato straordinario senso di responsabilità e di rispetto delle istituzioni proponendo al presidente Conte di sterilizzare, con una norma, questo potere, rispetto al coronavirus. Capisco che le Regioni non abbiano voluto cedere il loro potere, capisco il loro attaccamento al federalismo regionale, ma non è giusto che i sindaci vengano costretti dalla sera alla mattina a organizzare i servizi e i controlli». Un conto sono cimiteri e spiagge, «ma tutta un’altra cosa è dire da domani mattina si riaprono i bar, i ristoranti e, soprattutto si possono servire ai tavoli, purchè all’esterno».
IL SUD NON PUO’ ASPETTARE IL NORD PER RIPARTIRE: LETTERA A CONTE E MINISTRI. Pino Aprile il 26.04.2020 su Movimento 24 agosto. IL GOVERNO CI BLOCCA, I PRESIDENTI DI REGIONE TACCIONO: INIZIATIVA DEGLI ISCRITTI AL M24A, LETTERA A CONTE E MINISTRI, CHE OGNUNO PUÒ COPIARE, FIRMARE E INVIARE. Toc-toc! C'è qualcuno a rappresentare il Sud? E adesso, quello che non ci ha fatto il virus ce lo facciamo fare dal governo ostaggio di alcuni presidenti di Regioni del Nord e Confindustria? Con tutto il rispetto per i presidenti delle Regioni del Mezzogiorno, che in questa occasione si sono comportati molto meglio dei loro tonitruanti, spesso includenti e persino perniciosi colleghi del Nord, tocca chiedere: e finisce qui? Avete salvato vite umane e le condizioni di una pronta ripartenza, insieme ai vostri concittadini rivelatisi più ligi (“ligi”, capisci'ammè) e rispettosi della clausura (nonostante i penosi sforzi della comunicazione nazionale di dimostrare il contrario). E quindi? E poi? Voglio dire: siete stati bravi, ma a che serve se poi il governo, non avendo il coraggio di opporsi alle pretese di un Nord ancora in preda all'epidemia, decide di bloccare la possibile ripartenza in molti comparti del Sud, solo perché vuolsi così colà dove si puote? Anzi, non si puote ancora fare altrettanto, per cui si ferma la corsa, per farla riprendere quando chi “deve” stare avanti potrà farlo di nuovo. E voi? Zitti? Forse, perché non si vuol disubbidire al decreto del governo? Beh, le Regioni che non potrebbero e fermano chi potrebbe se ne fregano e disubbidiscono: in Lombardia hanno riaperto alla grande migliaia di aziende con “autocertificazioni” che nessuno potrà controllare e se mai lo facessero (ipotesi pura), sarebbe ormai passata la festa e gabbato lo santo; in Veneto idem, ma Zaia lo fa in modo plateale, annunciando la disubbidienza al decreto, per far capire chi è che comanda qui. E chi potrebbe farlo con più ragioni non dice nulla, non (giustamente) pretende, e aspetta? Forse far sentire la propria voce in rappresentanza del Sud, avrebbe senso e peso. La gente del Sud è con voi, cari presidenti, consiglieri, sindaci, parlamentari. Il buon comportamento che ha accomunato il Mezzogiorno e i propri dirigenti, senza continuità, si ridurrebbe a fatto episodico, invece di essere colto per quel che è, nel pieno del suo valore: il Sud può se vuole e sa come fare. E soprattutto, si è stufato! Sta a voi che sia un nuovo inizio. Usate la forza che vi viene dalle vostre comunità e fatele rispettare: il governo faccia ripartire prima chi può: una settimana non è poco, di qui al 4 maggio. E, soprattutto, farsi sentire duramente sulle immonde, criminali (è un furto, quindi un crimine) proposte contenute nella “bozza” divulgata all'insaputa dello stesso governo e del sottosegretario responsabile, dal Dipartimento per la programmazione economica: non rispettare la legge che garantisce al Mezzogiorno una spesa pubblica almeno proporzionata alla popolazione, 34 per cento, se non alle necessità, e togliere ai Fondi Coesione e Sviluppo la destinazione di legge (80 per cento al Sud), per farli rubare al Nord “locomotiva” (dobbiamo ricordare, per dirne solo una, il quasi mezzo miliardo di euro che fu sottratto ai fondi per creare lavoro nel Mezzogiorno e girato al Mose per farne tangenti?). Quella “bozza”, subito condannata e smentita, nelle proposte, dal sottosegretario al Dipe, Mario Turco e dal ministro al Mezzogiorno, Peppe Provenzano, è rimasta, però, senza paternità, non si sa chi l'abbia stilata. E questo dovrebbe allarmarvi, cari rappresentanti del Sud, come spaventa noi. Non si fa di tutta l'erba un fascio, perché ci sono parlamentari del Sud molto attivi, che denunciano, propongono, agiscono (dal senatore Saverio De Bonis, del Gruppo Misto alla senatrice Sabrina Ricciardi, dei cinquestelle, per citarne solo due... ma non è che siano tanti, eh!), si tratta di poche voci, però, se pur forti. Immaginate, cari parlamentari del Sud, non importa di quali partiti, se la “proposta” del Dipe consistesse nel sottrarre soldi destinati al Nord, per girarli al Sud. Ecco, e fate quello che avrebbero fatto loro. È chiedere troppo a chi sta in Parlamento in nome e per conto del Mezzogiorno? I parlamentari del Sud del Pd, sul rischio di “distrazione con scasso” dei fondi del Mezzogiorno, per la prima volta hanno dato prova di senso di appartenenza territoriale e fatto un documento congiunto per dire: non si deve fare. E va benissimo, ma: 1) purché non finisca lì (la lettera l'abbiamo firmata...); 2) i parlamentari degli altri partiti facciano altrettanto, su queste cose non può esserci: non siamo dello stesso partito. Ecchissene, fatti vostri, siete la voce e i rappresentanti della stessa gente e degli stessi interessi. L'obiezione non vale. Prenderemo nota degli assenti (per capire, a volte, dove arriva la sudditanza meridionale al Nord: questa sarebbe stata una occasione d'oro per i parlamentari del Sud all'opposizione, per attaccare il governo, in difesa del Mezzogiorno. E la prima mossa hanno dovuto farla inaspettata, visti i pregressi, i parlamentari di un partito di governo? Ecchemaronn!). Il Sud è cambiato, il virus lo ha reso palese; il Nord non è il Nord che crede di essere e ci hanno fatto credere sia, il virus lo ha reso palese. Il vento è un altro e, detto chiaro chiaro: chi sta sull'onda ora, arriva; chi resta nel cavo di ieri affoga. E il salvagente non ve lo tireremo: rispettiamo le scelte.
ED ECCO LA LETTERA CHE STANNO INVIANDO GLI ATTIVISTI DI M24A-ET
IL SUD NON PUO’ ASPETTARE IL NORD PER RIPARTIRE: INIZIATIVA DEGLI ISCRITTI AL M24A. Michele Eugenio Di Carlo il 26.04.2020 su Movimento 24 agosto.
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Giuseppe Conte presidenteatatpec.governo.it
Al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mario Turco ssturcoatgoverno.it
Al Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano segreteria.ministroprovenzanoatgoverno.it)
…….. , 26 aprile 2020
Oggetto: IL SUD NON PUO’ ASPETTARE IL NORD PER RIPARTIRE
Egregi signori del Governo Italiano Conte, Turco e Provenzano, nell’ambito della crisi che il paese sta subendo a causa dell’epidemia e con particolare riferimento al Mezzogiorno, dove le condizioni di povertà e di disoccupazione si sono ora ulteriormente aggravate, da cittadino italiano, attivista del Movimento 24 agosto per l’equità territoriale fondato da Pino Aprile, esprimo le mie preoccupazioni in merito a quanto segue: Le attività produttive del Sud sono state bloccate dal Governo, ma in realtà l’epidemia si è propagata nel Mezzogiorno soprattutto a causa di una fuga di notizie che ha prodotto l’infelice corsa lungo la direttrice nord-sud di decine di migliaia di persone;
L’epidemia comunque non si è sviluppata nel Mezzogiorno anche grazie al rispetto delle regole da parte dei suoi abitanti (nonostante il vergognoso tentativo di interi pezzi dell’informazione di far risultare il contrario) e per il fatto che la quasi totalità delle attività, già limitate dal punto di vista produttivo industriale, sono rimaste quasi integralmente bloccate, diversamente da quanto successo al Nord;
Il Nord, in particolare la Regione Lombardia, ha gestito malissimo l’epidemia e le eventuali responsabilità, saranno vagliate dalla Magistratura, mentre il Sud, pur privo di strutture sanitarie adeguate per le note vicende che i dati dell’ultimo Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes, completamente ignorato da stampa e politica (840 miliardi di fondi sottratti al Mezzogiorno dal 2000 al 2017) e dello Svimez hanno messo in evidenza, ha reagito meglio e con maggiore concretezza e responsabilità;
Mentre la situazione epidemiologica è tale che il Sud, contrariamente al Nord, potrebbe già ripartire, sentiamo forte la pressione delle regioni del Nord e della Confindustria lombarda affinché al Sud non venga dato il lasciapassare del Governo per la ripresa anticipata delle attività lavorative, mentre insistono incredibilmente affinché sia dato loro la precedenza nonostante una situazione sanitaria che proprio nelle regioni del Nord non risulta affatto rassicurante.
Signori, il Nord, i suoi Governatori, i rappresentati di Confindustria, non possono continuare ad ostacolare lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno, mentre addirittura si propone di spendere altrove i FSC destinati al Mezzogiorno e di sospendere la clausola del 34 per cento! Pertanto da cittadino italiano chiedo alle SS.VV. che al Sud venga consentito di uscire dal baratro anticipatamente, visto che le condizioni epidemiologiche sono oggettivamente tali da consentirlo. Il contrario verrebbe considerato dai meridionali che hanno aperto gli occhi sulla loro condizione economica e sociale un ulteriore elemento di spaccatura in un Paese già profondamente diviso e prova della volontà di volerla portare alle estreme conseguenze. Distinti saluti!
· Fase 2? No, 1 e mezza.
Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 15 maggio 2020. L'Italia fa ancora un passo fuori dall' emergenza e prova a riprendersi un altro pezzo di normalità. Salvo rinvii, stasera il presidente Giuseppe Conte parlerà al Paese in vista del nuovo provvedimento sulla fase 2 che allenta le misure restrittive e firmerà un altro decreto della presidenza del Consiglio (Dpcm), accompagnato però da un decreto legge di un solo articolo che serve a restituire alle Regioni i poteri per riaprire le attività dopo il lockdown: a patto che i dati siano in linea con il monitoraggio del ministero della Salute. Da lunedì 18 maggio, data da ricordare, riaprono i negozi al dettaglio e i centri commerciali, alzano le saracinesche i bar, i ristoranti, i parrucchieri, i barbieri, gli estetisti e anche i mercati non alimentari. Si potrà tornare nei musei, nelle biblioteche, visitare le gallerie d' arte e i siti archeologici. E in molti casi la misura da rispettare salirà a 2 metri. Lo prevedono le linee guida che saranno comunque aggiornate ogni 15 giorni seguendo la curva del contagio. Oggi alle 12 Conte illustrerà il decreto riaperture in consiglio dei ministri, poi farà il punto sui protocolli con i presidenti delle Regioni e i ministri Francesco Boccia e Roberto Speranza. Sul tavolo ci saranno le tabelle e i grafici del monitoraggio del rischio Sars-Cov-2, realizzato regione per regione secondo i 21 punti previsti dal decreto del ministro della Salute. Ma nonostante l' importanza di queste informazioni, non tutti i governatori hanno fatto bene i compiti a casa. Ieri pomeriggio la Calabria, ad esempio, non aveva ancora inviato i dati, tanto che i ministri Boccia e Speranza hanno scritto ai governatori per segnalare la «criticità nella disponibilità dei dati» e sollecitarne l' invio: «Caro presidente, la completezza e la correttezza dei dati da acquisire costituiscono il presupposto indispensabile per la tenuta del sistema di valutazione del rischio». Per determinarne il livello bisogna incrociare l' eventuale trasmissione «non controllata non ingestibile di Sars-Cov-2» con gli indici di tenuta del servizio ospedaliero locale. «La acquisizione tempestiva dei dati costituisce condizione essenziale per il corretto funzionamento del sistema di rilevazione e contenimento del rischio collegato alla gestione di una nuova epidemia non controllata». Al di là dello scontro politico, una prima valutazione del monitoraggio della settimana dal 4 all' 11 maggio da parte del ministro Speranza dice che «il trend continua a essere positivo». L' unica regione che ha invertito la rotta è il Molise, che ha visto la curva dei contagi impennarsi per colpa di un funerale troppo affollato.
«La Lombardia ha purtroppo la terapia intensiva satura oltre la soglia di allarme, ma in miglioramento». Si torna a circolare liberamente (senza autocertificazione) all' interno della propria Regione. Dopo oltre due mesi, milioni di italiani potranno rivedere gli amici. Ma restano le regole base per scongiurare i contagi: il distanziamento sociale, l' obbligo di usare le mascherine negli ambienti chiusi e quando non è possibile mantenere le distanze e il divieto di uscire di casa in presenza di sintomi da coronavirus. Le regole del distanziamento nei pubblici esercizi rivoluzioneranno le abitudini degli italiani. Si potrà tornare nei bar per un caffè o uno spuntino, ma gli ingressi saranno contingentati in base all' ampiezza del locale e quindi si farà la fila con la mascherina. I ricercatori dell' Inail e dell' Istituto superiore di sanità, che hanno scritto le raccomandazioni nell' ambito del Comitato tecnico scientifico, hanno stabilito in quattro metri quadrati la superficie destinata a ciascun cliente: 2 per 2. Al ristorante la regola base è la distanza di due metri tra un tavolo e l' altro, mentre tra commensali «deve essere sufficiente ad evitare le trasmissione di droplets». Niente buffet, menù di carta, camerieri con guanti e mascherina. Riaprono lunedì anche i negozi, o meglio, tutti quelli che sono in grado di farlo. A Milano è stato stimato che soltanto il 65% alzerà le serrande. I vestiti non dovranno essere sanificati, ma ove possibile bisognerà fare le prove con i guanti e avere diversi dispenser, obbligatorio alle casse. Per centri commerciali e outlet i posti nei parcheggi saranno quasi dimezzati e gli ingressi contingentati. Gli ascensori (almeno quelli più piccoli) saranno limitati ai portatori di handicap, si useranno scale mobili e tapis roulant. Sulle panchine gli adesivi indicheranno l' obbligo di mantenere le distanze e all' ingresso dei negozi di abbigliamento, scarpe, profumeria e altri articoli ci sarà il «salvacoda» e si dovrà prendere il numeretto .Anche i mercati all' aperto riapriranno, ma dovranno essere recintati e il numero dei banchi di vendita sarà ridotto.
Fase 2 più improvvisata della uno: la commedia della caccia al Covid-19. Paolo Guzzanti su Il Garantista il 13 Maggio 2020. I due modi con cui combattere il virus si avvicinano entrambi – estremizzando – a due mostri: o il campo di concentramento (il lockdown) o lo Stato di polizia prende possesso di te, della tua vita privata, compresi gli spostamenti, conversazioni, baci, rapporti umani e sessuali, viaggi. Entrambi sono figure di teatro, come le maschere, ma entrambe sollevano gravissimi problemi sulla democrazia. Il filosofo israeliano Yuval Noha Harari, autore celebrato di Sapiens, la storia dell’uomo che è diventato ciò che siamo noi, rifugge e raccomanda le distanze dai teatralismi infernali: «Oggi – dice- stiamo infinitamente meglio che nel Medioevo: nel giro di pochi gironi abbiamo individuato il virus, stiamo creando le medicine specifiche e naturalmente siamo totalmente insoddisfatti perché man mano che evolviamo aumentano le nostre attese che consideriamo legittime, ed abbiamo ragione perché il mondo politico è sempre in ritardo, male organizzato e fa perdere un sacco di tempo e di vite umane». Le risposte delle amministrazioni sono lente, inefficaci, in ritardo, talvolta isteriche, talvolta pronte a negare l’evidenza salvo poi ricredersi, dominate dalle pulsioni tribali o del branco, in cui tutti approfittano per accumulare potere e usarlo a proprio vantaggio. Ed è stato così che delle due forme possibili per affrontare brutalmente l’epidemia alla maniera cinese, la prima – il lockdown dello “statevene tutti a casa”, o come direbbe Elisabetta d’Inghilterra restate nei vostri castelli – è stato scelto in Italia per pura imitazione passiva del protocollo cinese, una autocrazia poliziesca priva di diritti protetti costituzionalmente – copiato e cooptato male, in ritardo e con un sacco di errori che una burocrazia sempre più nevrastenica ha cercato di peggiorare in tutti i modi possibili. L’altro sistema, quello che per scelta di teatro potremmo definire nazista, da Gestapo, è comunque un sistema di polizia investigativa che può essere sottoposta ad intelligente e permanente controllo. Questo sistema è il più avanzato ed è anche quello che fa temere intrusioni nella vita privata, perché interferisce per forza nella vita privata. Ormai quasi tutti i Paesi hanno scelto di percorrere anche questa forma di contenimento dell’epidemia che consiste nel formare un nuovo esercito di spie legali, di detective come Sherlock Holmes, i quali devono dedicarsi all’arte, anche cinematografica del ”manhunt”, la caccia all’uomo. Quale uomo? Il contaminato ma non lo sa e gira, sta in famiglia e ogni giorno fa le sue vittime come un serial killer contagiando altri che contagiano altri, come sappiamo ormai bene. La domanda da porsi è: potrebbe, da solo, il lockdown – state a casa e mettetevi mille bavagli – essere sufficiente per battere il virus? La risposta già la sappiamo: è no. Questo lo abbiamo capito. Ma abbiamo anche capito che il Paese deve essere riaperto, in parte già lo ha fatto anche in assenza di regole o con regole ridicole e locali, ma il Veneto grazie al virologo e accademico professor Andrea Crisanti è partito con anticipo larghissimo cercando i contaminati a casaccio con i test. La connessione tra fase uno (bene o male passata con più di trentamila spediti al Creatore) e la fase due in cui si cerca di ricominciare a vivere senza riaprire le fosse comuni sta nell’emersione dell’esercito delle spie che si mettono a caccia dei singoli contaminati che pedineranno seguendo le tracce dei loro telefonini, i computer, carte di credito e ogni altro strumento necessario per trovarli e poi metterli, ad uno ad uno, in isolamento. Tutti i dati che quotidianamente ci danno in televisione sui bollettini della protezione civile sono insignificanti, quando dichiarano quanti sono oggi i malati “accertati” e i contaminati “accertati”. Gli accertati sono solo coloro che si sono recati negli ospedali perché avevano buone ragioni per temere di essere contagiati, ma finora la parte attiva del sistema di ricerca, quello di andare a caccia di chi non presume di essere infettato, non si vede. L’esercito di questi strani mercenari buoni, addestrati e pagati per usare le applicazioni, i tamponi, gli interrogatori e la ricerca elettronica, cresce di numero e di qualità. I primi contact tracer di San Francisco, una cinquantina di volontari senza una formazione sanitaria, hanno iniziato a lavorare e saranno presto diecimila. Il modello di San Francisco è stato elaborato dall’Università della California e si sta diffondendo come collaborazione tra diversi software utilizzati in Massachusetts. Il nostro governo non ha saputo prendere né l’una né l’altra strada, anche perché le sue auto-proclamate eccellenze, sono in realtà (salvo mezza dozzina di eccezioni) delle mezze seghe a livello internazionale. Dell’Italia gli stranieri hanno molto lodato, apprezzato e anche copiato il livello di intelligenza ospedaliera nelle zone critiche dove dei medici molto volenterosi e intelligenti si sono inventati sul campo dei protocolli che hanno fatto scuola. Quanto al resto, lo Stato, nel senso del governo, non ha fatto che danni: ha adottato troppo tardi la soluzione cinese del lockdown – tutti chiusi a chiave a casa – ma senza avere il fegato di agire in maniera sia gentile che forte. I coreani sono stati insieme ai taiwanesi in testa alla formazione di questi quadri investigativi, seguiti dalla Germania che infatti ha avuto relativamente pochi decessi, rispetto all’Italia tanto enfatica quanto caotica e con la peggiore classe di governo, pletorica e incapace. C’è stata una madre italiana che è entrata in Germania per visitare suo figlio e che è passata attraverso le maglie dei controlli fino al rientro, quando i Polizei le hanno chiesto: e lei che ci fa qui? Risposta: «Sono venuta a trovare mio figlio». A questo punto la signora è stata isolata a sue spese in un hotel addetto alla quarantena e i trackers tedeschi sono saltati addosso a suo figlio sequestrandogli telefono, computer, tablet e ogni oggetto utile per ricostruire tutti i suoi contatti, appuntamenti, luoghi frequentati, per raggiungere e trovare uno ad uno gli esseri umani da lui incontrati, ciascuno sottoposto a test e messo in quarantena. I tedeschi non sono ammirati dalle misure del governo italiano. Hanno una rispettosa pena per l’Italia ma hanno dimostrato con i fatti e l’organizzazione che la decantata eccellenza italiana c’è, sì, ma si ferma agli eroici medici che si sono precipitati a dare o rischiare la vita per riparare a danni politici. Oggi la questione non è più eludibile e si sa che anche il nostro governo finalmente sta addestrando personale per la ricerca individuale (ma non dichiarata) dei malati senza sintomi. Ma non si vede quale sia l’organismo di controllo che dovrebbe esercitare il suo potere sull’uso dei dati e la salvaguardia della privacy che può essere soltanto brevemente violata ma allo stesso tempo protetta e garantita. Dovrebbe, a occhio e croce, essere compito politico dell’opposizione farsi portabandiera della gestione di questa fase e dei diritti dei cittadini, ma non si hanno notizie di una tale preoccupazione. E dunque anche questa seconda fase rischia di portare pericoli che in altri Paesi civili, anche asiatici, hanno affrontato e risolto, mentre da noi tutto si svolge nella penombra, in ritardo e senza uno straccio di opposizione che agisca in nome dei diritti civili minacciati da una operazione inevitabile e necessaria ma che va controllata e garantita in ogni sua fase.
Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 15 maggio 2020. Liberi tutti, ma non troppo. Perché è vero che da lunedì 18 maggio ci si potrà muovere all’interno della propria regione di residenza senza dover giustificare lo spostamento, però le regole da rispettare per il contenimento del contagio da coronavirus sono ancora tante e riguardano soprattutto il mantenimento della distanza tra le persone e l’obbligo di indossare la mascherina quando non è possibile stare lontani almeno un metro. Si andrà al bar e al ristorante, in albergo e a fare acquisti, si potrà fare sport all’aperto e andare nei parchi, tagliarsi i capelli e curare la persona, andare dall’estetista e vedere gli amici. Si potrà anche andare al mare. Ma bisognerà osservare tutte le prescrizioni e soprattutto rimanere a casa se si ha la febbre oltre i 37,5 c° oppure altri sintomi sospetti. La parola d’ordine rimane una: distanza. Perché è questa - gli scienziati concordano - la precauzione più efficace per evitare il droplet (le goccioline che trasmettono il virus Sars-Cov-2). E dunque in ogni luogo, ma anche all’aperto se non si sta con persone conviventi, si deve rimanere almeno a 1 metro, in molti casi a 2. E soprattutto vanno osservate le misure di igiene raccomandate dagli esperti che ispirano le scelte del governo: lavarsi spesso le mani, usare il disinfettante soprattutto dopo aver maneggiato contanti oppure oggetti, non toccarsi naso, bocca e occhi. Nei luoghi chiusi bisognerà indossare la mascherina, in molti casi anche i guanti. Cambia la nostra vita e ovunque potrà essere richiesto di mettersi davanti a un operatore che con il termoscanner misurerà la temperatura. Il protocollo siglato dalle regioni e consegnato al governo, che lo farà proprio nei provvedimenti in cui si stabiliscono le successive modalità della Fase 2, lo prevede in tutti i luoghi pubblici dove inevitabilmente si incontrano persone diverse dai propri familiari conviventi. Le linee guida sono state stabilite, ma se l’indice di contagio continuerà a scendere potranno essere riviste e allentate. Se invece dovesse esserci un peggioramento si potranno decidere provvedimenti restrittivi e anche «zone rosse» per impedire la creazione di nuovi focolai. Fino al 2 giugno compreso si dovrà rimanere nella propria regione. Ma ci si potrà trasferire nelle seconde case e anche soggiornare negli alberghi. Dal 3 giugno gli spostamenti saranno consentiti in tutta Italia, anche per raggiungere le seconde case fuori Regione, gli alberghi e altre strutture aperte. Via libera anche ai viaggi all’estero. Con un’unica condizione: di fronte al peggioramento della curva epidemiologica arriveranno nuovi divieti.
Coronavirus, Fase 2: accordo Stato-Regioni su riaperture ed autonomie. Francesco Ferrigno il 17/05/2020 su Notizie.it. Braccio di ferro nella notte per il nuovo step della Fase 2 dell'emergenza coronavirus: risolte le criticità dei nuovi provvedimenti. Raggiunto l’accordo a tarda notte sulle linee guida per le riaperture e per le autonomie regionali tra Stato e Regioni nel nuovo Dpcm della Fase 2 dell’emergenza coronavirus. L’incontro urgente richiesto per la spaccatura tra Governo centrale e governatori maturata a causa del timore che il nuovo provvedimento del premier Giuseppe Conte depotenziasse le linee guida regionali. Linee guida richieste a gran voce dalle categorie economiche riguardanti anche la possibilità di procedere con apposite ordinanze. Lunedì 18 maggio 2020, infatti, ci sarà un nuovo step dell’uscita dal lockdown e le Regioni hanno preteso chiarezza minacciando di far saltare il banco.
Coronavirus, Fase 2: le linee guida Inizialmente le linee guida regionali per le categorie erano inserite nelle premesse del nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm). Alla fine della trattativa le linee sono allegate al provvedimento nella loro interezza. Un braccio di ferro ad alta tensione tra i governatori e l’esecutivo rappresentato da Conte e dal Ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. Dopo la discussione, raggiunto l’accordo sulle nuove disposizioni per la Fase 2 dell’emergenza coronavirus. “Lavoro intenso e molto utile per far ripartire l’Italia in sicurezza. – ha detto Boccia – Le richieste delle Regioni erano legittime, la soluzione è stata raggiunta nell’interesse del Paese. L’accordo che riprende le linee guida delle Regioni per le ordinanze sancisce ancora una volta la leale collaborazione tra Regioni e Governo. Ringrazio i presidenti per aver sempre ricercato una soluzione nell’interesse del Paese. Ogni nuovo passo è fatto su un terreno nuovo per tutti e spesso serve un’assunzione ulteriore di responsabilità”. “Il nostro obiettivo è sempre stato quello di dare regole certe alle attività. – ha spiegato il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini – Attività che da lunedì potranno riaprire e sicurezza a lavoratori e cittadini. Il Governo si è impegnato a richiamare nel testo le linee guida elaborate e proposte dalla Conferenza delle Regioni quale riferimento certo e principale dai cui far discendere i protocolli regionali. Ciò assicurerà, peraltro, omogeneità e certezza delle norme in tutto il Paese”.
Certificazioni: spostamenti in regione senza moduli. Non sarà più necessario utilizzare il modulo per spostarsi all’interno della propria regione di residenza. Il modulo dovrà invece essere utilizzato per spostarsi da una regione all’altra. I motivi per andare fuori regione sono tre: «Lavoro, salute, necessità e urgenza». In questi tre casi potranno essere effettuati controlli anche successivi per riscontrare quanto dichiarato dal cittadino.
Visite: disco verde agli incontri con gli amici. Oltre ai congiunti si potranno incontrare anche gli amici. Non ci sono limitazioni sul numero delle persone che si possono vedere contemporaneamente, ma la conferma del divieto di assembramento impedisce che ci siano troppe persone e comunque quando ci si incontra al chiuso o all’aria aperta va mantenuta sempre la distanza. Rimangono vietate le feste e gli eventi pubblici.
Abitazioni: seconde case, non c’è più il divieto totale. Si può andare nelle seconde case e si può anche soggiornare purché siano nella stessa regione di residenza. Rimane invece il divieto di andare nelle seconde case fuori Regione a meno che non ci siano motivi di «necessità e urgenza». In questo caso va compilata l’autocertificazione per giustificare lo spostamento. Si può rimanere soltanto per il tempo necessario a risolvere l’urgenza.
Auto: mascherine per i passeggeri dei taxi. Si può andare in due in moto mentre in macchina si deve mantenere la distanza di 1 metro se non si viaggia con persone conviventi. Quindi il passeggero deve sedere sul sedile posteriore sul lato opposto a quello del guidatore. In taxi si può andare in due sul sedile posteriore ma c’è l’obbligo di indossare la mascherina che è consigliata anche per il conducente della vettura.
Spiagge: ombrelloni e sedie a sdraio disinfettati. Sulle spiagge bisogna assicurare almeno 10 metri quadri per ogni ombrellone. Tra i lettini va garantita la distanza di almeno 1,5 m. Lettini, sedie a sdraio, ombrelloni etc. vanno disinfettati ad ogni cambio di persona o nucleo familiare. In ogni caso la sanificazione deve essere garantita ad ogni fine giornata. Potrà essere rilevata la febbre all’ingresso impedendo l’accesso se la temperatura supera 37,5 C°.
Parrucchieri: taglio ma solo su prenotazione. Dal parrucchiere bisognerà «predisporre una adeguata informazione sulle misure di prevenzione», «consentire l’accesso dei clienti solo tramite prenotazione, mantenere l’elenco delle presenze per un periodo di 14 gg», e «potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura superiore ai 37,5 °C». Obbligatorio il lavaggio dei capelli.
Cura personale: estetisti con la visiera anti-goccia. Nei centri estetici «l’area di lavoro, laddove possibile, può essere delimitata da barriere fisiche adeguate a prevenire il contagio tramite droplet» e dovranno esserci dispenser e pulizia delle cabine. Il personale dovrà utilizzare le visiere oltre a mascherine e guanti e dovrà evitare quando possibile i trattamenti con il vapore. Vietata la messa a disposizione delle riviste nei luoghi di attesa.
Commercio: almeno 1 metro tra i clienti dentro i negozi. All’ingresso dei centri commerciali e dei supermercati potrà essere misurata la febbre. Per entrare nei negozi bisognerà fare la fila e all’interno si dovrà mantenere la distanza di 1 metro. In caso di vendita di abbigliamento: dovranno essere messi a disposizione della clientela guanti monouso da utilizzare obbligatoriamente per scegliere in autonomia, toccandola, la merce.
Soggiorni: negli alberghi favorito il pagamento elettronico. Negli alberghi bisognerà indossare la mascherina nelle aree comuni e rimanere a distanza di 1 metro. Il personale dovrà metterla in presenza dei clienti. Si deve favorire il pagamento elettronico le prenotazioni con sistemi automatizzati di check-in e check-out ove possibile. L’addetto al servizio di ricevimento deve provvedere, alla fine di ogni turno di lavoro, alla pulizia delle attrezzature utilizzate.
Mercati rionali: ingressi scaglionati e guanti. I mercati rionali possono riaprire ma gli accessi devono essere regolamentati e scaglionati, ove possibile vanno divisi i percorsi di entrata e di uscita. Deve essere previsto l’uso dei guanti «usa e getta» nelle attività di acquisto, in particolare se si comprano alimenti e bevande. Vanno anche indossate le mascherine sia da parte degli operatori che da parte dei clienti, e garantita la distanza.
Fase 2, l'amaro sfogo di De Luca: "Ormai siamo al crollo psicologico, comitati scientifici come Totò: Arrangiatevi". Repubblicatv il 15 maggio 2020. "C'è un crollo generale, psicologico e politico, che va dalle istituzioni ai singoli cittadini, forse era inevitabile dopo due mesi di chiusura, come se l'epidemia non esistesse. Forse tutta una serie di iniziative hanno contribuito a far sparire la preoccupazione del contagio. Abbiamo un quadro estremamente preoccupante: la mancanza di controllo in tutta Italia. In Italia non controlla più niente nessuno, siamo al crollo psicologico e politico, tutto il lavoro è approdato a una conclusione semplice. Come diceva in un film Totò affacciato a una finestra di una ex casa chiusa "Arrangiatevi", questa è la sintesi dei mille comitati scientifici che abbiamo nominato, della serie si salvi chi può. Cercheremo di seguire la nostra linea, riaprire tutto ma per sempre". Così Vincenzo De Luca durante il bilancio settimanale in streaming.
Da ilmessaggero.it il 17 maggio 2020. Primi strappi sulla fase 2 della ripartenza dopo l'emergenza Covid-19. «La Campania non è d'accordo e non ha sottoscritto l'intesa Stato-Regioni che alcuni media presentano come condivisa all'unanimità». Così il governatore Vincenzo De Luca a “Mezz'ora in più” su RaiTre. «Su alcune norme di sicurezza generale deve pronunciarsi il ministero della Salute, non è possibile che il Governo scarichi opportunisticamente tutte le decisioni sulle Regioni. Non è accettabile». «Ha pienamente ragione Bernabò Bocca sul clima di confusione che c'è in Italia, basti pensare che siamo a domenica pomeriggio e ancora non c'è il testo ufficiale del Dpcm per le riaperture di lunedì mattina». La Campania, spiega De Luca, ha preferito rinviare il via libera alla ristorazione di tre giorni, «il tempo necessario per avere una interlocuzione seria con le categorie economiche e dare il tempo per le sanificazioni o per procurarsi elementi necessari alle riaperture, come i pannelli divisori». Via libera dunque per queste attività (nel servizio al tavolo, quello da asporto era già possibile ad esempio per le pizzerie) solo giovedì 21 maggio, in Campania.
Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 19 maggio 2020. «Oggi? È il Big Bang. Ci giochiamo tutto. Ma questo, lo avevo già detto...». Luca Zaia scruta il flusso di notizie che si susseguono sul telefonino. Ma nel giorno della grande riapertura, è ragionevolmente convinto che si sia fatta la cosa giusta.
Ma come mai il governatore campano Vincenzo De Luca, del Pd, non ha firmato l' intesa con il governo?
«A me questa vicenda sembra uno scambio di prigionieri dentro al Pd. Per usare un linguaggio alla De Luca...».
Sabato, nella trattativa tra governatori e governo, le hanno fatto fare le ore piccole?
«Un insonne fa sempre le ore piccole La vicenda è semplice. Venerdì le Regioni avevano chiuso un accordo con il premier Conte. Poi, sabato sera abbiamo detto di no, visto che il ruolo delle Regioni era una cosa tra le mille. Abbiamo dunque chiesto un incontro urgente che si è concretizzato all' una del mattino. Poi, pochi minuti prima delle 3.30 di domenica, abbiamo chiuso nuovamente l' accordo con il fatto che le linee guida delle Regioni fossero un allegato del Dpcm. Peraltro, non nego sia stato un calvario avere il testo del Dpcm...».
Un calvario?
«Ma sì, è il solito format Conte: diretta Facebook al sabato sera, le carte il giorno successivo inoltrato. Noi, il testo lo abbiamo avuto soltanto alle 17.30 di domenica. Io, comunque, avevo già distribuito le linee guida al sabato mattina. Per dire in che modo si sarebbe aperto».
Ma che cosa è successo tra il venerdì dell' accordo e il sabato del «non ci stiamo»? Di chi è la «manina» che ha respinto la barca in alto mare?
«Penso che ci sia un retaggio recondito di alcuni palazzi che non sono disposti a condividere mai qualunque forma di autonomia. Vista da Roma, l' autonomia è una sottrazione di potere. Vista da noi, è un' assunzione di responsabilità. Ma io credo che irresponsabile sia chi non vuole l' autonomia. Da qui, discendono certi pasticci».
Presidente, ma siamo ancora al «lontani da Roma»?
«Credo che la vicenda Covid abbia dimostrato fino in fondo l' importanza dell' autonomia. Lei pensi che cosa sarebbe stata questa epidemia se tutto fosse stato gestito da Roma. E qualcuno dice che la sanità va riaccentrata. Chi lo dice non ha capito nulla e dovrebbe ricominciare a fare il consigliere comunale: io lo renderei obbligatorio».
Che sarebbe successo se l' epidemia fosse stata gestita da Roma?
«Sono mancate le indicazioni basilari. Abbiamo sentito che le mascherine ai non malati non servivano, ne abbiamo sentite tante. Qui, tutto è accaduto su scelte nostre, a partire dalla chiusura di Vo' Euganeo e dai tamponi che abbiamo fatto subito alla popolazione di quel Comune e poi ad allargare il cerchio. Mi dicevano che sprecavo soldi. A proposito, e i tamponi? Noi li abbiamo fatti con il sistema veneto, ma non è che qualcuno si fosse dotato di magazzini di tamponi».
Insomma, le responsabilità del governo ci sono...
«Di fronte a questa immane tragedia, io non ho aperto polemiche con il governo. Di certo, se si diffondesse la notizia di un nuovo virus, io manderei là il meglio della sanità veneta per studiare il fenomeno».
La riapertura non la preoccupa?
«Per prima cosa, io voglio dare una medaglia d' oro agli adolescenti e ai ragazzi veneti. Sono stati rispettosissimi, non se ne è visto in giro uno».
Non teme recrudescenze?
«In queste ore, mi preoccupa l' euforia. E poi continuo a sentire stranezze complottiste e terrapiattiste sul fatto che l' epidemia non esista, che è un gioco delle multinazionali, ecc. Su questa base, qualcuno magari si ribella alla mascherina. E invece, bisogna rigare dritti. Il virus non avrà più la mitragliatrice, ma resta un ottimo cecchino».
Salvini e Giorgetti ieri hanno chiesto al governo se l' Italia si unirà alle 116 nazioni che vogliono un' indagine sulla nascita della pandemia e sul comportamento delle autorità cinesi. Lei è d' accordo?
«Io penso che la verità si debba sapere. Lo dico anche per la comunità cinese, e non credo si tratti di lesa maestà: se l'epidemia fosse nata in Italia il mondo cosa avrebbe detto? Legittimo chiedere la verità nella massima legalità. Peraltro, avremmo potuto aspettarci che se ne facesse carico l'Oms in autonomia».
Fase 2, ecco osa si può fare da lunedì 18 maggio. Ecco le novità previste dal 18 maggio sugli spostamenti, sugl'incontri con i congiunti e sull'uso dell'autocertificazione. Rosa Scognamiglio, Mercoledì 13/05/2020 su Il Giornale. Nuovo giro di boa in vista della seconda tranche della fase 2. A partire da lunedì 18 maggio, si potrà circolare liberamente all'interno dei confini della regione di residenza senza dover necessariamente giustificare il motivo degli spostamenti. Il ritorno alla normalità è di là da venire. Dopo un lungo e serratissimo lockdown, e di misure stringenti relative alla mobilità, l'Italia si appresta a ripartire (quasi) a pieno ritmo. Dalla prossima settimana, infatti, buona parte degli esercizi commerciali e dei negozi di vendita al dettaglio riapriranno bottega. Ma non è tutto. Si potranno rivedere amici e conoscenti seppur a condizione che si evitino assembramenti in strada e riunioni private in casa. Quanto agli spostamenti, invece, sarà possibile muoversi senza autodichiarazione mentre resta in stand-by la possibilità di oltrepassare i confini regionali. Probabilmente se ne discuterà agli inizi di giugno, quando si tireranno le somme delle scelte messe in atto fino ad oggi per frenare l'onda d'urto del virus. La discriminante resta, pertanto, la curva epidemiologica: se il trend dei contagi si arresterà, si faranno ulteriori valutazioni sull'allentamento dei divieti; in caso contrario, potrebbe scattare una nuova fase di recessione. Ma cosa cambia nello specifico da lunedì?
Spostamenti e autocertificazione. Gli spostamenti nella propria regione di residenza, come si è già detto, saranno liberi e incondizionati. L'autocertificazione sarà necessaria soltanto per muoversi fuori dai confini regionali purché vi siano comprovate ragioni di necessità (motivi di salute, lavoro, urgenze). Non è ancora consentito, invece, far visita ai propri familiari - i cosiddetti ''congiunti'' - fuori dai confini regionali. Tutto dipenderà dai dati del primo monitoraggio sulla fase 2 e dalla strada che il governo deciderà di intraprendere nelle prossime settimane.
Incontri con amici. Oltre ai congiunti si potranno rivedere anche gli amici. Non dovrebbero esserci limitazioni sul numero di persone che sarà possibile incontrare ma, per saperne di più, bisognerà attendere il testo del nuovo decreto annunciato per domenica 17 maggio. L'unica certezza, al momento, è il divieto di assembramento in strada e quello di riunioni in casa. Ovviamente, permane l'obbligo di indossare la mascherina e mantenere la distanza di almeno un metro dal proprio interlocutore.
Mascherina. La mascherina continuerà ad essere obbligatoria per i luoghi chiusi e all'interno dei negozi. Nei supermercati o nei negozi di generi alimentare, bisognerà munirsi anche di guanti sebbene il gestore dell'esercizio dovrà provvede a fornire il cliente di gel disinfettante all'ingresso dei locali.
Bar e ristoranti. La data fissata per la riapertura, come si è già ampiamente detto, è fissata per il 18 maggio. In questi giorni, dopo le raccomandazioni dell'Inail e del comitato tecnico-scientifco, il governo sta mettendo a punto le linee guida per garantire una ripartenza in sicurezza per gli addetti ai lavori.
Centri commerciali. Anche in questo caso, come quello appena descritto, bisognerà garantire condizioni di sicurezza sia per i gestori degli esercizi che per i clienti. Molto probabilmente, gli ingressi saranno scaglionati e gli orari modificati per garantire un flusso regolare e scorrevole di accessi evitando la calca.
Le seconde case. Dalla prossima settimana sarà possibile raggiungere le seconde case, purchè si trovino nella stessa regione di domicilio/residenza, anche per soggiornarvi. Resta invece in vigore il divieto di trasferirsi fuori dai confini regionali se non in caso di estrema necessità o lavori urgenti di manutenzione.
Fase 2, al via riapertura delle palestre: le regole da seguire. Sheila Khan il 15/05/2020 su Notizie.it. Il ministro Spadafora annuncia le regole per la riapertura delle palestre nella fase 2: sanificazione, accessi monitorati, niente spogliatoi. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ha annunciato che palestre e impianti sportivi possono riaprire dal 25 maggio. Il ministro, insieme al comitato tecnico-scientifico, ha elaborato le linee guida per la riapertura delle palestre nella Fase 2. Per svolgere attività sportiva in sicurezza ed evitare nuovi contagi da coronavirus ci saranno alcune regole da seguire: distanza interpersonale di due metri, sanificazione degli attrezzi, niente spogliatoi. Il ministro dello Sport Spadafora ha annunciato che la riapertura degli impianti sportivi è prevista per il 25 maggio. In vista della riapertura delle palestre, ogni struttura dovrà prevedere alla formazione di tutto il personale sulle nuove disposizioni. Il personale della palestra dovrà indossare guanti e mascherine per proteggersi dalla trasmissione del contagio. Il gestore della palestra dovrà procedere alla sanificazione degli ambienti e degli attrezzi. All’interno delle strutture sportive si dovrà realizzare la segnaletica che indica i percorsi separati di entrata e uscita per visitatori. Gli accessi saranno monitorati, per contingentare gli ingressi ed evitare assembramenti. A questo proposito i gestori possono prediligere prenotazioni online, per scaglionare correttamente le persone. Infine, le lezioni si svolgeranno con un numeri inferiori rispetto al passato e la distanza interpersonale da mantenere sarà di due metri. Per tutti, operatori e sportivi, vige l’obbligo di lavarsi spesso le mani, anche attraverso l’uso di dispenser con igienizzante all’interno delle sale. Inoltre, sarà vietato l’uso dello spogliatoio: le persone si recheranno in palestra già vestiti e, una volta arrivati a casa, procederanno a cambiarsi.
Coronavirus, dal 18 maggio la distanza di sicurezza sarà di 2 metri. Asia Angaroni il 15/05/2020 su Notizie.it. Conte dà nuove regole per la riapertura del 18 maggio: per arginare i rischi di contagio da coronavirus, la distanza di sicurezza sarà di 2 metri. Da lunedì 18 maggio riaprono i negozi al dettaglio e i centri commerciali. Non più solo asporto per bar e ristoranti. Dopo il lungo lockdown e i molti gridi d’allarme per una situazione economica precaria, alzano le saracinesche parrucchieri, barbieri, estetisti e tornano attivi i mercati non alimentari. Via libera anche alla cultura: si potrà tornare a visitare musei, gallerie d’arte e siti archeologici. Da lunedì 18 maggio tornano funzionanti anche le biblioteche. Ogni attività dovrà riaprire adottando ogni precauzione e garantendo le dovute misure di sicurezza, sia per i propri dipendenti sia per i clienti. In molti casi, per arginare i rischi di contagio da coronavirus, ci sarà una nuova distanza di sicurezza che le persone dovranno mantenere fra loro. In alcuni luoghi, infatti, la misura da rispettare sarà di 2 metri. Nella serata di venerdì 15 maggio è previsto il suo discorso alla nazione in vista del nuovo provvedimento sulla fase 2. Verrà istituito un altro Dpcm, accompagnato da un decreto legge di un solo articolo per restituire alle Regioni la possibilità di riaprire le attività dopo il lockdown, purché ciò avvenga nel pieno rispetto e nell’assoluto monitoraggio del ministero della Salute. Secondo i dati riportati dal ministro Speranza, nella seconda settimana di maggio “il trend continua a essere positivo”. Eccezione per il Molise, che dopo essere apparso come un modello per l’Italia intera ha visto la curva dei contagi impennarsi. La causa è di un funerale troppo affollato. Da lunedì 18 maggio, si tornerà a circolare liberamente e non sarà richiesta alcuna autocertificazione. Gli spostamenti, tuttavia, restano limitati all’interno della propria Regione (salvo comprovate esigenze). Dopo oltre due mesi, sarà possibile rivedere gli amici. Resta fondamentale rispettare il distanziamento sociale, obbligatorio l’uso delle mascherine negli ambienti chiusi e quando non è possibile mantenere le distanze. In caso di sintomi da coronavirus, c’è il divieto assoluto di uscire di casa. Si potrà tornare nei bar per un caffè o uno spuntino, ma i proprietari dei locali dovranno ridimensionare i coperti. Gli ingressi, infatti, saranno contingentati in base all’ampiezza del locale. Sarò necessario restare in fila con la mascherina. I ricercatori dell’Inail e dell’Istituto superiore di sanità hanno stabilito in quattro metri quadrati la superficie destinata a ciascun cliente: 2 per 2. Nei ristoranti la distanza tra un tavolo e l’altro sarà di due metri, mentre tra commensali “deve essere sufficiente ad evitare le trasmissione di droplets”. Niente buffet, menù di carta e i camerieri dovranno indossare guanti e mascherina. Tuttavia, a Milano, storica città della modella, si stima che solo il 65% riaprirà. I vestiti non dovranno essere sanificati. dove possibile, le prove dovranno essere fatte con i guanti e avere diversi dispenser, obbligatorio alle casse. Anche in centri commerciali e outlet gli ingressi saranno contingentati e posti nei parcheggi quasi dimezzati. Gli ascensori, almeno quelli più piccoli, saranno a uso esclusivo dei portatori di handicap. Sulle panchine gli adesivi indicheranno l’obbligo di mantenere le distanze e all’ingresso dei negozi si dovrà prendere il numero per entrare. Via libera anche ai mercati all’aperto, ma dovranno essere recintati e sarà ridotto il numero dei banchi.
Patricia Tagliaferri per “il Giornale” il 14 maggio 2020. Con tutte le precauzioni che saremo costretti a prendere in spiaggia e con il caldo che probabilmente contribuirà a rendere meno aggressivo il virus, sarà più difficile essere contagiati quest' estate al mare. Ma il Covid potrebbe avere degli effetti collaterali altrettanto gravi nella malaugurata ipotesi che qualcuno corra il pericolo di annegare. Perché il Documento tecnico sull' analisi del rischio e le misure di contenimento del contagio sulle spiagge redatto dall'Inail e dall'Istituto superiore di sanità, contiene una raccomandazione ai limiti del paradossale. Una regola, oltre alle tante che stanno già mettendo in ginocchio il settore, che fa molto discutere gli addetti ai lavori e sorridere chi si diletta sui social: nel caso in cui un bagnante dovesse sentirsi male mentre è in acqua, va soccorso prontamente, ci mancherebbe, ma con le necessarie cautele dell' epoca coronavirus. Alla dovuta distanza e senza praticargli la respirazione bocca a bocca. Proprio così, perché non si sa mai fosse positivo e il bagnino addetto ai salvataggi venisse contagiato. O magari il contrario, ad essere infetto potrebbe essere il soccorritore e in tal caso il malcapitato, salvato dall' affogamento, rischierebbe di ritrovarsi contagiato. Sembra una barzelletta, invece sono le regole messe nero su bianco dall' Inail per rendere la nostra estate a prova di virus. «Per quanto concerne l' attività di salvamento in mare svolta dal bagnino e comunque di primo soccorso nei confronti dell' utenza, è da rilevare la necessità - stante la modalità di contagio Sars-Cov-2 - di attenersi alle raccomandazioni impartite dall' Italian Resuscitation Council (Irc) nonché dall' Europen Resuscitation Council (Erc) nell' esecuzione della rianimazione cardiopolmonare, riducendo i rischi per il soccorritore (nella valutazione del respiro e nell' esecuzione delle ventilazioni di soccorso) senza venire meno alla necessità di continuare a soccorrere prontamente e adeguatamente le vittime di arresto cardiaco». Anche in una situazione estrema come quella di un bagnante che rischia di affogare, dunque, le prescrizioni anti-Covid vengono prima di tutto. Scartata per forza di cose la respirazione bocca a bocca, è necessario seguire le indicazioni fornite da Irc ed Erc per ridurre i rischi. La raccomandazione, in attesa di nuove evidenze scientifiche, è quella di limitarsi a valutare il respiro della vittima soltanto guardando il torace alla ricerca di attività respiratoria normale, ma senza avvicinare il proprio volto a quello della persona da salvare. Le linee guida prevedono l' esecuzione delle necessarie compressioni, ma senza ventilazioni. Impossibili senza spargimento di eventuali droplet contaminati. Tra le tante incongruenze dei decreti e delle misure per la ripartenza, questa è sicuramente una tra quelle destinate a far discutere: meglio far morire qualcuno piuttosto che correre il rischio, marginale, di essere contagiato?
Riaperture delle spiagge: le regole per la Fase 2 tra prenotazioni, app e distanze. Redazione su Il Garantista il 12 Maggio 2020. L’epidemia di Coronavirus ha cambiato la vita di tutti in questi mesi, e anche il modo di andare al mare dovrà fare i conti col rischio di contagio e con le misure di contenimento per evitare il diffondersi dell’infezione. Il documento allo studio dell’esecutivo Conte per la riapertura delle spiagge libere e degli stabilimenti balneari è già pronto, messo a punto dall’Istituto superiore di sanità, dal comitato tecnico-scientifico e dall’Inail, e dovrebbe essere reso noto giovedì. Uno dei punti fondamentali dello studio, di fatto delle linee guida da consegnare alle Regioni, è che non è possibile “definire un indicatore unico applicabile in ogni contesto”. Ogni autorità locale dovrà adottare “specifici piani che permettano di prevenire l’affollamento delle spiagge, anche tramite l’utilizzo di tecnologie innovative”. In sostanza si potrà prevenire l’affollamento tramite app, stabilendo preventivamente il numero massimo di persone che possono entrare in una spiaggia libera e permettendo una “prenotazione online” per l’accesso. I bagnanti inoltre dovranno rispettare delle distanze di sicurezza tra ombrelloni: secondo Repubblica “quella minima tra le file di ombrelloni è di 5 metri e quella tra gli ombrelloni della stessa fila di 4,5. Comunque sia, lettini, sdraio e sedie dovranno essere ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino”. Saranno poi vietate le attività ludico-sportive che possono dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo, con la chiusura di aree gioco per bambini e delle piscine all’interno degli stabilimenti. Anche le spiagge libere inoltre dovranno essere sanificate, così come le attrezzature, da quelle per i subacquei al windsurf, mentre sulla battigia non si dovrà stazionare per evitare assembramenti. Gli stessi esperti di Inai, Iss e comitato tecnico-scientifico nel documento consigliano di affidare la gestione degli arenili a “enti o soggetti che possono utilizzare personale adeguatamente formato, come volontari e associazioni del terzo settore. Cambierà anche il lavoro dei bagnini, che potranno toccare ombrelloni e sdraio solo indossando i guanti e che, in caso di soccorso, potranno eseguire compressioni toraciche ma senza ventilazione.
Ristoratore in sciopero della fame: “Con le nuove regole ci fate chiudere”. Le Iene News il 14 maggio 2020. Una settimana fa un gruppo di ristoratori milanesi, durante un flash mob di protesta contro le nuove distanze imposte nei locali, sono stati sgomberati e multati dalla polizia. Paolo era uno di loro e da quel giorno è accampato in tenda, in sciopero della fame. In questo video spiega a Iene.it le gravi conseguenze, per i locali italiani, di queste nuove regole che dovrebbero entrare in vigore. Paolo Polli si rivolge a Iene.it dall’Arco della Pace, a Milano. Una piazza che da una settimana è diventata la sua casa, da quando ha deciso di iniziare lo sciopero della fame e si è accampato in una piccola tenda. La sua è la protesta di decine di migliaia di ristoratori, che in tutta Italia stanno dicendo un secco no alle possibili misure di cui si parla per la riapertura dei locali come ristoranti e bar. Paolo è in piazza, in sciopero della fame, da quando una settimana fa una pacifica protesta, un flash mob, si è tramutato in una piccola “rivoluzione”, con tanto di multe. Savino Tolentino, uno dei 4 ristoratori che con Paolo Polli aveva deciso di dare avvio al flash mob, racconta quel giorno: "Eravamo stati autorizzati, ma solo informalmente, a patto che rimanessimo noi 4. Poi però quando hanno iniziato a vedere le dirette tv, si sono aggiunti inevitabilmente decine di altri colleghi, anche se tra noi abbiamo rispettato le misure del distanziamento sociale. Alla fine Paolo ha preso 400 euro di multa e con lui un’altra decina di nostri colleghi ristoratori. Da allora Paolo è in piazza, in sciopero della fame”. Paolo Polli ci spiega le ragioni di questa protesta. “Quel giorno ho visto ristoratori piangere davanti a tutti dopo avere preso la multa. Ora io sono qui, in sciopero della fame da una settimana, perché voglio sensibilizzare il governo affinché cambi le regole che hanno pensato per la nostra riapertura, per farci continuare a vivere con dignità”. Le nuove misure, avanzate da un protocollo stilato da Inail e Iss, prevedrebbero innanzitutto almeno due metri di distanza tra i tavoli di un locale, con uno spazio personale per singolo cliente di 4 metri quadrati. Una follia, secondo Paolo e i suoi colleghi: "Non è immaginabile entrare in un ristorante e stare distanti due metri da un’altra persona. Vorrebbe dire far chiudere il 90% dei locali che ci sono in Italia. I distanziamenti attuali tra i tavoli sono di 40-50 centimetri, al massimo. Vi faccio un esempio pratico: in una pizzeria come la mia, dove avevo 46 posti, passerei ad averne 8 posti. Lo scontrino medio è di circa 15 euro. Quindi io, a occupazione piena e ipotizzando due turni, potrei incassare al massimo 240 euro per sera: davvero non ne varrebbe più la pena. Pensiamo poi a un pub: non è solo bere una birra, ma stare in compagnia, vicini, al bancone, facendo due chiacchiere. Il pub è destinato a scomparire. I ristoranti stellati forse avranno meno problemi di distanziamento, ma ne risentirà tantissimo il turismo, che per almeno un anno sparirà. Insomma, non c’è luogo, nella ristorazione, dove con queste regole ci sia la possibilità di sopravvivere”. Le richieste di Paolo al governo Conte sono chiare: “Chiediamo intanto di ridurre al massimo a 1 metro le distanze tra i tavoli. Noi vogliamo la possibilità di lavorare con le spese a zero, oppure di pagarle in proporzione al nuovo numero dei clienti. Non posso spendere in questo momento 1000 euro al mese di spazzatura quando la clientela diminuirà dell’80%: fateci pagare il 20% di spazzatura, non il 100%. Questo ci potrebbe intanto aiutare ad arrivare fino alla fine del Covid, con dignità. Lo sappiamo che è un tirare avanti, ma almeno ci farà rimanere in piedi”. Alla fine l’amarezza di Paolo è anche per una mancata visita: “Da giorni sono qui in piazza dell’Arco della Pace, a dormire in questa tenda, e da cittadino milanese con figli milanesi non ho ricevuto la visita del mio sindaco, Giuseppe Sala. Sono venuti tantissimi politici a trovarmi, anche se non abbiamo mai voluto politicizzare questa protesta, ma lui non è venuto. Le istituzioni sappiano che se si ferma questo settore si ferma il 25% del nostro pil. Cosa chiediamo adesso? Regione e Comune ci incontrino. Incontrateci, ma adesso, sono già 25 gli imprenditori italiani che si sono suicidati… Vediamoci e parliamone, ma subito”.
Francesco Pacifico per “il Messaggero” il 19 maggio 2020. A Milano le tangenziali erano intasate. A Roma, meno trafficata, le code hanno accompagnato l'apertura del servizio in tutte le metro delle periferie. Napoli e Firenze, invece, hanno visto invase le loro vie dello shopping. Pochi viaggiatori in autostrada, ancora meno in treno. Intanto si registra il primo overbooking aereo della Fase 2: precisamente, sul volo Roma-Palermo, con troppe persone - per le poltrone disponibili - che volevano tornare a casa e molte che non sono riuscite a decollare. Luci e ombre ieri, con la fine del lock-down, per il sistema dei trasporti italiani. Con la mobilità che - complice lo stop ancora in vigore ai trasferimenti tra regioni diversi - si è concentrata e in molti casi ha causato un eccesso di traffico nelle principali città: sia per quello delle vetture private sia, soprattutto, sui mezzi pubblici. Nella Capitale sono state prese d'assalto in mattinata e all'ora del rientro le stazioni delle metropolitane che collegano le periferie al Centro. Al mattino code lunghe, assembramenti e qualche tensione davanti a fermate di interscambio come Ponte Mammolo e Anagnina. All'ora del rientro, nel pieno pomeriggio, le stesse scene si sono ripetute alle fermate del Centro o nelle zone prospicienti come San Giovanni. Non a caso, sono aumentate le pattuglie delle forze dell'ordine per contingentare i pendolari. Scarso distanziamento sui treni, autobus meno affollati, anche se alcuni conducenti hanno dovuto saltare qualche fermata, perché non c'erano più posti sui loro mezzi. Traffico privato intenso verso e dal Raccordo anulare, sulle consolari e in alcune zone semiperiferiche come il Foro Italico e l'Appio Latino. Poca cosa comunque rispetto a Milano, città dove i contagi e le vittime per Covid sono state di gran lunga superiori a quelli di Roma. Nel capoluogo lombardo, per capire l'afflusso di gente e veicoli, gli intasamenti hanno riguardato le tangenziali come le ciclabili, per non parlare degli ingorghi nelle centrali piazza Buenos Aires e viale Majno. Sulla linea filoviaria 90-91 sono dovuti intervenire i vigili perché il mezzo era pieno oltre il dovuto: hanno faticato per far scendere gli utenti in eccesso. Circolazione a tratti impazzita anche a Napoli e a Firenze: sul primo versante sono ripartite le code (e i lavori) a via Marina - la principale arteria che collega l'hinterland a sud della città e il Centro -, sul secondo fronte erano affollate soprattutto le via dello shopping. Pochi automobilisti sulle autostrade, che nelle prime settimane di maggio hanno visto risalire i passaggi al 57 per cento rispetto alla media Precovid. Ma questo non ha impedito code. Incolonnamenti alle frontiere con Austria e Slovenia per i controlli al confine ai Tir, e code causate soprattutto da incidenti come quella sull'A1 tra Fiorenzuola e Fidenza per incidente. Va a rilento invece il riempimento dei treni del trasporto ferroviario. Ieri, con il divieto di trasferimento tra regioni diverse, si sono registrati 288mila passeggeri sulle linee regionali e 7mila su quelle a lunga percorrenza, compresi i convogli ad alta velocità (soltanto una cinquantina quelli in percorrenza in questi giorni da Nord e Sud). Trenitalia, sulle Frecciarossa e i Frecciargento, ha iniziato a distribuire gratuitamente un safety kit gratuito comprendente mascherina, gel igienizzante per mani, guanti in lattice e poggiatesta monouso. Mentre Trenord, da ieri, comunica in tempo reale il livello di riempimento delle vetture in arrivo con un'App scaricabile per i device iOS e Android. Intanto, a controllare che le cose vadano bene su questo fronte, è andata direttamente il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli ieri mattina a Roma ha ispezionato la stazione Termini ed è tornato in bus al dicastero di Porta Pia. Problemi, stando alla denuncia della Uiltrasporti, sul fronte dei viaggi in aereo. Da via Lucullo, Claudio Tarlazzi e Ivan Viglietti denunciano: «Dalle informazioni che riceviamo dai territori e dalle notizie stampa, risulterebbe che non si stiano osservando le norme di distanziamento sociale a bordo degli aeromobili, per la salute e sicurezza dei viaggiatori e del personale, previste dai Dpcm». Nel loro mirino un volo della Wizz Air atterrato a Bergamo e proveniente da Sofia «con 113 passeggeri in arrivo ed 81 in partenza». Intanto, sempre ieri e sempre per i problemi di contingentamento dei posti, è andato in overbooking il Roma Palermo di Alitalia delle 13. Alcuni dei 125 passeggeri che avevano prenotato si sono ritrovati senza poltrona. L'ex compagnia di bandiera ha dovuto mettere a disposizione un altro Boeing per riportare i passeggeri a casa.
Alberto Gentili per “il Messaggero” il 19 maggio 2020. Dopo la lunga guerra, chiusa domenica pomeriggio con il varo del Dpcm per la seconda fase di allentamento del lockdown, il governo si tiene stretta la tregua. Niente disegno di legge costituzionale per inserire la clausola di supremazia dello Stato sulle Regioni o altri giri di vite. E stop alle polemiche. Anzi, giovedì il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, tornerà a riunire i governatori «per decidere assieme l'azzeramento delle procedure amministrative che frenano l'attività dei settori produttivi già duramente colpiti dalla pandemia». Però il Comitato tecnico scientifico è in allarme: «Le linee guida regionali lasciano troppo margine di scelta agli imprenditori, i governatori dovranno interpretarle in modo restrittivo per evitare un riesplodere dell'epidemia», dice uno dei componenti. Giuseppe Conte l'altro giorno era stato severo con le Regioni. Aveva parlato di «difficoltà nel rapporto» con i governatori» e aveva evocato la possibilità di «rivedere l'assetto Stato-Regioni». Ma a palazzo Chigi non hanno alcuna intenzione di riaprire le ostilità: «Il presidente del Consiglio ha solo risposto a una domanda a consuntivo di mesi di rapporti non sempre facili», dicono nell'entourage di Conte, «non c'è però alcuna esigenza di varare ora un disegno di legge costituzionale, non è tra le priorità. Le tensioni sono ormai superate e a ben guardare si è trattato di problemi più tra Regioni che tra Regioni e governo. De Luca ha detto che l'esecutivo non può scaricare la responsabilità delle riaperture sulle Regioni, in realtà sono state proprio le Regioni a chiedere di stabilire loro le linee guida», scavalcando quelle dell'Inail. Insomma, secondo palazzo Chigi, «c'è stata un po' di confusione e anche legittime paure, come quella della Lombardia che temeva di restare indietro». Sulla stessa linea Boccia: «Parlare di scontro è improprio. Nel Dpcm domenica notte era sparito il riferimento alle linee guida regionali, ma io e il premier quando l'abbiamo scoperto l'abbiamo reinserito. Ora guardiamo avanti: giovedì con i governatori parleremo di come azzerare le procedure amministrative per sostenere gli imprenditori in questa difficile fase. Ad esempio un bar o un ristorante che vogliono utilizzare gli spazi esterni per mettere i tavolini potrà farlo inviando una semplice Pec all'amministrazione di competenza, saltando ben otto passaggi. Poi saranno gli uffici comunali a fare le dovute verifiche». Però il clima resta teso. Oltre alla Campania, anche il Molise non ha aderito al Dpcm del governo. Così il ministro ai rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, parla di «protagonismo di troppo di alcune Regioni». E chiede ai governatori «di far rispettare le regole che ci siamo dati per non cadere in un secondo lockdown, che sarebbe davvero terribile sotto il profilo economico e sociale del Paese». Sulla stessa linea, si diceva, il Comitato tecnico scientifico: «Le previsioni contenute nelle linee guida regionali, come ad esempio la misurazione della temperatura all'ingresso di ristoranti, palestre etc è facoltativa. E questo non va bene», dice uno dei componenti del Cts, «c'è troppa facoltatività e poca coercizione e ciò può provocare un ritorno dei contagi e a chiusure differenziate per territorio. C'è un solo modo per evitare questo epilogo: i governatori applichino le norme in modo restrittivo». C'è poi il nodo dello scudo penale per gli imprenditori, dopo che l'Inail ha detto che il contagio da Covid-19 è da assimilare a un infortunio sul lavoro. Il governo però non ha intenzione di intervenire. «Questa storia della responsabilità penale è una sciocchezza detta da alcuni governatori», dice una fonte governativa vicina al dossier, «se c'è un contagio l'azienda non ha alcuna responsabilità se ha rispettato i protocolli di sicurezza. Diversa la situazione se in un'impresa esplode un focolaio infettivo con decine di contagiati: vorrebbe dire che i protocolli non sono stati rispettati e in quel caso scatta l'inchiesta». In estrema sintesi: «Non è mancanza di buona volontà o di attenzione verso le imprese», aggiunge un ministro, «ma se non c'è responsabilità penale, non si può neppure fare una legge per introdurre uno scudo penale. E questo anche con tutta la buona volontà del mondo».
· A Morte la Movida.
Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 6 ottobre 2020. Le uniche eccezioni riguardano i viaggi in macchina da soli, gli spostamenti in moto o in bici, le passeggiate in luoghi isolati. Nel resto dei casi sarà sempre obbligatorio indossare la mascherina. A suggerire le nuove regole è stato il Comitato tecnico scientifico che ieri ha consegnato al governo le indicazioni per fronteggiare la «seconda ondata» dei contagi da coronavirus. Con una raccomandazione stringente per quanto riguarda la movida ritenuta situazione «di criticità». E dunque anche per le feste private sono state previste numerose limitazioni sia per il numero dei partecipanti, sia per il divieto di ballo.
La seconda ondata. Si fanno dunque i conti con l’impennata di contagi e nel decreto che il governo approverà tra oggi e domani per la proroga dello stato di emergenza fino al 31 gennaio 2021 saranno fissati tutti i criteri per il rinnovo del Dpcm del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Un provvedimento che sarà comunque rivisto se la curva epidemica dovesse crescere, soprattutto per non mandare in affanno le strutture sanitarie.
Mascherine all’aperto. Da domani in tutta Italia si potrà uscire soltanto con naso e bocca coperti. Le restrizioni già previste in alcune Regioni si estendono a tutto il Paese e sono stati gli scienziati ad indicare le situazioni dove si potrà fare eccezione. Naturalmente si tratta di casi dove le persone stanno da sole, altrimenti la mascherina non potrà essere evitata. Se si va in auto, si gira sullo scooter o in bici, si sta in un posto dove non c’è pericolo di incontrare altre persone, si potrà evitare. Ma per il resto, niente deroghe. Proprio come accade nei luoghi chiusi o quando non è possibile mantenere il distanziamento di almeno un metro. Una misura ritenuta indispensabile soprattutto per evitare che i ragazzi — che sono nella maggior parte asintomatici — possano contagiarsi all’uscita delle scuole oppure nei luoghi di aggregazione dove le precauzioni sono inevitabilmente minori. Il testo ricalcherà quello dell’ordinanza firmata il 16 agosto scorso dal ministro della Salute Roberto Speranza che obbligava «di usare protezioni delle vie respiratorie anche all’aperto, negli spazi di pertinenza dei luoghi e locali aperti al pubblico nonché negli spazi pubblici (piazze, slarghi, vie, lungomari)».
Le regole per evitare assembramenti. Il divieto di assembramento rimane in vigore e secondo il parere degli scienziati dovrà essere ancora più stringente. Linea condivisa dal governo che nel provvedimento evidenzierà tutte le regole per evitare «aggregazioni anche occasionali nelle ore serali e nei fine settimana». È un riferimento fin troppo chiaro alla movida incontrollata che — come si è visto negli ultimi due mesi — fa salire in maniera pesante il numero dei nuovi positivi.
Multe e controlli. Proprio per questo ci sarà un richiamo forte alla necessità di potenziare i controlli e soprattutto di multare tutti coloro che non rispettano le regole, esattamente come accaduto nei mesi del lockdown. All’epoca, con i cittadini chiusi in casa e i movimenti limitati al massimo, le forze dell’ordine erano impegnate prevalentemente su questo fronte. Ora che si sta tornando alla normalità, saranno soprattutto le polizie locali a dover effettuare questo tipo di verifica, ma la circolare firmata due giorni fa dal prefetto Bruno Frattasi, capo di gabinetto della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, prevede che anche i soldati ora schierati nell’operazione «Strade sicure» debbano occuparsi di vigilare sul rispetto delle regole da parte dei cittadini. E per ottenerlo sono state previste sanzioni pesanti: da 550 a 3.000 euro per chi non indossa la mascherina o la porta sotto il mento, multe e possibilità di chiusura per i locali che non faranno rispettare i divieti.
Le feste private. Non bisogna accalcarsi e soprattutto non si potrà ancora ballare. Anche in questo caso il provvedimento di riferimento è quello del 16 agosto quando si era deciso di «sospendere all’aperto o al chiuso, le attività del ballo che abbiano luogo in discoteche, sale da ballo e locali assimilati destinati all’intrattenimento, spazi comuni delle strutture ricettive o in altri luoghi aperti al pubblico». Il limite indicativo per le feste dopo le cerimonie è quello di 200 persone che dovranno comunque osservare tutte le precauzioni già previste per il resto della vita quotidiana.
Bar e ristoranti. Almeno per ora il governo non fisserà gli orari di chiusura anticipati per bar e ristoranti. Seguirà comunque l’andamento dei contagi e intanto lascerà alle Regioni il compito di decidere, come del resto ha già fatto in Campania il governatore Vincenzo De Luca imponendo la serrata alle 23.
Lo sfogo di Piero Angela "Vi spiego che cosa è chi non usa mascherine". Il divulgatore scientifico ha fatto anche l’esempio dell’Aids, sottolineando che alcuni sono stati condannati perché dichiarati untori. È un reato non indossare le mascherine. Valentina Dardari, Martedì 06/10/2020 su Il Giornale. Piero Angela, alla presentazione di "Superquark più", ha affrontato il tema principale degli ultimi mesi: il coronavirus. Non ha usato mezzi termini per definire l’epidemia che tutto il mondo sta vivendo, definendolo “un virus mortale”. Ha inoltre evidenziato che, oltre a essere mortale, è anche molto pericoloso proprio per il fatto che vi sono tanti soggetti asintomatici. Angela ha poi sottolineato che non si può in questa emergenza chiedere con gentilezza alle persone di indossare la mascherina.
Piero Angela: "Chi non usa la mascherina è come un untore". E chi non lo fa, secondo il divulgatore scientifico, è da considerare come un untore, anche per il fatto che l’informazione è stata chiara e nessuno può dire di non essere al corrente delle regole da seguire per evitare la diffusione del coronavirus. A questo proposito, Angela ha anche portato l’esempio dell’Aids, sottolineando che in molti sono stati condannati dai tribunali di tutto il mondo proprio perché erano a conoscenza di averlo e di essere quindi contagiosi ma, nonostante questo, lo avevano trasmesso ad altre persone. Compiendo quindi “un reato che porta la malattia in giro”. Angela ha poi precisato che non vuole metter dietro le sbarre chi non segue le regole anti-Covid imposte e non vuole indossare la mascherina. È però importante far rispettare le norme vigenti. Anche a costo di mettere in campo i militari per controllare la situazione: “L'esercito in campo per far rispettare le norme di sicurezza sanitaria? Secondo me è utile. Questo è un virus mortale. Non si può dover chiedere per favore, mettete le mascherine. Quelli che non le usano sono degli untori, soprattutto se sono stati ben informati”.
Rischio concreto per i più anziani. Il conduttore si è anche soffermato a parlare dei negazionisti, per lui vittime della mala informazione. Alcuni sarebbero anche recuperabili, mentre altri proprio no.“Alle manifestazioni contro le mascherine erano quattro gatti e a lungo andare saranno anche di meno” ha aggiunto Angela. Infine un appello a tutta la popolazione, chiedendo di stare molto attenti, evidenziando ancora una volta la pericolosità del virus e la necessità della protezione. “Non c'è abbastanza pressione sul pubblico perché rispetti il distanziamento. In attesa del vaccino, bisogna incentivare il rispetto delle regole. I giovani si sentono invulnerabili. C'è il rischio concreto che i ragazzi si comportino come degli untori, in particolare se sono asintomatici, che portano il virus in giro e rischiano di contagiare le persone più anziane. Questo va evitato”.
Sgarbi: “Se sono da solo niente mascherina: è come il preservativo a letto da soli”. Di Redazione culturaidentita.it il 5 Ottobre 2020. Vittorio Sgarbi, ospite d’eccezione a Civita di Bagnoregio per le presentazione della Rete delle Città Identitarie, ha iniziato il suo intervento criticando l’imposizione delle mascherine all’aria aperta: “L’aria fuori è infinitamente più sana di quella che si respira nelle mascherine. “Se sono da solo non mi metto la mascherina: non mi metto il preservativo se vado a letto da solo”. Per poi proseguire: “E’ inquietante che noi siamo convinti di vivere nel male universale. Viva invece una rivista come CulturaIdentità che, per ogni pagina, è un invito al viaggio: altro che le riviste e i giornali pieni di notizie terrificanti sul coronavirus”.
Mascherine all’aperto: siamo stretti tra idioti e mascalzoni. Franco Battaglia, 6 ottobre 2020 su Nicolaporro.it. Leggo di sfuggita da alcuni titoli che qualche genio sta implementando l’obbligo di mascherine all’aperto. Non leggo oltre i titoli perché non ho il tempo e men che meno la voglia di leggere le sesquipedali bugie che ci vengono raccontate da mesi da ogni organo d’informazione. Per la stessa ragione non ascolto più alcun telegiornale. Come faccio a dire che sono bugie? Perché se una affermazione non è logica, allora essa non è vera. Per esempio, dire che il lockdown ha salvato migliaia di vite è certamente falso. Nessun dubbio su questo. Perché, al momento in cui scrivo, i morti per Covid per milione d’abitanti sono stati 595 in Italia e 583 in Svezia. Ma in Svezia non v’è stato alcun lockdown. Ergo il lockdown italiano non ha salvato nessuno. Neanche uno. Naturalmente in senso statistico, ma è una finezza complicata da spiegare, soprattutto ai trinariciuti, che inalano qualunque idiozia senza sentirsi turbati.
Violenza di Stato. Veniamo alla prepotenza di tutte le prepotenze, degna solo dei più fascisti dei regimi: obbligare tutti a indossare la mascherina anche all’aperto. Posso capire l’obbligo, anch’esso prepotente, al chiuso. Basta dire ai responsabili di ogni luogo chiuso (cinema, negozio, etc.): se qualcuno si contagia, tu sei responsabile. Va da sé che costui dirà: se vuoi entrare a casa mia, devi indossare la mascherina. Ma all’aperto? All’aperto è una violenza di Stato, di regime, del tizio che, appena eletto, incapace di far qualcosa di sensato, ne fa tante di insensate, giusto per far vedere che fa qualcosa. Penso, ad esempio, al Presidente della Regione Marche che, appena eletto e strappato la Regione ai sinistri incapaci, si sta dimostrando ancora più incapace, visto che il suo primo provvedimento – il primo! – sembra sia stato l’imporre le mascherine all’aperto a quelli che, evidentemente, ritiene propri sudditi. Un genio. Forse vuole emulare quella macchietta del collega campàno: ogni area politica ha il suo genio. La motivazione? Per frenare la pandemia. Con questa motivazione avrebbe potuto prendere qualunque altra misura. Che so, la danza purificatrice, il saluto romano, l’inchino, la recitazione di una filastrocca. Fate voi. Perché se uno è positivo, viene messo in quarantena e se non lo è non può contagiare. O no? O no? No, dice il genio, perché nel dubbio. Peccato che se tu hai dubbi, non puoi rompere i santissimi a me. Tu prima stabilisci se sono o no positivo, e poi o mi metti in quarantena o mi dici che posso circolare ma solo con la mascherina, pena l’impiccagione, se vuoi. Sennò la misura preventiva sarebbe applicabile in infinite altre circostanze, a cominciare con tutte le malattie contagiose. Oppure: sei un ladro o un assassino? Non lo so, ma nel dubbio ti metto in galera.
Colpirne cento per proteggersi da uno. C’è da dire che dai tamponi quotidiani eseguiti nell’ultimo mesi possiamo stimare che l’1-2% della popolazione sembra essere positivo. Obbligare 100 ad una insana respirazione perché 1 o 2 sarebbero positivi non rammenta neanche quella di colpirne uno per educarne cento, visto che qui si tratta di colpirne cento per proteggersi da uno. Ancora: se fosse vero che avere tutti la mascherina per strada inibisce la diffusione del contagio, allora a maggior ragione, quando al chiuso, per nessuna ragione bisogna togliersi la museruola. Nessuna ragione. Ergo, obbligare alla mascherina quando per strada, implica la chiusura di tutti i locali chiusi ove sarebbe necessario togliersela, cioè ristoranti e bar. Finché i geni come quello di Ancona non dispongono la chiusura di tutti i ristoranti e di tutti i bar, la loro draconiana misura della strada è illogica e quindi falsa e bugiarda. Credo che stiamo vivendo in una morsa stretta, da un lato, da idioti, e dall’altro da mascalzoni che vogliono toglierci il piacere di vivere nel mondo. Perché di questo si tratta quando si sta all’aperto. Vogliono schiacciarci come topi infetti, annientare la nostra umanità inibendo fin le più semplici e innocue delle azioni: la passeggiata all’aria aperta. Avremo la forza di ribellarci a tanto sopruso?
Serie A, solo le regioni di sinistra possono riaprire gli stadi: governo a senso unico, club in rivolta. Tommaso Lorenzini su Libero Quotidiano il 19 settembre 2020. Aiutateci a capire. La questione della riapertura degli impianti sportivi, in particolar modo degli stadi di calcio, sta sempre più infilandosi in un polverone che è lo stesso governo a contribuire a mantenere vorticoso, permettendo e producendo eccezioni e trattamenti diversificati che disorientano: sia le società che dagli impianti dovrebbero trarre ricavi con i quali sostenersi; sia la gente comune, ossia i frequentatori di quelle strutture oramai divenute dei non-luoghi. Ieri il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ha rilasciato come suo costume una dichiarazione via Facebook che ha generato fermento e, invece di chiarire, ha prodotto altri punti interrogativi. «Finalmente già a partire dalle semifinali e dalle finali degli Internazionali di tennis potranno assistere mille spettatori a tutte le competizioni sportive che si terranno all'aperto e che rispetteranno scrupolosamente le regole previste in merito al distanziamento, mascherine e prenotazione dei posti a sedere». Quindi da domani cancelli aperti ai fortunati che avevano già avuto il biglietto per il torneo di tennis e riusciranno a farne richiesta via mail. Una decisione logica, quella di riaprire, che tuttavia arriva dopo giorni di pressioni e attacchi pesanti, su tutti quello del presidente della Federtennis Binaghi che aveva giudicato «un'idiozia» tener chiuse le porte del Foro Italico. Si parla di soldi, è vero, però senza false ipocrisie è inevitabile che, oltre al lato sportivo, in una manifestazione come gli Internazionali quello economico giochi un ruolo pesantissimo, soprattutto in questo 2020. L'apertura del ministro non può non coinvolgere anche il calcio, che nei mesi scorsi ha fatto pressing per cercare di far tornare il pubblico negli stadi proprio alla vigilia della partenza dei campionati, con un piano dettagliato proposto da Lega serie A e Figc fin qui rimasto nel limbo.
LA LEGA DI A NON CI STA. E qui arriva il dunque. Dopo il Lazio a guida Pd, che si vede (giustamente) riaperti gli spalti del tennis romano con pubblico contingentato, la rossissima Regione Emilia Romagna del piddino Stefano Bonaccini ha subito concesso la deroga all'ordinanza già in vigore dall'8 agosto per concedere l'ingresso di mille persone alle partite di serie A di Parma e Sassuolo, rispettivamente contro Napoli (al Tardini) e Cagliari (al Mapei di Reggio Emilia), in programma domani, dopo che era stato dato il via libera pure all'afflusso di 13.146 persone al Gp di F1 dell'1 novembre a Imola. Perché dunque all'Emilia viene concesso e ad altre Regioni disponibili a far andare gente allo stadio no? Il Piemonte guidato da Alberto Cirio ha presentato l'istanza della Juventus di poter giocare a porte aperte e con mille persone in tribuna all'Allianz Stadium di Torino, eppure gli è stato negato. «È inopportuno», aveva detto lo stesso premier Giuseppe Conte, tirando in ballo il Dcpm che fissa almeno fino al 7 ottobre il divieto. Ma come è possibile che, restando all'esempio della Juve, il club non sia stato ritenuto in grado di garantire entrate, permanenze e uscite dallo Stadium mentre per un evento d'Eccellenza è possibile accogliere allo stadio fino a 1000 spettatori? Giriamo la domanda al ministro (che nel frattempo dovrà produrre un atto normativo per permettere domani l'apertura dei cancelli del Foro Italico): la scelta di Bonaccini di far entrare i tifosi a Parma e Reggio sarà impugnata dal governo? Con il Piemonte era stato fatto in merito alla querelle sulla temperatura da misurare ai bimbi prima di andare a scuola (poi il Tar ha dato ragione a Cirio). Con quale legittimità una partita di serie A in Emilia si può fare con i tifosi e altrove no? A rendere il tutto più assurdo, il fatto che l'amichevole Inter-Pisa oggi alle 18 al Meazza sarà aperta a 1000 persone in quanto evento non ripetitivo come può essere un campionato, ma non risulta che ci sia l'ok, nello stesso stadio, alla presenza di gente in tribuna lunedì per il posticipo Milan-Bologna. A far capire che lo scontro è totale arrivano le parole dell'ad della Lega di A, Luigi de Siervo: «Chiediamo per il rispetto che meritano la nostra industria e i nostri tifosi, che al più presto si faccia chiarezza sulla riapertura degli stadi, seppure parziale e condizionata al rispetto delle condizioni di sicurezza», visto che «il caos regna ancora sovrano, al netto delle deroghe concesse dalla Regione Emilia Romagna».
Giuliano Zulin per “la Stampa” il 7 settembre 2020. C' è chi può e chi non può. Per esempio non è possibile passare una serata in discoteca, dato che in pista è difficile mantenere le distanze e il Covid potrebbe far festa. Nemmeno nelle balere o alle sagre paesane è lecito fare due passi di mazurka o di tango. Proprio ieri il premier Giuseppe Conte ha inoltre ribadito che fino al 30 settembre non saranno riaperti al pubblico gli stadi. In Francia da settimane si svolgono partite con qualche migliaio di spettatori sugli spalti, distanziati ovviamente: le tribune o le curve sono talmente grandi che non si vedono gli ultrà ammassati. Invece in Italia non si può, troppo pericoloso afferma il presidente del Consiglio. E il Pd, per bocca di Zingaretti, ormai è maniaco degli assembramenti. Passa le giornate a insultare i cosiddetti negazionisti. La sinistra poi ha messo nel mirino la Sardegna, dopo la Lombardia, colpevole di proporre relax ai turisti. Non parliamo di Briatore, indicato come infettatore seriale. Chissà cosa diranno allora i progressisti di fronte alle foto scattate tra venerdì e sabato sera al Pride Village di Padova: balli ravvicinati, mascherine in tasca, ciao distanziamento sociale. Il tutto in nome dei diritti che la comunità gay rivendica attraverso manifestazioni ormai diventate una tradizione, come le feste dell' Unità. Diritti, certo. E i doveri? Il capo organizzatore dell' evento padovano - il più grande d' Europa - è Alessandro Zan, il primo relatore della legge contro l' omotransfobia che in teoria dovrebbe essere calendarizzata per metà ottobre in Parlamento. «Abbiamo assistito nei mesi scorsi a deputati e senatori che parlano delle nostre vite, di chi ci sta accanto, di chi siamo, delle nostre famiglie e dei nostri figli» - ha dichiarato al sito gay.it Mattia Galdiolo di Arcigay Tralaltro Padova - «pertanto abbiamo ritenuto indispensabile organizzare un' occasione per prendere parola, per dire noi a loro chi siamo, cosa sentiamo e cosa vogliamo da una legge che deve essere nostra, deve parlare di noi. C' è chi rivendica il diritto alla violenza e alla discriminazione, ma tutto ciò non è ammissibile in un Paese in cui libertà e uguaglianza sono garantite dalla Costituzione». Non è ammissibile, in base ai provvedimenti varati da Conte, nemmeno accalcarsi e fregarsene dei divieti. Venerdì e sabato sera, al Pride Village alla fiera di Padova, non sono mancati performance, drag show e musica fino alle 3.30 con Effe Dj. Gli organizzatori si erano raccomandati: "A tutte le persone partecipanti ai vari eventi della giornata sarà richiesto di indossare le mascherine per tutta la permanenza e di mantenere le distanze di sicurezza di un metro evitando in questo modo situazioni di affollamento". A parte qualche ossequioso delle regole, la stragrande maggioranza delle persone ballava invece serenamente, sulla note di «Relax» di Frankie Goes to Hollywood, con un bicchiere in mano, appiccicati come in una classica discoteca. Che però attualmente è chiusa poiché potrebbe generare focolai. Il Gay Pride andrà avanti fino al 12, grazie anche all' aiuto dell' Assessorato alla Cultura del Comune di Padova (giunta Pd). Previsti feste e balli per venerdì e sabato prossimi. Chissà se qualche autorità controllerà il rispetto del distanziamento e dell' uso della mascherina...
Se le regole anti Covid non valgono ai Gay Pride. Il governo chiude le discoteche e vieta di andare allo stadio, ma al Pride Village succede di tutto: "Capiamo che in un momento di felicità si possa abbassare la guardia". Luca Sablone, Lunedì 07/09/2020 su Il Giornale. Il pericolo Coronavirus non è del tutto terminato: il governo non ha ancora allentato tutte le misure e perciò il ritorno alla piena normalità sembra essere sempre più lontano. Da oggi, lunedì 7 settembre, entra in vigore il nuovo Dpcm che sarà valido fino al 30 settembre: il provvedimento sostanzialmente proroga i divieti già in corso e stabiliti con il decreto del 10 agosto scorso. Dunque viene confermato il divieto di ballare nelle discoteche e gli eventi sportivi restano a porte chiuse. Ma nelle ultime ore sia dai gestori dei locali sia dai tifosi delle squadre si sta sollevando una domanda comune: "Le regole valgono veramente per tutti? Anche per gli Lgbt?". Un interrogativo lecito e comprensibile, visti gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto gli appartenenti alla comunità. Il fronte progressista, in prima linea contro i negazionisti del Coronavirus, cosa avrà da dire adesso? Perché l'edizione odierna di Libero parla di foto scattate tra venerdì e sabato che forniscono una situazione surreale: assembramenti, balli di gruppo e mancato utilizzo della mascherina al Pride Village di Padova. Gli organizzatori avevano assicurato: "Tutte le persone partecipanti ai vari eventi della giornata sarà richiesto di indossare le mascherine per tutta la permanenza e di mantenere le distanze di sicurezza di un metro evitando in questo modo situazioni di affollamento". Peccato non sia andata proprio così.
Nessuna regola per gli Lgbt? Al Padova Pride Village, la kermesse che si svolge in estate nei padiglioni della Fiera e che sabato ha ospitato un evento per celebrare il festival Lgbt, sembrava di essere nel 2019, quando l'emergenza Covid-19 non aveva ancora travolto il mondo. Bicchieri in mano, danze ravvicinate, abbracci e in molti ammassati. E non è la prima volta che accade al Pride: già a inizio luglio sui social erano girati dei video che riprendevano assembramenti e ragazzi privi di mascherine. Gli organizzatori ribadiscono di porre grandissima attenzione al rispetto delle norme contro la diffusione del Coronavirus, ma tengono a precisare: "Siamo consapevoli che, in un momento di particolare festa come può essere la celebrazione di un Pride, qualche nostro avventore possa aver abbassato la guardia". Per il momento alla centrale della polizia locale non è pervenuta nessuna segnalazione, ma il prefetto Renato Franceschelli - come riportato da Il Gazzettino - ha avvertito: "Se verranno riscontrate irregolarità scatterà la sanzioni prevista per questi casi cioè la chiusura dell'esercizio fino a cinque giorni". Circa due mesi fa Alain Luciani, consigliere comunale della Lega, si era scagliato contro il Pride Village e l'inaugurazione avvenuta mercoledì primo luglio: "Io non posso seguire la corsa alla serie B del Calcio Padova allo stadio Euganeo, ma nel frattempo in città si fanno festoni Lgbt senza un minimo di sicurezza". E sul proprio profilo Facebook aveva allegato un video che parla chiaro: "Il sindaco cosa dice? Permettiamo tutto ugualmente altrimenti qualcuno si offende? La massima autorità sanitaria della città è il sindaco, rimarrà impassibile come al solito, perché si tratta di elettorato vicino?".
Folla e assembramenti alla Festa dell'Unità "Ma lì non c'è il Covid?". Musica, luna park, assembramenti e poche mascherine alla Festa dell'Unità di Bologna dove sono saltate tutte le norme anti-Covid. Francesca Galici, Mercoledì 02/09/2020 su Il Giornale. In un'Italia in cui i contagi galleggiano attorno alle mille unità quotidiane, in cui si discute se gli studenti debbano o meno mantenere la mascherina anche in classe durante le lezioni e, soprattutto, sono state chiuse le discoteche con provvedimento d'urgenza perché considerate principale causa di contagio del Paese per la loro natura, la Festa dell'Unità del Partito Democratico può andare avanti. Fratelli d'Italia ha evidenziato il paradosso della sinistra italiana, che "imbavaglia" il Paese e bacchetta i giovani che, autorizzati, hanno trascorso l'estate in discoteca, mentre i suoi raduni sono al di sopra di qualunque legge e ordinanza.
Per il Pd non c'è virus che tenga: la Festa dell'Unità si fa lo stesso. Dalle 18 alle 6 del mattino seguente, nel Paese è fatto obbligo di indossare la mascherina laddove si potrebbe verificare un assembramento. Non solo quando questo effettivamente c'è ma anche quando è possibile ci sia. In base a questo alla Festa dell'Unità di Bologna le mascherine sarebbero dovute essere su tutti i volti eppure, dal video condiviso da Galeazzo Bignami di Fratelli d'Italia, si possono contare quelli che rispettano questa indicazione. Che il virus sia pericolosamente sovranista? In questo caso si spiegherebbe la scelta di autorizzare comunque la Festa dell'Unità con musica, luna park e assembramenti, perché è evidente che lì il virus non vada.
Il governo chiude le discoteche in tutta Italia. "Le immagini diffuse da un noto quotidiano sovranista come la Repubblica parlano chiaro", dice Bignami smontando sul nascere le possibili polemiche sulla costruzione delle fake news, che molto spesso nascono in seno ai sostenitori della sinistra quando vengono smascherate le loro marachelle. Stavolta a diffondere le immagini che svelano il mancato rispetto delle norme è una testata tradizionalmente vicina alla sinistra. Nessuna mistificazione, nessun videomontaggio, ma anche nessuna mascherina e niente distanziamento per la Festa dell'Unità. "Che sia forse una zona franca per il Covid?", si chiedono in molti. Magari è così e quando si incontrano i simpatizzanti della sinistra, il virus si fa da parte per non disturbare. "Il governo ci costringe a tenere la mascherina dalle 18 alle 6 di mattina e chiude i locali, ma alla Festa dell'Unità si può fare di tutto. E se pensate che è perché il Pd è al governo siete solo dei malfidati...", chiude Bignami con un'ironia amara ma realista dei fatti. Hanno chiuso le discoteche e i locali, migliaia di lavoratori si sono ritrovati con un pugno di mosche dopo aver investito per riaprire in vista della stagione estiva. Ora loro sono a casa, i locali dii nuovo vuoti ma la Festa dell'Unità no, quella può restare aperta e autoderogare le norme anti-Covid, senza l'indignazione social di chi, solo pochi giorni fa, puntava il dito contro i giovani e le discoteche.
VALENTINA ERRANTE per il Messaggero il 27 agosto 2020. La legge non è uguale per tutti. O meglio non è uguale dappertutto. Perché se l'ultima circolare del Viminale, indirizzata ai prefetti, prevede controlli più stringenti nelle zone delle vacanze e della movida, affinché vengano rispettate le nuove norme anticovid, dopo il nuovo picco di contagi, non in tutte le città, o province, le restrizioni vengono applicate allo stesso modo. Dalle isole Eolie al Salento, fino a Palermo dove, nelle piazze del centro storico, affollate fino a tarda notte, quasi nessuno indossa le mascherine. E tra i giovani il negazionismo prevale, trasformandosi qualche volta in violenta insofferenza nei confronti di chi controlla, come è avvenuto sabato a Marina di Carrara, dove carabinieri e polizia, intervenuti per sedare un rissa, sono stati aggrediti e investiti da una sassaiola.
L'INSOFFERENZA. Un fatto gravissimo sul quale è intervenuto, con un'intervista a La Nazione, anche il capo della polizia, Franco Gabrielli. «Sono molto preoccupato - ha dichiarato - per il clima di insofferenza nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine registrato negli ultimi tempi in diverse città italiane. Forze dell'ordine che lavorano ogni giorno a tutela dei diritti costituzionali e per la sicurezza dei cittadini. È forse il tempo di recuperare tutti il rispetto delle istituzioni e di chi in prima linea le rappresenta». Gabrielli ha sottolineato la «grande professionalità e competenza dimostrate dagli agenti che non hanno reagito alle provocazioni» evidenziando equilibrio e moderazione, comportamenti esemplari nella gestione dell'ordine pubblico». E così mentre a Ischia e Procida, dopo le polemiche dei giorni scorsi, sono piovute le multe anche per i gestori dei locali, in alcune zone della Puglia sembra che il nuovo decreto non sia in vigore. E le nuove misure non arrivano neppure nei piccoli centri del viterbese e della Calabria, dove le strade e i locali, anche in assenza di musica e balli, continuano ad essere affollati. Secondo i dati diffusi dal Viminale, il 24 agosto sono state controllate 62.266 persone e 7.536 attività o esercizi commerciali. Le sanzioni sono state 36, 11 gestori di locali sono stati multati e, in un caso, è stata disposta la chiusura temporanea dell'esercizio. Il nodo sono anche le feste private, un escamotage che, nelle zone, dove il rispetto delle norme è più rigido, consente di sottrarsi alle verifiche delle forze dell'ordine. E anche sui controlli per chi rientri dalle zone calde si procede disordinatamente e ci si affida ancora al senso civico dei turisti che tornano a casa. Alcuni italiani atterrati dalla Serbia e dalla Sardegna con voli diretti a Fiumicino, Milano e Genova non sono stati sottoposti a tampone. E anche chi, da Cagliari è tornato in nave a Civitavecchia non ha subito controlli, neppure la misurazione della temperatura oramai diffusa in tutti gli aeroporti.
LE FESTE PRIVATE. Sugli assembramenti in case terrazze o giardini privati, ovviamente, le forze dell'ordine non possono avere alcun controllo. Ed è proprio questa la nuova strategia, incontrarsi tra le mura domestiche, dove è possibile evitare i distanziamenti e le mascherine. Zone franche dove gli agenti possono intervenire solo in caso di denunce per disturbo della quiete pubblica.
I CONTROLLI. A Genova si va a caccia di eventi pubblici camuffati da party riservati. Domenica, in una riunione convocata dal prefetto Carmen Perrotta è stato organizzato un pattugliamento di tutte le aree della movida: basteranno i decibel un po' più alti ad attirare gli agenti pronti a controllare il rispetto del distanziamento e che gli avventori indossino le mascherine. In caso di violazione si valuterà l'entità della multa e l'eventuale chiusura del locale. Le verifiche riguarderanno anche le spiagge della riviera, i vicoli del centro storico e il lungomare.
Da ilmessaggero.it il 26 agosto 2020. Matteo Salvini ad un appuntamento pubblico senza mascherina. E Clemente Mastella lo multa. Ad annunciare il verbale per il leader della Lega è lo stesso sindaco di Benevento, città campana dove sono avvenuti i fatti. «Il leader della Lega, Matteo Salvini, sarà multato per non aver indossato la mascherina in occasione dell'incontro che ieri ha avuto in via Traiano a Benevento», dice Clemente Mastella, chiarendo che «la manifestazione è avvenuta senza autorizzazione e in concomitanza con un'altra di protesta». «Un comportamento - ha sottolineato il primo cittadino di Benevento - in totale spregio alla normativa, che obbliga tutti dalle ore 18 in poi a indossare le mascherine anche all'aperto e in circostanze di potenziali assembramenti». La Polizia municipale del posto, su incarico di Mastella, ha avviato, con l'ausilio di foto e immagini video, la identificazione anche di coloro che si sono raggruppati intorno a Salvini, senza essere muniti di mascherina.
Benevento, il sindaco Mastella: "Ho chiesto io di multare Salvini. Può creare focolai. Si è fatto mandare a quel paese perfino dai tifosi". Pubblicato giovedì, 27 agosto 2020 da Tiziano Testa su La Repubblica.it Il primo cittadino, dopo la decisione di sanzionare il leader della Lega per i selfie tra la folla senza mascherina: "La manifestazione non era neppure autorizzata. È la prova che lui non è uno statista. Non potrà mai fare il presidente del Consiglio. E qui in Campania non passerà". È sempre piena di ostacoli la campagna elettorale di Matteo Salvini in Campania. È di ieri la contestazione durante un comizio a Cava de' Tirreni ma anche la notizia della multa per il mancato uso della mascherina nella tappa a Benevento: città guidata dal sindaco Clemente Mastella.
Sindaco Mastella, come è nata questa multa? Salvini è stato fermato dai vigili?
"No, sono stato io a notare il suo comportamento sui social. Ho visto le foto senza mascherina in mezzo alla gente. E ho chiesto alla polizia municipale di indagare. Un politico deve essere anche pedagogo. Deve dare l'esempio. E invece con comportamenti così si può creare qualche piccolo focolaio".
Ma ci sono anche altri cittadini multati a Benevento?
"Dura lex sed lex. Salvini deve pagare la multa come tutti. Ma le assicuro che in questi giorni in città sono arrivati diversi artisti, anche Renzo Arbore, ma nessuno si è messo a fare selfie. Tanto più senza mascherina. E le dirò di più: la manifestazione non era neppure autorizzata".
Cioè? La Lega non ha chiesto i permessi?
"No. L'iniziativa era stata presentata come un caffè al bar e poi si è trasformata in tutt'altro. Ha fatto finta di organizzare un caffè al chiuso e invece era fuori dal bar e in un'area non destinata a comizi".
Ma quanto dovrà pagare?
"Non so esattamente. Forse 400 euro, ma su questo può essere più preciso il comandante della polizia municipale. Anche perché c'è una sovrapposizione tra normativa nazionale e regionale: la questione è controversa".
Lei alle Regionali sostiene De Luca. Non è che c'è un po' di accanimento nei confronti di Salvini? In fondo questo voto è in bilico...
"Ma no, qui in Campania non c'è questo rischio. In altre regioni, forse. Qui è riuscito a farsi mandare a quel paese anche dai tifosi del Benevento indossando la maglia del Benevento, dopo quella del Crotone. Se votassero anche gli immigrati musulmani, sarebbe capace di mettersi anche il burqa".
Addirittura... Lei aveva contestato Salvini anche quando andava in giro con la fidanzata mano nella mano durante il lockdown e senza mascherina.
"È la prova che lui non è uno statista. E non sarà mai presidente del Consiglio in Italia"
Se sei di centrodestra è più facile contagiarsi. Deve esserci sfuggito qualcosa. Probabilmente i virologi, nella loro rissa permanente, si sono dimenticati di comunicarci un'informazione fondamentale: chi è di centrodestra ha più possibilità di contrarre il virus. Francesco Maria Del Vigo, Sabato 27/06/2020 su Il Giornale. Deve esserci sfuggito qualcosa. Probabilmente i virologi, nella loro rissa permanente, si sono dimenticati di comunicarci un'informazione fondamentale: chi è di centrodestra ha più possibilità di contrarre il virus. O forse ha una carica virale superiore. Non è dato saperlo con certezza, ma sicuramente se non sei di sinistra necessiti di un distanziamento sociale maggiore. Notizia sconosciuta al mondo della scienza, ma prontamente rintracciata e messa in atto dalla Prefettura di Roma. Ci spieghiamo meglio: il prossimo 4 luglio, nella Capitale, è prevista una manifestazione del centrodestra. Ovviamente l'iniziativa deve essere soggetta a uno scrupoloso mantenimento delle distanze di sicurezza e Giorgia Meloni ha reso noti gli estremi imposti: al massimo 2mila persone in una piazza di 14mila metri quadrati. Di conseguenza ogni manifestante avrà a disposizione 7 metri quadrati cadauno. E qui ci nascono altri dubbi: forse quelli di centrodestra sono tutti sovrappeso o soffrono di agorafobia? Oppure potrebbe essere una questione di igiene, d'altronde come ha detto l'ineffabile Gianrico Carofiglio le piazze di destra sono «un manipolo di gente sudata. Però, in tutte le recenti manifestazioni, comprese quelle del movimento Black lives matter, non ci è parso di vedere simili misure di distanziamento sociale. Anzi, abbiamo scorto democratici e correttissimi assembramenti di essere umani all'apparenza del tutto simili a quelli che scenderanno in piazza a Roma la prossima settimana. Il giallo si infittisce ulteriormente, perché nella ridda di numeri sui metri da rispettare il centrodestra praticamente vince tutte le classifiche. Se andiamo al ristorante dobbiamo stare a due metri dagli altri tavoli e a un metro dagli altri commensali. Ad occhio e croce, se ceniamo in due, ci toccano 4 metri quadrati, ovviamente senza mascherina. Meno del recinto invisibile nel quale hanno confinato i poveri manifestanti. Sui mezzi pubblici (con mascherina) la distanza da un passeggero all'altro scende a un metro. In palestra, come al ristorante, si torna ai 2 metri. Al mare risaliamo fino a 5 metri tra un'ombrellone e l'altro, ma sotto l'ombrellone la distanza ridiscende, per poi precipitare a un metro mentre si è in acqua (esattamente come a scuola, non si capisce in base a quale criterio). Tutte circostanze potenzialmente pericolose ma, secondo i papaveri della Prefettura di Roma, mai quanto la sciaguratissima manifestazione del 4 luglio. Così, al netto di tutti i possibili complottismi scientifico-sanitari, ci viene il dubbio che le piazze quando non sono di sinistra diano un certo fastidio. Provochino allergie e mal di testa a quelli che pensano di avere il monopolio delle manifestazioni. Loro pensano di depotenziare una piazza con la scusa del distanziamento sociale, ma non si accorgono che stanno solo distanziandosi ancor di più dalla società.
Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 19 giugno 2020. Calci di rigore, il Napoli vince la Coppa Italia, i tifosi invadono le strade, a decine di migliaia riempiono le piazze, si arrampicano sulle fontane, accalcati e senza mascherine. Ci sono danni ai monumenti, qualche scippo, perfino dei colpi di pistola che feriscono un 45enne. La folla dei tifosi dilaga come se l'emergenza Covid-19 fosse in una realtà parallela, come se il virus non potesse trovare una fenomenale opportunità di viaggiare tra persone che si abbracciano, si baciano, urlano, cantano e rilanciano nell'aria le famigerate droplets, le goccioline causa del contagio. Pensare che in Campania, fino al 22 giugno, la mascherina sarebbe obbligatoria anche all'aperto, in realtà nessuno la indossa. Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, osserva: «Sciagurati, inaccettabile ciò che è successo, sembra che tutti si siano dimenticati delle immagini dei pazienti in terapia intensiva. Queste persone andavano disperse dalla Polizia municipale, ma non conosco le disposizioni delle autorità locali». Ma all'aperto non è minore il rischio di contagio? Guerra: «Non è questione di essere all'aperto o al chiuso, questi tifosi si sono montati addosso l'un con l'altro. Si sono urlati in faccia, per decine di minuti, mezz'ora. Si figuri che razza di bombardamento di goccioline. Mi auguro soltanto che siamo graziati dal fatto che lì la circolazione del virus è bassa, mi auguro che San Gennaro faccia la grazia e sia benevolo nei confronti di queste persone. Tra l'altro, ricordiamoci il ruolo che ha avuto nella diffusione del virus un'altra partita di calcio, Atalanta-Valencia e anche lì eravamo all'aperto». Matteo Salvini, leader della Lega, che è stato bersaglio di critiche per la manifestazione a Roma in cui lui stesso si è avvicinato ad altre persone senza mascherina, va subito all'attacco di Vincenzo De Luca, governatore della Campania: «Mi domando dove era il signor De Luca, quello che era pronto a usare il bazooka contro i milanesi e gli italiani che andavano in giro per la Campania. Forse ieri De Luca si era addormentato». Salvini chiede anche la riapertura al pubblico degli stadi, sia pure con capienza ridotta. Bene, ma da Napoli come rispondono di fronte a un oggettivo mancato rispetto delle regole sul distanziamento? La nuova normalità l'altra sera era molto simile alla vecchia normalità pre Covid. De Luca, che tra bazooka e invettive contro i runner con la pancia, è divenuto popolare in tutto il mondo per le sue sparate contro chi non rispetta le regole anti epidemia, è criptico. In Campania in autunno si andrà al voto e la leader di Fdi, Giorgia Meloni, ironizza: «De Luca voleva andare con il lanciafiamme alle comunioni, eppure non ho visto un suo video, forse ha pensato che non era utile per la campagna elettorale». Il governatore della Campania in serata scrive su Facebook: «Daremo domani, senza fretta, una risposta congrua a un somaro geneticamente puro. Per il resto, parlando di cose piacevoli, onore a Gattuso e lunga vita al catenaccio, che si conferma uno strumento di perfida efficacia nel fare impazzire gli avversari, e capace di produrre un godimento sportivo di rara intensità». Neppure una parola sui rischi collegati agli assembramenti. Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, li giustifica: «Vista l'impossibilità di andare allo stadio, solo chi non conosce Napoli può pensare che dopo una vittoria contro la Juventus di Sarri e di Higuain, i napoletani sarebbero rimasti in casa a esultare tra le quattro mura. Questo non significa che in città c'è superficialità anche perché ormai dai primi di giugno a Napoli c'è contagio zero e ieri sera in piazza c'erano solo napoletani». Stoccata anche contro De Luca: «Evidentemente si è scaricato anche il lanciafiamme, lo ha messo a riposo, nello scantinato, si è messo paura del popolo». C'è un bel clima di festa e ironia, quasi non sembra che in Campania vi sono ancora pazienti in terapia intensiva per Covid-19.
Da ilmessaggero.it il 19 giugno 2020. Vincenzo De Luca dà del somaro a Matteo Salvini per le sue critiche ai festeggiamenti-assembramenti a Napoli per la vittoria nella finale della Coppa Italia contro la Juventus. E questa volta Crozza farà davvero molta fatica a esibirsi in un'imitazione all'altezza dell'originale governatore della Campania. «Daremo domani, senza fretta, una risposta congrua a un somaro geneticamente puro. Per il resto, parlando di cose piacevoli, onore a Rino Gattuso e lunga vita al catenaccio, che si conferma uno strumento di perfida efficacia nel fare impazzire gli avversari, e capace di produrre un godimento sportivo di rara intensità». Lo scrive su Facebook il governatore della Campania Vincenzo De Luca in risposta alle polemiche sui festeggiamenti per la vittoria della Coppa Italia. Tra i critici che hanno chiamato in causa direttamente De Luca c'è Matteo Salvini. E, per dirla tutta, c'è pure l'Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità. Il leader della Lega in mattina si era chiesto: «Mi domando dove era il signor De Luca, quello che era pronto a usare il bazooka contro i milanesi e gli italiani che andavano in giro per la Campania. Forse ieri De Luca si era addormentato», ha detto Salvini, commentando a «Mattino 5» su Canale 5, le scene di festa collettiva, senza alcun rispetto per le norme di prevenzione del Coronavirus, che hanno accompagnato in città la vittoria del Napoli in coppa Italia. «Di sicuro per qualcuno della sinistra la responsabilità di quanto è accaduto è mia - ha ironizzato Salvini rispondendo a una domanda fu quale deve essere l'autorità che avrebbe dovuto impedire gli assembramenti - dipende dal comune per la gestione della Polizia municipale, dalla regione che deve emettere le ordinanze e dal ministero dell'Interno che deve gestire l'ordine pubblico». «Quindi il ministro Lamorgese, il governatore De Luca e il sindaco de Magistris, che mi hanno tirato in ballo per mezzo metro quadrato di distanza in una piazza o per una mascherina messa male per due centimetri, mi sembra che dovrebbero guardare le immagini dove ci sono migliaia di persone festanti. Sono contento per loro, per Gattuso e i tifosi del Napoli». Se dipendesse da me - ha concluso Salvini - comunque lascerei più libertà alle persone. È stato giusto chiudersi in casa, ma adesso gli italiani chiedono la libertà di amare, di uscire, di ascoltare musica, di passeggiare. Speso che il governo si sia dimenticato dei 60.000 spioni che avrebbero dovuto seguire gli italiani. Vanno avanti? Non mi stupisco».
Dagospia il 19 giugno 2020. Da video.repubblica.it. "Un cafone politico tre volte somaro". Così il governatore Vincenzo De Luca attacca, senza mai nominarlo, il leader della Lega Matteo Salvini che aveva criticato la festa in piazza dei tifosi del Napoli dopo la vittoria della Coppa Italia. De Luca dice che "sarebbe successo ovunque" e ricorda che a Torino per una partita di calcio della Juve "ci sono stati morti e feriti in piazza". A Milano, se avesse vinto l'Inter, "si sarebbe scatenata l'ira di Dio. Senza nessuna vittoria ci sono stati assembramenti ai Navigli e abbiamo visto immagini di movida scapigliata in Veneto, ma nessuno ha chiesto al presidente della regione cosa ne pensasse". "Tutti quelli che hanno buon senso - sottolinea il governatore - sanno che sarebbe successo dovunque, ma siccome è capitato a Napoli, il cafone ha ritenuto di fare dei commenti. Io credo che quel cafone politico abbia dimostrato di essere davvero tre volte somaro, non una volta sola". De Luca definisce più volte "Neanderthal" Salvini e lo apostrofa: "Ha la faccia come il suo fondo schiena per altro usurato". Per il governatore si sono sentiti "commenti che dimostrano una propensione sotterranea allo sciacallaggio e persino al razzismo nei confronti di Napoli e della Campania e del Sud che pare difficile da estirpare".
Fabrizio Roncone per “il Corriere della Sera” il 23 giugno 2020. Arriva l'ultimo video di Vincenzo De Luca e, stavolta, non fa ridere. Lui, reo confesso, insiste: «Il somaro si meritava tutto e molto altro». Ecco: il somaro. Cioè Matteo Salvini. Ma andiamo con ordine. Perché come gli altri video di De Luca, anche questo è diventato subito virale. Il presidente della Campania ha ormai quella sua maschera, quello sguardo vitreo, quella voce tremante e tagliente; Maurizio Crozza, che pure lo imitava benissimo, ha dovuto desistere: l'originale ha addirittura maggior impatto mediatico. La sensazione è che però ormai De Luca sia prigioniero del suo personaggio. Eccessivo e visionario. Bieco e intimidatorio. Sempre dentro un situazionismo magnetico che, lentamente, è diventato stucchevole. E inaccettabile. Ecco cosa ha detto De Luca venerdì pomeriggio nella sua tradizionale diretta su Facebook (da cui poi vengono estrapolati i video cult), rispondendo a Salvini, dopo le polemiche scatenate dai festeggiamenti dei tifosi del Napoli, in una bolgia di abbracci ed allegria, per la conquista della Coppa Italia. « Dobbiamo dedicare qualche nostro pensiero a un somaro politico che ha ripreso a ragliare siccome l'episodio è capitato a Napoli, il cafone ha ritenuto di fare dei commenti. Bene, io credo che quel cafone politico abbia dimostrato di essere tre volte somaro. Se il 2 giugno infatti organizza a Roma una manifestazione insieme alla Vispa Teresa - così De Luca chiama Giorgia Meloni - una manifestazione in totale violazione di tutte le norme anti-assembramento, e ad organizzarla non è un giovane tifoso, ma il segretario di un partito e poi si permette di aprire bocca». Finale: «vuol dire che questo esponente politico ha la faccia come il suo fondoschiena per altro usurato ». Ha detto proprio così: « per altro usurato». No, non fa ridere. Spazzando via ogni ipocrisia: nelle prime tremende settimane del lockdown, De Luca fu tra i più veloci ad intuire come il Paese fosse finito dentro una brutta storia e i suoi messaggi, ad un certo punto, pur come sempre allucinati, sembrarono possedere una loro forza persuasiva. «Mi arrivano notizie che qualcuno starebbe organizzando feste di laurea Beh, sappiate che manderò i carabinieri. Ma con il lanciafiamme». Chiusi in casa, sui balconi a cantare l'Inno di Mameli per darci coraggio, mentre a Bergamo le bare venivano caricate sopra i camion militari: a molti sembrò che De Luca, sulla scena apocalittica del Coronavirus, facesse il suo lavoro, sdrammatizzando. Può darsi fosse la percezione giusta, ma magari no, eravamo tutti così travolti dallo stupore e dalla paura e non è facile, adesso, valutare e guardarci indietro, servirà del tempo, e poi non è nemmeno certo che sia del tutto finita. Certo, invece, è che il De Luca parlante nell'ultimo video è però molto simile al De Luca spavaldo e arrogante raccontato dai reportage scritti negli ultimi venticinque anni: la Campania gestita e attraversata come fosse un Granducato, mischiando il dialetto a Cicerone, pittoresco e ruvido, ferocemente sempre in carriera, il grigio dirigente comunista che inizia la scalata al potere riuscendo a prendersi Salerno per quattro volte, sindaco con effetti speciali, i manganelli ai vigili urbani - «il manganello è un commovente oggetto di persuasione» - e le fontane d'acqua nelle piazze: e poi sempre un ghigno di purissimo scherno per ogni inchiesta giudiziaria, per ogni soprannome, lo chiamano Fidel, Sceriffo, O' Faraone, e lui gode, conta le tessere, insulta gli avversari. Li ha sempre insultati, o minacciati. Un vizio antico. Stefano Caldoro (di nuovo prossimo avversario): «Un pastorello di San Gregorio armeno». Luigi Cesaro (all'epoca, presidente della Provincia di Napoli): «È un oltraggio alla biologia, una polpetta». Marco Travaglio, direttore del Fatto: «È uno sfessato. Spero di incontrarlo di notte per strada». Vittorio Feltri, direttore di Libero: «Noi meridionali inferiori? Dipende da quello che decidiamo di misurare». Michele Santoro: «Me lo ricordo quando, candidato alle Europee, mi chiamava perché gli serviva una mano. Cialtroni, gentaglia, personaggetti». Rosy Bindi (ospite su La7 di Lilli Gruber): «Impresentabile sotto tutti i punti di vista». Miguel Gotor (storico e, all'epoca, senatore del Pd): «È un ballerino di flamenco». Roberto Fico: «Il chierichetto». Luigi De Magistris: «Questo sindachetto chiamato Giggino». Poi va da Fabio Fazio, lo definisce «fratacchione» e allora tutti a ridere di gusto, come quando giura d'essere un «gobettiano liberale». Il trucco di essere divertente, ogni tanto, gli riesce ancora. Astuto, spregiudicato, mai sazio. «Faccio tutto per la mia gente», ma poi ha messo su un asse dinastico da autentico satrapo: un figlio, Piero, deputato del Pd, e l'altro, Roberto, assessore fino a due anni fa. Ammette. «Anni di politica, di comizi, insegnano: devi parlare semplice, come la gente. E siccome poi la gente vuole anche sorridere, se ci metti dentro un po' di ironia, è meglio». Così, per essere ancora più ironico, De Luca aggiunge: «Salvini? Quello porta "seccia", lavora perché torni l'epidemia». In questi casi, di solito, poi interviene un familiare: calmati, frena, cambia i toni. Ci sarebbe anche il segretario del partito di riferimento, Nicola Zingaretti. Ma Zingaretti vuole vincere le elezioni regionali pure in Campania, e non telefonerà a «Big Enzo», come lo chiama su Instagram - entusiasta - Naomi Campbell.
Lo stile di De Luca a metà tra Togliatti e Ninì Tirabusciò. Marco Demarco su Il Riformista il 20 Giugno 2020. Attesa, prevista, e per la prima volta addirittura annunciata con un giorno di anticipo, ecco, puntuale, la risposta di De Luca a Salvini. Il quale aveva osato provocarlo a proposito dei festeggiamenti di piazza dopo la vittoria del Napoli sulla Juve nella finale di Coppa Italia. Che fine aveva fatto l’uomo del bazooka anti-virus, anti-ammucchiate, anti-cinghialoni in tuta da jogging e anti-ricevimenti post laurea? Com’è – implicita conclusione – che contro i tifosi azzurri, gestori potenziali di un incalcolabile consenso, non ha avuto il coraggio di “sparare”?
De Luca: «Salvini è un somaro, un asino, un equino, un cafone, un uomo di Neanderthal, uno sciacallo, un fariseo e ha la faccia come un fondoschiena, per giunta usurato». E nel merito? Nulla, a parte una strizzata d’occhio ai tifosi (la cui gioia ora è legittima, mentre non lo era quella di un neolaureato) e tanti complimenti a Gattuso e alla squadra. Tutto questo dal sito della Regione Campania, con la bandiera italiana alle spalle. Salvini è stato colpito, certo. Ma anche il decoro istituzionale. E sarebbe ora di porre un argine a tutto questo. Secondo molti, a De Luca calzerebbe a pennello l’ossimoro del vino. Più invecchia più migliora, più matura più esprime vitalità. In effetti, calca la scena politica da quasi mezzo secolo, ma più passa il tempo più conquista il centro del palco: la sua popolarità non conosce parabole, diversamente dalla sua carriera che invece non è stata sempre lineare. Sottosegretario, mai ministro, sempre amministratore locale.
Ma calca la scena: questo è il problema. Gli piace teatralizzare la polemica al punto che il Foglio, un giornale amico, di recente lo ha paragonato a Maria Campi, la sciantosa trasteverina, che inventò il numero più richiesto nei café chantant: la “mossa”, il colpo d’anca che eccitava il pubblico e strappava l’applauso. Proprio come Ninì Tirabusciò, la protagonista della canzone resa celebre da Maria Campi, anche De Luca piazza la sua “mossa”, la sua battuta, la sua graffiata polemica, al momento giusto. Ieri, addirittura all’inizio della diretta Facebook, essendo la platea già calda, pronta ad accoglierla. Ma riecco il problema. Il modello ispiratore di De Luca è decisamente Togliatti. Colto e impareggiabile polemista, anche Togliatti graffiava, offendeva, e spesso era greve, addirittura volgare. Le sue aggressioni verbali erano però programmate, non programmatiche. Per questo, a nessuno è mai venuto in mente di allineare il mitico segretario del Pci a Ninì Tirabusciò. De Luca, invece, accetta, anzi, cerca e suggerisce simili paragoni, e quasi se ne vanta. Così come gli piace sentirsi dire che ormai ha superato in presenza scenica Maurizio Crozza, il suo miglior imitatore. Nel suo caso la “mossa” diventa un fine, non un mezzo. E il rischio è evidente. Dietro l’angolo, se non una macchietta, c’è in agguato una maschera del teatro dell’arte: popolare e amata, ma pur sempre regionale e mai rappresentativa dello spirito nazionale. Perché andarle incontro? Tra l’altro, De Luca dovrebbe riflettere anche su un altro aspetto della vicenda. Anche ieri la performance antisalviniana è stata accolta con le solite ovazioni da stadio da parte dei fan. Eppure, questa volta la sensazione è stata di un rito nel rito; che chi, dopo il bazooka, si aspettava da De Luca il ricorso al fucile smaterializzante dei ghostbuster sia rimasto in realtà deluso. Il fatto è che le battute contro Salvini non gli vengono bene. Cosa vuol dire, come anche lo ha appellato, “somaro geneticamente puro”? E sfotterlo per il rapporto non coltivato con la Isoardi? Così chi ha colpito con questi toni, da questi stessi può essere affondato.
Da thewam.net il 20 giugno 2020. Il governatore De Luca non ha parlato solo di Salvini e del calcio, ha affrontato anche le questioni socio economiche e sanitarie della Campania. Anche se i riferimenti al leader del Carroccio sono stati costanti. Come costante è stata l'esibizione dell'orgoglio sudista, che è ormai una caposaldo della dialettica deluchiana.
Al suo posto con la Isoardi non avrei mangiato broccoletti. Ma prima delle questioni economiche, non ha risparmiato all'ex ministro dell'Interno, un'altra stoccata, questa volta di natura quasi sessuale. "Noi - ha dichiarato riferendosi a Salvini - siamo diversi da quel somaro. Con una donna così bella (il riferimento è alla ex di Salvini, Elisa Isoardi), che gli è capitata, si apre un'anomalia della storia: noi non avremmo passato le serata a mangiare broccoletti e fare tweet...". Poi De Luca è passato alla Regione, e alle iniziative che sono state prese e si prenderanno per far fronte alla crisi post covid.
Il nostro piano economico sociale. "Abbiamo avviato al lavoro - dichiara con soddisfazione - i primi giovani nella Regione Campania. E' stato un cammino tormentato. Anche fare un concorso in questo Paese è una guerra. A questi 2500 se ne aggiungono altri assunti all'Eav". "Il piano economico-sociale - ha aggiunto - va avanti. Alcuni organi di informazione hanno pubblicato fotografie enormi sulla festa dei tifosi, ma non hanno detto niente sul nostro piano economico-sociale. Abbiamo dato 2mila euro alle imprese, mille euro a 60mila professionisti, contributi alle famiglie con disabili e bambini sotto i 15 anni, abbiamo alzato le pensioni a 230mila anziani. Abbiamo pensato ai tassisti, agli albergatori, a chi ha B&B. Queste cose, uniche in Italia, chissà perché non fanno notizia".
Stati generali, la saga delle buone intenzioni. "Il governo nazionale - ha continuato - è impegnato negli stati generali. Una delle cose che potremmo fare è un piano per il lavoro dedicato ai giovani del sud da mandare nella pubblica amministrazione. L'ho proposto 3 anni fa nell'indifferenza generale. Si può fare. Diamo concretezza agli stati generali. E chiudiamoli in fretta. Poi dovremmo definire un programma di governo, che non sia però la saga delle buone intenzioni e delle cerimonie. Per il sud serve un piano che dia lavoro a 300mila giovani. E quindi: subito concorsi nella pubblica amministrazione". "Ma non solo - ha continuato -. Agevoliamo fiscalmente chi investe qui. Detassiamo gli utili di impresa. Portiamo il modello olandese nel Mezzogiorno. Imponiamo un obbligo rigoroso per le grandi aziende pubbliche: devono investire il 35% delle risorse negli interventi che riguardano il sud".
Sburocratizziamo il Paese, e iniziamo da questo..."Che altro potremmo suggerire... - ha riflettuto il Governatore -. Bisogna sburocratizzare. Cominciamo a fare un piccolo passo. Stabiliamo per esempio che i pareri ambientarli debba darli la Regione, non il Ministero. Ridefiniamo le soprintendenze. Dividiamo beni di valore nazionale e demandiamo a comuni e regioni gli altri pareri. E fissiamo per tutti 3 mesi. Dopo i quali vale il silenzio assenso. Sono suggerimenti che servono a sbloccare l'Italia. Il codice degli appalti ha già avuto 3 cambiamenti. Ve le scriviamo noi due paginette".
Cancellare l'abuso d'ufficio. "Cancelliamo - ha continuato - l'abuso in atto d'ufficio che paralizza la pubblica amministrazione italiana. E' un privilegio per la casta: vale per funzionari e amministratori locali, ma non vale per ministri, viceministri e senatori. Sono piccole cose. Non servono concili, conclavi e stati generali. Basta parlare con un funzionario o con un amministratore locale".
Interventi su scuola e sanità. "E poi - ha continuato - interveniamo su scuola e sanità. Il reddito di cittadinanza ci costa 9 miliardi. Esattamente quanto costa l'università italiana. Bisogna ragionare con rigore senza sprecare miliardi. Soprattutto se poi scopriamo che s'è dato il contributo anche a qualche camorrista. Io dedicherei parte di quei soldi al sistema scolastico".
Grande piano per il territorio. "Facciamo - ha dichiarato - un grande piano di manutenzione del territorio. Riprendiamo in mano la gestione delle acque per esempio. Facciamo un censimento con le Regioni. Sono cose semplici e concrete, per questo non si faranno. Siamo un Paese ricco di statisti e povero di buoni amministratori. Siamo un Paese che non ha capito che una democrazia è forte non per le promesse ma per i risultati e le decisioni che offre. Se seguite gli stati generali e scoprite che ne è uscita qualcosa di buoni, vi prego, fatemelo sapere. Ho la sensazione che finirà come il concilio di Nicea: risolveremo la transustanzazione tra il Padre e il Figlio. Di concreto non vedremo atti. Però ci hanno detto che prima o poi e poi e poi e poi... Nel frattempo nessuno dice una parola su quei nodi burocratici ancora fortemente presenti a Roma, nelle burocrazie centrali dei ministeri, dove ci sono vecchi marpioni che prendono per i fondelli ministri improbabili. Ci sono funzionari che contano il tempo in epoche geologiche, non in giorni, mesi o anni. Sono ancora lì."
Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 20 giugno 2020. Per carità, nessuna ordinanza che glielo vieti, nel Lazio, ma ieri sera i romani che li hanno visti ridere e scherzare tra tanta gente, dietro la centrale e affollata Pizza Navona, sono rimasti perplessi. Attilio Fontana e Giulio Gallera erano a chiacchierare senza mascherina, in mezzo a molte persone, ben sapendo che la politica, specie quella che arriva dalla regione più toccata dalla tragedia del Coronavirus e in cui i contagi non sono ancora una faccenda risolta, dovrebbe dare il buon esempio. E il buon esempio, al di là di ordinanze di presidenti di regione che ormai si affidano più al buonsenso individuale che ad altro, dovrebbe essere – forse – che in luoghi affollati, soprattutto chi arriva da regioni in cui il rischio esiste ancora più che in altre, dovrebbe/potrebbe mettere la mascherina. Specie se ha un ruolo istituzionale. Lo sa bene chi accompagnava Fontana e Gallera ieri sera nella passeggiata romana, visto che il ragazzo che ha scattato le foto si è ritrovato con una signora (la segretaria? un’assistente?) alterata di fronte a lui, che sbraitava: “Non può fare foto, cancelli le foto!”. Lo racconta A., il fotografo improvvisato, a TPI e aggiunge: “Si è poi avvicinata subito ad Attilio Fontana per dire testuali parole: “Attilio metti la mascherina, questi stronzi stanno fotografando. Per poi aggiungere mentre me ne andavo: qui non è obbligatorio indossarla!”. Che poi è anche vero. Sarebbe ancora una volta però obbligatorio un bel corso di comunicazione politica per Fontana e Gallera. Ma forse quello è l’ultimo dei (loro) problemi.
No global, anarchici e sinistra Sabato caldo in tre "piazze". Tensione per i cortei sotto la Regione e in via Padova Il Pd manifesta in Duomo: sciacallaggio per avere voti. Chiara Campo, Venerdì 19/06/2020 su Il Giornale. I manifesti con un grattacielo in fiamme «non lasciano presagire niente di buono» ammette l'assessore regionale Fdi Riccardo De Corato. E forse non sbaglia. Domani sarà un sabato ad alta tensione a Milano, tre manifestazioni contro la Regione - dalla sinistra che prova sfruttare l'emergenza Covid per lanciare con largo d'anticipo la campagna per il Pirellone dove non tocca palla da 26 anni - ai centri sociali che hanno imbrattato giorni fa la statua di Indro Montanelli o scritto insulti sui muri contro Fontana e Sala, fino al corteo degli anarchici. Quello che simboleggia la città a ferro e fuoco e tiene in allarme le forze dell'ordine. In ordine di escalation, il primo flash mob è quello promosso da una settantina di associazioni in piazza Duomo alle 15 - con la regia dell'eurodeputato Pd Pierfrancesco Majorino - contro la sanità lombarda. La segretaria dem Patrizia Roggiani ha precisato che il partito sarà presente con una delegazione, per evitare assembramenti. Vengono rilanciate le regole da seguire per evitare polemiche: da rimanere fermi al posto segnato col gessetto fino a «evitare di condividere cellulari e bottiglie d'acqua». A parlare dal palco i soliti Claudio Bisio, Lella Costa, Cecilia Sarti Strada, Vittorio Agnoletto, Susanna Camusso e ovviamente Majorino che in piena emergenza si è scatenato contro l'assessore al Welfare Giulio Gallera e il governatore Attilio Fontana e, più che al voto in Regione, guarda a invece quello del 2020 in Comune, sperando in cuor suo che Beppe Sala non si ricandidi per provarci. «Da mesi il Pd specula su una tragedia per gettare fango sulla Regione - commenta il capogruppo lombardo di Forza Italia Gianluca Comazzi -. Il sabotaggio della commissione d'inchiesta sul Covid lo dimostra: alla sinistra interessano più i giochi di potere che gli approfondimenti sulla gestione della pandemia, che potrebbero mettere in luce responsabilità evidenti da parte del Governo Conte. Per questo il Pd ha messo subito il cappello sulla manifestazione: non riuscendo a vincere alle urne la sinistra soffia sul fuoco della protesta, nella speranza di conquistare una regione che da oltre vent'anni li vede relegati all'opposizione. Non stupisce neanche l'attivismo di Majorino: scomparso per mesi dai radar, spera forse che Sala gli lasci la poltrona libera». Il commissario cittadino della Lega Stefano Bolognini sottolinea che «in città decine di attività non riapriranno, in migliaia hanno perso il lavoro o aspettano la Cig e da Majorino e Pd non abbiamo sentito una critica al governo». Alla stessa ora, le 15, i centri sociali manifesteranno sotto Palazzo Lombardia. L'appuntamento viene rilanciato tra gli altri da Lume (che ha rivendicato domenica scorsa l'assalto con la vernice rossa alla statua di Montanelli), collettivo Zam (su cui indaga la Procura per le scritte anti Fontana su muri) e dal Lambretta, tutti accomunati dall'occupazione illegale di spazi pubblici. «É l'ennesimo schiaffo alla città da parte della sinistra estrema e radicale che gode dell'impunità garantita dal Comune» ammette l'eurodeputata leghista Silvia Sardone. Parla ovviamente anche del terzo appuntamento, quello promosso da sigle anarchiche che arriveranno anche dal resto della regione ed è considerati e ad alta tensione. Alle 16 il concentramento in piazzale Loreto, poi il presidio si trasformerà in corteo lungo via Padova e oltre. «Non vogliamo tornare alla normalità perchè la normalità era il problema» lo slogan. Tra le richieste però c'è la «liberazione dei compagni anarchici» arrestati per terrorismo tra Milano e Bologna lo scorso 13 giugno. Niente a che vedere con la sanità. Il governatore Attilio Fontana invece sarà a Roma: domani accompagnerà una delegazione di medici e infermieri lombardi in visita da Papa Francesco.
L’Oms a piazze alterne: Napoli no, Black lives matter sì. Max Del Papa, 19 giugno 2020 su Nicolaporro.it. C’era una volta un maturo procuratore della Repubblica che elargiva perle di saggezza forense all’imberbe cronista: “Vedi Del Papa, il Diritto è come la pelle dei coglione: va dove lo tiri”. Fu la lezione di legge e di vita più importante, valse più quella di 5 anni a Giurisprudenza; il cronista, ormai stagionato anche lui, non cessa di ricordarla ogni volta che può, per esempio scorrendo le chat di Palamara: i coglioni in questo caso siamo noi cittadini, che del Diritto, della Giustizia nutrivamo residua fiducia. Anche il lockdown è come il Diritto, e anche l’isolamento; il contagio invece è più come la Legge in sé, coi nemici si applica cogli amici si interpreta. Così, può accadere che, dopo la finale in cui il Ciuccio si lavora per bene la Zebra (e questa è cosa buona è giusta), per la Campania tutta tracimino in strada fiumane di genti, di plebi ebbre d’orgasmo con tanti pernacchi al distanziamento sociale, alle mascherine, alle ondate di ritorno. Per carità, si può capire: lo sport, faceva dire Guareschi a don Camillo al cospetto del Cristo, è una faccenda tutta speciale, chi c’è dentro c’è dentro. Quello che si capisce meno è la doppia morale sportivo-sanitaria dei gendarmi della sicurezza, quelli che oddio arriva la seconda ondata, i virologi del malaugurio, i supermanager menagramo d’un menagramo, la compagnia della buonamorte giornalistica, i censori della Movida e tutto il resto del rompicoglionaio dalle Alpi ad Ancona: l’altra metà del paese è presente (nelle piazze) e giustificata. Il governatore Vincenzo De Luca, per esempio: neanche una bazookata, dev’essergli rimasto il mortaio in gola. I giornalisti, come Mentana ma non solo, che fan professione di democristianismo: “Ha ragione, per carità: ma il calcio senza festeggiamenti è un gioco da playstation. Fossi stato tifoso del Napoli sarei sceso in strada anch’io”. Ovvia, ce l’aveva con Ranieri Guerra Mazzanti Vien Dal Mare, uno dei tanti Savonarola della Oms, organizzazione mondiale scassamaroni, quella che non ne imbrocca mezza manco per sbaglio e cambia idea dalla sera alla mattina quasi quanto la non-virologa Capua, forse per colpa della laboriosa traduzione delle veline dal mandarino cinese. Ma il meglio del meglio, come spesso accade, vien dal sindaco da centro sociale De Magistris, non per niente ex magistrato: “Macché sciagurati, ha vinto il contagio della felicità”. E dopo il contagio della felicità, che ricorda il Chominciamento di gioia, tutto diventa possibile e si spalancano orizzonti di gloria. A patto di stare al meridiano ideologico giusto. I partenopei possono fiumare in strada, jammo jà, perché tengono il sole int’o core, sono allegri, scanzonati e fottono pure ‘o virus; i longobardi no, sono brutti, stronzi, grigi e pensano sempre a laurà, come li inchioda Michele Serra, grosso intellettuale; e che dire di Christian Raimo, maestro anche di stile, uno che, come indossa la cravatta lui, dà dei punti anche a Valentino, altra gran testa di compagno: ce la ricordiamo, sì, la sua squisita, raffinatissima ironia sulla “Milano da bare”? Ma non era l’unico, nei giorni in cui i lombardi cadevano come mosche quasi tutto il sud non nascondeva la soddisfazione, vivendo la strage come un’Ordalia verso quei razzisti e sfruttatori del Mezzogiorno. E quella resterà come una delle pagine più mortificanti, più avvilenti e più bugiarde della retorica sull’unità della nazione e sull’amor di patria. Se c’è una cosa che il Covid ha dimostrato, anzi confermato, è che l’unità nazionale non esiste e la ricucitura tra nord e sud sta giusto nella Costituzione, nei pistolotti del Presidente di turno, nella retorica da lancio d’agenzia. La realtà essendo che anche un’epidemia ha contribuito a distanziare il paese, a disseppellire antiche diffidenze, a riesumare pregiudizi e campanilismi anche mediocri. E ad acuire la sensazione di una severità del potere che, passato un certo limite, si fa indulgenza, complicità. Non solo in senso geografico. I mikranti sì, garantisce Bergoglio; le partite IVA no, sono sfigate e debbono morire. I Black Lives Matter sì, ora hanno anche l’inno nazionale, Fratelli d’Italia revisited, feat. Sergio Sylvestre, roba che i Sex Pistols con God Save The Queen erano più ortodossi; i commercianti e povericristi che si radunano in Duomo no, arriva la Digos e li multa uno per uno di persona personalmente. I centri sociali, gli anarcocasinisti, i professionisti dell’Anpi, gli antifà e i fancazzisti, i sentinelli e le sardine, i bombaroli e gli spacciatori, i villeggianti del 25 aprile e del primomaggio sì, per coscienza sociale; i destroidi con mascherina tricolore no, quelli sono sovranisti, sessisti, fascisti, fetidi, asintomatici, infettivi e pure evasori. I tifosi del Napule assolutamente, che problema c’è? Le mamme che pretendono di riabbracciare la prole dopo tre mesi via, via, delinquenti, criminali, specie se madri naturali, non surrogate, non succedanee. Da una parte gli immuni per ideologia divina e senza app; dall’altra gl’impestati genetici, i contagiosi, scriteriati, leghisti, dopati di Movida, qualunquisti indifferenti al bene comune e all’altro mondo possibile, equo, solidale e ecocompatibile, che vanno “imbalsamati e insaccati in tanti profilattici” (Renato Zero). La fobia della pandemia è roba da populace, da zotici nordisti i quali, come dice l’ex magistrato, oggi scrittor piddino Caroglio, sudano, ergo puzzano. Mica da delicatissimi, purissimi, lievissimi ospiti delle conviviali di Villa Pamphilj, stuzzichini e intrallazzi en plen air. Poi, dovesse arrivare per davvero la seconda ondata (ma noi non ci crediamo), si troverà modo di trovare un capro espiatorio. Preferibilmente all’ombra della Madunina, dove si agitano termitai di schiavisti che dedicano statue a colonialisti pedofili, senza fantasia, senza chominciamento di gioia. Se no, Gramsci che l’abbiamo tenuto a fare? Max Del Papa, 19 giugno 2020
"Multata per abbraccio a figlio? È inopportuno, la pagheremo noi". Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, nel corso di un’intervista telefonica, si impegna a porre una soluzione al caso di una madre che è stata multata di 400 euro per aver abbracciato il figlio. Francesco Curridori, Sabato 13/06/2020 su Il Giornale. “È mia intenzione provvedere come sindacato di polizia provvedere al pagamento di una sanzione che ritengo inopportuna”. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp (Coordinamento per l'indipendenza sindacale delle forze di polizia), nel corso di un’intervista telefonica, si impegna a porre una soluzione al caso di una donna che è stata multata di 400 euro per aver abbracciato il figlio che da alcuni anni non vive più con lei ed è stato affidato ai servizi sociali.
Abbraccia il figlio: multa di 400 euro. Cosa pensa di questa vicenda?
"Il problema parte dalla sottrazione del minore alla madre in un quadro che è assolutamente controverso. Questo bambino le è stato tolto senza che lei lo avesse mai maltrattato o che avesse avuto comportamenti non confacenti all’esercizio della responsabilità genitoriale. Lei non lavorava e ha semplicemente chiesto aiuto ai servizi sociali. Qui, poi, abbiamo un figlio che salta al collo di una madre che non vede da quattro mesi e gli assistenti sociali che chiamano i carabinieri per far redigere un verbale per la violazione delle norme sul distanziamento sociale".
Ma i carabinieri non potevano agire diversamente?
"I carabinieri, ovviamente, sono stati costretti ad effettuare questa sanzione amministrativa. Sono convinto che i colleghi dell’Arma mai avrebbero comminato tale multa. Hanno fatto il loro dovere come avrebbero dovuto fare i poliziotti. Questo è uno dei casi in cui l’applicazione della norma non è un atto di giustizia. Fare il proprio dovere non significa non avere un cuore e, perciò, noi molto spesso arriviamo a comprare il cibo per gli arrestati che sono in carcere in attesa del processo per direttissima".
Cosa ci insegna questa vicenda?
"Questa vicenda fa rilevare l’inadeguatezza di alcuni impianti normativi che sono stati introdotti con l’emergenza Covid. Questa storia fa parte di una delle discriminanti non previste dalla norma. Non dimentichiamo che il premier Conte ha lasciato parecchio perplessi quando ha usato il termine congiunti e, poi, nascono le storture come questa".
A proposito di storture giudiziarie, perché i minori non vengono mai tolti alle famiglie rom?
"Io me lo chiedo da 30 anni. Viviamo questa situazione come uno schiaffo. Quando noi fermiamo i bambini rom che rubano, dopo aver fatto tutti gli accertamenti e scoperto che sono minori e quindi non punibili per legge, chiamiamo il magistrato il quale ci dice che, essendo minore di 14 anni, va riportato al campo rom. Ritrovati i genitori, li facciamo firmare un bel verbalino di riconsegna dei minori e la cosa finisce lì. Però se dovesse capitare a me di far vivere in una baracca un minore e di costringerlo a rubare, a me il figlio lo tolgono".
Per il Pd non c'è virus che tenga: la Festa dell'Unità si fa lo stesso. Quest'anno Modena, città colpita dal Covid-19 in modo significativo, ospiterà la Festa nazionale dell'Unità. Il sindaco Gian Carlo Muzzarelli mostra soddisfazione, mentre la Lega è perplessa. Francesco Curridori, Venerdì 12/06/2020 su Il Giornale. Ormai è ufficiale. Modena ospiterà la Festa nazionale dell'Unità. Il Pd riparte dalla città di Stefano Bonaccini che, solo pochi mesi fa, è stato riconfermato governatore dell’Emilia Romagna al termine di un’accesa campagna elettorale.
Il sindaco di Modena: "La Festa dell'Unità ridarà entusiasmo". “Qui c’è una storia profonda di valori, sentimenti, regole, passioni. Prima della vittoria di Bonaccini c’è stata la vittoria di Modena”, dice il sindaco del capoluogo Gian Carlo Muzzarelli, che, intercettato al telefono da ilGiornale.it, esprime tutta la sua soddisfazione per la conferma dell’evento. “La festa dell’Unità è sempre stata un momento di confronto molto alto e molto bello”, aggiunge precisando che Ponte Alto, il luogo in cui si terrà la kermesse politica è assolutamente quello più adatto per “ritrovare l’entusiasmo del dopo Covid, nel pieno rispetto delle nuove regole”. Si inizia oggi con la Festa dell'Unità dei Circoli cittadini che durerà fino al 5 luglio. Una sorta di test prima dell’evento nazionale che si terrà dal 26 agosto al 13 settembre. “Si farà un piccolo collaudo per vedere come ripartire. La festa cittadina, però, è una cosa piccola che si svolgerà dentro un grande ristorante con ampi spazi. Ma - spiega ancora Muzzarelli - se vogliamo evitare l’ondata di ritorno, occorre che questa estate ci sia una grande responsabilità individuale”. Il sindaco, però, si mostra fiducioso: “Credo che a metà di agosto ci saranno tutte le condizioni e spero che il Covid sarà ancora più all’angolo rispetto ad oggi”, dice forte dei numeri. Nel capoluogo emiliano, che finora conta 107 vittime, già da vari giorni non si registrano nuovi decessi e, in tutta la provincia, ci sono meno di 4mila contagiati. “Sono abbastanza ottimista perché le strutture del sistema sanitario e sociale si sono ancor di più consolidate e stanno già garantendo l’abbattimento delle liste d’attesa per le visite, generate dal blocco del Covid”, dice il primo cittadino che sottolinea quanto fatto finora. L’ospedale Baggiovara, ora, vanta 18 posti letto di terapia intensiva in più, mentre altri 30 sono stati destinati al Policlinico. “Stiamo, inoltre, potenziando la rete dei pronto soccorsi provinciali proprio per evitare qualsiasi scherzo”, conclude con soddisfazione Muzzarelli.
Le proteste della Lega: "Noi abbiamo rinunciato al raduno di Pontida..." Chi nutre, invece, forti dubbi su quest’iniziativa è la Lega, un partito che proprio recentemente è finito nell’occhio del ciclone per la manifestazione del 2 giugno. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, si dice meravigliato: “È singolare che il Pd annunci una festa quando, ad oggi, nessuno sa ancora se e come si possono fare le sagre e le feste. Vorremmo capire anche noi quali sono le disposizioni per poterle fare”. E rivela: “Abbiamo annullato tutto. Finché c’è il divieto di assembramenti non si può fare neanche Pontida”. Gianluca Vinci, deputato emiliano, attacca: “Sarebbe il caso che, almeno per quest’anno, le feste di partito potessero avere uno stop”, ma poi minimizza con una punta di ironia: “Alla festa del Pd ci va sempre meno gente, grandi assembramenti non ce ne saranno…”. L’ex parlamentare, Gianluca Pini, segretario della Lega in Romagna per 16 anni, registra come in Italia sia ancora in vigore “una doppia morale per cui a chi è di sinistra è permesso tutto, mentre gli eventi organizzati da altri vengono sempre strumentalizzati in negativo”. E conclude: “Anche le manifestazioni di semplici cittadini che protestavano contro il governo sono state sanzionate, mentre quando scendono in piazza i centri sociali di sinistra tutto è lecito”.
Da ilmessaggero.it il 2 giugno 2020. Al via a piazza del Popolo la manifestazione simbolica con cui il centrodestra ha scelto di festeggiare il 2 giugno. Alcune persone sono senza mascherine però. Come annunciato si sta srotolando un lungo tricolore, che presto entrerà a via del Corso. Tantissimi i parlamentari presenti tutti con la loro mascherina. Qualcuno urla «dimissioni, dimissioni», «libertà libertà». Giorgia Meloni è arrivata a piazza. Per la leader di Fdi foto con i manifestanti all'interno del box stampa vicino al tricolore. «Conte, Conte vaffa...». È poi l'inno di Mameli. Ormai la manifestazione «simbolica» del centrodestra si è trasformata in un «mini corteo», con slogan anti-governativi e canti. A fianco dei leader centinaia di fan che stanno seguendo la manifestazione con i cellulari per fare foto e dirette Facebook. «Sono felicissima che con questa manifestazione la sinistra abbia scoperto che il 2 giugno, è anche la nostra festa ed abbiamo il diritto di manifestare anche noi in sicurezza», ha sottolineato Giorgia Meloni. «Stiamo facendo del nostro meglio per metterla in sicurezza ma vi segnalo che anche quando hanno fatto la manifestazione del 25 aprile non era in sicurezza», ha proseguito Meloni. Quella di oggi «è una giornata di ascolto, memoria e di passaggio visto che domani finalmente cadranno i muri tra Regioni», ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, spiegando, nel suo intervento ad Agorà su Rai3 in collegamento da Piazza del Popolo, le ragioni della manifestazione. «Vogliamo raccogliere le proposte degli italiani dimenticati e che vogliono rialzarsi e portarle nel Palazzo», ha detto Salvini. «Serve una grande strategia per il Paese e deve essere costruita in Parlamento da tutte le forze politiche, ascoltando il mondo della grande industria, dei piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti agricoltori, liberi professionisti e partita Iva. Serve far ripartire l'Italia. Lo dobbiamo fare con grande impegno», ha spiegato Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia a margine della manifestazione unitaria del centrodestra a Piazza del Popolo. «L'Italia è anche questa, la destra scende in piazza perché legittimamente ci dicono la loro idea di Paese. E' la forza della democrazia italiana», ha commentato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia.
Manifestazione 2 giugno: multe per chi era con a Salvini e Meloni. Cecilia Lidya Casadei il 05/06/2020 su Notizie.it. Rischio multe per chi era alla manifestazione del 2 giugno 2020, assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. I partecipanti alla manifestazione del 2 giugno 2020, a Roma, potrebbero ricevere delle multe. Organizzata dalle opposizioni di centrodestra, con Salvini e la Meloni in pole position, la protesta è al centro di un’accesa polemica, soprattutto per via del mancato rispetto di distanziamento sociale ed uso delle mascherine. Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, ha sottolineato l’importanza di rispettare le regole anti Coronavirus, intervenendo in merito alla situazione. La Digos in queste ore sta visionando tutti i video della manifestazione, per fornire (o meno) le prove necessarie all’emissione di multe e sanzioni. Sarebbe dovuta essere una protesta simbolica, con pochi partecipanti, statica, invece il tutto si è trasformato in un corteo con assembramenti, nella piena inosservanza delle disposizioni vigenti. “Quando tutti eravamo in casa e non si poteva neanche partecipare ai funerali dei propri cari, ci sono state centinaia di persone che sono scese in piazza per manifestare il 25 aprile. Nessuna multa per loro. Nessuna multa quando hanno sfilato i centri sociali”, ha detto Giorgia Meloni, “quando decine di persone si assembravano da Conte per inaugurare l’ultima campata del ponte di Genova. Noi siamo scomodi al regime“. Secondo quanto afferma, il Governo utilizzerebbe la polizia per intimorire, come “in tutti i regimi”. Anche Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d’Italia, non ci sta: “Siamo alla follia, addirittura la Digos sta visionando tutti i video della nostra manifestazione del 2 giugno a Roma, per cercare il pelo nell’uovo ed eventualmente mandare multe e sanzioni ai partecipanti”, ha dichiarato, “Evidentemente stanno provando a fermarci in tutti i modi, ma non ci riusciranno, perché la posta in palio è il benessere e la ripartenza del Paese”.
Matteo Salvini: Qualcuno auspica multe e sanzioni per chi era presente il 2 giugno a Roma? Ecco, favoriamo le immagini! Chissà perché, gli "assembramenti" cattivi sono solo quelli della Lega e del centrodestra, ve ne siete accorti?
Da iltempo.it il 4 giugno 2020. Per molti il flash-mob del centrodestra andato in scena il 2 giugno, in Piazza del Popolo si sarebbe trasformato in un pericoloso assembramento con l'inevitabile coda di polemiche. Ma anche la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Codogno, con buona pace del rispetto delle regole, ha creato assembramenti. "Pericolosissimo assembramento sovranista a Codogno" cinguetta su Twitter Francesco Storace pubblicando l'immagine inequivocabile. "Questo si chiama assembramento democratico, si può fare. Per uno strano fenomeno ancora non spiegato dagli scienziati, le persone non causano la trasmissione Covid19 quando non sono di destra" commentano gli utenti.
Carofiglio insulta il centrodestra: "Un manipolo di gente sudata". A Linea Notte Carofiglio si scaglia a testa bassa contro la manifestazione del 2 giugno: "Manca un centrodestra che mostri civiltà e decoro". Francesco Curridori, Sabato 06/06/2020 su Il Giornale. Un vivace scontro sulla manifestazione del centrodestra del 2 giugno ha ravvivato il programma di Maurizio Mannoni, Linea Notte. Lo scrittore ed ex parlamentare Pd Gianrico Carofiglio ha attaccato: "Siamo di fronte a una politica complessivamente squilibrata e con un'opposizione che mostra la responsabilità che abbiamo visto qualche giorno fa in piazza con un manipolo di gente sudata, accalcata, senza mascherine". Parole forti che mettono in evidenza la presunta superiorità morale ed estetica di certa sinistra radical chic. Carofiglio ha incalzato: "Al di là del merito e del rischio di contagio che può essere maggiore o minore in quella situazione, il problema è il messaggio che si lancia al Paese da parte di leader di forze nelle quali io non mi riconosco. Mi piacerebbe una destra di un Paese democratico, avanzato che mostrasse civiltà, responsabilità, decoro e questo manca". Parole che non sono piaciute al vicedirettore del Giornale, Francesco Maria Del Vigo, che ha ribattuto: "Sono d'accordo con il presupposto: sarebbe molto bello che il governo potesse essere unito con l'opposizione. Non sono d'accordo con lo svolgimento perché non è solo il centrodestra che alza i toni, ma anche Carofiglio si ricorderà le parole di Bersani: 'Se il centrodestra fosse stato al governo, non sarebbero bastati i cimiteri'. Arrivate dopo le parole di Mattarella, non mi sembra una frase di unità nazionale". Per quanto riguarda, invece, il "disprezzo verso la piazza sudata del centrodestra" ha replicato: "Sì, purtroppo la gente suda in piazza e non mettersi la mascherina è sbagliato, ma io ho visto assembramenti anche a Codogno per aspettare Mattarella e in tutte le manifestazioni d'Italia ci sono stati assembramenti, da una parte e dall'altra. La piazza di centrodestra non piace mai, perché è scompigliata, è vestita male, è sudata e un po' impacciata, quindi, percepisco sempre un po' di spocchia". Del Vigo è convinto che "il clima di unità nazionale", chiesto a gran voce, sarebbe potuto iniziare dicendo che "il centrodestra può scendere in piazza, magari stando un po' più distanziato". Sostenere, invece, "che è stato un fenomeno vergognoso non mi sembra il miglior auspicio per un periodo di ricostruzione nazionale in cui tutti possano essere un po' più d'accordo", ha aggiunto il vicedirettore del Giornale. Carofiglio, a quel punto, ha subito precisato: "Io non ho detto vergognoso quindi attribuirmi un'espressione che non ho usato è sbagliato dal punto di vista dialettico" e, dopo aver preso le distanze dalle parole di Bersani, ha puntualizzato: "Ciò detto, esiste una differenza tra le piazze". "Ci sono assembramenti di cittadini spontanei o non spontanei che sbagliano ad assembrarsi, ma non sono leader politici. Il problema di quella piazza - attacca ancora lo scrittore ed ex magistrato pugliese -è che era condotta e governata dai due leader dei principali partiti della destra italiana". Del Vigo nonha nega che ci sia stato" un problema di assembramento", ma non ha voluto neppure ritrattare: "La vergogna - ha detto - l'ho tratta da quello spirito di sufficienza che ho letto e visto da parte di molti osservatori nei confronti di questa piazza". E, infine, ha concluso: "In altre manifestazioni, come quelle sacrosante dell'America, sono tutti vicini e nessuno si straccia i capelli o dice che sono di cattivo esempio".
Renato Farina per ''Libero Quotidiano'' il 7 giugno 2020. Gianrico Carofiglio, scrittore in procinto di vincere il premio Strega, siccome gli allori non bastano mai, si è candidato al premio Stalin. L' ex senatore del Partito democratico ed ex pubblico ministero barese è apparso dopo la mezzanotte di ieri su Rai Tre, con Maurizio Mannoni e Francesco Del Vigo (del Giornale), a Linea Notte. In questa Italia disgraziata un appartenente contemporaneamente a tutte le caste, con chi se l' è presa? Chi è la causa del nostro sprofondamento morale ed economico? Ma certo: «La gente sudata», il popolaccio di destra. Per essere precisi ha detto: «Siamo di fronte a una politica complessivamente squilibrata e con un' opposizione che mostra la responsabilità che abbiamo visto qualche giorno fa in piazza con un manipolo di gente sudata, accalcata, senza mascherine». Del Vigo ha obiettato che fa caldo e certo è brutto togliersi la mascherina, ma - aggiungo io - forse l' abisso in cui sta cadendo l' Italia lo stanno scavando da mesi a Palazzo Chigi. Carofiglio ammette, dinanzi al fatto che persino la sinistra qualche volta suda, che però esiste «Una differenza di piazze». Siamo passati a una fase nuova della dialettica marxista: il differente odore del sudore di piazza. C' è sudore di sinistra e sudore di destra. E quello di destra è antidemocratico. Spiega Carofiglio: «Al di là del merito e del rischio di contagio che può essere maggiore o minore in quella situazione, il problema è il messaggio che si lancia al Paese da parte di leader di forze nelle quali io non mi riconosco. Mi piacerebbe una destra di un Paese democratico, avanzato che mostrasse civiltà, responsabilità, decoro e questo manca».
RAZZISMO FORBITO. Il linguaggio è forbito, diremmo rococò, scalpellargli via gli orpelli di ipocrisia catramosa è un atto - ci rendiamo conto, data la stazza da Nobel del Carofiglio - sacrilego. Ma ci tocca. La sintesi è: i capi della destra sono dei puzzoni, e la loro gente è incivile quanto i suoi leader, ah come vorrei una destra azzimata, che non si spettina mai. A noi tutto questo - e parliamo delle frasi originali, non della rozza traduzione che le fa sembrare simpatiche - pare razzismo antropologico della specie più infame, perché esibito con la dissimulazione di un vocabolario da damerino. La differenza di piazza, con la graduazione delle civiltà, somiglia pazzescamente a un esame del dna intimo delle persone. Almeno Pierluigi Bersani, che è tutto meno che viscido, aveva lasciato stare il popolo «sudato» di centrodestra, e aveva tirato letame ai suoi leader, quando ha spiegato che se avessero governato loro col Corona sarebbero pieni i cimiteri. Roba pessima, ma sincera, una cazzata a viso aperto. Invece Carofiglio si unge di nardo, non lo stringi, guizza via con parolette fighette. Prima della sua performance su Rai Tre, Carofiglio era stato celebrato dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Maurizio Molinari, su posizioni ritenute moderate. Ma non nell' adulazione, a quanto pare: «Da domani in edicola con Repubblica la nuova serie imperdibile dei maestri della suspense internazionale». E chi sarà mai il maestro della suspense, l' uomo che «ci regalerà un' altra estate ricca di brividi noir» (testuale)? Ma sì, proprio lui: Gianrico, «con quella lezione sulla verità e la menzogna» che gli è così congeniale, vedi il romanzo «La versione di Fenoglio».
TRE VOLTE MAESTRO. Ed eccolo impalmato dal triplice titolo di maestro del brivido, ma anche della verità, e soprattutto della menzogna, discenderci a impartire al popolo bue la sua lezione di democrazia. Già ci aveva provato Ezio Mauro il 2 giugno a spiegarci sul quotidiano che vuole educare la destra (molte grazie) che cosa deve fare per entrare «nel perimetro repubblicano»: non essere sovranista e non mescolarsi a quella piazza. Ora abbiamo nuovi particolari grazie a Carofiglio: «Gente sudata» non appartiene al consesso civile, frequentato solo da gente che si spruzza acqua di «colonia al limone», si mette «lacca nera sui capelli», come scrisse Francesco Merlo in un immortale marchettone a Giuseppe Conte sempre sul medesimo quotidiano. Che sinistra del menga ci tocca sopportare.
L'odio rosso per la destra "sudata". Abbiamo uno scoop: quelli di sinistra non sudano. E ci viene quasi voglia di votare il Partito democratico. Francesco Maria Del Vigo, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Abbiamo uno scoop: quelli di sinistra non sudano. E ci viene quasi voglia di votare il Partito democratico. Sai quante docce ti risparmi? Quanti deodoranti in meno compri? E poi quella sgradevole sensazione della camicia bagnata, macchiata, appiccicata alla pelle. Cose proletarie. Da plebei. Probabilmente i «democratici» sono perseguitati da un agente atmosferico opposto alla nuvoletta di Fantozzi: il condizionatore dei radical chic: possono manifestare ovunque, anche sotto la canicola agostana, e un potente getto di aria fredda li asciuga. Chi scrive, venerdì sera, è stato ospite di un programma notturno di Raitre, e ha ascoltato sbigottito le seguenti parole: «Siamo di fronte a una politica complessivamente squilibrata e con un'opposizione che mostra la responsabilità che abbiamo visto qualche giorno fa in piazza con un manipolo di gente sudata, accalcata, senza mascherine». A pronunciarle è stato Gianrico Carofiglio, ex magistrato e - toh! - ex politico del Partito Democratico e ora - toh! (Bis) - scrittore perennemente in corsa per tutti i premi letterari più politicamente corretti dello Stivale. Ma Carofiglio non l'ha detto con cattiveria. Gli è proprio venuto spontaneo. Gli è scappato come scappa uno starnuto o, per lo meno come scappava prima del coronavirus, lui non se lo è fatto nemmeno esplodere nel gomito. E non vogliamo fargliene una colpa. Anzi, gli appiccicheremmo una medaglia sulla sua candida e perfettamente asciutta e intonsa camicia. Perché in quella critica così naturale ai «sudati» c'è tutta quella concezione del mondo (traduzione per gli snob che schifano l'italiano: weltanschauung) tipica della sinistra italiana. C'è l'insofferenza aristocratica nei confronti del popolo - che diventa immediatamente populista -, c'è lo sguardo sprezzante di chi pensa di essere sempre dalla parte giusta e - soprattutto - l'allergia al prossimo tuo che non la pensa come te. E, per soprammercato, se il prossimo tuo è di destra il distanziamento sociale aumenta di qualche metro e magari è meglio che indossi la museruola al posto della mascherina. Quindi le piazze belle, libere e giuste sono solo quelle di sinistra. Peccato che la sinistra ormai possa radunarsi in una cabina telefonica e dunque capiamo che, quando vedono le piazze invase da tricolori e gente (sudata) che canta L'inno di Mameli al posto di Bella Ciao, abbiano un travaso di bile. Ma alla fine ha ragione Carofiglio: suda chi sta in strada, tra la gente, nei campi. Suda chi lavora. Quindi chi non ha nulla a che fare con la sinistra.
ANDREA MORIGI per Libero Quotidiano l'8 giugno 2020. Buoni a sinistra e cattivi a destra. È un classico. Due colonne separate, come sulla vecchia lavagna di scuola. La mossa decisiva per spaccare l'Italia in due è la negazione del diritto di riunione a una parte dell'opinione pubblica, contrapposta a un'altra che gode invece perfino della facoltà di assembramento in nome dell'antirazzismo. Sulla manifestazione di "Ragazzi d'Italia" che si è svolta sabato 6 giugno al Circo Massimo di Roma, per contestare il governo, piovono le condanne politiche. Suo malgrado, la tifoseria bresciana che l'ha convocata non si è dotata nel frattempo di un ufficio per le pubbliche relazioni. Non è esattamente nella loro prassi. Anzi, gli ultras scelgono il silenzio stampa, tanto sanno già in anticipo che di loro e di Forza Nuova, che partecipa massicciamente all'incontro, si scriverà in ogni caso che sono gruppi «palesemente fuori dalla Costituzione italiana», come afferma la Federazione Nazionale della Stampa in un comunicato successivo agli scontri e al lancio di oggetti contro giornalisti, carabinieri e poliziotti. Con un bilancio provvisorio di due arresti e 15 fermi da parte della Digos e una serie di filmati da analizzare per catturarne altri, il servizio reso alla causa da una frangia violenta è un bel marchio di "fascisti". Gridavano «Duce, Duce», in effetti, e salutavano col braccio teso in segno di sfida, anche se in realtà ce l'avevano con la ripresa del campionato di calcio a porte chiuse. Ma il vice segretario del Pd, Andrea Orlando, dai microfoni del Tg3, invoca una riflessione sul loro scioglimento. Stia attento chi osa mettersi sulla strada dell'esecutivo Conte.
RABBIA SOCIALE. Dove va a sfogarsi la rabbia sociale, finché perdura il divieto di entrare allo stadio non solo per i soggetti al daspo, ma per tutto il pubblico? È una domanda da porsi seriamente, non solo in qualche stanza delle questure o al Viminale, ma anche nelle facoltà di Sociologia. Perché altrimenti qualcuno prima o poi riesce a trasformarsi nell'avanguardia del disagio dei tifosi, sfuggendo alla trappola di lasciarsi rappresentare come nemico del popolo. Per ora, non è accaduto. C'è qualche aspirante capopopolo improvvisato, tipo l'ex generale Antonio Pappalardo, che tenta di sottrarre energie alle proteste, ma soprattutto ci sono le Sardine a canalizzare gli impeti antisistema. Ieri se ne sono radunate tremila in piazza del Popolo nella Capitale «con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie», come hanno voluto sottolineare in un loro comunicato, e per questo si sono guadagnati il plauso delle forze di maggioranza. Loro sì che, indossando le mascherine, si sono mostrati responsabili, senza attentare alle istituzioni. «Non saremo esempio di scempio come si è manifestato ieri pomeriggio a Roma», avevano annunciato prendendo le distanze dai camerati disorganizzati del giorno precedente.
DEBITI DA SALDARE. La sinistra di Palazzo ha un debito di riconoscenza verso le Sardine che le parole non possono saldare. Hanno evitato il tracollo in Emilia Romagna alle ultime elezioni regionali. Alle prossime elezioni si penserà a inserirli nelle liste. Il portavoce del movimento Mattia Santori, si porta avanti: «Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un'opera di sensibilizzazione, di educazione». Ecco, i maestri sono loro. Allora il segretario dem anticipa la caparra e plaude: «Dalle manifestazioni contro il razzismo un bellissimo esempio di civiltà» e «una lezione a chi, promuovendo odio, ha offeso Roma con urla, violenza e assembramenti irresponsabili». Hanno trovato i bravi ragazzi, rispettosi e obbedienti, con i quali andare a prendere l'aperitivo tenendo a distanza gli altri. «A chi sostiene che non ci sono più differenze diciamo: ci sono e noi stiamo di qua, con loro, per la democrazia», aggiunge Zingaretti. Chissà da che parte stavano invece i ventitré amici al bar di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, multati con 280 euro cadauno per violazione delle norme anticontagio durante la movida del weekend.
Gli assembramenti sono belli ma solo se a farli è la sinistra. Oggi non sentiremo nessuna reprimenda contro chi è sceso in piazza per commemorare la morte dell'afroamericano George Floyd, infischiandosene delle norme sul distanziamento sociale. Francesco Curridori, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. La sinistra non poteva perdere l'occasione di scendere in piazza e così, oggi, sono arrivate anche in Italia le manifestazioni in memoria di in memoria di George Floyd, l’afroamericano ucciso da un agente di polizia. Le piazze di Torino e Bologna, oggi, sono invase dai centri sociali. Ormai, si sa, quando la piazza è sinistra, allora tutto è lecito e assolutamente democratico. La piazza di centrodestra, invece, non piace mai e viene sistematicamente insultata o descritta come “un manipolo di gente sudata”, come ha fatto lo scrittore ed ex parlamentare del Pd, Gianrico Carofiglio. Poco importa, come ha fatto notare il vicedirettore del Giornale, Francesco Maria Del Vigo che si siano stati “assembramenti anche a Codogno per aspettare Mattarella” così come in tutte le altre manifestazioni d'Italia “da una parte e dall'altra”. Premesso che ieri nel centro di Roma si è consumato uno spettacolo indecoroso, c’è da chiedersi se oggi arriveranno parole di condanna da parte del Pd per le piazze dell’estrema sinistra torinese e bolognese. A pochi giorni dall’inizio della fase 3, il gruppo torinese "No Justice No Peace" ha ben pensato di manifestare in piazza Castello “contro gli inaccettabili fatti che si stanno verificando negli Stati Uniti in questi giorni e in solidarietà agli afroamericani uccisi dalla polizia". No, statene certi, contro questi antagonisti non arriverà nessuna paternale o reprimenda da parte degli stessi esponenti di una certa sinistra radical chic che, in questi giorni, hanno redarguito i leader del centrodestra per non aver saputo dare il buon esempio. Inutile ricordare, poi, i ristoratori falcidiati dalla crisi che sono stati multati quando hanno manifestato davanti all’Arco della Pace di Milano, nonostante tutti stessero rispettando le regole sul distanziamento sociale. Nel Paese che ha avuto il maggior numero di decessi dopo Stati Uniti, Regno Unito e Brasile, sulle norme anti-Covid si è inflessibili solo quando si tratta di colpire chi osa manifestare contro questo governo. Quando, invece, si tratta di partecipare ai flash mob in memoria di George Floyd, tutto è lecito. D’altronde le norme anti-Covid sono state infrante proprio anche da chi le ha imposte agli italiani. Non possiamo certo dimenticare la "calda accoglienza" che il premier Giuseppe Conte ha riservato alla volontaria Silvia Romano oppure l’assembramento creato dai giornalisti che hanno seguito l’inaugurazione del Ponte Morandi. Arriveranno mai parole di condanna da parte del premier Conte o del taciturno ministro della Salute Speranza? Sinceramente, abbiamo seri dubbi e, anzi, è assai probabile che manifestazioni anti-Trump come quelle odierne avranno la benedizione di tutta la maggioranza giallorossa. L'alternativa sarà il silenzio assordante, proprio come accaduto per il 25 aprile quando gli antifascisti e l'Anpi hanno invaso impunemente le strade della Capitale. Il tutto, come sempre, alla faccia del distanziamento sociale.
Milano, manifestanti per Floyd vandalizzano sede di Fratelli d'Italia. In merito alla vicenda verrà richiesta un'interrogazione parlamentare diretta al ministro Lamorgese. Osnato di FdI: “Incredibile che ogni qual volta ci sia una manifestazione di centri sociali e manifestanti di sinistra, i controlli della Questura siano un colabrodo”. Federico Garau, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Tanta amarezza da parte del deputato di Fratelli d'Italia, Marco Osnato, che ha denunciato un fatto gravissimo avvenuto quest'oggi nel corso del flash-mob organizzato a Milano da alcuni attivisti scesi in strada per protestare contro il razzismo e ricordare la morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso da un agente di polizia a Minneapolis (Stati Uniti). Durante la manifestazione, presentata come pacifica, sarebbe stata vandalizzata la sede di FdI sita in viale Melchiorre Gioia, presa di mira da alcuni partecipanti al corteo. Una vicenda, questa, che il partito di Giorgia Meloni intende adesso avere delle risposte. “È incredibile che ogni qual volta ci sia una manifestazione di centri sociali e manifestanti di sinistra, i controlli della Questura siano un colabrodo”, attacca Marco Osnato, come riportato da “AdnKronos”. In programma, adesso, una interrogazione parlamentare rivolta direttamente al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che dovrà fare chiarezza sull'atto vandalico avvenuto ai danni della sede di FdI. “Una sede politica in pieno centro non presidiata, segreteria parlamentare presa d'assalto a due passi dal ritrovo (abusivo o autorizzato non è dato saperlo) della manifestazione”, ribadisce il deputato Osnato. “Foto e video parlano chiaro e saranno inoltrate alle autorità competenti”, annuncia. Sul caso è intervenuto anche Riccardo Truppo, rappresentante del coordinamento cittadino di Fratelli d'Italia. “Non è dato sapere se il corteo sia stato autorizzato e se avesse un percorso prestabilito dalla Stazione Centrale fino in Melchiorre Gioia”, spiega Truppo. “Parliamo di quasi un chilometro di percorso. Difficile crederlo dato che le norme anti-assembramento vietano cortei in movimento”. La rabbia, in ogni caso, è tanta. E il pensiero va alla manifestazione organizzata dal centrodestra lo scorso 2 giugno, resa invece subito oggetto di polemiche. “Il 2 giugno il centrodestra ha organizzato una manifestazione in piazza Duomo con regole ferree che abbiamo fatto rispettare. Come mai oggi non c'erano gli stessi controlli?”, si domanda infatti con tono polemico il rappresentante di Fratelli d'Italia. Organizzata dall'associazione "Razzismo brutta storia", da sempre in prima linea per combattere ogni genere di discriminazione, e da "Abba Vive", la manifestazione si è svolta sotto la pioggia, in piazza Duca D'Aosta a Milano, ed ha coinvolto altre città italiane. Circa un migliaio di persone hanno preso parte al raduno, senza rispettare le norme di distanziamento. Ancora nessuna notizia in merito ai presunti responsabili dell'atto vandalico perpetrato ai danni della sede di Fratelli d'Italia. Gli accertamenti sono in corso.
Indro Montanelli, Sentinelli e Arci vogliono rimuovere la statua a Milano: "Bimba eritrea per schiava sessuale". Salvini: "Che vergogna la sinistra". Libero Quotidiano il 10 giugno 2020. Giù le mani da Indro Montanelli. A Milano la sinistra, per mano di Sentinelli e Arci, chiedono ufficialmente al sindaco Beppe Sala (del Pd) di rimuovere la statua del grande giornalista fondatore del Giornale e de La Voce, che si trova nell'omonimo parco della città in via Palestro nel quartiere di Porta Venezia, e di dedicare i giardini "a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza". La richiesta, pubblicata sulla pagina Facebook del gruppo, arriva dopo le proteste e i cortei, che si sono tenuti anche a Milano, per l'uccisione di George Floyd a Minneapolis. Secondo I Sentinelli il giornalista "fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di 12 anni perché gli facesse da schiava sessuale. Riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti". Nel centrodestra reazioni indignate. "Che vergogna la sinistra, viva la libertà", è il laconico commento di Matteo Salvini, leader della Lega.
Gad Lerner su Indro Montanelli: "Oggetto di venerazione sproporzionata rispetto alla sua biografia". Libero Quotidiano l'11 giugno 2020. Siamo alla follia targata Pd. Già, perché alcuni esponenti del Pd, intercettando la proposta dei cosiddetti Sentinelli (gruppo laico e antifascista, così come si presentano sui social), invocano la rimozione della statua di Indro Montanelli a Milano, ai giardini di via Palestro. La ragione? "Montanelli fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia". Dunque chiedono rimozione della statua e cambio del nome dei giardini. E ora, nel primo mattino di giovedì 10 giugno, sulla questione interviene Gad Lerner, il quale su Twitter afferma quanto segue: "Andiamoci piano con l'abbattimento delle statue. Qualcuno potrebbe ricordare che la Bibbia contempla schiavismo e patriarcato: rimuoviamo pure il Mosè di Michelangelo?". E fin qui tutto bene. Poi, però, Lerner aggiunge un PS: "Montanelli è oggetto di venerazione sproporzionata alla sua biografia, non alimentiamola boicottandolo". Già, secondo Lerner, insomma, Montanelli è sopravvalutato. Il gigante assoluto del giornalismo sarebbe oggetto di "venerazione sproporzionata" e il rischio sarebbe di aumentare tal venerazione rimuovendo la statua. Una presa di posizione che lascia letteralmente senza parole.
Giù le mani da Montanelli o cancellate pure Maometto. Ricordate quando i talebani, in Afghanistan, distrussero a colpi di dinamite le effigi storiche - compresi monumenti millenari - contrarie al loro credo via via che conquistarono fette di terreno? Alessandro Sallusti, Giovedì 11/06/2020 su Il Giornale. Ricordate quando i talebani, in Afghanistan, distrussero a colpi di dinamite le effigi storiche - compresi monumenti millenari - contrarie al loro credo via via che conquistarono fette di terreno? Io lo ricordo bene, e ricordo lo sdegno unanime del mondo libero per quel sacrilegio: la storia e la memoria non si toccano, barbari che non siete altro. Bene, oggi i barbari siamo noi o, meglio, i barbari sono tra noi. Sull'onda dello sdegno per il ragazzo di colore ucciso dal poliziotto bianco, in Occidente è partita la caccia a distruggere o rimuovere tutto ciò che rimanda a un passato di soprusi e violenze su minoranze e fasce deboli, re, imperatori o eroi che siano. Siccome la mamma dei cretini è sempre incinta - e chi non vive e pensa di suo è costretto a emulare - ieri a Milano un gruppo di squinternati appoggiati da esponenti del Pd locale (ti pareva) ha annunciato un'iniziativa per fare togliere dai Giardini pubblici di via Palestro la statua che rappresenta e ricorda Indro Montanelli, in quanto convinto partecipante alla guerra coloniale italiana in Abissinia del 1935, durante la quale - aggravante - a 23 anni si fidanzò con un'indigena di soli 12 anni (episodio da lui raccontato - conoscendolo - con un probabile eccesso di fantasia e licenza letteraria). Applicare le regole e il sentire di oggi a fatti successi cent'anni fa - come ben meglio di me spiega oggi su queste pagine Giordano Bruno Guerri - è un non senso ridicolo (a quel tempo in Abissinia le ragazze a tredici anni erano già madri). Ma se proprio vogliamo fare piazza pulita dei «pedofili» del passato, ho un consiglio da dare al comitato anti-Montanelli e al Pd milanese. Cari signori, procediamo per via gerarchica. E in cima alla lista metterei Maometto, il fondatore dell'islam, che, superati i quarant'anni, accettò in dono come sposa - in cambio della sua benevolenza nei confronti della sua tribù - Aisha, una bimba di otto anni. So che non esistono monumenti o effigi di Maometto da rimuovere perché quella religione li vieta, ma se vogliamo mettere al bando i simboli di ciò che oggi è (giustamente) considerato impuro, beh l'islam non dovrebbe avere diritto di cittadinanza nella civile Milano. Io penso che sarebbe un'operazione demenziale contro la quale mi batterei. Quindi, per favore, giù le mani da Indro Montanelli, perché altrimenti ognuno potrebbe sentirsi libero di alzarle su chi gli pare.
Giampiero Mughini per Dagospia il 10 giugno 2020. Caro Dago, non è certo la prima volta che il presente si mette a fare a cazzotti contro le tracce del passato, com’è successo adesso in Inghilterra dove la statua che ricorda un grande imprenditore inglese del Settecento che si era arricchito con il mercato degli schiavi è stata lanciata nelle acque di un fiume, e dove una statua in onore di Winston Churchill è stata imbrattata da un qualche cretino del terzo millennio che ha dato a Churchill del razzista. Per passare dalla farsa alle cose serie, in Ungheria hanno rimosso da non molto una statua che onorava il maresciallo sovietico Ivan Konev che era stato alla testa delle truppe russe che nel 1945 avevano spodestato i tedeschi da Praga, solo che era lo stesso maresciallo sovietico alla testa dei carri armati che nel 1956 erano entrati a Budapest senza che nessun ungherese li avesse invitati. Non solo: in un’altra zona di Praga le autorità cittadine hanno deciso di erigere una statua in memoria del controverso generale russo Vlasov, una delle figure più tragiche della Seconda guerra mondiale. Uno dei più valorosi e intelligenti comandanti dell’Armata Rossa, venne preso prigioniero dai tedeschi nella primavera del 1942. Convinto com’era che i tedeschi avrebbero vinto la guerra e altrettanto convinto che Stalin fosse un criminale politico, Vlasov valutò che gli fosse possibile costituire uno spezzone di esercito russo democratico che combattesse a fianco dei tedeschi e che a guerra finita fosse protagonista della ricostruzione dell’Urss. Ambizione, ingenuità, una scelta disperata la sua? Un po’ di tutto questo e anche se alcuni scrittori e studiosi, Alexander Solgenitsin su tutti scrivono con rispetto di Vlasov, che alla fine della guerra tentò di darsi prigioniero agli americani. Quelli lo rifiutarono e lui cadde nelle mani dei russi, che lo impiccarono nell’agosto 1946s. E’ un fatto che nel maggio 1945 gli uomini di Vlasov furono in prima linea nel sostenere l’insurrezione dei praghesi contro i tedeschi. 300 di loro caddero in combattimento. I praghesi di oggi hanno voluto ricordare l’impegno di Vlasov e dei loro uomini con una statua che ne esalta la memoria. Ci sono statue e statue. Alessandro Robecchi sul “Fatto” di oggi ha perfettamente ragione che il mausoleo eretto ad Affile nel 2012 in onore del maresciallo Graziani è una vergogna e basta, data la truce fisionomia del personaggio. Laddove avevano fatto benissimo l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli e Gianni Borgna a tentare di intestare una via una ventina e passa di anni fa a Giuseppe Bottai, un fascista di cui l’Italia non si deve vergognare, uno che dopo aver votata o contro Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, andò a combattere i tedeschi nella Legione straniera. Fortemente contrastati, Rutelli e Borgna decisero di no. Peccato, sarebbe stato un atto di lealtà verso la complessità di ogni comparto della storia umana. E a proposito di tracce del passato, qualche semianalfabeta che pur rivestiva cariche pubbliche ha di recente pronunziato parole minacciose contro le tracce del regime fascista nell’architettura degli anni Trenta e Quaranta, laddove la buona parte di quell’architettura figura tra le cose più belle dell’intera architettura novecentesca. A cominciare dal meraviglioso quartiere dell’Eur o dalla Sala delle Armi di Luigi Moretti di cui ancora aspettiamo il restauro completo. Alla fine della guerra Moretti venne arrestato e restò in carcere per un mese, e per fortuna che i suoi capolavori siano ancora intatti nello splendore razionalista di cui costituiscono una campionatura eccezionale. Per la recente puntata di una trasmissione Rai in cui la mia amica disabile Fiamma Satta viene condotta ogni volta in carrozzella in un posto che ne vale la pena, io e lei abbiamo circumnavigato assieme una scuola pubblica che Moretti progettò alla fine degli anni Trenta in ogni suo stupefacente dettaglio. Mirabilie che fanno da patrimonio dell’umanità. Altro che “tracce di un passato da dimenticare”.
Pd in ginocchio per Floyd, lite in aula: "Lo avete fatto per Pamela?" Le repliche piccate alla messa in scena dei Dem dopo il discorso di Laura Boldrini. Fdi attacca: "Lo avete forse fatto per Pamela, per gli agenti che sacrificano la loro vita per proteggerci o per gli italiani che si suicidano a causa della crisi?" Federico Garau, Martedì 09/06/2020 su Il Giornale. Ha scatenato un vero e proprio putiferio in Parlamento, lasciando un'inevitabile lunga coda di polemiche, la teatrale messa in scena seguita al discorso tenuto dall'ex deputata di Leu (ora tra le fila del Pd) Laura Boldrini. Alla conclusione dei lavori, durante la serata di ieri, l'ex presidente della Camera si è resa protagonista di un intervento per ricordare la morte di George Floyd e condannare razzismo e discriminazioni di ogni genere. Fin qui tutto nella norma, tuttavia il bello doveva ancora arrivare. Una volta terminato il discorso della collega di partito, infatti, alcuni deputati del Pd si sono inginocchiati, copiando con la carta carbone quella particolare forma di protesta nata proprio negli Stati Uniti per contestare in modo pacifico i fatti di violenza e di sangue attribuiti all'odio razziale, tra i quali è stato fatto rientrare anche l'episodio di Minneapolis. "Sono qui a chiedere se ieri sera si sono rispettati i regolamenti della Camera dei deputati quando a fine seduta abbiamo visto occupare genuflessi l'emiciclo da alcuni deputati per la vicenda di Floyd, che riguarda un'altra nazione ed un'altra situazione. Quella messa in atto ieri dalla collega Laura Boldrini e da altri deputati del Pd è una sceneggiata che squalifica anche la stessa lotta al razzismo", ha attaccato stamani all'apertura dei lavori il deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. "Vede, Presidente, non abbiamo visto nessuno inginocchiarsi quando è stata uccisa Pamela, quando le forze dell'ordine si sacrificano per difendere il popolo italiano o sono costrette al suicidio perchè abbandonate dallo Stato", prosegue Donzelli. "Non abbiamo visto nessuno inginocchiarsi per gli italiani che si sono tolti la vita per la crisi seguita al Coronavirus. Ma hanno fatto bene a non inginocchiarsi, perchè in quest'aula non ci si inginocchia, si sta in piedi e si risolvono i problemi degli italiani. Basta sceneggiate, non servono", conclude. Dai banchi del governo si sono levati fischi e mugugni, come d'altronde era ovvio attendersi. "Trovo incredibilmente strumentale che ogni volta che si parla di questi temi l'aula si debba dividere, quando invece il razzismo, la violenza, l'intolleranza dovrebbero unire tutti", replica Lia Quartapelle del Pd. "Troppe volte si fanno dei distinguo incomprensibili e io sono orgogliosa di far parte di un gruppo parlamentare che ieri ha voluto unirsi alle piazze di tutto il mondo e sono orgogliosa si essermi inginocchiata in segno di rispetto per chi soffre, anche in Italia, per le violenze e le discriminazioni che avvengono tutti i giorni". Nicola Fratoianni di Leu cavalca l'onda del razzismo per attaccare il deputato Fdi e difendere il gesto dei colleghi. "Sono molto colpito dalle parole di Donzelli. Io trovo piena di dignità e di rispetto per i valori di quest'aula l'iniziativa assunta ieri dai miei colleghi. Definire una 'sceneggiata' quella scelta, continua a rimuovere il gigantesco problema degli abusi e delle violenze, la cui origine è una sola: l'odio razziale, il disprezzo per la diversità. Essere militanti, quotidianamente, contro il razzismo è la più alta forma di rispetto nei confronti del Parlamento". Anche i CinqueStelle entrano nella bagarre, prendendo le parti dei colleghi con cui hanno messo in piedi la maggioranza giallorossa. "Quando si condanna il razzismo bisogna sapere bene da che parte stare. Il gesto fatto ieri sera deve essere rispetto e ci si deve unire a quel gesto. Solo chi è in cattiva fede può fare interventi di un certo tipo", afferma Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari Costituzionali. La replica della Lega è affidata a Paolo Formentini. "Ieri siamo rimasti basiti. Ma un conto è condannare in modo inequivocabile il razzismo e la morte violenza di George Floyd, condanna alla quale ci uniamo. Un altro è dire, come ha fatto Boldrini, che le manifestazioni si sono svolte con tranquillità, perché non è vero. Basta ricordare le devastazioni e le violenze che abbiamo visto nelle varie città degli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd". "Condanniamo il razzismo sempre, senza se e senza ma.Tuttavia la sinistra continua e dividere il mondo in buoni e cattivi e loro, guarda caso, stanno sempre dalla parte dei buoni", affonda Giorgio Silli di Cambiamo. "Che ragionamento è dire che chi non si inginocchia non condanna il razzismo? Sarebbe come dire che per essere antifascisti, occorre essere iscritti all'Anpi. Questi sono modi di ragionare fuorvianti, che allontanano le persone dalla lotta al razzismo o al fascismo", conclude. Una polemica che non pare tuttavia sopita, e che avrà ancora degli strascichi.
Nicola Porro sulla manifestazione a Bologna: "In ginocchio per George Floyd ma scordano i nostri cassintegrati". Libero Quotidiano il 07 giugno 2020. La rabbia di Nicola Porro si riversa contro la manifestazione avvenuta a Bologna sabato 6 giugno, organizzata da Arci Ritmo Lento, Amici di Piazza Grande, Link, Coalizione Civica e a cui hanno partecipato anche le Sardine. Un flash-mob per George Floyd, l'afroamericano brutalmente ucciso da un agente di polizia a Minneapolis e per cui si manifesta un po' a tutte le latitudini del globo. E nella sua Zuppa di Porro di domenica 7 giugno, Nicola Porro punta il dito: "Per capire questo Paese basta vedere la prima pagina del Corriere di Bologna e la retorica della piazza con tutti gli assembrati in ginocchio per George Floyd ma non in ginocchio davanti alle 800 mila persone che non hanno ancora ricevuto la Cassa Integrazione", picchia duro. Già, tutti - e giustamente - in ginocchio per George Floyd. Ma nessuno, in quella piazza, pensa al dramma dei nostri connazionali, dei cassintegrati a cui il coronavirus ha rovinato la vita e il futuro.
(ANSA il 7 giugno 2020) - La protesta che sta infiammando gli States sbarca a Roma: a migliaia, soprattutto ragazzi e famiglie, stanno manifestando a Piazza del Popolo contro ogni razzismo. In tantissimi hanno accolto l'appello sui social, lanciato da un vasto cartelli di organizzazioni tra cui i Giovani Europeisti Verdi, Fridaysforfuture-Roma, NIBI : Neri italiani - Black italians, 6000 sardine, Extinction Rebellion Rome International, American Expats for Positive Change e Women's March Rome. Distanziati e tutti con la mascherina, i manifestanti, tantissimi i ragazzi di colore con la maglietta nera, hanno portato ognuno dei cartelli fatti in casa, sul modello americano, con su scritte le parole d'ordine della campagna esplosa dopo l'omicidio di George Floyd. Tante le scritte soprattutto in inglese come, "No justice, no peace", "I can't breath", "Defund the police", "fuck racism". Ma anche alcuni cartelli che chiedono "ius soli" e diritti per i migranti. Su uno di loro, "Muoiono a casa nostra e non sappiamo nemmeno i loro nomi: black lives matter". Non c'è un palco, ma solo un microfono dal quale si alternano gli interventi degli organizzatori, alcuni di loro in inglese.
Federico Garau per Il Giornale.it il 10 giugno 2020. L'episodio della morte di George Floyd, dopo la pantomima dell'inginocchiamento alla Camera dei deputati da parte di alcuni membri del Pd seguita al discorso di Laura Boldrini, continua a dar modo agli esponenti della sinistra di portare il tema "razzismo" come metro con cui valutare qualsiasi genere di problematica o presunta tale: l'ultima in ordine cronologico è la questione legata alla statua di Indro Montanelli ed ai giardini pubblici di via Palestro a lui dedicati. A parlare sono "I Sentinelli" (che si professano laici ed antifascisti, come si legge nello stesso simbolo che li rappresenta), i quali in un post sulla pagina Facebook chiedono al sindaco di Milano Giuseppe Sala di intervenire per cambiare la situazione in essere nell'area verde in questione. "A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia", attaccano gli attivisti. "Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l'intero consiglio a valutare l'ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza", proseguono nel post. "Dopo la barbara uccisione di George Floyd a Minneapolis le proteste sorte spontaneamente in ogni città con milioni di persone in piazza e l'abbattimento a Bristol della statua in bronzo dedicata al mercante e commerciante di schiavi africani Edward Colston da parte dei manifestanti antirazzisti di Black Lives Matter, richiama con forza ogni amministrazione comunale a ripensare ai simboli del proprio territorio e a quello che rappresentano". Una proposta che ha ovviamente trovato terreno fertile tra i membri della maggioranza che sostiene il primo cittadino di Milano. "Credo che la richiesta dei Sentinelli vada sicuramente discussa in consiglio. Quando ci viene presentata una proposta noi siamo sempre pronti ad accoglierla e discuterne, soprattutto quando tocca i temi dei diritti e della dignità delle persone", dice il consigliere comunale nonchè presidente della Commissione pari opportunità Diana De Marchi (Pd) riferendosi alla questione Montanelli, come riportato da MiaNews. "Le motivazioni della richiesta di rimuovere la statua le riconosco come valide perché quella è stata una brutta pagina della nostra storia. Vanno indagate le motivazioni che hanno portato all'intitolazione e valutare se siano ancora valide oggi. Da parte mia, farò in modo che se ne discuta". Anche il consigliere Dem Alessandro Giungi ha dato la sua "benedizione" all'iniziativa in un comunicato. "La questione messa in luce dai Sentinelli merita di essere dibattuta in un approfondito dibattito in consiglio comunale. Non è un tema semplice, ma come consiglieri dobbiamo farcene carico. Su questa scia ho depositato nei giorni scorsi un ordine del giorno per intitolare i giardini di via Ardissone, da poco riqualificati, a Rosa Parks", rivela il Dem con orgoglio. "La richiesta è arrivata dai ragazzi della scuola media Puecher che tramite un sondaggio online effettuato durante il periodo di lockdown hanno avanzato questa proposta che si sposa con il ragionamento dei Sentinelli e rilancia a Milano l'idea di dover dare rilevanza, anche con queste iniziative, al tema dei diritti. Ricordiamoci anche che sono ancora poche le intitolazioni dedicate alle donne in città", si legge ancora nella nota.
Gli ipocriti in ginocchio. Pietrangelo Buttafuoco su Il Quotidiano del Sud il 6 giugno. Atterrisce il potere della correttezza ideologica. Domina perfino i riflessi mentali. In tutto il mondo si registra, giustamente, partecipazione verso l’inerme George Floyd, soffocato da un poliziotto che gli schiaccia il collo togliendogli il respiro. L’americanismo, si sa, ha le sue controindicazioni ma l’ipocrisia dei benpensanti nostrani simbolicamente inginocchiati per solidarietà, porta a un cattivo pensiero, giusto una domanda: come mai non si sono inginocchiati quando sono stati uccisi altri afro, forse perché alla Casa Bianca c’era Barack Obama e non, come adesso, il marito di Melania?
La storia di Adnan, il "George Floyd italiano" ucciso a coltellate in silenzio. Giulio Cavalli su Il Riformista il 9 Giugno 2020. Adnan Siddique è stato ucciso la sera del 3 giugno nel suo appartamento, in via San Cataldo a Caltanissetta. Viveva in Pakistan, a Lahore, una cittadina di 11mila abitanti con suo padre, sua madre e i suoi 9 fratelli. Adnan era la punta di diamante su cui la sua famiglia aveva investito tutto, tutto quel poco che ha, perché trovasse fortuna. Aveva 32 anni e in Italia lavorava come manutentore di macchine tessili. Era molto conosciuto in città, tutte le mattine passava al bar Lumiere per un caffè e i gestori del locale lo raccontano come un ragazzo pieno di sogni e di preoccupazioni. Quali preoccupazioni? Avere cercato giustizia per un gruppo di connazionali che lavoravano nelle campagne da sfruttati come capita in tutta Italia, da nord e sud. Adnan si era messo in testa di liberare i suoi amici dallo sfruttamento e aveva addirittura accompagnato uno di loro a sporgere denuncia. Troppo, per qualcuno che evidentemente continua a credere che la schiavitù sia qualcosa di cui scrivere e parlare solo quando si svolge lontano da noi. Era stato minacciato più volte e non era tranquillo. Aveva anche denunciato le minacce ma evidentemente non è bastato. Adnan è stato ucciso con cinque coltellate: due alle gambe, una alla schiena, una alla spalla e una al costato. Quella al costato, secondo la perizia sul cadavere, gli è stata fatale. Sono bastate poche ore anche per trovare l’arma, un coltello di circa 30 centimetri. Ci sono anche quattro pakistani fermati per l’omicidio, un quinto è accusato di favoreggiamento. «Una volta è stato pure in ospedale – racconta la famiglia Di Giugno, titolare del bar frequentato da Adnan – lo avevano picchiato». Jaral Shehryar, pakistano di 32 anni, titolare di una bancarella di frutta e verdura, racconta: «Era bravissimo, gentile, quelli che lo hanno ucciso no. Si ubriacavano spesso. Qualche volta andavano a lavorare nelle campagne ma poi passavano il tempo ad ubriacarsi e fare baldoria». Anche suo cugino Ahmed Raheel, che vive in Pakistan e con cui Adnan Siddique si era confidato, sembra avere le idee chiare: «Aveva difeso una persona e lo minacciavano per questo motivo – riferisce all’Ansa – Voleva tornare in Pakistan per la prima volta dopo tanti anni per una breve vacanza ma non lo rivedremo mai più. Adesso non sappiamo neanche come fare tornare la salma in Pakistan. Noi siamo gente povera, chiediamo solo che venga fatta giustizia». Il presidente dell’Arci di Caltanissetta Giuseppe Montemagno chiede che «si faccia piena luce sui motivi alla base dell’omicidio di Adnan Siddique e sulla diffusione dello sfruttamento dei braccianti agricoli nelle campagne tra le provincie di Caltanissetta ed Agrigento. Oltre ai responsabili materiali – chiede il presidente dell’Arci – dell’atroce delitto chiediamo agli inquirenti di accertare quali siano le proporzioni del fenomeno del caporalato nel territorio nisseno ed individuare eventuali altri responsabili». Perché la storia di Adnan, al di là di quello che accerterà l’autorità giudiziaria sta tutta nelle pieghe di un caporalato che sembra non avere paura di nessuno, che continua a cavalcare impunito interi settori dell’agroalimentare e che tratta gli stranieri in braccia. Tutti sono solo le loro braccia: le braccia per raccogliere la frutta e la verdura e le braccia da armare per punire un connazionale che ha deciso di alzare troppo la testa. E in questi tempi in cui da lontano osserviamo gli Usa che si ribellano al razzismo forse sarebbe il caso di cominciare a osservare anche le profilazioni che avvengono qui da noi, dove l’essere pakistano ti relega al campo o sul cantiere senza il diritto di avere diritti, dove una storia di violenza che si trascina da tempo finisce per essere sottostimata dalle Forze dell’ordine e da certa stampa, dove un omicidio non merita nemmeno troppo di finire in pagina perché anche se parla un’altra lingua in fondo parla di noi. Parla tremendamente di quello che siamo.
La lezione dello zio di Pamela: "Cosa non sa chi sta con Floyd". Lo zio di Pamela Mastropietro si è inginocchiato nei pressi della palazzina di via Spalato, dove è stata trucidata la nipote, per lanciare un messaggio simbolico: "Tutte le vite sono importanti, sogno il giorno in cui ci si inginocchierà per qualsiasi vita ingiustamente portata via da questa terra". Elena Barlozzari, Giovedì 11/06/2020 il Giornale. Si è inginocchiato assieme al resto della famiglia davanti ad un grosso pino marittimo. Un vecchio albero che svetta tra le palazzine di via Spalato, a Macerata. Sulla corteccia c'è inciso il nome di sua nipote: Pamela Mastropietro, trucidata una notte di tre anni fa dal pusher nigeriano Innocent Oseghale in un appartamento che si trova proprio su quella strada. È un gesto simbolico, che Marco Valerio Verni, zio della vittima, spiega così ai nostri taccuini: "Tutte le vite dovrebbero essere ritenute importanti. Non solo alcune, a seconda della convenienza politica, mediatica o di altra natura".
A distanza di più di tre anni dalla morte di Pamela, sente di aver ricevuto giustizia?
"I dubbi sono ancora tanti. Rispetto il lavoro degli investigatori, ma ci sono ancora troppi punti da chiarire."
Quali?
"Oseghale non può essere l’unico colpevole. È impossibile. Nella catena di eventi che parte dall’allontanamento dalla comunità a doppia diagnosi dove era ricoverata e arriva sino alla sua demoniaca fine ci sono dei coni d'ombra. Questo è il classico caso in cui la verità storica è quella processuale rischiano di non combaciare."
Perchè oggi si è inginocchiato di fronte all'albero di Pamela come fa chi manifesta al grido di black lives matter?
"Per lanciare un segnale: tutte le vite dovrebbero essere ritenute importanti. Non solo alcune, a seconda della convenienza politica, mediatica o di altra natura."
Che effetto le ha fatto vedere le piazze italiane piene per Floyd?
"Rispetto chi manifesta per lui. Anche io ho trovato assurda la sua morte. Anzi, uccisione. Certo, mi sarebbe piaciuto vedere la stessa mobilitazione per mia nipote e per denunciare altre vicende orrende".
Secondo lei come mai nel nome di Pamela le piazze non si sono riempite?
"La storia di Pamela è la sintesi di diverse tematiche scomode per una certa cultura, la stessa che adesso spinge le folle nelle piazze."
Cosa c’è di scomodo nella storia di una ragazza trucidata?
"L'immigrazione irregolare prima di tutto. È un fenomeno sul quale lucrano in tanti, spesso nascondendosi dietro al dovere umanitario di accogliere chi ha bisogno. Un principio che, se fosse diretto ad offrire protezione a chi veramente fugge dalle guerre, sarebbe sacrosanto. Peccato però che attraverso i flussi migratori, gestiti da vere e proprie organizzazioni criminali transnazionali, arrivino anche tanti delinquenti, con tutto quello che ne consegue in termini di violenza e degrado sociale. Molti hanno paura di essere tacciati di razzismo anche solo affermando questa verità, eppure le prime vittime spesso sono proprio i migranti, trattati alla stregua di vera e propria merce di scambio o, per meglio dire, di schiavi."
L'ha stupita vedere come qui da noi abbia destato più clamore un fatto di cronaca avvenuto oltreoceano piuttosto che il caso di sua nipote?
"Purtroppo no, qui da noi, rispetto ad una ragazza violentata, uccisa con due coltellate, depezzata chirurgicamente, scarnificata, esanguata, asportata di tutti i suoi organi interni, lavata con la varechina, messa in due trolley ed abbandonata sul ciglio di una strada, ha fatto quasi più scalpore l'uovo lanciato nell'occhio delle discobola Daisy Osakue. Fatto anch’esso da condannare, ma di cui è chiara a tutti la diversa drammaticità rispetto al primo."
Un gruppo di deputati del Pd, tra cui Laura Boldrini, si è inginocchiato alla Camera. Cosa ne pensa?
"La Boldrini è libera di fare quello che vuole, ci mancherebbe. Ma ricevo tanti messaggi di gente che mi chiede e si domanda come mai la stessa attenzione non si sia avuta proprio per Pamela, o per altri casi in cui il carnefice, o i carnefici, erano di colore."
La trovata è stata stigmatizzata dalle opposizioni...
"Beh, mi ha fatto piacere che qualcuno si sia ricordato di Pamela, ma la memoria dovrebbe essere costante e soprattutto democratica. Sogno il giorno in cui ci si inginocchierà per qualsiasi vita ingiustamente portata via da questa terra, secondo il concetto che all lives matter."
Dagospia il 9 giugno 2020. COME FUNZIONA? GLI ASSEMBRAMENTI VANNO BENE QUANDO SI TRATTA DI FLOYD O SALVINI MA NON PER DUE TIRI A CALCETTO? Da torinotoday.it il 9 giugno 2020. Solitamente, per giocare a calcetto in un campo privato, si paga all’incirca una cinquantina di euro complessive. Ovvero cinque euro a persona. Ieri, domenica 7 giugno 2020, nei campetti da calcetto di via Italia a Borgaro Torinese, il prezzo pagato da una ventina di ragazzi, dai quindici anni in su, è stato molto più caro: 400 euro, ridotti a 280 euro se pagata entro trenta giorni. Insomma, da 6mila a 8mila euro. Già, perché il gruppo di appassionati non ha fatto i conti con il fatto che il campo era ancora chiuso, come da ordinanza firmata dal sindaco Claudio Gambino per evitare gli assembramenti ed evitare che aumentino i casi di coronavirus in città. Alcuni di loro, quando sono arrivati i carabinieri della stazione di Caselle Torinese e della compagnia di Venaria Reale, hanno provato a giustificarsi spiegando come il cancello fosse già aperto e, pensando si potesse giocare, sono entrati. Con molta probabilità, il giorno precedente qualcuno aveva forzato uno dei lucchetti, ora risigillati con del nastro bianco e rosso, in attesa di installarne un altro di spessore maggiore. Anche perché i militari erano stati già chiamati il pomeriggio precedente, quando alcuni residenti avevano visto giocare dei ragazzi. "Spiace per l'entità della sanzione, ma c'è una ordinanza tramite la quale, per ora, sono chiusi i campi da calcetto di via Italia e del parco Don Banche e Villa Tapparelli. E quei ragazzi lo sapevano perfettamente. Abbiamo riaperto il campo da volley perché il numero di appassionati e decisamente inferiore rispetto al calcio”, commenta il sindaco Gambino. Ma quando verranno riaperti al pubblico? "Probabilmente già la prossima settimana, stiamo ragionando su questo aspetto. Comprendo perfettamente che i giovani vogliano giocare, a maggior ragione ora che la scuola è finita. Ma vogliamo fare le cose con coscienza”…
L’Anpi multata per aver violato il lockdown del 25 aprile: non vuol pagare. Leo Malaspina domenica 7 giugno 2020 su Il Secolo d'Italia. L’Anpi non ci sta a pagare la multa di 400 euro. Perché loro, i partigiani, in piazza ci possono scendere in barba alle regole del lockdown, non come quelli di destra, criticati per i presunti “assembramenti” del 2 giugno a Roma. L’ultima paradossale vicenda di “doppiopesismo” si registra a Cosenza, dove una donna, una “partigiana”, presidente dell’Anpi locale, si rifiuta di pagare la multa inflittale dalla polizia per aver violato il lockdown del 25 aprile. Aveva portato i fiori per un sit-in su un luogo simbolo della Resistenza.
La partigiana non rispetta le regole? Maria Pina Iannuzzi era stata così multata per aver violato le prescrizioni atte al contenimento del rischio epidemiologico Covid-19. Ma dopo aver incassato la solidarietà e l’indignazione del Pd locale, la donna si è decisa a fare ricorso al prefetto contro la multa. Sostiene che avesse preso le giuste precauzioni e che l’obiettivo della sua uscita di casa era molto importante, quello di portare i fiori su un luogo simbolico, il Largo dei Partigiani, nella città vecchia. L’Anpi sottolinea inoltre che le associazioni partigiane e combattentistiche erano autorizzate a partecipare alle celebrazioni per il 75º anniversario della Liberazione. La conferma di quello che tutti sapevamo: alla sinistra era stato concesso di violare il lockdown per la Liberazione, alla destra non di manifestare liberamente in piazza, a lockdown, peraltro, ampiamente allentato.
Avellino, sindaco capo ultrà: assembramenti e cori contro De Luca e Salerno. Redazione de Il Riformista il 31 Maggio 2020. Polemiche e indignazione si sono scatenate dopo che i video della movida nel centro di Avellino hanno invaso i social da stamattina. Al centro della bufera il sindaco della città, Gianluca Festa. Il primo cittadino si vede nelle immagini riprese nella notte tra sabato e domenica a via de Conciliis, ritrovo abituale nel centro città, dove si trovano diversi locali e pizzerie. Festa nei giorni scorsi aveva emesso un’ordinanza in contrasto con quelle del Presidente della Regione Vincenzo De Luca per permettere l’apertura dei locali fino all’una di notte. Il sindaco si è quindi unito ai giovani, scattando selfie e intonando cori contro Salerno, città del governatore campano, di matrice calcistica (“noi non siamo salernitani” e “Avellino siamo noi”). Festa ha agito praticamente da direttore d’orchestra, o capo ultrà, come molti accusano, ponendosi al centro di un cerchio formato da una folla di persone e favorendo assembramenti e abbracci. Il sindaco ha diretto alcuni cori e poi si è concesso agli autoscatti dei presenti. Il Mattino scrive che l’episodio verrà valutato anche per motivi di responsabilità penale. Il sindaco si è difeso con un post su Facebook, respingendo le critiche e consigliando di guardare altrove, visto che ad Avellino “ci sono io a tenere tutto sotto controllo”. “C’è chi i giovani li attacca e demonizza – ha scritto Festa – E non mi sembra abbia ottenuto risultati. Io con i giovani sono a mio agio, da sempre. Per questo ieri sera ho deciso di fare un sopralluogo nell’isola pedonale, per assicurarmi che anche la ripresa della movida fosse nel pieno rispetto delle regole. Devo dire che ho trovato un clima tranquillo e allegro. Mi sono soffermato a salutare molti giovani che ho incontrato lungo il mio percorso, entusiasti per la ritrovata libertà”. Immediate le critiche da parte dell’opposizione, soprattutto del capo Luca Cipriano che sui social ha pubblicato un post con video e foto dell’assembramento di via de Conciliis.
Manlio Gasparotto per corriere.it il 25 maggio 2020. Torino si è fermata tra le 15 e le 15.20 per l’omaggio delle Frecce Tricolore, passate due volte sul centro tra gli applausi di migliaia di famiglie che si erano radunate tra piazza Castello, piazza Vittorio e la Gran Madre. Un momento di leggerezza dopo mesi di lockdown, ma anche un nuovo focolaio, senza dubbio, di polemiche per l’assembramento creatosi soprattutto sui gradini della chiesa. Perché molti abitanti della zona e degli imprenditori - bar e ristoranti della zona -: si domandavano e domandavano alle forze dell’ordine (vigili urbani e polizia che hanno presidiato la zona) il significato della parola assembramento. Mascherine per tanti, ma non per tutti nelle piazze. Applausi, gioia e telefonini spianati ma, sicuramente, oltre alla doppia nuvola tricolore anche tanti respiri sospetti. L’emozione è stata grande, davvero, ma è facile che insieme alle foto ora sui social ci si scambi mille domande.
Nicola Pinna per “la Stampa” il 26 maggio 2020. Il quarantenne di Cernusco sul Naviglio non è riuscito a trattenere lo stupore e ha fatto la domanda più scontata che gli potesse venire in mente. Proprio quella che ha fatto imbestialire i vigili urbani: «Scusate, ma questa è una barzelletta?». E invece no, era tutto vero: gli agenti lo hanno multato perché fumava senza tenere la mascherina sul volto. «Mi spiegate voi come posso tenere in bocca un sigaretta se indosso la mascherina? Esiste forse un divieto di fumo all' aperto?». Lui, che in quel momento stava rientrando a casa, a dirla tutta rispettava scrupolosamente le regole che consentivano gli spostamenti in tempo di quarantena. Ma i vigili non gli hanno perdonato la leggerezza sulla mascherina. «In Lombardia è obbligatorio indossarla sempre e non sono ammesse eccezioni. Proprio per questo dobbiamo farle la multa». Quattrocento euro da pagare entro cinque giorni oppure un ricorso. Ed è quello che il quarantenne ha già presentato. Insieme ai tanti altri che in queste settimane si sono beccati una sanzione all' apparenza inspiegabile. Qualcuno, infatti, le ha già ribattezzate "le multe pazze" e nelle ultime settimane hanno alimentato l' ironia sui social e portato molto lavoro agli avvocati. Qualche caso rischia persino di finire all' esame della Consulta, perché alcuni legali hanno già sollevato questioni di costituzionalità sui famosi Dpcm del presidente del Consiglio e sulle ordinanze locali che hanno persino irrigidito le regole di vita nel pieno dell'emergenza contagio. Di sicuro ci sarà da discutere sul caso di un anziano di Ospitaletto, in provincia di Brescia, che è stato sorpreso dai carabinieri mentre riposava su una panchina di fronte a un supermercato. «Si stava solo riposando, un attimo di pausa mentre faceva la fila per entrare - raccontano gli avvocati Filippo Caruso e Giorgio Pradelli - Un uomo di una certa età non ha le forze per stare tanto tempo in piedi, in attesa di poter fare la spesa. Sarebbe bastato il buon senso per evitargli la sanzione». Ma la legge non ammette eccezioni. E qualche volta neppure le necessità primarie, quelle di cui tanto si è parlato negli ultimi tre mesi. Qualche volta non sono state considerate neppure le conseguenze della povertà. E per capire questo ennesimo paradosso bisognerebbe farsi raccontare la disavventura che ha vissuto un barista di Bagnolo Cremasco, un piccolo centro della provincia di Cremona. Da quando è stato costretto a chiudere il suo locale si è ritrovato senza i soldi per la spesa e qualche settimana fa è andato a pranzo dai genitori. «Per fortuna che ci sono loro e che mi hanno offerto il pranzo e la cena». Ma i poliziotti non si sono fatti intenerire, perché tra la casa del barista e dei genitori passa il confine di due comuni: «Sono solo 400 metri ma tecnicamente sono due paesi diversi e così mi sono beccato la contravvenzione». A pagarla ora saranno costretti anche due ottantenni di Bagnolo Mella: marito e moglie con parecchi problemi di salute che erano andati insieme a fare la spesa. Nessuno dei due aveva le forze necessarie per portare fino a casa bustoni piene e pesanti: «Ci stavamo aiutando a vicenda e siamo stati trattati come delinquenti». La stessa sensazione che hanno provato due genitori di Livorno che sono stati bloccati dalla Polstrada mentre accompagnavano a un controllo medico la figlia di 8 anni che aveva subito un trapianto di midollo. In questo caso, però, la multa è stata cancellata in pochi giorni e alla famiglia sono arrivate anche le scuse. Così come è successo a un' infermiera di Genova che aveva chiesto al marito di andare a prenderla in ospedale alla fine del turno: lei non ha la patente, ma gli agenti di una Volante non hanno voluto sentire ragioni. A rimediare, per fortuna, ci ha pensato il questore che ha riconosciuto l' errore e annullato il verbale. Niente da fare invece per un trentacinquenne di Torino che si è beccato un' altra multa per non aver voluto correre il rischio di violare il divieto di allontanarsi da casa più di 200 metri. Aveva lasciato l' auto a 300 metri di distanza dal suo appartamento e per qualche giorno non è potuto andare a verificare che non ci fossero imprevisti. Nel frattempo, in realtà, era spuntato un divieto di sosta temporaneo per il rifacimento dell' asfalto e il giovane ovviamente non si era reso conto di nulla. Qualche giorno dopo, in pieno lockdown, si è ritrovato sul groppone un conto doppio: la multa per il divieto di sosta e il costo del carro attrezzi. Violare il divieto di uscire sarebbe stato più conveniente.
Abbraccia la fidanzata per strada: multa di 400 euro a un 20enne di Pavia. Pubblicato lunedì, 25 maggio 2020 da La Repubblica.it. Ha abbracciato la sua fidanzata mentre stavano passeggiando in Strada Nuova, nel centro di Pavia. Uno slancio affettivo che non è ammesso dalle attuali regole contro la diffusione del coronavirus, anche se i 'trasgressori' sono fidanzati. Il giovane, poco più che ventenne, è stato sanzionato da una pattuglia di agenti in borghese: dovrà pagare una multa di 400 euro (che potrà essere ridotta a 280, se la sanzione verrà saldata entro 30 giorni dalla emissione del verbale). A darne notizia è oggi il quotidiano "La Provincia pavese". Sia il ragazzo che la sua fidanzata avevano la mascherina e le norme anticontagio permettono a due persone che non vivono assieme di camminare affiancati. Ma non di abbracciarsi: e quello slancio improvviso è costato caro al ragazzo per il mancato rispetto della regola del distanziamento sociale. Ma la multa è scattata solo per il ragazzo: la fidanzata, infatti, non avrebbe "partecipato" all'effusione perché colta di sorpresa. Nel corso del fine settimana a Pavia e nel resto della provincia sono stati intensificati i controlli da parte delle forze dell'ordine. Sono state elevate alcune sanzioni a persone trovate senza mascherina o che non rispettavano le distanze sociali.
L'episodio in centro a Pavia. Abbraccia la fidanzata in centro: multato di 400 euro. Redazione su Il Riformista il 25 Maggio 2020. “Amore mio quanto mi costi”. E non per i regali, il tempo, i sacrifici, i compromessi. Niente di tutto questo. Ma per un abbraccio. Un accento grave rosa tra le parole: è in contravvenzione. È successo a un 20enne di Pavia. Sorpreso nel gesto inconsulto di abbracciare – che criminale, sconsiderato, superficiale – la sua ragazza mentre passeggiavano in Strada Nuova, nel centro della città lombarda. Un atto che non è sfuggito a una pattuglia di agenti in borghese che prontamente è intervenuta e ha spiccato il verbale: 400 euro. L’episodio è stato raccontato dal quotidiano Provincia Pavese. Clandestino, illegale, pericoloso è diventato un abbraccio. Il trito e ritrito amore ai tempi del coronavirus è diventato quindi anche questo dopo essere stato lontananza, distanza, precauzione, prevenzione. È diventato questo atto di contrabbando per chi non condivide lo stesso tetto. E infatti gli agenti avvicinandosi ai due ragazzi hanno chiesto loro se fossero conviventi o meno. Alla risposta negativa hanno spiccato la contravvenzione che potrà essere ridotta a 280 euro se saldata entro 30 giorni dall’emissione del verbale. A essere punito per l’abbraccio soltanto lui: lei, ignara, incolpevole, concussa, sarebbe stata colta di sorpresa e all’improvviso dalla manifestazione di affetto del ragazzo. E a poco sono servite le mascherine che entrambi indossavano. “Durante lo scorso fine settimana le pattuglie in borghese – ha scritto il quotidiano – soprattutto con agenti della polizia locale, giravano tra i passanti del centro storico e, quando c’erano giovani mano nella mano oppure troppo ravvicinati, chiedevano se erano conviventi. La convivenza permette di camminare senza rispettare le distanze. Il bilancio dei controlli nel centro storico è comunque positivo: le forze dell’ordine si sono presentate in forze seguendo le disposizioni del prefetto Rosalba Scialla”.
Da giornaledibrescia.it il 23 maggio 2020. Gente in piazza, distanze non rispettate e mascherine tenute sotto il mento. Allarme movida a Brescia nel primo venerdì dopo la riapertura. Nella città tra le più colpite dal coronavirus la gente ha riempito Piazzale Arnaldo, cuore della movida in centro città. Poco prima di mezzanotte la Polizia locale ha ricevuto l'ordine di impedire nuovi ingressi. Il sindaco di Brescia Emilio Del Bono annuncia provvedimenti: «O riusciamo a contingentare gli accessi o firmo un'ordinanza di chiusura serale della piazza». E sul propfilo Fb il primo cittadino, all'una della scorsa notte, scrive e annuncia il documento. «Troppe persone, assembramenti nonostante la presenza significativa di polizia locale. È bene dare un segnale». Del Bono è intenzionato a firmare un'ordinanza per chiudere l'area nelle sere di questo fine settimana, poi in settimana, insieme a gestori e Questura, stilerà una gestione più puntuale della piazza e delle vie limitrofe da adottare di sera.
Torna la movida: la Guardia di Finanza interviene per sgomberare un locale di corso Italia. Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 da massimo Calandri su La Repubblica.it Prima notte di riapertura: più disciplina nel centro storico, accessi contingentati a Boccadasse. E ad Albaro l'emergenza sono i cinghiali. Quasi tutti con la mascherina però troppo spesso sotto il mento, lasciando scoperto il volto in maniera imprudente. Fase 2, nella prima serata “a rischio” della Movida genovese i ragazzi si sono mostrati abbastanza attenti nel centro storico – un paio di sanzioni della polizia municipale a chi proprio non ne voleva sapere di coprirsi il viso - e invece meno disciplinati in corso Italia e a Boccadasse, prese d’assalto a tarda notte. La Guardia di Finanza è intervenuta intorno a mezzanotte per sgomberare un assembramento di centinaia di persone al Baretto, sul lungomare. I militari hanno in un primo tempo allontanato i giovani, però i titolari del locale - a luci abbassate - hanno ripreso a distribuire alcolici, e in breve tempo si è di nuovo formata la folla. Nello stesso momento, un centinaio di metri più sopra, proprio davanti all’ingresso delle piscine di Albaro, i vigili urbani erano alle prese con 3 cinghiali che sono stati “confinati” in un’aiuola di piazza Dunant per evitare pericoli a chi transitava in via Righetti. Sempre la polizia municipale è dovuta intervenire a Boccadasse per “filtrare” gli arrivi dei ragazzi: dalle 11 di sera e per qualche ora, gli agenti hanno teso un nastro all’altezza della piccola piazza della chiesa di Sant’Antonio, contingentando i passaggi perché nel borgo la situazione stava facendosi pericolosa. Nel centro storico, distanze di sicurezza e uso della mascherina rispettati in piazza delle Erbe, dove i commercianti hanno anche assoldato degli steward per i controlli. Negli altri vicoli, in particolare a San Bernardo e canneto, è stato un po’ un surreale gioco tra guardie ladri: con le pattuglie di vigili e poliziotti che continuavano a perlustrare i carruggi, e molti giovani che – bicchiere di birra in mano - aspettavano il loro passaggio per coprirsi il volto.
Napoli, la movida "ubriaca" i residenti: video fake contro i gestori dei baretti. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 22 Maggio 2020. Apertura dei baretti indigesta solo ai Comitati dei residenti, gli unici a fare polemica nonostante il rispetto dell’orario di chiusura (23) da parte dei gestori. C’è chi si è divertito a lanciare fake news sui social (puntualmente riprese da qualche giornale) e armato di cellulare ha denunciato dal balcone della propria abitazione qualche baretto irresponsabile, ‘colpevole’ (anche senza prove) di aver servito drink venti minuti dopo l’orario di chiusura. Nel video infatti si riprende la fiumana di persone che ieri sera, giovedì 21 maggio, hanno occupato i muretti di via Aniello Falcone, trattenendosi anche dopo le 23, senza però fare alcun riferimento ai locali ancora in attività. Polemiche gratuite e perpetue quelle dei Comitati mirate ad offuscare una riapertura che per tanti imprenditori rappresenta più di una speranza dopo mesi di inattività e conti in rosso. Dal Vomero al centro storico, passando per la zona dei baretti di Chiaia, in tanti si sono ritrovati in strada per tornare ad assaporare un po’ di normalità a distanza di oltre due mesi. Certo in alcune zone, come quella di Aniello Falcone, si è registrata una presenza numerosa di persone e non è stata rispettata la distanza di sicurezza di almeno un metro. Così come tanti giovani erano in strada senza mascherina. Prendersela però con i gestori dei bar è troppo facile. Loro pagano tasse, licenze e hanno tutto il diritto di tornare a lavorare. Sta ai cittadini adottare comportamenti in linea con quanto ordinato dal Governo in vista della Fase 2 dell’emergenza coronavirus.
Fase 2 a Bari, nonostante il Covid la movida non si ferma: ressa in centro. Multe da 400 euro. Giovani e meno giovani sfidano il virus e si godono il sabato sera come se niente fosse: dove sono i controlli? Graziano Capurso il 23 Maggio 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Sembra che il Coronavirus sia sparito come per magia qui a Bari: centinaia di persone passeggiano tranquillamente nel cuore del murattiano e sul lungomare, come se fosse un sabato sera qualsiasi. Come mostrano le immagini, giovani e meno giovani si godono la promenade in centro, a spasso con birre, gelati e cibo. Si era parlato di controlli serrati in tutta la città e per tutto il weekend: nel pomeriggio, infatti, sono stati oltre 2mila i controlli e ben 14 le sanzioni effettuate dalle forze dell'ordine contro gli indisciplinati del "sabato sera". Ma alle 22.30 la situazione è punto e a capo: davanti ai locali di alcuni quartieri del centro di Bari si sono registrati brevi assembramenti di giovanissimi, anche senza mascherina e vicini tra loro, man mano scoraggiati dal passaggio delle pattuglie, che però, dopo un certo orario hanno lasciato il campo, permettendo così ai furbetti di tornare all'assalto dei locali. La cautela è d'obbligo in questi momenti, ricordiamo infatti che bisogna sempre mantenere la distanza di sicurezza e indossare guanti e mascherine.
Muccino e la foto della movida a Milano, scoppia polemica social. Fa discutere l'immagine postata poche ore fa su Twitter dal noto regista, che attacca duramente le persone immortalate nello scatto: "Qui Milano, abbiamo un problema". C'è chi non crede alla foto, ma il governatore Fontana minaccia nuove restrizioni. Federico Garau, Sabato 23/05/2020 su Il Giornale. Ritorna la polemica sulla movida milanese, e stavolta a sollevare la questione è il regista Gabriele Muccino, che poche ore fa ha postato sulla propria pagina Twitter una foto scattata in una via del capoluogo lombardo. Nell'immagine si vedono moltissime persone intente a trascorrere la serata come se l'emergenza Coronavirus fosse oramai uno sbiadito ricordo. Alcuni indossano la mascherina, molti si limitano a portarla abbassata sotto al mento quasi fosse un accessorio ed altri ancora ne sono completamente sprovvisti. Usciti per un drink all'aperto in compagnia di amici e conoscenti, paiono aver completamente dimenticato le basilari norme di sicurezza per evitare il pericolo di una nuova ripresa di contagi. La foto pubblicata da Muccino esprime purtroppo al meglio il significato della parola "assembramento". "Qui Milano. Abbiamo un problema", commenta il registra e sceneggiatore italiano, esprimendo tutta la propria preoccupazione. Alcuni giorni fa, poco dopo l'inizio della tanto attesa Fase 2, l'attenzione dei media si era già concentrata sul capoluogo meneghino a causa di alcune preoccupanti immagini dei Navigli, tornati ad essere affollati da numerose persone (questo, almeno, quanto percepito dalle foto diffuse). Anche in quell'occasione Gabriele Muccino si era fatto sentire, invitando il sindaco Beppe Sala a richiudere immediatamente la zona. "C'è gente che si suicida per aver perso tutto e gli amici milanesi dimostrano con arroganza insopportabile la parte più egocentrica, superficiale ed egoista della loro leggerezza immatura e miope. Che cosa vi passa per la testa?!", aveva sbottato il regista, intervenendo sempre su Twitter. La questione movida, in realtà, non riguarda solo Milano. Governatori e sindaci italiani sono al momento impegnati a far rispettare le regole ai propri cittadini. Un caso analogo ai Navigli, ad esempio, lo si è registrato anche alla Vucciria di Palermo. Con l'allentamento del lockdown, molte persone intendono fare presto ritorno alla normalità e non è affatto semplice far comprendere loro che in questo preciso momento è più che mai indispensabile rispettare le norme di sicurezza, indossare i dispositivi di protezione ed evitare gli assembramenti. Secondo quanto si evince dalla foto postata da Muccino, tuttavia, i moniti del primo cittadino Beppe Sala, così come quelli del premier Giuseppe Conte e del ministro della Salute Roberto Speranza non sembrano essere serviti a molto. Sotto il tweet del regista sono subito arrivati i messaggi degli utenti. "Sarà una foto di oggi o di ieri o dell'altro ieri, poco importa. Ciò che vedo è una massa di gente incosciente, egoista e menefreghista. E non è Milano, Roma, Firenze o Napoli. Siamo noi, tutti. A questo punto meritiamo tutto ciò che ci sta succedendo", commenta un utente. "Ma i controlli dove sono?", si domanda indignato qualcuno. "Vogliono trascorrere Ferragosto in ospedale", dichiara un altro. C'è poi chi mette in dubbio la veridicità dell'immagine. "Mi sembra ritoccata la foto, sicuro che sia vera? Magari è come quella dei Navigli, di qualche settimana fa", dice un internauta. Sul caso "Navigli", infatti, era subito sorta un'accesa polemica quando sui social in molti avevano fatto notare dei presunti trucchi fotografici, finalizzati a far sembrare le persone più vicine di quanto in realtà non fossero. Qualcuno, invece, chiede al regista quale sia la strada "incriminata", mentre un altro fa notare che alle ore 20 a Milano oggi stava piovendo. Qualunque sia la verità, dopo aver preso visione delle ultime immagini, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha deciso di rilasciare una nota sulla propria pagina Facebook:"Come ho più volte ribadito, Regione Lombardia è pronta a intervenire, anche con nuove restrizioni, per evitare che tutto il lavoro svolto fin qui grazie alla buona volontà della maggioranza dei cittadini, venga vanificato da alcuni incoscienti. Dopo aver visto nelle ultime ore le foto, i video e le notizie riguardanti assembramenti e movida in diversi comuni lombardi mi appello ai Prefetti e ai Sindaci della nostra regione affinché usino, dove serve, il massimo del rigore", ha dichiarato.
Strade affollate e locali pieni: è allarme movida. Sindaci e governatori pronti a richiudere. Redazione su Il Riformista il 24 Maggio 2020. Dopo l’assalto alle spiagge, di cui oggi si teme il bis, il primo sabato sera dopo la fine del lockdown ha visto molte persone tornare in strada e nei locali, da Nord a Sud, tanto che sindaci e governatori minacciano di richiudere tutto. In Lombardia, nonostante a Milano una forte pioggia abbia convinto molti a restare a casa, il presidente Fontana richiama all’ordine. “Dopo aver visto nelle ultime ore le foto, i video e le notizie riguardanti assembramenti e movida in diversi comuni lombardi – dice ancora – mi appello ai prefetti e ai sindaci della nostra regione affinché usino, dove serve, il massimo del rigore, anche attraverso l’utilizzo della Polizia locale e delle forze dell’ordine e l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge, come la riduzione dell’orario di apertura e la chiusura”. A Brescia il sindaco già venerdì aveva chiuso la piazza della movida locale e ieri ha imposto la chiusura dei locali dalle 21.30. A Roma lo schieramento di 2.500 agenti per i controlli non ha fermato le persone che si sono riversate nelle vie del centro e nei punti di ritrovo: da San Lorenzo a Trastevere, fino a Ponte Milvio. In Campania la chiusura dei bar alle 23 non è servita a limitare la movida: a Napoli, fino a notte fonda, le vie del centro sono state prese d’assalto e, una volta abbassate le serrande dei locali, le persone si sono riversate in strada. Secondo le prime stime fornite dalle forze dell’ordine, nel primo sabato posto lockdown gli spostamenti degli italiani hanno fatto registrare un +20%. Sul fronte dei controlli, come riporta il Corriere della Sera, da venerdì sono state identificate 131.962 persone, 651 delle quali multate (il 10% solo nella Capitale). Cinque denunciati per falsa attestazione e due (positivi al virus) per aver violato la quarantena. Ispezionati 49.585 locali: 40 sanzioni e otto chiusure.
Riprendeva assembramenti, fotografo Ansa aggredito: «Via la scheda se no rischi». Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 su Corriere.it da Alessandro Fulloni. «Togli la scheda dalla macchinetta, sennò passi dei guai». Un fotografo collaboratore dell’agenzia Ansa, Cesare Abbate — sempre in prima linea in questi giorni nel riprendere ogni fase dell’emergenza Covid — è stato minacciato e costretto a cedere la scheda con le foto in cui aveva ripreso la presenza di alcuni assembramenti di giovani, molti dei quali privi di mascherina. È accaduto ieri sera a Napoli, poco prima di mezzanotte, in Largo Sermoneta, nella zona degli chalet di Mergellina, dove dopo le 23 in molti si sono riversati una volta chiusi bar e locali. Abbate è stato avvicinato da alcuni giovani che lo hanno insultato e minacciato. L’episodio fa seguito ad altri casi analoghi avvenuti nei giorni scorsi a Napoli, sempre a danno di fotoreporter — mercoledì è accaduto a due colleghi de «il Mattino» in zona Centro Antico — impegnati a testimoniare col proprio lavoro l’evoluzione della «fase» 2 in città.
Aggressione per la troupe Mediaset che documentava la movida: "Ficcatela nel culo la telecamera". Collegamento burrascoso per l'inviata di Stasera Italia Weekend, aggredita da un gruppo di persone nella movida romana del sabato sera; minacce e un faretto rotto per la troupe di Rete 4. Francesca Galici, Domenica 24/05/2020 su Il Giornale. Il clima in Italia è teso. Due mesi di lockdown, la cassa integrazione e i contributi ai lavoratori e agli imprenditori che non arrivano, stanno mettendo a dura prova la tenuta nervosa degli italiani. La ricerca di una nuova percezione di normalità sembra abbia causato un'irrefrenabile voglia di aperitivo. Le aperture del 18 maggio, che hanno de facto interrotto il lockdown hanno dato il via alla corsa allo spritz che ha riempito le piazze italiane, con assembramenti che mai si erano visti prima. Le immagini della movida dei Navigli, prima, e quelle dei centri cittadini fulcro della movida brulicanti di persone in barba a qualunque disposizione sul distanziamento sociale e sull'utilizzo dei dispositivi di protezione. La troupe di Stasera Italia Weekend ha voluto documentare in diretta la situazione del sabato sera romano nel quartiere di San Lorenzo ma gli animi si sono presto surriscaldati. Il programma del prime time del sabato di Rete4 voleva raccontare la movida serale di uno dei quartieri storici più amati dai giovani, quello di San Lorenzo. Sono tantissimi i locali di questa zona di Roma, che alla sera richiamano migliaia di giovani e un po' meno giovani. Sul posto, a documentare la situazione per Stasera Italia Weekend, è stata mandata la giornalista Marilena Vinci. L'intento del programma era di verificare se i romani si attenessero alle disposizioni sul distanziamento e sull'utilizzo delle mascherine, segnalando eventuali assembramenti. Il collegamento con lo studio da parte dell'inviata è iniziato subito col piede sbagliato: "Ci hanno aggredito e ci hanno intimato di allontanarci. Ci hanno spaccato il faretto della telecamere. Là c'è un assembramento di persone che bevono." Le parole della Vinci hanno allarmato la conduttrice. Veronica Gentili, che ha invitato la sua giornalista a spostarsi per cercare un posto più sicuro dal quale effettuare il collegamento successivo. Se possibile, l'intervento successivo dalla movida romana di Marilena Vinci è stato anche peggiore del primo, con la giornalista che è stata accerchiata da un gruppo minaccioso di persone: "Ficcatela nel culo la telecamera, guadagnare due spicci così, vergogna!" Tra gli insulti e le minacce, un uomo ha intimato all'inviata di allontanarsi, adducendo a una non ben precisata violazione delle regole. Marilena Vinci ha provato a mostrare le sue ragioni invocando il diritto di cronaca ma la situazione era ormai insostenibile. "Scusate, ci dobbiamo allontanare", ha dichiarato l'inviata alla conduttrice in studio prima di interrompere definitivamente il collegamento. Evidentemente scossa da quanto visto, Veronica Gentili ha difeso il lavoro suo e della giornalista del programma: "Non stiamo a fare i voyeur perché ci piace guardare nei pub la gente che esce il sabato sera. Ci interessa raccontare un quadro che riguarda tutti. La vita mondana ha a che fare con le esigenze sanitarie e la riapertura di un Paese. Nel caso ci fosse una seconda chiusura, l'economia boccheggerebbe definitivamente."
Salvatore Dama per “Libero quotidiano” il 25 maggio 2020. Nessun rispetto del distanziamento sociale e donne rinchiuse in un recinto. Succede a Piazza Re di Roma, nel quartiere Appio della capitale. È la festa di fine Ramadan. E i fedeli musulmani si riuniscono, come tradizione, per celebrare il momento. Ma c' è qualcosa che non va. Come testimoniano le immagini pubblicate da Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d' Italia e vice presidente della Camera, sui suoi canali social. «Nella foto scattata da me alle ore 9.30: gli uomini pregano ignorando le regole del distanziamento sociale, ma hanno almeno la mascherina. A pochi metri di distanza si vede un recinto, non è una porcilaia, ma lo spazio riservato alle donne rinchiuse dietro una rete oscurante, come fossero animali. Non possono partecipare alla preghiera né vedere i fedeli e l' iman. La polizia osserva senza eccepire». Rampelli protesta e annuncia una interrogazione parlamentare: «Non si può più accettare di essere discriminati a casa propria, di vedere stravolti i nostri principi ordinatori per i quali generazioni si sono battute con coraggio, di subire divieti e sanzioni mentre cittadini stranieri violano indisturbati la legge. Gli articoli 3, 37 e 51 della Costituzione italiana li gettiamo nella tazza del cesso? Lo chiederò a Conte questa settimana. Adesso basta», conclude. Altrove, sempre a Roma, si verificano altri problemi. «Ci giungono segnalazioni che in diverse zone, tra cui Conca d' Oro, nel terzo municipio, in occasione della fine del Ramadan si sono riunite decine di persone di fede islamica. Nulla contro la libertà di culto, ma le regole valgono per tutti. Non erano vietati assembramenti?». Così in una nota Laura Corrotti, consigliere Lega Regione Lazio. La sindaca di Monfalcone, Gorizia, ha vietato le celebrazioni. «Due associazioni islamiche hanno chiesto di poter utilizzare, per la festa della fine del Ramadan, spazi all' aperto. Dopo aver informato prefetto e questore abbiamo risposto di no, perché sul territorio comunale è tuttora in vigore un' ordinanza che per il contenimento del contagio non lo consente. Per le misure anti-Covid la Pasqua noi l' abbiamo festeggiata a casa», dichiara la prima cittadina Anna Maria Cisint. In altre città non ci sono stati problemi, invece. A Imperia, per esempio, circa trecento fedeli musulmani si sono dati appuntamento all' anfiteatro della Rabina di Imperia. I partecipanti erano muniti di mascherine e l' ingresso all' anfiteatro è stato monitorato con un termoscanner per misurare la temperatura. Rispettate anche le distanze di sicurezza imposte dai protocolli anti Covid-19.
Da leggo.it il 24 maggio 2020. Un raduno di preghiera trasformatosi in vero e proprio assembramento: così decine di musulmani hanno deciso di festeggiare la fine del Ramadan, a Roma. Siamo a piazza Conca d'Oro, nel cuore del III Municipio, in zona Montesacro. Decine di persone di fede islamica si sono riuniti in preghiera, occupando lo spazio antistante la stazione della Metro B1: un assembramento pericoloso, senza alcun rispetto delle distanze per l'emergenza coronavirus. La maggior parte dei presenti indossava mascherine, ma non tutti. Si trattava comunque di un raduno autorizzato e, al termine del raccoglimento in preghiera, i presenti sono andati via in sicurezza e senza lasciare rifiuti in giro. Va ricordato che la grande Moschea di Roma è ancora chiusa e lo sarà almeno fino alla fine di questo mese: come per tutti i luoghi di culto, anche il Centro Islamico Culturale capitolino ha firmato il protocollo di sicurezza col Governo, ma serve ancora tempo per adeguarsi. «La preghiera è un dovere, ma da responsabili dobbiamo garantire prima di tutto la sicurezza dei fedeli e dei cittadini e dopo attente considerazioni ci siamo accorti che non è ancora possibile», aveva spiegato alcuni giorni fa il segretario generale, Abdellah Redouane, all'AdnKronos.
La fine del Ramadan in piazza. L'ira degli abitanti: "E il virus?". In quasi tutti i quartieri di Roma centinaia di musulmani si sono radunati per pregare insieme in piazza, a volte senza neppure rispettare le norme di distanziamento sociale. Alessandra Benignetti e Francesco Curridori, Domenica 24/05/2020 su Il Giornale. Mentre nella maggior parte dei Paesi islamici e nel resto d’Italia il lockdown ha impedito i festeggiamenti per la fine del Ramadan, nella Capitale è andata in scena la “fiera degli assembramenti”. In quasi tutti i quartieri di Roma centinaia di musulmani si sono radunati per pregare insieme in piazza, a volte senza neppure rispettare le norme di distanziamento sociale imposte dal comitato scientifico e dal governo. Raduni che, come in passato, sono stati regolarmente autorizzati dalla prefettura e dalla questura. “Quest’anno non ci aspettavamo che le autorità ci dessero l’autorizzazione e perciò siamo doppiamente felici”, ci dice Rahman Hebzu del centro islamico Tawhid, che da dodici anni organizza questa celebrazione nel parcheggio di via Albergotti, nel quartiere Aurelio, in zona Roma Nord. Circa 70-80 fedeli si sono dati il cambio ogni dieci minuti per pregare a partire dalle sette di questa mattina. I musulmani si mettono in fila vestiti con gli abiti della festa, a distanza di un metro, mentre i volontari forniscono loro mascherine e una dose di gel disinfettante. Non è accaduto lo stesso però in altre zone. A Conca d’Oro e Centocelle, ad esempio, diversi filmati diventati virali sui social network mostrano decine di persone ammassate, senza neppure i dispositivi di protezione individuali.
L'ira dei residenti. Questo ha creato non pochi malumori tra i residenti. “La comunità islamica qui è una presenza fissa, ogni anno, come è giusto che sia, festeggiano la fine del Ramadan in questo parcheggio”, ci spiega Danilo Amelina, presidente del Comitato quartiere Aurelio. “Certo che però – aggiunge – quest’anno la manifestazione si sarebbe potuta evitare”. “Loro sono stati attenti a differenza di altri, ma è inevitabile che alla fine di una celebrazione con oltre 500 persone si creino assembramenti, con gente che va in gruppo a prendere l’autobus o a bere il caffè al bar”, gli fa eco Angelo Belli, coordinatore della Lega nel XIII Municipio Aurelio, secondo cui “in questo momento il buonsenso avrebbe voluto che l’autorizzazione non fosse stata concessa”. “L’Italia è sempre stato un Paese accogliente, ma qui siamo di fronte a un caso di discriminazione al contrario – incalza una donna che incontriamo nei pressi di piazza dei Giureconsulti - noi siamo ancora soggetti a varie limitazioni per le nostre celebrazioni religiose, mentre loro possono festeggiare il Ramadan come gli pare”. “In molti – spiega Belli – sono arrabbiati visto e considerato che ai funerali cattolici al momento non possono partecipare più di 15 persone”. “Oppure pensate a quelli come me – aggiunge – che sono fotografi e che rischiano di non lavorare per almeno un anno perché tutti i matrimoni proprio per evitare gli assembramenti, sono stati tutti rinviati”.
"Islam? Sempre due pesi e due misure". Fanno discutere anche le immagini che arrivano da piazza Re di Roma, nel quartiere San Giovanni. Sono quelle scattate dal vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. “Gli uomini pregano ignorando le regole del distanziamento sociale, ma hanno almeno la mascherina, a pochi metri di distanza si vede un recinto, non è una porcilaia ma lo spazio riservato alle donne rinchiuse dietro una rete oscurante, come fossero animali, non possono partecipare alla preghiera né vedere i fedeli e l’imam, la polizia osserva senza eccepire”, denuncia il deputato di Fratelli d’Italia. "Non si può più accettare di essere discriminati a casa propria – attacca - di vedere stravolti i nostri principi ordinatori per i quali generazioni si sono battute con coraggio, di subire divieti e sanzioni mentre cittadini stranieri violano indisturbati la legge". Insomma, nell’Italia della fase 2 ci sono manifestazioni di serie A e altre di serie B. I musulmani festeggiano la fine del Ramadan con il benestare delle autorità, mentre solo poche settimane fa i ristoratori che hanno manifestato all’Arco della Pace a Milano sono stati multati per essere scesi in piazza a distanza di sicurezza. “Fanno repressione a senso unico”, ci dice al telefono Paolo Bianchini, tra i fondatori del Movimento Impresa Ospitalità che ha promosso le proteste dei ristoratori e degli albergatori che hanno risentito maggiormente del lockdown e che si vedono penalizzati dalle norme anti-Covid. “A Milano e in tante altre piazze d’Italia ci hanno proibito di manifestare, mentre oggi i musulmani festeggiano liberamente. Perché loro sì e noi no? Eppure siamo soltanto padri e madri che vogliono difendere il loro lavoro”.
E la dittatura impose il reato di vivere. Marcello Veneziani, La Verità 26 Maggio 2020. L’Italia si avvia a diventare un regime totalitario temperato dall’inefficienza e dal ridicolo. Con la scusa della salute è stato introdotto il divieto di sbarco agli italiani in piazza, al bar, al ristorante, sulle spiagge; ora mitigato da libertà provvisoria, con la condizionale. I veri clandestini sono gli italiani, sorpresi a consumare all’aperto il più losco dei crimini: il reato di vivere. L’eversione ha un nome preciso: movida. Acchiappatelo, fa la movida. È pericoloso, ha un’arma in pugno, lo spritz. Gli unici che hanno diritto di sbarco sulle nostre coste senza dover prenotare lo scoglio né il tavolo o stare a distanza regolamentare, sono i migranti, che è reato chiamare clandestini. Appena sbarcano ricevono la mascherina vanamente cercata dagli italiani per mesi. Difatti hanno ripreso a sbarcare in massa, incoraggiati dalle aperture dell’Italistan e dall’imam che si professa papa. In omaggio ai nuovi arrivati le nuove mascherine promesse dal floppista Commissario agli Interventi Immaginari, detto Arcuri, saranno burqa o chador; ma in virtù della parità dei diritti non saranno riservati alle donne ma estesi pure ai maschi e agli asmatici che così potranno soffocare liberamente per strada, nella loro anidride carbonica. Dopo un’ottantena di reclusione ci è stata concessa l’ora d’aria, che è poi la tregua in corso. Gli italiani clandestini per strada sono stati regolarizzati dalla legge Bruttavecchia (simmetrica alla legge Bellanova sui migranti); ma col preciso avvertimento che saremo controllati, limitati, dovremo prenotare tutto, dal prete allo scoglio, dal barbiere al bar, fare i turni per respirare. Dovremo vivere separati, mai riuniti, il sesso solo se lo prescrive la Guardia Medica; c’è divieto di associazione come nei regimi totalitari, salvo quelle di stampo mafioso. Purché in bonafede. Il permesso provvisorio di vivere concesso ora potrà essere revocato da un giorno all’altro e comunque si sta già predisponendo il comitato accoglienza del covid-20, il nuovo virus annunciato per l’autunno, molto atteso dagli addetti ai lavori (forzati). Allora ci sarà una nuova stretta, appena varano il vaccino e il 5G, secondo i dettami di Colao-Tse-tung. Intanto allo scopo di perseguire il reato di vivere, è stata istituita la Guardia del popolo, la guardia civile reclutata dai 5Stelle & Bandiera rossa tra i pasdaran del regime; il Servizio d’Ordine del Partito Grillo e Martello vigilerà sugli italiani come l’Ovra, Organizzazione Vigilanza Repressione Asintomatici. Siamo diventati una succursale di Hong Kong, mitigata dalla nostra incapacità di pianificare la violenza di Stato (neanche quella funziona) in cui il dissenso in piazza è proibito, naturalmente per ragioni di salute; e una piccola, innocua manifestazione tricolore viene dispersa con uno spiegamento di forza che manco a Piazza Tienanmen; l’opposizione è perseguitata da associazioni di stampo mafioso e da magistrati collusi col potere ed è accusata a sua volta di agire per conto di potenze straniere e clan mafiosi. Si può tenere in cattività un popolo di 60milioni di italiani per più di due mesi ma non si può tenere su una nave, con tutti i comfort, alcune decine di scappati di casa, per una decina di giorni. Questo è sequestro di persona, quella è profilassi sanitaria. Nella Repubblica Impopolare Filocinese la gente non ha soldi ma la verità, somministrata dell’Istituto Nazionale Propaganda Sociale, detto Inps, afferma tramite il suo satrapo chiamato Tridico perché ha tre narici, di aver “riempito di soldi gli italiani”. Ci governa un’imitazione scadente di totalitarismo prodotta in Cina e venduta a Zingaretti a prezzi gonfiati. L’emergenza a ogni livello – sanitario, previdenziale, giudiziario, ministeriale – viene guidata da un gruppo di persone d’estrazione grillosinistra, che risultano asintomatiche al test sull’intelligenza. Non ci sono neanche i più vaghi sintomi d’intelligenza, forse ne sono immuni. E sono così puri da avere spesso il curriculum immacolato, senza una voce, almeno decente. La tv di regime rispecchia perfettamente i requisiti indicati e offre l’immagine di un Paese felice di vivere sotto questa cappa totalitaria, che porta la foto di Conte nel portafoglio, adora la divinità Kasalino e segue gli ordini del regime, con poche infrazioni represse nel sangue delle multe. Seguono a ruota i giornaloni conniventi col potere per tirar su i profitti dei loro padroni anche sotto i pechinesi della Repubblica impopolare. Avallano le peggiori incompetenze, tacciono le peggiori nefandezze, appoggiano il peggior venditore di fumo al governo. Un po’ come fa, nel suo piccolo, Renzi. La Lombardia è il loro Tibet, da reprimere e sradicare; all’uopo è stato allestito pure un giornale, la Piccola Vendetta Lombarda, che si occupa ogni giorno di spostare l’attenzione sul duo Fontana-Gallera, reputati la causa di tutti i mali. Gli Stelle & Coronas guazzano nell’emergenza perché sospende ogni libertà e riduce il Paese a un asilo infantile per grillini; sospende i luoghi del sapere, dando un chiaro impulso all’estensione universale dell’ignoranza come prevede la loro costituzione; dispone dei cittadini come se fossero pupazzetti nelle mani del Pagliaccio, riduce la democrazia e la scuola, il lavoro e la vita a un video-collegamento con la Piattaforma del Grande Fratello o della Grande Sorella col rossetto (tipo Azzolina, per capirci). Ridendo e scherzando abbiamo un regime comico-totalitario che per nostra fortuna funziona male. Appena aprono le frontiere ce ne andiamo. Oppure finiamola in fretta, dateci di corsa il Mes, ma a una condizione: che ci annetta all’Austria o alla Svizzera, alla Germania, alla Scandinavia o ai Paesi Bassi (e Loschi). La troika è troppo poco. MV, La Verità 26 Maggio 2020
I rischi della movida e quelli più gravi della movida negata. Marco Demarco su Il Riformista il 23 Maggio 2020. La città è senza un turista, sono poche le camere di albergo occupata, da Capodichino partono in due o tre al giorno, gli agenti di viaggi manifestano in piazza, i negozi sono aperti fino a tardi, ma vuoti; la produzione va a rilento, scattano i primi licenziamenti e paradossalmente, dopo le mascherine, ora è difficile trovare anche i guanti di lattice. Sebbene il quadro sia questo, cioè nero, c’è qualcosa che rischia di farcelo apparire diverso, se non addirittura opposto. È la movida che illumina, anima e alcolizza le notti in città. La movida diventa così rassicurante e allarmante al tempo stesso. Tutti quei giovani accalcati davanti a bar, spinti dalla voglia centripeta di incontrarsi e di raccontarsi, allarmano perché rendono più probabile un colpo di coda dell’infezione virale. Ma paradossalmente rassicurano anche, perché risucchiano tutte le altre criticità, le sussumono, diventano una macchia densa e scura che balza agli occhi. Se il virus è impalpabile e silenzioso, loro si fanno notare e sentire: ridono, brindano, si sbracciano e parlano alzando i toni, perché anche tutti gli altri lo fanno. Ne sa qualcosa chi abita dove il popolo della movida si affolla; chi da quarantenato si era ripreso il diritto alla quiete e ora non intende alienarlo nuovamente. Se il problema numero uno diventa la movida, poi, è più facile che si producano distorsioni del patto statuale, con i massimi decisori che pretendono di modellarci giuridicamente, e che ai panni istituzionali aggiungono quelli del tutto impropri degli educatori. Dei genitori che raccomandano di non esagerare con gli spritz e di non fare tardi la sera (a Torino il rientro è all’una di notte, a Napoli alle 23). Ma se a questo lo Stato arriva non è solo per evitare l’effetto “Milano-non-si ferma”, il catastrofico slogan anacronisticamente festaiolo che è costato caro a Zingaretti, a Sala e al Paese intero. È soprattutto perché contro il virus non si riesce a fare altro. Non si riescono a controllore i flussi pedonali o a contare gli accessi nelle piazze. Così come, nonostante le tante risorse impegnate, ancora non si è in grado di garantire un adeguato numero di analisi anticorpali e di tamponi. Ma è anche per qualcosa che non ha a che fare direttamente con l’emergenza sanitaria, ma che ora riemerge come da un profondo culturale, specialmente al Sud. Stanno infatti tornando in superficie non solo una impetuosa nostalgia del pensiero meridiano, di un andamento lento e antimoderno dell’economia; non solo una sorta di sentimentalizzazione della natura, magari liberata “dall’accidente umano”, e dunque una rivalutazione del piccolo è bello, del borgo isolato e della campagna incontaminata; ma soprattutto comincia a farsi sentire una mentalità anti-città di cui già parlava più di mezzo secolo fa Jane Jacobs. Quella mentalità “che vede soltanto disordine nella vita delle strade urbane e che smania dalla voglia di cancellare questa vita per standardizzarla e suburbanizzarla”. La movida è un problema, e nessuno può credere di liberalizzarla del tutto. Ma attenti a scoraggiarla oltre misura o a crocifiggerla, perché abbiamo già visto cosa sono le città senza turisti e possiamo più facilmente immaginare cosa diventerebbero senza neanche una febbrile vita notturna. La verità è che c’è solo un modo per evitare davvero i rischi della movida: moltiplicarla. Cioè diluirla in più quartieri. E dunque bisognerebbe allargare la città, arricchirla di nuovi luoghi e più occasioni di richiamo. Poi ci sono le regole generali da rispettare, e di quelle si occuperanno i vigili.
· L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.
Ferdinando Fedi, generale dei Carabinieri, già capo dell'Ufficio Generale Affari Giuridici dello Stato Maggiore della Difesa, per infosec.news il 28 maggio 2020. Desta stupore il clamore suscitato dalla proposta di reclutare 60.000 assistenti civici per fornire assistenza e contribuire a far rispettare le regole vigenti per meglio contrastare una eventuale nuova diffusione del Coronavirus. Desta stupore poiché non è una novità e non si capisce perché debbano solo ora sorgere timori per lo svolgimento di un’attività ben consolidata e già in corso da parte di decine di migliaia di volontari appartenenti a tutte forze di polizia in congedo. Sarà capitato a tutti notare in occasione di eventi sportivi, religiosi, catastrofici o che comunque richiedano un supporto di ordine pubblico, signori in perfetta tenuta dell’organizzazione di appartenenza che assistono le forze dell’ordine nel delicato compito di controllo e vigilanza. Sono tantissimi gli ex di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza , Esercito e Vigili del Fuoco che non si rassegnano a lasciare un servizio sempre svolto con passione e altruismo e, raggiunta l’età della pensione, pur di continuare a fare quello che nella vita hanno sempre fatto, indossano bustina e casacca d’ordinanza e vanno per strada ad aiutare il prossimo. Non è da poco che esiste il fenomeno. Il primo passo fu compiuto dai Carabinieri qundo nel 1993 siglarono un protocollo d’intesa con il Ministero dei Beni Culturali per impiegare volontari nella vigilanza dei Musei, ancora oggi molto attivi, tanto da aver meritato la "medaglia d’oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte", conferita dal Presidente della repubblica. Altro impegno, a livello nazionale, è stato assunto con il Ministero dell’Ambiente per una costante ricognizione del territorio finalizzata a segnalare violazioni nel campo ambientale alle Autorità competenti. Già nel 1994 fu sottoscritto dai Carabinieri, poi seguiti dalle altre forze di polizia, un accordo con la Protezione Civile per la vigilanza e l’allertamento contro gli incendi boschivi esteso negli anni successivi ad ulteriori ambiti dei disastri naturali e delle emergenze per danni causati dall’uomo. Analoghe intese sono state sottoscritte con le amministrazioni locali, in particolare comuni e province, per la vigilanza all’esterno delle scuole e nei parchi pubblici, la vigilanza all’interno di strutture ospedaliere, l’assistenza ad eventi di ogni genere. Terremoti, alluvioni e , ora, epidemie. Non esiste evento in cui la Protezione Civile non si sia avvalsa di volontari che hanno traslato la competenza acquisita durante il servizio attivo alle operazioni di emergenza. Il tutto è dimostrato altresì dai numerosi Attestati di Pubblica Benemerenza nel tempo conferiti a tutte le Associazioni. Il garbo e il rispetto che incutono gli occhi di signori spesso anche avanti negli anni impegnati per propria scelta sul piano operativo sono caratteristiche che non dovrebbero far sorgere dubbi sull’autorevolezza di tale personale. Certo che se si vuole trasformare un’attività attualmente svolta con sacrificio e naturale entusiasmo da decine di migliaia di volontari ‘istituzionali’ in una alternativa al reddito di cittadinanza il discorso cambia e i timori potrebbero essere giustificati. Gestualità e approccio competente nel rivolgersi al prossimo costituiscono l’ideale ricetta per far rispettare le regole anche senza rivestire alcuna qualifica. Fino ad ora è andata così, speriamo di non cambiare un modello che ha sempre funzionato bene.
Lelio Alfonso per linkiesta.it il 26 maggio 2020. L’assistente civico è solo l’ultimo frutto dell’italica passione per i neologismi. Così come successo per i cursori, gli addetti al piano o gli operatori ecologici, l’idea creativa di cambiare nome a una professione – con il malcelato obiettivo di elevarne la reputazione sociale – è un’abitudine che ci accompagna spesso, dando vita anche a problemi interpretativi (leggasi: scusi, non ho capito con chi devo parlare). Ma questa volta siamo oltre, perché si è pensato al nome prima ancora che al lavoro: come per i “navigator” l’aspetto comunicativo, il brand al servizio della comunità, diventa più importante della sostanza. La vetta della fantasia si raggiunge dunque con questa nuova figura di badante del buon comportamento, ricercata con tanto di bando pubblico e appello televisivo per una massiccia partecipazione da parte del ministro Boccia e del presidente Anci, Decaro. Che non sia ancora chiaro quali saranno poteri e funzioni di questa figura volontaria, a metà tra il consigliere e il delatore, sembra quasi un problema minore. L’impatto della “carica dei 60mila” ammonitori del distanziamento, sguardo vigile che può avvertire i vigili, quelli veri, è la risposta ai disobbedienti dell’apericena e agli assembratori da ultima spiaggia. Molto si sta già scrivendo al proposito. Dalla domanda, quasi da educanda, del perché mai non utilizzare i già remunerati fruitori del reddito di cittadinanza (e lo stesso discorso si era già fatto prima della regolarizzazione dei migranti per il lavoro agricolo), agli interrogativi sulla gestione di questo esercito in pettorina blu (a metà tra Protezione Civile e sindaci) che colorerà marciapiedi e spazi urbani insieme ad altre pettorine già note e più temute, come quelle degli ausiliari del traffico. Gli umarell del post emergenza non commenteranno dondolando il capo che “così non va”. Potranno, anzi dovranno, richiamare l’attenzione su mascherina e densità fisica, ma “con gentilezza”. In attesa di capire con quanta “gentilezza” si potrà replicare (nell’annuncio di bando non è specificato) e di utilizzare il contact tracing come negli altri Paesi, una domanda sorge spontanea: ma siamo davvero così indisciplinati? Le foto e i video da “Le vite degli altri” che hanno invaso i social ben più dei Navigli o delle piazze dimostrerebbero che sì, giovani e meno giovani hanno interpretato la Fase 2 come un vero e proprio “liberi tutti”, in barba ai giustificati allarmi degli scienziati su una recrudescenza dei contagi. Eppure le percentuali di multati durante il periodo delle ordinanze a pioggia erano davvero minime, a dimostrazione che la furberia da autocertificazione era stata superata da un corretto rispetto del lockdown. L’avvicinarsi della stagione estiva però non lascia evidentemente tranquillo il Palazzo e dunque si corre ai ripari. Un po’ come si è fatto, dopo oltre sessant’anni, con l’educazione civica, quella vera. Correva l’anno, si dice sempre così, 1958 quando veniva resa obbligatoria l’ora di educazione civica (ministro della Pubblica istruzione era Aldo Moro). Sessanta minuti di regole di convivenza, i principi della Costituzione, il rispetto reciproco. Poi, nei decenni di guida democristiana di viale Trastevere, insegnamento solo nelle medie, facoltativo per qualche tempo, infine cancellato nonostante un ritorno di fiamma per il corso di Cittadinanza e Costituzione che in realtà mai ha visto la luce del sole. Adesso che l’educazione civica si appresta a tornare in vigore per tutte le scuole di ordine e grado a partire proprio da settembre, perché non approfittare di queste 33 ore previste dalla legge n° 92 del 20 agosto 2019 (per mano del già dimenticato ministro Bussetti) per spiegare come ci si comporta nel contesto sociale e non solo con lo spritz in mano e la mascherina a coprire il doppio mento? Con il valore aggiunto che siano i ragazzi e le ragazze i testimonial a casa di quanto imparato da maestri e prof. Per una lezione collettiva e familiare di come comportarsi. Potrebbe essere una buona occasione per il ministro Azzolina di recuperare punti nei sondaggi e pubblicizzare – focalizzandola proprio sui comportamenti in emergenza – un’iniziativa che oggi si dimostra doppiamente meritoria. Senza bisogno di pettorine, ma semplicemente, di buona creanza.
Carlotta De Leo e Fiorenza Sarzanini per Corriere.it il 25 maggio 2020. Diventa un caso politico la nascita degli assistenti civici. Una decisione presa senza consultare il ministero dell’Interno, fa sapere il Viminale. «Le decisioni assunte, senza preventiva consultazione del ministero dell’Interno per l’istituzione della figura degli ‘assistenti civici’ in relazione alle misure di contrasto e di contenimento della pandemia Covid-19, non dovranno comportare compiti aggiuntivi per le prefetture e per le forze di polizia già quotidianamente impegnate nei controlli sul territorio», si apprende da fonti del Viminale stesso. Dopo l’annuncio erano già arrivate le prime polemiche. I sessantamila «assistenti civici volontari» che saranno messi in campo (con bando) dalla Protezione civile nelle prossime settimane per vigilare sulla Fase 2 stanno accendendo lo scontro politico. E se dall’opposizione si grida alla «deriva autoritaria dell’esecutivo» e alla «sconfitta sociale», anche pezzi della stessa maggioranza criticano apertamente il progetto. Così il ministero degli Affari Regionali interviene per precisare che no, «non sono ronde», ma volontari che «regalano 16 ore settimanali per aiutare anziani». Gli assistenti civici non percepiscono indennità: sono volontari a disposizione dei sindaci. «Quando si parla di assistenti civici parliamo di volontariato - ribadiscono fonti interne al ministero degli Affari Regionali - Stiamo parlando di 16 ore settimanali che ciascuno può regalare al proprio comune per aiutare gli anziani, portare spesa e medicine, aiutare nell’organizzazione del distanziamento sociale, come ad esempio fuori dalle chiese o fuori dai parchi per contingentare gli ingressi». Compiti ben diversi da quelli assegnati alle forze dell’ordine: «Nessuna vigilanza, ronda o sentinelle anti spritz. In caso di assembramenti non potranno fare multe né chiedere i documenti ma solo segnalare a vigili e forze dell’ordine», chiariscono dal ministero guidato da Francesco Boccia.
Orfini: «Assistenti? Servono ministri che facciano i ministri». «Se apri i locali nei luoghi dove ci sono i locali le persone ci vanno. Se non vuoi che ci vadano o vuoi che ci vadano in numero limitato, organizzi prima afflusso, modalità e controlli - scrive il deputato del Pd Matteo Orfini su Facebook - Non servono assistenti civici. Servono ministri che facciano i ministri e amministratori che facciano gli amministratori. Non una schiera di influencer che commentano indignati le foto del giorno». «Come spesso accade la penso come Matteo Orfini», dichiara su Twitter Matteo Renzi, Italia Viva. E poi se la prende con Boccia. «Un ministro ha annunciato la creazione di un corpo di 60.000 assistenti civici. Boh, solo a me sembra una follia finalizzata ad avere visibilità? Non sarebbe meglio valorizzare di più il Terzo settore e il servizio civile?» conclude il leader di Italia viva.
Crimi (M5S): «Fuga in avanti, inaccettabile». Malumore anche tra i Cinque Stelle. L’iniziativa dei 60 mila assistenti civici? «Non è concordata con il Movimento, e appare a tutti gli effetti una fuga in avanti inaccettabile. Chiederemo il ritiro dell’ordinanza e una discussione approfondita in maggioranza», dice il capo politico M5s, Vito Crimi. Pure il viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, è netto: «Assistenti civici per me no». E su Twitter spiega: «Con il Movimento questa proposta non e’ stata condivisa e non la vogliamo. Noi siamo al governo per fare il bene dei cittadini nonostante le tante difficoltà. Basta sparate. Serve responsabilità e serietà».
Meloni: «Una milizia organizzata dal governo». Duro il commento di Giorgia Meloni: «Il governo metterà in campo un esercito di 60mila volontari che avranno il compito di aiutare le autorità a far rispettare le regole della Fase 2 e le limitazioni delle libertà individuali imposte a colpi di decreto. Saranno reputati pubblici ufficiali, per evitare che siano insultati o aggrediti dai cittadini? Chissà se avranno una divisa e strumenti per difendersi, tipo un manganello. Di fatto una milizia autorizzata dal governo», accusa la leader di Fratelli d’Italia. «Cos’è, - si domanda Meloni- la versione grillo-piddina dei guardiani della rivoluzione? La deriva autoritaria alla quale stiamo assistendo sta assumendo contorni grotteschi, ma non per questo meno pericolosa di ogni altra deriva liberticida».
Zaia: «Una sconfitta». Salvini: «Si sta esagerando». «Per me è una sconfitta dal punto di vista sociale. Pensare di dover mandare qualcuno a controllare perché si indossi la mascherina, che è come un farmaco salvavita, vuol dire che c’è un problema culturale. Non abbiamo a che fare con delinquenti ma con ragazzi», dice Luca Zaia, presidente leghista della Regione Veneto. «Dobbiamo avere fiducia nei ragazzi. Se vogliono ribellarsi ai controlli, indossino la mascherina per protesta. Pensare di giocare a guardia e ladri no», conclude. Scettico pure il segretario della Lega Matteo.
Salvini: «Che strana la sinistra italiana. Da sempre contro le `ronde´ di cittadini disarmati per controllare parchi giochi e quartieri dove giocano i nostri figli, adesso con la scusa del virus inventa `assistenti civici´ per controllare cosa fanno gli Italiani. Mi pare che si stia esagerando», scrive Salvini. «Gli italiani hanno bisogno di fiducia, di sostegno economico e di lavoro, non di controllori, droni o ispettori alle calcagna».
Volontari tra spiagge e bar per la fase 2: chi sono gli assistenti civici volontari in arrivo Parte il reclutamento per 60 mila persone. Pubblicato lunedì, 25 maggio 2020 su Corriere.it. Nei parchi, nelle spiagge libere e nelle zone della movida: un esercito di sessantamila volontari sta per essere schierato a vigilare «con gentilezza» nelle zone più a rischio assembramenti di città e luoghi di vacanza e sostenere la parte più debole della popolazione nella Fase 2. Ma la attorno alla figura degli «assistenti civici» — che saranno reclutati con un bando della Protezione civile — si stanno già addensando numerosi interrogativi. Saranno più simili ai gendarmi o avranno una funzione di educatori civici? Potranno fare le multe? E sopratutto, come li riconosceremo? Ecco qualche chiarimento in base alle informazioni rese note. Con la Fase 2 dell’emergenza coronavirus - che vede le città incamminarsi verso una nuova normalità - arriva una nuova figura professionale a tempo: l’«assistente civico». Saranno tutti volontari, che offriranno ai Comuni e agli enti locali la possibilità di potenziare i controlli nelle strade, nelle spiagge e nei luoghi della movida. Potranno poi essere utilizzati per potenziare l’assistenza alle categorie più fragili, dagli anziani ai bambini. In settimana sarà lanciato il nuovo bando per 60mila assistenti civici. Proprio come per il bando per i medici e poi quello per gli operatori sanitari — che ha raccolto migliaia di adesioni nella battaglia contro il Covid -19 nel momento maggiore emergenza negli ospedali italiani — il reclutamento sarà coordinato dalla Protezione Civile che indicherà alle Regioni le disponibilità su tutto il territorio nazionale. L’accordo per il bando è stato raggiunto tra il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia e il presidente dell’Anci Antonio Decaro, sindaco di Bari.«È il momento di reclutare tutti quei cittadini che hanno voglia di dare una mano al Paese, dando dimostrazione di grande senso civico» spiega Boccia. I volontari e verranno impiegati dai sindaci per le attività sociali e per collaborare al rispetto del distanziamento sociale: li potremo vedere al mare a regolare l’accesso alle spiagge libere o davanti ai parchi e ai mercati a contare gli accessi. Daranno sostegno poi alla parte più debole della popolazione consegnando spesa e pacchi di prima necessità. «I Comuni, attraverso l’Anci, potranno avvalersi del contributo degli assistenti civici per far rispettare tutte le misure messe in atto per contrastare e contenere il diffondersi del virus, a partire dal distanziamento sociale» ha spiegato il ministro Boccia. Il bando è rivolto «a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali». Alla selezione possono partecipare « tutti i soggetti maggiorenni e residenti o domiciliati in Italia». Non è richiesto alcun titolo di studio. I partecipanti dovranno avere «dimora abituale» nel Comune dove intendono prestare supporto e questo garantisce una maggiore conoscenza del territorio. Gli «assistenti civici» non riceveranno alcun compenso. I volontari presteranno il loro «supporto» a titolo gratuito sino ad un massimo di tre giorni a settimana, e per non più di 16 ore settimanali, sulla base delle indicazioni fornite da ciascun Comune nel quale operano. Saranno «coperti» dall’Inail in caso di infortuni e avranno una polizza assicurativa di responsabilità civile verso terzi in caso di eventi che lo richiedano. I Comuni. A loro spetterà la « pianificazione, organizzazione, formazione ( ove necessaria), coordinamento e monitoraggio delle attività svolte dagli assistenti civici». Saranno sempre i comuni a comunicare alla Protezione civile di quanti volontari hanno bisogno e ad attivare poi le necessarie assicurazioni (Inail e responsabilità civile verso terzi). Funzioni che però richiedono risorse economiche e di personale. I volontari saranno poi ben riconoscibili dai cittadini perché indosseranno una casacca o un fratino con dietro la scritta «assistente civico» e davanti il logo della Protezione civile nazionale, dell’Anci e del Comune in cui prestano il servizio. No. Gli assistenti civici non sono vigili e nemmeno «ronde di controllo». Sono volontari «distributori di buona educazione» spiega il presidente Decaro. Il ministro Boccia aggiunge: «Ci ricorderanno, con gentilezza, nei luoghi di assembramento che occorre ancora qualche sacrificio per tutelare i nostri cari e non vanificare gli sforzi fatti fin qui».
I volontari sono a «tempo»: non potranno operare, infatti, oltre il termine dello stato di emergenza dichiarato dal Consiglio dei ministri. Il termine, salvo proroghe, è quello del 31 luglio.
Stefano Folli per ''la Repubblica'' il 26 maggio 2020. Tra i sussulti della decadenza politica in cui il Paese si agita, la vicenda delle guardie civiche (qualificate con pudore "assistenti") resterà agli atti come un caso limite di idea cervellotica ma emblematica di un certo modo d'intendere il rapporto con l'opinione pubblica. È chiaro che l'esercito dei sessantamila controllori non prenderà mai servizio: in poche ore ha suscitato la diffidenza o l'ostilità trasversale di un buon numero di forze politiche, di gran parte degli scienziati e infine del ministero dell'Interno che non è stato nemmeno consultato. Di conseguenza, come di solito accade, la proposta si è scoperta in un attimo senza padri né padrini. Tranne uno: il ministro degli Affari regionali, Boccia, che l'ha concepita e messa sul tavolo in buonafede, ottenendo tuttavia il solo effetto di esasperare il nervosismo che si avverte nell'aria e di far perdere altro tempo a un governo che ne ha perso già parecchio. L'aspetto singolare è che invece di concentrarsi su iniziative magari innovative volte a promuovere la ripresa economica e a rassicurare un Paese smarrito, la fantasia del potere si applica a tutto ciò che prevede forme di controllo vagamente asfissianti. Anziché credere al senso di responsabilità dei cittadini, che nel complesso si sono ben comportati nelle strettoie dell'emergenza sanitaria, si preferisce inventare nuovi strumenti sicuramente inefficaci - oltre che costosi per un erario esausto - ma dal sapore poliziesco. Oltretutto all'insaputa di chi - il Viminale - ha il dovere istituzionale di gestire le forze dell'ordine. Chi non ricorda la storia tragicomica delle "ronde padane" propugnate un tempo dalla Lega, ma respinte dagli spiriti liberali con l'argomento che deve essere lo Stato con i suoi organismi a provvedere alla sicurezza collettiva? Ne deriva che le nuove ronde anti-assembramento sono proprio quello che non serve a una società piegata da oltre due mesi di isolamento e bisognosa di risentirsi viva. Con ogni cautela, ovvio, ma senza la sensazione di vagare per l'eternità dentro un mediocre film di fantascienza. In ogni caso, come è possibile che tali bizzarrie prendano forma con una certa regolarità? Certo, esiste una crescente debolezza della politica, di cui è sempre più evidente la carenza di visione e l'incapacità di trasmettere messaggi coerenti. Il Pd, si dice, ha normalizzato il M5S: purtroppo sembra averne assorbito i lati peggiori, a cominciare dalla sub-ideologia illiberale. Per cui si cerca il colpo a effetto, il titolo del giorno dopo, il talk show serale. Ma tutti tendono a vivere alla giornata. E per qualcuno la pandemia è l'occasione per esercitare una vigilanza coercitiva sull'insieme dei comportamenti sociali che diventa il surrogato della politica forte e credibile che manca. A proposito di credibilità, chiunque può rendersi conto che la faida all'interno della magistratura, o meglio tra le correnti e le fazioni del Consiglio Superiore, ha molto a che fare con la politica debole. I conflitti di potere fuori controllo offrono un'immagine distorta e purtroppo degenerata della funzione giudiziaria. È un'altra prova del declino in atto a tutti i livelli. Ed è legittimo domandarsi: quanto può valere una riforma del Csm annunciata quando è tardi, per di più affidata a un ministro come Bonafede appena scampato per il rotto della cuffia alla sfiducia parlamentare?
Marco Zucchetti per “il Giornale” il 26 maggio 2020. Siccome il tempo è galantuomo, al contrario di qualcun altro, è bastato accamparsi un paio di mesi sulla riva di quel fiume mefitico e limaccioso che è il dibattito pubblico italiano, per veder finalmente passare il cadavere politico di Francesco Boccia. Era il 19 marzo quando, in piena emergenza, con migliaia di morti in Lombardia, Boccia si presentò in conferenza stampa a fare cabaret con una mascherina appesa a un orecchio, in una scena che passerà alla storia per mancanza di rispetto e senso istituzionale. La notte precedente i camion avevano portato via decine di bare da Bergamo perché non c' era più posto per il dolore. Oggi, la geniale trovata del bando per un' armata rossa da operetta di 60mila sceriffi anti-movida e il coro di critiche bipartisan, è il de profundis sui suoi mai e mal celati sogni di gloria e carriera. Non abbiamo neanche dovuto aspettare troppo per la spietata nemesi. Intendiamoci, non che la caratura da statista del ministro al Bullismo regionale sia mai stata tale dal distrarre le masse da faccende più serie. Però, ad essere onesti, Francesco Boccia, che fra i meriti annovera due sconfitte roboanti alle primarie pugliesi contro Vendola, un passato da twittarolo aggressivo e una scarsa consapevolezza aeronautica (definì i caccia F-35 «elicotteri con cui si spengono incendi e si trasportano malati»), non sembrava fra i peggiori. Onesto portatore d' acqua dem di osservanza Emiliana, nel senso del governatore Michele, gli va riconosciuto di essersi speso in prima persona per la chiusura, quando nel governo in tanti svicolavano. Il problema è che, una volta investito del titolo di «volto nuovo» della sinistra e catapultato sul palcoscenico del Covid, nella pochezza generale il suo ego ha messo su chili come gli italiani in quarantena. E nella casacchina da gregario ha cominciato a starci stretto, tanto da inventarsi quella da volontario civico senza consultare i colleghi al governo. Pian piano, Boccia ha innalzato se stesso e il suo dicastero - uno dei più burocratici e ridondanti dell' architettura istituzionale - all' ennesima potenza del presenzialismo. Così, mentre si seppellivano i parenti, i sogni imprenditoriali e le speranze di essere governati da una classe dirigente efficiente, il ministro Boccia è passato da comparsa ad attore protagonista. E, se è vero che ogni esecutivo ha il suo gaffeur à la Toninelli, da ora si dirà che ognuno ha il suo campione di arroganza e compiaciuta saccenteria à la Boccia. Vale la pena passare in rassegna il suo interregno del terrore interregionale. Il caso della mascherina giullaresca usata per replicare alla Regione Lombardia che protestava per l' invio di dispositivi inadeguati è stata solo la punta dell' iceberg. Letteralmente, perché, al contrario di quanto vorrebbe il suo ruolo di cinghia di trasmissione fra Palazzo e amministrazioni locali, il ministro Boccia ha impostato la sua comunicazione all' insegna di un gelo altezzoso. Ogni singolo giorno, una stilla di disprezzo, una reprimenda, una frase ostile. Nelle sue esternazioni, al di là della consueta formula ripetuta alla nausea del «non ho voglia né tempo di fare sterile polemica», la polemica era immancabile come una pochette, cifra stilistica della sua conflittualità. E il messaggio vagamente predicatorio era sempre lo stesso: le Regioni (soprattutto di centrodestra) sono il male, incapaci ed egoiste; il governo centrale è l' unica salvezza. D' altronde il buongiorno si sarebbe potuto vedere dal mattino, con Salvini accusato di essere un «untore» perché critico con la gestione dell' emergenza. Poi, pian piano, mentre i fronti di nervosismo con i governatori si moltiplicavano, Boccia non si è tenuto più. Prima ha quasi spinto il premier a dichiarare loro guerra con il conflitto di attribuzioni. Poi ha menato come un fabbro sulla «rete fragile» della sanità lombarda, negando ogni evidenza dei ritardi nella distribuzione delle mascherine «che stanno arrivando a tutti, soprattutto alla Lombardia» e snobbando «chi parla e sta in salotto» (chi? Forse Conte, che nelle zone dell' epidemia è arrivato buon ultimo?). Il filo conduttore è sempre stato lo stesso: «Da sola ogni Regione sarebbe crollata». Sicuramente vero, così come ogni Regione si sarebbe rialzata prima senza i ritardi di quello Stato pachidermico. Finché vestiva la divisa severa del kapò, pronto ad agitare il manganello per impressionare l' Hauptsturmführer, il ministro Boccia poteva anche piacere agli odiatori del Nord. La percezione è cambiata quando è passato nei panni dell' autorità morale e a un linguaggio intimidatorio calato dall' alto. Erano le settimane di paralisi decisionali, con le Regioni che imploravano una visione, a volte provando a legiferare. Lui, guardiano della rivoluzione, distribuiva fatwe: Alto Adige, Umbria, Calabria, Liguria, ciascun territorio fustigato per i suoi peccati e minacciato, tranne il Lazio santo di Zinga, elogiato per «lo straordinario lavoro». Ordinanze coerenti o le impugniamo - ammoniva -, nessuno muova un muscolo o vi chiudiamo i confini e vi roviniamo l' estate. Possiamo farlo e sapete che non esiteremo. Che, nel contenuto, sarà anche stato sensato, ma in politica la forma è sostanza. E la forma, in questi mesi, è stata quella di un ministro smargiasso alla Marchese del Grillo di cui un Paese in crisi d' identità e ad alto rischio di tensioni non aveva bisogno. L'ultima maschera (le mascherine a 50 centesimi di Arcuri latitano) di Boccia è invece quella del problem solver. Così, in un crescendo rossiniano di onnipotenza percepita, prima ha preteso dalla comunità scientifica «certezze inconfutabili», alla maniera staliniana; poi è passato a fare il difensore d' ufficio del grillino Ricciardi, l' hater della Lombardia, «che ha detto cose sotto gli occhi di tutti, non è lesa maestà». Infine, ha deciso che dei 21 parametri per il monitoraggio dell' epidemia contano solo i nuovi contagi, come un Gallera qualsiasi. Fino al capolavoro del bando sugli sceriffi «aperto anche ai pensionati», che se per sbaglio erano scampati al virus ora potranno finalmente prenderlo. Sempre che non si prendano le bottigliate da quelli a cui dovrebbero dire di bere una birra da un' altra parte. Per fortuna del ministro, noi siamo consapevoli che questo non sia il momento dei processi sommari e della ricerca degli errori politici, né di Conte, né dei governatori, né tanto meno suoi. Per fortuna del ministro, gli italiani moderati a cui i suoi toni e la sua protervia non vanno a genio non sono criminali come chi tappezza Milano con volantini dal tono «Fontana assassino». Quindi non scriveranno «Boccia bocciato in buonsenso» sui muri, né chiederanno le sue dimissioni. Si limiteranno ad osservare dalla riva del fiume che finalmente il ministro ha unito il Paese: ora davvero tutti hanno capito che il primo ad avere bisogno di un assistente civico è lui. Gli serve per mettere ordine nell' assembramento dei suoi rancori e delle sue confuse ansie di pieni poteri. 68 giorni dopo quella mascherina, i conti tornano.
· I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.
Della serie: chi la fa, l’aspetti. I “Corona”, dediti all’etichettamento, subiscono l’onta della bollatura di benvoluti. Da bollatori a bollati per spostarsi da una regione ad un’altra.
Marzio Breda per il “Corriere della Sera” l'8 giugno 2020. La rincorsa ai risentimenti tra Sud e Nord è una vecchia faccenda, per l'Italia. Non a caso, a 160 anni dalla spedizione dei Mille, ispira ancora dispute in cui s' incrociano vittimismi e narcisismi, che a volte culminano addirittura in smanie separatiste. Lo si è visto con la Lega delle origini. Ma umori acri dello stesso tipo sono riaffiorati negli ultimi mesi, con sfide politiche legate alla pandemia. Basta pensare alle accuse e recriminazioni di cui è stata bersaglio la Lombardia. Parlare di campagna d'odio è forse troppo. Però quelle sgangheratezze - rubrichiamole così - preoccupano Sergio Mattarella per la loro carica potenzialmente destabilizzante. Un motivo d'allarme che lo ha indotto, già il 2 giugno, ad appellarsi alla «unità morale» degli italiani, in modo che si sentano «responsabili l'uno dell'altro, una generazione con l'altra, un territorio con l'altro, un ambiente sociale con l'altro» e, insomma, pronti a ritrovarsi «tutti parte di una stessa storia». Ieri, nel cinquantesimo anniversario del primo voto regionale, il presidente è tornato sul tema. E sempre a partire dall'emergenza creata dal Covid. Sarà «una prova impegnativa», dice, aggiungendo che il Paese «ha le carte in regola» per superarla. A una condizione, però: «Non vincerà da solo un territorio contro un altro, non prevarrà un'istituzione (la Regione, ndr ) a scapito di un'altra, ma solo la Repubblica nella sua unità». Ecco il timore del capo dello Stato: che qualcuno - magari fra le opposizioni, pur di lucrare consensi - progetti di rilanciare i petardi provocatori piovuti sull'opinione pubblica da marzo ad oggi. In autunno la crisi diventerà soprattutto economica e sarebbe irresponsabile farla sfociare in scontro sociale, soffiando su disagio e proteste. E giocando magari perfino sulla contrapposizione tra Nord e Sud. Non c'è proprio bisogno di allargare il conflitto, secondo il Quirinale. Per almeno due motivi: 1) la riforma delle autonomie differenziate è stata tolta dall'agenda mentre era a un punto critico, ma potrebbe essere riproposta in fretta e polemicamente; 2) si sono intanto materializzati certi «agitatori» che sembrano pronti a dar fuoco alle polveri, come si è visto giorni fa a Milano e Roma. Queste i nuovi fronti da monitorare, per Mattarella. Il quale, stando a fonti di Montecitorio, si sarebbe nel frattempo trovato a dover seguire da vicino (anche con qualche contatto diretto) le intermittenti tensioni interne alla maggioranza. In maniera di spegnerle subito, poiché siamo alla vigilia degli «Stati generali dell'economia» convocati dal premier Giuseppe Conte per dare concretezza alla ripartenza. Va da sé che sovrapporre ai problemi aperti dalla pandemia una questione settentrionale «alla rovescia», nel ruolo di vittima, è per il presidente non solo fuorviante, ma carico di incognite. Il che spiega perché nel messaggio di ieri si sia soffermato in particolare sul rischio che «conflitti e sovrapposizioni fra istituzioni possano creare inefficienze paralizzanti o aprire pericolose fratture nella società». Traduciamo: le autonomie devono tenersi insieme all'autorità dello Stato. In equilibrio. Ne va della stessa azione di governo. Questo è il campo di gioco disegnato dalla Costituzione e la Fase tre non può dunque segnare né un ritorno allo Stato centralizzato né un liberi tutti per le Regioni, secondo le ultime pretese.
Massimo Mantellini: “Chiudiamo i lombardi in Lombardia”. Antonino Paviglianiti il 06/06/2020 su Notizie.it. Lo scrittore, facente parte anche della task force governativa, scatena le ire dei lombardi. Lo scrittore Massimo Mantellini non fa nulla per nascondere la sua contrarietà sulla libera circolazione dei lombardi al di fuori della Regione Lombardia. E con un cinguettio su Twitter evidenzia tutta la sua contrarietà: “La dico piano: chiudiamo i lombardi in Lombardia. Almeno quest’estate”. Un messaggio che ha fatto scatenare accese polemiche, tanto più se si pensa che Mantellini è tra i componenti della task-force voluta dal Governo Conte per combattere l’odio in rete. Un messaggio ‘discriminatorio’ in contrasto con quanto sostenuto dalla Carta Costituzionale in merito alla discriminazione territoriale e alla libera circolazione. La fase 3, infatti, ha ribadito che l’Italia è una ed unita, non suddivisa in statarelli ed è per questo che tutti i cittadini regolari possono circolare senza alcun problema lungo lo stivale. Ma non è dello stesso avviso Massimo Mantellini. Il leader della Lega si è schierato apertamente contro lo scrittore evidenziando come a parlare sia un intellettuale: “Scelto dal Governo contro l’odio in rete. Ma vi rendete conto? Disgustoso”. Mantellini, di contro, ha subito rispedito al mittente le accuse circa il presunto odio razziale nei confronti dei lombardi: “Due cose interessanti – commenta Mantellini – mi pare escano dai commenti del mio tweet precedente. La prima è che mi pare ci sia moltissima tensione in giro. Più del solito. La seconda che esiste un riflesso automatico per cui se tu parli di salute molti rispondono parlando di soldi”. E sul cinguettio dello scrittore anti-Lombardia è intervenuto anche l’assessore al bilancio della Giunta Fontana, Davide Caparini: “Ottima idea! Rilancio: insieme ai lombardi non facciamo più uscire dalla Lombardia anche i 56 miliardi delle loro tasse che generosamente contribuiscono alla ricchezza del Paese”.
Massimo Mantellini, chi è l'esperto anti-odio del governo che vuole "rinchiudere i lombardi in Lombardia". Libero Quotidiano il 07 giugno 2020. L'odio, si sa, è un po' come il garantismo: è tale solo quando è rivolto verso se stessi e i propri amici. Quando riguarda gli altri non è odio, è analisi, giudizio, magari duro, ma onesto; è libero esercizio di critica, è satira, uno sguardo pungente e spietato forse, ma pieno di verità che chiedono di essere rivelate. Massimo Mantellini è un esperto di internet, un blogger navigato, e queste cose le sa. Ed è per questo che il governo lo ha scelto come membro della task force (sì, c'è anche questa) «contro l'odio in rete». Mantellini queste cose le sa e sul suo profilo Twitter ci offre un cinguettio delicato che traccia il confine invalicabile tra l'odio decerebrato e la dolorosa osservazione, tra il razzismo cavernicolo e la cura amorevole e pedagogica verso l'altro. Trattando da par suo della riapertura dei confini regionali dopo l'emergenza da Coronavirus scrive con penna, anzi tastiera, ferma: «La dico piano: chiudiamo i lombardi in Lombardia. Almeno per questa estate».
QUANTO AMORE. Da notare la mano dell'esperto: lo dice piano. E poi: loro, «i lombardi», quelli che già da mesi attirano su di sé l'odio riservato agli untori, chi meglio di loro per dispensare questo zuccherino d'accoglienza. Lo dice piano, ma comunque, lo dice: «chiudiamo» questi lombardi, noi puri, non infetti dal morbo e da una giunta regionale ripugnante quasi come il virus cinese. Chiudiamoli. «Almeno per questa estate». Almeno. Poi vedremo, nella nostra benevolenza e magnanimità. Mantellini è un esperto che nella sua biografia ci fa sapere che da anni scrive di «Internet e tecnologia su carta e in rete» e su testate che contano «Punto Informatico, Internet Magazine, Il Sole24ore, L'Espresso, Il Post, Fanpage» e per questo è stato chiamato dal governo a combattere la dura battaglia contro l'odio in rete. Infatti, questa sua uscita ha subito lasciato una scia di fratellanza e di concordia digitale. Il primo ad abbracciare virtualmente il blogger è il leader leghista Matteo Salvini che, chissà perché, non coglie il fiore di civiltà che gli viene offerto e, sempre su Twitter, replica: «Parla l'esperto "intellettuale" scelto dal governo per la task force contro l'odio in rete. Ma vi rendete conto? Disgustoso». E dopo il leader, sul raffinato social dei cinguettii scendono in campo gli altri leghisti. «Pensare di chiudere i lombardi in Lombardia è un chiaro atto provocatorio nei confronti della Regione e una mancanza di rispetto verso tutti gli italiani per i quali il governo dovrebbe garantire uguali diritti. Lo sciacallaggio mediatico a cui abbiamo assistito in questi mesi deve essere sfuggito di mano al governo, se anche uno dei suoi rappresentanti si permette tali esternazioni», scrivono i deputati Massimiliano Capitanio e Giulio Centemero. I quali annunciano che convocheranno Mantellini «in Commissione Fake News e poi chiederemo al ministro Pisano di rimuoverlo dall'incarico». Idea sulla quale si trova d'accordo anche il segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi: «Per la serie, l'uomo sbagliato al posto sbagliato. Questo governo di incompetenti su tutto è riuscito a nominare questo signore come esperto nella task force contro l'odio online. Alla faccia... Ora Conte abbia almeno la decenza di cacciare via subito questo Mantellini dalla task force».
BUFERA ONLINE. Il problema è che l'esprit intellettuale di Mantellini non ha acceso le ire dei soli leghisti, notoriamente non avvezzi alla raffinatezza. Ha scatenato la furia di gran parte di quel popolo di internet a cui si rivolgono le cure amorevoli e anti-odio dell'esperto governativo. Qualcuno lo dice più piano dell'esimio blogger e si limita a osservare che «capperi, ho prenotato in Trentino!». Qualcuno però non si allinea allo spirito d'amore e, come Massimiliano B, propone di «chiudere anche il pagamento delle tasse allo stato centrale, poi vediamo come va a finire». E Matteo rincara: «Non solo: ognuno si cura e cerca opportunità di lavoro nella propria regione di appartenenza. Poi discutiamo della chiusura della Lombardia». Un utente che si denomina "the best sovranista" concorda: «Sono d'accordo. Chiusi in Lombardia. Coi nostri soldi però. Per sempre». E Barbara: «Annettiamoci alla Svizzera e fanc@lo a tutti». Sofy La Topa (proprio così): «Lo dico piano: ma va' a caghèr. Anche se non sono lombarda quest' odiosa affermazione fa uscire per solidarietà il milanese che è in me». Istinto milanese che unisce anche Francesca: «Non sono lombarda, ma Milano mi ha dato la possibilità di frequentare un ambiente universitario eccezionale, e le devo molto. Troppo comodo usarla quando fa comodo e poi sputarci sopra».
Insomma, un florilegio di concordia per oltre 1500 messaggi che stupisce sul profilo di uno pagato per eliminare l'odio. Tanto che il buon Mantellini sente di dover dispensarci un altro po' di saggezza. «Due cose interessanti», scrive, «mi pare escano dai commenti del mio tweet. La prima è che mi pare ci sia moltissima tensione in giro. Più del solito», ma guarda che stranezza. «La seconda, che esiste un riflesso automatico per cui se tu parli di salute molti rispondono parlando di soldi».
Umberto Rapetto per infosec.news il 28 maggio 2020. Per fortuna non abito a Milano e non ho ricevuto l’incredibile SMS che l’Agenzia per la Tutela della Salute ATS di Milano ha “per sbaglio” inviato lunedì 25 maggio. Per un attimo proviamo ad immedesimarci in chi riceve un messaggio e legge “ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno. Se è un operatore sanitario si attenga alle indicazioni della sua Azienda”. La ATS sul proprio sito web ha coraggiosamente scritto “Ci scusiamo per il disagio”. Sì coraggiosamente, perché nemmeno un incursore dei Navy Seals o del nostrano ComSubIn avrebbe l’ardimento di considerare un “disagio” il venire a sapere di essere (senza esserlo) un potenziale portatore di Coronavirus. Gli impavidi funzionari hanno anche tenuto a precisare che “Agli interessati è stato inviato un ulteriore SMS di rettifica nella giornata di martedì 26/05” lasciando intendere che i “fortunati” hanno magari trascorso ventiquattr’ore nel panico, eventualmente avvisando a loro volta parenti e amici incontrati negli ultimi giorni. Non è difficile immaginare un lancinante effetto domino, fatto di ulteriori SMS, messaggi WhatsApp, telefonate e soprattutto di traumi emotivi che non si sanano con una banale “COMUNICAZIONE URGENTE AI CITTADINI” pubblicata sul sito web. Come avranno passato la notte i destinatari del micidiale breve messaggio di testo spedito dall’Agenzia metropolitana? Chi ripaga il danno (non il “disagio”) a questi poveretti? Cosa succederà a questa gente quando un domani sentirà il “bip” di un SMS in arrivo qualunque ne sia il contenuto? Come si comporterà chi riceve una comunicazione che possa riguardare la sua salute o proprio il contagio da COVID-19 ora che tutti si affretteranno ad installare la app Immuni? Faranno tesoro dell’indispensabile “Per eventuali informazioni è possibile contattare il numero di telefono 02/85781”, se del caso mettendosi in coda al centralino della ATS “per non perdere la priorità acquisita”? La circostanza è talmente drammatica da sbalordire anche i più immaginifici cultori della fantascienza. Possibile una cosa simile? “Per un errore informatico” spiega la ATS sempre sulla propria pagina. Sono sicuro che l’accaduto abbia tutti i requisiti per costituire la “carne al fuoco” per l’inevitabile “barbecue” che l’Autorità giudiziaria e il Garante per la Protezione dei Dati Personali vorranno preparare palesando la loro arte nel cucinare chi di dovere. Mentre ci si augura che il fattaccio non passi in cavalleria, è d’obbligo complimentarsi con gli artefici di cotanto prodigio. Tanto per cominciare il più sincero plauso va al direttore generale di ATS, il dottor Walter Bergamaschi (che al “Pirellone” era stato numero uno dell’assessorato alla Sanità e come si legge su Repubblica è “in «quota» Fontana: un tecnico, cioè, che il governatore leghista ha voluto personalmente”). Sull’ipotetico podio la medaglia d’argento la riserviamo alla dottoressa Veronica Monaci, direttore dei Sistemi Informatici di ATS (pagina 6 dell’organigramma). Terza classificata è la società Rubrik srl con sede legale in via Clemente Mauro 13 a Salerno. Che c’entra? E’ la realtà che ha il ruolo di “Responsabile della protezione dei dati”, proprio di quei dati che sono il cardine di questa brutta storia…Il titolo dell’articolo è un po’ forte? Macchè… E’ solo la revisione morigerata delle reazioni più garbate dei destinatari del messaggio. Ho provato a sostituirmi a chi ha ricevuto l’SMS ma ho voluto moderare i termini…
Jesolo teme i lombardi: "Qui? Prima in lavatrice". Jesolo (Ve) ."Con i lombardi due giri di lavatrice...". È la guerra dei popoli. Serenella Bettin, Venerdì 29/05/2020 su Il Giornale. Jesolo (Ve) «Con i lombardi due giri di lavatrice...». È la guerra dei popoli. La caccia agli infetti. La guerra ai ricchi. A chi ha sempre portato soldi. Ma quale Europa se gli italiani si fanno la guerra in casa. È martedì pomeriggio, torniamo a Jesolo. Stavolta non c'è nessuno. Non è come domenica con le auto in colonna, le moto, i ragazzi in vespa, la musica che si alza e la gente che fa festa. Oggi qui alcuni ristoranti sono chiusi, pizzerie anche, alberghi non ne parliamo: luci spente, tapparelle abbassate, cartelli fuori e sacchi delle imprese di sanificazione alle entrate. Entriamo in un bar completamente vuoto di piazza Brescia, il Vita Nuova aperto nel 2017, sembrava già profetico. Qui il titolare ha messo gel ovunque, tavoli distanziati, dove prima c'erano quattro posti, ora ce ne sono due. «Senza turisti dice Ivano Jesolo muore. Domenica era pieno, ma sono turisti giornalieri». Andiamo in spiaggia. Anche qui non c'è anima viva. Gli ombrelloni degli chalet sono imbavagliati, gli chalet chiusi, i pontili deserti. Il tempo non aiuta, ma era così anche stamattina col sole. Se non fosse per il mare, quella tavolozza di acquerello dipinta da due gocce di pioggia con le gradazioni del blu e dell'azzurro, sarebbe una tristezza infinita. Ci inoltriamo lungo la via Bafile, l'isola pedonale più lunga d'Europa, un centro commerciale a cielo aperto con bar ristoranti pizzerie alberghi. Molti hotel hanno affisso un cartello: riapriranno il 13 giugno. Altri sono aperti questo week end e poi richiudono. Altri hanno riaperto ieri. Tutti si stanno attrezzando per riaprire in sicurezza. Ma occhio ai lombardi. «Non credo convenga prenotare ora per voi lombardi - ci dice la titolare di un albergo che raggiungiamo al telefono e con cui fingiamo di essere milanesi - la Lombardia è chiusa, se poi non venite c'è la penale da pagare». La penale? La penale ai tempi del Covid? Non fanno nemmeno più pagare i parcheggi in centro. Di idea totalmente diversa invece e più conforme alla civiltà è l'Hotel Morena perché alla fine i lombardi portano soldi. «Assolutamente non c'è alcun tipo di problema - dice Adamo Di Domenico che ha riaperto ieri - i milanesi sono nostri clienti, per il 50 per cento lavoriamo con loro: Bergamo, Brescia, Brianza». Ma ancora poche prenotazioni. «Gli austriaci e i tedeschi hanno cancellato ci spiega - altri sono in attesa. Gli ungheresi sono stati i primi a cancellare. Sono rimaste le prenotazioni degli italiani. Già mancano austriaci e tedeschi ed è un problema, se iniziamo a fare la selezione degli italiani allora tanto vale restare chiusi». Stessa cosa per l'Almar Jesolo Resort, lo stellato pronto a ripartire e in grado di garantire il riciclo delle stanze per 72 ore. Menù interattivi, percorsi alternati, tavolini, ombrelloni distanziati e ampi spazi. E i milanesi? «Assolutamente ben accetti! Anzi!», dice Federica Morao responsabile marketing. Anche Luca Zaia che mira a riaprire discoteche cinema e teatri per il 15 giugno, dice sì ai lombardi. E si dice preoccupato per il messaggio che sta lanciando Sebastian Kurz, ossia che una volta giunti in Italia occorra fare la quarantena. Di immensa tristezza quelli che se arrivano i milanesi fanno fare due giri di lavastoglie. «Li faccio entrare ci dice un titolare di un bar in centro - in tempi di magra... ma con loro mascherina sopra il naso e dopo faccio fare due giri di lavatrice a 70 gradi». Quindi che si fa? Si mette un cartello «vietato ai lombardi?». «Più di qualcuno ha paura, ne basta uno infetto e fa il macello». Allora no, non andrà tutto bene. È pure peggio. Questo virus ha rafforzato la convinzione degli idioti che capiti sempre e solo agli altri.
Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 28 maggio 2020. «Sono convinto che si debba ripartire insieme. Del resto, non è che il virus si fermi a Sirmione o a Peschiera...». Luca Zaia, il governatore veneto, non chiederà test a chi entra nella sua regione, come invece farà il presidente sardo Christian Solinas.
Lei che è l' uomo dei tamponi, che ne dice?
«I test ci servono per fare i piani di sanità pubblica. Però, sono una fotografia che vale nel momento in cui viene scattata. Secondo gli esperti, i tamponi rilevano la positività dopo 7 giorni dal contagio: io posso essere negativo al momento della prova e ammalarmi tre giorni dopo».
Presidente, io sono lombardo. Dal 3 giugno potrò entrare in Veneto?
«Certo. Ma comprendo le ansie di Solinas. Parlare è facile ma una responsabilità non si prende alla leggera. Però, nessuno può uscirne come un untore. Mi metto nei panni di un lombardo, non troverei corretto che qualcuno mi trattasse da agente di contagio».
Il presidente Fontana ha ricevuto minacce tali da dover essere scortato. Lei teme per l' animosità delle persone?
«Una cosa da matti. Esprimo solidarietà a Fontana, sta subendo una violenza gravissima. Dopo una battaglia così dura, essere presi di mira da degli esaltati».
Il clima però è pesante...
«Del resto, cosa rischia chi minaccia? Il Parlamento fa leggi anacronistiche, chi minaccia temo se la cavi con un buffetto. E così, si legittimano coloro che, impuniti, dicono che i politici sono tutti corrotti, i preti tutti pedofili, i giudici tutti politicizzati, i medici tutti venduti a Big Pharma . È il modo migliore per far sprofondare un paese, delegittimarne le istituzioni».
Un giudizio sui punti per la ripresa annunciati dal premier Conte?
«Io mi sforzo di non fare polemica. Però, scusi: lui non è arrivato ieri, martedì saranno due anni. Mi aspetterei qualcosa più che non i propositi. Tra l' altro, io sono arci convinto della necessità di un cambio di paradigma. Ma non dimentico che noi viviamo di manifattura: la prima cosa che ci chiedono queste imprese è di non complicare gli affari semplici».
Il premier ha anche invitato a investire.
«Spero lo si faccia. Noi veniamo tenuti sotto scacco per il debito, ma i tassi non sono quelli dei primi anni '90, il costo del denaro è quasi zero. Sarebbe il caso di non farci sfuggire l' occasione».
Lei e il suo collega dell' Emilia-Romagna, Bonaccini, siete tra i politici più stimati. Qualcuno si spinge ad immaginare tra voi una sfida per la premiership.
«C' è sempre qualcuno che ha nulla da fare e immagina robe strane. Io ho ottimi rapporti con tutti i presidenti, in particolare con quelli delle regioni confinanti al Veneto».
Presidente, pare che le elezioni regionali a luglio da lei richieste non ci saranno. Ci ha rinunciato?
«Una cosa raccapricciante. La proposta di aprire la finestra a luglio è scomparsa, il governo ha annunciato un accordo con le regioni che invece è una bugia, si dovranno chiudere e sanificare le scuole appena aperte. E noi non voteremo. Mai successo neanche in guerra. Perché? A luglio, con le dovute cautele, sarà tutto aperto tranne i seggi. Per me, è una sospensione della democrazia. E infatti, noi presidenti abbiamo scritto una lettera a Mattarella nelle sue vesti di garante della Costituzione».
Andrea Senesi per il “Corriere della Sera” il 28 maggio 2020. «Ce ne ricorderemo al momento giusto», «abbia la decenza di stare zitto». Quasi una lite da saloon, consumata intorno a uno dei temi più sacri per gli italiani e più caldi in queste settimane di post-quarantena: le vacanze. Protagonisti, da un lato, il sindaco di Milano Beppe Sala (centrosinistra) e, dall' altro, il governatore della Sardegna Christian Solinas (centrodestra). Il primo colpo parte da Milano e colpisce di sponda i presidenti di Sicilia e soprattutto Sardegna, «colpevoli» di pretendere un patentino d' immunità per i turisti lombardi in arrivo sulle loro spiagge. Da Palazzo Marino, dallo studio da cui ogni giorno dall' inzio della pandemia il sindaco registra il suo «buongiorno» ai milanesi, parte l' attacco: «Alcuni presidenti di Regione dicono che per noi ci vuole una patente d' immunità? Io però, e parlo da cittadino più che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò». La risposta da Cagliari arriva nel giro di pochi minuti. «Sala in materia di coronavirus dovrebbe usare la decenza del silenzio, dopo i suoi famigerati aperitivi pubblici in piena epidemia», la bordata del presidente sardo Solinas, che poi precisa la sua posizione «sanitaria»: «Nessuno ha chiesto improbabili patenti di immunità, ma un semplice certificato di negatività. Con la mia proposta anche un cittadino di Milano potrebbe godersi da subito le vacanze in Sardegna facendo un semplice test che ne certifichi la negatività al virus al momento della partenza». La rissa sulla linea Milano-Cagliari non finisce qui. Controreplica di Beppe Sala: «Ho parlato a titolo personale, ma non tiro indietro la mano: io non andrei in vacanza laddove fosse richiesto un test di negatività al virus. A parte il fatto che non è così semplice disporre di questi test, penso sia sbagliato discriminare gli italiani per regioni di appartenenza. Milano e la Lombardia saranno sempre terre di libertà e di accoglienza. Ci aspettiamo lo stesso dal resto del Paese». L' ultimo round si consuma nello studio del Tg La7 , dove però i toni di Sala si stemperano per farsi quasi accorati: «Qui abbiamo sempre accolto tutti da ogni parte d' Italia e in un momento in cui noi milanesi e lombardi siamo in difficoltà, sentirci trattati da untori non è bello». «E poi di cosa esattamente si starebbe parlando? Di un tampone? Di un test pungidito? Di un prelievo? Ci vuole chiarezza». Nella contesa tra i due litiganti si era inserito, poche ore prima, il presidente dell' Anci Sardegna, Emiliano Deiana: «Non c' è nessun astio verso milanesi, lombardi, veneti, liguri, piemontesi, emiliano-romagnoli né verso le loro meravigliose comunità che da anni vengono in vacanza da noi. Ma non c' è nemmeno nessuno, in Sardegna, che piega la testa ed espone all' insicurezza i cittadini perché qualcuno minaccia di passare altrove il proprio weekend alternativo». Anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris aveva preso partito: «Se dovessi decidere adesso, non ci sono le condizioni per consentire liberamente uno spostamento dalla Lombardia e dal Piemonte verso le altre regioni, a meno che non si garantisca la previa acquisizione del tampone negativo». Nel derby tra amministratori, la curva sudista si è poi ritrovata con un tifoso insospettabile: il parlamentare leghista (e milanese) Alessandro Morelli che si è schierato senza riserve col presidente sardo: «Sala dovrebbe solo starsene zitto mentre un governatore prepara l' accoglienza per il mese prossimo auspicando una Regione Covid-free».
Enrica Battifoglia per l'ANSA il 29 maggio 2020. Lombardia ancora sotto i riflettori e questa volta non solo per i dati comunicati dalla Protezione civile che indicano che dei 593 contagiati in più in Italia rispetto a ieri, 382 (pari al 64,4%) sono in Lombardia ma anche per un duro botta e risposta con la Fondazione Gimbe. Ritardi e stranezze, magheggi e numeri aggiustati: il presidente della fondazione Nino Cartabellotta, infatti, non ha usato mezzi termini sui dati dell'epidemia di Covid-19 in Lombardia, fino a sostenere in un'intervista a Radio 24 che per questa regione la riapertura sarebbe rischiosa. Dura la replica della Regione Lombardia, che ha giudicato le parole di Cartabellotta "gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero" decidendo di querelare la Fondazione. Sono affermazioni "inaccettabili", ha aggiunto, sostenendo che "in Lombardia i dati sono pubblicati in modo trasparente". Il presidente della fondazione ha detto nell'intervista che "in Lombardia si sono verificate troppe stranezze negli ultimi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti" e "ritardi nella comunicazione e trasmissione dei dati che sarebbe stata giustificata nella prima fase e molto meno ora. Come se ci fosse la necessità - ha rilevato - di mantenere sotto un certo livello il numero dei casi diagnosticati". La stessa fondazione Gimbe ha poi diffuso un'analisi dalla quale emerge che dal punto di vista epidemiologico Lombardia, Piemonte e Liguria non sono pronte alla riapertura tra regioni di cui si discute per il 3 giugno. Indicate da tempo come degne di attenzione per il numero di casi ancora elevato, le tre regioni mostrano di avere, secondo la fondazione, "la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi e il maggior incremento di nuovi casi". Di conseguenza, secondo l'analisi, riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale sarebbe lo scenario più rischioso, mentre mantenere le limitazioni solo nelle tre regioni più a rischio sarebbe "un ragionevole compromesso" e il terzo scenario, il più prudente, vedrebbe prolungato il blocco totale della mobilità interregionale, salvo le eccezioni già in vigore. Spezza una lancia a favore della Lombardia Massimo Antonelli, del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato Tecnico Scientifico, al quale "non risultano" i problemi sulla sovrastima dei dati sui guariti, alcuni dei quali mandati a casa ancora con sintomi lievi, denunciata nei giorni scorsi sempre da Gimbe. Il fisico Giorgio Sestili, fondatore e fra i curatori della pagina Facebook "Coronavirus-Dati e analisi scientifiche" osserva che in Lombardia "è accaduto che si comunicassero i dati sui decessi con un ritardo che è arrivato fino a un mese. Il 2 maggio, per esempio, si è registrato un aumento dovuto alla comunicazione di 282 decessi avvenuti in aprile e non ancora comunicati". Il motivo di episodi simili "non è chiaro. Potrebbero esserci - ha detto il fisico - problemi nella catena di comunicazione fra Asl, Comuni e Regione. Da qualche parte il meccanismo si inceppa". Anche oggi, intanto, continuano a meritare attenzione i dati della Lombardia comunicati dalla Protezione civile: indicano che dei 593 contagiati in più in Italia rispetto a ieri, 382 (pari al 64,4%) sono in Lombardia. Migliora invece il numero dei decessi nella regione: i 20 in più rispetto a ieri non sono pochi rispetto al dato nazionale (più 70 rispetto a ieri), ma sono quasi un terzo in meno rispetto ai 58 in più del giorno precedente. In generale in Italia sono aumentati di 3.503 guariti e dimessi e i malati sono 2.980 meno di ieri. Tre le buone notizie: i ricoverati in terapia intensiva, scesi sotto 500 (489), non erano stati così pochi dal 6 marzo; quattro le regioni a zero contagi (Umbria, Sardegna, Calabria e Basilicata) e otto non hanno registrato decessi (Sicilia, Umbria, Sardegna, Valle d'Aosta, Calabria, Molise, Basilicata e Trentino Alto Adige).
Cartabellotta, il super medico anti privati. Il fondatore del centro studi è uno stimato esperto. La battaglia per la sanità pubblica. Riccardo Pelliccetti, Venerdì 29/05/2020 su Il Giornale. Una bordata dopo l'altra contro la Regione Lombardia, colpevole, secondo il professor Nino Cartabellotta, di truccare i numeri dei contagi per riaprire prima e riavviare tutte le attività. Accuse pesanti, che andranno tutte verificate, visto che da Milano è partita subito una querela nei suoi confronti. Ma chi è Nino Cartabellotta? Un medico chirurgo di 55 anni, che ha dedicato il suo impegno professionale per migliorare il servizio sanitario. Insomma, è uno tra gli esperti più autorevoli di metodologia della ricerca e della sanità. Il suo nome non sarà noto all'opinione pubblica come lo è invece nella comunità scientifica, dove il suo lavoro viene tenuto in alta considerazione. È presidente e direttore scientifico della Fondazione Gimbe, fondata nel 1996, quella che ha pubblicato lo studio in cui si mettono all'indice alcune regioni, tra cui la Lombardia, Liguria e Piemonte ed Emilia Romagna, le quali, a suo avviso, non dovrebbero riaprire tutto perché sottostimerebbero i contagi. Cartabellotta, però, si spinge oltre, affermando che il presidente lombardo Attilio Fontana e l'assessore Giulio Gallera truccherebbero i numeri. Non sappiamo che cosa abbia mosso il medico e ricercatore nel fare dichiarazioni così pesanti e tutte da dimostrare. Se da un lato lo studio della Fondazione Gimbe evidenzia quali siano le regioni più a rischio, e su cui non c'è da dubitare, dall'altro le parole di Cartabellotta mettono in luce un certo pregiudizio nei confronti della sanità lombarda. D'altronde, la regione definita un'eccellenza sotto il profilo sanitario, tanto da attirare per decenni pazienti da tutta Italia per la qualità delle cure, si è scontrata con una pandemia che ha messo a dura prova la sua resistenza. Come in tutta Italia, del resto. Ma non è questo che Cartabellotta contesta. Ma il modello. La troppa sanità privata. Poco importa che nella quotidianità dimostri di non avere concorrenti. Quindi un evento straordinario, il coronavirus, riapre lo scontro pubblico-privato. E il presidente della Fondazione Gimbe, da sempre sostenitore del servizio pubblico, legittimamente non ha dubbi da che parte stare. D'altronde, nella sua attività di coordinatore scientifico dei programmi istituzionali della Fondazione c'è #salviamoSSN, finalizzato a salvaguardare un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico. E nel suo blog come nei suoi editoriali sul Sole 24Ore Sanità esprime chiaramente quali siano i suoi riferimenti e la sua battaglia. Non ha lesinato critiche, da esperto naturalmente, alla sanità delle regioni, spesso amministrate dal centrodestra. Oppure quando ha messo in guardia, in un articolo sul Sole 24Ore, il ministro della Salute Roberto Speranza, appena insediato, dai «parlamentari renziani pronti a picconare iniziative troppo di sinistra a favore della sanità pubblica».
Coronavirus, Walter Ricciardi-shock: "Dati del contagio inattendibili". Se fosse vero, perché lo dice solo ora? Libero Quotidiano il 29 maggio 2020. Dopo il Gimbe, anche il consulente del governo Walter Ricciardi. Tutti ad attaccare la Lombardia e le regioni sui dati del contagio da coronavirus. Dati che andavano bene fino a ieri, ma ora non più: inattendibili, inesatti. Una sorta di operazione-terrorismo quando si deve decidere sullo spostamento tra regioni. Intervistato da Repubblica, Ricciardi spiega: "I dati delle regioni non sono attendibili e quindi non possono essere d'aiuto alle decisioni della politica. Finora è andata bene, soprattutto grazie al comportamento degli italiani, che stanno evidentemente rispettando le buone regole per evitare i contagi. È importante però non abbassare la guardia proprio per non vanificare i sacrifici fatti. Quanto alle riaperture del 18 maggio dobbiamo aspettare ancora qualche giorno, in alcune regioni del nord si vede un po’ di movimento. Il sistema di indicatori è stato elaborato a livello centrale, giustamente, ma è alimentato da attività di diagnostica e dalle segnalazioni delle regioni, quindi dipende dalle capacità di gestione dei sistemi regionali. Se sono efficaci ed efficienti, allora i dati sono attendibili. Se non lo sono, per una serie varia di ragioni, quei numeri non sono attendibili. E ci sono motivi seri per pensare che in alcune regioni questi dati adesso non lo siano". Insomma, "si vede un po' di movimento", "dati inattendibili". E ancora, Ricciardi aggiunge che "la politica può prendere decisioni se è certa dei dati. La scelta è giusta se si basa su indicatori giusti, ma in questo caso, appunto potrebbero non essere solidi. Se i numeri non sono certi si finisce per fare scelte che possono non essere corrette". E quello che non si capisce è perché la politica abbia preso decisioni fino ad oggi su quei dati mentre oggi, gli stessi identici dati, non sarebbero più buoni né sufficienti per decidere.
“Non tarocchiamo il numero dei tamponi”. La Lombardia contro la Fondazione Gimbe. su Il Dubbio il 28 maggio 2020. Secondo la ricerca, “la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte: in queste Regioni si rileva la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi, il maggior incremento di nuovi casi, a fronte di una limitata attitudine all’esecuzione di tamponi diagnostici”. “La curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte: in queste Regioni si rileva la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi, il maggior incremento di nuovi casi, a fronte di una limitata attitudine all’esecuzione di tamponi diagnostici. In Emilia-Romagna, una propensione ancora minore potrebbe distorcere al ribasso il numero dei nuovi casi”. Lo sostiene la Fondazione GIMBE in vista del monitoraggio di domani del ministro della Salute Roberto Speranza sui dati del contagio da parte dell’Istituto Superiore di Sanità su cui basarsi per confermare il via libera del 3 giugno agli spostamenti tra le regioni. La Fondazione ha svolto un monitoraggio indipendente, riferito alla settimana 21-27 maggio, che tiene conto della riapertura del 4 maggio, ma non quelle molto più ampie del 18 maggio, dal quale emerge che l’incidenza di nuovi casi per 100mila abitanti, rispetto alla media nazionale (32), è nettamente superiore in Lombardia (96), Liguria (76) e Piemonte (63). Se il dato del Molise (44) non desta preoccupazioni perché legato a un recente focolaio già identificato e circoscritto, quello dell’Emilia-Romagna (33) potrebbe essere sottostimato dal numero di tamponi diagnostici (1.202 per 100mila abitanti) ben al di sotto della media nazionale (1.343). La percentuale di tamponi diagnostici positivi risulta superiore alla media nazionale (2,4%) in 5 Regioni: in maniera rilevante in Lombardia (6%) e Liguria (5,8%) e in misura minore in Piemonte (3,8%)Puglia (3,7%) ed Emilia-Romagna (2,7%). I tamponi diagnostici per 100mila abitanti, rispetto alla media nazionale (1.343), svettano solo Valle d’Aosta (4.076) e Provincia Autonoma di Trento (4.038). Nelle tre Regioni ad elevata incidenza dei nuovi casi, la propensione all’esecuzione di tamponi rimane poco al di sopra della media nazionale sia in Piemonte (1.675) che in Lombardia (1.608), mentre in Liguria (1.319) si attesta poco al di sotto. “Il Governo- commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – a seguito delle valutazioni del Comitato Tecnico-Scientifico si troverà di fronte a tre possibili scenari: il primo, più rischioso, di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale, accettando l’eventuale decisione delle Regioni del sud di attivare la quarantena per chi arriva da aree a maggior contagio; il secondo, un ragionevole compromesso, di mantenere le limitazioni solo nelle 3 Regioni più a rischio, con l’opzione di consentire la mobilità tra di esse; il terzo, più prudente, di prolungare il blocco totale della mobilità interregionale, fatte salve le debite eccezioni attualmente in vigore”. “In questa difficile decisione – conclude – occorre accantonare ogni forma di egoismo regionalistico perché la riapertura della mobilità deve avvenire con un livello di rischio accettabile e in piena sintonia tra le Regioni. Una decisione sotto il segno dell’unità nazionale darebbe al Paese un segnale molto più rassicurante di una riapertura differenziata, guidata più da inevitabili compromessi politici che dalla solidarietà tra le Regioni, oggi più che mai necessaria per superare l’inaccettabile frammentazione del diritto costituzionale alla tutela della salute”.
Offese gravissime: “Gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero”. Così in una nota, la Regione Lombardia commenta le dichiarazioni di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE che – parlando della situazione in Lombardia – ha sostenuto che “si combinano anche dei magheggi sui numeri”. “In Lombardia – prosegue la nota – fin dall’inizio della pandemia i dati vengono pubblicati in maniera trasparente e inviati alle Istituzioni e alle autorità sanitarie preposte. Nessuno, a partire dall’Istituto Superiore di Sanità, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro che, anzi, proprio l’ISS ha sempre validato ritenendolo idoneo per rappresentare la situazione della nostra regione”. “E’ dunque inaccettabile – conclude la nota – ascoltare simili affermazioni che ci auguriamo vengano rettificate da chi le pronunciate”.
Coronavirus, calo dei tamponi nelle ultime due settimane. Denuncia della Fondazione Gimbe. Pubblicato giovedì, 11 giugno 2020 da La Repubblica.it. Nelle ultime due settimane è diminuito considerevolmente il numero dei tamponi effettuati dalle Regioni per il Covid-19. Lo segnala la Fondazione Gimbe nel suo monitoraggio settimanale. "Esaminando il periodo dal 23 aprile al 10 giugno, si legge nel rapporto, il trend dei tamponi totali risulta in consistente calo nelle ultime 2 settimane (complessivamente -12,6%). Il trend dei tamponi diagnostici è crollato del 20,7% in prossimità delle riaperture del 4 maggio, per poi risalire e precipitare nuovamente del 18,1% in vista delle riaperture del 3 giugno. Nell'ultima settimana si assiste a un lieve rialzo (+4,6%)". "Da queste analisi - sostiene la Fondazione Gimbe - emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto il numero dei tamponi diagnostici, finalizzati all'identificazione di nuovi casi, è calato drasticamente alla vigilia delle due riaperture del Paese del 4 maggio e del 3 giugno; in secondo luogo, dopo il crollo nella settimana 28 maggio-3 giugno, complice la doppia festività, nell'ultima settimana poco più della metà delle Regioni hanno aumentato il numero dei tamponi diagnostici rispetto alla precedente; infine, proprio le Regioni con una circolazione del virus ancora sostenuta nell'ultima settimana hanno ulteriormente ridotto i tamponi diagnostici invece di potenziarli". Nel periodo dal 4 al 10 giugno, scrive ancora la Fondazione, 12 Regioni e Province Autonome fanno registrare un incremento assoluto dei tamponi diagnostici, mentre nelle rimanenti 9 si attesta una ulteriore riduzione. In particolare Lombardia, Veneto e Campania hanno registrato ognuna un calo superiore ai duemila tamponi, mentre l'Emilia Romagna ha visto un balzo in avanti di oltre 5mila in più, con Friuli, Molise e provincia di Bolzano che hanno avuto aumenti superiori alle duemila unità. "L'attività di testing - afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione - finalizzata all'identificazione dei nuovi casi, alla tracciatura dei contatti e a loro isolamento continua a non essere una priorità per molte Regioni: purtroppo, nella gestione di questa fase dell'epidemia, in particolare dove la diffusione del virus non sembra dare tregua, la strategia delle 3T non è adeguata".
Lucilla Vazza per “il Messaggero” il 12 giugno 2020. La guerra dei tamponi alla vigilia della Fase 3 non prevede esclusioni di colpi. Nel tutti contro tutti di questi giorni a farne le spese la Fondazione Gimbe che, ieri, ha parlato di «indietro tutta» delle Regioni più colpite dalla pandemia sul numero dei tamponi e, nel complesso, di una strategia di tracciamento nella fase 2 ancora «non adeguata» e un calo del 12,6% di esami nelle ultime due settimane.
LE REAZIONI. L'affondo ha fatto andare su tutte le furie i governatori di Veneto e Lombardia. Dall'entourage di Fontana si è parlato di «ennesimi, inqualificabili, gravi attacchi contro la Lombardia» che invece «ha fatto 845.618 tamponi, contro i 645.309 fatti complessivamente da Lazio, Campania e Puglia». A stretto giro la nota a gamba tesa del Veneto che ha contestato la «incomprensibile modalità di calcolo» con la quale la Fondazione Gimbe sia giunta alle sue conclusioni, «che non corrispondono alla realtà» e che, anzi, «l'incremento medio giornaliero dei tamponi per la diagnosi del coronavirus in Veneto, nel periodo 25 aprile-6 giugno rispetto al periodo precedente (21/2-24/4) è stato del 103%». A queste critiche risponde il presidente Nino Cartabellotta che invita semplicemente a leggere i dati: «Le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE hanno valutato le variazioni assolute nel numero dei tamponi diagnostici eseguite dalle Regioni nella settimana 3-10 giugno».
IL MONITORAGGIO. Dal monitoraggio Gimbe emerge che sul fronte dei tamponi diagnostici, ossia quelli che condizionano il numero di nuovi casi, ben 9 Regioni hanno arretrato ulteriormente, e che, tra il 23 aprile e 10 giugno, il trend dei tamponi totali risulta in picchiata libera nelle ultime 2 settimane (complessivamente -12,6%). Per la Fondazione «il trend dei tamponi diagnostici è crollato del 20,7% in prossimità delle riaperture del 4 maggio, per poi risalire e precipitare nuovamente del 18,1% in vista delle riaperture del 3 giugno. Nell'ultima settimana si assiste a un lieve rialzo (+4,6%)». «L'incremento complessivo del 4,6% (+9.431) nella settimana 4-10 giugno, rispetto a quella precedente - conclude l'analisi - non è il risultato di comportamenti omogenei su tutto il territorio nazionale: infatti, mentre 12 Regioni e Province Autonome fanno registrare un incremento assoluto dei tamponi diagnostici, nelle rimanenti 9 si attesta una ulteriore riduzione».
I NUMERI. Mette in guardia dalla guerra dei numeri Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, «può infatti dipendere dal fatto che i tamponi sono stati fatti soprattutto ai sintomatici». Il calo dei tamponi è confermato anche dall'Istant Report Altems dell'università Cattolica: «Il trend nazionale è in diminuzione: rispetto alla settimana scorsa, in Italia il tasso per 100.000 abitanti è passato da 7,00 a 5,90» e specifica «il tasso settimanale più basso si registra in Campania (è di 2,38 tamponi per mille abitanti nell'ultima settimana); il tasso più alto in Veneto (14,64 per mille), mentre il Lazio si ferma a 3,31, sotto la media nazionale». Butta acqua sul fuoco il virologo dell'Università di Milano, Fabrizio Pregliasco, che invita a considerare le riflessioni dei centri studi come «uno stimolo a fare meglio, perché quella del tracciamento è la sfida del momento. Rispetto al passato - spiega - c'è una maggiore efficacia e un'efficienza nella gestione dei tamponi e lo vedo anche nel mio ospedale. L'aumento dei casi è un segno di migliore capacità di intercettazione di casi. Tutto questo, però, ci dice che non dobbiamo mollare con i tamponi e il tracciamento dei contatti. Guai a pensare di essere fuori pericolo». E l'invito alla prudenza arriva dal ministro della Salute, che nell'informativa suo intervento in Parlamento ha sottolineato che: «La strada è quella giusta ma il nemico non è vinto» e che per questo «bisogna rafforzare l'attività di screening e contact tracing, consolidando l'analisi sierologica e tenendo alto il numero dei tamponi», il monito è chiaro: «Non esiteremo a prendere nuovi provvedimenti restrittivi e rigorosi, qualora fosse necessario».
Gori: “Lombardia ha secretato i dati dei morti da Coronavirus”. Antonino Paviglianiti l'11/06/2020 su Notizie.it. Durissimo attacco di Gori, sindaco di Bergamo, nei confronti di Regione Lombardia che avrebbe secretato i dati dei morti da Coronavirus. Durissimo attacco di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, agli indirizzi di Regione Lombardia: il Pirellone avrebbe secretato i dati dei morti da Coronavirus per provincia. Il primo cittadino bergamasco solleva un polverone politico che accende ancor di più la luce dei riflettori sull’operato di Fontana e Gallera, ai vertici di Regione Lombardia. “Leggo che in Lombardia ieri ci sono stati 32 decessi per Covid – scrive su Twitter il sindaco di Bergamo -. Non si sa però dove, in quale provincia, perché la Regione non comunica più i dati divisi”. Attacco frontale, dunque, da parte di Gori agli indirizzi del Pirellone in merito alla comunicazione dei dati delle morti per Coronavirus. Neppure i dati sui guariti vengono più comunicati, e sì che sarebbero importanti per capire che oggi le persone ammalate sono poche. Ma non solo i dati dei morti in Regione Lombardia sarebbero stati secretati per quanto concerne la divisione provincia per provincia; Gori, infatti, denuncia anche una scarsa trasparenza in merito alla comunicazione dei guariti da Coronavirus. “Da quando abbiamo segnalato che i decessi reali erano molti di più di quelli ‘ufficiali’, hanno secretato i dati per provincia”. E continua: “Neppure i dati sui guariti vengono più comunicati, e sì che sarebbero importanti per capire che oggi le persone ammalate sono poche. Spero che il nuovo Dg della Sanità Marco Trivelli parta da qui, dai dati e dalla trasparenza”. Il riferimento è al nuovo direttore generale della Sanità nominato da Fontana in sostituzione di Luigi Cajazzo. A far eco alla richiesta di Giorgio Gori ci pensa un altro Dem proveniente da Bergamo: si tratta di Maurizio Martina, deputato del Partito Democratico. “Mi associo alla richiesta del sindaco Gori, Regione Lombardia fornisca con grande trasparenza i dati dei decessi e dei guariti per ciascun territorio in modo preciso”.
Claudia Guasco per “il Messaggero” il 12 giugno 2020. Che il numero di vittime del Covid sia stato sottostimato lo segnalava già tre mesi fa l'agenzia di analisi InTwig: a Bergamo in marzo i morti sono stati oltre 5.400 di cui 4.500 riconducibili al virus, più del doppio del numero certificato dalla Regione di 2.060. Insomma, i conti non tornano e il sindaco Giorgio Gori è parecchio innervosito: «Leggo che in Lombardia scrive in un tweet ieri ci sono stati 32 decessi per Covid. Non si sa però dove, in quale provincia, perché la Regione non comunica più i dati divisi. Da quando abbiamo segnalato che i decessi reali erano molti di più di quelli ufficiali, hanno secretato i dati per provincia». Un comportamento opaco che non aiuta certo a seguire l'evoluzione del virus, a identificare gli eventuali focolai e intervenire per arginarli. Così facendo, dice in sostanza il primo cittadino, la guerra all'epidemia viene depotenziata. «Neppure i dati sui guariti vengono più comunicati, e sì che sarebbero importanti per capire che oggi le persone ammalate sono poche - insiste Gori - Spero che il nuovo direttore generale della Sanità Marco Trivelli parta da qui, dalle cifre e dalla trasparenza. Aggiungo che non vengono comunicati neanche i numeri dei positivi Covid divisi per singolo comune». Ma la Regione smentisce il sindaco: «Quanto scrive non corrisponde al vero. La diffusione dei dati relativi al coronavirus da parte di Regione Lombardia verso le autorità sanitarie e i mezzi di informazione non è cambiata e continua a essere la stessa. Sostenere, per alimentare la polemica politica e senza alcun riscontro veritiero, che la Regione secreti i dati non fa onore a chi rappresenta le istituzioni». Replica di nuovo il primo cittadino: «I dati sui decessi per province sono stati accessibili fino al 26 aprile, collegati a una mappa sviluppata con il software ArcGis. Dopo l'inchiesta di InfoData sulle Rsa, del 24 aprile, è stato fatto sparire tutto. Dopodiché dite voi se è normale che questi dati non vengano normalmente comunicati, e se ancora oggi i sindaci lombardi siano del tutto all'oscuro sul numero dei positivi nei loro comuni». Uno scontro che si innesta su un conflitto in atto da tempo. Già in piena emergenza, a fine marzo, Gori aveva evidenziato le lacune nella comunicazione dei numeri da parte del governatore Fontana e dell'assessore Gallera: «Esiste un sommerso di persone decedute con il Covid, soprattutto nelle case di riposo. Ma anche persone che spirano nella loro abitazione, che non emerge dai dati ufficiali». Per Gori, come ha ribadito qualche settimana fa, il tema centrale è «cambiare rotta: abbiamo capito che i nostri ospedali per quanto buoni non sono lo strumento con cui si affronta un'epidemia. Questa si combatte sul territorio. In Lombardia un conto sono i numeri ufficiali delle morti, altro i numeri reali. Nella provincia di Bergamo le vittime sono più del doppio di quelli registrati. E credo che sia sbagliato che il costo della profilassi si sia ribaltato sui cittadini». Lo dimostrano i 42 esposti presentati due giorni fa alla procura di Bergamo, ai quali se ne aggiungeranno presto altri 150. «In tutte le denunce che abbiamo depositato - rileva l'avvocato Consuelo Locati - c'è una parte di diritto in cui ricostruiamo le varie leggi e delibere che si sono succedute: c'è una mala gestio sanitaria che ha portato al collasso del sistema». Come riferisce la figlia di Ermenegildo, morto in otto giorni in una Rsa bergamasca. «Dal 5 marzo 2020 la struttura chiuse l'accesso ai parenti e quello fu l'ultimo giorno che vidi papà. Portavo il cambio biancheria al cancello d'ingresso e in una di quelle occasione mentre attendevo l'infermiera vidi arrivare una croce rossa dove scese un operatore in tuta bianca, mascherina, guanti e occhiali. Al citofono chiese dove portare un paziente Covid che aveva con sé. Fino a quel momento non sapevo che la Rsa accettasse anche pazienti Covid da lì ebbi la conferma e le paure aumentarono», racconta nella denuncia. «La notte del 3 aprile mio papà è morto. Non l'ho più visto perché fu subito messo in una bara e portato al cimitero in attesa della cremazione. Tanti errori sono stati fatti. Troppi. A tutti i livelli».
Fase 2, Sala: "Mi ricorderò delle Regioni che chiedono patente di immunità ai lombardi". E al governo: "Ci dica quando potremo viaggiare". Al sindaco di Milano risponde il governatore sardo: "Sul coronavirus abbia la decenza di tacere". La Repubblica il 27 maggio 2020. I lombardi quando potranno viaggiare liberamente e lasciare la loro regione? In base a quali parametri verrà presa questa decisione dal governo? Sono le domande che il sindaco di Milano, Beppe Sala, nel video che ogni giorno posta sulle sue pagine social, pone all'esecutivo nazionale. E lo fa con un avviso alle altre Regioni: "Vedo che alcuni presidenti di Regione, come Toti della Liguria, dicono: accoglierò a braccia aperte i milanesi. Altri, non li cito, dicono 'magari se fanno patente di immunità o qualcosa del genere'. Io però, e parlo da cittadino prima ancora che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò". Parole chiare, quelle del sindaco Sala, che provocano la reazione diretta del governatore della Sardegna Christian Solinas: "Sala in materia di coronavirus dovrebbe usare la decenza del silenzio, dopo i suoi famigerati aperitivi pubblici in piena epidemia: nessuno ha chiesto improbabili patenti di immunità, ma un semplice certificato di negatività. Quella di Sala è l'ennesima strumentalizzazione infelice per cercare una ribalta mediatica che, per altri versi, su questo tema già gli appartiene e che difficilmente dimenticheremo", conclude Solinas. Replica ancora Sala: "Illustre presidente Solinas, rispondo con educazione a quanto da lei affermato. Ho parlato a titolo personale, ma non tiro proprio indietro la mano: io non andrei in vacanza laddove fosse richiesto un test di negatività al virus. A parte il fatto che non è così semplice disporre di questi test, penso sia sbagliato discriminare gli italiani per regioni di appartenenza. Milano e la Lombardia saranno sempre terre di libertà e di accoglienza. Ci aspettiamo lo stesso dal resto del Paese". In attesa quindi che arrivi una decisione sulla possibilità di spostarsi tra regioni il clima è già surriscaldato. Sala continua, parlando della possibilità di uscire dalla Lombardia: "Ne abbiamo necessità e voglia - dice Sala a proposito degli spostamenti - per andare a trovare un parente, per andare al mare o in montagna. Poi stiamo facendo bene i compiti a casa e, per esempio, la mia ordinanza di ieri va in questa direzione, cioè cercare di contenere la potenziale diffusione del Covid. Quello che il governo deciderà noi lo applicheremo, sia chiaro, però chiedo al governo, in particolare l'ho chiesto ieri al ministro Francesco Boccia, che non ce lo dicano il giorno prima, e mi sembra anche naturale, perché molti si devono organizzare". Il primo cittadino di Milano aggiunge: "La cosa che mi interessa di più è capire in base a che parametri verrà presa questa decisione. Capire, essere informato, considereranno l'R0, il numero di tamponi fatti, le persone in terapia intensiva, cosa? In fondo io credo che sia giusto dare questo tipo di informazione, sarebbe anche carino che ce lo dicessero, poi qualcuno deciderà e noi applicheremo. Ma in questa situazione credo che l'essere partecipe di quello che sta succedendo è fondamentale".
Alberto Mattioli per “la Stampa” il 28 maggio 2020. «Io in vacanza dove mi chiedono il test non ci vado». Ed è subito polemica. Da una parte, il sindaco di Milano, Beppe Sala, che pretende libere ferie in libero Stato, senza discriminazioni sulla regione di provenienza. Dall' altra, il governatore della Sardegna, Christian Solinas, che prima annuncia di voler chiedere una «patente di immunità» a chi visiterà l' isola e poi dice che Sala dovrebbe avere «la decenza di tacere».
Sala, è pentito?
«No, perché? Ho chiesto solo di fare chiarezza. E ho aggiunto, da cittadino, che se qualcuno mi obbliga a fare il test per andare a casa sua io preferisco rinunciare. A Milano abbiamo sempre accolto tutti. E il turismo in certe regioni l' hanno costruito proprio i lombardi».
Perché «certe»? Chi non vi vuole è la Sardegna.
«Mi sembra che anche la Sicilia abbia ventilato qualcosa del genere. Comunque, è una questione di trasparenza verso i cittadini».
Quale trasparenza?
«Ci vogliono regole chiare e anche in fretta. Ancora non sappiamo se dal 3 giugno potremo uscire dalla Lombardia. Ora, chi decide? E su quali basi? Poter viaggiare da cosa dipende? Dal parametro R0 della Regione? Dal numero di ricoveri? Da quello dei contagi? E poi: Solinas parla di test. Ma quali test? E come? Il tampone? Il sierologico? E quale? Il pungidito o il test del sangue? Lo sa che oggi farlo nelle strutture pubbliche è quasi impossibile e in quelle private difficile? Ha stabilito un protocollo? Io sto chiedendo ai miei cittadini dei sacrifici. Ma devo dare loro delle certezze».
Solinas deve tutelare la salute dei suoi amministrati.
«La salute è sicuramente fondamentale. Credo però che la ripartenza non sia solo una questione sanitaria ma anche economica e sociale. Non penso che la Sardegna possa vivere solo di turismo autoctono. Sono i milanesi che, almeno in parte, l' hanno inventata come meta turistica. Non dico che i sardi debbano esserci riconoscenti, ma trattarci da untori, no. Non è che ognuno si fa le sue regole».
Tutti diranno che Sala parla per i suoi amici con la villa in Costa Smeralda.
«Anche questo mito delle seconde case "da ricchi" va sfatato. Negli anni del boom l' appartamentino al mare se lo sono comprati in molti. Non stiamo parlando di un' élite».
Pensa che il 3 giugno i lombardi potranno uscire dalla loro regione come tutti gli italiani?
«Non ne ho la più pallida idea. E dalla conversazione che ho avuto con il ministro Boccia credo che non l' abbia neanche lui. Il Governo deciderà sulla base dei dati che qualcuno gli sottoporrà. Io non so né quali dati saranno né chi sarà a portarglieli. E vorrei saperlo».
Parliamo dell' epidemia. Ieri i contagi in Lombardia sono aumentati. Secondo lei, Milano ne è fuori?
«Al momento la situazione è sotto controllo. I contagi, che beninteso sono solo la punta dell' iceberg, attualmente sono 30-40 al giorno, quindi davvero ridotti rispetto a poche settimane fa. Ora si tratta di tenere le antenne alzate, non mollare ed evitare rischi inutili».
C' è ancora un caso Lombardia?
«Sì. Non per i contagi su base giornaliera, che non significano molto, ma per la differenza con le altre regioni. Questa resta».
Il mito della buona sanità lombarda esisterà ancora?
«Quantomeno, viene messo in discussione. Gli ospedali si confermano eccellenti, la sanità di base molto meno. Insomma, che Veneto ed Emilia-Romagna ne siano uscite meglio non c' è dubbio».
Cosa rimprovera a Fontana?
«Non voglio polemizzare con Fontana. Trovo però strano che la Regione Lombardia non ammetta alcun errore. Poi sulla questione delle Rsa è in corso un' inchiesta, quindi non ne parlo».
La Lombardia diventa contendibile per il centrosinistra?
«Non solo possiamo provarci, ma dobbiamo. Non si tratta di approfittare delle disgrazie, ma se abbiamo delle proposte è il momento di farle valere».
In tutto questo periodo, ha mai disperato?
«No. Ci sono stati dei momenti difficili, anche emotivamente. Però ho sempre sentito i miei colleghi di Bergamo o di Brescia: a Milano obiettivamente la situazione non è mai stata così tragica. E questo è stato importante, perché se crollava il fronte sanitario milanese crollava tutto».
Solinas le rinfaccia il famigerato aperitivo e gli slogan su Milano che non si ferma. Ha altro da rimproverarsi?
«Come tanti altri, all' inizio ho sottovalutato la situazione, non lo nego. Dopo credo proprio di aver fatto la mia parte con responsabilità. I conti, però, si fanno alla fine».
Come cambierà Milano?
«La città dovrà ripensarsi. Non buttiamo nulla del passato, ma per esempio l' economia punterà più su finanza e tecnologia che sugli eventi come le settimane della moda e del mobile. Bisogna insistere sulla trasformazione ambientale, che non è un vezzo da ambientalismo fighetto, ma una vera occasione, anche economica».
Quanti anni ci vorranno a Milano per tornare ai fasti pre-Covid?
«Due, alla peggio tre».
Ma nel 2023 a Palazzo Marino ci sarà ancora lei?
«Se mi ricandido? Lo deciderò dopo le vacanze. Adesso sono troppo stanco».
Patente sanitaria, Musumeci contro Sala. “Battuta infelice, qui siamo accoglienti”. Eugenio Battisti giovedì 28 maggio 2020 su Il Secolo d'Italia. Polemica a distanza tra Nello Musumeci e Beppe Sala. Motivo del contendere la cosiddetta patenta sanitaria. “L’amico Sala ha fatto una battuta infelice. Ma se vuol venire in vacanza in Sicilia, con tanto piacere. Non gli chiederemo alcuna patente. Neppure quella dell’auto…”. Così il governatore siciliano ha replicato a distanza a Sala. Il sindaco di Milano, infatti, ieri sera aveva criticato la scelta di Sicilia e Sardegna di chiedere una sorta di ‘patente sanitaria’ a chi entra. E aveva provocatoriamente consigliato agli italiani di andare in vacanza in Liguria. “Mi sembra una esagerazione – ha detto Musumeci – non è che tutti gli abitanti della Lombardia o dell’Emilia sono portatori di virus. Ma serve un minimo di prudenza. Sala conosce bene il senso di accoglienza di noi isolani”. Il governatore della Sicilia spiega la decisione. “Con il collega della Sardegna abbiamo la stessa ansia di fare economia e non seminare morti. Quindi serve un protocollo di sicurezza a cui stanno lavorano i due dipartimenti. Domani ci sarà la conferenza Stato-regioni con il premier Conte per indicare una linea omogenea”. “La mobilità interregionale non può che essere omogenea e questo spetta allo Stato”. Sulla data di apertura del 3 o del 7 giugno: “Decideremo nei prossimi giorni”. Scelte difficili, che vanno prese senza paura di essere impopolari. “E’ un conflitto tra cuore e ragione”, aggiunge Musumeci, “perché il cuore vorrebbe che gli alberghi fossero stracolmi e i lidi balneari affollatissimi, per ridare un po’ di ossigeno all’economia. Mentre la ragione vorrebbe che alla fine di questa estate non si dovessero contare nuovi contagi, vediamo se riusciamo a trovare un punto di equilibrio tra cuore e ragione. Per questo parliamo non di una patente di immunità ma di un protocollo di sicurezza”.
Coronavirus, Boccia: "Il passaporto sanitario è contro la Costituzione. Sulla mobilità no a distinzioni tra le regioni". Pubblicato giovedì, 28 maggio 2020 da La Repubblica.it. Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, stronca le polemiche sui passaporti sanitari richiesti da alcuni governatori per le prossime vacanze estive. "Passaporto sanitario? Rileggete l'articolo 120 della Costituzione: una Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino la libera circolazione delle persone", dice durante l'audizione in Commissione federalismo fiscale della Camera. E aggiunge: "Se gli scienziati dicono che non ci sono passaporti sanitari, non ci sono". Una polemica - quella sul passaporto sanitario - che ieri ha visto protagonisti soprattutto il sindaco di Milano, Beppe Sala, e il governatore della Sardegna Christian Solinas, che chiede un patentino immunitario per i turisti lombardi in arrivo sulle spiagge dell'isola (anche se a lanciare per primo la proposta è stato il siciliano Nello Musumeci). Il primo cittadino di Milano è arrivato a dire: "Quando deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò". Boccia, insomma, esclude una mobilità differenziata a livello regionale: "Nei prossimi giorni con l'ultimo click che riporterà il Paese a muoversi ci dovrà essere anche quello del buonsenso. Se tutte le regioni ripartono, ripartono senza distinzioni sul profilo dei cittadini di ogni regione, la distinzione tra cittadini di una città rispetto all'altra non è prevista, se siamo sani ci muoviamo. Diverso è prevedere una fase di quarantena, ma non siamo in quella condizione. E anche in quel caso ci vuole un accordo tra le parti". Quanto agli aiuti alle zone colpite dal coronavirus, Boccia spiega: "Le province lombarde di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e quella di Piacenza in Emilia Romagna hanno vissuto un'ecatombe, il resto del Paese un dramma. Non paragonerei quelle province al resto d'Italia".
· Fase 2: finalmente!
Coronavirus, l'Italia riapre il 3 giugno: le 10 cose che non si possono ancora fare. Dall'obbligo di prenotazione e di fornire le generalità fino al divieto di assembramenti contro il coronavirus, ecco come sarà l'Italia a partire dal prossimo 3 giugno. Francesca Galici, Sabato 30/05/2020 su Il Giornale. Sembra ormai certa la riapertura totale dell'Italia a partire dal prossimo 3 giugno, quando finalmente gli italiani potranno godersi la libertà di un bagno al mare anche fuori dalla loro regione. Ovviamente, come da mesi specificano gli esperti, l'attenzione dev'essere sempre massima, se si abbassa la guardia il rischio è quello di spalancare le porte a una nuova ondata epidemica di coronavirus. Il 3 giugno, quindi, sarà ufficialmente la data di fine del lockdown che perdura dallo scorso marzo e anche chi arriverà in Italia non dovrà sottoporsi alla quarantena. Restano, comunque, dei limiti e delle regole che non possono essere derogate per il bene collettivo. Quest'apertura non è da intendere come un tana liberi tutti o come un vero ritorno alla normalità, che sembra ancora lontana all'orizzonte. Chi vorrà potrà partire per le vacanze, si potranno incontrare gli amici con maggiore libertà e ci si potrà concedere un tuffo nello splendido mare italiano o una passeggiata lungo i sentieri di montagna ma tenendo sempre in mente regole, obblighi e divieti che persisteranno anche dopo il 3 giugno.
Divieto di assembramenti. Non è una regola derogabile, almeno per ora. Il rischio che l'indice R0 risalga è troppo alto per permettere gli assembramenti. Al momento il contagio è sotto controllo ma, come da tempo spiegano tutti i virologi, basta poco perché risalga e si creino nuovi focolai che potrebbero far ripiombare il Paese nell'incubo di marzo, quando le terapie intensive erano al collasso. Nessuna possibilità, quindi, di aggregarsi all'aperto e nei luoghi pubblici così come nelle residenze private, almeno finché non verrà trovata una soluzione definitiva.
Obbligo di distanziamento sociale. L'obbligo di mantenere la distanza minima di un metro da chi ci circonda fa il paio con il divieto di assembramenti. Tutti gli esperti raccomandano anche di raddoppiare la distanza dagli altri quando si pratica attività sportiva, portandola ad almeno due metri, per evitare che i droplets, responsabili del contagio, raggiungano il prossimo.
Obbligo di mascherine. In alcune regioni (come la Lombardia) la mascherina è obbligatoria sempre, sia all'aperto che al chiuso. In ogni caso, i virologi raccomandano di indossarla sempre quando possibile per ridurre la possibilità di trasmissione del coronavirus da parte dei soggetti asintomatici che non sono a conoscenza di esserne portatori. Nei luoghi pubblici chiusi, dove è difficile o impossibile mantenere il metro di distanza, la mascherina è un dispositivo imprescindibile. Questa regola non è derogabile, per esempio, sui mezzi pubblici, dal parrucchiere o estetista e nei negozi.
Obbligo di guanti. Sebbene i virologi non abbiano trovato una linea unitaria su questo punto, la libertà decisionale offerta dal governo prevede che le attività commerciali possano decidere autonomamente se prevedere o meno l'obbligo di indossare i guanti come conditio sine qua non per l'ingresso. L'unico obbligo previsto dal decreto riguarda i negozi di generi alimentari, dove è obbligatorio utilizzarli per manipolare gli alimenti, sia da parte dei clienti che dei lavoratori.
Divieto di effusioni. Non sono ancora ammessi gli abbracci e i baci con i "non congiunti" così come con i parenti non conviventi. Questa forte raccomandazione si fa ancora più stringente nel caso di individui anziani. Infatti, l'ondata epidemiologica di marzo ha dimostrato che questi sono i soggetti maggiormente a rischio di complicazioni da coronavirus.
Obbligo di misurazione della temperatura. Chi vuole fare il suo ingresso in un luogo pubblico, aperto o chiuso, non può esimersi dalla misurazione della temperatura laddove sia prevista. Nel caso in cui la febbre superi i 37,5 gradi non si potrà entrare così come previsto dall'ordinanza del governo. A discrezione di chi effettua la misurazione è prevista anche la segnalazione alle autorità sanitarie per ulteriori controlli.
Obbligo di prenotazione. La maggior parte degli esercizi pubblici e commerciali, tra i quali anche tantissime spiagge, non permettono più l'accesso se non previa prenotazione. Si tratta di una misura necessaria per contingentare gli ingressi e regolare la presenza all'interno dei locali e degli spazi aperti, in modo da evitare assembramenti. Si tratta di una decisione presa anche a fronte dell'inevitabile riduzione dei posti disponibili nei ristoranti e nei lidi balneari, per esempio.
Obbligo di fornire le generalità. Non sarà possibile rifiutarsi di fornire le proprie generalità negli esercizi pubblici che le richiederanno. Quest'obbligo nasce dall'esigenza di poter avere una linea di tracciamento nel caso in cui qualcuno dovesse sviluppare sintomi da coronavirus e risultasse positivo ai tamponi. Chiunque dovesse esserci entrato in contatto sarà tenuto all'isolamento fiduciario.
Divieto di spostamenti liberi fuori dal confine. Per il momento non si potrà viaggiare liberamente negli altri Stati in totale libertà. Questo perché non tutti hanno aperto o apriranno a breve le frontiere agli italiani. In alcuni casi, benché i confini siano liberi, è previsto l'obbligo di quarantena fiduciaria per chi entra nel Paese.
Obbligo di quarantena. Chi dovesse essere stato segnalato dall'autorità sanitaria e chi dovesse entrare a contatto con il coronavirus ha l'obbligo di rispettare i 14 giorni di isolamento domiciliare per verificare l'eventuale comparsa de sintomi. Alcune regioni, inoltre, prevederanno ancora dopo il 3 giungo la quarantena per chi arriva da altre regioni prima di potersi liberamente muovere sul territorio.
Coronavirus, 3 giugno: ecco tutto quello che si potrà e non si potrà fare. Pubblicato sabato, 30 maggio 2020 da La Repubblica.it Fine del lockdown, ma restano le limitazioni. Per i viaggi da e per i Paesi extra Ue bisogna aspettare il 16 giugno. Ancora sospesi congressi, riunioni, meeting, eventi. I concerti riprendono il 15: il calendario. L'Italia resta senza scuola, e con alcune limitazioni. Ma il 3 giugno sancirà la fine del lockdown. Da mercoledì sarà possibile spostarsi, senza limitazioni, tra le regioni e saranno possibili, senza quarantena, i viaggi da e per i Paesi Ue, Schengen e Regno Unito, a meno di specifiche condizioni di reciprocità stabilite dagli Stati. I viaggi da e per i Paesi extra Ue ed extra Schengen, eccetto quelli già possibili per lavoro, urgenza o motivi di salute, riprenderanno dal 16 giugno.
LE ATTIVITÀ CONSENTITE. È consentito l'accesso ai parchi, è consentita l'attività motoria nel rispetto di una distanza di sicurezza di almeno due metri. Sono possibili le manifestazioni in forma statica con distanziamento. Le messe, i funerali, le visite ai musei e ai luoghi di cultura, le attività degli stabilimenti balneari e delle strutture ricettive, le attività di bar, ristoranti, barbieri, parrucchieri continuano a essere possibili con limitazioni di distanziamento derivanti dai protocolli di sicurezza.
LE ATTIVITÀ ANCORA SOSPESE. Dal 15 giugno partono i centri estivi per i minori. Sempre dal 15 giugno ripartono, con limitazioni di capienza e di distanza, cinema, teatri, concerti, anche al chiuso. Restano sospese le frequenze scolastiche e universitarie. Resta il divieto di assembramento e l'obbligo di mantenere una distanza di almeno un metro. Salvo modifiche nei prossimi giorni, restano sospesi congressi, riunioni, meeting, eventi sociali, centri termali e centri sociali. Il calcio professionistico - secondo il ministro Spadafora - potrebbe ripartire dal 13 giugno. Cronaca Coronavirus, i dati del monitoraggio per le riaperture: "Indice Rt sotto controllo, nessuna situazione critica".
LE RESTRIZIONI ANCORA IN VIGORE. I parenti non possono rimanere nelle sale di attesa dei pronto soccorso. Le visite nelle Rsa sono regolate dalla dirigenza sanitaria della struttura. Restano sospese le crociere per le navi battenti bandiera italiana. Resta ovviamente l'obbligo di rimanere presso il proprio domicilio per chi è in quarantena e per chi ha un'infezione respiratoria con febbre superiore ai 37,5 gradi.
Coronavirus, le regole per bar e ristoranti: no a menù, banconote e antipasti da condividere. Pubblicato sabato, 30 maggio 2020 da La Repubblica.it Le linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità. Per le mascherine filtranti, le Ffp2 e Ffp3 andrebbero evitate: fanno uscire le goccioline respiratorie. Vietati i buffet. Dal denaro contante sconsigliato all'uso della mascherina, passando per le note regole dell'igiene delle mani e del distanziamento sociale. Sono alcune delle raccomandazioni di comportamento da tenere al bar o al ristorante per i clienti e per i gestori, contenute in un focus sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità. Regole da rispettare sia prima di entrare nel locale sia una volta dentro, e "fatto salvo il principio che - ricorda l'Iss - in presenza di sintomi compatibili con Covid-19, è obbligatorio restare a casa". Prima di entrare:
- laddove possibile, prenota telefonicamente o tramite app;
- nei locali con prodotti d'asporto, privilegia l'ordinazione online o telefonica;
- se sei in attesa nel locale, mantieni il distanziamento dagli altri clienti;
- quando non possibile, indossa la mascherina.
Una volta entrati nel locale, l'Istituto superiore di sanità raccomanda:
- segui le indicazioni per l'accesso e per i movimenti all'interno, limitando quest'ultimi il più possibile;
- mantieni sempre il distanziamento; rispetta i percorsi obbligati per raggiungere il tavolo o il punto dove consumare;
- indossa sempre la mascherina, anche quando ti rivolgi al personale, toglila solo al momento di consumare;
- utilizza sempre gli spray o i gel sanificanti per le mani messi a disposizione;
- se utilizzi i servizi igienici lavati sempre accuratamente le mani dopo l'uso;
- evita l'uso promiscuo di stoviglie, posate e bottiglie;
- nei locali con consumazione al banco o prodotti d'asporto, limita la permanenza nel locale allo stretto necessario;
- se possibile, evita l'uso del contante.
Il Rapporto contiene poi regole e raccomandazioni anche per i gestori e gli esercenti. Oltre a quelle ben note sul numero di clienti ammessi nel locale per evitare il sovraffollamento, sui percorsi separati per l'entrata e l'uscita dei clienti e della distanza di sicurezza tra le persone, c'è anche la regola che "sconsiglia di accettare clienti che utilizzino semi-maschere filtranti munite di valvola (Ffp2/Ffp3 con valvola di esalazione) che, non fornendo per il loro specifico principio costruttore una barriera all'espirazione, non garantiscono rispetto a situazioni di rischio. E ancora:
- si consiglia di adottare metodi alternativi all'uso dei menu e della carta dei vini cartacei, per esempio attraverso l'affissione di cartelli o schermi o l'uso di applicativi per smartphone o l'impiego di menu cartacei monouso;
- eliminare le modalità di servizio a buffet ed evitare la somministrazione di antipasti con piatti condivisi, favorendo le monoporzioni.
A queste si aggiungono le regole per il personale e le "stringenti misure igieniche" per gli addetti alle cucine e alla preparazione di cibi, quelle per "un'adeguata sanificazione" e per il personale addetto al servizio ai tavoli che deve usare "la mascherina chirurgica per tutto il turno di lavoro e ove possibile, l'utilizzo dei guanti (che sono comunque sempre da utilizzare durante le attività di igienizzazione al termine di ogni servizio al tavolo). Infine: il personale amministrativo e quello addetto alla cassa devono indossare la mascherina chirurgica prevedendo altresì barriere di separazione (es. separatore in plexiglass).
Dal 3 giugno stop quarantena per chi viene dall'area Schengen e dalla Gran Bretagna. Pubblicato sabato, 30 maggio 2020 da La Repubblica.it. Si torna a viaggiare dall'Europa all'Italia. Il 3 giugno cadrà l'obbligo della quarantena di 14 giorni per i cittadini stranieri provenienti dai Paesi Schengen e dalla Gran Bretagna. Per il resto dei cittadini europei tale obbligo cadrà dal 15 giugno. L'indicazione è contenuta nel dpcm in vigore, che prevede anche la fine del divieto di spostamenti infraregionali sempre a partire dal 3 giugno.
Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 31 maggio 2020. Gli italiani che hanno intenzione di passare le vacanze estive all' estero dovranno accontentarsi di poche destinazioni perché i turisti provenienti dall' Italia non sono al momento «graditi» in più di un Paese europeo, anche all' interno dello spazio Schengen dove, tutti o quasi, sono pronti a riaprire i confini. Tra i no più clamorosi c' è quello della Grecia che, venerdì scorso, ha annunciato la lista dei 29 Stati i cui turisti potranno visitare il Paese dal 15 giugno. L'elenco potrebbe essere aggiornato il primo luglio e quindi si può ancora sperare. Chiudono le porte ai turisti italiani anche altri 22 Stati europei. In cima alla lista c' è l'Austria che dal 15 giugno consentirà la libera circolazione senza alcun controllo alle frontiere con Germania, Svizzera e Liechtenstein ma non con l' Italia, considerata ancora un «focolaio». I governi di Vienna e Roma, però, si stanno parlando e non è detto che la situazione cambi la prossima settimana. Anche la Svizzera non vuole gli italiani nonostante sia pronta a consentire la libera circolazione dal 15 giugno e a riaprire campeggi, giardini zoologici, piscine, cinema e teatri. Dal 20 giugno apre al turismo internazionale l' isola di Cipro con le sue spiagge meravigliose e la sua storia affascinante, anche se triste, di divisioni. Nella lista di 19 Paesi non c' è però l' Italia. Le altre nazioni in cui non potremo andare sono: Danimarca, Germania, Malta, Finlandia, Polonia, Romania, Ungheria, Svezia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Belgio, Bosnia, Polonia, Norvegia, Montenegro, Ucraina e Russia. Ma non bisogna disperare. Bruxelles, fermo restando che i divieti non si applicano mai alla nazionalità ma ai Paesi di provenienza, spinge per una linea comune che sia comunque ispirata a criteri epidemiologici. E, nei prossimi giorni, alcune nazioni, come la Germania, potrebbero tornare sui propri passi. Quali sono, quindi, le mete da prendere in considerazione per le tanto agognate vacanze post quarantena? Sicuramente la Francia dove dal 15 giugno saranno aboliti i controlli alle frontiere. Per entrare basterà presentare un' autocertificazione di buona salute. Anche l' Olanda apre senza condizioni ai cittadini dell' Ue e dal primo luglio promette di far ripartire campeggi e villaggi turistici. Seguendo lo slogan Clean&Safe (pulito e sicuro), il Portogallo accoglie il turismo straniero, anche perché rappresenta il 15% della sua produzione economica. Ma per l' associazione alberghiera nazionale la maggior parte degli hotel dovrebbe riaprire a metà luglio. Stesso discorso per la Spagna che tra un mese revocherà la quarantena obbligatoria per tutti i viaggiatori, mentre le compagnie aeree dovrebbero riattivare ai primi di giugno i collegamenti con le mete più gettonate: Maiorca, Costa del Sol e Costa Blanca. Anche la Turchia non vuole rinunciare agli stranieri e a metà giugno riaprirà le frontiere. Il ministero della Cultura e del Turismo ha pubblicato un catalogo di «istruzioni igieniche» che prevede, ad esempio, negli hotel distanze minime tra lettini a bordo piscina o asciugamani confezionati singolarmente. Dopo molti indugi la Croazia, altra nazione che dipende fortemente dal turismo, consentirà anche agli italiani di godere del suo meraviglioso mare ma bisognerà avere in mano una prenotazione. La stessa linea della Slovenia che dal 26 maggio consentirà ai cittadini dell' Unione Europea l' ingresso senza un documento che certifichi la negatività al coronavirus ma con in mano l' indirizzo di un hotel. Se si ha voglia di andare al freddo si potrà pensare alla Lettonia che, tra i Paesi baltici, è l' unica ad aver deciso di accogliere gli stranieri. Porte aperte dal primo giugno anche in Albania mentre la Serbia ha già tolto i sigilli ai confini il 22 maggio. Il Kosovo, invece, permetterà l' ingresso ai turisti da metà giugno. Ci sono poi una serie di Paesi che, pur non chiudendo i confini, hanno deciso di imporre una quarantena ai visitatori. Una scelta che scoraggerebbe anche il turista più motivato. Tra questi spicca il Regno Unito, dove dall' 8 giugno chiunque entrerà dall' estero dovrà stare chiuso in una stanza per due settimane. Chi non aderirà all' auto-isolamento dovrà pagare una multa di 1.000 sterline (circa 1.100 euro). È la stessa linea scelta dall' Irlanda, dalla Bulgaria e dalla Macedonia del Nord che però impongono la quarantena soltanto a chi proviene da alcune nazioni a rischio tra cui l' Italia. Più incerta la situazione in Islanda. L' isola, fortemente dipendente dal turismo, prevede di allentare le restrizioni per i viaggiatori stranieri a partire dal 15 giugno ma, per il momento, chi entra sarà messo in quarantena per due settimane. Il governo, però, sta pensando di offrire l' alternativa di sottoporre i visitatori a tampone. È probabile, poi, che i turisti debbano scaricare e utilizzare l' applicazione di tracciamento.
· “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.
La conferenza Stato Regioni adesso conta più del Parlamento. Una terza camera che ora viene legittimata e che mette in discussione l’assetto costituzionale del Paese. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 3 novembre 2020. Il conflitto/rapporto Stato Regioni continua ad evolversi. Adesso sono diventati tutti più furbi e le decisioni più difficili vogliono che le prendono gli altri. Allungando con questa manfrina i tempi di realizzazione di quello che sarebbe opportuno. Tanto i ritardi si stanno accumulando che per esempio i medici piemontesi si esprimono sulle esigenze del territorio con un appello drammatico del tipo “ chiudete o non garantiamo più la sanità. In realtà non si capisce perché quando ci sono da prendere decisioni vantaggiose per la gente compete alle Regioni e quando invece si tratta di decisioni contestabili spetta al Governo centrale. Nessuno pensa che la situazione sia semplice, ma è proprio nel momenti difficili che vengono fuori tutti gli stress, da quelli istituzionali conseguenti alle modifiche del titolo V della Costituzione, a quelli relativi ad un Paese duale che nelle tragedie, come quella che stiamo vivendo, dimostra tutta la sua debolezza, alla realtà di rapporti di forza tra territori che non vengono sanati da un coordinamento centrale. E la situazione continua in un senso inimmaginabile. Perché tanta é diventata la potenza delle Regioni che il Presidente del Consiglio dei ministri, oggi nelle dichiarazioni alla Camera, non fa riferimento ad un preventivo assenso del Parlamento, ma addirittura della conferenza Stato Regioni, una terza camera che si era temuto avesse un potere usurpato, ma che ora viene legittimata e che mette in discussione l’assetto costituzionale del nostro Paese. Peraltro in tale conferenza il rapporto dei poteri non é più tra forze di maggioranza e di opposizione ma, in un accordo incestuoso, il gruppo di potere é quello tra la sinistra tosco-emiliana e la destra leghista lombardo veneta. Mi pare che ci voglia una presa di posizione netta perché l’ esigenza di ritornare ad un aspetto costituzionale è prevalente rispetto ad un consenso a tutti i costi, magari per far sopravvivere il Governo oltre ogni logica. I temi sui quali si deve decidere sono quelli che già si sono presentati precedentemente: il primo riguarda i tempi delle chiusure, se generalizzate come chiederebbero Lombardia in testa, ma praticamente le Regioni del nord con la Campania o invece articolate per Regioni o addirittura per aree, in base all’indice RT di ciascuno, come pare si stia saggiamente decidendo. delle persone da una parte all’altra del Paese. Già una prima volta si è avuto un approccio sbagliato, quello di considerare Bergamo o il Lodigiano come realtà simili al paesino dell’interno o l’isola meno collegata. La prima volta il lockdown , assolutamente generalizzato, è stato un errore che ha penalizzato territori che potevano essere salvati, visto che avevano un numero di casi molto contenuti . E salvare alcuni territori dal blocco significava evitare perdite nell’economia in termini di crescita del Pil ma anche avere meno costi per i ristori. Ma anche chiudere o aprire, in modo elastico, in base a dei parametri noti, significa spingere le Regioni ad intervenire con molti tamponi, per isolare i positivi asintomatici, che sono il vero problema della diffusione della epidemia. Perché se le Regioni faranno tamponi generalizzati, come è stato fatto in Cina, Corea, Taiwan, Singapore e Giappone cercheranno gli untori inconsapevoli, che stano spargendo il virus nella società costringendoci poi ad un blocco generalizzato. Ma in realtà stiamo imparando tutti come contrastare questa epidemia, compreso il Governo nazionale ed i Presidenti regionali. E ovviamente gli errori che si commettono comportano un prezzo. Il secondo aspetto riguarda il fatto che la crisi non colpisce nello stesso modo in tutti posti, al Sud per esempio, per quanto attiene la scuola colpisce di più. Perché si chiude intanto prima, come si è visto, perché i sistemi più deboli, dove le infrastrutture sono meno evolute, In termini di edifici scolastici, per esempio, ma anche di servizi, come scuola bus o mense scolastiche, hanno come via di fuga quella che avevano i nostri antenati del seicento: il blocco di tutte le attività. Colpisce di più perché la cosiddetta didattica a distanza, DAD, non é possibile se lo studente non ha i mezzi hardware che servono e se non vi é una connessione adeguata , cose che mancano al Sud . Colpisce anche di più dal punto di vista economico, perché è più probabile che una famiglia dove lavora una sola persona rimanga senza un emolumento. Altrove magari a fianco al padre che lavora al bar c’è la moglie che lavora invece al Comune. E se il primo va in cassa integrazione con il salario decurtato, la moglie continua a ricevere lo stipendio pieno. Così come avere un monte pensioni più elevato nei territori, perché coloro che invecchiano sono usciti dal mondo del lavoro e quindi hanno una pensione dignitosa e non quella minima, aiuta a sopravvivere nei momenti di maggiore difficoltà conseguenti alle chiusure generalizzate. Ma poi è evidente che le realtà più povere hanno anche minore accumulazione da utilizzare quando arriva l’inverno, e non per essere state cicale ma per essere formiche che non hanno potuto mettere da parte nulla. Un paese duale è un paese più fragile. Forse sarebbe bene che ci convincessimo tutti di questa evidenza e che gli interventi fossero differenziati.
DOPPIOGIOCHISTI. FEDERALISMO IRRESPONSABILE. Davanti alle decisioni scomode i Capi delle Regioni non vogliono più l’autonomia. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 3 novembre 2020. L’idea che un Presidente della Regione che deve adottare un provvedimento impopolare ritenga di doversi coprire davanti ai suoi elettori dietro il coinvolgimento del ministro della Salute ci fa semplicemente terrore. Che addirittura il ministro della Salute per fare il suo dovere e fare sentire a tutti il peso dei suoi poteri arrivi a invocare la condivisione della firma con il Presidente della Regione interessata a noi fa ancora più paura. Serve lo spirito unitario del Dopoguerra non il Paese Arlecchino. Non sappiamo se finirà con questa doppia firma di cui tutti parlano. Sotto ogni provvedimento di chiusura ci dovrà essere la firma del ministro della Salute e del Presidente della Regione. Una sorta di corresponsabilità che sa tanto di irresponsabilità comune visto che a entrambi i firmatari non può sfuggire che ogni minuto perso si misura in vite umane perse. Per carità di patria speriamo che questa doppia firma che nasconde una doppia fuga dalla responsabilità ci sia risparmiata. L’idea che un Presidente della Regione che deve adottare un provvedimento impopolare ritenga di doversi coprire davanti ai suoi elettori dietro il coinvolgimento del ministro della Salute ci fa semplicemente terrore. Che addirittura il ministro della Salute per fare il suo dovere e fare sentire a tutti il peso dei suoi poteri che sono la misura algebrica della responsabilità arrivi a invocare la condivisione della firma con il Presidente della Regione interessata a noi fa ancora più paura. Perché è pacifico che non esiste un’emergenza sanitaria di destra o di sinistra ma l’emergenza a cui si deve fare fronte con atti concreti e un esercizio intelligente della responsabilità che vuole dire prevenzione e investimenti sanitari mirati nel rispetto del ruolo di ognuno. Perché è ancora più pacifico ai nostri occhi che dovremmo assistere non allo spettacolo di un inverecondo scaricabarile tra uomini delle istituzioni ma a una rivendicazione pubblica e a un esercizio effettivo delle responsabilità da parte dei singoli soggetti di governo centrale e territoriale nell’ambito delle loro competenze e di una precisa gerarchia.
Vedere questi Capi delle Regioni autonomisti per antonomasia che vogliono annullare precipitosamente le loro responsabilità e perfino il quadro clinico di contagi e di terapie intensive dei loro territori allo scopo di affogare ogni loro ritardo o inadempienza o ogni loro prevedibile impopolarità nel mare di un provvedimento centralistico nazionale questo sì fuori dalla realtà, dà la misura esatta di quanto abbia nuociuto e ancora di più possa nuocere questo federalismo italiano della irresponsabilità. Ma vi rendete conto che siamo in presenza di un Presidente del Consiglio che è costretto a trattare per tre giorni con un conclave di cardinali regionali che si chiama Conferenza Stato-Regioni che è diventata la Terza Camera dello Stato al di fuori della Costituzione e di ogni regola di buon senso? Che esista parallelamente una gigantesca questione nazionale di competenza dei singoli ministri e di una macchina dello Stato centrale colpevolmente svuotata da un decennio in qua di risorse e di uomini di valore, è fuori discussione e guai a dimenticarselo. Per questo abbiamo invocato e apprezzato la supplenza del Federatore del federalismo italiano incompiuto che non può che essere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, quasi più per il prestigio personale che per i poteri che la Costituzione gli riconosce. Purtroppo, temiamo che non sia finita qui perché la protesta sociale è destinata a salire, perché l’emergenza sanitaria è terribilmente seria, perché il morso della crisi economica non ha precedenti. Perché sono passati otto mesi otto durante i quali a Roma come a Milano e a Napoli si è fatto poco o nulla e oggi se ne scoprono nei pronto soccorso gli effetti drammatici. Una miscela così esplosiva determina un logoramento del tessuto civile e un Paese Arlecchino nelle mani di venti Capetti tanto egoisti quanto miopi è di sicuro quello meno adatto a farvi fronte. Anche perché siamo l’unico Paese europeo in una stagione attraversata dal flagello della Pandemia globale e della recrudescenza terroristica dove l’opposizione pensa a fare saltare il governo prima di pensare a salvare vite umane e posti di lavoro. Per ritrovare lo spirito unitario del Dopoguerra serve che l’intelligenza tecnica, il riformismo cattolico e la cultura laica tornino a riunirsi nella società e a fare sentire la loro voce nella politica fuori dagli egoismi regionali e dai gusci vuoti di populismi-sovranismi condannati dalla storia. Perché solo così possiamo uscire dallo Stato confusionale che ha segnato l’ultimo ventennio italiano. Servono uomini giovani e meno giovani della fibra del Supplente Federatore. Gli uomini migliori devono essere chiamati a raccolta. Nessuno di loro potrà rifiutarsi di dare una mano.
Tgnorba Il Fatto del 29-05-2020. Editoriale a cura del direttore Enzo Magistà di venerdì 29 maggio. Nel presentare il “decreto rilancio” e le riaperture del 18 maggio il presidente Conte annunciò che il 3 giugno, cioè da mercoledì prossimo, sarebbe stato possibile prevedere la ripresa anche della libera circolazione tra le regioni italiane. Però precisò: tutto sarebbe stato collegato alle condizioni della pandemia territorio per territorio, regione per regione. Tanto che si creò una specie di misuratore che indicava il rischio: alto, medio, oppure, assente. Le regioni a rischio alto, disse Conte, sarebbero rimaste chiuse; quelle senza rischio sarebbero state riaperte. Avrebbero potuto collegarsi fra loro. In pochi giorni, però, le cose sono cambiate. Ieri le regioni hanno fatto sapere al Governo di non essere d’accordo sulle riaperture differenziate. O tutti o nessuno. Il Governo si è un po’ spazientito, però, sembra essere disponibile. Però non tutte le regioni italiane sono a rischio controllato, è molto probabile che la libera circolazione sull’intero territorio nazionale possa slittare di una settimana: non più il tre, ma il 10 giugno. Non ci cambia la vita, però ci fa rabbia lo stesso. Perché ancora una volta ci si inchina al volere, per non dire al diktat, delle regioni del nord: Lombardia e Veneto in particolare. Sono le regioni italiane più a rischio. E quindi Fontana e Zaia sono stati loro a cavalcare la tesi del “tutti o nessuno”, perché, altrimenti, sarebbero rimaste chiuse. A loro, stavolta, fa comodo, sposare questa tesi, “tutti o nessuno”. Ma in altre occasioni non è stato così. Anzi, in tantissime altre occasioni non hanno fatto altro che rivendicare il contrario, fino a chiedere una autonomia esagerata. Vogliono l’autonomia su tutto: sulle tasse, sulla salute, la scuola, ecc.. Però quando si deve riaprire, siccome loro non possono riaprire: no! O tutti o nessuno. Sarebbero le sole a restare chiuse: allora no! O tutti o nessuno. Purtroppo, però, questo è il dramma: vincono sempre loro.
L’ITALIA SOTTO DITTATURA DEL GRAN LUMBARD. Giovanni Palmulli su Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 30 maggio 2020. Ormai è un fatto conclamato: l’Italia è sotto dittatura! Ma chi era abituato a pensare che una dittatura dovesse essere fascista o comunista, di destra o di sinistra, deve cambiare i propri orizzonti mentali ed ideologici. Siamo infatti sotto una dittatura regionale, una dittatura lombarda. E l'uomo forte non è un Pinochet o un Fidel Castro, ma un omino apparentemente inoffensivo, tal Fontana. La dittatura è ufficialmente entrata in vigore il 12 di marzo. Quel giorno infatti, la decisione di Conte di pochi giorni prima, credo l'8 di marzo, di creare una zona rossa che comprendesse la Lombardia ed alcune province limitrofe, decisione giusta, saggia ed opportuna, fu annullata per fare di tutta l’Italia una zona rossa. Quel giorno si decise di fermare tutta l’Italia invece che una sola regione. E si crearono i presupposti per la più grave crisi economica e sociale dai tempi della guerra. Un’Italia che avrebbe potuto continuare a lavorare, benché con tutte le precauzioni del caso (si parlava infatti nella prima decisione di una zona arancione ed una zona gialla), fu sacrificata sull'altare della supremazia lombarda e fu costretta a chiudere. E questo creò i presupposti dell'indebitamento con l'Europa che in questi giorni sta maturando e di tutto quanto ancora dovrà succedere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane e mesi. E ora che finalmente si potrebbe riaprire, si potrebbe tornare a lavorare invece di suonare il mandolino al balcone, la dittatura lombarda ancora pone condizioni attraverso le prese di posizione di un ministro, Boccia, che peggio non poteva dimostrarsi. "Si riapre tutti insieme!" dice Boccia, e se la scienza dovesse dire che la riapertura della Lombardia non è opportuna, non riapre nessuno. Punto! Questo, tradotto nella pratica significa la morte economica per migliaia di imprenditori e lavoratori, morte ancora più crudele al Sud, perché se al Nord uno se ne fa una ragione, vista la perdurante epidemia, al Sud è difficile farsene capaci. Come, non abbiamo contagi, nel territorio delle ex-Due Sicilie, l'epidemia è praticamente scomparsa, e non possiamo aprire? Io, abitante delle Puglie, non posso andare a Napoli e far lavorare un albergatore e un ristoratore? E' difficile comprendere e giustificare tutto questo. Ed infatti un giornale di stamattina metteva in guardia dai pericoli della disgregazione dell’Italia, mai così forti da 150 anni a questa parte. Giustamente si evidenziava che l’Italia non ha una tradizione unitaria secolare come può averla la Francia. Piuttosto abbiamo una tradizione di frammentazione che in questi giorni, a causa di queste decisioni improvvide, sta riemergendo con un vigore impensabile fino a pochissimi anni fa. Non potrebbe essere altrimenti. 2 + 2 fa 4, è inutile girarci intorno. La gente ascolta e se proprio non capisce perfettamente, anche a causa delle cortine fumogene dei media nazionali e delle frecce tricolori, comunque intuisce. Se la Corea del Sud, che non è dittatura, ma democrazia, CHIUDE LA SOLA ZONA DI SEUL perché lì si è verificato un improvviso rialzo dei contagi (79 in un giorno!), come fa a non paragonare questa notizia con un’Italia che a fronte di circa 400 (!!!) contagi quotidiani nella sola Lombardia a fronte di una decina nel Sud Italia, non è capace di decidere di chiudere quella sola regione? Ed ecco che allora la lite e la conseguente frammentazione segue a ruota. Gli animi sono esacerbati. La dittatura lombarda pretende che si debba riaprire tutti insieme e che i cittadini lombardi, portatori di un alto rischio di contagio checché se ne dica, possano muoversi liberamente, senza restrizioni, senza certificati e senza quarantene. Liberi di contagiare perché sono i lombardi, razza padrona! E parliamo ancora di Italia unita?
Luca Zaia a Stasera Italia: "Autonomia processo inesorabile, l'unico problema è a Roma". Libero Quotidiano il 30 maggio 2020. Dopo tre mesi di emergenza coronavirus, per Luca Zaia "l'autonomia sarà un processo inesorabile, ormai per uscire dal Medioevo questo Paese deve scegliere di allocare competenze in capo alle Regioni". In collegamento con Stasera Italia Weekend, il governatore leghista del Veneto, il politico che più è uscito rafforzato da questa crisi sanitaria senza precedenti, rilancia il cavallo di battaglia del Carroccio, "scritto nella Costituzione, non è nulla di illegale". Il problema, spiega, è che ancora qualcuno a Roma percepisce l'autonomia come sottrazione di potere ai Palazzi romani. La verità è che una vera assunzione di responsabilità, durante la gestione del coronavirus abbiamo dimostrato di saperle assumerle e aver fatto anche scelte importanti per la salute dei nostri concittadini". E i sondaggi, almeno per Zaia, confermano.
MERIDIONALI DISCRIMINATI NELLA BUONA SORTE, UGUALI NELLA CATTIVA. TUTTO MERITO DEL COVID. Raffaele Vescera su Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 18 maggio 2020. Lo Stato italiano per un cittadino del Sud spende in sanità una cinquantina di euro l’anno in meno che per uno del Nord. Ciò nonostante il reddito di un meridionale sia la metà di quello di un settentrionale. Meno cure pubbliche e meno cure private per un indigente che, vivendo al di qua di Roma, oltre che a un’assistenza pubblica ridotta, deve rinunciare a curarsi in proprio per mancanza di soldi. Il tutto si traduce in una speranza di vita al Sud di tre anni inferiore a quella del Nord, nonostante al di là del Po si respiri l’aria più pestifera d’Europa. Ma tant’è, potenza del dio denaro e dell’umana disuguaglianza, affermata più che mai dall’ideologia classista della cosiddetta terza Repubblica, fondata sulla disparità territoriale, certificata da Eurispes e Svimez e persino dalla Commissione Europea che denunciano un furto al Sud di 61 miliardi di Euro l’anno dirottati al Nord. E’ la logica del liberismo selvaggio, in Italia rafforzato dal colonialismo interno nei confronti del Sud, utile a fornire al Nord braccia, cervelli e risorse naturali a basso prezzo. Il profitto a qualunque costo, e chi se ne frega della devastazione economica e sociale di venti milioni di meridionali. Disparità territoriale che il partito del Nord vuole condurre ai massimi termini, mediante il “regionalismo differenziato”, ovvero l’istituzione per legge del principio che un italiano del Sud vale meno di uno del Nord. Il ricco se ne fotte della fame del povero, più di tutto quando è egli stesso causa di tale povertà. Ma ecco che arriva il Covid a rovesciare la sorte del Nord che, primo per ricchezza in Italia, ma pure per razzismo di stampo leghista, conquista anche l’indesiderabile primato della Lombardia, regione con il maggior numero di contagi e morti al mondo rispetto alla popolazione. Ciò grazie a cause oggettive, come l’intensità dei rapporti con la Cina, conseguente alla forte delocalizzazione della produzione industriale, e per demeriti della pessima amministrazione, incapace e sprecona, che ha favorito oltremodo i gruppi finanziari privati, non solo nella svendita delle strutture sanitaria e nella incredibile realizzazione dell’ospedale in fiera, costato 25 milioni di euro per 25 posti letto, un milione a letto d’oro. Prendiamo la Lombardia che scarica sulle case di riposo per anziani i malati di covid con costi tripli anche in termini di vite umane, determinando una strage di anziani e facendo lavorare i dipendenti senza misure di sicurezza, con minaccia di licenziamento ove avessero denunciato. Lombardia che, pur avendo la maggiore capacità di spesa, fa pagare i test e i tamponi di tasca propria ai cittadini lombardi presso le strutture private, al costo di cento euro ciascuno, nella logica di scaricare costi e mortalità sui più deboli per età e indigenza. Quella Lombardia che, in nome del danè, ha ritardato il più possibile l’introduzione delle misure di sicurezza e che oggi si ritrova con la mortalità più alta al mondo, 88.519 contagi con una letalità del 18,28% e 15.543 morti da piangere. Ovvero un contagiato ogni 112 abitanti, e un morto ogni 643 cittadini. Il confronto con una regione del Sud è impietoso, prendiamo la Campania con 5,8 milioni di abitanti, 4.695 contagi e 399 deceduti, una letalità del 8,50%, ovvero un contagiato ogni 1.235 abitanti, 10 volte in meno che in Lombardia, e un morto ogni 14.536 cittadini, venti volte in meno che in Lombardia. Ciò per cause oggettive, quali i minori rapporti tra Campania e Cina, ma anche per meriti amministrativi, dal governatore “sceriffo” De Luca al dr. Ascierto che ha portato l’ospedale Cotugno alla palma d’oro di migliore ospedale al mondo nella cura covid. Stessa cosa per tutte le altre regioni meridionali, alcune delle quali, come Calabria, Sicilia e Basilicata, hanno numeri migliori della Campania.
Eppure, ciò nonostante, il governatore lombardo Fontana, forte della Confindustria, ha preteso e imposto al governo, come sempre a lorsignori sottomesso, le stesse misure di sicurezza su tutto il territorio nazionale, facendo in modo di evacuare dalla Lombardia decine di migliaia di meridionali, studenti e lavoratori fuori sede, liberandosi di loro per scaricare il contagio verso Sud, e determinando un blocco non propriamente necessario delle attività produttive del Mezzogiorno, mentre l’industria settentrionale continuava a lavorare a mezzo regime. Così improvvisamente gli italiani sono diventati tutti uguali nella cattiva sorte. Il pretesto del Nord? Quello solito, che esso sarebbe la “locomotiva” dell’economia italiana che traina un treno composto di vagoni che sarebbero le regioni del Sud. La cosiddetta locomotiva, per quanto forte ed efficiente, non può correre più di tanto pena il deragliamento dei vagoni cui la locomotiva ha sottratto di tutto, lasciandoli in condizioni disastrose. Impedire al Sud di crescere per usarlo quale colonia interna, ecco perché l’Italia è il Paese europeo ultimo per crescita economica. Stessa logica di scaricare sui deboli le conseguenze del contagio è stata applicata dall’incredibile Trump, che ha volutamente ritardato l’introduzione delle misure restrittive, con la conseguenza che gli Stati Uniti hanno un milione e mezzo di contagiati e quasi centomila morti, in maggioranza neri che, in quanto poveri, non hanno diritto all’assistenza sanitaria. Stessa cosa ha fatto il biondone inglese Johnson che cianciava di “immunità di gregge”, e ora l’Inghilterra è il paese più colpito d’Europa per numero di morti. E stesso misfatto ha compiuto Bolsonaro, opponendosi all’introduzione del lockdown in Brasile, dove il contagio è esteso paurosamente, pagato anche lì dai più poveri, gli indios d’Amazzonia ai quali è negata qualsivoglia assistenza, né medici, né medicine, né dispositivi di protezione, e neanche acqua per lavarsi le mani, morti in tanti e seppelliti in fosse comuni. La logica di far pagare l’epidemia ai più deboli è simile a quella della “selezione della razza” di hitleriana memoria. Tant’è che in Germania i movimenti neonazisti manifestano per la “libertà di contagio”. In questo seguiti dai creduloni no-vax. Ma questa è un’altra storia.
Maria Teresa Meli per il “Corriere della Sera” l'1 giugno 2020.
Enrico Rossi, presidente della Toscana, lei era contrario a questa riapertura generalizzata, ma l' ha accettata.
«Tocca al governo decidere. Non si possono fare fughe in avanti o fare i pierini, gli sceriffi o, peggio ancora, proporre passaporti sanitari che non esistono e patenti di immunità che sono delle sciocchezze. Tutto questo non funziona e comunque non si può creare un clima di contrapposizione tra regioni. Sarebbe sbagliato».
Però lei è preoccupato della riapertura della Lombardia.
«L' esperienza ci dice che la diffusione del virus in Toscana, come in altre regioni, è stata il prodotto della fuga dalla Lombardia poco prima del lockdown . Quindi un po' di prudenza e la pazienza di aspettare una settimana in più non so a chi avrebbero potuto far male. La verità è che Fontana e Sala hanno fatto la corsa per la riapertura e alla fine il governo si è adeguato. Invece una maggiore gradualità terrebbe insieme meglio il Paese».
Ce l' ha con la Lombardia e con Sala?
«Non voglio ergermi a giudice, ma come si fa a dire "ce ne ricorderemo" in polemica con la Sardegna? Comunque no, non ce l' ho con la Lombardia. Anzi, mi ha colpito in positivo Mattarella che cerca di farci sentire tutti partecipi di una vicenda nazionale andando a celebrare il due giugno a Codogno».
Lei critica anche i governatori «sceriffi», si riferisce a Vincenzo De Luca e Michele Emiliano?
«Si, hanno fatto un po' di gazzarra. Del resto, tutti sanno che ci sono due atteggiamenti che portano un facile consenso: uno quello improntato a una rigidità assoluta, l' altro quello di chi spinge per riaprire e che intercetta un bisogno vero. Però così facendo si rischia di alimentare una democrazia emozionale: un pendolo che sbanda una volta da una parte, una volta dall' altra. E quindi così si genera più confusione che altro».
E se fosse stato il Sud a trovarsi nella condizione della Lombardia?
«Bella domanda. Il peso della Lombardia nelle scelte c'è, è inutile negarlo. Certo qualche riflessione, anche autocritica, non avrebbe guastato da parte di quella regione».
La Lombardia ora è nel mirino dei magistrati...
«Capisco che c' è l' obbligatorietà dell' azione penale, ma penso che non ci siano responsabilità di omicidio colposo o doloso. Sono stati fatti errori da parte della politica, ma non certo per cattiva volontà. Non si possono fare processi staliniani e cercare capri espiatori».
In generale che giudizio dà del governo in questa emergenza?
«Nella prima fase l' azione del governo ha avuto una qualche efficacia. Forse avremmo dovuto chiudere prima le zone colpite. Ora secondo me il fallimento maggiore si registra sul fronte della scuola. Bene, invece per quanto riguarda la liquidità e sussidi. Ci saranno ritardi, ma è normale. Però si deve sapere che non si può vivere tutta la vita di sussidi. Né si può dire che con il recovery fund si possono finalmente abbassare le tasse perché poi l' Europa ci spernacchia».
Vecchioni su Milano: “Unica città italiana, gli altri Paesoni. Nessuna può vivere se muore”. Da Chiara Di Tommaso il 26 maggio 2020 su vesuviolive.it. Durante l’emergenza coronavirus abbiamo visto alcune città del Nord che da sempre sono un punto di riferimento per l’economia italiana andare in crisi. Ma anche l’eccellenza della sanità lombarda è stata messa più volte in discussione, sia nella scelta della cura da somministrare ai pazienti, sia nella decisione di spostare i positivi al covid-19 nelle rsa con tanti anziani. Ora ci pensa il cantautore Roberto Vecchioni a rimarcare il primato milanese. Dichiarazioni forti quelle rilasciate al "Sole 24 Ore" che vedono la città della Madonnina essere per il cantante l’unica città in Italia per qualità. Tutte le altre sono solo Paesoni. “Milano intanto è l’unica città italiana, gli altri sono paesoni. Non è grandissima, ma in qualità è l’unica vera città in Italia. E questo non lo dico, per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest’emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L’arte, l’economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano“. Nonostante si registrino ancora tanti casi in Lombardia (secondo il bollettino di oggi della Protezione Civile sono 159 i nuovi positivi, il 40% dei nuovi contagi di tutta Italia), Milano secondo Vecchioni non può rinunciare alla sua vita sociale. Il sindaco Sala, per porre un rimedio ai tanti assembramenti visti in questi giorni, sta per firmare un’ordinanza che vieta la vendita per l’asporto dopo le 19.
Ma Vecchioni pensa che Milano non possa stare ferma: “La vita sociale non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo. Sarebbe come per Genova o Napoli perdere il mare, o come se Roma non avesse più le sue chiese. L’altezza di Milano è la forza attiva delle persone. E la possibilità di prendersi una malattia – rispettando ora tutte le misura di sicurezza – pesa meno delle conseguenze di non muoversi. Chi è fermo, è finito. La natura di Milano è quella di non stare mai ferma. Di essere viva così… Per parlare di Milano, bisogna vivere qui, non ciacolare da fuori”.
Roberto Vecchioni: «Nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano». Roberto Vecchioni, il professore della musica italiana, racconta la sua città che ricomincia a vivere. E a proposito della sua dimensione sociale dice: «Non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo». Raffaella Calandra il 25 maggio 2020 su ilsole24ore.com. Dal terrazzo all'ottavo piano di casa sua, Roberto Vecchioni ha continuato ad osservare “con occhi innamorati” la sua Milano. E ora che anche il capoluogo lombardo sta lentamente ripartendo, tra paure, freni alla movida e interrogativi sul futuro, il professore della musica italiana ha ripercorso per IL e Radio24 il lungo lockdown, le chiusure, il silenzio e non ha dubbi: «Milano non può fare a meno della sua vita sociale, della sua rete di relazioni. Milano è la forza delle sue persone e dovrà andare avanti, seguendo il suo motto di sempre “tiremm innanz'”, andiamo avanti».
Questa città vive delle sue relazioni, degli incontri che diventano occasioni e progetti. Tutto questo è stato fermo e ora è fortemente rallentato. Cambierà, secondo lei, il modo di vivere di Milano?
«Milano intanto è l'unica città italiana, gli altri sono paesoni. Non è grandissima, ma in qualità è l'unica vera città in Italia. E questo non lo dico, per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest'emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L'arte, l'economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano».
Milano fino a ora ha vissuto appunto di relazioni, sono sempre state questa la sua forza e ora questa socialità è limitata. Come immagina il superamento di questa fase?
«I milanesi avranno la capacità di riprendersi, ma come tutti i lombardi hanno anche la capacità di rischiare. Sanno di dover andare avanti, anche accettando qualche rischio. Sulla bilancia, ci sarà da una parte la possibilità di una malattia, dall'altra la necessità di riprendere loro vita».
Anche quella sociale, com'era prima? Anche dopo che per mesi è stata sostituita da social e video chiamate?
«Non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo. Sarebbe come per Genova o Napoli perdere il mare, o come se Roma non avesse più le sue chiese. L'altezza di Milano è la forza attiva delle persone. E la possibilità di prendersi una malattia – rispettando ora tutte le misura di sicurezza - pesa meno delle conseguenze di non muoversi. Chi è fermo, è finito».
Ci sono anche state polemiche, soprattutto all'inizio dell'emergenza, su questi inviti a non fermarsi. Quindi, secondo lei alla fine questo prevarrà anche sulle paure?
«La natura di Milano è quella di non stare mai ferma. Di essere viva così... Per parlare di Milano, bisogna vivere qui, non ciacolare da fuori».
La nuova lezione del prof Vecchioni ai giovani: «Sfidate l’impossibile». In questi mesi, a volte si è sviluppata quella che i tedeschi chiamano “Schadenfreude”, soddisfazione per le sventure altrui. Per le sventure di Milano, la città-modello, che da anni è (era) in un momento di particolare splendore…
«Si chiama invidia, è l'invidia davanti ad una città così grande e così capace di trascinare il resto d’Italia. È come se fosse la favola della formica e la cicala al contrario».
Lei durante il lockdown ha scritto un romanzo…
«Uscirà a settembre, un romanzo sugli anni Ottanta. Niente a che vedere con l'emergenza».
Anche allora, in un certo senso, però, Milano ripartiva dopo gli anni del terrorismo. Milano si è ricostruita tante volte. Quale sarà ora la sua parola d'ordine?
«Quella di Amatore Sciesa, patriota delle Cinque Giornate di Milano. Quando gli austriaci, mentre lo conducono al patibolo, gli fanno vedere moglie e figlio per farlo soffrire, lui risponde: “tiremm innanz'”. Andiamo avanti. Questo è da sempre il motto di Milano».
LETTERA APERTA A ROBERTO VECCHIONI… PER RIFLETTERE INSIEME SULLA MILANO “CHE NON PUO’ FERMARSI”, LA LOMBARDIA “CHE SA RISCHIARE”… E L’ITALIA CHE VA IN MALORA. Giancarlo Pugliese il 28.05.2020 su movimento24agosto.it. Per Roberto Vecchioni nutriamo da tanti anni sincera stima e ammirazione. Abbiamo sempre apprezzato la sensibilità dei suoi testi e delle sue canzoni, come anche l’impegno civile a lungo profuso nella sua attività, non solo come autore e musicista, ma anche come insegnante, professione che non ha mai abbandonato. Per questa ragione ci permettiamo di sollevare alcune riflessioni su quanto il cantautore milanese ha dichiarato nell'intervista resa pochi giorni fa al “Sole24Ore”. Siamo certi che, proprio in nome della sua sensibilità, Roberto vorrà accogliere il nostro invito a riflettere con noi su queste nostre poche considerazioni. Leggiamo sull’intervista citata: "I milanesi avranno la capacità di riprendersi, ma come tutti i lombardi hanno anche la capacità di rischiare". Roberto, consentici: veramente, è proprio a causa di questa… “capacità di rischiare”, esplicitata nel non aver voluto bloccare tutto, a cominciare dalla mancata zona rossa in Val Seriana, e nel non aver voluto opporsi ai diktat degli industriali chiudendo piuttosto le attività produttive, se la Lombardia è finita nel buco nero dei contagi, vivendo la tragedia cui tutto il mondo ha assistito attònito in questi mesi.… Oltretutto, caro Roberto, la "capacità di rischiare" è parsa a tutti più che altro imposta dalla sua classe dirigente politica ed imprenditoriale, e subìta dai lavoratori lombardi e dalle loro famiglie. Che hanno pagato un tributo altissimo e terribile di lutti. Forse, il vero coraggio sarebbe stato, semmai, intervenire in tempo e in misura drastica come, ad esempio, hanno fatto nel vicino Veneto (sempre a guida leghista). Ed è a causa di questa mancata reazione, di questo mancato coraggio, se l’intero Paese è finito in ginocchio a causa del diffondersi incontrollato del contagio. "E la possibilità di prendersi una malattia pesa meno delle conseguenze di non muoversi. Chi è fermo, è finito"… Perdonaci Roberto, se facciamo questa considerazione banale: a causa del “minor peso” della “possibilità di prendersi una malattia” rispetto alle “conseguenze del non muoversi”, ci siamo dovuti fermare tutti. Forse, stando a Milano, non te ne sei reso conto: tutto il resto d’Italia è stato costretto “a non muoversi”: nessuna regione, neppure quelle appena sfiorate dal contagio, è potuta ripartire per "aspettare la Lombardia". Il Presidente della vostra Regione lo aveva detto, coi modi spicci e grossolani che lo contraddistinguono: “Se non riapre la Lombardia, non riapra nessuno!” (20 Aprile). Gli hanno dato ascolto. E la Lombardia, la sua pessima gestione dell’emergenza, l’arroganza delle sue pretese, la pavida accondiscendenza ad esse della politica nazionale, ormai alle prese con un balletto triste sulle punte dei numeri risicati dell’attuale maggioranza di Governo, è diventata (diventata?) la Zavorra del Paese. E in tutto ciò, la nostra fragile economia, nonostante il contagio non abbia mai veramente preso piede al Sud, è stata sottoposta oltre il dovuto, e per un periodo di tempo non giustificabile, ad una chiusura che non ha avuto, e non ha, nessuna motivazione logica. Mettendo a rischio una ripartenza che può rivelarsi un dramma dai contorni economici e sociali imponderabili. Non vogliamo poi sindacare quelle che a noi, a furia di sentirle, ci paiono da tanti decenni a questa parte le solite, ritrite e un po' confuse, banalità sui lombardi e sui milanesi… Lungi da noi contestare l’orgoglio delle tue origini, ma concedicelo: ormai, tali luoghi comuni ci suonano sempre più stonati, sempre meno adeguati a rappresentare la realtà, sempre più, diciamola tutta, molesti e insopportabili. Poi, Roberto nostro, se è vero che "chi è fermo è finito", come hai affermato stentoreo nella tua intervista, e se è vero che, come dici tu, “il motto di Milano è ‘andiamo avanti’ ”, sin dai tempi del famoso “tiremm innnaz” di Amatore Scesia (un richiamo che, a proposito della tua città, ormai, più che una citazione, è un “riflesso pavloviano” cui neanche tu sai sottrarti), vorremmo chiederti allora perché l’Italia centro-meridionale, a cominciare dai territori in cui l’emergenza non è mai scoppiata, si sia dovuta fermare per aspettare la tua Milano e la tua Lombardia. Facci capire: solo Milano può andare avanti? Il “chi è fermo è finito" (peraltro, uno slogan non felicissimo, che ce ne ricorda uno molto simile pronunciato da qualcun altro in ben altri momenti storici..) ha senso solo per la Lombardia? Infine, se, come dici tu, "nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano", per favore: illustraci, con la sensibilità, la profondità d’analisi e l’onestà intellettuale che ti riconosciamo, quale sia il meccanismo secondo il quale Milano, invece, continua a prosperare da decenni, anche in tempi di crisi... mentre l’Italia a Sud del Rubicone va in malora e sempre più a fondo.… Spiegacelo tu, se puoi. Perchè, se non puoi, forse dovremmo cominciare a spiegartelo noi.
Il “sindaco dei ricchi” è la vergogna di Milano. Fanno bene nel resto d’Italia a non volere i milanesi se è questo l’uomo che li rappresenta...Guido Giraudo su Orwell.live il 29/30 maggio 2020. Pare non esserci limite alle figure indecenti di Giuseppe Sala, detto Beppe, sindaco dei ricchi… quando Milano era ancora ricca. L’ultima è la guerra mediatica scatenata contro il presidente della Regione Sardegna sui limiti che potrebbero essere imposti per i viaggi estivi dei milanesi. Sala finge di ignorare che la colpa è del governo da cui stanno partendo messaggi, come sempre, ambigui e contradditori che, poi, molti governatori interpretano cercando di fare il bene del loro territorio. In assenza di un “bene nazionale”, sconosciuto a Conte e compagni.
(Il problema di Sala è che lui deve fare il suo “video-massaggio” quotidiano, quota minima stabilità negli accordi con l’Istituto Luce di corso Sempione, ovvero la redazione di Rai3 Lombardia. Così “qualche” scemenza deve pur dirla… Un’arte – quella di dire scemenze – in cui Beppe Sala è maestro.)
Vediamo insieme perché queste quotidiane esternazioni – rigidamente in maniche di camicia, con sfondo di bandiere e quadro… per dar l’idea di essere sempre, alacremente al lavoro – sono diventate il tormento degli ascoltatori del Tg3.
Le colpe del contagio Tutto nasce con il coronavirus che “esplode” in Lombardia anche grazie allo scandaloso comportamento proprio di Beppe Sala… Dovremmo tutti ricordare quel 26 febbraio in cui Sala a Milano, Gori a Bergamo, Del Bono a Brescia invitarono i loro concittadini a uscire di casa, a non avere paura del contagio facendosi riprendere al bar, al ristorante, alle feste… Non è, purtroppo un caso che proprio queste tre siano state le città e le province dove il contagio sì è maggiormente diffuso. Però le responsabilità maggiori sono proprio di Sala… sia perché è stato lui a lanciare la moda dell’hastag #milanononsifera; sia perché, sempre lui, ha invitato il presidente del Pd a compiere un giro di aperitivi nella (oggi) tanto deprecata movida dei Navigli, sia perché erano già settimane che si impegnava strenuamente sul fronte dei “negazionisti” della pandemia.
Dalla Cina con amore. Appena esploso il contagio in Cina, infatti, Sala si è ferocemente battuto contro tutti quelli che volevano “isolare” i cinesi o mettere in quarantena chi tornava dal paradiso comunista. Così, ancora l’8 febbraio scendeva in campo contro “la psicosi da coronavirus”, parlando alla comunità cinese e auspicando una rapida riapertura dei voli con Pechino. Questo nei giorni in cui Zaia e altri governatori leghisti avevano chiesto misure di quarantena almeno nelle suole…
(Davvero un “vecchio amore” quello tra Sala e la comunità cinese, che risale ancora ai tempi delle primarie del Pd del 2016, quando lui (uomo che veniva dalla corte di Letizia Moratti…) venne candidato da Renzi alla carica di sindaco contro esponenti storici della sinistra, come le Balzano e Majorino.)
Allora – si ricorderà – furono in centinaia i cinesi mobilitati per votare Sala (pur non essendo, in gran parte, neppure cittadini italiani) su ordine degli “anziani” della comunità e ciò in base ad accordi molto precisi. Un patto (già avviato ai tempi della Moratti) che Sala ha, poi, rispettato da sindaco Pd, trasformando via Paolo Sarpi in un’oasi turistica per negozi e ristoranti cinesi e offrendo nuove aree per i magazzini all’ingrosso della comunità.
Sindaco dei ricchi. Una volta al governo della città, Beppe Sala ha chiarito subito i ruoli lasciando la politica, le polemiche, l’ordinaria amministrazione al suo vice Majorino (almeno finché questi non si è fatto eleggere in Europa) e occupandosi solo e soltanto del business. Nasce così l’appellativo di “sindaco dei ricchi”, perché da quel momento diventa il portavoce di holding, banche, gruppi affaristici, assicurazioni, multinazionali, fondi d’investimento equivoci, immobiliaristi rampanti, architetti di “grido”, speculatori e “investitori” che, da tutto il mondo, si fiondano sulla nuova isola felice: la “Milano da sniffare” di Beppe Sala.
(Così, mentre si moltiplicano le aree urbane affidate ai “soliti noti” per essere “riqualificate” con progetti edilizi avveniristici, nelle periferie completamente abbandonate in mano agli extracomunitari, il degrado cresce in maniera proporzionale).
Basti per tutti l’esempio della recente aggressione all’inviato di Striscia la notizia, Vittorio Brumotti. Questo spiega perché tanta disperazione all’idea del lockdown, perché tanto accanimento nel non voler “fermare Milano”. C’era in ballo la Fashion week e, ancora di più, il Salone del Mobile, un giro di affari di centinaia di milioni di euro che garantisce al Comune (e al suo sindaco) entrate da capogiro. Vedremo domani cosa ha portato la pandemia al ricco Sala e a quale strenua battaglia mediatica lo abbia costretto.
Mentre la gente moriva per i contagi o soffriva per il lochdown si è consumata una vergognosa battaglia politico-giornalistica per salvare Beppe Sala e affossare la Regione...Abbiamo iniziato ieri a ricostruire le ultime imbarazzanti imprese del “sindaco dei ricchi” di Milano, che è stato anche tra i principali responsabili del diffondersi del coronavirus. Questo perché, prima, ha minimizzato il pericolo e bloccato qualsiasi controllo, in nome del legame poltico-economico che lo unisce alla comunità cinese; poi perché, fino all’ultimo, ha cercato di mantenere tutti gli impegni mondani e fieristici della città al grido di “milanonsiferma”… A questo punto, lo scoppio devastante della pandemia in Lombardia e il lockdown conseguente hanno precipitato Sala nella disperazione più nera.
La reazione mediatica. Lui, abituato alle cene di gala, a fare il divo in eventi prestigiosi, serate mondane e inaugurazioni. Lui, che si nutriva a bollicine e appetizing e si circondava solo di modelle e imprenditori; una volta chiuso in casa è impazzito. Ciò che lo rendeva isterico, però, non era il dramma che stavano vivendo i cittadini o il tragico bollettino dei decessi, ma il fatto che tutti i giorni, sia sul Tg regionale che su quello nazionale, apparisse l’odiato governatore Fontana e, soprattutto, il temuto assessore Giulio Gallera. Sono in molti, infatti, a vedere in questo avvocato liberale, di antica famiglia meneghina, cresciuto con idee moderate e il culto dell’efficienza, il vero rivale del furbo ma indecoroso Sala per la prossima corsa a sindaco. Dopo le prime due settimane di sbandamento è scattata così la controffensiva, forse decisa direttamente dai vertici nazionali del Pd (visto che Sala si era chiuso in casa) e sicuramente sollecitata dal ministro Francesco Boccia che odia Fontana e Gallera anche più del sindaco (ricorderete la vergognosa sceneggiata del ministro che ride mettendosi la mascherina che era stata rifiutata dalla Lombardia).
(In difesa del primo cittadino viene subito richiamato all’ordine il Tg3 Lombardia che (“per par condicio”) mette a disposizione del sindaco uno spazio quotidiano fisso… da contrapporre al collegamento con Palazzo Lombardia che è necessario per avere i dati del contagio).
Così iniziano le tristi comparsate del sindaco, che non ha niente da dire… ma lo dice lo stesso, con la faccia compunta e seria. Questa prassi del servizio quotidiano, instaurata dal Tg3, continua anche adesso che quelli con la Regione sono pressoché cessati.
In ogni caso… contro. Ormai, Fontana e la Lombardia sono divenuti un caso nazionale… la ghiotta occasione per attaccare Salvini a casa sua. Ecco, dunque, che si scatena l’attacco su vasta scala mobilitando tutte le truppe del potere Pd: giornali e tg nazionali, opinionisti da talk show, sedicenti “scienziati” e, soprattutto, l’amica magistratura. L’ordine non è solo: “salvate il soldato Sala” ma “demolite la Regione Lombardia” e il suo modello di buon governo.
(Così, quando Fontana e Gallera lanciano l’idea dell’Ospedale d’emergenza in Fiera, subito Sala (il Comune è azionista della Fiera) si schiera contro cercando di negare gli spazi. Da Roma, quell’altro incompetente di Borrelli (Protezione civile?) dice che non ci sono medici né attrezzature e dà parere negativo. A sua volta Boccia gongola nel comunicare che non ci sono soldi).
Si perdono così 15 giorni decisivi, durante i quali la Regione fa arrivare Guido Bertolaso dal Sudafrica e raccoglie decine di milioni da sponsor privati (Berlusconi e Gruppo Moncler tra i primi). Sala cerca fino all’ultimo di mettere i bastoni tra le ruote, negando permessi e ritardando le autorizzazioni… Ma i lavori partono lo stesso, l’Ospedale si completa in 15 giorni… Un “miracolo”.
La madre di tutte le battaglie. Il mondo intero è disposto ad applaudire questo esempio di efficienza realizzato senza mettere le mani in tasca al contribuente… ma non l’Italia del Pd e dei suoi soci che scatena, prima contro Bertolaso, poi contro Fontana, l’ira funesta di Marco Travaglio. Un ospedale “inutile” perché ormai il contagio sta calando, lo definiscono. Non dicono che se non si fossero persi quei 15 giorni iniziali le vite salvate sarebbero state decine… Né che le attrezzature, comunque, rimarranno per altri ospedali o (speriamo di no) per una nuova emergenza. A Travaglio e compagni queste cose non passano neppure per la testa.
(Il gioco ormai si è fatto pesante e lo scontro va ben oltre il futuro del “sindaco del business… che non c’è più”.)
La strategia è – purtroppo – molto chiara. L’attacco a tappeto contro la Lombardia, facendo di tutto perché non si parli delle magagne dell’Emilia, della Toscana, delle Marche e, soprattutto, del Lazio… ha un fine preciso. Quello di forzare la mano a Lega e Fratelli d’Italia, affinché in uno dei prossimi decreti passi, con il silenzio-assenso dell’opposizione, il famoso “Salva-Conte”. Alludiamo a quella semplice “postilla” che garantisce l’immunità giudiziaria a tutti gli amministratori per gli atti compiuti durante la pandemia… Norma che era già stata subdolamente proposta con un emendamento che proprio un nostro servizio aveva additato all’opinione pubblica costringendo il ministro a ritirarlo. Ora tornerà, nascosta tra le righe e nel silenzio dei Tg. Così, addio all’imputazione per strage contro Conte e compagni e benvenuta immunità per i vari Arcuri, Borrelli, Brusaferro, Calò e pasticcioni vari… Insieme, appunto, a governatori, assessori e sindaci di ogni colore.
(Ormai Fontana, e con lui Salvini, lo hanno capito: alla fine è sempre la pressione giudiziaria a prevalere sulle ragioni politiche (non parliamo neanche più del parere del popolo)).
Chi, invece, non lo ha ancora capito è proprio Beppe Sala, che continua a esternare ogni giorno in maniche di camicia. Un giorno dice di essere “incazzato” per la gente che prende l’aperitivo (proprio lui…) e ci fa una figuraccia perché ha creduto a una foto fake pubblicata da Repubblica. Poi si fa fotografare sul tetto del Duomo mentre passano le Frecce Tricolori… quando il Comune si era guardato ben dal dare notizia dell’evento, scatenando le ire dei cittadini che avrebbero voluto assistere all’esibizione. Infine, l’ultima polemica, di questi giorni, con le minacce da bulletto al governatore della Sardegna. Forse perché aveva già prenotato in un resort a Porto Cervo? Povera Milano, in che mani.
Commedia All'Italiana. Esistono ancora i Settentrionali? Roberto Marino il 31 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. I maligni dicono che questa rivalità sia iniziata quando Vittorio Emanuele II e Garibaldi non avevano neanche fatto in tempo a girare i cavalli dopo la storica stretta di mano a Teano. È lì che è nato tutto: nordisti e sudisti, muro contro muro, fino a finire a “polentoni” contro “terroni”. Per la verità sono stati loro a cominciare: mille camicie rosse mandate allo sbaraglio, nascondendo la mano e le ambizioni sabaude del grande Piemonte, non sono una cosa da niente. E gli italiani? Ferite e lacerazioni non si risolvono con meno di due secoli. Il servizio di leva, le fabbriche e la televisione ci hanno provato a creare un popolo che avesse qualcosa in più in comune che la spartizione di una fettuccia di terra a spigolo nel Mediterraneo. E se un minimo di condivisione della lingua lo si deve alla Rai, il resto è rimasto più o meno com’era, pregiudizi, discriminazioni e insulti compresi. Poi da 30 anni in qua, sono arrivati quelli del Carroccio a rimestare le differenze e a scavare crepe, gettando sulla Questione meridionale anche una patetica e inquietante ombra razzista. Ma è teatro, solo teatro. Perché poi la Storia si prende le rivincite e rimette sempre le cose a posto. «Si è sempre meridionali di qualcuno», dice il professor Bellavista chiuso a lume di candela in ascensore con sciur Cazzaniga. E così 180 anni di pregiudizi incartati con la peggiore retorica padana, finiscono per diventare anacronistici. A forza di prendersela con i terroni, l’identità nordica è andata a farsi benedire. A Milano il cognome più diffuso sull’elenco del telefono è Hua, non proprio meneghino; e nella francofona Valle d’Aosta prevalgono quelli calabresi. Il mondo cambia sotto i nostri occhi e non aspetta nessuno, neanche quelli dei prati di Pontida con le ampolle dell’acqua del Po. Tra minacce di secessione, esibizioni di superiorità, presunzioni e ricchezze cumulate nell’ingiustizia delle spartizioni dei bilanci statali, il Nord si è ritrovato dentro l’incubo incredibile del coronavirus. I numeri sono dalla parte loro, ma l’identità? Esistono ancora i settentrionali? Certo che ci sono, ma sono minoranza. Quanti sono i torinesi, i milanesi, i veneziani, i genovesi di sangue puro da generazioni e generazioni? Pochi, una comunità sopraffatta in casa, malgrado tutte le misure e gli esorcismi per tenere a distanza gli «africani dello Stivale». Il Nord ha vinto tutte le battaglie ma ha perso la guerra con «gli inferiori». Ne sono consapevoli soprattutto i passeggeri e i guidatori del Carroccio. Cinema, teatro, televisione, letteratura parlano più dei vinti che dei vincitori. E così il riccone di provincia veneto o lombardo deve sorbirsi gli effetti e i prodotti di una cultura bollata come minore, insignificante, impalpabile. Rosicano, e come se rosicano. Gli alfieri della Lega più volte hanno stuzzicato l’argomento: basta con il terrone Camilleri o De Giovanni o Saviano. «Basta con queste storie che parlano una lingua che si fa fatica a capire». Bisogna pure comprenderli, poverini. Ma è andata così. I vinti si sono riscattati con i vincitori. Gli hanno lasciato le cifre del conto in banca e delle carte di credito. I numeri delle statistiche economiche, il ruolo di locomotiva dello sviluppo, i servizi più efficienti. L’agiatezza non sempre produce idee culturali, soprattutto quando è finalizzata a un edonismo fine a se stesso, senza neanche la spinta a chiedersi come e perché. Essere primi e accomodati nel benessere non produce sempre voglia di capire, crescere, raccontare. Il Nord è quasi sparito dalle storie, pur avendo i cinema, le librerie, i teatri e gli indici di lettura migliori. Il vecchio Sud ha rimontato il distacco sull’analfabetismo, ha saputo stringere i denti e imparare da chi ha accolto i suoi figli con la valigia di cartone. Si sono integrati, hanno orecchiato le cadenze e gli accenti. Fino a diventare una comunità che guarda al resto del paese. qualche volta, dall’alto in basso. Negli stadi di Torino, Bergamo, Verona, Brescia i cori contro i tifosi meridionali arrivano anche da altri sudisti trapiantati al Nord. La voglia di identità fa questi scherzi. La rivincita dei padani. Creare dai terroni i nuovi polentoni. Due Italie in una e non più una in due. Quando scompariranno dialetti, tradizioni, differenze, avremo forse gli «italiani», un Paese più omogeneo, ma chi ha detto che sarà anche migliore?
Mario Ajello per “il Messaggero” il 31 maggio 2020. I governatori del Sud scalpitano ancora ma ormai più che altro per fare scena. Perché a parte il presidente campano De Luca, gli altri tra un borbottio e l'altro si sono fatti convincere dagli albergatori che se continuano a fare manfrine e a porre condizioni anche improponibili - come il passaporto sanitario che voleva la Sardegna ma si è arresa anche perché sarebbe incostituzionale - i turisti del Nord non arrivano nelle loro regioni. E l'estate passa a secco: niente soldi e desolazione più totale. Conviene? Certo che no. E allora la linea di qualcuno, per esempio di Donato Toma, presidente del Molise, è quella di aspettare un altro po': «Ci vuole prudenza, certe regioni non hanno i parametri in ordine. Io avrei aspettato un altro po' per riaprire la mobilità interregionali, non il 3 giugno ma una settimana dopo». Il presidente toscano, Enrico Rossi, a sua volta dice al governo: «Occorreva usare maggiore prudenza. La riapertura per tutti è un errore. Io non sono convinto che la Lombardia debba essere riaperta in entrata e in uscita». Il ministro Boccia ha chiamato uno a uno i vari presidenti e la sua moral suasion qualche risultato lo ha sortito. Anche se resta la spina De Luca, che alcuni ministri chiamano «il lanciafiamme» e non gradiscono il suo protagonismo. Il presidente campano è quello che osserva: «Davvero non si comprende quali siano le ragioni di merito che possono motivare un provvedimento di apertura generalizzata e la non limitazione della mobilità nemmeno per province ancora interessate pesantemente dal contagio». Insomma il governatore campano ha paura dell'arrivo in vacanza dei bergamaschi e dei milanesi. «Potranno venire a Positano e negli altri posti. Ma se in certe parti d'Italia per un mese di fila ci sono più di 200 casi di contagio al giorno, sarebbe ragionevole una limitazione della mobilità». E sta parlando appunto della Lombardia il presidente campano. Il quale non pensa alla quarantena ma farà misurare la febbre e farà fare «test rapidi» ai caselli autostradali, nelle stazioni e negli aeroporti a chiunque voglia mettere piede in Campania. E comunque, se qualcuno risulta positivo finisce in quarantena, perché le Regioni hanno questa possibilità anche se per ora è un'arma che nessuno sembra intenzionato ad utilizzare. Neanche De Luca in fondo sceglie lo scontro frontale con il governo. Lui e tutti gli altri non sono totalmente convinti della linea di Roma ma si adeguano con più o meno slancio (il veneto Zaia sembra il più tranquillo, Fontana invece è sulle spine). Michele Emiliano (Puglia) sposta la polemica con il governo dalle riaperture a un altro tema e lo fa così: «Gravissimo che ci neghino il voto a luglio per le Regionali». Intanto Jole Santelli (Calabria) ha anche proposto una cena calabrese con i governatori del Nord, per stemperare le polemiche dei giorni scorsi. Mentre la Sicilia dovrebbe riaprire il 7 giugno. Sempre sulla linea della cautela la Regione Lazio con Zingaretti che mai ha polemizzato con il governo. E il suo assessore alla Salute, D'Amato, il massimo a cui si spinge è questo: «Ci sono troppe pressioni perché riparta il Nord, bisogna basarsi su evidenze scientifiche». Lo scoglio riaperture - non «a macchia di leopardo», come le Regioni del Nord hanno sempre chiesto - parrebbe insomma abbastanza superato. Il 3 si riparte tutti insieme. Ma non c'è sicuramente un clima di tranquillità. E se il virus riparte? Allora la chiusura sarà automatica nelle zone interessate.
Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 30 maggio 2020. Il 3 giugno l'Italia si rimette in movimento, tutta insieme. Si tornerà a circolare liberamente tra una regione e l' altra e anche la Lombardia potrà riaprire i suoi confini, in entrata e in uscita. La decisione del governo è maturata nel pomeriggio di ieri, quando anche il più prudente dei ministri, Roberto Speranza, ha letto con sollievo i dati del monitoraggio. Numeri, grafici e tabelle che registrano l' evoluzione del virus dopo il 18 maggio e quindi anche la «movida» che tanto ha allarmato la scienza e la politica. Ieri sera, dopo un giro di consultazioni del ministro Francesco Boccia con i governatori, è arrivato il via libera. «Il decreto legge vigente prevede dal 3 spostamenti infraregionali - ha annunciato Speranza -. Al momento non ci sono ragioni per rivedere la programmata riapertura degli spostamenti». Il problema della Lombardia resta, la cautela degli scienziati anche. Ma rinviare di una settimana la ripartenza avrebbe innescato tensioni non sostenibili e costretto il governo a tenere ancora chiusi i confini con l' estero. Se invece il via libera sarà confermato, l' Italia potrà dare un segnale importante di ripresa sotto il profilo economico, anche rispetto a un Paese come la Grecia che ha chiuso le frontiere ai nostri viaggiatori. La svolta arriva nel pomeriggio quando si completa il monitoraggio con i dati di tutte le regioni. «Sono incoraggianti - commenta Speranza -. La strada intrapresa è giusta. I sacrifici degli italiani e le misure del governo stanno portando i risultati che aspettavamo. Possiamo continuare nel percorso graduale di riaperture». Un sostanziale via libera, che il ministro della Salute ribadisce durante la riunione dei capi delegazione con il premier Giuseppe Conte. Al vertice, a cui partecipano anche Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e Riccardo Fraccaro, il capo del governo arriva convinto che non sia giusto lasciare indietro la regione che ha pagato il prezzo più alto al virus. Stretto tra le spinte di Confindustria e quelle della Lega, Conte non può permettersi di isolare la Lombardia. Le tensioni sono tutt' altro che sopite. Christian Solinas in Sardegna invoca passaporti sanitari ed Enzo De Luca vorrebbe limitare l' ingresso dei lombardi in Campania. Richieste che al vertice vengono respinte con argomenti come questo: «I governatori non possono pressare il governo dicendo che non fa abbastanza per il turismo e poi chiedere di bloccare i confini». I governatori potranno decidere se far scattare misure di contenimento e toccherà al ministro Boccia valutare se impugnare o meno quarantene, patenti di immunità o altre decisioni troppo restrittive o incostituzionali. Per riaprire i confini non sarà necessario un altro provvedimento, basterà applicare il decreto legge del 16 maggio: «A decorrere dal 3 giugno 2020 gli spostamenti sul territorio nazionale possono essere limitati solo con provvedimenti adottati ai sensi dell' articolo 2 del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, in relazione a specifiche aree del territorio nazionale, secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico effettivamente presente in dette aree». Vale a dire che possono sempre scattare nuove zone rosse se la curva dei contagi dovesse risalire. Ma per fortuna i dati sono incoraggianti ed è su quella base che Conte ha fatto cadere gli ultimi dubbi. Fino al 2 giugno si potrà circolare liberamente nella propria regione, mentre resteranno vietati i trasferimenti e gli spostamenti in una regione diversa rispetto a quella in cui attualmente ci si trova, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute. Gli esperti del Comitato tecnico scientifico avevano raccomandato di frenare la «folle corsa» verso la normalità, per impedire che le Regioni più sofferenti contagino altri territori. Ma come Conte non si stanca di ricordare, «alla fine è la politica che deve decidere».
La Grecia "chiude" a 4 regioni. Ira di Zaia: "Non ci vedono più". Quarantena obbligatoria fino al 15 giugno. Dal 15 al 30 giugno, per chi arriva da Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte, anche il test. Poi via libera da luglio. Ma tutto può cambiare. Valentina Dardari, Domenica 31/05/2020 su Il Giornale. Pronti forse a tirare un sospiro di sollievo gli italiani che proprio non riescono a rinunciare alla vacanza in Grecia. Sembra infatti che il governo greco, spinto forse anche dalle polemiche innescate in seguito alla sua decisione di venerdì scorso di impedire l’ingresso ai turisti italiani, abbia fatto una specie di marcia indietro. Ciò non significa che potremo subito salire sul primo aereo e raggiungere le isole elleniche, ma un passo avanti c’è stato.
Dove si può andare in ferie? Avevamo frainteso noi le parole della Grecia. Questa mattina infatti, sul sito dell’ambasciata greca a Roma è apparso un post che fa ben sperare: “La Grecia è di nuovo pronta ad accogliere il mondo”. Quindi anche noi abitanti dello Stivale. Subito hanno specificato che non hanno cambiato idea su nulla, erano stati gli altri Paesi ad aver frainteso le loro parole. “Non c’è mai stata un’esclusione degli italiani, voi siete per noi un Paese molto vicino e molto importante” hanno tenuto a precisare. Colpa nostra quindi che non abbiamo capito. Come riportato dal Corriere, potremo andare in Grecia seguendo alcune regole. Fino al 15 giugno i voli provenienti dall’Estero potranno atterrare solo nella Capitale greca, dove verrà fatto subito un test a tutti i passeggeri, che dovranno poi passare una notte in un preciso hotel. Sia che il tampone risulti negativo, che positivo, sarà obbligatoria una quarantena. Nel primo caso durerà una settimana, nel secondo 14 giorni. Dal 15 al 30 giugno oltre che ad Atene, i voli internazionali arriveranno anche a Salonicco.
Test per chi arriva da 4 Regioni italiane. In questo periodo verranno sottoposti ai test solo i viaggiatori provenienti da Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte. Ai quali sarà “richiesto il soggiorno di una notte in un albergo designato. Se il test è negativo, il passeggero si mette in auto-quarantena per 7 giorni. Se il test è positivo, il passeggero viene messo in quarantena sotto controllo per 14 giorni”. Per gli altri, compresi gli italiani, il tampone verrà eseguito a caso.
Poi, dal primo luglio tutti gli aeroporti della Grecia accoglieranno i voli internazionali, con tamponi a campione. Ancora però non si sa se vi saranno altre restrizioni per viaggiatori provenienti da Paesi o Regioni. Dal 15 giugno via libera anche a chi arriva via terra da Albania, Macedonia del Nord e Bulgaria, con test campione alla frontiera. Chi arriva via mare lo potrà fare dal 1° luglio, sempre con test a campione al momento dell’arrivo. Come spiegato sul sito, “la Grecia in qualsiasi momento si riserva il diritto di modificare qualunque previsione sopra citata alla luce delle mutate circostanze”. Forse è servita anche la reazione del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che aveva duramente attaccato la decisione di Grecia e Austria nei confronti dei turisti italiani, esigendo rispetto. E sulla riapertura a metà di Atene è intervenuto il governatore del Veneto, Luca Zaia che ha messo nel mirino il Paese ellenico tuonando: "Sappiano che dal Veneto non ci vedono più".
Davide Lessi per “la Stampa” il 30 maggio 2020. Un sì, un no, un forse. Mentre ci prepariamo ad affrontare la fine del lockdown, c' è un nuovo tema che divide e fa discutere. In autunno ci sarà o meno una seconda ondata di contagi? Sì, ha sottolineato ieri l'Istituto superiore di Sanità, con il presidente Silvio Brusaferro che ci ha avvertito di «prepararci all' arrivo di nuove ondate che si diffonderanno molto velocemente». Solo tre giorni fa la virologa Ilaria Capua era sembrata più ottimista: «Vi garantisco che se continuiamo a osservare alcuni comportamenti la seconda ondata potrebbe non esserci». Ci sarà o non ci sarà? Dipende. Da che virologo intervisti, tutto dipende.
Federico Garau per il Giornale l'1 giugno 2020. Intervistato da AdnKronos, Nicolas Vaporidis difende la scelta da parte della Grecia di tutelarsi nei confronti dei turisti provenienti dall'Italia. Inizialmente lo stato Ellenico aveva deciso di aprire i propri confini, a partire dal 15 giugno, ai vacanzieri provenienti da 29 paesi, escluso il nostro, salvo poi ritrattare e definire delle regole esclusivamente per alcune regioni dello Stivale. Se il viaggio verso gli aeroporti di Atene e Salonicco provenisse da una delle zone maggiormente colpite dalla diffusione del Coronavirus, indicate con precisione dall'Agenzia europea per la sicurezza aerea (ovvero i terminal di Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte), i turisti a bordo dovrebbero essere sottoposti prima ad un test e quindi costretti a soggiornare per una notte in un albergo indicato. "Non è certo per una forma di razzismo nei confronti degli italiani né per una forma di esclusione ma semplicemente per precauzione. È una decisione che serve a tutelare sia loro che noi. I Greci non sono dei pazzi, credo che ci siano delle esigenze importanti a tutela della salute dei cittadini", afferma l'attore e produttore di origini greche. "Le isole sono incontaminate, è normale che vengano tutelate. Pensare che sia una forma di razzismo è una follia. La Grecia è il paese più illuminato del mondo non è mai stato razzista né mai lo sarà", aggiunge Vaporidis, che poi attacca il governatore Luca Zaia per le parole di condanna pronunciate nelle scorse ore. "La Grecia che mette al bando il Veneto mi pare allucinante. Mi chiedo cosa pensino i loro operatori, sono i nostri turisti che vanno lì. Sappiano che non ci vedono più", aveva affondato il presidente della regione Veneto. "Che non ci andasse!", prosegue stizzito Vaporidis. "Bisogna fare attenzione alle parole, sono come proiettili. Vorrei stemperare questi toni". Un messaggio che l'attore estende più in generale al mondo politico. "State tutti molto calmi, non mettiamoci uno contro l'altro, ora siamo arrivati al punto di farci la guerra tra Regioni. Il mio suggerimento è di adottare toni pacati. Le accuse di razzismo fanno male a chi li riceve e fanno male agli italiani che credono veramente che queste persone non ci vogliano", puntualizza, per poi tornare nuovamente sulle dichiarazioni di Zaia. "Parole come queste sono pericolosissime, sono come proiettili, non vanno utilizzate soprattutto se sei il governatore di una Regione!", attacca l'attore. "Tu la tua gente dovresti tranquillizzarla, non aizzarla! Non mettiamoci uno contro l'altro, ci fa solo male. Siamo tutti fratelli, siamo tutti compagni d'armi e ognuno combatte la sua guerra personale. Siamo come soldati su confini diversi ma stiamo tutti sullo stesso fronte. Basta con la rabbia e il razzismo", conclude Vaporidis.
Da ilmessaggero.it l'1 giugno 2020. «Io prima della Grecia voglio parlare dell'Italia. Io non avrei riaperto Lombardia e Piemonte e forse neanche Veneto ed Emilia Romagna. Avrei aspettato almeno altri dieci giorni. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle che il cosiddetto distanziamento fisico è l'unica cosa che consente di controllare diffusione virus». L'attrice Anna Kanakis nata a Messina da padre cretese e mamma siciliana, si esprime a favore delle annunciate restrizioni del governo greco nei confronti dei turisti italiani. «La Grecia fa benissimo a tutelarsi. Io approvo tutte le cautele possibili. In Grecia vivono di turismo e se scoppia un focolaio, la loro economia salta», sottolinea l'attrice in un'intervista all'Adnkronos. «Nel Lazio (l'attrice vive a Roma, ndr) c'è un numero ridicolo di casi e scendendo più a sud la situazione è ancora migliore. Ma ricordiamoci cosa successe nel famoso weekend di fughe prima dell'inizio di un lockdown annunciato. Quella fuga ha creato non pochi problemi con diversi focolai accesi dai fuggitivi. Bastava un altro po' di pazienza: altri dieci giorni. E penso che questo avrebbe avvantaggiato anche i rapporti turistici con i paesi vicini, come la Grecia, appunto», sottolinea l'attrice, ex Miss Italia (vinse il concorso nel 1977), che quest'anno farà «vacanza italiane: no - dice - non andrò nemmeno in Grecia, anche se la adoro». «Io - conclude - sono d'accordo con Papa Francesco: è più importante la salute dell'economia».
Coronavirus, il professor Bassetti e la verità sul contagio: "I numeri non mentano". Conte ascolta solo chi diffonde il panico? Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 30 maggio 2020. Da un governo che da tre mesi si nasconde dietro a virologi ed esperti di ogni tipo, per quanto inetto sia tale governo, ci si aspetterebbe che almeno per coerenza tenesse in considerazione il parere del presidente dei virologi. Invece no, e il sospetto - quasi una certezza - è che lo ignori perché il virologo in questione non è un catastrofista, non gira i talk-show preconizzando il ricontagio, non ha il compito di terrorizzare i sudditi. Insomma, non tifa per il Covid. Il professor Arnaldo Caurso, presidente della Società italiana di virologia e direttore del laboratorio di Microbiologia degli Spedali Civili di Brescia, finora si è limitato ad analizzare e commentare dati e cifre. Ha affermato che «dai primi studi in laboratorio sulla mutazione del virus si nota che non solo calano i contagi, ma anche la carica virale trovata nei tamponi. I pochi casi positivi rimasti», ha evidenziato, «sono portatori quasi sani del virus e con scarsa capacità di trasmetterlo. Il Corona», ha detto all'Adnkronos, «sta perdendo forza per effetto dell'isolamento sociale e del caldo, dato che la stagionalità è una caratteristica di tutti i virus respiratori. Anche le mascherine, che ho indicato fin dall'inizio come forma di protezione», ha tenuto a precisare, «sono uno strumento importante. Sono ottimista», ha concluso il professor Caruso, «la curva di contagiosità è passata, l'aggressività del virus è completamente diversa, e perciò pur con le cautele del caso possiamo affacciarci alla normalità». Letti inutilizzati - Contro i catastrofisti si è schierato anche l'infettivologo Matteo Bassetti, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva, che ieri in un'intervista al Giorno non ci ha girato attorno. Primo: «L'epidemia è drasticamente diversa da quella di aprile () Quei casi gravi che vedevamo due mesi fa non arrivano più». Secondo: «Qui all'ospedale "San Martino" di Genova da un mese non è stato più ricoverato nessuno in terapia intensiva per Covid. Vediamo persone di 90 anni che sopravvivono al virus: casi identici a marzo morivano in 4-5 giorni». Terzo: «Non dico di togliere le mascherine e andare tutti allegramente a bere lo spritz (). Mi attengo ai fatti: oggi gli ospedali Covid si svuotano, abbiamo strutture pronte per ogni evenienza ma al momento sono letti inutilizzati, tanto è vero che è difficile sperimentare i protocolli di nuove terapie, perché non vediamo più nuovi malati da studiare. Lo dicono il professor Remuzzi del "Mario Negri" di Milano, il professor Zangrillo del "San Raffaele", il professor Galli del "Sacco". Sarebbe opportuno uscire dalla logica del bollettino dei morti». Guido Silvestri, patologo, immunologo, virologo e divulgatore scientifico, insegna alla Emory University di Atlanta e le sue "Pillole di ottimismo", su Facebook, si succedono da diverse settimane. È stato tra i primi ad affermare che con l'arrivo dell'estate il Corona avrebbe perso potenza. Duello tra colleghi - Nella notte tra mercoledì e giovedì, quindi prima dell'ulteriore calo dell'infezione registrato ieri, ha scritto: «Ormai siamo al giorno 23 della riapertura del 4 maggio e al giorno 9 da quella più sostanziale del 18 maggio. Del tanto temuto ritorno del virus non si vede neanche l'ombra. I numeri non mentono mai». Poi ha aggiunto: «Ogni tanto un lettore un po' cattivello mi ha scritto che "a volte si ha la sensazione che certi commentatori, più del virus, sembrano avere paura che il virus se ne vada". Per adesso lascio che siate voi a giudicare questa affermazione...».
Coronavirus, Ilaria Capua su La7: “Treni vecchi e sporchi della Lombardia hanno contribuito al contagio. Virus indebolito dal caldo? No, evolve”. Il Fatto Quotidiano il 27 maggio 2020. “Noi nel presente stiamo vivendo il risultato di quello che abbiamo fatto 15 giorni fa. I comportamenti che abbiamo messo in atto funzionano e dobbiamo continuare a utilizzare questi comportamenti virtuosi fin quando il virus non ritornerà a circolare sotto traccia senza dare fastidio a nessuno, o perché si svilupperà l’immunità di gregge o perché ci sarà il vaccino“. Sono le parole di Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, nel corso della trasmissione “Dimartedì”, su La7. Sulla possibilità di una seconda ondata, la virologa spiega: “E’ il virus che fa capolino tra le maglie delle difese che noi abbiamo opposto alla circolazione del virus stesso. Quindi, siamo noi che, attraverso i nostri comportamenti, possiamo facilitare il ritorno del virus. Ma io vi garantisco che, se continuiamo a essere attenti e a osservare determinati comportamenti, come il lavaggio delle mani e la distanza di sicurezza, allora potrebbe anche non esserci una seconda ondata“. E puntualizza: “Il virus non si indebolisce col caldo. Sono due fattori che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Il virus si indebolisce se il suo motore inizia a girare in maniera diversa. Questo lo vediamo con le sequenze genetiche del virus, perché quando il virus diventa più cattivo o meno cattivo si porta dietro un tatuaggio. Che il virus possa circolare con maggiore difficoltà all’aperto e con temperature più alte è possibile, ma in realtà in queste condizioni il virus può perdere la sua carica infettante. Il virus purtroppo non andrà via. Adesso ha trovato una nuova specie, che siamo noi”. Capua aggiunge: “Credo che il covid si stia manifestando come una malattia condizionata. Basti guardare alcune grandi città, dove la situazione è molto più complicata che in altre. Penso, ad esempio, alla rete dei trasporti: una delle migliori operazioni di sanità pubblica che si possano fare è sistemare la rete dei treni che gira intorno alla Lombardia, perché sono treni vecchi, sporchi, che molto probabilmente hanno contribuito a diffondere il contagio. Questa catastrofe ha evidenziato alcuni punti deboli che debbano essere risolti per una nuova ripartenza intelligente. Sappiamo anche – chiosa – che questa malattia è molto più grave nelle città più inquinate, quindi c’è una componente dell’inquinamento. Allora, bisogna capire qual è l’inquinamento che ci dà più problemi, scorporare le informazioni, cercare di fare delle proposte e fare degli investimenti che supportino anche la sanità pubblica”.
Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 31 maggio 2020. «Diciamo che è stata una decisione precipitosa. Io avrei aspettato prima di fare ripartire i viaggi interregionali, in particolare dalla Lombardia dove ancora non c'è chiarezza sui dati». Il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell'Università di Padova e virologo, da giorni sta ripetendo che «non siamo usciti dall'epidemia, anche se i dati sono migliorati», frena le fughe in avanti («non riaprirei le discoteche»); ora ha dubbi sulla bontà della scelta del governo di concedere i viaggi interregionali senza distinzioni, anche in quelle zone che ogni giorno registrano 200-300 nuovi casi positivi. Professore, anche gli ultimi dati confermano: tre quarti dei nuovi contagi in Italia vengono registrati nel Nord-Ovest. Ha senso aprire agli spostamenti come se la diffusione del virus nel Paese fosse la stessa ovunque?
«Partiamo da un presupposto: il rischio zero non esiste. Però...».
Se si escludono le regioni del Nord-Ovest, in Italia si registrano meno di cento casi.
«Un virologo le risponderebbe che anche un solo caso positivo è troppo perché potenzialmente può diffondere il contagio. Ma in questa vicenda il problema con cui abbiamo a che fare in Lombardia è un altro: non sappiamo a quando si riferiscano quei tamponi positivi che comunicano ogni giorno, quando sono stati materialmente fatti o richiesti. Da quello che risulta, si va anche parecchio indietro nel tempo. In questo modo è molto difficile azzardare delle valutazioni».
Scusi, ma quei tamponi non sono recenti, come in qualsiasi altra regione?
«No, da quello che dicono, sono tamponi riferiti a infezioni avvenute anche parecchie settimane fa. In questo modo non è proprio possibile prendere una decisione che calcoli tutti i rischi, in modo corretto. Non sappiamo se in Lombardia vi sia l'effetto delle riaperture del 18 maggio, quanto abbia influito la fine del lockdown. Ma senza dati precisi, come si fa a decidere?».
Lei ormai è diviso tra Veneto e Regno Unito, ma è originario di Roma. Proprio in queste ore nella Capitale sono stati rilevati solo tre nuovi positivi, ma uno di loro era una donna di Milano che era venuta a Roma per lavoro. Non è proprio un buon segnale. È preoccupato per gli effetti che, sulla Capitale, potrebbe avere la riapertura ai viaggi tra regioni a partire dal 3 giugno?
«Quanto meno è stata una decisione precipitosa, che poteva essere valutata con più attenzione. Cosa ci sarebbe stato di male se si fossero aspettate una o due settimane in più, prima di dare il via libera ai viaggi dalla Lombardia?».
Cosa serve per prendere una decisione di questo tipo?
«Servono valutazioni serie, svolte sulla base di numeri veri, soppesati con attenzione. Si calcola un livello di rischio, ma si analizzano dati che sono ben conosciuti. Invece, come le dicevo, questi numeri affidabili non li abbiamo».
Se avesse fatto parte del Comitato tecnico scientifico cosa avrebbe suggerito al governo quando si è trattato di decidere se consentire gli spostamenti tra regioni a partire dal 3 giugno?
«Più che dare suggerimenti, avrei preteso due elementi prima di decidere. Il primo: sapere con certezza a quando fanno riferimento gli esiti dei tamponi comunicati ogni giorno dalla Lombardia, in altre parole a quando risale la trasmissione del virus. Il secondo: quanti sono coloro che, sempre in Lombardia, sono isolati in casa, senza che venga loro fatto il tampone?».
Massimo Galli a Otto e mezzo spiazza tutti: "Nuovi contagi in Lombardia? No, sono vecchi". Cosa sta succedendo. Libero Quotidiano il 29 maggio 2020. Il 3 giugno il governo riaprirà tutte le regioni, senza esclusione. La Lombardia, la più a rischio lockdown-bis considerando i bollettini della Protezione civile, tira un sospiro di sollievo. E Massimo Galli, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, prima dell'ufficialità della notizia criticava chi prospettava una chiusura selettiva per la regione-focolaio d'Italia. "Il blocco dovrebbe essere sia in entrata che in uscita, allo stato attuale ritengo un intervento in questo senso sposterebbe poco", spiegava il professore dell'Ospedale Sacco di Milano, sempre molto cauto, se non addirittura pessimista in questi mesi di emergenza. Il responsabile del dipartimento malattie infettive del Sacco ha poi commentato i numeri dei "nuovi contagi" in Lombardia (il 70% dei totali in tutta Italia) spiazzando tutti: "Non sono nuovi ma vecchi contagi che sono stati finalmente tracciati. Persone chiuse in casa con l'infezione, al limite qualche congiunto contagiato da loro. Se ci fossero nuovi contagi, altro che così... In Lombardia i dati ufficiali sono forse un decimo, se non di meno, dei casi effettivamente avvenuti".
Walter Ricciardi sulla riapertura dei confini regionali: "In Lombardia era meglio aspettare, il virus è tra noi". Libero Quotidiano il 30 maggio 2020. Il 3 giugno verranno riaperti tutti i confini regionali. È la decisione presa dal governo, che ha questa assurda convinzione che non sia giusto operare aperture differenziate in base ai numeri del contagio: o si apre tutti insieme o si rimane chiusi un’altra settimana. Alla fine ha prevalso la linea “aperturista”, fatto sta che la Lombardia non fa dormire sonni tranquilli: i dati sono sotto controllo ma non ancora buoni al punto da consentire la libera circolazione con le altre regioni. “Il trend generale è sicuramente positivo - ha commentato Walter Ricciardi in un’intervista a La Stampa - i numeri della Lombardia inducono però ancora alla prudenza”. Il consigliere del ministro Roberto Speranza è quindi del parere che sarebbe stato meglio aspettare un altro po’ prima di aprire i confini lombardi: “Un po’ di attendismo non guasterebbe. Ma le mie sono considerazioni scientifiche, poi spetta alla politica decidere in base ad altre considerazioni sociali ed economiche”. Inoltre Riccardi ha sottolineato di non credere ai presunti ‘magheggi’ dei dati da parte della Lombardia e di altre regioni: “Assolutamente no, da sempre c’è una certa eterogeneità nei sistemi regionali di rilevamento dei dati. Magari in alcune aree vanno resi più efficienti di quanto oggi non siano”.
Zangrillo contro i virologi da tv: «Basta terrorismo. Clinicamente il virus non esiste più». Redazione de Il Secolo d'Italia domenica 31 maggio 2020. Basta con la dittatura dei virologi. A sostenerlo non sono i bottegai dissanguati dal coronavirus e neppure i pericolosi negazionisti dell’epidemia, ma un illustre medico impegnato quotidianamente sul fronte della tutela della salute dei cittadini come Alberto Zangrillo, medico personale di Silvio Berlusconi ha detto la sua negli studi Mezz’ora in più su Rai3. E si può scommettere che le sue parole non passeranno inosservate. Soprattutto perché illuminano l’emergenza sanitaria da un’angolazione tutt’altro che apocalittica. Il mirino del professore inquadra soprattutto i virologi da tv, ormai star incontrastate di tg e talk show. «Sono tre mesi – lamenta Zangrillo – che tutti ci sciorinano una serie di numeri che hanno evidenza zero. Siamo passati da Borrelli a Brusaferro e tutti questi cos’è che hanno portato? A bloccare l’Italia, mentre noi lavoravamo». Il professore sa di che cosa parla. È il direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano. Il virus lo vede da vicino, e tutti i giorni. «Noi – aggiunge – chiediamo di poter ripartire velocemente, perché vogliamo curare le persone che altrimenti non riusciamo a curare. Non ce ne frega del campionato o delle vacanze ma dobbiamo tornare a un Paese normale». E per Zangrillo esistono già ora le condizioni perché si possa tornare ad avere una vita normale». È l’evidenza a dirlo. «I nostri pronto soccorso e reparti di terapia – sottolinea – intensiva sono vuoti». I virologi affermano l’esatto contrario. «Un mese fa – dice ancora Zangrillo – abbiamo sentito in tv un professore di Boston, Vespignani, condizionare le scelte del governo dicendo che andavano costruiti 151mila posti di terapia intensiva. Domani uscirà un editoriale a firma mia e del professor Gattinoni, in cui diciamo perché questo non va bene ed è una frenesia» utile solo a «terrorizzare il Paese». Tanto più, ricorda, che Mers e Sars, le due precedenti epidemie, sono «scomparse per sempre». Nulla vieta «che capiti anche ora». «Non vedo perché – ha concluso l’esperto -, avendo due scelte, dobbiamo utilizzare quella che ci fa più male».
Coronavirus, Zangrillo: "Il Covid clinicamente non esiste più, qualcuno terrorizza paese". Il primario del San Raffaele di Milano, direttore della terapia intensiva: "Sono tre mesi che sciorinano una serie di numeri che hanno evidenza zero". La Repubblica il 31 maggio 2020. Il Covid-19 "dal punto di vista clinico non esiste più". Ne è convinto il primario del San Raffaele di Milano Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva. Durante la trasmissione Mezz'ora in piu su Raitre, a proposito delle osservazioni sulla situazione della Regione Lombardia, ha detto: "Mi viene veramente da ridere. Oggi è il 31 di maggio e circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente una nuova ondata per la fine del mese/inizio di giugno e chissà quanti posti di terapia intensiva ci sarebbero stati da occupare. In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico non esiste più". "Questo - ha aggiunto - lo dice l'Università vita-salute San Raffaele, lo dice uno studio fatto dal virologo e direttore dell'Istituto di virologia, professor Clementi, lo dice, insieme alla Emory University di Atlanta, il professor Silvestri. I tamponi eseguiti negli ultimi 10 giorni hanno una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di un mese, due mesi fa. Lo dico consapevole del dramma che hanno vissuto i pazienti che non ce l'hanno fatta, ma non si può continuare a portare l'attenzione, anche in modo ridicolo, dando la parola non ai clinici, non ai virologi veri, ma a quelli che si auto-proclamano professori: il virus dal punto di vista clinico non esiste più". Lucia Annunziata, la conduttrice della trasmissione, ha replicato: "E' una frase molto forte quella che lei dice, professore". E il clinico di rimando: "La firmo". Il primario del San Raffaele ha continuato: "Sono tre mesi che tutti ci sciorinano una serie di numeri che hanno evidenza zero, che hanno valore zero: siamo passati da Borrelli, da Brusaferro, al presidente del Consiglio superiore di sanità. Tutto questo ha portato a bloccare l'Italia mentre noi lavoravamo e adesso noi, che abbiamo visto il dramma, chiediamo di poter ripartire velocemente perché vogliamo curare le persone che altrimenti non riusciamo a curare. Non ce ne frega niente né del campionato né di dove vanno in vacanza gli italiani, ma dobbiamo ritornare a un Paese normale perché ci sono tutte le evidenze che questo Paese possa tornare ad avere da oggi una vita normale". Secondo il professore, "c'è un solo numero che vale" ed "è l'evidenza: noi in questo Paese abbiamo sentito un mese fa un professore di Boston, che è un epidemiologo-statistico che si chiama Vespignani, condizionare le scelte del governo dicendo che andavano costruiti 151 mila posti di terapia intensiva. Domani uscirà un editoriale a firma mia e del professore Gattinoni in cui diciamo ufficialmente perché questo non va bene, perché è una frenesia, perché terrorizzare il Paese è qualcosa di cui qualcuno si deve assumere le responsabilità, perché i nostri pronto soccorso e i nostri reparti di terapia intensiva sono vuoti e perché la Mers e la Sars, le due precedenti epidemie, sono scomparse per sempre e quindi è auspicabile che capiti anche per la terza epidemia da coronavirus. Dovremo stare attentissimi, prepararci, ma non ucciderci da soli".
Mauro Evangelisti per “il Messaggero” l'1 giugno 2020. «Il coronavirus clinicamente non esiste più, bisogna ripartire, terrorizzare il Paese è qualcosa di cui qualcuno si deve prendere la responsabilità» attacca il professor Zangrillo; «sta mandando un messaggio sbagliato e pericoloso, confonde le idee agli italiani» replicano Governo e Comitato tecnico scientifico. Sempre dal Cts, il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità: «Non posso che esprimere grande sorpresa e assoluto sconcerto per le dichiarazioni rese dal professor Zangrillo. Basta semplicemente guardare al numero di nuovi casi di positività a Sars-CoV-2 per avere dimostrazione della persistente circolazione in Italia del nuovo coronavirus». Intanto, sul fronte dei dati ieri c'è stata una frenata dei nuovi casi (355, di cui 210 in Lombardia e 54 in Piemonte) e dei morti (75). Il caso esplode nel pomeriggio, il professor Alberto Zangrillo, direttore di terapia intensiva del San Raffaele di Milano, ospite di Raitre a In 1/2 ora in più dice: «Clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più». Un'affermazione forte, non inedita però per Zangrillo. Ne conseguono accuse al Cts e alla linea del rigore del Governo. «Sono tre mesi che tutti ci sciorinano una serie di numeri che hanno evidenza zero. Siamo passati da Borrelli a Brusaferro e tutti questi cos'è che hanno portato? A bloccare l'Italia, mentre noi lavoravamo. Adesso noi che abbiamo visto il dramma chiediamo di poter ripartire velocemente, perché vogliamo curare le persone che altrimenti non riusciamo a curare. Non ce ne frega del campionato o delle vacanze ma dobbiamo tornare a un Paese normale. Ci sono tutte le evidenze affinché, da oggi, questo Pese possa tornare ad avere una vita normale». Altri argomenti: «Circa un mese fa sentivamo epidemiologi temere a fine mese-inizio giugno una nuova ondata e chissà quanti posti di terapia intensiva da occupare. In realtà il virus dal punto di vista clinico non esiste più. Questo lo dice l'università Vita e Salute San Raffaele, lo dice uno studio del direttore dell'Istituto di virologia Clementi, lo dice il professor Silvestri della Emory University di Atlanta». Silvestri, da giorni, in una rubrica che dagli Usa tiene su Facebook (Pillole di ottimismo), parla di una ritirata del virus; nominato dal primario del San Raffaele, Silvestri spiega: «Sull'aspetto specifico per cui Zangrillo mi chiama in causa, cioè l'osservazione che la carica virale nei tamponi naso-faringei positivi per Sars-CoV-2 è più bassa adesso che a inizio epidemia, si tratta di dati di laboratorio molto solidi ed in corso di pubblicazione. Sulla modalità di espressione di Zangrillo si può discutere». Un altro sostenitore della linea dell'ottimismo è il professor Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova: «Sars-CoV-2 si sta adattando a noi, sta perdendo virulenza e forza». Sia chiaro: tutti questi scienziati prendono comunque le distanze dalla follia negazionista. In serata le risposte dal Ministero della Salute e dal Cts. La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa: «Se le cose vanno meglio è merito del lockdown; in attesa di evidenze scientifiche a sostegno della tesi della scomparsa del virus, della cui attendibilità saremmo tutti felici, invito a non confondere le idee degli italiani, favorendo comportamenti rischiosi». Per il Cts il professor Luca Richeldi, direttore di Pneumologia al Gemelli: «Il virus circola ancora ed è sbagliato dare messaggi fuorvianti che non invitano alla prudenza. Basta vedere la situazione in Paesi, come Russia, Messico o India».
Polemica sulle dichiarazioni di Zangrillo: “Non è vero che il virus non esiste più”. Redazione de Il Riformista il 31 Maggio 2020. Monta la polemica sulle dichiarazioni del primario Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano. Zangrillo aveva detto durante la trasmissione Mezz’ora in più di Lucia Annunziata che il virus clinicamente non esiste più. “Oggi è il 31 maggio e circa un mese fa sentivamo epidemiologi temere per la fine del mese e inizio giugno una nuova ondata e chissà quanti posti di terapia intensiva da occupare. In realtà il virus dal punto di vista clinico non esiste più. Questo lo dice l’università Vita e Salute San Raffaele, lo dice uno studio fatto dal virologo direttore dell’Istituto di virologia, il professore Clementi, lo dice il professor Silvestri della Emory University di Atlanta”, aveva argomentato Zangrillo. Replica immediata della sottosegretaria alla salute Sandra Zampa. “Secondo alcuni esperti, del virus Covid-19 non ci sarebbe più traccia in giro per l’Italia. Se le cose vanno meglio questo è merito delle misure di lockdown assunte dal Governo. In ogni caso, in attesa di evidenze scientifiche a sostegno della tesi della scomparsa del virus, della cui attendibilità saremmo tutti felici, invito invece chi ne fosse certo a non confondere le idee degli italiani, favorendo comportamenti rischiosi dal punto di vista della salute’’, ha dichiarato la sottosegretaria Zampa. “Nel momento in cui ci accingiamo all’apertura dei transiti da regione a regione e un ritorno a una vita il più possibile normale occorre al contrario invitare gli italiani alla massima prudenza, a mantenere il distanziamento fisico, ad evitare assembramenti, al lavaggio delle mani frequente, all’uso della mascherina”, ha aggiunto Zampa. Contrario alle dichiarazioni di Zangrillo anche Luca Richeldi, direttore di Pneumologia al Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico-scientifico: “Il virus circola ancora ed è sbagliato dare messaggi fuorvianti che non invitano alla prudenza. È indubitabilmente vero e rassicurante il fatto che la pressione sugli ospedali si sia drasticamente ridotta nelle ultime settimane. Non va scordato che questo è il risultato delle altrettanto drastiche misure di contenimento della circolazione virale adottate nel nostro Paese”. Le repliche alle dichiarazioni di Zangrillo invitano tute alla cautela in vista delle riaperture del 3 giugno. La polemica arriva anche su Twitter dove è arrivata la replica di Alessandro Vespignani, direttore del Network Science Institute della Northeastern University: “Mi scusi, dott. Zangrillo, leggo scioccato di alcune sue dichiarazioni. Mi può indicare dove io ho detto che andavano costruite 150K ICU? A me non risulta di averlo mai detto. Neanche mai scritto in un lavoro. Credo di meritare una rettifica”. Sulla questione intervenuto anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e componente del Comitato tecnico-scientifico: “Non posso che esprimere grande sorpresa e assoluto sconcerto per le dichiarazioni del professor Zangrillo con frasi quali il ‘virus clinicamente non esiste più’ e che ‘terrorizzare il Paese è qualcosa di cui qualcuno si deve prendere la responsabilità’. Basta semplicemente guardare al numero di nuovi casi di positività a SARS-CoV-2 che vengono confermati ogni giorno per avere dimostrazione della persistente circolazione in Italia del nuovo coronavirus”. “Aver incrementato di molto i posti di terapia intensiva – ha spiegato Locatelli – è un merito enorme del sistema sanitario nazionale, poiché ha permesso di offrire una risposta clinica a tanti malati che altrimenti non avrebbero potuto essere adeguatamente curati. Inoltre, questi posti rimarranno disponibili per chi in futuro ne avrà bisogno anche per situazioni cliniche diverse da Covid-19”.
Alberto Zangrillo, "coronavirus clinicamente scomparso"? Lo studio del San Raffaele su cui si basano le sue parole. Libero Quotidiano l'1 giugno 2020. Polemica furibonda per le parole del professor Alberto Zangrillo, che intervistato da Lucia Annunziata a Mezz'ora in più su Rai 3 domenica 31 maggio ha affermato che "da un punto di vista clinico il coronavirus non c'è più". Parole che hanno scatenato violentissime reazioni nei suoi confronti, accusato di aver trasmesso un messaggio sbagliato e fuorviante. In serata Zangrillo ha replicato, ribadendo che gli italiani meritano di sapere la verità, ossia che le evidenze cliniche dimostrano che il Covid-19, in Italia, non c'è più. Il punto è che le parole di Zangrillo, ovviamente, non sono pronunciate a casaccio. Tutto si basa su uno studio del San Raffaele di Milano, che sta per essere pubblicato e di cui il medico ha anticipato le conclusioni. In base alla ricerca, tra marzo e maggio la quantità di virus presente nei soggetti positivi - spiega il Corriere della Sera che anticipa i contenuti della ricerca - si è ridotta notevolmente. Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele e professore all’Università Vita-Salute, oltre che curatore del lavoro, ha spiegato al quotidiano di via Solferino: "Abbiamo analizzato 200 nostri pazienti paragonando il carico virale presente nei campioni prelevati con il tampone. Ebbene i risultati sono straordinari: la capacità replicativa del virus a maggio è enormemente indebolita rispetto a quella che abbiamo avuto a marzo. E questo riguarda pazienti di tutte le età, inclusi gli over 65". E se non vi sono prove concrete sul fatto che il virus sia mutato, vi sono però evidenze relative al cambiamento delle manifestazioni cliniche, che potrebbero essere dovute anche alle condizioni climatiche, al caldo insomma. Clementi ha aggiunto: "Ora assistiamo a una malattia diversa da quella che vedevamo nei pazienti a marzo-aprile. Lo scarto è abissale ed è un dato che riteniamo importantissimo. Confermato peraltro dalla pratica: non solo non abbiamo più nuovi ricoveri per Covid in terapia intensiva, ma nemmeno in semi-intensiva. Nelle ultime settimane sono arrivati pochi pazienti e tutti con sintomi lievi”. Lo studio è basato su 200 tamponi che hanno dato un risultato inequivocabile: lo scarto è molto rilevante tra il carico virale dei positivi a metà marzo e quelli di maggio. Le cause dell'indebolimento non sono ancora note, ma questo accade spesso quando un virus entra a contatto con l'uomo. Per inciso, è possibile stabilire la quantità di virus presente in un soggetto positivo attraverso tecniche quantitative, utilizzate in passato anche per l’Aids. Queste tecniche permettono la misurazione degli acidi nucleici, nel caso specifico l’Rna di Sars-CoV-2, ovvero le copie del virus rilevabili nel rino-faringe del paziente, determinando la quantità.
Coronavirus clinicamente morto, l'Oms risponde a Zangrillo: "È ancora un killer, non è cambiato". Libero Quotidiano l'1 giugno 2020. “Questo è ancora un virus killer”. Persino l’Oms si è scomodata per commentare le affermazioni di Alberto Zangrillo, che hanno avuto una vasta eco mediatica, anche a livello internazionale. Il primario della terapia intensiva del San Raffaele di Milano sostiene infatti che il coronavirus sia “clinicamente morto”, ovvero che non abbia più una rilevanza importante sugli ospedali, che adesso avvertono maggiormente l’esigenza di curare tutti gli altri pazienti senza correlazioni al Covid-19. Diversi virologi di punta hanno condiviso e spiegato meglio il punto di vista di Zangrillo, che però è stato ostracizzato dal comitato tecnico scientifico che sorregge il governo Conte e sminuito anche dall’Organizzazione mondiale della sanità. “Ci sono migliaia di persone che ogni giorno muoiono - è la replica di Mike Ryan, capo del programma di emergenze sanitarie - non credo sia il caso di dire che il virus è diventato meno patogeno, siamo noi che ora lo combattiamo meglio. La contagiosità e la severità non sono cambiate. Abbiamo però imparato a ridurre la trasmissione e stiamo anche studiando se l’intensità dell’esposizione al virus, come nel caso degli operatori sanitari, possa avere un ruolo nella severità della malattia”.
Vittorio Feltri e le polemiche per il caso Zangrillo: "Mi fanno più paura i virologi che non i virus". Libero Quotidiano l'1 giugno 2020. “Mi fanno più paura i virologi che non i virus”. Poche parole che racchiudono il pensiero di Vittorio Feltri su un tema di forte attualità. Tra medici, dirigenti, esperti di vario titolo continua la confusione sul Covid-19: ognuno rappresenta una corrente di pensiero, è assai difficile che le opinioni convergano in una sola direzione. L’ultimo caso, eclatante, è legato ad Alberto Zangrillo, il primario della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, che ha scatenato un acceso dibattito dichiarando che “il virus è clinicamente morto da tempo, ci metto la firma”. Gli esperti vicini al comitato tecnico scientifico che sorregge il governo Conte hanno subito preso le distanze dalle affermazioni di Zangrillo, che se venissero largamente riconosciute farebbe crollare il muro di terrore dietro il quale si è blindato Palazzo Chigi per tirare avanti ancora un po’. Eppure sono diversi i virologi autorevoli che in queste ore stanno sottoscrivendo la teoria di Zangrillo, spiegandola più nel dettaglio: il virus non è più un problema a livello clinico ed ospedaliero, probabilmente perché è cambiato il nostro modo di affrontarlo e perché i nostri comportamenti lo hanno indebolito. Allo stesso tempo, però, è ancora in circolazione e quindi richiede degli accorgimenti, ma senza cadere nella trappola del terrore e dell’emergenza continua.
"Il virus adesso è scomparso". Ecco lo studio che lo dimostra. Le parole del professor Zangrillo hanno agitato il mondo scientifico. Ma una ricerca spiega bene cosa sta succedendo. Valentina Dardari, Lunedì 01/06/2020 su Il Giornale. Polemiche su polemiche dopo le parole pronunciate dal professor Alberto Zangrillo durante il suo intervento televisivo nella giornata di ieri, domenica 31 maggio. Il primario del San Raffaele aveva infatti sostenuto che, dal punto di vista clinico, il coronavirus non esiste più. Apriti cielo. Immediata è scoppiata la polemica, perché quelle dette sono state considerate da molti come parole fuorvianti, portatrici di un messaggio sbagliato che potrebbe portare comportamenti sbagliati da parte della popolazione. Anche Zangrillo ha replicato in serata, spiegando il suo punto di vista e asserendo che gli italiani meritano di sapere la verità, e cioè che l'evidenza clinica dice che il virus non esiste più.
Lo studio del San Raffaele. Tutto deriva da uno studio condotto dall’Ospedale San Raffaele di Milano, prossimo alla pubblicazione su una rivista scientifica, secondo cui tra marzo e maggio la quantità di virus presente nei soggetti positivi si sia ridotta notevolmente. Come riportato dal Corriere, Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele e professore all’Università Vita-Salute, oltre che curatore del lavoro, ha spiegato: “ Abbiamo analizzato 200 nostri pazienti paragonando il carico virale presente nei campioni prelevati con il tampone. Ebbene i risultati sono straordinari: la capacità replicativa del virus a maggio è enormemente indebolita rispetto a quella che abbiamo avuto a marzo. E questo riguarda pazienti di tutte le età, inclusi gli over 65”.
Adesso è una malattia diversa. Ciò non sta però a significare che il virus sia mutato, su questo non vi sono prove cerete. Quella che però è cambiata è la manifestazione clinica. Questo cambiamento potrebbe essere dovuto anche alle condizioni climatiche, adesso più favorevoli. Clemeti ha aggiunto che “ora assistiamo a una malattia diversa da quella che vedevamo nei pazienti a marzo-aprile. Lo scarto è abissale ed è un dato che riteniamo importantissimo. Confermato peraltro dalla pratica: non solo non abbiamo più nuovi ricoveri per Covid in terapia intensiva, ma nemmeno in semi-intensiva. Nelle ultime settimane sono arrivati pochi pazienti e tutti con sintomi lievi”. Si può stabilire la quantità di virus presente in un soggetto positivo attraverso tecniche quantitative, utilizzate in passato anche per l’Aids. Questi sistemi permettono di misurare gli acidi nucleici, nel caso specifico l’Rna di Sars-CoV-2, ovvero le copie del virus rilevabili nel rino-faringe del paziente. Lo studio ha analizzato 200 tamponi e il risultato è stato univoco: uno scarto estremamente rilevante tra il carico virale dei pazienti ricoverati a marzo e quelli di maggio. Le cause dell’indebolimento del virus sono ancora un mistero. Una delle ipotesi è che sia avvenuto un co-adattamento all'ospite. Questo avviene spesso quando un virus entra a contatto con l’uomo. Il virus vuole vivere, se il suo ospite invece muore, anche per lui è finita.
E adesso cosa ci aspetta? Ancora incertezza su cosa potrà accadere con l’arrivo dell’autunno. Clementi ha infatti precisato che “nessuno può sapere con certezza se ci sarà una nuova ondata di contagi, la temevamo anche per la Sars ma non si è verificata e, anzi, il virus è scomparso. Per quanto riguarda Sars-CoV-2, ci potranno essere dei focolai locali e sarà determinante il modo in cui sapremo reagire, isolandoli, individuando i contatti e affidando i pazienti alla medicina di territorio per lasciare gli ospedali solo a eventuali casi gravi”. Guido Silvestri, virologo e docente alla Emory University di Atlanta, parlando dello studio del San Raffaele ha definito i dati di laboratorio molto solidi.
Niente per caso. Luciano Scateni l'1 Giugno 2020 su La Voce delle Voci. La convinzione laica è che la casualità sia un’invenzione, come definirla, dogmatica, di chi scarica sull’imponderabile, sui misteri del destino, incapacità e pigrizia nel riconoscere le vere ragioni che generano gli eventi. L’opposto è giungere a conclusioni logiche analizzando gli elementi di un ‘fatto’ e collegandoli con attenta conseguenzialità. E allora, legittimato dal quotidiano ‘Libero’, portavoce della destra, per ragioni che di qui a poco risulteranno trasparenti, Zangrillo, il medico (attenzione non è virologo né immunologo, ma medico) dell’ospedale San Raffaele, si è servito della ½ ora televisiva di Lucia Annunziata per provare a insultare il pool di scienziati che ammoniscono gli italiani a non introdursi a briglia sciolta nell’eden della fase 3, con pericolose trasgressioni al protocollo stilato dal comitato scientifico per scansare il pericolo di nuovi focolai della pandemia. “Il Covid? Non c’è più”, dichiara Zangrillo al top della presunzione, e ignora il trend dei nuovi contagi regolarmente registrati su segnalazione degli ospedali e dei medici di base. Ieri 355, sabato 416, per il 59% in Lombardia (75 i deceduti). Coloro che sono impegnati a lavorare per il contagio ‘zero’, denunciano indignati il pericolo dell’implicito invito a fregarsene delle norme di sicurezza. Manca solo che Zangrillo si associ agli scalmanati di Casa Pound e affiliati, che in piazza, senza alcuna cautela anti virus, hanno urlato che pandemia, contagiati, asintomatici, deceduti, sono un clamoroso falso, il risvolto di un complotto del governo incapace di gestire la crisi economica in corso. Che la sparata di Zangrillo non sia casuale, trova conferma nell’annuncio di raduni nazionali per domani 2 giugno, dell’ampio sodalizio di destra che include gli estremisti di Casa Pound, più frange collegate, i pericolosi squinternati del generale Pappalardo (i gilet arancione), la Meloni. Domani, Festa della Repubblica, dicono che domani saranno in piazza, per celebrare la data di nascita della democrazia repubblicana? Ovvio che no, sarà il pretesto, improprio per contestare il governo. A causa dell’eccessiva riconoscibilità non partecipa, ma avrebbe voglia di esserci, Carlo Bonomi, neo presidente e della Confindustria, che appena insediato ha emulato Zangrillo e nella ½ ora di Lucia Annunziata ha sferrato un attacco al governo con toni e argomenti alla Salvini e lo ha reiterato nell’intervista (“Questa politica rischia di fare più male del Covid”) rilasciata a ‘la Repubblica’, quotidiano che dal giorno del cambio di proprietà De Benedetti-Fiat sembra orientato a competere con il Sole 24Ore, quotidiano degli industriali. Il cerchio si chiude: profittando dello tsunami sanitario e finanziario della pandemia, che rende assillante e totalitario l’impegno del governo giallorosso, la destra muove i suoi ‘pezzi’ sulla scacchiera, nel tentativo, per nulla causale di dargli una spallata. Chi avesse voglia e pazienza per sfogliare i media italiani cercherebbe invano una sola frase di condanna della violenza dei primatisti, (negli Stati Uniti si annidano anche tra le forze di polizia), o un cenno sulla perversione dell’incredibile presidente Usa, che tollera e anzi favorisce il razzismo, accusa la stampa di fomentare l’odio sociale, da lui alimentato concedendo l’impunità dal teppismo razzista, alla violenza criminale del Ku-Kluz-Klan. Gli americani per bene sono fuori di sé e il tycoon è il loro bersaglio, sicché l’apparato che sovrintende alla sua incolumità lo ha spedito nell’impenetrabile bunker della Casa Bianca, dove l’auspicio dei contestatori è che ci resti a lungo, come un topo in trappola.
Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano” l'1 giugno 2020. «La malattia è mutata, siamo in fase sub-acuta, l' isolamento ha ridotto drasticamente la carica virale. Il virus è meno aggressivo sulla cellula. I nuovi casi, in genere, non sono così gravi. Chi si ammala, oggi, ha una condizione di febbricola e di astenia che si prolunga per 2-3 settimane. È una sindrome diversa». Il professor Francesco Le Foche, immunologo clinico, responsabile del Day hospital di Immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma è piuttosto ottimista: «Il virus si è indebolito. Facciamo sempre più tamponi e troviamo sempre meno malati: a volte la carica virale è talmente bassa che i test non rilevano nemmeno più il Covid. Ci vuole ancora prudenza, è ovvio, ma la gente sta cominciando ad accettarne la convivenza».
Silvio Brusaferro, presidente dell' Istituto Superiore di Sanità, sostiene che in autunno l' epidemia tornerà a colpirci. Ci sono evidenze scientifiche?
«Al momento non ci possono essere: stiamo parlando di una malattia sconosciuta fino a pochi mesi fa. Ciò che sappiamo è che normalmente, quando di mezzo ci sono virus pandemici, si verificano delle seconde ondate, ma per la Sars e la Mers non è accaduto. Ora comunque sappiamo difenderci molto meglio, saremmo in grado di usare le armi giuste per combattere fin da subito un' eventuale reinfezione».
Lei sostiene che il virus si spegnerà da solo: ci spieghi.
«Si sta già spegnendo. In parte si è già spento. Il lockdown gli ha impedito di riprodursi e quindi si è affievolito. Il caldo gli assesterà un ulteriore colpo, a patto naturalmente che la gente continui ad avere comportamenti virtuosi».
Quello di oggi si può già definire «caldo» o lei parla di quello afoso di luglio e agosto?
«Il clima delle ultime settimane ha aiutato. Poi è logico che più si innalzerà la temperatura e meno probabilità avremo di infettarci, succede per tutte le forme virali. Le goccioline non saranno più in grado di essere veicolate a distanza».
Nessuno ha ancora chiarito se ci possono essere casi di recidiva.
«Questo virus non dà una reazione immunitaria come gli altri. È una sindrome che provoca risposte immunologiche strane. Vanno approfondite».
Quindi ci si può riammalare o no?
«Non è detto che chi ha sviluppato gli anticorpi sia immune. Chi ha contratto il Covid in forma leggera potrebbe sì aver sviluppato le IgG, ma non in quantità sufficiente. Chi è stato colpito in modo più pesante, invece, pare che non si sia riammalato, ma ancora non sappiamo quanto duri l' immunizzazione».
Alcuni esperti continuano a citare l' influenza Spagnola...
«La cronologia degli eventi è troppo distante per fare raffronti. Credo che sia molto più utile, e scientificamente corretto, concentrarsi sul quadro attuale».
È preoccupato dalla riapertura delle regioni?
«No. Va fatta una comunicazione credibile e corretta. Non dobbiamo pensare che le persone siano incoscienti o ignoranti. Non vanno bersagliate di messaggi terroristici. Va detto ciò che sta succedendo, e cioè che stiamo procedendo abbastanza bene, anche se non mi stancherò mai di dire che ci vuole responsabilità. Se sarà così vivremo un' estate tranquilla. Forse anche l' autunno».
È stato giusto non distinguere le morti «con» Covid e «per» Covid?
«La valutazione, secondo me, dovrà essere fatta in un secondo momento, una volta studiato nel dettaglio quello che è successo».
Favorevole ai tamponi a tappeto?
«In Veneto hanno dato risultati importanti. Credo però che estenderli in modo generalizzato in tutta Italia sarebbe uno spreco».
L' Organizzazione Mondiale della Sanità non ne ha azzeccata una...
«Non direi così. Avrebbe potuto coordinarsi meglio con gli Stati, certo. Ma è anche vero che siamo stati colpiti dall' epidemia in un distretto altamente industrializzato e popolato come quello lombardo: non era semplice mettere in campo delle regole».
Però l' Oms sapeva che il virus circolava in Cina almeno da dicembre.
«Ecco, sui tempi si può discutere, anche se dovremmo avere più dati a disposizione. Nemmeno i "detective" americani riescono a venirne a capo».
Alcuni suoi colleghi sono stati e continuano a essere catastrofisti.
«L' immunologo è avvantaggiato rispetto al virologo: io mi sono accorto subito che le infezioni stavano diventando sempre meno violente. L' epidemiologo studia i movimenti del virus tra la popolazione. Il virologo analizza il virus in sé. Le tre figure devono coordinarsi al meglio, ma credo l' abbiano fatto».
Lei è stato uno dei primi a consigliare la clorochina per combattere il Covid. L'Aifa ne ha stoppato la somministrazione perché, sostiene, può avere effetti collaterali pesanti. Ora però 120 ricercatori e medici di tutto il mondo contestano lo studio pubblicato da «Lancet».
«L' insieme di farmaci messo in campo nei primi giorni dell' emergenza ha evitato un numero ancora più elevato di decessi e contagi. L' antimalarico viene utilizzato in tutto il mondo come prevenzione per le malattie autoimmuni. Prima di somministrare il Plaquenil va fatta una visita oculistica e cardiologica per scongiurare l' insorgere di problemi. Ma se non ci fosse stata la clorochina...».
Silvia Turin per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2020. Nonostante le riaperture progressive e sempre più diffuse, in tutta Italia i casi di Covid-19 stanno diminuendo e così pure i ricoveri e le polmoniti gravi. Si è parlato di virus «indebolito», «clinicamente sparito» e di un allentamento dell' epidemia. Si fa strada un cauto ottimismo dato dalle osservazioni sul campo e, allo stesso tempo, la necessità di cautela visto che di dati confermati scientificamente non ce ne sono. Professor Sergio Harari, Pneumologo all' Ospedale San Giuseppe MultiMedica di Milano e professore di Clinica Medica all' Università di Milano, che cosa si osserva in ospedale e come dobbiamo interpretare le notizie sui presunti cambiamenti delle caratteristiche del Sars-CoV-2? «Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due fenomeni legati, ma in parte distinti: meno casi in assoluto e molto meno gravi. Nel momento del picco epidemiologico, la percentuale di pazienti in rianimazione era superiore al 10%, adesso invece è scesa sotto il 5% e la maggior parte sono persone degenti da un po' di tempo. Il minor numero di soggetti ricoverati è ascrivibile sicuramente al distanziamento sociale, ma la minore gravità non si spiega da sola con le misure restrittive. Nel nostro ospedale è una settimana che non ricoveriamo nuovi casi».
Succede, come si è detto, perché abbiamo imparato a curare meglio i pazienti?
«Sicuramente li gestiamo meglio, ma questo non può valere per chi arriva in Pronto soccorso: sono pazienti su cui noi non siamo intervenuti prima, eppure sono meno gravi. La popolazione dei malati è cambiata: sembra una malattia molto diversa da quella che abbiamo conosciuto all' inizio della pandemia. Anche l' evoluzione del paziente in ospedale è meno drammatica, sebbene non esista ancora una terapia specifica contro il Covid-19».
Da cosa può dipendere?
«Non sappiamo se c' è una mutazione che non abbiamo ancora identificato, se sia legato a una minor carica virale o alla stagionalità che sfavorisce i virus a trasmissione respiratoria, o ad altri fattori».
Il virus ha una carica minore?
«Il distanziamento sociale potrebbe aver determinato una riduzione della carica virale, significa che il virus circola meno. È un' ipotesi, come quella della minore replicabilità del patogeno, che ora si starebbe riproducendo meno velocemente. Per ora si tratta solo di supposizioni».
Possiamo essere ottimisti?
«Sono stato pessimista all' inizio e ora mi sento ottimista: a volte le epidemie nella fase iniziale falcidiano molte persone e poi all' improvviso se ne vanno. Ne ha parlato su queste pagine lo storico della Medicina Giorgio Cosmacini pochi giorni fa. Il virus si sta ritirando in qualche modo, anche se non ne conosciamo bene le ragioni. Il messaggio forte, però, è quello di non abbassare la guardia: non sapendo cosa sta accadendo e non governando perfettamente l' andamento epidemiologico, potrebbe tornare a maggiore aggressività. Per non parlare del fatto che in America Latina l' epidemia è nel momento di massima espansione e non mostra cali di aggressività. Il virus alle nostre latitudini sta dando meno problemi clinici, ma non è sparito, circola ancora e quindi dobbiamo continuare a comportarci con la massima cautela».
Massimiliano Lenzi per “il Tempo” il 2 giugno 2020. «Caro Lenzi, io non ho voglia di andare in giro con la scorta. Ci siamo capiti? Quindi facciamo un patto tra gentiluomini». «Sono d'accordo con lei professore. Patto tra gentiluomini accettato». Comincia così, da questo botta e risposta, la chiacchierata con «Il Tempo» di Alberto Zangrillo, professore del San Raffaele di Milano. Professore, con una frase, «il virus, dal punto di vista clinico, non esiste più» ospite in televisione da Lucia Annunziata, su Rai 3 lei ha scatenato un pandemonio. Perché tutto questo putiferio?
«Perché si scatenato tutto questo putiferio non lo so. Io però le posso dire che, nel massimo rispetto del lavoro di tutti, ho detto la verità. Ed una verità che viene fuori per bocca mia ma dobbiamo considerare che io sono il portavoce di una Università, Vita -Salute San Raffaele, che è al primo posto, nel ranking nazionale per qualità della scienza e della ricerca prodotta. Per cui se io che faccio, vero, l'anestesista rianimatore (e quindi mi occupo di clinica) ma sono professore ordinario della disciplina da parecchi anni, se io mi permetto di dire certe cose è perché le osservo. Io non ho detto che gli italiani questa sera si devono abbracciare, assembrare, baciare, ubriacare - quindi faccio mie le raccomandazioni al buon senso - ma devono essere raccomandazioni di buon senso. Perché gli italiani meritano la verità».
E quale è la verità?
«La verità che questo virus probabilmente, se letto dal mio punto di vista, è meno cattivo. E quindi ci fa meno male. E quindi dobbiamo pensare positivamente. Si apre uno spiraglio di grande positività, che deve essere colto».
Lei con le sue parole innesca due temi fondamentali. Primo, intacca monopolio comunicativo sul coronavirus dei virologi. Secondo, interrompe la narrazione della paura e basta che la politica (ma anche la maggior parte dei media) sta portando avanti ormai da tre mesi. Cominciamo dal primo, i virologi. Che dice?
«La prima cosa che le dico che il mondo della scienza non è monopolio dei virologi, degli epidemiologi e degli statistici. Il mondo della scienza è un mondo molto ampio e noi ne facciamo parte, soprattutto quando chi parla è la prima Università italiana per ranking per produzione scientifica. Ok? Quando parla Alberto Zangrillo parla in nome e per conto dell'Università italiana Vita -Salute San Raffaele, della facoltà di Medicina che produce il più rilevante prodotto in termini scientifici. Noi siamo il primo IRCCS (acronimo di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) italiano. Punto. Questa è la storia. Piaccia o non piaccia. Dopodiché noi ci inchiniamo di fronte a tutti i comitati tecnico -scientifici però noi rileviamo che la nostra voce deve essere ascoltata. Poi, la seconda cosa che mi chiedeva cos' era?».
Il grande racconto della paura ai tempi del coronavirus che da tre mesi a questa parte domina i media e la politica nazionale. Si è esagerato?
«Io non ho detto il virus non c'è più. Questo è importante. Ho detto: il virus clinicamente è irrilevante. E questo clinicamente va mantenuto altrimenti si dà una informazione errata, che non è quella che ho voluto dare io. In questo momento il virus è clinicamente irrilevante. E quindi, per cortesia, così come abbiamo ascoltato i numeri ed i bollettini dal 21 febbraio 2020 ad oggi, adesso ascoltiamo anche le evidenze. Perché le evidenze che provengono dalla clinica - non solo dell'Ospedale San Raffaele, di tutto il gruppo San Donato, ma di tutti gli ospedali della Lombardia, e quindi parlo del Papa Giovanni di Bergamo, parlo di Lodi, parlo di Crema, parlo di Cremona e di tutti gli ospedali dell'area milanese - sono quelle che ho detto io. Punto».
Cosa pensa del dibattito sugli spostamenti tra regioni, con alcune regioni del sud, penso alla Campania ma non solo, che guardano lombardi che potrebbero andare in vacanza al sud con una certa diffidenza, proponendo controlli sanitari prima di farli entrare?
«È un dibattito molto provinciale ed il compito della scienza illuminata, quindi della scienza aggiornata, quello di dare alla politica delle indicazioni in modo da poter fare le scelte giuste. E quindi io credo che nel contesto italiano la cosa più bella è quella di dire agli italiani: l'Italia ha risposto nel modo migliore, ha un servizio sanitario straordinario, che può essere migliorato, l'Italia ha dato un tributo, in termini di vittime, importante ma è anche il primo Paese occidentale ad essere stato colpito. E quindi dobbiamo essere orgogliosi perché gli italiani hanno dimostrato di essere responsabili».
Lei farebbe spostare gli italiani liberamente tra le regioni? Senza patentini sanitari o altro? «Nel rispetto delle regole indicate, di prudenza e buon senso, gli italiani sono un popolo che non conosce i confini geografici. Gli italiani non conoscono i confini geografici. Per questo stiamo lavorando».
Prima di chiudere, un'ultima cosa: dopo il putiferio scatenato dalle sue parole, lei è ancora ottimista sul futuro dell'Italia e degli Italiani? O ha cambiato idea?
«Sono un inguaribile ottimista. Gli italiani devono imparare a porre la loro fiducia verso chi dimostra di avere fatto e verso chi dimostra di sapere».
Gli attacchi a Zangrillo svelano l’ipocrisia: anche gli scienziati, se non sono dei “loro”, vanno zittiti e delegittimati. Max Del Papa il 2 Giugno 2020 su Atlanticoquotidiano.it. Non “la scienza” ma i guru, gli influencer del contagio, i testimonial della sfiga. E se il Covid-19 si spegne, come dice Zangrillo, rimangono del tutto privi di sovvenzioni pubblicitarie, dai libri alle ospitate tv alle proiezioni del potere vero… Esperimento sociale, censura, opportunismo del potere: le ragioni dell’allarmismo convergono, tutte irriferibili…Per i grillini la scienza non esisteva, per i comunisti doveva sottostare al partito, ma la ragion politica può ribaltare tutto: dalle scie chimiche e il no-vax al super-vax, dal marxismo scientifico alla scienza come ideologia unica. Sempre cercando un nemico, oggi tocca al professor Alberto Zangrillo che dice: “Il virus è clinicamente spento”, e tutti, subito: criminale, irresponsabile, pazzo! Zangrillo ha fornito una bella notizia, ha parlato sulla base di una ricerca del San Raffaele, di cui è tra i massimi luminari. Ma che fa? “Ah, ma quello è il medico di Berlusconi”. E con ciò? Non è proprio così, è che, essendo Zangrillo uno scienziato assai quotato, Berlusconi ha potuto permettersi di affidargli la propria salute. “Ah, ma il San Raffaele lo ha costruito Berlusconi con quel corrotto di don Verzé”. Uno sente roba del genere e gli passa anche la voglia di polemizzare, l’unica conclusione possibile essendo la seguente: i comunisti, o i grillocomunisti, sono dementi in libera uscita, oltre la malafede. Zangrillo rincara la dose: “Non mi pento di averlo sostenuto, le cose stanno così e sono più scienziato io di tanti che si agitano in televisione”. E sarebbero per l’appunto quelli che le hanno diabolicamente sbagliate tutte, che irridevano la prudenza quando serviva e adesso irridono la voglia di normalità che serve più che mai. Sempre sulla base di vaticini sbagliati, c’è Ilaria Capua che, dalla Florida, passa tutte le televisioni italiane, alla modica cifra – così abbiamo letto su diverse testate – di 2.000 euro più Iva ogni 10 minuti (“oltre, la fee sale”) per dire l’esatto contrario di quello che ha sostenuto nella trasmissione precedente. “Ah, questo Zangrillo è targato politicamente”. Lui? La suddetta Capua è stata in Parlamento con quella catastrofe deambulante di Mario Monti; Burioni, sempre sul bilico di una candidatura, è stato lanciato da Matteo Renzi come il migliore ministro della sanità possibile; Ricciardi è uomo di pubbliche relazioni, ha o aveva incarichi politici ovunque dalla Oms cinese alla Ue tedesca fino alla burocrazia nazionale. Anche gli altri hanno targhe, sostegni, agganci. Ma oggi sono questi a comandare, il che, come noto, procura orgasmi imbattibili. Non “la scienza” ma i guru, gli influencer del contagio, i testimonial della sfiga. E se il Covid-19 si spegne, come dice Zangrillo, rimangono del tutto privi di sovvenzioni pubblicitarie, dai libri alle ospitate televisive alle proiezioni del potere vero. “Ma taccia quello Zangrillo” dice la Lorenzin, anche lei affiorata dai trojan palamareschi, “che non è neanche un virologo”. In compenso Zangrillo dirige il Dipartimento di terapia intensiva del San Raffaele, quanto a dire uno che col coronavirus ci è stato a tu per tu nella fase più critica. C’è bisogno, more solito a sinistra, di un nemico e per oggi Zangrillo va benissimo, domani il dio dei trinariciuti provvederà e si capisce: hanno tentato l’esperimento sociale, hanno visto che è andato oltre le più rosse previsioni, il corpo sociale si è dimostrato permeabile, suggestionabile, disciplinato nel terrore, ancora oggi sono tantissimi quelli che vivono con una patetica mascherina addosso. Il lockdown serve, è servito a trasformarci in automi, a testare la resistenza mentale, scarsissima, dei cittadini: quando, come si augura la compagnia della buonamorte dei virologi, dei manager, dei parassiti, dei politici, dovesse tornare una nuova ondata, o peggio un altro contagio, unica cosa in cui la Cina pare creativamente attrezzata, che altro ci aspetta? Il professor Paolo Becchi conclude il suo recentissimo libro sull’esperimento sociale italiano con una considerazione amara: ad uscirne contagiata è stata la democrazia, dimostratasi con anticorpi scarsissimi e con troppi smaniosi di minarla. Nella più spregiudicata messa da parte della altrimenti sacra Costituzione, si potrebbe aggiungere, e nella distrazione sconcertante di chi avrebbe dovuto tutelarla. Ma anche questo si capisce, lo scandalo Csm, talmente epocale da ricordare e forse superare la P2, è uscito esattamente un giorno dopo la fine del lockdown, il che è del tutto comprensibile per chi si occupa di giornali: non si poteva affrontare un tema così immane, per gravità ed estensione, nel ben mezzo di uno stato di emergenza, vera o procurato che fosse. Ed era precisamente questo che si voleva evitare, prendendo tempo, nel segno dell’angoscia, per ritardare il più possibile la fuoruscita della melma. Fino a trovare un modo per tenerla sommersa. Esperimento sociale, censura, opportunismo del potere: le ragioni dell’allarmismo convergono, tutte irriferibili. Ma l’asse grillopiddino sostenuto da giornali grandi e piccoli dovrebbe preoccuparsi per il malaffare che sempre più lo risucchia per via giudiziaria, più che di trovarsi sempre nuovi nemici.
MEDICI CHE LOTTANO PER LA (NOSTRA) LIBERAZIONE. Maurizio Blondet il 29 Maggio 2020. Covid, un gruppo di medici al governo: “Revocare i provvedimenti prudenziali, mancano i presupposti di fatto”. Gli esperti hanno inviato unʼistanza in autotutela in cui chiedono contezza delle delibere alla luce delle evidenze sullʼepidemia che si è rivelata “una forma influenzale non più grave di altri coronavirus”. “Il governo revochi i provvedimenti di contenimento emessi sulla base di uno stato di emergenza di cui oggi non sussistano dei presupposti di fatto che ne giustifichino l’applicazione”. E’ la richiesta posta da un gruppo di medici che ha inviato un’istanza in autotutela al governo. Nel documento vengono smontati i “punti della narrativa allarmistica sul coronavirus” attraverso prove documentali e l’esperienza sul campo, e viene chiesto al governo di giustificare le scelte fatte sulla base delle osservazioni di “esperti” di cui, secondo gli autori dell’istanza, non si conoscono né l’autorevolezza e né l’esperienza (“ci potrebbero essere conflitti d’interesse”). I medici inoltre criticano la misura che obbliga a usare le mascherine: “Indossarle per ore fa male, tra i rischi l’ipercapnia e sovrainfezioni da microorganismi”.
Persiste un numero di divieti che non trova legittimazione scientifica – L’istanza è stata firmata da Pasquale Mario Bacco, Antonietta Gatti, Mariano Amici, Carmela Rescigno, Fabio Milani, Maria Grazia Dondini. Nell’atto i camici bianchi evidenziano come sia paradossale che “tutt’oggi, nonostante un quadro sanitario nettamente positivo, persista un numero impressionante di obblighi e divieti che non trova alcuna legittimazione scientifica e tantomeno giuridica”. Dall’altra parte, spiegano, permane “una regolamentazione confusa, contraddittoria e priva di giustificazione per chi ha un quotidiano e diretto riscontro con la situazione dei pazienti”.
Basta diramare notizie allarmanti – I medici sono convinti che “in primo luogo sia necessario chiarire in modo univoco, chiaro e scientificamente credibile che il Covid-19 ha dimostrato di essere una forma influenzale non più grave degli altri coronavirus stagionali: nonostante l’Oms abbia dichiarato l’emergenza pandemica l’11 marzo, le cifre ufficiali dei deceduti, dei contagiati e dei guariti contraddicono la definizione stessa di pandemia – scrivono -. Occorre dare informazioni corrette e fornire criteri di comprensione dei dati reali, evitando che i media diffondano notizie allarmanti, a nostro parere assolutamente ingiustificate. La banalizzazione statistica dei decessi è la sintesi di una comunicazione istituzionale che ha impedito, per tutta l’emergenza e ancora oggi, di avere una chiara sintesi della situazione, portando a un circolo vizioso in termini di provvedimenti sanitari e di impatto sociale”.
La verità sulle vittime – Gli esperti si chiedono perché continuare con i “bollettini di guerra” giornalieri senza analizzare affondo i dati, che in questo modo creano solo un allarmismo “infondato sotto il profilo clinico ed epidemiologico”. Come dichiara l’Istituto Superiore di Sanità, l’identikit delle vittime continua a essere quello dell’inizio dell’epidemia: l’età media è di 80 anni, in prevalenza sono uomini e con gravi patologie pregresse. Se nei comunicati quotidiani si dessero solamente “i deceduti per Covid, e solo Covid, quale sarebbe lo scostamento dalla medie ufficiali negli anni precedenti per patologie analoghe?”, osservano.
I tamponi non sono strumenti affidabili – I medici, inoltre si chiedono, “quali siano i reali motivi per cui in alcune zone del Nord Italia si è registrata una diffusione tanto abnorme e una letalità tanto più alta rispetto ad altre zone del Paese, persino limitrofe”. Nell’istanza si parla anche di tamponi, che non sono uno strumento affidabile poiché ci sono stati “falsi positivi” e “falsi negativi” e “di conseguenza, le percentuali ricavate dal numero dei tamponi vanno interpretate e spiegate tanto agli operatori sanitari quanto ai media e alla popolazione, evitando inutili allarmismi”. E’ stato il professore Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, a dire che “oggi in tutto il mondo abbiamo test non perfetti dal punto di vista della sensibilità perché messi a punto in poco tempo e devono essere perfezionati. Quindi c’è un’ampia possibilità di sovrastimare le positività”. Perché non sono stati presi in considerazione i rilievi di medici sul campo. E dunque necessario chiarire, sottolineano, “quali sia il motivo per cui si è deciso di non tenere in considerazione gli studi e i rilievi di medici e specialisti impegnati sul campo, privilegiando l’impostazione opinabile degli esperti anche laddove contraddetta da casi documentati; anche il ricorso all’uso dei ventilatori polmonari pare quantomeno controverso”, dato che si è trattato nella maggior parte dei casi di tromboembolie polmonari e non di polmoniti.
Perché impedire le autopsie? – Un’altra domanda che non trova risposte, argomentano, è “per quale motivo si siano impediti gli esami autoptici, che si sono invece rivelati, quando effettuati, una fonte insostituibile di preziosissime informazioni e che hanno consentito di scoprire che la causa principale dei decessi non era la virulenza della patologia, ma una sua errata cura”.
Perché i malati nelle Rsa e perché mantenere ancora le distanze ove non necessario – E poi “per quale motivo si siano date disposizioni, su indicazione dell’Oms, di trasferire i pazienti anziani nelle Rsa, con le conseguenze ben note” e “per quale motivo si continui ostinatamente a ‘minacciare’ futuri, possibili scenari di inasprimento delle misure di contenimento, come se l’epidemiologia dipendesse solo dalla mancata ottemperanza di disposizioni sanitarie la cui efficacia è quantomeno dubbia: nessuna evidenza scientifica permette di affermare che in questo stadio dell’epidemia sia ancora necessario mantenere le distanze di sicurezza, usare mascherine, indossare guanti oltre a curare l’igiene delle mani”. Uso della mascherina che viene fortemente criticato per i danni collaterali che ne comporta.
Pronto l’esposto in caso di una mancata risposta – Infine, concludono gli esperti, “confidiamo, in spirito di sincera collaborazione, di ricevere una risposta a queste nostre osservazioni, la qual cosa consentirà di porre fine alle pericolose speculazioni di chi, dinanzi a tanto dilettantismo, solleva il dubbio che il Covid-19 venga utilizzato per secondi fini”. Nel caso in cui il governo e le altre autorità interpellate non dovessero dare risposta entro i termini prestabiliti dalla legge i medici procederanno con un esposto.
Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” l'1 giugno 2020. La pandemia è stata affrontata da due tipi di scienziati, quelli da salotto televisivo e quelli da corsia ospedaliera. I primi sono adorati da Conte. All' inizio, quando il virus si poteva contenere, hanno minimizzato. Seguendo i loro consigli, il premier ancora a febbraio diceva che non c' era nulla di cui preoccuparsi perché l' Italia era «prontissima» e mezza maggioranza girava il Nord per aperitivi in cerca di cinesi da abbracciare. Adesso questi cervelloni frenano sulle riaperture, impongono alle imprese per ripartire regole al limite della follia e si rifugiano sotto le coperte, in attesa della seconda ondata, tra cinque mesi. Per tutta l' emergenza, hanno cercato di tenersi il più possibile lontano dagli ospedali, per dare il buon esempio nella fuga dal contagio. Si documentavano leggendo Manzoni e Camus o seguendo appassionatamente i talkshow e le conferenze di Palazzo Chigi. Il secondo tipo di medico è quello che ha fatto carriera in ospedale e non nelle organizzazioni sanitarie internazionali e ha affrontato il Covid-19 nelle sale di terapia intensiva, incontrando i malati anziché i giornalisti e i politici e concedendo interviste rare ai quotidiani, solo quando aveva qualcosa da comunicare. Si tratta di uomini che hanno affrontato il virus senza paura e mettendo in pericolo la propria vita. Scienziati consapevoli che quello con il Covid-19 era un duello mortale, dove ne sarebbe restato in piedi solo uno. È stata una lotta contro la sorte e il tempo, e soprattutto contro un nemico del quale non si sapeva nulla, perciò difficile da battere. Per vincerlo, bisognava esporsi e rischiare del proprio. Campione di questa categoria è il direttore dell' Istituto Farmacologico Mario Negri, Beppe Remuzzi, considerato uno dei migliori ricercatori italiani. Docente di Nefrologia in diverse università, di casa nostra ma anche statunitensi e britanniche, ha 71 anni, compiuti in ospedale, proprio nei giorni del picco dei morti. Quando Libero lo intervistò, due mesi fa, lo scienziato aveva previsto che a metà maggio il virus avrebbe ridotto la propria potenza in maniera considerevole e che a giugno i contagi sarebbero terminati. Previsioni che nell' infuriare della tormenta parevano azzardate e che oggi suonano profetiche. Ciò che sembrava esagerato, si è dimostrato misurato. Un' altra cosa che Remuzzi ci confidò è che «bisogna separare la politica dalla scienza perché, se si mescolano, viene fuori un disastro». È esattamente quanto non è accaduto in Italia, dove accanto a Conte è fiorita una genìa di medici che si improvvisano politici, sociologi e divulgatori. Risultato: standoli a sentire, gli italiani non hanno capito nulla del Covid-19, si muovono secondo nozioni orecchiate e sensazioni condizionate dalla paura. Proprio come il governo, che non ascolta chi combatte il virus sul fronte e pende dalle labbra di medici da scrivania. Oggi Remuzzi afferma che «da dieci giorni nessuno viene più ricoverato con difficoltà respiratorie, il virus non è più in grado di produrre la polmonite interstiziale, non ci sono ragioni per mantenere le scuole chiuse e i guanti non ci servono». Buone notizie che il governo prende con le pinze, anche se l' emergenza nelle sale di rianimazione non c' è più da oltre un mese. Quando i medici, accerchiati dai pazienti, lanciavano gli allarmi, Conte si faceva forte della loro disperazione per imporre chiusure totali. Ora che dalle corsie ospedaliere giungono buone notizie, il refrain del Palazzo è che la scienza dev' essere sottomessa alla politica, unica abilitata a decidere. Cambiano i tempi, ma che il contagio sia al picco, balli sul plateau o sia pressoché zero, Remuzzi il destino l' ha scritto nel nome: deve remare, meglio se in silenzio, e togliere le castagne dal fuoco a chi è meno competente di lui. Se poi si azzarda a tirare fuori qualche studio che obbliga i medici di palazzo a studiare e riflettere, o peggio che ne ridimensiona l' importanza, le sue parole tendono a essere ignorate. Nei mesi della pandemia, lo scienziato ha mappato i malati. Dispone di un archivio dei decessi in grado di fotografare perfettamente i soggetti più a rischio di mortalità. In base al gruppo sanguigno, al sesso, alle caratteristiche genetiche, agli stili di vita e perfino all' area di provenienza. Ma guai a tirarlo fuori: si scoprirebbe che gli uomini sono diversi e che non devono comportarsi tutti allo stesso modo come dei pecoroni.
· Le oche starnazzanti.
La conferenza stampa del governatore. De Luca contro le Regioni del Nord: “Campania per il massimo rigore, pronti alla battaglia per impedire il furto di risorse al sud”. Redazione su Il Riformista l'11 Dicembre 2020. Vincenzo De Luca è per la linea del massimo rigore. Sempre. Il Presidente della Campania nella consueta diretta del venerdì lancia come al solito accuse e strali. Al governo, soprattutto, chiede rigore in questa fase dell’emergenza coronavirus. Se la Campania si è salvata, ha detto sottolineando che la Regione è quella con la densità abitativa più alta d’Italia, è stato per le decisioni prese dalla Regione stessa, prima dell’esecutivo. E non per il dpcm delle Zone Rosse, Arancioni o Gialle. “Fesserie”, le ha definite. E quindi è infastidito dall’informazione che vuole le Regioni premere contro il governo per ottenere più riaperture. “Secondo i media c’è un assedio delle Regioni nei confronti del Governo per chiedere provvedimenti meno rigorosi. La Regione Campania chiede provvedimenti più rigorosi, non meno. Mi auguro che anche il sistema informativo trasmetta notizie rispondenti alla realtà”. Insomma, De Luca auspica che il governo non ceda alle richieste di aperture, in occasione delle festività natalizie, sulle pressioni delle Regioni del Nord. “Siamo talmente abituati a considerare ‘le Regioni’ soltanto le due, tre o quattro del Centro Nord – ha aggiunto De Luca – che scambiamo le posizioni di tre o quattro Regioni come le posizioni delle Regioni d’Italia. Non è così. La Campania sostiene una linea di rigore, è contraria al rilassamento, all’apertura della mobilità, a queste manfrine alle quali stiamo assistendo su Comuni grandi o piccoli, su che dobbiamo fare a Natale, alla vigilia, a Capodanno”.
RECOVERY FUND – Un passaggio, che sottolinea ancora uno sfondo tra Regioni del Nord e del Sud, anche sul Recovery Fund, il fondo europeo da 750 miliardi miliardi di euro sbloccato dall’accordo dei ventisette. “Sullo sfondo c’è un problema che riguarda noi meridionali: e cioè le ipotesi del Governo configurano l’ennesimo furto nei confronti delle Regioni del Sud – ha aggiunto De Luca – I 209 milioni stanziati dall’Europa arrivano per recuperare il divario del sud rispetto al nord, mentre il Governo invece di dare il 66% al sud e il 34% al nord, ipotizza di fare tutto il contrario. Dobbiamo prepararci a una battaglia politica chiara e forte per impedire che questo ennesimo furto a danno del Sud sia consumato nell’indifferenza del Paese e, quello che è peggio, delle Regioni meridionali stesse”. E quindi ha anticipato come “nei prossimi giorni vedremo di proporre un incontro con altre regioni del sud per mettere in campo una risposta istituzionale forte, anche per verificare se i parecchi ministri campani diano cenni di esistenza oppure no”. Un’altra stoccata al governo e in particolare ai ministri campani come quello degli Esteri Luigi Di Maio, agli Affari Europei Vincenzo Amendola, all’Università Gaetano Manfredi, allo Sport Vincenzo Spadafora, all’Ambiente Sergio Costa.
Il dibattito sul Recovery Fund. Recovery Fund, l’Europa è contro il divario tra Nord e Sud. Luigi Famiglietti su Il Riformista il 17 Dicembre 2020. L’Italia ha ottenuto i 209 miliardi del Recovery Fund innanzitutto perché la Commissione ha riconosciuto come il divario Nord-Sud sia un punto critico per l’economia nazionale e, quindi, ha posto lo sviluppo del Mezzogiorno come prima condizione per l’utilizzo dei fondi. Nella bozza del Piano di resilienza portata in Consiglio dei ministri dal premier Giuseppe Conte si fa riferimento alla clausola del 34% come tetto per l’utilizzo dei fondi al Sud. In realtà, tale clausola, ancora non rispettata, è stata introdotta nel nostro ordinamento per fare in modo che, rispetto agli investimenti in conto capitale interni al Paese, almeno il 34% riguardi il Sud. Tale quota rappresenta la percentuale di popolazione meridionale rispetto al dato complessivo nazionale. Perciò c’è stata una levata di scudi degli istituti meridionalisti. In particolare, il presidente di Svimez, Adriano Giannola, ritiene che, in base alle linee-guida del Recovery Fund, debba essere riconosciuto al Sud almeno il 60% delle risorse a disposizione dell’Italia proprio perché il divario con il Nord è stato riconosciuto tra i più ampi tra i Paesi europei. Il Governo precisa che i fondi destinati al Sud nei prossimi anni saranno più che sufficienti in quanto va considerato anche il Piano Sud 2030 e la programmazione dei fondi strutturali 2021/2027. Mai come in questa occasione, tuttavia, il problema non sta tanto nella quantità dei fondi messi a disposizione del Sud, quanto nella qualità dei progetti anche rispetto agli effetti che produrranno. Diventa fondamentale curare non solo il supporto alla progettazione, ma soprattutto il monitoraggio sul corretto utilizzo delle risorse. Bisognerà coniugare al futuro questo intervento straordinario che non a caso si chiama Next Generation. L’Europa ci chiede nuove politiche di sviluppo basate sull’innovazione digitale, sulla transizione ambientale e sull’eliminazione del divario Nord-Sud sia dal punto di vista infrastrutturale che nella fruizione dei cosiddetti diritti di cittadinanza: istruzione, sanità e mobilità. Nel Rapporto del G30 Mario Draghi spiega bene come per lo sviluppo servano uno sguardo lungo e progetti ad alto rendimento tali da giustificare l’investimento pubblico e garantire la crescita e la diminuzione del debito. Tuttavia, stando alla bozza del Piano italiano circolata nei giorni scorsi, sembrerebbe che ben pochi tra i progetti indicati possano garantire quei rendimenti elevati auspicati da Draghi. Intanto, buona parte dei crediti europei servirà a coprire programmi di spesa già esistenti, come nel caso della ferrovia Napoli-Bari, per liberare risorse nazionali già impegnate ed evitare un significativo aumento del debito pubblico. Rispetto ai nuovi investimenti, nella bozza circolata, si parla, per esempio, del potenziamento dei porti di Trieste e di Genova e non si fa cenno ai porti meridionali e alla funzione del Sud come grande piattaforma logistica integrata proprio quando, nel nuovo contesto internazionale, per l’Europa diventa fondamentale guardare al Mediterraneo. È scomparso dal dibattito il ponte sullo stretto di Messina che pure sarebbe utilissimo per estendere la rete alta capacità/alta velocità alla Calabria e alla Sicilia. L’Italia non eccelle nell’utilizzo dei fondi europei e le regioni del Sud hanno il dovere di fare autocritica per la gestione delle risorse comunitarie. Tuttavia la soluzione non può stare nella nomina dell’ennesima task-force nazionale che andrebbe a sovrapporsi all’Agenzia per la Coesione e alle strutture ministeriali. Il ministro Giuseppe Provenzano e il direttore di Svimez Luca Bianchi, in una pubblicazione del 2010 dal titolo Ma il cielo è sempre più su?, di fronte alla scarsa efficienza delle Regioni e delle amministrazioni centrali avevano suggerito una terza via: concordare con Bruxelles poche priorità da finanziare, definire obiettivi da raggiungere chiari e verificabili e accettare un sistema di valutazione indipendente, europeo. Già Carlo Trigilia, nel 2009, aveva invocato una Maastricht per il Mezzogiorno con un intervento su Il Mattino e considerazioni simili erano state espresse nel rapporto predisposto da Fabrizio Barca per la Commissione europea in vista della definizione della nuova politica di coesione per il post 2013. Quindi, per sfruttare al meglio i fondi europei stanziati per le prossime generazioni e provare a ridurre il divario Nord-Sud in un disegno unitario con una logica di sviluppo nazionale, bisogna ripensare il sistema di governance delle politiche pubbliche attraverso l’imposizione di vincoli esterni assai più stringenti che nel passato: occorre un rafforzamento della capacità di indirizzo e controllo da parte della Commissione europea sia nella fase di progettazione che in quella di monitoraggio della spesa.
TUTTI CON DE LUCA PER SCONGIURARE «IL FURTO AI DANNI DEL SUD». Giovedì 17 dicembre, ore 17. Il Sud s'è desto. La sommossa istituzionale contro la ripartizione dei fondi europei a fondo perduto diventa sempre più concreta. Michele Inserra su Il Quotidiano del Sud il 17 dicembre 2020. Giovedì 17 dicembre, ore 17. Il Sud s’è desto. Questa volta si fa sul serio, almeno così sembra dai buoni propositi. Lo sceriffo si è svegliato, detta la linea per il Mezzogiorno, si mette di traverso, contesta il governo e il suo partito, il Partito democratico, che supporta e sostiene il percorso politico dell’esecutivo nazionale. Così su invito del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, oggi si ritrovano i presidenti delle regioni meridionali per confrontarsi sul riparto nazionale dei fondi previsti nell’ambito del programma “Next Generation” che, secondo le ipotesi di governo, destina al Sud la misera quota del 34%: Marco Marsilio (Abruzzo), Vito Bardi (Basilicata), Nino Spirlì (Calabria), Donato Toma (Molise), Michele Emiliano (Puglia), Christian Solinas (Sardegna) e Nello Musumeci (Sicilia). De Luca sollecita i colleghi a fare fronte comune al di là dei partiti, per scongiurare “un vero e proprio furto ai danni del Sud” e contrastare le “inaccettabili ed estemporanee ipotesi di governance tecnocratica e centralistica”. Fanno benissimo adesso i governatori del Sud a “sposare” la campagna di questo giornale, condotta in assoluta solitudine e avallata dalle principali istituzioni economiche, statistiche e contabili della Repubblica italiana. Un sussulto di dignità per tutelare i diritti di cittadinanza delle proprie popolazioni affinché cessi lo sconcio della spesa storica e si riconoscano finalmente gli investimenti dovuti in sanità e scuola. Un cammino comune quello intrapreso dai governatori che ha ne Il Quotidiano del Sud-L’Altra voce dell’Italia la sua casa naturale per promuovere un atto istituzionale formale. La sommossa istituzionale contro la ripartizione dei fondi europei diventa sempre più concreta. Era l’ora, dopo un soporifero letargo delle istituzioni meridionali. «Gli Stati membri potranno beneficiare di un contributo finanziario sotto forma di un sostegno non rimborsabile. L’importo massimo per Stato membro sarà stabilito in base a un criterio di ripartizione definito. Tali importi saranno calcolati in base alla popolazione, all’inverso del prodotto interno lordo (Pil) pro capite e al relativo tasso di disoccupazione di ciascuno Stato membro». Alle pagine 8 e 9 della proposta di regolamento, il parlamento europeo fissa i paletti sui criteri di ripartizione delle risorse a fondo perduto del Recovery Plan. Sono tre gli indicatori: popolazione, tasso di disoccupazione e Pil pro capite. Dovranno essere destinate maggiori risorse a quei territori con più residenti, con maggiore disoccupazione e prodotto interno lordo inferiore. Seguendo i criteri Ue, il governo Conte deve investire per il Nord Italia il 21,20% dei 65,4 miliardi a fondo perduto previsti dal Piano nazionale ripresa e resilienza; il 12,81% deve andare al Centro e il 65,99% al Sud, ben oltre, quindi, il 34% previsto dal piano dell’Esecutivo nazionale. Quasi il doppio. Anziché 22,23 miliardi, quindi, al Sud dovrebbero andare 43,15 miliardi, una differenza di 20,9 miliardi; mentre al Centro-Nord, anziché 43,16 miliardi dovrebbero essere destinati 22,24 miliardi, secondo i criteri dell’Unione Europea. Un «vero e proprio furto in danno del Sud e delle sue Regioni» di fronte al quale «si rende urgente e necessaria un’iniziativa forte delle Regioni meridionali che devono ritrovare una comunità di visione e di azione, al di là delle rispettive collocazioni di schieramento politico» ha scritto De Luca nella lettera di invito ai colleghi. Un programma «imponente – spiega il governatore campano – che prevede l’impegno di ben 209 miliardi di euro, di cui 193 miliardi del solo Piano di Ripresa e Resilienza (Pnrr) , a loro volta divisi in 65,4 miliardi a fondo perduto e 127,6 miliardi a titolo di prestito da rimborsare. Risorse che l’Europa rende disponibili per un rilancio economico finalizzato, in primo luogo, a colmare il divario tra aree più sviluppate ed aree con Pil molto al di sotto della media europea e con più alto tasso di disoccupazione. Del resto, se l’Italia è il Paese cui è destinata la maggiore quota di risorse è proprio perché comprende una consistente area con tali requisiti di debolezza: il Mezzogiorno». Di tutto ciò, sottolinea De Luca, «non vi è traccia del dibattito politico di queste settimane, tutto incentrato su inaccettabili ed estemporanee ipotesi di governance tecnocratica e centralistica. Anzi, vi è di peggio. I criteri europei di riparto delle risorse sono totalmente occultati in tutti i documenti ufficiali. Da ultimo, è circolato un Piano del governo che capovolge i criteri europei e ripropone la banale distribuzione delle risorse fra Centro-Nord e Sud secondo un criterio esclusivamente demografico, cioè il contrario dei principi di coesione sociale e territoriale sanciti nel Trattato di funzionamento dell’Unione e nella nostra Costituzione». Ecco perché, secondo De Luca, «si prepara un vero e proprio furto in danno del Sud e delle sue Regioni. Solo per la parte a fondo perduto del Pnrr tale furto assomma a ben 20,92 miliardi di euro. Peraltro – prosegue De Luca – anche la ripartizione delle risorse nelle 6 missioni proposte dal Governo è davvero sconcertante. Basti pensare alla mortificazione di settori importanti, in particolare per il Sud, come la sanità, il turismo ed i servizi idrici. Si rende, pertanto, urgente e necessaria un’iniziativa forte delle Regioni meridionali, che devono ritrovare una comunità di visione e di azione, al di là delle rispettive collocazioni di schieramento politico. Se non avvertissimo con forza questa responsabilità comune non svolgeremmo il ruolo che le nostre comunità si attendono da noi tutti». Da qui la proposta, rivolta dal presidente della regione Campania ai governatori di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, di un incontro da remoto «per discutere insieme di questi temi e per definire le più opportune iniziative in ambito nazionale ed europeo». Plauso all’iniziativa Doriana Buonavita, segretaria generale della Cisl Campania. «Ci aspettiamo una forte sinergia fra tutte le regioni del Sud, che possano superare le legittime divisioni sul piano politico e trovare alleanze profonde, anche per dare un forte contributo nel ridisegnare politiche nuove per il Mezzogiorno e per il Paese». L’iniziativa intrapresa da De Luca è riuscita anche ad incassare il sostegno di Forza Italia nel consiglio regionale campano. «Ribadiamo al presidente De Luca – ha detto il capogruppo consiliare degli azzurri, Annarita Patriarca – la disponibilità da parte di Forza Italia a collaborare e a dare il nostro apporto in termini di progetti e azioni politiche. Questa è una battaglia comune, dell’intero Meridione, e per tale motivo siamo disposti ad affiancare il governatore affinché la Campania sia alla testa delle regioni del Sud per impedire quello che si configura come un furto ai danni del Sud». «Il Recovery fund è una occasione irripetibile per il Mezzogiorno di vedere ridotto il gap con le regioni del Nord – ha aggiunto – Per questo, non dobbiamo spaventarci di ingaggiare una battaglia per far arrivare al Sud il 70% dei fondi, e non il 34% come deciso dal Governo Conte, contravvenendo alle stesse disposizioni della Commissione europea». Gli fa eco l’europarlamentare forzista, Fulvio Martusciello. «La decisione del Governo di concedere al Sud solo il 34% dei 209 miliardi destinati al nostro Paese, contrariamente a quanto stabilito dalla Commissione Europea, cioè di assegnare al Mezzogiorno il 70% delle risorse del Recovery fund, è l’ennesima mortificazione che riceve il nostro Sud, dal Governo Conte – ha detto – questo ennesimo furto va bloccato. Bisogna invertire questa decisione inaccettabile del Governo e far in modo che il 70% dei fondi vadano al Sud non al Nord. La Campania e tutte le regioni del Mezzogiorno hanno bisogno di questi fondi. Ci batteremo fino alla fine coinvolgendo tutti i parlamentari affinché il Governo cambi questa sua assurda decisione». Fa la voce grossa anche Stefano Caldoro, il candidato alla presidenza sconfitto da De Luca alle scorse elezioni regionali. «Le risorse europee vanno destinate in maniera massiccia ed intelligente al Sud perché qui ci sono più margini di crescita per l’economia e perché i trasferimenti statali di spesa corrente, negli anni, hanno penalizzato le regioni meridionali – ha detto il capo dell’opposizione in Consiglio regionale della Campania». I motori sono caldi. Si parte, a difesa del Mezzogiorno.
CALABRIA SENZA SPERANZA. Emergenza Covid, siamo al punto di massimo tradimento delle istituzioni. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 7 novembre 2020. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministro della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid in Calabria e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Non sa che è commissario per la sanità in Calabria e ritiene che il ministero debba fare il lavoro suo. Non sa che è stato nominato commissario attuatore per il piano Covid. Non sa che tocca a lui fare il piano B. Non conosce il numero dei posti letto in terapia intensiva della Regione a lui affidata e chiede assistenza tecnica all’usciere del suo piano. Non sa probabilmente neppure come si chiama. Non abbiamo la minima idea di chi possa avergli dato le stellette di generale. Riteniamo un’offesa al decoro delle istituzioni avere nominato una persona così incompetente alla guida della sanità calabrese. Si chiama Saverio Cotticelli. Non può rimanere nemmeno un secondo di più seduto su quella poltrona perché la sua sola presenza può rappresentare un oltraggio alle donne e agli uomini della Calabria. Rimuoverlo da quella poltrona è obbligatorio ma resta una decisione tardiva che nulla toglie alle responsabilità di chi lo ha nominato e di chi lo ha fino ad oggi mantenuto in questo incarico. Siamo molto oltre la barzelletta di un generale chiamato da uno Stato patrigno a fare un mestiere che non conosce. Siamo al punto massimo di tradimento delle istituzioni quando si decide che alle ruberie della politica locale regionale, ai falsi in bilancio e alle corruttele delle aziende sanitarie, si deve aggiungere un altro stipendio pagato da tutti noi per non fare nulla. Anzi peggio. Per non leggersi neanche le carte che lo riguardano. Per cumulare debiti su debiti. Per aggravare ciò che nessuno riteneva possibile aggravare ancora di più. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministero della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Ministro Speranza, erano spariti tutti i manager di settore al momento della nomina di Cotticelli, c’erano disponili solo uomini dell’arma? E, soprattutto, che cosa ha fatto Lei da marzo a ottobre, forse era più urgente leggere le bozze del suo libro che occuparsi dell’emergenza sanitaria calabrese? Commissario Arcuri, possiamo ricordarLe che la Calabria fa parte dell’Italia e che doveva essere la prima delle sue preoccupazioni? Che cosa Le fa ritenere che dobbiamo sopportare ancora il peso della Sua tanto manifesta quanto presuntuosa incapacità? Per quanto vi possa apparire paradossale ci tocca addirittura assistere ad un Presidente facente funzioni della Regione, tale Nino Spirlì, che scopre che la sua Regione è finita in codice rosso, occupa le tv da mattina a sera ma non sa niente di quello che è avvenuto prima di lui e non trova mai un minuto per informarsi che l’attuazione del piano Covid non doveva farlo la Regione ma il commissario Cotticelli. Anche qui siamo alla farsa di una tragedia vera. La tragedia vera è che a ogni cittadino calabrese vanno 15,9 euro per investimenti fissi in sanità e a ogni cittadino emiliano-romagnolo ne vanno 84,4. La tragedia vera è che tutto ciò avviene da undici anni in un luogo nascosto della democrazia italiana che si chiama Conferenza Stato-Regioni dove, con il trucco della spesa storica, esistono cittadini di seria A e cittadini di serie B grazie a una solida alleanza tra la Sinistra Padronale tosco-emiliana e la Destra lombardo-veneta a trazione leghista. Siamo alla tragedia di un misfatto che si ripete nel silenzio complice di tutti senza che un solo presidente della Regione Calabria o di una qualunque delle Regioni del Mezzogiorno abbia ritenuto di sollevare il problema in quella sede o, meglio ancora, davanti alla Corte Costituzionale. Siamo nel caso della Calabria alla tragedia supplementare di uno Stato che subentra alla Regione nella gestione della sanità da oltre dieci anni per una serie di scandali che hanno riguardato le aziende sanitarie locali, ma riesce a fare peggio di chi li ha preceduti. Siamo allo Stato patrigno che non vede, non sente, non parla, e fa male. Molto male. Non ha consapevolezza o non vuole avere consapevolezza che con un finanziamento così ingiustificatamente ridotto non è possibile fare alcuna azione di risanamento e, tanto meno, di riorganizzazione e di sviluppo delle attività sanitarie. Lo Stato è fuori. Non ha la cassa. I soldi sono stati trasferiti alle Regioni e, come questo giornale documenta in assoluta solitudine da mesi e mesi, la ripartizione delle risorse di fatto non appartiene più alla potestà nazionale, ma all’arbitrio negoziale tra i Capetti delle Regioni che si sono autonominati “Capi di stato” e che hanno in mente loro una precisa gerarchia. Per cui gli “Stati” del Centro-Nord lombardo-veneto e dei “granducati” toscano e emiliano-romagnolo, quello piemontese di origine sabauda e la consorella Liguria che contribuiscono insieme al primo e al secondo posto alla realizzazione del deficit sanitario nazionale, sono tutti Stati di serie A, lo staterello calabrese può giocare al massimo la sua partita nei campionati minori. Il finale di questo circolo perverso di un Paese che è diventato terra di nessuno, dove non si sa più chi comanda, dove non si sa chi decide, dove tutto è opinabile, è che una regione come la Calabria dove il tasso di contagio non è per fortuna esploso, deve subire la beffa di finire in codice rosso come regioni infinitamente più foraggiate dallo Stato (Lombardia e Piemonte) che hanno tassi di contagio infinitamente superiori, per la semplice ed esclusiva ragione che non è stata messa nelle condizioni di assicurarsi un livello di protezione ospedaliera adeguato. Il finale di questa maledetta storia italiana che ne fotografa le ragioni profonde della sua crisi strutturale è che un’economia già in ginocchio come quella calabrese viene rasa al suolo non perché c’è una pandemia globale, ma per colpe che non appartengono a questa comunità. Che cosa hanno fatto, mi chiedo, le donne e gli uomini della Calabria per meritarsi un tale trattamento di “riguardo”? Ma vi rendete conto a quali abissi di irresponsabilità ci ha condotto il federalismo incompiuto all’italiana che mette insieme il miope egoismo del Nord e la rassegnazione al degrado del Sud? Lo ripetiamo come un disco incantato ogni giorno, ma se non si mette mano con urgenza immediata alla riforma dello Stato e della sua macchina amministrativa, non abbiamo speranze. Se non si restituisce allo Stato ciò che è dello Stato, se non la smettono i Capetti delle Regioni di muoversi come Capi di Stato ombra, non solo non supereremo la crisi terribile del Covid ma faremo lentamente precipitare il Sud intero nella povertà e il Nord intero in un regime di sudditanza coloniale tedesca e francese come subfornitori di industria e di finanza. Nel frattempo c’è una sola realtà che riguarda i cittadini calabresi. Che hanno visto aumentare, di addizionale in addizionale, le loro tasse per coprire i buchi della sanità. Cioè per non avere nulla. Come dire: “stracornuti e stramazziati”. Questa realtà fa paura.
Andrea Bassi per “il Messaggero” il 6 novembre 2020. Un miliardo di euro. Sull'unghia. Mentre il resto del Paese arranca tra la pandemia e la crisi economica, c' è un pezzetto d' Italia che può viaggiare su un binario parallelo, più veloce. O, se si vuole, in un' altra classe. Migliore ovviamente. Basta prendere le parole spese dal ministro delle infrastrutture, Paola De Micheli, che con un entusiasmo che stride con il momento, ha celebrato la sua decisione di firmare il decreto che finanzia con il suddetto miliardo le infrastrutture lombarde in attesa delle Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. «Faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale - è stata la spiegazione della ministra - a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e anche un miglioramento competitivo per le imprese». Che va bene. Chi prospera ha diritto di stare meglio. Anche se a Milano non si scierà, perché montagne e piste non ce ne sono. Ma nemmeno si può sorvolare sul fatto che, ancora una volta, il governo ha deciso di sostenere la parte più ricca del Paese a scapito del Sud. Quelle stesse Regioni settentrionali che sono state, come ha appena sottolineato la Banca d' Italia nel suo studio sulle economie regionali, la culla della recessione italiana. Recessione la cui onda d' urto, tuttavia, ha spiegato sempre via Nazionale, ha messo al tappeto soprattutto le famiglie del Centro-Sud. Basta pensare alla crisi nera del turismo, o all' ecatombe dei lavoratori a termine e stagionali concentrati soprattutto nelle Regioni meridionali. Il punto sta proprio qui. Nel continuare a pensare, erroneamente, solo alla presunta locomotiva, mentre i vagoni deragliano. La prova? Proprio mentre la ministra De Micheli celebrava il decreto pro-Milano, il governo ha preso una decisione controversa, immediatamente contestata dagli interessati: dichiarare il lockdown di una regione, la Calabria, non perché i contagi sono fuori controllo, ma perché se lo fossero, avrebbe un sistema sanitario talmente disastrato da non poter reggere l' onda d' urto. Insomma, lo stesso governo che ha trovato un miliardo per i giochi invernali del 2026, ha alzato le mani davanti al disastrato sistema sanitario calabrese, scegliendo la via più semplice: la chiusura. Con le pesanti conseguenze economiche che questo comporta per un territorio che ha il reddito medio più basso d' Italia: solo 15.430 euro contro gli oltre 25.600 euro della Lombardia. La colpa, si potrebbe obiettare, è in fin dei conti della stessa classe politica. La sanità calabrese è da oltre 10 anni commissariata con lo scopo di ripianare il debito. Solo che lo stesso debito, da quando la Regione è sottoposta al piano di rientro, è passato da 150 milioni a quasi 1 miliardo. E ora il commissariamento è stato allungato di 3 anni. Il vero problema è che l' unica ricetta messa in campo sono stati tagli ai posti letto e agli ospedali. Il risultato è che i commissariamenti non hanno aiutato la Calabria a migliorare il sistema sanitario e se oggi si ritrova zona rossa è più per la fragilità della rete degli ospedali e del tracciamento che per una reale esplosione del contagio. La debolezza del sistema sanitario calabrese negli anni è anche stata accentuata dall' effetto perverso del mancato rilancio, perché i cittadini cercano assistenza in altre regioni. Secondo un report della Fondazione Gimbe, diffuso a settembre, la Calabria ha uno dei saldi peggiori nel calcolo che valuta la mobilità attiva e passiva: 287,4 milioni di euro che finiscono soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana dove i calabresi sono costretti ad rivolgersi per curarsi a causa delle carenze della sanità locale povera di investimenti. Difficile che si possa uscire da questa situazione senza un vero intervento emergenziale che possa contare su finanziamenti straordinari cospicui. Magari gli stessi assegnati per rifare le strade lombarde in vista delle olimpiadi. Anche perché, se da un lato non si possono nascondere le responsabilità politiche, dall' altro il sistema sanitario calabrese è andato in difficoltà, come altri del Mezzogiorno, anche per i criteri di riparto del fondo sanitario che per anni hanno premiato le regioni settentrionali. Alla Calabria, con quasi 2 milioni di abitanti, sono stati destinati soltanto 3,6 miliardi. Dunque, 1.800 euro pro capite contro i 1.916 destinati alla salute di un cittadino del Friuli o, ancora, i 1.935 impiegati per un piemontese. Un meccanismo che, secondo la Corte dei Conti, ha portato a una distribuzione sbilanciata verso il Nord delle risorse. Dal 2012 al 2017, nella ripartizione del Fondo sanitario nazionale, sei regioni settentrionali hanno visto aumentare la loro quota mediamente del 2,36%; mentre altrettante regioni del Sud hanno visto lievitare la loro parte solo dell' 1,75%: significa più o meno 1 miliardo in meno in 5 anni. Proprio la stessa cifra destinata ai giochi del 2026.
ITALIA TERRA DI NESSUNO. Siamo al punto finale di un Paese che si crogiola nell’eccesso di debito e nella carenza di Stato. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 5 novembre 2020. Lo Stato patrigno si permette di dare 84,4 euro pro capite a un cittadino emiliano-romagnolo e 15,9 euro a un cittadino calabrese di investimenti nella sanità come se nulla fosse, e poi che fa? Arriva a chiudere la regione, che lo Stato ha commissariato da dieci anni e che i tedeschi hanno indicato come zona meno infetta, perché non ha nulla o quasi per proteggersi sul piano sanitario. Praticamente stracornuti e stramazziati. Otto mesi fa il commissario Arcuri la conosceva o no la situazione delle terapie intensive della Calabria? Che cosa hanno fatto lui e Speranza per acquistare posti letto e prepararsi alla seconda ondata? Stracornuti e stramazziati. C’è un punto dell’Italia dove il Paese Arlecchino dei Capetti Regionali che danno ai ricchi e tolgono ai poveri e il rigore ottuso di ragionieri ministeriali graduati con le stellette e muniti di poteri commissariali, possono decretare la morte sanitaria, economica e civile di una intera nazione. Benvenuti in questa terra di nessuno che non è solo la Calabria ma l’Italia dove non si capisce più chi comanda e tutti i poteri istituzionali non sono impegnati a fare ma piuttosto a fare molto perché nessuno di loro faccia qualcosa dentro un inverecondo scaricabarile di responsabilità. Benvenuti nel pezzo estremo di questa terra di nessuno dove aziende sanitarie che non presentano bilanci e altre accusate di infiltrazioni della criminalità organizzata hanno portato giustamente al commissariamento della sanità regionale senza che questo abbia migliorato di fatto qualcosa. Perché tra un piano di rientro e l’altro dello Stato patrigno e un taglio alla fonte di investimenti fissi in sanità che permette di dare 84,4 euro pro capite a un cittadino emiliano-romagnolo e 15,9 euro a un cittadino calabrese come se nulla fosse, l’unico risultato possibile è che si arrivi a chiudere la Regione che i tedeschi hanno indicato come zona meno infetta perché non ha nulla o quasi per proteggersi sul piano sanitario. Chiudendo la Calabria peraltro, forse, metti ulteriormente in crisi anche il livello sanitario, ma soprattutto riconosci che hai un deficit patologico strutturale e che tu Stato patrigno non hai fatto nulla per risolverlo. Otto mesi fa, commissario Arcuri, la conosceva o no la situazione delle terapie intensive della Calabria? Sì o no? Che cosa ha fatto per acquistare posti letto e prepararsi alla seconda ondata? Otto mesi otto: che cosa ha fatto lei, lo Stato, i suoi commissari sanitari perché la Calabria venisse prima di tutti in quanto partiva da più indietro di tutti e non ha più potestà regionali in materia? Che cosa ha fatto per fare capire ai commissari che l’equilibrio finanziario che prevede la morte del paziente non guarisce la sanità, ma condanna un popolo intero al turismo sanitario e la sua economia alla disfatta? Che cosa può avere spinto a trattare il Piemonte, principale responsabile del deficit sanitario nazionale, meglio della Puglia o la Liguria, corresponsabile con il Piemonte dello stesso deficit, meglio della Sardegna? Perché mai tutti questi soggetti regionali che hanno sempre avuto di più della Calabria sono trattati meglio anche in piena Pandemia? Quale logica si è voluto seguire? Ci troviamo di fronte al paradosso che le Regioni pluriforaggiate dalla spesa pubblica e con un accesso al capitale privato molto più elevato diventano zona rossa (Piemonte e Lombardia) perché nonostante tutte le risorse di cui ingiustificatamente beneficiano non sanno fare prevenzione e hanno tassi abnormi di contagio. Viceversa le Regioni svantaggiate come quella calabrese che hanno comunque un basso tasso di contagio devono chiudere ciò che resta della loro economia e della loro vita sociale. Perché prima il federalismo della irresponsabilità li ha privati dei diritti di cittadinanza sanitaria e scolastica e poi perché uno Stato patrigno – che indossa l’abito dei commissari-ragionieri e di quello all’emergenza affetto da acuto strabismo nordista – fa strame non delle sue pretese ma dei suoi più elementari diritti. Come si spiega, commissario Arcuri e ministro Speranza, questa insopportabile differenza tra Centro-Nord e Sud anche nella ripartizione degli interventi di emergenza? Perché si comprano più letti di terapia intensiva per una parte rispetto all’altra? Siamo, forse, al punto finale di un Paese che si crogiola da troppo tempo nell’eccesso di debito e nella carenza di Stato come ammonivano molto tempo fa in un libro famoso (L’economia italiana, edizioni il Mulino) Ignazio Visco e Luigi Federico Signorini. Questo tentativo lombardo di buttarla tutta in politica è deplorevole anche se il Governo deve essere in grado di fornire tutte le spiegazioni necessarie per capire bene come funzionano i criteri uguali per tutti. Un punto importante dell’Italia di oggi è quello di decidere i progetti a partire dalla sanità e, ancora di più, l’esecuzione dei progetti individuati come cruciali dalle strutture con team motivati. Non siamo in grado di avere una capacità di intervento pubblico strutturale, ma solo congiunturale che fa crescere il debito. Questa situazione è frutto anche della cattiva disposizione dei politici nei confronti di chi lavora nelle amministrazioni pubbliche dei ministeri e nei governi regionali e dal loro conseguenziale, progressivo scadimento, ma ancora prima da un assetto istituzionale che è fatto apposta per non decidere e aumentare gli squilibri territoriali. Per questo mi viene spesso di pensare che solo l’Europa potrebbe liberare il Mezzogiorno dallo Stato patrigno e dai feudatari regionali del Nord che hanno messo le mani sulla cassa da dieci anni in qua e non la mollano più. Il ministro Speranza è molto preoccupato per la salute della Calabria, apprezziamo la sua preoccupazione, ma farebbe bene a chiedersi che cosa ha fatto lui e che cosa hanno fatto i suoi collaboratori da otto mesi in qua per la Regione Calabria.
LO STATO IN TERAPIA INTENSIVA. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 6 novembre 2020. Con questo groviglio di poteri di veto e venti “capi di Stato” ombra, uno per Regione, il Paese non ce la fa. Se non si torna a dare allo Stato quello che è dello Stato non si va da nessuna parte. Anche se nessuno ve lo dirà mai ufficialmente non si chiude tutto come è stato fatto a marzo perché lo Stato italiano non ha i soldi per risarcire tutti. Ma la fiducia si è esaurita e nessuno è più disposto ad attendere. Uno Stato dove nessuno è in grado di imporre un ordine. Che dipende al 100% dai soldi della Banca Centrale Europea. Uno Stato che è tenuto in vita da quegli acquisti che dureranno a lungo, ma sapendo che senza di essi fallisce un minuto dopo. Siamo al Pandemonium italiano. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Le Regioni messe in codice rosso vivono una misura sanitaria come un fallimento politico. Altre Regioni messe in codice giallo esigono il codice rosso. Altre regioni finite nel codice arancione reclamano il giallo. Tutti la buttano in politica. Tutti straparlano. Tutti quelli che straparlano hanno fatto poco e male. Non è da meno il governo. Che arriva tardi, sei giorni dopo e senza soldi. Che arriva male e, cioè, dopo avere bruciato credibilità e gran parte degli effetti concreti delle nuove restrizioni per essersi rinchiuso in un conclave eterno allo scopo di strappare un consenso impossibile su una regola comune ai “padroni d’Italia” che sono i Capetti delle Regioni del Nord. Non si può chiedere alla Conferenza Stato-Regioni, dove la regola è l’arbitrio e dove è morto per miope egoismo lo spirito unitario del Paese, che improvvisamente approvi una regola uguale per tutti. Una regola che prevede parametri uguali per i cittadini lombardi e campani o per i cittadini emiliano-romagnoli e quelli calabresi. Al massimo, come è accaduto, questa regola comune si può solo imporla. Perché è l’esatto opposto di quello che ha fatto fino a oggi la Conferenza Stato-Regioni da sempre saldamente nelle mani della Sinistra Padronale tosco-emiliana e della Destra lombardo-veneta a trazione leghista in combutta tra di loro. Sapete che cosa vuol dire tutto ciò? Che non è vero che è stata tagliata la sanità come si sente dire in giro perché nel lungo termine la spesa è cresciuta mediamente del 3,5 % l’anno. Chi lo sostiene dice una balla e lo fa per nascondere i trasferimenti indebiti alle Regioni del Nord. Chi invece dice che le Regioni del Sud hanno subito un taglio drastico soprattutto nelle assunzioni non dice una balla. Questa è la sacrosanta verità. Ergo: quando la Pandemia era solo nelle regioni del Nord si soffriva molto, ma si poteva immaginare di resistere per gli ingenti trasferimenti avuti e il tasso presunto di organizzazione, ora invece che la Pandemia è anche al Sud si sente sulla pelle delle persone il morso di quei tagli ingiusti. Al punto che con i parametri comuni adottati devi chiudere la Calabria che ha un contagio leggero e, quindi, sei costretto a uccidere un’economia in ginocchio non per colpa delle pandemia, ma per colpa di un sistema sanitario che non è in grado di affrontare l’emergenza per almeno due ragioni. La prima: è stato spoliato ingiustificatamente di risorse dalla ripartizione incostituzionale tra le Regioni che lede i diritti di cittadinanza della comunità calabrese nel silenzio complice dei suoi amministratori. La seconda: perché, una volta commissariata la sanità regionale per scandali veri e presunti, si è deciso di affidarne la gestione a uno Stato Patrigno che non ha saputo fare altro che tagliare, tagliare, tagliare, con criteri ragionieristici. Questo significa abolire il Mezzogiorno e, di fatto, l’Italia. Questo significa, di fatto, dire ai calabresi che sono penalizzati due volte fino all’inverosimile. C’è una verità più profonda, però, che nessuno dice. Siamo dentro un pasticcio di Stato che non ha precedenti. Perché c’è un sistema istituzionale dilaniato dal federalismo dell’irresponsabilità. Perché in cassa non c’è più un euro nonostante le balle che abbiamo raccontato sulla ripresa portentosa italiana unica al mondo e sui soldi europeiche arriveranno ma non ora. Se fai un decreto di cosiddetti ristori per un paio di miliardi fai una scelta assolutamente sottodimensionata. Anche se nessuno ve lo dirà mai ufficialmente non si chiude tutto come è stato fatto a marzo pur avendo dati peggiori di marzo, perché lo Stato italiano non ha i soldi per risarcire tutti i soggetti economici di cui decreta la cessazione delle attività e dare quindi a loro tutto ciò che è dovuto. Non ha tutta la cassa che serve per impedire che la tensione sociale già esplosa incendi l’intero Paese. Siamo davanti a un Paese sfibrato che va in piazza. La gente non è più disposta come la prima volta a eseguire l’ordine alla cieca. Per questo hanno chiuso i negozi di vestiti, i bar, i ristoranti, questo e quello, ma non hanno toccato l’altro lavoro, almeno per ora ci provano. Affrontiamo la seconda ondata della più grande crisi sanitaria globale e conseguentemente del nuovo ’29 mondiale con un dpcm post-datato e un governo che non ha o, peggio, addirittura non può avere la mano ferma sulla leva di comando perché il sistema Italia si è infilato con le sue mani in un tunnel di egoismi da cui sarebbe stato difficile vedere la luce anche senza Covid. Figuriamoci oggi che tutto congiura contro. Per almeno tre motivi. Punto uno. Tutti hanno capito che i soldi veri non ci sono. Per cui se io faccio il barista e devo morire perché né Governo né Regione hanno risorse reali per me, allora io combatto come un pazzo con tutti i mezzi possibili perché non sono disposto a morire. Punto secondo. L’inefficacia evidente dei risarcimenti della prima ondata di modesta entità arrivati tardi o mai rende tutti diffidenti. La fiducia si è esaurita e nessuno è più disposto ad attendere. I proclami ripetuti di ottimismo fuori dalla realtà del ministro Gualtieri sono miscela esplosiva. Punto terzo. Ci è toccata anche la peggiore opposizione europea che ha sbagliato toni e comportamenti fin dal primo momento. Soffia sul fuoco e si salda con il protagonismo inconsulto dei Capetti delle Regioni. Quando la curva dei contagi si aggraverà ancora e il morso della fame supererà il livello di guardia i Capi delle opposizioni sovraniste e i governatori che fanno oggi le star non sapranno dove andare a nascondersi. Forse, a questo punto, è più chiaro a tutti perché si fa fatica a capire chi ha la forza, l’autorità e i soldi per imporre quella disciplina civile che abbiamo visto esprimersi a marzo e che si è rivelata fino a oggi l’unico modo per ridurre i contagi. Perché si fa fatica a capire se chi ha la regia della politica economica ha o non ha il controllo della barra e del motore per condurre la barca italiana fuori dagli scogli dove marosi mai visti la hanno scagliata. Con questo groviglio di poteri di veto e venti “capi di Stato” ombra, uno per Regione, che si fanno belli con i soldi degli altri, il Paese è destinato a uscire dal novero delle grandi economie industrializzate e la Depressione mondiale può solo accelerare il processo. Questo giornale in assoluta solitudine, dal suo primo giorno di uscita un anno e mezzo fa, sostiene che se non si esce dal federalismo dell’irresponsabilità e non si torna a dare allo Stato quello che è dello Stato non si va da nessuna parte. Se ci fosse la politica con la P maiuscola avrebbe la doppia consapevolezza della gravità del momento globale e della gravità del momento italiano. Il frastuono dei Capetti e dei loro piccoli e grandi sponsor non impedirebbe a quella Politica di metterli a posto.
I CALABRESI PAGANO TANTO PER LA SANITÀ. RICEVONO NULLA E I SOLDI VANNO AL NORD. Dieci anni di burocrazia e commissariamenti, di piani di rientro e scontri furibondi. Velerio Panettieri su Il Quotidiano del Sud il 6 novembre 2020. La Calabria non è in zona rossa da oggi, lo è da almeno dieci anni. Dieci anni di burocrazia e commissariamenti, di piani di rientro dal debito sanitario e scontri furibondi tra politica e tecnici. Di decreti speciali rinnovati ogni diciotto mesi e una gestione della burocrazia sanitaria impossibile da controllare. Non è una questione di contagi (che ci sono e preoccupano), o il problema del controllo dei tracciamenti e del numero di posti letto che non soddisfa neanche gli standard basilari dettati dal ministero della Salute. Tutto questo è una conseguenza, un problema radicato dietro le cifre ragionieristiche, i tagli lineari che hanno chiuso reparti e interi ospedali nel corso di un decennio e mandato a casa 3mila 700 operatori sanitari che non sono mai stati rimpiazzati per effetto del blocco del turnover imposto dallo stesso piano di rientro dal debito sanitario. La Calabria è un buco nero se si guarda ai conti: lo è per l’emigrazione sanitaria, che genera un saldo negativo allo stato attuale fermo sui 278 milioni di euro. Milioni che la Calabria paga ad altre regioni. Lo è perché due aziende sanitarie, quella di Catanzaro e Reggio Calabria sono state sciolte per infiltrazioni mafiose, per una gestione assurda degli appalti sanitari affidati a ditte in chiaro odore di mafia, per le doppie e triple fatture pagate ai privati e la contabilità creativa che ha generato mostri, per anni di bilanci mai presentati che hanno generato milioni di euro di debito. Lo è per un’altra azienda, la più grande di tutte, che da anni si ostina a non presentare neanche un bilancio. Solo a Reggio Calabria il volume dei contenziosi sfiora un miliardo di euro. Tutto messo nero su bianco dalla commissione prefettizia che in questo momento sta reggendo l’Azienda sanitaria provinciale. L’ultima rilevazione sul crack finanziario della sanità calabrese ha certificato un debito di 200 milioni di euro circa, parte del quale non risulta coperto né dal fondo sanitario nazionale né dall’aumento progressivo del gettito fiscale Irap e dall’addizionale Irpef, altra conseguenza puramente punitiva per non essere stati bravi a fare i conti a casa. E poi ci sono i livelli essenziali di assistenza. In Calabria sono sotto soglia da tempo, a gennaio 2020 finalmente abbiamo raggiunto la soglia dei 162 punti. Una soglia basata su 33 indicatori che raccontano lo stato della sanità in Calabria dai ricoveri agli screening oncologici, passando per l’assistenza alle fasce più deboli. E il fatto che negli anni siano piombati da ministero dell’Economia e della Salute una marea di commissari non ha cambiato le carte in tavola. Perché è la ricetta ad essere sbagliata: investimenti ridotti all’osso e politica al risparmio. È innegabile che lo strumento del commissariamento dopo oltre dieci anni, non abbia prodotto i risultati sperati. Men che meno adesso che la regione si è trovata in mezzo ad una pandemia. L’ultima riunione interministeriale con l’attuale commissario, il generale Saverio Cotticelli, è finita letteralmente in un bagno di sangue. Una resa dei conti nei confronti dello stesso commissario che non avrebbe fatto quello per il quale era stato mandato da queste parti. Il debito è fermo sui 200 milioni di euro, non tutto coperto dall’aumento delle tasse. E qui la beffa è doppia: i calabresi pagano tanto per la sanità, ma ricevono sostanzialmente poco o nulla. E tutto è anche frutto di una reiterata politica predatoria e clientelare che ha interessato tutti i colori politici per oltre un decennio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ospedali che chiudono reparti per giorni perché non funziona un ascensore, strutture con 2,5 posti letto ogni 100mila abitanti, ben al di sotto di qualsiasi media nazionale e ritardi sul pagamento dei fornitori che superano ampiamente i tre anni. Il punto è tutto qui, non sono le eccellenze mediche a mancare in Calabria, spesso infilate in scenari di vera e propria guerra, c’è uno sperpero continuo di risorse e una burocrazia tremenda che tutto fagocita. Anche la nuova proroga al decreto Calabria, che dovrebbe consegnare ulteriori poteri al prossimo commissario (Cotticelli ha già annunciato le sue dimissioni) non fa dormire sonni tranquilli. Ma da questo labirinto del Minotauro fino ad oggi nessuno è riuscito a trovare una via d’uscita.
Faide tra Regioni e veti surreali fanno deragliare il treno Italia. Claudio Marincola il 21 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. C’è un mistero che mette una contro l’altra due regioni del Sud. Che fine ha fatto il Fratino? Chi l’ha fatto scomparire? Perché questo volatile dagli occhi marroni e il becco nero non nidifica più in quello che fine a qualche tempo era il suo habitat preferito? Sembrerebbe una questione prevalentemente ornitologica, ma non lo è. L’uccellino, dalle piume grigio cenere, è lungo appena 16 cm ma non sa di portare sulle ali una grande responsabilità: da anni fa litigare Molise e Puglia. È una specie protetta. In tutti i sensi. Blocca la realizzazione dell’Alta capacità ferroviaria adriatica, una delle 130 opere infrastrutturali, una di quelle opere che secondo il governo andrebbero fatte subito, senza perdere un solo minuto.
IL COLPO DI SCENA. È invece notizia di 40 giorni fa che la valutazione di impatto ambientale del ministero dell’Ambiente ha dato parere negativo. Quello che non si sapeva è che è bastato un solo voto contrario. Quello del segretario della commissione, l’avvocato romano Sandro Campilongo, esperto di diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto amministrativo e civile. Uno di che di volatili ne sa poco o niente. Era tutto pronto. Costo: circa 500 milioni di euro. Raccolti i pareri, appaltati i 14 chilometri della tratta pugliese, un bando da 106 milioni di euro. Mancava solo il via libera agli altri 20 km in territorio molisano per completare il raddoppio della Termoli-Ripalta, una tratta in cui da sempre si viaggia su binario unico. I finanziamenti ci sono. Il cronoprogramma Rfi si sarebbe concluso nel 2022. C’era l’ok della Ue per inserirlo nel quadro dello Spazio unico ferroviario e il sì di tutti gli altri ministeri interessati. Aprire quel corridoio avrebbe effetti benefici sul turismo e anche per il trasporto merci, che in questo modo verrebbe trasferito su ferro alleggerendo l’autostrada da Tir e bisonti. Per il via libera mancava solo la valutazione sull’impatto che la ferrovia avrebbe avuto sull’ambiente avifaunistico. In quel tratto i binari potrebbero infatti disturbare il Charadrius Alexandrinus, un migratore euroasiatico che viene a svernare al Sud. Stesso dicasi per un’altra specie dai colori più vivaci, la ghiandaia marina che ha la coda blu e riflessi verdastri.
L’UCCELLO FANTASMA. Qualcuno nel frattempo si è preso però la briga di esplorare in lungo e in largo la zona interessata dal progetto per trovare tracce di questi nidi. Steli, paglia, radichette. Appostamenti tra la vegetazione, sabbia e sassi, fenditure di rocce. C’è chi ha provato persino con i richiami: «Zit, tziu, tzi, zi, zirr…». Del Fratino nessuna traccia. Il parere del ministero, arrivato con 90 giorni di ritardo, ha gelato le aspettative di sviluppo e collocato l’opera su un (doppio) binario morto. Un’opera considerata strategica boccata perché, come si legge nel dispositivo della commissione, 70 pagine di valutazioni e studi molto accurati, «manca la caratterizzazione qualitativa e quantitativa della fauna nidificante e la sua distribuzione nell’area di intervento». Nel frattempo, però, in quella specifica zona il Fratino e la Ghiandaia (Coracius Garrulus), sono scomparsi. Chi li ha visti? Che fine hanno fatto? «Il Fratino è una specie dunale e nidifica sulla spiaggia, non arriva mai oltre la pineta – ha dichiarato al sito primonumero.it Nicola Morante, presidente del Gruppo ornitologico molisano che da 40 anni frequenta la zona e conosce quel territorio come le proprie tasche – Il Fratino non è mai stato disturbato nemmeno dalla linea attuale, ben più vicina alla spiaggia di quella che si dovrà fare e che corre a 300 metri dall’arenile nella zona a sud di Campomarino, all’altezza del Saccione, e in alcuni punti a sole poche decine di metri dalla spiaggia”. Anni e anni di progettazioni, studi, ricerche e lavori buttati per il fantasma di un uccello che non c’è e se c’è vola indisturbato, innocuo, accanto alla ferrovia. Una storia di veti incrociati, di ostruzionismo tra Regioni. Di cavilli. I tecnici del ministero non avrebbero, tra l’altro, raccolto alcun parere scientifico in materia di ornitologia. Con il risultato che ora un uccellino fantasma blocca un’opera considerata strategica e di interesse nazionale anche dal ministro della Cultura e del turismo, Dario Franceschini.
UN SOLO NO CONTRO 30 SÌ BLOCCA TUTTO. Il Fratino: siamo sicuri che la questione ambientale non sia solo un pretesto? Il presidente della Regione Molise, Donato Toma, eletto nelle file del centrodestra, prende un impegno: «È impossibile che ogni volta che insorge un problema ambientale ci fermiamo. E una volta un uccello, un’altra una formica… serve uno sviluppo che sia sostenibile. Noi il fratino lo abbiamo sulle dune di Termoli e lo tuteliamo. Ho già programmato una giunta politica con il mio dirigente alle infrastrutture per convocare un tavolo e invitare Rfi. Vogliamo trovare un soluzione per riuscire a realizzare il raddoppio ferroviario». Ma chi è che non vuole il completamento della linea? Tanto più che, a parte il segretario Campolongo, l’intera commissione ministeriale Via e Vas, compreso il presidente, l’ingegner Guido Monteforti Specchi, aveva dato parere favorevole: 30 sì contro un solo no non bastano a togliere il freno. «È un’opera strategica non solamente per il Mezzogiorno, ma per tutto il Paese – sostiene l’assessore ai Trasporti della Regione Puglia, il dem Giovanni Giannini, in questi giorni in piena campagna elettorale – realizzarla vorrebbe dire completare un lavoro iniziato con l’innalzamento della galleria di Cattolica per consentire il passaggio dei grandi container e raggiungere in quella tratta i 200 chilometri orari. Il Molise ha preteso e ottenuto di trasferire la linea accanto all’autostrada e ora tutti gli ostacoli si potrebbero superare».
MANDIAMO A CASA I PREDONI. Roberto Napoletano il 19 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. Avviso ai naviganti. Non è possibile fare una legge dove è scritto che la crisi economica è vietata per legge. Si possono vietare per un po’ i licenziamenti, ma non si può impedire all’infinito alle aziende che non hanno più commesse di chiudere le loro attività. I consumi sono crollati ai livelli di venticinque anni fa e sono quasi tutti assorbiti dalle cosiddette spese obbligate. In silenzio hanno tirato giù le loro saracinesche per non riaprirle più da un capo all’altro del Paese troppi commercianti e artigiani. Precipita inascoltato e abbandonato negli abissi della Grande Depressione quel pezzo di economia di mercato del Mezzogiorno che era rimasto comunque in vita nonostante uno Stato che ha fatto figli e figliastri nella spesa per infrastrutture e nella spesa sociale e un accesso al credito di fatto negato. Diciamo le cose come stanno. La Grande Illusione sovranista italiana che ha costretto il Paese a pagare un conto superiore a quello dei danni prodotti da una terza guerra mondiale persa sull’altare delle due grandi crisi globali – finanziaria e dei debiti sovrani – ha radici uniche nel panorama europeo e mondiale. Sono le radici di un regionalismo predone che ha fatto crescere nei territori padani la mala pianta di un egoismo miope che ha aumentato il peso delle clientele e dell’assistenzialismo in economia mettendo fuori mercato la grande impresa privata e allargando a macchia d’olio la penetrazione della criminalità organizzata e della mafia imprenditrice endogena in settori sempre più vasti come smaltimento rifiuti, movimento terra, sanità, turismo, piccolo e grande commercio. Questo Paese Arlecchino dei mille conflitti di interessi territoriali non regge più e ci espone al ridicolo. Tutte le potestà legislative sono concorrenti fino alla paralisi. Il ricco è sempre più ricco e il povero sempre più povero, senza rendersi conto il primo che l’eccesso di povertà a cui il suo egoismo condanna il secondo alla lunga farà diventare lui stesso povero. Dai tamponi alle discoteche per prendere la più banale delle decisioni ci vogliono i tempi di una guerra punica moderna. Le decisioni puntualmente impugnate davanti al primo giudice che si incontra per strada arrivano quando metà del disastro è già avvenuto. A fare in modo che anche l’altra metà si realizzi ci pensano strutture amministrative, sanitarie, aeroportuali che non riconoscono l’autorità dello Stato e sono la degna espressione della peggiore burocrazia mondiale che è quella delle Regioni e delle società da esse controllate con primati sorprendentemente irraggiungibili in Lombardia, come dimostrano gli ultimi casi di Orio al Serio e di Malpensa. Parliamoci chiaro. Un cittadino lombardo riceve come spesa sanitaria pro capite 2533 euro e un cittadino emiliano-romagnolo 2142 contro i 1593 della Campania e i 1701 della Sicilia. Sono i dati del settore pubblico allargato del 2018 elaborati dai conti pubblici territoriali a prezzi costanti del 2015. Con gli stessi indiscutibili criteri sempre pro capite un cittadino emiliano-romagnolo riceve 2069 euro per le reti infrastrutturali, un cittadino lombardo 1946 e un cittadino campano 731. Sono i numeri, una minima parte, del regionalismo predone all’italiana. Fino a quando il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Bonaccini, non risponde in Parlamento di queste vergogne civili, non rimuove tali vincoli che sono macigni sulla competitività del Nord e del Sud del Paese, e soprattutto continua a scappare dal suo dovere costituzionale di varare i fondi di perequazione sociale e infrastrutturale ordinati dalla legge Calderoli del federalismo fiscale del 2009, non potrà mai aspirare alla guida del Partito democratico ma bensì della rediviva Lega secessionista del primo Bossi. Farebbe bene nel frattempo a non chiedere più l’autonomia ma l’indipendenza degli emiliano-romagnoli, come dice lui, magari insieme ai suoi “compagni di merende” lombardi. Questo sistema perverso e iniquo inizia e conclude il problema competitivo italiano. Perché ha azzerato la spesa per infrastrutture e tagliato brutalmente quella sociale al Sud portando il reddito pro capite dei suoi cittadini alla metà degli altri due terzi del Paese. Perché ha riempito di droga assistenziale il Nord privandolo del suo primo mercato di esportazioni che sono i consumi del Mezzogiorno e ha di fatto convertito all’assistenzialismo e ai vizi della rendita pubblica settori sempre più vasti dell’impresa privata. Che, non a caso, è deceduta alla voce grande impresa, se la passa non bene alla voce media impresa, soffre terribilmente alla voce piccola impresa. Facciamola finita prima che scadano i tempi delle leggi che bloccano i licenziamenti. Il Nord faccia soffiare il suo vento, ma per chiedere che alla fiscalità di vantaggio nel Sud e al piano di opere infrastrutturali sempre nel Sud – Alta velocità ferroviaria, porti retroporti, Ponte sullo Stretto e rete unica in fibra – si affianchi un massiccio piano di investimenti delocalizzati al Sud da parte di ciò che è sopravvissuto delle imprese del Nord, ugualmente agevolati. Lo si faccia cogliendo con convinzione l’occasione del Recovery Plan e sapendo che si fa oggi quello che si doveva fare almeno venti anni fa. Ci si attrezzi all’istante con una struttura centrale tipo prima Cassa del Mezzogiorno scegliendo per una volta i migliori sul mercato e usando tutti i poteri possibili: straordinari, speciali, commissariali. L’alternativa è che prosegua il saccheggio interno e si consumi ogni reputazione residua in Europa. In mezzo ci potrebbero essere un bel ricorso alla Corte Costituzionale e una sentenza che obblighi le Regioni del Nord a restituire centinaia di miliardi alle Regioni del Sud. Noi ci auguriamo che finisca questa sceneggiata di uno Stato diviso in venti Staterelli, dove i governatori degli Staterelli a differenza di quello che avviene in America non tassano e spendono, ma spendono solo. Quasi sempre male e sempre “rubando” ai poveri per favorire i ricchi. Comunque, con soldi non loro.
IL PAESE ARLECCHINO NON ATTIRA TURISTI. Roberto Napoletano il 21 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. Se si vuole avere turismo stanziale nel Mezzogiorno servono una buona sanità, un buono aeroporto, treni veloci e una buona gestione dei rifiuti. Serve insomma tutto quello che è stato rubato fino a oggi. Nord e Sud sono obbligati a crescere insieme, ma il Paese Arlecchino delle venti Regioni, delle venti sanità, delle venti reti digitali, delle venti reti ferroviarie, impedisce che ciò avvenga perché è concepito su misura di ogni genere di egoismo e di miopia. Impedisce di fare grandi opere. Ruba sistematicamente spesa pubblica sociale e di sviluppo alla popolazione del Sud per regalare a piene mani assistenzialismo alle famiglie e alle imprese del Nord. Scarica sui poveri il costo della rendita pubblica che sostiene il reddito privato dei ricchi, non la produzione e la capacità di produrre a livelli competitivi nell’arena globale. Di fatto ha messo fuori mercato la grande impresa familiare del Nord in crisi di suo e drogata dai soldi facili e ha condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno desertificato di scuole, ospedali, treni e fibra veloci, e così via. Siamo arrivati al capolavoro assoluto di fare scendere il reddito pro capite di un terzo della popolazione, venti milioni di persone, alla metà degli altri due terzi, privando il Nord del suo primo mercato di “esportazioni” e l’economia italiana di quella dimensione nazionale integrata minima per potere rimanere nel novero dei Grandi Paesi industrializzati. Diciamo le cose come stanno: questo sistema insulsamente regionalista dove perfino sulle discoteche – aperte, chiuse, aperte a metà – ognuno si permette di fare di testa sua, per non parlare dei treni regionali e locali, è cromosomicamente predisposto per fare dell’Italia quello che oggi è. La grande malata d’Europa. Per capire quanto sia importante ristabilire con urgenza la parificazione dei diritti di cittadinanza sociale e infrastrutturale dove con il trucco della spesa storica ballano decine di miliardi l’anno tolte ai territori meridionali e “regalate” ai territori settentrionali da almeno dieci anni in qua, basti pensare alla questione del turismo e a quanto questa dipenda dalla manomorta della Conferenza Stato-Regioni che toglie e dà a chi vuole senza rendere conto a nessuno. Se si vuole avere turismo stanziale inglese e tedesco non la settimana di vacanza, ma turisti che svernano tre mesi da Londra o da Francoforte nelle perle del mare, delle campagne e dei monti del Sud, che si innamorano dei suoi paesini e delle sue città piene di storia e di cultura, servono una buona sanità con ospedali vicini e efficienti, un buon aeroporto, treni veloci e una buona gestione dei rifiuti perché l’immondizia sotto casa fa scappare perfino il turista giornaliero. Serve insomma proprio tutto ciò che è stato rubato con il più clamoroso scippo della storia recente alle donne e agli uomini del Sud. Si è fatto in Italia l’esatto contrario di quello che si è fatto in Spagna, dove l’alta velocità ferroviaria è partita dal Sud per arrivare al Nord, mentre da noi si è tornata a fermare all’altezza di Eboli dimostrando che lo Stato non va oltre Salerno e “frega” così un pezzo di Italia abbandonato dolosamente al suo destino. Quasi non lo riconosce. Per questo la Conferenza Stato-Regioni deve tornare a essere ad horas un luogo di consultazione non di decisione e il governo deve adottare il parametro della spesa media nazionale in rapporto alla popolazione sulla base della serie storica degli ultimi venti/trenta anni. Chi è sopra restituisce, chi è sotto finalmente riceve ciò che gli spetta. Si utilizzi il Mes per consentire alle Regioni ricche di avere una fase di transizione per provare a camminare con i soldi propri non con quelli degli altri, ma si comincino a ammodernare e fare ospedali e scuole nei territori meridionali e si rimettano in rete le loro bellezze e le loro città con alta velocità, porti e retroporti. Questo significa pensare al futuro dell’Italia e avere turismo di lunga durata negli angoli più belli del suo Mezzogiorno. Non avere buoni ospedali, buoni treni, buona rete in fibra è esiziale per vincere questa scommessa. Se si continua con l’andazzo predatorio regionalista attuale averli oggi è impossibile. Liberiamo l’Italia dal Paese Arlecchino e dalla sua furia masochista.
Pino Aprile aggiorna "Terroni" e chiama a testimone il virus. Il presunto fallimento nella gestione dell'emergenza è il pretesto per minacciare (nuovamente) la secessione. Carlo Lottieri, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. Quello uscito a firma di Pino Aprile con il titolo Il male del Nord. Perché o si fa l'Italia da Sud o si muore (Pienogiorno, pagg. 175, euro 16,90) può apparire un instant-book sulla pandemia. In realtà, il pamphlet è un'altra, ennesima, riformulazione delle tesi di Terroni, solo che ora il Coronavirus è sfruttato per sostenere la tesi che di fronte all'emergenza il Nord è stato pessimo e il Sud eccellente. Il volume dedica tante pagine al fallimento di un Nord che, in fondo, dinanzi al virus avrebbe mostrato tutta la sua inefficienza. Uno degli epicentri non è stato forse quel Trivulzio da cui partì l'inchiesta di Mani Pulite? Tutto torna. Il Nord riempitosi di bare ha avuto, in fondo, quel che era inevitabile. L'altro aspetto su cui Aprile insiste è l'eccellente prova offerta dalle istituzioni regionali di Campania e Puglia di fronte all'emergenza, oltre che di quei sistemi sanitari. Al di là di questa vittoria schiacciante (pochi morti al Sud, tantissimi al Nord), ad Aprile è altro che interessa. Come già nei libri precedenti, all'autore preme soprattutto evidenziare come troppi segnali ormai ci mostrino quanto «lo squilibrato, iniquo sistema-Italia sia al capolinea, esasperato dall'ingordigia del Nord». Allora il Sud non ha soltanto vinto il derby: lo ha stravinto, dato che ha retto dopo molti decenni di sfruttamento territoriale. Anche qui quella del Sud continuamente depauperato dal Nord è la vera tesi del libro. Aprile ha ragione quando ricorda che l'unificazione italiana fu una criminale guerra di conquista, ma mescola tutto ciò con mille altre cose. Ad esempio, afferma che la relativa prosperità goduta dalle popolazioni settentrionali nei decenni passati sarebbe stata conseguente al fatto - come disse il ministro Provenzano - che Milano e il Nord prendono e non danno. Quel benessere non poggiava allora sul tessuto delle piccole imprese e neppure sull'ingegno di Caprotti, Del Vecchio o Ferrero. No. Se nel Settentrione si è avuta una certa agiatezza è perché si è sfruttato il Mezzogiorno. Attenzione: Aprile non sottolinea - come sarebbe giusto - che l'interventismo pubblico crea enormi opportunità per gli imprenditori che vivono all'ombra della politica, ma colloca l'intero Settentrione entro questo schema. Sullo sfondo c'è non soltanto un'evidente antipatia verso quanti vivono a una certa latitudine, ma anche un'opzione socialista. E in effetti perfino l'Italia giallo-rossa appare ad Aprile come iper-liberista. Così nelle sue pagine il rapporto tra Nord e Sud d'Italia evoca la stessa relazione tra Nord e Sud del mondo della letteratura terzomondista. In entrambi i casi i ricchi prosperano e i poveri declinano, «al punto che il club dei super-ricchi diviene sempre più esclusivo e se appena qualche decennio fa poche migliaia di paperoni avevano la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, oggi è una mezza dozzina di loro a possedere altrettanto». Fin qui siamo nell'ambito di una scrittura emozionale, che in qualche modo fa leva su una delle conseguenze più spiacevoli dell'unificazione: avere creato una tensione identitaria tra popolazioni che in passato si erano sempre rispettate e avere costruito (su questo Aprile ha ragione) un astratto modello a cui adeguarsi, estraneo alle potenzialità del Mezzogiorno. Queste pulsioni, però sono incompatibili con l'argomento cruciale. Fin dal titolo, dopo aver maledetto (con moltissime ragioni!) l'unificazione della penisola e dopo aver versato fiumi di bile su lombardi e veneti, Aprile ripropone la medesima ricetta: «O si riparte dal Sud e dall'uguale diritto per tutti o la prossima tappa è la secessione». La prossima tappa? Ma come fa Aprile a immaginare di restare entro un universo così iniquo? O crede alle cose che ha scritto, e allora deve pretendere l'immediata secessione, oppure l'intero volume non ha alcun senso. Sarebbe come se gli schiavi neri delle piantagioni si fossero rivolti ai loro padroni, a metà Ottocento, dicendo che o alla svelta gettavano le fruste, oppure si sarebbero ribellati No: di fronte a un'istituzione tanto ingiusta c'è solo la strada dell'abolizionismo. D'altro canto, egli è contrario pure a modeste forme di autogoverno, dato che «con l'Autonomia differenziata, le Regioni ricche puntano ad arricchirsi ulteriormente, sottraendo ancora alle più povere oppure mirando alla secessione per non dividere con chi ha meno». Insomma, nella visione politica di Aprile il Nord usa l'Italia per sfruttare il Mezzogiorno e la risposta a tutto questo sarebbe una strenua difesa della Repubblica unitaria d'impianto giacobino. Alla fine, nonostante gli attacchi all'Italia «matrigna», con questo volumetto Aprile appare davvero il prototipo dell'italianità: di quella mancanza di rigore e coerenza che tanti, da fuori, giustamente ci rimproverano. Per fortuna nel Mezzogiorno c'è moltissima gente che si rende perfettamente conto come sia proprio il comunismo territoriale difeso da Aprile a distruggere il Sud, dato che solo l'autogoverno implica responsabilità, riduzione del potere politico, fine di ogni illusione statalista. Il Mezzogiorno non si merita questa confusione di idee e per questo fa bene - nella sua maggioranza - a tenersi lontano da tesi tanto discutibili.
FITTO, CANDIDATO GOVERNATORE DELLA PUGLIA PER IL CENTRODESTRA: “I FONDI DEL RECOVERY FUND NON VANNO DATI AL SUD, BENSI’ AL NORD”. Raffaele Vescera il 13.08.2020 Giovanni Palmulli su movimento24agosto.it. Aberrante, raccapricciante! La dichiarazione di Raffaele Fitto, candidato governatore in Puglia, fa accapponare la pelle e davvero tocca il fondo dell’aberrazione politica in Italia.
Andiamo per ordine. Cosa ha detto Fitto nel corso del programma “In onda” dell’altra sera?
“Io non sarei nemmeno d’accordo sul gruppo di parlamentari meridionalisti perché è una iniziativa assolutamente sbagliata. Noi dobbiamo intervenire sulle misure e le risorse per il Covid nelle parti del paese che hanno subito questo tipo di impatto in modo molto maggiore. Nel Sud i problemi sono diversi, sono molto più complessi e andrebbero affrontati con una logica diversa”.
Insomma Fitto, allineandosi al politicamente corretto del copione politico italiano, riserva soldi e l’indicativo presente al Nord (dobbiamo intervenire nelle parti del paese…) lasciando al Sud promesse, al condizionale e/o al futuro (nel Sud i problemi andrebbero affrontati…). Fin qui siamo nella vecchia e logora prassi politica degli ultimi 160 anni. Ma Fitto va oltre. Fitto prende posizione nel nuovo scenario della politica italiana. Mentre nasce uno schieramento meridionalista trasversale in Parlamento, mentre il P.U.N. (il Partito Unico del Nord, trasversale da sempre) si schiera lungo la linea Maginot a difesa della vecchia politica di privilegio del Nord e sopraffazione verso il Sud, lui, Fitto, dice a chiare lettere di stare dalla parte della fazione politica che lo ha candidato. Fazione politica che sta a Nord, con il Nord, per il Nord. E così il nostro bravo candidato salentino dichiara che sbagliano i meridionalisti trasversali (ma non i nordisti trasversali – misteri della politica italiana!) e che i Recovery Fund va destinato al Nord, come il Piano Marshall e tutto il resto da 160 anni in qua. Perché lì il virus ha colpito pesante! Fitto (e il sig. Senaldi) ignorano deliberatamente che il R.F. non viene dato per curare le ferite da Covid (altrimenti la Spagna – ben più pesantemente colpita dal virus – avrebbe ottenuto somme ben maggiori delle nostre), ma per rilanciare le economie dei vari paesi europei. E l’Itala ha avuto più di tutti perché ha al suo interno la più vasta Macroarea economicamente depressa esistente in Europa. Il R.F. deve dunque servire a far ripartire questa Macroarea (il nostro Sud) perché se riparte il Sud riparte l’Itala e si salva la stessa Europa! Ma Fitto, (come hanno già fatto Bonaccini, Sala, Malan, Martina, Zingaretti ecc…) non può né accettare né ammettere questo assunto, peraltro evidente e messo per iscritto dalla Comunità Europea. Fitto, come gli altri politici citati, deve portare acqua al mulino del Nord, lì dove vivono i suoi politici di riferimento e i rimboccatori di maniche, quelli che si sono fatti da soli, con il loro lavoro (trascurabili gli abbondanti foraggiamenti statali!). E lo deve fare a costo di tradire la sua terra e perdere la sua stessa faccia. Una considerazione va fatta: Fitto e similari hanno sempre attuato questa politica, ma prima lo facevano senza che nessuno se ne accorgesse. Ci davano una briciolina e la presentavano come una grande vittoria. Ora questo non lo possono più fare perché li abbiamo smascherati, noi del M24A-ET sicuramente, ma non da soli. Il ringraziamento è d’obbligo verso tutta l’onda meridionalista iniziata da qualche anno in qua. Ora non lo possono più fare, dicevamo, e sono costretti a schierarsi apertamente, o con la Puglia (e il Sud) o con chi li candida e li sostiene politicamente, pazienza se ciò comporta sostenere le loro assurde e arroganti tesi. Se si sono esposti, per noi è un bene. Ora potremo chiedere ai candidati schierati con Fitto e a chi ha intenzione di votarli: “Ora lo sai con chi sta il tuo capolista! Intendi restar zitto? Intendi ancora votarlo?” Ma con questo non vogliamo affatto spezzare una lancia a favore dell’altro candidato, indugiando in questo infimo teatrino di periferia. L’altro candidato – lo facciamo notare – non ha parlato o perlomeno noi non lo abbiamo sentito. Non si è esposto a dire: “Fitto ha sbagliato, invece io…”. Perché non ha approfittato di questo assist? A voi la risposta, e entro novembre. Il momento è topico, quindi. Con noi o contro di noi. Con il Sud o con il PUN. Noi siamo convinti di aver scoperchiato un pozzo nero maleodorante e pieno di scheletri. Se questo pozzo non viene bonificato al più presto, il rischio è di veder inghiottita l’Itala intera!
LA LEZIONE DEL VIRUS A UN CERTO NORD: “L’ALTRO” SEI PURE TU, PRIMA O POI. Pino Aprile il 4 Marzo 2020 … E, SFIDANDO IL RIDICOLO, GRIDA AL “RAZZISMO”! ‘O munn è cagnate! Chelle ca stev ‘ngopp è gghiute sotte, e chelle cha stev sott è gghiute ‘ngopp! Un certo Nord (la cui prima vittima è il resto del Nord, coinvolto in un grossolano giudizio che tutti accomuna nel peggio) fa i conti con i suoi comportamenti e scopre di non stare simpatico e, anzi, proprio sulle palle. I fenomeni sociali sono di lenta costruzione, ma di fulminea espansione: decenni di insulti padani, di supponenza, prepotenza, arroganza, presunzione, “Prima il Nord” e presunto diritto etnico all’offesa dell’altro, sino all’aggressione (zingaro, terrone, migrante, poco importa), hanno tanto caricato il piatto della bilancia, che l’arrivo di coronavirus (il “Cigno nero” l’imprevisto che sconvolge gli assetti consolidati), lo ha fatto calare, ribaltando l’equilibrio.
INSULTATI E PICCHIATI CINESI AL NORD, QUANDO IL VIRUS “ERA CINESE”. E SE DIVENTA PADANO? Ribaltare, vuol dire che le cose vengono viste e valutate al contrario. Per esempio: Ci sono stati episodi di intolleranza nei confronti di cinesi (presunti colpevoli di virus), alcuni di loro cittadini italiani, ma di origine orientale. In qualche caso, l’inciviltà è giunta ad atti di violenza. Un cinese che gestisce con la moglie un bar a Bassano del Grappa è stato picchiato da un avventore in un locale, a Cassola; altri sono stati offesi, dileggiati (una donna e i figli al supermercato), un adolescente aggredito durante la partita, perché orientale… Poi si scopre che il ceppo di coronavirus che imperversa in Lombardia e Veneto, e da lì dilaga, potrebbe essere padano: autoctono. E se gli incivili che han “fatto pagare” ai cinesi la presunta provenienza del virus fossero insultati, aggrediti, solo perché lombardo-veneti? Razzismo? Chiamatelo come volete, ma sarebbe quella roba di prima, all’incontrario (ricordando che l’imbecillità è universale e se l’aggressore a Cassola è stato aiutato a dileguarsi, a Bassano il cinese aggredito e sua moglie hanno avuto la solidarietà dei loro clienti).
LA PIÙ FLORIDA INDUSTRIA LOMBARDO-VENETA È QUELLA DEI “RISARCIMENTI”, ANCHE PER I DANNI PROVOCATI AD ALTRI. Con il virus, puntuale come le tasse, è riapparso il riflesso condizionato padano: l’Italia ci copra di miliardi, per risarcirci (modello di moderazione, si accontenterebbero di quattro volte quel che Trump ha chiesto per tutti gli Stati Uniti). Perché loro “producono” e qualunque cosa interrompa o rallenti il flusso ininterrotto di denaro pubblico, scatta il diritto a essere sovvenzionati (Tav, Mose, Expo, Human Technopole, Pedemontane…, ora virus). Nella corsa a chi la spara più grossa, politici di ogni schieramento, ma ugualmente privi di vergogna e senso del ridicolo, si sono rincorsi nel reclamare “risarcimenti”: abolire tasse, non pagare i mutui… Per ora, vince il campionato delle cazzate il Cazzaro Magno, Matteo Salvini, arrivato (per adesso) a 50 miliardi, venti volte la cifra per gli Stati Uniti (2,5 miliardi di dollari). Ma se gli date tempo (e altri mojitos?) vedrete che saprà superarsi. Avviso: stabilite voi la cifra; al Sud chiederemo il doppio, per i danni provocati dalla gestione dell’epidemia, che ne ha favorito l’espansione al Sud.
DOPO FONTANA CON LA MASCHERINA E ZAIA CHE INSULTA I CINESI, CHI INVESTE IN ITALIA? Perché, se sono i presidenti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia a distruggere la nostra economia con le loro cretinate, si può chiedere a Lombardia e Veneto di pagare i danni o no? Ha fatto il giro del mondo la foto di Fontana con la mascherina (vabbe’ che è carnevale…) che si autodenuncia a rischio infezione, perché una sua collaboratrice è stata (dice, e noi ci crediamo. Non dovremmo?) trovata positiva al coronavirus. Che dite: ci viene ora uno In Italia o ci pensa? Le esternazioni di Zaia su presunte, discutibili abitudini alimentari dei cinesi mangiatori di i topi vivi hanno arricchito lo stupidario della stampa internazionale e indotto Pechino a intervenire. I veneti (“l’anno della fame”) i topi li preferivano essiccati (forse per evitare che tale riserva alimentare si assottigliasse, altri veneti sono mangiagatti)? Come vedete, a sparare cazzate siamo bravi tutti. Il guaio è prenderle sul serio. E quelle da cabaret dei due presidenti sono state un danno serio. Che fanno: ci risarciscono?
FAVORITA LA SANITÀ PRIVATA, QUANDO ARRIVA L’EPIDEMIA E QUELLA PUBBLICA SOFFRE…I lombardoveneti hanno sempre vantato l’eccellenza della loro sanità regionale, privilegiando, però (specie la Lombardia) quella privata. Ma quando arriva l’epidemia, la sanità pubblica va in apnea e si cercano posti letto per carità a Sud, in strutture pubbliche, confermandosi l’eccellenza padana speculazione pura. E ora mandiamo fatture maggiorate come successo per i nostri malati costretti a farsi curare al Nord? I campioni della diffamazione del Sud via tv e carta (igienica) stampata si sono scatenati nella “denuncia del razzismo” meridionale contro il Nord (certe facce non dovrebbero andare in giro senza mutande). Hanno scatenato l’inferno contro “l’odio razziale” di chi, a Ischia, protestò per l’arrivo di 150 turisti lombardi a rischio virus. I sindaci dell’isola avevano vietato l’accesso; il prefetto lo ha imposto. Brutto sentirsi discriminati, eh? Rita Dalla Chiesa, perdendo una buona occasione per tacere ha criticato l’autodifesa dell’isola invitando a boicottarla come meta turistica. Ma vogliamo scherzare: lombardi trattati come fossero terroni, migranti?
SI È IMPEDITO A ISCHIA DI TUTELARSI E FRA I TURISTI PADANI FATTI SBARCARE A FORZA CE N’ERA UNO A RICHIO VIRUS. ECONOMIA DISTRUTTA. Poi si scopre che uno di quei turisti potrebbe essere positivo al virus. Ischia ha un ospedale con 60 letti, per 60mila persone, vive di solo turismo e ora è considerata l’equivalente di un lazzaretto. Chi paga? Salvini fu accolto con entusiasmo, da molti ischitani, ma i risarcimenti li chiede solo per il Nord, anche quando è il Nord (inconsapevole: mica vorremo prendercela con i turisti lombardi) a rovinare l’economia di una delle capitali turistiche italiane e del Mezzogiorno. La Lega (punta di diamante di una comunità in larga parte consenziente, visti i voti che prende) faceva le campagne contro i terroni che portano sporcizia al Nord, i migranti con la peste, la lebbra, il colera e la scabbia, e chiedeva protezione e…?: risarcimenti (come avete fatto a indovinare?); ora dal Nord arriva al Sud l’epidemia e la distruzione di un sistema economico basato sul turismo, e la Lega chiede risarcimenti. Ma al Nord, anche per i danni che produce agli altri (mentre i governatori del Sud tacciono, come da costume coloniale e gregario).
MA NESSUNO HA CANTATO: “SENTI CHE PUZZA/ SCAPPANO ANCHE I CANI/ ARRIVANO I PADANI”. PER NAPOLI, INVECE…Ci si stupisce che gli altri si siano rotti i coglioni di un Nord la cui capofila, la Lombardia (più il Veneto, ora), è entrata nell’Italia unita con poco più dell’un per cento del denaro circolante nella Penisola (contro il 66 del Regno delle Due Sicilie) e da allora cresce a spese del Paese, vantando un credito inestinguibile e inesistente. Presumendo di maturare su questo pure un diritto all’insulto, alla denigrazione. Che ora si rivolta contro. Alle persone perbene (e non c’è latitudine che le distingua) chiedo un giudizio sulla colpevole tolleranza verso “il folclore” leghista (vera anima del peggior Nord, con propaggini coloniali a Sud); per farmi meglio capire, applico la legge della reciprocità: immaginate che oggi un terrone un po’ cretino (o… folcloristico?), si mettesse a cantare: “Senti che puzza/ scappano anche i cani/ dal Lombardo-Veneto/ arrivano i padani/ contagiosi, alluvionati/ con l’amuchina/ non vi siete mai lavati/ coronavirus (o Po, a scelta) pensaci tu!”. È ancora folclore? Brucia? E agli altri no? Immaginate di esser chiamati da ministri: porci, topi da derattizzare, merdacce, colerosi…, sol perché padani. E vedere quei figuri rimanere al loro posto, rispettati e riveriti. Brucia? E agli altri no? (A proposito, se quel terrone cretino dovesse davvero parodiare un “grande leader” del Nord e delle sue propaggini coloniali del Sud, prima di censurarlo, pensateci bene: potreste ritrovarvelo vice presidente del Consiglio). Ma io ho fiducia nella potente legge della reciprocità che il virus sta ricordando a chi pensava che toccasse il peggio sempre agli altri, perché gli altri se lo meritano; e ho fiducia nella gente per bene, che se si vede e si sente poco, nel casino dei cialtroni (gli inglesi dicono che è il barattolo vuoto a far rumore. Vale pure per i cervelli). C’è chi mi oppone che il mio è una sorta di atto di fede. Non è vero: è un fatto di cui si scorgono tracce. Ve ne suggerisco una: un’offesa al giornalismo ha titolato “Virus alla conquista del Sud”. E millanta questo (godendoci, pare) come “Unità d’Italia: ora sì che siamo tutti fratelli”. E capite cosa vuol dire: nel bene, noi siamo il Nord e voi merdacce; diventiamo “fratelli” quando il male che vi abbiamo portato ci accomuna (come nel 1860-61, con l’“Unità” intesa quale bagno di sangue a Sud, carcerazioni, deportazioni, trasferimento a Nord delle industrie, delle commesse e dell’oro meridionali).
MA I CAMPIONI DELLA DIFFAMAZIONE DEL SUD PERDONO COPIE IN EDICOLA E ARRANCANO IN TV. Quella schifezza stampata è un insulto quotidiano al Sud e suscita reazioni disgustate dei terroni. I quali, sbagliando, rischiano di considerarla “la voce del Nord”. Non è così: il giudizio dei lettori si misura in edicola. Sotto la guida del campione di tanto livore nei confronti dei meridionali, la tiratura del fogliaccio è scesa da 120mila a meno di 25mila copie. Ed è il Nord ad averlo schifato. Mentre i programmi di “approfondimento” anti-Sud vedono boicottati i loro inserzionisti. Quindi, qualcuno sa e comprende. Ora forse anche chi non sa e non comprende potrebbe porsi qualche domanda. La reciprocità (a volte, anche tramite un virus) questo dice: attento, che “l’altro” prima o poi, sei tu.
Ma se siamo così diversi! Domenico Bonaventura, Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it, su Il Riformista il 21 Luglio 2020. Quella che la narrazione mediatica sta facendo passare è la distanza, la differenza di approccio tra gli oculati e gli scialacquoni. L’utilizzo di “frugale”, con riferimento ai Paesi nordeuropei, non può che andare in questa direzione. Semplice, modesto, parco, parsimonioso. Sono questi i sinonimi che si possono leggere in qualunque dizionario. Insomma, il termine “frugale” – e lo dico da giornalista – sembra soltanto una scorciatoia giornalistica per creare contrapposizione, per continuare a vivere di quel racconto (che in parte poggia anche sulla realtà) che vede Sud e Nord Europa l’un contro l’altro armati. D’altronde, “si è sempre meridionali di qualcuno”, aforizzava il leggendario professor Bellavista parlando con il supermilanese ingegnere Cazzaniga, il quale a sua volta descriveva le strambe abitudini della sua signora tedesca. Un aforisma, ad esempio, ripreso e adattato anche dal governatore De Luca, che nel suo politelling (come Francesco Giorgino definisce lo storytelling politico) lo utilizza nel frame del “leghismo meridionale” (come lo definiscono Alessio Postiglione e Angelo Bruscino in “Popolo e populismo”) per provare a compattare – dalla sua parte – i campani contro i vichinghi settentrionali. Mai come in questi giorni, l’Europa si sta rivelando una fusione a freddo tra Paesi che nulla o quasi hanno da dividersi, se non la consapevolezza della necessità di stare insieme per fare da contraltare alle potenze sino-russo-statunitensi. Che esista più di qualche differenza tra il Sud e il Nord del continente è un fatto solare. Differenze sociali, politiche e, di conseguenza, mediatiche. Quelle politiche stanno venendo fuori in queste ore in tutta la loro dirompenza. Ma non sono che lo specchio di una distanza relativa alle altre due categorie. Ci fermiamo su quella mediatica, prendendo come riferimento “Modelli di giornalismo” di Daniel Hallin e Paolo Mancini (2008, Editori Laterza). Il saggio divide i Paesi, europei e non, in tre gruppi, in base ai rapporti tra media e politica:
modello mediterraneo o pluralista-polarizzato;
modello dell’Europa centro-settentrionale o democratico-corporativo;
modello nord-atlantico o liberale.
L’Italia, naturalmente, rientra nel primo, insieme a Portogallo, Spagna, Francia e Grecia. Ciò che distingue questi Paesi è che le istituzioni liberali, l’industrializzazione capitalistica e la democrazia politica sono arrivate con ritardo rispetto al resto d’Europa (la Francia viene spesso trattata come caso border-line). Si riscontrano esempi molto frequenti di sovrapposizione tra media e politica, forte parallelismo politico e abbondante intervento statale in ambito mediatico – come elargitore di fondi e come regolatore -, oltre a uno sviluppo generalmente debole dei media commerciali. Ciò ha condotto, nel tempo, a un giornalismo orientato più al commento che ai fatti, a media fortemente politicizzati e a un notevole sviluppo del fenomeno della partigianeria politica dei giornalisti, spesso considerata da questi ultimi come un vanto, piuttosto che come un’anomalia (retaggio dell’enorme sviluppo della stampa di partito e della peculiarità della politica sulla televisione). Nel modello dell’Europa centro-settentrionale o democratico-corporativo, che oggi in molti chiamerebbero “modello frugale”, rientrano i Paesi che in queste ore a Bruxelles stanno rendendo il negoziato un campo minato. Austria, Belgio, Finlandia, Olanda, Danimarca, Norvegia. E Germania, che però ha presentato una propria proposta con la Francia. Anche qui si ravvisa un forte intervento dello Stato, ma teso più alla tutela della elevata professionalizzazione e della libertà di stampa. Il servizio pubblico radiotelevisivo è forte, caratterizzato dalla presenza della politica nella televisione. Tutto questo per dire non che le differenze di tipo mediatico influiscano sulle politiche (piuttosto sul racconto che gli stessi media ne fanno). Ma che, al contrario, se ci sono tutte queste distanze nell’ambito di tv, giornali e rete, non c’è da meravigliarsi se a livello politico gli abissi che separano Sud e Nord d’Europa appaiano percorribili soltanto da compromessi ad estremo ribasso.
Barbara Jerkov e Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 14 agosto 2020. Prima il Nord, anche ad agosto. Appena 9 città meridionali (su un totale di 29) potranno infatti accedere agli oltre 500 milioni di euro di indennizzi a fondo perduto previsti per le attività commerciali delle città d'arte colpite dal calo dei turisti stranieri. A penalizzare il Sud sono i criteri adottati dal ministero per i Beni culturali e il Turismo. Questi parametri, basandosi su dati statistici, non solo hanno finito per considerare Verbania più meritevole di Roma o Napoli, ma soprattutto per escludere intere Regioni (come Umbria e Calabria) e città che sono un fiore all'occhiello del turismo made in Italy. Ad esempio tra tutti i centri storici pugliesi, l'unico ad essere ammesso tra quelli che hanno diritto al bonus è Bari. Non c'è spazio quindi per gli imprenditori tarantini, né tantomeno per quelli leccesi. Al contrario sono invece ben 20 le città d'arte del centro-Nord che avranno accesso «all'aiuto mirato» voluto dal ministro Dario Franceschini e in dirittura d'arrivo in Gazzetta Ufficiale. A far discutere è dunque il curioso metodo utilizzato dal ministero per selezionare le città d'arte che hanno diritto ai fondi. Nel computo usato dal Mibact, infatti, sono inclusi i capoluoghi di provincia e le città metropolitane che secondo l'Istat hanno registrato nel 2019 presenze turistiche tre volte superiori al numero di residenti oppure i comuni capoluogo di città metropolitane che hanno ospitato un numero di viaggiatori pari a quello dei residenti. Un sistema complesso che «abbiamo adottato per individuare un certo numero di centri urbani su cui avere degli effetti immediati in termini economici» spiegano con un certo imbarazzo dal ministero, sostenendo che «la misura andava circoscritta e si necessitava di un parametro». «Chiaramente - aggiungono - Verbania in termini di presenze assolute è al di sotto della Capitale mentre in termini percentuali è sopra Roma». A testimonianza che la statistica può ingannare e, soprattutto, penalizzare. Ciò che non si comprende è perché mai questa riflessione non è stata fatta dal ministro. Grazie a questo calcolo e alla decisione di escludere certe tipologie di comuni, un centro come Sassari ad esempio resta tagliato fuori nonostante tra le città della sua provincia abbia Alghero o Arzachena che contano tra i propri turisti circa il 70% di presenze straniere ogni anno, più o meno come Roma e Milano. E fuori resta anche Messina che, comprendendo Taormina nella sua città Metropolitana, è una delle principali mete raggiunte dai viaggiatori non italiani. A svantaggiarle in questo caso sembra essere il mancato riconoscimento dello status di città metropolitana per quanto Alghero, ad esempio, vanti più residenti e più turisti di Verbania. La classifica realizzata ad hoc dal Mibact è quindi un'evidente semplificazione statistica dello scenario turistico italiano e, in quanto tale, non rispecchia la complessità del settore. Sono ben 6 infatti le regioni ad essere escluse dal contributo che copre fino al 20% del fatturato (tetto di 150 mila euro) per le imprese che hanno subito un calo di almeno un terzo rispetto all'anno prima, e sono Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Molise, Abruzzo e Calabria. Un caso limite è ad esempio rappresentato da Perugia, capoluogo umbro, che stando alle stime effettuate dall'istituto Demoskopica su dati di Banca Italia e Istat, è la più penalizzata in assoluto di tutta la Penisola in termini di presenze turistiche (circa il 50% in meno). Una specificità che il Mibact però non ritiene danneggi i commercianti: «È vero che alcune città d'arte non avranno accesso al bonus - spiegano - ma ciò non vuol dire che saranno abbandonate perché potranno usufruire di altre misure previste nel decreto Agosto». Statistica permettendo.
Lo scippo al Sud continua anche sui centri storici: gli aiuti a fondo perduto premiano quelli del Nord. Si perpetua il trucco della spesa storica: tra le città selezionate, 20 su 29 sono centrosettentrionali. Nessun aiuto per chi è indietro ma ha forti margini di crescita. Pietro Massimo Busetta il 14 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. Quando si pensa al “non rubare” del settimo comandamento si pensa immediatamente ai ladri e agli scassinatori. In realtà, il “non rubare” si riferisce a tutto il mondo dell’economia che permea la nostra vita. È un comandamento al quale chi crede, ma anche chi non crede, si ispira come condotta di vita. E la prima reazione alla scoperta di un furto è la pretesa della restituzione di quello che si è sottratto al prossimo. Stupirsi del fatto che ciò non avvenga sarebbe da ingenui. Ma vedere come con protervia e arroganza si continui da parte di alcuni a far finta di nulla, rispetto allo scippo di 60 miliardi l’anno, anzi a rivendicare, ogni volta che vi è un provvedimento a favore del Sud, una pretesa questione settentrionale a cui verrebbero sottratte risorse dovute, mi pare intollerabile. Il campione mediatico di tale atteggiamento, per ora, é quel sindaco di uno dei lati del triangolo Milano-Bergamo-Monza, area più ricca d’Italia, Giorgio Gori, anche esponente ascoltato del Pd. A cui si aggiungono frequentemente Stefano Bonaccini e Giuseppe Sala. Non si fa riferimento a Luca Zaia e Attilio Fontana o Giancarlo Giorgetti, perché è nella loro identità la caratteristica di difendere gli interessi illegittimi del Nord bulimico.
I SOLITI FAVORITISMI. Stupisce invece che lo stesso principio, che si rifà alla spesa storica, cioè che se tu hai avuto di più continuo a darti di più, anche se ci si è resi conto che ad alcuni viene dato quello che non spetterebbe, venga adottato da un ministro, che sembrerebbe più sensibile alle esigenze e alle ragioni del Mezzogiorno che sono poi quelle di tutto il Paese. Parlo del ministro Dario Franceschini e dell’aiuto di oltre 500 milioni di euro, il contributo a fondo perduto che spetterebbe alle attività dei centri storici. Perché l’ inserimento nel gruppo avviene sulla base dei dati di presenze (non di arrivi) di turisti stranieri avuti nel 2019. La logica della legge è di preparare i nostri centri storici, più frequentati dagli stranieri, alla fine dell’emergenza, non facendo trovare un deserto di attività, nel frattempo chiuse. La via dell’inferno però è lastricata di buone intenzioni. Perché l’inserimento, in mancanza di correttivi, come per esempio la quantità di beni culturali esistenti nelle zone o un calcolo di potenziale inespresso, arrivano a coloro che hanno già sviluppato un dimensione turistica consistente. E i dati parlano chiaro: tra le città selezionate, 20 su 29 sono collocate nelle regioni del Centro Nord e resterebbero esclusi i Comuni di almeno tre regioni: Calabria, Molise e Friuli Venezia Giulia. In realtà, anche questi aiuti seguono la logica della cassa integrazione e degli altri sostegni: li dai a chi ha perso, sostieni il reddito di chi ha avuto calo di fatturato, e chiaramente a Venezia, Firenze, Milano o Roma le perdite sono state molto più consistenti di quelle delle realtà meridionali. Ma è lo stesso gioco della spesa storica, se non metti dei correttivi si aiuteranno i soliti più ricchi e non farai nulla per indirizzare un aiuto alle realtà più indietro e con margini di crescita interessanti. Per esempio non inserisci tra queste città la bellissima Lecce o Taormina o Caserta, la cui reggia è l’ultima grande opera che sia sta fatta nel Mezzogiorno, ma ci trovi Verbania.
IDEA COMPLESSIVA. Il modo più facile di distribuire risorse a pioggia e di alimentare il consenso, non utilizzando questa occasione per indirizzare verso una diminuzione dei divari, in questo caso di presenze turistiche. Costretto magari poi a mettere il numero chiuso in alcune città d’arte perché invivibili e lasciare abbandonate altre realtà, che sono scrigni d’arte e che scoprì per caso dopo anni come Matera. Ma poi, quando devi individuare la capitale italiana della cultura, stai attento che una volta tocchi al Sud e una al Nord, invece di stabilire per legge che le capitali della cultura italiane ed europea, quando ci tocca, per i prossimi dieci anni devono essere solo al Sud. Perché i Gori si lamenteranno, anche se le loro comunità hanno un reddito pro capite triplo di quello medio del Sud e in una famiglia lavorano due persone contro meno di una in media al Sud. E anche se i grandi eventi vengono tutti localizzati al Nord, come l’Expo recente e le prossime Olimpiadi invernali, che in genere portano come dote qualche miliardo per completare la rete infrastrutturale, di cui non si parla e un incremento di presenze straniere che poi determinano l’inserimento delle città nel gruppo delle città d’arte da finanziare. Guardare al singolo intervento senza una visione di insieme è molto pericoloso ma è quello che si sta facendo: forse una idea complessiva non sarebbe male.
L’Italia dei paradossi: il Sud perde soldi e il Nord si lamenta…Marco Demarco su Il Riformista il 21 Luglio 2020. Molte “voci“ che si alzano dal Sud lamentano con crescente allarme la sottrazione di risorse a vantaggio del Nord. Tra queste ci sono le voci di chi non si accorge di muoversi in sostanziale sintonia con quanti in Europa fanno la stessa cosa, cioè difendono aspettative e interessi particolari, maturati prima dell’emergenza sanitaria, e agitati senza riguardi per la mutata situazione post-Covid. Solo che le voci del Sud ci appaiono giustificate dalla criticità del contesto sociale, e dunque legittime; mentre le altre risultano a noi odiose, perché cariche di irresponsabile egoismo. Eppure, se in nome della solidarietà censuriamo le spinte nazionali che tendono a insabbiare gli obiettivi comunitari, non possiamo poi, asimmetricamente, assecondare tutte le rivendicazioni che hanno origini localistiche e si alimentano di risentimenti e frustrazioni risalenti nel tempo. Bisogna dunque valutare, distinguere, e non farsi prendere dal manicheismo populista o dal riduzionismo demagogico. Del tipo: è tutta colpa di Orban e di Salvini, per intenderci. Tanto più che fino a ieri davamo per scontato che i “cattivi” fossero esclusivamente i paesi dell’Europa dell’Est, in particolare quelli del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Mentre oggi il quadro è molto cambiato: nell’ambito del negoziato sul Recovery Fund, dall’Est arriva all’Italia un imprevisto sostegno, e la minaccia più seria viene invece dal Nord, dai cosiddetti “Stati frugali” (Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia). Chi avrebbe potuto immaginarlo solo qualche mese fa? Non a caso, su Repubblica, Ezio Mauro ieri ha scritto – ed è una novità significativa – che «sta emergendo un nuovissimo nazionalismo non sovranista». È la riprova che le cose si stanno complicando e che prendersela con Salvini e Orban può rivelarsi una debole manovra diversiva. In questa situazione, specialmente se ci caliamo dentro i confini nazionali, la posizione più imbarazzante diventa quella di chi vuole furbescamente ricoprire tutte le parti in commedia; di chi prova a stare con i buoni e con i cattivi contemporaneamente; di chi a parole difende le ragioni del Sud e polemizza con “quelli del Nord”, ma sotto sotto fa in realtà l’esatto contrario. Si scopre così che nell’ultimo provvedimento sulla semplificazione, il cui valore è stato più volte sottolineato dal governo e dalla maggioranza giallorossa, al comma b dell’articolo 47 si stabilisce che le risorse del fondo Sviluppo e Coesione – come è noto in gran parte destinati al Sud – sono ora a disposizione di “programmi nazionali”. Una svolta che implica una scelta precisa: in nome dell’emergenza e della semplificazione, i fondi vanno dove si possono spendere subito, senza alcun riguardo per la collocazione geografica dei progetti. L’esatto opposto, insomma, di quel principio, ribadito anche nel piano per il Sud del ministro Provenzano, secondo cui lo Stato è impegnato a destinare il 34% degli investimenti pubblici alle Regioni meridionali. Le due cose non si tengono, questo è evidente. Ma è così che si procede in questa Italia dell’equivoco elevato a valore strategico. Il colmo, poi, è dato da un Nord che ciò nonostante non si ritiene soddisfatto. E che ancora l’altro giorno, per bocca di Elisabetta Gualmini, europarlamentare Pd, docente di Scienze economiche e vice di Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, ha tuonato contro «la sfumatura assistenzialista, a trazione meridionale, del governo».
Sanità, uno scippo senza fine: al Sud sottratto un altro miliardo. Vincenzo Damiani il 24 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. La doppia beffa si potrebbe concretizzare tra pochi mesi, a fine anno. Anziché ricevere più risorse, quasi tutte le Regioni del Sud per la loro sanità rischiano seriamente di ritrovarsi con meno fondi trasferiti dallo Stato. Il nuovo sistema di verifica e valutazione dei Lea (i Livelli essenziali di assistenza), che entra in vigore da quest’anno, prevede criteri più severi per giudicare la qualità e l’efficienza dei sistemi sanitari regionali e, stando ad una simulazione svolta dal Comitato Lea – organo del ministero della Salute – solo 11 Regioni su 21 risultano essere adempienti, quindi sarebbero promosse. Le “inadempienti” sono quasi tutte del Sud: Campania, Calabria, Molise, Basilicata, Sicilia, Lazio, Sardegna, si salvano soltanto Puglia e Abruzzo. Il documento della simulazione è riportato dalla Corte dei Conti nel suo ultimo Report sul coordinamento della Finanza pubblica. Attenzione, superare il giudizio del Comitato Lea non è fine a sé stesso: riuscire a raggiungere un punteggio di sufficienza garantisce alle Regioni lo sblocco di ulteriori fondi, una quota premiale pari al 3% del riparto del fondo sanitario al netto delle entrate proprie. E pensare che il ministro Speranza aveva promesso più risorse per la Sanità del Sud. Per intenderci, parliamo di svariati milioni di euro: oltre 200 per la Campania, ad esempio, complessivamente per il Mezzogiorno circa un miliardo di euro. Insomma, superare “l’esame Lea” significa poter ricevere soldi. Peccato, però, che prima di “inasprire” i criteri per valutare la qualità delle cure, nessuno si sia preoccupato di mettere fine allo “scippo” che il Mezzogiorno subisce da almeno 15 anni anche – e non solo – nel settore sanitario. Depauperate delle risorse economiche, le Regioni del Sud oggi si ritrovano con meno personale, meno soldi da spendere e macchinari più obsoleti. E adesso, rischiano di perdere un’altra barca di soldi. Sì perché, come dicevamo, da fine 2020, sarà in vigore il nuovo sistema di garanzia dei Lea, approvato nel dicembre 2018 in Conferenza Stato-Regioni. La nuova metodologia valuta distintamente le tre aree di assistenza e attribuisce loro un valore compreso in un range 0-100. La garanzia di erogazione dei Lea si intende raggiunta qualora, entro ciascun livello, sia raggiunto un punteggio pari o superiore a 60. Il punteggio di ogni area è determinato dalla media pesata di 22 indicatori, così suddivisi: 6 per l’area della prevenzione (copertura vaccinale pediatrica a 24 mesi per esavalente e MPR, controllo animali e alimenti, stili di vita, screening oncologici); 9 per l’attività distrettuale (tasso di ospedalizzazione di adulti per diabete, Bpco e scompenso cardiaco e tasso di ospedalizzazione di minori per asma e gastroenterite, intervallo chiamata-arrivo mezzi di soccorso, tempi d’attesa, consumo di antibiotici, percentuale re-ricoveri in psichiatria, numero decessi da tumore assistiti da cure palliative, anziani non autosufficienti nelle RSA); 6 per l’attività ospedaliera (tasso di ospedalizzazione standardizzato rispetto alla popolazione residente, interventi per tumore maligno al seno eseguiti in reparti con volumi di attività superiore a 150 interventi annui, ricoveri a rischio inappropriatezza, quota di colecistectomie con degenza inferiore ai 3 giorni, over 65 operati di frattura al femore entro 2 giorni; parti cesarei in strutture con più e meno di 1000 parti l’anno). Da una prima simulazione svolta sui dati del 2017, quasi tutto il Sud risulta inadempiente, ma appare evidente che non avendo messo il Mezzogiorno nelle condizioni di recuperare il gap dal Nord, inasprire i criteri di valutazione finisce per danneggiarlo due volte. E’ un dato di fatto certificato che il Nord continua a prendere più soldi per i suoi ospedali, come accade ormai da oltre 15 anni. Anche nel 2020, infatti, il riparto del fondo sanitario nazionale ha seguito logiche inique: meno risorse a parità di popolazione. E’ lo scippo della spesa storia che prosegue, qualche esempio? Alla Puglia, 4,1 milioni di abitanti, dei 113,3 miliardi complessivi, sono stati riservati 7,49 miliardi; l’Emilia Romagna (4,4 milioni di residenti) riceverà 8,44 miliardi: quasi un miliardo in più nonostante una popolazione quasi identica. Prendendo in considerazione il Veneto (4,9 milioni di abitanti) la sproporzione resta, visto che la Regione di Zaia incassa 9,2 miliardi, quasi due in più rispetto alla regione di Michele Emiliano. Le differenze si fanno ancora più palesi se prendiamo la spesa pro capite dello Stato per ogni cittadino: per la salute e le cure di un pugliese, lo Stato investe 1.826 euro, contro i 1.918 riservati ad un emiliano e 1.877 per un veneto. La Lombardia, che conta 10 milioni di residenti, riceve 18,8 miliardi per la sua sanità che non ha brillato durante l’emergenza Coronavirus: fatti due calcoli, significa 1.880 euro per ogni sua cittadino. La Campania, 5,8 milioni di residenti, avrà 10,6 miliardi: 1.827 euro pro capite. La Calabria (quasi due milioni di abitanti) ottiene nella ripartizione del fondo sanitario nazionale da 113 miliardi solamente 3,6 miliardi: 1.800 euro per ogni cittadino. Potremmo continuare: il Friuli Venezia Giulia che conta 1,2 milioni di residenti, incassa 2,33 miliardi: 1.916 euro per ogni suo cittadino. E ancora: il Piemonte, che pure negli ultimi anni come certificato dalla Corte dei Conti, non ha brillato nell’obiettivo di tenere sotto controllo la spesa sanitaria, incassa dallo Stato 8,33 miliardi per 4,35 milioni di abitanti: circa 1.935 euro per residente. Chiudiamo con la Toscana, 3,73 milioni di abitanti e 7,1 miliardi: 1.917 euro pro capite. Figli e figliastri. Nel confronto tra il 2010 e il 2020, l’incremento percentuale del Fondo sanitario nazionale premia ancora il Nord: negli ultimi 10 anni la Lombardia ha visto aumentare la propria fetta dell’11,4%, l’Emilia Romagna del 9,9%; 8,2% in più per la Toscana. La Basilicata, invece, ha avuto un incremento percentuale molto più modesto (+4,9%); l’Abruzzo del 6,7%; Calabria +5,7%; la Puglia e la Campania di circa l’8,1%. Non solo: dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno visto aumentare la loro quota, mediamente, del 2,36%; mentre altrettante regioni del Sud, già penalizzate perché beneficiare di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno. Tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato poco meno di un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria. Le differenze sono palesi anche sul numero di dipendenti a disposizione: in Puglia, dove si conta una popolazione di 4,1 milioni di abitanti, il personale sanitario a tempo indeterminato impegnato negli ospedali supera di poco le 35mila unità; in Emilia Romagna (4,4 milioni) i dipendenti sono invece oltre 57mila, in Veneto (4,9 milioni) quasi 58mila, in Toscana (3,7 milioni) sono quasi 49mila, in Piemonte (4,3 milioni) sono 53mila, non parliamo della Lombardia dove si sfiora le 100mila unità. La Campania, che fa 5,8 milioni di residenti, può contare soltanto su 42mila operatori sanitari, persino il Lazio (5,8 milioni di abitanti) ha appena 41mila dipendenti a tempo indeterminato al lavoro nella sua sanità . Parlare di liste di attesa e mobilità passiva a fronte di questi numeri diventa quasi superfluo: provate a immaginare una partita di calcio dove una squadra schiera regolarmente 11 giocatori e l’altra invece 5, 6 al massimo 7. Come crediate possa finire? La risposta è abbastanza scontata. Come si può chiedere alla Puglia, a quasi parità di popolazione, di riuscire a svolgere lo stesso numero di esami e visite mediche che si riescono a fare in Emilia Romagna che ha 22mila lavoratori in più? Ecco perché criteri di valutazione più severi finiranno per danneggiare due volte il Mezzogiorno.
BERLUSCONI INVOCA UN NUOVO PIANO MARSHALL PER IL SUD? E' PER PORTARE ALTRI SOLDI AL NORD. GLI "ERPIVORI", QUANDO DE GASPERI RUBO' AL SUD I RISARCIMENTI AMERICANI DEL DOPOGUERRA. Di Annamaria Pisapia, vicepresidente nazionale M24A. Su "Il Popolo" del 25 luglio 1948, Don Luigi Sturzo si scagliò contro gli industriali del nord definendoli "erpivori", cioè consumatori parassiti di fondi ERP,(european recovery program). Gli ERP, meglio conosciuti come Piano Marshall, erano i fondi destinati dal governo americano per la ricostruzione e il rilancio delle aree maggiormente devastate dall'evento bellico della seconda guerra mondiale. Don Luigi Sturzo, in qualità di presidente del "Comitato permanente per il Mezzogiorno", si batteva affinchè gli aiuti del Piano Marshall venissero destinati in massima parte al Mezzogiorno, che era l'area maggiormente colpita, rispetto al nord, pressando i ministri in tal senso. Purtroppo il governo, presieduto da De Gasperi, ritenne di dirottarli in misura dell'87% al nord e solo del 13% al Sud favorendo il rilancio delle industrie settentrionali. Il ministro dell'agricoltura Segni inviò una lettera a Don Sturzo il 22 luglio 1948 in cui diceva: " A POCO A POCO, INDUSTRIA E NORD STANNO TENTANDO DI ACCAPARRARSI TUTTO. IO NEGOZIO, SINO ALLE ESTREME CONSEGUENZE, MA LA LOTTA E' IMPARI, SOLO, COLL'OTTIMO RONCHI; CONTRO QUASI TUTTI GLI ALTRI". (ALS 1947-59, cart. 52 fasc. 1948 Piano Marshall ERP). Era nell'idea del governo e degli industriali del nord di puntare sull'emigrazione a basso costo del Sud per il decollo dell'economia italiana(nord). Così, di 1 miliardo e trecentomilioni di dollari, al Sud arrivarono le briciole. Purtroppo anche quelle briciole Don Sturzo dovette difenderle con i denti contro la crescente avidità degli industriali settentrionali. E come era ovvio il pil di zone come il Veneto, fino ad allora povero, schizzò a +22% e al Sud diminuì del 10%. Ma con grande "magnanimità" nel 1950 il governatore Donato Menichella, dato l'esaurimento dei fondi ERP, mandò avanti una contrattazione, per protrarre la scadenza degli aiuti del Piano Marshall con il governatore della Banca Mondiale Eugene Black , per istituire "La Cassa per il Mezzogiorno". Così, mentre i soldi dei fondi ERP se ne andarono in silenzio al nord, la "Cassa per il Mezzogiorno" venne annunciata con tanto di grancassa. Insomma, la prepotenza del nord fece in modo che i fondi ERP risultassero un risarcimento che gli era dovuto , mentre la "Cassa per il Mezzogiorno" un'elemosina di cui essere grati. Inutile dire che il parassitismo erpivoro infesta ancora il nord, che negli anni ha mutato denominazione pur conservando la modalità trasmessa dai loro avi: succhiare linfa vitale al Sud.
"GLI ERPIVORI: NEL 1948 DE GASPERI DIROTTO' I FONDI DEL PIANO MARSHALL AL NORD. NEL 2020 CONTE LO EGUAGLIERA'? Di Annamaria Pisapia, vicepresidente nazionale M24A. Lo stupore è stata la prima reazione dei lombardi, e di molti seguaci adoratori del nordicopensiero: belli, bravi, integerrimi, ligi (e vennero a liberarci non ce lo vogliamo mettere?) sul perché proprio quest’area sia stata la più colpita dal coronavirus, piuttosto che una del Sud. Non un moto di vergogna sulla serie incredibile di errori, dettati dalla presunzione di essere favoriti sempre e comunque (ne hanno mai avuta di fronte ai più grandi scandali della storia del paese avvenuti proprio al nord?). Nessuna mea culpa né da chi ha gestito l’emergenza, da Fontana, al sindaco Sala (Milano non si ferma il suo leit motiv, a cui prontamente rispose l’entusiasta segretario del pd Zingaretti e il sindaco di Bergamo Gori) all’assessore Gallera, né dagli “illustri” luminari Burioni, Galli che, pur sbagliando qualunque previsione continuano a deliziarci con le loro elucubrazioni saltellando da un programma televisivo all’altro, contando sul favore dei media di regime che fanno a gara per riportarli in vetta. Nessuna traccia della figura meschina riportata, nei confronti del resto d’Italia per averci trascinati in un incubo senza fine. Ma nessuna traccia, ahimè, neanche del prof Ascierto (scopritore dell’efficacia del Tocilizumab sugli effetti nefasti del coronavirus) oscurato dai media al punto che la scoperta sembra quasi non essere ancora avvenuta. Ma Il Tg2 e il tgLeonardo si spingono anche oltre e a distanza di oltre un mese dalla scoperta di Ascierto (la cui terapia è nota e applicata in tutto il mondo) presentano servizi dall'ospedale di Padova e di Brescia come "primi" ad aver sperimentato il Tocilizumab, senza menzionare affatto il prof napoletano quale autore della scoperta. Insomma, sembra proprio che i dirigenti sanitari del nord vaghino in un’altra galassia e con loro tutta la classe dirigente politico-amministrativa della Lombardia che, presi da delirio di “superiorità” non si preoccupano affatto di azionare il cervello e, sperando di farla franca come sempre, sparano cavolate ad libitum: “La Lombardia ha salvato il Sud dal contagio coronavirus”, dice Gallera che deve aver rimosso come hanno gestito l'emergenza e come lo abbiano fatto al Sud. Insomma, un lavoro immane per ripristinare l’immagine di un nord efficiente e ricco, a cui non si sottrae neanche Conte che, come il padre di un rampollo a cui tutto si perdona e tutto si elargisce, promette di prendersi cura in special modo proprio di quel suo figlio preferito che definisce com“ nord, motore propulsivo". Non intravvede alcuna stonatura nel riconoscere al nord il ruolo di comando, ed è pronto a riconfermarlo. Eppure l'unica area su cui sarebbe logico investire per ripartire è il Sud con contagi vicini allo zero. Sembrano le scene di un film già visto: quelle della fine della II guerra mondiale. Era il 1947 quando l'America annunciò l'avvio del Piano Marshall per la ricostruzione post bellica dell'Europa. Il piano prevedeva l'impiego dei fondi ERP (european recovery program) nelle aree maggiormente devastate e, per l'Italia, il Sud era l'area maggiormente danneggiata pur uscendo due anni prima del nord dall'evento bellica. Ma Il Capo del Governo, il trentino Alcide De Gasperi, non intese ragioni e mise in piedi un piano ben congegnato: dirottamento dei fondi in favore degli imprenditori del nord, dando la possibilità all’industria di quell’area di rimettersi in piedi, e reclutamento di manovalanza a basso costo dal Sud che, data la profonda miseria in cui versava in seguito alla devastazione bellica del suo territorio, non era difficile da reperire. Molti provarono a ribellarsi a questa politica scellerata e predatrice, che vedeva assegnare quasi l'87% di quei fondi al nord e il restante al sud, tra questi Don Luigi Sturzo che su "Il Popolo" del 25 luglio 1948 si scagliò contro gli industriali del nord definendoli "erpivori" (consumatori parassiti di fondi Erp). Don Sturzo, in qualità di presidente del "Comitato permanente per il Mezzogiorno", si battè affinché gli aiuti del Piano Marshall venissero destinati in massima parte al Mezzogiorno. In questo fu appoggiato anche dal ministro dell’agricoltura Segni, il quale in una lettera a Don Sturzo del 22 luglio 1948 esprimeva tutto il suo rammarico: "a poco a poco, industria e nord stanno tentando di accaparrarsi tutto. Io negozio, sino alle estreme conseguenze ma la lotta è impari, solo, coll’ottimo Ronchi: contro quasi tutti gli altri” (als 1947-59, cart. 52 fasc. 1948 Piano Marshall ERP). Al Sud arrivò il 13% di quei fondi ( briciole) che non riuscirono a risollevare le sorti del Sud. Il Pil del nord fece un balzo in avanti registrando un +22%, (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna) al Sud diminuì al 10% . Don Sturzo dovette difendere con i denti anche le briciole, contro la crescente avidità degli industriali settentrionali. Con grande "magnanimità" nel 1950 il governatore Donato Menichella, dato l'esaurimento dei fondi ERP, mandò avanti una contrattazione, per protrarre la scadenza degli aiuti del Piano Marshall e con il governatore della Banca Mondiale Eugene Black , venne istituita "La Cassa per il Mezzogiorno" (soldi che servivano a sopperire in parte alla sottrazione dei fondi erp del Piano Marshall al Sud). L’annuncio di un aiuto per il mezzogiorno fu fatto a suon di grancassa ( “quanto è buono lei”, di fantozziana memoria), mentre in devoto silenzio se n’erano andati al nord i fondi erp. La prepotenza del nord fece sì che i fondi erp risultassero un risarcimento loro dovuto , mentre la "Cassa per il Mezzogiorno" un'elemosina di cui essere grati. Il parassitismo erpivoro infesta ancora il nord, che negli anni ha mutato denominazione pur conservando la modalità trasmessa dai loro avi: succhiare linfa vitale al Mezzogiorno, Il fato ci ha riproposto uno scenario simile a quello del 1948 di cui potremo cambiare il finale. Diversamente Il Sud sarà costretto a una morte definitiva e neanche indolore, data dalla scarnificazione delle ossa della nostra gente".
FAZIOSI, INCOMPETENTI E BUGIARDI. Le balle della sinistra padronale: il Sud è stato come sempre abolito dai grandi investimenti. Roberto Napoletano il 10 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Dicono che faranno l’Alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria e Palermo-Catania-Messina ma non è vero. C’è un solo cantiere già aperto: Napoli-Bari. Una vergogna che blocca le potenzialità di crescita dell’Italia intera perché senza la riunificazione infrastrutturale il Nord non riavrà il suo mercato di consumi interno e si determina una situazione di pericolosità estrema. Passano i giorni, la catastrofe economica italiana è sotto gli occhi di chiunque vuole vedere, ma non succede niente. “Parole, parole, parole” abbiamo titolato ieri. Oggi abbiamo il dovere di aggiungere che non solo, come ovvio, le parole non sono fatti, ma in molti casi sono parole pericolose. Perché creano illusioni destinate a tradursi in delusioni violente e sono benzina pura sul fuoco della polveriera sociale italiana che ha le sue “capitali” nel Mezzogiorno. Abbiamo un buco di cassa di 50 miliardi di cui abbiamo parlato per primi nel silenzio opaco dei cosiddetti giornali di qualità. Non diciamo come lo copriamo, facciamo gli spocchiosi con il Mes (tacciamo per carità di patria delle opposizioni sovraniste e dei loro anziani mentori in malafede) e passiamo le giornate a litigare su come spendere soldi che non abbiamo e che, quand’anche li avessimo, non saremmo in grado di spendere. Questo giornale non nasconderà mai ai suoi lettori la verità, non asseconderà mai nessun potere di turno. Il Presidente Conte che gira l’Europa come una Madonna pellegrina per convincere Capi di Stato e cancellerie europee che il Paese cambierà, farà le riforme, aprirà i cantieri, deve sapere che ha in mano tanti due di picche e nessun re di cuori. Una lista di priorità di grandi opere stilata da una ministra delle infrastrutture e dei trasporti che ha conquistato il podio della Sinistra Padronale – quella sdraiata come un tappetino al servizio del capitalismo privato della rendita – e che è riuscita a bloccare una regione senza fare mai marcia indietro, è il peggiore biglietto da visita che si possa esibire in Europa e scava la fossa al governo Conte 2 che proprio grazie all’iniziativa del suo Presidente ha affrontato bene l’emergenza sanitaria. Basta balle! Il Mezzogiorno è stato come sempre abolito dai grandi investimenti infrastrutturali e, come documenta Ercole Incalza della cui competenza nessuno può dubitare, tranne il cantiere già aperto della Napoli-Bari, nulla si muoverà di concreto per i prossimi due anni nell’Alta velocità ferroviaria del Mezzogiorno. Siamo in una situazione di pericolosità estrema perché si dice che si faranno la Salerno-Reggio Calabria e la Palermo-Catania-Messina ma non è vero perché al massimo si butteranno un altro po’ di soldi pubblici per fare studi e progetti già fatti. Una vergogna assoluta che blocca per sempre le potenzialità di crescita dell’Italia intera perché senza la riunificazione infrastrutturale del Paese il Nord non riavrà il suo mercato di consumi interno e diventerà l’appendice meridionale del gigante tedesco a sua volta stretto nella tenaglia cinese-americana. Una tragedia di cui tutti coloro che hanno responsabilità politica nel Mezzogiorno saranno corresponsabili se continueranno a tacere come hanno fatto negli ultimi venti anni. Questo giornale li stanerà uno a uno perché la situazione di oggi è molto differente da quella di ieri e dell’altro ieri perché la Grande Depressione mondiale prima non c’era. Abbiamo apprezzato il realismo di Marco Tronchetti Provera che ha messo nero su bianco una previsione del 15/20% di calo del fatturato della Pirelli avendo il coraggio di dire la verità che è proprio quello che serve. Anche qui vogliamo ricordare che nel silenzio generale, sulla base di mere analisi empiriche, ci siamo permessi di parlare di una caduta del Pil italiano di almeno il 15%. Ovviamente lo abbiamo fatto non perché siamo catastrofisti ma per spingere tutti a uno scatto fatto di cose concrete che solo la consapevolezza della situazione può dare. Se tagliamo il Sud, apriamo i cantieri forse tra due anni, prolunghiamo le “vacanze” degli statali fino alla fine dell’anno, chiudiamo l’Italia e non la riapriamo più. Se si vuole fare davvero l’alta velocità ferroviaria nel Mezzogiorno si lanci un bando di gara internazionale, si faccia cadere il tabù del ponte di Messina, e si segua da Palazzo Chigi il modello del progetto integrato e dei consorzi con partner selezionati utilizzato per il piano strategico dell’alta velocità ferroviaria del Nord di molti anni fa. Questo significa occuparsi del Mezzogiorno e riparare ai torti che ha subito. Questo significa salvare l’Italia. Con i cento e passa decreti attuativi mai adottati del Tesoro e la ministra zerbino De Micheli ci possono anche riempire di soldi europei, ma non ce la faremo mai. Perché siamo incapaci e a dettare legge saranno sempre i Soliti Noti. Quelli che usano il bilancio pubblico per le loro porcherie e rubano il futuro ai nostri giovani.
IL CONTO DELLA SINISTRA PADRONALE. Per quanto tempo l'Italia potrà sopportare i disastri del Pd e della ministra De Micheli? Roberto Napoletano l'8 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Ora tutti hanno scoperto che in cassa c’è un buco da 50 miliardi e che la lista degli appalti prende in giro metà Paese dando briciole al Sud e soldi veri al Nord. Fanno bene i governatori del Mezzogiorno a chiedere conto dei soprusi miopi che impediscono la ricostruzione dell’economia italiana. Ce la faranno i nostri eroi, Francesco Boccia e Giuseppe Provenzano, ministri delle Regioni e del Mezzogiorno, a fare ragionare la Sinistra Padronale che tiene in ostaggio Conte e il Paese? Che cosa si deve fare per liberare le due Italie dall’ossessione del codice degli appalti dell’ex ministro del Pd Delrio e liberare quel partito e l’economia italiana dal più clamoroso calcio negli stinchi che un Paese può dare a se stesso? Ci sarà qualcuno nel Pd in grado di ricordare a Delrio che aveva preso l’impegno di ridurre le stazioni appaltanti da 35 mila a 5 mila e, cioè, al doppio di Germania e Francia, ma che non è successo assolutamente nulla e questa inerzia la paga un’economia paralizzata che non fa investimenti e precipita in fondo a tutte le classifiche? Ma per quanto tempo ancora si può pensare che l’Italia possa sopportare l’azione e i disastri del peggiore ministro della storia repubblicana che risponde al nome di Paola De Micheli, sempre del Pd, che si permette di prendere in giro i cittadini italiani confondendo opere cantierabili con risorse disponibili e che arriva perfino, cosa che non le perdoneremo mai, a prendere in giro i cittadini calabresi e del Mezzogiorno scambiando progetti per cantieri, treni di media velocità per alta velocità, sempre a favore del Nord e sempre subdolamente contro il Sud? È riuscita a bloccare una regione intera, la Liguria, questa impresentabile ministra senza chiedere scusa e ritirare ad horas le sue demenziali disposizioni, riuscendo nel miracolo di fare apparire il predecessore grillino Toninelli un pozzo di competenza al suo confronto. Con splendido tempismo è riuscita a affidare la gestione del ponte Morandi ai Benetton nello stesso giorno che la Consulta ha ritenuto legittimo escluderli dalla ricostruzione dello stesso Ponte. Ma in che mani, ci chiediamo, siamo finiti? Che cosa aspetta Zingaretti a prendere le distanze da questo pericolo pubblico che è la De Micheli e il Presidente Conte a chiedere per impresentabilità e incompetenza acclarate le sue irrevocabili dimissioni? Da Palazzo Chigi è uscito un documento a firma del capo del Dipartimento, Antonio Scino, di designazione leghista, che voleva fare saltare il vincolo del 34% delle risorse al Sud e destinarle come sempre al Nord, possiamo chiedere, come giustamente ripete giorno e notte Provenzano, per quale misteriosa ragione è ancora lì al suo posto? Ci fermiamo qui. Non abbiamo voglia di proseguire. Quello che deve essere chiaro a tutti è che esiste un giornale che si è permesso di segnalare nel silenzio servile dei cosiddetti giornali di qualità che c’è un buco di cassa di 50 miliardi che ora hanno scoperto tutti e che la lista degli appalti del decreto semplificazioni (vero De Micheli?) continua a prendere in giro metà Paese dando briciole al Sud per continuare a studiare e soldi veri ai cantieri nel Nord ovviamente con il plauso di buona parte anche dell’informazione che nella migliore delle ipotesi non capisce. Basta!!! Fanno bene i governatori del Sud a abbracciare la campagna di questo giornale, condotta in assoluta solitudine e avallata dalle principali istituzioni economiche, statistiche e contabili della Repubblica italiana, e a dire chiaro e tondo che con i soprusi delle Regioni del Nord di Sinistra e di Destra se la vedranno davanti alla Corte Costituzionale perché ogni limite ha una pazienza. Come direbbe il grande Totò. A tutti i sapientoni del pensiero unico ci permettiamo di ricordare che abbiamo sfondato il pavimento e distrutto le cantine, siamo sotto gli ultimi in tutto perché continuiamo a fare regali a un Nord assistenziale e togliamo risorse produttive al Mezzogiorno che può salvare l’intero Paese. Se ne è accorta perfino la Merkel non i cosiddetti giornali di qualità e la Sinistra Padronale con i suoi ministri impresentabili. Presidente Conte questa volta o riuscirà a cambiare rotta con i fatti o salterà. Sia chiaro: chi prenderà il suo posto o cambierà rotta o farà saltare l’Italia. Questi sono i punti veri. Il resto sono chiacchiere. Penose.
I SOLDI DELL'EUROPA DIROTTATI AL NORD. Siamo alla vergogna delle vergogne. Non sarà mai troppo tardi quando gli amministratori delle Regioni meridionali avranno la dignità di rivolgersi alla Corte costituzionale per tutelare i diritti di cittadinanza delle proprie popolazioni. Roberto Napoletano il 6luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Noi vogliamo bene all’Italia e solo per questo ci siamo imposti di non soffiare sul fuoco della polveriera sociale che può incendiare il Paese in autunno. Siamo sull’orlo del baratro e ci comportiamo come se avessimo il portafoglio pieno e i miliardi che ci ballano. Calpestiamo il Mezzogiorno e il lavoro privato con la brutalità che solo l’ignoranza delle cose può consentire. Non riapriamo il pubblico impiego, il sindacato tutela privilegi fuori dal mondo, e raccontiamo la favola della didattica a distanza in una scuola colpevolmente dimezzata. Lasciamo morire il commercio, chiudiamo l’economia a partire dal turismo, e crediamo di potere ricominciare come se nulla fosse ridando i soldi ai Soliti Noti e regalando spesa pubblica ai ricchi rubandola ai poveri facendo l’esatto contrario di quello che ci chiede l’Europa. Facciamo finta di cambiare la macchina pubblica per cui gli investimenti rischiano di non partire mai e litighiamo su chi nomina i commissari e su quali opere devono avere la priorità quasi che fosse discutibile il dato di fatto che negli ultimi venti anni si è azzerata la spesa per investimenti nel Mezzogiorno (0,15% del Pil) e si vuole addirittura proseguire con l’andazzo incostituzionale di fare figli e figliastri nella sanità pubblica adesso addirittura anche con i fondi europei del Mes che non abbiamo nemmeno il pudore di chiedere ma sottobanco già ci dividiamo. Non so se si è capito bene quello che sto dicendo: con la consueta miope arroganza vogliamo prenderci i soldi europei per fare regali a Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, la governance reale del Paese che unisce Destra e Sinistra, quando l’Europa ci aiuta eccezionalmente per l’ultima volta affinché facciamo finalmente gli ospedali pubblici, terapie intensive e ricerca nelle regioni del Mezzogiorno arbitrariamente private dei loro diritti costituzionali. Siamo alla vergogna delle vergogne. Non sarà mai troppo tardi quando gli amministratori delle Regioni meridionali avranno la dignità di rivolgersi alla Corte costituzionale per tutelare i diritti di cittadinanza delle proprie popolazioni. Questo giornale con l’avallo delle principali istituzioni economiche, contabili, statistiche della Repubblica italiana ha condotto ben tre operazioni verità (mai smentite da chicchessia) che documentano lo scippo da 60 e passa miliardi di spesa pubblica l’anno del Nord a danno del Sud e che sono la base giuridica della necessaria azione davanti alla suprema Corte. Ritenevamo che almeno il Coronavirus avrebbe consentito di bandire certe pratiche da Nord ladrone. Non è così se è vero come è vero che si è predisposta una bozza di ripartizione degli eventuali aiuti del Mes che continua a dare smaccatamente di più alle Regioni del Nord rispetto a quelle del Sud e si litiga sulle grandi opere da inserire nelle liste delle priorità con l’obiettivo della Sinistra Padronale di continuare a privilegiare in modo miope il Nord a spese del Sud. Questa è l’amara realtà e francamente siamo allibiti davanti allo spettacolo di un ministro dell’Economia che ha un buco di cassa di 50 miliardi, qualcosa che vale tre manovre, e non dice come intende coprirlo con l’assestamento di bilancio né anticipa il Def. Si permette di dire che è assolutamente urgente utilizzare le risorse comunitarie mentre continua a fabbricare leggi inattuabili e a prevedere decreti attuativi che non vengono adottati. Non perde una parola per ricordare a tutti che l’Europa pone una sola condizione: dovete spendere bene i quattrini che vi diamo mettendo al centro il Mezzogiorno. Dovete spenderli per fare quelle infrastrutture di sviluppo negate al Sud che consentono di perseguire il riequilibrio territoriale e di fare ripartire l’economia dell’Italia intera. Non lo dice, ma è così: dovete fare l’esatto opposto di quello che avete fatto fino a oggi. Soprattutto, dovete farlo in fretta. La Sinistra Padronale deve smetterla con il vizietto di aiutare gli amici degli amici ovviamente sempre ricchi e deve dare una mano a Conte per sbloccare poteri commissariali, alta velocità ferroviaria al Sud e smontare senza ipocrisie abuso d’ufficio e codice degli appalti. A sua volta Conte deve avere la forza di imporre ai grillini di uscire dal tunnel delle politiche assistenzialiste e dalla pratica delle regalie agli amici incompetenti perché la priorità è fare ripartire il lavoro. Sempre Conte deve abolire quota 100 per le pensioni che è il frutto della stessa cultura assistenzialista ma di impronta grillina. Se si vuole evitare il baratro, fatto di crollo dell’economia reale e di sfiducia dei mercati, il percorso è obbligato. Per poterlo percorrere insieme o con altri bisogna almeno capirlo.
Non bastano i soldi scippati al Sud: la Lombardia ha 320 milioni di buco. Claudio Marincola il 9 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. È proprio vero che nulla sarà più come prima. È caduto infatti anche l’ultimo tabù: ora anche la Lombardia ha i conti in rosso. Perdite straordinarie per circa 320 milioni di euro, da ripianare tagliando i costi e risparmiando sul welfare. Cose mai viste da quelle parti. La cifra è scritta nero su bianco nel Dfr, il Documento di finanza regionale 2020-2022 e fa un certo effetto considerando che da sempre è la Regione che incassa la fetta più grossa dei finanziamenti previsti dal piano sanitario nazionale. A determinare l’insolito sforamento è stata ovviamente l’emergenza Codiv-19 che ha colpito duramente la Regione del presidente Attilio Fontana. Più uscite ma anche minori entrate per 33 milioni di euro pari a un – 11% circa, da attribuirsi per il 27% ai minori introiti per il bollo auto, addizionale Irpef (-21%) e al decremento dell’Irap, (-43%) sia per quanto riguarda il saldo del 2019 che il primo acconto 2020. Un ulteriore 9% lo si deve alle minori riscossioni dell’Agenzia delle entrate per la tregua da lockdown. Il “buco” è chiaramente di derivazione sanitaria. Dai tabulati della Regione si evince che degli 894.100.214,35 euro spesi sono stati autorizzati finora solo 52.035.024,92 euro sul totale degli oltre 566.035024,92 euro rendicontati, Il Pirellone ha richiesto al commissario straordinario 502.808.621,77 milioni di euro. Ma ad oggi – sui fa notare dall’assessorato al Bilancio della regione Lombardia – queste risorse non sono state ancora assegnate. Si tratta di spese sostenute durante l’emergenza per l’assistenza medica, per la sanificazione di strutture sanitarie, acquisto di apparecchiature medicali, dispositivi di protezione e quant’altro è stato necessario per fronteggiare l’esplosione dell’epidemia nei giorni più caldi. Altri 63 milioni di euro sono stati richiesti al Dipartimento di Protezione civile. Spese varie ma sempre prettamente sanitarie. Esempio; l’assistenza alberghiera ai pazienti positivi o quarantenati e a medici e infermieri; la distribuzione dei medicinali; il trasporto salme da presidi ubicati al di fuori della provincia o della regione delle vittime e l’allestimento di strutture temporanee. Un calderone, insomma, in cui c’è di tutto. Restano invece in capo alla Regione Lombardia alcune spese che non sono state autorizzate. Tipo: rafforzamento della pianificazione della prevenzione e i costi aggiuntivi di personale, tra tutte quest’ultima resta la voce di spesa più importante: 148.246.093,69 milioni di euro. Mai come in questo esercizio finanziario ogni voce di spesa racconta il dramma che si è consumato nella regione considerata fino a ieri la Locomotiva d’Italia. Un ente locale, che a differenza di altre aree geografiche, può contare su entrate consolidate, introiti stabili, solidità finanziaria. Nel 2019 l’avanzo di bilancio ammontava infatti ad 1 miliardo e 324 milioni di euro, di cui 518 milioni provenienti dal bilancio di competenza. Una riserva ingente a cui sarà necessario attingere ora che la crisi da Covid 19 ha imposto una brusca inversione di tendenza. “Il nostro problema – conferma infatti il consigliere regionale Dem Raffaele Straniero – è stato semmai il contrario: la capacità di spesa”. Non la pensa così l’assessore al Bilancio Davide Carlo Carapini, bresciano e leghista della prima ora che ha più volte chiesto di accelerare le procedure dei rimborsi. La Conferenza delle regioni e delle Province autonome ha fatto di recente la ricognizione delle spese sostenute da tutti gli enti locali tra il 31 gennaio e il 31 maggio 2020 in relazione all’emergenza Codiv-19 ma le procedure per applicare i rimborsi previsti dal decreto Cura Italia viaggiano ancora molto al rilento. Arriveranno? Ma quando? Nell’incertezza della copertura, il Pirellone non esclude di utilizzare i proventi delle donazioni, circa 52 milioni di euro. Sono il frutto di raccolte fondi tra i privati ma anche delle aziende territoriale della sanità (Ats): Ats Brianza; Insubria; Val Padana; Bergamo e Città metropolitana. Risorse sono arrivate anche dagli Irccs di Besta; San Matteo; Policlinico e dall’Istituto nazionale dei tumori. Ognuno ha fatto la sua parte. Un discorso diverso è quello delle donazioni arrivate per il padiglione di Rho Fiera destinato alle terapie intensive. Pazienti che si contano sulle dita di una mano: costo 20 milioni circa di euro. Secondo molti uno spreco inutile, risorse sottratte al pubblico e regalate ai privati. Il nuovo ospedale messo su con la collaborazione di Bertolaso e il contributo di Berlusconi, per intenderci. Sebbene dei 52 milioni raccolti, ben 25 indicavano nella lettera di accompagnamento o nella delibera di autorizzazione la preferenza per la destinazione Rho, la Regione chiederà ai donatori l’autorizzazione a destinarle ad altre “iniziative” legate comunque all’emergenza. Il Codiv 19 ha stravolto i bilanci di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Ma se quelle povere saranno ancora più povere questa volta anche i ricchi piangono. Lacrime e sangue è costato il coronavirus anche all’Emilia-Romagna, l’altra eccellenza. Un colpo duro alle casse regionali non ancora del tutto quantificato. Si dà il caso però che nel riparto delle risorse nazionali, la regione guidata dal governatore Bonaccini aveva scoperto proprio a marzo, in piena emergenza, di poter incassare 175 milioni in più dell’esercizio precedente. Un tesoretto da cui ripartire. Chissà certe sorprese nel Mezzogiorno non si verificano mai.
TRADITO IL SUD, TRADITA L'ITALIA. Roberto Napoletano l'8 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. I PAESI che fanno parte dell’Unione Europea sono 27. Un bel numero. Una squadra di pallone con le riserve e le riserve delle riserve più un’altra mezza squadra di titolari. Tra tutti questi giocatori non c’è nessuno che va peggio di noi. Con il Regno Unito impegnato in una eterna Brexit saremmo stati 28. Il risultato resterebbe invariato. Sempre ultimi. Questo è l’unico risultato clamoroso certo che riguarda l’Italia. Segnala il rischio Paese che è in cima alle preoccupazioni dell’Europa che per scongiurarlo è pronta per la prima volta a dare all’Italia non solo prestiti a tassi di favore ma anche fondo perduto ovviamente sempre a fronte di progetti esecutivi attuati e rendicontati. Un Paese che ha un buco di cassa di oltre 50 miliardi, non lo dice nessuno ma è così, e si appresta a raggiungere vette inesplorate di debito pubblico non può consentirsi il lusso di unire alla peggiore performance di crescita pre Covid, frutto di vent’anni di scelte sbagliate di politica economica e di una macchina pubblica centrale e regionale incapace di spendere, anche il record negativo di essere l’ultima economia europea a ripartire dopo il Covid. Le previsioni del prodotto interno lordo tutte negative e tutte per l’Italia ancora una volta da recordman tra i Paesi sotto zero peccano, a nostro avviso, di eccesso di ottimismo. Questo giornale sulla base di valutazioni empiriche, la somma dei mesi di chiusura totale e di quelli a chiusura parziale delle attività economiche, ha parlato in tempi non sospetti di un Pil negativo del 15% quando tutti, mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, si trastullavano con previsioni inferiori di un terzo. Non vogliamo tirarla lunga perché sull’orlo del baratro ci toccherebbe occuparci di tanta vaghezza assortita, chiacchiere lunari di rimpasto, una ministra delle infrastrutture (De Micheli) che riesce a bloccare una regione e spicca per incompetenza, una squadra di ministri del Pd che difende il codice degli appalti e non vuole i commissari perché bisogna difendere le riforme di Delrio che hanno bloccato gli appalti in Italia senza scalfire il patrimonio imbarazzante di 35 mila stazioni appaltanti contro le duemila di Francia e Germania. Vogliamo invece dire una sola cosa che nessuno vuole dire, nessuno vuole vedere, nessuno vuole sentire. Che è la sola cosa che blocca la crescita del Paese da almeno un quarto di secolo: l’abolizione del Mezzogiorno dalla spesa pubblica produttiva e sociale. Il vizietto dei ricchi della Sinistra (Emilia-Romagna e Toscana) e della Destra (Lombardia e Veneto), di fare il pieno di finanziamento pubblico a spese degli altri territori italiani. Purtroppo, anche in un quadro di semplificazione oggettiva che è il massimo che Conte è riuscito a strappare al Pd, i soldi europei finanzieranno al Nord subito opere e al Sud studi di fattibilità, progetti. Se si vuole fare per davvero l’alta velocità ferroviaria al Sud si fa come si è fatto ormai tanto tempo fa al Nord. Non si finanzia uno studio di fattibilità ma si fa un atto concessorio per un Progetto integrato per l’alta velocità ferroviaria con un bando di gara rivolto a un pool di imprese selezionate. Se si vuole fare sul serio si fa così se no si continua a prendere in giro il Sud e con i soldi di oggi del Sud a finanziare assistenza e opere al Nord, avendo cura al Sud di assegnare sempre i soldi di domani. Quelli che quando arriva l’oggi non ci sono più perché li ha già presi il Nord. Sul capitolo sanità è addirittura peggio. Si è predisposta una bozza per cui con i soldi del Mes si vuole dare alla Lombardia da sola quasi quanto riceve tutto il Mezzogiorno continentale e si continua a non capire perché il Veneto con un milione di abitanti in meno deve prendere più o meno quello che prende la Campania e l’Emilia Romagna sempre più della Puglia. Siamo alla violazione palese, insistita e scandalosa dei diritti costituzionali di cittadinanza e siamo contenti che due presidente di Regione (Campania e Sicilia) abbiano finalmente accolto il nostro suggerimento di rivolgersi alla Consulta per tutelare i diritti violati e, cosa ancora più importante, dare contro tutti e contro tutto l’ultima chance all’Italia per tornare a crescere. Fare, cioè, l’unica cosa che deve fare da quasi trent’anni e non fa. La riunificazione infrastrutturale delle due Italie. Serve al Nord per tornare ad avere il suo mercato di consumi interno. Serve al sistema produttivo italiano per recuperare una dimensione di impresa accettabile a livello globale che è cosa diversa da essere l’appendice meridionale del gigante tedesco. Serve al Paese intero per tornare ad essere la base logistica del Mediterraneo e recuperare la sua leadership sui mercati strategici della sponda Sud del mondo. Serve all’Europa che è stanca di dovere chiedere il permesso a Erdogan o a Abdel Fattah al-Sisi per fare un investimento in Libia e non sa più come spiegare che apre i cordoni della borsa perché l’Italia persegua e realizzi il suo riequilibrio strutturale non altro. Chi glielo spiega a Bonaccini e Fontana che, causa Covid, hanno perso sei mesi di “turismo sanitario” e hanno un buco di bilancio da sanare? Con i giochetti di prima non si va da nessuna parte perché questa volta l’Italia affonda e perché l’Europa non si vuole fare prendere in giro. Consigliamo al Presidente Conte di sfidare i guappi di cartone del Pd per fare scelte più radicali e condividere non a parole la priorità italiana del Mezzogiorno. Anche perché se l’Italia non recupera questo pezzo così vasto di territorio esce dal novero dei Paesi industrializzati.
“I napoletani si sono comportati civilmente, i milanesi avrebbero alzato muri”, parla il banchiere Pietro Modiano. Redazione su Il Riformista il 15 Giugno 2020. “Qui siamo tanto offesi perché qualcuno dice che non vuole i lombardi in Campania o fuori regione. Ma io credo che se invece che a Nembro il disastro fosse scoppiato a Casoria o a San Giovanni a Teduccio voglio vedere… credo avremmo messo muri, barriere, chiesto l’esercito a presidiare le porte della città, e avremmo invitato i napoletani a lavarsi”. Sono bastate queste parole di Pietro Modiano estrapolate da una lunga intervista rilasciata al sito Gli Stati Generali per scatenare una bufera sul web. Pietro Modiano, 68 anni, banchiere e figlio della grande borghesia milanese con le sue dichiarazioni ha scatenato una serie di diatribe sull’infinito dibattito di lunga memoria tra Nord e Sud Italia. In particolar modo sono finite nel mirino le sue affermazioni sulla diffusione del coronavirus nel nostro Paese, che come sappiamo ha messo in ginocchio le regioni settentrionali con epicentro la Lombardia. Infatti da quando è scoppiata la pandemia, sono esplose anche le polemiche che vedrebbero una discriminazione da parte del popolo meridionale nei confronti dei lombardi, e in generale delle persone del Nord Italia, in quanto untori e portatori del virus. Ma al contrario, secondo il banchiere milanese se il focolaio dell’epidemia da covid-19 fosse stato al Sud Italia, il popolo lombardo non avrebbe reagito in maniera così solidale, abbattendo così ogni polemica nei confronti dei meridionali.
LE DICHIARAZIONI – La lunga intervista di Modiano sullo sviluppo economico e sul "modello Milano" è in realtà sfociata in una fotografia del Paese con chiara separazione tra zone ricche e zone povere. Infatti il banchiere ha dichiarato che il virus per qualche ragione ha colpito le Nazioni più forti come appunto la Cina, New York e il Nord Italia con particolare riferimento alla città di Milano. In merito ha detto che se quest’epidemia “si fosse comportata socialmente come l’ebola, che ha devastato l’Africa, o come il colera a Napoli, io non credo che i civili milanesi si sarebbero comportati come i napoletani si sono comportati con noi”, specificando così il senso di superiorità che spesso la popolazione milanese e in generale del Nord Italia ha nei confronti del Meridione. Nello specifico, lo stesso Modiano chiarisce: “Altro che qualche boutade alla De Luca (Vincenzo De Luca, ndr)… Invece di offenderci dovremmo riflettere su come la pandemia ha anche mostrato la fragilità delle nostre eccellenze, tanto decantate. Intendiamoci, non è che sia tutto da buttare in Lombardia, anzi, ma questa vicenda, tremenda, deve farci riflettere su un certo senso di superiorità che ci portiamo dietro. E anche sulla sufficienza con cui il mondo ricco guarda a queste cose, quando capitano ai poveri”. Infine precisa: “Tutto questo ci incoraggia a pensare a quel che abbiamo rimosso dopo la crisi del 2008, riassestando le priorità, ridiscutendo il sistema meritocratico che genera ingiustizie e un modello di sviluppo che ormai non possiamo più negare sia non sostenibile”.
Dagospia il 9 giugno 2020. QUANTO STARNAZZANO I LOMBARDI - E’ BASTATO METTERLI DUE MESI NEL RUOLO DI UNTORI-DISCRIMINATI PER ASSISTERE A UNA REAZIONE FURIBONDA, DE BORTOLI IN TESTA - MA COME? IL SUD E I MERIDIONALI VENGONO TRATTATI CON SPREGIO, SEMPRE. (DO YOU REMEMBER: “NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI”?) E ORA PER QUALCHE SFOTTO’ SI GRIDA ALL’INVIDIA SOCIALE? L’ESAGERAZIONE DI FELTRI: “CONTRO LA LOMBARDIA, PROVENIENTI DAL MERIDIONE, SONO STATI LANCIATI STRALI VELENOSI. UN PESTAGGIO SENZA PRECEDENTI CHE COLPISCE POLENTONI QUASI FOSSERO DELINQUENTI”.
Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 9 giugno 2020. È ora di riaprire il fuoco che pure mi ha strinato. Un paio di mesi orsono, forse meno, ero ospite del programma televisivo «Fuori dal coro» condotto dall'ottimo Mario Giordano. Alle sette di sera registrai una intervista su temi di attualità. Il Governatore della Campania, il simpaticissimo De Luca, aveva da poco dichiarato l'intenzione di chiudere i confini della sua regione. Cosa saggia. Chiamato a commentarla, mi chiesi se tale chiusura fosse solo in entrata o anche in uscita. Precisando comunque che a me non importava trasferirmi a Napoli per lavoro, visto che non avevo e non ho intenzione di fare il posteggiatore abusivo, aggiunsi che il capoluogo vesuviano è abitato anche da gente che non soffre di alcun complesso di inferiorità, ma è inferiore. Il giudizio non era di tipo antropologico, dato che perfino io so che Benedetto Croce non è nato a Cuneo e che Gabriele D'Annunzio non è venuto al mondo a Sondrio. In discussione dunque non erano né potevano essere le virtù intellettuali dei meridionali, bensì il loro livello economico, sociale e civile. Chiunque sa che il Mezzogiorno soffre di arretratezza in campo produttivo: il reddito dei suoi cittadini è la metà di quello dei lombardi, è devastato dalla criminalità organizzata, è privo di infrastrutture idonee a favorire lo sviluppo. Queste sono verità incontestabili. Nonostante ciò sono stato linciato quasi avessi offeso il popolo del Sud, il quale peraltro si lamenta proprio perché lo Stato non ha mai provveduto a colmare certe lacune che lo rendono appunto inferiore (che non è una parolaccia) al settentrione. È un fatto noto a chiunque conosca la realtà patria. Mi sono preso valanghe di insulti. Addirittura Massimo Giletti, factotum dell'Arena della 7, ha organizzato una puntata durante la quale i suoi ospiti, da Luca Telese al sindaco di Benevento, mi hanno brutalizzato volgarmente, accusandomi di antimeridionalismo, ignorando la mia storia. Solamente Alessandro Sallusti mi ha generosamente difeso. Non contento, Giletti ha incaricato la ex ministra De Gregorio di raccogliere le contumelie dirette a me ad opera di un considerevole numero di sudisti che hanno parlato per sentito dire, cioè senza avere udito il mio intervento tv. Più scorretti di così è impossibile. Naturalmente me ne sono infischiato. Alla superficialità di certa gente sono avvezzo. Ora però si dà il caso che si è scatenata una bufera contro la Lombardia, accusata di aver commesso ogni nefandezza in occasione del Covid, come se il virus fosse stato realizzato da Attilio Fontana e dai suoi collaboratori. Contro questa regione pilota, provenienti dal meridione, sono stati lanciati strali velenosi. Un pestaggio senza precedenti che colpisce polentoni quasi fossero delinquenti oltre che untori indefessi. Il migliore dei settentrionali è dipinto quale un bastardo intento solo a impestare i connazionali e ad accumulare denaro, speculando su tutto, anche del virus. Ma le offese sanguinose sparate sui lombardi non hanno suscitato polemiche: solo approvazioni. Non c'è stata e non c'è anima che si indigni e invochi punizioni nei confronti dei detrattori dei miei conterranei. Niente, neanche un sospiro. Se io dico che i napoletani sono spettinati, vengo infilato nel tritacarne e ridotto a polpetta, se invece il Paese intero imputa ai lombardi di essere un popolo di gentaglia arraffona, avida e senza dignità, tutto va bene madama la marchesa. Non mi aspetto le scuse di chi sputtana i miei concittadini, mi accontenterei che chiudesse la bocca e pensasse che senza la Lombardia tornerebbe alla mezzadria e al latifondo.
Feltri difende il Nord, nuovo titolo discutibile di Libero: arriva l'ironico commento di Di Mare. Vittorio Feltri, giornalista e Direttore di Libero, ha pubblicato un altro editoriale che prende di mira i Meridionali. Redazione areanapoli.it il 9 giugno 2020. Renato Farina, giornalista, ha scritto un articolo su Libero dal titolo: "Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno". Farina scrive che “bisognerebbe aggiungere un comma alle leggi che tutelano dalle discriminazioni razziali, religiose, sessuali. Andrebbe dedicato alla lotta contro la lombardofobia”. Cita Giuseppe Verdi e annuncia l’organizzazione di un Lombard-Pride. Per l’occasione Ferruccio de Bortoli potrebbe lanciare il suo movimento territoriale. Vittorio Feltri, sempre su Libero, ha invece scritto: “Se nomini il Sud ti massacrano, se insulti il Nord. Io contro il Mezzogiorno? Ho detto verità incontestabili. Sono stato linciato quasi avessi offeso il popolo del Sud. Si è scatenata una bufera contro la Lombardia accusata di aver commesso ogni nefandezza in occasione del Covid, come il virus fosse stato realizzato da Fontana e i suoi collaboratori. Senza la Lombardia chi oggi accusa tornerebbe alla mezzadria e al latifondo”. Gino Di Mare, giornalista e fratello di Franco (ora Direttore di Rai 3), ha commentato in modo ironico su Facebook: "I titoli di Libero andrebbero protetti, tutelati, esposti. Secondo me una permanente al Thyssen-Bornemisza di Madrid avrebbe il suo perché. Almeno facciamo ridere anche agli spagnoli".
VITTORIO FELTRI per Libero Quotidiano il 12 giugno 2020. Illustre Sergio Pinto, pubblichiamo volentieri la sua lettera garbata sperando dimostri ai nostri lettori come stanno effettivamente le cose. Nessuno qui a Libero è ostile ai terroni, termine scherzoso esattamente come lo è polentoni. Certi modi di dire non devono assumere una connotazione dispregiativa, al contrario vengono usati con affetto. Io sono stato recentemente criticato perché ho parlato delle tribolazioni del Sud, abbandonato dalla politica e reso così incapace di fronteggiare una arretratezza che risale a tempi lontani. Da oltre sessanta anni i meridionalisti più provveduti si lamentano poiché il Mezzogiorno è male amministrato dallo Stato Centrale, e hanno mille ragioni. Sono sempre mancati investimenti tesi allo sviluppo del territorio, privo di infrastrutture, di trasporti adeguati alle esigenze degli imprenditori che, di fatto, non sono riusciti a sfondare sul piano economico lasciando la loro gente in una situazione di subalternità rispetto al Nord. Negare tutto questo significa non aver capito nulla delle problematiche che affliggono da secoli le regioni più sfortunate d' Italia. Personalmente insisto da lustri: la rinascita delle due Sicilie dipende dalla volontà degli uomini. I quali non devono favorire piogge di denaro sulle zone depresse, quattrini che poi vengono raccattati dalla malavita organizzata e destinati ad arricchire le famiglie mafiose. I soldi pubblici vanno investiti in grandi opere che siano importanti ai fini di un rilancio definitivo del Meridione, bisognoso di strade, ponti, aeroporti, ferrovie, altrimenti esso non sarà mai in grado di competere con i connazionali più vicini all' Europa. Quando affermo che molti napoletani sono inferiori ai lombardi scopro l' acqua calda, nel senso che le possibilità dei vesuviani, perseguitati dalla miseria, dalla camorra e da un caos cittadino incontrollabile, sono evidentemente più modeste rispetto a quelle di cui dispongono gli abitanti di Milano. Chi non riconosce che esiste un gap tra una parte e l' altra dello stivale o è cieco o è sciocco. Non si tratta di differenze antropologiche tra polentoni e terrori, tuttavia smentire che le due categorie abbiano un reddito e un modus vivendi dissimili costituisce una manifestazione di ottusità.
Da casanapoli.net il 12 giugno 2020. Il direttore di “Libero Quotidiano“, Vittorio Feltri, torna ad attaccare Napoli e il Sud in generale, per rispondere alle accuse rivolte contro la Lombardia. Vittorio Feltri torna a parlare contro Napoli e il meridione d’Italia. Il direttore di Libero, rispondendo alle accuse rivolte contro la Lombardia attacca Napoli e il sud a testa bassa. Queste le sue parole: “Un pestaggio senza precedenti che colpisce polentoni quasi fossero delinquenti oltre che untori indefessi. Il migliore dei settentrionali è dipinto quale un bastardo intento solo a impestare i connazionali e ad accumulare denaro, speculando su tutto, anche del virus. Ma le offese sanguinose sparate sui lombardi non hanno suscitato polemiche: solo approvazioni. Non c’è stata e non c’è anima che si indigni e invochi punizioni nei confronti dei detrattori dei miei conterranei. Niente, neanche un sospiro. Se io dico che i napoletani sono spettinati, vengo infilato nel tritacarne e ridotto a polpetta. Se invece il Paese intero imputa ai lombardi di essere un popolo di gentaglia arraffona, avida e senza dignità, tutto va bene madama la marchesa. Non mi aspetto le scuse di chi sputtana i miei concittadini, mi accontenterei che chiudesse la bocca e pensasse che senza la Lombardia tornerebbe alla mezzadria e al latifondo“. Il direttore di Libero continua la sua invettiva contro i Napoletani: “Ricordo quando il Governatore della Campania, il simpaticissimo De Luca, aveva da poco dichiarato l’intenzione di chiudere i confini della sua regione. Cosa saggia. Chiamato a commentarla, mi chiesi se tale chiusura fosse solo in entrata o anche in uscita. Precisando comunque che a me non importava trasferirmi a Napoli per lavoro, visto che non avevo e non ho intenzione di fare il posteggiatore abusivo. Aggiunsi che il capoluogo vesuviano è abitato anche da gente che non soffre di alcun complesso di inferiorità, ma è inferiore. Il giudizio non era di tipo antropologico, dato che perfino io so che Benedetto Croce non è nato a Cuneo e che Gabriele D’Annunzio non è venuto al mondo a Sondrio. In discussione dunque non erano né potevano essere le virtù intellettuali dei meridionali, bensì il loro livello economico, sociale e civile. Chiunque sa che il Mezzogiorno soffre di arretratezza in campo produttivo: il reddito dei suoi cittadini è la metà di quello dei lombardi, è devastato dalla criminalità organizzata, è privo di infrastrutture idonee a favorire lo sviluppo. Queste sono verità incontestabili. Nonostante ciò sono stato linciato quasi avessi offeso il popolo del Sud, il quale peraltro si lamenta proprio perché lo Stato non ha mai provveduto a colmare certe lacune che lo rendono appunto inferiore (che non è una parolaccia) al settentrione. È un fatto noto a chiunque conosca la realtà patria. Mi sono preso valanghe di insulti”.
Libero e Feltri difendono la Lombardia e attaccano il Sud: “Offese sanguinose sparate sui lombardi”. Da Chiara Di Tommaso il 9 giugno 2020 su vesuviolive.it. Fa discutere il nuovo titolo di apertura di ‘Libero’ e il relativo editoriale in prima pagina firmato da Vittorio Feltri. Questa volta il giornale mette direttamente a confronto il Nord e il Sud alimentando odio come si evince del titolo che recita: “Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno”, con tanto di foto di Attilio Fontana. Una difesa a spada tratta del governatore contro le accuse fatte da ‘Report’ e da ‘Il fatto quotidiano’ sulla gestione della sanità lombarda: “Giù le mani da Fontana”, “Attacco al potere economico”. Peccato che a parlare siano i dati e le varie inchieste aperte contro Fontana per indagare sulla gestione dell’emergenza. Ma per ‘Libero’ e Vittorio Feltri gli attacchi a Fontana vengono esclusivamente dai ‘meridionali invidiosi’ della Lombardia. Guai a sottolineare qualcosa che non va, subito arriva l’editoriale in difesa del Nord e contro il Sud troppo permaloso: “Se nomini il Sud ti massacrano, se insulti il Nord…”. Feltri ricorda una sua frase quella sull’inferiorità dei meridionali e la spiega meglio, sottolineando come non sia solo economica. “Un paio di mesi orsono, forse meno, ero ospite del programma televisivo «Fuori dal coro» condotto dall’ottimo Mario Giordano. Alle sette di sera registrai una intervista su temi di attualità. Il Governatore della Campania, il simpaticissimo De Luca, aveva da poco dichiarato l’intenzione di chiudere i confini della sua regione. Cosa saggia. Chiamato a commentarla, mi chiesi se tale chiusura fosse solo in entrata o anche in uscita. Precisando comunque che a me non importava trasferirmi a Napoli per lavoro, visto che non avevo e non ho intenzione di fare il posteggiatore abusivo, aggiunsi che il capoluogo vesuviano è abitato anche da gente che non soffre di alcun complesso di inferiorità, ma è inferiore. Il giudizio non era di tipo antropologico, dato che perfino io so che Benedetto Croce non è nato a Cuneo e che Gabriele D’Annunzio non è venuto al mondo a Sondrio. In discussione dunque non erano né potevano essere le virtù intellettuali dei meridionali, bensì il loro livello economico, sociale e civile“. Ed ecco la sua difesa della Lombardia: “Contro questa regione pilota, provenienti dal meridione, sono stati lanciati strali velenosi. Un pestaggio senza precedenti che colpisce polentoni quasi fossero delinquenti oltre che untori indefessi. Il migliore dei settentrionali è dipinto quale un bastardo intento solo a impestare i connazionali e ad accumulare denaro, speculando su tutto, anche del virus. Ma le offese sanguinose sparate sui lombardi non hanno suscitato polemiche: solo approvazioni. Non c’è stata e non c’è anima che si indigni e invochi punizioni nei confronti dei detrattori dei miei conterranei. Niente, neanche un sospiro. Se io dico che i napoletani sono spettinati, vengo infilato nel tritacarne e ridotto a polpetta, se invece il Paese intero imputa ai lombardi di essere un popolo di gentaglia arraffona, avida e senza dignità, tutto va bene madama la marchesa. Non mi aspetto le scuse di chi sputtana i miei concittadini, mi accontenterei che chiudesse la bocca e pensasse che senza la Lombardia tornerebbe alla mezzadria e al latifondo“. In democrazia vi è libertà di parola ma un conto è raccontare i fatti, altro difendere l’indifendibile accusando il Sud. Forse sono in tanti che dovrebbero chiudere la bocca.
Le fake news su Attilio Fontana di Travaglio e Report che alimentano il clima d’odio. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Giugno 2020. Per il pubblico ministero Alberto Nobili, che lo ha interrogato venerdi scorso, è persona offesa. Per il Fatto quotidiano e la trasmissione Report è una sorta di faccendiere in perenne conflitto d’interessi. Per Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, non c’è pace, da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19. Marco Travaglio lo ha messo nel mirino e ogni giorno ne chiede le dimissioni, se non è proprio possibile l’arresto. E due giorni fa si è fatto dare in prestito dai suoi amici della trasmissione scandalistica Report una finta notizia su un conflitto di interessi nella speranza che qualche procuratore voglia aprire un fascicolo e indagare Attilio Fontana. Speranza presto esaudita visto che secondo indiscrezioni la Procura di Milano ha aperto un’indagine conoscitiva, senza ipotesi di reato né indagati. Contemporaneamente sono apparse sui muri di Milano scritte del tipo “Fontana assassino” (rivendicata dai Carc, comitati di appoggio alla resistenza comunista), oppure “Fontana assassino, Sala zerbino”, che viene attribuita a un centro sociale di nome Zam. E il legale della Regione Jacopo Pensa ha anche consegnato al pm Nobili un dossier di trenta pagine intitolato «Clima d’odio», tanto per chiarire di che cosa si tratti. Non proprio una situazione rilassante per uno che da tre mesi sta affrontando la tragedia di malati e morti come mai si era visto, e la marea montante di revanscismo che sale da Scidda e Cariddi verso la Regione più popolosa, più progredita e più colpita d’Italia. Lo scoop di Report è – si può dirlo? – una vera stupidaggine. E l’uso che ne viene dato dal Fatto, cui è stata concessa in esclusiva graziosamente l’anticipazione, anche per aumentare l’ascolto alla trasmissione di ieri sera, una vera porcata. Soprattutto nei confronti di una persona unanimemente (anche dagli stessi cronisti di Report, ci pare) ritenuta per bene. Lo “scandalo” si snoda tra il 16 aprile e il 20 maggio. Nei giorni in cui erano introvabili i presidi sanitari e il governo aveva già fatto pasticci con le mascherine, l’Aria, la centrale acquisti della Regione Lombardia, lancia un invito per la fornitura di camici idrorepellenti e altri indumenti di presidio sanitario. E contemporaneamente molte aziende lombarde iniziano a riconvertire le proprie attività per dare una mano, per solidarietà. Chi si mette a cucire mascherine, chi produce camici e cappellini. All’invito di Aria rispondono tre aziende, una delle quali amministrata dal cognato di Fontana, Andrea Dini. La Centrale acquisti della Regione emette fatture che nel giro di un mese vengono però stornate, perché la società Dama Spa aveva chiarito dal primo momento di aver avuto intenzione, come già altri come Giorgio Armani, di fare una donazione dei camici. Del resto la stessa società Dama non era nuova a questo tipo di gesti, visto che aveva già versato 60.000 euro al Fondo per le emergenze della Regione e aveva fatto diverse donazioni agli ospedali della provincia di Varese. In ogni caso non un euro dei cittadini è entrato nelle sua casse, anzi ne sono usciti parecchi. Ma che cosa stuzzica la fantasia sospettosa di Travaglio? Il fatto che Fontana non ne sapesse niente, prima di tutto (ah, ma allora è come Scajola!) e il lasso di tempo trascorso tra l’invito di Aria e lo storno della fattura. La spiegazione è stata data ed è molto banale, l’assenza del Ceo in quei giorni dall’azienda. In ogni caso l’inchiesta di Report è stata avviata “dopo”, quindi quale è il problema? È sempre il solito: manette manette! Un po’ di scandalismo. Un bel soffiare su quel fuoco pericoloso che si sta sviluppando, tanto da far preoccupare lo stesso Presidente Mattarella, soprattutto nelle regioni del sud, nei confronti dei cittadini lombardi, tanto da far chiedere l’istituzione di una sorta di apartheid della regione più produttiva d’Italia, considerata anche la più contagiosa. Lo si è visto fin dall’articolo di Gad Lerner (che giustamente si è poi guadagnato un passaggio al Fatto quotidiano) su Repubblica del 4 aprile in cui accusava la Regione Lombardia di aver compiuto una strage al Pio Albergo Trivulzio. Si è poi scoperto che le inchieste sulle Rsa sono 40 in tutta Italia e che i dati dei contagi e delle morti nelle case di riposo degli altri Paesi europei erano ben più elevati di quelli lombardi. Poi c’è stata la vicenda del reparto terapia intensiva alla Fiera di Milano costruito con fondi privati in quindici giorni nel momento dell’emergenza più tragica, irriso da Travaglio perché, per fortuna, la situazione è poi migliorata e non c’è stato bisogno di riempirlo. Poi la campagna per la mancata istituzione della zona rossa nel bergamasco, quasi come se spettasse alle Regioni istituire posti di blocco con carabinieri e polizia. Per fortuna è stata la stessa pm di Bergamo a mettere i puntini sulle “i” dicendo che era compito del governo quella decisione che purtroppo non fu presa. Ma, considerazioni politiche a parte ed errori fatti un po’ da tutti di fronte a qualcosa di inedito e tragico come una gravissima pandemia, il problema è che l’opera di sputtanamento in questo Paese sembra non finire mai. Anche senza le intercettazioni, anche senza il trojan, resta il fatto che nella sub-cultura grillino-travagliesca il sospetto continua a essere l’anticamera della verità, un innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca, un indagato è peggio di un condannato e un presidente di Regione “non poteva non sapere”. Oggi tocca a Fontana. Ma domani? Ma quando arrivano i famosi più puri che epurano i puri?
L'odio contro la Lombardia per attaccare il centrodestra. Sinistra e Cinque Stelle montano una campagna contro i lombardi. Dietro c'è un preciso disegno politico per attaccare la Regione guidata dal centrodestra. Andrea Indini, Lunedì 08/06/2020 su Il Giornale. È un odio violento, atavico, a lungo taciuto e in questi mesi, complice l'epidemia di coronavirus che ha piegato il Nord Italia, esploso con una virulenza senza precedenti. Un odio che ha investito in particolar modo i lombardi e la Lombardia, non solo in quanto tali, ma per quello che rappresenta: da sempre fortino del centrodestra e, negli ultimi anni, capitanata da governatori leghisti. Nonostante i morti, che contiamo a migliaia, e nonostante la fatica a combattere un nemico tanto piccolo quanto letale, la sinistra e i Cinque Stelle si sono scagliati (senza alcun rispetto) per biechi fini politici. Se, all'inizio, quando l'Italia si è ritrovata - con il fiato sospeso - nella morsa della quarantena, i colpi bassi erano più radi, non appena è scattata la "fase 2" l'odio è esploso con un vigore senza precedenti, fino a immaginare cimiteri pieni di morti con il centrodestra al governo. L'odio è iniziato in sordina. Sembravano semplici scaramucce politiche. Come quando il 26 febbraio, meno di una settimana dopo la scoperta del "paziente 1" a Codogno, il governatore Attilio Fontana pubblica su Facebook un video in cui annuncia il contagio di una collaboratrice. Il suo viso è coperto da una mascherina chirurgica, verde. In quei giorni non se ne vedono tante in giro. È probabilmente il primo politico italiano a indossarne una in pubblico. È un messaggio, certo. Un messaggio a tutti i lombardi affinché prendano le precauzioni necessarie per evitare il più possibile occasioni di contagio. "Da oggi qualcosa cambierà perchè pure io mi atterrò a quelle che sono le disposizioni dell'Istituto Superiore di Sanità per cui per due settimane vivrò in una sorta di auto quarantena - spiega - oggi ho già passato la giornata indossando la mascherina e continuerò a farlo nei prossimi giorni". Gli sono subito saltati tutti al collo. I primi ad attaccare sono stati quelli del Partito democratico. Da Matteo Orfini, che arriva addirittura a negare l'utilità di metterla in Aula alla Camera ("È un gesto inutile e dannoso per il messaggio che diffonde"), a Maurizio Martina che lo accusa addirittura di "alimentare il panico" e di "danneggiare i cittadini e il Paese". I grillini (ovviamente) non sono da meno. "Sono immagini che non aiutano perché spaventano ed espongono l'Italia al rischio di un isolamento economico che non ha alcuna giustificazione", tuona Danilo Toninelli. "Il panico deve essere assolutamente arginato, non alimentato in alcun modo - conclude - serve una corretta informazione, che non faccia inutili allarmismi, un linguaggio equilibrato e altrettanto deve valere per i gesti". Sin dai primi giorni il Prirellone si trova in forte contrasto con Palazzo Chigi. In Regione Lombardia si accorgono sin da subito che a Roma non stanno capendo la gravità della situazione. E così, mentre i vari Nicola Zingaretti, Beppe Sala e Giorgio Gori fanno campagne per tenere aperto, sono costretti a rimboccarsi le mani e fare da soli. Non solo. Devono pure "parare" le apre critiche del premier Giuseppe Conte, che prova ad addossare all'ospedale di Codogno le colpe del focolaio nel Lodigiano, e ingaggiare un estenuante braccio di ferro sempre con la presidenza del Consiglio per allargare al più presto la "zona rossa" alla Val Seriana e al Bresciano, dove già il 2 marzo - dati alla mano - appare chiaro che la situazione è ormai sfuggita di mano. Non ci riuscirà. La chiusura della regione arriverà troppo tardi e Fontana & Co. dovranno pure sorbirsi le critiche per non essersela fatta da soli, quando anche il procuratore facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha messo in chiaro ai microfoni del Tg3 che tale decisione spettava all'esecutivo. Se non è la polemica sulle "zone rosse" mancate, sono le critiche al sistema sanitario regionale che fatica a reggere l'urto del Covid-19. Il 15 aprile, in un articolo apparso su Le Monde, Roberto Saviano non perde occasione per tirare in ballo "il territorio di Silvio Berlusconi" e si erge sul piedistallo per impartire ai lombardi "la debolezza insita nel credersi invincibili". A sinistra è un sentimento diffuso. Sono molti, infatti, quelli che credono che il coronavirus abbia dato una lezione al Pirellone e che soprattutto il centrodestra non sia stato all'altezza di gestirlo. Per dimostrarlo vengono montati ad arte teoremi sulla gestione del sistema sanitario, vengono scomodati (senza nemmeno leggere le ordinanze della Regione che sono identiche, in tutto e per tutto, a quelle emanate da altri governatori iscritti al Pd) gli anziani morti nelle Rsa, viene screditata la costruzione dell'ospedale in Fiera (quando è stato il governo Conte a chiedere alle Regioni di aumentare del 50 per cento il numero dei posti letto). Il 21 maggio, durante l'informativa del premier sulla "fase 2" alla Camera, si viene quasi alle mani quando il grillino Riccardo Ricciardi se ne esce con accuse senza precedenti (guarda il video). "Chiedono collaborazione alle opposizioni e poi vengono qui a prendere per il culo sui morti? Ecco, prendersela coi morti anche no", sbotta Giancarlo Giorgetti invitando il ministro della Salute Roberto Speranza a tenere a bada i Cinque Stelle. "Tira male, io ve lo dico, qui finisce male. Qualcuno deve metterli in riga, coi morti che ci sono stati. Non si può chiedere collaborazione alle opposizioni e poi venire in aula a provocarci sui morti". Il punto è che anche all'interno di Liberi e Uguali, partito a cui è iscritto Speranza, la pensano allo stesso modo. Qualche settimana più avanti Pierluigi Bersani se ne andrà in televisione a dire che "se avesse governato questa gente qua (il centrodestra, ndr) non sarebbero bastati i cimiteri". E non ci si deve, poi, stupire se ci ritroviamo i muri di Milano lordati dagli antagonisti con la scritta choc "Fontana assassino". Lo stesso slogan urlato dai sindacati scesi in piazza ai primi di giugno. La campagna (mediatica) di denigrazione tocca probabilmente il suo apice con il falso scoop di Report, poi ripreso dal Fatto Quotidiano, in cui si fa passare una donazione di materiale sanitario per un conflitto di interessi. Un "attacco politico vergognoso", come lo ha definito lo stesso Fontana, che ora finirà in aula di tribunale. L'odio politico, però, si mischia all'odio regionale. E così sono troppi quelli che stanno portando avanti una vera e propria campagna contro i lombardi. Lo fa persino chi, come lo scrittore Massimo Mantellini, dovrebbe preservare il Paese dalla violenza verbale. Conte lo ha, infatti, voluto nella task force governativa (una delle tante) per epurare il web dall'odio dilagante. Nei giorni scorsi se ne è uscito con un post a dir poco delirante: "La dico piano: chiudiamo i lombardi in Lombardia. Almeno per questa estate". Lo stesso che vorrebbero fare alcuni governatori di sinistra per sminuire gli sforzi che dal 20 febbraio il Pirellone sta compiendo per vincere la partita contro il coronavirus. Sicuramente Regione Lombardia, come anche il governo, ha fatto errori. Li ha fatti perché si è trovata a dover combattere una battaglia senza precedenti. Usarli, ingigantirli e distorcerli per fini politici è una bieca campagna di disinformazione che non rende giustizia a tutti quei morti che stiamo ancora piangendo.
Nicola Mirenzi per huffingtonpost.it l'8 giugno 2020. Il conto si paga con la vergogna: “Ancora oggi mi sento un po’ appestato. Non esco da Milano. Rimango a casa il più possibile. Ascolto racconti di amici che sono andati fuori dalla Lombardia e sono stati accolti da battutine, insinuazioni, cattiverie. Alcuni hanno dovuto subire anche un cartellone che diceva: “Torna a casa tua”. Sono cose che mettono a disagio e feriscono le persone. Uno spirito anti lombardo è emerso nel Paese. Come se vedere colpita questa Regione, sempre definita un modello, anziché suscitare vicinanza, desse un piacere che i tedeschi definiscono con una parola precisa: schadenfreude, gioia per le disgrazie altrui. Non è più inaccettabile. Bisogna reagire. Dire basta”. Nato a Milano nel 1953, Ferruccio De Bortoli – giornalista, saggista, per due volte direttore del Corriere della Sera, di cui oggi è uno dei principali editorialisti – non aveva mai considerato l’ipotesi che il luogo di nascita riportato sulla sua carta d’identità potesse diventare un marchio, se non d’infamia, almeno di diffidenza: “Il razzismo al contrario, cioè l’idea che ora i cittadini italiani discriminati siano quelli del Nord, mentre prima erano quelli del Sud, è un concetto che trovo esagerato. Io credo che si tratti più precisamente di un pregiudizio radicato, che ha moventi sociali, politici, economici. Come spesso accade con i pregiudizi, essi sono degli strumenti straordinari per costruire alibi. Ti consentono di non guardare dentro casa tua. Ti levano la fatica di misurare i risultati che hai raggiunto, confrontandoli con quelli altrui. La Lombardia e Milano rappresentano l’Italia che ce la fa nel mondo. Il Paese che riesce a competere nella globalizzazione. Puntare il dito contro di esse, alleggerisce la coscienza di chi non è riuscito a fare altrettanto. Gli consente di non guardarsi allo specchio, scaricando tutta la responsabilità altrove”.
La Lombardia non ha sbagliato niente?
«Anche la Lombardia ha commesso degli errori. Soprattutto, di comunicazione. La Giunta farebbe bene a riconoscerli e spiegare perché li ha commessi. Io però – da lombardo – mi faccio anche un’altra domanda. Mi chiedo: "Perché siamo diventati antipatici?"»
Ha una risposta?
«Credo che, a volte, siamo stati troppo orgogliosi dei nostri primati, esaltando le nostre virtù fino a sfiorare l’arroganza. Forse, abbiamo avuto anche un atteggiamento semi-colonialista, proiettando un’immagine di noi stessi che chiedeva un adeguamento ai nostri numeri. Senz’altro, abbiamo sbagliato qualcosa anche noi».
Però?
«Però la Lombardia è stata investita dal contagio con una violenza inusitata. Si è trovata di fronte un nemico che nessuno conosceva e, all’inizio, tutti abbiamo sottovalutato, incluso io. La giustizia deve andare sino in fondo, perché i familiari delle vittime e il Paese devono conoscere la verità. Non si può però accettare la criminalizzazione preventiva che è stata fatta. Stiamo parlando di una terra che è stata martoriata, con decine di migliaia di morti. Dobbiamo avere rispetto. Un conto è capire cosa non ha funzionato. Un altro conto è alimentare processi sommari. Che sono inaccettabili».
Da dove è venuta fuori questa pulsione?
«Le posizioni sbrigative e sprezzanti contro Milano e la Lombardia nascondono un’invidia sociale nei confronti di chi è stato sempre ritenuto migliore. Sta succedendo in Italia qualcosa di simile a quello che accade in Spagna con la Catalogna ed è successo in Gran Bretagna con Londra, ed è all’origine della Brexit: si detesta chi è più ricco, chi è riuscito a cavarsela nel mondo, chi ha espresso al meglio le proprie capacità».
Perché non scatta, invece, l’emulazione?
«Perché bisognerebbe partire dal riconoscere le proprie mancanze, dandosi come obiettivo quello di colmarle. L’Italia, invece, è un Paese di continui e incessanti dualismi. Quello tra Nord e Sud è uno dei più longevi. Negli ultimi anni, il dislivello si è tradotto in un risentimento del Sud verso il Nord. Infatti, già prima della pandemia, il ministro Provenzano aveva detto che Milano non restituisce nulla. Ora, questo rancore si è manifestato più platealmente».
Che cosa ci vede dentro?
«Un disprezzo dell’impresa, una diffidenza nei confronti dell’industria, una rivincita della statalizzazione contro il mercato. Sottilmente, il liberismo viene ritenuto responsabile di quello che è successo. Non ci sono prove che sia così. Però lasciarlo intendere serve a proporre un ritorno al ruolo dello Stato, il cui luogo d’elezione naturale è Roma».
La sanità privata ha funzionato bene?
«Gli ospedali privati, in Lombardia, si sono dati da fare, come si sono dati da fare tutti. La solidarietà con il pubblico è scattata. Forse si può rimproverare un ritardo, ma non si può attaccare il privato in quanto privato, il modello lombardo in quanto lombardo. Dimenticando che ogni anno 165 mila persone vengono a curarsi qui da altre Regioni. In Italia, la sanità di sette Regioni è stata commissariata. Abbiamo visto malcostume, ruberie, cattive gestioni scaricate sulle spalle dei contribuenti. E ora il problema italiano sarebbe la sanità lombarda?»
È un attacco politico?
«Il pregiudizio anti lombardo è radicato in una parte della sinistra italiana. Politicamente, Milano è percepita come la città di Craxi, di Berlusconi, di Bossi, ora di Salvini. È qualcosa di estraneo, che la sinistra non è mai riuscita ad afferrare fino in fondo. Anche Sala, che oggi è sindaco della città, è come se venisse da fuori, non facendo parte della tradizione Pd».
Basta a fondare un preconcetto?
«C’è anche il fatto che la sinistra non ha mai parlato la lingua delle imprese piccole e grandi che costituiscono l’economia del Nord. Però, anziché interrogarsi sul perché, cercando di rimediare, oggi imbocca la scorciatoia della diffidenza. Ma non si può risollevare il Paese coltivando un sentimento anti industriale, sospettando chi intraprende e produce. La Lombardia vale il 22% del Pil italiano. Ha 54 miliardi di residuo fiscale, pur contando il 16% della popolazione nazionale. Come si fa a non capire che senza Milano e la Lombardia l’Italia non si metterà mai in piedi?»
Cosa propone?
«Una tregua. Sospendiamo le polemiche. Rimettiamo insieme il Paese. Cerchiamo di comprendere cosa è successo, non per colpire l’uno o l’altro, ma per riparare gli errori e farci trovare pronti in autunno, se ce ne sarà bisogno. Nel frattempo, la giustizia farà il suo dovere».
Quante probabilità ci sono che accada?
«Non le so calcolare. Quel che so – e che mi addolora – è che ci stiamo lasciando andare alle piccinerie. Alla volgarità di frasi come ‘Milano da bare’. Alla grettezza regionalistica. Tanti piccoli noi contro voi. Ma veramente vogliamo tornare ai pregiudizi? Al milanese bauscia, al ligure tirchio, al calabrese scansafatiche? C’è davvero qualcuno che crede che si possa uscire dall’angolo così?»
Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 9 giugno 2020. «Io ho vissuto la vicenda Covid con un'angoscia personale grandissima. Terribile. Quello che mi ha aiutato a non fermarmi, è stato proprio il cercare tutte le soluzioni per uscirne. Immaginare una strada anche per le fasi di ripartenza che abbiamo di fronte».
Attilio Fontana è nel suo ufficio, provato dopo mesi a ritmi serrati. Ma quale lezione ha tratto da questa vicenda?
«Quello che mi porto dentro è stato il vedere centinaia di persone che non si sono date tregua, con dedizione assoluta, per aiutare gli altri».
Lei quali errori si imputa?
«Noi, ma credo quasi tutti, siamo stati colti di sorpresa da un'emergenza bestiale, di errori ne abbiamo commessi fin che ne vuole. Però, a marzo prendere decisioni era durissima. Per questo ora io sto studiando, cercando di vedere in quello che è accaduto le indicazioni per fare meglio in futuro».
Per esempio?
«Inutile che anticipi adesso. Sto per nominare un mio gruppo di lavoro che entro la metà di agosto indicherà le cose da fare e quelle da evitare, proprio sulla base di questi mesi. La competenza viene prima di tutto, e la Lombardia, me lo lasci dire, sulle competenze è fortissima».
Ferruccio de Bortoli ha detto che prendersela con la Lombardia e Milano, che riescono a competere nel mondo, «alleggerisce la coscienza di chi non è riuscito a fare altrettanto».
«Guardi, io di Ferruccio de Bortoli ho la massima stima, e certo non lo si può accusare di simpatie leghiste. Io penso che Milano e la Lombardia sono e resteranno la locomotiva della Nazione, e a breve ricominceranno a tirare con tutta la loro forza. Certo, se poi qualcuno cerca di usare la vicenda Covid per fini politici, significa che non solo ha del tempo da perdere, ma che ha anche l'animo dello sciacallo. Chi si gingilla con questa politichetta, ha capito male il nostro Paese».
A proposito, quali i rapporti con il sindaco Beppe Sala? Anche con lui avete avuto momenti complicati.
«Mi creda, la mia non è una risposta di stile. Ma devo dire che io ho una grande stima di Sala. Certo, non sempre sono d'accordo con lui. Ma quando c'è da collaborare, l'ho sempre fatto. Peraltro, la sinergia è indispensabile, perché la Lombardia non può fare a meno di Milano e Milano non può fare a meno della Lombardia».
Perdoni, presidente. Ma dell'ospedale nell'ex Fiera non è pentito? Di fatto, ha ospitato pochissimi pazienti.
«Lei vuole scherzare... Anche quello è nato sotto una pressione terribile, l'ho deciso quando un medico, con le lacrime agli occhi, mi ha detto che non voleva più scegliere chi far vivere. Detto questo, di strutture simili ne sono state create ovunque nel mondo, 19 nei soli Stati Uniti. Ma di queste, 13 non sono mai entrate in funzione. L'ospedale in Fiera è stato uno straordinario regalo alla città da parte di più di 5.000 donatori nel momento più drammatico della pandemia. Per costruirlo in tempi da record, grazie a Fondazione Fiera Milano, non è stato speso un euro di soldi pubblici».
Ma adesso che ne fate?
«Lo teniamo pronto, sperando di non usarlo, per fronteggiare un'eventuale seconda ondata. E dopo, nulla sarà disperso: con il coordinamento del Policlinico entrerà nella rete ospedaliera lombarda. Un piano, le anticipo, che prevede 1.446 posti letto di terapia intensiva e ulteriori 704 letti di terapia semi intensiva, almeno metà dei quali devono poter essere tempestivamente convertiti in intensivi. Come peraltro chiede il governo».
Presidente, dica la verità: la sanità lombarda è uscita molto ammaccata da questa vicenda. O no?
«Di nuovo: non scherziamo. Qui viene gente a curarsi da tutto il mondo. E c'è un perché: abbiamo strutture pubbliche formidabili che vanno potenziate, sostenute, arricchite. E abbiamo un settore privato forte in grado di consentire ai cittadini di scegliere. Mi chiedeva un mea culpa? Probabilmente, negli ultimi anni abbiamo trascurato i medici di famiglia. Le anticipo che a settembre lanceremo un importante piano d'azione a loro dedicato. Sono il primo presidio sanitario delle nostre comunità e lo renderemo più forte».
Il Tar ha appena bocciato l'acquisto dei test sierologici senza procedure di evidenza pubblica della Diasorin dal San Matteo di Pavia.
«Guardi che però io non sono parte attiva in questa vicenda».
Molto criticata anche la decisione di ricoverare pazienti Covid nelle Rsa, su cui è in corso anche un'indagine. Qui nessun mea culpa?
«I pazienti sono stati ospitati in 18 case di riposo su 709. Il problema non viene da quello, ma dire il contrario è una finta verità facile da smerciare. Del resto, il 17 aprile l'Iss ha proprio previsto che siano realizzate unità Covid dentro le Rsa».
E poi c'è la vicenda dei camici forniti da un'azienda di cui è socia sua moglie.
«A parte il fatto che mia moglie è socia al 10% e non controlla nulla, vuole sapere la verità? In quei giorni la Regione ha chiesto camici e mascherine da chiunque li avesse. Il punto è questo».
“Caccia al milanese” la nuova moda dell’Estate 2020. Francesco Caroli su Il Riformista il 10 Giugno 2020. Caro Beppe Sala, altro che scuse. Avevi proprio ragione e sì, ce ne dovremo ricordare. Ce ne dovremo ricordare quando ci si dovrà giustificare di voler tornare a respirare l’aria della propria terra. Ce ne dovremo ricordare quando si subiranno delle occhiate di disappunto o di sospetto. Ce ne dovremo ricordare quando ci sentiremo estranei non graditi lì dove siamo cresciuti, dove andiamo in vacanza da anni o semplicemente dove ci sentiamo a casa. Qualche giorno fa il Presidente della Regione Sardegna, il filo leghista (non è un ossimoro, ma il frutto di epoca malata) Christian Solinas, parlava della necessità di un patentino immunitario per i turisti milanesi e lombardi in arrivo sulla loro isola. Il sindaco di Milano Beppe Sala commentò cosi «Alcuni presidenti di Regione dicono che per i milanesi ci vuole una patente d’immunità? Io però, e parlo da cittadino più che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò», salvo poi a distanza di poche ore scusarsi per questa considerazione. Non troviamo ci sia niente di male nel ricordarsi i trattamenti e le parole che si ricevono, soprattutto quando si è in difficoltà, sulle gambe, feriti ed a dirle è chi amministra una terra meravigliosa legata in maniera viscerale con i cittadini lombardi. Questo avveniva ormai alcune settimane fa. Tutt’oggi navigando nel web e tra i social ma, purtroppo, anche durante videochiamate o nelle prime nuove riunioni di famiglia e cene con gli amici di sempre è immancabile il momento di battutine o peggio insinuazioni ed insulti velati su lombardi, milanesi acquisiti e non. Sono momenti, attimi, emozioni e parole che feriscono, che creano disagio, che crepano i primi sorrisi di molti che per mesi sono stati lontani dai propri affetti, perché rispettosi ed attenti alla salute degli altri oltre che della propria, e che solo ora rientrano nella propria Regione o si concedono qualche giorno di svago. Eh sì, perché il lockdown, dicono gli esperti, può avere pericolosi effetti sulla salute e sull’equilibrio mentale di molti, soprattutto di chi ha vissuto questa tragica esperienza solo o distante dagli affetti più veri. E’ quindi tragico per queste persone sentirsi ancora una volta soli in un oceano di pregiudizi, di chiacchiere sparate ai quattro venti con la presunzione di saper leggere dei dati. Ed eccoci ad un’altra annosa questione: i dati che dovrebbero raccontare anche questa Fase 3. Dati che letti superficialmente racconterebbero ai più una tragedia ancora in atto in Lombardia. Dati che non tengono conto degli ormai pochissimi accessi in Pronto Soccorso in Lombardia, come nel resto d’Italia. Dati che non tengono conto che le terapie che ci stanno facendo uscire da questa crisi sono state sviluppate col lavoro sul campo svolto nella trincea degli Ospedali lombardi, invasi per primi da un nemico spietato. Dati che a volte nascondono il volto più umano di questa tragedia, dei suoi morti, dei lavoratori che non sanno quando e se potranno ripartire, dei cittadini italiani da sempre fieri della propria cultura dell’accoglienza. Nessuno ma proprio nessuno può permettersi oggi di dire ad un giovane studente, manager, poliziotto o infermiere o chicchessia di non poter ambire a sorridere, magari vicino alla sua famiglia in Puglia o in Campania, di non poter desiderare di respirare la libertà tanto desiderata di una birra con gli amici, di non poter restare incantato davanti al proprio mare, spesso capace di ricaricare le batterie come poche cose al mondo per chi ci è nato. Eppure questa “caccia all’untore” è di moda oggi. “Come se vedere colpita questa Città, sempre definita un modello, anziché suscitare vicinanza, desse un piacere che i tedeschi definiscono con una parola precisa: schadenfreude, gioia per le disgrazie altrui. Non è più inaccettabile. Bisogna reagire. Dire basta” si è espresso cosi, e non poteva fare di meglio a nostro avviso, anche Ferruccio De Bortoli – in un intervista recente all’ Huffingtonpost. “Come spesso accade con i pregiudizi, essi sono degli strumenti straordinari per costruire alibi. Ti consentono di non guardare dentro casa tua. Ti levano la fatica di misurare i risultati che hai raggiunto, confrontandoli con quelli altrui. La Lombardia e Milano rappresentano l’Italia che ce la fa nel mondo. Il Paese che riesce a competere nella globalizzazione. Puntare il dito contro di esse, alleggerisce la coscienza di chi non è riuscito a fare altrettanto. Gli consente di non guardarsi allo specchio, scaricando tutta la responsabilità altrove”. E’ ovvio che anche la Lombardia ha commesso degli errori. Senz’altro, abbiamo sbagliato qualcosa anche noi. Ma la Lombardia è stata investita per prima dalla più grande emergenza sanitaria del dopoguerra e si è trovata di fronte un nemico che nessuno conosceva e che in moltissimi avevano sottovalutato. Va sicuramente capito cosa non ha funzionato. Ma alimentare oggi processi sommari, spesso basati su paure infondate o dettate da fake news, è inaccettabile. Sono inaccettabili le posizioni sprezzanti contro Milano sia che nascano da un’invidia sociale nei confronti di chi è da sempre considerato la locomotiva italiana, sia che nascano da timori sanitari o di ingestibilità di un’eventuale seconda ondata. Non possiamo accettare che succeda in Italia qualcosa di simile a quello che accade in Spagna con la Catalogna ed è successo in Gran Bretagna con Londra, all’origine della Brexit: si detesta chi è più ricco, chi è riuscito a cavarsela nel mondo, chi ha espresso al meglio le proprie capacità. Non si può soprattutto permettere che a vincere sia la paura dell’altro, propria di un’ignoranza gretta e meschina, magari avvallata dalla convinzione di avere una propria insulsa verità in tasca senza mai essere riusciti a guardare un problema da più punti di vista, imparando e migliorando sé stessi. In questi giorni l’Italia e gli italiani hanno il dovere morale di rialzarsi, di migliorare sé stessi, di progettare un futuro che ci veda protagonisti di un nuovo Rinascimento. Ed il dito in questi casi va puntato lì dove si vuole arrivare, verso l’alto e non verso l’altro. L’invidia e il rancore troppo spesso invece rappresentano ormai il puzzo che sovrasta il profumo del genio, delle competenze e dello spirito che da sempre hanno contraddistinto l’Italia tutta, Paese che oggi, invece, si nasconde dietro i propri alibi o in uno scaricabarile verso colpe reali o meno di altri. Svilenti emozioni che bloccano la ripartenza. Parlando di sanità, non va dimenticato che ogni anno 165 mila persone vengono a curarsi qui da altre Regioni. Non va dimenticato che la sanità di sette Regioni è stata commissariata. Abbiamo visto malcostume, ruberie, cattive gestioni scaricate sulle spalle dei contribuenti. E ora il problema italiano sarebbe la sanità lombarda? Ma davvero c’è chi pensa che si può risollevare il Paese coltivando un sentimento anti industriale, sospettando chi intraprende e produce. La Lombardia vale il 22% del Pil italiano. Ha 54 miliardi di residuo fiscale, pur contando il 16% della popolazione nazionale. Come si fa a non capire che senza Milano e la Lombardia l’Italia non si rialzerà mai in piedi, più forte di prima? Uniti e coesi per ripartire. Umani e consapevoli per riabbracciarsi. Capaci ed illuminati per sognare. Insieme e non più da “semplici” Italiani, ma da Europei. Questa riflessione è stata scritta a 4 mani con Francesco Scarcia, Ingegnere spaziale e già Presidente di Erasmus Student Network del Politecnico di Milano.
Renato Farina: "La Camorra è il cancro d'Italia ma tutti infangano la Lombardia". Libero Quotidiano l'11 giugno 2020. E il cancro d'Italia sarebbe la Lombardia? Da cui difendersi con filtri e passaporti sanitari, intimando minacce ai lombardi e a chi li rappresenta? Questi sguazzano nella camorra fino alle ginocchia, e invece di bonificare la loro palude che inquina il mondo, si permettono di tirar sassi alla Madonnina? Ieri a Napoli è stata per l'appunto sgominata una rete di camorra, 59 persone sono state arrestate. Le accuse: associazione mafiosa, concorso esterno, corruzione elettorale, estorsione e turbata libertà degli incanti. In pratica erano i padroni di un comune, Sant' Antimo. Ci sono di mezzo anche attentati dinamitardi. Il clan Puca si era comprato un sacco di voti. Ma la lista prediletta perse ugualmente. Dopo di che, invece di aspettare cinque anni, si proposero di costringere i vincitori a dimettersi con i modi tipici di queste brave persone: il fuoco. Ci sono di mezzo anche politici - i fratelli Cesaro, di cui uno senatore di Forza Italia - ed esponenti delle forze dell'ordine - due carabinieri sarebbero stati a libro paga dei clan.
PESTE MORALE. Ovvio: le misure sono "cautelari", preventive cioè. Siamo noiosi, togliamo pathos alla faccenda, ma bisogna ridirlo: per stabilire la colpevolezza dei soggetti non basta un mandato di cattura, e vale la presunzione d'innocenza, non c'è eccezione a questa regola. Registriamo la notizia, e con risalto, perché ci sembra parecchio simbolica dello stato della nazione e di dove siano i bubboni e dove abiti la radice purulenta della nostra peste morale: in Campania, al Sud. Questa retata sarà certo trascurata. L'abitudine ci ha indotti a ritenere la criminalità organizzata un tratto folkloristico e persino cinematograficamente trendy, uno starnuto endemico. Che sarà mai. In fondo è tutto fatturato: vuoi per la malavita, vuoi per chi narrandola la trasforma in mito. Senza risalto mediatico era stato pure il blitz natalizio ordinato da Nicola Gratteri contro la 'ndrangheta, con 330 carcerazioni in Calabria e dovunque. Anche in Lombardia, ovvio: non sono scemi i mafiosi, investono dove il business gira, e, grazie a comunità di migranti per la grande maggioranza perbene, ci si può mescolare inserendosi nel tessuto economico sano, inquinandolo. A proposito. Tutti zitti sulla volontà dei colleghi di azzerare Gratteri, come risulta dalle intercettazioni di Palamara, dove il procuratore di Catanzaro era gratificato da titoli come «folle, persona da fermare»: per molto meno se lo avesse detto un qualsiasi politico di centro destra all'indirizzo di un qualunque magistrato antimafia sarebbe stato impalato. Torniamo al Nord. Il giornale unico nazionale - tivù + stampa + social - insiste. Ancora ieri ha infilato nella sua macina di carne umana la Lombardia. È questa regione, con i suoi dieci milioni e passa di abitanti, e i suoi 16.300 morti da Covid la cui catasta non ha meritato la visita del capo dello Stato, a essere ancora sotto attacco. Non bisogna essere ingenui. L'attacco mediatico e politico, seguito subito da quello giudiziario (fascicolo senza ipotesi di reato e senza nomi di indagati, ma fa brodo anche la zampa della gallina) ad Attilio Fontana, è sì contro un singolo, maoisticamente però serve a educare tutti i lombardi. Avvocato integerrimo e capace, è da mesi assaltato, vivisezionato, appeso con Wanted sulle prime pagine perché è il governatore di questo strano mondo superiore (in latitudine, reddito, sanità, amministrazione pubblica, produttività, occupazione) che l'idiozia italica dominante, nel momento della sua debolezza nella catastrofe da virus, vuole sottomettere al neo-statalismo giallorosso. La Lombardia come modello economico, morale e politico era (ed è) un'alternativa radicale allo status quo.
CORTINA DI FERRO. Oplà. Moralmente essa è stata con manovra a tenaglia stritolata come fosse il cancro del Paese. La donazione da parte di un'azienda di attrezzi sanitari è diventata il pretesto inverosimile per provare a trasformare l'oro in sterco. Ed ecco la nostra idea. La Lombardia vi fa così schifo? Fatecela, una bella cortina di ferro intorno. Isolateci sul serio. Anzi, giacché è un'idea del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, eseguite il suo proposito che aveva manifestato come una minaccia per non indurre i lombardi untori in tentazione, mica che cerchino di andare ad Ischia o a Pozzuoli trasferendovi il virus. De Luca è troppo simpatico per essere criticato. Feltri lo ripete sempre. D'accordo. Assecondiamolo. Un bel muro per difendere il festoso popolo campano dall'infezione nordista, dovuta - come ha scritto seriamente Angelo Forgione, autore immortale di "Napoli, capitale morale" - al vizio del lavoro esagerato. Questa è stata l'idea dell'ex sindaco di Salerno (Pd). Separare i campani dal contagio dei lombardi. Non è che gli è mancata la volontà politica, crediamo, di imitare l'amato Xi Jinping e innalzare la Grande Muraglia di tipo cinese. Ma dove trovava i muratori napoletani disponibili a tirarlo su, con 'sto virus e 'sto caldo? Per costruirlo avrebbe dovuto attingere ai carpentieri e pavimentisti delle valli bergamasche. Tranquillo, Enzino, vengono e pure gratis. Insieme alle maestranze friulane che hanno rimesso a posto il Friuli in tre anni dopo che era stato raso al suolo, ci mettono un mesetto. Importante però è anche fissare la reciprocità del provvedimento. I lombardi e il Sud non vengono da voi, ma per favore potete badare ai vostri terroni? Non è un linguaggio nostro, ma una citazione. È di Luigi De Magistris, che fu il primo a evocare il passaggio dal confinamento al muro. L'idea, O' Sindaco partenopeo la buttò sulla faccia dell'omologo milanese Beppe Sala, in un dialogo animato da forte solidarietà verso le sofferenze dei lombardi: «Se fosse stata Napoli e non Milano epicentro della pandemia, alzavate il muro sparando ai terroni!». Oh come godeva De Magistris a trattare i milanesi come razzisti, che voglia di tirar su una parete di cemento armato per fargliela ai lombardi e blindarli in un lazzaretto come contrappasso. Fatelo, dài. Ma per favore, potete bloccare "le batterie di rapinatori" che salgono da Napoli a Milano, Varese, Segrate per rapine volanti e poi ritornano giù a tarantellarsi il bottino? Trascrivo da un ritaglio del settembre scorso: «"Ha appena parcheggiato una persona con un orologio interessante al polso". Bastava un avvistamento comunicato via cellulare per mobilitare la banda di rapinatori in trasferta, a Milano dal Napoletano. I sei componenti puntavano ai Rolex». L'ultimo caso ieri. Hanno arrestato sette napoletani, specialisti di rapine in trasferta. Si erano fermati a Bologna stavolta, perché - come dice De Luca - Milano è pericolosa. Bisogna dire però che i sette portavano correttamente, da tradizione, la mascherina. E dunque De Luca può risparmiare sul lanciafiamme.
Dagospia il 9 giugno 2020. “POTRESTE SMETTERE DI MANTENERCI E DUNQUE DI STARNAZZARE?” LETTERA DI OTTAVIO CAPPELLANI A DAGOSPIA. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, da siculo, al contrario di Sallusti, ti ringrazio per la "confezione" alla lamentazione (molto napoletana, in verità) di Vittorio Feltri sui poveri lumbard. Da siculo, vorrei notificare a Sallusti che l'idea migliana del federalismo, e anche del federalismo fiscale, era bello e buono e santo e probabilmente avrebbe salvato la Sicilia e tutto il Meridione. L'idea è stata abbandonata proprio da Salvini, al quale, evidentemente, essere re di polentonia non gli bastava. Lo capisco, è un territorio rozzo e barbaro, senza alcuna raffinatezza, dove esibite il portafoglio in pubblico. E infatti la Lega si è precipitata sull'assessorato alla Cultura, ai Beni Culturali e all'Identità Siciliana. Cosa che manco Lercio. Potreste smettere di mantenerci e dunque di starnazzare? grazie Ottavio Cappellani
Dagospia il 9 giugno 2020. ''TE LO SPIEGO IO PERCHÉ STARNAZZIAMO''. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, Da consumatore compulsivo di Dagospia (lettore è riduttivo), mi è saltata all’occhio la confezione con cui avete presentato l’editoriale odierno di Vittorio Feltri sulla Lombardia sbertucciata. “Quanto starnazzano i lombardi”, vi chiedete, anzi affermate (in realtà molto poco, se penso alla compostezza calvinista delle famiglie bergamasche, tutte con almeno un lutto causa pandemia in casa). “È bastato metterli due mesi nel ruolo di untori/discriminati per assistere a una reazione furibonda, De Bortoli in testa”, aggiungete, e se è “furibonda” la sobria e analitica difesa debortoliana di questa landa non esattamente irrilevante ai fini del Pil italico, mi chiedo con che aggettivazione descrivereste la fissazione monomaniacale di chi, Fatto Quotidiano in testa, da mesi sbatte la mia regione in prima pagina come una cricca di malavitosi e assassini. Ma il punto non è nemmeno questo. La notarella che vorrei sottoporvi, dalla periferia polentona dell’impero, riguarda quello che c’è sotto il nostro “starnazzamento”. Nientemeno che 54 miliardi di euro. La cifra, raccolta con le tasse dei suoi abitanti, che la Lombardia ogni anno vede volatilizzarsi, risucchiata dall’idrovora dello Stato centrale. I tecnici lo chiamano “residuo fiscale”, a noi bauscia poveri di spirito pare una rapina che non ha pari nel mondo civile (la Baviera ha impostato un braccio di ferro con Berlino per 3 miliardi di residuo, la Catalogna è in stato di rivolta permanente contro Madrid per circa 10 miliardi). Allora, lo starnazzare, perdipiù in meneghino gutturale, può senz’altro essere volgare. Capirete però che a noi pare assai peggio mantenere da decenni il Paese senza fiatare, e alla prima difficoltà essere presi a calci in bocca dai mantenuti.
Cordialmente, Giovanni Sallusti
DAGO-RISPOSTA. Caro Giovanni Sallusti, scomodare il “residuo fiscale” della Lombardia per giustificare la stizzita reazione di alcuni lombardi è un argomento un po’ grossier. Dire di “mantenere da decenni il Paese senza fiatare” è un’affermazione degna del “Dogui” Nicheli e del suo “lavoro, guadagno, pago, pretendo”. Per la serie: noi cacciamo i dane’ e voi non dovete rompere le palle. E neanche criticare. La Lombardia contribuisce in proporzione alla sua ricchezza, più di altre regioni. E’ vero. Ma se la redistribuzione avviene con la progressività delle imposte sulle persone fisiche, con cui si finanziano i servizi, è chiaro che i trasferimenti non vanno a zonzo da un territorio a un altro, ma dai più “ricchi” ai più “poveri”. Non è un dettaglio: è un principio che s’aggancia ad almeno tre o quattro articoli della Costituzione. E se è vero che i lumbard trascinano l’Italia è pur vero che ricevono dal resto del Paese - e dallo Stato centrale idrovora - più di quanto siano disposti a riconoscere: dall’Expo (fu il governo Prodi a proporre Milano) al sostegno per i giochi Milano-Cortina 2026, ad esempio. Fino alla forza lavoro, spesso molto qualificata, in arrivo dal resto d’Italia. Se una regione diventa fulcro e locomotiva di un Paese non è solo per la laboriosità dei “bauscia poveri di spirito” (a proposito: quanti non lombardi lavorano e pagano le tasse da quelle parti?): è il sistema-Paese che contribuisce a rendere una città o una regione un magnete che poi, come denunciava il ministro Provenzano, finisce per risucchiare tutto (investimenti, eventi, lavoratori). Sentirsi vittima di un “pestaggio senza precedenti” (Feltri dixit) e assistere alla diffusione di uno “spirito anti lombardo” (De Bortoli dixit) sembra la reazione un po’ fregnona dei primi della classe bacchettati dalla maestra. Di quelli che per diritto divino e quattrino non possono essere mai biasimati. Ma poi, di preciso, di cosa stiamo parlando? Quando scrivi di “essere presi a calci in bocca dai mantenuti” a cosa ti riferisci? Alle critiche (opinabili ma legittime) al governatore Fontana e al suo assessore Gallera da parte dei giornalisti? Alle inchieste (legittime) sulla sanità lombarda? A qualche battuta da social sugli untorelli? Questo presunto sentimento anti lombardo da cosa è avvalorato? Dal divieto di sbarco (poi revocato) ai turisti a Ischia? Siamo seri. De Bortoli ha parlato di “pregiudizi radicati” contro i lombardi. E i meridionali allora cosa dovrebbero dire? Ancora oggi qualche “bauscia povero di spirito” non affitta casa a chi viene dal Sud. “L’unità morale” degli italiani vale solo quando s’avanza qualche critica tra l’Adda e il Ticino? Lo stesso De Bortoli è costretto ad ammettere che i lombardi hanno esaltato le loro virtù “fino a sfiorare l’arroganza” con “un atteggiamento semi-colonialista”. E chi semina vento, raccoglie pernacchie. Ps: la “rapina” dei 54 miliardi di euro di residuo fiscale che lo Stato centrale ciuccia alla Lombardia è molto pubblicizzata sopra la linea del Po. Lo è meno l’altra rapina: quella che vede la Lombardia in testa alla classifica delle regioni dove l’evasione fiscale è più alta. Ma è meglio non parlarne, dovesse adombrarsi qualcuno sotto la Madunina.
Dagospia il 10 giugno 2020. Riceviamo e pubblichiamo da Giovanni Sallusti: Caro Dago, Vi importuno per la seconda volta in due giorni dall’Estremo Nord (ho casa a Como, nemmeno a Milano, quindi immagino di aggiungere all’assodato “starnazzamento” lombardo una sgradevole sfumatura di uggiosità lacustre) per felicitarmi della notizia. Sono stato scavalcato, quanto a spirito “federalista”, dal siculo Cappellani, con tanto di citazione del comasco Miglio. Il che del resto sta nella storia della splendida isola, anch’essa vittima del centralismo italico, seppur vittima di altro genere. Lì infatti sono schiavi sotto l’assistenzialismo, qui siamo schiavi sotto la rapina fiscale. Per cui faccio mie le parole ipernordiste di Cappellani, che davvero non avrei potuto scrivere meglio: se ne esce solo se noi lombardi “smetteremo di mantenervi” e dunque di “starnazzare”. I 54 miliardi del residuo fiscale, da domani, restano sopra il Po. E no, caro Dago, qui vengo alla vostra risposta, non è un argomento “grossier”. Sono 5500 euro a lombardo, e vi assicuro che nel post-Covid fanno la differenza tra la vita e la morte professionale per molti artigiani brianzoli, per molti negozianti bresciani, per molti casciavit milanesi, altro che ironia sul “Dogui” Nicheli (che poi è pur sempre qualcuno che ha il dannato vizio di creare posti di lavoro). Che non si stia palesando poi nel dibattito uno “spirito anti-lombardo”, di fronte a programmi tivù che da mesi attaccano la Lombardia (uno su tutti, il “Piazzapulita” del mangiatore compulsivo di involtini cinesi Formigli), testate nazionali che da mesi attaccano la Lombardia (una su tutte, il Fatto del capoufficio stampa di Palazzo Chigi Travaglio), scrittori o presunti tali come Massimo Mantellini, che dimostrano la propria appartenenza alla task force governativa contro l’odio online blaterando la proposta d’odio offline di “chiudere i lombardi in Lombardia”, è tesi che dei brillanti frequentatori dell’attualità come voi non possono certo sostenere. Quanto all’evasione fiscale, cito la Nota di aggiornamento al Def 2019 del governo giallorosso, non esattamente una velina filopadana, quando si va ad analizzare la “distribuzione territoriale dell’incidenza dell’Economia Non Osservata”. Ebbene, essa in Calabria è al 20,9% del valore aggiunto complessivo, in Campania al 20%, in Sicilia e Puglia al 19%. In Lombardia è al 10,8%. Ecco, lo dico col maggior tatto possibile, ho la leggerissima sensazione che l’evasione abbia più a che fare con i traffici criminali di Don Carmelo, piuttosto che con i Rolex del Dogui. Cordialmente, Giovanni Sallusti.
Dagospia il 10 giugno 2020. Riceviamo e pubblichiamo: La replica della replica della replica non meriterebbe una replica. Epperò cvd (come volevasi dimostrare) Sallusti si rotola beato nello stagno di chi, oramai è evidente, gode nel mantenerci per potere starnazzare: siamo ai limiti dello stalking secondo la legislazione di Paperopoli. E ci volete mollare o no? Non una parola ha speso il Sallusti per richiamare all'ordine padano e federalista il centralississimissimo Salvini. In ultimo le mie non sono parole ipernordiste perché (quack) il federalismo (quack) non l'ha inventato la Lombardia (quack quack sberequeck). Proprio non ce la fate, appena aprite bocca partono i cani da riporto. Saluti e baci cordiali, ma davvero, non manteneteci più, come se avessimo accettato. Ottavio Cappellani
Lettera di Pino Aprile a Dagospia l'11 giugno 2020. Caro Dago, è un fenomeno culturale interessante l'incapacità, persino di alcuni dei migliori esponenti della classe dirigente lombarda (quindi, per non offendere i Ferruccio de Bortoli, non c'entra la robaccia da rivista del Ku Klux Klan dei Feltri Vittorio e consimili; o la schifezza televisiva da bar sport leghista dei Del Debbio e consimili) di capire perché l'opinione pubblica nazionale stia rivedendo, alla luce dei disastri e degli scandali della gestione dell'epidemia di covid-19, lo stereotipo del Nord efficiente, “locomotiva” e onesto (pare ci credano davvero, nonostante retate da decine e centinaia di arresti per l'Expo, l'interminabile sequenza di appalti truccati e carcerati eccellenti della Sanità “migliore d'Italia” e delle “grandi opere”). Per essere più precisi, il Nord si riduce alla Lombardia, per il declino del Piemonte, finito in fondo alla classifica (ingrata Italia, lamenta Aldo Cazzullo, mentre al Sud, dopo 159 anni, non hanno ancora finito di contare i morti e i deportati, per i quali essere grati) e l'imbarazzante paragone, per i lombardi, con il Veneto che, pur investito dalla stessa bufera epidemica, ne è uscito molto prima e molto meglio. Ne scrivo, tra l’altro, in un mio libro uscito appena ieri l’altro: Il male del Nord, il mio Terroni dieci anni dopo, e ai tempi della pandemia. “Locomotiva” è la citazione della quota lombarda del prodotto nazionale lordo. Ma si omette di citare quanto di quello si deve a investimenti pubblici concentrati lì a produrre superfluo, sottraendo il necessario a due terzi del Paese (Sud e aree interne), condannate al rango di terre non-europee, per servizi e infrastrutture, e incolpate delle della privazione di diritti di cui sono vittime); “locomotiva” che si è venduta tutto, dai gioielli (grandi società, grattacieli, fabbriche, maison dell'italian style) ai giocattoli (le squadre di calcio), e mantiene il suo livello di vita grazie ai trasferimenti di risorse pubbliche destinate al Sud e dirottate al Nord: almeno 61-62 miliardi all'anno, stando a quanto documenta l'ente statale dei Conti Pubblici Territoriali (significa rubare al Sud circa dieci ponti sullo Stretto di Messina all'anno); e che in 15 anni, 2000-2015, è stata capace di “trainare” il Paese, unico nel continente, a una crescita di zero-zero virgola, mentre le medie del resto d'Europa vanno dal 18 al 38 per cento (zona euro-zona non euro). Interessante pure il modo in cui la classe dirigente lombarda mira a banalizzare (trasformandola ancora una volta in una colpa terrona) la sua caduta dal podio di “regione che fa grande l'Italia nel mondo” (ovvero di regione che l'Italia fa grande nel mondo, dotandola di risorse e servizi che nega alle altre): il disconoscimento della primazia lombarda (“Prima il Nord” o “prima i bianchi”, la pretesa è la stessa: razzista) sarebbe un malanimo dei meridionali che coglierebbero la situazione di debolezza della regione devastata dal virus, per manifestare la loro “invidia per i primi della classe“ (aridaje!) e mancanza di solidarietà. È un modo subdolo per non riconoscere il proprio fallimento, tale già da un bel po', ma nascosto dietro l'illusione ottica dei soldi che girano, perché requisiti al resto del Paese. È stato il Los Angeles Time a parlare di “tempesta perfetta: il disastro del virus in Lombardia è una lezione per il mondo” e quegli errori commessi “saranno studiati per anni”; è stato lo spagnolo El Pais a scrivere: “il virus inverte i ruoli storici del Nord e del Sud d'Italia”, a proposito della più efficiente risposta meridionale al morbo; sono state le tv anglosassoni a documentare l'eccellenza degli ospedali di Napoli; è stato il quotidiano francese Le Monde a dedicare un inserto di quattro pagine, con il titolo: “Lombardia: autopsia di un disastro”. Cosa c'entrano i terroni? Sono stati i tedeschi, gli austriaci, i greci e quasi tutti gli altri Paesi europei a escludere l'Italia dai loro flussi turistici, per via della Lombardia e del Nord-Ovest ancora troppo infestati dal virus; è stato il presidente della Liguria, Giovanni Toti, a protestare per l'esodo incontrollato di lombardi a rischio morbo nelle seconde case liguri; sono stati imprenditori turistici della Versilia a dire che i lombardi non li vogliono, per non rischiare di compromettere la stagione già danneggiata; è stato il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, a dire che se al posto della Lombardia ci fosse stata una regione del Sud, l'avrebbero tenuta blindata e commissariata. E quanto a solidarietà, migliaia di infermieri e medici meridionali si sono offerti volontari per aiutare la Lombardia e i malati gravi lombardi sono stati ospitati e guariti negli ospedali del Sud, mentre il Veneto non ha offerto un operatore sanitario, né un posto letto di terapia intensiva, pur avendone il 60 per cento vuoti. Che c'entrano i terroni? C'entrano, perché “anche” i meridionali hanno criticato la disastrosa gestione lombarda dell'epidemia. E i giornali del Nord, i politici del Nord, la classe dirigente e tanti intellettuali del Nord (quoque tu, Ferrucce!) tacciono su tutto il resto e riducono la figuraccia alla presunta “invidia” dei meridionali per chi è più bravo di loro (sì? Vogliamo parlare dell'ospedale-covid costruito a Napoli con 7 milioni in 30 ore “e 45 secondi”, 72 posti letto, e della sceneggiata di quello della Fiera di Milano, costato da 21 milioni a forse il doppio, inaugurato finito dopo due settimane, ma finito dopo altre due, per tre posti letto, poi faticosamente portati a una dozzina, forse 20?). Ancora una volta, la Lombardia (e il Nord in generale) trasforma una propria debolezza in colpa dei terroni: se fallisce come “locomotiva” è per la palla al piede, il Sud, che dice di “mantenere” (“residuo fiscale”: quoque tu, Ferrucce!), mentre gli sottrae decine di miliardi all'anno; se si rivela un disastro nella gestione l'epidemia, colpa dei terroni è mostrarsi più efficienti (lo scrivono in tutto il mondo, meno che i giornali del Nord, in Italia), per “invidia dei primi della classe” (un modo per rimettersi in testa, quando ci si scopre ultimi, dopo il Veneto, il Sud e e tutti gli altri). Ora, a parte che, fosse pur vero, il malanimo terrone, sarebbe ampiamente giustificato quale ritorsione per decenni di insulti, discriminazioni, razzismo padano contro i meridionali. E che la classe dirigente del Nord, specie lombarda, ha aizzato, tollerato, minimizzato e di fatto condiviso, tanto che uno dei giornali più rappresentativi dello spirito padano, fallita la razzistissima Padania, è il portavoce del Feltri-pensiero (parola grossa), quanto di più anti-meridionale ci sia (“sono inferiori”). La fine di un popolo si misura con un sentimento-termometro: la vergogna, il guardiano delle norme della convivenza. Sparita quella, c'è solo una indistinta massa umana che non riconosce ad altri la stessa dignità, gli stessi diritti, lo stesso rispetto. I Feltri, i capi partito con condanna per razzismo che fa curriculum sono la prova di questa dissoluzione delle basi di convivenza. Interventi pur più sfumati nella sostanza e civili nella forma, quale quello di de Bortoli, a me paiono persino più rivelatori, perché mostrano che i veleni di quel sentire sono entrati nel dialogo e nei temi dell'area moderata; quindi sono “culturalmente” dominanti, rappresentativi di una comune, diffusa convinzione. Il che spiega quel misto di sorpresa e sconcerto, persino contenuta irritazione (o spudorata, vedi Feltri: «Senza di noi farete una brutta fine, meritata») di chi vede violato un dogma, la certezza fondante della propria identità: siamo noi, i migliori per autodefinizione, a decidere la classifica e a porre tutti gli altri in quell'ordine “naturale delle cose” che va da “Prima il Nord” a “terroni di merda” (i più costumati, invece: «Non sono razzista, figurati. La mia cameriera è di Molfetta, ho un operaio di Trapani, il mio compagno di bocce è napoletano. Brava gente, ma non sono come noi»). Stupisce il loro risentito stupore dinanzi a critiche più che motivate (che non accettano, perché non abituati a esser giudicati, ma a giudicare) e che vengono declassate a invidia per il primo della classe; invidia per la Sua Eccellenza la Sanità lombarda, patrona dei privati allevati a dismisura con soldi pubblici (e alla prova del virus letteralmente franata, al contrario di quelle veneta, emiliana, meridionale). Quel risentito stupore denuncia la natura del rapporto squilibrato: se noi vi insultiamo, è espressione di un sentimento popolare e diffuso di insofferenza per le vostre colpe; se voi osate discutere la nostra primazia, persino quando tutto il mondo e il resto d'Italia la contestano, la cosa ci risulta intollerabile, una sorta di aggressione. Il Nord ha paura, perché il Sud non accetta più la condizione di sudditanza: si mette alla pari! Si incrina la base del sistema di potere coloniale su cui si regge l'economia del Nord, dall'Unità (trasferimento selvaggio di risorse da Sud a Nord) a oggi (trasferimento selvaggio di risorse da Sud a Nord): una economia che genera una politica, su cui fiorisce una cultura. Se prima questo avveniva in forme sfumate, non immediatamente riconoscibili, oggi, con la consapevolezza sempre più diffusa, a Sud, di come stanno davvero le cose e con la fine, nell'euro, del controllo della propria moneta, senza l'elasticità della svalutazione, il gioco si è fatto scoperto: il razzismo si mostra senza sfumature e il sistema si è arroccato. Yanis Varoufakis, in “Adulti nella stanza”, narra la domanda che gli fece l'allora segretario di Stato degli Stati Uniti, Larry Summers, quando il docente greco fu eletto al Parlamento, poi ministro alle Finanze nel momento più buio del suo Paese: «Ci sono due specie di politici, quelli che “giocano dentro” e quelli che “giocano fuori”. Tu come giochi?». Giocare dentro vuol dire essere garantiti ma complici; giocare fuori sono liberi, ma inascoltati. Quando il blocco di potere padano si sentiva forte, poteva permettersi il lusso di avere Pasolini a fargli il controcanto sulla prima pagina del Corriere della sera; oggi non si legge un economista, uno storico fuori dal coro “noi locomotiva, voi terroni mantenuti” (i Viesti, i Sales, i Daniele, eccetera, tutti esclusi) e se il ministro Peppe Provenzano dice una coraggiosa banalità («Milano prende e non restituisce») si alzano le barricate giornalistiche e non si spiega la verità di quella frase; i documenti truccati per rubare risorse al Sud si possono leggere in alcuni libri, rimbalzati su qualche giornale al Sud, vedere a Report, ma non sporcano le “macchine del consenso” del potere padano. Le colpe degli intellettuali del consenso (alcuni per ignoranza, in buona fede; altri, sapendo, per convenienza e viltà), sono di portata storica in questa miserabile stagione di allevamento di una classe dirigente razzista. Tale lettura suona troppo terrona, di parte, esagerata, ai sostenitori di quel sistema? Basterebbero le analisi e i documenti dello Svimez, dell'Eurispes), volendo capire. È la chiusura al dubbio e alla possibilità di riconoscere sbagliato quel che si crede di sapere la ragione prima della mancata conoscenza reciproca degli italiani, del pregiudizio, del razzismo, inutilmente denunciato da oltre un secolo, da Ciccotti e Gramsci a oggi. Una chiusura troppo spesso sospetta: non conviene, si campa male “fuori”. Ma, alla fine, anche il virus, come è stato detto, può essere il pettine che mostra i nodi. Il risentito stupore alla pretesa terrona della parità, anche di giudizio dei fatti, disorienta il “prima il Nord”, il lombardo presunto “trainante” incapace di accettare equiparazione ai presunti “trainati”. Se dallo stupore e dalla stizza per la lesa maestà derivasse anche un interrogarsi su se stessi (parlo per quelli in buona fede, e de Bortoli lo considero tale), forse si farebbe in tempo a diventare un popolo. Altrimenti, la frattura già conclamata diverrà insanabile. O equità, o secessione. “Prima io” è razzismo; e quel tempo è finito: se non alla pari, meglio da soli. La lente impietosa del coronavirus ha fotografato con brutale evidenza l’Italia com’è: non è un Paese, non c’è. Se ne può stupire solo chi in tutti questi anni, per interessi privatissimi ben più che per miopia, non ha voluto vedere. Ma le gigantesche falle che la pandemia e la crisi economica hanno reso palesi, frutto velenoso di mali remoti e recenti, ci hanno messo di fronte anche a un’antica, virulenta verità: ciò che si fa agli altri, si fa a se stessi. Ora, mentre vanno in scena grandi generosità e incalliti egoismi, siamo al punto di non ritorno. Se l’Italia non sarà in grado di ripartire da Sud, se si tenteranno di imporre nuovamente i fallimentari modelli del passato, allora si spezzerà definitivamente. Se non sarà finalmente equa e unita, allora non sarà proprio più niente. PINO APRILE giornalista e scrittore, è autore di saggi di straordinario successo, tradotti in diversi paesi. Terroni, uscito nel 2010 e diventato un caso editoriale da mezzo milione di copie, e i successivi lavori, tra cui Giù al Sud e Carnefici, hanno fatto di lui il giornalista “meridionalista” più seguito d’Italia, al Sud come al Nord. A New York è stato proclamato “Uomo dell’Anno” dall’Italian Language Inter-Cultural Alliance.
CORRUZIONE, LOMBARDIA È DA RECORD. sinistraxmilano.org il 7 ottobre 2019. L’articolo di ieri su Avvenire rilancia l’allarme di Transparency International Italia sulla corruzione italiana. Record Lombardo, Milano e Brescia su tutti. Da leggere. Luca Bonzanni. Grandi mazzette e micro-corruzione. È la quotidianità del malaffare che s’intreccia con la pubblica amministrazione attraverso matrici diverse, chiaramente criminali o mimetizzate negli interstizi di imprenditoria e politica. La Lombardia, centro economico e di potere dell’intero Paese, resta giocoforza terra di collusione e connivenze: l’ultimo campanello d’allarme arriva da Transparency International, ong impegnata nel campo della legalità, che ha mappato censendo le notizie apparse sui media il fenomeno in Italia, individuando nella Lombardia la regione più interessata da condanne, inchieste e arresti per corruzione o malversazione nella sfera pubblica. Sono stati 66 gli episodi individuati in regione nei primi mesi del 2019: nella classifica del Belpaese, il podio è completato dalla Sicilia (59 casi) e dalla Campania (52), col Lazio al quarto posto (46). Un dato, quello del primo semestre di quest’anno, tendenzialmente in linea con i dati registrati sull’intero 2018: negli scorsi dodici mesi, Transparency aveva censito in Lombardia un totale di 125 casi di corruzione e reati affini; a spiccare, le 36 “voci” di Brescia e le 33 di Milano. Scorrendo nel dettaglio i fatti elencati da gennaio a giugno 2019, 23 sono localizzati a Milano e provincia. Maggio è stato il mese mediaticamente più caldo: prima l’inchiesta “Mensa dei poveri” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo lombardo, con un centinaio di indagati e una quarantina di misure cautelai (tra cui l’arresto del consigliere comunale di Milano Pietro Tatarella e i domiciliari per il consigliere regionale Fabio Altitonante, entrambi di Forza Italia) a scoperchiare un presunto sistema di appalti pilotati, finanziamenti illeciti ai partiti, persino i tentacoli della ‘ndrangheta sullo sfondo; poi la vicenda di Legnano, con accuse di corruzione elettorale e nomine pilotate che portarono ai domiciliari il sindaco Gianbattista Fratus (Lega) e l’assessora alle opere pubbliche Chiara Lazzarini e in carcere il vicesindaco Maurizio Cozzi. Sono invece 24, tra condanne e inchieste in corso, i casi censiti in sei mesi nel Bresciano, altro centro nevralgico della corruzione, soprattutto quella “micro”. «Non ci stupiscono i tre settori più critici si legge nel report semestrale di Transparency International, con considerazioni sulla situazione nazionale che trovano riflessi anche nello scenario lombardo -: pubblica amministrazione, sanità e politica. Quello che colpisce di più è il fatto che proprio questi tre settori, così cruciali nella vita di tutti noi, da soli rappresentino quasi i due terzi dei casi riportati dai media. E addirittura un caso su tre è relativo ad appalti pubblici. Questo dimostra nuovamente quanto alto sia il rischio di corruzione in un settore tanto delicato come quello dei lavori pubblici. La tipologia di reato contestato vede la corruzione come la più diffusa con il 40% dei casi, ma non possiamo dimenticare tutti i reati affini come peculato, abuso d’ufficio e turbativa d’asta».
Milano vs Resto d’Italia: è il Sud che ruba al Nord o avviene il contrario? Francesco Bruno il 13 Novembre 2019 sueconopoly.ilsole24ore.com. Le parole su Milano del ministro Giuseppe Provenzano sono state un po’ strumentalizzate, come sempre accade quando si solleticano i vari campanilismi che interessano il nostro Paese. Lo stesso ministro ha poi corretto il tiro in un post su Facebook, scritto a mente fredda. Ma se la polemica è abbastanza stantia, la questione sottesa non è irrilevante. Essa potrebbe interessare diversi tipi di dualismi, come quello tra metropoli e provincia ad esempio. Ma nel caso italiano i divari più significativi restano quelli regionali o per macroaree. Milano è sicuramente in forte ascesa come città, ma è anche il centro di un sistema industriale avanzato e inserito nelle catene globali del valore. Piuttosto che soffermarsi sul ruolo -limitato- che una singola città può avere a livello nazionale, se non quello di fungere da esempio come correttamente scritto da Massimo Famularo, l’occasione appare propizia per riflettere sui divari infranazionali, tra le principali fonti di polemiche interne nel dibattito mediatico e politico. Perché in fin dei conti, da 158 anni, si finisce nel solito vicolo cieco: è il Sud che ruba al Nord o avviene il contrario? La domanda riguarda due principali temi. usati dalle opposte fazioni. Da un lato il Nord che reclama lo “scippo” di risorse economiche, dall’altro il Mezzogiorno che lamenta il drenaggio di capitale umano. Entrambe le tesi sono suffragate dai dati, ma presentano alcune distorsioni da un punto di vista del rapporto causa-effetto. Partiamo dal primo punto. Per provare ad elaborare alcune riflessioni, possiamo utilizzare la recente pubblicazione della Banca d’Italia sulle economie regionali. Iniziamo con le istanze del Settentrione. Veniamo da anni in cui alcune regioni del Nord, Veneto in particolare, seguito da Lombardia ed Emilia-Romagna, chiedono nuove forme di autonomia differenziata. A prescindere dal merito della riforma (in aggiornamento e già trattato spesso su Econopoly), la movimentazione politica muoveva dalla retorica sul cosiddetto residuo fiscale (stima, a livello locale, di un ipotetico saldo fra le spese e le entrate del bilancio pubblico). Nel citato rapporto si legge a tal proposito che «(…) nel 2017 (ultimo anno per il quale è possibile effettuare la ricostruzione) il bilancio pubblico avrebbe erogato risorse nette pari all’incirca al 3,6 per cento del PIL nazionale alle regioni meridionali, contro un prelievo netto pari al 5,6 per cento in quelle del Centro Nord (corrispondenti a circa il 16 e il 7 per cento del PIL delle rispettive macroaree e a 2.900 e 2.400 euro in termini pro capite)». Se andiamo a vedere le tabelle, in percentuale al PIL nazionale, la Lombardia è nettamente la regione con il residuo fiscale più alto.
Quindi, è vero che la Lombardia ad esempio -e in particolare il suo capoluogo- dà tanto al resto del Paese, ma occorre chiarire due un aspetto fondamentale, che rappresenta un equivoco nella battaglia politica degli autonomisti. La forma di redistribuzione principale del nostro sistema è la progressività delle imposte sulle persone fisiche, con la quale si finanziano poi i vari servizi dello stato sociale. I trasferimenti, pertanto, non viaggiano da un territorio a un altro, ma dai “ricchi” ai “poveri” per capirci. Il fatto che sia più abituale che il ricco abiti a Nord piuttosto che a Sud, rappresenta un dato che non muta il principio costituzionale di base, che garantisce alcuni diritti a prescindere dalla residenza. Se così non fosse, finiremmo nel paradosso di una Milano che potrebbe rivendicare il residuo fiscale positivo nei confronti del resto della Lombardia. Si tratta di un principio insuperabile, a meno di secessione. Chiarito quanto sopra, passiamo alle tipiche istanze meridionali, che -in tema di risorse- lamentano una spesa pubblica pro capite, corrente e in conto capitale, inferiore a quella del Nord. Secondo il rapporto di cui sopra, «In termini pro capite tale spesa è valutabile in circa 10.600 euro per un cittadino residente nelle regioni meridionali, a fronte di 12.000 euro per un residente al Centro Nord». Ma come precisa lo studio la differenza è dovuta principalmente alla componente pensionistica, sebbene restino carenze sul lato dei livelli essenziali delle prestazioni. Anche per le spese in conto capitale il Sud appare sfavorito a livello pro capite, ma in misura minore.
Da qui si potrebbe evincere la figura di un Nord ladrone? La Storia d’Italia suggerisce di no. Semplicemente perché non è tutto riconducibile ad una questione di quantum, ma anche di qualità della spesa pubblica. Inebriati dalle varie teorie sul famigerato moltiplicatore, sono in molti (non solo al Sud naturalmente) ad immaginare virtù miracolose della spesa stessa, salvo poi scontrarsi con una realtà differente. I risultati sono sotto i nostri occhi, ma non vogliamo levare le fette di prosciutto. La Banca d’Italia ci dà un suggerimento sul perché innanzitutto il miracolo non avvenga. Inoltre, il Mezzogiorno ha un rapporto ancor più controverso con la spesa pubblica, perché la stessa è molto alta se rapportata al PIL dell’area. Questo ha inevitabilmente prodotto forme di assuefazione, spesso sfociate in richieste di assistenzialismo. Ma nonostante questo ci si ostina a ritenere l’intervento dall’alto come possibile panacea, dimenticandosi che la spesa viene poi sistematicamente dirottata al sostegno dei redditi piuttosto che ad investimenti produttivi. Con una torta sempre più piccola da dividere. Ciò non significa che il sistema di finanziamento degli enti locali non debba essere corretto nelle sue distorsioni ed inefficienze, ma appare del tutto utopistico sovrastimare gli effetti sullo sviluppo derivanti da un’eventuale aumento delle risorse pubbliche a disposizione. In definitiva sul punto delle risorse economiche, entrambi gli schieramenti appaiono vittime di alcune informazioni fuorvianti e di illusioni di lunga data. A livello di effetti però, le illusioni sono più pericolose per il Mezzogiorno, che sembra non voler imparare le lezioni che la sua storia gli impartisce. In merito alla seconda questione, relativa all’emigrazione ed al drenaggio di capitale umano, mi scuso per l’autocitazione, ma posso aggiungere ben poco rispetto a quanto scritto qualche mese fa su questi pixel. Oltre a riflettere amaramente su come questo Paese faccia così fatica a comprendere le ragioni dei ragazzi che emigrano dal Mezzogiorno al Centro-Nord o dall’Italia all’estero, mi unisco alla provocazione di Massimo Famularo rivolta al Ministro. Si chiede perché Milano non formi classe dirigente come un tempo, ma il Ministro farebbe bene a guardarsi intorno, anche all’interno dell’Esecutivo di cui fa parte. Vede meritocrazia intorno a sé? Nella politica? O nei principali incarichi a nomina pubblica? Forse è per questo che le menti migliori scelgono un’altra via, che ad alcuni potrà apparire egoistica nei confronti del Paese, ma che spesso altro non è che una normale e sana ambizione di raggiungere traguardi che siano in linea con gli sforzi e le fatiche di una vita. E su questo non deve riflettere solo Milano, che sembra peraltro aver capito il trend imposto dai nostri tempi, ma il resto d’Italia.
Lo stato spende più al Nord o al Sud? Da ilpost.it venerdì 20 dicembre 2019. Dipende molto da come si conta la spesa pubblica, ma se si tiene conto di tutto-tutto gli abitanti del Sud ricevono meno degli altri. Il divario crescente tra Nord e Sud del paese è tornato ancora una volta di attualità, negli ultimi anni, grazie al dibattito sulla maggiore autonomia chiesta da alcune regioni del Nord Italia. Uno dei motivi che spesso motivano questa richiesta è l’idea che le regioni più ricche vedano una parte significativa delle risorse pubbliche – che contribuiscono in gran parte a creare – impiegate per finanziare una spesa pubblica inefficiente, improduttiva e clientelare nel resto del paese. Di recente però lo SVIMEZ, il centro di ricerca pubblico sullo sviluppo del Sud Italia, ha ricordato che quando si include nel conteggio ogni voce, il Nord riceve una percentuale della spesa pubblica molto superiore al Sud: circa 4 mila euro a persona in più. È un dato che non è molto conosciuto dai non addetti ai lavori, anche perché di recente il dibattito sul divario Nord-Sud si è concentrato sulla questione del residuo fiscale, ossia quante tasse raccolte in una regione rimangono effettivamente sul territorio e quante invece vengono redistribuite nel resto del paese. Com’è facile immaginare, le regioni del Nord sono quelle con il residuo fiscale più alto: principalmente per il fatto che hanno un PIL maggiore e abitanti più ricchi, quindi pagano più tasse delle regioni meno sviluppate e con abitanti meno ricchi (e, spesso, più disoccupati e indigenti). Ridurre o addirittura eliminare il divario fiscale è l’obiettivo rivendicato da molti dei sostenitori dell’autonomia. Accanto alla questione del residuo fiscale, cioè di quanto i territori pagano in tasse in proporzione a quanto ricevono, è importante osservare anche quanto ricevono in assoluto. In altre parole, al di là di chi paga di più (sappiamo che la risposta è il Nord), è interessante sapere anche chi riceve di più. A questo proposito, negli ultimi tempi sono circolati molto i dati della Ragioneria generale dello Stato sulla “spesa statale generalizzata” (furono pubblicati per esempio dall’ex ministra leghista per gli Affari regionali Erika Stefani). Secondo questi dati le regioni del Nord – Lombardia e Veneto in testa – sono quelle che ricevono meno risorse: ogni anno un lombardo riceve circa 2.700 euro di spesa statale regionalizzata, un veneto 2.900, mentre un abitante del Lazio ne riceve ben 5.700. Come ha ricordato però lo SVIMEZ lo scorso aprile – e poi, di nuovo, in un’audizione parlamentare pochi giorni fa – i dati della Ragioneria generale dello Stato sono parziali. È la stessa Ragioneria, infatti, a spiegare che su circa 590 miliardi di euro l’anno di pagamenti effettuati dallo Stato, ne considera “regionalizzabili” – cioè ripartibili a livello regionale – circa 270. Da questo conto mancano alcune voci molto importanti, per esempio la spesa previdenziale e per assistenza sociale: quindi pensioni, politiche sociali e per la famiglia, che da sole costituiscono quasi il 70 per cento della spesa che la Ragioneria considera “non regionalizzabile”. Il conto della Ragioneria, infine, tiene conto solo dei pagamenti dello Stato centrale, quindi non considera le risorse proprie impegnate nella sanità dalle regioni, per esempio, né quelle spese dalle società controllate pubbliche che forniscono servizi molto importanti per la qualità della vita dei cittadini, per esempio i trasporti locali e la raccolta dei rifiuti. Per avere un quadro più completo di quanta spesa pubblica effettivamente raggiunga ogni regione, i ricercatori dello SVIMEZ sostengono che sia meglio utilizzare dati diversi da quelli parziali della Ragioneria: quelli raccolti dal sistema Conti Pubblici Territoriali (CPT), che fa parte dell’Agenzia per la coesione territoriale. A differenza dei dati della Ragioneria, quelli del CPT includono tutti i flussi finanziari, compresi quelli previdenziali e quelli del cosiddetto “settore pubblico allargato” (che include per esempio società di diritto privato ma a controllo pubblico). Tenendo conto anche di questi dati, la classifica di chi riceve più spesa pubblica cambia. Se per la Ragioneria, infatti, il Sud e i suoi abitanti ricevono circa 3.800 euro di spesa pubblica pro capite ogni anno, mentre al Centro-Nord la cifra scende al 3.375, guardando i dati del CPT sul totale della pubblica amministrazione (comprensivo anche di regioni, enti locali ed enti previdenziali) il Centro-Nord passa in vantaggio con una spesa pro capite di 13.400 euro contro i 10.900 del Sud. Se nel conto si include anche il settore pubblico allargato (quindi ENI, Ferrovie dello Stato, società municipalizzate, ecc.) il divario arriva a quasi 4 mila euro a persona, con una spesa pubblica pro capite al Centro-Nord pari a 17 mila euro e al Sud pari a 13.300. Andando a vedere le singole regioni, emerge che la regione che riceve nel complesso la maggior quantità di spesa pubblica pro capite è la Valle d’Aosta, con 25 mila euro annuali. Tra le regioni non a statuto speciale riceve più spesa pubblica il Lazio, con 22 mila euro, seguita dalla Liguria, con 18 mila. La regione dove invece si spende meno è la Campania, con 12 mila euro: meno della metà della regione che riceve di più.
Storie di “Gallo” e “Paglietta”, il Nord vuole farsi Stato Dal trucco della spesa storica alle mani sulla cassa centrale fino allo “scippo” delle tasse. Roberto Napoletano il 2 luglio 2019 su Il Quotidiano del Sud. C’è qualcosa di veramente misterioso che gonfia il petto per gli strilli dei Governatori padani. Fingono di avere qualche numerino sconosciuto ai più, ma ancora prima alle regole generali della contabilità e degli Stati unitari o federali, per non parlare della decenza, che li fa reclamare senza rossore la “restituzione” di non si capisce che per sanare l’ingiustizia perpetrata da non si capisce chi. Hanno la pancia piena di una abbuffata di decine e decine di miliardi l’anno (61, per la precisione) indebitamente sottratti alle donne e agli uomini del Mezzogiorno per trasferirli in mille rivoli assistenziali nei portafogli dei loro cittadini-elettori e si permettono di pretendere, oltre ogni limite, di avere restituito ciò che loro dovrebbero restituire con gli interessi e la recita di una cinquantina di rosari se non vogliono perdere la speranza che qualcuno possa pensare di assolverli un giorno dai loro peccati.
SCOPRI I CONTENUTI SULLO SCIPPO PERPETRATO AL SUD. La banda del buco del Grande Partito del Nord, di cui loro fanno oggi autorevolmente parte, ha inventato il gioco delle tre carte di Pontida e Varese, che ha fatto fare la figura dei principianti a quelli di Forcella. Di che si tratta? Con destrezza lumbard, nel silenzio complice di tutti, hanno buttato nel cestino le due carte – livelli essenziali di prestazione e fabbisogni standard – che sono imposte dalla Costituzione e perfino dalle regole federali dell’ex ministro leghista Calderoli, ma danno il giusto ai meno ricchi e per questo (solo per questo) non sono stati mai dolosamente determinati. Sul tavolo resta solo la terza carta che è la moneta dei ricchi e, cioè, la spesa storica perché li fa stravincere e ne arma le mani predoni dentro la cassa pubblica. Ogni anno i lamentosi signorotti della politica del Nord vanno al bancomat dello Stato e inseriscono la moneta telematica che ha il cambio della refurtiva incorporato. Ogni anno assumono sempre più gente, buttano soldi qua e là, aumentano la spesa storica e, poi, il bancomat paga in contanti per ogni loro desiderio. Ignorano i “Governatori” che in uno Stato unitario o federale esiste un atto costitutivo che tiene insieme diritti e doveri tra cittadini e Stato e che questo patto nulla ha a che vedere con il genetico e generico diritto del mitizzato territorio del Nord. Anche se si accondiscendesse a questi inammissibili (e penosi) conti territoriali di dare e avere in salsa leghista, mai emergerebbe una quantificazione legittima di pretese ma un obbligo costituzionale cogente di restituzione di tutto ciò che è stato fino a oggi egoisticamente rubato dal Nord al Sud attingendo alla spesa pubblica, ignorando i diritti di cittadinanza di molti. Tutto ciò, principi, metodo, numeri (veri) non quelli loro (mai esibiti) e, tanto meno, quelli falsi raccontati dalla portavoce-Pinocchio in Parlamento, la ministra Erika Stefani, i Governatori fanno finita di non sapere, di non vedere, di non sentire, confermando che c’è del metodo nella follia. Questo metodo fa cadere la maschera e rivela il loro vero obiettivo: farsi Stato.
STORIA DI “GALLO” E “PAGLIETTA”. A Napoli, questo agitato strombazzare è argutamente assimilato alla mattutina performance del “gallo ‘ncoppa ‘a munnezza” che, a pieni polmoni, come un brontolone di provincia, ripete il suo antelucano verboso rituale. Sempre a Napoli, l’insistenza fastidiosa di certi comportamenti, per cui la questione delle quote latte è un problema di Stato e la Regione Emilia Romagna si ritaglia il ruolo di concorso esterno in autonomia differenziata, l’inevitabile, supplementare, carico di quotidiane litanie sull’autonomia “virtuosa” configura un mestiere ben noto, quello del “paglietta”. Personaggio retorico e inconcludente ma pericoloso se – come accade nelle pianure del Nord – governa milioni di ricchi, male informati, decadenti fedeli. Per evitare equivoci, nella settimana che si propone (auspicabilmente e verosimilmente solo a parole) di definire una proposta di autonomia differenziata e di presentarla all’approvazione del Consiglio dei ministri, vogliamo riepilogare alcuni punti fermi e alcuni punti interrogativi che il nostro lavoro di inchiesta giornalistica ha messo a fuoco in questi mesi. Ci rivolgeremo di volta in volta al “gallo” o al “paglietta” di turno avendo, però, la consapevolezza di sottolineare che questi bizzarri elementi comportamentali emergono solo quando si parla di autonomia e di cassa pubblica a testimonianza che si tocca un nervo scoperto. In più circostanze, e intendo qui ribadirlo, abbiamo parlato della buona amministrazione dei territori del Nord (non tutti e non sempre, ovviamente) e dei loro Governatori, nonché della forza del tessuto civile. Il punto da noi posto nell’interesse del Nord quasi prima che del Sud, è quella di una più equa distribuzione delle poche risorse pubbliche perché si smetta di pensare che tutti i soldi pubblici nazionali per fare investimenti siano proprietà delle regioni ricche e alle regioni povere restino solo i fondi comunitari come un Paese terzo a cui, poi, puntualmente si sottraggono i cofinanziamenti nazionali per soddisfare l’ultima corporazione di turno nordista tipo quote latte e dintorni. Per fortuna, non siamo più soli, e siamo certi che l’operazione-verità avviata da questo giornale avrà nell’indagine conoscitiva proposta dalla presidente della Commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, una sede competente e attenta. Sottoponiamo, di seguito, alcuni elementi di valutazione.
STORIA DEI 61 MILIARDI E DINTORNI.
a) I dati dei conti pubblici territoriali più aggiornati misurano algebricamente la spesa del settore pubblico allargato e sono inequivoci. Sono gli unici completamente veritieri (qualcuno informi la ministra Stefani) perché riguardano amministrazioni centrali, Regioni, Province, Comuni, Comunità montane, Inps, Anas, Ferrovie, e così via. Il conto è presto fatto: a una popolazione del Sud pari al 34,3% corrisponde il 28,3% della spesa pubblica, al 65,7% della popolazione del Centro-Nord arriva il 71,7%. Balla il 6% che viene indebitamente sottratto al Sud povero e regalato al Nord ricco. Sono 61 miliardi l’anno, avete capito bene. C’è qualcuno disposto a chiedere al “gallo” o al “paglietta” nordisti, alla loro prima egoistica lamentazione general generica, di mettere mano al portafoglio e di cominciare a restituire quanto di ciò arbitrariamente sottratto da almeno dieci anni in qua?
b) Come è stato possibile tutto ciò? Lo abbiamo già detto, hanno fatto il gioco delle tre carte e continuano senza un minimo di decenza a ben guardarsi dal definire i Lep e i fabbisogni, concepiscono di aggredire anche la cassa delle amministrazioni centrali dove la Costituzione e le regole generali di uno Stato unitario vengono rispettate. C’è qualche motivo, governatore Zaia, governatore Fontana e, in concorso esterno, governatore Bonaccini perché a dieci anni dalla legge Calderoli non solo non si varano i parametri per rispettare i diritti di cittadinanza dalle Alpi a Pantelleria, ma addirittura non trovate il tempo neppure per costituire un Fondo di perequazione tra Regioni come, almeno formalmente, hanno fatto i Comuni? Di che cosa avete paura? Volete togliere alle Regioni del Sud indebitamente penalizzate lo strumento giuridico per agire e chiedervene conto nelle sedi giudiziarie competenti? Il “gallo” e il “paglietta” hanno nulla da dire, in proposito, tra un’ingiustificata lamentazione e l’altra?
c) Siete a conoscenza che nella sua classica definizione di federalismo fiscale di stampo cooperativo, J.M. Buchanan esplicitò negli anni 50 il criterio di equità orizzontale che ritroviamo nello spirito della riforma del titolo V sintetizzato dal motto: si trattano in modo uguale gli uguali. In base a questo principio FEDERALE “un individuo dovrebbe avere la garanzia che dovunque egli desideri risiedere nella nazione, il trattamento fiscale complessivo che egli riceverà sarà approssimativamente lo stesso”. Ho parlato un linguaggio difficile? Allora mi spiego meglio: che giudizio avrebbe, governatore Zaia, di una persona con un reddito X che paga regolarmente le sue tasse e vorrebbe che lo Stato si impegnasse a investire il gettito delle sue tasse per rifare per la terza volta la villa comunale (attualmente in ottimo stato) su cui si affaccia la sua abitazione mentre le strade comunali continuano ad essere piene di buche, il pronto soccorso dell’ospedale perde pezzi, e così via? Ci pensi un attimo è quello che state chiedendo di fare voi trattenendo una cassa che nessuno è neppure in grado di determinare e che anche voi avete difficoltà a mettere nero su bianco in documenti da presentare nelle sedi competenti? Che cosa ve lo impedisce? Perché non lo fate?
d) Per evitare equivoci la base del patto sociale nel quale si riconosce una comunità, sia che si organizzi in modo federale che unitario, non consente simili giochetti, non sa che cosa sia il presunto diritto alla restituzione del cosiddetto residuo fiscale che nessuno sa e potrà mai davvero sapere che cosa esattamente sia. In una comunità di eguali dove il trattamento fiscale deve essere approssimativamente lo stesso e dove i principi di solidarietà sono fondanti, questo oggetto misterioso di cui si narra nelle vallate del Nord non ha neppure diritto di asilo. Diverso è il caso di uno Stato Confederale che collega comunità diverse e dove il principio di equità orizzontale vale all’interno delle singole comunità e non per individui di comunità diverse, modello al quale di fatto aspira il sedicente regionalismo a geometria variabile che intende realizzare il regime di autonomia rafforzata. Si tratta di questo? Sì, allora ditelo: volete farvi Stato? Tutto si può fare, ma bisogna dirlo e non bastano di certo referendum consultivi e le compiacenze del mite Gentiloni, premier pro tempore, per fare sparire l’Italia senza nemmeno chiedere ai cittadini italiani di esprimersi tutti nell’urna. Qualcuno, tra una lamentazione e l’altra, del “gallo” o della “paglietta” di turno, potrà spiegare questi elementari ragionamenti?
e) Siete al corrente che la Ragioneria dello Stato in un documento a uso interno ha fatto presente che se non sanate i difetti costituivi di questo federalismo all’italiana, il federalismo dei ricchi, il volume di criticità mette a rischio l’intero impianto in vigore? Non quello che follemente sognate?
f) Qualcuno vi ha informato che 65 Comuni del Sud si sono rivolti al TAR del Lazio perché ricevono zero euro spaccato per asili nido e altra spesa sociale garantita dai diritti di cittadinanza e che la presidenza del TAR ha chiesto al ministero dell’interno una “documentata relazione” relativa alla questione perché da questo ministero dipende il fondo di perequazione tra Comuni? Qui almeno hanno avuto la decenza di costituirlo.
g) Sapete che cosa è successo, di saccheggio in saccheggio del Nord al Sud dalla cassa di Stato, nella mappa dell’impiego pubblico? Che la capitale del posto fisso è diventata il Nord Est che ha 4,9 dipendenti pubblici ogni mille, ultimo censimento Istat, contro i 4,5 del Sud, isole comprese? Non vi sembra che dietro questi numeri non c’è solo la fine di un luogo comune insopportabile ma anche l’alterazione del corso sano di flussi pubblici che si traducono in assistenzialismo al Nord (non ne ha bisogno) e tolgono risorse per gli investimenti al Sud fino ad azzerarle? Ma dove ci condurranno mai logiche così miopi e regressive?
h) Che cosa dire del rapporto sulla finanza pubblica della Corte dei conti che segnala che le Regioni del Nord hanno assunto dieci volte di più di quelle del Sud e che gran parte del buco (copre tutto il bancomat della spesa storica) viene da tre regioni a statuto ordinario del Nord, nell’ordine Piemonte, Liguria e, meno, Toscana?
i) Come si fa a parlare con tanta leggerezza di residuo fiscale di una regione piuttosto che un’altra in uno stato unitario o federale che dir si voglia? Ma davvero volete ripetere, anche su questo versante, la figuraccia fatta dalla ministra Stefani sulla regionalizzazione della spesa pubblica? Volete anche voi sentirvi dire che i numeri esposti sono fragili, indimostrabili, comparativamente lacunosi, comunque senza diritto di cittadinanza in uno Stato federale? Come si fa a dire che una tassa pagata in una determinata città è frutto del lavoro di quella città mentre il reddito prodotto potrebbe essere (molto spesso è) il frutto del lavoro di altri cittadini italiani svolto in altri territori? E poi, come li calcolate? Che cosa rispondete al presidente della Svimez, Adriano Giannola, che sostiene che dovete almeno scalare gli interessi che percepite sui titoli di Stato perché “rappresentano una spesa erogata a titolo di servizio del debito pubblico” che una prassi consolidata non computa anche se resta una delle poste con un significativo impatto redistributivo?
QUEI NUMERI AL LOTTO. Il ragionamento di Giannola è il seguente: vista la pretesa del diritto alla restituzione in base a un presunto residuo fiscale che sottrarrebbe risorse da un territorio per finanziare un altro territorio (aggiungo io come sarebbe giusto, ma come qui non avviene perché l’abbuffata di spesa pubblica sottratta dal Nord al Sud ammazza tutto) allora questo dato va integrato con l’imputazione territorialmente corretta della spesa pubblica impiegata per corrispondere il servizio del debito. Tanto più che (equivalenza ricardiana) il valore delle imposte presenti e future necessarie a soddisfare il debito tende a coincidere con l’ammontare degli interessi percepiti dai detentori del debito. Per questi, insomma, gli interessi percepiti sono una forma di restituzione di imposte. Secondo Giannola e tanti altri, quindi, anche in termini quantitativi questo presunto residuo fiscale non avrebbe nulla da spartire con i numeri al lotto dati al bar o sui giornali, mai in documenti ufficiali presentati oggi all’esame del governo, ma si ridurrebbe a poco più di un terzo di quanto indebitamente acquisito di anno in anno dalle Regioni del Nord con la spesa pubblica non dovuta. Potremmo dire: di che cosa parliamo? Invece no, la nostra critica è molto più radicale: questo numero (qualunque sia la sua dimensione) in uno stato unitario o federale non può essere frutto di “appropriazione indebita” da parte di chicchessia e minerebbe, tra l’altro, in modo clamoroso, unico al mondo, le ragioni fondanti dello Stato e quelle altrettanto importanti (obbligate) di perequazione fiscale. Senza di esse non esisterebbe lo Stato, siamo stati chiari? Ma come vi permettete di dire li spendo io questi quattrini (molto molto meno di quello che pensate voi) quando sono dell’intera comunità nazionale? Certo che possono essere vostri – solo vostri se esistono. – Ma vi dovete perlomeno fare uno Stato per i fatti vostri. Ovviamente non vi conviene, ma se avete tanta voglia di consegnarvi mani e piedi a francesi, tedeschi, cinesi, che farebbero di voi un solo boccone, accomodatevi. Perché ciò avvenga, ancorché masochistico, dovreste almeno svestire i panni del “paglietta” e dire come stanno le cose. Soprattutto, dovreste dire al “gallo” di cantare un’altra canzone.
Roberto Maroni: «Continuerò a difendere l’Autonomia, ma la spesa storica va superata». L’ex ministro leghista: «Il Veneto ha chiesto 23 materie, la Lombardia 20: siamo sicuri che servano tutte?» Claudio Marincola il 31 ottobre 2019 su Il Quotidiano del Sud. Conosce bene le regole del galleggiamento, Roberto Maroni. Ex segretario federale della Lega Nord, ministro dell’Interno e poi del Lavoro nei governi Berlusconi, governatore della Lombardia fino allo scorso anno, finito in fuorigioco per una lunga vicenda giudiziaria. A 64 anni il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia lo ha chiamato a far parte della commissione che tratterò con le regioni la difficile partita dell’autonomia differenziata.
Lei ha detto di essere disposto a trattare anche con il diavolo se questo potrà servire alla causa dell’autonomia. Ma chi è il diavolo, scusi?
«Era solo un modo di dire».
Sembrava riferito al ministro.
«Guardi, conosco Boccia, ed è tutt’altro che un diavolo. Con quella espressione mi riferivo a un episodio del passato. Quando Umberto Bossi mi disse, era il ’94, di andare a trattare con Alleanza nazionale. Loro erano contrari al federalismo, noi al presidenzialismo. Non se ne usciva. Alle elezioni si rischiava di andare l’uno contro l’altro. Fisichella e Miglio, due professori, si incontrarono per trovare un’intesa ma invano. Poi arrivò Pinuccio Tatarella, uscì dalla stanza e disse ai giornalisti: “Trovato l’accordo”. E nacque il governo. Ecco, io penso che se ci si mette intorno a un tavolo e si trova una soluzione, si riesce a fare quello che al governo precedente non è riuscito. Una cosa utile a tutti. Al Sud e al Nord. Per questo ho accettato l’offerta di Boccia».
Lei andrà a trattare con le regioni. Ma come la mettiamo con i 61 miliardi l’anno di mancati investimenti sottratti al Sud? Noi lo chiamiamo scippo. E cosa pensa sul 34% degli investimenti che il governo destinerà al Mezzogiorno?
«So di cosa parla, leggo il vostro giornale. Ma sullo scippo non sono d’accordo. O meglio, dipende dai criteri».
Sono numeri certificati dalla contabilità nazionale. E c’è un’indagine conoscitiva in Parlamento.
«I criteri con cui si fanno questi calcoli sono tutti discutibili. E comunque, anche ammettendo lo scippo, e io non sono d’accordo, potremmo parlare del residuo fiscale, la differenza tra quello che le regioni versano e le risorse che tornano indietro ai territori».
Il residuo fiscale dei territori non esiste, esiste solo quello individuale. Non lo diciamo noi, lo dice la Ragioneria generale dello Stato…
«…la interrompo. La verità vera è che alla modifica del Titolo V della Costituzione, pensato per dare più autonomia alle regioni, non si è dato attuazione».
Obiezione. Al governo ci siete stati anche voi.
«Certo, verissimo. L’autonomia è una sorta di contenitore rimasto vuoto. E allora io dico: mettiamoci intorno a un tavolo e discutiamo. Voi parlate di scippo? E volete che tutto resti uguale e si continui così? Non conviene a nessuno, vediamo come rimediare, troviamo una forma di win to win che vada bene anche alle regioni. E anche al diavolo, se occorre. L’autonomia può essere una buona soluzione per tutti».
Il Veneto vuole il via libera su 23 materie, la Lombardia su 20. E poi c’è il nodo dell’istruzione. Le pare facile trovare un’intesa?
«Aspetti. Il confronto serve proprio a questo. Può servire a superare quello che voi chiamate “scippo”. L’autonomia è prevista dalla Costituzione, gli articoli 116 e 119 non hanno nulla di eversivo. Partiamo dunque dalla pre-intesa che io stesso, da governatore della Lombardia, ho firmato il 28 febbraio del 2018 con l’allora primo ministro Gentiloni, a Palazzo Chigi».
C’è un’Italia che viaggia sull’Alta velocità in business class e un’altra dove tutte le rotaie del Meridione non raggiungono quelle della sola Lombardia. Dove un malato su 5 non si cura perché non se lo può permettere. A lei questa Italia piace?
«No, non piace neanche a me. Ma senza voler sostituire i governatori, perché non voglio parlare per nome e per conto loro, posso dire che ci sono molte cose, per esempio a proposito dell’articolo 117, che si possono rivedere. La disponibilità di Boccia a parlarne c’è».
Esempio?
«Il Veneto chiede 23 materie concorrenti. Ma servono proprio tutte, ci siamo chiesti? Sono materie che ci interessano quelle sull’ordinamento delle Casse Rurali e delle Casse di Risparmio che tra l’altro non esistono più? E che dire dell’ordinamento sportivo? Siamo sicuri che ai territori gliene freghi qualcosa? Stesso dicasi per la materia che regolamenta porti e aeroporti, visto che c’è l’Anac e un eventuale devoluzione potrebbe anche essere vista con sospetto da compagnie straniere che potrebbero investire. Anche per ciò che comporta le competenze in materia di Grandi reti di trasporti e di navigazione. A prescindere che in Lombardia non c’è il mare ma siamo sicuri che sia essenziale incartarsi su questioni del genere? Ordinamento della comunicazione. Ma davvero c’interessa? E il trasporto dell’energia perché non può rimanere nazionale? Capisco la produzione, lì potremmo incassare le accise, ma il trasporto? Che se ne fa la Lombardia?».
Lo scippo nasce dal criterio della spesa storica. Per anni i servizi sono stati finanziati alle regioni e ai comuni che già li avevano. Zero asili, zero mense scolastiche, zero trasporti a tutti gli altri.
«La spesa storica andava di pari passo con la definizione dei fabbisogni standard e dei Lep. Era un calcolo transitorio. Di chi è la colpa se si è andati avanti così? Non è certo della Lombardia, ma è dei governi. Poi c’è il discorso di chi le risorse le sa utilizzare e chi no. Lo sa che restituiremo il 75% dei fondi europei, decine di miliardi?».
Il Nord spesso ha gestito quei fondi peggio del Sud.
«Purtroppo esistono anche nel Nord zone di inefficienza. Abbiamo un nostro “Sud”. Voglio raccontarle un episodio. Quando ero ministro mi presentarono una graduatoria: i Comuni che facevano meglio la raccolta differenziata. Al quarto posto, dopo alcune città del Nord, c’era Salerno. Non volevo crederci. Feci controllare, pensavo a un errore, ma a un secondo controllo verificai che era tutto vero. Allora andai a Salerno e volli conoscere di persona il sindaco. Era De Luca, siamo rimasti amici».
Appunto. Ammetterà che la favoletta di un Sud inefficiente e sprecone che non merita le risorse perché non sa gestirle non regge più.
«Ci sono buone pratiche anche al Sud, certo ne sono perfettamente consapevole. Ma se mi dice che il Nord ha depredato il Sud glielo contesto».
E lo scippo, dunque?
«Se mi convincete che effettivamente c’è stato uno scippo sarò il primo ad ammetterlo. In quanto al lavoro che farò in commissione non terrò la bandiera del Nord, non ho accettato per questo. Terrò alta la bandiera dell’autonomia».
TUTTI I NUMERI DELLO SCIPPO AL SUD CHE AFFOSSANO IL FUTURO DEL PAESE. Dopo le “Operazioni verità”, il “Manifesto per l’Italia” e l’appello per gli Stati generali dell’economia la battaglia condotta del nostro giornale continua. Claudio Marincola il 13 giugno 2020 su Il Quotidiano del Sud. «L’unica battaglia che si è persa in partenza è quella che non si è mai combattuta». A qualcuno sembrerà esagerato scomodare addirittura il comandante Che Guevara per raccontare le campagne di questo giornale. Se diciamo però che aprire l’involucro delle mistificazioni e rovesciare le tante falsità spacciate per verità non è stato facile, credeteci. Per troppo tempo al Sud sono state sottratte risorse, investimenti produttivi, spesa pubblica. Un artificio contabile, un gioco da prestigiatori e, oplà, i conti tornavano. Una foresta pietrificata di pregiudizi, decenni di affabulazioni da smascherare.
OPERAZIONE VERITÀ SCIPPO SMASCHERATO. Sul Mezzogiorno, per anni, la fabbrica all’ingrosso della manipolazione ha prodotto fake. Numeri contraffatti diffusi come granitiche certezze. Presunti vizi antropologici diventati luoghi comuni, caricature geografiche. Siamo partiti dai numeri. Dai 61,5 miliardi l’anno. Con il trapano della Spesa storica lo Stato ha continuato a regalare al Nord, finanziando ogni genere di assistenzialismo. Abbiamo raccontato, cifre alla mano, come la Regione Piemonte spenda per i suoi servizi generale cinque volte più della Campania pur avendo un milione e mezzo di abitanti in meno. Da sola più di quanto sommano insieme Campania, Puglia e Calabria. Da queste colonne s’è sollevata, in britannica solitudine, la campagna fatta propria da questo governo e inserita nella legge di bilancio: l’iniqua distribuzione che ha privato il Sud di risorse destinando quote ben inferiori alla soglia del 34%, la quota di popolazione residente. Scippo raccontato frame dopo frame, come in un film. Titolo: “Operazione verità”. La banca del buco che ha scavato sottotraccia per anni – abbiamo scritto – nelle pieghe del bilancio italiano. Risultato: al Nord 735, 4 miliardi, il 71,7% della spesa pubblica totale totale, al Sud solo 290,9 miliardi. Uno scarto rispetto alla quota dovuta del 6%, pari, appunto, a 61,5 miliardi. Che vuole dire meno mense, meno servizi pubblici, asili zero o quasi, etc., etc.
IL MANIFESTO PER L’ITALIA E LA LETTERA DI CONTE. La lotta per ridurre le disuguaglianze vale al Nord come al Sud. Questo concetto, valido anche in Europa, lo abbiamo chiaro, ed è con questo spirito che nel settembre 2019 è stato sottoscritto il Manifesto per l’Italia (LEGGI), uno stimolo per politici, sindacalisti, ricercatori, studenti per far ripartire il Paese. Senza tuttavia mai perdere di vista la bussola: il Mezzogiorno, area geografica dal perimetro ben delimitato, il luogo in cui si è perpetrato un “delitto all’italiana” gettando le basi culturali ed economiche della mancata crescita nazionale. A rimetterci è stato infatti l’intero Paese, se è vero come è vero che già prima del Covid-19 Nord e Sud d’Italia erano gli unici territori europei a non aver raggiunto i livelli pre-crisi del 2008. Per l’esattezza: il nostro Meridione 10 punti sotto. Il 12 settembre la lettera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Caro direttore, accolgo con favore la dichiarazione di intenti del Manifesto, serve una fase nuova, ho condiviso con von der Leyen i contenuti dell’agenda riformatrice…». La favola di un Sud pigro e sprecone – generata da una classe dirigente inadeguata e corrotta – ha fatto da carburante per alimentare la macchina dello scippo perfetto. Ed ecco in che modo gli aiuti di Stato sono finiti in larga parte alla locomotiva d’Italia, la Lombardia che ora riesce a malapena a trainare se stessa. Dalla metà del 2017 la regione del presidente Fontana – un governatore che a volte sfiora forme di masochismo e si fa male da solo – ha incassato ben 3,5 miliardi di euro contro i 600 milioni della Campania. “Aiutini” di Stato andati anche a Veneto (1,5); Piemonte (1,3); Emilia-Romagna (1,3); Lazio (1,1); Toscana (1,0); Trentino-Alto Adige (1,0).
LE MANI DEL NORD SUI FONDI EUROPEI. Sono i numeri di un’Italia rovesciata. Con il Mezzogiorno che invece di aumentare la spesa degli investimenti pubblici la vedeva ridurre dello 0,5% rispetto all’anno precedente (Fonte Cresme). Il rischio di uno scenario da deriva greca, un Sud dove il reddito pro-capite è la metà o quasi del Nord, un sistema Paese che non tira più, il fantasma della Troika che avanza. Appena due mesi prima che si scoprisse la diffusione del virus a Cologno una nostra inchiesta sui carrozzoni suonava profetica: Il 42 per cento delle risorse sanitarie incassate dalle Regioni del Nord, il 20 per cento dalle regioni del Centro e il 23 per cento da quelle del Sud. Dati della Corte dei conti, diffusi in tempo non sospetti, in cui si diceva tra l’altro che la quota di riparto del fondo sanitario nazionale era cresciuta in Lombardia del 1.07 per cento contro lo 0,75 per cento della Calabria, lo 0,42 per cento della Basilicata e lo 0,45 per cento del Molise. In pieno lockdown c’è stato anche chi, qualche tecnico del Mef, ha pensato di sfruttare la catastrofe del contagio per dare alla Lombardia i finanziamenti dei fondi europei destinati al Sud. La catastrofe della catastrofe. Una “rapina di Stato” in tempo di pace.
RI-FATE PRESTO IL DECRETO ILLIQUIDITÀ. Con il protagonismo dei governatori si è scoperto l’inganno dell’autonomia differenziata. La sanità pubblica svuotata, i presidi territoriali dismessi, i vantaggi concessi al privato. I viaggi della speranza dei cittadini del Mezzogiorno per gonfiare le tasche dei privati. Il modello-Formigoni che stiamo ancora pagando a caro prezzo. In questo clima è partita la campagna “Ri-fate presto”. Un conto alla rovescia contro la burocrazia e contro “l’esproprio” del decreto di lancio. L’assurdo di uno Stato che invece di risarcire il danno arrecato ne approfitta per entrare nel capitale sociale delle aziende con Invitalia e Cdp. L’assenza di una cabina di regia, le responsabilità del ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri. Il fallimento del decreto “illiquidità”, l’incapacità di fornire prestiti agli italiani e alle imprese in difficoltà. Il “tappo” delle banche ammesso ancora ieri da Bankitalia, la rabbia degli italiani e di quanti saranno costretti ad abbassare la saracinesca. Il ruolo della Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario presieduta dalla deputata Carla Ruocco. Il caso limite degli “appestati”, i tanti italiani finiti per avventura o per disgrazia nella famigerata Centrale rischi della Banca d’Italia, Condannati “a morte” magari solo per una rata scaduta.
L’APPELLO PER GLI STATI GENERALI. Difficile in questi giorni liberarsi dall’impaccio del reale e sognare una ripartenza di slancio. La crisi da Covid ha messo a dura prova le difese immunitarie di un Paese già in sofferenza. La liquidità che arriva con il contagocce, le aziende che chiudono, il terrore di una seconda ondata, le nuove stime negative della Federal Reserve. Da qui l’urgenza di abbattere le burocrazie ministeriali e bancarie e dotarsi di un piano strategico di lungo respiro. È partito da queste considerazioni l’appello lanciato dal Quotidiano del Sud per la convocazione degli Stati generali dell’economia, l’esigenza di gestire in modo ottimale ed efficiente il fiume di denaro che arriverà dall’Unione europea. Un appello raccolto dal premier Conte, osteggiato da falchi, gufi e altri volatili in libera uscita, da gabbia o da voliera. E la battaglia continua.
EQUITÀ: UNA SCELTA ETICO-POLITICA A VANTAGGIO (NON SOLO) DEL MERIDIONE. Raffaele Vescera il 12.06.2020 su Movimento 24 agosto. Di Roberto Cantoni. Il meridionalismo fa più bene o male alle istanze meridionaliste? La domanda può sembrare senza senso, ma la riflessione nasce da una critica spesso formulata da parte di pensatori e pensatrici di sinistra a movimenti come il nostro che, seppur teso all’equità territoriale in tutto il territorio italiano, nasce come geograficamente ancorato a una realtà macroregionale ben precisa. Semplificando all’osso, per i pensatori di sinistra di estrazione marxista, la cosiddetta politica “della singola questione”, cioè quella che si concentra su un tema in particolare – sia questo inerente al genere (movimenti femministi), all’etnia (movimenti antirazzisti), al territorio (movimenti regionalisti), all’ecologia (movimenti ambientalisti), alla sessualità (movimenti anti-omofobia) – fa perdere di vista la lotta principale, che è quella di classe, che vede opposti gli interessi del capitale a quelli dei lavoratori, di qualunque etnia, provenienza e genere siano. Le altre lotte possono essere sussunte in quella di classe. Quella della politica della singola questione è una miopia, continuano i critici, che non fa che indebolire la classe degli sfruttati, dividendoli in sottoclassi antagoniste che potrebbero invece associarsi per combattere gli interessi del capitale. E mentre la sinistra si frammenta sulle singole questioni, scindendosi fino all’inverosimile (celebre la satira di Guzzanti-Bertinotti sulla ‘viralità’ della nuova sinistra), la destra, che per sua natura è meno pluralista e più monolitica, se non si consolida, almeno non si frammenta, e di conseguenza risulta percettivamente più coesa, più convincente, e, in breve, vince le elezioni in mezzo mondo. Che poi è la tendenza generale degli ultimi anni. È la tesi, per esempio, del geografo marxista statunitense David Harvey. La domanda che Harvey ci potrebbe porre è quindi: e se calcando la mano sul meridionalismo ci perdessimo dei possibili alleati politici? Alleati che potremmo trovare, per esempio, in movimenti e partiti cui sta a cuore, come a noi, la questione dell’equità territoriale, ma che non ne fanno il principale cavallo di battaglia della loro linea politica? Non è, insomma, che concentrarsi sugli sfruttati del Meridione ci tagli fuori dalla possibilità di ricevere il sostegno degli sfruttati di altri territori? Non è una tesi nuova. Gramsci sosteneva, per esempio, che fosse possibile un’alleanza tra contadini nel Sud e operai del Nord, in nome di una società socialista. Ma erano gli anni Venti del secolo scorso. Cent’anni dopo, possiamo dire che quest’alleanza non si è verificata: in parte è stata una conseguenza della strategia di quella che Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani negli anni ’70 chiamarono ‘razza padrona’: mettere gli sfruttati gli uni contro gli altri. In parte, è stato perché le premesse su cui si basava l’idea gramsciana in questo caso erano deboli. Troppo lontani gli interessi immediati di contadini e operai, troppo diverse le loro mentalità (anche se va riconosciuto che il figlio del contadino meridionale emigrava diventando operaio al Nord, quindi i confini tra i due gruppi non sono così netti come si potrebbe credere). Contadini meridionali troppo conservatori, quindi. Ironico, sei si pensa che il brigantaggio, stroncato dall’esercito piemontese, nacque proprio come lotta di classe. Ma quelle velleità di lotta erano state appunto annullate nel post-Conquista, o erano confluite in altre istanze rivendicative, non di classe ma di potere, ben radicate localmente. L’occasione persa di una possibile alleanza contadini-operai, e la presa d’atto del conservatorismo politico della classe agricola meridionale, portarono gradualmente la sinistra meridionale a distaccarsi dai suoi sfruttati, e ad assumere la narrativa operaista settentrionale come dominante. La rivoluzione si sarebbe fatta a partire dalle fabbriche, non dalle campagne. Questa narrativa si è poi espansa nei decenni, includendo pian piano istanze anticolonialiste, antisessiste e, a volte, anche antispeciste (o ecosistemiche). Ma, con buona pace di Gramsci, Salvemini e compagnia, quello della subalternità politica del Sud è rimasto un tabù, a sinistra, e lo è tuttora. In alcuni ambienti della sinistra massimalista meridionale riesce più accettabile battersi per le lotte basche, palestinesi e curde, che per la fine della subalternità del Sud al Centro-Nord o, per citare Nicola Zitara, del colonialismo interno italiano. Ma torniamo al punto: si perde o si guadagna, in termini strategici, puntando su una politica che abbia come cardine il Meridione? Dipende da come si struttura il discorso politico. Finita l’epoca dell’utopia gramsciana, occorre ricordare due punti: il primo sono i tantissimi meridionali che vivono al Centro-Nord; il secondo è che l’iniquità territoriale c’è anche in quelle zone. Se il Sud è la periferia d’Italia, laddove il Nord ne è il centro, il Nord rurale è la periferia del Nord centrale. Di conseguenza, le nostre rivendicazioni devono essere inclusive, e avere un obiettivo di ampia portata, il più universale possibile. È una scelta etico-politica, che il nostro movimento ha compiuto puntando sull’equità territoriale come obiettivo primario, e coniugando così gli interessi del Sud, territorio che subisce una forte iniquità territoriale, con quelli di altre zone del territorio italiano. “Ovunque qualcuno sia discriminato, lì c'è lavoro per M24A-ET. Non è una questione geografica, ma pratica (e morale)”, riporta la pagina di presentazione del Movimento. Il posizionamento è chiaro. La questione non è più, quindi, soltanto quella del Meridione, ma si tratta di una rivendicazione più ampia, potenzialmente in grado di coinvolgere anche realtà non meridionali. Una rivendicazione che però non può e non deve prescindere dalla storia politica del territorio italiano.
RAZZISMO CONTRO IL SUD E DIRITTI NEGATI. Raffaele Vescera il 06.06.2020 di Roberto Oliveri del Castillo, su Movimento 24 agosto. Il senso del 2 giugno, tra razzismo strisciante e diritti negati. Le celebrazioni della Festa della Repubblica cadono quest’anno in un momento molto delicato. Fuori dalla retorica, esse coincidono con il termine della mobilità tra regioni bloccata dal marzo scorso per l’emergenza Covid19, e nel pieno delle polemiche innescate dalle dichiarazioni del sindaco di Milano Sala, ed altri politici del Nord, in risposta alle richieste provenienti da alcuni presidenti di regione del Sud, che chiedevano controlli e attestazioni di negatività al Covid19 per consentire gli ingressi ai turisti provenienti da nord. A questa richiesta, che appare di puro buon senso, il sindaco Sala ha risposto con un minaccioso “Ce ne ricorderemo” (“Patente di immunità chiesta ai milanesi? Ce ne ricorderemo”, Corriere della Sera, 27 maggio 2020). In tema di ricordi, anche noi ne abbiamo qualcuno. Ad esempio ci ricordiamo ancora come furono trattate Napoli e Bari all’epoca del colera, per una epidemia che fece a Napoli 24 morti e poco più di 200 ricoverati nel 1973. Ebbene, si scatenò una vera e propria psicosi, incrementata e fomentata dagli articoli dei maggiori quotidiani dell’epoca. L’assessore regionale alla Sanità della Lombardia, diramò una nota in cui raccomandava a chiunque provenisse da “zone infette” di presentarsi agli uffici sanitari comunali per controlli; a Sanremo, una famiglia di napoletani fu rifiutata dall’albergatore perché gli ospiti presenti (pare tedeschi, milanesi e torinesi) non erano disposti a condividere l’albergo con i malcapitati napoletani; l’incontro di calcio Genoa-Napoli di Coppa Italia fu vietato per evitare l’arrivo in Liguria di tifosi napoletani al seguito della squadra, “per evitare pericoli di diffusione del colera”; la Lega Calcio dispose l’inversione del campo, ma di giocare a Napoli si rifiutarono i giocatori del Genoa, per gli stessi pericoli di infezione; per gli stessi motivi i giocatori del Verona si rifiutarono di scendere a giocare a Bari, dove si registrava un altro piccolo focolaio infettivo. “Rifiuti giusti”, dirà il Corriere della Sera del 16 settembre 1973. Nonostante i numeri veramente esigui dell’epidemia di colera, subito isolata e sconfitta grazie al lavoro di quella che già all’epoca era una eccellenza nazionale come l’Ospedale Monaldi, il blocco subito da Napoli si protrasse per diversi mesi. Non si registrarono, tuttavia, commenti indignati, strali contro il razzismo più o meno strisciante, invocazioni contro sentimenti antinapoletani o altro. Invece in questi mesi abbiamo perso il conto di quanto giornalismo-straccio abbia scaricato sul Sud ogni genere di invettiva, quasi come se il Covid19 al Nord l’avesse portato qualche napoletano o qualche calabrese. Come non ricordare ad esempio la domanda posta da Barbara Palombelli (Stasera Italia del 20 marzo 2020): “Il 90% dei morti è nelle regioni del nord. Cosa può esserci di diverso? persone più ligie, che vanno tutte a lavorare?”. Quindi a noi ci avrebbero salvato disoccupazione e nullafacenza. O ancora, sempre in risposta alle perplessità avanzate dal presidente della regione Campania De Luca ed alla prospettiva di chiudere la Campania agli arrivi da nord in caso di contagio ancora in atto, alla trasmissione di Rete4 “Fuori dal coro”, Vittorio Feltri rivolto a Mario Giordano, che gli chiedeva se pensava di andare in Campania, “Perché mai dovremmo andare in Campania? A fare cosa? I posteggiatori abusivi?” per poi aggiungere: “I meridionali sono inferiori”. Innumerevoli poi i servizi giornalistici finalizzati a scoprire violazioni delle indicazioni antiassembramento a Napoli, con la giornalista RAI Serena Bortone (Agorà 15 aprile 2020) che chiede all’inviata milanese (ma a proposito, la RAI non ha una sede a Napoli? perché inviare una giornalista milanese? a spese di chi? misteri…) “tu che hai uno sguardo nordico sul nostro amato sud, puoi dirci se Napoli è vuota o no?”. L’inviata risponde “siamo qui da mezz’ora e fin’ora cera un passaggio di auto abbastanza forte nonostante sia una zona pedonale”. Ebbene, la scaltra giornalista era al limite tra una zona carrabile e la zona pedonale del Vomero (via Scarlatti), e comunque le immagini ritraevano durante tutto il servizio giusto un paio di vetture. Ma il massimo lo raggiunge dopo pochi secondi, quando è costretta a dire “Niente, non siamo fortunati, in questo momento non c’è nessuno, ma fino a pochi minuti fa c’era un passaggio di auto intenso”. Certo, ci crediamo. Ma il pregiudizio antinapoletano può colpire involontariamente chiunque, anche una giornalista napoletana come Myrta Merlino, che a “L’aria che tira” su La7, dirà sull’ospedale Cotugno, “Per me è incredibile, non ci aspettavamo mai che l’eccellenza arrivasse da Napoli. La storia del Cotugno napoletano ci ha tutti sorpresi”, costringendola poi alle scuse per le successive polemiche. Il servizio parlava del fatto che per tutto il periodo dell’epidemia nell’ospedale napoletano attrezzato per il Covid19, non si era registrato alcun contagio tra il personale medico e paramedico, come rimarcato da testate straniere (SkyNews UK). Qualche riflessione su questo tipo di giornalismo scandalistico e discriminatorio, e sull’atteggiamento di certa politica, ai limiti del razzismo, va pur fatta. E la riflessione va fatta partire, a mio avviso da lontano, dai primi anni ’90 del secolo scorso, grosso modo con l’esplosione del “leghismo”, quando nel dibattito politico fanno irruzione concetti di critica smodata a presunte politiche assistenzialiste alle regioni del Sud, con le risorse del ricco Nord produttivo, invalse soprattutto dagli anni ’50 del secolo scorso fino agli anni ‘90. Su tali argomenti il “leghismo” ha costruito le sue fortune politiche sin dalla nascita, al grido di “Roma ladrona”, “Sud parassita”, “indipendenza del Nord” e così via, quasi che tutti i mali dell’Italia che produce fossero sintetizzati nella parola “Sud”, e che l’unica soluzione fosse staccarsene, o meglio minacciare il distacco per ottenere vantaggi di tipo politico ed economico. Ma in fondo, i fatti sono realmente come vengono esposti da questa facile vulgata di provincia? Esiste sul serio questo Sud improduttivo che consuma le risorse del Nord? O invece, scavando un po' nel passato e nel presente, troviamo che è vero il contrario, ovvero che storicamente il Nord ha ampiamente saccheggiato le risorse del Sud, le sue energie migliori, ed ha continuato per decenni a destinare percentuali minime di bilancio alle infrastrutture del Sud a vantaggio del Nord, più omogeneo alla nuova classe dirigente sabauda? Ed a tutt’oggi, continua o meno, con la complicità delle organizzazioni criminali e di una classe politica meridionale collusa e corrotta, ad utilizzare il nostro Meridione come una colonia d’oltremare, una terra da riempire di spazzatura spesso pericolosa come una enorme discarica, per traffici illegali, o con industrie obsolete ed inquinanti come l’ex Ilva, lasciandoci in una costante situazione di sudditanza? E infine, quello che sta accadendo intorno al calcio, con cori razzisti e discriminatori in molti stadi del centronord sempre contro Napoli e i napoletani, visti come simbolo di “Sud”, di “diversità”, di “minorità socioculturale”, con agguati organizzati da centinaia di teppisti contro una carovana di tifosi napoletani con famiglie al seguito, è ancora qualificabile come follie di pochi facinorosi, oppure è ormai reale sintomo di una società malata di razzismo e di odio discriminatorio nei confronti del “diverso”, di colui che appartiene ad altra collocazione geografica, il meridionale per antonomasia? Le cronache di questi mesi sono l’ennesima riprova che probabilmente la malattia non può essere confinata al mondo del calcio, ed ha invece contaminato ed eroso le radici stesse della nostra convivenza civile, come dimostrano le polemiche dei mesi dell’emergenza Covid19. Proviamo allora a riflettere su quanto questo razzismo strisciante, carsico, che esplode e viene in emersione ciclicamente in occasione di incontri di calcio (dove le tifoserie avversarie si coalizzano addirittura insultandone una terza estranea, o organizzando addirittura agguati armati nei confronti di famiglie inermi che si recano allo stadio) come in occasione di emergenze nazionali, quanto sia profondo, e quanto radicato nella nostra società, poiché quanto più queste radici affondano nella storia, tanto più sarà difficile estirparlo e bruciarlo come si conviene ad una gramigna che soffoca la pianta buona. Volendo affrontare la questione con qualche base attendibile dal punto di vista storico, si dovrà quindi mettere necessariamente in discussione qualche certezza storica, in realtà priva di fondamento, e rimettere al contempo in discussione quanto la vulgata risorgimentale ha sapientemente instillato in 150 anni di celebrazioni di una unità nazionale densa di retorica ma a ben vedere priva di fondamento. Una unità nazionale che,a fare attenzione, appare essere stata imposta dalla dinastia sabauda – contro la volontà dello stesso Cavour - per propri scopi di potere e arricchimento personale, con il ricorso alla forza, a due popoli quello del nord e quello del sud, che non avevano alcuna intenzione di essere uniti, e con il ricorso ad un vero e proprio genocidio della popolazione meridionale gestito dalle sfere militari piemontesi, col beneplacito del Re Vittorio Emanuele II e del Conte di Cavour, dal famigerato gen. Enrico Cialdini e i suoi sottoposti. Ma ciò che non molti sanno, soprattutto perchè in questi 150 anni sapientemente censurato ed espunto dai libri di storia ed emerso solo in saggi storici di autori non di regime, sono i giudizi e le affermazioni di stampo razzista, spesso provenienti da riconosciuti “padri della Patria”, che costituiscono l’antecedente culturale diretto delle attuali vergognose cronache a margine di molte partite di calcio. Il primo ad esprimersi in termini inequivocabilmente razzisti sull’unione tra nord Italia e stati del Sud fu Massimo D’Azeglio, che in un lettera privata scrisse: “La fusione con i Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso” (cit. da Giordano Bruno Guerri, Il sangue del sud – antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio, Mondadori). Ma D’Azeglio è solo uno degli esempi di eroi del Risorgimento che in privato dimostrava di detestare i meridionali e in un certo senso svela quali logiche e quali inconfessabili motivi hanno portato i piemontesi all’annessione del Regno di Napoli. Cavour e Farini, suo ministro degli interni nel 1860, avevano fitte corrispondenze dove il secondo scriveva al primo: “Che paesi sono mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro (che all’epoca comprendeva le province di Caserta e Frosinone, ndr.). Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a confronto di questi caffoni, sono fior di virtù civile”. Anche nei resoconti giornalistici il Sud viene considerato una terra da annettere e civilizzare piuttosto che una regione che entrava alla pari in un nuovo stato, sicuramente più simile ad una colonia d’oltremare che ad un territorio di pari dignità. E l’emblema di questa presunta arretratezza ed inciviltà risiedeva nella vecchia capitale, vista come una terra caratterizzata da “incapacità, corruzione, inerzia, abitata da un popolo ignorante, ozioso, instabile” come scrive un parlamentare impegnato, come Costantino Nigra, nella campagna contro il brigantaggio, e addirittura un parlamentare di sinistra come Aurelio Saffi, deputato di un collegio lucano, definì il Sud “un lascito della barbarie alla civiltà del XIX secolo”. Il famoso luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, scriverà al Generale: “ (il Sud) è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandare in Africa a farsi civile”. Il presidente del Consiglio unitario dopo Cavour, Bettino Ricasoli, definì Napoli, fino a pochi mesi prima una delle prime e più brillanti capitali d’Europa, “una cloaca massima dove tutti gli uomini più onesti sono destinati a perire”. E i pochi meridionali che facevano parte dei primi governi unitari non furono da meno quanto a pregiudizio antiborbonico e antimeridionale, essendo ormai di cultura piemontese e schierati con lo stato sabaudo dal quale traevano vantaggi politici e benefici economici come l’economista napoletano Scialoja e l’abbruzzese Spaventa, ed avendo ormai da anni reciso i legami con le terre d’origine. La realtà è che la spedizione dei Mille e tutto il clima politico e sociale precedente lo sbarco di Marsala, aveva creato l’attesa di una svolta epocale e un alba di nuovi diritti, soprattutto nelle classi meno abbienti; i contadini, da sempre sfruttati dal regime baronale, credevano che con Garibaldi finalmente si sarebbe affrontato il tema della distribuzione delle terre, da sempre respinto dai grandi latifondisti. E tuttavia, nei momenti critici come in caso di carestie, la ricchezza del regno borbonico e la sua vocazione paternalistica consentiva interventi a sostegno delle popolazioni con distribuzioni di farina e pane, cosa che invece non si verificò più con i nuovi regnanti. Inoltre, le promesse di terre fatte da Garibaldi furono subito smentite dai Savoia, che cercarono il consenso dei vecchi ceti nobiliari e della nuova borghesia imprenditoriale sempre a scapito dei contadini. Ciò determinò l’emarginazione del vecchio Generale che di fatto si ritirò a Caprera dopo l’incontro diTeano proprio per il naufragare degli ideali unitari e nel vedere la guerra al brigantaggio condotta con criteri cruenti e colonialistici. Su quella che si avviava a diventare una vera e propria guerra civile il vecchio Generale ravvisava “una questione sociale, che non si poteva risolvere col ferro e col fuoco, di cui erano responsabili il Governo e la borghesia, e che in gran parte dovuta allo scioglimento dell’esercito borbonico senza che lo stesso fosse assorbito nel nuovo esercito nazionale”(cfr. E.Perino, Vita di G. Garibaldi, 1882, p.796). Già nel 1861, quando i focolai di rivolta erano diffusi in tutto il territorio dell’ex Regno di Napoli, Cavour nominò luogotenente generale per le zone annesse il principe Eugenio di Carignano, al quale veniva affidato il compito di normalizzare la situazione dell’ordine pubblico nelle zone del Sud, con una lettera dal tenore inequivoco: “Il Paese e il Parlamento reclamano a gran voce che si adotti un sistema di rigore e di fermezza che si imponga alla razza volubile e corrotta del Regno di Napoli”. Non c’è da meravigliarsi, se queste erano le disposizione governative, se la guerra al brigantaggio assunse accenti da vera e propria crociata quando morto Cavour, e salito al potere Ricasoli, di idee ancora più estreme, il compito di sovrintendere all’ordine pubblico fu dato al famigerato generale Enrico Cialdini. A costui non solo si deve la distruzione,con l’uccisione deliberata di gran parte dei suoi abitanti, compresi donne vecchi e bambini, dei due paesi simbolo di quella che a tutti gli effetti può essere chiamata “la guerra civile risorgimentale”, ovvero Pontelandolfo e Casalduni, ma si devono anche le cifre delle sue attività solo nelle province napoletane: circa 9.000 fucilazioni, oltre 7.000 prigionieri, 6 paesi distrutti, oltre 13.000 prigionieri deportati, 1.400 paesi posti in stato d’assedio. Non sono numeri da lotta alla criminalità, ma numeri da guerra civile nei confronti di popolazioni colonizzate malvolentieri e tutt’altro che aderenti con liberi plebisciti (per lo più taroccati) ad un nuovo stato unitario su basi paritarie. Tra il luglio e l’agosto 1861 Abruzzo, Molise, Sannio, Ciociaria, rappresentano i luoghi più sconvolti da insorgenza, ribellioni, massacri di massa. Solo a Napoli, e solo nel mese di Luglio 1861, il gen. Cialdini aveva fatto fucilare quasi 600 oppositori, oltre a centinaia di incarcerazioni sommarie. Tra questi i briganti veri e propri erano una minima parte, per il resto vi erano soggetti che per la storiografia ufficiale viene ascritta al brigantaggio, mentre per la versione borbonica erano semplici oppositori del regime sabaudo e pubblici critici della monarchia piemontese. Tra gli arrestati figura addirittura il Cardinale Sisto Riario Sforza e il suo vicario, lasciati in carcere qualche giorno e poi portati in nave a Genova. La ribellione armata in quei giorni montava, Castellammare era tornata sotto il controllo borbonico, e la stessa Napoli era in procinto di essere assediata da truppe legittimiste borboniche. Cialdini chiese aiuto (di nuovo, dopo quanto era avvenuto durante lo sbarco di Marsala, evidentemente secondo precisi accordi presi da Cavour) al commodoro inglese che era di stanza in zona, e ben 400 soldati inglesi sbarcati dalla nave da guerra Exmouth (a proposito, ma che ci facevano nel porto di Napoli?) aiutarono i piemontesi a respingere gli assalti. Poco dopo altre sette navi britanniche giunsero con compiti di supporto e se necessario, di intervento armato, ovvero bombardare gli insorti. In quei giorni Pontelandolfo era tornata sotto controllo borbonico con l’intero paese che aveva festeggiato il ritorno delle insegne di Francesco II. Cialdini fece muovere le truppe del generale de Sonnaz da Campobasso, tra queste un drappello di una quarantina di soldati agli ordini del tenente Cesare Augusto Bracci che doveva restare nei dintorni di Pontelandolfo, in attesa dei rinforzi, senza addentrarsi nell’abitato, affatto sicuro. Invece l’incauto Bracci entrò nel paese e fu circondato da una folla di contadini armati. Decise così di fare rotta verso Casalduni, ma la strada era controllata da reparti dell’esercito borbonico sbandati, agli ordini del sergente Angelo Pica, detto “Picuozzo”, lo scontro fu inevitabile e i piemontesi (l’esercito si sarebbe potuto chiamare italiano solo se fossero stati implementati i reparti borbonici, ma non essendovi soldati napoletani, l’esercito continuava in sostanza ad essere quello piemontese) ebbero la peggio, alcuni soldati savoiardi morirono, e gli altri furono disarmati efatti prigionieri. Condotti a Casalduni, il sergente Pica voleva liberarli dopo averli interrogati, trovandoli non colpevoli delle precedenti razzie nella zona, ma la folla ne decretò la fucilazione come rappresaglia per le violenze commesse dai soldati piemontesi in quei mesi nella zona, quando le soldataglie razziavano, uccidevano, violentavano civili inermi nel tentativo di avere notizie e informazioni sulle bande di briganti della zona, che tali erano le modalità della raccolta di informazioni in questa vera e propria guerra civile. La rappresaglia decisa da Cialdini fu quella che si percepisce tra le pagine non dei manuali di storia, che non ne parlano, ma nelle pagine di saggistica specifica, di siti internet alternativi (tutti citati da G.B.GUERRI, Il sangue del Sud, cit.) e non censurate dalla retorica di Stato. I due paesi furono distrutti ed incendiati di li il 14 agosto 1861 con tutti i loro abitanti (Pontelandolfo ne contava 5.000, Casalduni 3000: oggi sono ridotti a meno della metà). Le cronache ufficiali parlano di circa 160 morti. Quelle ufficiose di almeno 900 morti ed un numero imprecisato di dispersi, tanto che il deputato milanese Giuseppe Ferrari in Parlamento si espresse così rivolto a Cavour, dopo aver fatto un viaggio nei due paesi distrutti, rievocando l’orrore visto direttamente a Casalduni: “A destra e a sinistra le mura erano vuote e annerite, dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là incontravasi un mucchio di sassi crollati…edifici puntellati minacciavano di cadere a ogni istante…”, e a poche anime che ancora vagavano come fantasmi si vedeva in faccia l’orrore vissuto delle razzie dei piemontesi che depredavano le case prima di incendiare e uccidere al grido di “Piastre! Piastre!” mentre cercavano gioielli e preziosi, addirittura strappandoli di dosso alle donne prima di violentare ed uccidere. “Di fronte ad un uditorio dal quale provenivano anche risate e sghignazzi, Ferrari concluse: “Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so come esprimermi” (cfr. “ Il sangue del sud”, G.B. Guerri, cit. , pag. 150, 151). A fronte di dati difficilmente discutibili date le stesse cronache di soldati piemontesi (basta leggere i resoconti dell’eccidio redatti da Carlo Mangolfo, un bersagliere di Sondrio citato da Giordano Bruno GUERRI nel suo ultimo saggio citato sopra) ci sono ancora ricostruzioni di storici filo- piemontesi tese a minimizzare i fatti e gli eventi di quell’agosto di sangue del 1861, per lo più prive di fondamento storiografico o basate su letture di parte, oltre che infarcite di luoghi comuni giustificazionisti con la “lotta al brigantaggio”, in cui “bisogna tenere conto del contesto” e “dell’uccisione di 41 soldati del Regio Esercito” (cfr. “Il doppio massacro di Pontelandolfo”, Sergio Boschiero, in Storia in rete del 12.6.2018, pag. 62 e ss., o ancora “Borbonia felix…o infelix?”, altro articolo folcloristico e irridente, Pierluigi Romeo di Colloredo, ivi, pag. 18 e ss.). In questa pseudo saggistica filo-piemontese , dove si giustifica tutto, si mette quasi in burla il Regno delle Due Sicilie, si legittima l’operato di Cialdini e Negri (il comandante sul campo che si occupò della rappresaglia verso i due paesi), dove si afferma che “le violenze c’erano da entrambe le parti”, e che c’era la legalità da una parte e i terribili briganti dall’altra, (con ciò da una parte negando la realtà di una vera e propria guerra civile che infiammò il decennio tra il 1860 e e il 1870, e dall’altra legittimando il concetto di rappresaglia nei confronti di inermi popolazioni civili, che costituisce a tutti gli effetti un crimine contro l’umanità come hanno dimostrato i processi instaurati solo 80 anni dopo contro i nazisti (Fosse Ardeatine, Marzabotto, etc.), stranamente si tace un aspetto. Ma alla fin fine, perché? Perché queste trame diplomatiche, questi accordi internazionali tra Regno sabaudo, Francia, Inghilterra, questa ansia di procedere alla unificazione delle terre italiane, questi movimenti di truppe senza bandiera e senza uniforme, quando le popolazioni che si volevano unificare erano così arretrate, barbare, povere, incolte, e piene di difetti, tali da essere più africane che italiane? Per gli ideali di unità, di Patria, di italianità? o non c’erano dietro ben definiti interessi economici che condividevano I Savoia con Francia e Inghilterra, magari paludati e occultati da grandi ideali patriottici? Ci sarebbe materia per un'altra ben più lunga riflessione, che non è il caso di infliggere al paziente lettore di queste note. Sta di fatto che spesso i più biechi interessi economici vengono veicolati nella popolazione con ben più allettanti principi e ideali, basti pensare alla dottrina Wilson e all’autodeterminazione dei popoli, che se da una parte si poneva come argine al totalitarismo, dall’altra consentiva la rivendicazione di autonomie anche violente per il crogiulo di popoli costituito dall’Europa soprattutto nell’Est, o in tempi più recenti ai processi di integrazione europea basata solo su criteri di matrice economica. Ebbene, forse la risposta sta, come sempre, nelle analisi economiche piuttosto che negli ideali dei patrioti. Citando uno studio di Francesco Saverio Nitti, non certo uno studioso “neoborbonico” contemporaneo, G.B. GUERRI riporta dati economici inequivocabili. Nel 1860 la riserva aurea del Regno di Sardegna ammontava a 27 milioni di lire, il Granducato di Toscana aveva da parte 85, 2 milioni di lire, Romagna Marche ed Umbria 55,2, mentre le riserve auree del regno delle Due Sicilie ammontavano alla astronomica cifra di 445, 2 milioni. Ecco spiegato, forse, il motivo di tanto fervente ardore ideale nel Re sabaudo, e perché invece uomini politici più avveduti come lo stesso Cavour, a fronte delle differenze sociali e culturali, auspicavano invece soluzioni federaliste, purtroppo non considerate né da Vittorio Emanuele II per ingordigia, né da Francesco II per incapacità e miopia politica, non volendosi inimicare il Papa. L’annessione si rivelò, quindi, un grande affare per il Piemonte, e mentre da una parte il Sud era letteralmente depredato delle sue ricchezze, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche all’avanguardia tecnologica, dall’altra parte lo stesso Sud era ridotto a colonia di smistamento dei prodotti industriali del nord Italia, ed in più, oltre ai danni, la beffa delle cronache folkloristiche sulla presunta inferiorità civile e morale dei meridionali, quasi a giustificare il sacco che stava avvenendo. Se oltre a questo aggiungiamo che la spesa per le terre nell’ex regno di Napoli raggiungeva percentuali minime di bilancio rispetto a quanto era speso al Nord, con la complicità di una classe dirigente meridionale parassitaria, collusa e cialtrona, ben descritta da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, il quadro di insieme di quella che già allora era definita “la questione meridionale” appare completo. Ce n’è abbastanza per cominciare a rivendicare, magari proprio per il 14 agosto, la data per il ricordo delle vittime del genocidio della gente meridionale che si opponeva all’invasore piemontese e che tradì tutti gli ideali di svolta sociale e di rivendicazioni libertarie che venivano evocate in quel periodo, procedendo ad una annessione colonialistica basata sul saccheggio e sul sangue dei vinti. E sarebbe l’ora che le sonnacchiose e inerti classi politiche meridionali trovassero un minimo di coraggio ed orgoglio identitario per far finalmente riscrivere una pagina di storia negletta e soffocata da una retorica di regime ormai insopportabile e appestata dal tanfo mefitico della menzogna. Con ciò non si vuol certo difendere un regime reazionario, autoritario e sanguinoso come quello borbonico sotto il Re Ferdinando II, o dire che tutto era perfetto nel Regno delle Due Sicilie come fosse una Città del Sole, (come vuol fare apparire in modo poco storico e molto folkloristico l’articolo “Borbonia felix o …infelix?” lo storico Pierluigi Romeo di Colloredo sulle tesi neoborboniche, in Storia in rete, cit., pag. 18 e ss.). Si vuol solo dire che gli ideali di libertà, riforme economiche, diritti civili, utilizzati nella propaganda filo-sabauda e che tanti convinse a sposare la causa “unionista” si è rivelato un autentico specchietto per le allodole, e la dimostrazione di ciò si ebbe con la saldatura tra la classe dirigente piemontese e le classi abbienti soprattutto siciliane, a danno dei ceti contadini e produttivi del Sud, e ancora di più, sotto il profilo militare, con la battaglia d’Aspromonte tra piemontesi e garibaldini, dove Garibaldi fu bloccato nel proposito di spingersi fino a Roma, e arrestato per impedirgli altri colpi di mano. “Loro hanno creduto”, si potrebbe dire parafrasando il famoso romanzo di Anna Banti, a proposito dei patrioti meridionali che tra il 1848 e il 1860 pensavano di instaurare un regime di riforme e di libertà al Sud grazie ai Savoia, mentre invece consentirono ad un regime autoritario di sostituirsi ad un altro, come si vede anche nel bel film di Mario Martone. Quindi non tanto deprecare un’unità che, come si è visto, in realtà si voleva solo per interessi economici, ma deprecare e stigmatizzare il modo attraverso il quale si è giunti a tale unità, a colpi di cannone e di stragi piuttosto che di riforme sociali e diritti civili, che consentissero di rendere omogenei due territori e due popoli tanto diversi per storia, cultura, costumi, lingua. Partendo da tale consapevolezza, non è escluso che possa ripartire con maggiore serietà anche una più incisiva battaglia per debellare il razzismo negli stadi italiani, esemplificato dai cori discriminatori e razzisti, sospendendo le partite e chiudendo settori di stadi allorquando queste vergogne avvengano. Gli anni tra le due guerre mondiali e dal secondo dopoguerra ad oggi, con spese in bilancio caratterizzate sempre da fondi destinati in gran parte al centro nord, ed al sud erogati con criteri emergenziali e di stampo assistenzialistico, che hanno finito per ingrassare criminalità organizzata e ceto amministrativo parassitario meridionale, costruendo generazioni di politici di respiro strettamente localistico, è fenomeno tutt’ora particolarmente evidente con l’assenza di interventi strutturali seri e credibili per la vita delle comunità locali (le vicende kafkiane del Palagiustizia di Bari, atteso da 20 anni, o dell’ILVA di Taranto, per restare in Puglia, sono emblematiche del gattopardismo nostrano e connotano da decenni la vita pubblica meridionale). In tutto questo, non c’è risvolto della vita quotidiana nel quale questo odioso cripto-razzismo non faccia a volte biecamente capolino, come in occasione della vicenda della annunciata nascita di un distaccamento della Scuola Superiore Normale di Pisa a Napoli, d’intesa con l’Università Federico II. Il progetto, dopo aver avuto tutti gli assensi dei due Atenei coinvolti e del competente Ministero, è stata fatta naufragare dal sindaco leghista di Pisa, insorto all’idea che Pisa e Napoli potessero unirsi in un progetto formativo di alta qualità. Le dichiarazioni rese alla stampa sanno tanto della frase di Massimo D’Azeglio sui napoletani, e costituiscono una brutta pagina per l’autonomia dell’Università: “Non ci sarà nessuna Normale al Sud. La scuola d’eccellenza è e resta pisana e rimane nella nostra città. Abbiamo fatto una battaglia per Pisa e la dimostrazione che quando le amministrazioni locali insieme ai deputati eletti lavorano per il territorio i risultati arrivano”. Il sindaco leghista di Pisa, Conti, può andare fiero di sé. Pisa è salva, anche se non si sa da cosa. Forse questo oscuro funzionario di partito non sa, tutto chiuso nell’angusto spazio di piazza dei Miracoli, che l’Università di Napoli, primo Ateneo laico d’Italia, vanta ben più blasonate join-venture, come quella con la californiana Apple, che da quest’anno ha aperto con il Politecnico partenopeo la Apple Developer Academy per 400 sviluppatori, e forse nemmeno sa che la Scuola Superiore Normale a Napoli si farà lo stesso, anche senza il connubio con il rinomato Istituto pisano. Si chiamerà Scuola Superiore Normale Meridionale e siamo certi che darà nuova linfa alle energie intellettuali del nostro Sud in un’ottica nazionale ed internazionale, e potrebbe costituire l’occasione, anche grazie alle vicende politiche contingenti (che hanno portato l’ex rettore della Federico II Gaetano Manfredi a diventare ministro per la ricerca scientifica e l’università) a rimettere al centro del dibattito gli Atenei meridionali, troppo spesso bistrattati ed ignorati dai media anche nei tratti di eccellenza che pure ci sono. Una rivalutazione che passa anche per maggiori flussi di finanziamenti e una maggiore, si spera, attenzione alla qualità dell’insegnamento ed alla qualità dei docenti, magari cominciando a sospendere gli indagati per gravi reati (“Bari, docente universitario accusato di violenza sessuale resta in servizio”, Giuliano Foschini, la Repubblica, 25 maggio 2019). Quindi, in definitiva, se deve avere un senso la festa del 2 giugno, questo senso non può che partire dal recupero effettivo dell’art. 3 della Costituzione, e della necessaria effettiva parità tra tutti i cittadini, a prescindere dal territorio dello Stato a cui appartengono; parità di diritti e di prestazioni essenziali, che potrà essere assicurata solo quando l’accesso alla sanità, alla scuola, alla giustizia, all’università, al credito, all’attività d’impresa non sarà più negato ad interi territori, costretti alla migrazione al nord o all’estero per accedere a quelle prestazioni. Fino a che tali diritti e prestazioni essenziali saranno precluse a larga parte del sud, finchè politica e media continueranno a praticare il discredito del sud come mezzo di persuasione di massa, non ci saranno molti motivi per festeggiare la festa della Repubblica. Fino a quel momento, l’ unica distinzione tra le forze antagoniste nella società non sarà tra destra e sinistra, o tra cattolici e laici, o tra moderati ed estremisti. L’unica distinzione sarà quella che già nel 1946 (Cristo si è fermato ad Eboli, L’orologio) aveva intuito un intellettuale del calibro di Carlo Levi, ovvero tra Luigini e Contadini, con tali termini intendendo i primi gli appartenenti al ceto degli sfruttatori, di quelli che si approfittano dei deboli, di quelli che impediscono agli altri pari diritti e pari dignità, qualunque sia la funzione in concreto svolta e a qualunque latitudine appartengano, e i secondi gli sfruttati, anch’essi trasversali al tempo ed allo spazio, destinatari di una patria minore e senza l’accesso ai diritti fondamentali come alle prestazioni essenziali (per una approfondita analisi del dibattito, e sull’autonomia differenziata, cfr. M. Esposito, Zero al sud, Rubbettino). Quando la politica, finalmente equa, non porrà più le premesse per il mantenimento di due società distinte all’interno della stessa nazione e dello stesso popolo e la Storia, finalmente con la S maiuscola, verrà scritta rispettando gli accadimenti reali e non paludati dalla retorica monarchica prima e fascista poi, solo allora l’art. 3 della Costituzione potrà dirsi applicato nella sua integrità senza discriminazioni territoriali all’interno dell’unica Repubblica Italiana, frutto della resistenza al nazifascismo; allora e solo allora il 2 giugno finalmente avrà la dignità che gli spetta di diritto.
· La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.
SPOSTAMENTI. Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini su Il Corriere della Sera il 19/12/2020. Dopo giorni di attesa, di retromarce, ripensamenti e scontri interni alla maggioranza, il governo ha varato il decreto che introduce nuove regole e divieti per le festività (qui tutti i dettagli). L’Italia va in fascia rossa in tutti i giorni festivi e prefestivi, in arancione negli altri. Rimangono in fascia gialla soltanto il 21, il 22 e il 23 dicembre ma con il divieto di uscire dalla propria Regione. La novità è rappresentata dalla possibilità di andare nei giorni festivi a casa di parenti e amici, però con una limitazione: si può essere soltanto in due anche se si può essere accompagnati da minori di 14 anni. Il coprifuoco rimane fissato dalle 22 alle 5. In vigore il divieto di assembramento e l’obbligo di indossare la mascherina al chiuso e all’aperto. Il decreto varato venerdì 18 dicembre 2020 si aggiunge infatti al Dpcm entrato in vigore il 4 dicembre e valido fino al 15 gennaio. Dal 24 dicembre al 6 gennaio 2021 è consentito lo spostamento nelle seconde case purché si trovino all’interno della Regione di residenza. Per chi va all’estero tra il 21 dicembre e il 15 gennaio c’è l’obbligo, al rientro in Italia, di rimanere in quarantena per 14 giorni.
Tutti gli spostamenti nei giorni rossi e arancioni dovranno essere giustificati con il modulo di autocertificazione. Rimangono in vigore le multe per chi non rispetta i divieti, le verifiche da parte delle forze dell’ordine potranno essere svolte anche nei giorni successivi al controllo.
1 - In quali date l’Italia è zona rossa? Dal 24 dicembre al 6 gennaio, nei festivi e prefestivi, cioè nei giorni 24, 25, 26, 27 e 31 dicembre 2020, e nei giorni 1, 2, 3, 5 e 6 gennaio.
2 - Quando si applicano le regole delle zone arancioni? Nei giorni feriali tra Natale e Capodanno, quindi 28, 29, 30 dicembre e 4 gennaio.
3 - È possibile spostarsi nei giorni «rossi»? Solo per comprovate esigenze di lavoro, necessità e salute. Con autocertificazione. Ma il governo ha previsto delle deroghe.
7 - E se c’è una persona disabile? Persone disabili e «non autosufficienti conviventi» possono aggiungersi al numero massimo di due.
8 - Si può andare a pranzo da un parente e a cena da un altro? No, è possibile spostarsi «una sola volta al giorno» e «verso una sola abitazione ubicata nella medesima regione».
9 - Nei giorni feriali ci si può muovere liberamente? Gli spostamenti, nei giorni 28,29,30 dicembre e 4 gennaio, sono consentiti secondo le norme delle zone arancioni: solo all’interno del proprio comune. C’è però una deroga per i piccoli Comuni (vedi domanda 11). Resta vietato spostarsi in altre regioni.
10 - È vietato spostarsi da un comune all’altro il 25, 26 dicembre e l’1 gennaio? Come spiegato sopra, è vietato, salvo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, o salute e salvo la deroga per spostarsi a casa di parenti e amici (solo in due, solo una volta al giorno, solo verso una casa all’interno della propria regione: vedi domande 4 e 8).
11 - Chi abita in un piccolo comune può raggiungere i parenti nei comuni vicini? «Sono consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti» il 28, 29, 30 dicembre e il 4 gennaio. È possibile percorrere una distanza «non superiore a 30 chilometri dai relativi comuni». Ma è vietato recarsi nel capoluogo di provincia.
12- Tornare a casa è sempre permesso? «È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione».
Il calendario dei divieti: dieci giorni in «zona rossa» nei festivi e prefestivi. Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini su Il Corriere della Sera il 19/12/2020. Il nuovo decreto varato dal governo per le festività natalizie scandisce il calendario dal 21 dicembre al 6 gennaio 2021 seguendo uno schema che alterna regole delle zone gialle, arancioni e rosse. Obiettivo è mantenere i divieti nei giorni in cui potrebbero essere più frequenti assembramenti e spostamenti. E dunque saranno rossi i giorni festivi e prefestivi, arancioni gli altri. Rimangono gialli quelli precedenti al 24 dicembre, anche se con le limitazioni già previste dal Dpcm entrato in vigore il 4 dicembre.
1- Quali sono i giorni gialli? Il 21, il 22 e il 23 dicembre. Rimangono comunque i divieti già previsti e dunque non è consentito andare fuori dalla propria Regione.
2- Quali sono i giorni rossi? Il 24, 25, 26, 27 dicembre, il 31 dicembre, l’1 il 2 e il 3 gennaio 2021, il 5 e il 6 gennaio 2021.
3- Quali sono i giorni arancione? Il 28 il 29 e il 30 dicembre. Il 4 gennaio 2021.
4 - Dal 7 gennaio si torna alle regole del vecchio Dpcm? Sì, devono essere applicate le misure previste dal Dpcm varato il 4 dicembre e valido fino al 15 gennaio 2021.
5- Il 15 gennaio dovrà essere varato un nuovo Dpcm? Sì, sulla base della curva epidemiologica il governo dovrà varare un nuovo provvedimento.
6- Il nuovo provvedimento potrà regolamentare anche gli spostamenti dei cittadini? No, per eventuali nuove regole per i cittadini è necessario un decreto legge.
7 - Il 7 gennaio riaprono le scuole? Il Dpcm in vigore prevede il ritorno in presenza degli studenti dei licei e delle scuole superiori al 75 per cento.
8 - Nei giorni rossi posso uscire di casa? Gli spostamenti sono consentiti solo per «comprovate esigenze» legate a motivi di lavoro, urgenza e salute. Si può uscire anche per recarsi nei negozi aperti.
9 - Ci sono deroghe? Secondo quanto previsto dal nuovo decreto «durante i giorni festivi e prefestivi compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 lo spostamento verso le abitazioni private è consentito una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 5 e le ore 22 verso una sola abitazione ubicata nella medesima regione e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi».
10 - Nei giorni arancioni posso uscire di casa? Sì, ma è vietato uscire dal proprio Comune.
11 - Ci sono deroghe? Vale la deroga prevista per le zone rosse che consente lo spostamento verso le abitazioni private una volta al giorno.
12- Il 15 gennaio 2021 scade l’obbligo di quarantena per chi rientra dall’estero? Tutti coloro che sono stati all’estero tra il 21 dicembre e il 15 gennaio 2021 dovranno osservare un periodo di 14 giorni di quarantena al rientro in Italia.
Feste in zona rossa: divieti, chiusure e pochi a tavola. Le regole di Natale e Capodanno. Alessandra Ziniti su La Repubblica il 18 dicembre 2020. L'Italia per le feste di Natale sarà rossa dal 24 dicembre fino al 6 gennaio: un lockdown a singhiozzo tra dieci giorni 'rossi', solo quelli i festivi e prefestivi, e quattro di colore "arancione". Dal 24 dicembre fino al 6 gennaio, l'Italia per le feste in lockdown a singhiozzo tra dieci giorni 'rossi', solo quelli i festivi e prefestivi, e quattro giorni "arancione".
I giorni in zona rossa: il 24, 25, 26, 27, 31 dicembre 2020 e 1, 2, 3, 5 e 6 gennaio 2021.
Spostamenti. Uscite solo per spesa, messa, attività motoria. Il messaggio è chiaro: bisogna restare a casa. E dunque è vietato spostarsi tranne che non ci siano motivi di lavoro, salute, necessità e tra questi rientra l’assistenza ad una persona non autosufficiente per la quale si potrà muovere una sola persona con eventuali figli minorenni. Resta sempre consentito viaggiare per fare rientro alla propria residenza, domicilio o nell’abitazione in cui ci si ritrova abitualmente con il partner . Ma non deve essere la seconda casa che si potrà raggiungere entro domenica. Si potrà uscire per andare nei negozi o a Messa o per fare attività motoria.Sempre con l’autocertificazione.
Incontri. Due non conviventi a tavola, più i bambini. Due posti a tavola in più, oltre a quelli di bambini fino a 14 anni e persone disabili. E’ la deroga concessa al blocco degli spostamenti che consentirà a familiari, fidanzati ma anche amici di incontrarsi nei giorni festivi e prefestivi e dunque di poter festeggiare insieme sia a Natale che a Capodanno rispettando però sempre il coprifuoco entro le 22. Una famiglia potrà dunque invitare a casa due persone che potranno portarsi dietro i bambini e persone non autosufficienti a loro affidate. Incontri che potranno avvenire, una volta al giorno, con spostamenti dentro la regione.
Bar e ristoranti. Sempre chiusi, consentito l’asporto. Bar e ristoranti chiudono dalla vigilia di Natale per riaprire il 7 gennaio, a festività ormai concluse. Dunque niente pranzo fuori il giorno di Natale o per il primo dell’anno o per la Befana come era invece previsto nel vecchio Dpcm, niente colazioni, aperitivi, niente caffè neanche seduti al tavolo fino alle 18. Chi vorrà potrà rimanere aperto ma solo per il servizio a domicilio o per l’asporto entro le 22. Anche, bar, pasticcerie, gelaterie potranno continuare a lavorare ma solo se offriranno questi servizi. Restano aperti gli autogrill lungo le autostrade e i bar in stazioni e aeroporti.
Negozi. Aperti supermercati, farmacie, parrucchieri. Supermercati e alimentari ovviamente sempre aperti tranne che il giorno di Natale e il primo dell’anno. Negozi invece sempre chiusi, ma nella lista delle 35 attività commerciali che restano aperte nei giorni di zona rossa ci sono, così come previsto anche nel Dpcm che istituiva le nuove zone rosse, anche parrucchieri e barbieri. E poi naturalmente farmacie, parafarmacie, librerie, edicole, fiorari, negozi di giocattoli e abbigliamento sportivo, tabacchi e ferramenta, lavanderie e negozi per animali. Chiusi naturalmente centri commerciali e mercati tranne che per la vendita di alimentari.
I giorni in zona arancione: 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021.
Spostamenti. Libertà di movimento nel proprio comune. Ci si può muovere liberamente ma solo all’interno del proprio comune o al massimo raggiungere quello più vicino per l’acquisto di beni di prima necessità se non disponibili. Unica deroga concessa dal governo per chi abita in centri con meno di 5.000 abitanti: in questo caso ci si potrà spostare nel raggio di 30 chilometri ma non per raggiungere capoluoghi di provincia. Se si è costretti a muoversi comunque per ragioni di lavoro, necessità o salute o per tornare alla propria residenza, domicilio o abitazione lo si potrà sempre fare muniti di autocertificazione. Occhio alle ordinanze regionali.
Incontri. Nessun limite, ma è raccomandato evitarli. Non c’è nessun limite agli incontri se non quello del buon senso. La raccomandazione del governo resta sempre quella di evitare di ricevere in casa propria persone non conviventi e di tenere sempre la mascherina indossata se comunque si dovesse decidere di farlo. Soprattutto in presenza di persone anziane o fragili. Il Dpcm non prevede però alcuna restrizione negli incontri nè alcuna giustificazione per chi esce di casa. Dunque, nei giorni in arancione, si potrà far visita a familiari o amici senza un limite nel numero delle persone che possono spostarsi. Restano vietate ovviamente le feste.
Bar e ristoranti. Restano off limits, sì al servizio a domicilio. Per i locali pubblici non cambia nulla: rosso o arancione, bar, gelaterie, pasticcerie, pizzerie, ristoranti, che ormai hanno riaperto quasi in tutte le regioni ( da domani anche in Toscana, Campania, Val d’Aosta, provincia di Bolzano appena tornate in giallo), dovranno abbassare nuovamente le saracinesche. Chi lo riterrà potrà continuare a lavorare solo con il domicilio o con l’asporto entro le 22 non consentendo però ai clienti di sostare a consumare cibi e bevande in prossimità dei locali. Sono moltissimi i ristoranti che offriranno la consegna a domicilio di menù particolari per i pranzi di Natale e Capodanno.
Negozi. Tutti in funzione con orari allungati. Per i negozi, aperture a singhiozzo, calendario alla mano. Nei giorni in arancione potranno aprire gli esercizi commerciali di qualsiasi tipo, con orari continuati e allungati fino alle 21 per evitare che, soprattutto nei primi giorni della prossima settimana, si creino assembramenti per gli ultimi acquisti di regali di Natale prima della chiusura anticipata la sera di mercoledì 23. Riapertura per i primi tre giorni della settimana di Capodanno. E chi lo riterrà conveniente potrà riaprire per un solo giorno anche lunedì 4 prima della nuova serrata della vigilia e del giorno dell’Epifania.
Covid, Cdm impugna legge Valle D'Aosta su aperture. La Repubblica il 19 dicembre 2020. Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge della Regione Valle d'Aosta n.11 del 9 dicembre 2020 che consente "la riapertura sul territorio regionale di una serie di attività che, al momento", sono proibite o limitate in tutto il territorio nazionale dal dpcm dello scorso 3 dicembre 2020. Lo rende noto il comunicato stampa del Cdm. "Le disposizioni della Regione Valle d'Aosta - afferma il comunicato del governo - eccedono dalle competenze statutarie e si pongono in contrasto con la disciplina dettata dallo Stato in materia di contenimento e di gestione dell'emergenza epidemiologica, in violazione dei principi costituzionali in materia di tutela della salute, di profilassi internazionale e di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale". Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'interno Luciana Lamorgese, ha deliberato poi lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Consiglio comunale di Tortorici (Messina) affidandone la gestione a una Commissione straordinaria per un periodo di diciotto mesi. Inoltre, in considerazione della necessità di completare l'azione di ripristino dei principi di legalità all'interno dell'amministrazione comunale, il Consiglio dei ministri ha deliberato la proroga, per sei mesi, dello scioglimento del Consiglio comunale di Torretta (Palermo), già sciolto per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata.
Era scritto già dal 30 aprile. Il nuovo Dpcm era già pronto 6 mesi fa, perché non è stato applicato prima? Claudia Fusani su Il Riformista il 5 Novembre 2020. «Scusate io devo sapere – e sono le quattro del pomeriggio ed è già tardi – se deve fare la spesa per domani oppure no, vorrei fare la polenta…». La signora proprietaria di trattoria a due passi dalla Camera è la fotografia perfetta di quello che sta accadendo nel paese. Il Dpcm numero 23 dell’era Covid è entrato in vigore ieri mattina con la pubblicazione in Gazzetta, prevede tre fasce di rischio e relativi livelli del lockdown tra cui la serrata totale di bar e ristoranti e però nessuno sa quale sarà il suo destino. Gli occhi sono puntati alla “cabina di regia” ministero-regioni convocata ieri nel primo pomeriggio al ministero della Salute. Spifferi raccontano che il tavolo è una “trincea” perché nessun governatore accetta a cuor leggero di finire nella lista delle zone rosse e di comunicare ai suoi cittadini, che magari lo hanno appena eletto o rieletto, che devono stare chiusi in casa e sospendere tutte le attività almeno per due settimane. Altri spifferi raccontano che la lista rossa, al momento 3/4 regioni, potrebbe diventare un «groviera di tante zone rosse all’interno di una singola regione». E che la contesa verte soprattutto «sui criteri dei 21 parametri». Giallo poi sulla temporalità dei dati: la valutazione sarà sui dati dei contagi ad oggi – che registrano una stabilizzazione della curva un po’ ovunque – o su quelli settimanali (elaborati nelle varie medie) del giovedì di ogni settimana e quindi della settimana passata? Verso le 18 il governatore della Lombardia Attilio Fontana, una delle quattro regioni a rischio zona rossa, ha detto: «L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts (che trasferisce i dati alla cabina di regia governo-regioni, ndr) con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa. Ciò è inaccettabile. Le valutazioni devono essere fatte sulla base di dati aggiornati ad oggi, tenendo conto delle restrizioni già adottate in Lombardia». Come previsto, il promesso automatismo di ingresso o uscita da una fascia all’altra non è affatto automatico. Del resto i governatori sono stati chiari quando, la notte tra martedì e mercoledì, hanno presentato le osservazioni al Dpcm. «Così ci esautorate, non possiamo prendere ordini da voi» hanno scritto al governo centrale, ai ministri Boccia e Speranza. «Allora è meglio chiudere tutto e ovunque» hanno aggiunto. Che però è l’unica cosa che Conte non vuole fare. E su questo non intende retrocedere. In attesa della definizione della lista si scoprono alcuni dettagli degni di nota. Uno su tutti: i criteri di chiusura in caso di ripresa del contagio, della più che prevista seconda ondata, sono noti dal 30 aprile scorso. Però non sono stati comunicati. E le autorità locali, ma anche i cittadini, non hanno potuto o voluto condividere un percorso di regole, attenzioni e conseguenze che, se noto, avrebbe potuto cambiare, forse evitare, le serrate di questi giorni, la disperazione di chi ha dovuto chiudere, le proteste nelle piazze di tutte le città italiane. Il 30 aprile scorso il ministro Speranza firma un decreto con cui – si legge – «sono adottati i criteri relativi alle attività di monitoraggio del rischio sanitario». Con quel documento il governo ha inteso preparare un percorso con regole chiare «nei casi in cui dal monitoraggio emerga un aggravamento del rischio sanitario» misurato secondo determinati parametri. In quel caso, si legge ancora, «il Presidente della Regione propone tempestivamente al ministro della Salute le misure restrittive necessarie e urgenti per le aree interessate all’aggravamento». In sostanza il 30 aprile viene deciso chi-deve-fare-cosa se i contagi riprendono a crescere e quali conseguenze se non si fermano. Ed è chiaro, già dal 30 aprile, che il premier Conte ha deciso di lasciare ai governatori – dopo mesi di accentramento totale – l’autonomia, da loro stessi più volte reclamata, nella gestione della pandemia. Il decreto del 30 aprile, più allegati, in sostanza è il libretto di istruzioni per l’uso per i cittadini e per chi li governa per fronteggiare “una rapida ripresa” del virus più che probabile considerato il basso livello di immunità. Tutto questo – si legge nel documento – «presuppone l’implementazione e il rafforzamento di un solido sistema diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione del virus». In quattordici pagine, poi, il decreto stabilisce gli ormai famosi 21 parametri che incrociati con l’indice Rt (indice di trasmissibilità) «ogni settimana devono produrre una classificazione aggiornata del rischio per ciascuna regione». In base al monitoraggio sono previsti i quattro scenari di cui ora si parla – da 1, normale, a 4, il più grave – e le conseguenze in termini di lockdown più o meno estesi. Questo illuminante documento è stato comunicato male, per non dire affatto. Ed è rimasto lettera morta fino al 16 ottobre quando è stato approvato dalla conferenza Stato-Regioni. Solo allora – e i buoi, cioè il virus, erano già scappati – i governatori hanno avuto contezza di quello che avrebbero dovuto fare nei mesi estivi quando il contagio era basso. Due osservazioni. La prima: dal 30 aprile al 16 ottobre, il decreto è rimasto lettera morta. Molto probabilmente, spiega una fonte vicino al ministero della Salute, perché «era in corso la campagna elettorale in ben sette regioni». La seconda: dal 16 ottobre Conte ha firmato tre diversi Dpcm. Perché non è stato subito elaborato questo con le regole già previste il 30 aprile? Come minimo ci saremmo risparmiati due settimane di caos. Solo alle otto di sera il premier svela la lista delle regioni rosse, arancioni e gialle. L’entrata in vigore del Dpcm infatti slitta a venerdì. Calabria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta rientrano nell’area rossa. Nella fascia a criticità medio alta, chiusura totale di bar e ristoranti, Puglia e Sicilia. Nelle altre regioni sono valide le restrizioni generali: serrata dalle 22, bar e ristoranti chiusi dalle 18. La signora della trattoria forse è ancora in tempo a fare la polenta.
Governo e Regioni prigionieri della popolarità: ognuno scarica sull’altro le scelte più sgradite. Paolo Pompeni su Il Quotidiano del Sud il 5 novembre 2020. L’attesa per i risultati delle presidenziali americane mette la sordina all’attenzione per le polemiche sulla vicenda dell’ultimo DPCM e questioni connesse, polemiche che però continuano senza che non diciamo si arrivi, ma neppure per il momento si facciano evidenti passi avanti sulla strada del dialogo/confronto fra maggioranza e opposizione sollecitato da Mattarella. Viene da pensare che si sia in tutti i campi prigionieri di una sorta del mitico comma 22: fare una certa cosa è la cosa giusta, ma se la facciamo diventa automaticamente sbagliata. Vediamolo dal punto di vista dell’opposizione. In una situazione di emergenza nazionale diventare parte e promotori della coesione generale le darebbe lustro. Ma se si comporta così non solo ammette di aver sbagliato nel fare opposizione sino ad oggi, ma anziché collaborare all’uscita dall’emergenza diventa complice degli errori (inevitabili) nella sua gestione. Certamente per leader che hanno impostato per anni la loro strategia nella direzione che per comodità definiamo sfascista, cambiare registro proprio quando a loro sembra di essere ad un passo dallo sfascio del governo risulta non solo difficile, ma quasi contro natura. Del resto le aperture verso di loro da parte del governo arrivano nel momento in cui il premier e i suoi ministri sono a corto di credito presso l’opinione pubblica e questo certo non agevola la ricerca di terreni di accordo. Basta riflettere su un dato banale. Si è detto che si doveva ricorrere allo strumento anomalo dei Dpcm perché consentivano la massima velocità di intervento e si è visto nell’ultimo caso che ci sono voluti giorni per arrivare a promulgare un testo, che fra il resto rimanda poi ad altri provvedimenti da prendere. La gente normale si chiede cosa ci sia di veloce in tutto questo. Il tema dell’imposizione al paese di misure che indubbiamente incidono sugli equilibri economici e sociali sembra un altro comma 22. Si vorrebbe fare una scelta, che di per sé appare assolutamente razionale, di graduare questi interventi in rapporto alla diversa situazione dei singoli territori, ma proprio qui sorge una difficoltà che forse non si percepisce neppure nitidamente. Limitazioni alle libertà dei cittadini (di movimento, di impresa, ecc.) possono essere imposte creando differenze fra loro a seconda della residenza? Dal punto di vista astratto del leguleio (figura dominante in questi tempi in cui ciascuno difende tutto quello che gli aggrada come “diritto”) non è possibile: la legge deve essere eguale per tutti. Così le regioni argomentano che il governo deve fare provvedimenti validi su tutto il territorio nazionale, altrimenti crea differenze fra i cittadini, ma il governo non lo vuol fare per salvare nei limiti del possibile l’equilibrio sociale laddove è consentito e dunque dice alle regioni, fate voi, che essendo enti “territorialmente circoscritti” non rompete l’assioma di trattare tutti i vostri soggetti allo stesso modo ( e poi si dice che non piace il para-federalismo …). Naturalmente è un bel pasticcio, gestito non tanto sul filo di principi giuridici quanto di interessi molto contingenti: il governo non vuol perdere in popolarità e i governatori delle regioni altrettanto, soprattutto per il fatto che differenti condizioni di vita nell’epoca della pandemia fra le diverse regioni porterebbero a giudizi negativi su chi sta peggio. Questo è logicamente assurdo, perché si dovrebbe convenire che molto dipende da condizioni date che non sono né merito né demerito dei governi regionali: quante grandi aree urbane ci sono, quanta permeabilità alla circolazioni di merci e persone dall’esterno, quanta mobilità interna fra le zone, e via elencando. Ma in un paese avvelenato da una inveterata abitudine alla polemica gretta, in cui ogni cosa diventa un’occasione per azzannarsi reciprocamente alla gola, diventa molto complicato gestire la situazione. Ci si consenta di richiamare l’attenzione su un altro punto: la difficoltà di ricorrere ai normali strumenti redistributivi, cioè la tassazione. Se ragionassimo in astratto, sarebbe logico che a fronte dei sacrifici per necessità fatti ricadere su alcune categorie, di fronte al crescere del disagio sociale, si chiedesse a chi non è toccato o toccato solo in parte di accettare di devolvere parte della sua condizione più garantita a sostegno degli altri. Ovviamente nessun governante pensa, neppure lontanamente, di ricorrere a questo strumento, perché sa benissimo che non verrebbe accettato. Non solo per ragioni di egoismo (che pure esistono), ma per ragioni oggettive: chi paga le tasse è già spremuto ben bene e non si può chiedergli di più; chi ha redditi dal decente in su mantiene già col welfare familiare una parte almeno di chi è in difficoltà; in generale c’è il sospetto (in più casi non infondato) che quanto rastrellato con una tassazione di emergenza andrebbe non solo a soggetti vittime di una situazione, ma anche a soggetti che in passato hanno lucrato e bene su situazioni che consentivano privilegi, elusioni fiscali se non addirittura evasioni. Abbiamo cercato di analizzare questi scenari per spiegare perché tutto in questo momento è maledettamente complicato e genera una situazione che è arduo governare. Sono situazioni che, dietro le quinte, sono ben presenti alla maggior parte degli attori di questa fase politica, dal presidente Mattarella in giù. Bisogna tenerne conto, evitando di restarne prigionieri, se, come tutti riconoscono, non si tratta affatto di arrangiarsi a “passare la nottata”, ma di affrontare un periodo non breve di lotta col virus e certamente lungo di ricostruzione sulle macerie che questo ci lascerà in eredità.
Da ansa.it il 4 novembre 2020. "Rispetto alle persone contagiate sale il numero degli asintomatici, diminuisce in percentuale il numero di persone ricoverate ma c'è l'alta probabilità che molte regioni superino le soglie delle terapie intensive e mediche", ha detto il premier Giuseppe Conte nella conferenza stampa serale in cui ha illustrato le misure del nuovo dpcm. "Se introducessimo misure uniche in tutta Italia produrremmo un duplice effetto negativo, non adottare misure veramente efficaci dove c'è maggior rischio e imporremo misure irragionevolmente restrittive dove la situazione è meno grave". "Se introducessimo misure uniche in tutta Italia produrremmo un duplice effetto negativo, non adottare misure veramente efficaci dove c'è maggior rischio e imporremo misure irragionevolmente restrittive dove la situazione è meno grave". "Nell'area gialla, con criticità moderata, rientrano Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria". Anche Toscana, Molise, Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia rientrano nell'area gialla. Anche il Veneto e le provincie di Trento e Bolzano, secondo quanto annunciato dal premier Giuseppe Conte in tv, rientrano nell'area gialle con le misure restrittive più "morbide" previste nel Dpcm. "Nell'area arancione, con criticità medio alta, ci sono Puglia e Sicilia". "Lombardia, Piemonte, Calabria, Valle D'Aosta rientrano nell'area rossa", ha annunciato Conte. "Le ordinanze del ministro della Salute non saranno arbitrarie o discrezionali perché recepiranno l'esito del monitoraggio periodico effettuato congiuntamente" con i "rappresentanti delle Regioni", ha sottolineato Conte in conferenza stampa in tv. "Già questa settimana porteremo in Consiglio dei ministri, dovremo farcela già domani sera, un nuovo decreto legge" per i ristori. "Una volta condiviso l'impianto" delle misure restrittive "le conseguenze sono automatiche, perché basate su criteri predefiniti e oggettivi che sfuggono da qualsiasi contrattazione. Non si può negoziare o contrattare sulla pelle dei cittadini, non lo farà Speranza né i presidenti delle singole regioni, il contraddittorio ci sarà, perché le ordinanze vengono fatte sentito il presidente, ma non negoziato con il presidente". "In questo momento non le anticipo una cifra, è chiaro che alla Ragioneria stanno lavorando ma sicuramente ci sono adeguati stanziamenti per il decreto. Potrebbero essere in un ammontare di 1,5-2 miliardi", ha detto Conte. "Se ci fosse necessità di disporre ulteriore risorse dobbiamo essere pronti anche a presentarci in parlamento per un eventuale nuovo scostamento ma non lo abbiamo ancora deciso perché, a quanto mi hanno detto, gli stanziamenti ci sono", aggiunge. "L'autocertificazione è collegata ai divieti. Nelle zone rosse quando si esce di casa va l'autocertificazione, così come tra Regioni e Comuni", ha spiegato il presidente del Consiglio in conferenza stampa da Palazzo Chigi. "La scuola deve essere un presidio, quindi tra quelle misure il fatto di mandare in Dad degli studenti è un fatto che pesa molto al governo. E appena la curva rientrerà sotto controllo una delle prime misure sarà restituire la didattica in presenza a quanti più alunni possibili", ha detto ancora il premier. "Devo dire che il passaggio di lunedì alle Camere hanno offerto qualche segnale di novità. Le opposizioni hanno fatto una scelta di rifiutare un tavolo di confronto, non parlo di cabina di regia - ha spiegato Conte -. che potrebbe far pensare alla condivisione di tutte le responsabilità invece ho detto che se ci ripensano il tavolo di confronto ci sarà ma il governo si assume le proprie responsabilità, state tranquilli. Con piena distinzione dei ruoli." "Ma avvertiamo l'esigenza che in una sfida così drammatica tutti possano quantomeno condividere informazioni, cogliere lo spirito e le finalità delle proposte poi spetta alle opposizioni decidere, l'invito è sempre lì", aggiunge. "Se, all'esito delle misure, una Regione dovesse rientrare in condizioni di stabilità per 14 giorni, con rischio più basso, potrà essere assoggettata a un regime di misure meno restrittive, ce lo auguriamo tutti".
(ANSA il 4 novembre 2020) - ""I mercati credono in quello che facciamo, è un segnale importante. Non ho la palla di vetro per dire se dovremo rivedere le stime del -9%, dobbiamo vedere, ma queste misure se ci aiuteranno a contenere il contagio noi qualche spesa in più credo che ce la possiamo permettere a Natale". Lo ha detto il presidente del consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa a Palazzo Chigi. ""Mi chiedono se sono ottimista. Non sto pensando a veglioni, cene natalizie, cenoni, balli. Bisogna rispettare le regole. Se ci arriviamo in serenità, anche la fiducia nei consumi non sarà depressa e potremo vedere i benefici economici". "Già questa settimana porteremo in Consiglio dei ministri, dovremo farcela già domani sera, un nuovo decreto legge" per i ristori. Lo dice il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa.
REGIONE COLORATA. Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 4 novembre 2020.
Zona gialla.
Quali regioni rientrano in questa zona? Ad ora: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Provincia di Trento e Provincia di Bolzano, Sardegna, Toscana, Umbria, Veneto.
Quando entra in vigore il Dpcm? Giovedì 5 novembre.
Quanto durano le misure restrittive? Fino al 3 dicembre.
Posso spostarmi liberamente? Durante la giornata non ci sono limiti, alle 22 scatta il coprifuoco.
Posso uscire dopo le 22? Soltanto per «comprovate esigenze» dunque motivi di lavoro, salute e emergenze.
Devo avere l’autocertificazione? Si, il modulo va compilato con le generalità e il motivo dello spostamento e consegnato in caso di controllo. Se si tratta di un’urgenza non si deve indicare il nominativo delle persona da cui si va per motivi di privacy.
Posso andare al bar? Sì ma fino alle 18.
Posso andare al ristorante? Sì ma fino alle 18. Dopo è consentita la consegna a domicilio e fino alle 22 si può prendere cibo da asporto ma non si può consumarlo nelle adiacenze del rivenditore o all’aperto.
Posso andare al museo? No dopo cinema e teatri sono stati chiusi anche i musei e le mostre.
Posso andare nei centri commerciali? Sì ma solo fino al venerdì e nei giorni festivi sono chiusi.
Zona arancione.
Quali regioni rientrano in quest’area? Puglia e Sicilia, per ora.
Quanto durano le misure? Quindici giorni.
Posso entrare o uscire dalla Regione in fascia arancione? No, ci si può muovere soltanto per «comprovate esigenze» dunque motivi di lavoro, salute e emergenze.
Devo avere l’autocertificazione? Sì, il modulo va compilato con le generalità e il motivo dello spostamento e consegnato in caso di controllo. Se si tratta di un’urgenza non si deve indicare il nominativo delle persona da cui si va per motivi di privacy.
Se per andare in una Regione in fascia gialla devo attraversare una Regione in fascia arancione posso farlo? Sì «il transito sui territori è consentito qualora necessario a raggiungere ulteriori territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti o nei casi in cui gli spostamenti sono consentiti».
Se sono residente in una Regione in fascia arancione posso uscire dal mio Comune? No è vietato ogni spostamento con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione, salvo che per «comprovate esigenze» di lavoro, studio, salute».
Posso accompagnare un figlio a scuola? Sì sono «consentiti gli spostamenti strettamente necessari ad assicurare lo svolgimento della didattica in presenza nei limiti in cui la stessa è consentita».
Se sto in zona arancione quando entra in vigore l’ordinanza posso uscire? Sì, è sempre consentito «il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza».
Posso andare al bar o al ristorante? No «sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo».
Posso ordinare cibo a domicilio? Sì è sempre consentito.
Posso comprare cibo da asporto? Sì fino alle 22 con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze. «Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situate lungo le autostrade, negli ospedali e negli aeroporti, con obbligo di assicurare in ogni caso il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro».
Posso fare attività motoria e sportiva? Si purché all’interno del proprio comune e all’aperto. Palestre, piscine e centri sportivi sono chiusi.
Zona rossa.
Quali regioni rientrano in quest’area? Per ora: Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta.
Quanto durano le misure? Quindici giorni.
Posso entrare o uscire dalla Regione in fascia rossa? No, ci si può muovere soltanto per «comprovate esigenze» dunque motivi di lavoro, salute e emergenze.
Devo avere l’autocertificazione? Si, il modulo va compilato con le generalità e il motivo dello spostamento e consegnato in caso di controllo. Se si tratta di un’urgenza non si deve indicare il nominativo delle persona da cui si va per motivi di privacy.
Se per andare in una Regione in fascia gialla devo attraversare una Regione in fascia rossa posso farlo? Sì «il transito sui territori è consentito qualora necessario a raggiungere ulteriori territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti o nei casi in cui gli spostamenti sono consentiti».
Se sono residente in una Regione in fascia rossa posso uscire dal mio Comune? No è vietato ogni spostamento con mezzi di trasporto pubblici o privati, all’interno del territorio salvo che per «comprovate esigenze» di lavoro, studio, salute».
Posso accompagnare un figlio a scuola? Sì sono «consentiti gli spostamenti strettamente necessari ad assicurare lo svolgimento della didattica in presenza nei limiti in cui la stessa è consentita».
Quali scuole sono aperte? I nidi, le scuole per l’infanzia, le elementari e le prime medie.
Posso andare nei negozi? No sono chiusi tutti i negozi ad eccezione di alimentari, farmacie, parafarmacie, tabaccai, edicole.
Posso andare dal parrucchiere? Sì i parrucchieri e i barbieri sono aperti.
Posso andare in un centro estetico? No sono chiusi.
Posso andare al bar o al ristorante? No «sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo».
Posso ordinare cibo a domicilio? Si è sempre consentito Posso comprare cibo da asporto? Sì fino alle 22 con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze. «Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situate lungo le autostrade, negli ospedali e negli aeroporti, con obbligo di assicurare in ogni caso il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro».
Posso andare al mercato? No i mercati sono chiusi, «salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari».
Posso fare sport nei centri sportivi? No l’attività è sospesa anche in quelli all’aperto. Come posso fare sport? L’attività sportiva è consentita «esclusivamente all’aperto e in forma individuale».
Posso andare a correre? È consentito svolgere «individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione».
Devo indossare la mascherina? Nel Dpcm è scritto che si può svolgere attività motoria «purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie».
COSA SI PUÒ FARE NELLA ZONA GIALLA? Articolo a cura di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 6 novembre 2020.
È possibile invitare pochi amici o familiari a casa?
Sugli inviti a casa le norme sono cambiate tre volte in tre settimane. Prima era consentito ospitare fino a sei persone, poi è stato raccomandato di non invitare a casa alcuna persona non convivente, adesso quest'ultima formulazione è del tutto scomparsa dal testo del dpcm. Che si limita a ribadire l'invito ad indossare la mascherina a casa propria se in presenza di persone non conviventi. Dunque, considerato che la raccomandazione non prevede la sanzione in caso di non rispetto, l'opportunità di invitare qualche amico o familiare a casa è lasciata al senso di responsabilità di ciascuno di noi.
Chi controlla che la capienza dei mezzi pubblici sia ridotta al 50 %? Si può salire sempre su un bus?
La norma non dice a chi è demandato il controllo che, di per sè, sembra impossibile. Non tocca certamente alle forze dell'ordine verificare il rispetto della capienza dimezzata, ma in teoria alle aziende di trasporto. Il conducente di un bus non è però in grado di sapere quando il mezzo è troppo pieno e vietare ai passeggeri di salire nè chi aspetta ad una fermata è in grado di sapere se a bordo c'è ancora lo spazio previsto con il distanziamento. Una norma incomprensibile.
Si può andare a fare sport individualmente all'aperto ma con un istruttore?
Sì. L'attività motoria o sportiva è sempre consentita a livello individuale e all'aperto senza mascherina ma nel rispetto della distanza di due metri da un'altra persona. Quindi si può andare con un istruttore o con altre persone facendo attività individuale e mantenendo le distanze. Quello che è vietato anche all'aperto sono gli sport di contatto e l'attività di ogni tipo di scuola per sport di contatto per i bambini. Anche il calcetto o il basket o la pallavolo che, con il precedente dpcm, erano consentiti invece se ci si limitava all'allenamento singolo senza la partita.
Da una regione gialla si può raggiungere una proprietà in una regione arancione o rossa?
No, dalle regioni gialle si può uscire ma solo per spostarsi in altre regioni gialle, mentre è vietato attraversare i confini di regioni arancioni o rosse. Quindi se si ha una seconda casa in una di queste regioni ci si potrà andare solo per motivi di urgenza.
COSA SI PUÒ FARE NELLA ZONA ARANCIONE? Articolo a cura di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 6 novembre 2020. Il dpcm prevede l'obbligo di non muoversi dal territorio del Comune di residenza. Ma come si fa nel caso di piccoli centri in cui mancano dei servizi o dove la scuola più vicina ricade in un altro Comune? Gli spostamenti necessari per assicurare ai bambini la presenza a scuola sono autorizzati così come anche se si deve andare in un ufficio pubblico o presso un'attività che non è presente dove si abita. In tutti questi casi occorre compilare il modello di autocertificazione.
Che tipo di controlli sono previsti sulla mobilità all'interno delle zone arancioni? È possibile raggiungere una seconda casa all'interno della stessa regione? Considerando che ci si muove soprattutto in auto saranno predisposti posti di blocco sulla rete viaria e alle stazioni del trasporto pubblico locale. Si potrà andare nelle seconde case soltanto se queste ricadono nello stesso comune di residenza, altrimenti è vietato.
Si può andare a curare l'orto o il giardino se ricade in un Comune diverso?
Il dpcm non lo chiarisce. In primavera, alla riapertura dopo il lockdown, era stato consentito dando un'interpretazione allargata dello stato di necessità per non far perdere le colture di orti e giardini.
Negli alberghi bar e ristoranti possono rimanere aperti per il servizio ai clienti?
Si tratta probabilmente di una dimenticanza, ma il dpcm, che prevede la sospensione delle attività dei servizi di ristorazione nelle zone arancioni, si limita a specificare che è consentita la sola ristorazione a domicilio e l'asporto senza fare alcun riferimento agli hotel. Da qui la protesta degli albergatori pugliesi che hanno fatto rilevare come, se il divieto fosse esteso anche a loro, i clienti di un hotel non potrebbero avere servita neanche la prima colazione.
È permesso uscire da casa per portare fuori il cane la sera dopo le 22?
La passeggiata attorno all'isolato, senza alcun limite orario, era una delle poche cose consentite anche durante il lockdown generale. Il dpcm non ne fa alcun cenno ma, visto che in questi territori, alle 22 scatta il coprifuoco ma dalle 5 del mattino a quell'ora i movimenti sono liberi si ritiene che le uscite con gli animali debbano avvenire tra le 5 e le 22 e non dopo.
Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 6 novembre 2020. Il Presidente del Consiglio dei ministri, Vista la legge 23 agosto 1988, Visti i decreti legge (due pagine di roba) e Considerato l' evolversi della situazione epidemiologica con 5 mesi di ritardo, durante i quali il ministro Roberto Speranza scriveva il libro Perché guariremo, Considerate inoltre le dimensioni sovranazionali del fenomeno in nazioni che tuttavia si sono mosse tempestivamente e hanno coperto di soldi le categorie danneggiate e irrobustito le strutture sanitarie, mentre noi ridevamo di Guido Bertolaso e Vincenzo De Luca faceva lo spiritoso; sentiti tutti i ministri (a trovarli) si decreta il seguente articolo unico in forma FAQ (domanda/risposta, ribattezzato Fuck dalla cittadinanza tutta) concernente le misure di contenimento del contagio sull' intero territorio nazionale, con specifica delle «comprovate esigenze» di natura eccezionale.
«Quale distanza devo tenere dagli altri?». È fatto d' obbligo mantenere una distanza interpersonale di almeno un metro, in particolar modo se l' altro cittadino abbia la doccia malfunzionante, o abbia ingerito farinata di ceci con cipolle.
«Vivo in una zona rossa e voglio andare dal parrucchiere: serve il modulo?». Sì, ma devi indossare una muta da palombaro e quindi non puoi tagliare i capelli.
«Dove sono consentiti assembramenti superiori alle 6 persone?». Soltanto negli ascensori e nelle residue cabine telefoniche.
«Come si compila l' autocertificazione?». Con la penna.
«Posso spostarmi da un comune all' altro?». Soltanto se vivi a Morterone (Lombardia, 33 abitanti) o a Moncenisio (Piemonte, 34 abitanti) per comprovate esigenze come spese alimentari da farsi nella città più vicina, per esempio Tokio.
«Posso partire da una zona gialla, sostare in una zona rossa e sporgermi verso una zona arancione?». Sì, e senza dover specificare il motivo, e solo per giungere al più vicino ospedale psichiatrico.
«Posso uscire da qualsiasi zona per motivi d' urgenza?». Sì. Ti consigliamo di farlo ufficialmente per assistere una persona in difficoltà oppure per intervenire appunto per una situazione di emergenza, come potrai indicare nel modulo: dovendo tu indicare il motivo ma non le generalità (per motivi di privacy) è la maniera migliore per fottere tutti.
«Posso portare fuori il cane?». Sì, ma non puoi riportarlo su.
«Posso portare giù il cane nel caso sia morto?». No, perché è vietato divieto seppellire animali entro i confini comunali. Devi tenere la salma in soggiorno per almeno tre settimane.
«È un caso che gli acquisti di cani, da giugno, siano aumentati del sessanta per cento?». Non disponiamo di dati a proposito.
«Posso fare jogging?». No, ma puoi andare a correre.
«Posso recarmi al parco a fare jogging?». Sì, ma se abiti a Garbagnate, per dire, non puoi recarti al parco comunale Federica Cacozza di Reggio Calabria.
«Visto che i parchi e le ville della mia città sono aperti, posso recarmi in loco a fare jogging?». Senti, tu è dal 1966 che non fai jogging. Probabilmente avresti un infarto e intaseresti le corsie degli ospedali. In ogni caso siamo in attesa della circolare regionale che darà probabilmente un' interpretazione estensiva.
«Nelle zone rosse che differenza c' è tra il coprifuoco (22.00- 5.00) e tutto il resto della giornata?». Non c' è, ma di notte è più difficile dire che stai andando dal ferramenta.
«Convivo con mia moglie ma ho la residenza in un altro comune, inoltre le bollette sono intestate a sua madre e io ho il garage nella frazione del paese vicino: come devo fare?». Amico, suicidati o chiedilo a tua moglie: un sistema per farti allontanare lo trova.
«Posso recarmi nella mia seconda casa?». Come da decreto 4985 del 22 febbraio 1987, può recarsi nella seconda casa chi, documenti alla mano, non ne possegga una.
«Che differenza c' è tra passeggiata, attività motoria e uscita con il cane?». Oh, ma sai che sei un rompicoglioni?
«Quella del motore della mia Audi è attività motoria?». Sei un idiota.
«Se la mia ragazza viene sottoposta a tampone domiciliare, posso assistere?». È consuetudine che il fidanzato non sia presente mentre tamponano la sua fidanzata.
«Se un alunno di prima media è doppiamente ripetente, quindi ha già 15 anni, può andare lo stesso a scuola?». No, è il caso che vada a lavorare.
«Come posso rispettare la distanza interpersonale se devo chiedere da accendere?». Puoi accendere, ma almeno da tre metri di distanza, presumibilmente (come da circolare del governatore Vincenzo De Luca) con un lanciafiamme. Nel caso, converrai che fumare fa male.
«Abito a Trepalle, frazione di Livigno, paese più alto d' Italia (2.069 metri) dove d' inverno sono ordinarie temperature dai 30 ai 40 sottozero. Portiamo spesso il passamontagna: dove dobbiamo mettere la mascherina? Dentro o fuori il passamontagna?». Ascolti, già abita a Trepalle: vuole che il governo gliene racconti altre?
«Abito a Monteviasco (Varese) che è un paesino non raggiunto da strade carrabili ma solo da una ripida mulattiera pedonale (400 metri di dislivello) che se la percorri d' inverno, oltre a sfiancare, rischia di ammazzarti per il ghiaccio; c' era una teleferica, ma è ferma da tre anni per indagini della magistratura (tutto vero, ndr).
I bambini sono stati trasferiti, sennò non potevano andare a scuola, ma siamo rimasti in quattro vecchi: davvero dobbiamo isolarci anche tra di noi? E abbiamo fatto bene a trasferire i bambini?». Nel vostro caso, letteralmente isolato, il distanziamento può essere ridotto, anche perché avete poco da vivere. I bambini, invece, avete fatto male a trasferirli: questo governo ha dimostrato che senza la minima istruzione è possibile diventare ministri.
L’inventore della “teoria dei colori” contro il Covid: “In Italia troppi parametri e poca trasparenza nelle scelte”. Floriana Bulfon su La Repubblica il 7 novembre 2020. "L’Italia ha fatto bene a suddividere il Paese in zone rosse, arancioni e gialle a seconda del contagio mettendo delle restrizioni alla mobilità, ma ventuno parametri per la definizione rischiano di essere troppi e di non offrire trasparenza". A lanciare l’allarme è l’inventore della “teoria dei colori”. Bary Pradelski, economista del Centro nazionale di ricerca scientifica in Francia, insieme a Miquel Oliu-Barton, professore associato di matematica a Paris-Dauphine, ha creato il sistema di prevenzione pandemica basato sulle zone verdi e rosse, qui diventate gialle, arancioni e rosse. Un’idea semplice e rivoluzionaria: disegnare una nuova Europa dove muoversi in sicurezza non sia un problema perché "bisogna uscire dalla logica delle frontiere aperte o chiuse e ragionare invece sulle zone libere dal contagio".
L’Italia ha adottato una strategia che sembra prendere spunto dal vostro studio. Funzionerà?
"Finché non arriva un vaccino, siamo obbligati a convivere con il virus e se rispondiamo in ordine sparso continuerà ad avanzare. Trovo molto valido l’approccio italiano di restringere la mobilità tra zone rosse, ma la gestione dei test e del tracciamento deve essere puntuale altrimenti si rischiano nuovi focolai. Quello che è fondamentale è che i criteri per definire il colore di una zona siano chiari, oggettivi e pubblici. Se sono troppi, si corre il rischio di lasciare un margine nella formula di calcolo, costringendo tecnici e politici a prendere una decisione aleatoria. Questo non rende trasparente il processo. La nostra ricerca propone invece solo tre parametri per stabilire che un’area è verde: abbastanza posti in terapia intensiva, anche per malati non di Covid; indice di trasmissione molto basso; sistemi capillari di test e tracciamento. Servono condizioni uniformi e indicatori affidabili per essere credibili agli occhi dei cittadini".
Come avete creato la teoria delle zone?
"Siamo partiti dall’identificare le aree in cui il tasso di crescita delle infezioni è basso o assente e quindi i rischi futuri sembrano gestibili. Scollegare e indebolire la rete di connessione che permette al virus di muoversi è lo scopo delle misure di contenimento. Per uscire dal blocco occorre consentire invece alle persone di muoversi, ma solo all’interno di aree disconnesse l’una dall’altra. Un de-confinamento progressivo e asimmetrico, con politiche che possono variare da territorio a territorio, a seconda dell’impatto del virus, indipendentemente dalla nazione. Una mobilità sicura per gestire le seconde ondate con voli e treni che non prevedono fermate nelle aree rosse".
Avete immaginato l’Europa come un arcipelago di isole. In questa nuova cartina geografica come si tracciano i collegamenti?
"Siamo due studiosi della teoria dei giochi e John Nash ci ha aiutato a comprendere che l'equilibrio c'è quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme. E invece, proprio come è accaduto queste estate, ognuno è andato avanti con le sue regole, spesso seguendo interessi diversi dalla necessità di allontanare il contagio. Per ridurre i danni e ritrovare l’equilibrio serve una riunificazione fuori da logiche nazionali. L’obiettivo è ripristinare la fiducia e la libertà di movimento cruciale nella costruzione europea".
Quali?
"Da un lato misure preventive e un sistema di allerta per ridurre al minimo il rischio. Dall'altro agire con un approccio sistematico e coordinato. Allo stesso modo le politiche di test e tracciabilità consentono di identificare le aree in cui il virus sta circolando. Però servono condizioni uniformi e indicatori affidabili. Il modello funziona e permette di ricostruire la nostra interazione economica e sociale in modo sicuro, efficiente e rapido solo se le regole sono uguali per tutti".
E chi dovrebbe garantirle?
"La Commissione europea deve assumere un ruolo di guida con test indipendenti e un controllo unico attraverso il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Tutti devono poter muoversi tra aree verdi indipendentemente dalla loro nazionalità. Non ci devono essere corridoi privilegiati, con il rischio di penalizzare intere economie, di contraddire i principi dell’Unione e di far dilagare il virus".
Il vostro progetto era stato pensato per rilanciare l’industria del turismo e l’avete presentato a inizio estate alla Commissione Europea. Come è andata?
"Ci hanno ringraziati e, seguendo le nostre indicazioni, è stata elaborata una mappa con le zone rosse e verdi. Il Consiglio dell’Unione Europea ha stabilito che ogni settimana gli Stati membri debbano fornire i numeri di nuovi casi, la percentuale di test positivi e ha definito in maniera chiara quali sono i criteri per stabilire il colore. Ha anche stabilito che non ci devono essere restrizioni tra zone verdi, ma lo studio si è ridotto a una raccomandazione: in concreto ogni Paese procede per proprio conto: alcuni mettono la quarantena se vai da una zona rossa a una verde; altri no. E questo non ha senso perché il virus non si ferma davanti ai muri di confine".
Massimo Malpica per ''il Giornale'' il 7 novembre 2020. In tempi di Covid la confusione già regna sovrana, tra regioni rosse, arancioni e gialle, misure nazionali e ordinanze regionali, ma a complicare la situazione ci mancava anche il derby dei Tar. Succede in Puglia, dove come è noto il governatore Michele Emiliano aveva disposto la chiusura di tutte le scuole dal 30 ottobre al 24 novembre. Una misura che sorpassa a destra pure il successivo Dpcm con cui l'esecutivo ha diviso l'Italia in tre zone a seconda del livello di emergenza, prevedendo però che le scuole non chiudano del tutto nemmeno nelle zone rosse. Così, contro la decisione della Regione Puglia, erano state presentate due richieste di sospensiva dell'ordinanza, ai Tar di Lecce (da parte di un gruppo di genitori di studenti) e di Bari (firmato anche qui da alcuni genitori e dal Codacons di Lecce). E ieri, appunto, mentre la Puglia arancione vedeva entrare in vigore le misure previste dal Dpcm nazionale, i tribunali amministrativi delle due città pugliesi si sono espressi. Sulla stessa materia, su ricorsi fotocopia, ma arrivando a esiti opposti. Il Tar salentino ha, di fatto, confermato la legittimità dell'ordinanza regionale, respingendo il ricorso e sostenendo che il diritto alla salute sarebbe prevalente su quello allo studio. Nel capoluogo, intanto, il Tar barese decideva in senso contrario, sospendendo l'ordinanza regionale perché «interferisce, in modo non coerente, con l'organizzazione differenziata dei servizi scolastici disposta dal sopravvenuto Dpcm 3 novembre 2020», che come è noto prevede la didattica in presenza, ricordano i giudici amministrativi baresi, persino nelle zone rosse, almeno per le scuole elementari. La decisione del Tar di Bari, inoltre, sottolinea anche la «inadeguatezza del sistema scolastico pugliese ad attivare subito la didattica a distanza» tra le ragioni di urgenza per stoppare l'ordinanza di Emiliano, e dunque accoglie la richiesta del Codacons. E rimanda gli studenti pugliesi in aula già da lunedì prossimo. Il governatore si adegua a metà e nella nuova ordinanza emessa ieri sera lascia libera scelta alle famiglie: le scuole del primo ciclo dovranno «garantire il collegamento online in modalità sincrona per tutti gli alunni le cui famiglie richiedano espressamente per i propri figli di adottare la didattica digitale integrata, anche in forma mista, e anche per periodi di tempo limitati coincidenti con eventuali quarantene o isolamenti fiduciari, in luogo dell'attività in presenza». Sullo sfondo della babele di sentenze, dpcm e ordinanze, i parlamentari pugliesi di Fi Mauro D'Attis, Dario Damiani, Francesco Paolo Sisto, Vincenza Labriola, Elvira Savino e Anna Carmela Minuto chiedono al governo Conte «di fare chiarezza, laddove persino i giudici amministrativi si dividono, prendendo strade diametralmente opposte su scelte originali quanto incomprensibili», e accusano Emiliano di aver trascinato la scuola in Puglia «nel caos totale» per sua «responsabilità esclusiva». E di caos parla anche lo sfidante di Emiliano alle ultime regionali, Raffaele Fitto. L'europarlamentare di Fdi ricorda come i genitori degli scolari devono affrontare «decisioni che vengono sconfessate: scuola chiusa e ora scuola aperta», e il tutto «mentre Emiliano lascia ai genitori la scelta se mandare i figli a scuola o meno. Della serie: decidete voi che io responsabilità non me ne voglio prendere».
I 21 PARAMETRI (E L'INDICE RT) ECCO CHI RISCHIA. Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 4 novembre 2020. Nel nuovo bollettino, che sarà annunciato oggi in conferenza stampa, ci sono cinque regioni considerate a «rischio alto con probabilità alta di progressione»: sono Calabria, Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia. Eppure, da quel che si sa, nella fascia rossa non ci sarebbero Puglia e Sicilia. La prima sarebbe invece nella fascia arancione, insieme a Campania, Val D' Aosta, Veneto e Liguria. Come si vede, le certezze sono poche, a causa del complesso sistema creato per definire lo stato di salute di una regione. Sono stati individuati 21 parametri. I dati disaggregati non sono tutti noti, come denuncia una parte della comunità scientifica. Un emendamento al «decreto Rilancio» che chiedeva la pubblicizzazione dei dati, presentato a giugno dal deputato radicale Riccardo Magi, fu respinto per «motivi di privacy». Del resto non è noto neanche il criterio usato per la ponderazione, per attribuire un peso a ogni criterio rispetto a un altro. Ma è dall' analisi incrociata di questi parametri che scatterà la tagliola delle misure più pesanti. Uno dei più importanti è l' Rt symp , l' indice di contagiosità, calcolato solo sui sintomatici. Il governatore Giovanni Toti spiega che la Liguria ha «solo» l' 1,3, «la fascia di minor rischio». Ma è un dato che da solo significa poco, se non si verifica la saturazione delle terapie intensive e dei pronto soccorso. Serve un approccio globale. Considerando anche che le medie matematiche non sono la realtà. Si può dire che le terapie in una regione hanno un tasso di occupazione del 10 per cento. Ma se quel 10 per cento è concentrato in pochi ospedali, è un disastro. Tanto che molti ospedali lombardi hanno chiuso interi reparti, bloccando ricoveri e urgenze. Altro elemento di cui tener conto: la progressione. Se c' è un aumento esponenziale dei contagi in una regione, questo dato avrà più valore di quello assoluto.
Quali sono i 21 parametri per stabilire le regioni Rosse, Arancioni e Gialle. Redazione su Il Riformista il 5 Novembre 2020. Non sono passate neanche 24 ore dall’annuncio delle nuove restrizioni imposte dal 13esimo dpcm nell’ambito dell’emergenza coronavirus che ormai quasi non si contano più critiche e stroncature. Le nuove misure assegnano le Regioni in una fascia ben precisa, ognuna a seconda della situazione di criticità: Rossa, Arancione o Gialla. Le maggiori critiche da parte delle prime: le Rosse sono quelle più toccate dalle restrizioni. E non si sono fatte attendere le critiche di Lombardia, Piemonte e Calabria. Stesso discorso per la Sicilia, piazzata nelle Zone Arancioni. Non esistono aree Verdi: il virus corre in tutto il Paese, e per non lanciare un messaggio sminuente, per le zone meno a rischio si è scelta la fascia Gialla nel giochino dei colori del governo. E qui la sorpresa: la Campania. Che il governatore Vincenzo De Luca voleva chiudere due settimane fa, con quella Napoli definita tra i territori più a rischio nel Paese, area provata da altissima densità abitativa. Ma quali sono i criteri per definire tali aree? I parametri sono 21 e sono stati indicati dal dpcm per assegnare le Regioni alle varie fasce per emergenza e diffusione del coronavirus. Eccoli di seguito, tutti quanti, uno dietro l’altro, come da documento del Ministero della Salute:
1. Numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi/totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo
2. Numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla Terapia Intensiva) in cui è indicata la data di ricovero/totale di casi con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla TI) notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo
3. Numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento/ricovero in reparto di terapia intensiva in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Tl/totale di casi con storia di trasferimento/ricovero in terapia intensiva notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo
4. Numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento/ricovero in reparto di terapia intensiva in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Tl/totale di casi con storia di trasferimento/ricovero in terapia intensiva notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo
5. Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie (opzionale)
6. Numero di strutture residenziali sociosanitarie rispondenti alla checklist settimanalmente con almeno una criticità riscontrata (opzionale)
7. Indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti, come la percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, PS/Ospedale, altro) per mese
8. Tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi
9. Tempo tra data inizio sintomi e data di isolamento (opzionale)
10. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracing
11. Numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento
12. Numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati
13. Indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari, come il numero di casi riportati alla Protezione civile negli ultimi 14 giorni
14. Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data di ospedalizzazione)
15. Numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella COVID-net per settimana (opzionale)
16. Numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata COVID-19 per giorno
17. Numero di nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito)
18. Numero di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note
19. Numero di accessi al Pronto Soccorso con classificazione ICD-9 compatibile con quadri sindromici riconducibili a COVID-19 (opzionale)
20. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19
21. Tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19
Perchè arancioni e non rosse? Non hanno comunicato i dati. Lorenzo Salvia per il ''Corriere della Sera'' il 6 novembre 2020. Una fotografia e un film. Anzi, una fotografia che ferma nel tempo una scena di due settimane fa. E un film capace di far vedere quello che accadrà nei prossimi giorni. È proprio questa differenza a spiegare non tutte ma gran parte delle contraddizioni tra le due cartine che abbiamo tutti davanti: quella con il numero dei positivi regione per regione e quella del lockdown a bassa intensità, con le zone rosse, arancioni e gialle che dividono l'Italia. Perché la Calabria è finita in lockdown se ha «solo» 4.244 positivi e 11 persone in terapia intensiva? Perché la Campania è invece gialla se quasi 4 mila positivi sono solo quelli di ieri, mentre i ricoverati in rianimazione sono 174? E ancora, perché per la Lombardia non ci sono mai stati dubbi sul rosso ma ieri i ricoveri in rianimazione, già sopra quota 500, sono saliti di 15 unità? Certo, ogni numero va pesato sulla popolazione della regione ci cui stiamo parlando. E i dati usati dal governo sono ormai già vecchi perché risalgono al periodo che va dal 19 al 25 ottobre. Ma il motivo principale resta la differenza tra fotografia e film. Sono 21 gli indicatori utilizzati per valutare il livello di rischio. Alcuni sono comprensibili a tutti, come il numero di casi sintomatici o la percentuale di occupazione dei posti in terapia intensiva. Cinque sono opzionali, come quello sulla distribuzione delle check list nelle rsa. E già questo rende tutta l'operazione meno omogenea. Altri ancora sono più raffinati, come i casi di infezione non associati a catene di trasmissione note. Ma il più importante resta l'Rt, che indica la velocità di trasmissione del contagio. Per capire torniamo in Calabria. I dati usati dal governo per metterla nella zona rossa dicono che l'Rt era a 1,66. «Un valore molto alto anche se a prima vista la situazione poteva sembrare sotto controllo», spiega Giovanni Rezza, direttore della prevenzione al ministero della Salute. Il 20 ottobre in tutta la Calabria il totale dei positivi era solo di mille. Ma già allora il virus correva veloce, tant' è che nella sola giornata di ieri i nuovi casi sono stati 358. Il film aveva previsto la foto di oggi. I dati vengono trasmessi dalle Regioni alla Protezione civile. Poi vengono valutati dalla cabina di regia dove ci sono i ministri della Salute degli Affari regionali, e poi rappresentanti di Regioni, Province e Comuni. Il guaio è che in quelle tabelle ci sono troppi buchi. Anche se il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, dice di «escludere ogni ipotesi di dolo per costruire scenari più favorevoli». C'è un problema di completezza, cioè mancanza di alcune voci, che riguarda cinque regioni: Abruzzo, Basilicata, Liguria, Veneto e Valle d'Aosta. E poi un problema di stabilità della trasmissione, cioè alcune voci arrivano a singhiozzo. E qui c'è di nuovo la Valle d'Aosta, che proprio per questo doppio guaio è finita nella zona rossa, e poi Campania, Sicilia, Marche e Friuli-Venezia Giulia. Il «ritardo di notifica della Campania» potrebbe portare a un aumento dei casi nei prossimi giorni. Ma forse, nell'evitare la zona rossa, il governo ha tenuto conto delle misure aggiuntive decise dalla Regione, a partire dalla chiusura delle scuole. Mentre per la Liguria si sospetta una parziale sottostima del Rt, che però il governatore Giovanni Toti respinge: «Avevamo chiesto un confronto prima della decisione, ne potevamo discutere lì». E poi ci sono zone grigie più sottili, come il caso del numero dei ricoverati all'ospedale di Cosenza: dato trasmesso 14, dato pubblicato 2. In molti si sono lamentati del fatto che i 21 parametri non fossero stati spiegati. Sono stati fissati con un decreto del ministero della Salute il 30 aprile scorso. Ma sulla Gazzetta ufficiale di allora ci sono solo poche righe, «sono stati adottati i criteri relativi alle attività di monitoraggio...». Per trovarli bisognare cercare con pazienza sul sito del ministero della Salute. E qui ci sono anche gli algoritmi per la valutazione del rischio, che non è una volta per sempre. Il monitoraggio è settimanale, oggi dovrebbero arrivare i dati nuovi. Purtroppo è più facile scivolare verso il lockdown che non uscirne. «Se in una regione l'Rt scende da 2 a 1,8 - spiega Rezza con un esempio - è vero che le cose vanno meglio. Ma il virus corre ancora veloce e quindi bisogna restare prudenti». Se invece l'Rt passa da 1,3 a 1,6, siamo su livelli più bassi, ma il principio di precauzione suggerisce una stretta prima possibile. Anche se la cabina di regia valuta. Ma a decidere è poi il governo.
DATI CHE MANCANO E PROGRESSI IMPROVVISI PER CAMBIARE «ZONA». I SOSPETTI SULLE REGIONI. Fabrizio Caccia e Carlo Macrì per il ''Corriere della Sera'' il 7 novembre 2020. E al secondo giorno di lockdown ecco che già la Calabria, da appena 24 ore in zona rossa insieme a Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta, oggi riunisce con urgenza il consiglio regionale. All'ordine del giorno fissato dal presidente Mimmo Tallini (Forza Italia) la richiesta da inviare al premier Giuseppe Conte di trasformare la zona rossa calabrese in arancione. Questo in virtù dei dati: sono solo 15 i ricoverati Covid attualmente in terapia intensiva, il 6% dei posti disponibili. I territori non ci stanno: «Non è che in Italia va tutto bene tranne che in 4 regioni», ha protestato ieri, ospite di Omnibus su La7 , anche il governatore del Piemonte, Alberto Cirio. «Nel report della settimana scorsa, su cui si è basato il governo, 5 regioni avevano una percentuale di rischio non calcolabile non avendo consegnato tutti i dati», l'accusa del presidente. Numeri vecchi, dati incompleti e tante stranezze: come in Campania, da ieri zona gialla, dove fino al 19 ottobre i posti disponibili di terapia intensiva erano 113, poi da un giorno all'altro sono diventati 227 e da ieri, cioè proprio il giorno in cui è scattata la differenziazione cromatica, siamo passati a 590. Boom. Non che il lockdown in Calabria sia rispettato alla lettera (tra Reggio Calabria e Crotone parecchie serrande sono rimaste alzate) e oltretutto ci sono 4 mila tamponi bloccati a Catanzaro, ancora in attesa di essere processati per carenze organizzative. Da ricordare, inoltre, che la Sanità calabrese è commissariata dal 2010 e lo sarà almeno per altri 2 anni (il decreto del governo è stato da poco emanato). Giusto a tre giorni dalla fine della consiliatura poi (dal 10 novembre rimarrà in carica solo per gli affari ordinari in vista delle nuove elezioni) il governatore pro tempore Nino Spirlì (Lega) ha avuto il tempo di assumere 9 persone che faranno parte della sua struttura. Autista, amministrativi, segretari... Tra le 5 Regioni citate ieri dal presidente del Piemonte, Cirio, c'è la Valle d'Aosta, dichiarata anch' essa zona rossa, che però non si lamenta. Anzi: «Se non lo avesse fatto il governo avremmo deciso noi per la chiusura», dice il presidente della Regione, Erik Lavevaz. «Effettivamente ci sono state problematiche nella trasmissione dei dati all'Iss - ammette lui stesso - però va sottolineato che solo alcuni sono stati inviati con qualche giorno di ritardo o parzialmente ma si tratta di dati secondari, ad esempio quelli che riguardano il numero di focolai. Non sono stati questi numeri ad aver cambiato il profilo epidemiologico della nostra regione». L'assessore alla Sanità valdostana, Roberto Barmasse, spiega che i positivi sono passati da 1.246 (il 3 settembre) a 3.400 (il 5 novembre) con un'incidenza della malattia di 751 casi su 100 mila abitanti. Un dato che ha creato problemi alle strutture sanitarie ma anche alla gestione dei famosi dati. «La Valle d'Aosta - ribadisce l'assessore - è finita in zona rossa non per la mancata o incompleta trasmissione delle statistiche, ma perché la situazione è seria». Pure la Liguria è tra le 5 regioni che non hanno trasmesso tutti i numeri al ministero della Salute e all'Istituto Superiore di Sanità. In quest' elenco ci sarebbero anche Basilicata, Abruzzo e Veneto. Tutte zone gialle, risparmiate dal lockdown. «Nella nostra piattaforma manca il dato di un indicatore? Comunque andava nella stessa direzione degli altri 3 indicatori previsti, non sarebbe cambiato niente», tagliano corto da Genova. Anche dalla Basilicata risposta secca: «Tutto quello che ci è stato richiesto da Roma noi lo abbiamo trasmesso». Francesca Russo, a capo del sistema del Veneto e coordinatrice della prevenzione sanitaria di tutte le Regioni, addirittura rilancia: «Ho appena inviato una lettera all'Iss e al ministero. Il sistema di monitoraggio va cambiato, era stato pensato per la Fase 2 ma ora siamo entrati nella Fase 3. Per esempio la percentuale dei tamponi positivi rispetto ai tamponi fatti: oggi oltre a quelli molecolari si sono aggiunti i tamponi rapidi, la proporzione per forza di cose muta». E il Veneto in zona gialla? «Perché è vero che il virus sta circolando in tutta la regione - risponde pronta la dottoressa Russo - ma è pienamente controllabile dal nostro sistema sanitario e da quello territoriale».
Giuseppe Salvaggiulo per ''la Stampa'' il 7 novembre 2020. Se si sceglie di gestire la pandemia affidandosi ai numeri, occorre che siano precisi, omogenei, aggiornati. In Italia no. «Affrontiamo la pandemia con gli strumenti della peste del Manzoni», dice Corrado Crocetta, presidente della Società italiana di statistica. O «con una benda sugli occhi» (Fabio Sabatini, economista, La Sapienza) o «come mosche accecate» (Enrico Bucci, biologo, università di Philadelphia). La suddivisione cromatica dell'Italia è stata decisa il 5 novembre su dati relativi alla settimana 18-25 ottobre. «Anche a noi ha lasciato un po' perplessi la classificazione di alcune regioni», scrive il collettivo di ricercatori StatGroup-19, nato per studiare l'epidemia. «La Valle D'Aosta riporta un Rt compreso tra quasi zero e circa 4, il Molise tra meno di 1 e quasi 3,5», come dire da tempesta siberiana a caldo equatoriale. Almeno ci fossero tutti, i dati. Cinque regioni su venti non rispettano le regole. La Campania ha «un forte ritardo di notifica dei dati» che li rende «inaffidabili», dice l'Istituto superiore di sanità. «Dati incompleti» anche in Liguria e nella provincia di Bolzano. La Valle d'Aosta non li ha inviati per tre settimane, per il presidente della Regione Erik Lavevaz sono «alcune problematiche perché si sono creati colli di bottiglia». I principali parametri di rischio del Veneto sono «non valutabili» per «tre giorni di blackout telematico» che il governatore Zaia spiega così: «Un inghippo informatico, è sempre un casino con questi computer», diavolerie che prima o poi toccherà imparare a usare. Non parliamo dell'affidabilità dei dati. Che vengono mandati da medici, ospedali e laboratori alle Asl. Da queste alle Regioni. Da queste alla Protezione Civile e al ministero. La Calabria utilizza il fax. «Metodo cartaceo o semiautomatico», ha spiegato in un convegno Silvio Brusaferro, presidente dell'Iss. Qualcuno osa il foglio excel, ma non c'è un modulo standard. Quindi a Roma devono riversare i numeri su un software unico. Non esiste nemmeno un protocollo comune, per cui la Calabria può scorporare i pazienti «ventilati ma non intubati» dal calcolo dei posti occupati in terapia intensiva, abbassando il dato, d'emblée, da 14 a 2. Sui tamponi regna il fai-da-te. Nessuno è in grado di sapere se nel computo dei positivi ci sono anche i tamponi ripetuti più volte sulla stessa persona. L'ospedale Sacco di Milano li ha stimati in circa il 15%. Ma nelle statistiche questo non risulta. Né sappiamo a quando si riferiscono i tamponi positivi. In Germania il sistema garantisce 3 giorni tra richiesta e referto. In Italia la media è 8 ma ogni Regione si arrangia come può. Alcuni positivi del bollettino odierno sono probabilmente già usciti dalla quarantena. Secondo Bucci, il fatidico indice Rt, «calcolato sui sintomatici con ritardo di due settimane e senza tener conto dei ritardi di trasmissione è una fandonia». Al di là del teatrino Regioni-governo, è tutto il sistema che non sta in piedi. Non che i dati scarseggino. Ce ne sono di inutili ma mancano quelli necessari. Gilberto Corbellini, docente di storia della medicina alla Sapienza, parla di «entropia informativa»; la Società di statistica medica e epidemiologia clinica denuncia «un'infodemia». In generale, più i dati sono aggregati meno sono utili «per stabilire relazioni causali e prendere decisioni razionali», spiega Alfio Quarteroni, matematico del Politecnico di Milano. La scuola, per esempio. «Quanti sono i contagiati e quale il tasso di contagiosità (quanti ne contagia ogni contagiato)?». Boh. Così come non sappiamo, al di là del saldo giornaliero, quanti entrano ed escono dalle terapie intensive, e perché: sono curati meglio sul territorio? Non ci sono più letti? Guariscono? Muoiono? Un dato essenziale, spiegano Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, ex presidenti dell'Istat, è il tasso di contagio sulla popolazione. «Sembra incredibile, ma a otto mesi dai primi casi non si conosce e quindi non si tiene sotto controllo». Come la app Immuni, l'indagine sierologica dell'Istat è stata uccisa in culla, fermandosi a metà del campione previsto. «Ci sono state carenza organizzative», dicono Alleva e Zuliani. Che hanno proposto un sistema di monitoraggio su un campione di almeno 10 mila italiani per sapere con cadenza settimanale tasso di contagio ed evoluzione dell'epidemia quanto a sintomi, tipo di assistenza, eventuale ricovero, guarigione o morte, patologie pregresse, tutto diviso per età e genere. A parte l'associazione radicale Luca Coscioni, non se li è filati nessuno.
Covid, Liguria in “fascia gialla”: dati veritieri? Indaga la procura. Le Iene News l'8 novembre 2020. La Procura di Genova vuole capire se i dati dei 21 parametri in base ai quali la Liguria è stata inserita nelle regioni con “lockdown soft” siano stati trasmessi in modo veritiero. Con Giulia Innocenzi abbiamo raccolto l’appello di alcuni scienziati italiani: “rendete pubblici tutti i dati nazionali”. I dati trasmessi a Roma che hanno consentito alla Liguria di restare in “zona gialla” e non finire tra le Regioni “zona rossa”, in lockdown totale, sono veritieri? È quanto vuole capire la Procura di Genova, che starebbe analizzando i dati dei 21 parametri indicatori, aggiornati al 25 ottobre, trasmessi dalla Regione sulla base dei quali si è deciso di inserirla tra le 15 nella fascia a minor rischio, quella che prevede il divieto di spostamento solo dalle 22 alle 5 del mattino, senza alcun limite all’ingresso e all’uscita tra comuni e regioni come invece per quelle in “fascia rossa”. Dell’esigenza di rendere pubblici tutti questi dati ve ne abbiamo parlato nel corso dell’ultima puntata de Le Iene con il servizio di Giulia Innocenzi, che potete rivedere qui sopra. Abbiamo raccolto l’appello di diversi scienziati, come il presidente dell'Accademia dei lincei Giorgio Parisi. “Sappiamo il numero delle persone in terapia intensiva ma non quello delle persone che entrano e di quelle che escono. I dati sono pubblicati in forma di grafico, non sono disponibili in forma digitale”. “Le regioni potrebbero truccare i numeri per evitare il lockdown”, aveva messo in guardia qualche giorno fa il virologo Andrea Crisanti. “I dati che noi vediamo non sono dati utili”, ha spiegato a Giulia Innocenzi Enrico Bucci, della Temple University. “L’Rt dell’ISS (che oggi in Italia è all’1,7) è una fandonia”.
Anche Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, ci ha detto: “Avere un unico database nazionale dove convergano i dati e che siano pubblicati in formato aperto e disaggregato consentirebbe a ciascun ricercatore di fare le proprie ricerche utilizzando liberamente quei dati”. L’ultimo dato ligure disponibile, aggiornato al 7 novembre, parla di quasi 1100 nuovi positivi, per un totale di oltre 16.800 casi. Nei giorni scorsi la Procura di Genova ha avviato un’indagine conoscitiva a seguito delle immagini di alcuni pazienti liguri in attesa da ore sulle ambulanze, prima di essere visitati, per capire se l’attuazione del piano anti-Covid avesse subito ritardi. Nel mirino è finita in particolare l’Alisa, l'Agenzia regionale di Sanità della Regione, con gli inquirenti che puntano a capire se la previsione di una seconda ondata del virus, poi pesantemente realizzatasi, sia stata affrontata correttamente. Al momento l’Italia è suddivisa in tre fasce di rischio. In zona rossa, che prevede un lockdown h24 salvo esigenze indifferibili e documentate, ci sono Valle D’Aosta, Piemonte, Calabria e Lombardia. Subito dopo, in fascia arancione, troviamo Puglia e Sicilia mentre la Liguria si trova con le restanti 14 regioni in fascia gialla. Fasce decise sulla base dell’analisi di 21 parametri, stilati dal ministero della Salute ma compilati dalle regioni, tra i quali il tasso d’occupazione dei posti in terapia intensiva, la capacità di tracciare i contatti con i positivi e il numero di nuovi focolai del virus. Nelle prossime ore sono attesi i dati della settimana dal 26 ottobre, che potrebbero cambiare l'attribuzione delle fasce di rischio tra le regioni. Intanto la Procura di Genova vuole capire se i dati trasmessi dalla Liguria rispecchino la reale situazione di gravità della Regione. Il presidente della Liguria Giovanni Toti, nel corso di una diretta Facebook, ha fatto intanto sapere di essere pronto “a chiudere negozi, bar e ristoranti se serve a salvare i nostri cittadini, ad evitare che le persone si ammalino, ad aiutare i nostri medici e a scongiurare un lockdown durante il Natale”.
Monica Guerzoni, Simona Ravizza, Milena Gabanelli e Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 12 novembre 2020. A una settimana dal debutto, il sistema di monitoraggio alla base dell'ultimo Dpcm ha già bisogno di un tagliando. Gli esperti della cabina di regia lo hanno messo nero su bianco nel verbale delle ultime due riunioni, in cui parlano della necessità di una «verifica». E si capisce, dopo che l'incrocio dei dati su contagi, focolai, ricoveri, posti letto, tamponi, terapie intensive e indice Rt ha innescato una bufera che rende ancora più difficile agli italiani accettare le limitazioni alla vita quotidiana e alle attività economiche. Dati delle Regioni incompleti, arrivati in ritardo o definiti «vecchi» dai governatori. Dati finiti sotto la lente degli ispettori del ministero della Salute e dati raccolti dai carabinieri dei Nas in quattro ospedali di Napoli. Un pasticcio scandito da proteste di piazza, scontri politici e istituzionali. E dire che il 4 novembre, ignaro del caos che la cartina di un'Italia gialla-arancione-rossa avrebbe scatenato, Giuseppe Conte aveva magnificato in diretta tv la scelta di dividere l'Italia in base alle fasce di rischio. A differenza della prima ondata di Covid-19, aveva spiegato il premier, il governo dispone di un piano di monitoraggio della curva «molto articolato» che si basa su 21 parametri: «Questo piano è la bussola che ci indica dove intervenire, con quali misure differenziate e ben mirate...». Otto giorni e tante polemiche dopo sembra chiaro che la «bussola» si è inceppata e i punti cardinali sono smarriti. Ora c'è l'impegno a cambiare per ripartire con il piede giusto, basandosi anche sui dati che si riferiscono al giorno precedente. Una novità sostanziale decisa dalla Cabina di regia, i sei esperti che da fine aprile elaborano per il ministero della Salute il monitoraggio settimanale sull'andamento del Covid. Ma sarà davvero così? La riunione decisiva per comprendere quale sia il livello di confusione è quella del 9 novembre, ore 14.15. Si deve «classificare tempestivamente il livello di rischio in modo da poter valutare la necessità di modulazioni nelle attività di risposta all'epidemia». Quel che i sei devono fare, in sintesi, è capire quanto il virus stia correndo in quel determinato momento e la situazione degli ospedali e dei servizi di prevenzione, in modo da offrire gli strumenti necessari per mettere in campo le contromisure più adeguate. Tutti concordano che serva «un approfondimento del sistema di monitoraggio per rispondere meglio alle nuove esigenze imposte dal Dpcm del 3 novembre, in particolare valutando l'inclusione di dati più tempestivi sulle occupazioni dei posti letto in Terapia intensiva ed area medica e la possibile inclusione di allerte di resilienza ospedaliera quando la probabilità di superare le soglie critiche di occupazione dei posti letto superi il 50% nelle proiezioni realizzate a 30 giorni». È quanto scritto nel verbale della riunione che il Corriere ha potuto consultare: «Lo scopo di queste revisioni è poter fornire classificazioni più rispondenti alla situazione di impatto epidemico attuale sui servizi assistenziali». Il linguaggio è tecnico, ma il significato è semplice: per decidere in maniera tempestiva in quale fascia di rischio si trovi una regione - gialla, arancione o rossa - i dati vanno attualizzati. Dunque, da domani e ogni venerdì la cabina di regia dovrà valutare i posti letto in Terapia intensiva e i ricoveri ordinari aggiornati al giorno prima della riunione, nonché l'Rt dei ricoveri con la proiezione ai 30 giorni successivi (indicatore che oggi non c'è). Gli esperti lo considerano necessario e nelle riunioni riservate il ministro Speranza avrebbe già chiesto di usare «la fotografia dei dati più fresca possibile». Purché le modifiche restino però dentro l'impianto normativo del Dpcm. Rimane da capire se le Regioni si adegueranno. Un'indicazione chiara sulla necessità di cambiare è arrivata il 9 novembre anche dal Cts, che ha sottolineato le «criticità» del sistema basato sulla lettura «dei parametri e degli indicatori» del monitoraggio. Il verbale è esplicito: «Il Cts sottolinea l'importanza della completezza, rispondenza e tempestività del flusso informativo, che diviene di assoluta rilevanza nella predisposizione dell'ordinanza del ministro della Salute. Il Cts rileva alcuni elementi migliorativi, che, in funzione dell'avvio del sistema, possono essere considerati dalla cabina di monitoraggio nazionale, quali: la possibilità di rivalutare il peso relativo dei singoli indicatori in base alla situazione oggettiva delle singole Regioni, l'opportunità di garantire un supporto operativo alle Regioni che non riescono a garantire un flusso informativo tempestivo e l'opzione di rivedere e riconsiderare alla luce dell'evoluzione epidemica attuale la valenza degli originali 21 indicatori». Gli scienziati sono convinti che per essere davvero efficace il sistema debba tenere in conto il numero dei posti letto disponibili, quello delle terapie intensive e l'indice di trasmissione Rt. Sono concordi nel ritenere che i dati delle Rsa non siano strategici per individuare i fattori di rischio di intere Regioni e inseriscono in cima alle priorità l'attendibilità dei numeri, l'aggiornamento dei dati, ma soprattutto un criterio di raccolta uniforme, per avere un unico metro di giudizio. Cosa che fin qui proprio non è stata. Alle 22.26 di martedì 10 novembre le Regioni ricevono una mail firmata da Stefano Marro, della Direzione generale della Prevenzione sanitaria al ministero della Salute. Chiede che tutti forniscano il totale dei test rapidi antigenici effettuati tra il 2 e l'8 novembre, quello dei positivi riscontrati e quello dei casi «caricati sulla piattaforma dell'Iss». Comunicazione apparentemente tecnica, che nasconde una fuga in avanti di alcune Regioni che hanno deciso in autonomia, e in assenza di indicazioni, di cambiare in corsa un dato: i tamponi effettuati. Se nella colonna venivano inseriti solo i molecolari (i prc, gold standard), ultimamente almeno due Regioni, Lazio e Piemonte, hanno cominciato a inserirvi anche i test antigenici. Un dato, segnalano piccati da alcune Regioni, che rischia di alterare il tasso di positività, abbassandolo. In tempi di sospetti su artifici contabili, non è questione da poco. Il vero problema, più di qualche presunta furbizia regionale, è la disomogeneità. ogni territorio procede in ordine sparso. Non c'è una direttiva nazionale. Non c'è una regola uniforme. I più benevoli sostengono che si tratti solo di un momento di transizione. La questione numerica è questa. Se dico che ho fatto 100 esami, includendo solo i molecolari, e ho 5 positivi, ho un tasso di positività del 5%. Se nel numero complessivo aggiungo ai 100 tamponi 50 test antigenici e ho 5 positivi, il tasso di positività crolla. Non un'inezia, perché questo è uno dei parametri che si valutano per adottare misure restrittive. Dati falsati? Al contrario, sostengono da Piemonte e Lazio. Il direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, spiega: «Il denominatore è formato da tutti i tamponi molecolari più i tamponi antigenici con cut off superiore a 10, inseriti nei positivi». Il cut off è l'indice che rileva gli anticorpi. Se è basso, il test va confermato con un tampone molecolare. Ma di quali antigenici parliamo? Solo quelli più affidabili, a immunofluorescenza, e non i cromatografici. Per i primi, a quei livelli, il caso si dà per positivo, senza ulteriori conferme. Per quanto riguarda i casi di positività, il totale fornito è «la somma dei molecolari positivi, delle conferme molecolari degli antigenici positivi e degli antigenici con indice di cut off sopra I 10». Spiega Vaia: «Se non si usassero tutti questi dati, allora sì che il risultato sarebbe falsato». Peccato che questa regola non valga ancora altrove. In Piemonte, dove pure forniscono il dato aggregato, confermano ogni test antigenico con il tampone. E inseriscono in piattaforma, oltre ai molecolari, solo gli antigenici negativi, che hanno già valore diagnostico. Il Veneto, che pure ha fatto e fa una battaglia per valorizzare gli antigenici, finora ha fornito solo il totale dei molecolari. Ora Luca Zaia esulta: «Il ministero ci ha dato ragione». In verità, ancora non si sa nulla. Le Regioni brancolano nel buio. E Vaia aggiunge: «Ben venga un'omogeneizzazione della raccolta e della lettura dei dati. Ma penso che ci stiano già lavorando». Lo schema con i 21 criteri per stabilire le restrizioni nelle regioni appare per la prima volta in un documento del ministero della Salute del 30 aprile. Già allora governatori e sindaci lamentano che gli indicatori sono «difficili da decifrare» e chiedono parametri più semplici. Sono trascorsi sei mesi, l'Italia è nella morsa della seconda ondata. Ritardi e carenze sono ancora presenti. Proprio come il virus.
Crisanti adesso lancia l'allarme: "Le Regioni truccheranno i dati". Il professore teme che le Regioni possano approfittare della situazione e ritoccare i numeri a loro favore. Valentina Dardari, Martedì 03/11/2020 su Il Giornale. Dura l’accusa che Andrea Crisanti ha fatto, neanche tanto velatamente, alle Regioni e alla loro trasparenza e correttezza. Parlando del nuovo Dpcm, il professore ordinario di Microbiologia all'Università di Padova, ha confessato in una intervista a La Stampa di non averci capito nulla. E la sua non sarebbe una posa ma una vera confessione, farebbe davvero fatica a capire il documento che ha generato in lui molti dubbi e la speranza che il governo spieghi bene di cosa si tratta. Non sarebbe solo un punto a creare confusione.
Crisanti non si fida delle Regioni. “Intanto mi pare manchi un automatismo preciso per cui a una determinata regione vengano imposte le chiusure. Il punto di cui si parla da settimane è sempre quello. Ora ho letto che ci sarebbero 21 criteri per decidere se una regione appartenga alla zona verde, arancione o rossa. Mi sembrano tanti, ma immagino che quelli fondamentali riguardino il riempimento dei posti in ospedale. Non vorrei che un provvedimento simile inducesse le Regioni a non essere totalmente trasparenti riguardo a questi dati” ha spiegato Crisanti che non ha nascosto la sua mancanza di fiducia nei confronti delle Regioni. Il professore ha infatti immaginato che si verrà a creare una specie di competizione tra i governatori per voler emergere e dimostrare di essere il migliore. Tanto da portare i presidenti a truccare anche i numeri riguardanti i contagi. Anche perché, come sottolineato da Crisanti, i dati in questione sarebbero facilmente manipolabili. Le Regioni potrebbero decidere di ricoverare meno pazienti possibili per qualche settimana, arrivando, secondo l’esperto, a mettere in pericolo la stessa vita dei cittadini. Pesante come accusa. Il professore preferirebbe, come scritto nella Costituzione, che in un caso straordinario come questo fosse il governo a dettare la via da seguire. Sulla prudenza mostrata invece da chi ci governa ha spiegato che “dipende da qual è il vero obiettivo dell'esecutivo. Potrebbe essere quello di arrivare entro pochi giorni a un lockdown per poi rimuovere le misure per Natale oppure di guadagnare tempo, rallentare il contagio, riorganizzare il sistema di tracciamento, fare il lockdown a gennaio e poi ripartire con un sistema rodato”.
Il rischio di una terza ondata. Crisanti è certo che in ogni caso il lockdown ci sarà, anche se, senza una strategia di tracciamento, è convinto che si vada incontro a una terza ondata. Non è infatti sufficiente solo ridurre i contagi ma si deve anche mantenerli bassi. Se il governo non ha un piano in proposito, sta solo perdendo tempo, ha asserito il professore che ha poi affrontato il tema delle tre fasce regionali, la regola del semaforo. Questo progetto potrebbe rivelarsi utile, “se fosse presentato in modo chiaro potrebbe aiutare sia a rallentare il contagio adesso sia a consolidare il risultato dopo il lockdown”. La strategia di tracciamento che intende Crisanti si riferisce all’organizzazione totale volta a prevenire e controllare una possibile terza ondata. Ovviamente, dopo che si sarà terminata la seconda grazie a delle chiusure, per lui necessarie. E poi più tamponi, tracciamento dei contatti dei soggetti positivi, test rapidi e screening di comunità nelle scuole e nelle aziende. Sulle misure attuali, Crisanti non si trova in accordo su tutta la linea: “Certamente chiudere bar e ristoranti è stato giusto, e trovo sensato lasciarli aperti a pranzo un po' per chi lavora e un po' perché non generano tanto traffico. Il coprifuoco alle 21 mi pare inutile già che è tutto chiuso e sembra solo demagogia. Ha senso invece limitare gli orari dei negozi e dei centri commerciali, così come i mezzi pubblici. Anche se mi domando: chi controlla che viaggino pieni al 50 per cento? Il problema è sempre lo stesso: bisogna fare poche regole semplici, severe e che le forze dell'ordine siano in grado di mantenere”. Un piccolo affondo finale alla Regione Veneto che secondo il suo parere sta sbagliando nel sostituire i tamponi molecolari con quelli antigenici. I secondi sarebbero, a suo parere, da utilizzare soprattutto come prevenzione e non come diagnosi.
Crisanti e l'irresistibile fascino del complottismo. Stefano Baldolini su Huffpost il 3/11/2020. Va bene, non è neanche un virologo anche se ormai - come abbiamo già scritto - lo è diventato per elezione diretta e popolare e poi un microbiologo di virus ne capirà comunque più di noi. Va bene, ha l’amore per il paradosso eretico, e la passione per le verità scomode e dette in anticipo come fu col lockdown a Natale. Lo sappiamo, l’ha dichiarato anche, che far politica non gli dispiacerebbe, magari col Pd, ed è stato a un passo dal diventare senatore, pur suppletivo. Insomma, se c’era una figura che, nel mare magnum dei pareri, dei numeri e dei provvedimenti, costituiva un riferimento, un faro nella nebbia, una voce di buonsenso, era il professor Andrea Crisanti, il teorico del modello Vo’, il salvatore del Veneto. È per tutto questo che un sincero sconcerto è l’unica reazione possibile alla sua intervista a La Stampa in cui arriva addirittura a ipotizzare una manipolazione dei dati da parte delle Regioni per evitare di finire nelle fasce a rischio lockdown: “Per qualche settimana - dichiara Crisanti - si potrebbe decidere di ricoverare il meno possibile sulla pelle dei pazienti”. Parole raggelanti che in un colpo solo gettano ombre su tutta la linea di comando impiegata nella guerra al Covid: governatori, ospedali, medici, operatori sanitari impiegati nei triage di Pronto soccorso... Parole che escono dall’ambito scientifico, a meno che il prof abbia avuto sentore di pratiche simili nel suo quotidiano con la regione Veneto, ed entrano di diritto nel novero delle chiacchiere da bar sport della politica. La pandemia - ce ne siamo resi conto - ha una durata tale da sfidare la resistenza di chiunque a non esagerare, a non spararla grossa. Abbiamo sentito di tutto: città che non si dovevano fermare, sparizione del virus nella canicola estiva, sintesi un po’ pericolose sull’indispensabilità degli anziani. Stavolta è toccato al nostro spesso ascoltato Crisanti finire nel girone dantesco dei complottisti, ed è un dolore vero, perché una cosa è fare il Savonarola, un’altra ritrovarsi a essere accanto a Sibilia o Di Battista.
Dario Del Porto e Conchita Sannino per repubblica.it il 9 novembre 2020. La Campania osservata speciale dell’emergenza Covid. E ora la Procura vuole fare chiarezza sui numeri, soprattutto quelli dei posti letto reali rispetto alle cifre trasmesse da Napoli a Roma, e risultati decisivi per l’inserimento della Regione nella fascia "gialla". La pm Mariella Di Mauro intende verificare i dati delle postazioni e gli altri parametri utilizzati per la classificazione del rischio. Un lavoro analogo a quello avviato dalla Procura di Genova che si inserisce nell’istruttoria già in corso da mesi sulla realizzazione degli ospedali modulari nel capoluogo, a Caserta e a Salerno. Colpisce, come raccontato da Repubblica , l’aumento di posti in degenza ordinaria, lievitati nell’arco di un giorno di circa 1300 unità, fino agli attuali 3160, dei quali ieri erano occupati 1817, mentre le terapie intensive sono passate in 20 giorni da 335 a 590, con 186 pazienti ricoverati fino a ieri. «La disponibilità va inquadrata nella "rete" regionale, e si tratta di posti attivabili di volta in volta seguendo le quotidiane necessità», spiega l’Unità di crisi della Campania, aggiungendo che il dato tiene conto anche delle corsie messe a disposizione dalle cliniche private. Ma se questo è vero, perché ai pronto soccorso degli ospedali ci sono da ore ambulanze e auto private con a bordo pazienti in attesa di sistemazione? I contagi non si fermano, ieri 4601 nuovi positivi a fronte di poco meno di 26mila tamponi. Per il sindaco di Napoli, de Magistris, è «purtroppo inevitabile, anzi tardivo, proclamare la Campania zona rossa». Ma intanto frena sulla chiusura del lungomare, anche ieri affollato, come chiesto dal governatore Vincenzo De Luca. «Chiudere una strada non ha alcun senso e, anzi, può provocare un effetto imbuto su altri luoghi. Si corre il rischio che le persone si vedano in casa dove il pericolo di contagio è maggiore che all’aperto», dice il sindaco. Mentre anche il primo cittadino di Benevento, Clemente Mastella (con il quale non corre buon sangue dai tempi delle inchieste dell’ex pm), scuote il capo: «Davanti agli assembramenti soprattutto a Napoli, la mia gente si chiede se questo sia un comportamento corretto e rispettoso dei nostri sacrifici».
Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 9 novembre 2020. Tre ipotesi di reato e un indagato. L' inchiesta della Procura della Repubblica di Avellino sui tamponi ai giocatori della Lazio processati dal centro polispecialistico Futura Diagnostica del capoluogo irpino è alle battute iniziali ma lo scenario sul quale si indaga, se confermato dai futuri sviluppi investigativi, avrebbe risvolti inquietanti. L' ufficio coordinato dal procuratore facente funzioni Vincenzo D' Onofrio ha aperto un fascicolo in cui i titoli di reato sono quelli di falso, truffa in pubbliche forniture e epidemia colposa. E chiaramente è soprattutto quest' ultima ipotesi a fare effetto. E a dare la dimensione della gravità dei fatti che potrebbero emergere dalle indagini affidate agli uomini della Guardia di Finanza. Sono stati loro, sabato pomeriggio, a presentarsi a Formello e a farsi consegnare tutti i referti rilasciati da Futura Diagnostica, mentre altri militari acquisivano materiale analogo presso la sede del laboratorio ad Avellino. Intanto veniva iscritto nel registro degli indagati Massimiliano Taccone, presidente del consiglio di amministrazione della società titolare del laboratorio dicui è proprietario suo padre Walter. Al momento non ci sono altri indagati, e la Lazio ostenta sicurezza, facendo sapere tramite uno dei suoi avvocati, Gianmichele Gentile, di non temere alcun coinvolgimento sia per il presidente Lotito che per il medico sociale Ivo Pulcini. Non si può tuttavia escludere che i magistrati irpini, nell' ottica di fare chiarezza sull' intera vicenda, possano chiedersi come mai una società che ha sede nella capitale scelga un laboratorio di un' altra città - peraltro distante 250 chilometri - per eseguire un esame come quello sulla eventuale positività al Covid 19, e non segua invece la strada percorsa da quasi tutte le società di serie A che fanno riferimento ai centri Synlab. Secondo la spiegazione fornita dalla Lazio ai media, l' unica alternativa nella regione sarebbe stata rappresentata dal Campus biomedico che si trova nei pressi di Trigoria. Ma lì ci sono file ogni giorno e Lotito avrebbe preferito evitare che ai suoi giocatori fosse riservato un trattamento agevolato. Quindi la scelta di andare ad Avellino, rivolgendosi a un laboratorio che in passato ha già lavorato per la Salernitana, altra società calcistica appartenente al patron laziale. Questa motivazione, in ogni caso, non toglie e non mette nulla alla vera questione che ha fatto muovere prima la Procura federale e poi anche quella ordinaria. E cioè come mai i tamponi risultati negativi presso Futura Diagnostica si sono poi rivelati positivi quando l' esame è stato ripetuto dall' Uefa prima della partita di Champions tra i biancocelesti e il Bruges? Tornando poi negativi prima di Torino-Lazio e di nuovo positivi alla vigilia della gara con la Juventus. È quello che vorranno stabilire i magistrati di Avellino, probabilmente chiedendone conto direttamente a Taccone. Che finora ha sempre difeso l' operato del suo laboratorio ribadendo la negatività dei test sui tre giocatori risultati poi positivi, Leiva, Strakosha e Immobile. E sostenendo che soltanto il tampone del centravanti evidenziava una lieve reattività di un gene comunque non indicativo di un' infezione da Covid 19.
"Scene da guerra", "dati truccati" e "Napoli zona rossa". De Luca querela Ricciardi, la ricostruzione dello scontro tra il Governatore e il consulente di Speranza. Redazione su Il Riformista il 12 Novembre 2020. Alla fine lo scontro a distanza è deflagrato. “Ho dato mandato agli uffici regionali di procedere legalmente contro il consulente del Ministro della Salute, il sig. Ricciardi“. Queste le parole del governatore della Campania Vincenzo De Luca.
“SCENE DI GUERRA” – Una decisione probabilmente dettata da alcune recenti dichiarazioni di Walter Ricciardi, consulente del ministro Roberto Speranza nonché docente di Igiene all’università Cattolica di Roma. Intervenuto questa mattina, giovedì 12 novembre a SkyTg24, Ricciardi ha parlato di “scene da guerra negli ospedale di Napoli” sottolineando che “De Luca può chiudere la città” perché “Napoli non è Avellino e presenta tutta una serie di rischi importanti per cui va fatto un lockdown per evitare le scene di affollamento ed assembramenti sul lungomare e nello stesso tempo per dare fiato agli ospedali, in cui succedono cose incredibili, con persone assistite con l’ossigeno nelle loro macchine, scene da guerra. Questo non deve succedere in una zona gialla. Se non è questa una zona rossa cosa si intende per zona rossa?”. Per Ricciardi De Luca “può chiudere Napoli. Nel senso che un presidente di Regione può prendere delle misure più restrittive nel momento in cui constata che ci sia la necessità”.
ZONA ROSSA-ZONA GIALLA – Parole che non sono state gradite dal governatore campano anche perché la decisione di inserire la Campania nella zona gialla, in base all’indice Rt e a tutta una serie di criteri (21 in totale), è arrivata proprio dal dicastero per il quale Ricciardi offre le sue prestazioni di consulente, nonostante i ripetuti appelli delle scorse settimane di manager ospedalieri, sanitari e dello stesso De Luca che aveva invitato il governo al lockdown salvo poi fare marcia indietro probabilmente perché non c’erano le dovute garanzie economiche.
“DATI FALSATI” – Un altro passaggio affrontato in mattinata da Ricciardi riguarda anche quello dei presunti “dati falsati”, un accusa mossa nei giorni scorsi da più parti politiche nei confronti proprio della Campania. “Se i dati sono falsati, è chiaro che alla fine prendi delle decisioni su dati sbagliati. Allora la responsabilità importante in questo momento è che le Regioni alimentino il sistema con dati esatti”. Ricciardi ha parlato di “un obbligo morale e tecnico da parte delle Regioni a dare dati tempestivi e di grande qualità e quindi a motivare i loro tecnici e il loro personale a farlo in maniera adeguata, perché solo così noi prenderemo decisioni proporzionate e adeguate alla situazione”.
L’ATTACCO DI DE LUCA – Il 9 novembre scorso De Luca rivendicando di esser stato l’unico “che si è assunto la responsabilità di sollecitare già da mesi, in dissenso dal Governo, misure nazionali rigorose e unitarie per il contenimento preventivo del contagio”, ha chiesto al ministro della Salute Roberto Speranza “un confronto di merito e pubblico sui dati oggettivi del sistema sanitario campano, nell’ambito di una verifica generale e ineludibile dei dati di tutte le regioni d’Italia. E’ indispensabile la più assoluta trasparenza. Non abbiamo da occultare né da attenuare nulla di nulla. Credo sia interesse comune non tollerare zone d’ombra e verificare con chiarezza la realtà degli ospedali, delle terapie intensive, dei ricoveri, del tasso di mortalità, del personale”. Una richiesta, quella del governatore campano, “pienamente condivisa dal Ministro della Salute Roberto Speranza”. Non a caso lo stesso Speranza ha inviato gli ispettori del Ministero per verificare la situazione nei principali ospedali di Napoli e provincia, l’area metropolitana più colpita: dal Cardarelli al Cotugno passando per l’Ospedale del Mare. La relazione degli ispettori dovrebbe essere pronta entro il prossimo lunedì 16 novembre.
LO SCONTRO CON RICCIARDI – De Luca ha poi proseguito accusando in particolare le “dichiarazioni estemporanee di qualche “consulente” scientifico che continua ad esternare a ruota libera”, un chiaro riferimento al consulente dello stesso ministro Speranza Walter Ricciardi, che da giorni va ripetendo che servirebbe per Napoli (e non solo) un lockdown totale. Altre bordate, sempre senza fare nomi, arrivano quindi nei confronti del sindaco di Napoli Luigi de Magistris: De Luca giudica “clamorose e davvero insostenibili le immagini del lungomare di Napoli con assembramenti vergognosi e nella più totale assenza di ogni forma di controllo. Agli occhi dell’Italia basterebbero quelle immagini per motivare una zona strarossa al di là dei dati ospedalieri e sanitari”.
Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 25 ottobre 2020. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm che entra in vigore lunedì 26 ottobre, fino al 24 novembre. Rimane fissata alle 18 la chiusura dei locali pubblici. La domenica e i giorni festivi bar e ristoranti potranno dunque rimanere aperti (ovviamente sempre fino alle 18). Su questo ha pesato il parere del Comitato tecnico scientifico consegnato al governo perché secondo gli esperti «l’apertura domenicale dei ristoranti può essere utile per limitare le riunioni familiari». E proprio sulla base di queste considerazioni si è deciso di accettare la richiesta della Regioni. Sarà il premier Giuseppe Conte a illustrare nel pomeriggio le norme (qui il testo definitivo).
I dubbi degli scienziati. Gli scienziati hanno espresso perplessità anche rispetto alla raccomandazione di limitare lo spostamento tra i Comuni, anche perché i dati dimostrano che i focolai sono soprattutto nelle aree metropolitane. Riserve forti anche rispetto alla scelta di autorizzare le fiere internazionali. Per il resto hanno condiviso il testo del governo.
La scuola. «L’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza. Per contrastare la diffusione del contagio, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell'organizzazione dell'attività didattica ai sensi degli articoli 4 e 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari almeno al 75 per cento delle attività, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l'eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l'ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9».
Bus e metropolitane. «È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».
Spostamenti liberi tra le Regioni. La raccomandazione sugli spostamenti rimane generica, è stato eliminato il riferimento ai movimenti fuori dal Comune e dunque è sempre consentito anche lo spostamento tra Regioni. Nel Dpcm è scritto: «È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».
Piscine e palestre. «Sono sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per quelli con presidio sanitario obbligatorio o che effettuino l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi; ferma restando la sospensione delle attività di piscine e palestre, l'attività sportiva di base e l'attività motoria in genere svolte all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento».
Giochi, cinema, teatri. «Sono sospese le attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò; Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all'aperto».
I negozi. «Le attività commerciali al dettaglio si svolgono a condizione che sia assicurato, oltre alla distanza interpersonale di almeno un metro, che gli ingressi avvengano in modo dilazionato e che venga impedito di sostare all'interno dei locali più del tempo necessario all'acquisto dei beni; le suddette attività devono svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio».
Bar e ristoranti. «Le attività dei servizi di ristorazione (tra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5 fino alle 18; il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi; dopo le ore 18 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico; resta consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati; resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 24 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze».
Ilario Lombardo per “la Stampa” il 19 ottobre 2020. Che lui non voglia un altro lockdown, lo ha detto e ribadito in tutti i modi possibili. Anche ai ministri, come Dario Franceschini, che lo hanno incalzato fino a notte. Ma Giuseppe Conte questa volta sembra viaggiare per conto suo, persino di fronte al grido di allarme degli scienziati. Ha un' idea in testa ed è quella di mettere in salvo l' economia. Ma per chiudere il minimo indispensabile, sostiene il premier, «bisogna cambiare la strategia». E allora serve un potenziamento di tutte le armi che si hanno a disposizione. A partire da Immuni. La app per il tracciamento non sta funzionando come dovrebbe. Gli italiani sono restii a scaricarla e non tutte le Asl si sono dimostrate attrezzate su come utilizzarla davanti alle segnalazioni di casi positivi tramite codice anonimo. Due settimane fa c' è stata una campagna pubblicitaria che è servita a incrementare i download. Ma non è bastato. Al punto che adesso il presidente del Consiglio, d' accordo con gli esperti, sta maturando la convinzione di renderla obbligatoria. Sabato è uscito allo scoperto il capo politico del M5S Vito Crimi: «Occorre potenziare l' utilità di Immuni, rendendola obbligatoria per l' accesso a determinati luoghi o servizi e verificando che tutto il sistema sanitario sia in grado di sfruttarne le potenzialità». Crimi non parla a caso. A Palazzo Chigi hanno letto con attenzione il monito del Comitato tecnico-scientifico, sintetizzato nel documento dell' altro ieri, dove si parla di «assoluta esigenza di tempestiva diagnosi, monitoraggio ed efficace tracciamento dei contatti». Ristoranti, locali e mezzi di trasporto sono luoghi dove secondo il premier è immaginabile applicare l' obbligatorietà della app. Il punto è capire come farlo, viste le complicate implicazioni sulla privacy e i risvolti costituzionali. Intanto nel Dpcm si rende obbligatoria la registrazione della notifica da parte delle Asl. Di certo, Conte ha chiaro il grandissimo problema di mancato tracciamento tra i passeggeri che si ammassano nei mezzi pubblici. I trasporti sono la vera frontiera della dura battaglia contro il virus, quella su cui è più difficile intervenire. Ieri la ministra Paola De Micheli ha difeso in tv la scelta di aver mantenuto all' 80% la capienza su bus, metro, tram e treni, ben sapendo che attorno a lei si allungano le critiche dei partner di governo. Da giorni i 5 Stelle le stanno addosso: prima i grillini della commissione Trasporti della Camera, poi il viceministro Giancarlo Cancelleri, ora le accuse lasciate filtrare alla Stampa da altri esponenti di governo del M5S. Si doveva fare di più: «Perché De Micheli parla solo ora di precettare bus turistici?» Le domande rappresentano anche uno scudo a difesa di Lucia Azzolina. La ministra dell' Istruzione è la più imbufalita con la collega De Micheli, considera sbagliato puntare sulla didattica a distanza per alleggerire l' affollamento sui mezzi nelle ore di ingresso a scuola. «Si prenda le sue responsabilità» dice la grillina, convinta che finora si sia fatto troppo poco. Se è vero, come ha ammesso De Micheli, che è impossibile mantenere il distanziamento dentro bus e tram, anche quando non si raggiunge il tetto dell' 80%, allora il sistema andava riorganizzato meglio per avere più mezzi in strada. Con bus turistici, Ncc ma anche i veicoli della Difesa. Perché non pensare di mettere i pullman orfani dei turisti a disposizione degli studenti più autonomi, delle scuole medie e superiori, e sgravare così il resto dei trasporti pubblici? La ministra del Pd deve fare i conti con un buco di oltre un miliardo di euro: a tanto ammontano le perdite delle aziende di Tpl, dopo il lockdown. Ma non sono solo i grillini a pensare che De Micheli poteva fare di più. Anche Italia Viva è insoddisfatta: «Le rassicurazioni della ministra non bastano - accusa il deputato di Iv Luciano Nobili - Servono risorse, controlli, coordinamento con le regioni. Numerosi operatori privati hanno già fatto sapere di essere pronti a mettere a disposizione i loro mezzi, ci sono anche quelli dell' esercito, cosa stiamo aspettando per intervenire sul settore più a rischio contagio?».
Le misure del nuovo Dpcm: palestre e piscine sotto esame. I sindaci possono disporre chiusure alle 21. Il Corriere del Giorno il 19 Ottobre 2020. “Non possiamo perdere tempo, dobbiamo agire mettendo in campo le misure necessarie per scongiurare un nuovo lockdown generalizzato. Il paese non può permettersi una nuova battuta d’arresto”. Sono le parole con cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, illustra le misure contenute nel nuovo Dpcm. Queste in sintesi le misure contenute nel nuovo Dpcm illustrato dal presidente del Consiglio Conte in conferenza stampa: arrivano nuovi limiti per bar e ristoranti, le palestre e le piscine sotto esame per una settimana. Previsto lo stop per gli sport di squadra dilettantistici, per gli alunni delle scuole superiori previsti ingressi posticipati e turni pomeridiani. Concesso ai sindaci la possibilità di chiusure locali con il potere di chiudere strade o piazze in caso di assembramenti. E’ un decreto anti-movida che tutela chi rispetta le regole quello scritto a più mani dal Governo, per quasi tre giorni seduto al tavolo delle trattative assieme a Regioni e Enti locali. Ma “la strategia non è e non può essere la stessa della primavera“, assicura il premier Giuseppe Conte, che avverte: “il Governo c’è ma ciascuno deve fare la sua parte”. Questo è solo l’inizio di un piano più ampio. Il Presidente è consapevole “che ci sono ancora diverse criticità: facciamo 160 mila tamponi al giorno ma certo non possiamo tollerare le file di ore“. In serata il premier Giuseppe Conte ed il ministro della Salute Roberto Speranza hanno firmato il decreto , ed ecco nuove regole in vigore da subito che saranno efficaci fino al 13 novembre. Questi i provvedimenti nel dettaglio. Il lavoro di mediazione porta la firma del ministro per le Autonomie, Francesco Boccia, alle prese con il filo sottile del dialogo lungo quanto la catena di vertici fissati: “sono proposte che vanno nella nostra stessa direzione – spiega Boccia – . Chi vive le complessità quotidiane dei territori merita il massimo dell’ascolto”. Parole che blindano l’intesa.
Chiusure disposte dai sindaci. I sindaci potranno disporre dopo le ore 21.00, la chiusura al pubblico di vie o piazze nei centri urbani, laddove si possono creare delle situazioni di assembramento, fatta salva la possibilità di accesso e deflusso agli esercizi commerciali regolarmente aperti e alle abitazioni private. Sindaci però non ci stanno e rimandano la palla al Governo: “Sarebbe un coprifuoco scaricato sulle nostre spalle. L’esecutivo si assuma le sue responsabilità”.
Bar e ristoranti. Le attività dei servizi di ristorazione (fra le quali bar, gelaterie, pasticcerie, pub, ristoranti, ) sono consentite dalle ore 5.00 sino alle ore 24.00 con consumazione al tavolo, e per un massimo di sei persone sedute per tavolo, e sino alle ore 18.00 in assenza di consumazione al tavolo. Rimane consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, e la ristorazione con asporto fino alle ore 24.00. Gli esercenti dovranno esporre all’ingresso dei propri locale un cartello con indicato il numero massimo di persone ammesse nel locale in contemporanea, attenendosi ai protocolli e le vigenti linee guida. Restano comunque aperti lungo le autostrade gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento carburante.
Cinema e teatri. Rimangono aperti per ogni singola sala , per un numero massimo di 1000 spettatori per spettacoli all’aperto e di 200 spettatori per spettacoli in luoghi chiusi.
Congressi e riunioni. Ad eccezione di quelle che si svolgono con modalità a distanza sono sospese tutte le attività convegnistiche o congressuali; tutte le cerimonie pubbliche si svolgono nel rispetto dei protocolli e linee guida vigenti e a condizione che sia assicurate specifiche misure idonee a limitare la presenza del pubbliche, ad accezione di quelle di rilevanza nazionale, si svolgono senza la presenza di pubblico. Nell’ambito delle pubbliche amministrazioni le riunioni si svolgono in modalità a distanza, salvo la sussistenza di motivate ragioni di interesse pubblico; è fortemente raccomandato svolgere anche le riunioni private in modalità a distanza.
Esami di scuola guida sospesi. È disposta la temporanea sospensione delle prove pratiche di guida.
Palestre e piscine. Il Governo ha deciso di dare una settimana di tempo a palestre e piscine per adeguarsi ai protocolli di sicurezza. Palestre aperte, come volevano i governatori, ma con riserva: dopo un braccio di ferro tra i ministri di Sport e Salute, Spadafora e Speranza, – il secondo era per chiuderle – le strutture incassano al momento una settimana di tempo per adeguarsi in maniera rigorosa ai protocolli. Un punto questo per il quale la maggioranza è spaccata con il ministro della Salute Roberto Speranza favorevole alla chiusura, mentre il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora si è battuto l’apertura. Altrimenti si chiude. Nella bozza è testualmente riportato: “L’attività sportiva di base e l’attività motoria in genere svolte presso palestre, piscine, centri e circoli sportivi, pubblici e privati, ovvero presso altre strutture ove si svolgono attività dirette al benessere dell’individuo attraverso l’esercizio fisico, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento, in conformità con le linee guida emanate dall’Ufficio per lo sport, sentita la Federazione medico sportiva italiana (FMSI), fatti salvi gli ulteriori indirizzi operativi emanati dalle Regioni e dalle Province autonome“. Gli sport di contatto a livello amatoriale, come calcetto e basket, restano vietati con uno stop anche per le relative associazioni e scuole per bambini e ragazzi. Il calcio dilettantistico resta attivo fino alla prima categoria.
Parrucchieri e centri estetici. Restano aperti nel rispetto dei protocolli di sicurezza.
Sagre e fiere. Vietate le sagre e le fiere di comunità. Restano invece consentite le manifestazioni fieristiche di carattere nazionale e internazionale.
Sale giochi e scommesse. Le attività di sale giochi, sale scommesse e sale bingo sono consentite dalle ore 8.00 alle ore 21.00.
Scuola. Sì alla didattica a distanza alternata però a quella in presenza e unita a una più marcata diversificazione degli orari di entrata ed uscita degli alunni delle Superiori. Nella bozza del Dpcm si legge: “Le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione della didattica incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, che rimane complementare alla didattica in presenza, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9.00. Inoltre anche il rinnovo degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche (rappresentanti di classe e di istituto) può avvenire secondo modalità a distanza.
Trasporto locale. Sul fronte dell’alleggerimento del trasporto locale, l’unica soluzione che accontenta tutti – Governo e Regioni – è quella di portare la quota di persone in smartworking dal 50 al 75%. Non ci sarà una riduzione della quota di riempimento dei mezzi, ma l’adozione di misure un maggior controllo sulle banchine delle metropolitane per agevolare i flussi di salita e discesa. “Aerei, navi, bus, treni a lunga e corta percorrenza hanno contribuito con lo 0,1% al contagio”, chiarisce il ministro ai Trasporti, Paola De Micheli, che – oltre ai 1.600 bus turistici in circolazione – si dice “disponibile a potenziare il sistema“.
Università. Le università sulla base all’andamento del quadro epidemiologico, predispongono piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari in presenza e a distanza in funzione delle esigenze formative tenendo conto dell’evoluzione del quadro pandemico territoriale e delle corrispondenti esigenze di sicurezza sanitaria ed, in ogni caso, nel rispetto delle linee guida del ministero dell’Università e della Ricerca.
Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 12 ottobre 2020. Un solo tampone negativo dopo dieci giorni di isolamento basterà a dichiarare guariti i positivi al Covid-19. Il Comitato tecnico-scientifico accoglie la richiesta del ministro della Salute Roberto Speranza e riduce il tempo della quarantena e dell’isolamento fiduciario a patto che venga effettuato il tampone molecolare e — nel caso dei contatti stretti con chi ha contratto il coronavirus — il test rapido. Un modo per alleggerire il sistema di diagnosi ormai in tilt con attese di ore di chi si mette in fila per sottoporsi al controllo, che sarà applicato anche alle scuole, dove moltissime classi si sono fermate proprio perché alunni e professori sono in clausura. Per questo si è deciso che la possibilità di effettuare i test sarà estesa anche ai medici di base e ai pediatri. Il parere sulla stretta alla movida arriverà oggi, ma sembra scontato che gli esperti approvino la linea del governo, in particolare per quanto riguarda gli assembramenti in strade e piazze. Anche se rimangono perplessità sui divieti da applicare nelle case private. Per questo il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia ha convocato per oggi la cabina di regia con i governatori e il rappresentante dei sindaci Antonio Decaro. E con loro si discuterà del nuovo divieto per gli sport da contatto. Calcetto, basket e le attività sportive svolte dai più piccoli nelle scuole dovranno fermarsi se non sono «individuali».
Le regole per chi è positivo. Attualmente la quarantena e l’isolamento durano 14 giorni e per uscire sono necessari due o tre tamponi. La circolare del ministero della Salute che sarà firmata questa mattina cambia criteri e procedure. In caso di positività asintomatica, la quarantena durerà dieci giorni e — se il tampone molecolare sarà negativo — si potrà tornare alla vita normale. In caso di positività sintomatica la quarantena durerà dieci giorni e se negli ultimi tre giorni non ci sono sintomi basterà un tampone molecolare negativo per uscire. In caso di positività asintomatica con il tampone molecolare che non si negativizza, dopo 21 giorni si potrà tornare comunque alla vita normale. Gli scienziati sono infatti concordi nel ritenere che in questo caso non si è più contagiosi.
L'isolamento e le scuole. Chi è entrato tra i «contatti stretti» di un positivo attualmente deve stare in quarantena per 14 giorni. Da oggi le regole cambiano e basterà avere un tampone molecolare o un test rapido negativo per uscire dopo 10 giorni. Una regola che certamente serve a snellire le procedure per le scuole e per gli uffici. Il test rapido fornisce infatti il responso dopo ore tanto che finora è stato utilizzato a fini di screening e certamente velocizza le procedure per chi deve tornare in classe o al lavoro. Entro breve questo tipo di controllo potrà essere effettuato dai medici in ambulatorio e non soltanto nelle strutture sanitarie, tanto che il Cts ha raccomandato al governo di provvedere alla distribuzione delle scorte. E la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha chiesto che possa essere effettuato anche all’interno degli istituti scolastici. Per questo il commissario Domenico Arcuri potrebbe intensificare la consegna proprio per far ripartire le classi che attualmente svolgono didattica a distanza.
I divieti. Il via libera ai «divieti di sosta» per i cittadini di fronte ai locali pubblici, ma anche nelle strade e nelle piazze a partire dalle 21, appare scontato. Lo conferma il coordinatore del Cts Agostino Miozzo quando dice che «bisogna rispettare le regole, evitare gli assembramenti e prestare particolare attenzione alla dinamica familiare, visto che la maggior parte dei contagi avvengono lì». E dunque si potrà stare all’aperto soltanto se seduti ai tavoli. Nel Dpcm che potrebbe essere firmato già stasera sarà prevista anche la chiusura di bar e ristoranti alle 24 e il divieto di vendere alcolici da asporto dopo le 22.
Lo stop alle feste. La linea di Speranza è tracciata: saranno vietate le feste sia nei locali pubblici sia nelle abitazioni. Una misura che lascia perplessi numerosi osservatori perché incide direttamente nella vita privata dei cittadini. Per questo se ne parlerà nuovamente oggi con i governatori e con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per stabilire se confermare questa linea oppure, per gli eventi nelle case, fermarsi a una raccomandazione. Certamente non si potranno avere più di trenta invitati ai banchetti dopo matrimoni, battesimi, cresime. Le regole sono le stesse applicate nei ristoranti: mascherina quando non si è al tavolo, distanziamento se non si è congiunti, al buffet serviti soltanto dal personale di sala.
Fermi calcetto e basket. Saranno nuovamente vietati gli sport da contatto e dunque calcetto, basket, ma anche tutte le attività amatoriali svolte dai ragazzi. I componenti del Comitato tecnico-scientifico avevano già chiesto al governo di intervenire per limitare gli sport da contatto a livello amatoriale. Il governo sembrerebbe orientato ora a seguire il suggerimento perché gli scienziati ritengono che queste attività aumentino i contagi visto che il coronavirus si diffonde tramite particelle di saliva che vengono espulse con il respiro, la cui diffusione aumenta quando si compie attività fisica (così come quando si urla o si canta). Al momento, questa misura non riguarderà il livello professionistico.
Incentivi allo smart working. La proroga dello stato di emergenza fino al 31 gennaio 2021 mantiene immutate le norme attualmente in vigore, ma il governo potrebbe chiedere alle aziende di aumentare al 70% la percentuale di smart working rispetto a quella attuale — 50% — per limitare i contatti tra le persone negli uffici. In ufficio, in base al nuovo decreto, è comunque obbligatorio indossare la mascherina, sia pur seguendo le linee guida per le varie tipologie di attività. Si può stare con naso e bocca scoperti soltanto se si sta in stanza da soli.
Nuovo Dpcm, sport e bar e ristoranti: quali sono le restrizioni. Fiorenza Sarzanini e Monica Guerzoni su Il Corriere della Sera il 13/10/2020. Feste vietate nei locali e per i banchetti dopo le cerimonie si potranno avere massimo 30 invitati, le persone non potranno stare ferme di fronte a bar e ristoranti, ma nemmeno in gruppo nei parchi o nelle strade. La stretta del governo nel nuovo Dpcm (il decreto del presidente del Consiglio) per contenere i contagi da Covid-19 si concentra soprattutto sulla vita sociale e nelle aree della movida. Ferma gli sport da contatto e fissa nuove regole per la capienza degli stadi. Ma conferma anche il divieto per le gite scolastiche e per le attività degli studenti fuori sede. Le regole proposte dal governo hanno avuto il via libera anche dal Comitato tecnico scientifico che si è riunito ieri sera proprio per analizzare ogni punto del provvedimento che impone restrizioni più rigide rispetto a quello in vigore fino a ieri. Viene confermata la possibilità per i governatori di firmare ordinanze più restrittive rispetto alle regole fissate dal governo, ma eventuali allentamenti dovranno essere concordati con Roma.
Solo 30 invitati. Le regole per le cerimonie religiose rimangono invariate e dunque con un limite legato alla capienza e alla possibilità di mantenere la distanza interpersonale di 1 metro. Ma per i banchetti «viene fissato il limite di 30 invitati seguendo comunque le regole già previste dai protocolli» e dunque il distanziamento di un metro tra le persone e l’obbligo di mascherina quando non si sta seduti al tavolo. I buffet sono consentiti soltanto mantenendo il distanziamento e dovrà essere il personale di sala a distribuire cibo e bevande.
Bar e ristoranti. Vengono fissati limiti di orario e di somministrazione di cibi e bevande per i locali pubblici: «Le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite sino alle ore 24.00 con servizio al tavolo e sino alle ore 21.00 in assenza di servizio al tavolo». Si potrà stare dentro e fuori ma sempre seduti, altrimenti è vietato rimanere oltre le 21 perché il provvedimento del governo ribadisce il divieto di assembramento. «Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande negli ospedali e negli aeroporti».
Calcetto e basket. «Sono vietate tutte le gare, le competizioni e tutte le attività connesse agli sport di contatto aventi carattere amatoriale». Gli scienziati ritengono che siano una fonte di contagio visto che il Covid-19 si trasmette attraverso il droplet che aumenta nel momento in cui si fa attività fisica. E dunque stop alle partite di calcetto e di basket tra amici. Potranno invece continuare l’attività le palestre e le scuole per i ragazzi purché rispettino i protocolli e le linee guida già approvate.
Posti allo stadio. È consentita «la presenza di pubblico, con una percentuale massima di riempimento del 15% rispetto alla capienza totale e comunque non oltre il numero massimo di 1.000 spettatori per manifestazioni sportive all’aperto e di 200 spettatori per manifestazioni sportive in luoghi chiusi, esclusivamente negli impianti sportivi nei quali sia possibile assicurare la prenotazione e assegnazione preventiva del posto a sedere, con adeguati volumi e ricambi d’aria, a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia frontalmente che lateralmente, con obbligo di misurazione della temperatura all’accesso e l’utilizzo della mascherina».
Covid, nuovo Dpcm: le regole per le feste in casa, lo smart working e il nodo della scuola. Fiorenza Sarzanini e Monica Guerzoni su Il Corriere della Sera il 13/10/2020. Non più un divieto, ma una «forte raccomandazione». L’idea di oltrepassare la metaforica soglia delle case degli italiani e di imporre il divieto di organizzare feste o assembramenti anche dentro le mura domestiche, alla fine non è passata. Dopo uno scontro anche aspro sull’opportunità e la costituzionalità di simili misure, la linea prudente di Giuseppe Conte ha prevalso sui rigoristi del governo, da Roberto Speranza a Dario Franceschini. Ed è stato lo stesso premier, durante la cabina di regia nella Sala Verde di Palazzo Chigi, a illustrare il risultato della sua faticosa mediazione ai governatori collegati in video conferenza, presenti i ministri Roberto Speranza e Francesco Boccia.
L’alt del Quirinale. Il cambio di rotta sulle feste private è maturato per la contrarietà del premier e di diversi ministri e anche per gli «avvisi» che, dal Quirinale, sono arrivati al governo. Dalle stanze e dagli uffici del Colle più alto è stato fatto notare che nel decreto del 7 ottobre, che fa da cornice giuridica al Dpcm di Conte, si parla di nuove regole per i luoghi pubblici, ma non si fa cenno ai luoghi privati. Quindi la proposta del ministro della Salute di «vietare tutte le feste» perché il 75% dei contagi avviene tra familiari e amici, se scritta nel Dpcm sarebbe stata in contrasto con la norma primaria.
No ai controlli. E c’è un altro motivo che ha convinto Conte a mediare e a frenare in corsa ed è la contrarietà degli italiani, anche dopo la polemica politica innescata dalle parole di Speranza domenica in tv da Fabio Fazio: «Aumenteremo i controlli, ci saranno delle segnalazioni...». Una formula che, al di là delle intenzioni del ministro, ha fatto pensare a un invito alla delazione e scatenato ironie e attacchi sui social su un presunto «spionaggio» di Stato. Anche dentro i partiti che sostengono il governo la tentazione di «ficcare il naso» nelle case degli italiani, sia pure per prevenire una nuova emergenza da Covid, ha creato parecchia tensione. «La nostra linea è il buon senso — hanno ripetuto i renziani di Italia Viva nelle riunioni riservate —. Cerchiamo di non farci ridere dietro». Oggi Matteo Renzi parlerà in aula al Senato e insisterà con la richiesta di tenere aperti i teatri e le scuole.
Quarantena «breve». Con una circolare del ministero della Salute firmata dal direttore generale Giovanni Rezza cambiano da ieri anche le regole sui tempi della quarantena e dell’isolamento fiduciario. I positivi asintomatici «possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno dieci giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo». Quindi la quarantena obbligatoria si riduce di cinque giorni e basterà un solo tampone per poter uscire di casa. La circolare infine raccomanda di promuovere l’uso della app Immuni per facilitare il tracciamento dei contatti, un tema che sta molto a cuore a Conte e a Speranza.
Didattica a distanza. Voci e ipotesi si sono rincorse per tutto il giorno, ma il testo del decreto ha smentito il ritorno alla didattica a distanza per le scuole superiori, che tanto aveva agitato gli animi durante la cabina di regia tra governo e Regioni. L’idea di Luca Zaia (Veneto) di mandare a casa i liceali degli ultimi anni per decongestionare i mezzi pubblici, è stata a lungo discussa e contestata. Il presidente della conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ha chiarito che la paternità della trovata non è sua ma «di altre Regioni» e dal ministero dell’Istruzione è trapelato il «secco no» di una furibonda Lucia Azzolina, che guarda i dati e ricorda come le scuole italiane abbiano i contagi più bassi d’Europa. «Dobbiamo tutelare soprattutto il lavoro e la scuola», è il principio sostenuto dal ministro per le Autonomie, Francesco Boccia.
(ANSA l'11 ottobre 2020) - "Correre all'aperto e fare jogging con la mascherina può essere pericoloso per la salute, come hanno spiegato i medici dello sport e appare peraltro una misura inutile per evitare contagi, se si corre da soli. Quindi che senso ha la circolare del Viminale che obbliga a indossare la mascherina quando si corre? Perché una misura del genere, che non fu presa neanche subito dopo il lockdown, quando l'attività motoria fu nuovamente consentita anche lontano da casa? Tanto vale, allora, vietare del tutto la corsa, perché così di fatto sarà resa impossibile. Se si tratta, invece, di un errore di interpretazione del Viminale e di Palazzo Chigi è bene rettificarlo subito, per non ingenerare confusione anche in chi deve effettuare i controlli". Lo scrive su Facebook la deputata di Italia viva Giusy Occhionero. E prosegue: "Come ha dichiarato tempo fa Gianfranco Beltrami, vicepresidente della Federazione medico sportiva italiana, 'chi corre o in generale fa attività fisica all'aperto, non deve usare la mascherina: rischia di intossicarsi respirando l'anidride carbonica che emette a ogni respiro. Quindi mai indossarla quando si corre, fa male'".
ANSA l'11 ottobre 2020. Anche chi fa attività motoria all'aperto dovrà indossare obbligatoriamente la mascherina. Lo scrive il Viminale in una circolare firmata nella serata di ieri dal capo di Gabinetto Bruno Frattasi con la quale vengono dati dei chiarimenti ai prefetti sul decreto legge approvato il 7 ottobre scorso. La disposizione che prevede l'uso della mascherina "esenta dall'obbligo di utilizzo - scrive Frattasi - solo coloro che abbiano in corso l'attività sportiva e non quella motoria, non esonerata, invece, dall'obbligo in questione". Nelle bozze del decreto circolate nei giorni scorsi era scritto che dall'obbligo di utilizzare la mascherina erano esentati "i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva o motoria" ma nel testo pubblicato in Gazzetta l'esenzione è rimasta solo per coloro che fanno attività sportiva. Niente feste o incontri in ambito domiciliare se non tra congiunti, campagna elettorale (in Sardegna 160 Comuni vanno al voto il 25 e 26 ottobre, ndr) solo in luoghi che consentano di rispettare le norme a contrasto della diffusione del coronavirus e massimo 30 persone per volta in cimitero. Sono le restrizioni stabilite dal sindaco di Buddusò (Sassari), Giovanni Antonio Satta, con un'ordinanza che anticipa le ventilate misure del governo al fine di contenere la pandemia. Si aggiungono l'obbligo di mascherina in qualsiasi luogo al chiuso a parte la propria abitazione, ma anche all'aperto ovunque non sia possibile restare isolati rispetto a non conviventi e più controlli da parte delle forze dell'ordine nei locali pubblici.
(ANSA l'11 ottobre 2020) - In caso di nuovi lockdown per emergenza epidemiologica da Covid 19, che di fatto impediscano alle persone di svolgere la propria attività lavorativa, l'isolamento domiciliare non sarà equiparato alla malattia. L'Inps precisa quali sono le condizioni per essere considerato in malattia con un messaggio nel quale ricorda che il riconoscimento della malattia si ha solo quando la quarantena è decisa da un operatore di sanità pubblica, (come ad esempio nel caso di contatto stretto con soggetti positivi). "In tutti i casi di ordinanze o provvedimenti di autorità amministrative che di fatto impediscano ai soggetti di svolgere la propria attività lavorativa - sottolinea l'Inps - non è possibile procedere con il riconoscimento della tutela della quarantena ai sensi del comma 1 dell'articolo 26 del decreto Cura Italia (quello che prevede l'equiparazione della quarantena con sorveglianza attiva alla malattia,ndr ), in quanto la stessa prevede un provvedimento dell'operatore di sanità pubblica". L'Inps spiega anche che la malattia non viene riconosciuta ai lavoratori fragili in smart working a meno di malattia conclamata. "Per quanto riguarda i lavoratori fragili la quarantena e la sorveglianza precauzionale - si legge nel messaggio - "non configurano un'incapacità temporanea al lavoro per una patologia in fase acuta tale da impedire in assoluto lo svolgimento dell'attività lavorativa, ma situazioni di rischio per il lavoratore e per la collettività che il legislatore ha inteso tutelare equiparando, ai fini del trattamento economico, tali fattispecie alla malattia. Non è possibile ricorrere alla tutela previdenziale della malattia nei casi in cui il lavoratore in quarantena o in sorveglianza precauzionale perché soggetto fragile continui a svolgere, sulla base degli accordi con il proprio datore di lavoro, l'attività lavorativa presso il proprio domicilio". Nessun riconoscimento della malattia è dovuto per le persone che dovessero fare la quarantena all'estero perché richiesta dal paese di destinazione: "l'accesso alla tutela per malattia - si legge - non può che" provenire sempre da un procedimento eseguito dalle preposte autorità sanitarie italiane". Infine la malattia non viene riconosciuta se il lavoratore malato è in cassa integrazione o ha l'assegno dei fondi di solidarietà. Si tratta infatti - scrive l'Inps "del principio della prevalenza del trattamento di integrazione salariale sull'indennità di malattia. L'Inps ha dato anche istruzioni per il rinnovo del reddito di cittadinanza per quelle famiglie che l'anno avuto in maniera continuativa dal momento della sua istituzione (ad aprile 2019 la prima erogazione) ricordando che si ha l'interruzione di un mese del beneficio e che le domande possono essere ripresentate da ottobre 2020. Nel mese di settembre - chiarisce l'Istituto - " i nuclei familiari che hanno beneficiato della prestazione senza soluzione di continuità fin dalla prima erogazione (aprile 2019) hanno ricevuto la diciottesima mensilità e pertanto la domanda è stata posta in stato "Terminata". Tali nuclei potranno quindi (a partire dal mese di ottobre 2020) presentare la domanda di rinnovo di Rdc. In caso di rinnovo del beneficio - precisa - "deve essere accettata, a pena di decadenza, la prima offerta utile di lavoro congrua".
Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 13 Ottobre 2020. Dopo il confronto con le Regioni e il via libera del Comitato tecnico scientifico il governo ha fissato regole e divieti del nuovo Dpcm che entra in vigore oggi. Nella premessa del testo viene ricordato «l'obbligo sull'intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi». Restano esclusi dall'obbligo «chi svolge attività sportiva; i bambini di età inferiore ai sei anni; i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l'uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità». Il Viminale ha già evidenziato che chi svolge attività motoria, dunque passeggia, è obbligato a indossare la mascherina a meno che non si trovi in una zona isolata. Nel testo del provvedimento viene confermato l'obbligo di sottoporsi al tampone per chi proviene da Belgio, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Spagna.
DOPO LE 21 VIETATO SOSTARE FUORI DA BAR E RISTORANTI. Feste vietate nei locali e per i banchetti dopo le cerimonie si potranno avere massimo 30 invitati, le persone non potranno stare ferme di fronte a bar e ristoranti, ma nemmeno in gruppo nei parchi o nelle strade. La stretta del governo nel nuovo Dpcm (il decreto del presidente del Consiglio) per contenere i contagi da Covid-19 si concentra soprattutto sulla vita sociale e nelle aree della movida. Ferma gli sport da contatto e fissa nuove regole per la capienza degli stadi. Ma conferma anche il divieto per le gite scolastiche e per le attività degli studenti fuori sede. Le regole proposte dal governo hanno avuto il via libera anche dal Comitato tecnico scientifico che si è riunito ieri sera proprio per analizzare ogni punto del provvedimento che impone restrizioni più rigide rispetto a quello in vigore fino a ieri. Viene confermata la possibilità per i governatori di firmare ordinanze più restrittive rispetto alle regole fissate dal governo, ma eventuali allentamenti dovranno essere concordati con Roma.
NIENTE SERATE NEI LOCALI. Compleanni, lauree e tutti gli altri festeggiamenti saranno vietati nei locali pubblici e nelle discoteche. Secondo il Dpcm «restano sospese le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all'aperto o al chiuso. Sono vietate le feste in tutti i luoghi al chiuso e all'aperto». Si potrà farlo al ristorante, purché si stia seduti e dunque seguendo le regole già previste con il distanziamento e la mascherina obbligatoria quando non si sta al tavolo.
SOLO 30 INVITATI. Le regole per le cerimonie religiose rimangono invariate e dunque con un limite legato alla capienza e alla possibilità di mantenere la distanza interpersonale di 1 metro. Ma per i banchetti «viene fissato il limite di 30 invitati seguendo comunque le regole già previste dai protocolli» e dunque il distanziamento di un metro tra le persone e l'obbligo di mascherina quando non si sta seduti al tavolo. I buffet sono consentiti soltanto mantenendo il distanziamento e dovrà essere il personale di sala a distribuire cibo e bevande.
BAR E RISTORANTI. Vengono fissati limiti di orario e di somministrazione di cibi e bevande per i locali pubblici: «Le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite sino alle ore 24.00 con servizio al tavolo e sino alle ore 21.00 in assenza di servizio al tavolo». Si potrà stare dentro e fuori ma sempre seduti, altrimenti è vietato rimanere oltre le 21 perché il provvedimento del governo ribadisce il divieto di assembramento. «Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande negli ospedali e negli aeroporti».
CIBO DA ASPORTO. Resta anche consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l'attività di confezionamento che di trasporto, nonché la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze dopo le ore 21 e fermo restando l'obbligo di rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.
LE GITE SCOLASTICHE. Sono «sospesi i viaggi d'istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche, tutte le gite scolastiche e le uscite a fini didattici». Sono invece consentiti «i percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento, nonché le attività di tirocinio».
CALCETTO E BASKET. «Sono vietate tutte le gare, le competizioni e tutte le attività connesse agli sport di contatto aventi carattere amatoriale». Gli scienziati ritengono che siano una fonte di contagio visto che il Covid-19 si trasmette attraverso il droplet che aumenta nel momento in cui si fa attività fisica. E dunque stop alle partite di calcetto e di basket tra amici. Potranno invece continuare l'attività le palestre e le scuole per i ragazzi purché rispettino i protocolli e le linee guida già approvate.
POSTI ALLO STADIO. È consentita «la presenza di pubblico, con una percentuale massima di riempimento del 15% rispetto alla capienza totale e comunque non oltre il numero massimo di 1.000 spettatori per manifestazioni sportive all'aperto e di 200 spettatori per manifestazioni sportive in luoghi chiusi, esclusivamente negli impianti sportivi nei quali sia possibile assicurare la prenotazione e assegnazione preventiva del posto a sedere, con adeguati volumi e ricambi d'aria, a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia frontalmente che lateralmente, con obbligo di misurazione della temperatura all'accesso e l'utilizzo della mascherina».
DENTRO CASA: BASTA FESTE IN APPARTAMENTO (MA È UNA RACCOMANDAZIONE). Non più un divieto, ma una «forte raccomandazione». L'idea di oltrepassare la metaforica soglia delle case degli italiani e di imporre il divieto di organizzare feste o assembramenti anche dentro le mura domestiche, alla fine non è passata. Dopo uno scontro anche aspro sull'opportunità e la costituzionalità di simili misure, la linea prudente di Giuseppe Conte ha prevalso sui rigoristi del governo, da Roberto Speranza a Dario Franceschini. Ed è stato lo stesso premier, durante la cabina di regia nella Sala Verde di Palazzo Chigi, a illustrare il risultato della sua faticosa mediazione ai governatori collegati in video conferenza, presenti i ministri Roberto Speranza e Francesco Boccia. «Sono vietate le feste in tutti i luoghi al chiuso e all'aperto», recita il Dpcm. E nelle case da oggi in avanti le feste saranno contingentate: «Quanto alle abitazioni private, è comunque fortemente raccomandato di evitare feste e di ricevere persone non conviventi in numero superiore a 6». Ma non c'è un divieto e dunque non sono previsti controlli. Lo stesso vale per la mascherina. «Non riteniamo di introdurre una norma vincolante», ha spiegato Conte, ma all'articolo 1 del decreto «è fortemente raccomandato l'uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie anche all'interno delle abitazioni private in presenza di persone non conviventi».
L’ALT DEL QUIRINALE. Il cambio di rotta sulle feste private è maturato per la contrarietà del premier e di diversi ministri e anche per gli «avvisi» che, dal Quirinale, sono arrivati al governo. Dalle stanze e dagli uffici del Colle più alto è stato fatto notare che nel decreto del 7 ottobre, che fa da cornice giuridica al Dpcm di Conte, si parla di nuove regole per i luoghi pubblici, ma non si fa cenno ai luoghi privati. Quindi la proposta del ministro della Salute di «vietare tutte le feste» perché il 75% dei contagi avviene tra familiari e amici, se scritta nel Dpcm sarebbe stata in contrasto con la norma primaria.
NO AI CONTROLLI. E c'è un altro motivo che ha convinto Conte a mediare e a frenare in corsa ed è la contrarietà degli italiani, anche dopo la polemica politica innescata dalle parole di Speranza domenica in tv da Fabio Fazio: «Aumenteremo i controlli, ci saranno delle segnalazioni...». Una formula che, al di là delle intenzioni del ministro, ha fatto pensare a un invito alla delazione e scatenato ironie e attacchi sui social su un presunto «spionaggio» di Stato. Anche dentro i partiti che sostengono il governo la tentazione di «ficcare il naso» nelle case degli italiani, sia pure per prevenire una nuova emergenza da Covid, ha creato parecchia tensione. «La nostra linea è il buon senso - hanno ripetuto i renziani di Italia Viva nelle riunioni riservate -. Cerchiamo di non farci ridere dietro». Oggi Matteo Renzi parlerà in aula al Senato e insisterà con la richiesta di tenere aperti i teatri e le scuole.
QUARANTENA “BREVE”. Con una circolare del ministero della Salute firmata dal direttore generale Giovanni Rezza cambiano da ieri anche le regole sui tempi della quarantena e dell'isolamento fiduciario. I positivi asintomatici «possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno dieci giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo». Quindi la quarantena obbligatoria si riduce di cinque giorni e basterà un solo tampone per poter uscire di casa. La circolare infine raccomanda di promuovere l'uso della app Immuni per facilitare il tracciamento dei contatti, un tema che sta molto a cuore a Conte e a Speranza.
SMART WORKING. A nome dell'Anci, il presidente e sindaco di Bari Antonio Decaro ha proposto, per ridurre la presenza dei pendolari sugli autobus, di «incentivare lo smart working e differenziare gli orari delle scuole». Ma se il Comitato tecnico-scientifico aveva suggerito al governo di portare dal 50 al 70 per cento la quota di lavoro a distanza, il Dpcm si limita a raccomandare che le attività professionali «siano attuate anche mediante modalità di lavoro agile», da casa o «in modalità a distanza».
DIDATTICA A DISTANZA. Voci e ipotesi si sono rincorse per tutto il giorno, ma il testo del decreto ha smentito il ritorno alla didattica a distanza per le scuole superiori, che tanto aveva agitato gli animi durante la cabina di regia tra governo e Regioni. L'idea di Luca Zaia (Veneto) di mandare a casa i liceali degli ultimi anni per decongestionare i mezzi pubblici, è stata a lungo discussa e contestata. Il presidente della conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ha chiarito che la paternità della trovata non è sua ma «di altre Regioni» e dal ministero dell'Istruzione è trapelato il «secco no» di una furibonda Lucia Azzolina, che guarda i dati e ricorda come le scuole italiane abbiano i contagi più bassi d'Europa. «Dobbiamo tutelare soprattutto il lavoro e la scuola», è il principio sostenuto dal ministro per le Autonomie, Francesco Boccia.
Rosario Dimito e Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 14 ottobre 2020. Nelle celebrazioni delle messe si continui a omettere lo scambio del segno della pace, mentre per la distribuzione della comunione essa avverrà dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Invece nei ristoranti, bar, pub che dispongono di posti a sedere privilegiare l’accesso tramite prenotazione, mantenere l’elenco dei soggetti che hanno prenotato, per un periodo di 14 giorni. In tali attività non possono essere presenti all’interno del locale più clienti di quanti siano i posti a sedere. Sono le nuove linee per 25 attività economiche allegate al Dpcm firmato da Giuseppe Conte nella notte di lunedì 12 ottobre che stabiliscono le misure per contenere il Covid-19 da intendersi come integrazioni alle raccomandazioni di distanziamento sociale e igienico-comportamentali.
IN CHIESA. In chiesa evitare ogni assembramento, nel rispetto della normativa sul distanziamento tra le persone, il parroco individua la capienza massima dell’edificio di culto, tenendo conto della distanza minima di sicurezza, che deve essere pari ad almeno un metro laterale e frontale. L’accesso alla chiesa, con mascherine, in questa fase di transizione, resta contingentato e regolato da volontari e/o collaboratori che – indossando adeguati dispositivi di protezione individuale, guanti monouso e un evidente segno di riconoscimento – favoriscono l’accesso e l’uscita e vigilano sul numero massimo di presenze consentite. Laddove la partecipazione attesa dei fedeli superi significativamente il numero massimo di presenze consentite, si consideri l’ipotesi di incrementare il numero delle celebrazioni liturgiche. Per favorire un accesso ordinato, durante il quale andrà rispettata la distanza di sicurezza pari almeno 1,5 metro, si utilizzino, ove presenti, più ingressi, eventualmente distinguendo quelli riservati all’entrata da quelli riservati all’uscita.
I LUOGHI DI RISTORAZIONE. Tornando ai luoghi di ristorazione, la consumazione al banco è consentita solo se può essere assicurata la distanza interpersonale di almeno 1 metro tra i clienti, ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggetti al distanziamento interpersonale. E comunque dopo le 21 non è possibile sostare nelle adiacenza di questi posti ristoro.
MATRIMONI E BATTESIMI. Nelle cerimonie come matrimoni e battesimi dove comunque il numero massimo di invitati è di 30, nel rispetto delle misure di carattere generale, bisogna mantenere l’elenco dei partecipanti per un periodo di 14 giorni. Riorganizzare gli spazi, per garantire l’accesso alla sede dell’evento in modo ordinato, al fine di evitare assembramenti di persone e di assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli utenti. Se possibile organizzare percorsi separati per l’entrata e per l’uscita. I tavoli devono essere disposti in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli ospiti, ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggetti al distanziamento interpersonale.
ATTIVITA' RICETTIVE. Negli hotel, va rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura >37,5 °C. Promuovere e facilitare il rispetto della distanza interpersonale di almeno 1 metro e favorire la differenziazione dei percorsi all’interno delle strutture, con particolare attenzione alle zone di ingresso e uscita. Si suggerisce, a tal proposito, di affiggere dei cartelli informativi e/o di delimitare gli spazi (ad esempio, con adesivi da attaccare sul pavimento, palline, nastri segnapercorso, ecc.). Il distanziamento interpersonale non si applica ai membri dello stesso gruppo familiare o di conviventi, né alle persone che occupano la medesima camera o lo stesso ambiente per il pernottamento, né alle persone che in base alle disposizioni vigenti non sono soggetti al distanziamento interpersonale.
PARRUCCHIERI. Nei servizi alla persona (Parrucchieri, estetisti) consentire l’accesso dei clienti solo tramite prenotazione, mantenere l’elenco delle presenze per un periodo di 14 gg. Potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura >37,5 °C. La permanenza dei clienti all’interno dei locali è consentita limitatamente al tempo indispensabile all’erogazione del servizio o trattamento. Consentire la presenza contemporanea di un numero limitato di clienti in base alla capienza del locale (vd. punto successivo). Riorganizzare gli spazi, per quanto possibile in ragione delle condizioni logistiche e strutturali, per assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione sia tra le singole postazioni di lavoro, sia tra i clienti. L’area di lavoro, laddove possibile, può essere delimitata da barriere fisiche adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
SUPERMARKET E CENTRI COMMERCIALI. Nei supermercati e centri commerciali, potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura >37,5 °C con regole di accesso, in base alle caratteristiche dei singoli esercizi, in modo da evitare assembramenti e assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra i clienti. Garantire un’ampia disponibilità e accessibilità a sistemi per l’igiene delle mani con prodotti igienizzanti, promuovendone l’utilizzo frequente da parte dei clienti e degli operatori. Nel caso di acquisti con scelta in autonomia e manipolazione del prodotto da parte del cliente, dovrà essere resa obbligatoria la disinfezione delle mani prima della manipolazione della merce. In alternativa, dovranno essere messi a disposizione della clientela guanti monouso da utilizzare obbligatoriamente. Nelle palestre, ingressi con mascherine dopo aver recepito i nomi da tenere 14 giorni e aver misurato la temperatura, vanno riorganizzato gli spazi negli spogliatoi e docce in modo da assicurare le distanze di almeno 1 metro (ad esempio prevedere postazioni d’uso alternate o separate da apposite barriere), anche regolamentando l’accesso agli stessi. Regolamentare i flussi, gli spazi di attesa, l’accesso alle diverse aree, il posizionamento di attrezzi e macchine, anche delimitando le zone, al fine di garantire la distanza di sicurezza: almeno 1 metro per le persone mentre non svolgono attività fisica, almeno 2 metri durante l’attività fisica (con particolare attenzione a quella intensa).
La quarantena, ecco cosa cambia: 10 giorni per gli asintomatici, 14 per i contatti stretti e 21 per i positivi a lungo. Redazione su Il Riformista il 13 Ottobre 2020. Con una circolare il ministero della Salute chiarisce come comportarsi in caso di quarantena per le persone che hanno contratto il Coronavirus. Si parte dal grande dilemma degli asintomatici: potranno ritornare alla vita di tutti i giorni dopo un periodo di isolamento di 10 giorni dalla comparsa della positività. Allo scadere dei 10 giorni però dovranno sottoporsi a tampone e risultare negativi. Stessa cosa per i sintomatici che però dovranno fare il test dopo almeno tre giorni senza sintomi. Di seguito un breve glossario per sapere cosa fare in caso di contagi.
L’ISOLAMENTO – L’isolamento dei casi di documentata infezione da SARS-CoV-2 si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell’infezione.
LA QUARANTENA – Si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi. In considerazione dell’evoluzione della situazione epidemiologica, delle nuove evidenze scientifiche, delle indicazioni provenienti da alcuni organismi internazionali (OMS ed ECDC) e del parere formulato dal Comitato Tecnico Scientifico in data 11 ottobre 2020, si è ritenuta una nuova valutazione relativa alla gestione dei contagi.
CASI POSITIVI ASINTOMATICI – Le persone asintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo (10 giorni + test).
CASI POSITIVI SINTOMATICI – Le persone sintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa dei sintomi (non considerando anosmia e ageusia/disgeusia che possono avere prolungata persistenza nel tempo) accompagnato da un test molecolare con riscontro negativo eseguito dopo almeno 3 giorni senza sintomi (10 giorni, di cui almeno 3 giorni senza sintomi + test).
CASI POSITIVI A LUNGO TERMINE – Le persone che, pur non presentando più sintomi, continuano a risultare positive al test molecolare per SARS-CoV-2, in caso di assenza di sintomatologia (fatta eccezione per ageusia/disgeusia e anosmia 4 che possono perdurare per diverso tempo dopo la guarigione) da almeno una settimana, potranno interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. Questo criterio potrà essere modulato dalle autorità sanitarie d’intesa con esperti clinici e microbiologi/virologi, tenendo conto dello stato immunitario delle persone interessate (nei pazienti immunodepressi il periodo di contagiosità può essere prolungato).
CONTATTI STRETTI ASINTOMATICI – I contatti stretti di casi con infezione da SARS-CoV-2 confermati e identificati dalle autorità sanitarie, devono osservare un periodo di quarantena di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso. Oppure un periodo di quarantena di 10 giorni dall’ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato il decimo giorno. Si raccomanda di eseguire il test molecolare a fine quarantena a tutte le persone che vivono o entrano in contatto regolarmente con soggetti fragili e/o a rischio di complicanze, prevedere accessi al test differenziati per i bambini, non prevedere quarantena né l’esecuzione di test diagnostici nei contatti stretti di contatti stretti di caso (ovvero non vi sia stato nessun contatto diretto con il caso confermato), a meno che il contatto stretto del caso non risulti successivamente positivo ad eventuali test diagnostici o nel caso in cui, in base al giudizio delle autorità sanitarie, si renda opportuno uno screening di comunità. Infine si invita caldamente all’utilizzo della App Immuni per supportare le attività di contact tracing.
Le nuove regole anti-Covid: feste vietate, cene a casa massimo in 6 e stop calcetto. Redazione su Il Riformista il 13 Ottobre 2020. Arriva il nuovo tanto atteso dpcm. Il premier Giuseppe Conte nella nottata ha firmato il nuovo documento con la stretta anti-Covid. Tra le misure la chiusura dei locali alle 24 con il divieto di sostare davanti ai bar fino alle 21. Stop agli sport di contatto a livello amatoriale come calcetto e basket, sospese le gite scolastiche. No a feste private e ritrovi nelle abitazioni con non più di sei persone con l’indicazione di indossare la mascherina. Restano chiuse le discoteche, all’aperto o al chiuso, mentre sono permesse fiere e congressi. Sono consentite le cerimonie civili o religiose come i matrimoni, con le norme già in vigore ma alle feste post-cerimonia potranno prendere parte non più di 30 persone.
LE FESTE – Sarà vietato fare feste private al chiuso o all’aperto, con “forte raccomandazione” a evitare di ricevere persone in casa. Se proprio necessario, il dpcm raccomanda di essere massimo in 6 familiari o amici con cui non si conviva. Si raccomanda inoltre l’uso della mascherina se in presenza di persone estranee al nucleo familiare.
LA MOVIDA – Ristoranti e bar dovranno chiudere alle 24 ma dalle 21 sarà vitato consumare in piedi. Dunque potranno continuare a servire i clienti solo i locali che hanno tavoli all’aperto o al chiuso. Chiusura obbligatoria invece per sale da ballo, discoteche all’aperto o al chiuso. Permesse invece fiere e congressi.
CINEMA E CONCERTI – Gli spettacoli andranno avanti ma con un massimo di partecipanti fermo a 200 al chiuso e mille all’aperto. Resta necessario il vincolo di un metro tra un posto e l’altro e di posti a sedere assegnati. Sospesi invece gli eventi che implichino assembramenti. Le regioni e le province autonome possono stabilire, d’intesa con il Ministro della salute, un diverso numero massimo di spettatori in considerazione delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi. Sono comunque fatte salve le ordinanze già adottate dalle regioni e dalle province autonome.
STADI – Gli amanti dello sport potranno continuare ad andare allo stadio rispettando regole severe: consentita la presenza del pubblico “con una percentuale massima di riempimento del 15% rispetto alla capienza totale e comunque non oltre il numero massimo di 1000 spettatori” all’aperto e 200 al chiuso. Va garantita la distanza di un metro e la misurazione della febbre all’ingresso. Resta la possibilità per ogni regione di stabilire, d’accordo con il ministero della salute, un diverso numero massimo consentito in relazione alla tipologia dell’impianto.
SPORT – Sono vietate tutte le gare e le attività connesse agli sport di contatto di carattere amatoriale. Sono consentite invece “da parte delle società professionistiche e a livello sia agonistico che di base dalle associazioni e società dilettantistiche riconosciute dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dal Comitato italiano paralimpico (CIP), nel rispetto dei protocolli emanati dalle rispettive Federazioni sportive nazionali, Discipline sportive associate ed enti di promozione sportiva, idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio nel settore di riferimento o in settori analoghi”. Restano aperte le palestre.
GITE SCOLASTICHE – Gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado dovranno ancora per qualche tempo rinunciare alle gite.
OBBLIGO DI MASCHERINE – Il primo punto del nuovo documento firmato da Conte ribadisce la regola inviolabile: è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all’aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli e delle linee guida anti-contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande”. Dall’obbligo è escluso chi fa attività sportiva, i bambini sotto i 6 anni, i soggetti con patologie e disabilità incompatibili con l’uso della mascherina. Viene inoltre “fortemente raccomandato” l’utilizzo dei dispositivi “anche all’interno delle abitazioni private in presenza di persone non conviventi”.
Le norme anti-coronavirus. Mascherina in auto, taxi o scooter: quando va indossata e quando si rischia la multa? Redazione su Il Riformista il 12 Ottobre 2020. Sono esentate dall’usare la mascherina in automobile soltanto le persone che fanno parte dello stesso nucleo familiare e che sono conviventi. Per tutti gli altri c’è la multa da 400 a 1.000 euro come in ogni altro caso di norme anti-coronavirus non osservate. Il Dpcm del 7 ottobre ha prolungato lo stato di emergenza fino al 31 gennaio 2021. Le precisazioni hanno chiarito quindi il comportamento da assumere a bordo di automobili, veicoli commerciali, moto e mezzi di mobilità dolce. È quindi quasi sempre obbligatorio indossare la mascherina lungo l’intero tragitto, come accade già in treno, e non sedersi vicino negli abitacoli. Cominciamo dagli scooter. In questo caso la mascherina è obbligatoria per tutti anche sotto al casco (il soggetto è all’esterno). Si può portare a bordo o dare uno strappo a un passeggero solo ed esclusivamente in caso di conviventi. Il sellino infatti non può per ovvi motivi permettere di rispettare le norme sul distanziamento. A bordo di monopattini elettrici e biciclette si deve viaggiare sempre con la mascherina e sempre da soli. Un’unica eccezione è rappresentata dai bambini trasportati nel seggiolino sulla bici da un genitore o un fratello. Chi viaggia in due sul monopattino elettrico va invece incontro alla sanzione prevista dal Codice della Strada e se si tratta di “non conviventi anche a quella sul distanziamento sociale da 400 a 3.000 euro. Nessun passeggero – munito comunque di mascherina per l’intero tragitto – può sedersi a fianco del conducente sui taxi e sulle auto a noleggio con autista. Dietro possono accomodarsi soltanto due persone, distanziate vicino alle portiere. Altre due nell’eventuale terza fila. Sulle auto private non vige nessun obbligo per le persone conviventi, ma se una coppia di coniugi trasporta sul sedile posteriore i nipotini o una coppia di amici non conviventi, si deve indossare la mascherina. Quindi, inclusa distanza, succede se si ospitano passeggeri non conviventi. Sui veicoli commerciali e sugli autocarri leggeri a doppia cabina, il largo sedile anteriore permette il distanziamento e quindi a due colleghi di viaggiare separati indossando comunque la mascherina. Lo stesso non si può dire delle furgonette di derivazione auto, che possono ospitare il solo conducente.
I CONGIUNTI – Il nodo della questione sembra girare quindi sempre intorno a questi congiunti. Chi sono questi congiunti? E valgono per tutti le stesse regole? Lo spiega ansa.it: i congiunti sono oltre che i coniugi “anche i partner conviventi, le coppie unite civilmente, ma anche chi ha una relazione derivante da uno stabile legame affettivo (fidanzati ancora nelle rispettive famiglie), oltre ai parenti fino al sesto grado e gli affini fino al quarto grado. Ma attenzione: solo i congiunti che sono anche conviventi possono viaggiare in auto senza limitazioni di mascherina e distanziamento sociale (posizione in auto e in moto). Gli altri devono tutti rispettare le norme”.
Enza Cusmai per ''il Giornale'' l'11 ottobre 2020. Il Covid accelera e i numeri dei contagi crescono a ritmo sostenuto. Ma il quadro della situazione è molto diverso dal terribile marzo scorso: Il virus ora, non è come allora. E lo si evince dalla tabella con i numeri della Protezione civile che pubblichiamo in questa pagina. Sono stati messi a confronto due giorni qualunque dell'era Covid, il 28 marzo e ieri. In comune c'è all'incirca lo stesso numero dei contagiati, che superano i cinquemila casi. Sono diversi però tutti gli altri parametri, i pazienti ricoverati, quelli finiti in terapia intensiva, il numero dei tamponi eseguiti e infine i decessi. Il 28 marzo, la rianimazione contava ben 3856 persone, i ricoverati erano più di 26mila e i decessi 889. L'altro ieri, invece, c'erano meno di quattromila ricoverati, 358 casi in terapia intensiva, 22 decessi. La differenza dei due scenari emerge dal numero dei tamponi effettuati: solo 35mila a marzo con il 17% di positivi, 128mila ieri e l'incidenza dei positivi si ferma al 4,15%. Dai numeri emerge che la clinica della malattia sembra davvero cambiata, i casi sono più leggeri, in terapia intensiva finiscono sempre meno persone e il Covid lo «regge» meglio anche chi ha patologie. I motivi? «Abbiamo imparato a curarlo, lo troviamo molto precocemente. E ora curiamo non solo le polmoniti ma anche i raffreddori da Covid», spiega Vittorio Demicheli, epidemiologo e direttore dell'Ats Milano che accenna a un cauto ottimismo. «Attualmente il virus fa meno danni, misuriamo tanti casi leggeri e questo ci fa ben sperare sul riuscire a frenarlo senza arrivare a provvedimenti drastici. La settimana scorsa aggiunge l'esperto - c'erano 8mila sintomatici su 28mila positivi. E questo vuol dire che più di due terzi di persone che avevano il Covid stavano bene. La situazione è infinitamente meno grave rispetto a quella che misuravamo a marzo». Ma questo non vuol dire abbassare la guardia. I problemi possono aggravarsi con i grandi numeri. «La curva sta accelerando - aggiunge Demicheli - alcune piccole regioni cominciano a dare segnali di sofferenza negli ospedali e ci sono regioni con un'incidenza di contagi molto alta come la Liguria, il Veneto e la Campania spiega l'esperto Ma i sintomatici ricoverati oscillano dal 6 all'8% e il 2% che finisce in terapia intensiva presenta quasi sempre delle fragilità». La massa dei contagiati, dunque, se la cava restando in isolamento e curandosi con tachipirina e antibiotico. Certo, essere positivi significa comunque quarantena per sé stessi e la cerchia di familiari e conoscenti. E il rischio di una paralisi del sistema economico e sociale sarebbe altissimo se la curva dovesse schizzare alle stelle. Ma dal punto di vista clinico la situazione è davvero cambiata. Lo spiega anche l'infettivologo Matteo Bassetti in un post in cui racconta, dopo aver finito il giro tra i pazienti Covid nel reparto malattie infettive del San Martino di Genova. «Rispetto ai giorni terribili della scorsa primavera - scrive - assistiamo a ricoveri mediamente più brevi, l'età media è leggermente più bassa (67 anni), la malattia è più gestibile e la letalità è praticamente azzerata. I casi complessi sono una minoranza. Ora abbiamo i farmaci e sappiamo come e quando usarli e siamo più sicuri di quello che facciamo, la situazione è molto diversa rispetto a marzo e aprile. Completamente diversa». Ma l'epidemiologo Roberto Buzzetti mette in guardia: «Il virus non è cambiato, non è più buono, è sempre lui, siamo solo diventati più bravi a combatterlo». E l'arma fondamentale restano mascherine e distanziamento nonché stare alla larga dai luoghi chiusi. «Anche le riunioni di lavoro - suggerisce Buzzetti - dovrebbero essere organizzate all'aria aperta così come le lezioni per gli studenti. E se non si può, bisogna arieggiare i locali costantemente».
Il Cts contro il governo: "La regola dei 6 ospiti a casa non ha evidenza scientifica". Il Comitato tecnico scientifico "smonta" il nuovo Dpcm. E si limita a "prendere atto" della norma voluta dal governo. Valentina Dardari, Martedì 13/10/2020 su Il Giornale. Il nuovo Dpcm è stato firmato dal premier Giuseppe Conte nella notte tra lunedì 12 e martedì 13 ottobre e contiene al suo interno più che divieti veri e propri, dei suggerimenti. Almeno per quanto riguarda il numero massimo di ospiti che si possono ricevere nella propria abitazione: sei per l’esattezza. Infatti, non è passata l’idea, portata avanti dai ministri Roberto Speranza e Dario Franceschini, secondo la quale le forze dell’ordine potessero entrare nelle case private e controllare i documenti dei presenti. Immediatamente si erano sollevate molte polemiche. Di parere contrario anche il presidente del Consiglio e il Quirinale, per cui alla fine si è giunti a scrivere nel Dpcm: “Viene fortemente raccomandato di evitare feste e di ricevere persone non conviventi di numero superiore a 6”.
Il parere del Cts. Anche il Comitato tecnico scientifico ha espresso il suo parere sulle feste vietate in luoghi sia aperti che chiusi, e le raccomandazioni sul numero di ospiti a casa, spiegando che non vi è alcuna documentazione scientifica. Non è infatti stato scientificamente provato che limitare il numero di invitati possa incidere sul numero di contagi. Come riportato dal Corriere, il parere del Cts, coordinato da Agostino Miozzo, è stato trasmesso al governo prima della firma del premier Conte al nuovo Dpcm. In base a questa motivazione, il comitato ha quindi preso atto della scelta ma non l’ha condivisa, come invece è avvenuto in altre occasioni. Per esempio nell’aumento degli accessi al 15% nei palazzetti dello sport. Gli esperti del Comitato tecnico scientifico hanno così scritto: “Per quanto riguarda la proposta di limitazione alla partecipazione nei ricevimenti connessi alle cerimonie civili e religiose ad un massimo di 30 persone, il Cts, rilevando l’attuale assenza di evidenze scientifiche, prende atto del numero indicato dallo schema del Dpcm, improntato al principio di massima precauzione al fine di contenere il contagio da SARS-CoV-2 nell’assoluto rispetto delle misure precauzionali e di stretta osservanza delle procedure e delle norme vigenti”. Mentre per quanto concerne la proposta relativa alla raccomandazione di evitare di organizzare feste e ricevere più di sei persone non conviventi nella propria abitazione, il Cts: “Condividendo il principio ispiratore improntato alla massima precauzione connesso alla limitazione degli assembramenti nei luoghi chiusi, pur in assoluta assenza di evidenze scientifiche, prende atto del numero indicato dallo schema del Dpcm”.
DiMartedì, Roberto Speanza smentisce se stesso: "Coronavirus e feste in casa? Mai parlato di delazione". Libero Quotidiano il 13 ottobre 2020. In che mani siamo? Lo spiega per filo e per segno Roberto Speranza, il ministro della Salute, ospite d'onore di Giovanni Floris a DiMartedì, prima intervista nella puntata in onda su La7 martedì 13 ottobre. Il tema del colloquio è ovviamente il coronavirus, con la curva del contagio e i dati relativi a vittime e ricoveri che tornano a fare tanta, troppa, paura. Ma si parla ovviamente anche dell'ultimo dpcm e della controversa "raccomandazione" sulle feste in casa con un massimo di sei persone. Una "raccomandazione" su cui si era espresso proprio Speranza, domenica sera, a Che tempo che fa di Fabio Fazio, invitando gli italiani alla delazione contro i vicini. Retroscena Conte, una bomba su Speranza: "Non necessario né utile", premier furioso. L'intervista da Fazio costa cara al ministro? Già, il ministro aveva usato la parola "delazione". Punto e stop. Eppure - ed eccoci: in che mani siamo - da Floris lo nega. Una piroetta dopo le polemiche e le indiscrezioni che davano conto della rabbia di Giuseppe Conte e Sergio Mattarella per la sparata di Speranza sugli italiani delatori. "È la prima volta dopo mesi che le misure tornano ad essere restrittive. Nessuno ha mai parlato di delazione, ci deve essere sintonia tra le misure e il buon senso delle persone per vincere veramente la sfida contro la malattia", afferma Speranza. Incredibile, ma vero: dice che "nessuno ha mai parlato di delazione". Lui, che ne aveva parlato soltanto poche ore prima. Sui contagi, inoltre, ha aggiunto: "Sono numeri significativi che pretendono nuove misure, bisogna alzare il livello di attenzione e la collaborazione dei cittadini è fondamentale".
Che tempo che fa, Daniela Santanchè durissima con Roberto Speranza: "O è ignorante o tende al regime. Uomo pericoloso". Libero Quotidiano il 12 ottobre 2020. Le parole di Roberto Speranza, ospite in collegamento a Che tempo che fa di Fabio Fazio su Rai 3, domenica 11 ottobre, stanno facendo discutere. Di fatto, il ministero della Salute ha invitato la delazione i vicini di casa, insomma ha chiesto di segnalare alle autorità eventuali feste casalinghe che non rispettino gli obblighi che verranno imposti dall'imminente nuovo Dpcm sul contenimento dell'epidemia da coronaviurs. E le parole di Speranza vengono riprese e rilanciate da Daniela Santanchè su Twitter, condite da un durissimo commento: "Un ministro che invita a denunciare i propri vicini per ciò che fanno liberamente in casa propria o è ignorante (quindi pericoloso) o tende al regime, ed è pericolosissimo. In ogni caso inaccettabile", conclude picchiando durissimo la pitonessa di Fratelli d'Italia.
Un ministro che invita a denunciare i propri vicini per ciò che fanno liberamente in casa propria o è ignorante (quindi pericoloso) o tende al regime, ed è pericolosissimo. Libero Quotidiano il 13 ottobre 2020. Si muore di Covid o si muore di troppe regole? Secondo Silvano Petrosino, che boccia l'esasperazione dei divieti dal tempo del Coronavirus, la pandemia è uno stress per le democrazie "Vivere è imparare a crescere attraverso gli errori. Un figlio che obbedisce sempre al padre è peggio di un figlio che sbaglia, perché di troppe regole si muore", ha detto il filosofo in un'intervista a Il Giorno. Secondo Petrosino vi è "una tentazione pericolosa: voler imporre dall'alto il bene comune. Vizio tipico dei regimi totalitari, violenti o gentili che siano. Va bene la prevenzione, ci mancherebbe. Ma il nodo è: fino a che punto è legittimo limitare le libertà personali per mettere una società in sicurezza? E subito dopo: chi decide cos' è bene e cos' è male". Non sostiene che la libertà in Italia sia in pericolo, "sino ad ora le scelte del governo sono state buone", tuttavia spiega, "incapsulare le responsabilità e le scelte individuali è un'idea ricorrente nella storia dell'uomo: l'abbiamo visto con Stalin, Hitler e Pol Pot. Insomma, facciamo attenzione a quel che ci viene proposto. O meglio: imposto". Petrosino affronta il tema della libertà personale tornando sul tema lanciato dal governo che prevede divieti di assembramenti nelle case, controlli e identificazioni dentro la proprietà privata. "Messa così", spiega Petrosino, "è una sonora cantonata. Il ministro Speranza mi è sembrato più cauto, ha parlato di raccomandazione. Ha detto: noi stabiliamo una norma. Fin qui lo seguo, l'assurdità è la pretesa del controllo". Si può mettere tutto in sicurezza? "Non possiamo impacchettare i comportamenti della gente come fossero un'opera di Christo. Non è solo una questione pratica. L'insicurezza è propria dell'uomo, ce l'ha nel Dna. Deriva dal fatto che sa di essere finito e mortale: la sua unicità sta in questo. Stevenson attraverso la storia di Jekyll e Hyde ha spiegato che Bene e Male sono inseparabili. Il bene si sceglie, non si impone. E non è un filtro magico a portarci in un istante qui o lì. Il nostro punto d'arrivo è preceduto da un travaglio molto lungo e spesso drammatico".
Covid, le 6 domande di Giorgia Meloni al governo: «Anche i centri sociali devono chiudere alle 24?» Eugenio Battisti martedì 13 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. “Dal governo soluzioni ridicole. La misura è colma”. Un lungo post su Facebook di Giorgia Meloni passa in rassegna tutte le questioni aperte e le contraddizioni dell’ultimo decreto anti-Covid di Palazzo Chigi.
Le sei domande di Giorgia Meloni al governo. “Brevi domande che mi vengono leggendo alcune disposizioni dell’ultimo decreto”, scrive la leader di Fratelli d’Italia. “Perché un locale dovrebbe chiudere alle 24 se rispetta tutte le misure per prevenire il contagio stabilite dal governo? Anche i centri sociali dovranno chiudere alle 24? O potranno continuare violare le regole come fatto finora? Perché non pagano le tasse e sono amici del governo?”. Un crescendo di interrogativi che – dice la Meloni – “temo non troveranno risposte sensate”.
“Anche i centri sociali dovranno chiudere alle 24?” “Perché possono entrare fino a 200 persone in un teatro ma ai ricevimenti se ne possono invitare massimo 30? La capienza non dovrebbe dipendere dallo spazio che si ha a disposizione?”. Inoltre: “Il divieto di assembramento vale anche per i clandestini che arrivano a centinaia stipati su un barcone? E quindi dobbiamo fermare gli sbarchi. O, in quel caso, le regole non valgono perché non vogliamo rischiare di far perdere fatturato agli scafisti?”. Infine le prescrizioni ridicole su sport e mascherine.
“A che velocità l’attività motoria diventa sportiva?” “A quale velocità km/h l’attività motoria diventa attività sportiva?”, chiede la Meloni su Facebook. ” E chi la stabilisce? – nel Dpcm dello scorso 4 marzo, in pieno lockdown, Conte raccomandava di "usare la mascherina solo se si sospetta di essere malati o se si presta assistenza a persone malate", mentre oggi impone di portarla sempre e comunque. Diceva falsità allora o le dice ora?”.
“I grillopiddini brancolano nel buio”. Domande semplici – conclude la leader di FdI – “che, temo, non troveranno risposte sensate. Dopo nove mesi di poteri speciali e copiose task force i grillopiddini ancora brancolano nel buio. Soluzioni ridicole pensate per devastare interi settori della nostra economia senza risolvere alcun problema. Ora basta”.
Dagospia il 13 ottobre 2020. Da “La Zanzara – Radio24”. “Lavoravo con l’Oms ai tempi dell’Aids. Si diceva di usare il preservativo e il buonsenso. Alcuni l’hanno fatto e altri no. Da un certo punto di vista la mascherina è come il preservativo, da un punto di vista sanitario”. Lo dice lo psichiatra Paolo Crepet a La Zanzara su Radio 24 parlando di sesso e coronavirus. “Non si dovrebbe andare a prostituite – dice Crepet – direi proprio di no. Direi a chi ci va di fare un piccolo sabbatico. Questo è il mio consiglio”. “Stanno proibendo i matrimoni – continua - e non vedo perchè non proibire le orge. Sarebbe un Paese strano quello che dice matrimonio no, con la banda, il nonno che piange, eccetera, invece l’orgia sì perché è sana. Il buonsenso mi porta a pensare che se troppe persone in un matrimonio è un pericolo, pensate all’orgia. Quello è un contagio sicuro. La storia è piena di queste cose, la sifilide venne così”. I locali per scambisti e incontri andrebbero chiusi?: “Sì, certo. Si chiudono da soli. Ai tempi dell’Aids c’erano luoghi dove si andava a cercare il rischio. Essere intubati è una figata? Sono due pesti diverse, come Ebola, la spagnola”. Se incontrassi una persona che ti piace in un bar la baceresti?: “No. A mia figlia che ha 27 anni direi: evita di baciare uno sconosciuto, così bisognerebbe fare".
Sara Mechelli per romatoday.it il 13 Ottobre 2020. Nessun contingentamento degli accessi, banchine affollate e resse: lunedì mattina nero per i pendolari della Ferrovia Roma Nord. La soppressione di alcune corse sulla tratta, “una ventina urbane e tre extraurbane” - denuncia l’associazione TrasporTiAmo, ha trasformato la stazione di piazzale Flaminio in un maxi assembramento.
Treni soppressi: stazione Flaminio è un maxi assembramento. Utenti stipati oltre i tornelli, al lato dei binari del capolinea: tutti in attesa dei treni. Vagoni fantasma però: da qualche giorno infatti la linea che congiunge Roma e Viterbo, passando da Civitacastellana, sta vivendo l’ennesima ondata di disagi. A quanto si apprende macchinisti e capitreno della ferrovia ex-concessa Roma-Viterbo starebbero rifiutando le prestazioni di lavoro a straordinario: quello che, di fatto, “visto il il mancato trasferimento del personale di macchina, sempre promesso ma mai attuato sul serio”, sorregge l’attuale esercizio. “La reazione del personale, che, comunque, ricordiamo, non ha alcun obbligo di svolgere turni supplementari, sarebbe dovuta alla decisione dell’Azienda di rimettere mani - in pejus - alle indennità di macchinisti e capitreno. Erogate finora in virtù degli accordi sindacali sottoscritti nel 2015 e secondo la tabella, derivata dagli stessi, utilizzata da cinque anni a questa parte sebbene ufficiosa”. Da qui le soppressioni e i disagi sull’intera linea. Una vera e propria doccia fredda per gli utenti della Roma Nord che pure nelle settimane scorse avevano accolto con favore l’introduzione del nuovo orario: il potenziamento del servizio voluto, in concomitanza con l’apertura delle scuole, per accogliere anche gli studenti. “Considerato il momento particolare e delicato che stiamo vivendo, segnato dalla pandemia, dove è necessario efficientare il servizio per garantire il distanziamento fisico, non riusciamo davvero a comprendere la tempestività di Atac. Il nuovo orario stava funzionando, pur tra innumerevoli difficoltà, grazie unicamente al personale, tutto, resosi sempre disponibile per assicurare la mobilità all’utenza. E allora, perché adesso?” - si chiedono dall’associazione dei pendolari. "Zero distanziamento fisico, intervenga la Regione Lazio" - l'appello all'ente proprietario dell'infrastruttura. Dai bus alle metro l’affollamento dei mezzi pubblici della Capitale è sotto gli occhi di tutti: l’anello debole dell’intera catena di sforzi congiunti per lasciarsi alle spalle l’emergenza sanitaria. Come se li la pandemia non esistesse.
Vittorio Feltri, il libro di Melania Rizzoli che vi spiega come non ammalarsi: la guida "scansa-malattie". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 21 ottobre 2020. Per gentile concessione dell’editore Baldini+Castoldi e dell’autore pubblichiamo la prefazione del libro di Melania Rizzoli «La salute prima di tutto» scritta dal direttore Feltri. Questo libro di Melania Rizzoli, se solo proverete a leggere le prime pagine e a sfogliarlo, non finirà infilato nella pila di libri atti a gonfiare gli scaffali della libreria per far vedere che siamo gente di cultura. Il suo posto di combattimento naturale sarà in prima linea, sul tavolino accanto alla poltrona, indi si sposterà sul comodino vicino all'abat-jour, persino nella classica casamatta fortificata del bagno. Angelo custode con la spada in mano, guardia del corpo in senso letterale. Scendendo sul pratico, ritengo che questo tomo abbia due funzioni, la prima delle quali è bene illustrata dal titolo: è un manuale per scansare le malattie e i malanni, o comunque per affrontare quelli più seri e che inducono timore e tremore senza andare nel pallone, venendo quindi, una volta che si cerchi di farsi interpretare i sintomi da spavento, affogati nel gergo di luminari che di solito ci tengono molto a oscurare il loro dire per essere presi maggiormente sul serio, a costo di essere indecifrabili come la Sfinge o come le centurie di Nostradamus. Ovvio: la consultazione del volume rizzoliano non è sostitutivo di visite mediche e consultazioni devote del proprio cerusico di fiducia, ma fornisce la stele di Rosetta per decifrarne diagnosi e terapie. La seconda utilità di questo libro è l'essere un talismano, garantito dall'esperienza di chi sta scrivendo questa nota. Per cui va toccato, carezzato, se del caso palpato, oltre che letto. Aprite, leggete, poi chiudetelo con familiare delicatezza. Sembra un gatto egizio, di quelli adorati dai faraoni: porta bene. Io ne sono un buon testimonial, avendo assistito al suo concepimento, e poi avendolo visto crescere, di settimana in settimana, sempre più bello, vispo, intelligente, con unghie tese a graffiare la malattia indirizzando l'attenzione non solo sui rimedi posteriori al suo insorgere, ma con indicazioni atte a mandarla a ramengo, preservando e prevenendo. Confesso di essere il primo fruitore e oserei dire ostetrico di questa sapienza di Melania qui raccolta in un grosso tomo. (A proposito la ponderosità di un libro di solito ha un effetto deleterio di allontanamento. Non in questo caso. Il peso ci fa intuire d'emblée che abbiamo schierato dalla nostra parte un pezzo da 90, un cannone di gran calibro, e non le palline di carta da cerbottana delle rubriche mediche di qualche camice alla moda). Il volume raccoglie infatti, catalogati in sezioni e capitoli così da renderne agevole la consultazione, gli articoli che in questi anni recenti la dottoressa - che è un fior di clinico - ha scritto con penna straordinariamente fluente per Libero. L'idea è stata mia. Avevo ammirato le due opere della Rizzoli dedicate al cancro. L'autrice l'aveva raccontato splendidamente da un doppio punto di vista: quella del clinico e quella del malato. Ha avuto il privilegio (meritato) di osservarlo e vincerlo stanno sul lettino del paziente ma anche "sopra" quel lettino. Le ho chiesto di insistere. Non di fornire ai lettori un materiale preordinato, quasi che dovesse partire dalla a di alluce valgo per finire con la zeta di zombie. Si attaccasse piuttosto alla cronaca, illustrando i dubbi e scombinando certezze riguardo a questa o a quella malattia che avesse turbato la vita o accompagnato al camposanto qualche protagonista della scena pubblica. Oppure proponendo ai lettori le scoperte o le ricerche promettenti sui malanni che gremiscono la vita delle famiglie. Detto fatto. Mi bastava sfiorare lo schermo dell'iPad su cui erano appena apparsi freschi di scrittura i suoi servizi, e già mi passava il formicolio alle mani, la pressione si sistemava. Giuro. Credo abbiano qualcosa di magico queste pagine. E la magia consiste nella semplicità e nell'umiltà. Melania non trasmette nozioni polverose, con paternalistica condiscendenza. Macché. Studia le più accreditate riviste mediche del pianeta. E quando trova qualcosa di davvero utile non solo per gli specialisti o per i laboratori di ricerca, ma per le persone comuni, dotate tutte di un corpo soggetto alle malattie più serie e ai malanni più frequenti, ma sempre antipatici, spezza il pane della scienza così che possano masticarlo anche coloro che non hanno i denti del laureato in medicina e chirurgia. E lo fa senza in nessun modo svilire o banalizzare quel sacro sapere in origine impastato, infornato e destinato alle tavole regali di aspiranti Nobel o azzimati baroni. Non mi stupisco che questo possa suscitare qualche nervosismo tra i custodi del tempio chiuso a chiave, ma noi diciamo grazie. Negli anni Sessanta, anche tra le famiglie dove non abbondavano libri, oltre all'enciclopedia Vita Meravigliosa oppure alla sua concorrente Conoscere che si compravano volume per volume ad uso degli scolari, indispensabile per copiare le cosiddette "ricerche", non mancava mai un volumone di Enciclopedia medica, la più popolare era quella di selezione per la famiglia del Rider' s Digest. I nostalgici dei tempi del boom ne possono ancora acquistare delle copie usate su ebay a 5 euro. Si cercava la voce cancro, oppure tosse. Sono opere con un loro perché e un valore di abbecedario. Le mamme e le nonne andavano alla "v" di varicella, oppure alla "o" di orecchioni (delusione, non c'era, bisognava guardare alla "p" di parotite) per capire se figlioletti o nipotini ce l'avessero sul serio. I ragazzi si curvavano, pronti a cambiare capitolo, sulle pagine e specie sulle figure dell'apparato riproduttivo. Quei libri erano curati da medici e usavano un linguaggio popolare sì ma non troppo, perché altrimenti avrebbero svilito la considerazione che era dovuta ai medici che (allora) arrivavano sul serio anche di notte, per appoggiare le loro calde mani sulle pance dei ragazzini con l'appendicite, o appoggiare il freddo stetoscopio sul petto vizzo della nonna. Quella stirpe antica l'abbiamo vista rinascere negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva da Covid-19. Tanti ne sono morti per servirci. Un milione di volte meglio loro di quei presunti geni frequentatori di talk-show televisivi che litigano senza sapere quasi salvo farci conoscere la propria presunzione. Questo libro di Melania Rizzoli sta dalla parte dei medici condotti del tempo che fu e di quelli che hanno passato e passano i giorni e le notti al capezzale di chi non riusciva e non riesce a respirare. Ripristina la fiducia verso la scienza medica, insegna ad accettarne i limiti. Rispetto a quelle gloriose enciclopedie mediche rappresenta una magnifica evoluzione adeguata ai tempi del coronavirus.
IMPARIAMO DALLA STORIA. Circolo Culturale Excalibur. Come fece il Fascismo a sconfiggere la Tubercolosi (TBC) senza mascherine e distanziamento? Silvio Berlusconi a 84 anni ha contratto il virus del Covid19 e, nonostante l'elevata carica virale che l'ha colpito, dopo due settimane è uscito dalla clinica allegro e pimpante come il presidente Americano Trump (74 anni) dopo due giorni di degenza. Questi due esempi ci dimostrano che chiunque abbia contratto il virus può guarire. Le migliaia di morti che abbiamo registrato nel pieno della pandemia (e che speriamo di non rivedere), sarebbero state infinitamente meno se quelle persone fossero state curate adeguatamente. Non è il Virus che uccide, ma la mancanza di cure, a parte il caso di pazienti affetti da gravi patologie poi aggravate dal Covid. Negli anni venti, prima dell'avvento del Fascismo, in Italia la Tubercolosi (TBC) infettava ogni anno 600mila persone e causava oltre 60mila vittime, soprattutto fra i bambini. Eppure nel giro di pochi anni il Regime riuscì a depotenziarlo fino a sconfiggerlo del tutto. Come fece? Prendendolo a manganellate o annegandolo nell'olio di ricino? Battute a parte, la risposta è semplice: costruendo ospedali e dotandoli delle più moderne strumentazioni tecnico-scientifiche e applicando procedure mediche all'avanguardia nella cura delle malattie infettive. Furono realizzate negli anni del Fascismo quelle eccellenze in campo ospedaliero che tutto il mondo guardava con ammirazione e che ancora oggi rappresentano l'ossatura del sistema sanitario pubblico: a Roma lo Spallanzani, il San Camillo e il Forlanini, a Napoli il Cardarelli, a Genova il Gaslini solo per citare i più noti, cui si aggiunsero le centinaia di ospedali minori e le molteplici strutture specializzate per la cura delle patologie polmonari come, ad esempio, il Villaggio Sanatoriali di Sondalo. In pochi anni dal 1929 al 1936 furono creati oltre 20mila posti letto in sessantuno nuovi ospedali. In ogni località termale sorgevano le Colonie Elioterapiche per la cura delle patologie polmonari e tutti gli anni i bambini potevano andare a respirare aria salubre al mare o in montagna grazie alle colonie estive. In quegli anni nessuna nazione europea investì nella sanità pubblica come l'Italia fascista. Altro che mascherine, distanziamento sociale e banchi a rotelle nelle scuole...Per saperne di più è disponibile il libro di Gianfredo Ruggiero: In pochi anni dal 1929 al 1936 furono creati oltre 20mila posti letto in sessantuno nuovi ospedali. In ogni località termale sorgevano le Colonie Elioterapiche per la cura delle patologie polmonari e tutti gli anni i bambini potevano andare a respirare aria salubre al mare o in montagna grazie alle colonie estive. In quegli anni nessuna nazione europea investì nella sanità pubblica come l'Italia fascista. Altro che mascherine, distanziamento sociale e banchi a rotelle nelle scuole...
Sul fascismo molto si è scritto, ma poco si è compreso a causa del conformismo degli storici che pur sapendo come realmente si svolsero i fatti, tacciono e si adeguano. In questo libro, chiaramente di parte, di quella parte di storia sul fascismo volutamente ignorata, sono affrontate le maggiori colpe attribuite a Mussolini e al suo regime: dalla presa del potere con la violenza al delitto Matteotti, dalla morte di Gramsci all'omicidio dei Fratelli Rosselli, dall'uso dei gas nella guerra d'Abissinia alle leggi razziali, dall'entrata nel secondo conflitto mondiale ai crimini della guerra civile. Fatti e circostanze descritti con rigore storico che, di conseguenza, fanno vacillare molte delle certezze che ci sono imposte fin dai banchi di scuola. Nella seconda parte sono descritte e documentate le principali realizzazioni del fascismo. Opere, istituzioni e leggi (molte delle quali ancora in vigore a conferma della loro validità) che nei libri di testo sono ignorate o sminuite nella loro portata. Nella terza parte, quella dedicata agli approfondimenti, si parla di come il regime, senza mascherine e distanziamento sociale, ha sconfitto la tubercolosi, una malattia infettiva che ogni anno mieteva molte più vittime del Coronavirus di oggi, soprattutto tra i bambini. Di come l'industria chimica italiana si è imposta a livello mondiale e un capitolo sul rapporto tra fascismo e turismo, sport e cultura. Sono infine smentite molte delle cosiddette "bufale sul fascismo". Il fascismo, piaccia o no, è parte integrante della nostra storia e non può essere racchiuso tra due parentesi come fosse una sorta d'incidente e sbrigativamente relegato in un angolo della nostra memoria collettiva, salvo poi riprenderlo per usarlo come spauracchio o come etichetta per denigrare l'avversario politico. I suoi meriti e le sue colpe vanno dibattuti con distacco e serenità. Solo così potremmo togliere spazio al fanatismo delle frange estreme e alla strumentalizzazione della politica. Historia Magistra Vitae, affermava Cicerone. Quella vera aggiungiamo noi.
Coronavirus, quando finirà la pandemia? Che cosa dice la storia. Cristina Marrone su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2020. Le malattie infettive nate milioni di anni fa sono ancora tra noi. L’unica debellata con il vaccino è il vaiolo. Il nuovo coronavirus probabilmente diventerà endemico. Quando finirà la pandemia di coronavirus e quando riusciremo a tornare a una vita normale? Dal mese di febbraio nel mondo si sono registrati 40 milioni di casi da coronavirus con oltre un milione di morti ed è normale sentirsi stanchi ed esasperati avendo ancora di fronte un periodo di incertezza di cui non si vede la fine. Dall’inizio della pandemia epidemiologi ed esperti di salute pubblica hanno utilizzato modelli matematici per prevedere che cosa succederà suggerendo, in base alle previsioni, le adeguate misure di contenimento. Ma i modelli matematici, specie quando riguardano le malattie infettive, non sono sfere di cristallo, e anche i modelli più sofisticati difficilmente ci diranno quando finirà la pandemia o quante persone moriranno. Chi studia la storia delle malattie suggerisce di guardare indietro piuttosto che azzardare previsioni future. Analizzando come si sono concluse le epidemie passate forse si potrà almeno intuire come andrà a finire questa.
Le prime previsioni. Durante i primi giorni di pandemia molte persone speravano che il coronavirus sarebbe semplicemente svanito (come era successo con la Sars che è tornata nel bacino animale). Alcuni scienziati hanno ipotizzato che sarebbe scomparso con il caldo estivo. Altri hanno immaginato che la salvezza sarebbe arrivata con l’immunità di gregge. Nulla di tutto questo è accaduto. Il virus ha continuato a circolare anche in piena estate (alcuni degli Stati più caldi degli Usa sono stati duramente colpiti durante la stagione calda) e l’immunità di gregge, oltre a essere ritenuta pericolosa e immorale perché il virus non sarebbe comunque sconfitto, è ben lontana dall’essere raggiunta.
Una malattia endemica. È stato dimostrato che una serie di sforzi messi in atto per mitigare la pandemia sono di grande aiuto. Distanziamento sociale, indossare la mascherina, lavaggio frequente delle mani e tracciamento dei contatti sono molto utili, ma probabilmente non sufficienti a porre fine alla pandemia. Tutti stanno guardando allo sviluppo dei vaccini, le sperimentazioni proseguono spedite come mai era successo. Eppure alcuni esperti sostengono che anche con un vaccino sicuro ed efficace e un farmaco di successo Covid-19 potrebbe non scomparire mai. Potrà succedere, ed è successo, che l’epidemia rallenti in una parte del mondo continuando invece in altre zone . «Sono ormai molti i virologi e gli epidemiologi a sostenere che il coronavirus diventerà probabilmente endemico, cioè circolerà nella popolazione e dovremo farci i conti in tutte le stagioni, più di quanto succede con l’influenza e i raffreddori che colpiscono prevalentemente in inverno» scrive Nükhet Varlik , professore di storia all’Università della South Carolina . Insomma, potrebbe non andarsene mai, come l’Hiv, il virus che causa l’Aids che però oggi, grazie ai farmaci non è più una condanna a morte perché con le terapie attuali l’infezione può diventare cronica senza evolvere verso l’Aids.
Il vaiolo unica malattia debellata con il vaccino. Purtroppo, salvo poche eccezioni le malattie infettive difficilmente se ne vanno. Qualunque patogeno, che sia un batterio, un virus o un parassita è ancora tra noi anche se magari è comparso migliaia di anni fa. È molto difficile eliminarli. L’unica malattia che è stata debellata con la vaccinazione è il vaiolo. Le campagne di vaccinazioni di massa guidate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità negli anni Sessanta e Settanta hanno avuto successo, e nel 1980 il vaiolo è stato dichiarato debellato. È per ora la prima malattia umana (e per ora unica) ad essere stata sconfitta completamente. Ma la storia del vaiolo è un’eccezione: le malattie purtroppo di solito restano.
Le malattie infettive mai scomparse. La malaria ad esempio, dovuta a un protozoo e trasmessa da zanzare è antica quasi come l’umanità. Nonostante gli sforzi con il DDT e l’uso della clorochina abbiano portato a un certo successo, la malattia in molti Stati del Sud del mondo è ancora endemica. Nel 2018 ci sono stati circa 228 milioni di casi di malaria e 405 mila decessi in tutto il mondo. Malattie come la tubercolosi, la lebbra e il morbillo ci accompagnano da molti millenni e nonostante l’impegno con farmaci e vaccini l’eradicazione non c’è stata. Anche il virus dell’influenza spagnola non è mai scomparso del tutto. Dopo tre ondate (la seconda più letale della prima) e almeno 50 milioni di morti la malattia è praticamente scomparsa. Gli accademici concordano che la fine della pandemia arrivò nel 1920 quando la società sviluppò un’immunità collettiva Secondo Benito Almirante, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale Vall d’Herbon di Barcellona «L’influenza spagnola ha continuato ad apparire, mutando e acquisendo materiale genetico da altri virus».
I decessi per malattie infettive. La ricerca sul carico globale delle malattie evidenzia che la mortalità annuale causata dalle malattie infettive (la maggior parte delle quali si verifica nei Paesi in via di sviluppo) è quasi un terzo di tutti i decessi a livello globale. Oggi in un mondo così globalizzato, dove gli spostamenti intercontinentali sono la normalità, e i cambiamenti climatici sempre più pressanti siamo più esposti a malattie infettive emergenti che si aggiungono alle vecchie patologie, ancora vive e vegete.
Il caso della peste. Anche la peste, che molti di noi pensano scomparsa, in realtà è ancora tra noi. La peste è tra le malattie infettive più letali nella storia umana (60%) . Ci sono stati innumerevoli focolai locali e almeno tre pandemie di peste documentate negli ultimi 5.000 anni che hanno ucciso centinaia di milioni di persone. La più nota delle pandemie fu la peste nera, nella metà del XIV secolo. La peste per almeno sei secoli si è ripresentata con diversi focolai colpendo anche le società più evolute. Ogni focolaio nel corso dei mesi, talvolta degli anni, si è attenuato in modo graduale a causa dei cambiamenti nei vettori, alla disponibilità di ospiti , al numero di individui suscettibili. Alcune società si sono riprese dall’epidemia, altre non ci sono riuscite. Questo batterio, Yersinia pestis, veicolato dai roditori, è ancora tra noi e ogni anno non mancano segnalazioni specie nelle zone più remote del mondo (l’Oms segnala dai 1.000 ai 3.000 casi ogni anno soprattutto tra Africa, Asia e Sudamerica). Oggi, grazie alla terapia antibiotica somministrata in modo tempestivo, la peste è curabile ed epidemie non sono più possibili. Ma la peste non è comunque mai sparita.
Futuro incerto. Cosa succederà con Sars-CoV-2? C’è da augurarsi che non persista per millenni ma senza un vaccino tenerlo a bada non sarà facile. E anche quando il vaccino arriverà le campagne vaccinali saranno fondamentali. Basta guardare il morbillo e la poliomielite che si ripresentano ogni volta che gli sforzi per le vaccinazioni vacillano un po’. «La previsione che alcuni scienziati fecero negli Anni Sessanta del secolo scorso riguardo ad un mondo in cui le malattie infettive sarebbero state definitivamente sconfitte ed eliminate grazie al progresso scientifico si è rivelata una irrealistica utopia» riflette Paolo Bonanni, epidemiologo e professore ordinario di Igiene all’Università di Firenze. «Un approccio saggio al problema - aggiunge - deve partire dalla coscienza della nostra scarsa comprensione dei meccanismi che portano all’emergenza delle pandemie. Socraticamente, solo l’essere consapevoli “di non sapere” ci può mettere nella posizione di umiltà e impegno a conoscere e ricercare necessario a combattere con la nostra intelligenza, la scienza e la tecnologia l’eterna battaglia contro i microbi e i virus, che sono i nostri veri “predatori”».
Quando finirà davvero il Covid? Che cosa ci insegna la Storia. Matteo Carnieletto su Inside Over il 20 ottobre 2020. Il 17 novembre del 2019, si registra in Cina il primo contagio di Covid-19. I media iniziano a parlare di una “strana polmonite” che, poco a poco, colpisce la popolazione dello Hubei. Nessuno può immaginare ciò che accadrà nei mesi a venire. Il virus si muove velocemente, troppo. Xi Jinping dichiara guerra al “demone” del coronavirus, ma gli sforzi cinesi – arrivati dopo ritardi e mancanze – non bastano a fermare il contagio. In pochi mesi, il nuovo coronavirus è in Germania, Italia, India e Stati Uniti. La peste del XIV secolo ci mise 16 anni per arrivare in Europa. Il Covid-19 riesce a fare lo stesso percorso in pochi mesi. I tempi sono cambiati, gli scambi tra Paesi, anche lontanissimi, sono sempre più frequenti e, soprattutto, veloci. E così il virus è libero di correre. L’11 marzo del 2020, l’Oms dichiara la pandemia: “Nei giorni e nelle settimane a venire, prevediamo che il numero di casi, il numero di decessi e il numero di paesi colpiti aumenteranno ancora di più – annuncia il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus – L’Oms ha valutato questo focolaio 24 ore su 24 e siamo profondamente preoccupati sia dai livelli allarmanti di diffusione e gravità, sia dai livelli allarmanti di inazione. Abbiamo quindi valutato che Covid-19 può essere caratterizzato come una pandemia. Pandemia non è una parola da usare con leggerezza o disattenzione”. Il Covid-19 diventa così un problema globale. Questo è ciò che, ad oggi, sappiamo del virus. Questo e poco altro. Riusciamo a ripercorrerne la nascita e la diffusione, ma non sappiamo ancora quando uscirà dalle nostre vite. La Storia, però, può esserci d’aiuto. Un articolo del New York Times del 10 maggio scorso (qui la traduzione di Internazionale) individuava due momenti fondamentali per dichiarare conclusa una pandemia: “La fine sanitaria, quando crollano l’incidenza e la mortalità, e quella sociale, quando sparisce la paura dovuta alla malattia”. A che punto siamo adesso? Difficile dirlo con certezza. Durante la scorsa estate, sembrava che in Italia il virus avesse perso la propria spinta e fosse meno pericoloso. Da metà maggio fino alla fine di settembre, infatti, i contagi sono stati nell’ordine di poche centinaia/migliaia al giorno, le terapie intensive erano stabili e i decessi al minimo. Nelle ultime settimane, seguendo il trend europeo, il numero delle persone contagiate in Italia è però schizzato oltre gli 11mila (di cui il 95% asintomatiche, come ha affermato il virologo Giorgio Palù), le terapie intensive si stanno lentamente riempiendo e il numero di morti risulta stabile. La situazione attuale non è paragonabile a quella dello scorso inverno, come ha spiegato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Non siamo a marzo, dobbiamo adottare scelte proporzionate e ponderate”. Ad oggi, l’obiettivo del governo è quello di contenere il virus in modo tale che l’impatto sulle strutture sanitarie sia come un’onda piccola e costante e non come uno tsunami che tutto travolge. Perché forse, la cosa migliore da fare è imparare a convivere con il virus, smorzandolo il più possibile e riducendo al minimo l’impatto sugli ospedali. Il secondo modo, forse un po’ brutale, per dichiarare la fine di una pandemia è rappresentato dalla popolazione che, stanca dell’epidemia, decide di convivere con il virus. Secondo Allan Brandt, storico di Harvard citato dal New York Times, questo scenario potrebbe avverarsi con il Covid-19: “Come evidenzia il dibattito sulla riapertura, le discussioni a proposito della cosiddetta fine della pandemia non sono determinate dai dati medici e sanitari, ma dal processo sociopolitico”. La prima cosa da fare per accelerare la fine del coronavirus è raccontare ciò che sta accadendo in modo chiaro, senza però cedere a inutili allarmismi. Ci troviamo certamente di fronte a un virus complesso, ma il Covid-19 non è la peste. A proposito: questo morbo, che in diverse occasioni ha decimato la popolazione mondiale, ci insegna una cosa molto importante: le malattie vanno e vengono. A volte in modo misterioso. La “morte nera” non è infatti sparita, ma si è solo momentaneamente ritirata: “Negli Stati Uniti – riporta il New York Times, la malattia è endemica tra i cani della prateria, roditori che vivono nel sudovest, e può essere trasmessa agli essere umani”. Recentemente, alcuni casi si sono registrati anche in Cina. “La peste” – fa notare Giuseppe Pigoli ne I dardi di Apollo (Utet) – “non è mai stata debellata in modo radicale. In un rapporto dell’Oms del 2000 sono stati elencati oltre 34mila casi in 24 nazioni nell’arco di 15 anni. Soprattutto dagli anni Novanta si è assistito ad una recrudescenza del male, al punto che è stata fatta rientrare nel novero delle malattie ri-emergenti”.
L’influenza spagnola. Molti hanno paragonato il Covid-19 all’influenza spagnola che, tra il 1918 e il 1920, infettò 500 milioni di persone, uccidendone (secondo alcune stime) 50 milioni. A distanza di cento anni, non si sa ancora dove sia nato questo virus. Le ipotesi sono le più disparate: c’è chi ritiene che si sia inizialmente diffuso nella contea di Haskell in Kansas e portato dai soldati americani in Europa e chi sostiene che, a far da super diffusori, furono 96mila lavoratori cinesi infetti inviati sul fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale per aiutare le truppe inglesi e francesi. Come fa notare Pigoli nel volume citato, “la malattia si presentava come una ‘banale’ influenza: febbre, dolori alle articolazioni e debolezza. Nel volgere di pochi giorni però il quadro clinico subiva un peggioramento drammatico: la febbre conosceva un brusco rialzo e comparivano muco e sangue nei bronchi che ‘annegavano’ le persone colpite portando rapidamente a morte individui sino a poco prima sani”. Una descrizione, questa, che ricorda molto il Covid-19. Contrariamente a quanto si possa pensare, però, ad essere colpiti non furono le persone più fragili e gli anziani, come il coronavirus, ma uomini tutto sommato giovani. Stanchi, sporchi e sfiniti dal fango delle trincee, i militari furono il bersaglio preferito del morbo, che infatti ne inghiottì a migliaia. Nel maggio del 1918, i tassi di mortalità toccarono il 70%. Fu l’inizio del massacro: tornando a casa, i reduci portarono con sé il morbo, che colpì anche i loro parenti: “Le cronache parlano di funerali celebrati di continuo, di persone che portavano mascherine protettive e di intere famiglie colpite, segregate in case di cui le forze dell’ordine sorvegliavano le porte”. Dopo due anni, la “spagnola” sparì all’improvviso. Fa notare Pigoli che “i virus trovano la propria ragione di sopravvivenza camuffandosi per sfuggire agli anticorpi. La storia di queste mutazioni è ricca di episodi che ci rendono chiaro come questo agente infettivo sia pressoché invincibile e di come, nonostante ogni anno le autorità sanitarie approntino nuovi vaccini, saltuariamente si verifichino epidemie virulente, difficilmente controllabili, come quelle avvenute nel 1957, 1968 e 1977”. I virus, dunque, vanno e vengono. E sono, come ha scritto Andrew Nikiforuk ne Il quarto cavaliere, “un promemoria mutante di come è la vita”.
Coronavirus, seconda ondata peggiore della prima? Il confronto con l'influenza spagnola. Le Iene News il 12 ottobre 2020. Con l’arrivo dell’autunno in tutta Europa è arrivata anche la seconda ondata di coronavirus: anche l’Italia, ultima tra i paesi del Vecchio continente, sta vedendo i suoi casi esplodere. Ma questa seconda ondata sarà peggiore della prima, come è stato per l’influenza spagnola? Ecco le similitudini e le differenze con la pandemia di cento anni fa. La seconda ondata della pandemia di coronavirus si rivelerà peggiore della prima? La domanda, di fronte alla crescita verticale dei contagi in tutta Europa, comincia a circolare insistentemente, insieme alla paura di ripiombare nell’incubo vissuto a marzo. E anche perché si cominciano a fare paragoni con la seconda ondata pandemica dell’influenza spagnola, che in pochi mesi uccise oltre cinquanta milioni di persone. Ma quali sono le similitudini, le differenze e le lezioni che possiamo imparare da quanto successo cento anni fa? Nel caso dell’influenza spagnola, come detto, la seconda ondata fu molto più grave della prima. Dopo una prima crescita nella primavera del 1918, con l’estate sembrò che il virus fosse sparito. Ma tra settembre e ottobre i casi esplosero improvvisamente, causando in tutto il mondo un numero di morti stimato tra i 50 e i 100 milioni dall’autunno di quell’anno fino alla fine della terza ondata pandemica nel 1920. Uno scenario che suona, per certi aspetti, simile come scadenze temporali e ovviamente molto diverso come numero di morti: per fortuna il coronavirus si è mostrato finora molto meno letale dell’influenza spagnola. I numeri sono così diversi da risultare difficili da comparare, ma il comportamento simile dei due virus è stato sottolineato anche dal direttore aggiunto dell’Oms Ranieri Guerra a fine giugno: la spagnola infatti “si comportò esattamente come il Covid, andò giù in estate e riprese ferocemente a settembre e ottobre, facendo 50 milioni di morti durante la seconda ondata”, ha detto Guerra il 27 giugno parlando della possibilità che ci fosse una seconda ondata. Seconda ondata che puntualmente è arrivata, prima dai nostri vicini come Spagna e Francia, e adesso anche in Italia. Un’importante lezione che poteva essere imparata e che invece sembra sia stata ignorata. Un’opinione non nostra: "È stato sottovalutato il fatto storico che tutte le pandemie hanno una seconda ondata, più pericolosa della prima". Queste parole, pesanti come macigni, sono state pronunciate da Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute per la pandemia del coronavirus. Resta comunque aperta una domanda: come nel caso della spagnola anche la seconda ondata di coronavirus sarà peggiore della prima? E’ ancora presto per poterlo dire, anche perché i numeri dei contagiati sono inevitabilmente influenzati dalla capacità di test: oggi siamo molto più pronti che a marzo, e se i nuovi positivi salgono rapidamente è anche perché siamo più attrezzati per scovarli. Tuttavia non bisogna sottovalutare la diffusione del virus: ieri sono stati registrati 5.456 nuovi casi. Il giorno record è stato il 21 marzo, con 6.557 positivi. Nell’ultima settimana, i nuovi casi sono stati 29.621 contro la settimana record del 22/28 marzo in cui se n’erano registrati 38.551. Cifre sempre più simili e che probabilmente sono destinate a essere superata, visto l’andamento ascendente della curva epidemica in questo periodo. Dobbiamo insomma aspettarci che in questa seconda ondata il numero di casi registrato sia ampiamente superiore a quello della prima ondata, anche se come detto gioca un ruolo chiave la migliorata capacità di scovare i contagiati. Per quanto riguarda il numero di decessi, invece, siamo fortunatamente molto lontani dai picchi della prima ondata: ieri se ne sono registrati 26, contro il triste record di 919 del 27 marzo. La scorsa settimana sono stati 180, contro i 5.303 registrati dal 22 al 28 marzo. Qui i numeri sono ancora lontanissimi, sebbene in crescita, a ulteriore testimonianza del fatto che oggi scoviamo molti più casi asintomatici o con pochi sintomi grazie alla migliore capacità di effettuare e analizzare i tamponi. Insomma, si può concludere che nella seconda ondata il numero di nuovi casi registrati probabilmente supererà - e non di poco - quello della prima. Esattamente come avvenuto, si stima, nella seconda ondata dell’influenza spagnola. Le vittime invece, se le strutture ospedaliere reggeranno il peso dei numeri crescenti e continueremo a rispettare il distanziamento sociale e l’uso delle mascherine, non dovrebbero tornare a toccare quei picchi. Nel caso della spagnola invece le vittime furono molte di più nella seconda ondata, anche a causa della scarsa preparazione sanitaria comparata a quella odierna e alle conseguenze della Prima guerra mondiale. Con un’ultima avvertenza: l’influenza spagnola ebbe anche una terza ondata, meno forte della seconda ma più forte della prima. In attesa dei vaccini, la raccomandazione è sempre la stessa: usare le mascherine, stare a distanza, lavare spesso le mani. E’ la nostra migliore arma per non dover tornare come a marzo. Con una nota di speranza: Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, ha dichiarato al Corriere che entro un “paio d’anni presumibilmente saremo tornati a una normalità”. Teniamo duro.
Controlli, distanze fai da te e divieti (infranti). L’estate dell’anarchia sulle spiagge. Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 22 agosto 2020. È il 31 maggio e l’Istituto Superiore della Sanità pubblica le «Indicazioni sulle attività di balneazione in relazione alla diffusione del virus SARS-CoV-2». Il primo punto: quando «dati storici di monitoraggio, indichino un’area come interessata, direttamente o indirettamente, dalla presenza di reflui non depurati, scarichi illeciti a cielo aperto e/o contaminazione da fosse settiche, che possano impattare sulla qualità delle acque nell’area di balneazione, o guasti agli impianti di depurazione», l’area andrebbe precauzionalmente interdetta alla balneazione. Dal Rapporto Spiagge 2019-2020 di Legambiente, di aree interdette quest’anno ce ne sono state per 90,35 chilometri di costa. Poi ci sono quei 414 chilometri che, al 2019, non erano nemmeno stati monitorati, quindi se oggi siano balneabili o meno nessuno lo sa. Il servizio di depurazione delle acque reflue è completamente assente in ben 342 comuni, in cui risiedono circa 1,4 milioni di abitanti (il 2,4% della po¬polazione). Anzi, stando alle ultime rilevazioni dell’Istat (al 2015) solo il 44% dei Comuni italiani è dotato di un impianto di depurazione adeguato agli standard imposti dall’Europa. Una situazione che ci è già costata la condanna della Corte di Giustizia europea per 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma. Dal Portale Acque del Ministero della Salute basta digitare una località e una mappa interattiva ti dice com’è il mare da quelle parti, testando Enterococchi ed Escherichia Coli. La mappa funziona così bene che il tratto di costa lo inquadra in tutto il suo splendore e così capita di ritrovare zone segnalate in rosso (quindi inquinate con la balneazione vietata) su cui però svettano ombrelloni e stabilimenti balneari. Per fare qualche esempio: il lido «Cocoloco» di Falconara Albanese (provincia di Cosenza) e lo stabilimento accanto, pur insistendo su un tratto di costa balneabile indicata sul Portale come vietata per la stagione 2020, hanno lavorato a pieno regime. Costo di un ombrellone: 13 euro. Menù di Ferragosto: 35 euro. Fino al 22 agosto tutto esaurito. Sulle spiagge di Punta Ala (Grosseto), sono quattro i lidi adagiati su un tratto di costa teoricamente «vietata per inquinamento fino al 30 settembre», mentre verso gli Castiglione della Pescaia gli stabilimenti sono cinque. Regole per spiagge libere e stabilimenti: com’è andata a finire? Veniamo alle spiagge: riaperte dappertutto fra fine maggio e inizio giugno. Il Governo ha diffuso un documento di indirizzo, Regioni e Comuni hanno provveduto a dettare le regole. In generale, spiagge libere su prenotazione e lauti finanziamenti ai Comuni costieri per far rispettare le misure di sicurezza; stabilimenti costretti a regole ferree. Per tutti: distanza di almeno un metro fra i bagnanti, cinque metri tra le file degli ombrelloni e 4 metri e mezzo tra gli ombrelloni della stessa fila. Queste le linee guida approvate da Inail e Istituto Superiore di Sanità in prima battuta e poi ridimensionate (per gli stabilimenti) a poco più di 3 metri fra un ombrellone e l’altro a seguito delle rimostranze delle associazioni di categoria e delle Regioni. Come sta andando nella pratica? In Friuli per andare in spiaggia la prenotazione è «consigliata», ma vale solo se si intende pagare uno stabilimento balneare. Per le spiagge libere le regole sono, almeno formalmente, più rigide. Per esempio a Grado la distanza fra un ombrellone e un altro deve essere di 10 metri, mentre per gli stabilimenti ne bastano 4,5. Vuol dire che lì il virus è stato considerato meno contagioso? In Veneto il Comune di Jesolo ha un’app per prenotare le spiagge libere, e una ditta che per 81 mila euro dovrebbe controllare che tutti rispettino le norme di sicurezza sanitaria fino al 31 agosto. Una cifra significativa visto che quasi il 70% della costa è occupata da oltre 90 stabilimenti balneari. Anche in Emilia Romagna il 69,3% delle spiagge fruibili è occupato da stabilimenti balneari. Svetta Rimini: 231 lidi spalmati su 15 chilometri di costa. A giudicare dalle immagini rese disponibili dalle cronache estive, la regola della distanza di almeno 3 metri e mezzo fra un ombrellone e l’altro, in più di un lido, dev’essere saltata. In Puglia la Regione ha stanziato 500.000 euro ai 69 Comuni costieri per garantire il controllo dei tratti di costa liberi. Non devono essere bastati, visto che il Governatore Emiliano a inizio agosto parlava di «norme anti covid ignorate». In Sicilia su 425 chilometri di costa il 21,8% è in concessione, mentre un altro 18,9% è inquinato o abbandonato. Per presidiare le spiagge libere rimanenti sono stati stanziati 2,5 milioni, distribuiti fra 126 comuni costieri. Ma anche qui l’investimento non deve essere stato sufficiente, almeno a giudicare dalle immagini del Ferragosto palermitano con i litorali superaffollati da turisti e residenti. In Calabria, nella maggior parte dei lidi, il distanziamento è una chimera; qualche volta anche le mascherine obbligatorie per gestori e personale. Sulle spiagge libere assenza totale di controllo e cartellonistica a fronte di uno stanziamento regionale per 1,3 milioni di euro. Campania, oltre il 67% della costa è occupata dagli stabilimenti. Per fare di meglio in Comuni come quello di Eboli, sino al 31 luglio, il sindaco ha vietato l’accesso alle spiagge libere. Nel Lazio sono 6 i milioni stanziati da Zingaretti per la sorveglianza delle spiagge libere. Eppure, da San Felice Circeo, passando per Sabaudia, Ostia, fino a nord del litorale, di controlli non se ne sono visti. In Liguria il 70% della costa è occupata, il 7% è inquinato o abbandonato, ma per via del Covid, a maggio, Toti annunciava: «Valutiamo spiagge libere a pagamento». La stagione è iniziata il primo giugno, ma i gestori dei lidi hanno avuto tempo fino al 15 giugno per adeguarsi. La Liguria è anche la regione dove per un lettino e ombrellone si paga il prezzo più alto, eppure allo Stato tornano le briciole. A livello nazionale dalle concessioni rientrano 103 milioni di euro, a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro annui. Quest’anno però ci saranno perdite del 30%, anticipa Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari: «Abbiamo rinunciato a parecchi posti perché è stato necessario ridurre il numero degli ombrelloni». Ma per quantificare l’effettivo calo del fatturato precisa che bisognerà aspettare la fine della stagione. Quanto al rispetto delle norme di sicurezza nei lidi, secondo lui i gestori hanno fatto il possibile, ma «si fa fatica a far rispettare le regole ai più giovani: hanno un minor senso civico, colpa, forse, anche delle scuole». Intanto «le scuole sono a rischio» ha dichiarato il consigliere del ministro della Salute, Walter Ricciardi. Colpa dei contagi che sono risaliti, per colpa «forse» della gestione allegra dell’estate. Certo che finora non s’è vista traccia di quei solerti vigili a cui durante il lockdown non sfuggiva il runner solitario nemmeno sulla più remota delle spiagge.
Lorenzo De Cicco per “il Messaggero” il 25 agosto 2020. Atterri a Milano Malpensa dopo la vacanza in uno dei paesi a rischio Covid e l'azienda sanitaria locale ti dà tempo fino a 8 giorni per fare il test e sapere se sei stato infettato o no. Nel frattempo, niente obbligo di quarantena: puoi andare in giro, a patto che lo spostamento sia limitato «allo stretto indispensabile», formula vaga e non meglio precisata. L'ordinanza del Ministero della Salute diceva altro: chi torna da Grecia, Spagna, Malta e Croazia, paesi dove il numero dei contagi è esponenzialmente più alto rispetto all'Italia, deve sottoporsi al tampone «entro 48 ore dall'ingresso nel territorio nazionale, presso l'azienda sanitaria locale di riferimento». Così dice il provvedimento firmato dal ministro Roberto Speranza il 12 agosto. L'alternativa: fare il test appena sbarcati, in aeroporto. A Malpensa però i medici staccano alle 18.30. Anzi: la deadline per prenotarsi è fissata un'ora prima, quindi chi arriva dopo le cinque e mezza del pomeriggio, non ha alternative che contattare l'Ats (agenzia di tutela della salute) e prenotare il tampone nei giorni a seguire. Entro 48 ore? Macché. Per evitare che attorno ad ospedali e drive-in sanitari si snodassero code per centinaia di metri, la Regione Lombardia ha delegato tutta la procedura a una piattaforma online. Tocca inserire nome e cognome, dichiarare il paese della vacanza, ed ecco un elenco di opzioni: «Se vuoi prenotare direttamente il tuo tampone - si legge sulla schermata - scegli la prima data in cui sei disponibile». La prima possibilità supera di poco le 48 ore dal viaggio, l'ultima è addirittura 8 giorni dopo lo sbarco. Un ragazzo rientrato domenica pomeriggio, il 23 agosto, da Santorini mostra lo screenshot: tra le date disponibili, ecco «lunedì 31/08/2020». Otto giorni dopo, appunto. Nell'attesa, in Lombardia, non c'è l'obbligo di quarantena. Potrebbe andare ovunque. Lo ha deciso un'ordinanza regionale firmata dal governatore Attilio Fontana a Ferragosto, tre giorni dopo il provvedimento di Speranza. «In luogo dell'isolamento fiduciario, in attesa di sottoporsi al test», si legge, chi torna dai paesi come Grecia e Spagna ha solo l'obbligo di «attenersi all'osservanza rigorosa delle misure igienico-sanitarie», come indossare la mascherina. E limitare «allo stretto indispensabile gli spostamenti, con particolare riguardo a comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute». Di fatto, ci si può muovere senza restrizioni. È la stessa ordinanza di Fontana ad ammettere gli affanni: «Si sono registrate questioni operative concrete in applicazione» dell'obbligo di quarantena previsto dal Ministero della Salute, che prevede appunto l'auto-isolamento fino a quando non si ha in tasca un certificato con scritto: «Negativo». L'Ats di Milano-Città metropolitana spiega che, con l'ondata di rientri di fine agosto, le lunghe attese sono inevitabili. E segnala agli utenti la possibilità di effettuare il tampone al di fuori del Servizio sanitario regionale. Cioè dai privati, a pagamento. «Sono tornato dalla Grecia e il primo appuntamento disponibile era dopo cinque giorni - racconta Fabio L. - Così, per necessità di lavoro, ho fatto il test privatamente: 90 euro, non rimborsabili, risultato in due giorni. Non avevo altra scelta, non potevo aspettare». Molti viaggiatori in arrivo dalle zone a rischio si rassegnano alle code - durata media: due ore e mezza - per effettuare il controllo in aeroporto, almeno evitano di pagare. Nei primi tre giorni a Malpensa sono stati effettuati 4.200 tamponi, ieri altri 3.200. A Linate sono stati eseguiti 760 tamponi in due giorni; accanto alla fiera di Bergamo, altri 600 test per i passeggeri atterrati ad Orio al Serio. Nel frattempo si cercano medici per rafforzare le squadre incaricate dei prelievi: a Malpensa sono dovute arrivare truppe di camici bianchi dal Piemonte.
Filippo Massara per lastampa.it il 20 agosto 2020. Tamponi sì, ma non per tutti: «solo per i lombardi o i viaggiatori stranieri che hanno in programma di permanere nella regione». Dopo le prove generali di ieri sui passeggeri di un volo partito d a Corfù, oggi a Malpensa scatta il piano straordinario di test per i vacanzieri di ritorno da Grecia, Spagna, Malta e Croazia. La limitazione dei test ai soli cittadini locali arriva dall’Ats Insubria, l’agenzia di tutela della Salute nella fetta di Lombardia in cui si trova l’aeroporto, con una nota che continua così: «Per i passeggeri in transito, residenti o diretti in altre località fuori regione e per i cittadini lombardi impossibilitati a effettuare il tampone in aeroporto, vige l’obbligo di rivolgersi all’Asl/Ats di competenza territoriale della destinazione finale». E poco importa che Malpensa sia un aeroporto internazionale che serve passeggeri da buona parte del Nord Italia. Poco importa anche che lo scalo sia a pochissimi chilometri dal confine piemontese: se non sei lombardo, niente tampone, anche se abiti a due passi dall’aeroporto. «Vorrà dire che continueremo a fare da soli - ironizza Luigi Icardi, assessore alla Sanità della vicina Regione Piemonte -. La norma nazionale prevede l’obbligo del test e sul nostro territorio potrà comunque essere rispettata anche senza l’aiuto lombardo». A Malpensa saranno attive 8 posizioni con cui si prevede di effettuare fino a 200 controlli all’ora dalle 9 alle 18,30 per un totale di 1.800 analisi al giorno. La scrematura è una doccia fredda anche per l’Asl locale, che da sabato sta facendo gli straordinari per reggere il ritmo e fissare a ogni vacanziero un appuntamento entro 48 ore dalla segnalazione di ritorno a casa. Il direttore generale Arabella Fontana confidava nell’apertura dei gazebo per smaltire almeno una parte delle centinaia di mail raccolte ogni giorno. Proprio ieri qui è stata la giornata dei record con 310 tamponi eseguiti tra Novara e Borgomanero, dove vengono anche processati: il laboratorio di analisi dell’ospedale ne può esaminare fino a 450 al giorno. I test si compiono in «drive through», cioè senza scendere dall’auto e abbassando solo il finestrino per eseguire il controllo. Una formula rapida collaudata fin dai primi mesi dell’emergenza. «Speravamo di poter alleggerire il carico - ammette ora Fontana - ma ce la caveremo lo stesso. A questo punto ci aspetta un fine settimana ancora più impegnativo di quanto fosse previsto. In casi del genere si dovrebbe ragionare di sistema, ma in compenso tanti viaggiatori hanno cominciato a scriverci con un certo anticipo sul ritorno dall’estero: è un auspicio che avevamo espresso a inizio settimana e ci permette di pianificare meglio l’attività».
M.Ev. per “il Messaggero” il 21 agosto 2020. All'aeroporto di Fiumicino i tamponi rapidi a chi arriva da Croazia, Spagna, Malta e Grecia, si fanno ormai da cinque giorni. A Malpensa hanno cominciato solo ieri. Aeroporti di Roma ha messo a disposizione della Regione Lazio un'area attrezzata, con varie postazioni separate e il distanziamento tra i passeggeri in attesa, perfino i lecca-lecca per i viaggiatori più piccoli. A Milano si sono formate lunghe code e assembramenti. E soprattutto: Roma sta facendo i tamponi a tutti (fino alle 18, ma questo significa che si procede con i test fino alle 20). Laziali, di altre regioni, stranieri. La Regione Lombardia a Malpensa solo ai viaggiatori locali e a chi arriva dall'estero solo se resta quattro giorni. L'assessore alla Salute, Alessio D'Amato, della Regione Lazio cosa pensa della scelta della Lombardia a Malpensa? «Dico la verità, non volevo crederci. Pensavo di avere capito male. Una follia. Eseguire i tamponi solo ai passeggeri lombardi è sbagliato come principio, ma anche dal punto di vista tecnico. In questo modo si fa sì che molte persone, che arrivano su Malpensa ma che magari sono residenti nel vicino Piemonte o a Piacenza non vengano controllate, lasciando uscire molte persone magari positive e asintomatiche. Invece, bisogna controllarne il più possibile. Per fortuna ora stanno facendo marcia indietro». A Fiumicino e Ciampino come funziona? «Ovviamente noi stiamo eseguendo i tamponi a tutti. Il 53 per cento dei passeggeri a cui abbiamo assicurato i test sono di altre regioni, visto che Fiumicino così come Malpensa è un aeroporto punto di riferimento per aree molto vaste. Le faccio un esempio: abbiamo trovato positiva una donna di Milano arrivata a Fiumicino da Ibiza. Se avessimo fatto come la Lombardia, ora questa signora sarebbe in viaggio da Roma a Milano e, inconsapevolmente, potrebbe contagiare altre persone. Ancora: nel pomeriggio altri due casi intercettati a Fiumicino, uno da Napoli e uno da Varese. Chiaro, serve uno sforzo organizzativo molto importante, ma è una forma di prevenzione necessaria» Voi però vi fermate alle 18. «In realtà l'attività prosegue fino alle 20-21. Di fatto la stragrande maggioranza dei passeggeri dai paesi a rischio ha il test». La vera emergenza per il Lazio è rappresentata da chi sta tornando dalla Sardegna, soprattutto dalla Costa Smeralda. Ci sono già un centinaio di casi. Come è possibile? «Vogliamo tutti bene alla Sardegna, ma esiste un problema serio. Bisogna, da subito, fare i tamponi a chi, dalla Sardegna, sale sui traghetti o sugli aerei per tornare a Roma. Altrimenti, si rischia di allargare il contagio anche durante il viaggio. Alla Regione Sardegna ho anche detto che siamo pronti a garantire un principio di reciprocità e a nostra volta eseguire i tamponi a chi partirà, in traghetto o in aereo, dal Lazio verso l'isola. Mi hanno risposto di no, ma la situazione se non si fa qualcosa è destinata a peggiorare». Non potete eseguire i tamponi anche a chi arriva in aereo da Olbia? «Qui il problema è un altro: evitare che decine di persone partano dalla Sardegna benché positive. In viaggio, che sia in aereo, che sia in traghetto, contageranno altri passeggeri». Avremo ancora molti casi? «Sì, non mi sorprenderebbe se arrivassimo a 300 positivi rientrati dalla Sardegna. Il 70 per cento sono giovani, dunque per fortuna chi necessita del ricovero è una percentuale molto bassa. Però i giovani non devono sottovalutare questa situazione: in tre sono comunque stati ricoverati allo Spallanzani; e con una diffusione così massiccia del virus, temiamo nelle prossime settimane che il contagio arrivi anche a persone più anziane e fragili». Ma come si spiega un focolaio così esteso in Costa Smeralda? «I ragazzi ci raccontano che non c'era prudenza. Formalmente all'entrata dei locali si rispettavano le regole, si misurava la febbre, ma dentro tutto saltava. Ci hanno parlato di feste in cui ci si scambiavano i drink, c'erano enormi coppe di champagne da cui beveva più di una persona contemporaneamente. Ogni giorno troviamo positivi da Ibiza, Croazia, Grecia, Malta. Ma non sono numeri comparabili con quelli dalla Costa Smeralda».
Claudia Guasco per “il Messaggero” il 21 agosto 2020. «Ora potremmo infettare chiunque». E c'è chi sceglie l'ironia: «Hanno fiducia in noi» Una coppia convive in Piemonte, ma lui ha la residenza in Lombardia: «Mi è andata bene». Paola, 45 anni, è appena sbarcata dall'aereo delle 19.20 da Malta. «Guardi, è tanta l'ansia che non dormo da due notti. Tra la prenotazione del tampone e l'incertezza su ciò che avrei dovuto affrontare, sono nervosissima». Prima giornata di tamponi a Malpensa, dove un anno fa atterrava un volo ogni 54 secondi. Il Covid ha decimato il traffico, ma queste sono ore calde e ieri gli aerei in arrivo sono stati più di cento. Con code, ansia e molte arrabbiature alla «testing area» dell'uscita numero 9. L'obbligo di test per i viaggiatori provenienti da Croazia, Spagna, Malta e Grecia è in vigore da venerdì scorso ma solo ieri Regione Lombardia ha attrezzato otto postazioni: sono gazebo montati nell'area degli arrivi che dalle 9 alle 18,30 hanno accolto i passeggeri. Tutti contenti perché, pensavano, avrebbero risolto le lungaggini della prenotazioni all'Asl-Ats di competenza. E in effetti è stato così, ma solo per i residenti in Lombardia e gli stranieri che hanno intenzione di fermarsi. «Cosa devo fare adesso? Tornare a casa rischiando di infettare qualcuno?», si chiede una signora di Verbania spedita via. «La mia Asl non mi ha dato delle tempistiche, devo aprire il mio negozio, quindi mi toccherà fare il test privatamente». Altra passeggera, da Minorca. Molto seccata. «Non mi fanno il tampone, però io arrivo dallo stesso aereo come tutti gli altri. Perché a me no? Tra l'altro il volo era mezzo vuoto, proprio non capisco. Adesso prendo la macchina e torno in Piemonte, ho fatto la richiesta per il tampone ma le procedure non sono certo veloci». La gamma di sentimenti dei viaggiatori va dal perplesso dei più benevoli, all'indignazione di chi ritiene il respingimento sulla base della residenza una discriminazione. Il direttore generale del Welfare Marco Trivelli prova a spiegare il motivo della selezione: «Se su 6.000 arrivi riusciamo a fare solo 1.000 tamponi dobbiamo stabilire delle precedenze. E allora, chi è prioritario? Di sicuro gli stranieri, se no non li intercettiamo più. E poi chi abita in regione, per alleggerire la pressione dei test su Milano». I tre amici che devono partire per Torino non la prendono bene: «Dobbiamo fare l'esame entro 48 ore, se la Asl non ci risponde si sfora. Nel frattempo, dal quello che ho capito, dobbiamo restare in quarantena preventiva». Sulla base della coscienza civile del singolo, fa notare l'amica: «Nessuno ci controllerà, ovviamente è un attestato di fiducia». La giornata a Malpensa è tutta così, tra passeggeri esasperati in fila che riprendono la coda con il telefonino e chi era seduto accanto a loro in aereo ma non è lombardo che torna a casa mugugnando. Perciò alle sei e mezza di sera, dopo un battesimo di fuoco, l'assessore al Welfare Giulio Gallera corre ai ripari e annuncia che da oggi allo scalo sarà via libera ai tamponi per tutti. Troppo tardi per la coppia di fidanzati che abita in Piemonte: sì al tampone per lui e no per lei. «Noi conviviamo - racconta il ragazzo - io ho il domicilio in Piemonte ma sono ancora residente in Lombardia quindi a me hanno detto che posso fare il tampone e a lei no». Stesso viaggio, medesima casa, finale diverso.
EFFICIENZA LOMBARDA UN PAR DI PALLE! In aeroporto decine di positivi «Test su chi sbarca dalla Francia». Mauro Evangelisti per “Il Messaggero” il 19 agosto 2020.
IL FOCUS ROMA. I numeri fotografano le dimensioni del fenomeno. In un solo giorno, grazie all'esecuzione dei tamponi agli arrivi, negli aeroporti romani (Fiumicino e Ciampino) sono stati trovati 30 positivi provenienti dai quattro Paesi considerati a rischio (Spagna, Croazia, Malta e Grecia). Non sono solo romani, ma di varie regioni, abruzzesi come umbri, di fatto gli operatori della Regione Lazio, in collaborazione con Aeroporti di Roma, «stanno offrendo un servizio al Paese», dice l'assessore alla Salute, Alessio D'Amato. A Venezia, per fare un altro esempio, tra sabato e domenica (dunque in due giorni), sono stati trovati 48 positivi che rientravano dai quattro Paesi grazie ai tamponi (eseguiti sia in aeroporto, sia nelle strutture sanitarie).
IL FILTRO. Una frequenza così elevata tra chi sbarca negli aeroporti italiani, dice anche altro: l'obbligo dei tamponi è scattato il 13 agosto, quanti italiani sono rientrati positivi dalle vacanze all'estero senza essere stati intercettati dal sistema sanitario nazionale? Tra l'altro, mentre Roma e Venezia e una serie di altri aeroporti come Perugia, Torino e Pescara, per fare alcuni esempi, stanno eseguendo i test agli arrivi, a Milano è ancora tutto fermo. «Per una volta Roma è stata molto più efficiente», infierisce D'Amato. In effetti, la Lombardia ancora si deve organizzare, si stanno allestendo dei gazebo, forse si comincerà domani, a Malpensa. Nell'attesa, chi torna dai quattro Paesi (Croazia, Spagna, Malta e Grecia) deve comunicarlo all'azienda sanitaria della sua città e aspettare di essere convocato per eseguire i tamponi. In Italia ieri sono tornati ad aumentare i nuovi casi positivi: sono stati 403, il giorno prima erano 320. La regione con più contagi è il Veneto (60), seguita dalla Lombardia (50). Cinque i decessi. Il dato su cui vigilare è un altro, continuano ad aumentare i ricoveri: da 810 a 842, stabili le terapie intensive a 58. Il numero di coloro che sono attualmente positivi, che era sceso anche sotto 12mila, ora è risalito sopra 15mila, anche se per fortuna la maggior parte è asintomatica. C'è un altro nodo, molto delicato, da sciogliere sul fronte degli arrivi dall'estero che hanno contribuito a fare risalire la curva: il numero dei nuovi contagiati sta crescendo ogni giorno anche in altri paesi come Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Non è un errore controllare solo chi arriva da Spagna, Grecia, Croazia e Malta? L'incidenza di nuovi casi negli ultimi quattordici giorni sulla base di centomila abitanti in Grecia è a 23,2, in Belgio a 60,8, in Francia 41,4, in Lussemburgo a 98,4, in Olanda a 46,3. Perché c'è l'obbligo di tamponi, tra quei Paesi, solo per chi torna dalla Grecia? Una logica esiste: la Grecia, in particolare Corfù e Mykonos, ha molti casi concentrati dove ci sono i turisti e dunque molti italiani stanno tornando contagiati da quelle località. Però che sia in corso una verifica della lista è confermato anche dal Ministero della Salute. Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, a SkyTg24: «In Francia c'è un numero crescente di contagiati da coronavirus. Se chi arriva dalla Francia non ha l'obbligo del tampone come per altri Paesi europei, non è detto che la lista non venga aggiornata».
PRESSIONE. Ma c'è sempre un problema: il sistema delle Regioni reggerà se si aumenterà il numero dei passeggeri a cui effettuare un tampone all'arrivo? La Regione Lazio ha rilanciato con un'altra proposta al Ministero della Salute: chiediamo di effettuare il tampone prima di partire da determinati Paesi; non ti imbarchi sull'aereo diretto in Italia, se non hai un documento che certifichi la negatività. Questo obbligo potrebbe riguardare solo il cittadino straniero che vuole visitare l'Italia. Per capire: già oggi un italiano che torna dalla Spagna o dalla Grecia può anticipare i tempi e, se trova un laboratorio sul posto, eseguire il tampone 72 ore prima del rientro in modo da evitare le attese in Italia. Ma molti rinunciano, perché se risulti positivo, devi restare in un Paese straniero in attesa di negativizzarti. Uno spagnolo che vuole venire a visitare Roma, invece, potrebbe preferire il tampone prima di partire. Tra coloro che sono stati trovati positivi a Fiumicino ieri, c'erano viaggiatori iberici. Ora dovranno restare chissà quanto in Italia per curarsi o comunque isolarsi. Se ne hanno la possibilità e sono asintomatici affitteranno un appartamento, altrimenti saranno assistiti dal nostro sistema sanitario. Il tampone, prima di partire, avrebbe evitato il problema e ridotto il lavoro per gli operatori italiani negli aeroporti o nei drive in.
Niente tamponi a Malpensa”. Le vacanze dei vercellesi dalla Grecia al Sant’Andrea. Maria Cuscela e Stefano Fonsato per "lastampa.it" il 19 agosto 2020. Scordatevi i tamponi all’aeroporto, se scegliete un volo dai Paesi a rischio Covid a Milano Malpensa. Bisogna ricorrere per forza al servizio offerto dall’Asl, una volta rientrati in città. E’ successo anche ad alcuni vercellesi che, partiti per le vacanze seguendo disposizioni e accortezze sanitarie, sono tornati con tutt’altre norme da seguire. Sono le conseguenze delle vacanze all’estero ai tempi del coronavirus. Chi parte per le quattro mete da tenere sotto controllo, secondo il Governo italiano, ovvero Malta, Croazia, Spagna e Grecia, è avvertito: «Una coppia che ha trascorso le vacanze nell’isola di Kos ha dovuto sottoporsi a tampone, in questi, giorni, perché di rientro appena dopo il 13 agosto, data in cui sono scattate le nuove regole», spiega Alessandro Bonino, titolare dell'agenzia Wer Celt di via Verdi. Il vero problema da affrontare, però, è quello all’aeroporto più utilizzato dai vercellesi. «Gli scali milanesi, in particolare Malpensa, non stanno effettuando i tamponi: cinque miei clienti, di ritorno da Creta, sono stati costretti ad effettuarli in città - spiega invece Andrea Moscatelli di Penny Tour, agenzia viaggi in corso Libertà -. Diversa la situazione a Roma-Fiumicino, Torino-Caselle, Bologna e Venezia, in cui controlli e verifiche stanno procedendo regolarmente. In data 30 agosto ho una famiglia che deve partire per le Baleari, nella fattispecie Formentera, ovviamente da Milano e, allo stato dell’arte, c'è tanta confusione. Purtroppo i vertici regionali lombardi stanno gestendo male la situazione». «Dopo l’ordinanza firmata dal ministro giovedì, un gruppo di nostri otto clienti che avrebbe dovuto partire il giorno successivo per la Grecia ha rinunciato», segnalano dalla Walser Viaggi di Varallo. E ancora: «Molte persone, anche chi non è nostro cliente, chiamano per avere chiarimenti: facciamo il possibile per essere d’aiuto anche se districarsi non è semplice». Confermano dalla Tursiope Viaggi di Borgosesia: «Non avevamo comitive nelle mete a rischio, ma riceviamo tante richieste di informazioni sui tamponi: li dirottiamo alla Asl per indicazioni più precise. Negli aeroporti di Roma i controlli sono effettivamente partiti ma a Milano pare che non partano prima di domani». Le certezze? Poche davvero: «E’ una stagione durissima per il nostro settore, lo stesso vale per i prossimi mesi. Ma stringiamo i denti, impostando il lavoro più che altro su appuntamento e cercando di accontentare le diverse richieste». Come si devono comportare esattamente i vercellesi di rientro dalle località succitate? E’ necessario chiamare il centralino degli ospedali di Vercelli (0161-593111) e Borgosesia (0163-426111). «La telefonata - ricordano all’Asl - sarà inoltrata ad operatori dedicati che prenoteranno il tampone. Sarà possibile contattare il centralino dalle ore 8 alle ore 20 di tutti i giorni, sabato e festivi compresi. Fino a quando non sarà arrivato esito dei tamponi gli utenti coinvolti dovranno rimanere in isolamento. Anche chi rientra da altri Paesi, contattando il centralino tramite il servizio dedicato, potrà avere chiarimenti e delucidazioni.
C’è un giudice a Frosinone e speriamo non solo lì. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 5 Agosto 2020. Un piccolo giudice di Frosinone ha scritto in una sua sentenza che agli italiani è stato impedito di muoversi dalla propria abitazione, di lavorare, di studiare, di fare impresa, di osservare il proprio culto e insomma di godere dei minimi diritti costituzionali, senza che esistessero le condizioni per impedirglielo: e, soprattutto, che tutto questo è stato fatto per mezzo di un’azione amministrativa che non avrebbe potuto incidere su quei diritti nemmeno se allo stato di emergenza si fosse giunti in modo legittimo. La sentenza del Giudice di Pace di Frosinone si ferma al caso singolo della sanzione elevata ai danni di un cittadino che non è rimasto inerte e l’ha impugnata, ma le ragioni che sorreggono la decisione hanno una portata ben più vasta e descrivono un regime di illegalità che ha implicato la vita di un’intera comunità nazionale. Non sapremmo intrattenerci (lo faranno i giuristi del ramo) sulla fondatezza e sull’attrezzatura motivazionale della sentenza laziale, ma è abbastanza chiaro che se quel giudice avesse deciso in modo congruo vorrebbe dire che nel giro di qualche settimana e in forza di un potere arbitrario si è registrato in Italia il più grave fatto di regressione civile e democratica da che esiste la Repubblica. Non si vede infatti come altrimenti giudicare il caso di un governo che si abbandona reiteratamente all’abuso del proprio potere comprimendo i diritti elementari dei cittadini e sottoponendo questi a un regime repressivo e sanzionatorio non solo di gravità inaudita, ma oltretutto impiantato sulla base di uno stato emergenziale dichiarato indebitamente. Per carità, esiste anche l’ipotesi che si tratti, al contrario, di vaneggiamenti, o almeno di argomentazioni in realtà friabili, e che dunque quel giudice abbia preso un abbaglio: ce lo diranno, appunto, gli esperti. Ma almeno qualche sospetto sul fatto che qualcosa non filasse per il verso giusto in una linea esecutiva che acciaccava le libertà costituzionali con strumenti impropri e mandava in sostanziale desuetudine l’equilibrio democratico-rappresentativo, ecco, qualche sospetto di tal natura eversiva c’era eccome: e se non si affermava, se non aveva la forza di diffondersi e di imporsi come la voce della ragione, e anzi passava per noiosa doglianza incapace di capire che il governo lavorava per il nostro bene, ciò era soltanto perché confliggeva con la temperie di riposante conformismo che garantiva l’imperio di quella prepotenza. Un clima tanto mite da far gemmare il capolavoro civile secondo cui in Italia andava tutto bene perché il governo non aveva abolito il diritto di pensare. Vediamo se solo a Frosinone c’è un giudice.
Roberta Amoruso e Diodato Pirone per “il Messaggero” il 7 agosto 2020. La domanda è semplice. Quanto è costato al Centro-Sud il fermo generale dell'Italia deciso dal governo intorno al 10 marzo quando l'infezione da Covid-19 praticamente riguardava solo alcune aree del Nord? È evidente che nessun economista potrebbe dare una risposta precisa al centesimo. Ma a grandi linee la cifra ipotizzabile è netta: 100 miliardi di euro. La si ricava dalla riduzione del Pil che per quest' anno è stimata intorno al 10% e dunque equivarrà ad aver gettato nel fuoco la bellezza di 175 miliardi. Poiché le tre regioni del Nord coinvolte a marzo nell'epidemia, ovvero Lombardia, Veneto ed Emilia, grosso modo assicurano 715 miliardi di Pil, se ne ricava che il calo del 10% dei 1.051 miliardi di ricchezza prodotta dalle altre regioni equivale a 105 miliardi. Euro più euro meno è nell'ordine di questa grandezza il tributo inflitto alle aree italiane poco coinvolte nell'epidemia dalla decisione di fermarle esattamente come fu fatto per la prima zona rossa lombardo-veneta di Codogno e Vo. «Il ragionamento di fondo è corretto - sottolinea Luciano Sbraga, responsabile del Centro Studi della Fipe-Confcommercio - Tenendo presente che il lockdown ha inevitabilmente avuto effetti diversi da settore a settore. Se ad esempio in assoluto il comparto economico più colpito è stato quello del trasporto aereo, non si può negare che il lockdown ha inferto colpi sociali durissimi al tessuto economico profondo dell'Italia che è garantito dalla ristorazione».
ITALIA - LE DIFFERENZE NORD SUD. Secondo la Fipe, infatti, quest' anno il giro d'affari dei ben 330 mila fra bar e ristoranti aperti in Italia scenderà almeno del 26% passando dagli 85 miliardi del 2019 a circa 63 miliardi. Il settore dà lavoro a circa 1,2 milioni di italiani fra figure professionali indipendenti e dipendenti e dunque se non si risolleverà in fretta i posti di lavoro a rischio si conteranno a centinaia di migliaia. Il calo generalizzato del settore si sta verificando su tutto il territorio nazionale. Traduzione: la ristorazione del Centro-Sud che nel 2019 ha avuto un giro d'affari di oltre 48 miliardi pagherà un prezzo salatissimo di circa 12 miliardi di riduzione del fatturato anche se dal Po in giù l'epidemia è stata contenuta e talvolta, come in Lucania, in Molise, in Calabria, in Sicilia e Sardegna, è risultata quasi impercettibile. Si pone dunque un tema di risarcimento di danni che almeno in parte, forse, potevano essere evitati. Anche gli alberghi stanno valutando come muoversi per recuperare un danno non dovuto, almeno non in tutto il Paese. Il settore stima una perdita di fatturato di oltre il 70% nel 2020. E una parte del giro d'affari sfumato è dovuto alle imprese che non riapriranno. Moltissime anche al Centro-Sud.
LA RIPRESA PIÙ DIFFICILE. Ancora più pesante il bilancio del rapporto Svimez che stima una perdita di valore aggiunto su base mensile di quasi 48 miliardi di euro (il 3,1% del Pil italiano), oltre 37 dei quali «persi» nel Centro-Nord e 10 nel Mezzogiorno. Si tratta di 788 euro pro capite al mese nella media italiana: oltre 1000 euro al Nord contro i quasi 500 del Mezzogiorno. La perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi in Italia, per ogni mese di blocco. Del fatturato andato in fumo, solo la metà è al Nord (12,6 miliardi) e il resto è a carico del Centro (5,2 miliardi) e del Mezzogiorno (7,7 miliardi). Non solo. Il blocco improvviso, inatteso, e a questo punto nemmeno necessario, ha colto impreparate le molte imprese meridionali che non avevano ancora completato il percorso di rientro dallo stato di difficoltà causato dall'ultima crisi. Il Mezzogiorno non aveva ancora recuperato i livelli pre-crisi, ancora inferiori di 15 punti percentuali rispetto al 2007 (il Centro-Nord di circa 7). Sulla base dei dati di bilancio disponibili ad aprile per un campione di imprese con fatturato superiore agli 800.000 euro, le evidenze su grado di indebitamento, redditività operativa e costo dell'indebitamento portano a stimare una probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali 4 volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. Il risvolto più pesante, è che proprio nel Centro-Sud che poteva evitare il lockdown più pesante sarà più difficile ripartire. Il resto del Paese avrebbe subito il calo della domanda del Nord, ma poteva essere cruciale per l'intero Paese mantenere viva l'anima commerciale e l'industria del Centro-Sud, lì dove il virus si sentiva molto meno, fanno notare diversi economisti. Ora l'intero Paese deve ripartire. E la parte più debole, ma anche meno colpita, farà più fatica del resto.
Conte in Senato: "La proroga dello stato d'emergenza è inevitabile". Da lapresse.it il 28 luglio 2020. Lo stato di emergenza per il coronavirus "viene a scadere alla fine di questo mese. Anche in mancanza di un obbligo normativo, ritengo doveroso condividere con il Parlamento questa decisione". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo in Senato dopo il Cdm. "Sarebbe incongruo - ha spiegato il premier- sospendere bruscamente l'efficacia delle misure adottate". Il capo del governo ha spiegato che "la proroga è una facoltà espressamente prevista dalla legge e attivabile ogni qual volta, anche a distanza di tempo dell'evento, si rende necessaria. Questa esigenza si verifica quasi sempre. Lo dimostrano diversi precedenti". Rivolgendosi all’Aula di Palazzo Madama, Conte ha spiegato che "se ci assumessimo la responsabilità di non prorogare lo stato di emergenza dobbiamo essere consapevoli che cesserebbero di valere le ordinanze e sono 38 le ordinanze adottate e i conseguenti provvedimenti attuativi". "Tra le misure che perderebbero efficacia anche la possibilità di utilizzare navi per la quarantena dei migranti", ha dichiarato ancora il presidente del Consiglio che ha parlato di "situazione complessa che va affrontata con risoluzione, tempestività ed efficacia". Per Conte "la proroga dello stato di emergenza è una scelta inevitabile, per certi versi obbligata" e "fondata su motivazioni meramente tecniche". Il premier si è poi rivolto alle opposizioni sottolineando che "con questa decisione, in base al principio di precauzione ci predisponiamo a mantenere un cauto livello di guardia, potendo così intervenire con speditezza in caso di un peggioramento della situazione. Non c'è nessuna intenzione di drammatizzare o di alimentare paure ingiustificate. La scelta della proroga non vuole creare un ingiustificato stato d'allarme, tutt'altro". Allo stesso modo "la scelta di prorogare lo stato di emergenza può considerarsi lesiva dell'immagine del nostro Paese. È vero il contrario. Noi garantiamo un Paese più sicuro per tutti".
Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 28 luglio 2020. In Consiglio dei ministri il presidente Giuseppe Conte ha presentato una informativa sulla proroga dello stato d’emergenza: è sulla base di questo documento che, martedì pomeriggio, il premier si presenterà in Parlamento per «sottoporre al preventivo vaglio parlamentare la proposta di proroga». Sono tanti gli aspetti che l’esecutivo vuole affrontare in stato di emergenza da coronavirus: dal reperimento delle navi per tenere in quarantena gli stranieri al prolungamento dello smart working per i dipendenti pubblici e privati; dall’acquisto dei dispositivi di protezione e dei materiali per garantire riapertura delle scuole all’ organizzazione delle elezioni amministrative e del referendum; dalle nuove regole per il ritorno dei tifosi negli stadi e dei fan ai concerti al blocco dei voli dai Paesi ritenuti ad alto rischio di contagio, obbligo di quarantena – italiani compresi – per chi arriva dagli Stati ritenuti a rischio.
Tre mesi di proroga. Il presidente del Consiglio illustrerà al Parlamento i motivi per cui si è deciso di rinnovare il decreto che scade il 31 luglio fino al 31 ottobre 2020. Altri tre mesi durante i quali si terrà sotto controllo la curva epidemica e fino a quando il numero dei contagi non sarà praticamente nullo o comunque molto basso e quando non ci saranno nuovi focolai. L’attuale situazione consente infatti di agire in deroga su numerosi aspetti della vita pubblica grazie all’emanazione di Dpcm e ordinanze del ministro per la Salute.
Smart working. Per i dipendenti pubblici e privati si può ricorrere allo smart working fino al termine dello stato di emergenza. Quando si tornerà alla situazione ordinaria dovranno essere rivisti. La scelta di far lavorare i dipendenti da casa si è resa obbligatoria nel momento di massima criticità della pandemia per limitare i contatti tra le persone. Tra i motivi che durante il lockdown giustificavano le uscite c’erano proprio quelli legati al lavoro, ma per garantire il distanziamento sociale e così cercare di limitare i contagi da Covid-19 erano state diramate linee guida proprio per garantire la minima presenza negli uffici. Una strategia peraltro ribadita anche nella relazione finale della commissione Colao e dai protocolli dell’Inail per la sicurezza.
I Dpcm. I decreti del presidente del Consiglio, i Dpcm, non possono essere emanati se non in stato di emergenza. La proroga consentirebbe di rinnovare l’ultimo provvedimento firmato il 14 luglio scorso che ha prorogato tutte le misure in vigore e ha rinviato di altre due settimane la riapertura delle discoteche al chiuso e il via libera alle sagre, alle fiere e agli eventi pubblici. Il nuovo Dpcm dovrà essere firmato il 31 luglio. In questa situazione le Regioni possono continuare a firmare ordinanze, ma è comunque previsto che consegnino le linee guida al governo e dunque che funzioni la «cabina di regia» alla quale partecipano i governatori proprio per seguire una linea comunque, sia pur differenziata a seconda dell’andamento della curva epidemiologica nelle diverse aree.
La scuola. Tutte le gare per l’approvvigionamento del materiale necessario a far ripartire la scuola, ma anche a rifornire di dispositivi di protezione gli uffici pubblici e a distribuirli a prezzi calmierati per i cittadini ora possono essere svolte seguendo un iter più snello. In particolare lo stato di emergenza, se prolungato, consentirebbe al commissario Domenico Arcuri di acquistare banchi, test sierologici, mascherine, guanti e tutto quel che viene ritenuto necessario per fronteggiare i rischi di nuovi contagi da coronavirus, senza dove applicare il codice degli appalti e quindi accorciando procedure e inevitabilmente i tempi. Si tratta comunque di gare pubbliche, ma alcuni passaggi verrebbero eliminati proprio per garantire la celerità.
Il monitoraggio. Il monitoraggio settimanale effettuato dal ministero della Salute sulla base dei dati forniti dalle Regioni sarà aggiornato per tutta la durata dello stato di emergenza. Si tratta di un quadro di situazione che tiene conto di 21 indicatori e calcola l’indice di trasmissione del coronavirus — l’Rt — sulla base del numero dei nuovi contagi, dei guariti, dei deceduti ma anche e soprattutto analizzando la tenuta delle strutture sanitarie e in modo particolare i posti liberi nei reparti Covid e quelli delle terapie intensive. Il monitoraggio consente anche di gestire i focolai e di modulare le aperture e le chiusure di alcune aree del Paese. E serve a prendere misure particolari in quelle zone, prime fra tutte quelle della movida, dove più alto è il rischio che si possa avere un aumento dei casi positivi.
Navi per la quarantena. La gara per reperire una nave da 1000 posti dove sistemare gli stranieri che devono effettuare la quarantena può essere svolta con criteri di urgenza in modo da poterla avere a disposizione nel più breve tempo possibile. Anche tutte le altre scelte collegate alla gestione dei migranti soprattutto per l’emergenza sanitaria possono essere fatte seguendo iter più rapidi e snelli.
I Paesi a rischio. Un’ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza ha vietato l’ingresso in Italia a chi proviene dal Armenia, Bahrein, Bangladesh, Brasile, Bosnia Erzegovina, Cile, Kuwait, Macedonia del Nord, Moldova, Oman, Panama, Perù e Repubblica Dominicana e ha imposto l’obbligo di quarantena per chi proviene da Romania e Bulgaria. Si tratta di provvedimenti che possono essere presi proprio sulla base dello stato di emergenza.
Da ansa.it il 23 luglio 2020. "Abbiamo preso decisioni in anticipo di 20 giorni rispetto ad altre regioni. Quando noi chiudevamo altrove si facevano iniziative pubbliche, si diceva “Milano non si ferma”, “Bergamo non si ferma”, “Brescia non si ferma”, poi si sono fermati a contare migliaia di morti, migliaia non centinaia". Lo ha detto il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, parlando dell'emergenza Covid19 nel corso della sua visita di oggi all'ospedale di Sapri (Salerno). De Luca ha duramente attaccato la gestione dell'emergenza covid19 nelle regioni del Nord Italia. "Solo nella provincia di Bergamo - ha detto - ci sono stati 2.000 morti fra gli anziani delle residenze assistenziali. In tutta la Campania i morti nelle Rsa sono stati 14. E' stato difficile mettere in quarantena il Vallo di Diano. A Milano discutono ancora se la zona rossa doveva farla Governo o Regione. Noi intanto abbiamo chiuso e salvato la vita di centinaia di persone. Abbiamo dato una prova importante, ovviamente parte essenziale del risultato è rappresentato dalla tenuta del nostro personale, qui abbiamo ospedali di assoluta eccellenza, non c'è bisogno di andare a Milano, Bologna, Verona, Pavia".
Sentimento anti-lombardo? Realtà per 4 italiani su 10. Renato Mannheimer su Il Riformista il 17 Luglio 2020. Ma davvero, in occasione della pandemia Covid 19, è maturato nel paese una sorta di sentimento “antilombardo”, un mix tra rancore, risentimento e anche un tantino di soddisfazione per il fatto che la regione abbia sofferto più di altre? In certi servizi giornalistici si sono sentite frasi pronunciate da diversi cittadini come: “I lombardi se lo meritano ad avere più contagi: sino ad oggi avevano pensato solo a fare i soldi”. Oppure “Con tutte le arie che si dava dicendo di essere un esempio per l’Italia, sono quasi contento che alla Lombardia gli sia capitato quello che gli è capitato. Mi dispiace per i morti, ma..” E molte altre considerazioni di questo genere. Secondo alcuni osservatori, si tratterebbe di un atteggiamento molto diffuso. Ma nessuno lo ha fino a oggi misurato scientificamente. Un recente sondaggio dell’istituto EumetraMR (realizzato intervistando un campione rappresentativo della popolazione adulta dell’intero Paese) ci mostra come, in realtà, la percezione dell’esistenza di un sentimento antilombardo sia piuttosto presente nel Paese. Secondo il 42% degli italiani, si tratta di un atteggiamento “molto” o “abbastanza” diffuso. Anche se, come vedremo la maggior parte dichiara che si tratta di un modo di pensare “degli altri”, non di se stesso. Resta il fatto che, secondo tanti, la propensione antilombarda esiste davvero. Non si tratta, beninteso, della maggioranza degli intervistati, ma di una porzione assai significativa di questi ultimi, secondo cui questo sentimento è davvero presente tra molti italiani. La percezione dell’esistenza di un mood antilombardo è sostenuta in particolare dai più giovani, ma si tratta una convinzione trasversale, riscontrabile in tutte le categorie demografiche e sociali. E anche in quelle politiche, con una lieve accentuazione tra i votanti per Forza Italia. L’idea che esista davvero un orientamento critico nei confronti della Lombardia è relativamente più diffusa proprio tra gli abitanti di questa regione. Poco più della metà lamenta il fatto che i Lombardi siano stati poco compresi proprio quando sono stati in difficoltà, se non addirittura trattati in modo ostile. Come si è detto, al di là della percezione generale dell’esistenza di un atteggiamento negativo nei confronti della Lombardia, se si domanda se questo stato d’animo è condiviso personalmente dall’intervistato, ci troviamo di fronte a un coro di dinieghi. Solo il 10% del campione intervistato dichiara di nutrire egli stesso una avversione verso la Lombardia. I restanti affermano invece che gli antilombardi sono “gli altri”, ma che loro stessi non lo sono. È una risposta prevedibile: difficilmente si riconosce di possedere un sentimento negativo. Ma il fatto stesso di dichiarare, perdipiù come abbiamo visto in proporzioni molto diffuse, che esso è presente tra la popolazione, indica che, nella realtà, esiste davvero. E non in piccola misura.
Al via da lunedì 15 giugno. Fase 3, le attività che ripartono tra criticità e differenze tra Regioni. Redazione su Il Riformista il 14 Giugno 2020. Riapre quasi tutto ma non tutto. Nuova fase per l’Italia, da lunedì 15 maggio, che prevede l’avvio di molte attività rimaste chiuse a causa dell’emergenza coronavirus. Riparte il mondo dello spettacolo e le discoteche ma con riserva. Ripartono anche gli eventi, anche se con alcune differenze regionali. Regole da seguire attentamente intanto per gli over 65. Riaprono, dunque, cinema e teatri. Il mondo dello spettacolo riparte, compresi gli eventi all’aperto ma con un massimo di mille persone. Al chiuso tetto di 200 ingressi. Per gli sport di contatto bisognerà aspettare al 25 giugno, se i dati epidemiologici lo permetteranno. Al via anche centri estivi per bambini, centri termali, sale scommesse, Bingo. Discoteche e sale da ballo, secondo il Dpcm, dovrebbero ripartire il 14 giugno. Ma in questo caso si procede in ordine sparso. Alcune Regioni anticiperanno ma con riserve. Da lunedì 15 giugno riapriranno in Sicilia e in Puglia, mentre in Emilia Romagna, Veneto, Calabria e in Friuli Venezia Giulia il 19 giugno. In Campania, invece, la riapertura è stata autorizzata dalla regione da alcuni giorni ma non si può scendere in pista a ballare, così come avverrà nel Lazio, a partire da lunedì. Nei prossimi giorni previste riaperture anche per fiere e sagre. Da rispettare sempre il distanziamento sociale e il divieto di assembramento. Contatti fisici vietati, ingressi contingentati e su prenotazione, capienze dei locali di ogni genere ridotte alla metà, uso delle mascherine, percorsi diversi per entrate e uscite, misurazione della temperatura, sanificazione. Va tutelato anche il personale di sorveglianza, sempre in mascherina con uso frequente gel igienizzante. La Conferenza delle Regioni ha approvato diverse regole per la Fase 3 ma le associazioni di categoria temono delle ripercussioni. A cominciare dagli incassi, che potrebbero diminuire di almeno il 50%, e l’aumento dei costi e delle spese per mettersi in regola. “La Musica che gira”, l’iniziativa lanciata per sollecitare il governo a prestare più attenzioni al mondo della musica nel Dl rilancio e nelle varie misure per far ripartire l’economia sta raccogliendo numerose adesioni sul web. Gli hashtag della campagna apparsi in questi giorni sui social sono #iovivodimusica e #nosenzamusica. Particolare attenzione per gli over 65, la fascia di età più vulnerabile al covid. Per gli anziani significherà anche prepararsi alla vaccinazione antinfluenzale, essere prudenti, avere un sano stile di vita e il rafforzamento del senso di ascolto del proprio organismo. Per gli 8,4 milioni di anziani con malattie croniche in Italia queste sono alcune regole da seguire per cercare di vivere con maggiore serenità la nuova fase. “In questo momento valgono le norme di precauzione generale che dobbiamo continuare a rispettare e in più c’è qualche precauzione addizionale da seguire, specie se si è affetti da patologie croniche”, spiega il presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia, Raffaele Antonelli Incalzi. Regola fondamentale è quella di seguire le vaccinazioni, ma serve anche prudenza: “Gli anziani devono essere più attenti degli altri, ci sono regole comportamentali da seguire per una maggiore prudenza nei contatti. Una persona di 75 anni, con scompenso cardiaco, insufficienza renale e bronchite cronica io eviterei che stia in luoghi chiusi e affollati”, sottolinea il geriatra.
Il Coronavirus rialza la testa nel triangolo di fuoco fra Milano, Bergamo e Brescia. Torna l'allarme Covid-19 in Lombardia. Per la prima volta dai momenti più bui di fine marzo la scorsa settimana c'è stata un'inversione di tendenza e crescono i decessi e le positività. Si spera che non sia l'inizio di un ritorno di fiamma. Gianfranco Turano il 15 giugno 2020 su L'Espresso. È una brutta settimana quella che si è appena conclusa sul fronte del Coronavirus in Lombardia. Molti dati della regione, soprattutto quelli dei ricoveri e delle terapie intensive, rimangono in calo ma non c'è ancora da essere ottimisti sul declino definitivo della malattia. Per la prima volta dal momento peggiore della pandemia (23-29 marzo) il conteggio dei decessi ha invertito la tendenza e ha ripreso a salire. Dal lunedì 8 giugno a domenica 14 si sono contati 179 morti contro i 158 della settimana precedente. La situazione è la stessa per quanto riguarda i casi di positività che sono aumentati da 1.227 a 1.463 a fronte di un numero di tamponi solo leggermente superiore: poco più di 71 mila la scorsa settimana contro i circa 68 mila della settimana precedente. Le positività e i decessi sono numeri agli antipodi nella scala temporale perché i nuovi casi raccontano la realtà del momento, salvo l'intervallo necessario a processare i tamponi, mentre i decessi, come è stato ripetuto più volte dalle autorità sanitarie e politiche sia in Lombardia sia nel resto d'Italia, raccontano l'esito letale di pazienti che magari hanno combattuto il Covid-19 per molte settimane. A livello nazionale, per fare un esempio, sabato 13 giugno l'Abruzzo ha comunicato 23 decessi che risalivano ad aprile. L'impennata delle positività nella regione governata da Attilio Fontana potrebbe essere dovuta a una cifra apparsa da qualche tempo nelle comunicazioni quotidiane dell'assessorato al Welfare guidato da Giulio Gallera. È un numero di casi in corso di verifica che venerdì 12 giugno ha superato la soglia dei duemila fino a raggiungere i 2.027 domenica 14. Sono casi dubbi, di false positività e false negatività che riguardano sia i malati in uscita dal contagio sia nuovi possibili casi. È comunque un numero molto consistente, una sorta di riserva che negli ultimi giorni ha riportato le positività in Lombardia fino al 70 per cento del totale nazionale con un numero di positivi attuali di 15.989 sui 26.274 malati complessivi in Italia (60,8 per cento). Il livello di guardia dovrebbe rimanere alto ma è come se si fosse già passati alla fase successiva al virus, con le cronache occupate dall'inchiesta giudiziaria sulle zone rosse di Nembro e Alzano Lombardo, con un balletto di responsabilità fra il governo centrale e giunta regionale. A livello locale le voci sulla sostituzione dell'assessore Gallera, che non circolano per la prima volta, non hanno trovato conferma nei fatti. La novità nella sanità lombarda è la sostituzione del direttore generale, l'ex dirigente di polizia Luigi Cajazzo, con il navigatissimo Carlo Trivelli. Sul piano politico cambia abbastanza poco. La Lega non è riuscita a imporre un suo uomo accanto al forzista Gallera. Ma Trivelli, che è certamente riferibile al blocco berlusconiano, ha il marchio di Comunione e liberazione, quindi della componente forzista di derivazione formigoniana che ancora conta molto soprattutto nell'imprenditoria sanitaria collegata a enti religiosi. Trivelli arriva dagli Spedali Civili di Brescia, cioè dalla primissima linea della pandemia e da uno dei punti che, insieme alla città metropolitana di Milano e a Bergamo, continuano a produrre il maggior numero di positività. La speranza comune è che la settimana appena trascorsa non sia l'inizio di un ritorno di fiamma.
Coronavirus, focolaio a Vicenza, Zaia: «In isolamento tutte le persone venute a contatto con i positivi».
Da ilmessaggero.it il 3 luglio 2020. Coronavirus, focolaio di Covid19 a Vicenza. «Sono stato informato immediatamente dal Dipartimento Prevenzione del focolaio di CoviD19 di Vicenza e sto seguendo nei minimi dettagli la questione». Lo afferma il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, a proposito del focolaio di Coronavirus scoperto ieri nella città.
Luca Zaia: «Veneto, indice di contagio a 1.63. Regole inasprite da lunedì, in certi casi prevederei il carcere». Da ilmessaggero.it. Coronavirus, il governatore del Veneto Luca Zaia annuncia una nuova ordinanza per inasprire le regole dopo il nuovo focolaio scoppiato a Vicenza: «Veneto a rischio elevato 1,63. In certi casi prevederei il carcere». «Il nuovo focolaio di coronavirus scatenato da un imprenditore vicentino rientrato dalla Bosnia ha portato il Veneto da un rischio basso a un rischio elevato, passando da una r con t pari a 0,43 a una di 1,63», conferma Zaia. Il presidente del Veneto ha ricostruito la vicenda legata al viaggio in Bosnia, che ha determinato 5 nuove positività e 89 isolamenti. «Se questo è il sistema di gestire la positività e la sintomatologia, dopo quattro mesi di coronavirus allargo le braccia - ha rilevato -. Così non ne veniamo fuori. Fosse per me, di fronte a certi comportamenti prevederei la carcerazione. È essenziale che a livello nazionale si prenda in mano il dossier, mettendo in fila le questioni con un Dpcm o con un provvedimento del ministro Speranza».
Zaia: paziente zero dalla Serbia. Zaia ha ricostruito la storia del focolaio vicentino sottolineando i comportamenti dei vari soggetti positivi, Il paziente zero, rientrato dalla Serbia il 25 giugno, ha iniziato ad avere sintomi lo stesso giorno, avendo «diversi contatti lavorativi ed extralavorativi, tra cui una festa privata e un funerale» il 26 e il 27. «Il 28 - continua Zaia - è andato al pronto soccorso, effettuando il tampone e risultando positivo, ma rifiutando il ricovero. Se uno è padrone della sua vita, non deve però poter mettere a repentaglio quella degli altri: ecco perché dico che il Parlamento ci deve dare gli strumenti adeguati». Ricoverato, dopo molta insistenza, anche del sindaco, il 1 luglio, attualmente è in rianimazione ed è pure emerso che il 30 pur sapendo di essere ammalato ha visto altre persone. Il secondo caso di positività è emerso il 30 giugno, «dopo almeno 6 giorni asintomatici», per uno degli altri occupanti dell'auto andata in Serbia, e terzo e quarto il 1 luglio, nel secondo caso per un occupante dell'auto non dichiarato. L'ultimo caso, presso l'Ulss 6 Euganea, riguarda una paziente che si è presentata al Pronto soccorso di Schiavonia il 29 giugno, dichiarando di aver avuto contatti con il 'paziente zerò. «In questo caso - ha rilevato Zaia - l'indagine è risultata difficoltosa per la negazione di alcuni dati, come lavoro e contatti». «Evito di continuare - ha concluso Zaia - perché altrimenti mi incazzo del tutto. Sapevano che una persona incontrata in Serbia era poi risultata positiva, un sintomatico ha rifiutato il ricovero e poi ha partecipato a feste, la signora non ha detto le cose: così non ne veniamo fuori. E mi chiedo se abbia senso aver buttato via quattro mesi della nostra vita per ritrovare complottisti e liberisti. L'ordinanza è già potenzialmente scritta e potevo firmarla anche oggi. Ma non sono contento». «Per colpa di pochi irresponsabili ora pagheranno tutti», ha concluso.
Multa di 1.000 euro. «La legge prevede una multa di 1000 euro in caso di fuga dall'isolamento sanitario: mi sembra ridicolo - ha sottolineato Zaia -. E ritengo che sia fondamentale il ricovero coatto, così come è necessario essere severissimi con gli isolamenti sanitari. Io ho dato disposizioni ai Sisp di tolleranza zero e, se ci sono elementi, di procedere alla denuncia. Non possiamo permetterci la diffusione del virus per l'irresponsabilità di qualcuno. Quello che è accaduto, è gravissimo». «Di tutto questo ne parlerò - ha concluso Zaia - con Bonaccini in conferenza dei servizi, perché siamo i primi a sperimentare una vicenda del genere, inquietante».
Zaia: «Lunedì ordinanza per inasprire regole». Una nuova ordinanza restrittiva «per inasprire le regole» sulla prevenzione del contagio del Covid verrà presentata la prossima settimana in Veneto. Lo ha annunciato per lunedì il Governatore del Veneto Luca Zaia, alla luce di assembramenti e «comportamenti sconsiderati di troppe persone» evidenziatisi in questi ultimi giorni. «Continuando di questo passo non dobbiamo porci la domanda se il virus tornerà in ottobre, perché l'abbiamo già qui. Ai comportamenti irresponsabili di qualcuno, si aggiungono gli altri che abbiamo conosciuto in queste ore».
Coronavirus a Vicenza, il dirigente di Laserjet con 38 di febbre al compleanno e al funerale. Ai medici: «Non mi ricovero». Andrea Pasqualetto e Marco Cremonesi il 4/7/2020 su Il Corriere della Sera. Dicono che scalpitasse per tornare in Serbia. E così, visto che le frontiere erano state riaperte, ha preso il furgone, ha caricato un operaio e si è messo al volante. Partenza da Vicenza il 18 giugno, di prima mattina. Doveva essere una trasferta di lavoro finalizzata a sistemare l’attività «balcanica» della società vicentina che dirige, la Laserjet di Pojana Maggiore. Per ragioni di privacy non possiamo fare il nome del soggetto né renderlo identificabile. Diciamo che si tratta di uno storico dirigente di questa azienda da 170 dipendenti che produce lamiere e acciai fra i campi di grano a un passo dai Colli Berici, non molto distante da Vo’. Un viaggio che ha avuto sviluppi inquietanti. Secondo la ricostruzione della task force veneta antivirus, in quei due giorni il dirigente sarebbe entrato in contatto con un settantenne serbo sintomatico, oggi in rianimazione nel suo Paese, finendo per infettarsi e per infettare altre persone. Rientrato dalla Serbia il 20 giugno, è ripartito dopo tre giorni con altri due operai, un serbo e un bosniaco che vivono nel Vicentino, alla volta di Medjugorje, Bosnia, tornando il 25 giugno.
In Veneto torna l’incubo del contagio. Risultato: tutti positivi e lui a lottare per la vita in rianimazione all’ospedale di Vicenza, intubato a pancia in giù. Nel Veneto che sembrava aver superato brillantemente l’emergenza, torna dunque l’incubo del contagio, del quale sarebbe proprio il dirigente la causa prima. I tracciatori della squadra guidata da Francesca Russo, la capa della Regione che monitora costantemente l’evoluzione dell’epidemia, hanno ricostruito tutti gli spostamenti del gruppetto e hanno concluso che la ricaduta è pesante: 89 persone in quarantena, nuovi focolai, tamponi a tappeto a centinaia di persone nel Vicentino, nel Veronese e nel Padovano. Il tutto accompagnato da un comportamento del dirigente che sta facendo infuriare il governatore Luca Zaia. La ragione è presto detta: l’uomo ha iniziato ad accusare i sintomi del Covid dal giorno in cui è tornato, febbre a 38, malessere generale, inappetenza, e nonostante ciò ha incontrato gente, è andato a un funerale e pure a un’affollata festa di compleanno, alla quale hanno partecipato anche il consigliere regionale Joe Formaggio e i giornalisti Giuseppe Cruciani e Alberto Gottardo: «Ce ne siamo andati alle dieci di sera, quando lui non era ancora arrivato. Si trattava comunque di una festa all’aperto». Al funerale l’hanno visto abbracciare la sposa, al compleanno se n’è rimasto invece in disparte. «Era silenzioso e non ha assaggiato nemmeno la torta, di solito è invece compagnone e mangia anche i tavoli», riferisce un amico, presente quella sera. Il giorno successivo ha così pensato di farsi un tampone all’Ospedale di Noventa vicentina: positivo. L’hanno trasferito all’ospedale San Bortolo di Vicenza, dove da un mese non vedono contagiati. «Siamo arrivati anche a 150 ricoveri nel periodo più nero», ricorda Giovanni Pavesi,direttore generale della azienda sanitaria berica. Al San Bortolo gli hanno consigliato il ricovero. «Preferisco tornare a casa», si è rifiutato. Dopo tre giorni di insistenze da parte degli operatori e pure del sindaco del suo paese, il ricovero.
Una lunga lista di contatti e potenziali infetti. Dietro di sé ha lasciato una lunga lista di contatti e, dunque, di potenziali infetti. Fra questi, una donna che il 29 giugno si era precipitata all’ospedale padovano di Schiavonia con febbre e uno stato di malessere generale. Si tratta, dicono, di una ragazza che pare lavori in una profumeria della provincia di Rovigo. «Sì, ho avuto contatti con lui», ha riconosciuto imbarazzata. Sono stati dunque ricostruiti anche i suoi spostamenti: Lozzo Atestino, Agugliaro, Veggiano. Siamo nella zona di Vo’ Euganeo, teatro del primo focolaio di coronavirus in Veneto e anche del primo decesso in Italia. Analoghi tracciamenti sono stati fatti naturalmente per gli operai, a Pojana e Orgiano, nel Vicentino, e a Bonavigo, nel Veronese, dove abita l’operaio che primo è andato in trasferta con il dirigente. Anche quest’ultimo ha partecipato a una festa di compleanno dove si sono ritrovate decine di invitati. Scrive in una nota la Regione: «La festa si è svolta all’aperto ma nessuno ha mantenuto le distanze o indossato la mascherina. In totale il paziente è stato a contatto con ventiquattro persone, di cui cinque bambini... Per tutti è stata effettuata l’indagine epidemiologica e predisposto l’isolamento domiciliare fiduciario per quattordici giorni». L’operaio ha poi avuto naturalmente rapporti con i familiari e altri contatti occasionali. Ne hanno contati 37 anche se il numero è da considerare provvisorio. Tutti sottoposti a tampone, il cui esito si conoscerà nei prossimi giorni. «Le indagini sono in progress e i nuovi contatti segnalati verranno sistematicamente posti in isolamento e sottoposti a test». Insomma, il viaggio in Serbia del dirigente della Laserjet e il suo mancato, tempestivo, ricovero, sono costati parecchio a questa terra. Focolai, contagi, quarantene. E anche una certa paura, la stessa che il Veneto sembrava essersi lasciato alle spalle.
Da "corriere.it" il 4 luglio 2020. «Il paziente serbo che ha contagiato l’imprenditore vicentino sembra sia deceduto mercoledì». Lo dice il governatore del Veneto Luca Zaia sui nuovi casi in Veneto, generati da un imprenditore vicentino che si era recato in Serbia, e che ora è in terapia intensiva. Zaia ha annunciato che una segnalazione sarà presentata alla Procura di Vicenza per valutare eventuali profili di colpevolezza da parte dell’imprenditore, che pur sapendo di essere positivo ha diffuso il contagio in Veneto. Dalle testimonianze si evidenzia tra l’altro che i quattro veneti che hanno viaggiato nella stessa auto al rientro dalla Serbia «non avevano addosso la mascherina», ha spiegato Zaia, sottolineando che «oggi la Serbia, Belgrado, - ha aggiunto - è entrata in lockdown». Inoltre, come rivela il direttore generale dell’Usl Berica, Giovanni Pavesi, l’imprenditore vicentino, che si era recato in Serbia per lavoro assieme a tre collaboratori (tutti positivi), è rientrato in Italia per un giorno ed è poi ripartito per la Bosnia già ammalato. Fino ad ora sono stati sottoposte a tamponi 52 persone nel vicentino, 37 nel veronese e 28 nel padovano. La maggior parte di queste, al momento, risultate negative ai test.
Tso? «Solo in casi estremi». Il governatore è infuriato, al punto di ipotizzare il Trattamento sanitario obbligatorio per chi trasgredisce: un tema delicato, su cui già stamattina si è confrontato con il ministro della Salute Roberto Speranza, specificando che potrà essere usato solo in «casi estremi». «Ieri forse non ho avuto il dono della chiarezza, ho detto che farò un’ordinanza per un controllo ancora più efficace dell’isolamento dei positivi e dei loro contatti stretti, ma non ho parlato di restrizioni rispetto alla libertà dei cittadini», chiarisce il governatore.
«Il Veneto non è il Vietnam». Anche perché la situazione non è così drammatica: «Abbiamo parlato di un focolaio con 5 positivi, oggi i positivi sono 4 in più rispetto a ieri», dice Zaia, ricordando però che, «nonostante qualcuno abbia buttato benzina sul fuoco, si tratta di un focolaio importato dalla Serbia e portato in auto. Il piano di sanità pubblica stabilisce che i familiari e le persone che hanno avuto contatti stretti devono essere in isolamento domiciliare. Il Veneto non ha ripreso l’onda di contagi, non stiamo parlando di un’ecatombe. Anche i dati di oggi parlano di una situazione "Covid-free" per il Veneto». Il governatore ci tiene a precisare che il «Veneto non è il Vietnam»: «Tutti noi qui in Veneto viviamo "della pagnotta", non possiamo permetterci e non possiamo mettere a ferro e fuoco i nostri operatori, le nostre aziende, facendo passare l’idea, a livello nazionale, che qui è tornato il Vietnam dal punto vista sanitario. Assolutamente no. Siamo a contagio praticamente zero secondo i dati». L’ultimo report parla di due nuovi contagi ma nessuna vittima: complessivamente sono 19.318 i casi di positività totali, 2.023 i decessi, oltre un milione i tamponi effettuati.
I contagi arrivati dall’esterno. Quello vicentino «è un contagio non nato in Veneto», ha aggiunto. «La novità, non irrilevante, è che abbiamo 118 stranieri coinvolti in focolai in Veneto. Ci portiamo quindi il virus da fuori. Ed è quindi fondamentale, senza creare allarmismi, stabilire regole di reciprocità con gli altri paesi, questo per tutelare la salute dei cittadini italiani e stranieri». Ma, ricorda Zaia, «non siamo noi a gestire le frontiere, non siamo noi a stabilire la quarantena per chi viene da alcuni stati. Questo spetta all’Oms, in basse ai dati sui contagi». La Regione agisce però su altri fronti: «A metà luglio presenteremo il Piano di Sanità Pubblica che dice con chiarezza che cosa faremo in futuro- dice Zaia- poi sarà oggetto di valutazione e consigli, con un cronoprogramma per tutte le attività da farsi, ma non sarà uno spreco perché preferiamo avere gli ospedali vuoti e ma l’artiglieria schierata».
Coronavirus, il collega del manager vicentino: "Aveva fatto il tampone, ma era negativo". Libero Quotidiano il 06 luglio 2020. A raccontare quanto accaduto al manager vicentino che ha allarmato il Veneto è un suo collega: "Mi ha chiamato lui stesso la mattina del 29 giugno. Mi ha detto «guarda che sono risultato positivo, vai subito a fare un tampone». Mi ha detto anche che a contagiarlo era stato quel signore che avevamo visto tutti e due in Serbia durante la trasferta. In quel viaggio di lavoro io e lui siamo stati insieme dal 18 al 22 giugno, senza perderci mai di vista se non per dormire. Siamo stati in azienda, abbiamo incontrato persone, visto materiali. Siamo rientrati che stava benissimo. Il 23 doveva ripartire per un altro viaggio, in Bosnia, dove per entrare nel Paese ci vuole il tampone e lui l'ha fatto. Negativo". Un risultato, quello del test, che desta parecchia preoccupazione visto e considerato che poco dopo è l'uomo è risultato positivo ma, rifiutando il ricovero, ha condotto la normale routine contagiando chi aveva intorno. "Su questa storia ho sentito di tutto e di più - prosegue il giovane lavoratore al Corriere della Sera -. Di me hanno detto che sono stato al bar con i sintomi del virus. Ma non scherziamo! Io sono tornato da quel viaggio di lavoro il 22 e fra il 22 e il 29 non ho avuto niente. I sintomi da Covid sono arrivati dopo che lui mi ha chiamato per dirmi che era positivo. A quel punto ho telefonato alla Asl e mi sono chiuso in casa. E comunque: ho segnalato tutte le persone che ho incontrato e non ce n'è una che sia positiva, fidanzata compresa". I due, il 35enne e il manager ora in prognosi riservata, si conoscevano da pochissimo, ma in quei giorni di trasferta sono stati perennemente insieme. "Purtroppo - conclude rimproverando l'amico per quel gesto azzardato - ha sbagliato a non farsi ricoverare subito, ha perso tempo prezioso per le cure ed è peggiorato. L'ho sentito l'ultima volta martedì 30. Mi ha mandato una foto della sua faccia con la mascherina per l'ossigeno. Poi più niente".
Coronavirus, Zaia: "Morto il serbo che ha contagiato l'imprenditore vicentino". Pubblicato sabato, 04 luglio 2020 da La Repubblica.it. Fa paura il focolaio veneto importato dalla Serbia e generato da un imprenditore vicentino di ritorno dal paese balcanico. "Il paziente zero serbo che ha contagiato l'italiano sembra sia deceduto mercoledì", ha rivelato il governatore del Veneto Luca Zaia sui nuovi casi in Veneto. Una storia pazzesca, quella dell'italiano che il 25 giugno è tornato dalla Serbia, dove si era recato per affari, alla casa di Sossano, in provincia di Vicenza, assieme a dei colleghi. Si sente poco bene ma ci passa sopra e, anzi, il giorno dopo va al lavoro dove intrattiene contatti con diverse persone e partecipa anche a un a festa di compleanno. Il 28 si sente peggio e va al pronto soccorso di Noventa Vicentina dove il tampone rivela la sua positività. All'ospedale di Vicenza gli propongono il ricovero ma lui firma e rifiuta. Qualche giorno dopo viene letteralmente spinto a ricoverarsi sia dalle autorità sanitarie che del sindaco del suo paese. Ora è in terapia intensiva, in gravi condizioni. Un comportamento, il suo, che ha spinto Zaia a segnalarlo alla Procura di Vicenza per valutare eventuali profili di colpevolezza da parte della persona che, pur sapendo di essere positivo, ha diffuso il contagio nella regione. Non solo: i quattro veneti che hanno viaggiato nella stessa auto al rientro dalla Serbia "non avevano addosso la mascherina", ha precisato il governatore. "E oggi la Serbia, Belgrado, - ha aggiunto - è entrata in lockdown". "Ieri abbiamo parlato di un cluster, di un focolaio, con 5 positivi. Nonostante qualcuno abbia buttato benzina sul fuoco, ricordo che abbiamo importato il virus da una persona che è andata in Serbia e ce lo ha riportato" ha detto Zaia. "Il Veneto non ha mai ripreso l'onda dei contagi. Vedo che c'è una sorta di volontà a livello nazionale che non è tanto coerente con quanto accaduto. Il virus non è nato in Veneto". "Io non ho parlato di restrizioni rispetto alla libertà dei cittadini - ha detto ancora Zaia - porterò un'ordinanza sugli isolamenti domiciliari per essere ancora più efficace nel controllo di chi ha il virus e che non deve andare in giro ad infettare qualcun altro. Non faremo lockdown o altre menate, qualcuno si diverte a dare fake news". "Se il positivo esce di casa può prendersi fino a 18 mesi di reclusione e fino a 5mila euro di multa. Per colui che non è positivo ed è in isolamento, la multa massima è 1.000 euro. Zaia vuole usare il Tso per i matti? Nelle epidemie, il trattamento sanitario obbligatorio si può fare in casi particolari. Nel caso del paziente che non vuole stare in ospedale, in teoria dovremmo farlo con il permesso del sindaco", ha aggiunto.
Coronavirus, focolaio in Veneto. Il figlio del manager: "Si merita il Tso". Il fratello: "In Serbia per lavoro? Falso". Libero Quotidiano il 5 luglio 2020. C'è chi ha criticato Luca Zaia per aver parlato di "Tso e ricovero coatto" nei confronti di chi, positivo al coronavirus, rifiuti di farsi curare. Parole, quelle del governatore del Veneto, riferite alla vicenda del focolaio nel vicentino, sorto in seguito al viaggio del manager restio alle cure nei Balcani. Ma al fianco di Zaia si schiera anche il figlio dell'uomo, 40 anni, identificato dal Corriere della Sera col nome di fantasia Francesco. "Ha ragione Luca Zaia, il governatore. Ha ragione quando dice che serve il Tso per chi è positivo e rifiuta il ricovero. Curarsi è un dovere nei confronti della comunità, non si può rischiare di contagiare altre persone", afferma chiaro e tondo. Parole di certo non semplici, poiché rivolte a suo padre, "l'untore", l'uomo che non ha rinunciato a una affollata festa di compleanno mentre stava male, con sintomi e 38 di febbre. E così ha continuato anche a lavorare, incontrare persone, fino a quando il ricovero non poteva più essere evitato: ora è in terapia intensiva. E ancora, il figlio aggiunge: "Al suo comportamento non trovo alcuna giustificazione logica". Dunque ipotizza "una leggerezza o una sottovalutazione del pericolo al quale stava andando incontro. E pensare che papà all'inizio era molto attento a ogni forma di prevenzione... Ad ogni modo ha sbagliato, e questo non si discute". E non è tutto. Perché sempre al Corsera parla, seppur con poche parole, il fratello del manager-untore. Al citofono della sua villa nel Vicentino, smentisce il viaggio di lavoro in Serbia. "Il viaggio d'affari di cui ho letto sulla stampa non esiste, non ha niente a che vedere con gli impegni dell'azienda". E ancora, parla di "una trasferta privata di cui non ero al corrente e della quale non so niente né posso dire niente". Una testimonianza che tinge il caso di giallo.
Mauro Evangelisti per ''Il Messaggero'' il 12 luglio 2020. Il blocco delle frontiere non sta funzionando, l'incremento dei casi di importazione, delle persone positive giunte dall' estero, è inarrestabile. Il ministro della Salute, Roberto Speranza martedì confermerà la lista dei 13 dei Paesi da cui non si può raggiungere l' Italia, ma sarà necessario allungarla.
In Puglia ormai i nuovi casi positivi sono tutti rappresentati da chi arriva da oltre confine. «L' ultimo episodio - racconta il professore Pier Luigi Lopalco, che guida la task force sul coronavirus della regione - ci parla di una famiglia di quattro persone arrivate dal Brasile. Tutte positive. Si tratta di un fronte aperto molto delicato».
In Emilia-Romagna, dove a sorpresa il numero degli infetti è tornato a salire, ai focolai di un' azienda di Parma e dei due magazzini dei corriere espressi di Bologna, si sono aggiunti numeri importanti di positivi arrivati con i voli dal Bangladesh, che abitano tra la provincia di Forlì-Cesena e quella di Ravenna. Zone nelle quali, nonostante la crisi del turismo, la riviera adriatica offre occasioni di occupazione. Nel Lazio in pochi giorni hanno già trovato 124 immigrati bengalesi positivi, ai quali si sono aggiunti altri arrivati dall' India e Stati Uniti (nazioni i cui voli non sono stati bloccati dal Governo), Perù, Brasile, Messico, Nicaragua. In totale i casi di importazione si avvicinano rapidamente a quota 200.
Senza questo flusso il Lazio sarebbe non lontano dal traguardo di regione covid free. Episodi di questo tipo sono segnalati in Veneto, Campania, Friuli e Trentino. Proiettando il dato del Lazio su tutta Italia, si stima che siano almeno mille i casi di importazione trovati nelle ultime settimane. Se servissero nuove conferme, basterebbe riprendere le valutazioni del professor Gianni Rezza, direttore Prevenzione del Ministero della Salute, che nel commentare le schede settimanale sull' andamento dell' epidemia, ha detto apertamente: «In diverse regioni l' indice di contagio ha superato quota 1 a causa di alcuni focolai di rilevanza più o meno grave per l' importazione di infezioni dall' estero».
Chiaro, no? Le regioni vedono aumentare la velocità della trasmissione del virus a causa dei positivi che stanno entrando in Italia e arrivano dall' estero. Ma il ministro Speranza non aveva bloccato gli arrivi? In modo totale, lo ha fatto solo per 13 paesi, dal Bangladesh al Perù, per fare alcuni esempi. Ma ormai a centinaia erano già rientrati in Italia, tanto che il Lazio è stato costretto a effettuare una campagna di tamponi ad hoc sulla folta comunità degli immigrati bangladesi (già oltre 3.000). Non solo: l' elenco dei Paesi bannati si sta dimostrando insufficiente, visto che ieri nella regione sono stati trovati positivi due immigrati arrivati dall' India, terzo paese al mondo per numero di infetti, salvato da Speranza, visto che per ragioni di lavoro o di residenza da quella nazione si può raggiungere l' Italia. Ma i numeri sono emblematici. Prendiamo di nuovo l' esempio laziale: dei 19 positivi di ieri, due terzi sono arrivati dall' estero (8 dal Bangladesh con voli precedenti al blocco, due dall' India, uno dall' Egitto e uno dall' Ungheria). Martedì scade lo stop deciso da Speranza ai 13 paesi e ai voli dal Bangladesh in genere e il ministro deve relazionare al Senato, in una fase delicata visto che c' è in ballo anche la proroga dello stato di emergenza per tutto il 2020. Visto che ogni giorno stanno aumentando i casi di importazione, Speranza dovrà confermare il blocco a una serie di paesi a rischio, con la necessità di aumentare anche il numero delle Nazioni dalle quale non si può arrivare in nessun caso. India, Stati Uniti e Pakistan, spiegano gli esperti, sono le assenze più importanti nella lista nella versione attuale. Sul fronte dell' andamento dell' epidemia, c' è da registrare lo sfogo di un infermiere dell' ospedale di Cremona su Facebook: «Ci risiamo, abbiamo ricominciato a ricevere pazienti Covid». Non è rassicurante. Ieri la buona notizia è arrivata dal bilancio dei decessi: solo 7. Lieve aumento dei pazienti in terapia intensiva, ma in totale la diminuzione dei ricoverati per Covid continua (sono 893). I nuovi casi positivi giornalieri sono 188, meno del giorno prima; gli infetti, attualmente, in Italia sono 13.303, i dimessi-guariti 194.759.
Mauro Evangelisti per ''Il Messaggero'' il 12 luglio 2020. «Incredibile, stiamo commettendo gli stessi errori di inizio epidemia. Non controlliamo le frontiere e veniamo travolti dai casi di importazione. Da un mese e mezzo sto dicendo che la situazione sta sfuggendo di mano con i casi positivi di importazione. I soldi del Mes spendiamoli per organizzare un sistema di tamponi e tracciamento negli aeroporti». Il professore Andrea Crisanti, virologo e docente di Microbiologia all' Università del Veneto, già consulente del Veneto, ripete: in Italia stiamo commettendo di nuovi gravi errori.
«E lo sa cosa mi fa imbufalire? La storia di chi è andato in giro dicendo che è tutto finito, che il virus è scomparso. In questo modo, gli italiani pensano che le misure di distanziamento e le mascherine non servano più, i risultati si stanno vedendo. Una follia».
Cosa abbiamo sbagliato?
«Inizialmente non ci siamo resi conto che le misure prese per impedire che il virus arrivasse dalla Cina non erano quelle giuste. Però questa volta non abbiamo giustificazioni: sapevamo che i casi di importazione erano un' insidia, che in molti altri paesi il virus sta circolando decisamente più che in Italia. Forse dovevamo difendere con più efficacia le frontiere. E tra l' altro non c' è solo chi torna dal Bangladesh, di cui si sta parlando molto. C' è l' India, c' è il Brasile, ci sono gli Usa. Il problema è gigantesco, ieri ci sono stati 250 mila casi nel mondo. Il problema esiste e va affrontato senza raccontare balle agli italiani. Gli strumenti per difenderci ci sono, ma bisogna investire quattrini, molti. Alla fine questa crisi c' è costata il 10 per cento del Pil, 170 miliardi. Ne vogliamo buttare altri 170 se l' epidemia torna fuori controllo? Allora, dico io: spendiamo tutti i soldi necessari a controllare le frontiere».
In che modo?
«Tamponi, quando sbarcano negli aeroporti italiani, a tutti coloro che vengono dai Paesi a rischio. Mettiamo a disposizione delle autorità il famoso Pnr, il numero che consente di capire il percorso reale del passeggero. E chi viene da una nazione dove Sars-CoV-2 è ancora fuori controllo, si fa il tampone. Punto. Non c' è altra soluzione. Dobbiamo fare questa cosa, anche se costa miliardi. Se dovessi dire come investire i soldi del Mes, non avrei dubbi: spendiamoli per i tamponi alle frontiere, basterebbe un decimo dei soldi del Mes. Inoltre, poi bisogna verificare che queste persone siano rintracciabili».
Si è dimostrato ormai, in decine di occasioni, che la formula dell' isolamento domiciliare obbligatorio per chi arriva dell' estero fa acqua da tutte le parti. In molti non lo rispettano. Non sarebbe meglio chiedere a chi arriva da questi Paesi di restare in strutture sorvegliate per due settimane.
«Quella degli hotel è una soluzione, ma ha delle controindicazioni, per una questione di numeri, di persone che arrivano negli aeroporti, ma anche per i rischi di far circolare il virus magari negli hotel dove li isoli. Secondo me bisogna ricorrere a soluzioni tecnologiche: installi una app nello smartphone della persona, così la localizzi costantemente; se esce di casa o lo spegne, scatta un allarme. Ci sono app che funzionano, altro che Immuni».
Giusto il blocco dei voli? Allungherebbe la lista dei Paesi da cui non si può raggiungere l' Italia?
«Sì, ma da solo il blocco non basta. E prima di tutto il governo avrebbe dovuto metterci gli Stati Uniti. Le percentuali di positivi che vediamo su questi aerei in arrivo dai Paesi con alta circolazione del virus testimonia anche l' ottusità di certe decisioni che furono prese all' inizio dei questa epidemia, a febbraio: proponemmo di testare tutti quelli che venivano dalla Cina e ce l' hanno impedito. L' epidemia sarebbe andata molto diversamente. Chi ce l' ha impedito, ha sulla coscienza ciò che è successo. L' 8 febbraio stavamo partendo con i test, ma ci hanno fermato. Il direttore generale della Regione Veneto ci disse di no. Oggi il Lazio sta facendo i tamponi a tutti i cittadini del Bangladesh. Non è la stessa cosa?».
· I Bisogni.
Il dibattito sul Recovery Fund. Ricordate la Cassa del Mezzogiorno? È di quella che avrebbe bisogno il Sud. Giuliano Laccetti su Il Riformista il 23 Dicembre 2020. L’Unione europea ha assegnato a tutti gli Stati membri una quota di finanziamenti per superare/combattere la grave crisi dovuta al Covid, sostanzialmente sulla base di tre fondamentali parametri: disoccupazione 2015-2019, inverso pil pro capite, numero di abitanti. Dei 750 miliardi totali del Recovery Fund (Rf), una parte (360 miliardi) si sostanzia in prestiti che ciascun Paese dovrà restituire, un’altra (390 miliardi) è a fondo perduto nel senso che verrà “restituita” da tutti gli Stati membri in maniera proporzionale alla loro partecipazione al bilancio dell’Ue, indipendentemente da quanto abbiano ricevuto (ci possono essere Paesi che “restituiscono” più di quello che ricevono e generalmente sono, come deve essere, i quelli più ricchi; l’Italia, al contrario, beneficerà di una quota a fondo perduto, che dovrà restituire solo in parte). La cancelliera tedesca Angela Merkel ha operato utilizzando il cosiddetto “altruismo egoistico”, ben nota categoria della psicologia, sapendo che i Paesi più ricchi in questo momento devono aiutare i più deboli e disagiati, pena la fine dell’Europa, e che la Germania può avere vantaggi, anche in termini economici, produttivi, occupazionali, solo da un’Europa, se non ricca, almeno solida e non alla canna del gas. L’obiettivo dell’Ue, con questa ripartizione, è colmare i divari esistenti tra le varie regioni d’Europa: a un’Italia ipoteticamente “senza Sud”, un’attendibile stima parla di un’assegnazione di soli 74 miliardi. L’Ue ritiene che si possa uscire dalla crisi se i vari Stati riusciranno a risolvere i loro divari di sviluppo interno, avviando processi straordinari di perequazione e ammodernamento che coinvolgano le aree in maggiore ritardo. L’Italia può utilizzare una diversa ripartizione? In teoria sì, ma solo per una parte dei 209 miliardi. Però si dovrebbe tener conto della volontà del Parlamento: a metà ottobre, sia in Senato sia alla Camera, sono stati approvati documenti che in maniera abbastanza esplicita richiamano il Governo al rispetto dei parametri di calcolo e ripartizione adottati dall’Ue. Da noi, associazioni, politici, studiosi, accademici, economisti, in questi giorni stanno moltiplicando le prese di posizione, gli interventi, gli appelli per chiedere con forza che è sulla base di quei parametri che in Italia devono essere ripartiti gli ingenti finanziamenti. Una stima, quindi, prevede che il 65% circa (135 miliardi almeno) sia “assegnata” al Mezzogiorno. Molti di noi (ciascuno nel suo “piccolo” o “grande”) si stanno battendo per questo risultato, per sensibilizzare tutta l’opinione pubblica, a partire dal Sud, e debellare una diffusa mentalità secondo la quale l’unico motivo per cui il Sud è in difficoltà, è perché non si è impegnato o peggio! Insomma, non bisogna essere rassegnati ma continuare a denunciare e a battersi per la risoluzione della questione meridionale. L’Aim (Alleanza Istituti Meridionalisti) ha lanciato un appello/manifesto sul rispetto di questi parametri; è nato alla Camera un intergruppo parlamentare, con rappresentanti di tutti i gruppi (escluso quello della Lega, va da sé), che si mobilitano per chiedere che il Rf sia per il Sud ciò che il piano Marshall fu per l’Italia nell’immediato dopoguerra. Ancora, su iniziativa del presidente campano Vincenzo De Luca, si sono riuniti i presidenti di sei delle otto Regioni meridionali che hanno stilato un documento sugli stessi temi e obiettivi. I presidenti di Sardegna e Calabria non hanno partecipato per altri impegni: sono entrambi leghisti (nel momento in cui scrivo non è detto che non sottoscrivano, poi, il documento dei loro colleghi). Le intenzioni del Governo, purtroppo, non sembrano andare nella direzione auspicata. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dichiarando che il Sud sarà ampiamente finanziato, ha citato tra le opere previste l’alta velocità Napoli-Bari: peccato che questo sia un progetto già finanziato, sicché tale affermazione denuncia, ancora una volta, l’utilizzo di fondi straordinari (e/o perequativi) europei in sostituzione di finanziamenti nazionali. Molti ritengono che non si tratti solo di soldi, ma di saperli spendere per progetti validi. Tema peraltro interessante, di cui pure si è parlato in vari convegni e di cui a lungo hanno ragionato personalità come Massimo Villone, Adriano Giannola, Luca Bianchi. Non si può certo parcellizzare gli interventi, non si può affidare a singoli enti locali la gestione dei finanziamenti. Tuttavia questo spetta al Governo: è indispensabile una regìa nazionale, centralizzata, che prospettando Recovery e innovazione, come formalmente ed esplicitamente chiede l’Ue su alcuni assi strategici, faccia in modo che diminuisca il divario Sud-Nord e che ciascun intervento, in sinergia con gli enti locali, avvenga in un quadro generale di sviluppo e rinnovamento. Tale gestione centralizzata ricorda quella della Cassa per il Mezzogiorno: i periodi in cui si svilupparono queste esperienze videro un Paese intero, il Sud in particolare, avere un balzo significativo dal punto di vista economico, produttivo, civile, sociale, occupazionale. La risoluzione della questione meridionale, evitando un ennesimo, intollerabile scippo al Sud, passa anche da questa enorme occasione del Recovery Fund.
IL NUOVO '29. CHE FACCIAMO? ASPETTIAMO CHE ARRIVI TRA UN VIRUS MODIFICATO E L’ALTRO O REAGIAMO? Gli accordi di Bretton Woods. L'editoriale di Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 22 dicembre 2020. Tocca all’Italia che presiede il G20 predisporre un segretariato che prepari la nuova Bretton Woods sociale. Per ridare al mondo la sua struttura di governo. Ma le marionette italiane non fanno altro che litigare e non perdono un colpo per togliere ai poveri e dare ai ricchi. La credibilità dei virologi italiani ha sfondato il pavimento e, per il peso del nulla che esprimono giorno e notte da dieci mesi sempre in diretta tv, è scesa in cantina ma si propone di scendere ancora più giù. Peggio di loro solo chi continua a invitarli non si capisce perché. Se lo fanno perché hanno l’obiettivo di dimostrare che i virologi sono peggio degli economisti che prima e durante le due Grandi Crisi del 2008 e del 2011 non hanno capito nulla, è fatica sprecata. Perché i virologi, che non sono mai d’accordo su nulla, hanno già battuto gli economisti sette a zero. Siamo a un passo dal nuovo ’29 mondiale, ma le marionette italiane che fanno? Lo aspettano tra un litigio e l’altro, senza mai perdere un colpo per togliere ai poveri e dare ai ricchi, l’ultimo sono i due miliardi spariti della decontribuzione al Mezzogiorno, o provano a reagire in casa e fuori? I mercati non capiscono più nulla e accumulano perdite pesanti sulla scia del virus modificato britannico fuori controllo che è la tomba dell’illusione sovranista di un’Inghilterra che si ritrova senza i soldi dell’Europa e senza la Brexit, ma si aggrappano alla luce in fondo al tunnel che è il vaccino che funziona e si ripetono come in una seduta dallo psicologo che i governi del mondo fanno grande spesa pubblica, che il pacchetto fiscale americano da 900 miliardi Biden lo accrescerà ancora, che la Cina cammina come un treno, che le banche centrali riempiono il mondo di liquidità. Hanno gli occhi puntati sul trimestre da fine giugno a settembre del 2021, vogliono crederci, ma tremano perché non sanno in quanti faranno il vaccino, se ci saranno o meno e di che entità effetti collaterali, sono consapevoli ancora di più che il virus modificato fuori controllo non aiuta e può cambiare gli umori. Le marionette italiane hanno riempito di scartoffie delle più immonde marchette del regionalismo predatorio dei ricchi legge di stabilità e Recovery Plan italiano portando alla luce del sole le prime e tenendo nascoste le seconde. L’egoismo miope che ha segnato il ventennio del federalismo della irresponsabilità impedisce di avere un Progetto Paese e una visione all’altezza della sfida che si ha davanti. Renzi continua a fare il gatto con il topo Conte e scandisce le giornate del tracollo mondiale con il solito comunicato di Italia Viva. Tutti si occupano vibratamente del nulla all’interno del peggiore retroscenismo politico italiano. Hanno capito tutti che non è una crisi economico-finanziaria ma una crisi sanitaria che ammazza l’economia e che più dura la crisi più le imprese vanno in sofferenza. Che più aziende diventano zombies più la situazione precipita. Puoi trattenere il respiro un minuto non dieci minuti se no muori. Per questo se avessimo una classe di governo degna di questo nome non si dividerebbe in beghe paralizzanti fuori dal mondo ma prenderebbe un’iniziativa politica che veda oltre la crisi e ridisegni con forza il mondo che verrà. Sono passati più di dieci anni da quando un Ciampi rabbuiato continuava a ripetermi che serviva una nuova Bretton Woods. Possibile che dobbiamo passare il tempo a mettere in qualche legge di spesa incentivi a cani e gatti per i loro veterinari e, nonostante che dopo vent’anni, ci tocchi la Presidenza del G 20 nel 2021, nessuno pensi di proporre in quella sede una conferenza internazionale che prepari la nuova Bretton Woods sociale? All’epoca ci fu Keynes e dalla forza del suo pensiero non nacque solo la nuova impalcatura globale (Fondo Monetario e Banca Mondiale) ma ne scaturì anche il piano Marshall. Oggi il pensiero forte può essere quello di Piketty e della sua lotta alla tendenza delle élite a naturalizzare le diseguaglianze e a interpretare il cambiamento e l’Europa che fa debito comune e lancia il Next Generation Eu arriva prima di allora all’appuntamento con la storia che fu il piano Marshall americano della ricostruzione economica. A noi piacerebbe vivere in un Paese che ha la visione che ha avuto Draghi alla guida della BCE e che si riproponga oggi alla guida del G20 dotandolo di un segretariato che non ha e mettendo intorno a un tavolo Cina, Stati Uniti e Europa. Avendo cura che sia quest’ultima a guidare l’uscita dalla tenaglia dell’America First e della dittatura comunista cinese e a ridare al mondo la sua struttura di governo.
Soldi ai ricchi. Antonio Piccirilli per today.it il 17 dicembre 2020. l “piano cashless” costerà all’Italia 4,75 miliardi di euro, di cui 3 miliardi solo nel 2021. Si tratta di una cifra enorme se pensiamo che il costo del taglio del cuneo fiscale sulle buste paga è stato stimato in circa 6 miliardi l’anno e che, per fare un altro esempio, dei 209 miliardi previsti dal Recovery Fund per l’Italia, alla sanità andrebbero solo 9 miliardi. Viste e considerate le cifre in ballo, viene da farsi qualche domanda. La prima: il bonus cashback servirà davvero a contrastare l’evasione fiscale? La seconda: chi beneficerà di questa iniezione di liquidità? La Cgia di Mestre non ha dubbi: "Nei prossimi 2 anni le risorse necessarie per finanziare il cashback ammonteranno a 4,7 miliardi di euro. Una spesa smisurata che tutti gli italiani saranno chiamati a pagare per incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, concorrendo così alla riduzione dei pagamenti in nero effettuati con il contante. Nella pratica, però, sarà un provvedimento che favorirà soprattutto coloro che possiedono una elevata capacità di spesa". Per il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo, si tratta di "persone che secondo le statistiche vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio-alto. Insomma, una misura a vantaggio dei ricchi, ma pagata con i soldi di tutti. Un modo veramente molto singolare di combattere l'evasione fiscale". Come ha spiegato Luciano Capone sul “Foglio” il governo ha continuato a a distribuire “bonus e mance destinate prevalentemente alle fasce più ricche del paese, senza che nessuno a sinistra abbia fatto un plissé: cashback, superbonus edilizio, bonus monopattino, incentivi per l’auto elettrica… Questi ultimi due – bonus monopattini e auto elettriche – sono quasi per definizione destinati alle classi abbienti dei centri urbani”. E in effetti, tra i tanti incentivi introdotti dal governo solo il bonus vacanze ha un limite di reddito (pari a 40mila euro). Che dire poi dell’assegno unico per le famiglie? Anche in questo caso, il bonus verrà erogato a prescindere dalla situazione ISEE, anche se - bontà loro - l’importo sarà però diverso a seconda del reddito familiare. Quanto al bonus mobilità, la ratio della legge fa acqua da tutte le parti: il rimborso è concesso solo a chi risiede in una città con più di 50mila abitanti. Ne consegue che chi ha solo il domicilio in un’altra città (pensiamo ad esempio a chi si sposta per motivi di studio o di lavoro) resta a secco, laddove - paradossalmente - un super ricco che abita nel centro di Roma può legittimamente ambire al bonus. Del superbonus al 110% e di quello destinato alle auto elettriche si è già detto: il governo insiste sulla necessità di una svolta green, ma c’era davvero bisogno di elargire soldi a pioggia a chi vuole ristrutturare la seconda casa? Il nostro sistema di detrazioni peraltro è già molto generoso nei confronti di chi è benestante. Come fa notare ancora una volta “Il Foglio”, un rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio del luglio 2015 sul monitoraggio delle spese fiscali, “mostrava come di questo tipo di agevolazioni beneficiassero prevalentemente i più ricchi. Ad esempio, per le detrazioni delle spese di recupero del patrimonio edilizio il 20% dei contribuenti con reddito più elevato ne usufruisce oltre 3,5 volte in più dell’80% più povero”. E del resto non c’è da stupisersene: per spendere dei soldi, bisogna prima averli. E così tutti coloro che si trovano sotto un certo livello di reddito restano a guardare. C’era davvero bisogno di altri bonus a pioggia?
Daniele Capezzone per “la Verità” il 17 dicembre 2020. Non solo Renzi. Nel senso che non è solo Italia viva a terremotare il cammino di una maggioranza sempre più litigiosa e slabbrata. Il loro contributo alla rissa generale lo danno anche i grillini, che puntano i piedi per prorogare la loro bandierina del superbonus edilizio al 110%, nel tentativo di evitarne il flop dovuto alle complicazioni burocratiche con cui il meccanismo è stato costruito. Morale: attraverso un emendamento a firma del deputato Luca Sut, i pentastellati reclamano una proroga della misura, che sarebbe in scadenza alla fine del 2021. La proposta grillina è di estendere tutto fino al 2023. Ma l'emendamento costa maledettamente caro (la stima governativa è di ben 9 miliardi), e Roberto Gualtieri ha per ora detto più no che sì, limitandosi a una mezza apertura per una proroga fino a fine 2022. Un semaforo rosso che ha fatto imbizzarrire il Movimento, che già evoca la possibilità di attingere al Recovery plan per finanziare il prolungamento biennale: ipotesi, questa, vista malissimo dal Pd, che a quel punto chiede ai pentastellati di ridimensionare altri loro progetti. La verità è che il merito della questione conta fino a un certo punto. Se davvero ci fossero 9 miliardi a disposizione per l'immobiliare, la cosa più razionale sarebbe tagliare in misura corrispondente la tassazione sul mattone, come ha suggerito saggiamente il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa («Meglio 9 miliardi in meno di Imu che un anno in più di superbonus», è stato il suo tweet fulminante). Ma per i grillini il punto è tutto politico. In crisi di identità e di coesione, senza bussola e senza orizzonte politico, i pentastellati stanno disperatamente cercando l'equivalente del reddito di cittadinanza di un paio d'anni fa, cioè una proposta-feticcio alla quale aggrapparsi, e su cui provare a veicolare la loro comunicazione. È sufficiente farsi un giro sui social per trovare, riproposto con evidenza, un video di due minuti e mezzo che sa di telepromozione, e che vede come testimonial sette esponenti grillini (Riccardo Fraccaro, Patrizia Terzoni, Agostino Santillo, Gianni Girotto, Ettore Licheri, Davide Crippa, Luca Sut), tutti pronti a magnificare la misura. «Va prorogato fino al 2023», dice il post di Luca Sut che accompagna l'audiovideo, «e faremo tutto il possibile affinché ciò avvenga. Sto parlando ovviamente del superbonus 110%: una misura che funziona e fa bene all'Italia! Ecco perché: può creare 100.000 nuovi posti di lavoro all'anno; farà nascere centinaia di nuove imprese edili; ci farà risparmiare in bolletta; migliorerà la vita nelle nostre città». E ancora, in un crescendo inarrestabile: «Non vogliamo e non possiamo fermarci a pochi metri dal traguardo. Abbiamo un piano per il Paese che punta all'efficientamento energetico e all'adeguamento antisismico del patrimonio immobiliare, alla sostenibilità ambientale e a una quanto più ampia accessibilità economica, per cittadini e imprese!». Peccato che però a non esserne convinti siano i partner di governo dei pentastellati, che non sono disposti a impegnare altri 9 miliardi, una cifra ingentissima, in questa direzione.E allora ieri è sceso in campo, sempre su Facebook, Luigi Di Maio in persona. Obiettivo doppio: da un lato, in chiave esterna, sottrarsi per qualche ora al teatrino della verifica e del rimpasto; dall'altro, in chiave interna, mostrare ai peones pentastellati che lui e solo lui è il miglior sindacalista delle battaglie del Movimento. Si spiegano così i toni da battaglia: «Il superbonus va rinnovato. Chi si oppone non fa gli interessi degli italiani», con relativo messaggio neanche troppo subliminale agli alleati di maggioranza. Il resto del post è propaganda minuta: «Con il superbonus diamo la possibilità ai cittadini di ristrutturare casa facendo tanti lavori per isolare e mettere in sicurezza antisismica le abitazioni, a costo zero. Il superbonus porterà benefici enormi ai cittadini in termini di risparmio energetico: le bollette si ridurranno del 60-70%. Altra cosa importantissima: grazie al superbonus sono nate quasi 5.000 nuove imprese edili tra luglio e settembre, che tradotto significa far girare l'economia del Paese e creare nuovi posti di lavoro. Il superbonus 110% non è una misura per il Movimento 5 stelle ma per l'Italia e per la ricostruzione del Paese». Le bordate all'alleato non sono però piaciute al vicesegretario del Pd Andrea Orlando, che al Tg4 ha dichiarato: «Se il ministro Di Maio riteneva fondamentale il superbonus doveva dirlo in Consiglio dei ministri, non ora». Alla fine, l'esito più probabile resta quello della proroga per un altro anno, con apertura degli altri partner di governo a monitorare i risultati e a rivalutare la questione nel corso dell'anno, fino alla finanziaria dell'anno prossimo. Il solito compromesso: Gualtieri e il Pd potranno dire di non aver ceduto del tutto ai grillini, mentre Di Maio potrà raccontare di aver portato a casa un mezzo successo. Con l'obiettivo di tirare a campare, politicamente parlando.
La paura. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 7 novembre 2020. Un reportage per raccogliere la rassegnazione e la speranza dei commercianti milanesi. Ecco i volti delle persone che hanno dovuto ancora una volta abbassare la saracinesca. Guardate i loro volti. Le loro espressioni. Spendete qualche secondo per osservare i loro occhi. Di tutti. Di Attilio e di Francesca, di Giuseppe e di Antonio, di Michela di Nori, di Amalia e di Giovanna. A quel punto forse, quando avrete «scambiato uno sguardo» con loro, non saranno più soltanto una categoria. E non saranno (soprattutto) una categoria che protesta. In quel momento, dopo averli «guardati in faccia», pur attraverso le immagini stampate sulle pagine del Corriere, grazie al tenace lavoro dell’agenzia fotografica «Fotogramma» per le strade della città, saranno solo persone: e guardare i loro volti vuol dire dare un nome alle loro preoccupazioni, riconoscere le loro paure, ascoltare la loro (poca) rassegnazione e la loro (ancora viva) speranza. Mai la loro rabbia.
I volti degli imprenditori. Come la dirigente del negozio di abbigliamento in corso Como che, alla vigilia della serrata imposta dalla «zona rossa», ha passato la giornata in negozio e più che ai clienti, con tutto il sacro rispetto che ogni commerciante sa di dover tributare loro, ha speso il suo tempo con l’allestitore. Lavoro inedito da «ultimo giorno»: «Perché il negozio deve restare in ordine e le vetrine devono essere perfette, come se fossimo aperti, anche se in realtà saremo chiusi. E in tutti questi giorni di blocco che verranno, e che non sappiamo quanti saranno e quando finiranno, i nostri clienti e tutti i passanti ci dovranno trovare sempre così». Chiusi, per obbligo: ma in piedi. È resistenza. È dignità del lavoro. È quintessenza dell’anima di una città. This is Milan. Questa è Milano. «Siamo così». Nella buona e nella cattiva sorte. I fotografi dell’agenzia hanno attraversato la città dai Navigli a corso Buenos Aires, da corso Venezia a Quarto Oggiaro, da corso Como a Brera. Hanno alzato l’obiettivo e fissato il momento. Sulle facce. Sulle saracinesche che sarebbero rimaste serrate qualche ora dopo. E a tempo (per il momento) indeterminato. Vigilia di nuove chiusure. Seconda ondata della serrata. Niente astio sui volti di quei commercianti. L’incrocio di due tempeste che su alcuni può essere dilaniante. Sono cittadini. Il coronavirus li spaventa, come tutti: come gli altri, quelli che, comunque, a fine mese, Covid o non-Covid, lo stipendio lo prenderanno lo stesso, identico a prima. Per loro no. Per loro c’è questo terrore aggiuntivo (primario? Forse, può diventarlo): non farcela. Ricominciare quando la seconda ondata del virus lo permetterà: e scoprire di non aver più la forza, economica e morale. Sono demoralizzati. C’è sobrietà anche in questo. Un po’ di rassegnazione. Parecchio fastidio. Lo rivela gestore di uno store in Buenos Aires: «Ci aiuteranno? Dicono di sì. Abbiamo fiducia che accadrà? Vogliamo averla. Una cosa però è certa: noi stiamo ancora aspettando la cassa integrazione per i nostri dipendenti per i mesi della primavera passata». La comunicazione pubblica da Roma ha provato a infilare un concetto tranquillizzante tra le paure di queste persone. Ristorare. Che vuol dire: riparare, compensare, risarcire. Far tornare forte e vigoroso. Accadrà? Lo sperano. Intanto qualcuno s’attrezza. Resistenza anche questa. Come il negoziante con le vetrine sul Naviglio Grande: «Sto iniziando a ristrutturare e ritinteggiare. Lavori che avevo in previsione per l’anno prossimo. Faccio adesso. Mi porto avanti». Un po’ di ironia. Tanta speranza: tanta voglia di avercela, la speranza. Sperare come atto individuale di resistenza. La tentazione di arrabbiarsi serpeggia. Aleggia. S’accende. Si spegne. Contro l’evidenza: «Con chi me la prendo? Chi l’ha messo in giro sto virus che ci sta massacrando? Non lo so. La rabbia me la tengo per me». Se lo Stato sta chiedendo un sacrificio all’intera comunità, quello dei commercianti non alimentari è un pezzo di comunità a cui lo Stato sta chiedendo, o imponendo, un sacrificio superiore. A tutti. Negozi storici e imprese recenti. Del centro e della periferia. Ondata che tira dentro anche chi, stando alla lettera dell’ultimo Dpcm, potrebbe restarne fuori. Proprietario di un bar di Quarto Oggiaro: «Potrei restare aperto. Potrei fare l’asporto. Ma ho chiuso. Qui, a Quarto, chi pensano che venga a prendersi caffé e brioches da portare a casa? La risposta la sanno tutti. Semplicemente nessuno. Qui il bar è socialità. È prendere il caffé per far due chiacchiere. Per incontrare facce amiche. L’abbiamo fatto in questi mesi col distanziamento e le precauzioni. Se non si può più fare, non ha senso aprire questo bar». Molti hanno fatto piccoli o grandi investimenti per convivere col virus. Sperano che servano, dopo.
Ristoratori in crisi, viceministro Castelli (M5S): “Cambino lavoro”. Notizie.it il 18/07/2020. Bufera contro Laura Castelli, viceministro pentastellato che ha proposto di aiutare i ristoratori in crisi a cambiare lavoro. Stanno facendo discutere le parole del viceministro grillino Laura Castelli la quale, in videocollegamento al Tg2, ha affermato che i ristoratori in crisi a causa del coronavirus devono essere aiutati a cambiare il proprio lavoro e a non perdere l’occupazione.
“Ristoratori in crisi cambino lavoro”. Sono molti i proprietari di ristoranti che stanno facendo fatica a rialzarsi dopo l’emergenza sanitaria, che ancora li sta costringendo a ferree regole anti contagio (sanificazione, distanziamento tra i tavoli, plexiglas) che implicano un calo del fatturato. Uno di essi, collegato alla medesima trasmissione, ha infatti messo in luce come stia guadagnando l’80% in meno dell’anno precedente lamentando la mancanza di aiuti sufficienti da parte dello stato. Di qui la soluzione proposta dalla Castelli: “Bisogna aiutare gli imprenditori creativi a muoversi nei nuovi business. Se una persona decide di non andare più a sedersi al ristorante bisogna aiutare l’imprenditore a fare un’altra attività e non perdere l’occupazione“. Secondo l’esponente del Movimento Cinque Stelle la pandemia avrebbe cambiato la domanda e l’offerta del Paese e sarebbe quindi necessario che il governo aiuti i titolari di attività meno richieste a spostarsi su nuovi business.
La replica della Castelli. Dopo le polemiche generate dalle sue dichiarazioni dal mondo della politica, della ristorazione e dell’imprenditoria, il viceministro ci ha tenuto a chiarire la sua posizione. Dopo aver riportato l’intero intervento effettuato al Tg2, ha spiegato di aver fatto un esempio e non un attacco alla categoria “come strumentalmente qualcuno ha voluto far intendere“. Il concetto che ha voluto ribadire è quello della necessità di aiutare le imprese creative a muoversi su nuovi settori nati durante l’epidemia. Tra queste quelle appunto di ristorazione che hanno visto un calo della domanda e i cui titolari andrebbero quindi sostenuti nell’affrontare una nuova occupazione.
Le reazioni di politici e imprenditori. Sono tantissimi i rappresentanti della politica e dell’imprenditoria che si sono espressi sulle parole della Castelli. Tra questi Paolo Trancassini, deputato di Fratelli d’Italia e proprietario del ristorante più antico di Roma, rimasto incredulo e rabbioso di fronte alla “superficialità dell’approccio ad un tema così drammatico“. Dopo aver definito “ignorante” la diretta interessata, le ha ricordato che la crisi non riguarda pochi ristoratori ma migliaia di posti di lavoro legati alla filiera. “No viceministro Castelli, io non cambio mestiere, lo cambi lei così da regalarci almeno una speranza”, ha ribadito Trancassini. Anche lo chef Gianfranco Vissani ha commentato duramente l’affermazione definendo chi l’ha pronunciata non all’altezza di giudicare. Queste le sue parole: “Dovrebbe cambiare mestiere lei. Si dovrebbe vergognare di quello che ha detto. Dovrebbe cambiare mestiere lei, non i ristoratori che hanno il 13% del Pil“. Critiche anche da tutti i partiti di opposizione, primo fra tutti Fratelli d’Italia. La leader Giorgia Meloni, senza parole per quanto pronunciato dalla Castelli, ha espresso dubbi sulla validità della “gente che dovrebbe aiutare l’Italia a ripartire“, ricordando che è la stessa che ha “massacrato il settore dell’ospitalità con divieti e regole assurde e multato gli esercenti che scendevano in piazza perché chiedevano aiuto“. Le fa eco Mariastella Gelmini che ha invitato l’esponente del Movimento Cinque Stelle, invece che andare in televisione a “farci improbabili lezioni di economia politica“, a contare fino a dieci prima di parlare e ad avere più rispetto per chi lavora e si sta impegnando a rialzare la serranda pur senza aver ricevuto sussidi. Infine la stoccata: “Qui gli unici a dover cambiare lavoro sono Conte, Castelli e compagni“. Una delle poche voci fuori dal coro è quella dell’ex giudice di Masterchef Giorgio Locatelli. Secondo lui c’è una buona quantità di verità in ciò che ha detto la Castelli perché quello del ristoratore è a suo dire un mestiere in cui bisogna reinventarsi. “Forse ha usato quelle parole perché scocciata dagli italiani che piagnucolano. Qualcuno che ogni tanto dia una sferzata serve. Così chi è capace è spronato a reinventarsi, che è da sempre una caratteristica importante di un ristoratore che vuole durare“, ha affermato.
Francesco Giorgino per “la Gazzetta del Mezzogiorno” il 22 giugno 2020. In politica contano due cose: il rispetto delle regole e la soluzione dei problemi. Forma e sostanza. Merito del presidente Mattarella averci ricordato ripetutamente che la logica delle istituzioni viene prima di quella, pur legittima, dei singoli partiti. In nome di tale logica, a maggior ragione davanti ad una crisi economica che si preannuncia più grave di quella del 2008, conviene interrogarsi su quale debba e su quale possa essere il rapporto tra governo e opposizioni. Dover e poter essere, dunque, atteso che l'analisi politica non può privilegiare la prospettiva dell'astrazione rispetto a quella del pragmatismo. Dopo il muro contro muro delle scorse settimane circa la scelta dell'esecutivo di affidare agli Stati Generali la funzione di preparazione del piano di rilancio dell'Italia per la fase post-Covid, è probabile che nei prossimi giorni i leader dei partiti d'opposizione incontrino il premier Conte. Luogo, tempo e durata di questo vertice sono diventate questione di merito e non solo di metodo, atteso che in quest'emergenza, prima sanitaria e poi socio-economica, il Parlamento non è mai stato, come invece avrebbe dovuto e potuto esserlo, il fulcro del confronto politico e atteso che desta non poche perplessità la decisione di presentare il Recovery Plan a settembre. È comprensibile e persino opportuna la tendenza a considerare il frangente storico che stiamo vivendo e le trasformazioni imposte dalla società pandemica come un'occasione straordinaria, e forse irripetibile, per modernizzare l'Italia favorendo la transizione in senso ecologico dei modelli produttivi e di sviluppo, la deburocratizzazione e quindi la maggiore semplificazione dei processi decisionali della pubblica amministrazione. La deadline di settembre, tuttavia, non è compatibile con la situazione drammatica in cui versano molti italiani. Sono soltanto cinque milioni i nostri connazionali totalmente e pienamente garantiti. Si tratta soprattutto di dipendenti pubblici, lavoratori che negli ultimi cento giorni hanno potuto contare su uno stipendio regolare e pieno. Gli altri diciotto milioni appartengono a due categorie. La prima è quella dei dipendenti privati: alcuni dei quali più tutelati perché occupati in grandi gruppi industriali; altri in difficoltà perché alle prese con i ritardi dell'erogazione della cassa integrazione. La seconda categoria è quella degli autonomi, i più esposti a rischi, incertezze, imprevedibilità. Non sarebbe la prima volta che Salvini, Meloni e Taiani (in rappresentanza di Berlusconi) si incontrano con il presidente del consiglio da quando è scoppiata la pandemia. Finora si è trattato di colloqui poco utili ad individuare le migliori soluzioni in campo a fronte dei molteplici problemi in agenda. Per questo motivo è indispensabile che la prossima occasione d'incontro non sia sprecata da nessuna delle parti. Governo e maggioranza, quest'ultima divisa su questioni di non poco conto, devono rispettare le opposizioni parlamentari che, stando ai sondaggi, rappresentano una fetta molto larga di elettori. E devono farlo, sviluppando capacità di ascolto e di dialogo, superando le rigidità del recente passato ed accogliendo le proposte più praticabili. Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia non sono una delle cento associazioni incontrate dal premier a Villa Pamphili nell'ultima settimana. Sono molto di più. Dal canto loro, le opposizioni devono assumere e mantenere una postura collaborativa nei confronti di chi ha responsabilità di governo, elaborando un manifesto programmatico per il presente e il futuro dell'Italia. Manifesto capace di mettere in evidenza quali siano i punti antitetici e quali quelli su cui si può ricercare una sintesi, a breve termine. Entrambe le parti, almeno in questo momento, devono porre al centro della loro attività decisionale e comunicativa i veri interessi degli italiani. È l'unica cosa che conta. Del resto, tutti i partiti correrebbero rischi enormi, specie in termini di consenso (a sinistra, a destra e al centro), se pensassero solo ad assecondare il disegno di quanti portano avanti narrazioni incentrate su giochi di potere dentro e tra i diversi soggetti politici, su cambi di leadership per indebolire quelle attuali, su creazione di nuovi movimenti. Si aggiunga che l'attuale maggioranza non può continuare ad avere come fonte esclusiva della propria legittimazione politica l'esigenza di impedire che il centro-destra (o il destra-centro) vada al governo del Paese. Né può continuare a coltivare l'idea che l'obiettivo principale del superamento delle divisioni interne sia, costi quel che costi, quello di arrivare alla fine della legislatura per eleggere un Capo dello Stato in linea con i propri desiderata politici. Nel frattempo le opposizioni non pensino che il principio dei "tanto peggio, tanto meglio" sia il passeportout per tornare a Palazzo Chigi. Quando questo dovesse accadere (ed è probabile che accada), esse si misurerebbero con una situazione disastrosa. Impossibile da gestire su molti fronti. E per parecchi motivi. La forma di governo incide nella strutturazione delle maggioranze e nella definizione del ruolo delle opposizioni alle quali spetta, nel parlamento così come nella società, il compito di controllare l'operato del governo, di condizionarne l'indirizzo in base al mandato ricevuto dai cittadini anche attraverso la costituzione di un esecutivo-ombra che sviluppi interlocuzioni dirette e simmetriche in base a deleghe specifiche e tematiche. Non si tratta né di compromesso, né di consociativismo, come avrebbe evidenziato il politologo Arend Lijphart elaborando la teoria della "democrazia consensuale". Si tratta, piuttosto, di esercizi di corresponsabilità intorno a pochi ed essenziali provvedimenti: i più urgenti e i più utili per il Paese. Chi scrive conosce le difficoltà di portare avanti questo approccio in un sistema come quello italiano nel quale le dinamiche di maggioranza e opposizione sono il frutto della coesistenza di forze politiche diverse. Peraltro l'uno in competizione con l'altro, anche dentro gli schieramenti. Chiedere un cambio di passo, tuttavia, è legittimo, senza per questo ridimensionare il valore di un assetto multipartitico all'interno di un modello di democrazia rappresentativa.
Felice Manti per “il Giornale” il 23 maggio 2020. «C' è il rischio di una crescente esasperazione sociale basata sull' insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su una scala senza precedenti». La previsione choc è contenuta nell' ultimo rapporto di Kelony, la prima agenzia di risk-rating a livello mondiale. Il dossier, destinato (...) (...) ai suoi clienti e che il Giornale è riuscito a consultare in esclusiva, delinea due scenari altamente probabili. «Da un lato un' accelerazione del numero di procedimenti giudiziari, rappresentativi dello stato di diritto e della democrazia». Dall' altro un nuovo «stato di emergenza» che per fronteggiare l' emergenza ordine pubblico potrebbe nuovamente «rafforzare misure di eccezione contrarie alle libertà individuali». Insomma, una spirale perversa che rischia di far saltare l' equilibrio del Paese. Un equilibrio fragile perché le disuguaglianze sociali precedenti all' emergenza Covid-19 sono state amplificate, sia dal punto di vista del lockdown, con categorie di persone che hanno perso il loro lavoro o «costrette a lavorare in condizioni di protezione approssimative, se non addirittura inesistenti» e altre, professionali, «più privilegiate perché hanno beneficiato del telelavoro», come per esempio gli statali o chi percepisce redditi assistenziali, rimasti immutati nonostante la pandemia. E sull' economia? Si va in pratica de facto verso una nuova Iri, leggasi Cassa depositi e prestiti, laddove «il rafforzamento della presenza degli Stati nell' economia, corollario del crescente bisogno di servizi pubblici per soddisfare le esigenze di solidarietà e di protezione dei più vulnerabili, sarà ampiamente sostenuto dalle imprese, nella speranza che i governi le aiutino a compensare le perdite e i deficit subiti». Lo scenario migliore è che questa tendenza sia «temporanea, per tornare ad un' economia più libera», magari con le delocalizzazioni di filiere produttive vitali o strategiche in alcuni settori, come ad esempio quello farmaceutico (ne è un esempio il caso delle mascherine, per lo più prodotte in Cina...), anche per agevolare «la redistribuzione sociale dei profitti». Già, perché il vero problema sarà «una pressione fiscale che aumenterà fortemente (non è un caso che da settimane si parli di patrimoniale, ndr) - a causa degli effetti della crisi», e che inizierà con «strategie difensive indirette» di «distanziamento e astensionismo al consumo». Come dire, non vado più al bar o al ristorante perché ho paura del contagio. E questo potrebbe portare a un ulteriore aumento della disoccupazione, al sovraindebitamento del sistema bancario. Ecco dove ci ha portato il falso dilemma «salvare vite umane o salvare l' economia?». Ci hanno fatto credere di anteporre la vita al profitto, ma in realtà si è visto che mitigare gli effetti dell' epidemia è una necessità se si vuole che l' economia si riprenda. «Proteggere clienti e dipendenti non è una liberalità ma una necessità per l' economia e il profitto stesso», dicono gli analisti Kelony. In Italia è altamente probabile che «il risultato di questi due movimenti antagonisti», vale a dire «vincoli più stringenti per mantenere l' ordine pubblico» e «il desiderio di un disimpegno neoliberale dello Stato» porti a una situazione sempre più esplosiva. «Bisognerà ripensare anche l' ordine pubblico visti gli aspetti socialmente inediti dell' autocontenimento, anche rispetto ai doveri e ai diritti civili - dice al Giornale Genséric Cantournet, chairman di Kelony - come quelli dell' andare a votare o del consumare meno possibile, che è anche una forma legale di evasione delle tasse». Un cocktail micidiale, un potenziale di esplosioni sociali crescente che si intreccia con una gestione della crisi che rischia di diventare una sorta di «dittatura sanitaria». Perché, osservano gli esperti di Kelony, imporre «forme di sterilizzazione su scala planetaria» per distruggere il virus significherà - e di recente lo ha ammesso anche l' Oms - impattare anche sulla carica batterica, «rendendola di fatto più forte e vanificando l' azione delle armi a disposizione dell' uomo contro i batteri», relegando in secondo piano il rischio climatico o ecologico. Uno scenario che potremmo definire un R con zero. Dove zero è il numero di esseri umani che sopravviverebbe.
Nando Pagnoncelli per il “Corriere della Sera” il 23 maggio 2020. Nel passaggio dall' emergenza sanitaria a quella economica ci si chiede spesso se lo spirito di coesione che ha caratterizzato il clima sociale negli ultimi due mesi possa essere mantenuto in vita o sia destinato a lasciare il posto ad atteggiamenti di altro segno. Le opinioni degli italiani su come i cittadini hanno reagito alla pandemia non sono univoche e neppure prive di qualche contraddizione, a partire dal giudizio sul rispetto dei provvedimenti adottati dalle autorità: circa la metà dei rispondenti (49%) ritiene ci siano state troppe violazioni e la maggioranza degli italiani non abbia capito l' importanza di rispettare le direttive, mentre il 39% è di parere opposto ed è convinto che gran parte degli italiani abbia dato prova di grande senso civico e rispetto delle regole. L' attenzione che i media hanno dedicato al mancato rispetto delle regole, ha dilatato la portata delle irregolarità nelle percezioni dell' opinione pubblica. Quando viceversa si pensa alle persone vicine - parenti, amici, conoscenti - prevalgono le valutazioni positive, basti pensare che il 52% è del parere che le persone che si frequentano abbiano rispettato le regole per senso di responsabilità, nella consapevolezza che dai propri comportamenti dipendesse la sicurezza di tutti, specie delle persone più fragili e a rischio. Peraltro, affiorano dubbi su come cambieranno le relazioni tra noi e gli altri quando si tornerà alla normalità, infatti per il 38% i legami tra le persone si rafforzeranno e saranno improntati ad una nuova fiducia, mentre il 36% paventa il rischio che dopo un lungo periodo di distanziamento sociale la fiducia negli altri si affievolisca. Sullo spirito di coesione manifestato da cittadini e dalle istituzioni nelle fasi più critiche dell' emergenza, le opinioni si dividono nettamente: per il 44% la pandemia ha risvegliato il civismo degli italiani, mentre il 42% è convinto che si sia enfatizzato eccessivamente questo aspetto. Ma cosa resterà della coesione degli italiani nei prossimi mesi? Prevalgono nettamente lo scetticismo e lo sguardo preoccupato sul futuro: infatti solo il 22% si aspetta che lo spirito di unità sia destinato a mantenersi forte, mentre quasi due su tre (63%) sono convinti che tutto tornerà come prima e i sentimenti di rabbia e di divisione ostacoleranno l' uscita dell' Italia dalla crisi innescata dalla pandemia. E di fronte a una crisi economica prolungata il 58% prevede che si affermeranno sentimenti che porteranno ad una maggior chiusura verso gli altri, in una sorta di ripiegamento difensivo. In entrambi i casi (coesione futura e sentimenti prevalenti nella crisi economica) il pessimismo prevale tra tutti i segmenti sociali, indipendentemente dalle caratteristiche anagrafiche e dall' orientamento politico, ma gli atteggiamenti più negativi si registrano tra le persone più esposte alle conseguenze della crisi, riproponendo la consueta frattura tra i ceti garantiti e quelli non garantiti (giovani, lavoratori autonomi, precari, ecc.). Si sente spesso parlare della rabbia che monta nel Paese in queste settimane di difficoltà e dal sondaggio odierno sembrano emergere alcuni sintomi, dato che il 35% si dichiara più arrabbiato rispetto a prima della pandemia, contro il 12% che viceversa si dichiara meno arrabbiato. Appare evidente che in assenza di un grande progetto per il futuro del Paese si rischia di dissipare quanto di positivo è emerso tra la gran parte degli italiani nelle settimane più buie. Il metodo inclusivo non rappresenta una perdita di tempo ma la garanzia che nella ricerca di un compromesso nobile tra posizioni non sempre convergenti si pongano le basi per una situazione prospera e duratura. Mai come in queste circostanze l' esempio deve venire dall' alto, altrimenti le opinioni che si stanno affermando tra gli italiani rischiano di diventare una triste profezia che si autoavvera.
Giuseppe Marino per “il Giornale” il 19 maggio 2020. Sono in tanti, sono arrabbiati e pronti a dividersi le spoglie di quel che resta del Vaffa. Pochi giorni fa Euromedia research ha fotografato la paura di sette italiani su dieci che scoppino rivolte sociali. C' è chi ha fiutato l' aria tesa ancora prima dei sondaggi. Spicca senz' altro Michele Farina, avvocato foggiano di 56 anni, fondatore della pagina Facebook «Stop Europe». Ha creato la pagina mettendo on line questo post: «Ho aperto questo gruppo perché sono stanco dell' Europa e dell' euro. Se non arriveremo almeno a 100.000 lo chiuderò perché non servirà a niente». Nemmeno un mese dopo la pagina conta oltre un milione di iscritti. Per avere un termine di paragone, la pagina del M5s ha 1,4 milioni di follower. La platea della protesta montante è il mondo delle partite Iva, un pianeta composito di commercianti, artigiani e professionisti, ma anche un sottoproletariato senza rappresentanza, trattato dalla sinistra alla stregua degli odiati lavoratori autonomi. Nell' area progressista la piazza è diventato solo strumento di conformismo filo governativo, che ignora e minimizza il malcontento. Sono in tanti a contendersi questa galassia. Al Popolo delle partite Iva si sono affiancate tante altre sigle analoghe e una pagina facebook come «Partite Iva incazzate» sfiora i 50mila follower e trabocca di proteste e video con testimonianza di rabbia e disperazione. Alle classiche sfuriate contro tasse e burocrazia si sono aggiunte quelle contro le regole paradossali del governo Conte per i commercianti, la delusione per gli aiuti promessi e mai arrivati, le multe per violazioni dei limiti più insensati imposti durante la quarantena. Tornano in campo anche i Forconi o i gilet arancioni del generale Pappalardo, che chiama i suoi a una manifestazione il 2 giugno. E poi Casapound ritenuta la vera anima delle Mascherine tricolori, andate in piazza più volte in diverse città. Si schierano ordinatamente a distanza di sicurezza anti coronavirus, con il volto coperto dalla mascherina tricolore e la posa marziale. Ieri a Ostia è scattata la contestazione contro Virginia Raggi, cui il leader di Casapound Luca Marsella ha provocatoriamente impedito di scendere dall' auto. Ci sono poi soggetti singoli che, forti di una buona abilità comunicativa, tentano di aggregare il malcontento. Tra questi Max Massimi, che pubblica arringhe anti politiche su Facebook e annuncia «una protesta unica nel suo genere, da Aosta a Lampedusa». Oppure Elvio Silvagni, patron del gruppo Silver 1 (che possiede tra gli altri il marchio Valleverde) che ha pubblicato una lettera di protesta contro il governo sotto l' emblema «Sveglia - Italia». A favorire il fenomeno c' è un fattore tecnico: «Facebook sta spingendo molto i gruppi - spiega il social media coach Davide Dal Maso - dove l' utente può anche intervenire come autore di post: l' effetto è un aumento enorme del coinvolgimento». E poi il fattore politico. Stop Europe si concentra su tre obiettivi dichiarati: «Uscire dall' Europa, uscire dall' euro, recuperare la sovranità monetaria». Ma nel calderone confluiscono i temi classici dell' antipolitica, gli stessi dei 5 Stelle delle origini. Ma nel calderone finiscono le stesse istanze delle origini grilline: complottismo tecnologico (No-5G), sanitario (No-vax e Sì-plasma), istanze economiche di un Paese impoverito e inondato da welfare parassitario. La posta in palio è il consenso della politica tradizionale, ma anche quello del M5s, dal quale gli utenti di questi gruppi si proclamano delusi. E la sondaggista Alessandra Ghisleri sulla Stampa ha evidenziato un dato inquietante: «La fiducia nei politici italiani oggi è al 4,6%, solo un punto percentuale più alta di quel periodo che ha portato Beppe Grillo al famoso V-day». Uno degli aspiranti leader, Nicola Franzoni, aveva tentato l' adunata il primo maggio rimediando solo un flop. Il 30 maggio si danno appuntamento altre sigle. Prove tecniche di Vaffa a tutti, 5 Stelle inclusi.
Marcello Veneziani per “la Verità” il 13 maggio 2020. C'è aria di guerra civile in Italia. Una brutta aria di odio e d' insofferenza. Si sta scavando un fossato incolmabile tra italiani. Riassumo gli ingredienti o le stazioni che portano all' odio radicale. In primis le restrizioni e i divieti anche assurdi hanno lasciato un segno e una scia sul corpo e la mente degli italiani; poi le carenze sanitarie più elementari unite alle clamorose cialtronerie di commissari, ministri e task force; aggiungi la mancanza assoluta di strategia, prevenzione e test per governare il futuro ma tutto è affidato ai cittadini e alle loro limitazioni. Poi la drammatica situazione economica e sociale per famiglie e imprese, le tante aziende che non apriranno, i tanti che non riavranno il lavoro, l' impossibilità di far rinascere esercizi con quelle restrizioni, quei costi e quelle cadute. Intanto una legge libera fior di delinquenti dalle carceri e persino criminali in cella d' isolamento, che non erano a rischio di contagio; proprio mentre venivano inseguiti sulle spiagge come criminali innocui bagnanti, sporadici avventori o isolati corridori. Unisci questo quadro alla vanesia, fanfarona, irritante esibizione del governo, gli show inconcludenti su aiuti che non arrivano mai. Se a tutto questo unisci vicende dell' assurdo come la liberazione di Silvia Romano, con pagamento ai terroristi per finanziare le loro imprese e le loro armi, il ritorno dell' ostaggio da moglie di uno di loro e credente nella religione dei suoi stessi carcerieri nella versione più feroce e antioccidentale, insieme all' autoincensarsi del governo che sfrutta l' occasione per farsi uno spot e una passerella, con il premier e il ministro degli Esteri che sgomitano per prendersi la vetrina, il codazzo di media allineati e vescovi inclusi, ti accorgi che la polveriera sta per esplodere. Non c' è più dissenso ma disprezzo, livore. Su quest' ultimo caso ho letto giudizi sprezzanti che trasudano odio tra due Italie che non si parlano più ma si sputano, si schifano, si disprezzano. Agli uni pare civile, umano e misericordioso gioire per il ritorno a quelle condizioni dell' ostaggio e pare invece bestiale, infame e incivile chi ne mostra il conto, il rischio, la beffa. Agli altri, e ci sono anch' io tra questi, magari con toni e argomenti un po' diversi, pare assurdo che una prigioniera torni con la divisa dei suoi carcerieri, che vanti il trattamento ricevuto, che ostenti anche nelle vesti il disprezzo per il mondo in cui è tornata e che ha pagato il riscatto e rischiato vite umane per riportarla a casa. Ma poi leggi i commenti dell' altro versante, anche di persone fino a ieri abbastanza equilibrate che provano schifo per chi fa queste elementari considerazioni, per chi ricorda le vittime del terrorismo e le volte che non abbiamo voluto pagare riscatti per non cedere ai terroristi, lasciando morire anche leader nazionali. A vergognarsi, per costoro, dovrebbe essere chi lo denuncia...Allora ti accorgi che qualcosa si è rotto, il malessere sta facendo saltare i nervi a tutti e ci sono due vulcani pronti a eruttare, l' un contro l' altro armati. C' è un' aria terribile. Lo vedo anche nel mio caso personale, lo riconosco: non riesco più neanche ad ascoltare programmi come quello della vipera tirolese o simili, a vedere i tg filogovernativi o ad ascoltare, solo ad ascoltare, la voce del gagà di governo, di Gigino, di Fofò, della sinistreria assortita. Sono stato spesso all' opposizione, in aperto dissenso, non mi sono mai risparmiato nelle polemiche. Ma non mi era mai capitato di scendere a questi livelli d' insofferenza radicale e vedo che sta capitando anche dall' altro versante. Ed entrambi riteniamo di avere piena ragione. Ma che ci sta succedendo? Dove ci porterà questo clima se si aggraveranno, come temono in tanti, le condizioni sociali ed economiche del Paese e la depressione diffusa muterà in rabbia? Il dissenso verso questo governo ormai va ben oltre la critica e la richiesta di farlo cadere. La gente vorrebbe vederli sparire, mandarli a casa a calci nel sedere, se non in galera, perlomeno nello stesso carcere in cui è stato confinato il popolo italiano oltremisura. Penso alla sventura di un Paese che sta attraversando il peggior momento della sua storia repubblicana col peggior governo che potesse capitare. Con più incapaci, cialtroni, quaquaraquà, ignoranti e presuntuosi mai avuti nella sua pur assortita storia. Come pensate che si possa ricucire questo Paese e riportare nella normale vita di una democrazia i dissensi e le divergenze? So che molti di voi sognano una svolta radicale, una sterzata elettorale, un' inversione di marcia. Lo capisco, d' istinto lo dico anch'io. Ma lasciate che vi dica una cosa: siamo arrivati a un punto che non si tratta più di destra e sinistra, di sovranisti e globalisti, di populisti e no. Urge affidare il Paese nelle mani di persone serie. Abbiamo un elementare assoluto bisogno di gente seria. Seria, non dico altro. Una parola semplice e complicata. Serietà. Persone consapevoli della loro responsabilità, che non vendono fumo, che spengono gli odii, che mantengono gli impegni assunti, non vogliono raggirare nessuno. Voi direte sì, ma devono essere capaci, competenti, adeguati. Basta che siano seri. Perché una persona seria se capisce di non essere all' altezza non si assume il compito di guidare un Paese, e in questo momento poi; e una persona seria nei campi in cui non ha competenza, si affida a persone serie, li investe di serie responsabilità. I buffoni, i mestatori e i dilettanti al potere sono gente priva di serietà. Noi abbiamo bisogno di gente seria, il coraggio della serietà. Altrimenti quelli «seri» arriveranno da fuori. Poi ragioniamo sul resto, ma è necessario che al più presto si concordi un cambio di guardia per un governo autorevole composto da gente seria. Perché la situazione, come si usa dire, è grave ma non è seria.
Alessandra Ghisleri per “la Stampa” il 12 maggio 2020. Dopo 100 giorni di lockdown gli italiani iniziano ad avere paura. Secondo l' ultimo rapporto di Euromedia Research, sette su dieci temono che la crisi economia possa far esplodere le rivolte sociali, soprattutto al Nord. Solo 5 su cento dichiarano di avere ancora fiducia nei politici. È possibile che il suono del silenzio dei quasi 60 giorni di clausura - prima del 4 maggio - ci abbia distolti da quegli importanti stimoli che da sempre hanno regolato la nostra vita sociale, quando ancora era possibile averne una in totale libertà. E come in tutte le cose c' è una cattiva notizia e una buona. Quella cattiva è che abbiamo vissuto la nostra vita pre-Covid 19 senza pensare troppo e male alle nostre esperienze di vita. Quella buona è che potremo fare tesoro di questa nuova incredibile consapevolezza per avere la capacità di godere appieno le opportunità che la vita ci offre con una maggiore responsabilità. I primi squarci di libertà ci hanno offerto uno spettacolo non sempre edificante, come se qualcuno avesse accantonato per un attimo la sofferenza, le difficoltà e i nostri caduti. Il desiderio di una vita normale ci affascina e ci rende preda di nuovi obiettivi, ma non si può pensare di uscire da una situazione così complessa affidandosi solo alla sfida del fato. Da qui si evince che il problema non è di natura informativa, ma comportamentale. Il virus non rispetta i diversi decreti che si succedono nel tempo, viaggia libero di contagiare senza vincoli. Le informazioni per quanto spesso contraddittorie e a volte confuse sui fondamentali, hanno instillato il seme della paura e gli italiani hanno rispettato i limiti imposti. Interrogati nel merito dopo 4 giorni di Fase 2, solo l' 1,3% ci ha dichiarato che di essere uscito anche durante il lockdown, il che coincide con quanto dichiarato il 15 aprile sullo stesso tema. Dai numeri ci si rende conto che la responsabilità degli italiani ha risposto positivamente quando ha dovuto rispettare le regole, lo stesso rispetto che ora la gente chiede in cambio alle istituzioni. Perché, mentre montano le polemiche cercando di far emergere ognuno le proprie opinioni inseguendo chi può aver sbagliato, ci sono famiglie che si scoprono in grandi difficoltà economiche. Oggi gli italiani insieme alla paura scoprono la preoccupazione della mancata ripresa: il 56,8% teme l' aggravamento della situazione economica mentre il 40,1% rimane ancora concentrato sul contagio. Coloro che sono attivi nel mondo del lavoro sono in maggioranza concentrati sul fattore economico insieme alle loro famiglie, chi studia o è impegnato in percorsi di formazione teme il contagio come stop alla conclusione del loro percorso. Anche la politica dei migranti in rapporto agli stimoli economici portati dal governo si trasforma in una lotta per la sopravvivenza: non stupisce quindi che il giudizio positivo sulla politica migratoria di questo esecutivo riguarda poco più di un italiano su tre. Di fronte a questo spaesamento il 64,6% degli italiani si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nelle aree più produttive del paese. Durante il corso di questi incredibili mesi, molto si è scritto e detto sui numeri riguardanti il Pil, l'occupazione, le crisi aziendali...tuttavia i numeri pur rivelando lo stato dell' arte sono freddi e hanno difficoltà a raccontare il calore generato dalle voci umane che si trasformano in grida di dolore e richieste di aiuto. Forse pur pensandoci o evocandolo, non ci rendiamo davvero conto della devastazione che potrebbe generarsi da questa epidemia che prima ha colpito intere famiglie facendole ammalare e adesso potrebbe colpire intere attività costringendole alla chiusura laddove non l' ha già fatto. Il tema vero è che la fiducia nei politici italiani oggi è al 4,6% - solo un punto percentuale più alta di quel periodo che ha portato Beppe Grillo al famoso Vday- il che ci spinge ad affermare con forza che la politica oggi non deve inseguire il consenso, ma il buon senso.
Davide Desario per leggo.it il 4 maggio 2020.
Assegno per il figlio. Serve un rapporto serio tra Stato e famiglie, un riconoscimento universale che fornisca il giusto valore di un figlio messo al mondo in Italia. Altro che reddito di cittadinanza. Serve un assegno a chi ha il coraggio di mettere al mondo un figlio: da 0 a 18 anni costa in media 172mila euro.
Babysitter. Non di sole babysitter vive una famiglia. Seicento euro sono pochi, pochissimi: tant'è che certe famiglie sono costrette a unirsi pagando una sola babysitter per due bambini. Ma così si raddoppiano i rischi. Strano che in tempi in cui si obbliga solo la relazione tra congiunti l'unica misura per andare a lavoro sia far entrare in casa un non congiunto.
Centri estivi. Il centro estivo non è solo un parcheggio, ma un'occasione educativa importante. È vero che i nostri giovani hanno dimostrato una capacità di obbedienza anche superiore agli adulti ma non è pensabile poterci affidare solo a loro. Urgono indicazioni chiare. Se saranno consentiti gruppi con pochi ragazzi per ogni adulto quanto costerà? E chi potrà permetterselo?
Denatalità. È la vera piaga del nostro Paese. Ogni anno muoiono 180mila persone in più di quante ne nascano. Ora come non mai ci siamo resi conto di cosa significa avere tanti anziani da aiutare e pochi giovani che possano sostenerli.
Europa. La comunità europea deve essere una famiglia di famiglie. Attualmente i rapporti sembrano essere solamente di ordine economico. La storia non era iniziata così. E non può rimanere così.
Figli. Far sentire i figli valorizzati non solo da noi che li mettiamo al mondo ma anche dal mondo in cui li mettiamo. Perché pagheranno domani anche le pensioni di chi non ha voluto o potuto avere figli. Figli bene comune non peso da non mettere in comune!
Giri in bici. Il bisogno di ricreazione, di sole, di sport e di socialità dei piccoli e dei giovani non va trascurato. Mai! Può portare nel lungo periodo problemi sociali ancora più grandi. Non esistono solo i runner.
Handicap. I veri discriminati in questo Paese sono i disabili. Anche la Fase 2 non li tiene adeguatamente in considerazione. Né loro né le loro famiglie. Bisogna far ripartire il prima possibile le terapie in presenza. Anche a domicilio.
Istruzione. La Didattica a distanza per i ragazzi è una realtà tutt'altro che omogenea. Un'offerta che in certe realtà benestanti esalta le opportunità mentre in quelle più disagiate rende ancora più grande la solitudine e il divario sociale. Come si può pensare che una famiglia con tre figli possa avere tre computer e magari altri due per i genitori che devono lavorare in smartworking? Servono anche alternative.
Lavoro. Mai come in questo tempo si è riscoperto il valore del lavoro, e soprattutto della sua legalità, dell'importanza dell'uscita dal nero. Ma quanti genitori a partita Iva in questi due mesi non hanno potuto regolarmente aiutare i propri ragazzi?
Mutuo. È la vera spesa delle famiglie. In molti casi, nonostante i proclami, le banche non hanno sospeso le rate. Mettendo le famiglie sul lastrico e costringendole a erodere quei pochi risparmi.
Nonni. Una risorsa che molte famiglie hanno difeso con il sacrificio personale, un tesoro che molte, troppe famiglie hanno perso in pochi giorni. Un sacrificio umano che ci invita a una ripresa più consapevole di relazione. E la politica deve capirlo.
Opportunità. Anzi, pari opportunità. Quante donne, in questi mesi di coronavirus, hanno visto annullate le proprie conquiste nel mondo del lavoro? Quante hanno rinunciato ai congedi parentali per paura ancora una volta di essere penalizzate?
Pensioni. Fare un figlio oggi in Italia è la seconda causa di riduzione in povertà. Allora non dobbiamo lamentarci se poi salta il sistema pensionistico. Forse ci si dimentica che le pensioni di domani saranno pagate dai nostri figli. Anche quelle di chi figli non ne ha.
Quoziente. Quello familiare in Francia è stato istituito durante la seconda guerra mondiale, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo. In Italia viene promesso da almeno 25 anni. Ma nemmeno il coronavirus sembra aver convinto il governo a mettere fine alla discriminazione fiscale delle famiglie.
Reddito di emergenza. È l'evoluzione del reddito di cittadinanza. Ancora una misura assistenzialista. È ora di investire sulle famiglie con strumenti diversi e moderni.
Sussidiarietà. Ruolo fondamentale delle famiglie è sussidiario perché dove non arriva lo Stato arrivano le famiglie che tappano gratuitamente i buchi del welfare e mai come in questo tempo ce ne siamo accorti.
Tasse. Il deficit che stiamo generando oggi peserà sulle spalle dei nostri figli in termini di pressione fiscale. Oltre il danno di un presente di sacrifici, anche la beffa di un futuro incerto.
Unicità. Le famiglie italiane sono 26 milioni e si sono comportate e hanno mostrato una coesione migliore di qualsiasi altro paese in questa emergenza. Tutto questo va valorizzato.
Voucher. La parola magica che sembra risolvere tutti i problemi delle famiglie trascurando il fatto che oggi soprattutto la crisi genera bisogno di liquidità. Le famiglie sanno bene come amministrare il denaro.
Zitti tutti. Conte ha detto «Se ami l'Italia, mantieni le distanze». Le famiglie italiane dicono a Conte: «Se ami l'Italia, non prendi le distanze dalle famiglie». Un minuto di silenzio perché uccidere la speranza delle famiglie è uccidere l'Italia.
· Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.
Il senso di colpa per controllarci. L’ultima trovata della sinistra. Laura Tecce il 17 Dicembre 2020 su culturaidentita.it. Il più grande successo del Potere? Quello di esercitare il controllo attraverso l’interiorizzazione del consenso. Il volto suadente dell’Oppressore, inteso come potere politico, mediatico e a cui si è aggiunta una nuova categoria – quella degli Scienziati – che opera, agisce e dispone delle nostre vite per salvarci dal virus e per tutale la nostra Salute, bene supremo contrapposto a tutto il resto, ha modo di disciplinare la popolazione affermandosi in misura tanto più netta e profonda quanto più ampia è la partecipazione da parte di quest’ultima. Il colpo di genio? Aver colpevolizzato i cittadini e così, mascherato da ideale salvifico, torna un grande classico di una certa cultura cattocomunista mai veramente scomparsa perché in fondo radicata nel dna del nostro essere italiani e cattolici: il senso di colpa. Ed è paradossale che questo venga inculcato non in periodo di penitenza quaresimale in preparazione della Pasqua (che in verità già abbiamo espiato nel primo lockdown) ma in quello che tutti, anche per i praticanti, i non credenti e perfino i fedeli di altre religioni, aspettano e celebrano con gioia: il Natale. Una festa di luce, gioia, pace. “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, vi annuncio una grande gioia… È nato per voi un Salvatore… E sulla terra pace agli uomini”. È la parola di Dio, che eravamo abituati ad ascoltare dalla Messa vespertina della vigilia, a quella della notte, a quella del mattino, a quella del giorno. Questo Natale invece ci siamo assuefatti ad ascoltare a tutte le ore incessantemente ed ineluttabilmente le parole di politicanti e cosiddetti scienziati, che per l’occasione si sono trasformati in Grinch, la ripugnante creatura verde, misantropa e solitaria che vuole rubare il Natale ai bambini. Ma tranquilli, i nostri pargoli, i doni li avranno: il presidente Conte ha risposto al “piccolo” Tommaso – il famigerato bambino che a 5 anni usa la pec e scrive come un capo di gabinetto cinquantenne – che Babbo Natale arriverà anche quest’anno, con la mascherina e con un’autocertificazione internazionale, ma arriverà. Perché il nostro – dopo la fase “guru”/paternalista in cui ha indicato agli italiani quale sia il modo corretto per trascorrere le feste, cioè “in raccoglimento spirituale, perché farlo con tante persone non viene bene” – è passato in un secondo momento al delirio consumista: “Vogliamo ridurre la socialità, ma consentire la tradizione a noi molto cara dei doni”. Ebbene, dopo il passante senza mascherina, i runner, i discotecari di agosto – i quali hanno evidentemente contagiato per via telepatica i positivi di novembre – i nuovi untori su cui puntare il dito e scatenare i delatori complici sono quelli che aspirano ad un minimo di socialità, quelli per i quali la vita non si riduce solo alle funzioni fisiologiche di base e che magari avrebbero piacere, almeno a Natale, di stare con i propri cari e avere un po’ di svago senza essere descritti come la causa di una già prevista (da parte degli scienziati starlette tv di cui sopra) terza ondata. Vuoi andare addirittura a sciare? Sappi che il senso di colpa ti perseguiterà, perché la verità sanitaria è ormai diventata una fede e chi esprime dubbi sulla narrazione mainstream o si permette di obiettare sulla gestione politica della pandemia viene trattato come un eretico. E naturalmente definito “negazionista”, che fa il paio con i ben noti fascista, razzista e anche un po’ sessista.
Elisabetta Notaro, psicologa: “Sul Covid c’è manipolazione mediatica, si rischia la depressione di massa. Un danno grave e duraturo”. Barbara Majnoni il 18/12/2020 su businessinsider.com. Elisabetta Notaro, psicologa e psicoterapeuta. “La manipolazione mediatica è sotto gli occhi di tutti. Dal premier in giù, non si fa altro che parlare di morti, contagiati, terapie intensive, curve epidemiologiche. Un terrorismo psicologico di questa portata non si era mai visto. Il sistema creatosi con il sopraggiungere del virus ci fa mantenere l’allerta alta, ci spiazza giorno dopo giorno. La comunicazione è ossessivamente mirata a mettere solo paura. Induce al senso di impotenza, a creare il vuoto intorno alle persone. Non vengono dati consigli positivi su come stare bene o per rafforzare il sistema immunitario. Dinamiche che a lungo termine possono portare a una depressione di massa e di conseguenza all’accettazione acritica di qualunque imposizione o delega sociale verso il potere per la salvaguardia di quella salute mentale e fisica che solo la libertà di scelta e di coscienza potrebbe restituirci. Il sospetto che si tratti di una potentissima arma di distrazione è forte”. L’accusa è dura e, almeno per la parte relativa al complotto, tutta da provare. Tuttavia Elisabetta Notaro, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa basata a Livorno, terapeuta ufficiale del Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo diretto dal professore Giorgio Nardone è una super esperta di manipolazione uomo-donna, e se sostiene che ne stiamo vivendo una all’ennesima potenza, vale la pena ascoltarla. Ecco cosa risponde alle nostre domande.
Dottoressa, c’è davvero un parallelismo fra la due modalità di manipolazione?
«Il narcisista quando seduce la preda crea una storia d’amore perfetta, illusoria, da favola. Agisce con il love bombing, un corteggiamento che serve proprio a sviare la vittima da quei punti essenziali che dovrebbe valutare nel partner, come onestà, sincerità, valore, modo di pensare. Si mostra come un principe azzurro che la salverà dalle sue profonde paure e debolezza. Obnubila talmente la poveretta che non solo non riesce a valutare gli elementi oggettivi del partner e della relazione che sta vivendo, ne diviene totalmente dipendente, per poi cadere in un baratro di depressione, ansia, e soprattutto ossessività. Lo stesso può avvenire tra i mass media e le masse quando c’è l’interesse di filtrare solo determinati messaggi. Già 40 anni fa il famoso Noam Chomsky, definito dal New York Times il più grande intellettuale vivente, aveva ipotizzato, teorizzato e schematizzato come sia possibile mistificare la realtà, stilando dieci regole ben precise».
Quali sono le più incisive?
«Innanzitutto proprio la strategia della distrazione, fondamentale per le lobby al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su certi argomenti, piuttosto che su altri. Poi c’è la tattica della gradualità nel fare accettare una misura inaccettabile col contagocce, così da digerirla meglio poco per volta. Ma anche il creare problemi per poi fornire delle soluzioni di comodo, risultando salvatori. Sono le identiche tecniche utilizzate dal narcisista. Dopo il bombardamento d’amore iniziale, finge, finge, squalifica, colpevolizza, tradisce, ma poi di nuovo lusinga, con una mano dà con l’altra prende, cerca di distanziare la vittima da tutte le persone che possono costituire una risorsa affettiva ma anche intellettuale e di confronto per farla rimanere sola e insicura come una bella addormentata nel bosco. Lavora in maniera molto subdola, chiaramente non da subito. Per questo noi psicologici consigliamo il no contact, cioè il vampiro va lasciato e bloccato il prima possibile. Anche Chomsky col principio metaforico della rana bollita suggerisce di schizzar via dalla pentola prima che sia troppo tardi».
Ci sono altri riferimenti che vanno in questa direzione?
«Un esempio concreto è rappresentato dal docu-film The Social Dilemma, uscito agli inizi dell’anno su Netflix. Ci mostra che è stato fatto un passo ulteriore nel potenziamento degli strumenti di manipolazione di massa con i social. L’informatica ha permesso di creare degli algoritmi che studiano le persone non nell’insieme ma una a una, grazie ai loro account. Orientano i nostri comportamenti, i nostri acquisti, i nostri pensieri, le nostre scelte di voto e le nostre emozioni. Ci seducono e poi ci schiavizzano, esattamente come i narcisisti fanno con le dipendenti affettive. D’altronde manipolare vuol dire prendere con le mani e portare forzatamente dove si vuole».
Ci può fare una statistica della situazione odierna dei suoi pazienti?
«Nel gruppo che seguo ci sono persone che stanno facendo la coda finale, li ho in terapia ormai da tempo. Poi ci sono quelli arrivati in emergenza dal lockdown di marzo. I primi hanno reagito molto bene alla situazione creatasi con la pandemia. Ovviamente soffrono di non poter uscire perché avevano trovato una socialità, una vita sentimentale, un hobby, l’entusiasmo di vivere, ma hanno acquisito una forza d’animo e una spiccata resilienza per sopportarla. Ne parlano rimanendo perfettamente centrati, equilibrati, hanno gli occhi aperti sulle contraddizioni visibili, sulle cose che non tornano, ne fanno una riflessione critica. I secondi mi danno, invece, un quadro di come le persone non ancora integre stiano crollando. Esplodono liti tra coniugi che prima tenevano sotto controllo equilibri precari. Sono aumentati considerevolmente disturbi d’ansia, attacchi di panico, depressioni. Gli ipocondriaci sono a pezzi, spaventatissimi. Ma la cosa che più mi ha amareggiata è stata di dover affrontare le ricadute di alcuni giovani, parlo di ragazzi dai 17 ai 22 anni, che sono ripiombati ad avere mancanza di fiducia in loro stessi e soprattutto nel mondo che li circonda. Pensare che ero riuscita a infondere quello sprint per farli uscire di casa dopo troppo tempo passato chiusi in camera soli con smartphone e computer».
Di quanto è aumentato il suo lavoro dall’insorgere della pandemia?
«Le richieste sono raddoppiate. Lo dicono anche i colleghi. Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno di fare qualcosa di più per aiutare le persone maggiormente colpite dalla crisi economica. Così mi sono affiancata come psicologa alla Confederazione Imprese Unite per l’Italia. Il presidente Stefano Agnesini, ex presidente Giovani di Confcommercio, sta cercando di dar voce e salvare un popolo che altrimenti rimarrebbe inascoltato, circondandosi di coach e altre figure professionali di supporto tra cui la mia. Non è un’associazione a scopo di lucro, piuttosto una sorta di sindacato parallelo per i piccoli e medi imprenditori che stanno soffrendo e agonizzando uno dopo l’altro. Ci sono già più di 30 mila utenti in tutta Italia. Stanno aumentando sempre più».
Ci sarà pure qualcosa di positivo in questo momento difficile e doloroso?
«A mio avviso più che altro c’è la legge dell’equilibrio. Tutto l’universo si regge tra gli opposti. Lo sappiamo dalla fisica quantistica. Accanto a tutta questa valle di lacrime, di errori e di bruttezza, che poco per volta diventa manifesta, c’è anche un cambiamento altrettanto positivo: il risveglio della coscienza. Sta crescendo sempre più la consapevolezza di quanto i beni materiali siano effimeri, di quanto la nostra vita fosse dedicata a obiettivi illusori e disfunzionali. C’è la riscoperta delle discipline spirituali e della meditazione, che aiuta a svuotare la mente e ad attingere alle parti più autentiche della nostra psiche. C’è una rinnovata connessione tra gli esseri umani e viventi in generale. Si vedono sempre più persone avere un rapporto molto intenso con gli animali e con la natura. Si stanno riscoprendo le antiche medicine naturali».
Quale potrebbe essere la nostra salvezza?
«Ora siamo chiamati a fare una scelta. Vogliamo vivere nella paura di morire con false soddisfazioni e come robot tra cellulari e computer? O lavorare sulla nostra coscienza e costruire il nuovo, sfruttando anche le tecnologie che se usate in maniera adeguata possono diventare le nostre migliori alleate? La parola chiave di questo momento non è la guerra contro le istituzioni ma impegnarsi per formarsi come guerrieri spirituali. In sostanza dobbiamo scegliere chi mandare al governo: l’anima o l’ego. La battaglia è questa. Chiediamoci cosa vogliamo per noi, i nostri figli, i nostri nipoti e per la Madre Terra. “Qualunque cosa accada durante la transizione, viene richiesta una sola cosa, solo una, non nutrite le orde oscure del potere, non siate cibo”, come recentemente ci ha esortato a fare il poeta, drammaturgo e cineasta cileno Jodorowsky».
Sirene spiegate “senza motivo”. La strategia del terrore di ospedali e Forze dell’Ordine. Rec News il 6 Novembre 2020. Gli episodi rilevati nel Lazio e in Campania denunciati da diversi cittadini e in parte documentati sirene spiegate sulle gazzelle delle Forze dell’Ordine e sulle ambulanze, ma “senza motivo”. Gli episodi rilevati a Roma e nell’hinterland romano e in Campania, sono stati denunciati da diversi cittadini e – per quello che riguarda le ambulanze – in parte documentati da un cittadino campano tramite un video.
Da "corriere.it" il 26 ottobre 2020. Il presidente Usa, Donald Trump, protesta con i media. Lo fa ad un comizio elettorale a Lumberton, in Carolina del Nord: «Questo è tutto quello che sento adesso. Accendi la tv e non si sente parlare di altro che ‘Covid, Covid, Covid, Covid, Covid, Covid’». Una parola che il capo della Casa Bianca ripete per 6 volte consecutive come un refrain davanti ad una folla in delirio per lui: «Bene,dopo il 4 novembre questa parola non la sentirete più»
Massimiliano Peggio per “la Stampa” il 21 novembre 2020. «Non sono una negazionista. Mia mamma è infermiera in ospedale. È stata per quattro mesi in malattia, contagiata dal virus. Adesso lavora in un reparto Covid a contatto con i pazienti gravi. Anche mia sorella è rimasta contagiata. So che cosa provoca il virus alle persone. Ma andare in giro con le ambulanze vuote si spaventa solo la gente. Basta con gli allarmismi». Lei è giovane, con un lavoro dinamico, sempre a contatto con la gente. Quindici giorni fa, mentre si trovava in auto con un collega, sulla sua Porsche Cayenne, lungo la tangenziale di Torino, si sono imbattuti in un' ambulanza del 118, impegnata in un intervento di emergenza. Così l' hanno seguita. Stando alla relazione degli addetti al soccorso, consegnata alla procura torinese per eventuali provvedimenti, i due occupanti del Suv avrebbero «minacciato verbalmente i soccorritori», dicendo «che l' emergenza era finta». Poi sono arrivati i carabinieri. E la coppia è stata identificata. Accertamento di routine. «Nessuno ha fatto minacce, questo sia chiaro. Né io né il mio collega abbiamo avuto contatti con l' equipaggio dell' ambulanza». È vero che avete filmato il mezzo? «Certo. Per dimostrare che andava in giro senza meta, per quaranta minuti, sirene accese e lampeggianti. Una scena assurda. Vuole vedere il video? Ho tutto documentato». Il filmato, a spezzoni, ritrae il «pedimamento» dell' ambulanza. Strade di periferia, curve, accelerate del Suv. «Bravi, domani siete sulla Stampa» dice l' uomo, guidando. Lei film tutto. Che cosa intendeva dire in quel momento il suo collega? «Che avremmo potuto dimostrare con quel video che giravano a vuoto, non sapevano dove andare. Fosse stato un vero soccorso d' emergenza, povero paziente». Il video di «denuncia», alla Stampa non è mai arrivato. Nel secondo spezzone altre curve, altre accelerate. Lui commenta: «Ora lo fermo davanti alla gente, gli metto la macchina di mezzo, li faccio scendere e li sputtano davanti a quella scuola lì. Questa ambulanza è più di venti minuti che gira». Il mezzo del 118 si ferma poi in una stradina. Forse i soccorritori erano un po' confusi, avevano sbagliato strada? «Esatto, hanno sbagliato strada. Che figura». Ma davvero li avete seguiti tutto il tempo? «Non è che li abbiamo pedinati. Stavamo andando nella stessa direzione, perché il collega mi stava accompagnando al parcheggio della mia auto, che si trovava in zona». Nel terzo spezzone il finale. L' inseguimento si conclude. L'uomo scende dal Porsche Cayenne e con uno spiccato accento piemontese urla frasi contro l' ambulanza che sta facendo retromarcia. «Ti sei perso? Stai solo facendo cine». Finzione, insomma. Mani in tasca, osserva la manovra, continuando a urlare ai margini della strada, mentre il mezzo si allontana. Poi che cosa è successo? «Sono arrivati i carabinieri, chiamati evidentemente da quelli del 118. Abbiamo spiegato loro che non li abbiamo seguiti, che stavamo facendo la stessa strada». No, non stavano «facendo cine» quelli dell' ambulanza. Stavano cercando di soccorrere un uomo di 63 anni con problemi respiratori. L' equipaggio del 118 aveva difficoltà a individuare il corretto indirizzo del richiedente. «Non è così che vanno soccorse le persone. Andare in giro per la città con lampeggianti e sirene accese per decine di minuti, accresce solo il senso di ansia nella gente: ce n' è già abbastanza». Anche ai carabinieri l' uomo ha detto più o meno le stesse cose. «Ho visto un servizio in tivù che raccontava di ambulanze che viaggiano a vuoto. Volevo verificare di persona».
Documento top secret. Il Covid è falso allarme globale. Redazione su La Voce delle Voci il 3 Agosto 2020. Pubblichiamo questo articolo che circola negli Stati Uniti su un esplosivo Rapporto redatto nel maggio scorso da un team istituzionale di ricercatori tedeschi censurato dal governo della Merkel. Alla guida del team il ricercatore Stephen Kohn, costretto dal governo a lasciare l’incarico. L’articolo originale, che ci è stato segnalato da Umberto Pascali, è a firma del giornalista Daniele Pozzati. Funzionario tedesco fa avere confidenzialmente alla stampa il Rapporto che denuncia il Coronavirus come “un falso allarme globale”. Il governo federale tedesco e i media mainstream sono impegnati nel controllo dei danni dopo un rapporto che sfida la narrativa Coronavirus consolidata trapelata dal ministero degli interni. Alcuni dei passaggi chiave del rapporto sono:
La pericolosità di Covid-19 è stata sopravvalutata: probabilmente il pericolo rappresentato dal nuovo virus non ha mai superato il livello normale.
Le persone che muoiono per Coronavirus sono essenzialmente quelle che morirebbero statisticamente quest’anno, perché hanno raggiunto la fine della loro vita e i loro corpi indeboliti non possono più far fronte a qualsiasi stress casuale giornaliero (compresi i circa 150 virus attualmente in circolazione).
In tutto il mondo, nel giro di un quarto di anno, non sono stati registrati più di 250.000 decessi per Covid-19, rispetto a 1,5 milioni di decessi [25.100 in Germania] durante l’ondata di influenza 2017/18. Il pericolo ovviamente non è maggiore di quello di molti altri virus. Non ci sono prove che questo fosse più di un falso allarme.
Un rimprovero potrebbe seguire questa linea: durante la crisi di Coronavirus lo Stato si è dimostrato uno dei maggiori produttori di notizie false. Finora, così male. Ma peggiora.
Il rapporto si concentra sulle “molteplici e pesanti conseguenze delle misure Coronavirus” e avverte che queste sono “gravi”.
Più persone muoiono a causa delle misure della corona imposte dallo stato di quante ne vengano uccise dal virus.
Il motivo è uno scandalo in corso: Un sistema sanitario tedesco incentrato su Coronavirus sta posticipando la chirurgia salvavita e ritardando o riducendo il trattamento per i pazienti non-Coronavirus. Berlino in smentita. Gli scienziati reagiscono.
Inizialmente, il governo ha cercato di liquidare il rapporto come “il lavoro di un dipendente”, e il suo contenuto come “la sua opinione” – mentre i giornalisti hanno chiuso i ranghi, senza fare domande, con i politici. Ma il rapporto di 93 pagine intitolato “Analisi della gestione delle crisi” è stato redatto da un panel scientifico nominato dal ministero degli interni e composto da esperti medici esterni di diverse università tedesche. Il rapporto era l’iniziativa di un dipartimento del ministero degli interni chiamato Unità KM4 e responsabile della “Protezione delle infrastrutture critiche”. Questo è anche il luogo in cui il funzionario tedesco si è trasformato in informatore, Stephen Kohn, lavora (a cura di), e da dove l’ha diffuso ai media. Gli autori del rapporto hanno già pubblicato un comunicato stampa congiunto l’11 maggio, rimproverando il governo per aver ignorato la consulenza di esperti e chiedendo al ministro degli Interni di commentare ufficialmente la dichiarazione congiunta degli esperti: “Le misure terapeutiche e preventive non dovrebbero mai portare più danni della malattia stessa. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello di proteggere i gruppi a rischio, senza compromettere la disponibilità di cure mediche e la salute di tutta la popolazione, come purtroppo si sta verificando”. “Noi nella pratica scientifica e medica stiamo vivendo i danni secondari delle misure Coronavirus sui nostri pazienti su base dialy”. “Chiediamo pertanto al Ministero federale dell’interno, di commentare il nostro comunicato stampa e speriamo in una discussione pertinente in merito alle misure [Coronavirus], che porti alla migliore soluzione possibile per l’intera popolazione”.
Al momento della stesura del documento, il governo tedesco non ha ancora reagito. Ma i fatti stanno – purtroppo – giustificando le preoccupazioni degli esperti medici. Il 23 maggio il quotidiano tedesco L’immagine si intitolava: “Conseguenze drammatiche delle misure corona: 52.000 operazioni di cancro ritardate”. All’interno, un medico inesperto avverte che “sentiremo gli effetti collaterali della crisi Corona per anni”. Sparare all’informatore. Ignorando il messaggio. Come riportato da Der Spiegel il 15 maggio: “Stephen Kohn [l’informatore] da allora è stato sospeso dal servizio. Gli fu consigliato di procurarsi un avvocato e il suo portatile da lavoro fu confiscato. “. Kohn in origine ha divulgato il rapporto il 9 maggio alla rivista liberale conservatrice Tichys intuendo uno dei media alternativi più popolari della Germania. La notizia del rapporto è diventata mainstream in Germania durante la seconda settimana di maggio – ma già nella terza settimana media e politici hanno smesso di discutere la questione rifiutandosi di commentarla. Emblematico è stato l’approccio adottato da Günter Krings, rappresentante del ministro degli Interni Horst Seehofer, il capo degli informatori: Alla domanda che avrebbe trattato seriamente il documento, Krings rispose: “Se inizi ad analizzare documenti del genere, molto presto inviterai i ragazzi con i cappelli di stagnola alle audizioni parlamentari”. Uomini in cappelli di stagnola – Aluhut in tedesco – è un termine usato per descrivere le persone che credono nelle teorie del complotto. In effetti un articolo di Der Spiegel che si rivolge al movimento di protesta Corona e le conseguenze del rapporto trapelato conteneva la parola “cospirazione” non meno di 17 volte! E nessuna discussione sulle questioni sollevate dal rapporto stesso. Fuori dalla Germania la notizia non è stata praticamente segnalata.
Il documento originale: 2KM 4 – 51000/29 # 2 KM4.
Analisi della gestione delle crisi (versione breve) Osservazione preliminare: il compito e l’obiettivo delle squadre di crisi e di qualsiasi gestione delle crisi è identificare i pericoli speciali e combatterli fino a quando non si raggiunge nuovamente la condizione normale. Uno stato normale non può essere una crisi. Sintesi dei risultati dell’analisi.
1. In passato (purtroppo contrariamente a una migliore conoscenza istituzionale) la gestione delle crisi non ha sviluppato strumenti adeguati per l’analisi e la valutazione dei pericoli. Le relazioni sulla gestione, in cui tutte le informazioni rilevanti ai fini del processo decisionale dovrebbero essere sintetizzate, trattano solo una piccola parte della gamma minacciosa di rischi nell’attuale crisi. Sulla base di informazioni incomplete e inadatte nelle immagini della situazione, non è generalmente possibile valutare il pericolo. Senza una valutazione del rischio correttamente valutata, non può esserci una pianificazione dell’azione adeguata ed efficace. Il deficit metodologico influenza un livello superiore ad ogni trasformazione; Fino ad ora, la politica ha avuto una probabilità notevolmente ridotta di prendere le giuste decisioni.
2. Gli effetti osservabili e gli effetti di COVID-19 non forniscono prove sufficienti per dimostrare che si tratta di qualcosa di più di un falso allarme in termini di effetti sulla salute sulla società nel suo insieme. Il nuovo virus presumibilmente non ha mai rappresentato un rischio per la popolazione che ha superato il livello normale (il dato comparativo è il normale tasso di mortalità in DEU). Corona essenzialmente uccide le persone che muoiono statisticamente quest’anno perché hanno raggiunto la fine della loro vita e i loro corpi indeboliti non possono più far fronte a uno stress quotidiano casuale (compresi i circa 150 virus attualmente in circolazione).
La pericolosità di Covid-19 è stata sopravvalutata. (Non più di 250.000 decessi con Covid-19 in tutto il mondo in un quarto di anno, rispetto a 1,5 milioni di decessi durante l’ondata di influenza 2017/18). Il pericolo ovviamente non è maggiore di quello di molti altri virus. Probabilmente avremo a che fare con un falso allarme globale che non è stato rilevato per molto tempo. – Questo risultato di analisi è stato verificato da KM 4 per verificarne la plausibilità scientifica e sostanzialmente non contraddice i dati e le valutazioni del rischio presentate dall’RKI.
3. Il fatto che il presunto falso allarme sia rimasto inosservato per settimane è essenzialmente dovuto al fatto che il quadro d’azione applicabile da parte della squadra di crisi e la gestione della crisi in una pandemia non contiene strumenti di rilevazione adeguati che innescano automaticamente un allarme e avviano l’immediata cessazione delle misure. non appena un’avvertenza di pandemia si rivela un falso allarme o è prevedibile che il danno collaterale – e in particolare le parti che distruggono la vita umana – minaccino di diventare più grandi della salute e in particolare del potenziale mortale della malattia in esame.
4. Il danno collaterale è ora superiore al beneficio apparente. Questa affermazione non si basa su un confronto tra danno materiale e lesioni personali (vita umana)! Un confronto tra decessi precedenti dovuti al virus e decessi dovuti alle misure protettive ordinate dallo stato (entrambi senza un database sicuro) conferma la scoperta. Di seguito è riportata una raccolta di tipo di danno collaterale relativo alla salute (compresi i decessi) che è stata verificata per plausibilità dagli scienziati.
5. Il danno collaterale (completamente non intenzionale) causato dalla crisi della corona è ora diventato gigantesco. Gran parte di questo danno si manifesterà solo nel prossimo e lontano futuro. Questo non può più essere prevenuto, ma solo limitato.
6. Le infrastrutture critiche sono le linee di vita vitali delle società moderne. Con le infrastrutture critiche, l’attuale sicurezza dell’approvvigionamento non viene più fornita come al solito a seguito delle misure di protezione (finora una graduale riduzione della sicurezza dell’approvvigionamento di base, che può riflettersi nelle situazioni di stress imminente, ad esempio). La resilienza del sistema globale altamente complesso e fortemente interdipendente di infrastrutture critiche è diminuita. La nostra società ora vive con una maggiore vulnerabilità e maggiori rischi di default delle infrastrutture vitali. Ciò può avere conseguenze fatali se si presenta una pandemia davvero pericolosa o un’altra minaccia al livello di resilienza ora ridotto di KRITIS. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha sollevato un rischio fondamentale quattro settimane fa. Guterres ha dichiarato (secondo un rapporto del 10 aprile 2020): “Le debolezze e la preparazione inadeguata rivelate da questa pandemia forniscono informazioni su come potrebbe essere un attacco bioterroristico – e [queste debolezze] possono aumentarne il rischio.” Le nostre analisi sono una grave carenza della DEU, la mancanza di un adeguato sistema di analisi e valutazione dei pericoli in situazioni di crisi (vedi sopra).
7 . Le misure di protezione ordinate dallo stato, nonché le diverse attività e iniziative sociali che originariamente hanno causato il danno collaterale ma che ora hanno perso ogni significato, sono ancora ampiamente in vigore. Si raccomanda vivamente di eliminarli completamente a breve termine al fine di evitare danni alla popolazione – in particolare morti addizionali non necessarie – e stabilizzare la situazione potenzialmente precaria nell’infrastruttura critica. 8. I deficit e i fallimenti nella gestione delle crisi hanno conseguentemente portato alla trasmissione di informazioni errate e provocato così la disinformazione della popolazione. (Un rimprovero potrebbe essere: lo stato ha dimostrato di essere uno dei maggiori produttori di notizie false nella crisi della corona.)
Da questi risultati ne consegue che:
a) La proporzionalità delle interferenze con i diritti di es. Attualmente non ci sono cittadini perché lo stato non ha adeguatamente valutato le conseguenze. Il BVerfG richiede un’adeguata ponderazione delle misure con conseguenze negative (sentenza PSPP del 5 maggio 2020).
b) I rapporti sulla situazione della squadra di crisi BMI-BMG e i rapporti dello stato federale agli stati federali devono quindi immediatamente condurre un’analisi e una valutazione dei rischi adeguate. o contenere un dipartimento aggiuntivo con dati significativi sui danni collaterali (vedere ad es. spiegazioni nella versione lunga) e sono privi di dati e informazioni non necessari che non sono necessari per la valutazione dei pericoli perché rende difficile mantenere una visione d’insieme. o Le figure chiave dovrebbero essere formate e posizionate di fronte.
c) Un’analisi e una valutazione dei pericoli appropriate devono essere eseguite immediatamente. Altrimenti lo stato potrebbe essere responsabile per eventuali danni subiti.
4 Spiegazioni per una migliore comprensione delle interdipendenze in una pandemia Una pandemia grave è molto rara e quindi una grande sfida. Le autorità responsabili devono far fronte a una situazione di crisi per la quale non esiste esperienza. I dipartimenti di emergenza, i piani di pandemia e altri quadri organizzativi e legali per combattere la pandemia sono regolarmente sviluppati nel dipartimento BMI dell’IMC e nel BBK (insieme ad altre autorità come l’IRC, in alcuni casi guidati dal partner della cooperazione). In passato, occasionalmente sono stati condotti studi sullo scenario pandemico, sono stati eseguiti meno frequentemente esercizi su larga scala e sono state condotte analisi di rischio dettagliate anche meno frequentemente. Ma tutto questo lavoro potrebbe offrire poco più che un quadro approssimativo nell’attuale crisi. Perché una buona gestione delle crisi senza intoppi richiede soprattutto molta esperienza in situazioni di crisi e di esercizio simili e il costante miglioramento delle condizioni quadro. Nel settore dei vigili del fuoco e dei servizi di salvataggio, questo è stato continuamente ottimizzato nel corso degli anni. In caso di pandemia, non è possibile costruire una routine, il che significa che la maggior parte degli attori sarà scarsamente preparata e sopraffatta e che la gestione delle crisi farà errori. Il punto di partenza di un intervento di crisi è sempre l’esistenza di una situazione di rischio speciale. Identificazione di una situazione di pericolo speciale (pandemia) L’identificazione di una situazione di pericolo speciale non presuppone necessariamente che si sia già verificato un danno. In caso di sospetta pandemia, viene effettuata una valutazione di possibili danni che potrebbero verificarsi senza misure di protezione. Questa stima deve… (…)
Ricciardi e il "metodo Casalino": la strategia comunicativa basata sul terrorismo psicologico. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 29 Ottobre 2020. Pochi lo sanno, ma Walter Ricciardi è un attore. E con questo non voglio dire che sappia fingere o dissimulare. Per anni, prima di diventare presidente dell’Istituto superiore di sanità e consigliere del ministro Roberto Speranza, ha recitato al fianco di Mario Merola, Michele Placido e Stefania Sandrelli. Del suo ultimo “colpo di teatro”, però, nessuno sentiva il bisogno, specialmente dopo il surplus di tensione provocato dalle recenti esternazioni del governatore De Luca e dall’ultimo dpcm firmato dal premier Conte. Ricciardi ha evidenziato come il lockdown per Napoli e Milano sia «necessario» e come, in entrambe le città, si rischi di contrarre il Covid «entrando al bar o prendendo l’autobus». Le sue parole hanno scatenato la reazione dei sindaci interessati, Luigi de Magistris e Giuseppe Sala, che hanno scritto a Speranza per capire se quella espressa da Ricciardi sia un’opinione personale o rispecchi la posizione del governo. La querelle riaccende i riflettori su due temi decisivi per il superamento dell’emergenza sanitaria. Il primo è sostanziale e riguarda il ruolo dei sindaci nella gestione della pandemia. De Magistris e Sala hanno chiesto a Speranza se l’opinione di Ricciardi sia «basata su dati e informazioni che il Ministero ha e noi non abbiamo». Non è la prima volta che il sindaco di Napoli lamenta di non essere puntualmente informato sull’evoluzione della pandemia. E la rivolta di venerdì sera dimostra a quali pessimi risultati abbia condotto la strategia basata sulla sostanziale estromissione dei primi cittadini dalla gestione dell’emergenza. È logico che nell’Unità di crisi campana sieda un referente dell’Anci, nella fattispecie il sindaco di Polla, e non il primo cittadino di Napoli che è anche il numero uno della Città metropolitana? No, soprattutto se si pensa che nel Napoletano risiedono circa tre milioni di persone, cioè più della metà della popolazione complessiva della Campania, e che in quella stessa area si concentra la maggior parte dei malati di Covid registrati nella regione. Questa esclusione è ancora più inconcepibile in un contesto come quello del capoluogo campano, dove le nefaste conseguenze del lockdown sono amplificate dalla presenza di lavoro nero e criminalità dilagante. E così, tra Unità di crisi e cabine di regia varie, a livello nazionale e locale manca una sede in cui tutte le autorità effettivamente interessate possano adottare provvedimenti rapidi e consapevoli. Le parole di Ricciardi, però, meritano una riflessione anche sotto l’aspetto comunicativo. Il consulente del ministro usa l’ormai consolidato “metodo Casalino” che prende il nome dal portavoce del premier Conte e consiste nel lasciar trapelare indiscrezioni sui provvedimenti destinati a essere firmati di lì a poche ore. L’obiettivo? Sondare l’umore dell’opinione pubblica o preparare quest’ultima alle ricorrenti misure restrittive. È una strategia comunicativa che, con tutta evidenza, si fonda sul terrorismo psicologico e perciò risulta assai simile a quella utilizzata dal governatore campano De Luca, capace di esibire la tac di un paziente pur di giustificare la sua discutibile gestione dell’emergenza Covid. Abbiamo visto quali possano essere le conseguenze di una comunicazione tanto aggressiva. Anche Ricciardi e Speranza dovrebbero tenerne conto: la rivolta di Napoli non ha insegnato nulla?
DAGONOTA il 26 ottobre 2020. L’inizio dell’editoriale è da coccolone: ‘’Noi non siamo d'accordo con lui sull'ultimo Dpcm’’. Gesù, Travaglio che asfalta l’amato premier? Saranno gli effetti dell'astinenza dal karaoke? Tranquilli, l’embolo non è partito e riprende subito a cullare il suo cocco impochettato: ‘’Conte ha usato le parole e i toni giusti, come quasi sempre dall' inizio della pandemia, per lanciare l' allarme senza diffondere allarmismo’’. Purtroppo il premier, poverino, è circondato da piddini dementi e grillini demenziali: “Non sappiamo se, dopo il cedimento dell' altra notte all' ala più isterica e meno riflessiva del governo e della maggioranza, ne abbia ripreso il pieno controllo politico”. Ah, ecco: ora siamo tranquilli: tutta colpa dell'ala isterica! Sistemati i partiti al governo colpevoli di averlo piazzato sulla prima poltrona di Palazzo Chigi, pur non essendo stato votato da nessun cittadino, come democrazia parlamentare vuole, riparte il mandolino di Marcolino: “Ma almeno ne ha dato l'impressione con un discorso asciutto, fermo, equilibrato, abile nel mascherare la babele cacofonica delle mille istituzioni che hanno messo le mani nel Dpcm numero 22, il meno coerente e razionale della collezione: ministri, viceministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, Comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindacati, associazioni di categoria. Ovviamente nessuno d' accordo con gli altri”. Quindi offre al lettore il martirio quotidiano di Conte. Prendete i fazzoletti: ”Le leggende metropolitane della cosiddetta informazione ci descrivono sempre un uomo solo al comando che decide tutto da sé con pieni poteri e poi si diverte ad arrivare in ritardo alle conferenze stampa per creare la suspence. Ma ogni Dpcm è un parto sfibrante: ore e ore passate a sentire e risentire "autorità" che chiedono tutto e il suo contrario, con l' unica preoccupazione di passare il cerino acceso al vicino senza bruciarsi le dita”. Giuseppe, santo subito! Finalmente si arriva all’uovo sodo: “Non si comprende la chiusura 24 ore su 24 di cinema e teatri, cioè i luoghi più sicuri dopo il deserto del Sahara, dove non risultano focolai per il rigoroso distanziamento dei posti assegnati”. Ed ecco il colpo di genio, visto che la gente durante il giorno non ha un cazzo da fare: “perchè non tenerli aperti almeno fino alle 18, consentendo proiezioni e rappresentazioni mattutine e pomeridiane?”. Fantastico: ci vediamo al matinée. Il tarlo che Conte abbia avallato ‘na strunzata comincia ad affiorare: “Altrettanto incomprensibile è la chiusura alle 18 di bar e ristoranti, che - come palestre e piscine - avevano investito molte risorse per mettersi in regola coi protocolli di sicurezza. Il virus circola soprattutto di giorno e i nuovi divieti si concentrano dopo il tramonto (contro il famoso Covid da prima e seconda serata): ma che senso ha?” Bravo Marco! che cazzo di senso ha? E il povero Conte diventa il ‘’governo’’: “Il governo cosa pensa che faranno gli italiani dopo le 18? Che spariranno nel nulla? No: se ne andranno tutti a casa dopo una giornata passata a scuola o al lavoro a contatto con potenziali positivi e moltiplicheranno le possibilità di contagiare gli altri familiari, soprattutto gli anziani. E molti organizzeranno aperitivi, cene, serate e festicciole fra amici, infischiandosene delle "raccomandazioni" del Dpcm, e proprio nel luogo meno controllabile di tutti: le quattro mura domestiche”. Un briciolo di buonsenso prende il sopravvento: “Non era meglio lasciare qualche valvola di sfogo serale in locali aperti al pubblico (e ai controlli) che già rispettavano le regole di distanziamento e anti-assembramento, come bar, ristoranti, teatri e cinema, diradando o ritardando così i contatti familiari che (ancora Locatelli) sono "il contesto di trasmissione principale del virus"?” L’ultimo capoverso dell'editoriale travagliesco racchiude un classico del carattere italiano: il “Gomploddo”! “E chi sono gli scienziati o i politici fenomeni che hanno suggerito misure tanto irrazionali e forse controproducenti, che fino a tre giorni fa Conte non voleva neppure sentir evocare?”
Conte bocciato su tutta la linea: "Vince chi ci vuol terrorizzare". Le nuove misure non piacciono ai medici, che le trovano inutili e dannose: "Così vince solo chi ci vuole terrorizzare". Federico Garau, Lunedì 26/10/2020 su Il Giornale. Sta facendo davvero molto discutere l'ultimo Dpcm varato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Oltre alle proteste portate avanti dai cittadini sempre più disperati, il premier deve affrontare anche il duro giudizio dei medici, che hanno categoricamente bocciato l'ennesima disposizione arrivata dall'alto. Immunologi, virologi e microbiologi che fino ad oggi si sono spesi per far arrivare alla popolazione il messaggio che attualmente, malgrado l'aumento dei contagi, non vi è alcuna situazione di emergenza ed è necessario mantenere la calma e non cedere all'isteria, hanno espresso un parere negativo circa le nuove direttive dell'esecutivo, dichiarando queste ultime inutili e dannose per l'economia.
Poco dopo la conferenza tenuta dal presidente Conte, l'immunologa Antonella Viola, dell'Università degi studi di Padova, ha scritto un lungo post dal titolo "Cosa fare (per chi mi dice che non c’erano alternative)" sulla propria pagina Facebook. Dopo aver ribadito la propria contrarietà nei confronti delle chiusure ingiustificate, la dottoressa Viola ha parlato di soluzioni concrete, che comprendono l'individuazione dei reali luoghi a rischio contagio e l'attuazione di misure mirate a consentire la riapertura.
Gismondo: "Le misure di Conte? Assurde. Così un lockdown disastroso". Più preoccupata Maria Rita Gismondo, dirigente del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell'ospedale Sacco di Milano. Intervistata da "AdnKronos", la microbiologa ha definito come "assurdi" i provvedimenti presi dal governo. "Non credo avranno un impatto significativo sul numero dei contagi", ha sentenziato, prima di inchiodare l'esecutivo."Il premier Giuseppe Conte la scorsa settimana aveva detto che un lockdown sarebbe stato disastroso. Queste misure di fatto creano un lockdown". Un Dpcm inutile, secondo la Gismondo, dato che le nuove misure toglieranno"solamente la possibilità di una vita quasi normale, che ormai non abbiamo più".
Negativo anche il giudizio del direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova Matteo Bassetti. Intervenuto a L'aria che tira, il medico ha dato un giudizio molto critico sulle misure prese dal governo."Non ho detto che non bisogna prendere delle decisioni", ha dichiarato l'infettivologo, "ma andare a chiudere dalle 6 non credo che darà dei risultati. Andiamo a mettere in sicurezza le persone più colpite da questo virus. Io di giovani ne ho ricoverati, ma fortunatamente dopo 2-3 giorni riescono ad uscirne".
Durissimo il commento del dottor Alberto Zangrillo, primario dell'unità operativa di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell'ospedale San Raffaele di Milano. "Ha vinto chi voleva terrorizzare", ha scritto sul proprio profilo Twitter. "Non dobbiamo aver paura perché, come detto più volte, non dobbiamo confondere il positivo al Coronavirus con il contagiato potenzialmente infettante e soprattutto ammalato", ha ribadito ancora una volta nel corso di un'intervista concessa al Tg5."Le persone sono sconcertate, terrorizzate e spaventate. Hanno mal interpretato il concetto di tampone per cui c'è una corsa ad eseguire il tampone come se fosse una misura terapeutica", ha aggiunto."In realtà adesso il problema sono i pronto soccorso, abbiamo fiumane di persone che arrivano e non riusciamo a controllarle. Di queste il 40% potrebbero stare tranquillamente a casa se assistite, se rincuorate, se informate". Ancora una volta, il dottor Zangrillo ha invitato alla calma. "Confido nel fatto che vengano date delle risposte efficaci, tenendo conto che c'è un clima di terrorismo che è assolutamente immotivato e molto pericoloso", ha dichiarato.
Fortemente contrario a nuove chiusure anche Giorgio Palù, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova. Intervistato alcuni giorni fa dal "Corriere", il virologo si è detto non favorevole a nuovi lockdown."Sono contrario come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani, che sono il nostro futuro, e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure", ha affermato. "Tutto questo a fronte di una malattia, la Covid-19, che, tutto sommato ha una bassa letalità".
A bocciare il Dpcm di Conte è stato incredibilmente anche Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza. A contrariare Ricciardi non sono state però le nuove chiusure, bensì la scarsa efficacia delle nuove misure, da lui invece considerate non sufficienti. Dopo aver invocato lockdown localizzati, il medico ha dichiarato:"Né lo Stato né le Regioni hanno avuto il coraggio di prendere decisioni che vanno ad anticipare il virus, non a inseguirlo".
Covid: la riflessione. Coronavirus, diteci poche cose ma giuste. L’amaro resoconto della scrittrice sui mesi di pandemia, dai primi allarmi al lockdown fino a oggi: «Ansia e paura le nostre nemiche». Le domande dell’autrice a chi governa. Susanna Tamaro su Il Corriere della Sera il 24/10/2020. In tutti questi mesi non ho mai voluto intervenire sulla difficile emergenza che sta attraversando il nostro Paese. Era una situazione inedita, complessa, confusa, e complessità e confusione solitamente rendono difficile mettere a fuoco le cose. Ma dopo aver sentito il premier Conte proclamare che il futuro dell’epidemia dipenderà unicamente dai nostri comportamenti, ho sentito il bisogno di condividere alcune riflessioni. Non sono una negazionista, indosso sempre la mascherina, ho una cartuccera di gel, ho scaricato Immuni sebbene abbia la stessa socialità di un orso polare. Sono semplicemente una persona che ha l’abitudine di osservare con attenzione la realtà e di farsi delle domande. La prima domanda me la sono fatta a metà gennaio quando la televisione ha iniziato a mostrarci immagini della città di Wuhan. In quell’incalzare, in quel crescere ansiogeno di malati intubati, di ruspe che scavavano notte e giorno per edificare nuovi ospedali, c’era qualcosa di profondamente inquietante. Che cosa vuol dire la Cina al mondo? mi sono chiesta, e non sono riuscita a rispondermi. In quei giorni ero in montagna, una mattina mi sono svegliata con una sensazione strana, avevo i linfonodi del collo gonfi e un fondo di mal di gola. Mi sta per venire l’influenza, ho pensato, ma poi non è venuta, sono tornata a casa con un collo taurino di cui non sapevo farmi una ragione. Un pomeriggio mentre, nella penombra della cucina, addentavo una fetta di pane ricoperta di cioccolata spalmabile, mi sono resa conto di non percepire alcun gusto. Com’era possibile? Qualche giorno dopo mi ha chiamato un amico medico cinese: sapendo che i polmoni erano il mio punto debole, mi voleva mandare dei farmaci per rinforzare il sistema immunitario. «Metti la mascherina», mi ha detto, «è la cosa più importante». Ma come? tutti i media non fanno altro che dirci che è inutile, ma lui ha insistito: «Metti la mascherina». Per fortuna, dato che sono asmatica e ho avuto tre importanti polmoniti, ne avevo già a disposizione due per i miei viaggi ma sapevo per esperienza che erano molto difficili da reperire. Così quando a metà febbraio ho appreso che avevamo regalato, con moto di partenopea generosità, due tonnellate di materiale sanitario tra cui le introvabili mascherine alla Cina, che le produce, ho avuto un sussulto di stupore. Bastava avere una cognizione minima di geografia, di storia e di igiene per essere consapevoli del fatto che non solo il virus sarebbe arrivato, ma che forse era già tra noi. Dagli inizi del mese di dicembre 2019, infatti, ricevevo continue telefonate di amiche e amici che mi dicevano di avere avuto un’influenzaccia con febbre altissima, tosse spaventosa, antibiotici inutili, finale con polmonite e debolezza persistente. Un po’ di cronistoria. Il 29 di gennaio arriva a Roma la coppia da Taiwan con il coronavirus, per settimane seguiamo trepidando le loro condizioni. Poi, fulmine a ciel sereno, il 21 febbraio, ecco il paziente 1, il maratoneta di Codogno. In realtà si trattava soltanto del primo diagnosticato. Nessuno sapeva con chiarezza cosa fare. Ma come, il nostro ministero non aveva un piano pronto in caso di epidemia? Eppure avevamo avuto la Aviaria, la Mers, la Sars, il morbo della Mucca Pazza... Sarebbe bastato ancora una volta un po’ di conoscenza della biologia e della storia umana per rendersi conto che, pur sentendoci onnipotenti grazie alla tecnologia, per la natura siamo sempre e soltanto grossi mammiferi e, come tutte le popolazioni animali, siamo soggetti a periodiche falcidie epidemiche. Peste, colera, difterite, tifo e vaiolo hanno modificato il corso della storia. Per rimanere a malattie più umili, pertosse, scarlattina e morbillo, fortunatamente ora sconfitti, hanno eliminato generazioni e generazioni di umani. Intanto i contagi crescono: dopo Codogno, Vo’ Euganeo, Alzano Lombardo, le Zone Rosse si moltiplicano al nord, ovunque il triste spettacolo di ambulanze a sirene spiegate che corrono verso ospedali stracolmi, telegiornali diventati bollettini di guerra, medici e infermieri trasformati rapidamente in eroi — ed eroi lo sono stati — ma di un eroismo non molto diverso da quello dei soldati mandati in Russia con le scarpe di cartone. Il 9 marzo arriva il lockdown su tutto il territorio. Improvvisamente diventiamo un Paese agli arresti domiciliari, la mascherina diventa una questione di vita o di morte, ma le mascherine non si trovano né in farmacia né su internet, le poche in circolazione sono già state accaparrate in febbraio dai più previdenti. Per fortuna in casa abbiamo una macchina da cucire e dunque siamo riuscite a fornirci di mascherine artigianali, come la maggior parte degli italiani. Quello che allora non sapevamo era che saremmo sprofondati in un ossessivo e paranoico stato di polizia con relativo incoraggiamento alla delazione, triste caratteristica di tutti i regimi totalitari. Evidentemente chi ci governa pensa a noi italiani come a un popolo di poveri dementi in preda a un collettivo cupio dissolvi il cui unico desiderio era quello di contagiarci a vicenda. In realtà abbiamo dimostrato di essere dei cittadini responsabili che amano la vita e hanno un sano terrore delle malattie, tranne le solite eccezioni che confermano la regola. Quest’estate, ad esempio, quando era ormai caduto ogni divieto di mascherine all’aperto, davanti al piccolo alimentari del mio paese le persone continuavano a stare diligentemente in fila, distanziati, con bocca e naso coperti. A metà aprile, finalmente, arrivano le sospirate mascherine. 12,50 euro l’una, acquisto immediato, insieme all’alcol per disinfettarle. Dopo qualche giorno ricevo una chiamata da un’amica che lavora con il pubblico, ha la febbre alta, tosse e fatica a respirare. Al telefono il suo medico le ha detto di prendere la tachipirina e di stare tranquilla. Nessuno la visita, la cura, le fa un tampone, neppure quando lo richiede per poter tornare al lavoro. Lo farà a spese sue non appena sarà possibile. Aveva avuto il Covid. C’è da stupirsi del gran numero dei ricoveri in ospedale, dato che i malati sono stati abbandonati al loro destino e si è intervenuti soltanto quando il virus aveva già compiuto l’opera di devastazione? Per più di due mesi, da marzo a fine maggio, siamo stati inchiodati al telegiornale ad ascoltare i bollettini dei morti, assistendo impotenti e addolorati alle immagini che ci giungevano dagli ospedali sovraccarichi, turbati dal Barnum mediatico che, in una gara di protagonismi e di litigi, ci proponeva ogni sera una diversa interpretazione degli eventi. Eravamo — e siamo — governati nell’emergenza da una task force di centinaia di esperti, ma basta aver partecipato anche solo una volta a una riunione condominiale per sapere che più è alto il numero dei partecipanti più è difficile trovare una soluzione illuminata dalla ragionevolezza. Sorvolerò sui banchi con le rotelle e altre amenità capaci di provocare più il riso che il pianto e planerò direttamente al mese di settembre, quando sono andata a Pordenone per il Festival di Letteratura. Era sabato e per le strade c’erano centinaia di persone senza mascherina che si godevano il loro happy hour incollate l’una all’altra, mentre tutti gli eventi del Festival erano sottoposti a misure rigorosissime di distanziamento, con tanto di polizia a controllare le entrate. Facendo poi una passeggiata intorno all’albergo, sono capitata davanti a due porte inox, pensavo fosse una cella frigorifera, invece, sorpresa!, era una chiesa. Un cartello elencava le nuove regole per la Messa: Arrivare mezz’ora prima. Aspettare di essere accompagnati al posto. Sedersi a due metri di distanza. Non toccare nulla. Non cantare. Non inginocchiarsi. Non dire «amen», dopo la comunione per non espandere droplet mortali. Come si conciliava questo nuovo decalogo con le folle alticce e festanti fuori dai bar? Semplicemente, non si conciliava. E non ho voluto parlare delle casse integrazioni fantasma o dei soldi dati a pioggia, senza alcun discernimento, anche a chi ha continuato a lavorare e non ha avuto alcun danno dal Covid. Nel giorno di Pasqua, festività cancellata credo per la prima volta della storia della Chiesa per via del lockdown, un signore ultraottantenne è stato multato dalla polizia per essere andato nella sua parrocchia, bardato di guanti e mascherina, a prendere l’eucarestia per la moglie gravemente malata. «La multa la pago», ha scritto su un giornale, «perché sono un cittadino onesto ma in tutta questa vicenda ci sarebbe voluto un po’ di grano salis». Grano di sale, già, un po’ di buon senso, dove trovarlo? Ora ci prospettano nuove terroristiche limitazioni. Sono riprese le scuole, i contagi volano e i trasporti sono inadeguati al distanziamento. Non lo sapevate? Non si poteva immaginare la situazione prima? Anche in queste nuove disposizioni sembra totalmente assente il discernimento. Abbiamo scoperto che il virus è un vampiro, si sveglia solo a mezzanotte e chi lo vuole sfidare deve munirsi di un’ennesima autocertificazione. Adesso si paventa di chiudere nuovamente le regioni, come se tra una regione e l’altra ci fosse il vecchio muro di Berlino. L’impressione è che chi ci governa navighi a vista. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Prima vieta una cosa, poi cede e la concede un po’, senza un programma, senza una linea, senza nulla che faccia capire che cosa sia davvero meglio fare per il bene comune. Ma i virus non conoscono il cerchiobottismo, vanno avanti con ostinata e fantasiosa testardaggine e, dato che siamo a questo punto di contagio e la stragrande maggioranza di cittadini indossa religiosamente la mascherina, forse si fa beffa anche delle pezze che ci mettiamo in faccia. Sarebbe bello che, invece della ripresa del Barnum mediatico, con la terroristica diffusione di dati giornaliera sulla quale nessuno fa chiarezza e che crea solo confusione e paura nella popolazione, ci venissero dette poche semplici cose, ma quelle giuste, come ha fatto la Merkel. Conosco diverse persone che sono state contagiate in queste settimane. Alcune non hanno alcun sintomo, altre hanno i sintomi di una normale influenza stagionale. Le nostre conoscenze in questi mesi sul virus si sono approfondite, si sa che la concomitanza con certe patologie lo rende particolarmente pericoloso, e che dunque le persone che ne soffrono devono stare più attente, come sappiamo anche che esiste ormai un protocollo di cure risultato di provata efficacia. Il virus del Covid non è l’Ebola, la cui mortalità è del 50%, il suo tasso di mortalità si situa tra lo 0,6 e 0,3%. Perché non ripeterlo, invece di fare aleggiare sulle nostre teste nuove ansiogene forme di punizione? Nessuno mette in dubbio che la situazione sia seria e proprio per questo noi vorremmo che le nostre istituzioni fossero colpite dallo stesso benefico virus, quello della serietà. Regioni come quella in cui vivo si trovavano già in difficoltà economica prima dell’epidemia, ma dall’insensato lockdown nazionale ora sono state spinte nel baratro. La Cina non ha chiuso tutta la nazione, ma solo la regione di Wuhan e lo stesso si sarebbe potuto fare in Italia, data la disposizione longitudinale del Paese e la disparità di popolazione e di condizioni economiche. Umbria, Basilicata, Molise, Calabria, ad esempio, regioni che hanno meno abitanti di un quartiere di Milano, prive di industrie e di mezzi di trasporto, che sopravvivono grazie a un po’ di agricoltura e molto lavoro in nero, non avevano alcun bisogno di subire lo stesso trattamento della Lombardia. Non possiamo certo permetterci un nuovo lockdown nazionale, le famiglie sono in una condizione di povertà che forse la classe politica non riesce neanche a immaginare. Oltre a tutto, ancora non sono stati valutati i danni alla salute collettiva soprattutto per le persone di una certa età perché con il passare degli anni l’assenza di movimento e di socialità spalanca la porta a ogni tipo di patologia. Quando alla fine di febbraio ho ricevuto il pacchetto di medicine inviato dal mio amico cinese, l’ho chiamato per ringraziarlo. «Ma oltre alla mascherina e alle medicine che mi hai dato, cos’altro posso fare per non ammalarmi?». «La cosa più importante è non aver paura di ammalarsi. L’ansia e la paura sono le più grandi nemiche della salute perché sono in grado di far crollare il sistema immunitario».
Dpcm, Bruno Vespa contro Giuseppe Conte e Vincenzo De Luca: "Un delirio allarmista che affonda il Paese". Libero Quotidiano il 17 ottobre 2020. Occhio a non esagerare. Bruno Vespa condanna l'allarmismo gratuito sul coronavirus: "Gli allarmi sono giusti, visto che ieri è stato superato il tetto dei diecimila casi (di cui quasi un quarto in Lombardia) sia pure con un numero più ridotto di morti - verga il conduttore di Porta a Porta sulle colonne del Giorno -. Ma il delirio di allarmismo rischia di inginocchiare il Paese senza che ve siano i presupposti".
Nel mirino del giornalista la "grave disattenzione" che colpisce tutto il Paese e che obbliga Vincenzo De Luca ad annunciare il coprifuoco per le 22. "Il governatore della Campania lo fa perché l'impianto sanitario, come di altre regioni del Sud, è molto fragile e non è stato fatto molto per potenziarlo". Secondo Vespa non si è fatto abbastanza nell'intervallo di tempo tra maggio e settembre, quando il Covid ha concesso anche qualche momento di tranquillità. Eppure per ora "è incomprensibile l'allarme generale visto che in Italia sono occupati meno del dieci per cento dei posti in terapia intensiva e in Campania meno del 20". Eppure, stando alle ultime indiscrezioni, il governo è intenzionato ad intervenire con un nuovo, stringente, dpcm. Che dovrebbe però escludere il coprifuoco serale. Ma le critiche di Vespa non finiscono qui e nel suo editoriale se la prende con la chiusura anticipata di bar e ristoranti (secondo indiscrezioni inserita all'interno del prossimo Dpcm ndr), quella che lui stesso definisce senza mezzi termini "una sciocchezza". Ad avvalorare la sua tesi le cifre che vedono un'ipotetica chiusura delle attività commerciali a mezzanotte costare 300 milioni al mese. A questo punto non resta che chiedersi "dove sono i geniali strateghi che in primavera inseguivano con i droni su spiagge deserte il bagnante abusivo e il solitario runner che correva sulla battigia?". Spariti, così come sono spariti gli investimenti sui trasporti. "Gli unici - a detta di Vespa - a dover essere fatti" per fermare l'emergenza.
Da "liberoquotidiano.it" il 17 ottobre 2020. “Se a fine estate Vincenzo De Luca invece di pensare alla mia "prostatite ai polmoni" si fosse impegnato ad aumentare i posti in terapia intensiva, forse oggi non assisteremmo ai suoi decreti raffazzonati”. Flavio Briatore si prende una piccola “rivincita” sul governatore della Campania, che aveva fatto facile ironia sul ricovero di mister Billionaire al San Raffaele di Milano, dove aveva poi scoperto di essere positivo al coronavirus. Ora De Luca ha deciso di firmare un’ordinanza che chiude le scuole fino al 30 ottobre: per Briatore è la dimostrazione della “sua totale incompetenza a discapito del popolo campano che governa. La Campania conta la metà dei posti in terapia intensiva rispetto alla soglia stabilita a maggio dal governo e per cui sono stati stanziati 1,3 miliardi”. L’attacco dell’imprenditore del Billionaire arriva poco dopo quello di Luigi De Magistris: “Il tema non è il trasporto o la scuola, ma è la sanità pubblica. Però ce la si prende con la scuola: De Luca ha chiuso fino al 30 ottobre ma non riaprirà, si arriverà a Natale. Che dubbio c’è, con questi numeri e con l’incapacità di tenerli sotto controllo. Siamo all’inizio di una escalation he porterà al lockdown, magari non quello di massa come il primo ma a quello stiamo arrivando”.
Ci stanno mettendo l’uno contro l’altro, svegliamoci. Fernando Massimo Adonia il 14 Ottobre 2020 su culturaidentita.it. Un’intera conferenza stampa senza neanche abbassare la mascherina per riprendere fiato. Giuseppe Conte presenta l’ultima ondata di dpcm in una veste paradossalmente inedita, perché neanche in piena Fase Uno aveva sfoggiato in maniera così risoluta lo strumento totem della battaglia al Covid 19. Negli annali resteranno semmai le uscite pubbliche d’inizio emergenza, quando si presentò ai giornalisti con il maglione «alla Guido Bertolaso». Una scelta comunicativa che pagò cara, perché ritenuta eccessivamente allarmista. Oggi il contesto è cambiato. Il mondo è diviso in due, tra presidenti buoni e presidenti cattivi. La performance di Giuseppe Conte fa da contraltare all’immagine di Donald Trump che arringa la folla togliendosi la mascherina in segno di vittoria sul Coronavirus. Due stili differenti, nessuno immune da critiche. Ma anche modalità totalmente differenti di governare la medesima crisi e suscitare risposte diametralmente opposte. Pietrangelo Buttafuoco ha colto il messaggio del presidente americano: «Trump non è la mia tazza di te, come dicono gli inglesi per indicare che “non è roba per me” – ha detto – Tuttavia la sua frase “non abbiate paura”, pronunciata dopo aver affrontato il Covid, ha una forza quasi evangelica. Ricorda il messaggio analogo di Giovanni Paolo II, e contiene l’invito a un’azione spirituale dirompente, cancellata dalla pandemia: quella del bacio al lebbroso. Quanto all’esito delle elezioni, occhio: chi dà Biden trionfatore mi ricorda quelli che giuravano che l’Emilia Romagna sarebbe passata alla Lega». In Italia, invece, sembrano assai lontani i giorni in cui tifavamo per medici e infermieri, eleggendoli a eroi nazionali. C’è stato un momento dove ci siamo aggrappati disperatamente alla loro professionalità, ma soprattutto alla loro etica combattente. Nessuno in quei giorni grigi è venuto in mente di menarli come troppo spesso è successo vergognosamente all’interno dei nostri ospedali. Abbiamo puntato su di un altro registro, più civile. Ci siamo dati coraggio pregando per loro, per la buona riuscita della loro missione in prima linea. Durante la Fase Uno, più volte sono state tirare in ballo parole d’ordine dal lessico bellico. «Siamo in guerra». «Vinceremo!». Alessandro Barbero, che di storia militare se ne intende, ci ha spiegato che è tutto normale. Ci sta tutta che, quando la faccenda si fa critica, si rispolvera un armamentario anche linguistico utile prima a resistere per poi andare a sfondare le linee nemiche. Che è successo poi? Che è stata la paura a prevalere. I numeri della Fase Due (o Tre) sembrano totalmente diversi rispetto ai mesi di marzo e aprile, soprattutto guardando le caselle dei decessi, dei ricoveri e degli accessi in terapia intensiva. Certo, ancora devono arrivare i mesi più freddi, intanto però l’ansia è alle stelle. Un’ansia che rasenta l’odio. E che si scaglia contro chiunque non viva alla stessa maniera la fobia da pandemia. Un sentimento che si muove peraltro secondo direttrici politiche ben precise. Fa male dirlo, ma è così. Essendoci al governo la sinistra (o qualcosa che le somiglia tanto), avviene che grillini e progressisti sposino a scatola chiusa le scelte dell’esecutivo. Anche quando queste mettono tra parentesi molte delle libertà ritenute un tempo inviolabili. Proprio loro che da sempre hanno il vizio di pungolare l’altro e additare l’avversario. Insomma, se tacciono vuol dire che acconsentono. Mentre Giuseppe Conte giura di non volerlo fare nuovamente, a marzo ha sposato la ricetta del lockdown totale. Una scelta utile a calmierare i numeri del contagio, ma che ha depresso economicamente tutto il sistema paese, tanto da ricorrere ad una richiesta di aiuti massicci da parte dell’Europa (il Recovery fund) per arginare gli effetti sociali del Covid 19. Ma la crisi potrebbe comunque arrivare. Il paese è spaventato perché i vertici istituzionali hanno caldeggiato la comunicazione della preoccupazione costante, fino a evocare il senso di colpa per i divertimenti estivi. Il cortocircuito sul numero di persone da invitare a casa o la richiesta sibillina di ricorrere ai delatori per individuare i possibili trasgressori, ci dicono tantissimo su questa fase storica paludosa. Siamo passati da un odio a un altro, ma non ce ne stiamo accorgendo. Altro che fratellanza, quotidianamente viviamo atti d’intolleranza ed egoismo che vanno contro le più banali regole di convivenza umana. Dalla fila alla posta, alla metropolitana. Tutti contro tutti. Tutti fobici. Tutti schifiltosi. E meno male che appena qualche mese fa tifavamo per i nostri uomini in camice. Insomma, sarebbe servito un approccio diverso, uno stile comunicativo diverso. Non per forza quello di Trump, troppo distante dalle coordinate nostrane. Ma almeno un leader (presumibilmente eletto) capace di richiamare gli italiani al senso di responsabilità, per puntare con coraggio alla tenuta di questo Paese. Uno che chiedesse sì sacrifici, ma non di rinunciare al lavoro. Quando un pugile o un rugbista indossa il paradenti non lo fa per paura. Lo fa per raggiungere l’obiettivo. Con lo stesso spirito (e le giuste regole, per carità), bisogna consegnare alle generazione future l’immagine di un’Italia che ha preferito non fermarsi, magari rischiando, senza però cedere a paure, sciatterie o isterismi.
Re Odio e regina Paura, regnanti d’Italia. Marcello Veneziani, Panorama, n.40 (2020). Come spiegare l’Italia del 2020, la formula politica vigente e la molla che ha spinto al Sì nel referendum sul taglio dei parlamentari e nel voto regionale? C’era una volta il voto ideologico che faceva coppia rivale col voto clientelare: le molle prevalenti erano la convinzione e la convenienza, ovvero l’appartenenza a una famiglia politico-ideologica e il voto di scambio, l’attesa del posto, della licenza, del favore. Di solito il voto governativo era del secondo tipo e il voto d’opposizione era del primo tipo. Ora, da qualche tempo, le categorie della politica si sono prosciugate, ridotte all’osso. Il risultato è che sono rimaste due molle elementari, che da sempre sorreggono la politica, il potere, l’aggregazione ma che un tempo erano bilanciate da altre molle positive e costruttive: l’Odio e la Paura. Si vota contro, si vota anti, si vota per sfregio e per antipatia, ancor prima che per adesione e per simpatia. Ma si vota soprattutto per odio. Come spiegare l’onda del Vaffa, antipolitica e anticasta, che ci domina da un decennio, il pozzo nero del populismo e del giustizialismo giacobino, l’odio a priori dominante che prima di definirsi in positivo si definisce anti: antifascista, antirazzista, antisessista? Prendete il voto sul referendum: quasi tutti i partiti per assecondare l’odio diffuso verso la classe politica si erano pronunciati in favore del taglio dei parlamentari, storica battaglia della destra, della Lega e cavallo di battaglia dei grillini. Però sotto sotto quasi tutti tifavano per l’esito opposto. Ma il populismo rabbioso degli italiani, ormai selvatico, allo stato brado, va per conto suo, ha bisogno di nemici, additati come la causa di ogni male. Si crede davvero che risparmiando qualche centinaio d’indennità si possa bilanciare il buco gigantesco dei nostri conti o aiutare i milioni d’italiani bisognosi? Ma il calcolo non c’è, c’è solo il rancore, l’invidia, la rivalsa contro lorsignori che prendono tanti soldi e stanno seduti in Parlamento. Che ci frega di rappresentare il territorio, distinguere la qualità dei parlamentari prima che la quantità o cambiare sistema elettorale. L’importante è appendere per i piedi 345 parlamentari e godersi lo spettacolo. Odio allo stato puro. E poi rielaborazione “culturale” dell’odio in quella nuova branca che chiamo odiologia. Ma l’altro meccanismo elementare che muove la politica, da sempre e in particolare ora, nell’Anno della Pandemia, è la paura. Tante paure si sono accumulate lungo la strada prima di arrivare al voto: paura dell’uomo nero, paura del sovranismo, paura di Salvini, del fascismo e del razzismo in agguato, paura dell’avventurismo nazionalista e antieuropeo… Ma tutte queste paure si sono poi trasfuse e potenziate in quella paura primaria assoluta, sanitaria, di una popolazione terrorizzata per mesi dal contagio, dal virus, dagli ospedali collassati, dalle terapie intensive insufficienti, dalla morte lontana dai propri cari, con funerale blindato e solitario. Quando scatta la molla della paura, ce lo insegnano tante altre stagioni della nostra vita, la guerra e la guerra fredda, il timore dei comunisti e dei golpisti, la paura delle violenze e del terrorismo, inducono a ripiegare sugli assetti preesistenti, ad affidarsi ai premier in carica, comunque siano e da qualunque fungo siano spuntati, o ai governatori; a rifugiarsi nelle case di provenienza, a proiettare il lockdown anche nelle case politiche. E infatti abbiamo assistito a un voto confermativo, in cui cinque regioni su sei, più popolose, hanno confermato chi li governava prima e i relativi partiti di riferimento. Teniamoci chi c’è, fermi, sta arrivando la seconda ondata del virus…Sappiamo da Machiavelli a Carl Schmitt, che la politica sorge a partire dalla designazione del Nemico. Piaccia o non piaccia, ma la molla della coesione è coalizzarsi contro chi insidia, assedia, minaccia, ci è ostile. E sappiamo da Thomas Hobbes in poi, che la paura è la vera origine del Potere e degli Stati, dalla paura dell’homo homini lupus originario e ferino trae fondamento l’autorità, lo scettro della legge, la spada della sovranità. Il timore della sanzione è la traduzione politica del timor di Dio, così come la paura del nemico è il Vade retro Satana applicato alla politica. A conferma che la politica è la continuazione della teologia con altri mezzi, è la secolarizzazione della religione. Però, nella vita pubblica e privata, personale e civile, l’odio coabita con l’amore e la voglia d’armonia; e la paura fa pendant con la fiducia, il consenso. Siamo invece in un’epoca così povera di sentimenti e così gonfia di risentimenti che restano solo gli odii e le paure elementari. Poi interviene la manipolazione ideologica, la falsificazione del politically correct, la distorsione della realtà e si fanno campagne d’odio contro presunti o marginali seminatori di odio, si indicano al pubblico disprezzo gli “impresari della paura” che sarebbero naturalmente i propri odiati nemici. E si riduce la complessa geografia della paura alla sola paura dei migranti su cui si abbatte il vituperio universale, con benedizione papale. Palate d’odio all’insegna del Non odiare (Orwell docet). Il discorso non è solo nazionale: pensate alla macchina dell’odio scatenata contro Trump in vista del voto di novembre per sanificare gli States dall’odiatore Trump (che nel frattempo non fa guerre ma trattati di pace, e invita alla coesione nazionale). Così, senza accorgercene, siamo entrati nel regno di Re Odio e Regina Paura. MV, Panorama, n.40 (2020)
Simona Romanò per leggo.it il 7 ottobre 2020. Al lavoro sette giorni su sette, senza una pausa, per dare la caccia ai positivi al coronavirus. Il tempo è prezioso per gli investigatori del Covid, i “contact tracer” che tracciano i contatti di ogni infetto per chiamarli e avvisarli che devono rimanere in quarantena. Così si tiene a bada il virus. L’isolamento è un obbligo, non un invito: le Ats sul territorio nazionale forniscono i nomi dei quarantenati alla questura per i controlli a domicilio. Uno dei cacciatori di positivi è Marino Faccini: responsabile della Struttura profilassi malattie infettive dell’Ats Milano, è a capo della squadra dei contact tracer.
Faccini, la chiamano il Montalbano del Covid. Quale tenore hanno le conversazioni con le persone venute a contatto con gli infetti?
«Sono colloqui difficili, nessuno è felice e lo capisco, perché anch’io sono stato in quarantena. La vita è stravolta per 14 giorni: non si può avere rapporti con nessuno, limitando al minimo quelli con i familiari. Nemmeno il pranzo insieme. Bisogna stare nella propria stanza. Ci sono persone che hanno paura di essere state infettate e vanno tranquillizzate, ma altre hanno reazioni pesanti».
Di che tipo?
«S’infuriano e ce ne dicono di tutti i colori. Qualcuno ci ha accusato di sequestro di persona, ma non potevamo fare altrimenti perché era in aereo, in una fila troppo vicina a un positivo. Altri hanno tentato di “trattare” la possibilità di varcare i confini nazionali per isolarsi nella loro casa in Francia o in Svizzera. È un disastro quando si tratta di persone fuori dalla loro città per motivi occasionali e vogliono ritornarci a tutti i costi: c’è il rischio serio che scappino, si sentono come dei prigionieri».
E voi?
«Gli spostamenti li autorizziamo se sono in macchina, da soli e senza sosta. Ma siamo molti cauti e non perdiamo mai il contatto. I più fortunati possono essere ospitati da un amico se l’abitazione ha le giuste caratteristiche. Oppure sono accolti in strutture dedicate».
È proprio caccia all’uomo?
«Più che altro è caccia al Covid. Abbiamo rintracciato persone ovunque nel mondo, dall’Inghilterra all’Olanda, alle Maldive, dov’erano in vacanza. E chi è irreperibile è segnalato alla prefettura».
Come risalite ai contatti?
«Partiamo dall’elenco giornaliero dei positivi: intervistando l’infetto ricostruiamo con quante persone ha avuto un rapporto ravvicinato, per più tempo; andiamo a ritroso fino ai 2 giorni prima. Non è facile, occorre avere molta pazienza, perché le persone potrebbero non ricordare tutto o avere l’interesse a mantenere un cauto riserbo».
Quanti contatti può avere una persona positiva al Covid?
«In media da 5 a 10 per ogni positivo. Nelle scuole, quando sono coinvolte le classi, sono di più, tra 15 e 25».
Quindi, ogni 100 positivi una media di 1000 persone da rintracciare. Ci riuscite?
«Dobbiamo farcela, è da 7 mesi che non ci fermiamo mai, perché è l’unico modo per frenare i contagi e scongiurare una seconda ondata».
La polizia ha scoperto dai controlli qualche fuggitivo?
«Sì, persone uscite di casa: queste vanno incontro a sanzioni amministrative se sono contatti, a risvolti penali se sono loro i contagiati. C’è stata qualche denuncia».
L’USO POLITICO DELLA MASCHERINA. Claudio Romiti su L’Opinione il 5 ottobre 2020. In un interessante video registrato questa estate realizzato dall’economista Michele Boldrin, il virologo Guido Silvestri ha sostenuto che nessuno studio era riuscito a dimostrare l’efficacia dell’uso massivo della mascherina nel contenere il contagio del coronavirus. Tanto è vero che Paesi, ad esempio la Svezia, i quali non ne hanno obbligato l’uso o che l’hanno imposta in modo estremamente limitato, vedi l’Olanda, attualmente vantano risultati migliori dei nostri sul piano della mortalità per milione di abitanti. Eppure, in Italia la stessa mascherina sembra divenuta una sorta di feticcio intoccabile. Non c’è talk-show o telegiornale in cui non venga sostenuta l’esigenza improcrastinabile di utilizzarla in ogni luogo chiuso che non sia la propria abitazione, sebbene il genetista Andrea Crisanti, punta di diamante degli scienziati catastrofisti, a suo tempo consigliava di mettersi la mascherina anche all’interno delle mura di casa. Ma in questi giorni alcune regioni italiane, tra cui il Lazio e la Campania, quest’ultime governate da due personaggi di sinistra, hanno imposto l’obbligo anche all’aperto in ogni luogo e nell’arco delle 24 ore. Tutto questo, si badi bene, per qualche centinaio di nuovi contagi rilevati; contagi che nella stragrande maggioranza dei casi nulla hanno a che vedere con la malattia. Ciononostante due noti campioni della democrazia del calibro di Nicola Zingaretti e Vincenzo De Luca non si sono fatti alcuno scrupolo nel varare una misura che molto poco ha di scientifico, ma che invece somiglia maledettamente ad un surrettizio tentativo di assoggettamento di massa, al pari di alcuni sinistri regimi d’antan, i quali imponevano forme coatte di omologazione attraverso abiti e divise di una medesima foggia e di uno stesso colore. In tal senso pare che l’avvocato del popolo, l’ineffabile premier Giuseppe Conte, stia valutando l’opportunità di estendere a tutto il Paese questa intollerabile scemenza liberticida, anche considerando il bassissimo rischio di contagio che, come dimostrano i principali studi a riguardo, si corre nei contatti all’aria aperta. A questo proposito mi sembra doveroso citare proprio l’esempio dell’Olanda, anch’essa alle prese col previsto aumento autunnale dei contagi. Pensate che il primo ministro Mark Rutte, nel caso di far indossare ai cittadini le mascherine anche nei negozi – perché di questo si parla nel Paese dei tulipani – si è limitato ad invitare gli stessi cittadini a farlo, in quanto le leggi di questa nazione ne impediscono l’obbligo. Da noi invece, in cui basta qualche centinaio di nuovi “casi” per farci mettere il bavaglio anche per una semplice passeggiata all’aria aperta, Costituzione e leggi ordinarie vengono tranquillamente eluse da uno stato d’emergenza senza emergenza nella contentezza quasi generale. Qualcuno a questo punto potrebbe nutrire il sospetto che nell’uso così coercitivo della mascherina via sia uno scopo non dichiarato di natura politica. Sospetto che per me non esiste affatto. A mio avviso obbligare le persone a respirare la propria anidride carbonica anche all’aperto e per tutto il tempo non può che rispondere ad una logica di natura politica. L’intento è quello di imporre un trattamento sanitario obbligatorio, perché di questo si tratta, all’intera popolazione, utilizzando la mascherina come un puro e semplice strumento politico di asservimento di massa. La strada verso l’inferno di una feroce dittatura sanitaria è naturalmente lastricata delle migliori intenzioni. L’unica risposta possibile che i cittadini possono dare è quella di una resistenza ferma ma civile. Non arrendiamoci!
Nuovo Dpcm ottobre 2020: serve di nuovo che il Governo sostituisca la nostra coscienza. Notizie.it il 05/10/2020. A volte i nostri principi volti alla libertà assoluta non fanno che guidarci all’autodistruzione: da egoisti da questa pandemia non ne usciremo di certo.
Libertà personale vs salvaguardia generale: chi vince?
I rischi per l’economia locale
Dov’è la soluzione? Nell’empatia.
È ormai questione di ore: il Governo Conte sta per approvare il nuovo Dpcm, che ancora una volta vedrà una stretta delle misure, necessaria per arginare l’epidemia di Covid-19, i cui numeri stanno crescendo in maniera preoccupante. Diversi i punti presentati filtrati dalla bozza del decreto, dall’obbligo delle mascherine per tutta la giornata alla chiusura anticipata dei locali.
Libertà personale vs salvaguardia generale: chi vince? Partiamo dalla prima misura, che concretizza a livello nazionale la miriade di libere interpretazioni dei governatori regionali sull’uso della mascherina. E ancora una volta tocca sottolineare come non si sia riusciti a mantenere una linea univoca tra le diverse regioni su quella che dovrebbe essere una regola di buon senso, ovvero indossare i dispositivi di protezione individuale non appena varcato il portone del proprio palazzo. E invece no. Quindi nell’attesa dell’aut aut da parte del Governo, chi vive nel Lazio è al momento è obbligato a tenere sempre la mascherina, mentre in Puglia la misura è selettiva: scatta la sanzione solo se si è beccati senza mascherina davanti a luoghi particolarmente affollati come le scuole. Nella stragrande maggioranza degli altri territori, invece, la scelta è affidata al cittadino. “Purtroppo”, commenta chi scrive questo articolo, perché ancora troppo spesso vige un’aura di menefreghismo sul Covid, nonostante giornali e tg continuino a fornire dati allarmanti su contagi e morti in Italia; senza dimenticare che al di fuori dei confini la situazione sembra essere decisamente peggiore. Sembra assurdo che ci sia bisogno ancora di un provvedimento per obbligarci a salvaguardare la nostra salute (con buona pace dei no-mask), ma tant’è: alle volte i nostri principi volti alla libertà assoluta non fanno che guidarci all’autodistruzione.
I rischi per l’economia locale. C’è però un altro punto del Dpcm che rischia di trasformarsi in una pericolosa miccia sociale, riportandoci agli episodi di rivolta che abbiamo vissuto durante il lockdown: la chiusura anticipata dei locali alle 23. Una misura necessaria, visti i forti assembramenti soprattutto tra i giovani nei luoghi della movida, ma che potrebbe assestare un altro colpo all’economia locale, già fortemente danneggiata dagli effetti delle chiusure precedenti. Proprietari di locali e ristoranti (benché non sia ancora chiaro se il limite varrà anche per loro) si ritroveranno ad abbassare la serranda nel momento di maggiore flusso di clientela. Ora viene da chiedersi: quale sistema di assistenzialismo ha previsto il Consiglio guidato dal premier Conte per rimborsare le perdite che inevitabilmente saranno connesse a queste chiusure anticipate? Questo non è ancora emerso da Palazzo Chigi, toccherà attendere il testo definitivo del Dpcm per avere qualche dettaglio. Quel che è certo è che restrizioni di questo tipo andranno sempre più a strozzare un’economia locale a cui i sindaci stanno tendendo una mano, ma che alla fine saranno le vere vittime di questa pandemia. Forse andrebbe spiegato a quei ragazzi che rumoreggiano quando l’esercente abbandona il bancone per chiedergli di non assembrarsi al di fuori del locale o quando entrano senza mascherina. Dopo il lockdown, questa potrebbe trasformarsi in una nuova ‘riforma di sangue’ per l’economia. E portando ancora tante saracinesche ad essere abbassate definitivamente come accaduto negli ultimi mesi. E a ritrovarsi a fronteggiare la rabbia vomitata quotidianamente dai cittadini saranno i sindaci, a cui va il merito di aver messo in atto provvedimenti di assistenza, dall’accesso agevolato al credito fino alla possibilità di espandere il suolo pubblico occupato da tavolini e sedie senza particolari complicazioni burocratiche.
Dov’è la soluzione? Nell’empatia. “Come se ne esce?” viene da chiedersi, adducendo giustamente al fatto che si tratta di provvedimenti necessari per arginare un’epidemia in continua crescita. Giustissimo, viene da rispondere, ma il controllo va fatto ante legem, non post. Non deve essere il Governo a obbligarci a indossare le mascherine, ma la nostra coscienza. Non solo pensando a nostro nonno che troveremo a casa al ritorno da lavoro e che, se esposto al virus, rischia maggiormente complicazioni serie rispetto a noi. Pensiamo invece al panettiere, al bar vicino casa, al ristorante dove siamo soliti pranzare la domenica, al locale dove passiamo le serate nel week-end. Pensiamo che se non teniamo le mascherine alzate, saranno le saracinesche ad abbassarsi. Per sempre. E forse scatterà un meccanismo di empatia, più forte della necessità di essere liberi a tutti i costi. In fondo essere umani è anche questo. E da egoisti da questa pandemia non ne usciremo di certo. ‘Forse ne usciremo migliori’ aveva detto qualcuno quando ancora avevamo paura di mettere un piede per strada. Ad oggi sembra un’utopia, mentre la luce in fondo al tunnel si fa sempre più lontana, mentre a pagare il prezzo della noncuranza generale sono le persone a cui vogliamo bene.
Multe e sussidi, ecco la ricetta dei giallorossi che trasforma i cittadini in sudditi. Francesco Bertolini su Libero Quotidiano il 07 ottobre 2020. L'unico vantaggio di questo periodo maledetto è che ha costretto qualcuno, pochi purtroppo, a riflettere sui grandi temi che da sempre influenzano la convivenza tra gli uomini e i loro tentativi di governarla. L'occidente è convinto che la democrazia sia lo stadio finale del processo evolutivo, o come era di moda negli anni 90, la fine della storia. Ma è una illusione, purtroppo o per fortuna la storia non finisce, anzi il più delle volte si ripete, modificando solo i protagonisti, attori interpreti ognuno della propria epoca. La democrazia ha un grande peccato originale; essendo governo del popolo, non può che eleggere a sua rappresentanza mediocri, che hanno sostituito il diritto di sangue delle antiche monarchie con regole bizantine finalizzate a tutelare oligarchie che si spartiscono il potere. Non è un inno alla dittatura ovviamente, anche se la storia si è evoluta e l'uomo ha migliorato le proprie vite, materiali e spirituali, col supporto di regnanti illuminati adorati dai propri sudditi. Ma tale opzione non è oggi nemmeno contemplabile da un punto di vista teorico; e allora sono rimasti solo i sudditi, governati da mediocri. E come si muove un mediocre? Con autorità, non avendo autorevolezza. Terrorizzando i sudditi con sanzioni assurde per non indossare la mascherina all'aperto, nonostante sia follia una imposizione simile, e lo sanno tutti, compresi gli esperti da talk show. Ma anche loro non si ribellano, si adeguano, nessuno osa mettere in discussione decreti scritti come li scriverebbe qualunque dittatorello sudamericano del secolo scorso. Il nostro paese in particolare non è mai stato noto per la sua capacità di opporsi al potere, ha sempre cercato di farsi amico del potere stesso. Un paese dove i giovani escono di casa dopo i 30 anni (dato più alto in Europa, in Svezia prima dei 18 ) è un paese vecchio e impaurito; e un paese impaurito è il terreno ideale di governanti mediocri che emanano multe da un lato e elargiscono sussidi dall'altro, così da usare il bastone e la carota con i propri sudditi. Una ribellione a questa follia, che non significa essere negazionisti, ma guardare la realtà, non potrà dunque arrivare dall'Italia, che continuerà in quell'intreccio tra poteri finalizzato a tenere a cuccia i sudditi. Quando Fca disse che sarebbe partita con la produzione di 27 milioni di mascherine al giorno, solo gli sprovveduti non avevano capito che si sarebbe arrivati a questo punto; da qualche parte dovranno essere distribuite, quindi obbligo ovunque, tanto i sudditi impauriti obbediscono.Un cambiamento potrà arrivare solo da paesi che storicamente sono meno sudditi, che hanno fatto la rivoluzione come la Francia, o dove la libertà è allo stesso piano della salute. I sudditi sono invidiabili, eseguono, non si pongono domande; maledetto invece chi ragiona, chi non si riconosce in leggi assurde e liberticide, chi non si piega al governo dei mediocri. Ma purtroppo, nonostante il mondo non cambierà mai i ribelli, i ribelli, soprattutto in Italia, non cambieranno mai il mondo.
«Questo virus non è naturale…». La versione del virologo Palù. Valentina Stella su Il Dubbio il 6 ottobre 2020. Giorgio Palù, professore emerito all’Università di Padova ed ex presidente della Società europea di virologia, rilancia l’idea del virus “prodotto” nei laboratori cinesi. Giorgio Palù, professore emerito all’Università di Padova ed ex presidente della Società europea di virologia, è lapidario: il Governo vuole solo pieni poteri perché dietro l’emergenza politica non ne esiste una sanitaria.
Professore cosa ne pensa della decisione del Governo di prorogare lo stato di emergenza?
«Da scienziato mi chiedo quali siano le ragioni che hanno spinto il premier Conte ad assumere questa decisione. Potrebbe avere un senso, come ha detto il prof. Bassetti al vostro giornale, se significasse avere mano libero sul bilancio, per assumere medici, investire per la ricerca in virologia, o addirittura per produrre in casa il vaccino, anziché farlo fare all’estero. Io ho l’impressione che invece dietro ci sia la volontà di lasciare al Governo i pieni poteri, bypassando il Parlamento e le Regioni. Mi pare che i Governatori abbiano gestito la situazione molto meglio dell’esitante Governo e di quel CTS pletorico. Se persino il prof. Sabino Cassese da giurista di fama riconosciuta ha dei dubbi sulla validità della proroga, da non esperto di diritto posso solo esprimere forti perplessità sull’utilità e vantaggi di questa decisione.
Ma secondo Lei ad una emergenza dettata dalla politica corrisponde una emergenza sanitaria?
«A mio modesto parere si tratta di una emergenza prettamente politica voluta dal Governo per avocare a sé tutti i poteri, tenere in mano il Paese, fare pressione sul cittadino e infondere paura dinanzi ad una pandemia che continua sì ad espandersi ma che dal punto di vista sanitario non è così allarmante da mettere a rischio la capacità di risposta del nostro sistema sanitario. La maggior parte dei contagiati sono asintomatici, le rianimazioni sono sotto controllo con 290 posti occupati, i casi attualmente positivi sono circa 53000, di cui la maggior parte sono in isolamento domiciliare, i ricoverati sono circa 3000, il tasso di letalità è ora intorno allo 0,5%, numeri assolutamente diversi da quelli di marzo- aprile scorsi. In più sappiamo come trattare i pazienti più gravi e come usare al meglio i farmaci attualmente a disposizione. Certo, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un nuovo virus con cui dovremmo convivere ancora per diverso tempo, per cui dobbiamo preoccuparci di tenere più bassa possibile la curva dei nuovi casi incidenti.
Quindi l’andamento della curva dei contagi non deve allarmarci troppo? È eccessivo pensare a dei lockdown mirati?
«Se ci fossero alcuni focolai abbastanza estesi dove il contagio si impenna in maniera esponenziale si potrebbe pensare a dei lockdown circoscritti nel tempo e nello spazio. Un nuovo lockdown generalizzato sarebbe un disastro per il Paese e per le generazioni future. Però mi domando: le Regioni non hanno dimostrato di avere la capacità di decidere in autonomia? Gli esponenti locali hanno più consapevolezza del territorio, dialogano con i cittadini, hanno il termometro di quanto avviene in tempo reale oltre che dati epidemiologici e clinici aggiornati. Mi aspettavo dal Governo linee guida generali ma non uno stato di occupazione del Parlamento e una subordinazione dell’autonomia regionale».
A proposito di Regioni, c’è l’ipotesi di un divieto per loro di adottare norme anti- contagio meno restrittive di quelle del Governo. Sarebbe d’accordo?
«Sostanzialmente il Governo prende tutta l’iniziativa e lascia pochissima, se non alcuna, autonomia alle Regioni. Da virologo mi chiedo quali norme di salute pubblica troveremo in questo nuovo dpcm: se è stato fatto per dire di mettere in tutta Italia le mascherine all’aperto o per adottare qualche misura come la proroga del CTS o del commissario straordinario, allora è ridicolo».
Quindi non è favorevole ad adottare l’obbligo delle mascherine all’aperto?
«Pur condividendo appieno l’uso delle mascherine e di tutte le misure atte a prevenire la diffusione del contagio non capisco il senso dell’obbligatorietà all’aperto e magari in pieno giorno. Se sono solo in aperta campagna o in un vicolo di un piccolo paese che motivo ho di indossarla? Se c’è una piazza affollata o una via intasata o un ristorante che non mantiene la distanza di sicurezza allora ha senso la mascherina. Quindi, invece di un generico obbligo, mi aspetterei di trovare nel dpcm le technicalities, ossia indicazioni precise circa le condizioni chimico- fisiche che contribuiscono alla diffusione del virus e che spingono a prendere una tale decisione: una certa umidità, la velocità dell’aria, la temperatura, la radiazione solare, il numero di ricambi d’aria in ambiente chiuso e come utilizzare i sistemi di condizionamento che dovrebbero essere a doppia mandata».
Secondo Lei sull’aumento dei contagi ha influito la riapertura delle scuole?
«I francesi che hanno numeri superiori ai nostri riguardo i contagi non sono nella direzione di bloccare l’attività scolastica. Adesso poi abbiamo dei sistemi di misurazione del virus che sono molto meglio dei tamponi molecolari: hanno un basso costo, non sono invasivi specie per i più piccoli, si fanno in pochissimi minuti, si possono ripetere più volte, danno indicazioni sulla concentrazione del virus, parametro questo legato alla contagiosità. E comunque dobbiamo entrare nell’ottica che è impossibile azzerare il contagio e rincorrere gli asintomatici. Quando mai succede con l’influenza che ogni anno infetta milioni di persone e ne uccide circa 10.000 in Italia? Perché quando siamo stati di fronte ad una pandemia influenzale nel 2009 non si è parlato di stato di emergenza?»
Li- Meng Yan, la virologa cinese fuggita negli Stati Uniti, è convinta che "si sia creato un virus letale al fine di diffonderlo senza poter risalire agli autori". Lei cosa pensa della possibilità che il covid- 19 sia un virus artificiale?
«Io dico che esiste questa possibilità da prima della Yan. A breve lo affermerò con dettagli in un libro di prossima uscita. Non sono l’unico a sostenerlo, siamo un collegio internazionale di virologi, di matematici, di fisici, di statistici che hanno già prodotto una serie di lavori a riguardo. Quello che le posso dire è che le ipotesi sull’origine del virus sono due: o il virus lo ha creato la natura o è uscito da un laboratorio BL- 4 di Wuhan dove da dieci anni si coltivano virus dei pipistrelli. Che possa essere di origine naturale è un po’ difficile: deriva sicuramente dal pipistrello, è identico al 96/ 97% al RaTG13, che è un virus del pipistrello che tuttavia vive nella parte più meridionale della Cina, quindi lontano da Wuhan. Tale virus però non infetta più il pipistrello, ma solo l’uomo. Si deve spiegare come è passato dal pipistrello all’uomo non avendo trovato lo stesso virus in entrambi e inoltre non si è mai rintracciato un ospite intermedio che possa aver favorito per ricombinazione il salto di specie. Bisognerà dimostrare quale delle due ipotesi sia vera: ne discuteremo su un articolo in pubblicazione sul Journal of Medical Virology. Sarà la comunità scientifica a decidere valutando quanto verrà pubblicato e fornire un’interpretazione a riguardo. Sta di fatto che i cinesi, a cui è stato chiesto di fornire il virus originario e le sequenze sui virus dei pipistrelli, hanno dichiarato di non avere più nulla, da Wuhan quindi non si ottiene più niente».
Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi il 31 agosto 2020. Il 29 agosto il New York Times ha pubblicato un reportage devastante sull’inutilità dei numeri dei “contagi” o anche “positivi” al tampone del Covid da cui siamo bombardati ogni giorno sui nostri media. Nessun giornale italiano lo ha ripreso o anche solo citato perché sono impegnati a sostenere lo sforzo del governo, anzi dei governi europei in blocco, con ogni mezzo pubblicando tra le prime dieci notizie almeno otto notizie di “contagi” e “positivi”. Come spiega invece il reportage del New York Times, il fatto che il tampone esca "positivo" o "negativo" non ha molto significato, perché il 90% dei positivi richiede per trovare il virus talmente tanti cicli di duplicazione del materiale genetico sulla base della procedura detta “PCR” che la quantità di virus è minima. Se la quantità di virus è minima vuole dire che se ne ha così poco che non solo non ci si accorge quasi di averlo e non si è per niente malati, ma non si è neanche contagiosi. Il famoso risultato del “tampone” dovrebbe riportare anche quanti cicli di duplicazione sono occorsi per individuare il virus, perché se sono oltre una certa soglia allora questo indica che la quantità di virus è inversamente molto bassa. In altre parole, non si tratta di avere o non avere un virus, di un risultato “si” o “no”, “bianco” o “nero”, sempre uguale per tutti, ma di quanto se ne può approssimativamente individuare e questa quantità può essere anche 20 volte minore da una persona all’altra. Il modo di stimare questa quantità in base al test del tampone sarebbe il numero di cicli, ma questo numero che i laboratori ottengono non viene mai riportato, per cui una persona ammalata e contagiosa e una persone che non ha alcun sintomo e non è quasi certamente contagiosa vengono entrambi classificati “positivi”. Mentre a Febbraio in Cina e a Marzo in Europa la maggioranza dei “positivi” sembrava avere sintomi e una frazione rilevante anche sintomi gravi, ora sia in Asia che in Europa e anche sempre di più in America il 90% dei “contagiati” è in realtà contagiata pochissimo e risulta “positiva” solo perchè si insiste a cercare il virus anche oltre la soglia in cui è in quantità significativa. Se invece si indicasse il numero di cicli necessari per dare il risultato si potrebbe in pratica ridurre anche del 90% il numero dei positivi veri, cioè quelli che hanno effettivamente abbastanza virus da causare danni. Di tutto questo non c’è traccia però sulla prima pagina online del Corriere o Repubblica o la Stampa, che contengono spesso le prime otto notizie che parlano tutte di “positivi” in Sardegna o di contagi altrove e per trovare notizie di altri problemi devi scorrere verso il fondo pagina. L’ultima volta che è avvenuto un fenomeno del genere è stato tra il 1941 e il 1944 quando c’erano battaglie in mare e in terra, bombardamenti e massacri e decine di migliaia di soldati e migliaia di civili morivano ammazzati ogni settimana per cui era comprensibile che tutte le notizie principali fossero di guerra. Oggi muoiono ogni giorno in Italia circa undicimila persone, ma di tumore, infarto e problemi cardiaci, complicazioni legate al diabete,ictus, infezioni, errori medici, polmoniti anche e poi incidenti di vario genere. L’unica cosa di cui praticamente non muore quasi più nessuno è ii Covid-19 che, come è successo a Wuhan e tutta la Cina, anche in Europa dopo circa 6-7 settimane ha smesso di causare morti per i quali esiste il virus come causa identificabile e la mortalità eccessiva è sparita per cui ovunque si è tornati nella media statistica dei decessi totali, vedi l’European Monitor on excess mortality. Il numero ufficiale di morti considerati “Covid” è ora secondo il “Bollettino” giornaliero sulla prima pagina di tutti i giornali di circa 40 alla settimana in Italia, ma si tratta di casi che non vengono più riportati sui giornali con interviste a medici e famigliari, perché altrimenti si dovrebbe mostrare casi di persone molto malate e molto anziane e che, in alcuni casi, sono risultate positive ad un test basato su anticorpi che ha rilevato una presenza di virus due o tre mesi prima e che poi sono guariti. In questo caso però non ha senso attribuire al Covid il decesso e abbiamo questo mese l’esempio della Gran Bretagna che lo dimostra, poiché hanno dovuto ridurre di circa 5mila il numero di decessi “Covid” ufficiali , altra notizia assente dai nostri giornali. In Scozia e Irlanda riportavano infatti come morti da Covid chi si era contagiato nei 28 giorni precedenti, ma in Inghilterra anche chi risultava essersi contagiato mesi prima e la mortalità inglese era più del doppio di quella scozzese. Il decorso della malattia però quando è mortale è al massimo di 4 settimane per cui dopo cinque mesi in Inghilterra hanno rivisto i criteri e i morti “Covid” sono ora 5mila in meno. Allo stesso modo, se si riportasse anche la quantità di virus (tramite il numero di cicli occorsi per trovarlo) di un contagiato, si potrebbe stimare meglio se il virus era tale da essere una causa di morte per il 90enne con diverse complicazioni di cuore deceduto risultato “positivo”. Dato però che, sia in America che in Italia, chi abbia pazienti “Covid” riceve più soldi, più rimborsi pubblici in USA e fino a 1,000 euro in più al mese di stipendio in Italia ad esempio, esiste purtroppo un incentivo monetario (oltre a quello politico) ad includere nei morti Covid tutti i casi possibili. Alla fine, per far apparire sui giornali casi di soggetti “finiti in terapia intensiva intubati” per essersi contagiati in un locale pubblico, si ricorre a quello del diabetico di 140 chili sopravvissuto già a problemi gravi e anche di questi se ne riesce a trovare ormai pochissimi. Il partito mediatico della Pandemia deve quindi ormai da tre mesi concentrarsi sui “Contagi” e “Positivi” e fingere che il numero di morti (che è statisticamente irrilevante da maggio in Europa) non importi. Deve ignorare che in Olanda il governo ha formalmente sconsigliato l’uso delle mascherina e nessuno le porta, come anche in parte della Svizzera o in Svezia ovviamente, ma anche in Germania e Austria la maggioranza non le vuole e non le usa e si manifesta ogni weekend contro in massa. Deve far finta di niente sui cinesi a Wuhan che affollano e si assembrano a concerti e in discoteche senza mascherina senza che ci sia nessuna “seconda ondata”. Deve sorvolare sul fatto che da marzo, quindi da sei mesi, in Cina, Giappone, Corea, Taiwan,Malesia, Vietnam, Hong Kong non ci sono stati praticamente più decessi da Covid. Deve ignorare le notizie di decine di ospedali “per Covid” a New York, Chicago e le maggiori città americane costati centinaia di milioni e completamente vuoti e la difficoltà di trovare pazienti sintomatici per gli studi sul Covid. Deve minimizzare o occultare le manifestazioni di centinaia di migliaia di persone a Berlino. Zurigo, Londra, Parigi e persino in Corea contro le mascherine e le restrizioni. Deve nascondere quello che ha detto sabato a Berlino Robert Kennedy Jr.: “i governi amano le pandemie poiché permettono loro di usare la paura per esercitare il controllo autoritario sulla società e costringere all’ obbedienza “. Come durante l’ultima guerra però, in Italia non vogliono ammettere la sconfitta, cioè la smentita sempre più macroscopica delle teorie della “pandemia” e continuano lo stesso ogni giorno a riempire i notiziari aggrappandosi alle notizie di giovani, asintomatici ma “positivi”. Questo ultimo trucco che gli è rimasto viene messo in discussione sulle pagine di quello che una volta era il loro giornale di riferimento, il New York Times, ma infilano la testa nella sabbia lo stesso. Intanto i mesi passano e continuano i danni economici e sociali della psicosi collettiva che hanno creato, continua la mezza paralisi della pubblica amministrazione e siamo al caos nelle scuole e nelle università, e abbiamo scavato un buco nell’economia con un enorme perdita di reddito e produzione mai vista dal tempo di guerra che non sanno come compensare o recuperare.
Federico Novella per “la Verità” il 29 agosto 2020. «È un governo che si regge sulla paura. Se davvero rinviano le elezioni, prepariamoci alla guerra civile». Pierluigi Battista, firma storica del Corriere della Sera, punta il dito contro «l'emergenza sine die», che vede negli esperti del Comitato tecnico scientifico l'avanguardia armata. Li ha chiamati «professionisti dell'antivirus», abbracciando un'espressione coniata da Massimo Donelli.
Di chi parliamo?
«Di questo mandarinato di burocrati che da mesi fornisce indicazioni contradditorie e pericolose. Hanno detto che la mascherina non serviva. Hanno inveito contro il Veneto perché faceva i tamponi agli asintomatici. Oggi dovrebbero mantenere un minimo di garbato silenzio».
Se questo «professionismo dell'antivirus» ricalca il «professionismo dell'antimafia» di Leonardo Sciascia, allora abbiamo a che fare con uno strumento di potere.
«Sì, sono i sommi sacerdoti della religione della chiusura. Sanno ripetere solo una frase: "Chiudiamo tutto". Quando iniziarono le prime aperture, compresero che il loro ruolo stava venendo meno, e cominciarono a sfornare previsioni apocalittiche. Dissero che entro il 10 giugno avremmo avuto 150.000 ricoverati in terapia intensiva».
Non è successo.
«Sono degli imbroglioni. Ingannano sui numeri. Dovrebbero spiegarci perché a inizio aprile c'erano 800 morti al giorno e oggi poche unità. Con le dovute cautele, dovremmo farci un applauso. Invece abbiamo a che fare con persone lugubri che insistono con la politica della paura, a dispetto dei dati».
Chiariamo: lei non è un negazionista.
«Ma no. Il lockdown è stato assolutamente necessario, ed è giusto continuare a prestare attenzione. Riaprire le discoteche, per esempio, è stata una scemenza. Ma la mia domanda è un'altra: perché nessuno si è davvero occupato della fase due?
Perché oltre a spargere terrore, non spargono proposte? È ridicolo che in sei mesi non abbiano trovato una soluzione minima sulla scuola, o sui medici territoriali, o sui mezzi pubblici».
Risultato?
«Sanno soltanto colpevolizzare: se la prendono con il runner e con il popolo della movida».
Prendersi la briga di fare delle scelte è compito della politica.
«Sì. Il problema è che questi esperti sono entrati in perfetta sintonia con un governo frutto di una combinazione di palazzo. Lo stesso governo Conte si regge sulla paura, vi trova legittimazione. Altrimenti non resterebbe in piedi un minuto di più».
Intende dire che il governo si appoggia consapevolmente sulla paura, alimentata di concerto con gli esperti del Comitato tecnico scientifico?
«Ma certo. Se Zangrillo viene attaccato non è certo per via d'una disputa scientifica. Se venisse meno il messaggio quotidiano che alimenta l'ansia, gli impresari della paura non saprebbero più chi sono».
Il filosofo Giorgio Agamben sottolinea un paradosso: la cessazione di ogni rapporto sociale viene presentata come massima forma di partecipazione civica.
«Su questo ha ragione. Tutto ciò che c'è di buono nella socialità, e che peraltro rende la vita migliore, viene considerato delittuoso. Questa tendenza riguarda anche la politica. Non a caso si comincia a parlare della possibilità di non svolgere le elezioni regionali».
La frase di Walter Ricciardi sull'ipotesi di un rinvio è stata un'uscita maldestra?
«No, è il sintomo di una tentazione, e da liberale la vedo molto male. A furia di separare l'idea del governo dall'idea del voto, si sta creando un vuoto di fiducia nei confronti della democrazia».
Non siamo forse in emergenza?
«Sì, ma l'emergenza non può essere la regola. Ci stiamo abituando all'idea che non ci sia nesso tra sovranità popolare e governo: è una divaricazione preoccupante, che è diventata programmatica. Se davvero saltassero le prossime elezioni, prepariamoci alla guerra civile. La situazione sarebbe insostenibile».
Fino a che punto?
«Non sto pensando alla dittatura. E non sto dicendo che in Italia non c'è più libertà. Dico però che le forme democratiche non contano più. È una deriva anche culturale. E attenzione: nel panorama occidentale, sta accadendo solo in Italia. Insomma, siamo un'eccezione».
A proposito di anomalie: l'alleanza nelle regioni tra Pd e 5 stelle è durata cinque minuti. Anzi, non è mai iniziata.
«Sono due partiti che si odiano: si accusavano di essere fuorilegge e di rubare bambini. Per la prima volta nella storia repubblicana due forze che si odiano sono salite al governo insieme, per evitare che Salvini vincesse le elezioni. L'alleanza doveva proseguire, ma è chiaro che non hanno nulla in comune».
Tra i due litiganti, chi ne esce peggio?
«Non so se i 5 stelle abbiano tradito sé stessi: comunque sia, il governo va dove vogliono loro. Il Pd, in un anno, ha dovuto ingoiare il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari, la prescrizione, il blocco del Mes. E cos' ha ottenuto in cambio? Vi risparmio la fatica di pensarci: zero».
Un'alleanza sbilanciata?
«Il Pd non ha la forza di imporre nulla, anche perché non c'è una sola battaglia che consideri imprescindibile. Ogni tanto si alza uno e grida: "Ius culturae! Cuneo fiscale!". Ma lo trattano come un comico, e finisce lì. Questo è il vero dramma, al di là delle schermaglie quotidiane: il Pd non ha più una bandiera che ne caratterizzi identità e cultura».
Insomma, il potere per il potere?
«I partiti della prima repubblica avevano un radicamento storico, quelli della seconda, bene o male, vantavano un certo rapporto con l'elettorato. Ma dal 2011 in poi, si è deciso che il popolo non conta più. Nascono governi che con il voto elettorale non hanno alcun legame. E in questo periodo il Pd è stato quasi sempre al governo, ma con il minimo dei voti».
Come se lo spiega?
«È diventato il partito del sistema, dell'establishment. E non lo dico con disprezzo: è semplicemente il perno del potere. L'importante per loro è stare al governo: con Monti, con Conte, con Renzi. È la loro insegna politica».
Come finirà la manfrina tra le due forze di maggioranza?
«No, quale manfrina: c'è una profonda incompatibilità. Quando il Pd dovrà ingoiare la candidatura della Raggi, sarà doloroso. Vedo una forte pulsione suicida, che peraltro a Roma rischia di contagiare il centrodestra».
Il centrodestra?
«Mi sarei aspettato che da quel versante proponessero per il Campidoglio una persona capace realmente di guidare la città. E quella persona è Guido Bertolaso».
Invece?
«Rischiano di sbagliare un rigore a porta vuota, puntando magari su un oscuro funzionario di partito. Così facendo perderanno, e si dimostreranno dei peracottari tali e quali agli avversari».
Che succede al governo se il centrodestra conquista anche Puglia e Marche?
«Nessuna conseguenza. Si tirerà a campare. Se si va alle elezioni politiche, qui spariscono tutti. E Conte, che è il nulla che si muove, farebbe la fine di Lamberto Dini».
L'obiettivo è trascinarsi fino al voto per il Quirinale?
«Ovvio che se resta questa maggioranza, il prossimo inquilino sarà espressione della sinistra, perpetuando un'anomalia che dura da anni. E qui il centrodestra, se vuole essere della partita, deve imparare a trasmettere messaggi rassicuranti, far filtrare nomi. Occorre coltivare un rapporto con una parte di società che vada oltre i propri seguaci».
Chi si prenderebbe il disturbo, nella compagine di centrodestra?
«Giorgia Meloni, oltre a curare il suo 15%, dovrebbe fare un gesto di rottura. Immaginiamo che un giorno, con un discorso alto, dica sì al Mes, che peraltro a me sembra una cosa ragionevole».
Francamente difficile da immaginare.
«La politica è fatta anche di gesti coraggiosi, che rompono gli equilibri. Ariel Sharon cacciò con l'esercito i coloni israeliani a Gaza, scatenando un putiferio interno. Un leader politico non può limitarsi ad accarezzare il pelo del popolo urlante».
Ma se Meloni facesse un gesto del genere, cosa ci guadagnerebbe?
«Si smarcherebbe da Salvini, diventando una vera alternativa per il centrodestra. Una coalizione che già oggi, per come la vedo, dovrebbe scrivere e pubblicare un contro-programma di governo».
Contro-programma?
«Un elenco dettagliato di quello che hanno intenzione di fare. Infrastrutture, sanità, scuola, cultura, lavoro. Non dev' essere un carteggio vago, ma una cosa da ragionieri, fatta di numeri. Del resto, gli economisti da quelle parti non mancano».
Insomma, un libro bianco. E se il premier non intendesse leggerlo?
«Pazienza. Il centrodestra mostrerebbe comunque al Paese di saper governare. Meglio di quelli che sono oggi al timone».
Vittorio Feltri contro il governo: "Usano la pandemia per fottere il popolo, ho sentito Speranza e ho capito". Libero Quotidiano il Vittorio Feltri 24 agosto 2020. Letto il libro di Massimiliano Lenzi sul Covid e su come sia diventato un'arma per combattere la libertà infinocchiando il popolo, l'ho appoggiato sul comodino e ci ho dormito su. Mi pareva esagerato. Il Corona è anzitutto un assassino, su questo non si discute, ed è ovvio che induca le autorità all'adozione di limitazioni e costrizioni antipatiche per gli umani volte a rendere più difficile il compito al killer cinese. Stavo cominciando a picchiare le dita sui tasti dell'iPad per esprimere il citato concetto, insieme a parecchi elogi, tutti meritati, per audacia della tesi e limpidezza di scrittura, quando sul mucchio di quotidiani sulla scrivania (sono uno che li predilige ancora di carta) mi sono imbattuto in questo titolo di prima pagina di Repubblica. È il ministro della Salute Roberto Speranza a parlare. Dice: "Non potevamo impedire l'estate". Aggiungendo, bontà sua: "E non chiuderemo le Regioni". Ho raddrizzato la mira su Lenzi: ha ragione al cento per cento. Il virus che certo è, ma soprattutto è stato, una brutta bestia, si è trasformato per manipolazione dell'informazione in una pompa madornale di paura popolare e individuale, grazie a cui questo governo si è attribuito e continua a detenere poteri esagerati e irragionevoli. Un giovane ma vecchissimo comunista come Speranza ha la classica baldanza da Politburo e, sicuro di ricevere complimenti per l'ironia, ricava dall'aumento dei casi di positività riferiti al Covid-19 non l'evidenza della loro venialità (sempre meno morti e sempre meno terapie intensive e crescita di asintomatici) e del fatto che in pratica si stia ampliando il numero dei futuri immuni, bensì il dolore per non essere stato in condizione di vietare all'estate di insediarsi tra noi. Un po' come il generale Inverno bloccò prima Napoleone e poi Hitler in Russia, così il generale Estate, anche se ciò appare disdicevole a Conte e soci, ha reso inadeguati i Decreti del presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm). Essi infatti non sono ancora abbastanza potenti da ordinare con successo: "Fermati, o Sole; fermati, Estate". Cosa che invece riuscì a Giosuè nella Bibbia. Questa spiritosaggine di Speranza vuole essere sì una battuta, ma rivela moltissimo del sentimento con cui l'esecutivo ha governato l'emergenza. L'ha intesa come occasione per gettare sopra gli italiani la coperta della catalessi. Una sorta di incantesimo dell'immobilità. Non il lavoro e la libera espressione della creatività, dentro ovvie regole di sicurezza, rappresentano la chiave per uscire dall'inferno, piuttosto il lasciar scivolare il tempo, consegnando le redini della vita ai potenti. A questo è necessario ribellarsi. Non certo con manifestazioni di negazionismo idiota verso la natura maligna del Covid, se non altro per rispetto di chi è morto e di chi ha sofferto, ma facendo valere i diritti essenziali di libertà e di democrazia, anzitutto non consegnando la nostra sia pur trascurabile testa alla raccolta indifferenziata degli imbecilli. E sono al libro di Massimiliano Lenzi, "Shining Italia. La libertà contro la paura", in edicola con Il Tempo a 5,80 più il prezzo del quotidiano, pagine 96. Il riferimento del titolo, lo rammento agli smemorati come me, è al celebre film di Stanley Kubrikc con Jack Nicholson. In un hotel di montagna una famiglia è costretta in isolamento, il resto è orrore e terrore. Lenzi racconta come sin dalle primissime settimane, e qui ce lo ricordiamo tutti per forza, il diavolo si nascondeva nelle voci contraddittorie di virologi e nelle decisioni schizofreniche del governo. Prima lassismo e baci ai cinesi con concorso di folla agli aperitivi, poi dietrofront. Buona fede? Un corno. L'incompetenza coincide con la disonestà, come sostenne Niccolò Machiavelli e dopo di lui Benedetto Croce. Non è stata frutto di ingenuità la decisione del governo che ha sottoposto 60 milioni di italiani al cosiddetto lockdown, termine eufemistico corrispondente ad arresti domiciliari, sospensione sine die dei diritti di movimento, divieto di frequentazioni personali, di lavoro e di culto. Una iniezione di paura esercitata con prepotenza cui la folla reagì con cori infantili e felici dai balconi diretti da telegiornali compiacenti, presto teleguidati a trasformarsi in urla e delazioni contro chi passeggiava con il cane o osava - specie se dotato di capelli bianchi - uscire per fare la spesa corricchiando, e dunque veniva colto in flagranza di reato (splendida l'intervista di Lenzi alla conduttrice televisiva toscana Federica Torti, multata perché stava recandosi al supermercato, però con la tuta e a passo troppo svelto, perciò criminale). Lungi da me contestare l'opportunità di provvedimenti. Nella mia Bergamo e in generale in Lombardia abbiamo seppellito, senza funerali, troppa gente per giudicare esagerate le precauzioni. Lenzi però documenta, attraverso interviste e interventi meticolosi, come la realtà di una forza maligna sia stata assoldata da dilettanti il cui intento predominante era legare questo destriero demoniaco al loro carro per sottometterci tutti con l'uso "pandemico dell'informazione". Massimiliano lo scrisse sin dai primi di aprile che qualcosa nel modo di governare puzzava di desiderio totalitario. Una ideologia molto semplice e che abbiamo visto ancora oggi emergere in certi discorsi del pur simpatico (una volta) Vincenzo De Luca, governatore della Campania. Lo traduco così, al seguito di Lenzi: finché dura il Corona, si deve rinunciare a vivere per non morire. Né campare né lavorare. Andrà tutto bene - come sosteneva lo slogan governativo - ma quando tutto sarà finito. Intanto è indispensabile mettersi nella mani dispotiche di chi manipola la Costituzione come la plastilina a suo uso e consumo, e guai a chi dissente, sia sottoposto alla purificazione del lanciafiamme. Viene da questo "credo" nel diritto di comandare da parte degli illuminati giallo-rossi la citata pratica dei Dpcm, contestata da Lenzi insieme ai più accreditati costituzionalisti (vedi Sabino Cassese). Questi decreti presidenziali mutano uno strumento amministrativo in un illegittimo verbo assoluto che penetra nella essenza della vita personale e comunitaria conculcando diritti di cui lo Stato non può essere padrone. Da questo dispotismo è derivata la chiusura, senza sostegno di un calcolo elementare di costi-benefici, delle scuole. La serrata dei pubblici uffici tramutata in occasione di ferie stipendiate per l'amministrazione pubblica a questo punto pronta a bagnare con lacrime di gratitudine i piedi profumati di Conte. È stata questa la linea in generale della sinistra (anche se con l'eccezione segnalata di Massimo Cacciari e Giorgio Agamben): fermare tutto, congelare la vita, inventando nel frattempo contributi a pioggia che non arrivano perché non ci sono risorse; bloccando elezioni, parlamento, manifestazioni tranne quelle del 25 aprile; vietando messe, matrimoni e funerali. Il buonsenso suggerisce ben altro. E questo vale specie da quando il virus ha mostrato di aver perduto vigore, e che la sua formidabile dentatura ormai soffre di piorrea. Si tratta cioè di non aspettare il futuro per proclamare "andrà tutto bene" perché saremo nel frattempo, con la scusa di voler sopravvivere (e rubo la frase a Giuliano Cazzola, qui intervistato), tutti trapassati. Si tratta di vivere e produrre nelle condizioni date. Estate e autunno, e pure inverno e primavera. Mascherine? Se necessario e dove necessario. Tuttavia evitando di rendere i numeri dei contagi (ora veniali) armi terroristiche, adoperandoli quali forme di negazionismo della realtà. Ben venga allora questo libro. Conte e Speranza non sono riusciti a bloccare l'estate, non riusciranno - si spera - a frenare il contagio del buonsenso e della voglia di lavorare di cui il volumetto di Lenzi è generoso seminatore.
Perché gli attuali allarmi sul virus sono esagerati. Federico Giuliani il 25 agosto 2020 su Inside Over. Nelle ultime settimane il coronavirus è tornato a occupare le prime pagine dei giornali, dando l’impressione che il Covid sia “tornato” tra noi. È bene fare subito un paio di chiarimenti. Il primo: il virus non se n’è mai andato, neppure nei soleggiati giorni di luglio, quando gli italiani hanno preso d’assalto mari e montagne. Il secondo: i dati sui contagi devono essere letti nel modo corretto, senza prendere la situazione alla leggera ma senza neppure creare allarmismi di alcun tipo. Il refrain, ripetuto da più parti, del rischio di una ipotetica “seconda ondata” è penetrata così a fondo da aver spaventato la popolazione italiana. Gli effetti di un simile martellamento, più che creare consapevolezza, hanno reso le persone sensibili e impressionabili. Proviamo a fare chiarezza rispondendo alle domande più comuni su quanto sta accadendo.
È vero che siamo tornati ai livelli di maggio? Gli ultimi bollettini diffusi dal Ministero della Salute parlano chiaro. Ieri, 24 agosto, ci sono stati 953 positivi e 4 decessi, in calo rispetto ai 1.210 casi e 7 vittime di domenica. Numeri alla mano, le cifre si avvicinano a quelle registrate a maggio, quando l’Italia era ancora in lockdown. Ma ci sono tuttavia da considerare almeno due differenze sostanziali. Intanto, in quel periodo, l’Italia contava centinaia e centinaia di vittime giornaliere. Inoltre le terapie intensive traboccavano di pazienti intubati. Un’altra differenza: i contagiati di maggio (e dintorni) avevano un’età media di 60 anni o più e si trovavano spesso in condizioni critiche. Adesso i positivi hanno mediamente 34 anni e non presentano complicazioni degne di nota. Dunque, sì: i numeri sono tornati a salire ma il paragone con il passato non regge.
Gli ospedali e le terapie intensive sono piene? Gli ultimi dati parlano di 65 pazienti ricoverati nelle terapie intensive di tutta Italia. I contagi aumentano ma i reparti che accolgono i casi più critici restano vuoti o comunque per nulla affollati. I dati di ieri hanno sottolineato un calo dei ricoveri in terapie intensive di 4 unità. I ricoverati con sintomi sono 1.045, con un +74 rispetto alla giornata precedente, mentre le persone in isolamento domiciliare ammontano a 18.085 (+687).
Qual è l’identikit dei nuovi contagiati? Se in un primo momento erano gli over 60 a esser finiti nell’occhio del ciclone, ora il trend sembra essersi invertito. È di 34 anni la media dei nuovi positivi, molti dei quali vengono scoperti a fatica perché asintomatici. È solo grazie all’elevato numero di tamponi effettuati ai viaggiatori provenienti da Paesi a rischio (Spagna, Croazia, Grecia e Malta, ad esempio) e alle campagne di screening che sono stati scovati diversi casi che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Movida e villeggiatura scriteriata, cioè senza rispettare gli accorgimenti delle autorità sanitarie, sono le cause principali dell’impennata di positività in tutto il Paese.
Questo cambiamento è dovuto a una mutazione del virus? Il dibattito divide la comunità scientifica. Alcuni hanno effettivamente ipotizzato che il virus sia diventato più “buono”. La prova starebbe nel D614G, mutazione del Sars-CoV-2 che renderebbe il virus più contagioso ma meno virulento. È pur vero che tale mutazione sarebbe presente in Italia da febbraio. Dunque difficilmente l’attuale scenario può essere imputato a una trasformazione del virus. In ogni caso la variazione della curva epidemiologia è collegata a doppia mandata con i casi di rientro dalle vacanze, di giovani e asintomatici. Il lavoro di tracciamento e testing prosegue.
Quali sono le regioni italiane con più casi? Sempre prendendo in considerazione il bollettino di ieri, notiamo come tre regioni non abbiano presentati casi. Si tratta di Molise, Basilicata e Valle d’Aosta. Al primo posto della classifica dei nuovi contagi troviamo invece il Lazio, con 146 casi, seguito da Veneto, Campania ed Emilia Romagna (116 positivi ciascuno), Lombardia (110) e Sardegna (91). Insomma, ci troviamo di fronte a un quadro da monitorare. Niente a che vedere, però, con l’apocalisse descritta da alcune fonti.
Qual è la differenza fondamentale rispetto al recente passato? Il numero dei tamponi è decisamente più elevato. Come se non bastasse, oggi, vengono testate non solo le persone che mostrano sintomi ma anche gli insospettabili. È per questo che sono stati rintracciati moltissimi casi di asintomatici. Appare quindi evidente che i dati registrati nei mesi più duri della pandemia fossero alquanto sottostimati. Dulcis in fundo, in questo momento i nuovi positivi corrispondono a persone che non presentano sintomi o che al massimo mostrano sintomi lievi. C’è una bella differenza rispetto al periodo compreso tra marzo e aprile.
A quanto ammonta il tasso di letalità in Italia? Prima di tutto dobbiamo spiegare che cosa si intende per tasso di letalità: la percentuale di morti rispetto al totale dei positivi al tampone. L’ultima fotografia offerta dall’Istituto superiore di Sanità ha così suddiviso le percentuali in base alle varie fasce d’età. La fascia che ha totalizzato il numero più alto è quella compresa tra gli 80 e gli 89 anni (34,8%), seguiti dagli ultra 90enni (33,9%) e dai 70-79 (26,7%). A seguire troviamo un tasso di letalità pari al 10,9% per la fascia 60-69 anni e al 2,8% per i 50-59. Complessivamente, considerando i numeri registrati, il tasso di letalità è pari al 14,2%.
L’Italia ha fatto meglio o peggio degli altri Paesi? Dipende ovviamente da quale Paese viene preso in esame. Ci sono poi vari parametri da considerare, come ad esempio il numero di abitanti di quel dato Paese. Facciamo un esempio. In Brasile ci sono stati quasi 116mila morti (a fronte dei 35mila nostrani) ma la popolazione brasiliana è molto più nutrita di quella italiana. Calcolatrice alla mano, il Brasile ha 539 decessi per ogni milione di abitanti; l’Italia 586. Facendo luce sulle corrette proporzioni, la nazione più disastrata dovrebbe essere il Belgio, con 862 decessi per mille abitanti.
La vera letalità del coronavirus: un libro inchioda gli allarmisti. Alessandra Benignetti il 25 agosto 2020 su Inside Over. Si intitola Falso allarme Corona il libro più venduto in Germania nelle ultime settimane secondo la classifica redatta dal settimanale Der Spiegel. Corona Fehlalarm, il best seller scritto da Karina Reiss, ricercatrice e docente all’università di Kiel, e Sucharit Bhakdi, medico specialista in microbiologia ed epidemiologia delle infezioni, che ha già venduto milioni di copie, mette in discussione l’efficacia del lockdown e di un eventuale vaccino contro il coronavirus. L’obiettivo degli autori è quello di smorzare i toni di un dibattito sempre più polarizzato tra “catastrofisti” e “negazionisti” del virus, chiarendo con fatti e dati scientifici le “opinioni contrastanti, le notizie false e le informazioni controllate politicamente” che circolano sulla pandemia. Il risultato è un j’accuse rivolto al governo e ai media tedeschi, a cominciare dalla gestione dei numeri sulla diffusione e sul tasso di letalità del virus. Contare i casi di Covid senza fare distinzioni tra malati gravi, malati con sintomi leggeri e asintomatici, criticano gli autori, genera una percezione distorta del fenomeno, così come dichiarare morti per Covid tutti coloro che sono deceduti dopo essere risultati positivi al tampone. Non avendo potuto effettuare esami autoptici sulle salme dei contagiati dal Sars-Cov-2, puntualizzano gli esperti, non si è potuto definire quanti siano stati davvero finora i morti a causa del Covid-19 e quanti invece i decessi determinati da patologie pregresse. Secondo i dati forniti da Bhakdi e Reiss, inoltre, in almeno otto casi su dieci chi risulta positivo al tampone non presenta i sintomi della malattia. Il numero degli infetti, quindi, per gli autori, potrebbe superare di molto quello dei positivi. Alla luce di questa considerazione anche il tasso di letalità del virus crollerebbe, declassando il Covid al rango di una banale influenza. Nel volume, il cui contenuto è stato riassunto in un’analisi del dottor Detlev Schild, professore emerito di neurobiofisica all’Università di Göttingen, viene citato uno studio scientifico condotto a Marsiglia su pazienti affetti da patologie delle vie respiratorie che avvalora questo scenario parlando di “mortalità sovrastimata”. Insomma, il Covid, spiegano gli autori, sarebbe più contagioso ma meno letale di altri coronavirus, come ad esempio Sars e Mers. In un’intervista apparsa ieri sul quotidiano regionale Fuldaer Zeitung è lo stesso professor Bhakdi a sottolineare che sebbene in alcuni Paesi si sia registrato un tasso di mortalità superiore rispetto a quello della Germania, in nessun caso si può parlare di “eccessi significativi” ma di “cifre leggermente superiori alla media dell’anno”. I mezzi di comunicazione, accusano poi i due studiosi, hanno contribuito a “diffondere il panico” tra la popolazione. Nel libro si parla di “effetto Bergamo”, con riferimento alle immagini dei camion dell’esercito italiano che hanno trasportato decine di feretri fuori dalla città lombarda. Quei filmati hanno fatto il giro del mondo e potrebbero aver influenzato anche le autorità tedesche, che di lì a poco avrebbero introdotto il lockdown in tutti i Land. I due autori bollano le chiusure come una “limitazione dei diritti fondamentali” che non ha avuto nessun influsso sull’andamento della curva epidemica, visto che il 21 marzo, alla vigilia dell’introduzione delle misure restrittive nel Paese, l’indice Rt era già calato da 3 ad 1. Il caso della Svezia, per Reiss e Bhakdi, è emblematico. Il Paese scandinavo, che ha scelto di non bloccare la vita sociale ed economica, ha registrato un numero di vittime pari o inferiore a quello di Italia, Francia o Spagna. E oggi è tra quelli meno colpiti dagli effetti collaterali della pandemia, con il Pil che è calato “soltanto” dell’8 per cento. Ad essere approfondite in Corona Fehlalarm, però, non sono tanto le ripercussioni economiche provocate da mesi di lockdown, quanto gli effetti dell’isolamento sulla salute fisica e psicologica di milioni di cittadini. A pagare lo scotto peggiore sono stati i malati che hanno dovuto rinviare operazioni importanti, gli anziani rimasti soli nelle case di riposo e i bambini costretti a rinunciare alla scuola e alla vita sociale. Quello che è stato fatto ai bimbi “è quasi una tortura”, accusa Bhakdi, che sul Fuldaer Zeitung sostiene che le mascherine indossate dai più piccoli, ad esempio a scuola, abbiano “effetti dannosi a livello psicologico”. Renderle obbligatorie, prosegue nella stessa intervista, è “un’idiozia perché dovrebbero proteggere da un pericolo che non c’è affatto”. La soluzione secondo i due accademici è semplice: salvaguardare le fasce di popolazione più a rischio e lasciare che il virus faccia il suo corso. Il fatto che l’85 per cento di chi risulta positivo ai test non abbia sintomi, spiega ancora Bhakdi alla Fuldaer Zeitung, vuol dire che la maggior parte della popolazione è già “immune”. Nella maggioranza dei casi, quindi, sostiene il professore, “una vaccinazione potenzialmente pericolosa non è necessaria”. Nel frattempo in Germania continuano le proteste per chiedere la fine della “dittatura delle mascherine”. Il movimento Querdenken (pensiero trasversale), tra i promotori della marcia dello scorso primo agosto a Berlino, sta organizzando una nuova manifestazione nella capitale tedesca per chiedere al governo la fine delle misure restrittive e “proteggere la pace e la libertà in Europa”. L’appuntamento è per il prossimo 29 agosto e a partecipare, questa volta, ci saranno anche deputati e attivisti di Alternative für Deutschland (AfD), l’unico partito tedesco che non si è scagliato contro l’iniziativa. Il sindaco di Berlino, Michael Mueller, però, ha già annunciato di voler usare il pugno duro contro i “negazionisti” del virus. Intervistato dalla Bild, l’esponente socialdemocratico promette una stretta contro chi violerà le norme anti-Covid, fino all’interruzione immediata di “ogni attività dimostrativa durante la quale non verrà rispettato l’obbligo di indossare la mascherina”. “Il virus c’è, anche se non è visibile, non c’è ancora un vaccino, e neanche farmaci per curarlo”, ha ribadito anche la cancelliera, Angela Merkel, commentando la crescita dei casi nelle ultime settimane.
Adriana Bazzi per il “Corriere della Sera” il 25 agosto 2020. Il suo è un osservatorio privilegiato. Massimo Galli, da infettivologo e clinico, è sempre stato in prima linea nella cura dei pazienti con Covid-19, fin dall'inizio della pandemia, all'Ospedale Sacco di Milano. Come ricercatore ha sott' occhio la letteratura scientifica dove continua a pubblicare ricerche di peso, sue e del suo gruppo, su questo nuovo coronavirus. E, nella veste di «grande comunicatore», riesce a far passare, attraverso i media, messaggi di prevenzione alla popolazione.
Professore cosa vede oggi nel suo reparto? (Galli dirige il Dipartimento di malattie infettive ed è professore all'Università di Milano)
«Rispetto alla prima grande ondata non c'è nulla di paragonabile: c'è un modesto stillicidio di casi da ricovero, ma non situazioni gravi in persone fragili, come nei mesi passati».
Quindi, i mille e più casi al giorno di contagi, segnalati soprattutto fra chi rientra dalle ferie, non arrivano in ospedale.
«No. I nuovi contagi riguardano soprattutto i giovani (ed è ovvio visto che i tamponi si fanno soprattutto a loro!) che raramente vanno incontro a una malattia grave. Anzi, spesso sono asintomatici. Il problema è che diventano un serbatoio di infezione e possono spargere il virus alla vecchia zia, per dire. Ma non vanno demonizzati. Alla fine la riapertura delle discoteche ha significato per loro, confinati per mesi dal lockdown, una sorta di liberi tutti. Adesso bisogna correre ai ripari, magari con quarantene fatte con intelligenza, non con piglio burocratico».
Cosa ci si aspetta al rientro dalle vacanze?
«Discoteche a parte, occorre davvero decidere che cosa si può riaprire e come, scuole comprese. La raccomandazione è quella della "cautela" sia per la popolazione, che dovrebbe osservare sempre le normali norme igieniche di prevenzione, sia per i politici che devono prendere decisioni. L'alternativa è fra un eccesso di chiusure, che comprometterebbe la ripresa del Paese, e un eccesso di aperture che potrebbe risolversi con il famoso "passo del gambero", il rischio di tornare indietro. Comunque sono i politici, alla fine, a dover dare indicazioni».
Una domanda per il professor Galli ricercatore. Che cosa ci offre di nuovo la ricerca scientifica per combattere il nuovo Sars-CoV-2? E come il suo gruppo ha contribuito?
«A oggi abbiamo pubblicato oltre venti lavori. Uno dei più significativi descrive bene i sintomi da Covid, un altro le sequenze genetiche del virus. Abbiamo, cioè, dimostrato che in Italia esiste un ceppo di virus dominante e una sua variante. (Sono indicazioni che si inseriscono nella discussione sulla possibilità che il virus abbia "perso forza" come sembrano indicare piccoli studi pubblicati nei giorni scorsi, ndr ). Un altro ancora evidenzia la relazione fra l'infezione da Sars-CoV-2 e certe vaccinazioni, come quella anti-Pneumococco».
Ci parli più in dettaglio di quest' ultima.
«È uno studio pubblicato sulla rivista Vaccine da cui emerge un dato importante: si infetta di più con il Sars-CoV-2 chi non è vaccinato contro il virus dell'influenza o lo Pneumococco (batterio che causa polmoniti, ndr ). Viceversa sembrano più protetti i vaccinati. È vero che chi si vaccina, in genere è più attento alla salute e anche alle regole di prevenzione contro il Covid, ma l'osservazione è interessante».
Il messaggio da comunicare al pubblico, dunque, è...
«Vaccinarsi il prima possibile, in autunno, contro l'influenza e le infezioni da Pneumococco. Comunque con questo virus siamo destinati a convivere e dobbiamo fare del nostro meglio per star fuori dai guai (leggi: mascherine, distanziamento, igiene, eccetera, ndr )».
Una domanda sulle terapie. Che cosa ci dice la letteratura scientifica più aggiornata?
«All'inizio della pandemia abbiamo provato di tutto. Oggi l'unico farmaco antivirale che sembra funzionare nelle polmoniti è il remdesivir (approvato dall'Fda). Anche i cortisonici hanno un certo effetto. Tutto il resto va verificato. Anche i vaccini, su cui sono ottimista».
Dove ha trascorso le sue vacanze?
«Sul Lago Maggiore, a un'ora e mezza dall'ingresso del mio ospedale. Adesso sto rientrando (ieri per chi legge, ndr) e domani vado a "respirare" la situazione nel mio reparto. In questi giorni ho completato l'ultimo lavoro scientifico. E quando voglio prendermi un momento di pausa mi dedico alla scrittura di un romanzo di fantascienza. Non ho pensato a un instant book sul coronavirus, che mi hanno chiesto, e nemmeno mi lascio attrarre dalle sirene della politica».
Adriana Bazzi per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2020. Il cammino del nuovo coronavirus non sembra arrestarsi. Due notizie al momento preoccupano: il timore di una seconda ondata, visto l'aumento dei casi un po' in tutta Europa, Italia compresa, e la possibilità di una reinfezione in chi già avuto la malattia, come ci hanno appena segnalato ricercatori di Hong Kong. Ne discutiamo con la virologa Ilaria Capua, nota in Italia per i suoi puntuali aggiornamenti sulla pandemia, anche se è emigrata negli Stati Uniti, a Miami, dove è professore all'Università della Florida e direttore dell'One health center of excellence. «Che il Sars-Cov-2 stia continuando a circolare c'era da aspettarselo - ci risponde da Miami, dedicandoci uno «slot», come lo definisce, della sua fitta agenda -. L'obiettivo del virus è di infettare tutte le persone che incontra per garantirsi la propria sopravvivenza. Era illusorio pensare che con l'estate si sarebbe "ritirato". I virus non pensano e non guardano in faccia nessuno: sono macchine».
Ma adesso colpisce i più giovani. È così?
«Sì, interessa una popolazione diversa rispetto alla prima ondata: bambini e giovani che, nella stragrande maggioranza dei casi, non presentano sintomi».
Però i giovani rappresentano una fonte di contagio.
«Certo, per le persone più fragili. I nonni, per dire. È questa la nuova sfida: riorganizzare la vita della popolazione a rischio. Non si parla di lockdown, ma di comportamenti consapevoli che possono allontanare il rischio di infezioni. Le regole sono sempre le stesse: mascherine, distanziamento, igiene. Da una parte e dall'altra».
Ma ci dobbiamo aspettare una «seconda ondata» di infezioni?
«Quando si parla di "seconda ondata" si fa riferimento ai ricoveri in terapia intensiva (che allo stato attuale, in Italia, sono molto limitati, ndr ). Per evitare questo non occorrono decreti, ma un'attiva collaborazione della popolazione. È una questione di responsabilità collettiva».
Adesso un tema squisitamente tecnico. Che cosa pensa del fatto che una persona, già affetta da Covid, si possa reinfettare?
«Sono sorpresa della sorpresa che questa notizia ha suscitato. Uno dei punti interrogativi che ci presenta questo virus è proprio legata alla risposta immunitaria dell'organismo umano. Ci chiediamo: gli anticorpi che quest' ultimo produce contro il virus sono protettivi contro le reinfezioni? E per quanto tempo? Non si sa. Ma del resto le reinfezioni succedono anche per altre malattie infettive. E questo getta un'ombra sull'efficacia dei vaccini».
Ritorniamo a una questione più generale. Come mai questo virus, emerso dall'ambiente naturale, ci ha colto impreparati?
«La comunità scientifica ha fallito e deve fare autocritica. La pandemia da Covid non è stata un meteorite inaspettato. Era prevedibile e si poteva evitare - come io stessa, alcuni virologi "svalvolati" e persino Bill Gates avevano previsto -. Mi auguro che questa emergenza serva da lezione per il futuro».
Su che cosa sta lavorando nel suo istituto?
«Non ci occupiamo solo del coronavirus, ma anche di Big Data, cioè dati che possano essere messi in relazione con la pandemia, per capirci di più. Dati tutti i tipi. Per esempio, le condizioni metereologiche nelle diverse zone del mondo (che possono influenzare la sopravvivenza del virus, ndr ). Per esempio le differenze di genere che possono spiegare perché le donne sono più protette. Qualcuno deve cominciare a metterci le mani. Stiamo "filmando" una pandemia».
Da liberoquotidiano.it il 20 agosto 2020. "Riapertura delle scuole ed elezioni a rischio". Lo ha detto Walter Ricciardi, consulente del Ministero della Salute, ad Agorà Estate su Raitre. Un altro "tecnico" che prepara il terreno per il rinvio del voto delle regionali. La condizione posta da Ricciardi è molto generica: "Se la circolazione del virus torna ad aumentare", ha spiegato. Cosa si intenda però per aumentare non è ancora chiaro: il vero rischio, finora, era soprattutto quello legato al sistema sanitario nazionale e la capienza nelle terapie intensive degli ospedali italiani. Al momento, non si registra nessuna emergenza ma un aumento, questo sì, dei casi di contagio, soggetti giovani e asintomatici in testa, con accesso alle cure ospedaliere ancora limitato. Basterebbe un trend di questo tipo per portare al rinvio delle elezioni e alla mancata riapertura delle scuole, chiuse da fine febbraio? "Dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata - spiega Ricciardi -. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna o la Croazia si è rialzata moltissimo. In quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì, e a maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 20 e i 40 anni, modificheranno positivamente i propri comportamenti. Se questo viene fatto sicuramente si potrà andare a votare e sicuramente si potrà riprendere la scuola. Se invece questo non succede e la circolazione del virus ri-aumenta, ci troveremo nelle condizioni, come in altri paesi, in cui queste attività sono messe a rischio". "Trovo eversivo che un signore non eletto da nessuno possa anche semplicemente ipotizzarlo", è il commento durissimo del governatore della Liguria Giovanni Toti: "Sarebbe la dimostrazione che il Comitato tecnico scientifico del Governo è un’accolita di inetti pericolosi". "Il governo smentisca immediatamente l’ipotesi di un nuovo rinvio delle elezioni fatta stamani dal professor Ricciardi, che è un suo autorevole consulente - è la posizione di Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia -. Anche solo accennare a questo rischio costituisce infatti una minaccia inaccettabile alle basi stesse della democrazia. Così come parlare di una mancata riapertura delle scuole semina ulteriore caos nelle famiglie. Il governo non può far pagare al Paese i suoi fallimenti".
Dalle mascherine ai social. L'ennesimo scivolone del "professor Gaffe". L'ex Oms prima criticava il governo, poi (ingaggiato da Speranza) lo ha difeso a oltranza. Sempre collezionando figuracce. Fabrizio Boschi, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. Basta digitare «Ricciardi» su Google e mettersi comodi. C'è davvero da divertirsi. Anzi, no, da preoccuparsi. «Se aumenta, elezioni e scuola a rischio», Corriere. «Le discoteche hanno contribuito a diffondere il virus», Adnkronos. «Così impossibile riaprire gli stadi». Cioè, Gualtiero Ricciardi, detto Walter, 61 anni di Napoli, medico, designato da Gentiloni a rappresentare l'Italia nel cda dell'Oms per il triennio 2017-2020, nominato consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, per l'emergenza Covid 19, con tre sparate di fila ha sconquassato il Paese. Ma la cosa grave è che le guasconate di Ricciardi, negli ultimi mesi, sono state tante e belle grosse. C'è da chiedersi se le cose che dice le pensi davvero o le affermi solo per farsi pubblicità. Perché sull'aspetto del marketing la sua strategia è vincente. Sarà forse il suo passato da attore di film di Mario Merola che lo fa essere così melodrammatico. Eppure non si sa come fa questo professore di Igiene alla Cattolica a tirarne fuori una dietro all'altra. Fa capolino nella politica come responsabile della sanità in Italia Futura, la creatura mai nata di Luca Cordero di Montezemolo. Quando scoppia la pandemia, resta fuori dalla brigata di consulenti e tecnici che daranno vita alle task force governative. E ci rimane pure male. Oggi politicamente vicino a Calenda (cura il suo programma sulla sanità), mesi fa si è messo in mostra per un'intervista sulla Stampa in cui spara a zero contro l'azione di governo. All'inizio Ricciardi sostiene che il governo si è mosso tardi e male e che avrebbe dovuto, invece di bloccare i voli provenienti dalla Cina, mettere in quarantena chiunque provenisse da lì, come avevano fatto gli altri omologhi europei (affermazione che non trova alcun riscontro). Poco dopo però accetta di buon grado di diventare consigliere del ministro della Salute e si fa strenuo difensore dell'operato del governo. Agli esordi dell'epidemia, molti virologi di fama mondiale brancolano nel buio e si distinguono per affermazioni contraddittorie o avventate, smentite dai fatti. Vedi Capua («il caldo ci aiuterà»), Burioni («Italia a rischio zero») o Gismondo («poco più di un'influenza»). Ricciardi, invece, tranquillo, continua ad inanellare una serie impressionante di gaffes. È il più strenuo oppositore della strategia dei tamponi a tappeto. Se ne uscì asserendo che se l'Italia faceva troppi tamponi sarebbe passata l'immagine del nostro Paese come untore d'Europa. «Il 95% dei contagiati guarisce», diceva ridimensionando la pericolosità del virus e sparando numeri campati in aria. A più riprese dice che le mascherine per le persone sane «non servono a nulla». Persino l'Oms prende le distanze da lui, con un comunicato perentorio in cui si dichiara che le sue erano opinioni del tutto personali e non attribuibili all'organizzazione. Come quando condivise su Twitter un video di Michael Moore in cui si vedeva un cartonato di Trump preso a calci e pugni. Perché Ricciardi non esprime opinioni, ma lancia strali. Ha la smania di ritwittare articoli sui Paesi che più sono stati colpiti dal virus perché ne hanno sottovalutato l'impatto. Quasi ne sia compiaciuto. Il luminare Ricciardi, poi, ci ha messo più di due mesi per scoprire «l'esistenza di un caso Lombardia». Il sistema di tracciamento (la app «Immuni») da lui studiato e incoraggiato, che doveva servire a isolare e circoscrivere i nuovi contagiati, essendo su base volontaria, è stata un disastro totale. Dice che gli italiani sono «analfabeti funzionali» per l'epidemia pur ammettendo che il Paese si è fatto trovare impreparato. È fatto così: passa, con nonchalance, da una figuraccia all'altra, incurante delle critiche.
Adesso le ultime, su elezioni, scuole, discoteche e stadi. Fermatelo.
"Così hanno scavalcato i politici e i cittadini". La costituzionalista: "Da Ricciardi dichiarazioni fuori contesto, il voto è un esercizio di sovranità". Massimo Malpica, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. Eversivo, inopportuno, una semplice opinione da esperto? La frase di Ricciardi sul rischio di rinvio delle elezioni causa Covid ha innescato polemiche politiche anche all'interno della maggioranza, spingendo il consulente del ministro della Salute a tentare un dietro-front. Un intervento a gamba tesa che sorprende i costituzionalisti. Annibale Marini, presidente emerito della Consulta, ci scherza su ricordando che a preoccupare i politici più che il rinvio delle elezioni sarebbero le elezioni anticipate mentre Giovanni Maria Flick, anche lui presidente emerito della Corte Costituzionale, invece minimizza: «Non c'è più il mostro di Lockness, e allora in agosto persino l'opinione di un consulente diventa materia per polemica politica». Ma Ginevra Cerrina Feroni, costituzionalista e vicepresidente del Garante per la privacy, prende più seriamente la scivolata di Ricciardi. «L'ho trovata spiega la giurista al Giornale - sicuramente una dichiarazione fuori contesto. Il voto è il massimo esercizio della sovranità di un Paese e di un popolo, e le elezioni sono state già rinviate in alcune regioni per l'emergenza Covid. Quindi francamente non è pensabile, stanti le condizioni attuali e con tutte le accortezze del caso -mascherine, guanti, misurazione delle temperature all'ingresso dei seggi- che uno non possa andare a esercitare quello che è il primo dei diritti e dei doveri di un cittadino, che appunto è quello del voto. Affermare questo, ripeto, lo trovo decisamente fuori contesto. E non è l'unico appunto che ritengo si possa fare per quelle dichiarazioni».
Che cosa altro non va, nelle parole di Ricciardi?
«In secondo luogo va tenuto conto del suo ruolo. Ricciardi è un tecnico. E il tecnico deve fare il tecnico, visto che i tecnici non sono politici. I politici sono stati eletti dai cittadini come espressione della sovranità popolare e rappresentano il popolo, i tecnici invece no. E per questo devono rispettare il proprio ruolo e non invadere campi che non spettano loro».
Persino Italia Viva ha ricordato oggi che ogni decisione in merito è del Parlamento.
«Ci mancherebbe soltanto che un consulente del governo per l'emergenza, per autorevole che sia, possa dettare le regole o imporre paletti su qualcosa che è la massima espressione della sovranità popolare, come indicato all'articolo uno della Costituzione. Ripeto, quella frase è veramente fuori contesto. Non soltanto per le condizioni attuali, ma proprio perché non spetta certo a Ricciardi stabilire come e quando si può andare a votare, tanto più che le elezioni sono già state rinviate».
Ma il precedente non giustificherebbe l'allarme di Ricciardi?
«No, perché quello della chiamata alle urne non è più un momento prorogabile, emergenza o non emergenza è il primo atto che deve essere fatto, proprio perché è stato già prorogato abbastanza».
Il governatore Toti, in effetti, ha evocato persino l'eversione.
«Questo lo trovo esagerato, direi che non fosse questo lo spirito con cui Ricciardi ha pronunciato quella frase: ha prefigurato uno scenario talmente grave da dover addirittura riprorogare per questa emergenza potenziale il momento elettorale. Non mi pare eversivo, ma certo nei mesi del lockdown abbiamo assistito a uno straripamento del ruolo e del peso della tecnica rispetto al ruolo della politica. Basti pensare a tutti i comitati scientifici che hanno fatto le regole incidendo su diritti costituzionali fondamentalissimi. Quindi mi pare che ora sia arrivato il momento di ricontestualizzare ruoli, competenze e responsabilità».
E quindi restituire alla politica la sua centralità.
«In primo luogo al Parlamento, che è l'organo democraticamente eletto, e restituendo ai cittadini il diritto di voto, la massima espressione della sovranità popolare».
L'eterno confinamento. Nessun negazionismo, nessuna sottovalutazione, nessuna rivoluzione contro le regole del distanziamento sociale. Tutti con l'amuchina e con le mascherine, anche con il ridicolo degli orari variabili. Claudio Brachino, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. Nessun negazionismo, nessuna sottovalutazione, nessuna rivoluzione contro le regole del distanziamento sociale. Tutti con l'amuchina e con le mascherine, anche con il ridicolo degli orari variabili. Però bisogna essere chiari, non basta un focolaio alla Maddalena, in Sardegna, non bastano alcuni positivi al Covid al rientro dalle vacanze all'estero, per bombardare mediaticamente gli italiani. I virologi consulenti dei politici al governo, in apnea mediatica per il Ferragosto e molti programmi tv chiusi, sono tornati in cattedra e con il volto corrucciato da novelli Savanarola, ci annunciano un autunno di sofferenza. L'economia non si riprende, l'industria delle discoteche e degli eventi brucia 5 miliardi? E chi se ne frega, tanto nel secondo semestre del 2021 arrivano i soldi del Recovery Fund. Sempre ammesso che non si facciano decine di commissioni adibite più che a spenderli a mantenere se stesse, da qui ad allora chi dà da mangiare ai figli di quelli che stanno perdendo o hanno già perso il lavoro? Non sarà un povero simpatico, ma sulle discoteche sto con Briatore. E se chiudiamo i locali da ballo allora chiudiamo anche le frontiere visto che, al di là di scemenze razziste, molti degli immigrati che arrivano hanno il Covid e fuggono che è una bellezza. Almeno i turisti in quarantena aspettano con civiltà. Insomma bisogna essere seri con gli italiani, il virus c'è ancora e va combattuto ma non confondiamo singoli episodi con la drammatica emergenza nazionale di marzo. Lo dicono i numeri e gli esperti non ideologizzati. E anche voi, cari colleghi giornalisti, non favorite piccoli giochi sottobanco per spostare, forse, le elezioni di settembre ma soprattutto per coprire un fatto molto serio: il governo non è pronto per aprire le scuole il 14 settembre. Troppo poco il tempo, troppi i problemi da risolvere. Se poi Arcuri, in difetto da spiaggia da annuncite, ha detto che ci saranno 11 milioni di mascherine a disposizione, allora possiamo non stare tranquilli. Faremmo un danno grave non solo al diritto all'istruzione, ma alla salute mentale e culturale dei nostri ragazzi. Siccome vedo scomparsi dalla grammatica del mainstream sia i verbali del lockdown, sia lo scandalo bonus, stringiamoci forte alla nostra democrazia e diciamo no ad altre inutili confinamenti, reali o psicologici.
Coronavirus, è guerra a chi prova a tornare alla normalità. Francesco Giubilei, 18 agosto 2020 su Nicolaporro.it. Dopo i runner e i frequentatori di aperitivi, l’opinione pubblica, sapientemente sobillata dalle dichiarazioni del governo e da una certa stampa, ha individuato il nuovo capro espiatorio su cui scaricare l’incapacità e l’inettitudine di chi ci governa: i giovani. Il mantra delle ultime settimane è attribuire la colpa per l’aumento dei contagi alle nuove generazioni additate come irresponsabili perché scelgono di andare in vacanza all’estero (legalmente) o perché trascorrono le proprie serate in discoteca (legalmente). Se la legge lo permette, i giovani hanno il diritto e la libertà di scegliere come passare il proprio tempo libero senza subire il linciaggio mediatico e i giudizi dei moralisti della domenica. Anche perché, se proprio volessimo prendercela con qualcuno, dovremmo farlo con chi ha riaperto le discoteche, non con chi le frequenta.
Ammesso e non concesso che sia giusto chiuderle, viene da chiedersi dove viva chi accusa i giovani di non rispettare il distanziamento dentro i locali da ballo, solo burocrati fuori dal mondo potevano pensare che all’interno di una discoteca si potessero rispettare pedissequamente le disposizioni individuate. Lo scarica barile sui giovani è particolarmente odioso perché sono gli stessi ragazzi e ragazze che hanno dato prova di maturità e rispettato le regole durante il lockdown ma questo governo è campione in uno sport nazionale purtroppo molto diffuso: non assumersi responsabilità e scaricare sempre su qualcun altro le proprie colpe. Il tutto condito da un velo di ipocrisia per cui la decisione di chiudere le discoteche avviene all’indomani di Ferragosto.
Ma il timore è che questa scelta rappresenti solo l’inizio di una serie di misure che verranno adottate nelle prossime settimane individuando di volta in volta nuovi presunti colpevoli quando in realtà è il governo a prendere decisioni salvo poi sconfessarsi. C’è anche un altro risvolto da tenere in considerazione, è in corso una colpevolizzazione di chiunque provi, pur con notevoli difficoltà e cercando di rispettare le regole, di tornare alla normalità. Accade con chi va in vacanza, così come con chi va al mare o a prendere un aperitivo con gli amici, diverso è il caso delle discoteche ma analogo è il ragionamento. Non è solo il governo a dirci come dobbiamo vivere, dove dobbiamo andare in vacanza, quali luoghi possiamo frequentare ma anche il nuovo tribunale mediatico che vuole decidere cosa è consentito fare e cosa no, addirittura sostituendosi alla legge. Non ti adegui? Poco male, è pronta la condanna morale a suon di video e articoli in cui puntare il dito contro l’irresponsabile di turno. Per questo il problema non è solo la chiusura delle discoteche come singolo episodio ma è molto più ampio e tocca da vicino tutti noi più di quanto possiamo immaginare. Francesco Giubilei, 18 agosto 2020
Antonio Socci, la verità politica sul coronavirus: "Una manna servita alla sinistra per riprendersi il potere". Antonio Socci su Libero Quotidiano il 17 agosto 2020. Per milioni di italiani il Covid cinese è stata una sciagura da superare quanto prima. Ma c'è qualcuno per cui sembra sia stata una manna: la Sinistra.Lo dicono loro stessi. Il direttore dell'Espresso, Marco Damilano, è un analista molto di parte, ma intelligente e non banale. Sull'Espresso di questa settimana parla di una «destra mondiale» che incanta i popoli perché evidentemente interpreta gli interessi delle persone concrete. Ma Damilano aggiunge: «Tutto questo è sembrato interrompersi con la pandemia. Si è inceppata la macchina militare comunicativa imposta dalla destra mondiale e subìta dalla sinistra evanescente», quella sinistra che «non sa parlare al Paese, preferisce occupare i minuti dei pastoni dei telegiornali della sera piuttosto che qualche angolo dell'immaginario. Non è stata una reazione di segno opposto a impantanare i sovranisti nelle loro contraddizioni, ma la realtà incontrollabile di un virus che ha sbugiardato molti luoghi comuni». In realtà il virus ha confermato proprio gli argomenti del centrodestra: dal pericolo cinese, alla necessità del controllo delle frontiere, dai danni della globalizzazione, alla necessaria sovranità monetaria, alla necessità di riportare le produzioni in patria (fino all'utilità della plastica). Ma è vero che - come scrive Damilano - il Covid è stato una mazzata per il Centrodestra e ha portato acqua al mulino della Sinistra (del resto è un virus che è stato partorito dalla Cina comunista). Perché è avvenuto questo? Per capirlo può servire un confronto fra Stati Uniti e Italia. A gennaio, prima della tempesta Covid, l'economia americana andava a gonfie vele, mentre quella italiana continuava a sprofondare come fa da 20 anni.
Biden risuscitato - Trump, a Davos, in gennaio, ricordò che sotto la precedente amministrazione gli Usa avevano perso 60 mila fabbriche, i salari erano in calo e i bisognosi di aiuto alimentare erano aumentati di più di 10 milioni. Mentre i suoi tre anni di presidenza hanno ribaltato la situazione, azzerando la disoccupazione, con un aumento di 12 mila aziende («oggi sono orgoglioso di dichiarare che gli Stati Uniti sono in un boom economico che il mondo non ha mai visto prima»). Trump a gennaio aveva la riconferma in tasca. Ma la crisi del Covid cinese ha dato una mazzata a questo boom economico, risuscitando il Democratico Biden, un candidato senza arte né parte. Al contrario, in Italia, il governo Conte2 si è addirittura rafforzato sebbene, alla crisi economica già esistente, abbia aggiunto le conseguenze economiche del Covid peggiori di ogni altro (secondo i dati del Fmi, l'Italia è l'ultima in classifica nel 2020 con un crollo del Pil del 12,8%). Siamo anche fra i Paesi che hanno avuto più vittime in rapporto alla popolazione, sono stati fatti errori colossali, eppure... Come si spiega questo assurdo paradosso? La differenza è questa: Trump non ha alimentato la paura per fare un uso politico del Covid, non ha accentrato il potere, non ha ibernato la vita democratica, né ha monopolizzato la narrazione sottoponendo il Paese a una propaganda asfissiante senza controcanto, ma si è preoccupato che il Covid, oltre a fare i suoi danni, non bloccasse totalmente il Paese, la sua economia e la sua vita. Invece il governo italiano ha usato il Covid, e la paura amplificata di esso, per accentrare il potere, mettendo in sonno la vita democratica, monopolizzando la narrazione e paralizzando il Paese, sull'onda del terrore generale, a costo di annichilire l'economia (pure nelle regioni in cui il virus era al minimo).
Senza bussola - L'aspetto curioso è che oggi Trump - dopo il trauma di marzo e aprile - vede già la ripresa impetuosa dell'occupazione negli Usa (anche a luglio 1,76 milioni di nuovi posti di lavoro non agricoli, confermando il trend di maggio e giugno), ma paga un duro pedaggio politico al Covid. Mentre l'economia italiana è quella uscita dal Covid più disastrata di tutte e non dà segni di ripresa, ma - grazie a mesi di propaganda senza controcanto - il governo Conte non ne risente. Anzi, ha pure allestito la sceneggiata del Recovery fund presentandola come la manna che cade dal cielo della generosa Europa a fare miracoli in terra italica, mentre - al contrario - è nuovo debito (in quantità mostruosa) e serve solo alla Germania per incatenare definitivamente l'Italia, ipotecando il nostro futuro sul modello Grecia. Non saranno trasferimenti «a fondo perduto», ma dovremo restituirli a caro prezzo. E questo governo non è in grado di usarli a beneficio del Paese, ma solo per continuare la propaganda. L'Huffington post, in un articolo intitolato "Governo senza bussola", afferma: «È in gioco il nostro domani e ci si attenderebbe un vasto, impegnativo, appassionato dibattito nazionale su come impiegare quei 208,8 miliardi europei. Invece zero, con Conte che ha l'aria di volersi tenere stretto il bottino e le forze politiche totalmente assenti». Il governo continua ad alimentare il fantasma di un'emergenza sanitaria permanente (che non c'è) per nascondere la vera emergenza, quella economica, che non sa affrontare. Ma in autunno i nodi verranno al pettine e la polveriera sociale esploderà.
Locatelli smonta la balla dei migranti che portano il virus: “Lo importa chi torna dai viaggi”. Il Dubbio il 17 agosto 2020. Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità: “Il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5% è positivo e una parte si infetta nei centri di accoglienza”. “Riapriremo le scuole a ogni costo. I contagi aumentano ma siamo ancora in vantaggio e possiamo contenere l’epidemia”. Lo dice in un’intervista al Corriere della Sera Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Comitato tecnico scientifico. Locatelli non pensa che le riaperture siano state affrettate ma forse si doveva prestare maggiore attenzione alle regole precauzionali, dalla mascherina all’evitare assembramenti. Sulle discoteche “la scelta era improcrastinabile. Avrà un impatto economico, purtroppo, ma la salute viene prima di tutto e quanto abbiamo visto accadere nelle discoteche come luoghi di assembramento va evitato altrimenti rischiamo di ritrovarci presto in una situazione più allarmante”. Per ora l’Italia, “è ancora in una posizione privilegiata, per quanto il numero dei casi sia in rialzo”. A seconda delle Regioni, “il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia – precisa Locatelli -. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5% è positivo e una parte si infetta nei centri di accoglienza”. Comunque essere messi meglio di Francia e Spagna “non esclude il timore di una crescita esponenziale della curva nelle prossime due settimane. Ma non siamo alla seconda ondata”. Bisogna arrivare “a ridosso della ripresa scolastica con il numero di casi più basso possibile”, così da riprendere le lezioni “senza rischi di dover poi chiudere classi o interi plessi”. Il Cts ritiene prioritario nelle scuole “garantire il distanziamento all’interno degli istituti impiegando le mascherine solo se necessario, in situazioni eccezionali e per brevi periodi”. Il rischio di nuove restrizioni “non va escluso. Oggi chiudono le discoteche, domani chissà. Dipende da noi cittadini”.
Sbarchi, Musumeci smaschera Conte: "Quanti sono i migranti contagiati. Io chiuderei i porti". Libero Quotidiano il 16 agosto 2020. Il 40 per cento dei casi di contagio da coronavirus in Sicilia riguardano gli immigrati clandestini. È questo il dato ufficiale che il governatore Nello Musumeci ha fornito durante un intervento su Rai1 a La vita in diretta estate. “Siamo una regione di frontiera - ha spiegato - e su oltre 560 positivi il 40 per cento è formato da migranti, approdati in Sicilia e sui quali il sistema sanitario regionale è subito intervenuto. Abbiamo effettuato circa 10mila tra test sierologici e tamponi. Noi siamo stati chiari con il governo nazionale, vorremmo che i migranti restassero sulle navi, dove possiamo accertare le loro condizioni sanitarie, nel caso fare a bordo la quarantena e poi essere ricollocati”. Inoltre Musumeci ha chiesto e ottenuto l’invio di altre forze militari, ma l’emergenza non si arresta: solo a Lampedusa da stamattina sono avvenuti altri quattro sbarchi autonomi e nell’hotspot dell’isola ci sono di nuovo oltre 500 persone. Sull’emergenza sbarchi il governatore siciliano è stato chiaro: “Se io avessi il potere di chiudere i porti, lo farei perché sono fermamente convinto che questo fenomeno migratorio, tristissimo e doloroso, continuerà ancora nelle prossime settimane con migliaia e migliaia di migranti. Questo crea una condizione di tensione sociale oltre alla preoccupazione dei sindaci”.
Migranti positivi al coronavirus, "liberi di fuggire dal centro di accoglienza di Monastir": la denuncia del Sap. Salvatore Dama su Libero Quotidiano il 18 agosto 2020. Aggiornamento: Il centro di accoglienza di Monastir è stato "alleggerito" in seguito alle proteste del sindaco Luisa Murri. La Prefettura di Cagliari ha deciso di trasferire 20 migranti algerini in un'altra struttura a Tonara, nel Nuorese. Di seguito, l'articolo di Salvatore Dama sulla denuncia del sindacato di Polizia Sap. Monastir è un paesino della provincia di Cagliari. Sta nell'entroterra. A pochi chilometri dall'aeroporto di Elmas. C'è un'ex scuola di Polizia Penitenziaria. Ed è lì che il ministero dell'Interno ha deciso di alloggiare i migranti che arrivano in Sardegna. Sono quasi tutti algerini. Arrivano con i barchini in piccoli gruppi. Al momento l'hotspot ne ospita 150 circa. Un tot di loro ha il Covid. Ci sono due reparti infettivi dedicati. Ma non sono chiusi a chiave. E allora i positivi, durante il giorno, se ne vanno in giro dentro e fuori dal centro di permanenza. Indisturbati. Mettendo a rischio i loro connazionali, il personale di pubblica sicurezza, gli operatori della società che gestisce il centro e i cittadini di Monastir. Che se li ritrovano per strada, al bar, al supermercato. È una situazione al limite del paradosso. Oltre il paradosso. E la racconta Luca Agati, segretario provinciale cagliaritano del Sindacato autonomo di polizia (Sap). Agati ha inviato una lettera al Questore, corredata da un ampio dossier fotografico, per denunciare l'emergenza sanitaria che ha sotto gli occhi. L'altro giorno, riferisce, un gruppo di positivi «sedeva beatamente all'esterno, sotto il porticato, come se nulla fosse, fumando e bevendo caffè acquistato alle macchinette poste in un'altra palazzina limitrofa».
Ventre molle - I poliziotti che lavorano nel centro non sono in grado di distinguere tra Covid-positivi e sani. E anche i dipendenti della cooperativa, a dirla tutta. «Abbiamo assistito a scene del tipo: "Sei Covid?" "No" "Ah ok"», rivela Agati. Il controllo nei reparti infettivi viene fatto la mattina e la sera. Poi se durante il giorno i contagiati se ne vanno in giro, nessuno vigila. Come l'hotspot di Lampedusa, anche Monastir ha un ventre molle. C'è una parte retrostante priva di barriere. I lavori di ristrutturazione non sono mai stati finiti. Allora i migranti scavalcano agevolmente il muro di cinta. Se ne vanno in giro, raggiungono il centro commerciale e tornano con buste piene di bottiglie di superalcolici e birre. Il proprietario della casa vicina al centro ha denunciato le continue violazioni dei suoi confini. Per i poliziotti è impossibile gestire l'ordine: «Non è chiara la distribuzione all'interno della struttura degli stranieri, perché anche gli stessi organizzatori faticano a capirla». Agati cita il caso di un gruppo di cinque algerini che è stato accompagnato al centro «poiché in una struttura di Quartu avevano creato turbative. Queste persone restano all'esterno perché si rifiutano di entrare all'interno. Fanno parte di questi alcuni nordafricani controllati qualche giorno fa in Piazza del Carmine mentre sostavano in quella Piazza insieme ad altri connazionali. E parliamo sempre di persone in quarantena».
Rischi sanitari - Il rischio di contagio tra stranieri è «altissimo» posto che «i positivi Covid hanno la possibilità di aggirare facilmente i controlli allontanandosi dalle proprie stanze. E questo rischio si estende di conseguenza agli operatori di polizia di vigilanza». Monastir esplode, oltretutto. I gestori del centro dicono che se ci dovessero essere altri sbarchi, non saprebbero dove mettere i nuovi arrivi. Beffa nella beffa, racconta il rappresentante del Sap, «un decina di algerini ha occupato alcuni locali dove sono presenti gli uffici di Polizia, le macchinette ed i bagni a noi dedicati costringendo i colleghi all'espletazione dei bisogni fisiologici all'esterno della struttura». C'è poi una questione umanitaria. I migranti vivono in condizioni igieniche precarie. C'è un nucleo familiare con tre minori (1, 3 e 5 anni). E i bambini giocano in mezzo ai sacchi dell'immondizia abbandonati accanto alla struttura che li ospita.
Leonardo Berberi per il “Corriere della Sera” il 17 agosto 2020. Tredicimila persone partite dai Paesi europei «attenzionati» per la ripresa dei contagi sono sbarcate ieri in Italia lasciando gli aeroporti senza alcun test medico. Tutti loro dovranno ora auto-denunciarsi - dotandosi di pazienza visto che i centralini spesso risultano intasati -, essere sottoposti agli accertamenti e nel frattempo starsene a casa (tranne che in Lombardia). Cinque giorni dopo l'ordinanza del ministro della Salute - che prevede il tampone per chi arriva da Spagna, Grecia, Croazia e Malta - negli aeroporti (e porti) del nostro Paese si va in ordine sparso. Negli scali di Roma Fiumicino, Venezia, Verona, Pescara e Perugia gli esami hanno iniziato a farli. A Ciampino - l'altra struttura della Capitale - si parte oggi, a Bologna sarà avviata una «sperimentazione», a Palermo e Catania sono state individuate le aree per i test (ma non sono ancora operative), a Bari e Brindisi si è deciso che gli accertamenti è meglio farli fare 72 ore dopo l'arrivo (contro le 48 dell'ordinanza ministeriale). Chi arriva a Genova dovrà auto-segnalarsi e chi sbarca a Napoli dovrà porsi in isolamento in attesa dell'appuntamento per recarsi nei centri appositi. A Milano Malpensa, Linate e Bergamo - tre degli aeroporti più affollati d'Italia che ieri hanno avuto 67 voli in arrivo da Spagna, Grecia e Malta sui 128 del totale nazionale - dei tamponi nemmeno l'ombra. Fino a ieri sera si era ancora alla fase delle «interlocuzioni» - per dirla con le parole dell'assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera - con il dicastero e Sea (società che gestisce Malpensa e Linate, ndr ), «per poter effettuare in prossimità o all'interno dei due scali i tamponi», forse già a metà settimana. All'aeroporto cittadino non c'è spazio dentro al terminal (ci sono dei cantieri) e si dovrà trovarlo all'esterno. A Malpensa l'area è già stata individuata. Un'operazione non facile: Sea può allestire la struttura, ma chi dovrà occuparsi materialmente degli esami sono gli Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera) che hanno bisogno del personale sanitario delle agenzie di tutela della salute della Lombardia. Chi atterra a Bergamo può andare al vicino ospedale di Seriate dove si esegue il test senza prenotazione. C'è poi la questione dei tamponi. I kit - spiegano al Corriere fonti aeroportuali - non sono nella disponibilità degli Usmaf. Il ministero della Salute dovrebbe spedire da domani in diversi scali del Paese dei test sierologici rapidi (risultato in 30 minuti), una soluzione che gli esperti consultati ritengono avere un'attendibilità «un po' più bassa» del tampone. Intanto il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi lamenta la poca collaborazione delle compagnie aeree perché non forniscono gli elenchi dei passeggeri in arrivo. A quanto si apprende qualche aeroporto ha già iniziato a chiedere i nomi, «ma non tutti i vettori sono veloci a fornirli, anche per una questione di privacy». «Due ore e mezza di attesa per i tamponi, ma è giusto farli». Marco Volpi, imprenditore napoletano, si è appena lasciato alle spalle la lunga fila di passeggeri pronti a fare i test per il Covid-19 all'aeroporto di Fiumicino. Con moglie e figli a seguito, torna da una settimana di vacanza tra il mare blu delle Cicladi, una tappa ad Atene e, ieri mattina, il brusco ritorno alla realtà. «La situazione in Grecia è abbastanza tranquilla, certo non tutti portano la mascherina, ma noi siamo stati molto attenti. - racconta il manager -. Sulle spiagge non c'erano grandi assembramenti, forse abbiamo visto più ressa nei locali». Tra moduli da compilare e un rapido tampone nasofaringeo, i viaggiatori aspettano pazienti e un po' nervosi il proprio turno tra i box allestiti in un angolo del Terminal 3 dello scalo romano, mentre al megafono un'addetta aeroportuale ricorda loro di mantenere la distanza di un metro. Poi c'è l'altra attesa, un po' più lunga, per i risultati. «Ci chiameranno entro due-tre giorni, ma non siamo preoccupati - assicura Marco, che critica però l'organizzazione sanitaria a livello europeo -. Dovrebbero uniformare le regole, fare gli stessi test in tutti i Paesi, così non rischiamo di portare il virus in giro».
Alessandra Ziniti per repubblica.it il 16 agosto 2020. Gli oltre 600 contagi di ieri, la crescita costante dei numeri, i ragazzi ricoverati in condizioni severe spaventano il governo. Che ha deciso di non aspettare oltre. E, nella riunione con i governatori convocata dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, ha chiesto di chiudere da domani discoteche e qualsiasi luogo dove si tengono serate danzanti, dalle sale da ballo ai lidi. Il governo farebbe venire meno la deroga al Dpcm che ha finora consentito ai presidenti di Regione di aprire le discoteche. Il confronto non è facile. Alcuni governatori resistono, chiedono di procrastinare la chiusura almeno di una settimana, e il braccio di ferro è ancora in corso. Non solo: a preoccupare è in generale tutta la movida, luoghi di ritrovo, piazze, locali. Per questo il governo intende imporre l'obbligo di mascherina all'aperto in qualsiasi luogo dove possono formarsi assembramenti, dalle 18 alle 6 del mattino. I ministri della Salute Speranza e degli Affari regionali Boccia avevano già avvertito i governatori che appena 48 ore fa avevano chiesto di non adottare alcun provvedimento lasciando alle singole Regioni la responsabilità di prendere misure più restrittive come hanno fatto Bonaccini e Zaia in Emilia-Romagna e Veneto disponendo che si potesse ballare solo con la mascherina e con i locali a capienza dimezzata.
Da corriere.it il 17 agosto 2020. Daniela Santanchè ha deciso di protestare contro la chiusura delle discoteche decisa dal governo postando un video in cui balla al Twiga, il suo bagno/discoteca di Forte dei Marmi. «Conte ha deciso che non possiamo più ballare. Un provvedimento senza senso che non c’entra con l’aumento dei contagi, non ci sono evidenze scientifiche, c’è solo una limitazione delle Libertà! Questo governo non difende gli italiani ma i clandestini con il covid».
Da lapresse.it il 17 agosto 2020. Il SILB, l'associazione delle imprese dell'intrattenimento da ballo e spettacolo, presenta ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del governo che sancito la chiusura delle discoteche per evitare assembramenti e scongiurare una recrudescenza della pandemia di coronavirus. L’obiettivo è bloccare gli effetti dell’ordinanza del Ministero della Salute. "Gli assembramenti sono ovunque, ma si colpisce soltanto noi. Così si incentiva l'abusivismo", denuncia il presidente del SILB-Fipe Maurizio Pasca. Domani è in programma l'incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, per discutere dei rimborsi.
Discoteche chiuse, il Tar del Lazio boccia il ricorso dei gestori. Notizie.it il 19/08/2020. Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta dei gestori delle discoteche, che restano chiuse dopo l'ordinanza del ministro Speranza. Le discoteche restano chiuse: è quanto stabilito dalla sentenza del Tar del Lazio. Il tribunale amministrativo ha respinto la richiesta dei gestori, che chiedevano la sospensione dell’ordinanza dello scorso 16 agosto con cui il ministro Roberto Speranza ha introdotto l’obbligo di mascherina nei luoghi pubblici a rischio di assembramento e ha sospeso “l’attività del ballo” nei locali. Si attende, ora, l’udienza in camera di consiglio, prevista per il prossimo 9 settembre. Il ricorso era stato presentato al Tar del Lazio dal Silb-Fipe-Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento da Ballo e di Spettacolo. Secondo quanto si apprende dalla sentenza, depositata alle 9 di mercoledì 19 agosto, la tutela degli interessi economici dei gestori è stata giudicata “recessiva rispetto all’interesse pubblico alla tutela della salute nel contesto della grave epidemia in atto. La natura dei danni ne consente in linea di principio la successiva reintegrazione anche per equivalente, nel caso che il giudizio abbia esito favorevole alla parte ricorrente”. Nelle stesse ore, intervistato dal Fatto Quotidiano, il premier Giuseppe Conte è tornato a parlare della riapertura delle discoteche all’inizio dell’estate, sottolineando che si è trattato di una decisione presa dalle regioni e non dal governo. “Ho sempre ritenuto impensabile che in una discoteca si potessero rispettare: è chiaro che sono luoghi privilegiati di diffusione del contagio” ha spiegato il presidente del Consiglio.
Conte: “Il governo non ha mai autorizzato la riapertura delle discoteche”. Notizie.it il 19/08/2020. Il premier Conte torna a parlare dell'apertura delle discoteche dopo il lockdown: "Il governo non l'ha autorizzata, decisione delle regioni". Resta acceso il dibattito sulle discoteche, non solo sulla loro recente chiusura (o meglio, sulla sospensione dell’attività del ballo) ma anche sulla loro riapertura dopo il lockdown. A gettare nuova benzina sul fuoco è il Premier Giuseppe Conte che in un’intervista al Fatto Quotidiano ha spiegato di non aver mai autorizzato l’apertura delle discoteche, decisa autonomamente dalle Regioni. L’ultimo decreto del 7 agosto parlava infatti chiaro. Il governo aveva stabilito che i locali dovessero rimanere chiusi ma che le singole amministrazioni regionali potessero derogare alla norma e aprirli nel rispetto delle misure anti coronavirus tra cui distanziamento e obbligo di indossare le mascherine. Regole che, ha spiegato Conte, “ho sempre ritenuto impensabile che in una discoteca si potessero rispettare: è chiaro che sono luoghi privilegiati di diffusione del contagio“. Legittimate dalla possibilità di deroga, alcune Regioni hanno comunque aperto le sale da ballo adottando dei protocolli sanitari per limitare la circolazione del virus. Ma, una volta constatato che ciò avrebbe potuto far risalire la curva epidemiologica, il Premier ha deciso di intervenire. Ha quindi convocato una Conferenza con i rappresentanti delle Regioni e dello Stato per convincere “anche i presidenti regionali più riluttanti a disporre la chiusura“. Una riunione che ha portato all’emanazione di un’ordinanza da parte di Speranza con cui si disponeva la sospensione dell’attività del ballo. E questa volta l’impossibilità delle Regioni di intervenire in materia e dunque il loro obbligo a rispettare la norma nazionale. Un provvedimento che stabilisce inoltre l’obbligo di indossare le mascherine anche nei luoghi all’aperto dalle 18 alle 6.
Cesare Zapperi per il “Corriere della Sera” il 18 agosto 2020. «È difficile essere contrari alla chiusura, perché certe scene che abbiamo visto sono inaccettabili. Ma stiamo attenti a demonizzare le discoteche». Il governatore veneto Luca Zaia accetta sì, ma a malincuore il drastico provvedimento deciso dal governo. Per due ragioni: una di carattere generale, per i danni che subirà il settore; e una personale, perché in gioventù ha lavorato nelle discoteche come « pr» per pagarsi l'università.
Lo ammette anche lei, non si poteva fare diversamente.
«Purtroppo sì. Sicuramente per responsabilità di alcuni gestori che hanno voluto riempire oltre misura i loro locali. Ma, va detto, anche per l'irresponsabilità di chi non indossa la mascherina e non rispetta il distanziamento. Di chi pensa che non ci sia un domani. Ma attenzione...».
A cosa?
«Non si creda che chiudere risolva tutto. Nelle località di mare la gente si riversa sulle strade o nelle piazze. In certi luoghi non si riesce nemmeno a camminare. Lì il problema non esiste?».
Lei stesso era intervenuto con un'ordinanza che imponeva alle discoteche una capienza massima del 50%.
«Ho cercato un punto di equilibrio».
Non è bastato?
«No, visto che la sera stessa un locale è stato chiuso dopo i controlli».
Allora vede che c'è chi non vuol capire?
«Sì, per carità, però umanamente mi dispiace che per pochi irresponsabili paghi un intero settore. È anche per questo che ho chiesto al governo di prevedere misure di ristoro per chi subirà danni».
Presidente, si sa che nelle discoteche le regole spesso sono un optional.
«Ecco, io credo che i locali notturni siano vittime di un'immagine ingenerosa. Li si identifica come luoghi frequentati solo da chi abusa di alcol o di droghe. Non è così: c'è tanta gente per bene che vuole divertirsi e tante persone che lavorano seriamente per sbarcare il lunario».
Ricordi di gioventù?
«Come "pr" nel 1986 ho portato il marketing nelle discoteche. Ho conosciuto, perché lavoravano con me, tanti ragazzi che oggi fanno i manager in società multinazionali o che sono diventati professionisti affermati».
Come è finito a lavorare in discoteca?
«Beh, prima ho fatto il muratore e il meccanico nell'officina di mio papà. Poi, quando la mia scuola, la Scuola enologica di Conegliano, mi ha affidato il compito di organizzare la festa di fine anno ho capito che quello poteva essere un lavoro adatto a me».
Da lì alle discoteche?
«Sì, ho lavorato per due locali del mio paese (Godega di Sant' Urbano, nel Trevigiano) e di Caorle».
Che cosa ha imparato?
«Detto che con quel lavoro mi sono pagato l'università che ho concluso senza saltare un appello, è stata una straordinaria esperienza di vita».
Addirittura...
«Di notte, tra i clienti, conosci persone che di giorno non vedi oppure persone che di notte si comportano in modo molto diverso che di giorno. Tra quelli con cui condividi le fatiche, ti imbatti in tanti ragazzi che fanno sacrifici per pagarsi gli studi o mantenere una famiglia. È a loro che penso quando vedo chi gioisce per la chiusura dei locali».
Non si poteva stare a guardare: i contagi stanno risalendo, c'è chi si comporta come se nulla fosse.
«Questo succede perché il virus è meno evidente, meno aggressivo. E tuttavia c'è, non possiamo nascondercelo».
I numeri in Veneto non sembrano preoccupanti.
«Abbiamo 6.900 persone in isolamento, ma i positivi sono solo 1.600. I ricoverati in terapia intensiva 5. Ma i numeri rischiano di dare una percezione sbagliata per una narrazione che ha ingenerato un grande equivoco».
Quale?
«Che sia il virus degli anziani. A furia di parlare di morti nelle Rsa, è passata l'idea che sia un problema limitato ai vecchi. I giovani si sono sentiti esentati. Ma si sbagliano di grosso. Intanto l'età media delle persone contagiate si è abbassata di molto. E poi questo è un virus che non perdona, non è una bronchite che si cura con l'antibiotico».
Chiara Maffioletti per il “Corriere della Sera” il 18 agosto 2020. Nelle scorse settimane aveva aspettato, morsicandosi la lingua più volte, ammette adesso. Ma dopo il suo post sui suoi profili social - in cui, senza girarci troppo attorno, ha dato dell'ubriaco a chi aveva deciso di riaprire le discoteche -, Linus è finito prepotentemente al centro del dibattito che riguarda un mondo che conosce da vicino: quello della musica, delle discoteche e del divertimento notturno. «Il mio, però, non è un attacco alle discoteche - spiega - se mai una loro difesa, pensando anche ai gestori che sono stati lasciati a metà del guado: a un certo punto è stato detto loro "aprite", ma buttandogli addosso tutte le responsabilità». La questione più che prevedibile, per il direttore artistico di Radio Deejay, era l'impossibilità di evitare assembramenti in luoghi dove, fondamentalmente, si va per assembrarsi. «Se prima queste potevano essere opinioni, adesso iniziano ad essere numeri. Sono il primo a dire che non si deve vivere in uno Stato di polizia o, comunque, con il terrore continuo. Cerco di fare una vita abbastanza normale, non ho paura di andare al mare o al ristorante, ma era doveroso eliminare tutte le situazioni esageratamente affollabili». Questo mese, a Riccione, sono in corso le serate in piazza della sua radio. La gente c'è. «Ma stiamo seguendo tutte le regole e le indicazioni della questura. Se gli altri anni questi stessi eventi erano pensati per 15, 20 mila persone, oggi la piazza ne ospita 2 mila al massimo e tutte sedute: sembra di essere al Cremlino, quando si facevano gli spettacoli per la nomenklatura». Come mai non ha detto prima quello che pensava? «Perché non volevo finire nella polemica. Ma dopo Ferragosto è arrivata la decisione di chiudere e mi è sembrata a livello di tempistica talmente ipocrita da non riuscirmi più a trattenere». Del resto, «se era pericoloso si poteva intervenire anche prima. Invece hanno preferito aspettare dopo il 15». Nelle settimane precedenti, suo fratello Albertino era sul palco del Praja di Gallipoli, una delle discoteche più criticate per i tanti assembramenti e le poche mascherine. «Mio fratello è adulto e fa le sue scelte. Personalmente non è che la cosa mi facesse impazzire, ma era una sua decisione. Anche solo qualche tempo fa c'era l'idea che i locali si potessero organizzare». Dopo aver bloccato i concerti, che logica c'era nel permettere a diversi cantanti di esibirsi davanti a una folla? «Nessuna, ma sono stati abbastanza pochi. C'è stata Elettra Lamborghini, che poi giustamente ha deciso di annullare le altre date... ma anche i ragazzi del rap e della trap e dintorni, in generale, sono stati buoni e a casa». Parla ogni giorno a milioni di giovani Linus, per questo non crede abbiano improvvisamente dimenticato l'emergenza. «Da marzo a maggio sono stati meravigliosi. Semplicemente, hanno bisogno di regole chiare, indicazioni precise. Quando diventano incomprensibili prevale la voglia di scatenarsi, specie dopo un periodo come questo». Tutto prevedibile, insomma. E quindi scongiurabile. «Ho usato delle espressioni forti per dire che non ci voleva tanto, si poteva capire che saremmo arrivati a tutto questo. E resto convinto che quindi si poteva evitare».
Matteo Salvini protesta: “Chiudono discoteche e lasciano porti aperti”. Notizie.it il 17/08/2020. Matteo Salvini ha scatenato sui social una protesta contro la chiusura delle discoteche e l'apertura dei porti. Matteo Salvini protesta contro la chiusura delle discoteche su Twitter. Una nuova ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, ha stabilito la chiusura di tutte le discoteche e le sale da ballo in Italia, fino al 7 agosto. Oltre questa decisione è stato stabilito che dalle 18 alle 6 del mattino la mascherina diventa obbligatoria anche all’aperto in tutti i luoghi in cui è più facile creare assembramenti, per cercare di contenere i contagi dovuti anche alla movida. Un momento di nuovo cambiamento, che ha molto a che fare con la riapertura imminente delle scuole. “Sono sospese, all’aperto o al chiuso, le attività del ballo che abbiano luogo in discoteche, sale da ballo e locali assimilati destinati all’intrattenimento o che si svolgono in lidi, stabilimenti balneari, spiagge attrezzate, spiagge libere, spazi comuni delle strutture ricettive o in altri luoghi aperti al pubblico” si legge sulla nuova ordinanza di Roberto Speranza, che ha spiegato che l’attenzione deve rimanere alta proprio per riuscire ad aprire le scuole in sicurezza a settembre. Non è d’accordo Matteo Salvini che, sul suo profilo Twitter, ha scritto: “Chiudono discoteche e sale da ballo. Lasciano i porti spalancati. Vergogna!“. “Chiudono locali e negozi, terrorizzano e multano gli italiani, mettono a rischio migliaia di aziende e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Intanto anche oggi sono sbarcati in Sicilia più di 100 clandestini (quasi 10.000 fra luglio e agosto) e i contagi aumentano in gran parte per colpa di chi arriva dall’estero. Duri con gli italiani, deboli coi clandestini: governo di incapaci” aveva detto in un’altra occasione il leader della Lega.
"La prova: centri sociali all'opera nel lockdown per conto del Comune". Il centrodestra attacca: "Grave commistione". Risposta elusiva dell'assessore: "Cose lecite". Alberto Giannoni, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. Esponenti discutibili di centri sociali controversi (e a volte abusivi) giravano per Milano svolgendo servizi di natura sociale nei giorni del «lockdown». I contorni di questa paradossale vicenda emergono, seppur in modo frammentato e indiretto, dalla risposta data dalla giunta ai due capigruppo di centrodestra - Andrea Mascaretti e Fabrizio De Pasquale - che avevano chiesto chiarimenti su quanto accaduto in città nei mesi scorsi. Era marzo e aprile e la gran parte dei cittadini - soprattutto anziani - non usciva di casa per effetto di disposizioni e raccomandazioni delle autorità. Ebbene in quei giorni i militanti delle «Brigate volontarie per l'emergenza», formazioni con nomi e simboli anche inquietanti, svolgevano servizi di questo genere, e lo facevano con le pettorine del Comune. La loro presenza e il loro impegno, peraltro, è stato raccontato da alcuni articoli apparsi in quotidiani e riviste di sinistra, con buona pace della risposta firmata dall'assessore Gabriele Rabaiotti, tesa a minimizzare ma sostanzialmente non in grado di smentire queste circostanze. «Ritengo che sia molto grave quanto accaduto - riflette Mascaretti, capogruppo Fdi - con la sua risposta l'amministrazione prende le distanze e si lava le mani, ma le spiegazioni fornite dall'assessore non sono esaustive, e sopratutto contrastano con alcune cronache, una delle quali uscita sull'Espresso». In questo articolo, fra l'altro, parla in particolare - da coordinatore - uno degli esponenti di questi collettivi. «Si tratta di un personaggio finito alla ribalta delle cronache per frasi odiose rivolte a Matteo Salvini - dichiara Mascaretti - immaginiamo cosa sarebbe successo se l'avesse fatto qualcun altro. E a questo proposito sottolineo che queste brigate erano nove, una per zona, e che una di queste è intitolata a Giulio Paggio, condannato all'ergastolo per le efferate azioni commesse come comandante della Volante rossa, l'organizzazione paramilitare comunista. Ebbene, nella risposta l'assessore dice ammesso che le Brigate si siano formalmente costituite come soggetto giuridico e ammesso che abbiano scelto dei nomi per lei discutibili; quindi quel nome per lui non è discutibile?». «La mia interrogazione verteva su questi aspetti e sulle modalità di svolgimento di quest'opera, in cui risulta che siano comparsi anche volantini politici. Comunque, in quali locali e con quali condizioni igienico-sanitarie il materiale era trattato e da chi? C'è qualcosa di preoccupante in questo sistema». Nella risposta, Rabaiotti tende a spiegare che tutta l'organizzazione era in mano a «Milano Aiuta», una sorta di piattaforma che potrebbe aver «intercettato» associazioni, nessuna delle quali comunque legata al Comune da accordi o patti. «Non si esclude - si legge - che le Brigate siano nate in seguito all'attivazione volontaria di molte/i cittadini che in quel momento hanno sentito la responsabilità di mettersi a disposizione». Privati cittadini insomma, questa la tesi. «Ci si domanda dove stia il problema» dice l'assessore. Ma anche De Pasquale non cede: «Chiamando lo 0202020 e arrivavano questi personaggi. Il compito di fare assistenza quindi era stato incautamente demandato anche ai centri sociali, e questo metteva anche a rischio i cittadini, anche anziani, perché nessuno conosceva lo stato di salute di queste persone, prive di formazione e preparazione. Alla fine, forse resosi conto, il Comune ha chiesto la firma di una sorta di malleva per sollevarsi da responsabilità. Ma la vicenda testimonia assoluta impreparazione e testimonia l'abitudine di affidare agli amici degli amici questi compiti, con l'obiettivo di legittimarli magari in vista di qualche assegnazione».
Discoteche chiuse, festa dei partigiani aperta. Redazione culturaidentita.it il 17 Agosto 2020. Ancora una volta l’Italia, complice la propria politica permissivista in senso unilaterale, si conferma paese dai due pesi e dalle due misure. Questa volta a Viareggio, proprio in concomitanza con la chiusura delle discoteche operata dal governo, è stata la festa dei Partigiani a svolgersi in totale libertà e menefreghismo. Gruppi di persone senza alcun distanziamento sociale, e senza le precauzioni imposte al resto dei cittadini, hanno partecipato all’evento. Critiche ed accuse sono state lanciate anche dalla senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè: proprietaria di una discoteca chiusa dal governo, ha giustamente espresso vergogna e negativo stupore nella scoperta che per i Partigiani certe regole, di base comunque assurde, non valgano. Non è la prima volta che eventi simili accadono: lo stesso 25 aprile, in pieno lockdown, l’ANPI venne lasciata libera di sfilare per Roma, con annessi assembramenti, testimoniando come di fatto in Italia le leggi, giuste o sbagliate che siano, non sono uguali per tutti. Ma vi è anche un ragionamento che strappa un sorriso. La rossa, ancora per poco, Toscana, con la politica di parte che il candidato del PD Eugenio Giani vorrebbe continuare ad attuare dopo le elezioni, dimostra che quel famoso concetto ideologico di uguaglianza tanto caro alla sinistra, sia solo utopia da rinnegare dinanzi a qualsiasi pagliacciata che possa raccattare qualche pugno di voti.
Moschea, autonomi, bus. Quelli che si esentano da regole e divieti Covid. Denunce sui parcheggi pullman a Lambrate, i centri sociali e le preghiere a Lampugnano. Alberto Giannoni, Martedì 18/08/2020 su Il Giornale. Tutte le persone sono potenzialmente contagiose ma alcune - evidentemente - sono «più contagiose» di altre. È l'impressione che si ricava da diverse segnalazioni di vari casi in cui le restrizioni e le precauzioni previste vengono tranquillamente ignorate, con buona pace dei cittadini che con queste regole fanno scrupolosamente i conti. Uno dei più eclatanti è quello evidenziato dall'ex vicesindaco Riccardo De Corato, che ieri ha denunciato quanto accaduto a Spino d'Adda (Cremona) dove un rave party con 1.500 partecipanti provenienti da tutta Europa è andato avanti indisturbato per tre giorni. Caso analogo a Milano quello dei centri sociali. Ieri Il Giornale ha raccontato come nell'ex scuola di via Del Volga uno di questi collettivi abbia aperto addirittura uno sportello sulla salute sessuale, continuando inoltre a organizzare eventi, pranzi e performance artistiche, il tutto nell'inerzia del Comune. Un altro riflettore su un'area di non rispetto delle regole è stato accesso dalla Nuova Bussola quotidiana, il giornale diretto da Riccardo Cascioli che ha documentato quanto oggi accade il venerdì a Lampugnano, zona Palasharp, dove ormai da molti anni il venerdì si riuniscono a pregare alcune centinaia di fedeli musulmani in virtù di un accordo firmato in Prefettura dal centro di viale Jenner e poi di una delibera comunale che ha stabilizzato questa destinazione. «Il tendone-moschea era pieno - ha scritto Cascioli - almeno 5-600 persone a giudicare dal flusso alla fine della preghiera: tutti i presenti vicini l'uno all'altro, pochissime le mascherine». Questo - va detto - in un «tendone-moschea» autorizzato. Cascioli ha citato il protocollo col quale il 15 maggio governo e associazioni islamiche hanno previsto mascherine, distanze, tappeti «personali» e gestione dei flussi di persone. E ha parlato di «farsa», confrontando quanto visto a Milano con l'occhiuta cautela con cui il Viminale, a quasi due mesi dalla richiesta, ha concesso alla Conferenza episcopale italiana la reintroduzione dei cori - con distanze - e la possibilità che moglie, marito e figli possano sedersi vicini in chiesa. L'eurodeputato Carlo Fidanza (Fdi) commenta notando come ai cittadini «si impongono regole assurde, come quella di indossare la mascherina dalle 18 alle 6» mentre «alla comunità islamica si lascia libertà assoluta». Intanto in Zona 3 si registra ciò che avviene in via Rombon. Lo denuncia il capogruppo leghista Gianluca Boari citando il gruppo «Lambrate informa»: anche in questo week-end, come succede ormai da anni, il parcheggio del mercato comunale di via Rombon si è trasformato nel terminal per pullman e «minivan» provenienti dall'Est Europa. «Il Comune conosce da anni questa situazione e lascia fare, sembra sempre che per qualcuno le regole non valgano. Questo buonismo - dice - contribuisce a creare rabbia e sfiducia da parte dei cittadini. Pretendiamo di sapere se questa situazione è almeno controllata dal punto di vista igienico e della prevenzione della diffusione del covid».
Chi soffia sul fuoco Covid. "Profezie" sul nuovo incubo. Secondo Gimbe con questo aumento di casi si rischiano nuovi lockdown. In barba a chi cerca di mantenere un po’ di razionalità e spegne gli allarmismi. Valentina Dardari, Giovedì 13/08/2020 su Il Giornale. Anche la Fondazione Gimbe continua a soffiare sul fuoco che, invece di spegnersi, rischia così di divampare presto in un incendio indomabile. Dopo che il Comitato tecnico scientifico, con le parole di Miozzo, suo coordinatore, ha minacciato chiaramente nuovi possibili lockdown, anzi per loro quasi certi, adesso arriva anche la Fondazione Gimbe a mettere carne sul fuoco. Ha infatti monitorato e commentato i dati relativi al periodo compreso tra il 4 e l’11 agosto. Con tanto di tragica profezia.
I dati. Il presidente Nino Cartabellotta ha parlato di un trend preoccupante e ha avvertito che, se non si riesce a invertire la rotta, “sull’avvio dell’anno scolastico incombe lo spettro di nuovi lockdown”. Alunni e, soprattutto genitori, avvertiti. L’incremento del 46% dei nuovi casi, con un +2.818 contro i 1.931 della settimana precedente, e la crescitadel numero di pazienti ricoverati con sintomi (801 invece di 761) e anche di quelli in terapia intensiva (49 contro 41), è perfetto per chi vuole creare allarmismo nella popolazione. Quello che preoccuperebbe maggiormente la Fondazione Gimbe sarebbe l’aumento dei casi in proporzione ai tamponi fatti: 174.671 quelli effettuati tra il 4 e l’11 agosto, contro i 187.316 della settimana precedente, quindi -6,8%. Cartabellotta ha spiegato che “se nelle prime tre settimane di luglio i nuovi casi erano stabili (circa 1.400 per settimana), nelle ultime due sono progressivamente aumentati da: 1.736 nella settimana 22-28 luglio a 1.931 nella settimana 29 luglio–4 agosto e a 2.818 nella settimana 5–11 agosto”. Si sarebbe anche registrato un incremento di 8 pazienti ricoverati nei reparti di terapia intensiva. Non tutte le regioni hanno però avuto lo stesso trend di crescita. In 5 Regioni vi è stato invece un calo complessivo di 31 nuovi casi rispetto alla settimana precedente. Sono quindici le Regioni dove invece vi è stato un aumento di positivi. Prima la Lombardia, con +198, che solo per poco distanzia la Sicilia, con un +153. Nel report di monitoraggio del coronavirus a cura del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità, si legge che "le stime Rt tendono a fluttuare in alcune Regioni e Province autonome in relazione alla comparsa di focolai di trasmissione che vengono successivamente contenuti. Si osservano, pertanto, negli ultimi 14 giorni stime medie pari o superiori ad 1 in nove Regioni dove si sono verificati nelle ultime 3 settimane recenti focolai ma senza comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali". Nel report si invita quindi la popolazione alla cautela, perchè, come viene sottolineato, in alcune parti dell'Italia la circolazione del virus è ancora rilevante.
L'allarme. Si legge inoltre che "in quasi tutte le Regioni e Province autonome sono stati diagnosticati nella settimana di monitoraggio nuovi casi di infezione importati da altra Regione e/o da Stato estero. Oltre ai focolai attribuibili alla reimportazione dell'infezione, vengono segnalati sul territorio nazionale alcune piccole catene di trasmissione di cui rimane non nota l'origine. Questo conferma come in Italia l'epidemia di COVID-19 non sia conclusa e come la situazione epidemiologica rimanga estremamente fluida e a rischio di peggioramento". Tanto per non creare allarmismi. Il presidente Cartabellotta ha manifestato preoccupazione a fronte dei nuovi dati. “Se da un lato Governo e Regioni cercano di mettere in campo nuove azioni per frenare la risalita dei contagi, la comunicazione pubblica continua a essere influenzata da messaggi che minimizzano i rischi, ignorando totalmente dinamiche e tempistiche che condizionano la risalita della curva epidemiologica e facendo leva sull’analfabetismo scientifico di una parte della popolazione” ha affermato. Messaggi quindi fuorvianti arrivano alla popolazione che non si rende conto del pericolo e si fida di chi minimizza. Che sia un attacco, neanche tanto velato, a Zangrillo e compagnia? Neanche a farlo apposta, proprio ieri sera il professore aveva ribadito in trasmissione che i positivi non sono malati e ha invitato a evitare allarmismi e, subito dopo, su Twitter Cartabellotta aveva scritto: “Questa affermazione in ottica di sanità pubblica è una grande bestemmia, caro Zangrillo”. Guadagnando come risposta dal professore un bel "Studia".
La profezia: in arrivo nuovi lockdown. Di contro Cartabellotta ha invitato le autorità sanitarie a controllare maggiormente e a individuare sul nascere i nuovi focolai e i casi di importazione dall’estero. Infine ha rivolto un appello a tutti gli esperti chiedendo loro di dare informazioni equilibrate e oggettive. In caso di incertezza, praticamente meglio tacere e continuare a seguire le regole. Altrimenti, si è lasciato andare a una profezia degna di Nostradamus, “sull’avvio dell’anno scolastico incombe lo spettro di nuovi lockdown”. Del resto, se tutto dovesse finire in una bolla di sapone, il governo sarebbe finalmente costretto a guardare la realtà e a prendersi le proprie responsabilità.
Il virologo Bassetti contro la “strategia del terrore”. Il Dubbio il 17 agosto 2020. Il direttore della Clinica di malattie infettive di Genova contro la chiusura delle discoteche: “Sappiate che in Italia il virus lavora e contagia solo di sera e notte. Di giorno invece si riposa. Sarà mica un virus fornaio?” “Si continua nella strategia del terrore e dell’allarmismo senza pensare alle conseguenze di tutto questo. La cosa che più̀ colpisce è che a farlo non siano i medici, che hanno curato e curano questa infezione, ma tutti quelli che si sono autoproclamati esperti o i miracolati dal Covid, tra cui molti medici. A questo gioco al massacro io non ci sto”. Lo scrive su Facebook Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, dopo il nuovo giro di vite anti-contagi, che prevede la chiusura delle discoteche e l’obbligo di mascherine all’aperto, in assenza di distanziamento, dalle 18 alle 6. “Sappiate che in Italia il virus lavora e contagia solo di sera e notte. Di giorno invece si riposa. Sarà mica un virus fornaio? Rido per non piangere”, conclude Bassetti con una battuta ironica.
Da ilmessaggero.it il 17 agosto 2020. Il Covid non è un virus "fornaio" Lo spiega su Facebook Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. «Si continua nella strategia del terrore e dell'allarmismo senza pensare alle conseguenze di tutto questo. La cosa che più colpisce e che a farlo non siano i medici, che hanno curato e curano questa infezione, ma tutti quelli che si sono autoproclamati esperti o i miracolati dal Covid, tra cui molti medici. A questo gioco al massacro io non ci sto. Sappiate che in Italia il virus lavora e contagia solo di sera e notte. Di giorno invece si riposa. Sara mica un virus fornaio? Rido per non piangere». «Bisogna continuare a investire sulla quarantena più che sul tampone. Chi arriva da zone particolarmente endemiche, deve fare la quarantena - aveva spiegato Bassetti ad Agorà estate su Raitre - Il tampone negativo non è liberi tutti - afferma Bassetti - l'unico modo per essere sicuri è che il viaggiatore al rientro faccia la quarantena». «I numeri ci dicono che uno dei problemi più grossi che abbiamo avuto è il fatto che dal 20 al 30% di tutti i nuovi contagi riguardano persone provenienti dall'estero», spiega ancora. «Il ministro Speranza ha annunciato giustamente un mese e mezzo fa che sarebbero stati fatti controlli sulle persone provenienti da alcune aree, ma a me risulta - afferma l'esperto - che le cosiddette "triangolazioni" da Paesi ad alto rischio come Perù e Brasile non siano mai state intercettate. E lo stesso è avvenuto per la cosiddetta "rotta balcanica", con i molti lavoratori regolari provenienti da Romania, Bulgaria, Serbia, Croazia».
Bassetti: "Ogni sera 500-600 contagiati. Vi svelo la politica del terrore". Matteo Bassetti è intervenuto in modo critico per commentare la nuove mosse del governo: per chi rientra dall'estero serve la quarantena perché il solo tampone può non essere sufficiente. Francesca Galici, Lunedì 17/08/2020 su Il Giornale. Dopo un incontro d'urgenza tra i ministri e i presidenti delle regioni, il governo ieri ha emanato un nuovo decreto valido da oggi che chiude le discoteche e impone nuovamente l'utilizzo delle mascherine anche all'aperto. Una stretta che arriva dopo il (prevedibile) aumento dei contagi dei giorni scorsi ma che non trova tutti d'accordo. Tra chi non condivide a pieno queste nuove cautele c'è il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. L'infettivologo, che da marzo è stato uno degli esperti maggiormente presenti sui media per dare risposte alle domande degli italiani, questa mattina è intervenuto in diretta nel programma Agorà Estate su Rai3 per commentare l'ordinanza firmata ieri.
Il governo chiude le discoteche in tutta Italia. "Non è con la politica del terrore come quella che stiamo facendo in queste ultime due settimane che faremo cambiare la percezione che i giovani hanno del virus", ha sostenuto Bassetti. Il medico del San Martino da sempre è contro qualunque allarmismo. Sostiene che in questo momento il Covid abbia perso carica virale, come ha dimostrato con uno studio sui dati pubblicato sul suo profilo Facebook, ma non ha mai smesso di chiedere di tenere alta l'attenzione. Invoca da sempre l'uso delle mascherine, della distanza e l'utilizzo dei disinfettanti per le mani. Quando Matteo Bassetti parla di "politica del terrore", il riferimento è in gran parte alle strategie di comunicazione dei dati del contagio. "Dire ogni sera “abbiamo 500-600 contagiati” senza dire quanti sono asintomatici, quanti hanno veri problemi, quanti finiscono in terapia intensiva, è un errore. Crea inevitabilmente nell'opinione pubblica un concetto sbagliato del Covid, "se me lo prendo sono fritto, moriremo tutti"", ha spiegato il medico.
Bassetti: "37,5 e due colpi di tosse... Come stanno davvero le cose". Secondo lui, il report come viene fornito ogni giorno è anacronistico e probabilmente fuorviante per la formazione della consapevolezza nella popolazione in merito al Covid. "Dobbiamo spiegare alla gente che dovremo convivere con il virus ancora per molto, molto tempo", afferma il direttore della clinica malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. Matteo Bassetti anche ad Agorà Estate torna sui numeri incidenti, inopinabili nella loro oggettività: "Ci dicono che uno dei problemi piu grossi che abbiamo avuto è che dal 20 al 30% di tutti i nuovi contagi riguardano persone provenienti dall'estero".
Questo è il vero problema per l'infettivologo, che durante l'intervista non manca di stuzzicare il ministro Roberto Speranza. "Aveva annunciato giustamente un mese e mezzo fa che sarebbero stati fatti controlli sulle persone provenienti da alcune aree ma a me risulta che le cosiddette 'triangolazioni' da Paesi ad alto rischio come Perù e Brasile non siano mai state intercettate". Una negligenza che, stando alle parole di Matteo Bassetti, sarebbe stata fatta anche sulla rotta balcanica, ossia sui lavoratori regolari provenienti da Croazia, Romania, Serbia e Bulgaria. Oltre al mancato tracciamento, Matteo Bassetti critica l'attuale sistema di controllo per chi viene dall'estero: "Non dobbiamo dare false informazioni: il tampone negativo non è un 'liberi tutti', perché oggi il tampone può essere negativo ed essere positivo tra due giorni". Il suo ragionamento è coerente con quanto è stato detto da tutti gli esperti negli ultimi mesi: "Se io torno dalla Grecia, mi sono contagiato ieri, arrivo in Italia oggi e sono così bravo da fare il tampone domani, potrebbe essere positivo due giorni dopo". Per l'infettivologo la risposta valida a questo problema è solo una: "Se un viaggiatore viene da un'area epidemica l'unico strumento efficace è la quarantena". Dopo la diretta, Matteo Bassetti ha rafforzato il suo pensiero con un post su Facebook: "Si continua nella strategia del terrore e dell'allarmismo senza pensare alle conseguenze di tutto questo. La cosa che più̀ colpisce è che a farlo non siano i medici, che hanno curato e curano questa infezione, ma tutti quelli che si sono autoproclamati esperti o i miracolati dal Covid, tra cui molti medici". L'infettivologo è tra quelli che negli mesi ha combattuto gli allarmismi con il buon senso, senza mai dare false speranze ma con logica: "A questo gioco al massacro io non ci sto". Bassetti chiude il suo intervento social con una battuta sulle nuove disposizioni in fatto di mascherine, obbligatorie all'aperto dalle 18 alle 6: "Sappiate che in Italia il virus lavora e contagia solo di sera e notte. Di giorno invece si riposa. Sarà mica un virus fornaio? Rido per non piangere".
Covid, Tarro durissimo: «Ci terrorizzano senza motivo, solo per ragioni politiche. Sono ignoranti». Edoardo Valci domenica 16 agosto 2020 su Il Secolo D'Italia. «Ormai i decessi si contano sulle dita di una mano. I contagi sono naturali, le terapie intensive vuote. Ma invece di guardare le cose con ottimismo si sta rovinando anche il mese di agosto con allarmismi ingiustificati». Queste le parole del famoso virologo Giulio Tarro sul suo canale Twitter.
Tarro: c’è malafede e ignoranza. Vede malafede sulla diffusione dei dati del coronavirus. Non c’è seconda ondata né grandi pericoli. «Io non lascio credito e adito all’ignoranza», afferma a Radio Radio. «Queste sono cose fatte in malafede. Informazione fatta con una malafede proprio radicata». Il prof ha indovinato tutto? «Non ho fatto altro che seguire quello che succedeva in Cina, era quello il punto di riferimento».
«La seconda ondata? Parlarne è inutile». «Parlare di una seconda fase autunnale è inutile», continua Tarro. «Noi addirittura abbiamo prolungato la nostra fase di emergenza fino a ottobre senza un motivo scientifico. È proprio una questione, purtroppo, solo politica. Gli studiosi non c’entrano niente in questa situazione perché hanno dato consigli che non sono stati seguiti».
«Hanno governato male e con bugie». Al centro del suo attacco un esecutivo che a detta dello specialista non aveva e non ha le competenze per gestire la situazione. «Questi soggetti che hanno governato male fino adesso», dice Tarro, «sono gli stessi che hanno detto bugie a morire. Ignoranti, nel senso buono del termine. Perché se poi si votasse democraticamente andrebbero via. Via dal governo, dal Parlamento, dalle Regioni e dai Comuni».
Tarro: «Curva identica ovunque». Anche i numeri brasiliani, americani e così via vanno correlati alla popolazione. La curva è stata identica sia nei Paesi che hanno fatto il lockdown sia in quelli che sono stati più leggeri. «L’andamento è stato identico dappertutto. In Italia ci sono persone che decidono e non sono all’altezza della situazione». Vanno cacciati a calci nel sedere? E qui Tarro sorride.
La verità sui giovani ricoverati: "Non sono in terapia intensiva". Il professore ha voluto spiegare il senso delle dichiarazioni da lui fornite e quindi successivamente distorte circa i giovani contagiati. Federico Garau, Martedì 18/08/2020 su Il Giornale. Avevano scatenato subito il panico, facendo gridare in modo ingiustificato all'allarme, alcune parole diffuse qualche giorno fa a mezzo stampa, nelle quali si parlava di giovani (per la precisione cinque) di età compresa tra i 20 ed i 26 anni ricoverati in ospedale tra Foggia e San Giovanni Rotondo dopo aver manifestato dei sintomi riconducibili al Coronavirus. Il concetto passato, dopo il coinvolgimento diretto dell'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, è che i ragazzi si trovassero in gravi condizioni di salute, tali da determinare addirittura il loro trasferimento in terapia intensiva. A ritornare sulla vicenda, per chiarire una volta per tutte ed in modo definitivo la realtà dei fatti è lo stesso professore, docente presso l'Università di Pisa, che ha utilizzato il proprio profilo Facebook per informare gli utenti. "Non sono abituato, ma di fronte alla scientifica campagna di disinformazione portata avanti dai soliti noti, mi tocca farlo", esordisce l'esperto. "Qualche giorno fa a domanda di una brava giornalista che mi chiedeva che tipo di casi stiamo osservando in queste settimane, ho risposto che nel nostro archivio risultavano anche 5 casi di giovani fra 20-30 anni definiti con un livello 'severo' di malattia". Ed è proprio qui che si origina la distorsione del senso delle parole di Lopalco. "I soliti noti, con la solita tecnica del telefono senza fili, hanno via via distorto questa mia informazione, facendomi alla fine dire che in Puglia abbiamo casi di ventenni in condizioni gravi in terapia intensiva. Niente di più falso: mai detta una cosa simile. Come al solito gli allocchi ci cascano ed ho avuto un gran da fare a ripulire la mia bacheca dai commenti di frotte di imbecilli", attacca l'epidemiologo. Tutto ruota attorno alla reale comprensione del termine "severo", utilizzato in medicina con dei riferimenti specifici, che il professore spiega nel suo post. "Per chiarire, nelle linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità si definisce caso 'severo' un paziente con "manifestazioni cliniche a carico delle vie respiratorie/altri organi apparati che necessitano di ricovero (non in terapia intensiva). Se passa in terapia intensiva si etichetta come 'critico'". Dopo aver fornito anche un link utile per comprendere al meglio le linee guida seguite. Lopalco conclude l'intervento in modo polemico: "Ovviamente chiedere una rettifica ai giornalisti esperti di disinformazione non mi passa nemmeno per la testa. Né a me, né al mio cane". Numerose le repliche ed i ringraziamenti, anche se alcuni utenti vedono una distorsione dei dati sui giovani contagiati come conseguenza politica della discesa in campo al fianco di Emiliano. "Il problema non penso sia neppure il passaggio da severo a critico, che per alcuni manipolatori mediatici è passaggio fin troppo fine da capire. Il problema è la sistematica distorsione dei dati a fini politici ovvero la medicina al servizio della politica. Su questo dovete fare qualcosa, seriamente e presto voi epidemiologi e altri specialisti in evidenza su questo tema. Fate un patto scritto, datevi delle guidelines, ciò che volete ma fatelo". "Lei Professore è una persona seria", replica un'altra utente. "Io la stimo molto. Invece non stimo più Emiliano che ha rilanciato un turismo a carissimo prezzo covid".
Alberto Zangrillo e i malati di coronavirus, dati alla mano contro Andrea Crisanti: "Le bugie hanno le gambe corte". Libero Quotidiano il 14 agosto 2020. Dopo la frase "il virus clinicamente non esiste più", Alberto Zangrillo torna a fare scalpore. Il responsabile del reparto di Terapia intensiva dell'ospedale San Raffaele di Milano ha dichiarato che "contagiato non vuol dire malato". Apriti cielo, non l'avesse mai detto. Non bastava infatti l'attacco di Nino Cartabellotta, presidente Gimbe, a picchiare duro contro l'esperto anche Andrea Crisanti. Il virologo dell'Università di Padova, ospite a In Onda su La7, ha replicato: "Quelle di Zangrillo sono affermazioni estremamente pericolose". Per l'ex commissario per l'emergenza coronavirus di Luca Zaia Zangrillo ha sbagliato a dire che non entrano più malati di Covid-19 in rianimazione. "Forse - ha tuonato - si riferisce al suo ospedale, perché qui non è vero e non penso che possa riferirsi a piano nazionale. In Veneto abbiamo decine e decine di malati in reparto e in rianimazione e non capisco su quali basi faccia questa affermazione". Presto detto. La replica di Zangrillo arriva in diretta e su Twitter, dove, con tanto di dati alla mano, cinguetta: "Le bugie, caro Crisanti, hanno le gambe corte. Sogni d’oro". Nel bollettino di ieri, 13 agosto, quando la puntata del programma di Luca Telese e David Parenzo è andata in onda, in Veneto le persone in terapia intensiva erano infatti sei in totale. Stando a questo, allora, le parole di Crisanti sembrano inesatte.
I catastrofisti del virus all’attacco. Andrea Indini il 14 agosto 2020 su Il Giornale. Stanno preparando la strada. Lentamente, ma lo stanno facendo. Nonostante i verbali del Comitato tecnico scientifico abbiano sollevato non poche perplessità sulla gestione dell’emergenza Covid, sono molti gli allarmisti che soffiano su una nuova, imminente chiusura. Lo fanno ormai da settimane: snocciolano dati catastrofistici, ipotizzano scenari terrificanti e studiano nuovi piani per (ri)chiudere, magari anche solo parzialmente, il Paese. “I positivi di oggi non sono per forza malati”, va ripetendo ormai da settimane il professore Alberto Zangrillo. Ma, sebbene porti numeri e casi scientifici, viene tacciato di “negazionismo”. Perché il gioco dei catastrofisti ormai è chiaro: tenere alta la paura nella popolazione per cercare di guidarla. La prevenzione è una cosa seria. La mascherina? Va usata, per carità. E le mani vanno lavate. Ce le saremmo dovute pulire un po’ più spesso anche prima. E anche un po’ di distanziamento non guasta. Sono buoni accorgimenti che possono evitarci il contagio. Tutto sacrosanto e di buon senso. Ma senza drammatizzare. I casi in Italia non sono allarmanti, le terapie intensive non sono più congestionate e fortunatamente i morti si contano sulle dita delle mani. Nessuno vuole tornare ai numeri drammatici dello scorso marzo, ma bisogna stare davanti alla realtà. Con il senno di poi possiamo tranquillamente affermare che, quando è esplosa l’epidemia in Italia, il governo Conte ha toppato sulle tempistiche di intervento: non ha chiuso la Lombardia quando avrebbe dovuto e ha blindato tutto il Paese quando non serviva. Se qualcosa andava fatto, bisognava farlo a gennaio. Dopo è stato troppo tardi. Detto questo è comprensibile che nessuno (nemmeno all’Oms e tantomeno al ministero della Salute) era pronto ad affrontare un’emergenza del genere. Ma adesso sì. Sappiamo cosa fare. E l’allarmismo non è certo la ricetta giusta. Nei giorni scorsi ad aprire le danze con gli allarmi è stato Walter Ricciardi, il professore che sussurra consigli al ministro della Salute, paventando una seconda ondata addirittura “prima dell’autunno”. “Camminiamo su una lama di rasoio”, ha detto. Ieri, poi, Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico scientifico, ha rincarato la dose avvertendo che “se i contagi continueranno a salire i lockdown locali saranno inevitabili”. Poche ore dopo gli ha fatto eco la fondazione Gimbe, la stessa che durante il picco non ha fatto altro che bastonare contro la Regione Lombardia, denunciando “un trend in progressivo aumento dei nuovi casi” e proiettando sull’inizio dell’anno scolastico “lo spettro di una nuova chiusura”. E che dire di Pier Luigi Lopalco, l’epidemiologo messo a capo della task force della Regione Puglia e ora candidato con Michele Emiliano? Se ne è uscito dicendo che “i casi registrati fra luglio e agosto rappresentino l’innesco di una seconda ondata. Lo stesso innesco che a febbraio, semplicemente, non abbiamo rilevato e che poi ha provocato la grande ondata”. Mentre i suoi colleghi fanno allarmismo inutile, il virologo Fabrizio Pregliasco si è, invece, scagliato contro il “negazionismo pesante e strisciante”, quello portato avanti da chi non la pensa come loro. E non sono pochi. Secondo Matteo Bassetti, direttore della Clinica malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, la vera emergenza che si profila all’orizzonte non è tanto la seconda ondata quanto la psicosi della malattia che rischia di congestionare gli ospedali e gli studi medici. “Se continuiamo a dire "Ti viene il Covid, sei fritto e muori", sa cosa succede? Che il primo a cui viene uno starnuto, o 37,2 di temperatura, corre al pronto soccorso. Questo vorrà dire per noi saltare per aria”. Anche Maria Rita Gismondo nel suo ultimo libro, pur avvertendo dei rischi di un’eventuale nuova epidemia (da qui a otto-dieci anni), si è detta scettica su una possibile recrudescenza del Covid-19. In un momento tanto delicato vale la pena spargere panico a destra e a manca? O forse è meglio sì consigliare i cittadini a stare attenti ma senza drammatizzare? Il tutto esponendo a ulteriori rischi il vero malato d’Italia: l’economia. L’impatto di un altro lockdown potrebbe rivelarsi fatale per il nostro sistema economico. Per questo tecnici e studiosi hanno il dovere di soppesare meglio le proprie parole. Il governo, che si dice tanto preoccupato per l’aumento dei contagi ma che non fa nulla per evitare che questi si propaghino tra i clandestini che continuano a sbarcare ogni giorno, non dovrebbe usare l’emergenza per tirare a campare.
Coronavirus, Salvini: "Basta tenere chiusi in casa gli italiani". Toninelli ribatte: "Sei un vile". Francesco Giovannetti, video Senato Tv, 14 luglio 2020. "Smettetela di terrorizzare e tenere chiusi in casa gli italiani, che vogliono vivere, lavorare, amare e sperare senza distanziamento sociale". Così il senatore e segretario della Lega Matteo Salvini ha concluso il suo intervento in Senato attaccando il governo per la proroga delle misure anti-Covid fino al 31 luglio. "Il Covid è stata un'emergenza ospedaliera che oggi, lo dicono i numeri, è finita", ha detto Salvini. A lui ha voluto rispondere il senatore del M5s Danilo Toninelli. "Qualcuno sembra aver dimenticato cosa sia successo in Italia da Febbraio a oggi - ha ribattuto il pentastellato -. Sfruttare le paure dei cittadini facendogli credere falsamente che li vogliamo nuovamente rinchiudere in casa è un atto vile e becero che descrive le persone che l'hanno dichiarato".
Marcello Veneziani per “la Verità” il 15 luglio 2020. Duecento anni fa, proprio di luglio, nasceva un grande filosofo, anche se già celebre come poeta. E con lui nasceva il nichilismo, la scoperta del Nulla. Il giovane fu massimo nel pensiero come nella poesia. Dico di Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone dei primi di luglio del 1820 è lo stesso Leopardi ad annunciare la nascita del filosofo dal grembo del poeta, dopo nove mesi di gravidanza nella cecità infelice: la poesia, scrive, si addice agli antichi e ai fanciulli, o i giovanetti, mentre i moderni e gli adulti sono filosofi. «Perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo». Il neonato filosofo aveva ventidue anni e alle spalle già grandi poesie: basterebbe citare solo L' Infinito per rendersi conto. Ma Leopardi è anche filologo e dicendo «moderni» sa di riferirsi a ciò che è del momento, or ora, e in un suo famoso dialogo la Moda è apparentata alla Morte. Perché la moda, come il moderno che ne deriva, perde il respiro dell' eterno, si situa sull' orlo provvisorio del presente e si affaccia con la sua caducità sul nero orizzonte del Nulla. Modernità è disillusione, disincanto, coscienza del Nulla. Il filosofo Leopardi si confronta col Nulla e può dirsi il fondatore di un pensiero che dopo troverà il suo nome: Nichilismo. Leopardi scopre il nulla, almeno nella modernità. A rinsaldare la sua opera di pensatore con quella di poeta, diremo che Leopardi è un nichilista lirico; il primo ad addentrarsi nelle voragini del nulla è lui. Prima di Nietzsche, di Turgenev e Dostoevskij. Al Nulla in verità si era accostato Schopenhauer due anni prima col Mondo come Volontà e Rappresentazione, situandolo tra la noia e il dolore; ma l' esplicitazione lucida e irreparabile del Nulla è in Leopardi. Nel filosofo polacco-tedesco il Nulla finirà in Oriente e assumerà il significato ulteriore di Nirvana; quello stato di beatitudine e abbandono, vagheggiato pure da Leopardi, nel «naufragar m' è dolce in questo mare...». Qual è invece la lanterna di Leopardi accesa nel buio del Nulla? L' illusione, «il piacer vano dell' illusioni... senza cui la nostra vita sarebbe la più misera e barbara delle cose». In forma d' illusione trovano riparo le fedi, le speranze, i miti, i conforti, negati dall' implacabile ragione. Le illusioni come rifugio dall' infinita vanità del tutto, come la definisce Leopardi. Basterebbe ridefinire l' illusione in altro modo, intenderla come un forse, una scommessa sulla vita e sull' essere, per uscire dal pensiero tragico ed entrare nella sfera dell' avventura spirituale. Scommessa ardita che presuppone un cuore ardente...Allontaniamoci da Leopardi e addentriamoci oltre quella soglia disperata per cercare il senso della vita. Di noi, viventi, contemporanei, anno di (dis)grazia 2020. Partiamo dalla pandemia notando che il contrario della speranza non è la disperazione ma la paura. La disperazione è il venir meno della speranza; la paura è invece l' esatto contrario della speranza. Nei mesi scorsi la Paura ha governato il mondo, producendo un effetto perverso che solo un poeta come Giovenale poteva ben sintetizzare. La frase è nota: Propter vitam vivendi perdere causas, per preservare la propria vita si perdono le ragioni per vivere. Ovvero, pur di sopravvivere si smette di vivere, si perde il senso della vita, o come un tempo si diceva, i motivi che la rendono degna di essere vissuta. È il ripiegamento sanitario a cui siamo stati costretti ha prodotto un paradosso: abbiamo rinunciato a vivere, a lavorare, a essere in rapporto agli altri, pur di preservarci dal virus. Dopo mesi di prigionia domestico-sanitaria e annunci di recidiva uniti da crisi sociale-economica, chiediamoci allora del senso della vita. C' è chi risponde che è una domanda oziosa perché la vita non ha un senso, va solo vissuta. Chi cerca un senso è ancora orfano di Dio, dei suoi genitori, delle ancore di salvezza, delle geometrie rassicuranti. Il secondo livello di risposta invece dice che il senso alla vita lo diamo noi, e si risolve nel nostro fare, senza soffermarsi a pensare. Tutto è nella nostra volontà, nei nostri desideri. Ma se la vita ha senso, il senso la oltrepassa: non decidemmo noi di nascere, non decidiamo noi di morire, non decidemmo noi di nascere in quel tempo, in quel luogo, in quella famiglia. La vita è ricevuta, non dirò che è un dono, perché Leopardi e molti infelici ci direbbero che è piuttosto una condanna. Limitiamoci dunque a dire che riceviamo la vita, dono e/o condanna. Per difenderci dai quattro mali inesorabili della vita - la morte, il dolore, la vecchiaia e la solitudine - rispetto a cui sono inermi le scienze, le ideologie e le tecnologie, dobbiamo cercare un quadrifarmaco, come lo chiamava Epicuro, che possa dare un senso alla nostra vita. Mi sono cimentato nella ricerca di quei quattro rimedi in un libro «meta-leopardiano», intitolato non a caso Dispera Bene, uscito alla vigilia della pandemia. A dirla in breve i quattro rimedi sono: Amor fati, accettare il proprio destino, anzi amarlo, amando la propria origine, la propria condizione e i propri limiti. Senso dei confini, capire che ogni bene è limitato, come limitati siamo noi; ci perdiamo nel nulla se desideriamo l' infinito, l'illimitato. Oltrepassare l' ego, ovvero non vedere il mondo chiusi nel proprio io, assoluto, prioritario, centrale, ma sentirsi parte di un tutto, mettersi dal punto di vista dell' albero e non delle singole foglie caduche. Infine, viaggiare sui tappeti volanti, ossia dotarsi di risorse naturali e culturali, mitiche e spirituali per abitare più mondi oltre il presente, il passato e il futuro, l' eterno e il favoloso. La vita non va solo vissuta ma va dedicata a qualcosa di più della vita, a qualcuno, a Qualcuno; a una missione, un compito, una proiezione, abbracciando il destino. In quel quadrivio forse troveremo il senso della vita e apriremo uno spiraglio nella notte leopardiana.
Il virologo contro il governo: "Castrare la socialità è da imbecilli e fascisti". Silvestri rilascia un post critico sulla propria pagina Facebook: "Politici senza visione ed esperti senza coraggio non si vogliono assumere la responsabilità di combattere una malattia non più nuova con interventi mirati". Federico Garau, Mercoledì 15/07/2020 su Il Giornale. Continua la polemica scatenatasi alcuni giorni fa dopo la notizia di una possibile proroga allo stato di emergenza da parte del governo Conte. Intervistato dai giornalisti dopo la cerimonia per il funzionamento del Mose, il premier aveva infatti dichiarato che allo stato attuale ci sono le condizioni "per proseguire lo stato di emergenza per il Coronavirus dopo il 31 luglio". In un secondo momento il presidente del Consiglio aveva precisato che ancora nessuna decisione era stata presa, e che in ogni caso nulla sarebbe stato stabilito senza la partecipazione del Parlamento (guarda il video). La tensione, tuttavia, rimane alta. A manifestare il proprio dissenso anche il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta (Stati Uniti), che ha voluto commentare la situazione italiana rilasciando un post a dir poco critico su Facebook. Pur ritenendo possibile una ripresa dei contagi, come da lui affermato la scorsa settimana, quando aveva dichiarato sempre sul social network che"una seconda ondata di Covid-19 a fine autunno/inizio inverno è una possibilità molto reale", Silvestri è convinto che con la giusta preparazione e con senso di responsabilità sia possibile affrontare nuovamente il morbo "accettando con serenità il fatto che il rischio zero non esiste (come non esiste per nessun’altra malattia) ed evitando di ricorrere a misure straordinarie che hanno un effetto devastante a livello socio-economico". Attaccando dunque coloro che ad oggi continuano a parlare di nuove chiusure, stamani il docente alla Emory University di Atlanta ha precisato: "Solo dei completi imbecilli o dei fascisti del pensiero possono pensare che sia giusto ed onesto costringere i nostri giovani a castrare la loro socialità a tempo indeterminato solo perché politici senza visione ed esperti senza coraggio non si vogliono assumere la responsabilità di combattere una malattia non più nuova con interventi mirati ed usando le dovute risorse finanziarie e logistiche". E proprio di responsabilità aveva parlato il professor Silvestri anche nel suo post rilasciato sulla pagina "Pillole di Ottimismo", in cui si era rivolto direttamente al governo, esortandolo a prendere le dovute precauzioni ed a prepararsi senza però caricare tutto sulle spalle degli italiani, che "devono essere protetti dalle istituzioni sanitarie stesse mentre continuano a svolgere i loro diritti e doveri costituzionali". "Chiederemo sempre meno chiacchiere, meno epidemiologia difensiva, meno richiami generici alla "prudenza"", aveva proseguito il professore, "ed invece più fatti, più assunzioni di responsabilità, e soprattutto più preparazione e più interventi mirati, a cui devono essere destinate tutte le risorse necessarie".
Massimiliano Lenzi per “il Tempo” il 7 luglio 2020. Il Tso, acronimo di trattamento sanitario obbligatorio, servirebbe si, ma per i nostri politici. Non certo per i cittadini italiani che ai tempi del Co vid -19, nella stragrande maggioranza, hanno sopportato ogni privazione di libertà possibile mentre loro, i politici, en plein air, andavano in televisione a sparare cazzate. Incapaci di vedere il tracollo del paese, economico, sociale, di speranze per il futuro. I nostri politici si esercitano infatti da tempo immemore con le fregnacce di una retorica allo specchio, senza proporre soluzioni concrete, reali, che migliorino le condizioni di vita delle persone. Eppure, basta che scoppi un focolaio locale di Covid-19, per la irresponsabilità di un singolo (odi pochi individui), che te li ritrovi sempre loro, i politici, compresi i sindaci - ad invocare il Tso. Ma Santo Dio, applicate le norme in vigore e punite l' irresponsabile (o gli irresponsabili) di turno. Punto. Perché se cominciate a sbandierare il Tso come regola la domanda sorge spontanea: ma che Paese stiamo diventando? Un posto dove una classe politica incapace di risolvere i problemi del Paese non trova altra strada che insistere sulle restrizioni delle libertà individuali. Come se le leggi e le norme attuali, già inasprite con l' esplosione del coronavirus, non bastassero a contenere le indiscipline stupide di qualche singolo. La verità è che nell' Italia di oggi una classe politica totalmente inadeguata, a tutti i livelli, nazionale, regionale e comunale, sta portando il Paese in una fase liberticida e tragica, senza accorgersene. L' uso della medicina nel passato a fini punitivi dei cittadini e della collettività - e la storia andrebbe sempre studiata - era un tratto comune ai regimi totalitari come il comunismo e il nazismo, dove la medicalizzazione del nemico era un modo per fotterlo per sempre. Magari con la camicia di forza. Non che i nostri politici di oggi siano nazisti o comunisti, è solo che non ce la fanno. Non sono in grado di governare un Paese, di dare le risposte che questo si aspetta, di punire un colpevole senza spaventare tutti gli italiani, ma soprattutto non sono in grado di assumersi le responsabilità che dovrebbero. Ed allora scelgono la via più facile: l' accanimento terapeutico. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, così affezionato alla nostra carta costituzionale, e con ragione, dovrebbe riportare l' attenzione dei nostri politicanti sul valore della libertà personale e della responsabilità individuale. Anche e soprattutto in tempi difficili come questi. Perché i metodi della Cina comunista nella guerra al Covid-19 non sono certo democratici. Per cui, evitiamo di imitarli.
Antonio Amorosi per affaritaliani.it. Se esci muori! Così tanti italiani hanno tradotto le confuse indicazioni governative nel periodo più duro del Coronavirus. E non tutti, come ha spiegato il professor Alberto Zangrillo, prorettore del San Raffaele di Milano, vivevano a Cortina o a Forte dei Marmi ma in quartieri dormitorio sovraffollati che con l’estate superano i 40 gradi all’ombra. In Italia oggi la diffusione continua a calare ed è tornata una normalità apparente. Ma le preoccupazioni si sono spostate alla stagione autunnale, con protocolli da adottare in caso la diffusione riporti molti pazienti negli ospedali. “La sfida saranno i focolai autunnali”, ha detto uno degli epidemiologi italiani più ascoltati, Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Virologia e Microbiologia dell'Università-azienda ospedale di Padova. Si ha paura che con il cambio del clima, la riapertura delle scuole e il tentativo di ritorno a un pieno regime, possano accentuare i problemi. La diffusione di un vaccino e di cure potrebbero essere obbligatorie per chi lavora nel pubblico impiego, nelle scuole, a contatto con la clientela e nei Servizi. Così come una maggiore stretta per chi ha sintomi ma non vuole curarsi. E’ apparsa negli scorsi giorni la possibilità di utilizzare il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) per chi è restio ad accettare le cure anche se contagiato. Ne ha parlato il governatore veneto Luca Zaia, esasperato dall’aumento dell’indice di contagio in regione e dalla vicenda dell’imprenditore vicentino che si è ammalato ma ha rifiutato il ricovero, ma anche il governo che con il ministro della Salute Roberto Speranza avrebbe chiesto agli esperti giuridici del governo di studiare la possibilità di imporlo a chi ha sintomi da Covid ma sta in giro. L’obiettivo del governo è studiare un’eventuale norma più stringente per applicarlo ed estenderlo dalla psichiatria alla gestione dei casi di chi rifiuta le cure anche se contagiato dal Coronavirus. Pochi però hanno consapevolezza di cosa sia un TSO, come venga esercitato già oggi e quali conseguenze comporti per chi lo subisce. In merito ecco le considerazioni rilasciate a Radio 24 dal direttore di Affaritaliani Angelo Maria Perrino. Nel panorama europeo, non tutti gli Stati hanno optato per questa misura in psichiatria. L’utilizzo in Italia del TSO è particolarmente controverso e il trattamento, molto discusso, in sé non è una sciocchezza. Muta poi significativamente da regione a regione. Possiamo mostrarlo pubblicando i dati del ministero della Salute su Affaritaliani (guarda alla fine dell'articolo). A dimostrazione che a seconda del contesto sanitario si usa o meno questo strumento invasivo che solitamente sconvolge le vite delle persone e può anche ucciderle. Sono tanti i casi anomali di uso del TSO, trattamento con farmaci che vengono somministrati in modo forzoso alla persona ritenuta pericolosa per sé o per gli altri, che manifesta minaccia di suicidio, minaccia o compie lesione a cose e persone, rifiuta di comunicare con conseguente isolamento, rifiuta le terapie, l’acqua, il cibo e simili. Tranne casi eccezionali oggi si verifica solo in abito psichiatrico. Nel 2018, il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado per omicidio colposo tre agenti della polizia municipale ed uno psichiatra a processo per il caso di Andrea Soldi, un malato psichiatrico deceduto a Torino nel 2015 nel corso di un TSO giudicato non urgente, durante il quale l’uomo era stato ammanettato alla barella a pancia in giù, arrivando in ospedale già cianotico e lì era deceduto. Vicenda simile per il caso di Franco Mastrogiovanni, un paziente che morì a Vallo della Lucania in seguito a un TSO particolarmente violento, dato che il soggetto fu immobilizzato e costretto a letto, nonché non nutrito, effettuato non per ragioni di cura ma per fare espletare delle indagini alle forze dell’ordine. La casistica è lunga. Il 2 maggio scorso un rapper calabrese, Dario Musso, ne ha subito uno dopo essere andato in giro in auto gridando con un megafono che non esiste nessuna pandemia. Il ragazzo non aveva patologie psichiatriche né è stato visitato da un medico prima del trattamento forzoso, modalità obbligatoria come ha ben spiegato la trasmissione Le Iene. Il trattamento del TSO è disposto dal sindaco della città dove il soggetto si trova o è residente, dopo il parere di due medici. Dura 7 giorni, con il primo cittadino che ha l’obbligo di comunicarlo ad un giudice tutelare che dovrà confermarlo. Siamo sicuri di voler mettere in campo uno strumento così violento per imporre i trattamenti sanitari a chi rifiuta di curarsi dal Coronavirus? E non ci siano altri mezzi più efficaci per mettere tutti al riparo da un possibile contagio? E meno pericolosi per le persone, come le misure cautelari e il pignoramento di risorse economiche ingenti? Le restrizioni oggi si possono già attuare, senza bisogno del TSO. Il reato di epidemia colposa prevede la possibilità di imporre misure cautelari. Ma oggi il solco tra chi vanta risorse economiche e relazioni che assicurano cure e assistenza e chi è solo un numero nella burocrazia sanitaria italiana si è allargato. Alberto Brugnettini, vicepresidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, ha detto: “assimilare il comportamento e il pensiero umano a delle malattie è come mescolare cani e banane. Franco Basaglia, (il riformatore della disciplina psichiatrica che ha restituito dignità ai malati psichici, ndr) temeva che nei reparti psichiatrici ospedalieri si sarebbero riprodotte le stesse logiche aberranti dei manicomi, cosa che puntualmente si è avverata”. Prima della riforma Basaglia i manicomi erano luoghi di violenza e abbandono ma dopo la sua riforma i problemi non si sono risolti. L’esperienza di Basaglia prese vita soprattutto in Friuli dove i dati di diffusione dei TSO sono radicalmente più bassi che nel resto d’Italia (7 volte in meno). I dati regione per regione che pubblichiamo con Affaritaliani, mostrano che la diffusione di questo tipo di intervento è più il frutto delle disposizioni sanitarie locali che della necessità di un suo utilizzo. Nel 2017 in Sicilia si fa un TSO ogni 4156 abitanti, in Umbria 1 ogni 4546, in Valle d’Aosta uno ogni 4654 e in Emilia Romagna 1 ogni 4800. Come è possibile una frequenza così alta se in Friuli se ne fanno solo 1 ogni 33756? O dovremmo pensare che in Friuli, ma anche in Basilicata, Trentino e Molise, dove il dato è anche qui più basso, vivano gruppi etnici locali con minori problemi psichici?
La mascherina, simbolo del nostro popolo imbavagliato e succube. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 2 luglio 2020. Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. Sì! Ce la meritiamo la mascherina. E’ il simbolo archetipico della nostra decadenza, della nostra sudditanza, non nei confronti di una pandemia più o meno pericolosa, ma nel senso dell’accettazione passiva di una serie sempre più ampia di gioghi, abusi e restrizioni umilianti. La mascherina è la bandiera bianca di un popolo che ha rinunciato all’orgoglio e ai propri valori fondativi, che ha smesso di lottare per la Libertà, (una parola di cui, pure, si è riempito la bocca per 75 anni impiastricciandosene come un bambino goloso). E’ il distintivo di una gente che ha smesso di farsi valere, di reclamare diritti di base come casa, lavoro, sicurezza, asili, pensioni; la divisa di una nazione che non reagisce più perché è troppo faticoso alzarsi, anestetizzata com'è dalla pizza, dall’aperitivo e dalle serie tv.
Quel “dispositivo di protezione individuale” è il simbolo di resa di un Paese che sta accettando di essere dominato e comprato da entità sovranazionali ben più sveglie e agguerrite. La mascherina è l’atto di obbedienza all’Organizzazione Mortale della Sanità, quella sempre in prima fila per spingere aborto, contraccezione, genderismo e che, ormai, in nome “della nostra salute”, detta legge a tutti gli stati nazionali. La mascherina impedisce di esprimersi, come ci è impedito di esprimerci in cabina elettorale … Ormai da quanti anni? Abbiamo un governo creato in laboratorio per neutralizzare un avversario politico, una maggioranza che, per una strana inversione, esprime la minoranza del Paese. Ma va tutto bene. (I cugini francesi, al posto nostro, avrebbero già dato fuoco a tutto). La mascherina è un bavaglio, come quello che i social ci impongono decidendo loro cosa sia “odio” e “discriminazione”, qui censurando, lì sospendendo o annullando gli account delle persone, cancellando brutalmente le loro vite, i loro ricordi e il loro pensiero, tanto che fra poco se qualcuno scriverà: “Il risotto al finocchietto selvatico è squisito”, si vedrà deferito alla Suprema corte zuckerberghiana. Non a caso, ora, un ddl come quello Zan-Scalfarotto, una follia da film di ambientazione post-atomica, sponsorizzato in modo inaudito perfino da Avvenire nel silenzio assordante di Bergoglio, ci imbavaglierà anche sulle più ovvie banalità della vita, dell’amore, della famiglia, sulle "devastanti" verità anatomico-funzionali del sesso, imponendo il lgbtismo come nuova ideologia. E bisognerà stare muti, pena la sospensione della patente, del diritto di voto, della possibilità di uscire la sera (non è uno scherzo). Non potremo più raccomandare ai nostri figli secondo quali regole morali dovranno condursi, né potremo dire loro che una famiglia “tradizionale” (dove ci si possa riprodurre gratis, senza rivolgersi a una clinica di dottor Frankestein) è la cosa più bella che si possa realizzare nella vita. Se si oserà dichiarare che non portiamo nostro figlio a vedere i cartoni Disney perché subdolamente manipolatori, con i loro personaggi in piume di struzzo, verremo spezzati come rami secchi. E nessuno, tranne gli ultimi veri cattolici e pochi giornali come Libero, protesta. La mascherina, tecnicamente, impedisce di baciarsi, quel bacio così spontaneo e naturale che è l’unico modo, da un paio di milioni di anni, per manifestare lo slancio amoroso. Le istanze femministoidi del #metoo, propagandate da personaggi che limonano coi cani e fanno sesso con minorenni, ci porteranno a dover stilare una domanda in carta da bollo per approcciare una ragazza, oppure a una modulistica da seconda media: “Vuoi fare l’amore con me? Metti una croce sul sì/no”. E nessuno dice “bai”. Anzi, quel poco di chiacchiera che esce dalle mascherine viene catturato da una tecnologia sempre più invasiva volta a raccogliere i nostri dati (gli smartphone ascoltano persino le nostre conversazioni) e nessuno protesta. Va tutto bene perché tanto “non ho nulla da nascondere”, come se fossimo noi a decidere la natura di questo “nulla” e non chi ci spia. La mascherina impedisce di cantare, tanto che il settore dell'Opera lirica, nostro unico vero orgoglio nazionale unanimemente riconosciuto nel mondo, viene continuamente oltraggiato, offeso da giornalisti-capre che scrivono “il tenore Maria Callas”, “il soprano Mario Del Monaco”, il “barone Scampia della Tosca”; un patrimonio immenso divulgato solo in pochi programmi tv, peraltro indecorosi, pieni di ridicole moine o di degradanti banalizzazioni. Un’arte assoluta sconciata nei teatri da regie liriche semi-pornografiche pagate milioni di euro, mentre i cantanti e i musicisti muoiono di fame e i Conservatori sfornano disoccupati. L’Opera? Del resto, nessuno la conosce perché la Tv di Stato, per fare quattrini (non basta il canone) deve mandare in onda le ciaccole in cucina piuttosto che l’Aida o il Rigoletto. Tutti zitti e mosca. E, a proposito di canto, ricordiamo come sia stato permesso che il nostro Inno nazionale venisse eseguito da un americano che ha stonato, sbagliando le parole di Mameli e le note di Novaro e che, dopo quella oltraggiosa figura, si è intascato i 20.000 euro del cachet senza batter ciglio, mentre quei soldi avrebbero potuto essere divisi per un coro di almeno 20 nostri giovani cantanti d’opera che, almeno, sanno fare il loro mestiere: cantare un brano in pubblico senza andare nel pallone. Se la cosa ha pure destato qualche polemica, pochissimi hanno protestato perché il cantante di cui sopra, non pago di aver deturpato "Fratelli d’Italia", lo ha anche siglato con un pugno chiuso finale e un grido rabbioso, “No justice, no peace”. A noi Italiani, capite? A noi, che abbiamo insegnato il Diritto al mondo, noi culla del Cattolicesimo, che per primo nella storia si è scagliato contro lo schiavismo, noi che dal Granducato di Toscana abbiamo abolito la pena di morte per primi nella storia. Noi che abbiamo Forze dell’Ordine talmente “sotto botta” che gli agenti non osano nemmeno tirare fuori la pistola per paura di essere messi sotto processo. E muti, pazientiamo, ben imbrigliati con i finimenti medicali verde-azzurri. Dopo il bavaglio alla Patria, anche il bavaglio alla Fede. La mascherina impedisce - e non solo simbolicamente - di comunicarsi, ovvero di attingere alla più pura essenza della religione italiana, il Cattolicesimo, quello vero, non quello mondialista delle lavande dei piedi al primo che passa e del todos caballeros, con musulmani, ebrei, buddisti, santi, peccatori, tutti insieme appassionatamente nello stesso Paradiso di zucchero e marzapane. Addio Comunione sacra, fatta in ginocchio, presa in bocca, con il chierichetto che ti tiene il piattino sotto il mento per non sprecare nemmeno una particella del Corpo transustanziato di Cristo. Una comunione come Dio comanda che ci è stata tolta da una Chiesa che addirittura abolisce gli inginocchiatoi nelle chiese privandoci di un gesto ancestrale, antichissimo, che compivano persino gli uomini del Neolitico di fronte ai loro primi dei. E la gran massa dei cattolici, ZITTA E MUTA, si sorbisce la Pachamama, paurose eresie e varie amenità sui dogmi basilari. La mascherina impedisce di gridare, infatti, di alzare la voce per dire la Verità, la stessa che dovrebbe essere venerata da un mondo dell’informazione il quale, tranne poche eccezioni, si copre continuamente di ridicolo per i silenzi su questioni fondamentali e per le sue distorsioni della realtà. La mascherina soffoca, come il soffocante clima imposto dal pensiero unico nel quale siamo immersi, quel conformismo censorio politicamente corretto per cui, se uno osa esprimere un’idea diversa, viene pestato mediaticamente, mobbizzato ed escluso dalla società. La mascherina nasconde l’identità personale, quella stessa identità del nostro Paese massacrata da un’insensata esterofilia, dal provincialissimo e ubiquitario uso dell’inglese, contro il quale solo isolati linguisti protestano; identità in via di cancellazione grazie a un’immigrazione selvaggia, incoraggiata da vertici ecclesiastici e politici che si dichiarano ormai apertamente favorevoli all’utopia massonica del Nuovo Ordine Mondiale, con “diversamente italiani” che arrostiscono gatti alla stazione e ministri che, pur non essendo vicentini, ci raccomandano queste nuove usanze come futuro modus vivendi. Quella stessa identità storica che un blob protestatario di massa, rivoltatosi all’estero perfino contro la scimmietta dei Kellogg’s Coco Pops, in Italia conduce taluni a imbrattare le statue di generali ottocenteschi e di uomini illustri, cambiando i nomi alle strade. La mascherina è il simbolo della malversazione e del dilettantismo dell’Amministrazione, degli sprechi, come evocano le torbide questioni, ancora irrisolte, riferite ai Dpi ordinati dalla Regione Lazio per 14 milioni spariti nel nulla. Ci spiega anche quanto siamo accecati nel ringraziare la Cina come “salvatrice”, perché ci manda un pacchetto di dispositivi medicali, dimenticando come il Covid sia nato a Wuhan e come il gigante capital-comunista stia letteralmente disintegrando la nostra economia, nel silenzio dei media e della politica. Per non parlare di come quel rettangolino di tessuto sintetico costituisca una vera “risata sardinica” sulle nostre ipocrisie gretine, dato che, con il Covid, tutti sono ricorsi in massa, alla plastica, peraltro abbandonando ovunque guanti e mascherine. E l’ecologismo demagogico della ragazzina svedese è andato bellamente a farsi friggere. Indossiamo la mascherina! QUESTA E' LA LEGGE. Dobbiamo farlo e lo faremo, ma - ancora per poco – ci togliamo il gusto di esprimere una delle ultime riflessioni critiche. Mentre ci seghiamo le orecchie con i suoi elastici, e inaliamo la nostra stessa anidride carbonica, possiamo ancora tenere a mente cosa significhi questo orpello bluastro, che non possiede affatto quel meraviglioso azzurro profondo del nostro colore nazionale, ma il livido, ospedaliero verdognolo che ci ricorda tutti i giorni quanto il nostro popolo sia malato e imbavagliato.
Più c’è Paura, più accresce il Potere. Più c’è Potere, più accresce la Paura.
Alessandro Sansoni (Ordine dei Giornalisti): «Così i media condizionano l’opinione pubblica». Federico Cenci il 18 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Esiste il coronavirus. E poi esiste la narrazione sul coronavirus. Mai come durante questa emergenza sanitaria l’informazione ha dimostrato di detenere ancora le redini del quarto potere. Del ruolo svolto dai media il Quotidiano del Sud ne ha parlato con l’esperto di comunicazione Alessandro Sansoni. Napoletano, componente dell’esecutivo dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, è direttore di Culturaidentità.
Che ruolo sta svolgendo l’informazione?
«Decisivo. Ha dimostrato di avere ancora una grande capacità d’influenza. Mi riferisco soprattutto alla tv: per molto tempo si è detto che, con l’avvento dei social network, il tubo catodico avesse perso autorità. L’emergenza coronavirus ha dimostrato il contrario: toccando i tasti giusti dei temi che interessano le persone, come quello della salute, la tv riesce a esercitare condizionamento».
E in che modo sta condizionando le persone?
«La diffusa accettazione del lockdown da parte degli italiani è il risultato di quest’opera di persuasione. Va sottolineata a tal proposito l’assenza di capacità critica da parte dei media italiani, che soprattutto nella fase iniziale hanno avuto un eccesso di zelo nei confronti delle misure adottate dal governo. In altri Paesi europei, al contrario, si è registrato un dibattito sull’opportunità di fare una serrata draconiana per contenere i contagi».
Come spieghi questa accondiscendenza dei media al lockdown?
«Con la mentalità italiana che reputa la salute un valore prioritario rispetto ad altri diritti importanti come quello allo studio, al lavoro, agli spostamenti. E così si è assecondata la strada apparsa più efficace per contenere i contagi, anche a costo di sacrificare altri diritti costituzionali».
Come ne esce il Sud Italia dalla narrazione sul coronavirus?
«Sarebbe stato opportuno, da parte dei media, alimentare un dibattito sulla necessità di diversificare le misure restrittive a seconda delle Regioni italiane. Il lockdown così duro ha forse un senso al Nord, ma è spropositato al Sud. Ora il paradosso è che qui al Meridione, per il nostro tipo di economia, molto legata al turismo e al terziario, avremo una recessione maggiore rispetto a quella del Nord, pur non avendo subito un’aggressione della malattia altrettanto intensa. In questo caso l’assenza di dibattito avrà effetti concreti: la gente del Sud non morirà tanto di coronavirus, quanto di fame».
A proposito della durezza del lockdown italiano, certe restrizioni hanno riguardato anche la libertà d’informazione?
«Un mese fa il governo ha istituito una task force di esperti con il compito di vigilare sulla diffusione di fake news relative al virus. Ammesso e non concesso che servisse un simile provvedimento, è singolare che l’osservatorio sia stato costituito dal governo, senza alcuna attenzione verso la necessità di preservare garanzie di pluralismo. Per evitare l’impressione che si fosse di fronte a un “ministero della verità” di orwelliana memoria, sarebbe stato meglio incardinarlo all’interno del Parlamento, e coinvolgere gli enti che già oggi hanno il ruolo di vigilanza rispetto alla corretta deontologia giornalistica, mi riferisco all’AgCom e all’Ordine dei giornalisti».
Quale riflessione suggerisce agli operatori dell’informazione questa emergenza?
«Che bisogna recuperare un po’ di autodeterminazione, senza appiattirsi su tesi consolidate. Il ruolo della stampa libera è smontare le fake news, anche quelle del governo. Perché ricordo che il maggiore spacciatore di fake news è sempre il potere».
Per De Rita, "comunicare paura ha accentrato il potere". "Sono convinto - dice il presidente del Censis - sia una condizione entrata sotto pelle, cui seguirà la paura della fame. Si avverte un certo nuovo distacco della gente dalla politica che anche stavolta si è divisa e non ha saputo fornire certezze". Agi il 12 maggio 2020. La comunicazione utilizzata durante l'epidemia di coronavirus ha alimentato un meccanismo di paura, un "clima sospeso" che ha determinato un "accentramento di potere". Seguirà, alla paura del contagio, la paura della fame. Occorre una rinnovata percezione individuale per superare una incertezza che "non può accompagnarci per sempre". Sono parole del presidente e fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, in una intervista al quotidiano Il Mattino. La comunicazione usata nell'emergenza ha favorito la paura: "Ne sono convinto. È un meccanismo non casuale, ma scelto. Se alimento sempre più paura, la gente - osserva De Rita - fa come dico io. Ma è un meccanismo non solo italiano, viene usato in Inghilterra e in altri Paesi. Una comunicazione che crea un tempo sospeso, in cui nessuno dice con precisione cosa avverrà. E questo non puo' che accrescere la paura. Le sembra possibile - prosegue il sociologo - che di fatto i virologi o un comitato tecnico debbano dire se e quando può iniziare un campionato di calcio, o aprire una scuola. Si è creato un accentramento di potere, almeno sull'indicazione dei comportamenti da seguire". Secondo De Rita, "finora, si è assistito a una verticalizzazione degli indirizzi da dare alle nostre relazioni sociali, dall'alto ci è stato indicato in che modo poterle avere. Chi incontrare, come farlo, in che spazio e così via. Non credo che questo possa durare anche dopo. Guardi il famoso episodio dei ragazzi ai Navigli. La gente se esce più volte e si convince che il pericolo sta passando, si riabitua alla vita di relazione sociale come prima". De Rita boccia la correttezza della comunicazione, con i bollettini giornalieri di morti, contagiati, ricoverati: "Ho sempre sostenuto che questo tipo di dati dovessero essere comunicati dall'Istat, che possiede almeno una cultura scientifica di statistica ed interpretazione. Sarebbe stato meglio, ma l'Istat è stato tenuto fuori anche se credo sia stato proprio la fonte principale di quelle informazioni. Comunicare un numero di morti o contagiati, non ci fa capire cosa c'è dietro quel dato. I numeri secchi, privi di analisi statistica e qualitativa, creano maggiori paure in una situazione di emergenza che ha concentro il potere in comitati scientifici, commissari, task force". Gli italiani supereranno la psicosi? "Sono convinto - dice De Rita - sia una condizione entrata sotto pelle, cui seguirà la paura della fame. Si avverte un certo nuovo distacco della gente dalla politica che anche stavolta si è divisa e non ha saputo fornire certezze. Siamo immersi in una situazione di indistinto, in cui tutti sono disorientati e, guardando all'indietro, si prova ancora più timore nel rileggere sull'epidemia certe indicazioni e previsioni di poche settimane fa, anche di esperti. Ecco, questa incertezza ci sbanda. Credo però, e si avverte anche in questi giorni, che basterà poco per ritrovare un sentire diverso. Determinante - conclude il fondatore del Censis - sarà la percezione individuale del pericolo e della paura, perchè l'incertezza non può accompagnarci per sempre".
Marcello Veneziani per “la Verità” il 9 maggio 2020. Eccoli, a piede libero e mente prigioniera. Fanno tenerezza gli italiani come animali spaventati che si riaffacciano all'aperto guardinghi e mascherati, fuggitivi, pronti a evitare ogni vicinanza o assembramento. Portano finalmente a spasso l' animale che si portano dentro e che era dentro fino a ieri, con la minaccia di tornarci domani. Vivete l' oggi perché del doman non c' è certezza. Perché insisto a definirli, a definirci animali? Perché l' effetto crudo di questa lunga quarantena e dei presagi funesti che avvelenano la libera uscita, è la riduzione dell' uomo, del cittadino, del pensante e del credente, a puro animale. Il contagio, la quarantena, il terrorismo mediatico-governativo ci hanno ridotto alla sfera della nuda vita. Nient' altro siamo in questo momento, e qualcuno inneggia al fatto che il virus ci ha resi tutti uguali. Uguali perché ridotti alla sfera animale dei bisogni. Uguali come animali, privi di parola e di visione, di fede e di pensiero, di creatività e ricreazione. In fondo la restrizione più profonda, non la più dolorosa ma la più profonda, è proprio quella dello sguardo e della nostra mente. In due mesi abbiamo perso tutto ciò che vagamente chiamavamo spirito, cultura, intelligenza, gusto del vivere. Niente messa e niente chiesa, niente mostre e niente arte, niente dialoghi e niente librerie, niente cinema e niente teatro, niente concerti o sport. E anche ciò che abbiamo la facoltà di fare stando a casa, come leggere e pensare, in fondo non l' abbiamo fatto, impegnati a salvaguardare la pelle, a fare esercizi di ginnastica, poi incollarsi al video per non pensarci, per non pensare. Le attività sociali e conviviali legate alle sfera alimentare sono state sterilizzate e separate dai bisogni fisiologici: file per i generi alimentari, ai supermercati, alle farmacie, tutto ciò che attiene la vita animale, il corpo, mangiare, bere, curarsi. E tutte separate dalla sfera conviviale. Anche il cibo da asporto è la riduzione a nuda vita del nutrirsi, a patto di non stare insieme, non avere compagni di cena. La riduzione biologica è stata anche riduzione individuale, solo atomi in solitudine. Rispetto agli animali abbiamo perso il branco e l' aria aperta. La restrizione mentale è stata adottata e accettata per precauzione, per giusti motivi sanitari; per tutelare i corpi, per salvaguardare la «nuda vita», come dice Giorgio Agamben. Senza accorgercene abbiamo optato per la pura dimensione biologica della nostra vita, azzerando ogni altra dimensione. «Propter vitam vivendi perdere causas», diceva Giovenale; ovvero, per salvare la vita perdiamo le ragioni della vita stessa. Per conservarci biologicamente smettiamo di curarci dei motivi che rendono la vita degna di essere vissuta. Tra cui la religione, il pensiero, l' arte, la scienza (se non quella balbettante, applicata alla salute), la fede, la comunità, la politica. E le grandi agenzie spirituali, a partire dalla Chiesa, si allineano e danno la precedenza alla pura vita, alla difesa dell' animale. Meglio un animale sano che un santo malato. Pure la politica è scomparsa, o quantomeno è sospesa. Al suo posto c' è quella che Georges Bataille e poi Michel Foucault chiamarono Biopolitica. Ossia la politica applicata alla sfera dei corpi e alla loro salute. Anzi, a essere brutali, più che biopolitica chiamiamolo biopotere, ossia potere assoluto nel nome della vita e della morte; ogni procedura, ogni restrizione, ogni divieto è ammesso per salvaguardare il bene supremo, che non è salus populi, la salute del popolo, ma di ciascuno. È il potere che garantisce la vita, basta seguire scrupolosamente le norme indicate. Il potere bio-totalitario riesce a isolare i cittadini e li induce a optare tra la vita e la morte. Ho già criticato nel merito queste norme, le intenzioni, i calcoli e i profitti, il terrorismo psicologico che le accompagna e la strategia del protrarre. Ma non è di questo che sto ora parlando. È l' impoverimento della nostra vita ridotta a fisicità. Tosse, starnuto, prelievo, corsetta, controllo, tampone, mascherina: un ventaglio di paradigmi e di prescrizioni fisiche ha sostituito il nostro lessico, riducendolo solo alla sfera corporale. Condivido la previsione di Michel Houellebecq che la pandemia non produrrà capolavori. Anche se tutti speriamo in uno solo, la scoperta del vaccino; ma torniamo alla riduzione biologica della vita. In un' epoca tecnologicamente avanzata come la nostra, la biopolitica tende a farsi psicopolitica, come sostiene il coreano Byung-Chul Han, ossia il potere che plasma e seduce le menti; ma col contagio la seduzione ha ceduto il passo a una più perentoria e brutale prescrizione, anche se il procedimento mentale innescato è sempre lo stesso: interiorizzare le norme del sistema perché servono alla nostra sopravvivenza. È inquietante l' incipit del filosofo coreano: «La libertà sarà stata un episodio», cioè solo una fase di passaggio. Perché la libertà ha senso se è relazione, se è comunità, altrimenti è solo spazio vuoto, prigione senza muri. E poi aggiunge che il segno della nostra servitù è il passaggio dal raccontare al contare. Contano solo i dati, non le storie. È la dittatura del numero, di cui la Cina, con le sue tecnologie, è l' alfiere. Il lascito peggiore di questa pandemia sul piano della dignità umana, è proprio questo immiserirsi del nostro orizzonte, piegati a difendere la nuda vita. E naturalmente non con l' inavvertenza, l' incoscienza, il puro istinto dell' animale, ma con la paura, il timore di essere catturati dal virus, il rifiuto del prossimo che si fa remoto, come i morti e il passato che non torna più. Eppure era bella ieri sera la luna piena nel cielo pulito e sul mare proibito di maggio...
Antonio Socci e l'ipotesi di nuovo lockdown: "La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini". Libero Quotidiano il 07 maggio 2020. L'ipotesi di nuovo lockdown comincia ad aleggiare ufficialmente al Viminale, a soli tre giorni dalla fine della "Fase 1", e Antonio Socci non può far altro che rispolverare su Twitter un vecchio lavoro dell'indimenticato Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte. "La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini", scriveva l'autore siciliano. Un concetto raramente così attuale come in queste settimane di "state a casa", isolamento forzato, Parlamento di fatto esautorato e comunicazioni ufficiali affidate a bollettini e live Facebook del premier a tarda sera. Uno scenario alla 1984 di Orwell, se vogliamo. Che Socci riassume in un altro tweet, stavolta del deputato leghista Claudio Borghi: "Se al governo c'è il Pd il deficit non c'è più, è sostituito dalla locuzione SOLDI FRESCHI". Non sto scherzando, avete notato?". E Socci non si sconvolge per la propaganda dei partiti ("scontata"), "il problema casomai insorge quando c'è un sistema mediatico che non fa informazione, ma - appunto - supporto a UNA propaganda...". Sarà, si chiede l'opinionista di Libero, il caso dell'Italia?
Paolo Mieli ad Atlantide: "Seconda ondata coronavirus? Svolta autoritaria quasi sicura". Libero Quotidiano il 7 maggio 2020. Gli effetti collaterali del coronavirus. O meglio, di una possibile seconda ondata di Covid-19 che possa costringere l'Italia a un secondo lockdown. A parlarne è lo storico Paolo Mieli, ospite di Atlantide di Andrea Purgatori su La7. E l'ex direttore del Corriere della Sera si iscrive al partito di chi pensa che in caso di recidiva potremmo correre dritti dritti versomuna dittatura: "Soprattutto se dovesse esserci una nuova emergenza sanitaria, il rischio di una svolta autoritaria in Italia ci sarebbe", spiega Paolo Mieli. Per questo, aggiunge, che "comportarsi responsabilmente" da un punto di vista della prevenzione del contagio è importante anche da un punto di vista politico. Altrimenti, conclude, la "svolta autoritaria sarebbe quasi sicura".
Il virus e la manipolazione dell’opinione pubblica per paura del mostro. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 10 Aprile 2020. L’aspetto più stupefacente della crisi da virus è la manipolazione dell’opinione pubblica che, per paura del mostro sconosciuto, ha accettato supinamente di cambiare vita, abitudini, prospettive professionali e comportamenti affettivi; che ha messo a rischio il proprio futuro per salvare un presente privo di speranza. Le direttive impartite dalle autorità sono diventate un dogma, al punto di promuovere una sorta di "vigilanza civica" nei confronti di chi non vi si attiene scrupolosamente e – diciamolo pure – un po’ stupidamente. Ci sono regole che non sono previste in nessuna legge, circolare o direttiva, ma che sono entrate a far parte di una sorta di etica pubblica.
1) La spesa al supermercato. Sarebbe buona norma – assicurano gli "educatori" – farla una volta la settimana. Acquistare pane fresco tutti i giorni non rientra nei canoni di una spesa intelligente ma è un gesto di egoismo (come è stato detto in tv) che mette in pericolo gli altri. Per entrare nei supermercati e nei negozi aperti si fa la fila, in posizione distanziata; puoi passare (c’è un commesso Caronte sull’ingresso) solo quando è uscito un altro. A Bologna, la mia città, ci sono i portici, con le colonne a distanza di sicurezza, l’una dall’altra. In questi casi, gli avventori somigliano a un plotone di Marines che dà l’assalto a un avamposto giapponese. Appena uno lascia la posizione dietro la sua colonna ed entra nel negozio, gli altri avanzano tutti di un posto stando rigorosamente al riparo.
2) La circolazione. C’è qualcosa di più stupido che considerare pericolosa per la salute pubblica una passeggiata in solitudine e con tanto di mascherina? Il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, che aveva concesso – in vista della primavera incipiente – un’ora d’aria ai bambini (stanno chiusi in casa da 40 giorni), ha rischiato di essere accusata di una nuova "strage degli innocenti". C’è poi l’obbligo dell’autocertificazione. A parte il fatto che anche nei regimi dittatoriali più feroci non risulta esservi mai stato un sistema di coprifuoco tanto puntiglioso, sono stati predisposti e resi operativi almeno quattro diversi moduli da scaricare dal sito del Viminale, nel presupposto che tutti abbiano un computer e la stampante (per fortuna hanno provveduto a riprodurli i quotidiani locali). Ma dovendo giustificare ogni movimento, non basta compilare un solo modulo, se ne dovrebbe usare uno apposito per ogni occasione.
3) Gli strumenti di protezione. La vicenda delle mascherine evoca la trama di un film horror con un filone umoristico (tipo Frankenstein Junior di Mel Brooks). Le cronache sullo stato dell’epidemia ci informano con dovizia di particolari, tanto a livello nazionale quanto locale, delle iniziative in corso per procurarsi quell’esile tutore diventato indispensabile, salvo riproporre le smentite il giorno seguente. Da altri Paesi sono pervenute tonnellate di mascherine, le grandi imprese di moda hanno convertito i cicli di produzione per metterne a disposizione della comunità (chissà se ogni atelier avrà uno stile particolare da presentare in défilé con modelle rigorosamente in scafandro?). Hanno intrapreso lo stesso sforzo numerose imprese dell’abbigliamento (mentre le fabbriche metalmeccaniche si ingegnano a trasformare gli impianti per produrre respiratori). Ma, al dunque, non siamo ancora in grado di sopperire al fabbisogno non solo della cittadinanza (che ricorre all’arte di arrangiarsi) ma degli operatori sanitari a cui non servono mascherine purchessia, ma oggetti specifici da usare nelle varie fasi della terapia. Capita così che vi siano forniture arrivate da chissà dove che non rispondono ai canoni richiesti. Poi intervengono le certificazioni delle istituzioni competenti ai vari livelli, dall’Oms al medico di base. Nessuno mette in dubbio che i prodotti destinati alla salvaguardia dell’integrità delle persone (soprattutto se dislocati in prima linea come il personale medico e paramedico) debbono corrispondere a precisi criteri sottoposti ad autorizzazione. Bisognerebbe, però, snellire i riti burocratici, aggirare le procedure, sottrarsi alla tirannia dei centri di costo (come la Consip) e decentrare gli acquisti sulla base di una modellistica il più possibile uniforme lungo tutta la Penisola. Come se non bastasse è scoppiata una vera e propria batracomiomachia tra il governo, la Regione Lombardia e la Protezione civile sull’uso delle mascherine da passeggio. Un tema che nei giorni scorsi è stato oggetto di ore di chiacchiere inutili in tutti i talk show.
4) La comunicazione. Sono 40 giorni (se non abbiamo perso il conto) che le più importanti reti televisive nazionali (e quasi tutte quelle locali) cominciano al mattino per finire in seconda serata a parlare di Covid-19, sviscerando ogni possibile filone nuovo emerso in giornata: la pandemia è in calo o in crescita? Bastano i provvedimenti del governo a fronteggiare la crisi? Persino la pubblicità commerciale si è adeguata alla lotta contro il virus. A dire il vero, il governo ha fatto e fa quello che può, tanto che le opposizioni (con l’eccezione dell’ex Cav) sono costrette ad arrampicarsi sugli specchi per criticare le misure adottate. Ci aiuta ad affrontare questo grave momento il pensiero che l’Onnipotente non si è dimenticato di noi. Non fidandosi del nostro libero arbitrio (ormai smarrito e confuso da tempo) il Signore ha provveduto, nell’agosto scorso, a confondere la mente di Matteo Salvini inducendolo, con l’aiuto di qualche mojito di troppo, a mettersi in quarantena politica, a tempo indeterminato, da solo. Sarebbe stato un bel guaio dover fare i conti anche con un’infezione sovranpopulista; e con un paziente zero stanziato al Viminale o, addirittura, a Palazzo Chigi.
5) La dittatura della competenza. La parola è tornata agli scienziati, soprattutto se virologi insigni. La linea è orientata sul tragico andante. Se qualche medico si azzarda a usare toni meno drammatici, viene minacciato e invitato a tacere per non assumersi la responsabilità di indurre le persone ad abbassare la guardia. Roberto Burioni zittisce Maria Rita Gismondo, mentre Ilaria Capua usa prudenti giri di parole per timore, forse, di incappare in altri guai giudiziari, se non si allinea con la dottrina dominante. Ma la cosa più singolare è che gli scienziati, saltando da un talk show ad un altro, esprimono posizioni diverse. Se sono onesti “sanno di non sapere”. Eppure parlano del Covid-19 come se fosse un loro cugino di cui raccontano morte e miracoli: a che famiglia appartiene, come si riproduce, come aggredisce, per quanto tempo resta attivo, se preferisce le donne agli uomini, se fugge davanti ai neri e così via. Il fatto è che le uniche indicazioni terapeutiche che sanno indicare consistono negli arresti domiciliari e nel praticare le abitudini di Ponzio Pilato. Facciamoci coraggio. Moriremo guariti. Pereat mundus, salus fit.
Da Pasolini ai talk show, la rabbia ha perso il suo senso rivoluzionario. Walter Siti su Il Riformista il 6 Marzo 2020. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, a partire da Ricorda con rabbia di Osborne, ci fu la moda (non solo inglese) dei “giovani arrabbiati”: ribellione generazionale, gioventù bruciate, teddy boys. Giovani che rivendicavano il diritto di scandalizzare i vecchi, qualche volta perfino di spaventarli. Nel 1960 Pasolini, in una poesia intitolata La rabbia, accusava se stesso di «arido furore» e definiva la rabbia «un rottame della passione» – dove per “passione” si doveva intendere soprattutto passione politica. Il comunismo era in crisi, il desiderio di cambiare il mondo si accartocciava, appunto, in sterile furia. La rabbia fu anche il titolo di uno strano mezzo film pasoliniano del 1962, tutto e solo di montaggio su materiale di repertorio (con un commento in versi) sulla storia del dopoguerra – la rabbia, argomentava Pasolini, spetta ai poeti tenerla viva contro la normalizzazione portata dal benessere e dalla pace. L’altro mezzo film era firmato da Guareschi, contro cui Pasolini si scagliò al punto da voler ritirare la propria firma, accusando Guareschi stesso di nutrire una specie opposta di rabbia, quella di «chi vede il mondo cambiare, cioè sfuggirgli»: la rabbia insomma del conservatore che vuole alzare barriere contro il mutamento. Poi ci fu il Sessantotto, col tentativo di trasformare la rabbia in rivoluzione (guardando alla Cina), e la capacità di indirizzare la ribellione giovanile verso una seria e vittoriosa lotta contro l’autoritarismo dei Padri. Lotta finita invece, nel giro di pochissimo, col Potere che individuò nei giovani una promettente nuova risorsa del consumismo, fino ad arrivare (con gli anni di piombo) alla terribile equazione di rivoluzione e terrorismo. Poi vennero epoche affluenti, col Pil che galoppava e le riforme sociali fatte a debito; la rabbia si limitava agli “autunni caldi” del sindacato e a qualche sprazzo di neo-neo-avanguardismo in letteratura (ve li ricordate, i “cannibali”?). Ora la rabbia sembra essere ritornata, in una fase di stagnazione economica (o peggio); ora che la normalità è minacciata da un esibito stato di eterna emergenza, enfatizzata dai media. Chiunque sui social si proclami “incazzato” ottiene immediatamente una vagonata di like. La destra, per dir così, “guareschiana”, ha tutto lo spazio per dispiegare la propria rabbia contro ciò che attenta alla tradizione, che sia la presenza per strada dei migranti, o l’espressione genitore uno/due, o l’eliminazione del crocifisso dalle scuole. La sinistra è molto più a disagio con la rabbia, anzi le Sardine esortano a essere gentili; ci sono solo alcuni comizi particolarmente accesi, e la “legittima rabbia” degli operai in presidio perché la loro fabbrica ha chiuso o minaccia di chiudere. Il collegamento in diretta con gli operai che protestano è tristemente diventato un sottogenere del talk politico televisivo, coi conduttori compiti e coinvolti che chiamano operai e operaie col nome di battesimo esaltandone la “compostezza” e “dignità”. L’impronunciabilità della rivoluzione costringe a giri di valzer sulla necessità che il “sistema cambi radicalmente”, che “la finanza faccia un passo indietro”, che “l’etica prevalga sull’egoismo”, fino alla rassicurazione finale “noi non vi abbandoneremo”. Così si tratta la rabbia in tivù, tra un blocco pubblicitario e l’altro. La rabbia si scatena piuttosto, folkloristica, in altri luoghi del palinsesto televisivo: per esempio nei reality, dove ogni tanto qualcuno sbrocca; ma sono rabbie caratteriali, vendette o frustrazioni, per personaggi di tutte le età – inquinate sempre dal sospetto della recita, dell’isteria a uso di telecamere. Nei reality vige il divieto assoluto di parlare di politica, i compartimenti devono restare stagni. Negli ultimi tempi il vero unico segno di rabbia giovanile autentica, commovente e non mediatizzabile, l’ho letto nelle labbra strette e negli occhi feroci di Greta Thunberg mentre diceva ai governanti del mondo «come osate?». Non era provocazione, era dolore puro, ai limiti della patologia; e infatti ci stiamo tutti sforzando di dimenticarlo, perché quel viso contratto di una sedicenne chiedeva davvero la (impossibile) rivoluzione. Oggi la letteratura si è riavvicinata alla rabbia: non tanto nella narrativa quanto in alcuni monologhi teatrali (penso a Stefano Massini e al Poiana di Andrea Pennacchi). Ma il genere in cui la rabbia sembra aver assunto il ruolo di ingrediente principale sono i testi della musica trap, declinazione popolare della poesia contemporanea. Nei versi dei trapper italiani c’è molto maledettismo di imitazione, ripreso dal gangsta rap americano; è quello che colpisce i benpensanti, inducendoli a ridicole richieste di censura (o di impensabili palinodie) – ma c’è anche molta rabbia autentica che varrebbe la pena di confrontare con quella di sessant’anni fa. La cosa che colpisce di più è che questa rabbia attuale sembra contenere in sé la previsione del proprio fallimento. «La mia rabbia non volevo sprecarla così», dice Anastasio in Rosso di rabbia, come se già si vedesse in un abito rosso fiammante sul palco di Sanremo, applaudito dal pubblico in smoking; e infatti aggiunge «non è roba da poco/ strillare mentre questi mi fanno le foto». Che la loro rabbia sia destinata a finire in glamour, sembra esser dato per scontato dai più sensibili e più bravi di loro, ed è forse questo che conferisce un tono di malinconia e depressione disincantata ai testi di Achille Lauro o di Rancore (che scrive «la musica è libera quanto un’ora d’aria in carcere»). Spesso è su una base di amore disperato che si accampano gli eccessi di machismo o menefreghismo, le affermazioni orgogliose di droga e diversità. Il più politico di loro, Massimo Pericolo, brucia in un video la propria scheda elettorale; la percezione acuta dell’ingiustizia sociale lo spinge al rifiuto della politica e della scuola, scrive «andrei a pisciare sulla tomba di chi mi ha messo al mondo» con la (in)sofferenza di Rimbaud che scriveva “merde à Dieu” sulle panchine di Parigi. A questi ragazzi, per sottrarsi allo spettacolo, non restano che l’anarchia e l’autodistruzione.
Gianluca Di Feo per “la Repubblica” il 30 aprile 2020. Adesso che il mondo conosce la paura del virus, non la dimenticherà. E i maestri del terrore faranno di tutto per sfruttarla. Il monito dello storico Walter Russell Mead dalle pagine del Wall Street Journal accende un faro sulla nuova minaccia: «Il ventunesimo secolo sarà l'Era della Biologia, in cui la capacità di scatenare malattie tra gli avversari darà alle nazioni un vantaggio strategico». La crisi della pandemia rischia di aprire la corsa agli armamenti batteriologici, dissotterrando i peggiori fantasmi della Guerra fredda: le scoperte della genetica messe al servizio dei Cavalieri dell' Apocalisse. Negli scorsi anni l' omicidio del fratellastro di Kim Jong-un, ucciso in Malesia con il gas nervino, e poi l' agguato con il novichok realizzato in Inghilterra dai sicari russi hanno dimostrato che la produzione di killer invisibili non si è mai fermata. Mostri distillati nelle basi più segrete del pianeta. Mentre si parla da anni degli esperimenti atomici nord coreani, le notizie sulle ricerche batteriologiche condotte lì sono rarissime. I disertori però hanno fornito un elemento illuminante: oltre alle spore, studiano come realizzare gli antidoti. A Pyongyang l' attenzione è concentrata su quei morbi "mimetici", con cui colpire senza svelarne l' origine artificiale: forme geneticamente potenziate di malaria, tubercolosi, febbre emorragica, vaiolo. La Cortina di Ferro copre ancora gli istituti del Biopreparat russo, smantellati da Eltsin e rivitalizzati da Putin. Identico mistero custodisce le ricerche dell' Iran. L' istituto Pasteur di Teheran ha allevato generazioni di scienziati e i biologi iraniani dispongono della competenza per modificare i patogeni più diffusi, trasformandoli in armi di massa. Gli effetti devastanti del Covid hanno però mostrato come sul fronte delle difese la situazione iraniana sia carente. Memore dei problemi creati dalla Sars invece la Cina ha mantenuto un formidabile apparato per la lotta ai contagi. In queste settimane si è discusso molto sulla genesi del coronavirus, con accuse lanciate dalla Casa Bianca contro il laboratorio governativo di Wuhan. È dal 2010 che a Pechino si discute di come adattare gli insegnamenti di Sun Tsu all' epoca biotech. Un volume profetico del colonnello Guo Jiwei ha ispirato dottrina dell' Armata di Liberazione Popolare: «La biotecnologia diventerà il nuovo vertice strategico della futura rivoluzione militare». E c' è un sogno che unisce tutti gli untori di Stato: ripetere quello che accadde nel VI secolo con la "peste di Giustiniano" quando la morte nera decimò bizantini e persiani, senza toccare i popoli del Nord. Ecco: nel 2017 l' annuario di Scienza della strategia cinese ha parlato di «attacchi mirati su specifiche etnie genetiche». Ovviamente i terroristi jihadisti hanno cercato di mettere le mani sui batteri. Dal 2001 sono state segnalate caterve di tentativi, spesso strampalati, avviati dagli emissari di Osama Bin Laden per fare incetta di spore di antrace, salmonella e persino ebola. Le capacità tecniche però non sono mai state all' altezza dei desideri. Il controllo di ospedali e università ha poi permesso all' Isis di fare passi avanti. Dopo la caduta di Mosul sono stati sequestrati documenti che provano l' interesse del Califfato per le armi biologiche. Oggi l a rete jihadista sta riorganizzandosi e molti analisti ritengono che stia preparando attentati proprio con i batteri: pure un assalto rudimentale in questo momento potrebbe innescare un' ondata di panico senza confini. Il modello di riferimento sono le lettere all' antrace che subito dopo le Torri Gemelle hanno tenuto l' America col fiato sospeso per settimane. Trappole semplici e molto efficaci. Quelle lettere erano figlie del "terrorismo domestico": i gruppi suprematisti statunitensi. Il loro messaggio si è diffuso in tutti i continenti e ha ispirato gli assalti più sanguinosi dell' ultima stagione: dalla strage nella moschea di Christchurch in Nuova Zelanda fino al massacro contro i turchi di Hanau in Germania. Le formazioni neonaziste sono più agguerrite che mai e credono che i virus siano perfetti per decimare le comunità di immigrati, spesso prive di assistenza medica. Costruire uno scudo contro questa nuova coalizione del Male Ogm sarà impegnativo e costoso. Un mese fa la società Visiongain ha prospettato una spesa di oltre 16 miliardi, ma ora le stime sono già raddoppiate. «Nel futuro post-Covid l' abilità nel riconoscere rapidamente nuovi morbi e sviluppare cure e vaccini diventerà un pilastro della difesa nazionale», ha scritto Walter Russell Mead: «Il mondo è cambiato e dobbiamo adattarci».
La paura di uscire di casa, dagli hikikomori alla quarantena. Antonino Paviglianiti l'1 maggio 2020 su Notizie.it.
La paura di uscire di casa, dagli hikikomori alla quarantena. La paura di uscire di casa è una vera e propria malattia psicologica che la quarantena rischia di amplificare: dagli hikikomori alla fobia sociale.
La paura di uscire di casa è da sempre una fobia sociale. Nelle ultime settimane, però, di questo fenomeno si è tornato a parlare con insistenza in virtù del lockdown da coronavirus che ha costretto milioni di italiani a trascorrere le giornate chiuse in casa. La paura di psicologi e terapeuti, adesso, è che questi sessanta giorni comportino un grave dramma sociale anche per chi, prima, non soffriva di questo disturbo sociale. A focalizzare l’attenzione su questo tema è Maria Rita Parsi: “La reclusione di questi mesi ha dato vita a una regressione: è come se fossimo tornati in un grembo materno che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio. Il fatto poi che sia una reclusione obbligatoria fa cadere i sensi di colpa legati al rallentamento del ritmo e alla rinuncia a uscire nel mondo per affrontare sfide lavorative e personali. La casa è diventata un luogo di sollievo, dove non esiste il pericolo di intrusioni e aggressioni esterne e dove si può essere pigri senza doversi giustificare. Le uniche imposizioni del ritiro sono quelle di cibarsi dal punto fisico e mentale, ovvio che ci si trovi bene”.
La paura di uscire di casa. Secondo l’esperta questo fenomeno, dopo il lockdown da quarantena, sarà: “Più maschile, perché le donne tradizionalmente frequentano la casa di più e per la maggior parte rappresenta un lavoro aggiuntivo rispetto a quello esterno. Agli uomini la reclusione forzata da coronavirus ha offerto una condizione più nuova, un rientro all’interno di una protezione quotidiana e un’occasione per poter stare di più con i figli, scoprire l’hobby della cucina, vedersi una serie tv senza sensi di colpa, ritrovare tempi nuovi”. Il ritiro forzato da quarantena può: “Inibire le energie che mettevamo in atto nella vita normale. Le stiamo conservando come un tesoro ma c’è il rischio che per qualcuno, restando troppo nel freezer, si congelino e si riveli poi difficile rimetterle in moto”. Per Maria Rita Parsi bisogna iniziare a preoccuparsi nel momento in cui: “Si esagera con le ore passate davanti al computer il sonno. La reclusione di questi giorni ci ha concesso un rapporto già rilassato con la sveglia, ma indugiare nel sonno è una forma di evasione che può evidenziare forme di depressione”. Ma la quarantena da Coronavirus non sarà il fattore primario a scatenare questa paura nelle persone: “Se qualcuno arriverà a barricarsi in casa non sarà per problemi psicologici nati con la clausura da coronavirus, ma per patologie preesistenti”.
Cosa è l’hikikomori. “Hikikomori” è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato in gergo per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria abitazione, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori. È un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, principalmente maschi (tra il 70% e il 90%), anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora. Anche in Italia, soprattutto a causa del lockdown per il Coronavirus, l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un disagio adattivo sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo. In Italia non ci sono ancora dati ufficiali, ma riteniamo verosimile una stima di almeno 100 mila casi. Sono diverse le cause che possono portare al fenomeno dell’hikikomori. Per esempio caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente sensibili e inibiti socialmente. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva. Può essere dovuto a un’eredità familiare: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili concause, soprattutto nell’esperienza giapponese. I genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale spesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto. Oppure, l’hikikomori deriva da problemi scolastici e sociali: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo. Gli hikikomori sviluppano una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire.
La fobia sociale. Un altro fenomeno che rischia di accentuarsi con la quarantena è la fobia sociale che si può tramutare in paura di uscire di casa. Il disturbo d’ansia sociale, o fobia sociale, è la paura degli altri, dei giudizi altrui, di non sentirsi all’altezza, la paura di subire umiliazioni davanti agli altri. Questo tipo di ansia può portare un individuo ad isolarsi, ad evitare incontri sociali per paura appunto di essere giudicati negativamente. Si calcola che in Europa questa fobia raggiunga circa il 2% della popolazione, mentre negli USA si raggiunge addirittura il 7%, e sembra che le donne siano più coinvolte rispetto agli uomini. Questa sociofobia si manifesta non solo quando si deve affrontare una situazione difficile, ma anche quando si ha a che fare con una semplice cena, una rimpatriata, una festa, questo perché si ha paura delle persone. Questa fobia delle persone fa si che chi ne soffre, il sociofobico, ha paura di esporsi per timore di bloccarsi, balbettare, diventare paonazzi, fare qualche gaffe. Addirittura molti sociofobici quando hanno in previsione una uscita sociale dove probabilmente dovranno anche minimamente esporsi, tendono ad avere quel che viene comunemente chiamata ansia anticipatoria, cioè cominciano a mostrare i sintomi dell’ansia al solo pensiero di dover uscire e affrontare tale situazione.
Vera Mantengoli per “la Repubblica” il 20 marzo 2020. Ce l' aveva messa tutta per realizzare insieme ai colleghi e alle colleghe le aree di Degenza e Terapia intensiva dedicate ai contagiati Covid-19 nell' ospedale di Jesolo, come chiesto lo scorso 10 marzo dalla Regione. Si era dedicata notte e giorno per essere, ancora una volta, un punto di riferimento per i compagni di corsia e per i pazienti, quei pazienti che curava con tanto amore da quando aveva scelto di fare l' infermiera. Un lavoro durissimo in questo periodo, ma che non l' aveva mai scoraggiata, anzi. Tuttavia qualcosa nella sensibilità di S.L., 49 anni di Cortellazzo, si è incrinato. La roccia che aveva sempre dimostrato di essere si è per qualche motivo sgretolata al punto da portarla a compiere un gesto che rimane ancora inspiegabile, mettere fine alla sua vita. Lunedì scorso S.L., dopo intensi giorni di lavoro in Terapia intensiva, si era sentita poco bene. Aveva la febbre e chi, meglio di una persona che lavora in ospedale, sa che è proprio la febbre uno dei possibili sintomi del Covid-19. I medici le avevano fatto il tampone che, a ieri, non aveva dato ancora nessun risultato. Rimane un mistero che cosa possa aver turbato S.L., sola nella sua casa di Cortellazzo. Quel giorno a casa, dopo turni di lavoro massacranti, è stato fatale. La roccia ha iniziato a cedere, pezzo dopo pezzo, fino a scomparire nelle acque del fiume Piave. Il suo corpo è stato trovato all' alba di ieri mattina da un pescatore e recuperato dalla Guardia costiera. Quando è stata riconosciuta, nessuno ci voleva credere. Nessuno. Certo, aveva lavorato tantissimo ed era stanca, a ripensarci bene aveva dato dei segni di affaticamento, ma nessuno dei suoi colleghi avrebbe pensato a tanto. «Era una persona dedita al lavoro, una risorsa insostituibile per i colleghi e per la nostra azienda sanitaria» afferma il direttore generale dell' Ulss 4, Carlo Bramezza. «I colleghi che in questi giorni sono in prima linea sul fronte del coronavirus sono rimasti scossi e colpiti dall' accaduto. A nome dell' azienda esprimo il più profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia della nostra infermiera». La "nostra infermiera", dice. Quando si lavora uniti per sconfiggere una battaglia si diventa un unico corpo e un' unica anima. Ora S.L. non c' è più, ma quanto ha fatto è vivo e parte della squadra che ogni giorno si alza per aiutare chi non ce la fa. «Abbiamo visto foto di infermieri e medici distrutti dalla stanchezza al punto da addormentarsi sulla tastiera del computer, ma nessuno era pronto a vedere un crollo senza più ritorno».
Mario Ajello per “il Messaggero” il 22 marzo 2020. Il premier Conte è molto preoccupato della «tenuta emotiva» del Paese. In queste ore non fa che ripetere, a chi nel governo e fuori vorrebbe regole più dure, che «non possiamo esagerare nella limitazione dei movimenti dei cittadini, anche perché metteremmo a rischio lo stato psicologico della popolazione». E in effetti la «tenuta emotiva» degli italiani, anche a causa degli errori iniziali del governo che hanno pregiudicato l'efficacia generale della terapia, si va facendo sempre più complicata. Lo si vede dalle richieste d'aiuto che si moltiplicano e che arrivano dalle case degli italiani ai centri specializzati degli psicologi. Non bastano gli ansiolitici, ecco, ci si rivolge agli specialisti per le crisi di panico - lo sfogo più ricorrente: «Non ne usciremo più e a me sembra d'impazzire» - e del resto l'Istituto Piepoli, a cui l'Ordine degli psicologi si è rivolto per avere lo «stressometro» dell'Italia al tempo del Coronavirus, fornisce dati poco rassicuranti. Nella prima settimana d'emergenza la paura per il virus era del 65 per cento tra gli italiani, nella seconda è salita al 75 per cento e adesso in progressione parallela a quella della pandemia sfiora l'80 per cento. Nicola Piepoli spiega: «Non c'è soltanto la paura del contagio ma a questa si sta aggiungendo sempre di più, a volte con punte di parossismo del tipo: finiremo tutti pezzenti come nell'Italia distrutta dalla guerra, il panico per l'economia che sprofonda al livello del 43, quando gli americani ci bombardavano». Il contagio non accenna a diminuire e per i cittadini provati da una clausura che sembra senza sbocchi la Società Psicoanalitica Italiana ha appena attivato, gratuitamente, attraverso i suoi 11 centri in tutto il Paese, un servizio di ascolto e consulenza - via Skype, via telefono, via mail e non più il lettino freudiano - per chi in questi giorni vivendo una situazione di stress sente il bisogno di un aiuto competente. Iniziative così, da parte dell'Ordine nazionale degli psicologi e di centri qualificati (basti pensare che da Shanghai sono arrivati a Wuhan 150 psicoterapeuti negli ospedali e collegati on line nella fase d'emergenza), stanno aumentando negli ultimi giorni. Per poter accedere al servizio dello Spi, ad esempio, occorre andare sul sito (spiweb.it) e inviare una mail ad uno dei referenti indicati con la richiesta di attivazione del servizio. Le risposte poi vengono fornite entro 24 ore per definire la modalità di colloquio a distanza più adatta alle specifiche esigenze, nel rispetto della privacy dei singoli pazienti. I quali, come aspetto della sintomatologia depressiva, confessano in molti casi la tendenza alla ruminazione: ovvero la difficoltà a distrarsi da un pensiero angosciante, che in questo caso è quello del Coronavirus. La «tenuta emotiva», come nelle guerre, è fondamentale per vincere contro il nemico. Il morale dei cittadini, se si abbassa, offre spiragli nei quali l'avversario - in questo caso invisibile - può muoversi. Ora il problema sono gli stati d'ansia o depressivi, l'irritabilità (contro condomini rumorosi e familiari con cui si è costretti a dividere h24 lo spazio domestico spesso molto piccolo e comprensivo di suocera), l'insonnia e gli attacchi di panico che, per effetto di immagini choccanti come quelle della colonna di camion militari che portano via centinaia di bare da Bergamo, sui soggetti più deboli possono essere devastanti. Spiega Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra e presidente della Società psicoanalitica: «Le problematiche stanno crescendo, come il senso di persecuzione, la claustrofobia, la tensione, sostenuta anche dai media. Ci sono situazioni di coppia esplosive. Gli adolescenti si sentono braccati, scappano, dal virus e da casa». Cantare sui balconi insomma può essere una bella cosa, ma la «tenuta emotiva» del Paese è un fatto anche clinico molto più che canoro.
Coronavirus strumentalizzato per uccidere la democrazia. Astolfo Di Amato de il Riformista il 20 Marzo 2020. Chiusi ormai da giorni in casa, l’orizzonte sia spaziale e sia temporale di ciascuno di noi si è improvvisamente ristretto. Così come non è più possibile uscire di casa, al tempo stesso è sempre più difficile uscire dalla paralisi presente e fare progetti per il futuro. Il continuo riferimento nei discorsi pubblici alla “guerra”, che il paese sta combattendo e che unito può vincere, la comunicazione istituzionale sempre più militarizzata, scandita dai bollettini della Protezione civile e dalle dirette Facebook del Presidente del consiglio, accentuano un comune sentimento di vivere “un’ora suprema”. Ma è davvero così? La generazione degli italiani, che hanno vissuto consapevolmente la Seconda guerra mondiale con i bombardamenti e la fame, non c’è più, ma c’è ancora quella di coloro che hanno vissuto il dopoguerra e visto gli immani sacrifici che furono dietro il famoso miracolo economico. E, poi, vi sono i resoconti dai veri teatri di guerra: l’Iran, il confine tra la Grecia e la Turchia per fare un esempio. La guerra, insomma, è tutt’altra cosa dall’attesa su di un divano di casa, e perciò, forse, vi è bisogno di un ridimensionamento, come ha scritto Giuliano Cazzola su questo giornale. E’ un momento difficile, molto difficile, le conseguenze economiche saranno devastanti, ma non è una guerra. Eppure, va registrato un atteggiamento delle istituzioni troppo spesso teso a rappresentare l’emergenza coronavirus come uno stato di guerra. La comunicazione delle istituzioni è tutta tesa a dare l’idea dell’uomo solo al comando. Conte che comunica con le dirette Facebook, in una relazione diretta tra il condottiero ed il suo popolo. Conte che scandisce frasi come “ho deciso”, “mi assumo la piena responsabilità politica”, le quali implicitamente significano l’obliterazione di tutte le procedure democratiche di assunzione delle scelte politiche. Contemporaneamente, con un disgustoso asservimento di molta parte dell’informazione, l’accusa di sciacallaggio a qualsiasi critica possa riguardare la condotta del governo. Basta considerare il silenzio indecente di larga parte dei mezzi di informazione su quanto è avvenuto e su quanto sta avvenendo nelle carceri e sulla palese inadeguatezza dell’attuale Guardasigilli. L’impressione, allora, è di una strumentalizzazione di questo momento, certamente difficile ed emergenziale, per mandare in soffitta la democrazia e sostituirla con una democratura. Se non nelle forme, nei fatti, che è quello che alla fine rileva. Ed il pensiero, allora, non può non andare a quel fiume di proclami che si sono costantemente levati contro ogni proposta di riforma costituzionale, volta a rafforzare i poteri dell’esecutivo in modo infinitamente più modesto di quanto la realtà attuale ci consegna. Oggi stiamo assistendo ad una radicale torsione delle istituzioni democratiche nel senso della esaltazione dell’uomo solo al comando e chi reagisce è subito accusato di alto tradimento. La responsabilità del sistema dei media, nel suo complesso e salve poche meritevoli eccezioni, è grave: l’informazione da cane di guardia della democrazia trasformata in cagnolino del potere. Ma la maggiore responsabilità non può non essere del Presidente della Repubblica e del Partito Democratico. Sono loro che hanno le chiavi per impedire questa degenerazione. Perché non lo fanno?
Altro che comunità, sembra essere tornati al Ventennio. Iuri Maria Prado de il Riformista il 19 Marzo 2020. La retorica politica e giornalistica, in un trionfo di buffissimi toni da Ventennio, racconta che durante questa crisi l’Italia s’è unita in mirabili dimostrazioni di solidarietà e altruismo. Gli italiani avrebbero finalmente capito che qui è in gioco la salute pubblica, e che ciascuno deve contribuire alla protezione di quel bene comune. L’idea sarebbe dunque questa: rinunciamo a una quota di libertà e benessere personale in favore di un interesse preminente, cioè appunto quel bene comune rappresentato dalla salute pubblica. Niente di più falso. Perché tutelare la salute pubblica significa anche – io direi: prima – non lasciare che un Paese muoia di debito e fallimenti. Tutelare la salute pubblica significa assicurare le condizioni di funzionamento della produzione industriale, dell’istruzione, della giustizia. Perché non curare tutto questo produce non solo povertà e svilimento di un Paese ma, concretamente, una prospettiva di incalcolati decessi. Istigati da quella retorica, gli italiani hanno preso a reclamare qualsiasi restrizione e a celebrarne l’inevitabilità in omaggio a quel bene supremo, la “salute pubblica”, pure facendo le visite che tutto questo insorga a motivo di una nobile ansia altruistica. Ma non è vero e anzi è vero il contrario. Tutto questo suppone semmai una magari comprensibile ma certamente egoistica pretesa di protezione singolare in barba agli interessi comuni e superiori. Vogliamo che il governo faccia “tutto” quel che si deve per fermare il virus: cioè chiudere scuole, negozi, uffici, giardini, e poi limitare i nostri movimenti assicurando l’ordine con il presidio delle camionette ed elevando a delitto la dichiarazione sbagliata resa al militare che ci interroga sul nostro itinerario. Questo preteso “tutto”, che chiediamo al governo di fare e di cui ci compiacciamo quando è fatto, nei nostri desideri non è per nulla rivolto alla tutela del bene pubblico ma al nostro singolare: voglio che il governo faccia tutto affinché io non mi ammali. E il richiamo alla “salute pubblica”, questo feticcio, è solo un modo ipocrita per ammantare di qualche sensibilità civica un feroce interesse personale e al più familistico. Il primo interesse pubblico sarebbe quest’altro: e cioè che si comprendesse che non si può fare tutto contro il dilagare di questa malattia, se per “fare tutto” intendiamo subordinare ogni scelta, ogni decisione, ogni provvedimento all’esigenza di contrasto del virus. Più ancora: il primo interesse pubblico sarebbe di far comprendere che tutto non solo non si può fare, ma non si deve.
"Paura, isolamento e dolore. Molti cadranno per lo stress". Lo psicologo: "Più durano le restrizioni, più il disagio si estenderà. Ma non vergognatevi a chiedere aiuto". Emanuela Fontana, Venerdì 20/03/2020 su Il Giornale. Ci sono gli eroi che danno forza, gli angeli con la mascherina (quando possono disporne). Ma poi c'è la rivoluzione del tempo e della libertà: il tempo diventato infinito, la libertà ridotta a una casa o a una stanza. Da oggi il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi metterà a disposizione sul proprio sito 4mila professionisti on-line, per un consulto telefonico ai cittadini, il primo gratuito. Questo anche perché, come ci spiega David Lazzari, il presidente, «ci aspettiamo che l'andamento dal punto di vista psicologico sia opposto a quello medico: man mano che andranno avanti le restrizioni, il disagio psicologico emergerà. Abbiamo avuto miriadi di richieste. Da domani pubblicheremo sul nostro sito anche una guida anti-stress»: per gestire sacrificio e paura.
Professor Lazzari, come può una società che non ha più memoria del sacrificio affrontare un periodo di cambiamento radicale di abitudini destinato a prolungarsi?
«Ci siamo spesso trovati a dire: Fermate questa giostra, voglio scendere! Qui è accaduto un po' questo: siamo scesi dalla giostra. E questo ci offre un'opportunità unica prima che la giostra riparta. E magari potrebbe ripartire per ognuno di noi in modo diverso. Veniamo da una realtà accelerata che non ci consente di pensare. Dobbiamo cogliere l'elemento positivo che questa situazione ci offre. E ricordarci che tutti siamo soccorritori e tutti vittime».
I ricordi di chi ha vissuto la guerra si stanno assottigliando sempre di più. A che cosa si può fare appello?
«Da allora è la prima volta che ci troviamo in una dimensione sociale totalizzante. Siamo isolati fisicamente ma non soli. Si può essere isolati ma non soli. È fondamentale anche la creatività, e l'ironia. Tutto ciò che è creativo alleggerisce e crea coesione. L'elemento essenziale è la resilienza».
Ci può spiegare meglio il significato di una parola che non è ancora entrata nel lessico quotidiano di tutti?
«È la capacità di affrontare con spirito costruttivo le situazioni negative. La casa può essere prigione o rifugio. Se la vedo come rifugio attribuisco un valore positivo. Anche questo tempo che è diventato un tempo lento a cui non siamo abituati: posso dargli valore negativo come tempo perso, ma può diventare tempo ritrovato, tempo nuovo. Sono due modi legittimi di leggere le situazioni, non inventiamo niente, non sto dicendo che l'acqua è vino».
Come legge l'atteggiamento di chi nega l'emergenza?
«In questa fase chi non protegge se stesso non protegge gli altri e quindi non è solo una scelta individuale. Diventa un problema di tenuta della collettività».
Che rapporto aver con la paura?
«La paura ci protegge e ci consiglia, ma ci serve una paura giusta ed equilibrata. Con la nostra guida vogliamo insegnare ai cittadini ad aiutarsi da soli. Ma quando non basta diciamo: non vergognatevi di chiedere aiuto».
E come si sta modificando il rapporto con la morte?
«Sta certamente cambiando. Abbiamo sviluppato un bisogno di invulnerabilità eccessivo e controproducente, ricordarci che siamo tutti vulnerabili ci dà una dimensione più umana. Per i rapporti affettivi sarà una prova della verità. Sia nella convivenza che nelle relazioni a distanza. Possiamo imparare a riannodare i fili. Imparare a essere vicini anche da lontani, dire quelle cose che non siamo abituati a dirci.
Molti che vivono la malattia a casa lamentano la mancanza di un sostegno.
«C'è bisogno di rinforzare la rete pubblica. È evidente che possiamo fare psicologi online, teleconsulti, ma la nostra iniziativa si affianca ma non sostituisce il servizio pubblico e la Protezione Civile. Penso alle tante persone che hanno subito lutti, a medici e infermieri sotto pressione. Il decreto del 9 marzo prevede il reclutamento negli ospedali anche di psicologi. La ritengo una necessità».
Gioia Locati per “il Giornale” il 20 marzo 2020. Vi rigirate nel letto fino a notte inoltrata. O cercate di appisolarvi sul divano in salotto visto che c' è la tivù. Semmai frugate nel frigorifero alla ricerca di qualcosa da mangiare anche se avete già cenato e non avete appetito. Non chiamatela insonnia. Non voi che avete sempre dormito come orsi in letargo. È un preludio dello stress da coronavirus. «Il sonno infranto è il primo segnale che il cervello ci manda quando siamo preoccupati - spiega il professor Claudio Mencacci, direttore del reparto di Psichiatria dell' Ospedale Fatebenefratelli-Sacco - L' ansia può derivare dal pensiero di ammalarsi oppure può entrare in gioco un' alterazione del ritmo sonno-veglia dovuta all' isolamento forzato».
Già, il brusco cambio di abitudini. È questione di ritmi ma anche di rituali.
«Dobbiamo fare i conti con la noia, con la solitudine, con il fastidio e con la frustrazione crescente. È importante cercare di adattarsi al nuovo senza lasciarsi sopraffare. Suggerirei di non perdere le buone abitudini e di acquisirne altre. Non stiamo vivendo un eterno fine settimana. L' orario della sveglia al mattino sia sempre lo stesso sia per chi è impegnato in un' attività lavorativa, sia per chi studia, sia per chi si ritrova con tanto tempo da gestire. Manteniamo i nostri rituali del risveglio, dalla colazione alla cura di sè».
C' è qualcosa da cui stare in guardia?
«Direi di fare attenzione all' alimentazione, abbiamo visto che le grandi scorte sono state di pasta e legumi. Non eccedere nei carboidrati, ai pasti a tutte le ore, soprattutto non ricorrere agli alcolici e fare in modo che l' isolamento non coincida con la sedentarietà. Chi non ha una cyclette o un tapis roulant può dedicare qualche ora alla ginnastica».
C' è poi la necessità di informarsi continuamente. Il suggerimento del professore è quello di leggere e ascoltare la radio, piuttosto che «lasciarsi invadere» dalle immagini.
«Con la lettura e l' ascolto si attivano aree cerebrali diverse, la quantità di filmati che continuamente scorrono davanti agli schermi favorisce l' aumento dell' ansia».
In isolamento non si è tutti uguali. Ci sono i single costretti a fare i conti con una solitudine senza precedenti, gli anziani che non ricevono visite dai parenti e i nuclei familiari, anche numerosi, la cui convivenza serrata può scatenare anche litigi.
«Il suggerimento è di dare un senso, un autentico significato a quello che stiamo vivendo. Direi di imparare a popolare il nostro isolamento pianificando le giornate. Prima ci si lamentava di non avere tempo, oggi abbiamo l' opportunità di arricchire questa condizione. Stabilire i momenti del lavoro e le pause, per l' attività fisica o per i pasti. E quello dello svago insieme: vedere un film, cucinare, dialogare. O degli hobby accantonati: riscoprire la passione per la pittura o rispolverare uno strumento musicale. Insomma, far leva sulla nostra capacità di reagire positivamente. Tenendo presente, poi, che l' isolamento ha in questo momento un significato sociale e di benessere reciproco».
Coronavirus, smettiamola di dire #Andràtuttobene. Alessio Lasta il 18/03/2020 su Notizie.it. Se anche i numeri finali si fermassero a quelli odierni, non sarebbe comunque andata bene. La mia esperienza negli ospedali ddi Bergamo, la zona più colpita dal Coronavirus. Dobbiamo avere il coraggio di dircelo, per non finire anche noi tra i soffici guanciali di chi attenua, smussa, smeriglia, alliscia e così dorme sonni tranquilli, quando tranquilli non sono. Contro Covid-19 non pesano solo il ritardo nella presa di coscienza della sua mostruosità, i giorni e le settimane preziose di vantaggio che gli abbiamo regalato. No. Pesa, e non poco, anche il fatto che lui non sia, in qualche maniera, visibile ai nostri occhi. Misurabile. Direi perfino tangibile. Non c’è devastazione di case e paesaggio, come per le macerie di un terremoto. Eppure è un terremoto de l’Aquila al giorno, con l’asticella dei morti ben sopra i 300 ogni ventiquattro ore o giù di lì. Non è una sciagura aerea, con la carlinga in fiamme e la fusoliera tagliata in due. Eppure il numero dei morti è ormai più di dieci volte superiore a quello dei passeggeri di un normale low cost. Non è un attentato terroristico, con le torri che crollano, i corpi che si gettano nel vuoto pur di non finire soffocati dal fumo. Eppure siamo arrivati a 2.503 morti e supereremo, purtroppo, anche quelli delle Twin Towers. Eccolo il vantaggio enorme del virus sulle nostre vite. Non ha un volto, non ha una forma. C’è ma non c’è. Questa sua volatilità ci fotte in partenza. L’essere umano ha bisogno, per natura, di vedere, toccare, misurare. In una parola: di fare esperienza. E se questa esperienza non c’è, perché il nemico è silenzioso e invisibile, allora anche la presa di coscienza arriva dopo. Spesso troppo tardi. Siamo in quarantena da quasi una settimana ormai, una cosa innaturale, che si è presa in fondo anche un po’ di quello che siamo, ovvero bisognosi di stringerci, baciarci, abbracciarci, toccarci, sentirci. Ci è stata tolta la relazione, quella capacità di entrare dentro la storia di chi ci sta a fianco, condividendola, scambiandoci l’io e il tu. Ci è stata tolta per il nostro bene. Pensate un po’ che paradosso: ci fanno del male, per farci del bene. Lì fuori però è anche peggio, rispetto a dentro, alle ridotte delle nostre case, agli spazi che è difficile condividere per così tanto, in modo continuativo e così a lungo. Fuori c’è il nemico invisibile, quello che ci precede perché noi non lo abbiamo riconosciuto. E non lo riconosciamo. Quello che ci fa paura e ci spinge a cantare sui balconi, a esporre il tricolore, a inventare flash mob. Non importa quanto riusciti. Quel che conta è sentirsi parte, condividere con qualcuno per diluire il dolore, l’angoscia, l’apprensione. “Cantando il duol si disacerba”, avrebbe detto Petrarca. Oggi invece noi, molto più prosaici, lo diciamo con un hashtag: #andratuttobene. Se ci serve per fare un respiro bello lungo e prendere congedo, anche solo per un attimo, da quel senso di angoscia e tempo sospeso, ci può anche stare. A patto però che non si esorcizzi la paura più di quanto non si combatta il virus, stando per esempio a casa. Cosa che ancora non è entrata nelle zucche di tutti gli italiani. Sin dall’inizio, quando ho scelto la rotaia del racconto da dentro, perché da lontano in genere si vede male, ho deciso di non avere verecondia dell’immagine, né timore della parola. Piuttosto di governarle. Perché il giornalismo non è una seduta di psicanalisi e se ti devo dire che la situazione degli ospedali, delle terapie intensive, dei pronto soccorso è al collasso, quantomeno in Lombardia, non posso non dirtelo se è così. Posso trovare una forma, semmai. È solo vedendo, dando un corpo all’invisibile che ci sta fregando tutti, che possiamo pensare di avere, forse, un’arma in più per sconfiggerlo. Torno da un reportage per “Piazzapulita” in provincia di Bergamo, la zona più colpita. Ci sono medici e infermieri che stanno facendo di tutto, con un’abnegazione straordinaria, se non fosse anche, come è, vera e propria vocazione. Ho visto quarantenni in crisi respiratoria portati d’urgenza in terapia intensiva, intubati. Omoni dai corpi atletici, che non respirano più. Non solo vecchi, mi capite? Ho assistito alla corsa disperata alla ricerca di una bombola d’ossigeno per salvare un paziente. Ho visto medici piangere per non essere riusciti a salvare una vita che era nelle loro mani. Purtroppo non solo nelle loro, evidentemente. Ecco perché già adesso, nei fatti, non va tutto bene. Ecco perché, se anche i numeri finali si fermassero a quelli odierni, ovvero 2.989 persone contagiate in più rispetto a ieri (lunedì 16 marzo, ndr), per un totale complessivo di 26.062 positivi, di cui 2.060 ricoverati in terapia intensiva e 2.503 morti dall’inizio dell’epidemia, non sarebbe comunque andata bene. Come tutte le epidemie la sconfiggeremo, non v’è dubbio. Ma ora allentare le maglie delle restrizioni – in un popolo che per dna vi è allergico – e abbandonandosi al placebo dell’ #andràtuttobene sarebbe un errore gravissimo. Che anticipa la Pasqua prima ancora della Quaresima.
Il tempo della fobocrazia. È il dominio della paura, il potere esercitato attraverso l’emergenza sistematica, l’allarme prolungato. Ogni settimana sull'Espresso un termine commentato da una grande firma. Donatella Di Cesare il 19 marzo 2020 su L'espresso. Potrebbe essere la parola chiave della governance neoliberale. Il dominio della paura, il potere esercitato attraverso l’emergenza sistematica, l’allarme prolungato. Si diffonde timore, si trasmette ansia, si fomenta odio. Vengono suggerite minacce immaginarie, amplificati pericoli reali. La fiducia svanisce, l’incertezza ha il sopravvento. La paura perde la direzione e prorompe in panico. La psicopolitica non è una novità di questi tempi. Se la paura domina gli animi, allora con la paura è possibile dominare gli animi altrui. È evidente da sempre il nesso stretto con il potere. Ma nello scenario della globalizzazione la paura non è semplicemente uno strumento di governo. Né tanto meno ha le forme totalitarie del passato, quando era il terrore stesso a governare, mentre il potere divorava il popolo, cioè il proprio corpo, e conteneva i germi dell’autodistruzione. Oggi la paura è piuttosto un’atmosfera. Ciascuno è consegnato al vuoto planetario, esposto all’abisso cosmico. Non occorre un avvertimento diretto, perché i rischi sembrano provenire dall’esterno. Nella sua apparente assenza il potere minaccia e rassicura, esalta il pericolo e promette tutela – una promessa che non può mantenere. Perché la democrazia post-totalitaria richiede la paura e sulla paura si fonda. Ecco allora il circolo perverso di questa fobocrazia. Suspense e tensione si alternano in una veglia permanente, in un’insonnia poliziesca, che provoca incubi, abbagli, allucinazioni. Si accendono e si spengono focolai di apprensione collettiva, si induce lo stress a intermittenza, fino a raggiungere l’apice dell’isteria collettiva, senza alcuna strategia e senza chiari scopi, se non la chiusura immunitaria di una comunità passiva, disgregata, depoliticizzata. Così il «noi» fantasmatico si sottomette temporaneamente all’emergenza e ai suoi decreti. Ma questa fobocrazia ha una presa provvisoria e rischia a sua volta di essere destituita e detronizzata dall’ingovernabile virus sovrano che vorrebbe governare.
M. Se. per “la Stampa” il 18 marzo 2020. Sono due gli accessi importanti che si registrano negli ospedali in questi giorni di emergenza. Quelli legati al coronavirus, ma anche quelli nei reparti di psichiatria perché «soprattutto chi già prima era in una condizione di vulnerabilità, è ora esposto a situazioni di crisi molto più profonda», spiega Laura Parolin, presidente dell' Ordine degli psicologi della Lombardia Il problema vero è che i servizi di Salute mentale «sono in una situazione drammatica perché impossibilitati a svolgere molte delle attività a supporto delle persone fragili secondo le modalità tradizionali. In più non sono sempre attrezzati per altre tipologie di intervento a distanza, davanti a un inevitabile incremento del bisogno di supporto psicologico in una situazione di pandemia che impatta su tutta la popolazione». Tra l' altro ora sono chiamati a occuparsi anche di persone e famiglie che prima vivevano in una condizione di benessere e ora si trovano a fare i conti con forme di stress acuto, traumi, perdita repentina di persone care e con la paura del contagio. Per questo c' è stata una chiamata alle armi degli psicologi da parte di Regione Lombardia che, con un decreto del 14 marzo, ha dato precise indicazioni per garantire formule di assistenza anche online e a distanza. «Sempre in considerazione del contesto drammatico di questa emergenza il decreto - spiega la presidente Parolin -, invita le strutture a facilitare gli psicologi impegnati a fornire adeguato supporto anche a medici e infermieri in prima linea nell' assistenza ai pazienti affetti da Covid19, oltreché offrire l' importante sostegno ai parenti delle vittime». Nonostante il momento drammatico che stanno vivendo e la quasi assenza delle équipe psicosociale per le emergenze, «credo che tutte le strutture stiano reagendo in modo forte e grazie a un lavoro incredibile degli operatori». L' Ordine degli psicologi si è messo a disposizione e oltre a un dialogo attento con le autorità, ha dato vita a una serie di iniziative. La prima riguarda la creazione di una mappatura delle associazioni riconosciute dal dipartimento di Protezione civile di psicologia dell' emergenza attive sul territorio regionale, in modo da provare a riorganizzare gli interventi in emergenza. La seconda riguarda la campagna di sensibilizzazione a favore di tutti i cittadini: #lopsicologotiaiuta. «Mai come in questi giorni - conclude Parolin - è importante che la nostra comunità professionale metta al servizio della società le proprie competenze, e il contributo di ognuno di noi può fare la differenza per chi sta soffrendo». L' iniziativa è promossa con una serie di video a cui tutti possono accedere su youtube e su facebook.
Dagospia il 18 marzo 2020. Da I Lunatici Radio2. Elisa Vicenzi è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino. Elisa Vicenzi, capo unità di ricerca Patogeni Virali e Biosicurezza dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, ha parlato di Coronavirus: "Questo è un virus intelligente, ci auguriamo che possa acquisire dei cambiamenti, delle piccole mutazioni, che lo rendano meno virulento. Dico questo per l'esperienza che abbiamo avuto con il virus della Sars". La professoressa Vicenzi ha aggiunto: "Quando tutto tornerà alla normalità? Non ho una risposta. Ci auguriamo che con il caldo e con l'aumentata umidità la diffusione si possa attenuare. Devo però fare una precisazione, sempre riferendomi al virus della Sars, che a primavera ebbe la sua massima trasmissione per poi sparire col caldo. Mi auguro che possa verificarsi questa cosa, anche se non voglio dire che il virus si estinguerà, perché è un virus diverso rispetto a quello della Sars. Potrebbe circolare di meno con il caldo". Sulle modalità di trasmissione del virus: "Questo virus si trasmette con le famose goccioline che vengono emesse quando si parla, con la tosse o la starnuto. Queste goccioline si depositano sulle superfici inanimate. In particolare quelle poco porose come la plastica e l'acciaio. Queste goccioline rimangono lì per due o tre giorni. Se una persona passa e tocca queste superfici con le mani per poi portarsele alla bocca, al naso o agli occhi, rischia di infettarsi. Con la stagione calda ci auguriamo che il caldo e l'umidità portino ad una maggiore inattivazione del virus. Questo non vuol dire che il virus sparisce, semplicemente viene inattivato". Sulle polemiche legate alle troppe persone che escono comunque di casa: "Bisogna seguire le regole, ovviamente. Fondamentale è la distanza che dobbiamo tenere. Almeno un metro, un metro è poco, due metri sono meglio. Manteniamo le distanze. Non stiamo in gruppo. Un metro è il minimo sindacale, sarebbe meglio mantenere una distanza di due metri. Quando vedi persone che vanno a correre e sono molto vicine tra loro, non va bene. E' giusto andar fuori per prendere una boccata d'aria, fa bene alla nostra salute e al nostro stress. Non dobbiamo stressarci, cerchiamo di dormire bene, di bere tanta acqua. La paura di ammalarci è pericolosa, alla fine ci fa ammalare. Non dobbiamo sentirci ammalati quando non lo siamo. Il nostro benessere psicologico è fondamentale. Capisco che una boccata d'aria faccia bene. L'importante è non stare vicini ammassati. La distanza è fondamentale, e anche l'igiene. Bisogna lavarsi le mani e non portarsele al naso, al viso e agli occhi. Cerchiamo il benessere personale, cerchiamo di rilassarci il più possibile. Bisogna eliminare la tensione. Se ci si sente ammalati al primo sintomo, si crea un meccanismo che deve essere evitato. L'ansia va combattuta, non giova a nessuno".
· L’Idiozia.
DAGONEWS il 4 aprile 2020. Bufera su un gruppo di influencer che hanno creato dei micro bikini con le mascherine usate in questo periodo per proteggersi dal coronavirus. Il costume è stato ribattezzato "quarankini" e diverse morte di fama hanno pubblicato i loro selfie con indosso solo mascherine. Una scelta che non è per nulla piaciuta e che sta scartenando una bufera sulle ragazze. In molte le hanno accusate di non avere cervello visto l’emergenza sanitaria che il pianeta sta attraversando. Non solo: in molti paesi mancano i dispositivi di protezione individuale per medici e infermieri e vedere che finiscono a coprire capezzoli e vagine di stupide influencer ha scatenato la rabbia dei social.
Mirko Molteni per “Libero quotidiano” il 17 marzo 2020. Si fa presto a dire "stupido", poiché l' idiozia si presenta sotto infinite forme. Ci può essere l' irragionevole saccheggio dei supermercati a causa della psicosi di turno, cioè il coronavirus oggi, oppure la guerra del Golfo nel 1991. E c' è di molto peggio, come il lancio di sassi da un cavalcavia, imbecillità che conferma quel detto secondo cui «la madre dei cretini è sempre incinta». Nell' era di Internet e dei social network, poi, la demenza ha trovato nuovi canali, perniciosa epidemia che premia con migliaia di contatti o di "like" ciò che è abbastanza terra terra per attirare il maggior numero possibile di persone in una gara all' appiattimento generale verso il basso. Fenomeno che, per certi aspetti, era iniziato, ma solo in parte, con la televisione. Già il buon Giovanni Guareschi, morto nel 1968, aveva fatto in tempo a vedere abbastanza degli albori della tivù per profetizzare che il piccolo schermo rischiava di livellare verso il basso l' intelligenza di tutti, anziché innalzarla. Ciò perché la velocità delle immagini e del parlato soverchia la capacità di riflettere, allenata invece dallo sforzo della lettura. La profezia di Guareschi pare però compiuta più con l' abuso di Internet, su cui chiunque può postare scemenze, che non con la classica televisione, controllata dalla professionalità di registi, artisti e giornalisti. Dice il filosofo Pascal Engel: «La produzione di stronzate, che era endemica nella stampa, è diventata pandemica sui media, su internet e sui social network, che la diffondono in dose tale che è diventata una forza politica. Fa parte di quella che è stata chiamata l' era della post-verità, che sarebbe meglio chiamare l' era delle stronzate». Ma nemmeno definire la stupidità in modo univoco è facile. L' ultimo libro dedicato al tema, la Psicologia della stupidità edito dalla Nuova Ipsa di Palermo (304 pp., 24 euro), è stato scritto in coro da ben 28 studiosi, fra psicologi, filosofi come il citato Engel, e neurologi che, coordinati dal curatore Jean-François Marmion, si sono confrontati sul problema. Per Serge Ciccotti, psicologo dell' Université de Bretagne-Sud, la stupidità sarebbe una cecità a nuove informazioni, che nel vero cretino è permanente, mentre in ognuno di noi può verificarsi in singoli momenti di distrazione. Come esempio di innocente "stupidata" che capita a tutti, Ciccotti cita il guardare due volte in un secondo l' orologio: «Quando si vuol sapere l' ora, bisogna guardare l' orologio, è uno schema che si attiva meccanicamente, permette di mettere poca attenzione nel compito da svolgere. Per questo, dal momento che non si fa attenzione e che si pensa ad altro, cioè si guarda senza vedere, l' informazione non viene captata, e si è obbligati a leggere l' ora una seconda volta. Non vi pare stupido? Nel campo della ricerca sulle risorse attentive, gli psicologi hanno dimostrato che spesso siamo ciechi rispetto ai cambiamenti». Il neurologo Pierre Lemarquis spiega tali discrepanze con la lotta fra le diverse aree del cervello, sia i due emisferi, di cui il destro più poetico, sognatore, artistico, e il sinistro più freddo, razionale, calcolatore, sia i lobi, di cui quello frontale sarebbe la sede della maturità e dell' equilibrio, mentre i profondi talamo e ipotalamo restano sede degli istinti animali che sono il basamento della creatura. Poco diversa è la tesi di Daniel Kahneman, professore di psicologia all' università di Princeton e Premio Nobel 2002 per l' Economia. Ritiene che la mente umana funzioni con due sistemi paralleli, il Sistema 1, veloce, istintivo e automatico, e il Sistema 2, lento e razionale: «Il sistema 1 è quello delle emozioni, poiché queste ultime vengono prodotte automaticamente, senza intenzioni e rientrano nella pura soggettività. Il sistema 2 le può accettare o no. Ma attenzione, anche se il sistema 1 rappresenta l' emotività, è molto di più, è in relazione con l' interpretazione della vita, la percezione, con la maggior parte delle nostre azioni. E il sistema 2 fa molto di più che ragionare soltanto, poiché assicura una funzione di controllo che non è meno importante». Per Kahneman, alla peggio, se usassimo solo il Sistema 1 saremmo così impulsivi che «diremmo tutto ciò che ci passa per la testa come i bambini». È sulla necessità di equilibrare cuore e mente che pare insomma nascondersi il problema della stupidità, scaturita quando tale equilibrio va a farsi friggere. Il neuropsicologo portoghese Antonio Damasio, dell' Università della California del Sud, conclude infatti: «Non è possibile per un essere umano operare nel pieno delle proprie capacità solo con la razionalità, o solo con le emozioni. Sono entrambe necessarie. La razionalità si è evoluta sulla base delle emozioni, che rimangono in secondo piano per lasciarci coinvolgere da una situazione o tenercene alla larga».
· Il Pessimismo.
Psichiatri: “campanilismo regionale da Covid” ha effetti anche sulla salute psichica e aumenta il rischio di ansia e depressione. Redazione di siciliaogginotizie.it il 12 Novembre 2020. Dall’Italia dei balconi a quella del campanile, aumenta il rischio di ansia e depressione. A dirlo sono gli esperti della Società Italiana di Psichiatria (SIP), secondo cui atteggiamenti di rancore e rivalità tra cittadini di Regioni appartenenti a fasce di rischio diverse ritenute discriminatorie, possono accentuare comportamenti psicopatologici con derive psichiche complottistiche e peggiorare sintomi ansioso-depressivi, soprattutto tra le categorie dei lavoratori più colpiti dalle misure restrittive, come ad esempio, negozianti, ristoratori e tassisti “Con l’entrata in vigore del nuovo DPCM e la recente suddivisione dell’Italia in tre fasce di rischio, gli italiani sembrano divisi tra sentimento e risentimento. La maggior parte ha accolto l’ultimo decreto sentendosi più sollevata dall’adozione di misure restrittive proporzionate alla situazione epidemiologica regionale e in grado di arginare questa valanga di contagi” – commenta Massimo di Giannantonio, presidente SIP – “Ma c’è anche chi di fronte alle diverse fasce di rischio sta reagendo con un senso di rivalsa e ostilità misto a rabbia e intolleranza verso misure ritenute discriminatorie. Questo atteggiamento affonda le sue radici non soltanto in contrapposizioni politiche ma anche in antichi campanilismi che aggiungono soltanto ulteriori emozioni negative sulla popolazione già provata con un aumento del rischio di ansia e depressione”. “E’ innegabile che la gestione dell’emergenza in questo nuovo momento di lockdown localizzato è vissuta in modo molto diverso soprattutto dai lavoratori più colpiti economicamente rispetto a quanto successo nei mesi di marzo e aprile – dichiara Enrico Zanalda, co-presidente SIP – La prima ondata era stata il trionfo della solidarietà e della tolleranza che era stata accompagnata dall’ammirazione per il sacrificio di medici e infermieri e aveva spazzato via egoismi materiali contro il pericolo comune incombente e invisibile. Oggi la situazione è purtroppo cambiata e“la sindrome da campanilismo” indotta dalla gestione del lockdown diversificato getta benzina sul fuoco del risentimento e della rabbia, accentuando disturbi psicopatologici oltre che reazioni di intolleranza con possibile esito in proteste sociali. Ma la battaglia contro il coronavirus si vince tutti insieme con il rispetto individuale delle norme anti-contagio a tutela della collettività e soprattutto delle persone più fragili come gli anziani, i disabili e i portatori di disturbi mentali” concludono gli esperti
Covid e campanilismi, l'appello del Presidente Squarta: "Oggi non esistono perugini, ternani o spoletini: esistono solo gli umbri". Cresce il vento dell'unità e della solidarietà dopo un rigurgito di campanilismi sulla riorganizzazione degli ospedali per ospitare i malati di covid di casa nostra. Il duro appello di Squarta: "Certi atteggiamenti sono inaccettabili". Nicola Bossi il 29 ottobre 2020 su perugiatoday.it. Si fa sempre più forte il vento dell'unità dell'Umbria per battere la crisi da coronavirus, dopo i ricorsi al Tar e le dure critiche sui social e in sede istituzionale portate avanti soprattutto dal sindaco di Spoleto fortemente contrario alla riorganizzazione in ospedale covid - ma saranno garantiti alcuni importanti servizi extra-virus - della città dei Due Mondi. Spoleto che si aggiunge, come struttura sanitaria, a Perugia, Terni, Città di Castello e Pantalla che da settimane stanno tirando la carretta per tutta la Regione. Cresce un vento dell'unità - anche sindacati e centrosinistra hanno chiesto di collaborare e di dialogare con la Giunta regionale - per spazzare via egoismi e campanilismi che rischiano di dividere nel momento peggiore della storia dell'Umbria dal dopo-guerra. Ma un ruolo importante, per evitare tutto questo, lo devono avere e rispettare soprattutto chi ricopre un incarico istituzionale. Il presidente del consiglio regionale, Marco Squarta, ha voluto rimarcarlo lanciando un nuovo appello ai cittadini ma soprattutto a chi ha l'onore e l'onere di rappresentarli. "Oggi abbiamo il record di contagi in Umbria, quasi 700. E' la dimostrazione di quanto la situazione sia molto critica. Per questo torno a fare un appello rivolto a chi riveste incarici pubblici e istituzionali. Quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove alcuni sindaci, alcuni territori, protestano perchè non vogliono ospitare nei propri nosocomi i malati covid. Tutto questo è semplicemente inaccettabile". "Premesso che tutte le zone dell'Umbria devono avere un'assistenza sanitaria adeguata che non riguardi solo il covid, perchè non ci si ammala solo di questo virus, oggi però dobbiamo farci entrare in testa che non esistono i perugini, i ternani, i folignati, gli spoletini, i tifernati... oggi esistono gli umbri, e la parola che deve dominare nelle istituzioni è solidarietà. Noi tutti insieme dobbiamo dare una mano, a secondo delle proprie possibilità, per sconfiggere questa pandemia. Che non riguarda solo l'Umbria, ma il Paese, l'Europa".
Covid hospital, la stoccata dell'assessore Marnati: "I vercellesi han peccato di campanilismo". Da infovercelli24.it l'1 novembre 2020. Ancora polemiche su un progetto ormai superato dai numeri: da soli, i ricoveri di Novara avrebbero saturato ogni letto disponibile negli ospedali vercellesi. Superata dalla crescita esponenziale dei contagi e dei ricoveri, la polemica relativa alla scelta degli ospedali Covid del territorio prosegue dalle colonne dei giornali andando a contrapporre – curiosamente – i politici del centro destra e, talvolta, addirittura esponenti dello stesso partito. Così è stato, nei giorni scorsi, con l'intervento del parlamentare novarese Nastri (Fratelli d'Italia) a favore della trasformazione del Sant'Andrea in Covid hospital – un'ipotesi che i suoi colleghi di partito vercellesi avevano precedentemente bollato come “progetto lazzaretto” - e così rischia di essere per le dichiarazioni rilasciate domenica alla Stampa di Novara dall'assessore regionale leghista Matteo Marnati. Marnati, tornando sul tema degli ospedali Covid e sulla volontà (naufragata) di preservare “pulito” il Maggiore della Carità per continuare a garantire prestazioni ordinarie, riserva parole poco lusinghiere ai colleghi vercellesi che si erano messi di traverso sul progetto del covid hospital: “Qualche vercellese – è la dichiarazione di Marnati - ha letto questo disegno come un'onta, peccando di campanilismo e ignorando che è peggio per tutti avere ospedali Covid sia a Vercelli che a Novara. Per quanto riguarda Borgosesia ha numeri troppo bassi che potevano andare bene un mese fa, non più adesso. Pazienza, Novara deve fare da sé e lo farà”. Dichiarazioni che, come è facile intuire, potrebbero non essere molto gradite all'interno del centro destra vercellese e della Lega stessa. E che, per altro, si scontrano con la tragica realtà dei numeri. A Galliate, ospedale designato come Covid hospital dalla Regione, 29 dei 33 posti letto riconvertiti sono già occupati. Al Maggiore sono occupati 124 dei 137 posti Covid (tra ordinari e di terapia intensiva) e a Borgomanero i ricoverati sono 58. Numeri che, da soli, avrebbero saturato non solo il Sant'Andrea, ma anche Borgosesia, Moncrivello e qualsiasi altro reparto Covid del territorio vercellese. E questo senza contare che, nel frattempo, sono state fermate gran parte delle attività ordinarie e programmate e sono saltati i piani di recupero delle prestazioni sanitarie inevase la scorsa primavera e, dunque, anche il Maggiore lavora solo su emergenze e prestazioni urgenti, brevi, oncologiche e salvavita. Vien da chiedersi per quale motivo riaprire la polemica...
IL COVID COME UNA GUERRA: IMPENNATA DEI DISAGI MENTALI. Stress, ansia e depressione sono unanimemente riconosciuti come effetti collaterali della pandemia. Federico Cenci su Il Quotidiano del Sud il 6 novembre 2020. In questi sette mesi di pandemia è stato più volte evocato il paragone tra l’emergenza sanitaria in atto e una guerra. Al netto dell’iperbole, c’è un aspetto che sicuramente associa le due pur diverse situazioni: il disturbo post-traumatico da stress. Questa forma di disagio mentale che affligge molti militari reduci da scenari bellici, infatti, si registra sovente nella popolazione contagiata, ma fattori di stress colpiscono anche la popolazione sottoposta a restrizioni delle libertà e a un martellamento di informazioni sul virus.
GIOVANI PIÙ VULNERABILI. Sulla correlazione tra Covid e il disturbo post-traumatico da stress si è espressa l’Oms. In un editoriale pubblicato l’11 maggio scorso sulla rivista World Psichiatry, il direttore generale Tedros Adhanon Ghebreyesus ha sottolineato come la pandemia abbia fatto impennare i disagi mentali a ogni latitudine. Durante la prima ondata l’allarme è stato lanciato anche da 42 scienziati da tutto il mondo, attraverso un articolo pubblicato su Lancet Psichiatry, nonché dal gruppo di ricerca indipendente italiano Brainfactor Research. Lo studio di Lancet rileva che le persone con «livelli clinicamente significativi di stress legato al periodo pandemico» ammontano al 27% del totale. Brainfactor Research, invece, attesta che oltre il 22% della popolazione censita presenta «un disordine specifico di natura ansiosa collegato alla pandemia». Destano preoccupazione i giovani sotto i 24 anni, che manifestano questo disagio nel 39% dei casi secondo lo studio del gruppo di ricerca italiano e nel 36,7% secondo quello di Lancet. Non stupiscono, allora, i risultati della ricerca di ConsumerLab, che ha intervistato 700 ragazzi nati dopo il 1997: il 33% del campione, ossia uno su 3, prevede un peggioramento della propria condizione economica. Angustiano i soldi e le incertezze lavorative, così come il rischio di risultare positivi al tampone. Influisce sulla mente, del resto, l’obbligo di dimora dovuto al lockdown o alla quarantena per aver contratto il virus o per essere stati a contatto con persone positive: lo rileva l’Istituto Mario Negri. «In certe situazioni, come la quarantena, non tutti hanno le stesse capacità di resilienza – dice Maurizio Bonati, direttore del dipartimento Salute pubblica dell’istituto – Alcuni possono presentare particolari reazioni emotive e comportamentali». In alcuni ospedali ci si è attrezzati prevedendo figure di psicologi nei reparti Covid. Uno di loro è Damiano Rizzi, presidente della Fondazione Soleterre: «Si potrebbe ipotizzare, come inizia a emergere in letteratura, una sindrome da stress Covid caratterizzata da effetti duraturi del trauma relazionale. Dai primi dati emersi, un terzo dei pazienti mostra disturbi da stress post traumatico gravi o molto gravi, che significa vivere con ricorrenti e involontari ricordi spiacevoli dell’evento traumatico, che spesso non lasciano dormire la notte, che agiscono come se l’evento traumatico si stesse ripresentando».
IL RUOLO DEI MEDIA. La questione è stata affrontata anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, il 10 ottobre, ha sottolineato che «la pandemia ha prodotto, tra le sue tragiche conseguenze, un incremento delle condizioni di disagio psichico, acutizzando situazioni di emergenza psicologica e sociale». E più la pandemia avanza, più si acuiscono i disagi. Un rapporto dell’Università della California pubblicato su Science Advances ha valutato gli effetti della propagazione del virus mentre si manifestavano in tempo reale. Bene, le persone intervistate più avanti nel periodo di studio hanno presentato un più alto tasso di stress acuto e di sintomi depressivi. Tra i fattori che concorrono a questa problematica ci sono la perdita del lavoro e del salario. Non solo. Dallo studio pubblicato su Science Advances si evince pure il ruolo svolto dai media; come riporta il sito State of Mind, le persone che sviluppano sintomi da stress tendono, in genere, ad alleviarlo seguendo attentamente tutte le informazioni che riguardano l’evento traumatico stesso. È così che si sottopongono a una sovraesposizione mediatica, innescando un circolo vizioso che porta al peggioramento del malessere. Ponderare il tempo trascorso davanti gli schermi può dunque aiutarci in questa fase delicata.
Monica Virgili per “Corriere Salute - Corriere della Sera” il 5 novembre 2020. In questa seconda ondata dell'epidemia sembra che la maggior parte dei contagi avvenga all'interno delle famiglie o della rete di conoscenti. Un fenomeno con conseguenze psicologiche immaginabili: chi crede di aver portato il virus «in casa» può sentirsi in colpa di fronte a parenti positivi o addirittura ammalati. «È una reazione comprensibile» commenta Valentina Di Mattei, psicologa clinica dell' Ospedale S. Raffaele e professore associato dell' Università Vita Salute San Raffaele di Milano. «Nelle campagne di prevenzione rispetto alla diffusione del virus si è infatti molto fatto leva sui comportamenti del singolo e quindi sarà più semplice che scatti questa associazione. In situazioni normali però le famiglie sono di solito un contenitore emotivo collaudato ed è difficile che il senso di colpa si manifesti in modo eccessivo. Al tempo stesso potrebbe accadere che siano gli altri a far sentire responsabili e quindi ad adottare condotte espulsive o di isolamento nei confronti dell' infetto. Si tratta del cosiddetto "stigma", già emerso nella prima ondata a primavera e tipico di precedenti situazioni epidemiche, una per tutte l' Hiv».
Avvertire la responsabilità delle proprie azioni è «sano», ma sentirsi in colpa per aver trasmesso una malattia ad alta contagiosità non è troppo?
«Il senso di colpa ha il compito di inibire comportamenti ritenuti inappropriati, poco etici e morali, nel senso migliore del termine. Si presenta in conseguenza alla violazione di norme condivise dall' ambiente in cui si cresce e nel tempo interiorizzate (il famoso Super Io di Freud). Dunque l' essere un veicolo di contagio può portare ad auto colpevolizzazione, rimorso e rimpianto. La possibilità di provare questo sentimento è legata in questo caso alla valutazione del soggetto di avere avuto la possibilità di agire diversamente, in modo più protetto e quindi socialmente più accettabile. Non bisogna dimenticare che il senso di colpa, provato in giusta misura, riveste un ruolo utile per l' individuo. Tuttavia, a seconda della propria personalità e dell' ambiente in cui si è cresciuti, ognuno ha una diversa disponibilità a provarlo: da autoriflessione e rimprovero fino a forme di auto punizione».
Può diventare patologico?
«Quando si varca la soglia dal normale al patologico, si può parlare di senso di colpa in termini di eccessiva tendenza al rimorso e al rammarico e ciò può innescare - o fare diventare più evidenti - alcune forme depressive. Può darsi che questa situazione sia la famosa goccia che fa traboccare il vaso, destabilizzando equilibri già difficili. Anche per questo i soggetti con forme di disagio psichico sono più a rischio. Meglio ricorrere all' aiuto di un professionista quando si manifestano i primi campanelli d' allarme, prima che il disagio diventi debilitante. Da ricordare, sul fronte opposto, che la mancanza di senso di colpa è spesso presente nel disturbo di personalità antisociale».
È diverso se anche chi ha trasmesso il virus si è ammalato?
«Sì, l' essere affetto da malattia potrebbe essere vissuto come la punizione per l' eventuale colpa».
Esiste anche il senso di colpa al contrario, quello di chi vede gli altri ammalarsi e lui no?
«Una forma particolare del senso di colpa è la "sindrome del sopravvissuto". Chi sopravvive a un evento traumatico, ritiene di non esser degno di poter godere di ciò che la persona scomparsa non può vivere più. Un esempio illustre è quello dello scrittore Primo Levi, che sopravvisse ai campi di concentramento ma non al senso di colpa. Ci sono molti casi di persone guarite dal Covid che hanno subìto delle perdite in famiglia. In questa realtà emotiva è normale sperimentare questa sensazione, che va compresa con sensibilità, aiutando la persona ad affrontare il lutto per la perdita e ad accettare ciò che sta provando. Tuttavia è necessario vigilare per capire se la situazione non si protrae troppo a lungo (oltre i 6-12 mesi) interferendo con il comportamento abituale. In questi casi è necessario interpellare uno specialista».
Questo fenomeno riguarda di più chi ha familiari avanti negli anni?
«Contagiare un anziano comporta statisticamente conseguenze più serie, quindi il senso di colpa è comprensibile, compreso quello derivante dal non potersene più prendere cura direttamente a causa del distanziamento».
E i ragazzi che riprendendo le loro attività hanno contribuito a diffondere i contagi?
«Per loro le privazioni sono state intense, interessando proprio i "luoghi" dove si svolge gran parte della loro vita attuale e progettuale: fuori casa e lontano dalla famiglia. Non è stata solo una pausa in una traiettoria che prosegue, ma la sottrazione di parte dell' identità ancora in costruzione. Di conseguenza la capacità di sentirsi (o no) in colpa è da inserire anche in questa ottica. Particolare è ciò che sta avvenendo nelle scuole quando viene data notizia di un caso di Covid. Si osservano dinamiche fortemente aggressive ed espulsive nei confronti di chi si ammala che, inevitabilmente, sarà quindi soggetto a sentirsi in colpa per aver messo a rischio o "quarantenato" un' intera classe».
"Ha disorientato gli italiani". Un sondaggio affonda Conte. L'analisi di Spin Factor evidenzia tutti gli errori del governo: "Non comunica in maniera chiara". Gli stessi pasticci della fase 1. Andrea Indini, Venerdì 16/10/2020 su Il Giornale. Qualche giorno fa, parlando con i suoi, Giuseppe Conte non ha nascosto il proprio fastidio nei confronti di Roberto Speranza. "Non era necessario né utile né fattibile". A urtarlo tanto erano state le dichiarazioni rilasciate dal ministro della Salute che, a Che tempo che fa, aveva ipotizzato di avvalersi delle "segnalazioni" dei vicini di casa per stanare chi, andando contro le disposizioni del governo, avrebbe organizzato cene con più di sei persone. "Più allunghiamo i tempi della discussione - aveva lamentato - più si rischia di complicare le scelte...". Un film già visto durante la "fase 1". Strafalcioni, fughe in avanti e dietrofront, scivoloni e gaffe a cui è d'obbligo mettere una pezza. Anche con l'ultimo Dpcm il governo è finito per incasinarsi con le sue stesse mani. E a disorientare gli italiani, come rilevato da Spin Factor, società leader nella consulenza istituzionale, politica e aziendale che per ilGiornale.it ha realizzato in esclusiva un'analisi sul sentiment degli italiani sulle nuove restrizioni.
Restrizioni e libertà individuali. Alla fine Conte è riuscito a contenere lo strappo di Speranza. Il divieto di trovarsi in più di sei persone attorno al tavolo di casa è stato addolcito in "una forte raccomandazione sull'uso delle mascherine all'interno delle abitazioni private, in presenze di persone non conviventi". "Non riteniamo di introdurre una norma vincolante - ha spiegato il premier - ma vogliamo dare il messaggio che se si ricevono persone non conviventi anche in casa bisogna usare la mascherina". Il danno, però, era ormai stato fatto. Anche perché le dichiarazioni rilasciate a Fabio Fazio sono state amplificate il giorno dopo dall'ennesima anticipazione non autorizzata. Si parlava di un articolo della bozza che conferiva agli "incaricati dalla pubblica autorità" il potere di entrare in casa "in qualsiasi momento" e "procedere alla identificazione dei soggetti presenti nell'immobile". Nemmeno questa misura, alla fine, ha visto la luce. Eppure gli errori comunicativi del governo hanno spinto gli italiani a usare con maggiore frequenza la parola "restrizioni" e non è un caso se, tra le 25 parole più frequenti usate su social e web, compaia anche "libertà". Il 27,59% dei post e dei commenti è contrario a queste restrizioni e teme pesanti conseguenze sull'economia. Il 48,19% ha, invece, posizioni neutre, cioè non espressamente schierate o ambigue.
Il disorientamento degli italiani. "Il nuovo quadro di emergenza sanitaria - ha spiegato al Giornale.it Tiberio Brunetti, fondatore e amministratore di Spin Factor - coincide con una serie di nuove restrizioni che non sono state spiegate subito in maniera chiara e questo ha disorientato molto gli italiani". Nella wordcloud, che mostra le sessanta parole più usate sul web, il monitoraggio fa anche emergere la preoccupazione per l'"emergenza" e per un eventuale "lockdown". Secondo Brunetti gli italiani sono tornati ad essere molto preoccupati. "La percezione sulla pandemia è tornata ai livelli del primo lockdown, quando le parole più utilizzate erano quelle legate alla salute - ha fatto notare il fondatore di Spin Factor - successivamente, in coincidenza con il calo dei contagi, a tenere banco era stata la richiesta di sicurezza economica". Ora, a pesare sulla percezione che si ha della situazione sono i continui passi falsi dell'esecutivo. Gli stessi che aveva compiuto durante "fase 1", come rivelato nel Libro nero del coronavirus (clicca qui). A differenza di allora ci troviamo oggi in "un quadro più complicato sia perché ripiombare in un clima che si sperava superato provoca frustrazione, sia perché non c'è alcuna prospettiva concreta al momento di superamento definitivo dell'emergenza". Questo comportamento non farà altro che aumentare la preoccupazione degli italiani. Preoccupazione che, già nei prossimi giorni, sarà accompagnata da un'altra ondata di malcontento generato dall'emergenza economica.
Gli errori del governo. Se facciamo un salto indietro e guardiamo a quanto successo a cavallo tra febbraio e marzo ci accorgiamo che il governo non è stato all'altezza a gestire l'emergenza. Prendiamo il dramma vissuto in Val Seriana: l'ospedale di Alzano Lombardo è stato subito additato come il grande incubatore del virus. Le morti a cavallo tra il 22 e il 25 febbraio, il caos al pronto soccorso, il personale contagiato che ha veicolato il Covid-19 in altri reparti e così via. Eppure, scartabellando le denunce che sono state depositate alla procura di Bergamo dai parenti delle vittime del coronavirus e analizzando con attenzione le innumerevoli carte firmate dall'esecutivo, emerge un'altra verità. "Qui, dalle nostre parti, hanno fatto i tamponi solamente ai ricoverati", ha denunciato un medico di Nembro nel Libro nero del coronavirus. "C'è tutta una platea di ammalati che non sono mai stati sottoposti al test". Nei giorni in cui si discuteva su chi fare i tamponi, chi doveva indossare la mascherina o chi poteva essere considerato un "contatto stretto" e chi no, ha perso almeno una quindicina di pazienti. E poi la verità sulla mancata "zona rossa" è ancora tutta da scrivere. Ci stanno lavorando i magistrati. I dubbi sollevati a Bergamo possono essere estesi a tutta Italia: ritardi, misure pasticciate, fughe di notizie che hanno gettato il Paese nel panico e mancati interventi a sostegno del sistema economico. Gli stessi errori che, come svelato dall'analisi di Spin Factor, gli italiani lamentano in questo inizio di seconda ondata. Un appuntamento che il governo avrebbe dovuto segnarsi sul calendario da tempo, ma a cui non ha fatto nulla per farsi trovare preparato. Perché non ha fatto scorte del vaccino anti influenzale? Perché non ha potenziato il tracciamento nonostante i virologi avessero avvertito che saremmo andati incontro a un exploit di richieste? Perché non ha preparato un piano serio sulla mobilità per evitare il congestionamento dei mezzi pubblici? Perché non ha fatto seguito all'esigenza di potenziare le terapie intensive in tutte le regioni d'Italia? Come già nella "fase 1", la sola risposta che Conte ha saputo dare è stata mettere dei limiti agli italiani. In vista del prossimo lockdown.
Gli effetti della pandemia sulla nostra psiche. Francesco Boezi su Inside Over il 16 ottobre 2020. Ludovica Lumer è una delle più note esperte mondiali di neuroscienze. La Lumer è una psicoanalista, che oggi lavora privatamente a New York. Dopo aver conseguito un Phd a Londra, ha lavorato presso l’Univerisity College londinese. Ha collaborato inoltre con Samir Zeki, un neurobiologo che ha fatto compiere alla scienza passi enormi per quel che concerne lo studio e la comprensione del cervello umano. La Lumer ha all’attivo una serie di prestigiose pubblicazioni. L’ultima sua opera libraria si intitola For want of ambiguity. Sono tempi – questi – in cui la pandemia pone domande nuove anche alle neuroscienze. Molti studiosi, in questo periodo, stanno allertando i governanti sulle conseguenze psicologiche di questa fase storica. Può valere per gli Stati Uniti, per l’Italia e per tutte le altre nazioni, ma è davvero così? Il Covid-19 ed i suoi effetti stanno cambiando il nostro modo di rapportarci con l’esterno e con l’interno? C’è un “cambiamento psichico” in atto? Stiamo assistendo a delle modifiche sostanziali nella psicologia collettiva? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Lumer, che dipinge un quadro che coinvolge ognuno di noi.
Professoressa Lumer, la pandemia sta modificando la psiche dell’umanità?
«Ogni evento, ogni esperienza (e le emozioni ad esse legate) modificano non solo la nostra psiche, ma l’uomo nella sua essenza fatta di un sistema di cervello, mente e corpo. Ogni esperienza lascia una traccia mnestica che si deposita in noi e fa di noi quello che siamo, individui unici».
Stanno cambiando i paradigmi? L’identità di ognuno è sempre la stessa? Oppure la pandemia ci sta “sradicando”?
«L’identità, il senso di sé e dell’altro, sono concetti in perenne divenire. Ci trasformiamo continuamente, ci evolviamo nel corso della vita, anche se, in un certo senso, si rimane incentrati su una nozione centrale di chi si è. Come il mondo esterno, anche la nostra identità è un costrutto del nostro cervello; il sé è il risultato della costruzione delle nostre relazioni con gli altri sé e con l’ambiente”. Il social distancing e l’isolamento hanno un impatto sul modo di organizzare il nostro essere al mondo e le nostre relazioni. Negoziare la “distanza “ e i confini tra sé e l’altro è una sfida non solo durante lo sviluppo del bambino ma anche per le persone adulte. Dalla nascita cerchiamo di delineare i confini tra le noi stessi e l’ambiente circostante. Questi confini, così essenziali per la nostra prima comprensione del mondo me – non-me, vengono trasformati e rielaborati continuamente nel corso della nostra vita mentre combattiamo per delimitazioni di ogni tipo. La pandemia ha generato confusione nella negoziazione di questi confine sé-altro. Chi sono io dipende dalla mia relazione con gli altri e con l’ambiente. Un ambiente ostile e imprevedibile, come quello di oggi, rende difficile questo compito. L’isolamento, per un animale sociale come l’uomo, è già una forma di morte».
In che senso, secondo lei, viviamo una vita sospesa tra ordine e caos?
«Tendiamo ad organizzare ogni dettaglio della nostra esistenza, ma abbiamo bisogno di sfuggire ad una condizione di linearità temporale che inesorabilmente ci porta alla morte. Abbiamo bisogno di finestre sul mondo che amplino la finitezza del nostro destino, abbiamo bisogno di metafore, simboli, abbiamo bisogno di sognare, abbiamo bisogno di arte, di creatività, forse anche di trasgressione. Il delicato equilibrio tra ordine e caos scardinato da nuove dimensioni spazio-temporali, dalla non linearità degli eventi e dal cambiamento, provoca l’apertura verso nuove possibilità di narrazione. La situazione attuale ci ha gettato nel caos e nell’ incertezza. Ci ha sradicato da un mondo conosciuto impedendoci di fare proiezioni e predizioni per il futuro. Stare al mondo oggi, più di sempre, richiede da parte nostra un atto creativo. L’essere umano tende a trascendere il presente e a proiettarsi verso il futuro. Un futuro incerto, come quello di oggi, àncora l’uomo nel presente con effetti devastanti sul senso di sé (identità) e sul suo ruolo nella società e nella famiglia. Noi esseri umani siamo naturalmente inclini a cercare di dare un senso, forse una forma, a tutto quello che abbiamo intorno, riconosciamo sagome di oggetti nei sassi, negli alberi, nelle nuvole, estraiamo significati dai rumori più assurdi, sentiamo richiami nei fruscii delle foglie. È la nostra condanna, la nostra smania, il nostro destino. Non riuscire a farlo genera ansia».
Esempi?
«Un esempio degli effetti di ansia e paura lo troviamo negli esperimenti sul sonno dei gatti. Se si misura la quantità di sonno Rem (quel momento del sonno in cui il soggetto si “distacca” dal mondo, in cui pochi stimoli vengono percepiti dall’esterno e c’è una sorta di paralisi muscolare) nel gatto domestico e nel gatto selvatico, si vede che nel gatto selvatico la quantità di sonno Rem è di gran lunga inferiore a quella del gatto domestico. Per rilassarci e dormire abbiamo bisogno di sentirci al sicuro. E non c’è bisogno di ricordare che la privazione del sonno può causare gravissimi danni inclusa la morte».
E questo come si interseca con gli effetti della pandemia sulla psiche?
«La pandemia ha sollevato questioni di sicurezza, di trust: a chi dobbiamo credere? A chi affidarci? A cosa credere? Sono state imposte strette regole di comportamento ma non ci sono direttive su cosa accadrà, le persone sono disorientate e impaurite. Come dicevamo, ansia e paura hanno gravi conseguenze sulla salute mentale e fisica (come se fossero diverse!). Durante lo sviluppo il bambino impara a riconoscere e regolare le proprie emozioni. Un ambiante caotico e imprevedibile lo impedisce. Emozioni forti e non regolate creano disorganizzazione e la disorganizzazione interferisce con lo sviluppo di un solido senso di sé, di benessere e senso di sicurezza causando forti deficit cognitivi. La pandemia e l’isolamento hanno fatto da trigger ad ansie personali molto diverse. Alcuni individui, abbandonati a se stessi sono completamente fuori equilibrio, non riescono a mangiare, a dormire, a lavarsi. Per altri invece, per esempio per persone con elevato bisogno di controllo, la restrizione del mondo è stata persino confortante, con figli a casa, lavoro da casa, tutto sotto controllo, conforto ma spesso confusione per l’impossibilità di pianificare il futuro».
Altre questioni aperte?
«La riduzione del libero arbitrio, che genera una sensazione di essere impotente, ha un impatto molto forte e con degli effetti mentali abbastanza evidenti. La facoltà di poter aiutare il prossimo, di saper contenere le ansie altrui è stata messa a dura prova. L’altro aspetto è quello della distanza, con la comunicazione digitale, il distant learning e la telemedicina. Conferenze, cene e parties su zoom sono esplose durante i lockdown, incrementando una tendenza già in atto di interazione a distanza. Non avere uno spazio condiviso impatta l’esperienza empatica e del sentire insieme. Respirare la stessa aria, sentire gli stessi odori, percepire la stessa temperatura, pur restando sostanzialmente esperienze soggettive, contribuiscono a creare uno spazio esperienziale condiviso che è fondamentale per le relazioni sociali e la capacità di comprendere il prossimo. La non condivisione dell’esperienza è smaterializzante».
Come sta reagendo la società?
«Anzitutto abbiamo assistito ad una scelta devastante: vite umane o economia. Una tragica situazione che ha solo fatto esplodere una bolla che comunque sarebbe dovuta esplodere nei sistemi capitalisti. Medici e infermieri sono stati messi a durissima prova. A New York ho fatto da volontaria per prestare supporto psicologico ai medici in prima linea: esseri umani devastati, chiamati a fare il giudizio ultimo di chi far vivere e chi morire. Ricordo una persona che piangendo mi ha detto “quanto ho iniziato a studiare Medicina, non l’ho fatto per questo”. Un medico in prima linea del New York-Presbiterian Hospital si suicidò alla fine di aprile, il padre in un’intervista disse: “Ha fatto il suo lavoro, e proprio questo lavoro l’ha uccisa”. Nessuno di noi aveva la capacità innata di affrontare tutto questo. E fatichiamo a dare un senso a quello sta succedendo. Ma come dicevamo dare un senso è vitale per l’essere umano, se non riusciamo a dare un senso, a creare una narrazione, a “farcene una ragione”, tutti i nostri meccanismi di difesa vengono attivati. Li vediamo tutti al lavoro: dalle ossessioni al rifiuto, dall’intellettualizzazione alle fobie e persino al senso dell’umorismo. Una domanda ricorrente dei miei pazienti è stata “Quando tornerà come prima?” Una sola è la risposta possibile: mai .Non c’è un prima e un dopo, c’è un processo. Stare/essere al mondo è un atto creativo, che richiede tolleranza di ambiguità e incertezze. La vita è un processo, un’evoluzione continua alla quale, per sopravvivere, bisogna adattarsi».
Una citazione per descrivere il quadro attuale?
«Esiste una citazione meravigliosa per descrivere lo stato attuale: “C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata tra le sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo, ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta”. Così scriveva il filosofo Walter Benjamin nel 1939, nelle sue Tesi di filosofia della storia, nel 1962».
Articolo di “El Pais”, dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 16 settembre 2020. "Sono positivo, ma non lo dico". Lo stigma sul contagio gioca contro tutti se il malato, per nasconderlo, non prende precauzioni. Raquel, una giornalista trentenne, è risultata positiva al test PCR e ha cercato di evitare che la gente scoprisse più del necessario. "Sto cercando lavoro e non volevo che si spargesse la voce e smettessero di chiamarmi: potrei entrare in qualsiasi azienda in pochi giorni, quando la mia quarantena sarà finita". Anche Julián, un manager culturale, è stato in quarantena e ancora oggi non gli piace parlarne: "Alcuni mi raccontano le loro esperienze positive o meno, ma io non racconto mai niente. Non so perché, non amo parlarne". Entrambi hanno preferito dare un nome falso. C'è uno stigma intorno a covid-19? C'è paura di questo stigma? Come riporta El Pais, "la stigmatizzazione è una discriminazione contro un gruppo specifico di persone, un luogo o una nazione", secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie. È anche associato a pettegolezzi che promuovono voci e miti. Questa situazione può riguardare individui che sono risultati positivi (anche se hanno superato la quarantena, perché non sono più attendibili nella diffusione della malattia); gruppi etnici che sono sospettati, senza fondamento, di trasmettere ulteriormente la malattia (come nel caso degli asiatici, o degli immigrati in generale); abitanti di aree con un alto numero di infezioni (come "madrileñofobia"); persone senza fissa dimora, o lavoratori in prima linea (come gli operatori sanitari, che sono venuti per essere molestati nei loro stessi edifici). O semplicemente persone che tossiscono. Secondo il Consiglio dei giovani, lo stigma sociale sui giovani si "moltiplica" nella pandemia. Durante il confinamento, anche lo stigma associato a persone con problemi mentali o disabilità è inaspettatamente aumentato, secondo la cattedra UCM-Gruppo 5 contro lo stigma. "C'è anche un auto-stigmatismo, che si verifica quando interiorizziamo i pregiudizi", spiega Manuel Muñoz, direttore della UCM. Questo può portare ad un ulteriore contagio: "Alcune persone possono comportarsi come se non si trattasse di loro, senza accettare la realtà", dice l'esperto. La stigmatizzazione gioca contro tutti: "Le persone colpite possono sentirsi isolate, aumentare la paura della malattia, cadere in depressione", spiega Guadalupe Fontán, portavoce del Consiglio generale delle infermiere. "Inoltre, la paura del rifiuto può portare le persone a non sottoporsi al test o, se il test è positivo, ad annullare le loro attività per non essere scoperte”. Nelle scuole, come ha sottolineato il Consiglio, i bambini che sono risultati positivi possono essere segnalati dagli altri. La soluzione è informare la comunità scolastica e la società in generale. "È normale e responsabile prendere precauzioni nel trattare con le persone infette, ma non è più ragionevole discriminare coloro che hanno già vissuto l'infezione o le famiglie degli infetti", spiega Muñoz. A luglio, in vista dell'aumento delle infezioni, la presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, ha fatto una proposta controversa: la creazione di una "carta" che riflettesse se le persone erano state contagiate. La proposta è stata duramente criticata dalla comunità scientifica, dall'Organizzazione mondiale della sanità e dall'opposizione: non è durata a lungo sul tavolo. L'argomento contrario: la possibilità di discriminazione. I processi di stigmatizzazione avvengono in fasi diverse, secondo i sociologi Bruce Link e Jo Phean, della Columbia University. In primo luogo, un'etichetta è attaccata ad alcune caratteristiche che sono al di fuori di ciò che è considerato normale. In secondo luogo, a quell'etichetta sono associati attributi negativi (per esempio, "quelli positivi sono irresponsabili o possono infettarmi"). In terzo luogo, queste persone sono escluse in alcune zone. Infine, gli individui perdono il loro status, sono discriminati. Quindi, l'ipotetica carta Ayuso potrebbe contribuire alla prima etichettatura o all'esclusione delle persone interessate. L'occultamento del proprio contagio può avvenire per altri motivi, anche per pressioni negazioniste, il che dà l'idea di una certa polarizzazione sociale a questo proposito: "Ho amici negazionisti che mettono in dubbio la gravità della malattia - spiega María, che anche lei non vuole rivelare la sua identità - così quando sono risultata positiva ho cercato di non dirlo: potrebbero dire che il mio positivo è falso, inventato per creare allarme, o che la malattia non è così grave. Non voglio che giochino a fare i poliziotti e che mi giudichino per essere stata contagiata. Non credo che sarebbe utile renderlo pubblico”.
Simone Pierini per leggo.it l'8 settembre 2020. Il coronavirus non ha colpito solo la salute fisica degli italiani. Questi mesi di sofferenza hanno aperto un'altra ferita, ancor più dura da affrontare e prevenire. Da marzo ad oggi nel nostro Paese 71 persone si sono tolte la vita, 46 hanno tentato di farlo. Numeri che secondo gli esperti riuniti al Convegno internazionale di suicidologia e salute Pubblica organizzato da Sapienza Università di Roma sono legati in maniera sia diretta che indiretta alla pandemia. Sono diversi i fattori che avrebbero spinto queste persone al gesto estremo: dai problemi economici all'isolamento sociale. Ma anche l'effetto stigma affisso sui malati e su chi il Covid lo ha sconfitto. Un vero e proprio allarme sociale che rischia di espandersi nel giro dei prossimi mesi. «Il numero rilevante di casi riferiti dai mass media, pur non essendo una rilevazione statistica accurata, indica che nei prossimi mesi il suicidio potrebbe diventare una preoccupazione più urgente, sebbene ciò non sia inevitabile», ha spiega Maurizio Pompili, presidente del convegno e professore ordinario di Psichiatria alla Sapienza Università di Roma. I pensieri tornano alla crisi economica del 2008 quando in Italia ci fu un aumento del 12% di suicidi tra gli uomini. Per gli esperti il timore è che il temuto autunno caldo e gli effetti sul prossimo decennio possano alimentare questo rischio. «Gli effetti della pandemia, secondo le nostre analisi - ha aggiunto Pompili - potrebbe portare a un preoccupante incremento del numero di suicidi, che nei soli Usa è stato stimato in 75.000 persone in più in dieci anni». Le cause tuttavia non si restringono al fattore economico. «È certamente importante ma non è l'unico - sottolinea Pompili - pesano anche lo stigma, il senso di esclusione, il dolore sociale oltre quello fisico. Allora la progettazione di un gesto estremo si fa più concreta, ma la prevenzione è tuttavia possibile non solo imparando a riconoscere i segnali d'allarme, ma anche recuperando il significato di rete sociale, soprattutto in questo difficile periodo: l'isolamento è uno degli elementi che possono precipitare il disagio psichico, ma è ben diverso dal distanziamento fisico necessario a contenere il contagio». Come fare per prevenire? «Si può essere distanti ma vicini - ha spiegato - stando accanto agli altri pur nel rispetto delle disposizioni anti-Covid più rigide. Inoltre, i servizi socio-sanitari non possono interrompersi ed è fondamentale il ruolo della medicina di base».
Lucilla Vazza per ilmessaggero.it il 20 maggio 2020. Calato il sipario sul lockdown e chiusa una fase inedita della nostra storia recente, cosa resta nell'esperienza profonda dopo settimane in casa? Alle saracinesce aperte corrisponderà anche la voglia di aprirsi alla vita, alle uscite, agli incontri? Non è detto. La fine della reclusione fa emergere una diffusa riluttanza per il ritorno alla normalità, perché tutto sommato sono state settimane di relax ritrovato, introspezione, al punto che gli esperti parlano di effetto capanna, un ritiro in una sorta di bolla confortevole. «Molte persone sono state bene in questa bolla di sospensione e si sono adattate con una sorta di piacere alla situazione: meno stimoli faticosi, meno traffico, rumori - chiarisce la psicoanalista Simona Argentieri - Una sospensione che ha comportato un calo dello stress, che è un fatto positivo, ma anche un certo ritiro e un calo vitale, che non va bene, soprattutto a una certa età. È stata un'esperienza inconsueta, ma il buon senso ci deve aiutare a trovare una misura. Mi preoccupa il tema del risarcimento che sta emergendo nelle persone che si sentono abbandonate dallo Stato perché hanno perso il lavoro. Bisogna evitare che la legittima richiesta di assistenza diventi rabbia, un pessimo ingrediente sociale». Nei primi giorni di lockdown per il coronavirus è stata raccontata una dimensione di ritrovato calore familiare, di armonia di coppia. Si cantava dai balconi, sui social spopolavano arcobaleni e sorrisi. «Non credo sia stata una fase idilliaca, tutt'altro - rincara Argentieri - perché la convivenza forzata ha messo a dura prova i rapporti. Ma il problema vero per qualcuno è stato l'effetto doccia scozzese: prima avevamo troppi stimoli, poi all'improvviso troppo vuoto, troppe poche emozioni. Con una sensazione di disorientamento, non per forza patologico, che ho sperimentato io stessa e che mi hanno riferito alcuni miei pazienti che si sono accucciati volentieri in questa situazione. Ora bisogna sforzarsi di uscire». Stesso richiamo va fatto a giovani e giovanissimi, perché se la maggior parte di loro scalpitava per uscire, non pochi stanno facendo fatica a uscire dalla comfort zone fatta di tecnologia e calore domestico. «Si sono abituati a stare in casa, dove hanno creato un microcosmo digitale che funziona: lezioni scolastiche, chat con gli amici, fitness, giochi online - dice la psicologa Maura Manca, presidente dell'Osservatorio nazionale adolescenza. Il rischio è che dal sacrosanto distanziamento sociale anticontagio si passi all'isolamento che può creare un ritiro patologico. E questo può sfociare nel fenomeno, in crescita anche in Italia, degli hikikomori, giovani che non escono più di casa». L'Organizzazione mondiale della sanità, nei giorni scorsi, ha lanciato l'allarme e richiamato gli Stati a una maggiore attenzione alla salute mentale dei cittadini. Sulla stessa linea d'onda gli psichiatri italiani che hanno segnalato al governo la necessità di potenziare i servizi territoriali, indeboliti da anni di tagli e che già oggi, registrano un aumento considerevole di richieste d'aiuto. «Tutte le preoccupazioni legate alla nostra percezione della realtà vanno vissute con coraggio e possibilmente cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, con uno sforzo di creatività e di positività - spiega Massimo Di Giannantonio, presidente della Società italiana di psichiatria - Ma bisogna anche guardare a cos'è successo nel nostro mondo interiore: sono venute meno certezze, abbiamo visto la malattia, c'è crisi economica. Se la paura diventa patologica e paralizzante bisogna chiedere aiuto agli specialisti. I campanelli d'allarme sono un'alterazione importante del meccanismo sonno-veglia, un'eccessiva ansietà, una dimensione depressiva e mancanza di motivazione, la paura di non riuscire a essere chi eravamo prima. Non bisogna vergognarsi, sono sintomi comuni oggi a milioni di donne e uomini in tutto il mondo. Chiedere aiuto non significa essere malati, ma avere l'umiltà e il coraggio di ammettere che c'è un malessere e che va risolto per andare avanti».
Fabrizio Barbuto per "Libero Quotidiano" il 10 maggio 2020. La scrittrice francese Colette scrisse: «Ci sono giorni in cui la solitudine è un vino inebriante che ti ispira libertà, altri in cui è un tonico amaro, e altri ancora in cui è un veleno che ti fa sbattere la testa contro il muro». Difatti è così: dopo averci narrato la fiaba di un' illusoria quiete, l' emarginazione ci pone dinanzi al suo lato oscuro e devastante. Tanto devastante che i suoi effetti sono stati raffrontati a quelli da consumo di alcol e fumo Secondo una ricerca ad opera della Brigham Young University in Utah, l'isolamento ha un impatto così forte sull' organismo da aumentare del 30% la predisposizione dell' individuo ad ammalarsi. L' indagine ha preso in esame i risultati di 70 studi condotti tra il 1980 ed il 2014 su un totale di circa tre milioni di partecipanti. Le conclusioni sono tutt' altro che scontate: l' emarginazione equivarrebbe al consumo di circa 15 sigarette al giorno o, in alternativa, a tracannare alcol in maniera smodata. Julianne Holt Lunstad, autore della ricerca, ha commentato: «L' effetto della solitudine è paragonabile a quello dell' obesità, qualcosa che la salute pubblica prende molto sul serio. È necessario iniziare a considerare in maniera approfondita le nostre relazioni sociali». Il Brigham Young non fu l' unico ateneo a mettersi in moto per approfondire l' impatto dell' emarginazione sull' organismo: la Florida State University, a seguito di uno studio svolto in 10 anni su 12mila individui dai 50 anni in su, stabilì che la solitudine aumenta il rischio di demenza del 40%.
LE DIFESE. Non è del tutto chiara la ragione, ma pare che avere una rete sociale solida si renda utile a rafforzare il sistema immunitario ed a scongiurare, tra le altre, patologie come problemi cardiovascolari, pressione alta e cancro.
Risale al 2011 un' altra ricerca condotta dallo psicologo americano John Cacioppo il quale asserì: «Sentirsi soli può rendere più difficile il sonno e accelerare la progressione della demenza. Quando il tempo reclama il suo conto sul corpo, la solitudine rende più rapida la discesa».
I DANNI. Ci siamo rivolti al Prof. Roberto Albanesi - divulgatore scientifico - il quale afferma: «L' idea di isolamento è ampia: la solitudine di un anziano che ha perso la moglie non è paragonabile a quella di un 30enne dalla grande energia vitale. Il concetto di emarginazione non basta a giustificare un malessere esistenziale. Può essere un fattore sfavorevole, ma proprio come succede nel contagio da Covid, se una persona non ha patologie pregresse, i danni da solitudine sono bassi. L' esclusione della vicinanza altrui comporta danni sulla salute nel caso in cui vada ad acuire disfunzioni psichiatriche preesistenti, come ad esempio la depressione, che sappiamo avere l' infausta prerogativa di minare il sistema immunitario fino a determinare, nei casi più gravi, lo sviluppo di patologie come il cancro. Ma se non si integra in un quadro clinico già di per sé compromesso, non ritengo che l' isolamento possa rivelarsi pernicioso. È altresì necessario fare presente che la solitudine la si affronta con più o meno vigore in base alla propria stagione di vita: un soggetto giovane farà meno fatica ad accettarla, in quanto è consapevole di avere davanti a sé abbastanza tempo. Un anziano potrebbe sentirsi annientato dal timore di concludere l' esistenza in abbandono».
Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 12 maggio 2020. Sono migliaia le persone affette da depressione e disturbi dell' ansia che oggi si trovano in una situazione di potenziale peggioramento del loro stato. In questi mesi di emergenza sanitaria ci si è concentrati soprattutto sui danni fisici e su quelli economici del Covid-19 senza soffermarsi abbastanza sulle ripercussioni psicologiche dell' epidemia, mentre nel frattempo l' isolamento sociale, la reclusione a casa ed il peso dell' incertezza colpivano lentamente la salute mentale delle persone più vulnerabili, che ora si trovano a fare i conti con gli "effetti collaterali" del virus. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, che ha analizzato l' impatto psicologico della quarantena in Cina, ha evidenziato che superati i dieci giorni di isolamento la mente inizia a cedere, e a partire dall' undicesimo giorno emergono stress, nervosismo e ansia, i cui effetti diventano più gravi al traguardo del 15esimo giorno, dopodiché, specialmente in quelle persone che hanno maggior difficoltà a gestire l' ansia, si vedono emergere i disturbi neurologici di tipo disfunzionale, a cominciare dal rapporto distorto con la paura. Il panico rappresenta un elemento ricorrente nelle fasi iniziali di tutti i contesti di crisi, ma in questi due mesi la paura sembra essersi consolidata negli animi caratterialmente più fragili, soprattutto femminili, quelli che custodiscono una sofferenza interiore con la quale già convivono da anni, che vivono abitualmente un isolamento interiore, dovuto a carenze di attenzione e scarsa considerazione dei necessari bisogni affettivi, emotivi e sessuali che hanno accompagnato la loro esistenza, una sofferenza nascosta privata di soddisfazioni corporali, che genera immagini negative, quindi paurose, del mondo che li circonda, alimentando pensieri funesti, focalizzando l' attenzione sull' ambiente esterno piuttosto che su quello interiore, manifestando timori irrazionali non controllabili dalla ragione debilitata dagli eventi.
Minati dal pessimismo Praticamente questi soggetti depressi e disturbati attivano il cosiddetto default mode network, ovvero la rete neuronale che supporta il divagare mentale del pessimismo, quello che nel frattempo prosciuga loro energie e mina le forze, lasciandosi condizionare fortemente dal contagio sociale di chi vive periodi particolarmente stressanti ed angosciosi, poco o nulla confacenti con lo stato di salute mentale, il quale, rispecchiandosi nel loro, attiva meccanismi di difesa che determinano lo spostamento della loro ansia interna verso un oggetto, una persona o una situazione esterna che presenta una qualche connessione simbolica con il proprio disagio psichico. Corpo e mente comunicano costantemente e si influenzano in maniera reciproca, ma non essendo predisposti a reggere situazioni di allerta o tensione troppo lunghi, in questi soggetti si sviluppa una situazione di ipocondria, intesa come tendenza a eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute, percependo ogni minimo sintomo come un segnale inequivocabile di infezione da Coronavirus. Inoltre, l' imprevedibilità di questa nuova malattia ha generato in questi già instabili individui incertezza anche nei confronti della scienza che non è stata in grado di fornire risposte certe, ampliando la loro paura, un attivatore del malessere psicologico, che fungendo da scudo mentale aggrava il loro già consolidato disagio psichico. Le analisi medico-scientifiche infatti, registrano da settimane l' insorgenza di disturbi psichiatrici con prevalenza di quelli di natura depressiva, associati a manifestazioni ansiose, letteralmente esplose dalla fine della quarantena, che ha favorito l' aumento di sintomi acuti da stress, con disturbi del tipo post-traumatico, quali stati d' ansia, insonnia e irritabilità, e alla fine di questo lungo periodo di isolamento forzato, quello che sta emergendo più gravemente sono i disturbi emotivi, dell' umore e del sonno, di depressione e alimentari, e soprattutto sono in grande aumento le crisi di panico, quelle che allarmano di più questo tipo di pazienti, che raggiungono i pronto soccorso in affanno, convinti di aver contratto il coronavirus. Tra i soggetti più colpiti si annoverano coloro che sono stati costretti a restare chiusi lontano dal conforto degli affetti e dalla routine quotidiana, e le evidenze scientifiche descrivono il rafforzamento, durante il confinamento, dei cosiddetti stressor, ossia quegli stimoli esterni che sono fonte di stress, i più diffusi dei quali sono stati il lungo isolamento, la paura di essere contagiati o di poter contagiare i familiari, la noia, la frustrazione, la privazione di beni necessari alimentari o della salute, ma anche immateriali, come quelli legati alla libera informazione o alla socialità. Tutto ciò si evidenzia soprattutto tra coloro che hanno vissuto il lockdown come una restrizione della libertà anziché come un provvedimento a protezione della propria salute, che subivano l' isolamento con la costante voglia di evadere, tranne poi, una volta liberi, sentirsi smarriti e sviluppare la forte preoccupazione di contrarre il virus durante le prime uscite post-quarantena, accusando ansia ed insicurezza a mettere il naso fuori dalle mura domestiche. In generale coloro che non hanno caratterialmente capacità di adattamento non riescono ad uscire velocemente da situazioni di confinamento e adottano sistemi di resilienza non compatibili al cambiamento di vita, poiché l' emozione della paura modera la loro capacità di riadattamento, sviluppando atteggiamenti fobici nei confronti del contagio ed assumendo modalità difensive che li spinge ad adagiarsi nelle condizioni di isolamento se non addirittura a rimpiangerle. contatti assenti Le conseguenze delle paure accumulate e non superate durante i due mesi e mezzo di lockdown, soprattutto se si è stati malati o si è persa una persona cara, rende poco inclini alla socializzazione e diffidenti verso gli altri, inibendo qualunque istinto di contatto corporeo con chicchessia, con prevalenza di pensieri frenanti, incubi, insonnia, ipervigilanza e immagini negative ricorrenti, per cui molte persone continuano a rimembrare i filmati delle bare portate via dai camion militari a Bergamo, quelli del personale sanitario bardato con tute e coperture, quelli delle città deserte o del Papa che prega solo in una piazza San Pietro spettrale, immagazzinando nella memoria procedurale solo gli eventi tragici del recente periodo, i quali prevalgono sui dati ufficiali dei guariti o del trend epidemiologico in decrescita, e finanche sul vigoroso richiamo della primavera, anche questa percepita come negativa, come un soffio di aria nuova colma di rischio e pericolo virale. In alcuni casi, fortunatamente limitati, vi è poi una degenerazione verso l' odio nei confronti di presunti "untori" stranieri o italiani, sulla scia della nevrotica necessità di trovare sempre un presunto colpevole per giustificare il proprio disagio e malessere depositato negli anni negli animi e mai riconosciuto come patologico. Inoltre i problemi delle distanze da mantenere hanno ingigantito la diffidenza verso gli altri, ognuno percepito come una minaccia per la propria salute, e ci vorrà del tempo a tornare all' atteggiamento di prima nei confronti delle persone, poiché ogni diffidenza modula i comportamenti e si attenua e scompare con grandi difficoltà. I costi di questa epidemia saranno alti dal punto di vista psicologico, ed è stato calcolato che saranno 300mila o più i pazienti che svilupperanno disturbi psichici, ed i primi segnali di questa ondata patologica sono già evidenti tra coloro che hanno meno risorse e meno capacità di fronteggiamento emotivo, nei quali la privazione degli stimoli sociali e la perdita della routine giornaliera ha favorito un processo di deterioramento della salute mentale, di abuso di alcol e sostanze, per cui molti di loro faranno fatica ad uscirne e tornare ad una vita in cui molte azioni erano svolte in automatico, quella vita che il Coronavirus ha cambiato per sempre.
Suicidi, quelle vittime collaterali del Coronavirus. Il Dubbio l'11 maggio 2020. E’ cresciuto il numero di persone che si sono tolte la vita. Spesso si tratta di imprenditori rovinati dal lockdown prolungato. Di pochissimi giorni fa la notizia dell’imprenditore A.N. di Napoli, morto suicida attanagliato dalle preoccupazioni e dalle difficoltà di una crisi che in questi mesi di “stop” non aveva certo risparmiato la sua impresa, i dipendenti e le sue responsabilità come titolare d’azienda. Quella dell’imprenditore napoletano, però, è solo una delle tante storie dal tragico epilogo di queste ultime settimane, in cui imprenditori, disoccupati, dipendenti hanno dovuto fare i conti con gli effetti devastanti e non preventivati del blocco totale delle attività e della produzione dovuto all’emergenza Coronavirus. L’Osservatorio Suicidi per motivazioni economiche della Link Campus University – Osservatorio permanente sul fenomeno delle morti legate alla crisi e alle difficoltà economiche avviato nel 2012 – pubblica oggi i dati aggiornati lanciando un severo allarme per il dramma che si sta consumando nel nostro Paese: “Quella che osserviamo – dichiara Nicola Ferrigni, professore associato di Sociologia generale e direttore dell’Osservatorio – è una tragedia nella tragedia in cui alle già tante vittime del Coronavirus occorre sommare i tanti, troppi suicidi legati agli effetti economici dell’emergenza sanitaria. I dati – prosegue il sociologo Ferrigni – sono impietosi: dall’inizio dell’anno sono già 42 i suicidi, di cui 25 quelli registrati durante le settimane del lockdown forzato; 16 nel solo mese di aprile. Questa “impennata” risulta ancor più preoccupante se confrontiamo il dato 2020 con quello rilevato appena un anno fa: nei mesi di marzo-aprile 2019, il numero delle vittime si attestava infatti a 14, e il fenomeno dei suicidi registrava la prima vera battuta d’arresto dopo anni di costante crescita”. A questi numeri, di per sé già significativi, vanno poi aggiunti anche quelli relativi ai tentati suicidi: 36 da inizio anno, 21 nelle sole settimane di lockdown. Proprio pochi giorni fa un 60enne di Baone in provincia di Padova è stato salvato dal suo tentativo di farla finita dovuto alla sospensione – causa Coronavirus – del lavoro appena iniziato e all’assenza di altre forme di reddito. Imprenditori a rischio. Le vittime, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio, sono perlopiù imprenditori: 14, sul totale dei 25 casi registrati nel periodo del blocco. Un numero importante che sottolinea, ancora una volta, e oggi con maggiore forza, la necessità di intervenire con misure e interventi a sostegno del tessuto imprenditoriale. “Pochi mesi fa – conclude Nicola Ferrigni – il nostro Osservatorio rimarcava – in un contesto di fiducia dato dal generalizzato calo del numero dei suicidi, soprattutto tra disoccupati e precari – l’esigenza di un programma di politiche economiche più ampio e strutturato, capace di guardare in modo particolare alle imprese e agli imprenditori. Oggi più che mai questa esigenza diventa stringente, non solo per ricostruire il nostro Paese e per far ripartire l’economia, ma anche per prevenire quella che si sta delineando come una strage silenziosa, di cui le principali vittime sono gli imprenditori in difficoltà”. Il dato complessivo dal 2012. Gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio alzano così a 1.128 il totale dei suicidi legati a motivazioni economiche in Italia dal 2012 a oggi, e a 860 i tentati suicidi.
Già venticinque i suicidi per motivi economici. Dati allarmanti: tra i più colpiti imprenditori, precari e disoccupati. Lazzari (Psicologi): "Chiedere subito aiuto". Sabrina Cottone, Martedì 12/05/2020 su Il Giornale. L'angoscia sale, la speranza arretra, vergogna e sofferenza fanno dimenticare il dolore che si infligge a se stessi, ai propri cari, al mondo. Se in questi mesi di pandemia e di crisi economica sono aumentate le chiamate al Telefono amico, a medici, psicologi, psichiatri e sacerdoti, c'è chi è rimasto travolto. La vicenda senza lieto fine dell'imprenditore di Napoli non è l'unica. A non vedere l'uscita dal tunnel, che era lì appena dietro una curva, venticinque persone. Ancora ieri a Torino un nomade, pare con problemi psichiatrici, si è buttato nella Dora e un passante ha tentato inutilmente di salvarlo. Parlano da soli i dati dell'Osservatorio suicidi per motivazioni economiche della Link University: da gennaio 42 suicidi e 25 durante le settimane di chiusura, 16 solo ad aprile. Nel 2019, tra marzo e aprile erano stati 14: tantissimi ma in numero molto inferiore rispetto al 2020. Il fenomeno non è solo italiano. Negli Stati Uniti si teme per 75mila americani ritenuti a rischio di togliersi la vita per l'isolamento e la perdita del lavoro, secondo uno studio di Well Being Trust. Dal martedì nero del 1929 fino alla crisi del 2008, le cronache raccontano di persone che si abbandonano alla disperazione. In Italia fanno da rete anche il terzo settore e le associazioni. La Federcontribuenti ha diffuso i resoconti di richieste di aiuto. Eccone uno stralcio. Squilla uno dei numeri: «Se la sto importunando chiudo. Sono un piccolo artigiano caduto in una forte depressione che sto nascondendo ai miei familiari. Non so ancora se riaprirò la mia attività oppure se, per la vergogna, togliermi la vita e fermare l'insopportabile disperazione in cui mi trovo che è dolorosissima perché non si ferma mai un istante. Ho parlato anche con altri miei amici imprenditori e la situazione è la medesima». Una storia che si ripete tra crac, soldi che non arrivano, difficoltà nell'accesso al credito. David Lazzari, presidente nazionale dell'Ordine degli psicologi, inquadra il fenomeno e spiega come intervenire: «Una fase di forte stress come quella favorita dal lockdown o indotta dalle preoccupazioni per le prospettive economiche personali può rappresentare un fattore di complessivo e radicale peggioramento del benessere psicologico». Il rischio è maggiore in alcune categorie: «Penso a chi vive una situazione di solitudine, agli operatori sanitari esposti a una fortissima pressione o a quanti non hanno una situazione lavorativa stabile: disoccupati, precari, professionisti, imprenditori. Le persone più fragili o predisposte possono cadere in una situazione di profondo disagio che in casi estremi arriva a gesti estremi come il suicidio, alcuni casi legati al covid-19 si sono già verificati». Ecco che fare: «È importante non chiudersi in sé stessi, non isolarsi, non minimizzare e rivolgersi subito a un professionista per affrontare il problema. Chi nella propria cerchia di affetti riscontra una situazione di particolare difficoltà deve intervenire per spingere chi sta male a farsi aiutare».
Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 7 maggio 2020. I suicidi non hanno titoli di coda che spiegano tutto, che raccontano ogni dettaglio. Chi resta vede lo schermo già buio, che può assumere diversi contorni - in questo caso l' immagine di un uomo strangolato da un cappio - ma che propone sempre e solo la stessa scena: fine. Poi si cerca di capire, e non si capisce mai fino in fondo. Nemmeno nella tragedia di Antonio Nogara. Ci sono quei biglietti indirizzati alla moglie Anna e alla figlia Federica, ma è una cosa loro, sono parole di un uomo che sta dicendo addio alla vita e sta inutilmente provando a spiegarne il perché alle due donne che della sua vita sono state l' amore profondo. Chi ha diritto a sbirciare tra quelle parole? Parlava della crisi, del lockdown, dell' azienda di mobili e di allestimenti per negozi costretta a chiudere da un giorno all' altro e ad avviare la procedura per mettere in cassa integrazione i dipendenti? No. Non apertamente, almeno. Sua moglie ha voluto farlo sapere a tutti affidando un messaggio al sindaco di Cercola Vincenzo Fiengo: l' impresa di famiglia non era in crisi, aveva dovuto adeguarsi alle regole di questi mesi, ma era solida, e probabilmente sarebbe riuscita a riprendersi nonostante la mazzata delle tante settimane di chiusura. Eppure Antonio aveva paura. Anzi, era angosciato più che impaurito. Uomo dal carattere sensibile e profondamente attento a tutti quelli che facevano parte della sua vita, aveva incontrato in passato quel male spesso inafferrabile che è la depressione. Aveva combattuto e ne era uscito, ma quando si viene morsi una volta da quella sensazione dove tutto è colorato di nero, la cicatrice non si rimargina mai completamente. Qualcosa rimane, silente e incombente, e può esplodere in qualsiasi momento, ma in certi momenti di più. E questo è uno di quei momenti. Lo è per tanti e lo è stato anche per Antonio che ha cominciato ad ingigantire le preoccupazioni oggi comuni a qualunque imprenditore. La preoccupazione per quelli che lavoravano con lui, le continue richieste di informazioni su quando sarebbero arrivati i soldi della cassa integrazione, e le telefonate quotidiane a ognuno dei dipendenti per offrire un aiuto, immaginando quanto fossero in difficoltà. Oggi i suoi amici cercano le frasi più affettuose per ricordarne la bontà d' animo, la lealtà, la disponibilità. Succede sempre nei necrologi da sociale network, ma la storia di Antonio Nogara racconta che quei commenti riferiscono semplicemente la verità. Forse per i suoi affetti sarà ancora più difficile da accettare, ma la paura che lo ha spinto alla più estrema delle scelte non è una paura egoista. Antonio Nogara sapeva che avrebbe potuto farcela a restare in piedi. Lavorava da quarantacinque anni in quella attività che prima apparteneva a suo padre, e di momenti difficili - anche se mai come questo - ne aveva attraversati e superati altri. Ma sapeva anche che qualcosa sarebbe cambiato. E che sarebbe cambiato quello a cui lui teneva di più: l' affidabilità, la credibilità. Non aveva mai mancato di onorare un pagamento, ai collaboratori non faceva mancare nulla, e ora non sapeva più quando tutto questo sarebbe stato di nuovo possibile. E poi: con la crisi quanti negozi avrebbero continuato a rivolgersi a lui?
Era così legato al suo lavoro, e ancora di più dopo che Federica si era laureata in architettura e aveva cominciato a occuparsi di alcuni progetti che lo riempivano di orgoglio. Certo, lei aveva studiato, ma quante cose le aveva imparate anche dal papà, che non era architetto né designer, ma che si era fatto conoscere non solo a Napoli ma in tutt' Italia. E forse non è un caso che abbia scelto di farla finita proprio in azienda, dove era tornato da un giorno e dove forse aspettava di tornare proprio per farla finita. Queste cose può spiegarle solo chi conosce per professione le dinamiche che regolano un gesto terribile come il suicidio, ma Antonio avrebbe potuto trovare altri posti e altri momenti. Invece ha voluto aspettare di riaccendere la luce in ufficio.
Marco Patucchi per “la Repubblica” il 7 maggio 2020. «Solitudine. Mi sento più solo di sempre». Alessio Rossi, quarant' anni, è il presidente dei giovani di Confindustria. È anche il patron di un' azienda di costruzioni generali, la Imaco, che dà lavoro a un centinaio di persone. Lo stereotipo dell' imprenditore che vive l' angoscia di un' emergenza senza precedenti per la sua generazione e che, se guarda avanti vede solo un grande vuoto. «Altro che l' immagine del condottiero che sa sempre cosa fare ». Il suicidio del piccolo imprenditore campano sposta per un giorno la luce dei riflettori dagli eserciti di lavoratori messi in ginocchio dalla crisi, a chi quelle schiere le guida. Con il peso della responsabilità di tutte le persone che dipendono dalla salvaguardia di una fabbrica, di un cantiere, di un negozio. «Vede - spiega Rossi - oltre a dover fronteggiare un nemico invisibile come il virus, siamo alle prese con un governo che fa tanta comunicazione senza però ascoltare chi la crisi economica la sta vivendo sulla propria pelle». L' inconcludenza, almeno ad ascoltare gli imprenditori, delle misure di sostegno sbandierate prima e messe in campo poi dalla politica: «Vogliamo parlare della liquidità? Ci offrono la possibilità di indebitarci a condizioni, sì, migliori ma con tempistiche standard. I soldi servono velocemente e non solo quelli dei prestiti sotto i 25 mila euro. Qui al distaccamento fisico si sta aggiungendo quello sociale, tra lavoratori di serie A più tutelati dei lavoratori di serie B, e penso al pubblico impiego rispetto al settore privato. Tra imprese grandi e imprese più piccole. Ricordiamoci sempre che la cassa integrazione è fatta con i soldi delle imprese, non è un regalo». Miguel Belletti guida la Cooperativa sociale "Vedo Giovane" di Novara. L' altro stereotipo, la dimensione imprenditoriale della compartecipazione. Ma le angosce oggi sono le stesse, per lui e per il centinaio di persone che lavorano nella cooperativa: «Ci occupiamo di educazione parascolastica, dei minori segnalati dai centri sociali, degli anziani - racconta Belletti -. Abbiamo fermato tutto il 24 febbraio e i nostri lavoratori sono in cig, ma i soldi ancora non arrivano dall' Inps e noi non li possiamo anticipare come fanno altre aziende perché ci manca la liquidità. Lo sa qual è il paradosso? Il nostro "cliente" è l' amministrazione pubblica che, come sempre, paga molto in ritardo. Lo stesso Stato che ci dà, sempre in ritardo, la cig». Il consiglio d' amministrazione della cooperativa si è riunito proprio in questi giorni ed è stata l' occasione per provare a guardare avanti: «Il passato purtroppo non ci può insegnare nulla su questa emergenza - dice Belletti - e il futuro è vuoto. Insomma, è un attacco al pensiero. È come essere ciechi. Per uscirne bisognerà stare tutti insieme, rispondere al necessario distanziamento fisico con la vicinanza sociale. Ragionare come "noi" prima che come "io"». Michel Elia, invece, è costretto a ragionare partendo solo da se stesso. Una solitudine obbligata. «Ho 44 anni e ho visto morire il sogno della mia vita prima che nascesse. Facevo il dj e quando ho messo da parte abbastanza soldi ho comprato una società a Viterbo, una discoteca. Insomma, sono diventato imprenditore con un progetto che dà lavoro, tra barman, cassieri, addetti alla sicurezza, parcheggiatori e dj, a una quindicina di persone. A inizio marzo ero pronto a partire, già era in programma il primo evento. Il coronavirus ha fermato tutto e adesso mi ritrovo a pagare un affitto di tremila euro al mese che ancora non sono riuscito a farmi sospendere e mi è arrivata una bolletta della luce di 500 euro senza che avessi acceso un solo faretto». Il sogno di Michel morto all' alba. E ora la paura del futuro: «Ho chiesto a una banca il prestito con garanzia statale, ma mi hanno risposto che serve anche quella mia e del mio socio. Una presa in giro. Mi sono dato settembre come scadenza, se non sarò riuscito a riaprire rinuncerò definitivamente al mio sogno imprenditoriale. E non so proprio cosa farò per tirare a campare. Cosa dire a mia moglie, e ai miei due figli».
Imprenditore suicida a Napoli, "oppresso dalla crisi per il Coronavirus". Si è impiccato nei capannoni dell'azienda a Barra, alla periferia Est della città. Il premier Conte: "Vicini alla famiglia". Il sindaco di Cercola: "I familiari mi hanno detto che soffriva di crisi depressive". La Repubblica il 6 maggio 2020. Si è tolto la vita impiccandosi nei capannoni della sua azienda a Barra, alla periferia est di Napoli. Vittima un piccolo imprenditore di 57 anni che, a detta di familiari e amici, era "oppresso dalle conseguenze della crisi economica legata al coronavirus". L'uomo ieri sera non è rientrato a casa a Cercola, i familiari hanno dato l'allarme e oggi le forze dell'ordine ne hanno scoperto il cadavere. Sembra che l'imprenditore abbia lasciato anche una lettera d'addio. Durante la riunione, tuttora in corso, con Rete Imprese Italia, il premier Giuseppe Conte ha riferito ai partecipanti la "dolorosa notizia" del piccolo imprenditore di 57 anni che si è tolto la vita nella notte, a Napoli, impiccandosi nel capannone della sua ditta, provato dallo stress dovuto alla crisi economica innescata dal Covid-19. "Non conosciamo ancora i dettagli di questa vicenda - ha detto il presidente del Consiglio ai rappresentanti di commercianti e esercenti in conference call, riferiscono alcuni presenti - siamo vicini alla famiglia" dell'uomo, che lascia la moglie e una figlia". Intanto, i familiari dell'uomo attraverso il sindaco di Cercola, Vincenzo Fiengo, che li ha contattati per esprimere il proprio cordoglio hanno chiesto di "far sapere che il suicidio non è legato a motivi economici - ha affermato Fiengo - ma che il loro congiunto soffriva da tempo di una forma depressiva che si è accentuata negli ultimi tempi. Questo non allevia il dolore per la perdita dell'uomo, alla famiglia va tutta la vicinanza mia e dell'intera cittadinanza di Cercola".
Fabio Postiglione per corrieredelmezzogiorno.corriere.it il 7 maggio 2020. Ha riaperto la sua azienda due giorni fa dopo due mesi di chiusura e non ha retto alle pressioni dovute alla crisi economica: le scadenze, i fornitori da pagare, gli stipendi agli operai, il totale blocco del mercato. Così un piccolo imprenditore di 57 anni di Cercola, comune in provincia di Napoli, Antonio Nagaro, si è tolto la vita impiccandosi nei capannoni della sua azienda nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, zona industriale della città. La ditta si occupava di allestimenti di negozi di ogni genere, e fino a quando non c’è stato il blocco imposto dal presidente del Governo per contenere l’emergenza da coronavirus, era in buona salute e impegnata in molti lavori non solo a Napoli, ma in buona parte d’Italia e anche all’esterno.
L’allarme dei familiari. L’allarme ieri sera quando i suoi familiari, preoccupati perché non rientrava a casa, si sono diretti alla ditta. Nel parcheggio c’era la sua auto e la luce del suo ufficio era accesa, ma non rispondeva al cellulare. Così hanno chiamato i vigili del fuoco che hanno forzato la serratura e sono entrati all’interno. L’imprenditore ha lasciato una lettera d’addio, sequestrata dalla Procura di Napoli che ha aperto un’inchiesta. Commozione dei dipendenti e degli amici che hanno scritto messaggi di cordoglio sui social.
Il premier Conte: «Notizia dolorosa». Nel corso dell’incontro con Rete Imprese Italia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riferito ai partecipanti la «dolorosa notizia appresa dai media» del suicidio dell’imprenditore. «Non conosciamo ancora i dettagli» ha detto il premier a caldo aggiungendo «siamo vicini alla famiglia».
Dolore e rabbia sui social. Dolore e rabbia sui social viene espressa dagli amici e dai conoscenti dell'imprenditore. «La tua semplicità, la tua allegria, la tua eleganza, la tua lealtà, il tuo affetto, la tua amicizia, la tua simpatia, la generosità, il sorriso.....troppe cose belle avevi perché io ti possa mai dimenticare» scrive Luigi. E Dario aggiunge: «Un grande, Antonio, uno degli ultimi signori veri. Questa notizia dà un dolore a chiunque l'abbia anche solo conosciuto, perché anche in un piccolo scambio di parole ti restava impresso». Ma c'è anche la rabbia, ad esempio di Antonella: «State portando alla disperazione un popolo. Ciao Tonino». E poi i ricordi, come di Maria: «Era una persona meravigliosa, fiera, nella mia casa posso toccare ciò che lui fece con amore. Riposa amico, un altro angelo in cielo, ciao».
I familiari al sindaco: «Era depresso». Una depressione accentuatasi nell'ultimo periodo: ci sarebbe questo alla base del tragico gesto. Lo fanno sapere i familiari attraverso il sindaco del comune alle porte di Napoli, Vincenzo Fiengo, che li ha contattati per esprimere il proprio cordoglio. «Mi hanno chiesto di far sapere che il suicidio non è legato a motivi economici - ha affermato Fiengo - ma che il loro congiunto soffriva da tempo di una forma depressiva che si è accentuata negli ultimi tempi. Questo non allevia il dolore per la perdita del 58enne, ed alla famiglia va tutta la vicinanza mia e dell'intera cittadinanza di Cercola».
Imprenditore si uccide in fabbrica, vittima dalla crisi Coronavirus: trovata lettera d’addio ai familiari. Redazione su Il Riformista il 6 Maggio 2020. Non ha retto alla crisi economica e alle pressioni fiscali da affrontare per la riapertura della sua azienda, tra pagamenti degli stipendi, dei fornitori e delle varie scadenze. Per questo un piccolo imprenditore 57enne di Cercola, comune del Napoletano, si è tolto la vita nel capannone della sua azienda di Barra, nella zona industriale di Napoli. L’impresa di Antonio N. si occupava di allestimenti di ogni genere, ma col blocco delle imprese per il lockdown imposto dal governo, interessato a impedire il propagarsi del contagio del Coronavirus, gli affari sono crollati. Con la riapertura concessa dall’esecutivo a partire dal 4 maggio i problemi sono diventati sempre più schiaccianti per l’imprenditore, che non ha retto alle conseguenze devastanti dovute alla crisi economica. A trovare il corpo senza vita dell’uomo sono stati i vigili del fuoco, allertati dai familiari dell’uomo che non avevano fatto ritorno a casa ieri sera. Recatisi sul posto, hanno trovato nel parcheggio della ditta l’auto dell’imprenditore, mentre all’interno le luci erano accese ma Antonio non rispondeva al telefono. I vigili del fuoco allertati dalla famiglia hanno quindi forzato l’ingresso e trovato il cadavere dell’imprenditore, che aveva lasciato una lettera d’addio. La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sul caso, sequestrando la lettera rinvenuta nell’azienda. Nel corso dell’incontro con Rete Imprese Italia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato del caso di Antonio, definendo “dolorosa notizia” il suicidio dell’imprenditore napoletano. “Non conosciamo ancora i dettagli”, ha detto il premier, “ma siamo vicini alla famiglia”.
Miriam Romano per “Libero quotidiano” il 4 maggio 2020. Non aspettavamo altro. Ma ora che pian piano potremmo riaffermare le vecchie abitudini, non siamo tutti pronti per uscire. «Saremo più timorosi», ci conferma Mauro Maldonato, docente in Psicologia clinica al dipartimento di neuroscienze della Federico II di Napoli. D' altronde siamo rimasti reclusi per più di due mesi. Non eravamo abituati a niente di simile «Non è un' esperienza inedita nel panorama delle regolarità psichiche. Pensiamo a tutti quelli che hanno subito delle restrizioni delle libertà, come chi è stato in carcere, o chi è stato privato per un lasso di tempo delle proprie abitudini, di tutte quelle condotte che consideriamo ovvie e scontate».
Cos' è successo alla nostra psiche?
«La nostra mente ha subito un sisma. Tutte le nostre condotte ordinarie sono state messe in discussione. E come accade quando qualcosa ci viene sottratto, abbiamo dovuto mettere in campo delle reazioni "adattive"».
Uno shock.
«Sì, uno shock. È come se dopo un' ubriacatura generale, dove tutti potevamo tutto, dove la socialità era a livelli massimi, di colpo ci fosse stata imposta una pausa».
Sarà un altro shock tornare alla vita di prima?
«Sarà complicato. Dobbiamo reintrodurci nel flusso della vita, dopo un' interruzione piuttosto lunga».
L'aspetto più difficile con cui dovremo confrontarci quale sarà?
«Quello del tempo. Il nostro tempo interiore ora è più lento rispetto a quello del mondo esterno. Dovremmo sincronizzarci con il flusso della vita per tornare al lavoro con gli altri, a fare le cose insieme ma separati».
Saremo capaci di recuperare la nostra socialità?
«Non sarà semplice. Grazie al sostegno del dipartimento di Medicina e Chirurgia della Federico II di Napoli abbiamo attivato un servizio gratuito di emergenza. Sono già oltre le 600 persone che si sono rivolte in questo periodo, con sintomi depressivi e ansia. L' agorafobia è una della manifestazioni più evidenti di questa situazione che potremmo definire in termini scientifici post traumatica. Ma quella finora emersa è solo la punta dell' iceberg».
Dobbiamo aspettarci molti più casi di persone con patologie psichiche?
«Ci sarà un numero crescente di persone che avranno bisogno di un sostegno psicologico. Non voglio esagerare, ma credo che quasi tutti potremmo soffrire di agorafobia».
In concreto cosa significa?
«Sono già tanti i casi che manifestano questo tipo di disturbo. L' agorafobia è la paura degli spazi aperti. Pensiamo andare in piazza, al parco, al mare. Siamo diventati amanti degli spazi ristretti. Si sta diffondendo, mi lasci passare il termine, una forma di "claustrofilia"».
Per paura del contagio?
«Sì, soprattutto. Il clima generale è la certezza dell' incertezza. Questo cambierà tutto. Sospetteremo di tutti, ci terremo alla larga da tutto ciò che possa generare in noi il sospetto di qualche rischio. Nulla sarà come prima, le relazioni con gli altri saranno dettate da dinamiche completamente diverse».
Eh già, perché ci sarà ancora il metro di distanza fisico da dover rispettare.
«Tutto ciò che consideravamo ovvio muterà. La cultura sud-europea del contatto, della pacca sulla spalla, dell' abbraccio per confortarsi. Anche gli ipocondriaci sono in aumento».
Posso immaginare.
«Con forme anche molto severe di ipocondria. Asintomatici capaci di elucubrazioni incredibili sul proprio stato di salute».
Ad esempio?
«C' è chi controlla che la temperatura corporea si mantenga sempre sotto un certo livello».
La paura genererà la tendenza a rimanere tutti più in casa secondo lei?
«Sì, sarà difficile superare l' agorafobia. Soprattutto finché la situazione d' emergenza sanitaria perdurerà. La sola rappresentazione di doversi muovere in mezzo al mondo genererà angoscia. Per questo molti pazienti stanno sviluppando come contrappunto un amore per gli spazi chiusi, dove l' angoscia non si manifesta».
Siamo destinati alla dimensione della solitudine?
«Io dico: "Ma viva Dio che ci siamo confrontati finalmente con la dimensione della solitudine". Non è tutto negativo in questo senso. Eravamo troppo abituati alla finta socialità, al dover essere tutti connessi con tutto. L' angoscia non è un elemento da rifuggire per forza. È una straordinaria opportunità, una palestra interiore incredibile, quando non ha risvolti psicopatologici seri. Abbiamo avuto la possibilità di riflettere su noi stessi come non mai».
Ma siamo cambiati per sempre? Anche quando tutto sarà davvero finito?
«Penso che la natura umana non cambi. Abbiamo avuto a che fare con un ospite inquietante, qualcosa che ha turbato la nostra vita e ce la ricorderemo per sempre. Pensiamo a chi ha subito un lutto e non ha potuto abbracciare l' ultima volta il proprio caro, è una ferita profonda. Non credo però che la nostra socialità sia destinata a morire. Esiste un aspetto insopprimibile nell' uomo: la propensione verso l' altro. Certo, questo spettro resterà per lungo tempo tra noi. Ci siamo mostrati vulnerabili. Se io devo formulare un auspicio è che non si torni a come eravamo prima, che ci sia più attenzione alle nostre condotte troppo disinvolte. Il mondo continuerà comunque la sua vita».
L’isolamento a causa del coronavirus provoca danni neurobiologici. Federico Dedori il 2 maggio 2020 su Notizie.it. Il coronavirus provoca danni sulla salute delle persone, danni economici, ed infine anche neurobiologici: è sicuro il professor Enzo Soresi. Il coronavirus potrebbe provocare anche danni neurobiologici. Lo stare isolati, senza contatti con le persone e l’impossibilità di vivere a pieno emozioni causerebbe delle “lesioni” al nostro cervello. A sostenere questa tesi anche il professor Enzo Soresi, chirurgo specializzato in oncologia polmonare, dopo una lunga carriera al Niguarda di Milano, si è appassionato per la neurobiologia e la medicina integrata. Secondo il professore l’isolamento farebbe male al nostro cervello. Lo stesso Soresi è stato dimesso dal San Gerardo di Monza dopo essere risultato positivo al coronavirus. “Da un punto di vista dei rimbalzi a livello neuroendocrino – racconta il dottore a Il Giornale – c’è uno stress emotivo di difficile percezione, indotto anche dal bombardamento di informazioni. Se l’isolamento durasse troppo a lungo pagheremmo danni neurobiologici importanti per la mancanza di relazioni, per l’ impossibilità di abbracciarci, di toccarci, di scambiare informazioni: noi viviamo di emozioni, sostenute da una serie di algoritmi nel cervello, che vanno rispettati e, se le perdiamo, siamo penalizzati a livello biologico”. Il processo avviene “con lo stress – continua Soresi – che porta all’ aumento del cortisone serico e, quindi, a uno stato di infiammazione cronico. Io stesso, in otto anni, sono passato da uno stato di infiammazione alto a uno basso, grazie alla dieta e all’ attività fisica quotidiana; ed è così che ho potuto affrontare la malattia in una condizione di infiammazione ridotta, e guarire, nonostante i miei ottant’anni. La vecchiaia è perdita di muscolo e infiammazione”. In isolamento lo stress aumenta di molto: “Certo: sono in isolamento, bombardato da informazioni che creano ansia, non posso neanche camminare… Lo stress cronico mi infiamma ancora di più”. Il sentire silenzio e sirene: “Crea stress emotivo, attraverso l’ udito. È la biologia delle emozioni”. Il senso più penalizzato però è il tatto: “L’impossibilità di toccarsi e condividere pesa soprattutto per noi italiani, che stiamo insieme molto fisicamente. Il nostro organismo ha dei recettori periferici che entrano in contatto con le strutture più profonde del nostro cervello: è per questo motivo che le stimolazioni tattili, come nello shiatsu o nella terapia craniosacrale, si trasmettono a tutto il nostro corpo e ci rilassano così profondamente. Le situazioni di dolore del corpo sono spesso legate a conflitti emotivi non liberati”. Uno studio cinese confermerebbe la diffusione del coronavirus negli spazi chiusi.
Coronavirus, effetto lockdown: ansia e depressione per l'85% dei giovani. L'indagine delle università di Oxford-Padova: "Colpisce l'ampiezza del danno economico che ha toccato le famiglie". Il 42% dei lavoratori a tempo determinato ha perso il lavoro, così il 35% degli autonomi. Enrico Ferro il 9 maggio 2020 su La Repubblica. La strage dei contratti a tempo determinato e dei lavoratori autonomi. La mannaia sugli orari di lavoro, sui guadagni, sulle certezze. Con l'85% dei giovani intervistati soggetti ad ansia, noia e depressione. Un quadro fosco quello delineato dalla ricerca comparativa Se-B-Covid-19, diretta dall’unità di ricerca sulla Medicina Tropicale dell’Università di Oxford e curata in Italia dai professori Gianpiero Dalla Zuanna e Margherita Silan del Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova, dalla bioeticista Giulia Cuman e dalla psicologa Silvia Stoppa. Per l’Italia sono state intervistate mille persone dai 18 ai 74 anni (fra cui 607 lavoratori), mediante un questionario lanciato su Facebook e Instagram nei primi tre giorni di maggio, alla fine della prima fase del lockdown. I dati sono stati stratificati in modo da essere proporzionali secondo l’incrocio fra regione di residenza, sesso, età e titolo di studio: il campione rappresenta la popolazione italiana che ha regolarmente accesso ai due social network menzionati. Titolare della parte italiana (realizzata da Demetra di Mestre) è la Fondazione Nord Est di Venezia. "E' uno shock simmetrico" commenta Dalla Zuanna, professore ordinario di Demografia al Dipartimento di Scienze statistiche. "Colpisce l'ampiezza del danno economico che ha toccato le famiglie". Il 42% dei lavoratori a tempo determinato ha perso il lavoro, il 35% degli autonomi pure. Riduzioni dell'orario lavorativo per oltre la metà (il 54%) dei dipendenti a tempo indeterminato, che sale al 60% per i contratti a termine e al 78% per i liberi professionisti. Il 94% di questi ultimi dichiara anche consistenti perdite di guadagno. La geografia della crisi individua il Nord-est dell'Italia tra le aree maggiormente soggette a perdita del lavoro (21%), insieme al Sud e alle isole (23%), percentuale probabilmente legata al collasso del turismo. Più contenute le percentuali che riguardano il Nord-ovest (13%) e il centro (16%). "Analizzando questi dati c'è una domanda che emerge con prepotenza: i negozi apriranno ma chi andrà a fare acquisti se questa è la situazione?", si chiede il docente dell'ateneo padovano. Dal punto di vista psicologico sono le fasce d'età tra i 18 e i 29 anni e tra i 30 e i 44 quelle maggiormente colpite: lamentano ansia, noia, depressione, insofferenza per i limiti sociali e anche problemi di salute fisica. "Le percentuali sono schizzate mediamente di venti punti percentuali, segno che questa popolazione è stata colpita duramente dalla segregazione" continua Dalla Zuanna. "Ci si arrabbia per la gente presente in massa ai navigli di Milano, ma serve anche un po' di comprensione: la cultura dominante è esattamente l'opposto di quello che stiamo vivendo". Percentuali bassissime (mediamente tra il 12 e il 16%) riguardano invece il malcontento connesso alla chiusura delle chiese e all'assenza delle messe. Durante il periodo del lockdown la preoccupazione egemone è per la situazione finanziaria su quasi tutte le fasce d'età, dai 18 ai 64 anni, con picchi anche del 63%. Percentuali importanti anche per la voce "responsabilità di cura". Gli adulti, specialmente se genitori con figli, sono angustiati per l’effetto che il lockdown può avere sui bambini e più in generale sulle persone care. Al 21% dei genitori con figli ha pesato anche l’inadeguatezza dell’abitazione per reggere due mesi di confinamento in casa.
Coronavirus, agli adolescenti italiani fa paura il futuro. Annalibera Di Martino il 2 maggio 2020 su Nptizie.it. Gli adolescenti hanno paura del domani. A dirlo un'indagine fatta da esperti: 1 giovane su 3 ha paura del futuro e sono aumentati i suoi disagi. La quarantena da coronavirus ha messo a dura prova gli adolescenti. Gli italiani hanno dovuto cambiare totalmente le abitudini, organizzando una vita a casa. Il futuro, soprattutto ai giovani fa paura ed 1 su 3 come rilevato dall’indagine “Giovani e Quarantena” ha incertezze sul domani.
Coronavirus, gli adolescenti impauriti dal domani. Secondo un’indagine fatta dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) insieme a Skuola.net 1 ragazzo su tre, tra quelli intervistati (9.145 ragazzi tra gli 11 e i 21 anni) ha paura del domani. Il presidente nazionale dell’associazione, Giuseppe Lavenia, psicologo e terapeuta ha spiegato che il lockdown e la preoccupazione hanno creato non pochi problemi nei giovani. “Questo è un dato su cui dobbiamo porre attenzione- spiega Lavenia – I ragazzi, in questo momento di isolamento, non hanno certezze, non riescono a sognare come sarà il loro domani. Avere la capacità di desiderare è il motore della vita. Se lo si tiene spento, si rischia di non andare da nessuna parte e di alimentare situazioni spiacevoli mosse dall’aggressività o sopite dall’apatia”. La quarantena ha aumentato disturbi come attacchi di panico. Difatti, l’esperto spiega che “Stiamo rilevando l’aumento dei disturbi d’ansia e degli stati depressivi tra gli adolescenti. Alcuni giovani chiamano anche al nostro numero verde raccontandoci i sintomi di un attacco di panico. I ragazzi si sentono soli, e nessuno li sta aiutando, nessuno si sta occupando della loro salute mentale”.
Come cambiano le abitudini dei giovani. Il coronavirus costringe alla reclusione e la reclusione a stabilire, in qualche modo, un contatto sociale con il mondo restante. Come farlo se non attraverso la tecnologia? Quest’ultima è diventata l’alleata dei più giovani con il pericolo che potrebbe diventare un vero e proprio abuso. “I ragazzi – sottolinea Lavenia – passano molto, troppo, tempo con le tecnologie: nel 90% dei casi è l’unico modo per mantenere un contatto con gli amici in questo periodo. Il 35% di loro afferma di essere sempre connesso. Ma seppur questi strumenti aiutino a mantenere i contatti, il senso di solitudine percepito dal 74% dei ragazzi ci dice che la tecnologia è si social ma non è per nulla socializzante. Fa sentire soli e non contiene le ansie. Sappiamo quanto un uso massiccio degli strumenti tecnologici possa indurre a disturbi del sonno o dell’alimentazione. Gli studi scientifici in merito ce lo hanno dimostrato. I device, inoltre, attivano il circuito della ricompensa e hanno la capacità di diventare magnetici, dando il via in alcuni casi a vere e proprie dipendenze”. La tecnologia, secondo i dati, sarebbe un “salvagente” contro la solitudine e nei rapporti sociali ed anche per recuperare le lezioni che non possono essere svolte in presenza. “Questi dati non fanno che confermare quanto intuivamo già: la tecnologia sta in qualche modo ‘salvando la vita’ ai ragazzi in quarantena – dichiara Daniele Grassucci, direttore e co-founder di Skuola.net – Internet li sta aiutando nella scuola, nei rapporti con gli amici, nel riempire i momenti vuoti della giornata. Smartphone, tablet e computer da strumenti quasi demonizzati, in una situazione così particolare, si sono trasformati in un punto di riferimento per un’intera generazione”.
La scuola “out door”. La scuola digitale, rilanciata dal ministro Azzolina per permettere a tutti nonostante la pandemia di continuare a studiare, si è rivelata un’occasione positiva, soprattutto se sfruttata in modo proficuo. “Pur non essendo stata una scelta ponderata ma una soluzione di ripiego – sostiene Grassucci – la didattica ‘a distanza’ in poche settimane è riuscita a raggiungere la quasi totalità degli studenti italiani. Ma è solo un primo passo verso il cambiamento della nostra scuola”. Tra gli intervistati, il 30% del restante 54% degli intervistati, dice di fare fatica a concentrarsi durante le lezioni online e il 15,4% confessa che la possibilità di accendere pc e smartphone lo “tenta” per fare altro, ad esempio stare sui social. “Un conto è la quantità, un altro è la qualità – spiega Grassucci – Se più della metà dei ragazzi è insoddisfatta di come svolge lezione da casa significa che siamo ancora all’inizio di un percorso. In futuro bisognerà lavorare tanto sui contenuti, per rendere la didattica più coinvolgente: il metodo è rimasto lo stesso adottato in classe. Così come occorrerà rendere le infrastrutture più diffuse e affidabili. Quella che si è presentata è una grande occasione, da non accantonare alla fine di questa brutta esperienza bensì da potenziare. La scuola di domani non può fare a meno della tecnologia”.
La quarantena con la famiglia. Internet, reclusione e famiglia. Il terzo elemento è fondamentale all’interno del contesto che si trova a vivere l’adolescente. Qual è il ruolo della famiglia nella quarantena? “Innanzitutto, aiutiamoli – suggerisce Lavenia – A partire da quello che possiamo fare in questo periodo di distanziamento sociale, dove siamo tutti a casa. Molti denunciano un peggioramento dei rapporti con i familiari. Era un dato che avevamo già e che si conferma anche in questo momento. Ciò vuol dire che stiamo perdendo un’altra opportunità per lavorare sul miglioramento delle relazioni. I ragazzi faticano a condividere le emozioni con i genitori, perché anche gli adulti sono distratti dalle nuove tecnologie. In più, in questo momento, molti sono in smartworking e la gestione degli spazi diventa più complessa. Questo genera frustrazione e maggiore chiusura sia per gli adulti che per i giovani”.
I genitori quindi, sono un aiuto, insieme alla scuola che gioca un ruolo fontamentale. “Potrebbe creare dei gruppi aula virtuali, aperti, senza gli insegnanti – conclude Lavenia – magari con all’interno uno psicologo che li aiuti a gestire le loro emozioni, creando temi di discussione”.
Eleonora Barbieri per “il Giornale” l'1 maggio 2020. Il Coronavirus ha travolto le nostre vite in tutti i sensi, e sensi non è parola casuale, visto che ormai, da quasi due mesi, viviamo rinchiusi in una specie di bolla, intrappolati nelle nostre case, isolati dagli altri, senza contatti fisici se non con le persone con cui abitiamo; e la nostra percezione della realtà sta, di conseguenza, cambiando, perché diversi sono gli stimoli che arrivano alla nostra «mente in quarantena»...Quanto l'esperienza e le emozioni influiscano sul nostro cervello lo racconta bene Enzo Soresi, chirurgo specializzato in oncologia polmonare il quale, dopo decenni di lavoro all' ospedale Niguarda di Milano, ha scoperto la passione per la neurobiologia e la medicina integrata, come testimoniano il suo bestseller Il cervello anarchico (Utet, 2005) e il più recente Come ringiovanire invecchiando (Utet, 2019). Ha appena sconfitto il virus, dopo un ricovero di undici giorni al San Gerardo di Monza.
Professor Soresi, come sta?
«Bene, ho recuperato all' 80 per cento. Sono praticamente guarito, però c' è la riabilitazione da fare, perché, dopo la malattia, ci si sente come una pelle di fico... È come essere passati sotto uno tsunami. Però vorrei dare tranquillità alle persone».
Tranquillità?
«Sì, contro tutti questi catastrofisti che sento continuamente in televisione, perché ormai ci sono gli strumenti per identificare e combattere la malattia. Non siamo come i tedeschi, ma ci stiamo arrivando anche noi: ridiamo forza alla medicina e alla sanità, e basta con questi futurologi che ci stanno distruggendo. L' importante è individuare subito il virus, e si può guarire. Poi sa, a volte la perdita di gusto e olfatto può essere anche l' unico sintomo, da solo».
Come mai?
«Questo virus colpisce i recettori dell'olfatto o, a volte, anche il bulbo olfattivo, più a monte: i danni sono circa del quaranta per cento, e buona parte recupera in tempi rapidi».
A lei è successo?
«No, ho continuato a percepire odori e sapori, e a mangiare regolarmente. È successo a una mia amica, e sta recuperando dopo circa un mese».
E come si vive senza olfatto e gusto?
«Malissimo. Ho avuto pazienti che hanno perso l'olfatto: si vive male, mancano il piacere e l' emozione delle percezioni, mancano certe risonanze positive del rapporto con il cibo e con gli odori piacevoli. È come essere un terreno neutro. Anche se poi ci si abitua».
Come ci si abitua?
«Nell' uomo c'è una capacità di adattamento affascinante, come racconta Sacks in Un antropologo su Marte, a proposito di quel cieco che, dopo che la moglie gli ha fatto fare tanti interventi per riacquistare la vista, alla fine diventa un disadattato...».
In questo momento il lavoro dei nostri sensi è alterato, non solo dalla malattia ma anche dall'isolamento?
«Ora, che si possa perdere l' olfatto direi di no, servono generazioni affinché un senso possa perdere la sua attività. Questa è una situazione temporanea».
Però dovremo portare le mascherine per tanto tempo, a quanto pare. E con le mascherine il naso è tappato...
«Certo, l' olfatto è penalizzato, filtrato, soprattutto per i medici e gli infermieri, che devono tenere le mascherine a lungo: bisognerebbe chiedere a loro, fra un mese, com' è il loro olfatto. Alla lunga potrebbe crearsi qualche danno ma, sul breve periodo, non c' è rischio di perdere la sensibilità. Da un punto di vista dei rimbalzi a livello neuroendocrino invece c' è uno stress emotivo di difficile percezione, indotto anche dal bombardamento di informazioni».
Abbiamo una percezione alterata della realtà?
«Sì, se l' isolamento durasse troppo a lungo pagheremmo danni neurobiologici importanti per la mancanza di relazioni, per l' impossibilità di abbracciarci, di toccarci, di scambiare informazioni: noi viviamo di emozioni, sostenute da una serie di algoritmi nel cervello, che vanno rispettati e, se le perdiamo, siamo penalizzati a livello biologico».
Come?
«Con lo stress, che porta all' aumento del cortisone serico e, quindi, a uno stato di infiammazione cronico. Io stesso, in otto anni, sono passato da uno stato di infiammazione alto a uno basso, grazie alla dieta e all' attività fisica quotidiana; ed è così che ho potuto affrontare la malattia in una condizione di infiammazione ridotta, e guarire, nonostante i miei ottant' anni. La vecchiaia è perdita di muscolo e infiammazione».
In questo momento lo stress emotivo aumenta?
«Certo: sono in isolamento, bombardato da informazioni che creano ansia, non posso neanche camminare... Lo stress cronico mi infiamma ancora di più».
A parte l' olfatto e il gusto, quali altri sensi sono colpiti da questa situazione?
«L' udito non ha problemi, sentiamo anche troppo».
Troppo silenzio da un lato, e troppe sirene dall' altro.
«E questo crea stress emotivo, attraverso l' udito. È la biologia delle emozioni».
La vista?
«Anche lì, vediamo fin troppo. Il danneggiamento visivo dei bambini, nel rapporto con lo smartphone, si vedrà fra molti anni; di certo non si può passare indenni da ottant' anni di telefonino, ma questa è l' evoluzione dell' Homo sapiens, ci stiamo distruggendo».
E il tatto? Non ci si può più toccare, abbracciare, mettere una mano sulla spalla.
«In questa fase non credo perderemo questa capacità, anzi, recupereremo in modo spettacolare, dal 4 maggio».
Qual è il senso più penalizzato, in questo momento?
«Forse il tatto. L' impossibilità di toccarsi e condividere pesa soprattutto per noi italiani, che stiamo insieme molto fisicamente».
Quanto conta il tatto nella costruzione del nostro io, quella sintesi biologico-neurale di cui parla?
«È importantissimo, perché il nostro organismo ha dei recettori periferici che entrano in contatto con le strutture più profonde del nostro cervello: è per questo motivo che le stimolazioni tattili, come nello shiatsu o nella terapia craniosacrale, si trasmettono a tutto il nostro corpo e ci rilassano così profondamente. Le situazioni di dolore del corpo sono spesso legate a conflitti emotivi non liberati».
Queste sofferenze possono aumentare in un momento come quello che stiamo vivendo?
«Certo. Ed è per questo che dobbiamo fare attività fisica, per liberarci».
Shining insegna, i danni psichici dell’isolamento non vanno sottovalutati. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 30 Aprile 2020. «Se può farle piacere è quello che stavo cercando, un po’ d’isolamento. Sto per partorire un romanzo, quindi cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole», risponde sicuro Jack Torrance durante il colloquio. Sta per accettare il lavoro di custode all’Overlook Hotel nei mesi invernali, quando l’albergo è deserto e irraggiungibile a causa della neve. «Per molte persone l’isolamento e la solitudine possono rappresentare un problema», dice il direttore della struttura, stupito dalla sua tranquillità. Per correttezza, lo informa anche dei tragici fatti che hanno visto protagonista il guardiano precedente: «Durante l’inverno gli deve essere venuto un fortissimo esaurimento nervoso e ha fatto a pezzi tutta la famiglia con l’accetta». Un attacco di «febbre del chiuso», una sorta di «claustrofobia che viene quando ci si trova chiusi insieme per un lungo periodo di tempo». «Sono cose che non succedono a uno come me», ribadisce sicuro Jack. E parte senza indugio, insieme alla moglie Wendy e al piccolo Danny, per trascorrere l’inverno tra le montagne del Colorado. Lui si occuperà dell’ordinaria manutenzione dell’Overlook, sua moglie farà da mangiare, il figlio potrà scorrazzare con il suo triciclo negli enormi saloni e lungo gli infiniti corridoi dell’albergo. «Di idee ne ho, ne ho tante. Ma nessun buona». L’isolamento sarà provvidenziale per stimolare la sua ispirazione di scrittore. Finalmente il tempo e la tranquillità necessari per dare spazio alla creatività e completare il suo libro. Facile riconoscere in queste righe il preambolo dei closing days raccontati esattamente quarant’anni fa da Shining. Lo sguardo folle di Jack (interpretato da uno straordinario Nicholson) è rimasto iconico nella storia del cinema. Il film cult girato da Stanley Kubrick nel 1980, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, lo conosciamo a memoria. Ma in questi mesi di “temporanea” reclusione domiciliare tornano alla memoria le scene di quel viaggio nel cuore di tenebra di una famiglia in isolamento. Intanto perché ci ricordano, se ce ne fossimo dimenticati, che l’isolamento forzato con il proprio nucleo familiare non è per tutti un idillio alla Mulino Bianco fatto di lievito madre, allenamenti online e tempo ritrovato con gli affetti. Per qualcuno, la convivenza in casa si sta trasformando in un incubo, in più di un caso in un horror destinato a sfociare nella violenza. L’hotel-casa è apparentemente un luogo sicuro, isolato dai pericoli del mondo esterno e dotato di tutte le comodità, con le cucine rifornite di ogni bendidio e stanze finemente arredate. È proprio in quegli spazi luminosi, però, che Kubrick annida la tenebra della follia. Là dove regna la luce alberga l’oscurità. La macchina da presa del regista – che segue a distanza ravvicinata gli spostamenti degli attori – trasmette una tensione sempre crescente: le stanze accoglienti, i saloni enormi e gli infiniti corridoi si trasformano in una prigione claustrofobica senza vie d’uscita. La discesa agli inferi avviene dal focolare domestico e il luogo della felicità è più simile alla spettrale “camera 237”. Nelle famiglie il dramma si consuma A porte chiuse. Come nel testo teatrale di Jean-Paul Sartre, i cui personaggi sono costretti a stare insieme in una stanza che non ha finestre e non ha specchi. E finiscono per torturarsi a vicenda con domande crudeli, commenti sconvenienti e giudizi inappellabili scagliati sulla vita degli altri. «L’enfer, c’est les autres, l’inferno sono gli altri” chiosa il filosofo francese. Rimaniamo prigionieri dei rapporti conflittuali con i nostri “congiunti”, spesso gli ultimi capaci di comprenderci. Jack Torrance non si trasforma dal nulla in un mostro; prima di arrivare all’hotel non è un marito e un padre modello: ha problemi di alcolismo, è passivo-aggressivo con la moglie, in preda a uno scatto d’ira arriva perfino a slogare una spalla al figlio. Insomma, il prototipo di padre e marito violento, frustrato per i problemi lavorativi aggravati dalla crisi, in condizione di vicinanza forzata con i suoi familiari. Con tali premesse non è difficile prevedere le conseguenze infauste. Inoltre, ci insegna Shining, l’isolamento non è necessariamente foriero di ispirazione. Anzi, la chiusura dello spazio e la concomitante dilatazione del tempo non favoriscono il respiro vitale della creatività: «All work and no play makes Jack a dull boy, Solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo annoiato». Il tracollo in delirio psicotico accompagnato da incubi e allucinazioni è alle porte: «Sono il lupo cattivo!», dice Jack contro ogni rilettura fiabesca dell’universo familiare. Gli interminabili silenzi ovattati dell’hotel sommerso dalla neve risvegliano incubi rimossi, fanno esplodere un’aggressività sopita. La sterilità produttiva si trasforma in rancoroso risentimento: Jack ha bisogno di individuare un responsabile della sua inattività e della sua inadeguatezza. La sua frustrazione si trasforma in rabbia contro gli unici bersagli disponibili: sua moglie e suo figlio. È la sua famiglia la causa del fallimento. Se è vero che la violenza è una risposta all’impotenza e all’insoddisfazione, non può che risvegliarsi in una situazione di forzato isolamento. L’incapacità di misurarsi con il fallimento e con la solitudine si accentuano quando non c’è modo di allontanarsi dal nucleo familiare, specchio delle proprie mancanze. La cosa peggiore che può capitare non è necessariamente il dolore fisico, il nostro girone dell’inferno può non prevedere la sofferenza del corpo ed essere altrettanto crudele. In questi tempi, si parla soltanto di preservare, con il nostro comportamento corretto, la salute fisica della popolazione più fragile ed esposta alle complicanze del virus. Si parla poco, invece, del nostro equilibrio psicofisico: anche la salute mentale è salute, anche la sofferenza psicologica è sofferenza. I danni psichici affiancheranno i danni economici, anche se le pagine dei giornali oggi non hanno spazio per ricordarlo, sommersi dalle interpretazioni dell’ultimo provvedimento. Decreto dopo decreto, limitazione dopo limitazione, rischiamo di perderci nel dedalo di pazzia del nostro personale Overlook Hotel. Sarebbe utile avere the shining, la luccicanza, la dote paranormale di cui è provvisto il piccolo Danny che riesce a prevedere e a prevenire il futuro. Ma la previsione e la prevenzione non sono doti che di questi tempi si sposano con l’arte politica, tutta schiacciata sulle emergenze del presente. Ma senza la “luccicanza” difficilmente usciremo dal labirinto di questi tempi oscuri.
L’isolamento vissuto come dramma: «Suicidi aumentati del 10 per cento». La psicologa Annamaria Ascione ha attivato uno sportello per il disagio. Monica Scozzafava il 16 aprile 2020 su Corriere del Mezzogiorno. «Dottoressa, le assicuro, non ce la faccio più. Davvero. Uno di questi giorni apro la finestra e...». Non è uno sfogo qualsiasi, un modo di dire. Ma una delle reazioni possibili alla situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Questa testimonianza di forte disagio è una delle tante raccolte dalla psicologa Annamaria Ascione; dall’altro capo del telefono c’è una signora di mezza età che si è rivolta allo sportello-audio istituito dalla Onlus «Concordia magna res crescunt», con il coordinamento di 7 società scientifiche, presieduta da Pasquale Contaldi. «I suicidi sono aumentati del dieci per cento nell’ultimo mese e mezzo - spiega la psicologa - e quasi tutti sono da defenestramento. La correlazione con la situazione di “chiusura” e soprattutto di paura è fin troppo evidente». È l’emergenza nell’emergenza al tempo di Covid 19, gestita da un team tra medici, psicologi e psichiatri per arginare situazioni pericolose dal punto di vista mentale di cui oggi si parla ancora molto poco. Per prevenire, se possibile, i sintomi della mente. L’incubo di contrarre il Coronavirus è una parte del problema. «C’è l’incubo dell’isolamento - spiega Annamaria Ascione - che viene percepito dai nostri pazienti come furto dell’esistenza, la vita che è stata rubata. E con l’insopprimibile bisogno di volare verso la libertà». Sono colloqui di vita quotidiana, numeri che vengono analizzati dai medici della Onlus e che rappresentano un quadro da un lato inquietante (l’aumento dei suicidi ma anche la frequenza di attacchi di panico o di ansia) dall’altro la speranza di poter essere da supporto per persone in difficoltà. «Il nostro sportello - aggiunge la dottoressa - è attivo a titolo gratuito. L’epidemia ha cambiato le nostre esistenze, c’è una dimensione mortifera che alberga nelle persone più fragili che avrà effetti devastanti anche quando la fase emergenziale sarà finita. Oggi si avverte il bisogno di un abbraccio e al tempo stesso si vive il timore di non potersi fidare. Ogni persona che incrociamo può esser vista come pericolosa in quanto potenziale untore. Mi chiamano anche ragazzi che vivono in condomini dove ci sono medici impegnati in prima linea negli ospedali Covid. Temono il contagio, sentono il pericolo. Il rapporto con il pensiero è difficile da gestire, soprattutto se si è in preda a una crisi di ansia. Abbiamo messo a disposizione il nostro bagaglio medico e scientifico, ma potevamo esser d’aiuto anche nei presidi Covid. La sintomatologia della mente sta venendo fuori in maniera prepotente, gli effetti saranno lunghi da smaltire». Fragilità, insofferenze ma anche situazioni di convivenza forzata a cui nessuno era preparato. «Racconto di una telefonata a tre che ho vissuto con una coppia. Lui in una stanza, lei in un’altra: provavo a fare terapia in una situazione paradossale. I bambini dall’altra parte della casa ai quali bisogna dare delle alternative al telefonino o alla play station. Molti genitori sono impreparati. E l’accumulo di stress porta a gesti inconsulti. Una signora di Salerno, 52 anni, nei giorni scorsi ha aperto il suo balcone ed ha scelto di volare. Lascia due bambini piccoli». Ha necessità di un lungo respiro, la dottoressa Ascione. Passa a un altro tipo di supporto a cui tiene particolarmente: le favole lette ai bambini del IV circolo elementare. «Una gioia condivisa con la preside, un aiuto a trascorrere il tempo», racconta. Sono diverse le attività in supporto di chi vive l’emergenza come un dramma esistenziale. «E non per l’entità delle misure restrittive, ma per il tipo di comunicazione che arriva dentro casa. È quello che genera paura».
Si rischia una pandemia di malattie mentali. Luca La Mantia il 25 aprile 2020 su Il Quotidiano del Sud. Il mondo si prepara a raccogliere l’eredità del coronavirus in un quadro che sarà socialmente e psicologicamente devastante. A lanciare l’allarme è l’International Covid-19 Suicide Prevention Research Collaboration, formata da 42 esperti di fama mondiale e coordinata da David Gunnell dell’università di Bristol, con un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Lancet dal titolo emblematico: “Il rischio di sui-cidio e la prevenzione durante la pandemia di Co-vid19”. Secondo gli studiosi gli effetti dell’epidemia «sulla salute mentale potrebbero essere profondi» ma nonostante già oggi ci siano indicazioni «che il tasso di suicidi sia destinato ad aumentare» questo «non è inevitabile», a patto che i governi intervengano individuando per tempo le situazioni critiche. Nel momento in cui la pandemia progredisce, prosegue la pubblicazione, «e si producono effetti di lungo termine sull’economia, sui gruppi sociali più fragili e sulla popolazione in generale» quella di togliersi la vita «può diventare un’esigenza da assolvere con una certa urgenza». Gli esperti richiamano due precedenti: l’arrivo dell’influenza Spagnola negli Stati Uniti, fra il 1918 e il 1919, e l’epidemia di Sars a Hong Kong nel 2002. Contestualmente a entrambe le emergenze sanitarie «esistono prove che il numero di decessi per suicidio sia aumentato». Diversi i fattori di rischio individuati dal gruppo di ricercatori che suggerisce anche come intervenire per ridimensionare il pericolo. C’è innanzitutto il problema dello stigma nei confronti dei malati di Covid19 e delle loro famiglie. Tra gli infetti ci saranno anche persone con pregresse patologie psichiatriche che potrebbero accusare un «peggioramento dei sintomi». Ma in una situazione caratterizzata da forti inquietudini per la propria salute e da stringenti misure di isolamento, ansia, depressione e stress post traumatico potrebbero riguardare anche soggetti che in precedenza non abbiano mostrato alcun segno di squilibrio mentale. Ci sono, poi, le persone che già prima del virus avevano mostrato tendenze suicide. Queste potrebbero rinunciare a chiedere aiuto, temendo un sovraffollamento dei servizi di assistenza o che l’eventuale colloquio de visu con un operatore «possa esporle» all’infezione. Sono, poi, a rischio quanti «hanno perso il lavoro» o sono soggetti a preoccupazioni di natura «finanziaria» o per le loro prospettive future, come gli studenti «che hanno interrotto il loro percorso formativo». Non solo: la quarantena forzata può far crescere gli episodi di violenza domestica e l’abuso di alcool ed esacerbare la condizione di isolamento sociale già vissuta da determinati soggetti, in particolare per quanti dovranno affrontare lutti legati alla malattia. Fattori di rischio sono, poi, la disponibilità di armi nelle proprie abitazioni o i «resoconti irresponsabili dei media», su altri suicidi e sull’epidemia. Le soluzioni proposte dal team di esperti vanno oltre le normali misure di prevenzione in materia di «malattie mentali». Serve, spiegano, «una risposta interdisciplinare ad ampio raggio». A seconda delle criticità evidenziate si consigliano: l’implementazione dello smart working e del supporto psicologico a distanza, un rafforzamento della rete dei servizi sociali e di quelli antiviolenza, supporto economico e alimentare, la prosecuzione delle lezioni scolastiche mediante il ricorso al digitale, restrizioni sulla vendita di armi e così via. «Le conseguenze per la salute mentale probabilmente resteranno per un tempo più lungo e avranno un picco più tardi rispetto all’attuale pandemia – concludono gli studiosi. Tuttavia la ricerca e le esperienze delle strategie nazionali ci danno una base forte per la prevenzione» del fenomeno.
Coronavirus, dopo l’emergenza sanitaria, scatta l’allarme suicidi. Ed era prevedibile. Stefano Iannaccone il 15/04/2020 su Notizie.it. Aumentano i numeri dei suicidi, sia in Italia che all'estero a causa del Coronavirus. Ma l'emergenza psichica era prevedibile. Una catena di suicidi ha accesso la spia d’allarme. L’emergenza sanitaria, legata alla pandemia di Coronavirus, sta facendo esplodere i problemi psichici. E con la crisi economica in arrivo la previsione è ancora più fosca: c’è il pericolo di vedere crescere ulteriormente i casi di persone che si tolgono la vita. La fondazione Brf – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze ha messo nero su bianco la situazione in una ricerca che ha preso in esame precedenti emergenze, sia sanitarie che economiche. Su tutte spicca il caso della Grecia: dopo la recessione del 2009, c’è stato un incremento del 40% dei suicidi nella prima metà del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010. Le cronache di questi giorni raccontano un trend preoccupante. La notizia di maggiore impatto è arrivata dalla Germania con il suicidio del ministro delle Finanze dell’Assia (uno dei Länd tedeschi), Thomas Schäfer, che non ha retto lo stress da pandemia.
L’emergenza suicidi in Italia. In Italia c’è stato un vero “focolaio” di morti per suicidio nella provincia Pisa: in pochi giorni quattro persone si sono tolte la vita. Ma la lista è lunga. C’è la storia del ragazzo senegalese di 25 anni che, a Milano, si è gettato della finestra del suo appartamento appena gli è stato comunicato di essere finito in cassa integrazione. Sempre nel milanese, a Rho, un uomo di 38 anni ha sparato alla moglie prima di puntare la pistola verso se stesso. A Salza Irpina, in provincia di Avellino, due sorelle sono state trovate morte in casa. L’allarme riguarda anche chi è in prima linea contro la diffusione dell’epidemia: a Jesolo e Monza ci sono stati due suicidi di infermieri impegnati in terapia intensiva. “È sotto gli occhi di tutti la condizione e lo stress a cui i nostri professionisti sono sottoposti e di quanto sarebbe stato possibile fare in tempi non sospetti. E che ora riteniamo sia non solo logico e doveroso, ma indispensabile fare. Ne riparleremo quando l’emergenza sarà passata”, hanno commentato dalla Federazione nazionale ordine professionisti infermieristiche (Fnopi).
Lo studio della Fondazione Bfr. «La cronaca di questi giorni ha riportato una serie di notizie di atti suicidari giunti a termine. I gesti appaiono collegati alla situazione creata dal Covid-19», spiega a Notizie.it il presidente della fondazione Brf, Armando Piccinni. Questi eventi vanno quindi contestualizzati: «Esistono – osserva l’esperto – numerosissimi esempi legati di ciò che ha fatto seguito a disastri naturali, a guerre, ad atti violenti e criminali sulle persone e sulle cose. Quello che segue il periodo in cui il trauma è stato messo in atto, è un periodo di rielaborazione e di paura in cui ognuno reagisce con il proprio temperamento e resiste con la propria resilienza». La conclusione è netta: «Che i suicidi possano crescere numericamente è un rischio concreto se teniamo conto della gravità dei traumi che tante persone hanno subito dalla malattia propria, dalla morte dei propri cari, dal periodo particolarmente prolungato, dalla terra bruciata, dal punto di vista». I dati sulla crisi economica parlano di una recessione in Italia pari al -9% del Prodotto interno lordo, secondo il Fondo monetario internazionale. Per Goldman Sachs, addirittura, il risultato sarà peggiore con una caduta superiore all’11% dell’economia italiana. Meno devastanti, ma comunque pesanti, sono le stime della Confindustria che parla di un -6% del Pil, in linea con Morgan Stanley che indica una flessione del 5,8%. Nonostante le differenze numeriche c’è una certezza: il 2020 sarà caratterizzato dalla recessione, con interi settori duramente colpiti, dal turismo alla ristorazione, dall’intrattenimento alla cultura. Sulla base delle precedenti esperienze, lo studio della Brf disegna un quadro preciso. Il +40% di atti suicidi in Grecia resta un dato irraggiungibile, ma non è andata meglio in Spagna: la crisi è stata associata ad un aumento relativo dell’8% del tasso di suicidi, al di sopra della tendenza ordinaria. Un effetto avvertito anche in Italia. «A riguardo – si legge nella ricerca della fondazione Brf – uno studio basato su dati relativi al periodo 2000-2010, ha stimato per l’Italia 290 suicidi e tentativi di suicidio per motivazioni economiche dovuti alla recessione. Non solo: tra il 2007 e il 2010, il numero di suicidi è cresciuto del 34% tra i disoccupati, del 19% tra gli occupati e del 13% tra le persone ritirate dal lavoro. È importante osservare, ancora, come per queste tre categorie, i suicidi siano diminuiti in tutto il periodo 1995-2008, per aumentare nei due anni seguenti». La questione ha, peraltro, una dimensione globale: l’analisi della fondazione evidenzia che sono stati 4.884 i suicidi in eccesso nel 2009 rispetto al numero previsto in base alle tendenze precedenti (2000-2007) in 54 Paesi. C’è anche una disparità anagrafica: in Europa i suicidi superiori alla media si sono verificati negli giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, mentre nelle Americhe sono stati gli uomini di età compresa tra 45 e 64 anni a mostrare il maggiore aumento. L’elemento comune è uno: l’incremento è stato rilevato nei Paesi con bassi livelli di disoccupazione prima della crisi, in cui c’è stata quindi una maggiore di perdita di posti di lavoro. A differenza della pandemia di Coronavirus, l’emergenza psichica è prevedibile. E si può preparare una risposta: «Per affrontare questa emergenza – sottolinea Piccinni – non servono farmaci che non abbiamo o vaccini che dobbiamo ancora mettere a punto. La Fondazione Brf ha elaborato un progetto di organizzazione e pianificazione delle risposte in collaborazione con numerose università italiane e ordini professionali, prevedendo l’azione di reti sociali e di volontariato». Gli strumenti sono vari: «Punti di riferimento, di ascolto, di sostegno, ma anche solo di rassicurazione, di aiuto umano e di apertura affettiva può a volte essere sufficiente oltre che ad alleviare la pena a salvare delle vite umane e sventare un gesto estremo che a volte si concretizza con un atto impulsivo, che nasce da un momento di disperazione di buio e di solitudine», conclude il presidente della fondazione. Al momento il progetto è sul tavolo del ministero della Salute guidato Roberto Speranza per una task force nazionale e sul tavolo della giunta della Regione Toscana per la task force regionale. E in queste ore anche altre Regioni si stanno interessando all’iniziativa.
Pavia, pensionato si dà alle fiamme nel cortile di casa e muore. Veronica Caliandro il 26/04/2020 su Notizie.it. Tragedia a Remondò, una frazione del Comune di Gambolò in provincia di Pavia, dove un pensionato di 70 anni si è cosparso di benzina e dato alle fiamme nel cortile di casa. I carabinieri, una volta giunti sul posto, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Un pensionato di 70 anni si è cosparso di benzina e si è dato fuoco nel cortile della propria abitazione. La moglie, appena accortasi della situazione, ha immediatamente allertato i carabinieri e il 118. Giunti sul posto, però, i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dell’uomo. In base a quanto spiegato dai carabinieri di Vigevano, il 70enne soffriva da ormai un po’ di tempo di problemi di salute e in seguito al periodo di isolamento sociale dovuto al lockdown per l’emergenza coronavirus la situazione sarebbe peggiorata. Se da un lato le misure di distanziamento sociale si rivelano utili a contrastare la diffusione del coronavirus, dall’altro canto possono spesso finire per avere un impatto negativo sulla salute psicologica di alcune persone. In base a quanto evidenziato dallo studio di alcuni scienziati britannici, infatti, vi è il rischio di sviluppare dei sintomi da stress post-traumatico. In particolare da uno studio pubblicato sull’Harvard Business Review si evince: “La solitudine causa stress e lo stress cronico e duraturo porta all’aumento di cortisone, un ormone chiave dello stress. È inoltre collegato ad alti livelli di infiammazioni nel corpo. Questo danneggia i vasi sanguigni e altri tessuti, aumentando il rischio di malattie cardiache, diabete, artrite, depressione, obesità e morte prematura”.
Massimo Sanvito per “Libero quotidiano” il 9 aprile 2020. Le hanno trovate con le mani intrecciate, quasi a farsi forza nel gesto estremo. Sanae e Bouchra sono morte insieme, gettandosi dal battello che ogni giorno fa la tratta Punta Sabbioni-Lido di Venezia. Cosa ci facevano a bordo, considerata la quarantena nazionale? Pare che lavorassero in ospedale, non assunte ma per conto di una cooperativa, e che stessero rientrando a casa, a Marghera. I marinai, tra i seggiolini, hanno trovato due paia di scarpe e una bottiglia di liquore mezza vuota. L' ultimo goccio per dimenticare, prima di lanciarsi nelle torbide acque della laguna. I motoscafi dei Vigili del Fuoco le hanno ripescate dopo due ore: la corrente aveva trasportato i corpi senza vita delle sorelle marocchine quasi in mare aperto. Stress, depressione dovuta al periodo, oppure - come ha ipotizzato qualcuno - il timore di perdere il lavoro, di non avere una prospettiva per il futuro? Nessuno potrà mai dirlo, ma l' impennata di suicidi in ogni parte d' Italia è ormai un dato di fatto. Prendiamo il caso della città di Pisa. All' ombra della Torre, quattro persone si sono tolte la vita negli ultimi dieci giorni. Numeri impressionanti che testimoniano come gli effetti collaterali del virus uniscano la mazzata economica al disagio psichico e allo sconforto di rimanere chiusi in casa a fare la spola tra il letto e il divano. Sull' edizione pisana del Tirreno, la psicoterapeuta Sonia Cortopassi ha analizzato la situazione, lanciando un mezzo allarme: «I suicidi sono la punta dell' iceberg. Il gesto estremo arriva per chi sta pagando già dei costi psicologici che, con l' emergenza coronavirus, possono diventare insopportabili. Siamo tutti sotto stress e dobbiamo essere pronti a rinascere». In tanti, però, decidono di morire perché non trovano la forza per affrontare una vita nuova. Oppure perché si ritrovano senza lavoro e senza più affetti, spazzati via dall' epidemia. La settimana scorsa, a Milano, un giovane senegalese di 25 anni si è lanciato nel vuoto dalla finestra di casa: aveva appena terminato la chiamata con il suo datore di lavoro, che a causa del calo del giro d' affari era stato costretto a metterlo in cassa integrazione. Non sono bastate le urla dei vicini - «che cosa fai, scendi di lì!» - : il ragazzo è piombato sull' asfalto del cortile ed è morto sul colpo. Stesso destino crudele, a fine marzo, per un altro giovane di 29 anni, nella periferia di Torino. Soffriva di depressione e da qualche giorno non si dava pace anche lui per la comunicazione che aveva ricevuto dalla sua azienda: il rapporto di collaborazione era finito, schiacciato sotto i decreti anti-Covid, che avevano obbligato il titolare a sospendere la produzione. Peraltro, proprio quel lavoro lo aveva aiutato non poco a mettersi alle spalle i cattivi pensieri che per troppo tempo lo avevano tormentato, come hanno raccontato i suoi genitori ai Carabinieri. Si è impiccato sulla tromba delle scale del condominio in cui viveva con la sua famiglia ed è toccato al padre, per primo, ritrovare il suo corpo senza vita. In questi giorni difficili d' emergenza e quarantena forzata i suicidi sono tanti. Troppi. C' è stato l' episodio di Rho, nel Milanese, dove un uomo di 38 anni ha sparato alla moglie prima di puntare la pistola verso se stesso: stavano attraversando un periodo di crisi. Un' altra coppia, questa volta due sorelle, sono state trovate morte in casa due giorni fa a Sarza Irpina, piccolo paesino alle porte di Avellino: un doppio suicidio ancora senza un perché. E sempre due giorni fa, un signore di 55 anni, a Lissone (Monza), è precipitato dal terzo piano di un condominio. Soffriva già da tempo e non ha più retto. E come dimenticare le due infermiere di Jesolo e Monza che nella seconda metà di marzo si sono suicidate: pare non sopportassero più la pressione del coronavirus che nei loro reparti di terapia intensiva stava mietendo vittime a raffica.
Giuseppe Alberto Falci per huffingtonpost.it il 7 aprile 2020. “Ho notato che nel comitato scientifico che coordina le politiche antiepidemia, manca totalmente la figura dello psicologo o dello psichiatra”. Scorge questo vuoto e lo denuncia Paolo Crepet, psichiatra e scrittore, che in una lunga chiacchierata con HuffPost squaderna l’altra emergenza, forse più nascosta, ma comunque seria, innescata dal Covid-19: “E’ evidente anche ai ciechi che la crisi oggi si sta trasformando in una crisi psicologica”.
Professore, si tratta di una sottovalutazione da parte del Governo?
«Un errore marchiano. Mi sembra una valutazione sbagliata. Anche perché se ci fosse uno studioso di formazione psicologica o psichiatrica, nessuno se ne sarebbe accorto».
La quarantena si è trasformata in un’ottantena. Gli italiani non vedono la luce, non sanno quando, come e perché riprenderanno la routine di un mese e mezzo fa. Quanto pesa sulla psiche dei cittadini?
«Mi pare evidente che ci siano segnali di insofferenza da parte della popolazione. Quando telefono a persone, che più o meno conosco, il rumore di sottofondo rimanda a urla di bambini, strepiti. Genitori contro figli. Figli contro genitori. Questo è il clima delle famiglie italiane».
Su queste colonne Massimo Cacciari ha sentenziato: “La casa è un inferno”.
«Verissimo. Ma sa perché è così?»
Perché?
«Fino ad oggi non avevamo conosciuto la nostra abitazione. L’abbiamo sì comprata, ma non l’abbiamo vissuta. Prima del Covid-19 la famiglia era composta da persone che si alzavano e si recavano negli uffici, in azienda. I bambini dovevano seguire una road map rigida: scuola, lezione di musica, sport, reunion a casa dei compagnetti».
E ora?
«Adesso stiamo vivendo una sperimentazione di massa della famiglia al suo completo all’interno di quattro mura domestiche. Senza alcuna valvola di sfogo».
La frustrazione di stare chiusi in casa si sta già trasformando in rabbia?
«Assolutamente sì. Naturalmente la rabbia ha tante facce, io non sto pensando che ci saranno delle mattanze dentro le famiglie italiane. C’è un grande disagio delle famiglie che si trovano il peso dei bambini, delle coppie che non erano abituate a frequentarsi. Senza dimenticare che non c’è poi la possibilità di farsi una passeggiata».
Tutto questo non aiuta psicologicamente. Come mai a Parigi hanno dato un chilometro di raggio per passeggiare?
«Mica sono scemi loro e furbi noi. Hanno semplicemente capito che un chilometro rappresenta la possibilità di fare due passi in libertà per i fatti propri.
Perché è una situazione così sconfortante da sopportare?
«C’è un’angoscia rispetto al fatto che forse qualcuno ci si aspettava un andamento epidemiologico positivo. E invece non siamo arrivati al famoso plateau. In secondo luogo il Covid-19 si è allargato al mondo intero, la Svezia c’ha ripensato, l’America è impazzita».
Uno potrebbe dire: cosa mi interessa dell’America?
«No, lo stato dell’arte degli Usa contribuisce a una sensazione di globalizzazione che ci riempie d’angoscia perché capiamo che la fine sarà solo quando il mondo se ne sarà liberato. E poi diciamola tutta: non ci sentiamo rassicurati da chi ci governa. Pensare di tranquillizzare perché ti danno 600 euro all’Inps è trattarci da imbecilli. Io voglio sapere che fai tu del Paese. Quando mi dicono: cosa cambierà? Rispondo: non cambierà nulla. C’è il coraggio per cambiare? Il tutto senza dimenticare un altro aspetto».
Quale?
«Legato al futuro e al futuro del lavoro. Uno sta in casa, in più con l’idea che il bar non si sa quando aprirà, la pizzeria non sa se e quando alzerà o meno la saracinesca, e poi l’estate, il sogno di tutti, me la sono giocata, o no? Questo è un altro elemento psicologico enorme. La paura dilata i problemi non li restringe. Ci vogliono messaggi chiari da parte del governo. Non possiamo dare quaranta deadline due volte al giorno: una volta la riapertura dovrebbe essere a Pasqua, poi dopo Pasqua, e poi ancora dopo il 1 maggio. Stiamo zitti che è meglio. La verità è: nessuno può realisticamente dire cosa accadrà».
Ecco, se lei la mette così, chi si salverà quando finirà tutto quanto?
«Si salva chi continua a pensare, a farsi un progetto. Visto che non ti puoi muovere, almeno muovi il tuo cervello».
In questa emergenza i bambini hanno perso molto: la dimensione sociale, la scuola, il contatto con gli amici. Che cosa è stato fatto per loro?
«A me scrivono tutti i giorni che nessuno parla dei bambini. Perché non basta mettere una maestra online. Dobbiamo inventarci qualcosa».
Cosa?
«Ad esempio si potrebbe pensare a piccolissimi gruppi distanziati all’aria aperta e non in aula guidati da una maestra o da un docente di educazione fisica. Ovviamente tutti muniti di mascherina. Credo che questa cosa sia compatibile con l’attuale protocollo. Anche perché si tiene conto del virus, ma non del virus psicologico. Certo il nonno muore, ma il ragazzino va fuori di testa».
Quali sono le conseguenze su chi stava iniziando un percorso di alfabetizzazione?
«Sono gravi. La scuola non è importante solo perché impari a leggere e a scrivere, ma anche perché stai in gruppo. E’ un luogo di socializzazione. Dobbiamo anche sapere che c’è un altra emergenza che non è virale, ma è l’interruzione prolungata di qualsiasi livello di socializzazione, a favore di una comunicazione virtuale che anche quella farà i suoi danni. Se un bambino cresce pensando che la comunicazione sia virtuale, cresce in maniera autistica, perché non conosce i sensi».
Insomma, i danni psicologici saranno uguali o addirittura superiori dei danni economici. Ecco, quando finirà il lockdown ci abbracceremo come fratelli alla fine della guerra? Oppure saremo spaventati di uscire piano, in silenzio, spaventati incapaci di superare le distanze dagli altri?
«La mente non è un interruttore, non c’è una leva che va giù e una che va su. Così quando finirà il virus non ci sarà una leva che andrà on, sopravviveranno delle paura, sopravviveranno dei giustificati timori dell’altro. Guardi, il timore per l’altro l’abbiamo sempre avuto. Che si chiamasse nero, ebreo, comunista. Questa volta è l’infettivo, è manzoniano. Ci sarà un periodo in cui ci sentiremo a disagio a stare in una metropolitana affollata».
Quando durerà?
«Non penso che staremo a distanza di un metro fino all’eternità. Torneremo al ristorante, in spiaggia, con un po’ più di accortezza. In questi giorni c’è tanta gente che telefona a persone con le quali non parlava da tempo. Questa cosa ci dice che quando viene mancare la libertà, questa libertà proviamo a cercarla. La libertà è anche cercare un amico. La voglia di farsi due risate attorno a un tavolo non potrà essere sostituita da sei tablet in collegamento su Zoom».
Coronavirus, lo psicologo Montanari: “Emergenza suicidi e danni psicologici: interveniamo subito”. Matteo Gamba su Le Iene News il 09 aprile 2020. “Serve un intervento pubblico eccezionale e gratuito per tutti contro l’emergenza psicologica da pandemia e quarantena”, dice il noto psicoanalista Maurizio Montanari. In primo piano il rischio suicidi e l’SOS medici dopo il dramma. Ma anche: ansia, panico, abuso di farmaci, anoressia, ossessioni, tossicodipendenza e violenza in famiglia. “Con quarantena e coronavirus rischiamo anche un incremento di suicidi legati alla perdita del lavoro e di problematiche psicologiche per i medici e parte della popolazione”. Maurizio Montanari, psicoanalista e responsabile del centro di psicoanalisi applicata Liberaparola, lancia l’allarme parlando con Iene.it: “Bisogna intervenire appena finita la pandemia con l’implementazione dei servizi di sostegno psicologico, pensando anche a progetti ad hoc, che garantiscano l’anonimato e la gratuità, dobbiamo investire anche su questo”.
Cosa la preoccupa di più?
“Due elementi. Innanzitutto un aumento dei suicidi per la drammatica crisi economica e i licenziamenti che verranno. Il legame con la perdita del lavoro come causa primaria del togliersi la vita, e non come concausa, è purtroppo un fenomeno noto e studiato”.
Quali categorie sono più esposte?
“È un fenomeno trasversale: riguarda dirigenti, impiegati, operai, precari. Soprattutto nella fascia tra i 40 e i 50 anni: è il dramma di chi si trova ad aver perso tutto improvvisamente e non vede più speranze. Ci vorrà la massima attenzione nelle nostre città a cosa succede quando un’azienda chiude, e purtroppo saranno tante. Qualcuno assorbe il colpo, cerca un altro lavoro. Ma c’è chi cade in depressione, chi inizia con gli stupefacenti, chi si dà ad attività illegali e chi purtroppo arriva a farla finita”.
Qual è il secondo elemento che la preoccupa di più?
“La vita dopo l’emergenza di medici e infermieri. Parlo del disturbo post traumatico da stress, che conosciamo e studiamo nei militari. Dopo l’esposizione forte e violenta a eventi come un conflitto o in questo caso la pandemia, non tutti tornano come prima. Il trauma interiorizzato può riverberarsi, sognandolo, rivivendolo, addirittura percependolo mentre si sta in mezzo alla gente. È un fattore ad alto rischio nel dopo emergenza”.
In che senso?
“Il personale sanitario è ‘rodato’ nel confrontarsi con decessi e sofferenza. Questa volta però il sovrannumero continuo di morti per coronavirus, il dover essere i ‘carnefici’ che vietano l’abbraccio col congiunto in procinto di morire, il numero altissimo di ore lavorate, il tornare a casa e non poter nemmeno abbracciare coniugi, parenti e figli, crea uno stato di tensione permanente. Molti medici assistono alla scomparsa di persone che potrebbero essere i loro cari, in numero impressionante. Col calare dell’emergenza dobbiamo occuparci di queste persone, non farle tornare subito al lavoro: senza l’elaborazione delle scorie traumatiche rischiano di finire dentro a un inferno. Bisogna organizzare un percorso di cura, che possano trovare a disposizione vicino a loro, già in ospedale. Ovviamente poi ci sono problemi riguardano poi tutti”.
Per esempio?
“Tantissime persone hanno piccoli disagi che possono trasformarsi ora in disturbi più importanti. Partiamo dai soggetti ansiosi o che soffrono di attacchi di panico: possono letteralmente murarsi in casa. Alcuni ci telefonano tre, quattro volte al giorno perché l’ansia, l’angoscia, non li lascia nemmeno uscire in giardino o sul balcone”.
Questa angoscia può portare a un abuso di psicofarmaci?
“Per tutte le persone già con patologie psichiche pregresse è un momento cruciale: si trovano da sole avendo perso a volte il contatto con il terapeuta, il centro di igiene mentale o il medico di base e in difficoltà nel procurarsi i loro medicinali. In molti cercano di procurarseli su Internet per esempio, soprattutto ansiolitici e sonniferi. Senza l’aiuto di un terapeuta e la prescrizione di un medico può essere pericoloso”.
Quali altri disturbi sono coinvolti?
“Chi ha tendenze paranoiche, o comunque è predisposto a uno stato di sospetto permanente, è oggi esposto in solitudine a teorie complottiste e cospirazioniste di ogni genere che lo possono solo far peggiorare arrivando in casi estremi, magari a sospettare del vicino o di un familiare e a vedere nemici ovunque”.
Si registrano anche ossessioni da contagio?
“Sì, di fronte ai giustissimi inviti a lavarsi spesso le mani, soggetti con tratti ossessivi improntati alla pulizia vedono il loro sintomo arrivare a livelli massimi durante l’isolamento. Ci hanno chiamato persone con le piaghe sulle mani, che se le lavano fino a 30 volte al giorno. Anche chi soffre di disturbi alimentari è a rischio peggioramento”.
Qual è il legame tra quarantena e anoressia o bulimia?
“Stando in casa quelli che ne soffrono sono in contatto 24 ore su 24 con il cibo, che scatena i loro problemi. In alcuni casi con grandi scorte fatte per l’emergenza: chili di cibo che li circondano in ogni momento. Restando sempre dentro, senza possibilità di uscirne, a quelle dinamiche familiari che hanno magari scatenato i disturbi”.
La convivenza forzata in famiglia scatena anche la violenza.
“Ci sono spesso esplosioni di rabbia feroce di soggetti con pluridipendenze, gioco d’azzardo oppure tossicomani che non possono più raggiungere la loro fonte di godimento e trasformato in motivo di vita. Diventano pericolosi soprattutto i grossi abusatori di sostanze che vedono di colpo interrotto l’accesso al consumo”.
Ci sono poi i problemi di coppia e il dramma della violenza sulle donne.
“Separazioni e divorzi aumenteranno: in molte coppie si andava avanti anche se il legame era finito, potendo contare su un elemento terzo, il lavoro per esempio. Convivere 24 ore su 24 costringe a confrontarsi con problemi insormontabili finora trascurati o sopportati. Un capitolo a parte è il tema della violenza di genere. Ci sono donne che stavano attraversando un lunghissimo e dolorosissimo iter per liberarsene, magari in una Casa famiglia, dopo aver chiesto aiuto alla legge. Ora che anche i processi sono fermi, si possono ritrovare a dover vivere forzatamente assieme al loro aguzzino”.
Cosa bisogna fare di fronte a tutto questo?
“Serve una rete di assistenza contro i suicidi e per i traumi subiti da medici e infermieri, come ho già accennato. Serve soprattutto in generale un sostegno immediato e gratuito per tutti. Ogni comune, ogni città deve attrezzarsi per affrontare anche l’emergenza psicologica provocata dalla pandemia con sostegni supplementari, eccezionali, e ribadisco, con cifre calmierate perché tanta gente non ha e non avrà i soldi per la psicoterapia. Serve uno sforzo eccezionale come è stato fatto per l’economia, bisogna investire anche in questo. Per salvarci tutti la vita”.
Valentina Arcovio per “il Messaggero” il 13 maggio 2020. Tra la paura del contagio, l'isolamento sociale, i problemi economici e le incertezze per il futuro, dormire bene ai tempi del Covid-19 è diventato difficilissimo. Per alcuni quasi impossibile. Secondo un'indagine condotta dagli Ordini degli psicologi più di 6 italiani su 10 hanno perso il sonno o hanno un sonno disturbato. Questo vale anche per chi prima dell'emergenza dormiva come un bambino. Un'altra ricerca condotta dall'Associazione Italiana per la Ricerca e l'Educazione nella Medicina del Sonno (Assirem Ets), da quando si è entrati in fase lockdown il sonno di moltissimi italiani è caratterizzato da angoscia e risvegli notturni. In particolare, l'indagine, condotta su mille connazionali, ha evidenziato che a esser cambiati sono gli orari in cui si va a dormire e quelli in cui ci si risveglia, ritardati di oltre 1-2 ore. Il 50% di coloro che prima della pandemia riuscivano ad addormentarsi in 15 minuti, ora ci mettono più tempo. Non solo. È anche aumentata la percentuale di chi ci impiega più di un'ora. Anche il risveglio si è ritardato di 1-2 ore, lasciando quindi immutato il tempo totale di sonno, anche se c'è qualcuno che dichiara di dormire di meno. Ancor più sensibilmente si è modificata la qualità percepita del sonno, giudicata, da oltre la metà degli intervistati, «abbastanza o molto cattiva». Aumentano anche i risvegli notturni: 3 persone su 4 si sono svegliate al mattino presto almeno una volta a settimana contro le 4 persone su 10 prima della pandemia. Inoltre, gli italiani che soffrono di incubi sono passati da 1 su 10, prima dell'emergenza coronavirus, a 4 su 10 attuali. «Non c'è da stupirsi se per molti italiani dormire bene è diventata quasi un'impresa», spiega lo psicoterapeuta Giorgio Nardone, co-fondatore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, nel nuovo ebook Covid-19 il virus della paura (Paesi Edizioni), nato da un'idea di Consulcesi. «Angoscia, ipocondria e fobie, disturbi diventati molto comuni in questa pandemia possono infatti riflettersi negativamente su tempi e qualità del sonno, innescando un circolo vizioso che peggiora la nostra salute mentale», aggiunge. Ci sono però una serie di consigli facili da seguire che possono aiutarci a migliorare e a mantenere una buona igiene del sonno. A elencarne qualcuno è Luigi Ferini-Strambi, primario del Centro di Medicina del Sonno dell'IRCCS Ospedale San Raffaele Turro. Il primo è di «mantenere un normale ritmo sonno-veglia, andando a letto e svegliandosi alla stessa ora ogni giorno», dice l'esperto, secondo cui bisognerebbe «favorire una routine definita, impostando la giornata con orari precisi per i pasti e per le attività lavorative, di studio e di svago». Non meno importante è l'esercizio fisico, «evitando la fascia serale dopo cena», precisa Ferini-Strambi. Per non compromettere il sonno notturno, secondo l'esperto, è bene evitare il «sonnellino pomeridiano». E poi: «curare l'alimentazione, soprattutto a cena, limitando la quantità di cibo e l'apporto proteico; evitare l'eccesso di caffeina che ostacola il sonno, e di alcool che causa un sonno leggero e frammentato; evitare di tenere il cellulare vicino al letto, per il disturbo causato dalle notifiche; e cercare di allontanare i pensieri negativi nella fase di addormentamento».
Da "Ansa" il 2 aprile 2020. Recuperare e mantenere la regolarità del sonno è l'unica condizione per ridurre lo stress: questo messaggio è da tenere a mente in particolar modo in condizioni eccezionali come quella della permanenza a casa dovuta all'emergenza legata al nuovo coronavirus. Lasciarsi andare, non mantenendo i ritmi regolari della giornata legati al lavoro, non aiuta certo a riposare bene. In più, ci si sente attanagliati da ansia e angoscia dovuti a un susseguirsi frenetico di notizie, per questo può essere utile una 'decompressione' prima di andare a letto e un supporto può arrivare anche dall'utilizzo, se ce n'è bisogno, di melatonina, di cui esistono formulazioni ben studiate, e prodotti di fitoterapia. A evidenziarlo è il professor Claudio Mencacci, past president della Sip, Società italiana di psichiatria. "Uno dei primi segni delle condizioni di stress - spiega l'esperto - è proprio l'alterazione del sonno. E lo si osserva sia nelle persone che sono esposte, come nel caso dell'emergenza legata al coronavirus possono essere gli operatori, sia in quelle in condizioni di normalità, per il fatto che ci si muove meno e ci si stanca meno e magari non si coglie quello che è un buon momento per mettere in pratica azioni legate allo stile di vita come quella di mangiare sano. Il rischio è un sovraccarico alimentare, a cui aggiungere una continua ondata di informazioni soprattutto visive, oltre che il continuo stato incalzante di allarme, ansia e paura, di stimolo di sentimenti negativi. Tutte cose che mettono l'intero sistema in grande allerta, e il primo riflesso si ha sul sonno". Le possibili tensioni in casa non aiutano: "Siamo all'inizio, nella fase ancora dell'allarme, sono i primi giorni e anche le potenziali tensioni dentro casa, inter-relazionali, sono ancora sotto traccia- rileva Mencacci- ma poi la permanenza continuativa senza la possibilità dello scarico sull'esterno, sul lavoro, sulla socialità, può creare situazioni non tutte così idilliache". Un buon libro prima di dormire può essere di aiuto, così come "fare in modo che il passaggio tra l'inondazione di notizie e l'inizio della fase del sonno sia protetto".
Raffaella Silipo per “la Stampa” il 7 aprile 2020. Il mondo sul lettino dell' analista. La pandemia non è solo una grave emergenza sanitaria, ma sta dando vita a un gigantesco laboratorio di malessere psicologico e sociale, un disturbo da stress post-traumatico globalizzato, cui ogni Paese risponde a suo modo, oggi e nei mesi a venire: tedeschi disciplinati, italiani ansiosi, svizzeri portati alla rimozione. «E' indubbio che alcuni caratteri nazionali spuntino fuori nei momenti di crisi, anche se generalizzare è sempre un rischio». Stefano Carpani è uno psicoanalista della generazione Erasmus: 41 anni, milanese, laurea in Filosofia alla Cattolica e dottorato in sociologia a Cambridge e Manchester. Vive a Berlino con la moglie spagnola e tre figlie ed è psicoanalista-in-Training al Carl Gustav Jung Institute di Zurigo. «Sono cresciuto come cittadino del mondo - dice - eppure l' ultima volta che ho viaggiato da Milano a Zurigo a fine febbraio (un percorso fatto centinaia di volte) mi sono sentito trattato da appestato. La prima reazione alla crisi di Germania e Svizzera è stata quella di negazione, di rimozione. Fingevano che il Covid fosse un problema italiano, perché noi siamo più calorosi, ci tocchiamo di più. E anche perchè, naturalmente, siamo più vicini tra generazioni, alle famiglie di origine, mentre da loro i vecchi vivono tra vecchi e i giovani tra giovani. Invece la prima reazione italiana è stata un po' isterica». A emergenza conclamata le differenze restano, ma di diverso tipo: «I popoli del Nord sono più disciplinati, non si muovono da casa, non hanno bisogno di sanzioni. È la loro forza e il loro limite. Noi siamo più irrequieti ma più creativi». Per questo, dice Carpani, «finita la crisi, ci sarà ancora più bisogno di Europa: abbiamo bisogno di un po' della loro disciplina e loro di un po' della nostra creatività». Carpani ha un punto di vista privilegiato sulla pandemia: aveva cominciato a intervistare i grandi junghiani «per registrare la loro voce» in un libro e sul suo canale Youtube nella serie «Breakfast at Kusnacht» (dal nome del paese svizzero dove si trova lo Jung Institute) e con la pandemia ha visto moltiplicarsi gli interventi. «La psicanalisi - dice - è uno strumento utile per decifrare la crisi. Dobbiamo imparare a dirci che è un momento di ansia e angoscia, di sospensione delle certezze. Dove vengono a mancare i riti collettivi - persino la Pasqua - come quelli individuali: solo accettando questa tristezza di fondo riusciremo a superarlo». Ha anche creato un supporto psicologico online, «pensato per i medici in prima linea, ma in realtà usato da tanti comuni cittadini. Il fatto è che il confine tra intuizioni geniali e paranoia è sottile e in momenti come questi salta del tutto». Gli incontri offrono molti spunti di riflessione. Verena Kast, psicoanalista a Zurigo, suggerisce «la creatività come antidoto alle emozioni negative: senza negare paure e incertezze». E sottolinea il carattere cosmopolita dell' emergenza «una chiamata a una risposta universale, una sorta di "dichiarazione di interdipendenza" per cui siamo tutti responsabili e tutti vulnerabili». John Beebe, analista a San Francisco, esamina il concetto junghiano di «compensazione» e cita Greta Thunberg, che in un discorso di fine 2019 diceva ai governanti del mondo: «Voglio che proviate il panico»: «Un piccolo virus invisibile ha fatto sì che il suo desiderio si avverasse in modo imprevedibile a livello globale». Paul Attinello, analista britannico, mette il Covid-19 in relazione all' Aids e al saggio di Susan Sontag «Malattia come metafora». «Abbiamo considerato - dice Carpani - che la pandemia è un grande esperimento di interiorità. Siamo abituati a vivere in un mondo estroverso, questa è un' occasione per lasciare che il mondo esterno si spenga e il mondo interiore si faccia sentire». La grande rimozione dell' Occidente è quella della nostra mortalità, spiegano l' analista canadese Murray Stein e il sociologo Mauro Magatti: «Io ho 60 anni - dice Magatti- e mi considero "giovane": è più forte di me, la nostra cultura la morte la cancella, arriva sempre inaspettata». Stefano Candellieri e Davide Favero riflettono infine sul «tempo sospeso» che stiamo vivendo oggi: «Ansia, rabbia, angoscia vanno attraversate per approdare alla tristezza e all' elaborazione necessaria di un lutto collettivo». Stando attenti, sottolinea Carpani, alla fuga nelle dipendenze, che sono la costante psicologica dell' epoca. «Un tempo si mangiava la pizza una volta alla settimana: ora siamo nell' era della bulimia, dell' "all you can eat", del tutto e subito. Siamo abituati ad abbuffarci di puntate di serie tv come di attività fisica, non solo di cibo: è una strategia di fuga, il nuovo modo di rimuovere, e pensare. È un modo per delegare agli altri e non prenderci le nostre responsabilità. Credo che questa crisi sia un' occasione per recuperare il senso del limite». Anche un limite geografico: perchè, se è vero che la pandemia coinvolge tutti, è anche vero che senza voli low cost e Flixbus siamo tutti un po' più lontani. Con buona pace della generazione Erasmus: «Forse è un bene che le distanze siano aumentate - conclude suo malgrado Carpani -. Lo dico io che prendevo un volo alla settimana: la tecnologia, come un elastico, ha teso i limiti al massimo, ma ricordiamo Frankenstein: la natura si ribella».
Monica Virgili per corriere.it il 3 aprile 2020. Che la quarantena sia lo strumento indispensabile per contenere il contagio da coronavirus è chiaro a tutti. Ma quale impatto avrà sulla nostra vita nei mesi a venire? Una review degli studi recenti, appena pubblicata su Lancet dagli psicologi del Dipartimento di medicina e psicologia del King’s College di Londra, cerca di tracciare il quadro delle ricadute dell’isolamento sulla salute, al fine di mitigarne gli effetti negativi. Intanto bisogna distinguere tra isolamento previsto per le singole persone ammalate o contagiate, e quarantena di massa, che ha lo scopo di verificare lo stato di persone apparentemente sane per evitare il propagarsi del contagio. È quello che ha fatto la Cina con la città di Wuhan e che, sia pure con regole diverse, viene chiesto anche a noi. Due situazioni simili negli effetti, ma psicologicamente molto diverse. «Nel caso di una pandemia non esiste stigma sociale nei confronti del potenziale “untore”, come invece si è verificato in situazioni in cui la quarantena è stata disposta per piccoli gruppi di persone» commenta Valentina Di Mattei, psicologa clinica e docente all’Università Vita e Salute dell’ospedale San Raffaele di Milano.
Quali effetti dobbiamo aspettarci?
«In quarantena decadono abitudini consolidate e spesso si è separati dagli affetti, quindi i due aspetti cruciali sono il senso di noia e l’isolamento. A questo in molte persone si aggiunge lo stress per il lavoro e la preoccupazione per gli effetti economici sulle loro attività. Il modo di affrontarli cambia molto in base alle risorse interiori personali, ma in generale i disagi che ne derivano sono un calo del tono dell’umore, maggiori livelli di ansia e paura, irritabilità, insonnia, confusione mentale e disturbi cognitivi, che vanno dalla difficoltà a mantenere la concentrazione alla ridotta attenzione».
Quando si manifestano i sintomi?
«Gli effetti sulla salute mentale possono presentarsi anche mesi dopo la conclusione della quarantena. Poi con il tempo sono destinati a diminuire, ma l’ansia e i comportamenti di evitamento ce li porteremo dentro per un po’ di tempo anche dopo la fine dell’isolamento. Per mesi ci “scatterà l’allarme” quando capiterà di trovarsi di fronte a persone che tossiscono o in luoghi molto affollati».
Quali strumenti abbiamo per controllare gli effetti?
«Possiamo cercare di rendere meno “isolata” la quarantena e ridurre la distanza affettiva che ci fa soffrire usando i mezzi disponibili, dalle videochiamate alle telefonate più frequenti. Per combattere la noia bisogna darsi delle regole e ricostruire una nuova quotidianità, con orari fissi per il lavoro per chi è in collegamento da casa, ma anche per i pasti e per i momenti di svago davanti alla tv. Infine può far star meglio anche ricordare l’aspetto altruistico, per il bene comune, di queste misure restrittive della propria libertà. Se si interviene su questi punti si avranno dei benefici nel mitigare gli effetti negativi dopo».
Vale anche per i bambini?
«Nei piccoli la mancanza di movimento potrebbe avere ripercussioni sul ritmo sonno/veglia. Anche per loro è importante strutturare la giornata, con lo spazio definito per i compiti e i giochi. Attenzione anche al cibo, è facile scivolare in abitudini difficili poi da modificare».
Tutto ciò favorisce le dipendenze?
«Stiamo osservando che in molte persone che sono riuscite a smettere di fumare in questi giorni si è riaffacciata prepotente la tentazione di riprendere la sigaretta. La stessa cosa succede con l’alcol e gli psicofarmaci. L’oggetto della dipendenza ha un ruolo tranquillizzante e consolatorio, e chi è più “a rischio” in questa fase è più esposto».
A chi può fare più male?
«Tra le persone più esposte ci sono tutti gli operatori sanitari impegnati contro il Covid-19, che vivono un doppio stress, nel loro ambiente familiare e sociale e sul posto di lavoro. È una prova particolarmente dura anche per chi è già fragile psicologicamente, come le persone che soffrono di depressione o altri disturbi mentali, e naturalmente per gli anziani se non possono contare su un sufficiente supporto familiare e sociale».
Aiutano le App e le iniziative di condivisione in rete?
«Sono positive perché rinforzano la socialità e danno una risposta a un bisogno con i mezzi che ora sono possibili, non si può andare a correre ma si può mantenere il fisico in attività con i tutorial».
Le informazioni a ritmo continuo aumentano l’ansia?
«Non aiuta la sovraesposizione che può generare uno stato psichico continuo di allarme. Tuttavia, essere ben informati è rassicurante, purché le notizie non siano contraddittorie o parziali. Per questo non aiuta veder prorogate le misure di settimana in settimana, sarebbe molto più facile se ci fosse una data precisa per la fine della quarantena, ma sappiamo che non sempre è possibile prevederla».
Coronavirus e disturbi emotivi: a fine pandemia tanti ne soffriranno. Cecilia Lidya Casadei il 30 marzo 2020 su Notizie.it. La quarantena da Coronavirus rischia di avere effetti negativi in termini di disturbi emotivi su gran parte della popolazione. Il presidente della Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica ha detto che il Coronavirus ci porterà disturbi emotivi. Secondo l’allerta lanciata da Fabrizio Starace, circa la metà degli italiani soffrirà di queste conseguenze, quando la pandemia sarà conclusa. Questo risultato, preoccupante, è stato diffuso durante il primo incontro pubblico dell’Associazione Luca Coscioni, avvenuto su Facebook e YouTube con il coinvolgimento di oltre 25mila utenti. Per Starace, ad essere colpiti saranno non solo i cittadini ma anche chi lavora negli ospedali: “Stanno pagando un tributo enorme in termini di vite stroncate e livelli di stress ai limiti della tollerabilità”, ha detto. Per poter gestire quella che poi diventerà un ostacolo da superare, bisogna agire sin da subito. A questo scopo, sono già attivi diversi servizi di sostegno psicologico gratuito, promossi da parte di numerose associazioni di psicologi italiani. “L’impatto sulla salute mentale colpisce tutta la popolazione, non abituata agli effetti che le costrizioni e le misure restrittive stanno avendo sulle persone, insieme alla continua esposizione a informazioni e notizie che colpiscono significativamente la parte emotiva”, ha spiegato Starace. La Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica, da lui gestita, ha pubblicato delle istruzioni operative e organizzative per proteggere le fasce più vulnerabili, come ad esempio i pazienti psichiatrici.
Per fare ciò, è necessario attivare modalità di mantenimento del contatto, soprattutto perché non si interrompa la fornitura di medicinali e la regolarità delle sedute.
Elisa Cornegliani per ilfattoquotidiano.it il 30 marzo 2020. “Ho l’angoscia di diventare io l’untore dei miei cari”. “Non abbraccio mio figlio da settimane, cosa penserà di me?”. “Dieci ore dentro a un’armatura. Io non ce la faccio”. Gli operatori sanitari hanno paura: essere contagiati, contagiare la propria famiglia, non riuscire a reggere i ritmi, non essere in grado di sopportare guanti, maschere e tute. La maggior parte si auto-isola per ridurre i rischi, molti non riescono a scindere le ore di lavoro da quelle – poche – di vita privata. Gabriella Biffa, direttrice dell’Unità operativa di psicologia clinica e psicoterapia dell’ospedale policlinico San Martino di Genova, raccoglie i loro racconti da una settimana. Tanto è passato da quando lei e i suoi colleghi hanno avviato il progetto di supporto psicologico destinato al personale sanitario delle unità operative maggiormente coinvolte nell’emergenza: “Abbiamo lavorato con tale intensità che sembra trascorso un mese”, dice al Ilfattoquotidiano.it.
Dottoressa Biffa, come funziona il vostro programma?
«Operiamo attraverso videochiamate su Whatsapp: così rispettiamo le misure di sicurezza e gli stessi operatori sanitari, per primi, si sentono più sicuri. Abbiamo diffuso un numero da contattare per fissare gli appuntamenti. Quando è scoppiata l’emergenza abbiamo voluto metterci a disposizione per dare il nostro supporto, dove possibile. Una situazione mai vista prima: alcuni miei colleghi mi stanno chiamando da altre parti d’Italia per chiedermi come stiamo procedendo, cosa intendiamo fare per aiutare il personale coinvolto in prima linea contro il Coronavirus. Siamo tutti spiazzati».
Quali sono le principali difficoltà che vengono raccontate?
«Ci riportano la fatica fisica. Non solo turni massacranti e sovraccarico di lavoro, la maggior parte di loro ha dovuto anche apprendere in fretta nuove procedure, come quella della vestizione: richiede tempo – che non c’è – e precisione. Tutti sono terrorizzati dall’idea di sbagliare qualche passaggio, di non fare abbastanza attenzione. Maschere e tute – che comunque i pazienti sembrano considerare strumenti di protezione e di cura, e non barriere comunicative – rendono i movimenti più goffi, abbassano la qualità dell’ossigenazione. Temono di non saper reggere un turno intero avvolti in quelle armature. E naturalmente, c’è la paura che la disponibilità di questi presidi possa esaurirsi. Poi, c’è la fatica psichica: soprattutto sono atterriti dal fatto che questa emergenza sembra avere confini temporali incerti. Mi dicono: “Se sapessimo fino a che punto spingere le nostre fatiche, avremmo più forza. Ma questo punto non si raggiunge mai”. Il livello massimo di impegno viene sempre spostato più in alto, e hanno paura di non poter reggere. I giovani specializzandi hanno il terrore di non essere preparati a sufficienza. Una delle principali difficoltà, molto condivisa, è spiegare ai famigliari dei ricoverati che non possono avvicinarsi, neanche quando stanno per morire. Tutti convivono con un forte senso di impotenza e di angoscia, perché ormai sono abituati a vedere la morte con cadenza pressoché quotidiana e di riflesso temono per la propria vita e soprattutto per quella dei loro cari. Ecco: un operatore mi ha detto “ho paura di essere io l’untore della mia famiglia”».
Quale effetto sta avendo l’emergenza coronavirus sulle famiglie degli operatori sanitari?
«Molti di loro si auto isolano per evitare il contagio, e non vedono i propri figli da settimane. Tutti quelli che si trovano in questa situazione hanno paura di non essere dei bravi genitori, soprattutto se i bambini sono piccoli, temono che non possano capire cosa sta succedendo. Li lasciano ai nonni, che a loro volta sono l’anello debole di questa pandemia, e il senso di colpa aumenta. Spesso non riescono a scindere vita privata e vita lavorativa. In questo caso si parla di Sindrome da corridoio, introdotta nel decreto legislativo 81 del 2008 riguardante la sicurezza sul posto di lavoro: le due sfere, professionale e personale, sono unite da una sorta di corridoio immaginario. L’operatore, quindi, non stacca mai. Anche a casa continua a pensare alla realtà lavorativa che ha lasciato, in stato di emergenza e con colleghi stanchi quanto lui».
Come intervenite? Ci sono problematiche su cui è possibile agire subito e altre per le quali invece è necessario un periodo più lungo?
«Entrambe le cose. Quando abbiamo avviato questo servizio abbiamo voluto dedicarci a una risposta di tipo immediato, che prevenga uno stato di stress cronicizzato, un rebound che rischia di essere violento. Con questo termine intendiamo il contraccolpo psicologico ed emotivo che può insorgere negli operatori nelle fasi successive al trauma (fino a generare e strutturare un disturbo post traumatico da stress). Al tempo stesso abbiamo capito subito che la gran parte del lavoro dovrà essere fatto dopo, quando l’emergenza sarà conclusa. È stato così anche con il Ponte Morandi. Per il momento, ci stiamo concentrando sulla valorizzazione della dimensione privata: li invitiamo a coltivare piccole sfere di quotidianità che abbiano scopo e potere ricreativo, a pensare a loro stessi anche per pochi minuti al giorno. Inoltre, vogliamo creare una sorta di bibliografia virtuale di riferimento da caricare sul nostro sito aziendale, con testi vagliati dalla nostra equipe o scritti da noi sulla base di fonti scientifiche, che supportino il personale sanitario. Sul lungo periodo, invece, bisognerà concentrarsi sull’elaborazione del vissuto e sui segni che avrà lasciato negli operatori. Il vantaggio sarà che potremo recuperare la dimensione del gruppo, che adesso è fuori discussione. Sarà possibile fare sedute collettive aiutandoci con le tecniche del defusing (distanziarsi da quanto avvenuto e parlarne insieme) e dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing: un approccio terapeutico specifico per il trattamento dello stress post traumatico, ndr). Ovviamente, poi, andremo avanti con colloqui individuali per chiunque lo vorrà».
Ha citato il Ponte Morandi. In quel caso, la sua equipe ha accompagnato i famigliari delle 43 vittime a riconoscere i corpi dei loro cari. Ha riscontrato differenze nel modo di affrontare queste due emergenze?
«In quel caso sia gli operatori sanitari che noi del servizio di psicologia ci sentivamo più forti. Non eravamo in pericolo da un punto di vista fisico, la nostra vulnerabilità era di carattere emotivo. Certo, inutile dire quanto sia stato difficile e pesante su quel piano, ma almeno potevamo essere presenti anche con tutte le nostre energie. In questo caso, no. Siamo tutti – tutti – a rischio contagio e la nostra fragilità è raddoppiata, è sia fisica che psicologica».
E chi supporta voi psicologi, impegnati a gestire la sofferenza di chi cura malati in condizioni così difficili?
«Faremo qualcosa anche in questa direzione, come abbiamo fatto in seguito al Ponte Morandi. Ma adesso è ancora presto: ce ne occuperemo a emergenza conclusa».
Coronavirus, presidente psicologi: “Serve aiuto ai medici”. Marco Alborghetti il 30 marzo 2020 su Notizie.it. Il presidente dell'Ordine degli psicologi ha paventato possibili contraccolpi psicologici per medici, coinvolti nell'emergenza coronavirus. Il presidente dell’Ordine degli psicologi ha paventato il rischio di possibili contraccolpi psicologici per medici e personale ospedaliero, costretti a fare turni massacranti in questa emergenza coronavirus. L’emergenza coronavirus sta mettendo a dura prova tutti medici e personale ospedaliero di Italia, non solo però a livello fisico. I turni massacranti e la forte responsabilità etica-morale a cui sono sottoposti alla lunga potrebbero inficiare sulla psiche, causando dei contraccolpi psicologici difficili da gestire per gli psicologi. Un’ipotesi più che probabile, come afferma anche il presidente dell’Ordine degli psicologi David Lazzari, che intervistato da Open, ha voluto esprimere la sua opinione sull’argomento. Ecco gli spunti salienti dell’intervista. “In Italia parlare di malessere psicologico è ancora troppo spesso un tabù. Molti sono restii a chiedere un aiuto, a rivolgersi a un professionista per iniziare una terapia. Nulla di più sbagliato perché prima si interviene e meglio è“, così apre l’intervista Lazzari. Il presidente poi cerca di far capire che la perplessità degli addetti ai lavori è comprensibile, ma non bisogna farsi prendere dall’orgoglio e chiedere sempre aiuto: “Credo però che questa ritrosia sia meno diffusa anche tra gli operatori sanitari perché gli psicologi sono strutturalmente inseriti – anche se in modo inadeguato – nel Servizio Sanitario Nazionale, lavorano accanto a medici, infermieri, tecnici. La loro professione e la loro professionalità è ben conosciuta tra gli addetti ai lavori, anche se bisogna far capire che non si tratta di debolezza ma di un aiuto fisiologico». L’Ordine degli psicologi si è già attivata con numerose iniziative sul territorio, per cercare fin da subito di dare il giusto supporto ai medici, come spiega Lazzari: “Con l’iniziativa #psicologionline, oltre 8.000 psicologi in pochi giorni si sono messi a disposizione di tutti i cittadini italiani che vivono una situazione di disagio. L’incontro tra utente e professionista avviene tramite una piattaforma ospitata sul sito dell’Ordine. Dopo un primo consulto gratuito può poi svilupparsi un percorso condiviso più ampio.” Incalzato sui bisogni materiali necessari affinché l’intervento psicologico su larga scala avvenga con successo, Lazzari risponde così: “Non ci possiamo sostituire al servizio pubblico e alla Protezione Civile. Oggi la comunità professionale è impegnata, ma è anche in grave sofferenza, perché quasi tutti gli studi hanno chiuso e chi vive di libera professione ha bisogno di un sostegno economico. Stiamo anche facendo molte iniziative di supporto, informazione e formazione specifica ai nostri professionisti, è importante fare rete”.
In conclusione, l’intervistatore chiede se a questo punto, in lungimiranza, sia possibile creare un piano specifico a lungo periodo affinché venga tutelata la salute psicologica di tutti, compresi gli italiani: “Tra le varie misure straordinarie prese per sostenere il Servizio Sanitario Nazionale, il Governo ha previsto l’aumento degli psicologi in servizio. Il nostro contributo sarà determinante per sostenere tutte le figure del settore medico-ospedaliero provate da questa fase di durissimo lavoro. Allo stesso tempo saremo pronti negli ospedali, negli ambulatori, nelle Asl, negli studi professionali per aiutare tutti gli italiani a superare questa difficile fase“. “Questa pagina drammatica della nostra storia nazionale ha insegnato a tutti una lezione indimenticabile: la centralità e l’insostituibilità del SSN. Ripartire dal suo rafforzamento è la scelta obbligata e vincente per garantire la salute anche psicologica degli italiani».
Jaime D'Alessandro per repubblica.it il 26 marzo 2020. Lo hanno capito tutti o quasi: bisogna restare a casa, lavarsi le mani, mantenere la distanza dagli altri. Secondo il primo studio pubblicato da Harvard, sulla base di un'indagine condotta fra il 18 e il 20 marzo su 3453 cittadini, ci sono pochi dubbi sul fatto che i messaggi del Governo siano arrivati. Solo una minoranza fra i più giovani, parliamo del 21 per cento di chi ha fra i 18 e i 29 anni, resta ancora parzialmente refrattaria all'idea di dover fare attenzione a non avvicinarsi troppo alle persone. Ora però bisognerebbe cambiare registro perché i pericoli maggiori arrivano dalle difficoltà psicologiche della vita in quarantena. Lo sostiene il COVID - 19 International Behavioral Science Working Group, una task force di esperti del mondo delle scienze comportamentali guidati dal Prof. Gary King di Harvard. Al suo fianco colleghi, diversi gli italiani, che lavorano fra le altri in istituzioni del calibro del Mit, Oxford, London School of Economics, Università di Warwick, di Chicago, Princeton, Berkeley, Luiss Guido Carli. "Gli occhi del Mondo sono puntati sull'Italia", spiega Federico Raimondi Slepoi, fra gli autori dello studio. Appena ventisettenne, è il fondatore della prima unità governativa di economia comportamentale in Italia e consulente di diverse istituzioni tra cui il Ministero dell'Ambiente e Roma Capitale. "Siamo in anticipo di due settimane sugli altri Paesi, capire quello che succede da noi è fondamentale". L'obiettivo del gruppo è mettere a disposizione gli strumenti e le evidenze per supportare i governi e la comunità internazionale nelle strategie di contrasto del Coronavirus. Il team ha effettuato una prima rilevazione il 12 marzo per sondare la risposta degli italiani all'auto isolamento. Erano i giorni immediatamente successivi al decreto che ha reso tutta Italia zona arancione, ed subito stata notata la buona risposta da parte della popolazione. Il mantra di #iorestoacasa è stato osservato in maniera seria e omogenea in tutta Italia e tra tutte le fasce d'età. Con l'unica leggera eccezione nella fascia fra i 18-29 anni. Gli esperti hanno poi realizzato una seconda rilevazione tra il 18 e il 20 marzo a cui hanno risposto i 3453 cittadini. L'adesione alle norme di prevenzione c'è stata, ma c'è stato anche un aumento della preoccupazione da parte degli intervistati sulle ripercussioni dell'isolamento per la propria salute mentale. A spaventare, considerando l'incertezza sul futuro e la possibilità che queste misure durino oltre il 3 aprile, sono l'aumento dei conflitti familiari e la crescita di ansia, stress e noia. Uno studio simile, ancora in atto e portato avanti dal gruppo guidato da Antonio Tintori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), assieme a psicologi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), si sta concentrando sullo stesso pericolo. In una dimensione di convivenza forzata con i famigliari e di distanza da tutto il resto, in Cina ad esempio i divorzi sono aumentati del 30 per cento e così anche le violenze domestiche. Le conclusioni della ricerca COVID - 19 International Behavioral Science Working Group suggeriscono una fase due nella strategia comunicativa delle istituzioni. "Ora è fondamentale non abbassare la guardia e cercare di prevenire gli effetti negativi del distanziamento sociale", prosegue Slepoi. Dall'incentivare l'attività fisica a casa, all'utilizzare la tecnologia per aumentare le interazioni sociali che ridiano per quanto possibile un quadro di normalità e quotidianità, al promuovere la lettura o altre passioni che nel tempo sono uscite dalle abitudini". Non più solo #iorestoacasa quindi. Perché se bisognerà rimanerci ancora a lungo bisogna avere anche una strategia per non impazzire.
Elisabetta Ambrosi per il “Fatto quotidiano” il 16 marzo 2020. Come saremo dopo il virus? Difficile dirlo perché "ciascuna persona, nazione e cultura reagirà in modo diverso". E non è neanche detto che impareremo qualcosa, "perché la struttura delle persone si costruisce in tempi di pace". A dirlo è Simona Argentieri, medico psicoanalista, docente dell' Associazione italiana di Psicoanalisi e dell' International Psychoanalytical Association. Che spiega: "Tra rifiuto dei problemi del mondo, insofferenza ad ogni frustrazione e illusione che tutto sarebbe andato per il meglio, siamo arrivati del tutto impreparati all' emergenza".
Come ci ha trovato questa crisi, a livello psicologico?
«Siamo partiti molto male, impreparati all' emergenza. Infatti oscillavamo tra la negazione di enormi problemi (dalle guerre alle migrazioni al disastro climatico) e una sorta di voluta illusione che tutto si sarebbe aggiustato senza la nostra partecipazione. In più, aggiungerei, l' intolleranza verso ogni limite ai nostri desideri (vissuti come diritti); il piccolo egoismo quotidiano, il narcisismo. Tutti elementi che producono quell' atteggiamento di rabbia diffusa contro il mondo, denunciato con coraggio dal recente libro di Nicoletta Gosio, Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana (Einaudi). Ora c'è il rischio della ribellione alle regole restrittive».
Come stiamo gestendo ora il virus?
«Legittimamente, ognuno sta cercando di difendersi da questa massiccia ondata di angoscia e preoccupazione, ricorrendo a vari meccanismi psicologici. Di per sé la paura può essere un eccellente stimolo per attivare le nostre risorse, ma esiste anche quello che io chiamo eccesso di legittima difesa. Quali sono? Anzitutto, il diniego, l'atteggiamento spavaldo del fregarsene, del gridare all' esagerazione; in secondo luogo, l'atteggiamento fobico che ha portato a episodi orrendi di caccia all' untore, dove si usa la rabbia come difesa dall' angoscia».
Il bisogno di certezze è sbagliato?
«No, di per sé è naturale, tutti vorremmo avere certezze e infatti la maggior parte delle persone chiede risposte chiare ed assolute; alla scienza, in primo luogo. Ad esempio: "Quanto durerà l' emergenza?"; "Come mi posso salvare?". Uno scienziato onesto però può rispondere solo "non lo so, ci stiamo lavorando". Il compito degli esperti non è né rassicurare, né allarmare; ma aiutarci ad affrontare i margini di incertezza che la realtà ci presenta».
Secondo lei come si stanno comportando da un lato le istituzioni, dall'altro i mezzi di informazione?
«Se finora sono stata negativa, mi sento invece di dire che entrambi si sono mossi abbastanza bene. Le istituzioni certo non sono perfette, ma stanno facendo tanto e anche voi giornalisti mi sembra stiate facendo ora del vostro meglio per offrire un' informazione continua e dare le notizie vagliandole, aiutando così le persone a sentirsi meno sole. Insomma, un atteggiamento più responsabile e più equilibrato. Mi paiono positivi anche i primi segni di solidarietà aziendale».
Lei ha scritto moltissimo di famiglia. Come la quarantena forzata impatta sui rapporti familiari?
«Immagino che vedremo di tutto. Da un lato c' è la speranza che questo sia un momento di riscoperta dell' intimità, di valori, primari, di dialogo e unione; dall' altro la famiglia potrebbe diventare il luogo massimo dell' insofferenza, il posto dove scaricare rabbia, lanciarsi accuse reciproche. Per molti di noi il "fuori" era un importante mezzo di bilanciamento; di investimento intellettuale ed emotivo, essenziale per non mettere in prima linea i deficit dei rapporti di coppia o le difficoltà tra genitori e figli. Mancherà anche quella preziosa "zona intermedia" che sono i rapporti con gli amici. Non nascondiamoci che la situazione è molto dura».
Cosa dovremo aspettarci dopo?
«Un punto delicato, secondo me, saranno le fantasie di risarcimento che già circolano, l' aspettativa salvifica o la pretesa irrealistica che ci sia qualcuno che ci ripagherà da tutti i punti di vista, sia economico che emotivo. O almeno che ci sia qualcuno da poter accusare di inadempienza. Qualche risarcimento ci potrà essere, ma sarà inevitabilmente parziale».
Ma secondo lei i rapporti umani cambieranno? L' "io" farà posto al "noi"?
«È una speranza alla quale siamo tutti chiamati a collaborare. Però si tratta di un evento che colpisce tutte le età, tutte le culture e le zone geografiche. Non è possibile prevedere come ce la caveremo, non ci sarà sicuramente un modo unico. Ci sarà chi approfitta di questa situazione, chi riscoprirà la famiglia, altri invece patiranno la sofferenza della convivenza e degli squilibri sociali. Quello che posso dire da psicoanalista, ed è la cosa a cui tengo di più, che paradossalmente il narcisismo, l' egoismo sono un cattivo affare. Odiarci l'un l' altro, cercare il capro espiatorio ci lascia ancora più vuoti e soli. E l'aggressività più nociva è sempre quella inconscia».
Avremo almeno imparato qualcosa?
«Solo alcuni e solo in parte. In realtà neppure mi piace l' idea che si debba apprendere dalle disgrazie, dopo che ci abbiamo sbattuto contro. Tutto il mio lavoro è teso, al contrario, a riconoscere e proteggere i valori dell' esistenza da prima, non quando sono in estremo pericolo».
Come psicoanalisti come state vivendo questo momento?
«È durissima, perché il nostro lavoro presuppone continuità e presenza. Dover dire alle persone che non ci possiamo vedere per ricorrere al surrogato modesto che è - a mio avviso - la seduta a distanza è difficile. Dobbiamo decidere caso per caso. Ma vorrei aggiungere un' altra cosa, forse impopolare. La psicologia "assistenziale" è illusoria e ci tratta come eterni bambini. Di fronte a tragedie come questa siamo tutti pari. Non abbiamo ricette salvifiche. In particolare, la psicoanalisi è uno strumento unico e prezioso, ma non è un "pronto soccorso". Serve - se lo vogliamo - a sviluppare le forze dell' io per far fronte in modo maturo alle difficoltà della vita».
Stefania Medetti per "d.repubblica.it" il 16 marzo 2020. Se pensi sempre al peggio, non è solo questione di carattere. C’è una radice genetica nei nostri pensieri negativi. Prepararsi al peggio, infatti, è una forma di adattamento evolutivo che ci ha permesso di evitare i pericoli e reagire velocemente in caso di crisi. “Siamo costruiti per imparare di più dalle esperienze negative che da quelle positive”, ha scritto Rick Hanson, psicologo, autore di “Hardwiring Happiness: the new brain science of contentment, calm and confidence” (Costruire la felicità: la neuro-scienza dell’appagamento, della calma e della fiducia, ndr) e Senior Fellow al Greater Good Science Center, un centro di ricerca sulla compassione, la felicità e l’altruismo dell’Università della California, Berkeley. La nostra mente, dunque, è naturalmente portata in direzione di pensieri negativi, ma non è tutto. Questa propensione - stando a una ricerca dell’Università del Colorado - si manifesta maggiormente nelle donne. In certi casi, il loop di pensieri negativi sembra inarrestabile: più si cerca di arginarli, più si presentano con prepotenza. “Proprio per come siamo costruiti, cercare di fermare i pensieri controproducenti li alimenta”, rivela Hanson. Meglio, invece, diventarne deliberatamente consapevoli e trasformare il proprio discorso interiore. Da qui l’invito a passare da modalità tipo: “Devo smettere di pensare a quella promozione” a formule come: “Sto pensando troppo a quella promozione”. Un principio analogo alla mindfulness, in cui si osserva l’insorgere del pensiero, senza alimentarlo. C’è dell’altro, per quanto diverse siano le situazioni in cui ci troviamo, i pensieri negativi cadono in una serie di modalità definite. Ecco quali sono e come si disinnescano:
1) Considerare esiti diversi di una stessa situazione. Quando immaginiamo una situazione futura, tendiamo a riempire gli spazi vuoti. Proprio perché il futuro non si è ancora manifestato, abbiamo la possibilità di elaborare considerazioni negative o positive in proposito. Solitamente, utilizziamo le esperienze pregresse come una sorta di “canovaccio” per ipotizzare quello che succederà e, dunque, capita che scegliamo di eleborare considerazioni negative e di preoccuparci in anticipo senza una vera ragione.
La soluzione. “Per sviluppare l’abitudine a un modo di pensare più equilibrato, possiamo scrivere il pensiero che sorge spontaneo e poi quello diametralmente opposto”, suggerisce Indu Khurana, psicoterapista e life coach britannica. “In questo modo diamo al nostro cervello la possibilità di contemplare entrambe le prospettive, si soffermarsi su entrambe”. Per variare l’esercizio, si possono verbalizzare i pensieri: “In questo caso, ci servono due sedie, per cambiare fisicamente posizione. Ci sediamo sulla prima esprimendo il pensiero che abbiamo in mente e poi passiamo alla seconda per verbalizzare un punto di vista più equilibrato, proprio come farebbe un amico con noi”.
2) Smetterla di pensare in termini di "doveri". Siamo abituati a una scansione “per tappe” dell’esistenza e questo, a volte, ci fa sentire inadeguate. Per esempio: tutte le nostre amiche hanno trovato un lavoro e noi no. La maggior parte delle persone che conosciamo ha dei figli e noi no. Le nostre conoscenze sembrano soddisfatte della loro carriere e noi no. Questo porta in automatico a vedere nero.
La soluzione. Invece di abbracciare ciecamente le aspettative della cultura di appartenenza, o di chi ci sta attorno (come i familiari) dovremmo prenderci del tempo per riflettere. “Chiediamoci cosa vogliamo nella vita e stiliamo la nostra personale lista di valori. Proprio perché le situazioni cambiano, e noi altrettanto, dobbiamo porci periodicamente queste domande”, fa notare la psicoterapeuta. Mettere a fuoco le nostre priorità quando ne sentiamo il bisogno, inoltre, è anche un modo per stabilire i nostri obiettivi sul breve e lungo termine.
3) Basta confrontarsi con parametri esterni. Non ci misuriamo solo su quello che la società prescrive, ma spesso ci intrappoliamo in confronti con altre persone che conosciamo o, addirittura, che non conosciamo e di cui leggiamo sui media. Un esercizio decisamente sbagliato.
La soluzione. Un modo per uscirne è trovare il proprio “mantra”. “Scegliamo una frase che ci ricorda l’unicità della nostra storia. Ognuno può trovare la propria affermazione da utilizzare al bisogno, va benissimo anche il semplice: Non è tutto oro ciò che luccica”. In alternativa, possiamo richiamare alla mente le volte in cui abbiamo sbagliato a confrontare situazioni diverse a prescindere. “Se vogliamo vedere risultati diversi, rispetto al pensare in negativo, dobbiamo partire facendo cose diverse da quelle cui siamo abituati. Iniziamo a smettere di confrontarci”, suggerisce la psicoterapeuta.
4) Poniamoci obiettivi vicini. Capita che alterniamo posizione fra il tutto e il niente. Ci convinciamo che se non otteniamo la promozione a cui aspiriamo, se non abbiamo la famiglia che ci siamo immaginate, se non facciamo quella vacanza che desideriamo, non valiamo nulla. Dimentichiamo, insomma, tutte le gradazioni che si trovano nel mezzo e che spesso il percorso per conquistare la meta è ricco di soddisfazioni ed esperienze che arricchiscono perfino più rispetto al raggiungimento della cima.
La soluzione. Proviamo a concentrarci per apprezzare il modo in cui lavoriamo per raggiungere i nostri obiettivi, anche se non li abbiamo raggiunti. Questo atteggiamento non solo ci mette al riparo da considerazioni giudicanti, ma ci dà la possibilità di scoprire aspetti di noi stesse che non immaginavamo, come la resilienza, la compassione, la fiducia. “Abbiamo sempre la possibilità di scegliere di abbracciare consapevolmente il nostro percorso”, suggerisce la psicologa. Farlo, concede immediato sollievo e benessere.
5) Distinguere le sensazioni dai fatti. Certe volte, infine, pensiamo in negativo perché non ci sentiamo bene al 100%. “Assicuriamoci che gli elementi base della buona salute siano presenti nella nostra vita: una dieta equilibrata, l’esercizio fisico, la giusta quantità di sonno e idratazione, le relazioni interpersonali”. Una volta in cui abbiamo “spuntato” questi elementi, stimoliamo pensieri positivi. Come? “Tenete un giornale della gratitudine. Scrivete cinque cose ogni giorno, partendo da elementi semplici come l’aria che respirate. Facendo questo esercizio ogni giorno, a poco a poco il vostro modo di pensare evolverà in una direzione più positiva”, conclude l’esperta.
Francesco Rigatelli per lastampa.it il 24 marzo 2020. Restare a lungo in casa e vedere le libertà diminuire attorno a sé, pur se per ragioni di salute pubblica, può portare dei cambiamenti di umore. Per aiutare le persone a mantenere la calma l’Ordine degli psicologi suggerisce una serie di regole. Quando il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire a tutti i costi generando stress e comportamenti irrazionali o addirittura controproducenti. La regola fondamentale, in questi casi, è mantenere l’equilibrio tra la paura e il rischio oggettivo. Una serie di notizie ed emozioni senza precedenti possono coglierci impreparati, impedendo ragionamenti equilibrati e prospettive di lungo periodo. Il rischio nel farsi prendere dal panico è di finire per dimenticare quelle poche e semplici regole quotidiane che davvero sono utili. Ecco allora i 20 suggerimenti degli psicologi per il benessere al tempo del coronavirus.
1. GESTIRE LO STRESS E SVILUPPARE RESILIENZA. É bene avere chiaro che lo stress è una reazione di adattamento che dipende molto dal modo in cui vediamo gli eventi e le situazioni che affrontiamo. Con resilienza si indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi negativi e può essere potenziata da ciascuno di noi, soprattutto quando siamo motivati a farlo da circostanze particolari. Per svilupparla occorre adottare un atteggiamento costruttivo, organizzarsi restando sensibili ed aperti alle opportunità che la vita può offrire in ogni situazione, anche negativa, senza alienare la propria identità. Con un atteggiamento resiliente possiamo gestire al meglio il nostro stress, utilizzando le nostre risorse in modo utile per noi stessi e chi ci circonda. Ad esempio, la casa può essere vista come rifugio anziché come prigione e il tempo come ritrovato anziché perso.
2. RISCOPRIRE LE PROPRIE RISORSE. Abbiamo la preziosa occasione, oltre di provare semplicemente a rilassarci, di imparare anche ad annoiarci un po'. Questo tempo ritrovato può essere un buon momento per riorganizzare il nostro quotidiano.
3. DARE DIGNITÀ A OGNI ASPETTO DELLA GIORNATA. Fronteggiamo coraggiosamente una routine giornaliera completamente diversa e per lo più rallentata dalla nostra solita. Sembra importante sottolineare piccoli gesti ed abitudini regalando loro spazi e tempi differenti: il rito della colazione, le grandi e piccole abluzioni, la cura del nostro corpo, la lettura dei quotidiani (senza sovraesporsi eccessivamente a notizie ansiogene), la pausa caffè, l’aperitivo serale, il preparare i pasti, l’organizzare il tempo da dedicare ad un buon film o alla lettura di un libro, oltre certamente ai tempi di lavoro. In questo particolare momento ognuna di queste attività riconquista dignità e tempo.
4. GESTIRE LE EMOZIONI NEGATIVE. La percezione della realtà può cambiare molto nel momento in cui proviamo emozioni negative. Ad esempio, quando siamo agitati la nostra percezione del rischio si modifica grandemente. Un buon modo per liberarsi dal carico di emozioni che comprensibilmente si agitano dentro di noi in questi giorni è quello innanzitutto di riconoscerle per quello che sono (ad esempio: mi sento spaventato o mi sento triste) e poi provare a lasciarle andare, senza tentare di risolverle, controllarle o nasconderle. Un consiglio pratico è quello di tentare semplici tecniche di rilassamento (come concentrarsi per 5-10 minuti su un respiro lento e regolare).
5. APRIRE LA MENTE AGLI ALTRI. Condividere alcune preoccupazioni e paure è il modo migliore per affrontare i timori che possono derivare dall'incertezza e dalla precarietà di questi giorni. Spesso ciò che si teme, fa paura anche agli altri. Senza dimenticare che tutte le emozioni che si provano e le reazioni che si hanno in questo momento sono condizionate dalla situazione particolare in cui ci troviamo e quindi spesso vengono amplificate dalla limitazione della libertà personale. Tenuto conto di questo e presa consapevolezza di ciò è possibile leggere queste emozioni in ottica nuova e prendere la giusta distanza.
6. APPLICARE IL MINIMALISMO DIGITALE. Mai come in questo periodo può tornare utile una dieta digitale e prendersi un momento per riflettere sul valore che hanno per noi i social network. Cosa aggiungono alla nostra quotidianità? Cosa tolgono? Qual è il migliore uso che possiamo farne per arricchire la nostra vita? Essere bombardati di informazioni dalla mattina alla sera perché guardiamo compulsivamente il cellulare, più che rassicurarci rischia di aumentare il carico cognitivo e di conseguenza la sensazione di essere costantemente sotto pressione. Meglio limitarsi a consultare le fonti ufficiali, evitare il passaparola e aggiornarsi una o due volte al giorno sull'evolversi della situazione.
7. LAVORARE DA CASA. Per chi continua a lavorare da casa è importante organizzare la propria giornata con limiti e routine. Separare il più possibile gli ambienti di lavoro da quelli casalinghi, mantenere degli orari di definiti, prendersi cura di sé come se ci si preparasse per una giornata qualsiasi (niente è più deleterio dell'effetto tuta da ginnastica tutto il giorno), approfittarne per sostituire il panino mangiato a pranzo in tutta velocità con un pasto sano ed equilibrato.
8. NON DIMENTICARE L’ATTIVITÀ FISICA. Un aspetto da non dimenticare, soprattutto quando le uscite e il movimento fisico sono limitati al minimo, è l'importanza dell'attività fisica. Sono innumerevoli le ricerche che mostrano come il moto abbia benefici sulla nostra capacità di concentrarci, sull'umore, sul sonno e in generale sul benessere psicologico, aiutando a scaricare la tensione, liberando endorfine, e spostando l'attenzione dal rimuginio alle sensazioni corporee. Per questo motivo, alcune strategie pratiche per mantenersi attivi durante la quarantena possono essere: alzarsi dalla sedia dove si lavora ogni 50 minuti, fare qualche movimento di stretching e dedicare mezz'ora ogni giorno a qualche esercizio a corpo libero che aiuti ad aumentare la frequenza cardiaca e ad attivarci fisicamente.
9. SOCIALIZZARE. Sembra un paradosso, ma questo è il momento migliore per fare buon uso dei mezzi di comunicazione e dedicare del tempo per chiamare un amico (o per organizzare un aperitivo via Skype), o passare del tempo con le persone con cui magari condividi la quarantena (quante volte ti sei detto: dovrei passare più tempo con i miei familiari?). Di fronte a restrizioni così importanti della nostra libertà la spinta creativa ha fatto e sta facendo da contraltare generando simpatiche iniziative corali. La ricerca di vicinanza sembra fisiologica ritrovando nello sguardo del vicino di casa e nella voce del nostro dirimpettaio una piccola tregua all'isolamento. La capacità di iniziative come quelle dei flash mob e di gruppi virtuali, in un momento in cui l'aggregazione fisica è vietata, hanno soprattutto il merito di distrarre le persone allontanandole dalla routine quotidiana e anche da qualche pensiero negativo.
10. ASCOLTARE I BAMBINI. È importante spiegare ai bambini questo nostro particolare presente, senza mentire. Le bugie creano confusione e paura. Certamente le parole e i mezzi da usare devono essere adatti all'età del bambino ed essere rispettosi delle diverse fasi evolutive. Parole semplici, immagini, giochi, filmati appropriati possono aiutare i bambini a elaborare la situazione in base alle proprie capacità di comprensione. Con vocabolari a volte molto distanti dal nostro, anche bambini e adolescenti stanno imparando a dare un senso a questa esperienza. Possiamo aiutarli ascoltandoli, stimolandoli ad accedere a fonti d'informazione ufficiali, ad utilizzare questo tempo per continuare con i loro studi, anche se online, e magari approfittarne per lasciare libera la creatività dedicandosi a hobby e passioni casalinghi.
11. GLI ADOLESCENTI. Ricordiamoci di puntare sulla responsabilità degli adolescenti. Con vocabolari a volte molto distanti dal nostro, anche gli adolescenti stanno imparando a dare un senso a questa esperienza. Bisogna parlarne e condividerne le fatiche e i dolori. Possiamo aiutarli ascoltandoli, stimolandoli ad accedere a fonti d'informazione ufficiali, ad utilizzare questo tempo per continuare con i loro studi, anche se online, e magari approfittarne per lasciare libera la creatività dedicandosi a hobby e passioni casalinghi. Diamo loro dei compiti in casa adatti alle loro capacità e ai loro talenti all'interno di un programma familiare condiviso. Lasciamo degli spazi virtuali privati e preservati per la loro intimità.
12. GLI ANZIANI. Gli anziani sono senza dubbio una, se non la, categoria più a rischio e non soltanto a livello medico. A causa delle limitazioni, molti di loro si trovano ancor più soli ed isolati di quanto avviene normalmente. Il consiglio è quello di non alimentare l'isolamento ma cercare per quanto possibile di contrastarlo. In questo senso, mantenere i contatti con i familiari o gli amici è essenziale non solo per allegrare l'umore e aiutare a trascorrere le giornate, ma anche per non lasciarsi andare. Sapere che le persone care non li hanno dimenticati ma sperano, come loro, che la quarantena finisca per ritrovarsi e passare del tempo insieme aiuta a non perdere la speranza e la positività. È un momento nuovo anche per loro, abituati a tempi forse ancora più difficili in cui veniva richiesto l'impegno di salvare il paese scendendo in campo; adesso devono imparare a fare uno sforzo ancora più grande: combattere restando a casa. Possiamo anche aiutare materialmente, per quanto possibile, qualche anziano vicino di casa con dei gesti concreti di solidarietà.
13. UN OCCHIO DI RIGUARDO ALLA COPPIA. Prendersi i propri spazi e rispettare, allo stesso tempo, gli spazi dell'altro. In questi giorni, condividere momenti insieme programmati come ad esempio una cena romantica o un'attività da fare insieme, riscoprire i giochi da tavola o guardare un film, diventa un modo per stare insieme e condividere. Avere un obiettivo condiviso può aiutare a sopportarsi e supportarsi di più. La convivenza forzata può creare disagi, incomprensioni, discussioni. Risolvere subito il problema, chiarendo i malintesi, è la via per mantenere un clima sereno in casa. Consigliamo di rispettare i silenzi e i momenti di solitudine dell'altro che, oggi più che mai, appaiono preziosi: pensare, ragionare, rilassarsi in solitudine può spesso essere la via per abbandonare pensieri negativi e riscoprire sé stessi.
14. NON DIMENTICARE IL TEMPO PER IL RIPOSO. Insieme all'attività fisica e all'alimentazione, un fattore importantissimo per il nostro benessere è il riposo notturno. Concediti almeno un'ora lontano dai social e dalle luci dei nostri svariati dispositivi per decomprimere alla fine della giornata: una doccia calda, una tisana, la lettura di qualche pagina di un libro, una musica rilassante, ci accompagnano verso un sonno ristoratore, fondamentale per recuperare le energie e anche aiutare il nostro sistema immunitario.
15. PROVARE A IMPARARE NUOVE ABITUDINI. Abbandonata la nostra routine abituale spesso affollata scopriamo ora di avere tempo per fare cose nuove o per dedicarsi a piccole attività che abbiamo dimenticato o procrastinato. Per deformazione professionale in questo piccolo vademecum scritto da psicologi suggeriamo come esempio quello di trascrivere i propri sogni. Buona prassi dice di lasciare un quaderno ed una penna vicino al letto di modo da trascrivere i sogni appena svegli, riuscendo così a recuperare più dettagli e sfumature.
16. NON SI VIVE SOLO DI CORONAVIRUS. Nonostante la realtà attorno a noi ce lo ricordi costantemente è importante provare a portare la nostra attenzione anche su altro: un libro che volevamo leggere da tempo, l'ultima serie tv, un nuovo disco… Concentrarsi su qualcosa di diverso è il miglior rimedio contro il rimuginio.
17. RIFLETTERE SULLA GESTIONE DELLA PAURA. Certamente la situazione di emergenza che stiamo vivendo in queste settimane ha suscitato paura a vari livelli. La paura è un'emozione naturale che evolutivamente ci ha consentito di sopravvivere, facendo aumentare il livello di attenzione e preparando il corpo a scattare e rispondere in caso di pericoli improvvisi. Tuttavia, oggi che non abbiamo fortunatamente l'esigenza di attivarci per sfuggire a pericoli materiali, non di rado la paura si trasforma in ansia, una spiacevole sensazione che anticipa e amplifica le conseguenze di quegli stessi pericoli che a mente fredda giudicheremmo innocui. In questo senso l'ansia può diventare disadattiva, facendoci assumere una prospettiva acritica che ci porta a reagire impulsivamente, senza riflettere. Avere la giusta paura non solo è normale ma ci protegge dal pericolo di essere contagiati e contagiare, spingendoci dunque ad attuare tutte le misure preventive e cautelative.
18. NON PENSARE SEMPRE ALLA PAURA. E’ cruciale riuscire a ritagliarsi momenti durante i quali non pensare all'emergenza, parlare d'altro, fare altro. Questo non solo ci consente di mantenerci il più vicino possibile alla quotidianità, ma anche di rivivere quelle emozioni positive che sembrano dimenticate. La psicologa americana Barbara Fredrickson ha evidenziato come le emozioni positive (come gioia, interesse, curiosità) siano in grado di ampliare il nostro repertorio di pensieri ed azioni. Per così dire, essere positivi ed entusiasti ci consente di non entrare nel tunnel della paura, contrastando gli effetti negativi dell'ansia e promuovendo un approccio più proattivo e intraprendente.
19. SFORZARSI DI TROVARE L’ASPETTO POSITIVO. Finalmente abbiamo a disposizione tutto quel tempo che quotidianamente rivendichiamo per fare questo o quello, eppure ci lamentiamo non sapendo cosa farcene. Reimpariamo ad organizzare la nostra giornata, dandole comunque un significato e uno scopo, trasformandola nell'occasione per scoprire ciò a cui teniamo di più. In una società che ha perso di vista l'oggi, concentrandosi su scadenze da rispettare e appuntamenti da programmare, dobbiamo imparare ad accettare che ci si può fermare e rimandare. Cogliamo così l'occasione per riflettere sull'occasione che abbiamo di poter stare a casa e ringraziamo davvero tutti coloro che a casa non possono stare. Perché malati, perché impegnati a salvare vite, o dediti a coltivare, produrre e vendere alimenti e beni indispensabili a tutti noi.
20. DOVE TROVARE SUPPORTO PSICOLOGICO. In queste settimane stiamo assistendo all'attivazione di psicologhe e psicologi da tutta Italia. Sul sito nazionale del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (psy.it) si trova il materiale informativo su come affrontare psicologicamente l'emergenza. Tutte le persone che sentono un particolare disagio psicologico possono chiedere, senza timore o vergogna, un aiuto professionale. Sempre sul sito sotto #psicologionline si trovano tutti gli psicologi e psicoterapeuti disponibili per teleconsulti ed interventi online in tutta Italia.
· La cura dell’Ottimismo.
Valeria Di Terlizzi per "it.businessinsider.com" il 25 marzo 2020. Questo articolo era nato originariamente da una mia idea di frequentare una giornata di meditazione, cosa che mi ha sempre affascinato ma che, per una serie di motivi (tra cui la mia pigrizia) non avevo mai realizzato. Ovviamente, visto il tragico momento di emergenza sanitaria che tutta l’Italia sta vivendo, avevo mentalmente accantonato l’idea, salvo ricevere pochi giorni fa un’e-mail dalla Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, che comunicava l’attivazione di alcune sessioni gratuite di mindfulness. Non ci ho pensato due volte.
Come funziona la sessione. Uno degli elementi che mi ha fatto optare per questa sessione è stata la durata: meno di dieci minuti. Sì, perché, lo ammetto, in questi giorni strani (non oso scrivere “difficili” perché mi sentirei ridicola rispetto alle situazioni che vive tutto il nostro personale sanitario, schierato in prima linea nell’affrontare questa emergenza) non riesco a frequentare corsi strutturati, benché il web e i social ne siano pieni. Colpa della testa che va altrove, colpa di un “non ho tempo” che a volte confonde le priorità. Ma dieci minuti li ho trovati, perché li volevo trovare. Mi sono iscritta per e-mail e, all’orario stabilito, mi sono connessa alla classe on-line dal mio pc: la voce calda della Dottoressa Licia Grazzi – Responsabile del Centro Cefalee dell’Istituto Calo Besta – mi, ci, ha accompagnato in un percorso di respirazione consapevole, isolati dal mondo, ma non da noi stessi. Per la prima volta, da quando è iniziata l’emergenza da Covid-19, ho fermato la mia testa e l’ho dirottata su di me, sui miei movimenti, su quel respiro che do per scontato ma che, se ascoltato, cambia, si espande, riuscendo a guidare il corpo. Solo dieci minuti, vissuti con grande concentrazione, che però sono riusciti a rendere diverso il mio pomeriggio.
Mindfulness for Milano. “La mindfulness è facile, ma non è semplice” mi racconta la Dottoressa Grazzi dopo la sessione “perché richiede pazienza e una certa costanza. Se praticata regolarmente, può aiutare le persone a convivere in maniera più calma con questa situazione critica”. Già, perché la Dottoressa Grazzi e il Professor Giuseppe Lauria Pinter – Capo del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche e Primario Divisione di Neuro-algologia al Besta, utilizzano percorsi di mindfulness per i loro pazienti da ormai alcuni anni. “Questa pratica di meditazione viene associata regolarmente alle terapie farmacologiche per curare l’emicrania cronica, la cefalea tensiva e altre condizioni di dolore cronico. E’ una sorta di complemento che aiuta a convivere meglio con il dolore; nel mondo anglosassone diversi centri lo hanno attivato da molto tempo, noi abbiamo organizzato queste sessioni per i nostri pazienti in cura”. La diffusione del Covid-19 e l’esigenza di restare a casa hanno quindi portato il Prof. Lauria e la Dott.ssa Grazzi a creare delle sessioni on-line per i loro pazienti in cura, fino a quando hanno deciso di estenderle a tutti. “E’ così che è nata Mindfulness for Milano – MFM” mi racconta Grazzi. “Stiamo vivendo un momento sconcertante ed inatteso, che ha stravolto le nostre abitudini e i ritmi di vita, senza contare le relazioni con gli altri. La gestione della tensione, del senso di pericolo, di un modo di impostare giornate totalmente inedito, è diventata fondamentale in questi giorni. La nostra idea è nata proprio da questa consapevolezza”.
Le sessioni. Le sessioni create non sono dei corsi, ma dei piccoli momenti di meditazione gratuiti per fare pratica insieme, in gruppi di circa 20 persone, sia nei giorni feriali che festivi. E sì, nonostante il nome, vista la situazione di difficoltà nazionale e la partecipazione sempre più numerosa, queste pillole on-line sono aperte a tutta Italia. Basta scrivere un’e-mail e si riceverà una risposta indicante giorno, fascia oraria e un link al quale ci si potrà connettere per partecipare alla sessione.
Come fare meditazione in casa. Se una persona volesse approfondire questa pratica? “Può trovare numerosi video e tutorial on-line” mi racconta Grazzi “il mondo web è ricchissimo di spunti per avvicinarsi. In casa si possono seguire alcuni piccoli consigli pratici, come prendersi una pausa e dedicare anche solo pochi minuti al proprio respiro. E poi, ogni due o tre ore, fare due passi in cucina, sedersi un attimo e tirare almeno cinque respiri tranquilli, con gli occhi chiusi. E’ proprio l’idea di prenderci un momento per noi stessi che dovremmo riuscire a fare nostra”. Basta questo per affrontare il senso del pericolo con cui stiamo (forse) imparando a convivere? Probabilmente no. Ma una frase della Dottoressa, in particolare, mi ha colpito: “La mindfulness è una pratica di meditazione di consapevolezza, dove ognuno di noi impara a stare con quello che c’è, senza giudicare”. Difficile, perché il giudizio lo abbiamo dentro tutti, più o meno consapevolmente, e “quello che c’è” è indefinito, non è sempre calcolabile, muta continuamente. Forse, allora, la chiave è proprio questa: imparare a stare con quello che c’è e che può cambiare, in una dicotomia che in realtà è solo apparente. Facile ma non semplice, ed è per questo bisogna imparare: tutti i giorni, ognuno a suo modo. Tutti i giorni, fino alla fine dell’emergenza.
Andrea Camprincoli per “Libero quotidiano” il 2 marzo 2020. «L' uomo sensuale ride spesso dove non c'è niente da ridere» diceva Johann Wolfgang Goethe aprendo nuovi scenari, perfino intriganti, su ciò che può suscitare una risata. «Seguendo l' intelletto, quasi tutto è ridicolo; seguendo la ragione, quasi niente lo è», continua Goethe ne Le affinità elettive, spiegandoci quante cose possiamo sapere sul carattere di una persona se capiamo ciò che essa trova ridicolo. Dimmi cosa ti fa ridere e ti dirò chi sei. «Si conosce un uomo dal modo in cui ride», scriveva Fedor Dostoevskij, indicando quanto sia profondamente umana la risata, come un bisogno primario. A spiegarci proprio tutto sul perché l' uomo abbia necessità di ridere fin dai primi vagiti è il bellissimo saggio Breve storia della risata (Il Saggiatore, pp. 189, euro 17) di Terry Eagleton (1943), critico letterario inglese, docente universitario che ha insegnato presso le università di Oxford e Manchester. Uno studio approfondito e molto colto ma anche brillante e versatile, che farà addirittura ridere, per le numerose barzellette e battute che contiene. Si leggono esempi concreti di risata insieme a spiegazioni di natura filosofica, artistica, storica, letteraria, scientifica, sociologica, umanistica ed evoluzionistica. Insomma, si conosceranno tutte le varie teorie sull' umorismo. Tra le quali una in particolare sembra scegliere l' autore indicandola come la più plausibile sul perché ridiamo, ed è la «teoria dell' incongruenza». Ovvero si ride quando non c' è niente da ridere ma capita qualcosa di strano, di fuori posto, come una nota stonata, un accidente inaspettato, che strappa una risata. Come in quella storiella in cui un uomo chiede di essere castrato nonostante i medici cerchino di dissuaderlo. Alla fine dell' intervento chiede al compagno di stanza di cosa sia stato operato, e quello risponde: «Circoncisione». Ed egli battendosi la fronte esclama disperato: «Ecco come si diceva». Oppure quando si ride ai funerali è un altro esempio di risata incongruente. Nel libro lo spiegano sia Kant che Schopenhauer che collegano la risata all' incongruenza. sorpresa emozionante Così come si leggerà, anche, Charles Darwin sostiene che la risata è causata da «qualcosa di incongruo o di inspiegabile, una sorpresa emozionante». Insomma, siamo nell' era dell' incongruo, della risata grottesca e dello humour nero, stando a questo libro, che insiste su certi autori come Samuel Beckett (Giorni Felici, ancora in scena all' Auditorium di Roma, nell' esilarante interpretazione di Nicoletta Braschi). A questo proposito c' è una scena grottesca, del film drammatico, premio Oscar di quest' anno e già Palma d' oro, Paraside, del sudcoreano Bong Joon-ho, in cui allo spettatore viene strappata una risata nel momento di massima della tensione emotiva, il punto più alto diventa l' anticlimax in cui la traiettoria dall' alto si sposta verso il basso, e la risata incontra la morte. Quella smorfia buffa sul volto dell'uomo che sta per ricevere il colpo fatale, fa ridere e quasi ci libera da quel dramma portandoci altrove. «L' essenza del grottesco - si legge nel libro - sta nell' esprimere la contraddittorietà e la pienezza bifronte della vita che ha in sé la negazione e la distruzione (morte di ciò che è vecchio) come momento indispensabile, inseparabile dall' affermazione, dalla nascita di qualcosa di nuovo e migliore». «La morte, solitamente incoronata con significati sinistri - spiega Terry Eagleton - viene momentaneamente disarmata, ridotta a farsa beckettiana, e l'energia che investiamo nel reprimere la certezza della nostra stessa mortalità può essere scaricata nelle risate». Si sa che in tempo di guerra, quando il popolo sta male, c' è più bisogno di ridere. Con la comicità si cerca di annullare la realtà, come nel periodo del carnevale si diventa, con la maschera, qualcosa di altro da se stessi. Spiega Freud che la risata ci libera dalla tirannia del "principio di realtà" ci fa ribellare al dispotismo e ci permette di accedere al "principio del piacere". Ovvero la barzelletta fa per gli adulti ciò che il gioco fa per i bambini.
Il potente disagio. Nel film Joker la risata è un simbolo potentissimo di disagio, della malattia mentale che viene negata dalla società. La risata di Joker è inconsapevole, portatrice di un dolore psichico profondo, un tic nervoso, che echeggia perfino dinanzi alle scene più tragiche di morte. Eppure, anche «se la risata è satanica», scriveva Charles Baudelaire, «è quindi profondamente umana». Come il nostro Joker povero diavolo, malato, antieroe, bisognoso di amore e di cure. Demoniaco è lo scoppio di risa beffarde, come commenta il diavolo nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, si tratta dell' elemento ribelle e deviato che impedisce al mondo di crollare sotto il peso della propria mitezza. L' inferno, tradizionalmente, risuona delle risate oscene. Per Aristotele la risata è una delle tre virtù sociali insieme all'amicizia e alla veridicità, ma questo tipo di verve richiede raffinatezza e educazione, come pure l' utilizzo dell' ironia. «Il riso abbonda nella bocca degli stolti», è il motto latino che ci ricorda che la Chiesa, durante il medioevo, aveva messo al bando la risata. Invece, ridere è la migliore medicina: «Dieci volte al giorno devi ridere ed essere allegro: altrimenti lo stomaco, che è il padre di ogni mestizia, ti disturberà nella notte», scriveva Friedrich Nietzsche.
Danilo Di Diodoro per “Salute - Corriere della Sera” il 20 dicembre 2019. Non sempre la vita è tutta rose e fiori, ma è comunque meglio restare ottimisti, e chi non lo è di natura dovrebbe sforzarsi di diventarlo anche solo un po'. Infatti una ricerca pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences indica che chi è ottimista ha maggiori probabilità di superare l' ambita soglia degli 85 anni, arrivandoci anche in discreta salute. Salute e longevità vanno infatti di pari passo, probabilmente attraverso un' azione della prima sulla seconda. La ricerca è stata realizzata da un gruppo di psichiatri ed epidemiologi di Boston guidati da Lewina Lee del Department of psychiatry della Boston University School of Medicine e ha preso in esame circa settantamila donne e 1500 uomini, rilevandone per decenni longevità, presenza o meno di ottimismo, più alcune variabili connesse allo stato di salute. Individuati anche i meccanismi psicologici attraverso i quali chi è ottimista arriva a godere di migliore salute e vita più lunga. «Gli ottimisti tendono ad avere qualche obiettivo preciso da raggiungere e hanno fiducia che riusciranno» dicono i ricercatori. «Seguono uno stile di vita sano e sanno frenare impulsi verso comportamenti potenzialmente insalubri, proprio per continuare a perseguire i propri obiettivi. Ma hanno anche modalità migliori per affrontare e risolvere i problemi, e ridefiniscono gli obiettivi irraggiungibili». E quando la vita presenta gli inevitabili eventi stressanti e le avversità, gli ottimisti se la cavano meglio di chi ottimista non è. Hanno risposte emotive negative di scala ridotta e tempi di recupero più brevi. «Di fronte alle difficoltà, gli ottimisti mostrano migliori abilità nel regolare le emozioni attraverso strategie cognitive, ad esempio riformulando potenziali minacce sotto forme di sfide» dicono ancora i ricercatori statunitensi. «Oppure, utilizzano strategie comportamentali, come saper resistere a soddisfazioni immediate a favore di obiettivi di lunga durata». Queste strategie cognitivo comportamentali fanno sì che chi è ottimista possa godere di profili biologici vantaggiosi, contribuendo a mantenere buoni livelli di salute cardiovascolare e polmonare, e un miglior funzionamento sia del metabolismo sia del sistema immunitario. Proprio niente da fare per i pessimisti? Anzi, c' è molto da fare, dato che, come qualunque altra strategia cognitivo comportamentale, anche l' ottimismo si può imparare. Probabilmente chi è pessimista di natura non avrà mai un approccio alla vita positivo quanto quello di chi è nato ottimista, ma diversi studi hanno dimostrato che è possibile imparare a vedere un po' più rosa. Una revisione sistematica, che ha messo insieme i risultati di una trentina di studi realizzati su circa tremila persone, è stata condotta da John Malouff e Nicola Schutte del Department of Psychology dell' University of New England di Armidale, in Australia. Da questa disamina è emerso che diversi interventi psicoterapici a orientamento cognitivo comportamentale possono rendere un po' più ottimisti, con ricadute positive sulla propria salute. Un' altra ricerca, pubblicata sulla rivista General Hospital Psychiatry , realizzata su persone con malattia coronarica, ha mostrato che una psicoterapia di gruppo di otto settimane può migliorare la visione del futuro. Una ventina di anni fa è stata messa a punto da Giovanni Fava, docente di psichiatria alla State University di New York di Buffalo, la Well-Being Therapy , psicoterapia che invece di focalizzarsi sul malessere, si basa sul monitoraggio del benessere psicologico, che il paziente impara a incrementare con tecniche specifiche. Ha una durata limitata, 8-10 sedute, finalizzate a individuare i fattori che impediscono lo sviluppo del benessere psicologico, provando nello stesso tempo a rimuoverli. «È una forma di autoterapia, in cui quello che conta è soprattutto quello che una persona fa tra una seduta e l' altra» dice Giovanni Fava, autore del libro Psicoterapia breve per il benessere psicologico (Cortina editore, 2017). «L' efficacia si basa su studi controllati. Può essere impiegata con persone che hanno episodi ripetuti di depressione. Altri studi hanno confermato la sua utilità nel trattamento degli stati di ansia generalizzata e degli sbalzi di umore frequenti». Una ricerca pubblicata sulla rivista Human Brain Mapping indica anche che nel cervello degli ottimisti è presente un più basso livello di attività neuronale a riposo nella zona della corteccia cerebrale orbitofrontale destra. Attività che risulta invece più alta in persone che soffrono di disturbi tipicamente accompagnati da una visione pessimistica della vita, come depressione, stati d' ansia e disturbo post-traumatico di stress. Ulteriori ricerche dovranno aiutare a capire quanto queste caratteristiche neurobiologiche di base possano cambiare in corso di trattamento e quanto rimangano stabili nel tempo, e quindi quale sia il rischio di ricadere in una visione più buia della vita.
· Non sarà più come prima.
Adalgisa Marrocco per huffingtonpost.it il 19 dicembre 2020. Cristian frequenta la terza elementare e in questi mesi ha imparato che “il coronavirus è una malattia che ti fa stare molto male” e che “per non prenderla bisogna stare lontani”. “Per questo durante la primavera abbiamo fatto la quarantena, che mi ha stancato e annoiato tanto - dice - facevamo le lezioni sul computer e io non mi ci trovavo molto bene: vedevo le maestre e i miei amici sullo schermo e mi mancavano. Un’altra cosa che ancora mi manca tanto è la libertà di uscire quando voglio, di giocare con gli altri bimbi al parco, di andare dai miei cugini che hanno la mia stessa età e abitano lontani”. Cristian è uno dei tanti bambini che nei mesi della pandemia sono stati, come noi adulti, costretti a casa, privati della loro quotidianità, di spazi e rituali, dei rapporti scolastici. I più piccoli, ma anche gli adolescenti, hanno vissuto tra le mura domestiche in un clima difficile, tra incertezze quotidiane e preoccupazioni di mamma e papà per il virus e per il lavoro. Bambini cresciuti senza altri bambini, soprattutto: la generazione che sta vivendo il Covid è stata privata delle feste di compleanno, degli incontri di gioco e, in qualche caso di età prescolare, perfino dell’asilo per i timori di contagio provati dai genitori. “A scuola siamo tutti lontani e senza il compagno di banco. Durante la ricreazione mangio seduto e con gli altri gioco poco, perché le maestre ci hanno spiegato che dobbiamo sempre mantenere la distanza e quindi non ci possiamo muovere molto”, dice ancora Cristian. E sul suo Natale: “Quest’anno sarà diverso dagli altri perché io, mamma e papà non lo potremo festeggiare coi nonni, gli zii e i miei cugini. Vorrei abbracciarli e divertirmi insieme a loro, ma non si può”. “Noi genitori cerchiamo di proteggere i nostri figli, ma sappiamo bene che per i bimbi non esiste solo il rischio legato al Covid: tenerli in una ‘bolla’ forse ci rassicura, ma li espone a una forma di isolamento sociale”, racconta Claudia, 34 anni, mamma di Cristian e della piccola Mia, che ha spento la sua terza candelina proprio durante il lockdown di primavera, senza poter festeggiare con gli amichetti. “Durante questi mesi, la mia figlia minore ha avuto spesso crisi di pianto, mostrando disturbi del sonno mai avuti prima e scarsa propensione a parlare. Quando io e mio marito dobbiamo uscire di casa sembra addirittura impaurita. Era una bambina abituata a stare all’aria aperta e a divertirsi coi coetanei, ora pare costantemente alla ricerca di rassicurazioni e dello sguardo di mamma e papà”. A raccontare una storia di socialità spezzata giunge anche Alessandro, papà di Gaia, che di anni ne ha 5: “Nei mesi del confinamento mia figlia ha lamentato spesso la mancanza della sua amichetta del cuore, con la quale era solita incontrarsi nel parco del nostro quartiere. Ricordo ancora quando ad aprile, in pieno lockdown, l’ho scoperta a disegnare in bianco e nero, senza pastelli, un parco giochi deserto e triste in cui al posto dei bambini c’erano grandi fiori e alberi distanziati”. Per comprendere meglio la condizione dei bambini dalla vita sociale sospesa a causa del Covid, abbiamo parlato con Massimo Ammaniti, psicoanalista dell’età evolutiva, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università di Roma e membro della International Psychoanalytical Association. Ammaniti, reduce dalla pubblicazione del saggio E poi, i bambini. I nostri figli al tempo del coronavirus (Solferino, 2020), afferma che “il lockdown, con le scuole per l’infanzia chiuse e i bambini rimasti in casa, ha rappresentato un periodo di sacrificio che ha posto numerosi problemi. Prima di tutto, è stato complicato spiegare ai bambini perché non potessero più uscire, andare a scuola o al parco, incontrare i loro amici o anche solo giocare sul marciapiede davanti casa. In particolare non è stato semplice spiegarlo ai bambini in età prescolare: a tre anni non è facile capire perché da un giorno all’altro ci si ritrovi costretti in casa. Nella migliore delle ipotesi, si può provare a dire che fuori è pericoloso, ma c’è il rischio che il bambino inizi a vedere il mondo esterno come una minaccia”. “In secondo luogo - sottolinea il professor Ammaniti - sono mancati esperienze e stimoli sociali fondamentali: svegliarsi la mattina, prepararsi, essere accompagnati dai genitori, incontrare gli insegnanti e i coetanei. L’identità dei bambini è molto legata ai ritmi, alle abitudini, ai riti della vita quotidiana e ai suoi ambienti, per cui, venendo meno questi elementi, i rischi sono il disorientamento e l’insicurezza. La quotidianità, infatti, rassicura i bambini e li conferma nella loro identità e nel fatto di vivere in un ambiente mediamente prevedibile. Queste mancanze, insieme all’assenza di altri stimoli importanti (il confronto con altri bambini, i giochi di gruppo, le attività scolastiche), hanno creato una vera e propria sindrome di deprivazione sociale”. “Sappiamo che, soprattutto in età prescolare, per i bambini è importante l’attaccamento ai genitori, che però è anche base per l’esplorazione e la ricerca del mondo, venute meno durante la pandemia. Questo genera conseguenze sia sul piano psicologico che su quello cerebrale, perché il cervello dei bambini è molto sensibile agli stimoli esterni e trae giovamento dalle esperienze” sottolinea Ammaniti aggiungendo che “alcune ricerche hanno messo in luce le difficoltà insorte nell’infanzia durante il periodo della pandemia: circa il 30% dei bambini ha avuto difficoltà e disturbi della regolazione emotiva, disturbi del sonno, irritazione, alti e bassi dell’umore, fino a comportamenti di opposizione, crisi di rabbia, ecc. Il cervello dei bambini è ‘plastico’, quindi è chiaro che con la ripresa della vita normale molti di questi disturbi passeranno, ma una parte relativamente consistente delle difficoltà resterà”. “Va aggiunto - evidenzia lo psicanalista - che nei più piccoli è fondamentale quello che definiamo “Io Motorio”: andare a scuola, per esempio, implica attività che mettono al centro corpo e motricità. Nei primi anni di vita la cognizione corporea è fondamentale perché non rappresenta mero esercizio fisico, ma un modo per entrare in rapporto con gli altri e per conoscere il mondo”. Kathryn Hirsh-Pasek, direttrice dell’Infant Language Laboratory della Temple University di Philadelphia, ha recentemente sottolineato come la mancanza di interazione sociale tra bambini possa addirittura influenzare negativamente lo sviluppo del linguaggio e di alcune abilità cognitive. È un rischio? Sì. Il linguaggio e le abilità cognitive dei bambini, in particolare dei più piccoli, si sviluppano sia nel rapporto coi genitori che con i coetanei, gli insegnanti, ecc. Sappiamo inoltre che l’incontro coi coetanei crea possibilità di mentalizzazione, ovvero di comprensione del punto di vista altrui e di costruzione di una teoria della mente degli altri. Il rischio generato dall’assenza di contatti è che i bambini siano più concentrati su loro stessi. Con la crescita, questo può tradursi in un atteggiamento maggiormente autocentrato da parte del soggetto. Prima della pandemia, eravamo abituati a sentir parlare di una generazione di bambini che viveva molto poco con i genitori, a causa di impegni lavorativi e quotidiani. La famiglia, insomma, era vissuta all’insegna di incontri meno frequenti e prolungati. Il confinamento ha cambiato le carte in tavola: il rapporto più stretto genitori-figli può essere un bene? Solo in parte. Va sottolineato che i genitori in lockdown avevano problemi legati allo smartworking, all’affollamento domestico, alla sfera economica, alla paura del virus. Questo ha inevitabilmente fatto sentire i suoi effetti sui bambini, in maniera differente a seconda dell’età. Fino ai 3 anni, hanno colto di più il cambiamento dei ritmi quotidiani, hanno capito che il mondo esterno non era più raggiungibile, vivendo la condizione a livello implicito: lo hanno compreso, senza esserne consapevoli. I più grandi, invece, hanno percepito gli stati di animo e le emozioni dei genitori, assorbendone ansie, incertezze, timore del contagio. C’è qualche indicazione da poter dare ai genitori in questa fase così delicata? Per quanto possibile, bisogna fare in modo che i bambini in età prescolare frequentino la scuola dell’infanzia, anche se molti sono preoccupati per il contagio e preferiscono tenere i figli a casa. E poi accordarsi con altri genitori, favorire gli incontri tra i piccoli per salvaguardare la loro vita sociale.
L'editoriale. Il Coronavirus riporta in vita Manzoni, gli untori e i giudici compiacenti. Walter Siti su Il Riformista il 13 Marzo 2020. In questo periodo si è abusato della parola “untori”: ricavata, evidentemente, dal ricordo scolastico dei Promessi sposi. Ma se rileggiamo i capitoli 31 e 32 del libro, vero saggio illuministico inserito nel romanzo, scopriamo che gli untori (nella fantasia popolare) diffondevano la peste consapevolmente e a pagamento; su mandato del cardinale Richelieu o di altre potenze straniere. I due capitoli sono una requisitoria contro l’inerzia dei politici, contro i “sogni” degli intellettuali (basandosi su Aristotele negavano la peste, o l’ammettevano attribuendola a influssi astrali) e contro la credulità di «quello che i poeti chiamano volgo profano, e i capocomici rispettabile pubblico», insomma delle masse. L’invenzione seicentesca degli untori assomiglia a certe ricostruzioni complottistiche che circolano oggi in Rete: che il virus sia stato costruito in laboratorio dagli Usa per mettere in ginocchio la Cina, o che la Cina si sia offerta, in cambio di una riduzione dei dazi, per eliminare un bel po’ di anziani occidentali, riequilibrando il welfare. In un’epoca come la nostra, in cui sono migliorati i processi decisionali e la fiducia nella scienza, si spera che queste bufale restino relegate nel recinto innocuo degli ignoranti che si sfogano con like indignati – ma se davvero l’epidemia dovesse estendersi e aggravarsi, non è escluso che tali fandonie possano condurre ad atti di violenza. Pur nella distanza tra le due situazioni storiche, alcuni meccanismi universalmente umani si ritrovano identici: prima di tutto, il pendolo psicologico che oscilla tra la negazione del flagello e la sua enfatizzazione, con conseguente panico. È fastidioso ammetterlo, ma il nostro cervello e la nostra psiche non sono come volontà li desidera, né possono evitare che l’emotività disordinata prevalga sulla ragione. «Il povero senno umano cozzava coi fantasmi creati da sé», scrive Manzoni, e aggiunge: «Parlare è talmente più facile che pensare». Pietà e compassione nei confronti dei nostri simili, che è anche pietà per noi. Ma questo non significa non poter giudicare gli errori e le manchevolezze, sia morali che civili; nel proseguire la lotta contro il virus bastardo, ci saranno da registrare anche oggi, come allora, «l’imperfezione degli editti, la trascuranza nell’eseguirli, la destrezza nell’eluderli». Don Alessandro fa nomi e cognomi, di politici, di popolani, di medici e magistrati. È duro soprattutto con questi ultimi, non nei due capitoli sopraddetti ma nella Storia della colonna infame, che al romanzo avrebbe dovuto essere allegata; è la storia di come i giudici abbiano ottenuto molte confessioni di sedicenti untori mediante la tortura. Ma, ed è la parte più interessante, non sempre le confessioni furono estorte – alcuni infelici si convincevano di essere untori o, nel delirio della malattia, ripetevano incoscienti il gesto dell’ungere di cui avevano piena la testa. La colpa dei magistrati sta nell’averli voluti colpevoli, tortura a parte: per timore, scrive Manzoni, «di mancare a un’aspettativa generale», di sembrare «meno abili, se scoprivano degli innocenti» – i giudici sono portati a «mescere al pubblico il suo vino medesimo, e alle volte quello che gli ha già dato alla testa». Come non riflettere sui rischi analoghi che corrono i magistrati di oggi, e anche i media che talvolta si sostituiscono ai giudici? Dopo aver visto le sorprendenti analogie, vediamo le grandi differenze. Prima di tutto per l’entità materiale della tragedia: Milano prima della peste contava 250 mila abitanti, dopo la peste 64 mila – significa che era morto il 75% della popolazione, una cifra oggi impensabile. Gli sciacallaggi, le violenze dei monatti, l’imbestiarsi dei rapporti umani avevano assunto tinte cupe e selvagge – oggi siamo civilizzati, globalizzati, informatizzati. Di fronte a una mortalità diecimila volte minore, quel che pare insopportabile è la necessità di cambiare “stile di vita”; vige ormai un’inerzia, nelle nostre abitudini, che fa parere un sacrificio anche rinunciare al cinema, o alla partita di calcio, o all’happy hour e alla festa di compleanno; siamo viziati, abbiamo nascosto sotto i rituali quotidiani le fratture profonde che non vogliamo ammettere. Poi, certo, c’è l’economia che va male e può peggiorare non si sa ancora quanto: lo spettro della recessione, il turismo al collasso, i negozi e le aziende che rischiano di chiudere. Il cambiamento che cerchiamo di evitare sarà forse coatto, forse dovremo capire che la globalizzazione trionfante ha qualche bug; forse ci sarà una forte spinta alla digitalizzazione della vita intera, forse rinnegheremo Arcelor Mittal ma non Google; finita l’emergenza, tutti si accapiglieranno di nuovo su come cambiare, e lasciare che le cose vadano “naturalmente” sembrerà come sempre la soluzione migliore, in attesa di un altro scossone. Nel racconto di Manzoni c’è un conflitto interessante tra religione e prudenza sanitaria: i medici sconsigliano gli assembramenti, ma il clero preme per chiedere tutti uniti a Dio (o a san Carlo) di allontanare la peste; perfino il cardinal Federigo, mente illuminata, cede alle insistenze per una solenne processione a piedi scalzi che moltiplicherà il numero dei contagi. Ora la religione è più saggia ma l’economia ha preso il suo posto, sottolineando il conflitto tra lavoro e salute; come se l’economia fosse la nostra nuova religione, e la povertà l’inferno. Si naviga purtroppo a vista, lasciando molto alla responsabilità individuale, come è obbligatorio in democrazia; sarà interessante vedere, nell’evolversi della situazione, come una società dello spettacolo saprà reagire alla privazione degli spettacoli, quanto saprà rinunciare all’intrattenimento e ai fantasmi d’onnipotenza che porta con sé. Chi potrà impedire ai ragazzi di riunirsi nei rave party? O forse loro, i nativi digitali, vinceranno perché il digitale non contagia: riusciremo a tenere a freno la frenesia di mobilità consegnandoci ancora di più all’irrealtà quotidiana, e alle multinazionali che la comandano?
Avete voluto l’odio? Ora governatelo. Giulio Cavalli su Notizie.it il 04/12/2020. Questo odio viene da lontano: con la rabbia si è giocato molto spericolatamente per concimare qualche voto e per un po’ di visibilità pubblica. Ne usciremo sicuramente incattiviti. Il 54esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese mentre cammina nelle sabbie mobili della pandemia è la fotografia di una disgregazione che è stata accelerata dal virus e che considera la ferocia una soluzione. Oltre ai dati che dicono dell’impoverimento crescente, della disoccupazione che stringe la gola, dei molti lavoratori che sono spariti sotto la scure del Covid ci sono anche numeri che raccontano di quello che siamo diventati: il 38,5% degli italiani si dice pronto ad accettare limiti al diritto di sciopero, alla libertà dei opinione e alla possibilità di iscriversi a sindacati e a associazione in cambio di un po’ di benessere economico. Quando i diritti vengono barattati con i soldi significa che il “mors tua vita mea” è diventato un imperativo ritenuto potabile, significa che siamo pronti a scannarci per trovare un po’ di luce. E cosa accade a un popolo accecato dalla disperazione e dalla rabbia? Si ingaggia una guerra tra disperati che non fa altro che sanguinare disperazioni, la solita vecchia storia degli ultimi che si combattono per la gioia e il sollazzo dei primi. Così il Censis dice che mentre per il 76,9% degli intervistati è giusto che paghino i propri errori i politici, dirigenti sanitari e via dicendo durante la pandemia per una percentuale ancora maggiore (il 77,1%) sarebbe il caso di punire ancora più duramente chi non indossa la mascherina, non rispetta il distanziamento e non rispetta i divieti. Più della metà degli italiani (il 56,6%) chiede il carcere per i contagiati che non rispettano la quarantena. Il 31,2% vorrebbe che chi si è ammalato per comportamenti irresponsabili non venga curato. E così via in un turbine di ferocia affilata che si consuma perfino tra generazioni: secondo il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani vengano curati solo dopo di loro. E alla fine risulta perfino naturale, scorrendo i numeri, che il 43,7% si dichiari favorevole alla pena di morte nel nostro Paese. E la percentuale sale addirittura al 44,7% tra i giovani. Quasi metà degli italiani è tornata a sognare il patibolo: nel 2020 mentre il mondo ci sta mettendo secoli a cancellare la vergogna della pena di morte qui dalle nostre parti ritorna a essere invocata a gran voce. Certo, si dirà, è la paura del virus, è questo momento in cui tutto crolla e in cui c’è solo disperanza per il futuro eppure questa rabbia è qualcosa che viene da più lontano: qui dalle nostre parti con la rabbia si è giocato molto spericolatamente per concimare qualche voto e per un po’ di visibilità pubblica. Gli acrobati della rabbia sono quelli che hanno sdoganato la punizione degli altri (sempre raccontati come privilegiati) come sublimazione massima perché così è molto più facile di lavorare sulla complessità delle uguaglianze. Sono quelli che hanno instillato il pensiero di un nemico e di un colpevole per qualsiasi cosa accada, foraggiando l’idea che le nostre difficoltà siano sempre figlie di una determinata categoria (professionale o umana) a cui poter affibbiare tutte le responsabilità. Questi hanno giocato con l’odio, alzando ogni giorno l’asticella più in alto, e ora com’era prevedibile si ritrovano a doverlo governare. Solo che l’odio gonfia il bacino elettorale ma è un pessimo strumento di governo e quindi ora mentre ci sarebbe da curare e ricostruire l’opinione popolare chiede a gran voce di punire, punire, punire. Solo che è uno stomaco che si allarga, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e se ora è arrivato a chiedere la pena di morte e di non curare gli irresponsabili e gli anziani domani chiederà una preda ancora più grassa, un sacrificio ancora più cruento. Fino a che l’odio non si ritorcerà contro i suoi stessi fomentatori e allora a quel punto, ci potete scommettere, quelli diventeranno magicamente garantisti. Avete voluto l’odio? Ora governatelo.
Articolo del “Financial Times” – dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 3 novembre 2020. Il Covid-19 ha avuto un impatto immediato e massiccio. Ma come influenzerà a lungo termine? Questo è molto più difficile da dire – si interroga Martin Wolf sul FT. Cosa sappiamo già, dopo 10 mesi di Covid-19? Sappiamo che il mondo era mal equipaggiato per affrontare una pandemia. Ha causato circa 1,1 milioni di morti in tutto il mondo, soprattutto tra gli anziani. Inoltre, alcuni Paesi hanno soppresso la malattia con molto più successo di altri. Sappiamo che Covid-19 ha inflitto un'enorme recessione globale, ma che è stata tutt'altro che uguale in tutti i Paesi. Questo ha inflitto danni economici particolarmente gravi ai giovani, alle madri relativamente poco qualificate, alle madri lavoratrici e alle minoranze vulnerabili. Sappiamo che il "distanziamento sociale", in parte spontaneo e in parte forzato, ha danneggiato tutte le attività che dipendono dalla vicinanza umana, a beneficio di quelle che aiutano le persone a rimanere a casa. Questo ha ridotto i viaggi. Sappiamo che un gran numero di imprese uscirà pesantemente appesantito dal debito e che molte di esse non riusciranno ad emergere affatto. L'intervento delle autorità fiscali e monetarie è stato senza precedenti in tempo di pace, soprattutto nei Paesi con valute accettate a livello internazionale. Sappiamo, non da ultimo, che il "gioco delle colpe" sulla pandemia ha destabilizzato le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Inoltre, la pandemia ha già messo in discussione la globalizzazione, soprattutto delle catene di approvvigionamento. Quali sono le possibilità a lungo termine? Ecco 10 aspetti.
Primo, il futuro della pandemia. È possibile che un vaccino sia disponibile molto presto e che sia reso disponibile in tutto il mondo non molto più tardi. Ma questa combinazione sembra improbabile. Se è così, la malattia rimarrà una minaccia per molto tempo.
In secondo luogo, la permanenza delle perdite economiche. Queste dipendono in parte da quanto presto la malattia sarà sotto controllo, ma anche da quanto profonde saranno le cicatrici, in particolare l'impatto della disoccupazione, dei debiti inesigibili, dell'aumento della povertà, dell'interruzione dell'istruzione e così via. L'economia mondiale e la maggior parte delle singole economie saranno probabilmente permanentemente più piccole e anche i loro popoli saranno più poveri di quanto sarebbero stati altrimenti.
In terzo luogo, la struttura delle economie. Torneranno a essere quelle di prima di Covid-19 o smetteremo definitivamente di viaggiare e di fare i pendolari verso gli uffici? La probabilità è che siano entrambe le cose. I viaggi riprenderanno. Così come riprenderà il pendolarismo. Ma potrebbero non tornare allo status quo pre-Covid. Siamo balzati in un nuovo mondo di impegno virtuale che non lasceremo. Questo cambierà alcuni modelli di vita e di lavoro.
Quarto, il ruolo rafforzato della tecnologia. Questo non cambierà. Allo stesso tempo, la centralità dei giganti della tecnologia ha aumentato l'attenzione sulla loro enorme influenza. È probabile che aumentino le pressioni per regolare i monopoli e aumentare la concorrenza, soprattutto nel settore tecnologico.
Quinto, il ruolo ampliato del governo. Le grandi crisi tendono a provocare un cambiamento di passo nel ruolo del governo. Particolarmente significativa è la pressione a "ricostruire meglio". Quindi è probabile che i governi siano sempre più interventisti rispetto a prima della pandemia?
Sesto, lo svolgimento degli interventi. Le banche centrali sono impegnate a "bassi per lungo tempo", nei tassi di interesse. A condizione che i tassi di interesse reali e nominali rimangano bassi, i governi saranno in grado di gestire i propri debiti e di aiutare a gestire la ristrutturazione dei debiti dovuti dagli altri. Ad un certo punto, i disavanzi fiscali dovranno essere ridotti. Date le pressioni per la spesa, ciò comporterà probabilmente un aumento delle tasse, soprattutto per i ricchi "vincitori".
Settimo, effetto sulla politica interna. Alcuni Paesi hanno dato risposte efficaci alla crisi, altri no. Il fatto che un Paese sia o meno democratico non ha determinato questa differenza. Parte di ciò che lo fa è se il governo si preoccupa della sua efficacia. I demagoghi populisti, come Jair Bolsonaro, Boris Johnson e Donald Trump, si sono comportati male. Questo può forzare un cambiamento contro la loro politica.
Ottavo, l'impatto sulle relazioni internazionali. Questa è una crisi veramente globale e che può essere gestita efficacemente solo con la cooperazione globale. Eppure le tendenze in direzione dell'unilateralismo e del conflitto internazionale sono state rafforzate dalla pandemia. Ci sono buone probabilità che la situazione peggiori ora, soprattutto tra Stati Uniti e Cina.
Nono, futuro della globalizzazione. La globalizzazione delle merci era già rallentata dopo la crisi finanziaria del 2008. È probabile che rallenti ulteriormente dopo il Covid. Il sistema multilaterale sarà probabilmente ulteriormente eroso, in particolare l'Organizzazione Mondiale del Commercio e le controversie commerciali tra l'Occidente e la Cina non saranno risolte. Allo stesso tempo, è probabile che la globalizzazione virtuale acceleri.
Infine, la gestione dei beni comuni globali. Su questo, Covid-19 è un'arma a doppio taglio. Da una parte c'è l'accresciuto desiderio di fare le cose meglio, non solo a livello nazionale, ma anche globale, in particolare per quanto riguarda il clima. L'altra è la ridotta legittimità degli accordi internazionali, soprattutto negli Stati Uniti, che si sono ritirati dall'accordo di Parigi sul clima e dall'Organizzazione mondiale della sanità.
Il Covid-19 è un profondo shock. Segue l'enorme sconvolgimento della crisi finanziaria globale di appena 12 anni fa. Sicuramente avrà grandi conseguenze a lungo termine per le imprese, l'economia, la politica interna e le relazioni internazionali. Molto cambierà. Possiamo indovinare alcune di esse. Molto rimane incerto.
Da "ilpost.it" il 25 ottobre 2020. Riprendendo il titolo del famoso romanzo di David Foster Wallace Una cosa divertente che non farò mai più, il New York Times ha raccolto in un articolo 11 cose che un tempo avremmo fatto con leggerezza, ma che da quando c’è la pandemia evitiamo di fare e probabilmente per un bel po’ di tempo – per sempre? – non faremo con la stessa leggerezza. Tra l’altro, la cosa divertente a cui Wallace fa riferimento nel suo libro è una vacanza in crociera: una cosa che sarebbe potuta rientrare nell’elenco dell’articolo, così come molte delle attività che prevedono la concentrazione di un alto numero di persone in un unico spazio chiuso.
Baciarsi sulle guance per salutarsi. È un’abitudine molto diffusa in Italia – e ancora di più in paesi come il Belgio – a cui abbiamo imparato a rinunciare negli ultimi mesi. Lo stesso vale anche per la stretta di mano, che Anthony Fauci, uno dei maggiori esperti virologi negli Stati Uniti, ha detto che diventerà «una cosa del passato». Melissa Nolan, docente di epidemiologia alla University of South Carolina, ha spiegato al New York Times che gli abbracci potrebbero sostituire altre forme di saluto perché non prevedono il contatto tra mani e volti delle persone. Per i meno inclini a manifestazioni troppo affettuose, una forma di saluto che si è diffusa molto negli ultimi mesi e che viene usata anche in ambienti formali al posto della stretta di mano è il gomito-contro-gomito, oppure toccarsi i pugni.
L’aperitivo con i salatini al bancone del bar. In Italia, all’ora dell’aperitivo, era molto frequente trovare olive, patatine, noccioline e altri stuzzichini a disposizione dei clienti sul bancone del bar. Teoricamente, per chi vuole servirsi, le noccioline hanno un cucchiaino apposta e le olive gli stuzzicadenti usa e getta, ma con le patatine rispettare le norme igieniche è già più complicato. In generale, poi, non si sa mai se chi è venuto prima di noi è stato attento o meno: e chi magari ha chiacchierato e sputacchiato davanti alla ciotola e ai vassoi del buffet. Per rispettare le norme imposte dall’Istituto Superiore di Sanità, molti bar si sono attrezzati per dare a ogni cliente un piattino con una porzione personale di salatini e non possiamo escludere che le cose rimarranno così anche in futuro.
Andare al lavoro o a scuola da malati. Le linee guida invitano chi mostra sintomi che potrebbero essere causati dal coronavirus (febbre, tosse, mal di gola, dolori muscolari) a isolarsi in una stanza della casa, non uscire e ridurre al minimo i contatti anche con i conviventi. Se prima della pandemia un po’ di tosse non era sufficiente a convincere molti genitori a tenere a casa i propri figli, le cose d’ora in poi saranno probabilmente un po’ diverse. E anche molti adulti che non avrebbero mai rimandato una riunione o una scadenza per qualche linea di febbre stanno imparando a pensarci due volte prima di uscire di casa.
Mettersi la penna in bocca. Non è mai stata un’abitudine salutare, ma è un dato di fatto che moltissime persone tendono a portare le estremità o i tappi delle penne in bocca senza pensarci, magari quando sono nervosi o concentrati su qualcosa. A meno che non si tratti di una personalissima penna da taschino, dovremmo aver imparato una volta per tutte a farci attenzione e impedircelo, evitando così di portare alla bocca oggetti che non si sa da chi sono stati toccati o di contaminare con la propria saliva oggetti che potrebbero finire nelle mani di altri.
Pizzicare o accarezzare le guance dei bambini. Quando abbiamo a che fare con le figlie o i figli piccoli di persone con cui siamo in confidenza, fare piccoli buffetti alle guance o accarezzare mani e piedi è un gesto di tenerezza spontaneo. Tuttavia, anche se quella dei bambini è la categoria meno a rischio di sviluppare sintomi gravi di COVID-19, è meglio evitare contatti anche con loro, perché potrebbero non essere meno contagiosi degli adulti. Riguardo ai rischi che potrebbero correre i bambini, il New York Times cita anche le piscine di palline, che non si esclude che possano sparire per sempre: le superfici di plastica sono infatti ottime trasportatrici di virus.
Stringersi in ascensore. Come in molti luoghi pubblici al chiuso, anche negli ascensori gli accessi da qualche mese sono contingentati in modo che le persone possano rispettare le regole di distanziamento fisico. Di fronte a un avventore dell’ultimo secondo un tempo avremmo risposto col classico «venga, venga, ci stringiamo», mentre ora ci pensiamo due volte. In generale, durante una pandemia, chi può evitare di prendere l’ascensore dovrebbe farlo a prescindere dal fatto che sia pieno o vuoto e dovrebbe ricordarsi di lavare sempre le mani dopo aver schiacciato il pulsante del piano. Prendere sempre le scale potrebbe diventare una nuova abitudine per molti.
Togliere le ciglia dal viso di qualcuno. In generale, a meno che non si sia molto in confidenza, è raro che le persone si tocchino la faccia a vicenda. Una delle occasioni in cui questo può succedere è quando si vuole recuperare un ciglio caduto su una guancia, pinzarlo tra il pollice e l’indice e far esprimere un desiderio alla persona che l’ha perso. Secondo l’usanza poi, una volta scommesso se il ciglio rimane attaccato al pollice o all’indice e staccate le dita, bisognerebbe pure soffiarci sopra. Insomma, non benissimo. Se avete sempre creduto nell’avverarsi di questi desideri, dovrete trovare un modo un po’ più igienico per continuare a esprimerli.
Rollare una sigaretta a qualcuno che non è capace. O viceversa, chiedere a qualcuno di farci una sigaretta. Il New York Times ha inserito nel suo elenco di cose divertenti che non faremo mai più l’abitudine di fare un tiro dalla sigaretta, anche elettronica, di un amico. Ma anche fare sigarette con cartine, filtri e tabacco per qualcuno che non è capace non è più una buona idea. Infatti, oltre al fatto che l’altro poi si metterà in bocca una cosa passata prima nelle tue mani, bisogna considerare il fatto che la maggior parte delle cartine vanno leccate prima di essere chiuse. Forse non è un’abitudine diffusa, ma è molto probabilmente una delle più rischiose.
Mangiarsi le unghie. Secondo la dermatologa Laurel Naversen Geraghty, non potrebbe esserci momento migliore per smettere di mangiarsi le unghie ed eliminare una volta per tutte il motivo principale che spinge molte persone a mettersi le mani in bocca. Naversen Geraghty consiglia in particolare di sostituire il gesto di mangiarsi le unghie con altri gesti “compensativi”, come quello di «premere delicatamente un dito contro l’unghia del pollice o stringere il pugno». Un’altra strategia che si può mettere in atto è quella di “deviare” la mano dalla bocca a un’altra parte del corpo – per esempio il lobo dell’orecchio – ogni volta che ci viene l’istinto di mangiarci un’unghia.
Leccarsi le dita per sfogliare una rivista. Un’abitudine che forse sparirà insieme a tutte quelle che prevedono il gesto di mettere le mani in bocca: il discorso vale in particolare nel caso di riviste già toccate da altri e destinate a passare in altre mani, per esempio quelle che si trovano dal parrucchiere o in alcune sale d’aspetto. All’inizio della pandemia, fu molto condiviso sui social network il video della funzionaria del governo della California che durante una conferenza stampa raccomandò a tutti di toccarsi la faccia il meno possibile, ma al contempo si leccò un dito per girare i fogli del suo discorso.
Organizzare eventi con buffet. Con la riapertura dei ristoranti a maggio, l’Istituto Superiore di Sanità raccomandò di evitare la modalità di servizio a buffet, una cosa che probabilmente varrà anche per le pause ristoro durante convegni, conferenze stampa o altri eventi quando ricominceranno. La Food and Drug Administration, l’agenzia governativa statunitense che si occupa della sicurezza di cibo e farmaci, consiglia di sospendere in particolare i servizi di ristorazione che prevedono il cosiddetto self-service: una modalità molto diffusa che però rende molto difficile il rispetto delle norme igieniche.
Dividere un dolce con qualcuno. Dopo aver smesso di attingere patatine dallo stesso contenitore e aver rinunciato ai ricchi buffet dei convegni di lavoro, probabilmente anche dividere un piatto al ristorante con qualcuno che non sia un vostro convivente non sembrerà più così allettante. Piuttosto, chiedete al cameriere di dividervelo in due piatti fin dall’inizio. Invece i cocktail condivisi – anche se con più cannucce – è meglio scordarseli, dice il New York Times.
Lasciare i bambini malati ai nonni. In molte famiglie i nonni sono un grande aiuto quando si tratta di tenere i bambini malati a casa da scuola. La pandemia da coronavirus, che colpisce con sintomi più severi la fascia di popolazione più anziana, ha messo fortemente in discussione questo “modello”: ora infatti quando i bambini sono malati, il primo pensiero dei genitori è proprio quello di tenerli più lontani possibili dai componenti della famiglia più a rischio.
Sfogliare un menù. Molti bar e ristoranti negli ultimi mesi si sono attrezzati per sostituire i menù fisici (che passano di mano in mano e di tavolo in tavolo) con menù virtuali, che possono essere consultati dai clienti al tavolo semplicemente inquadrando un QR code con lo smartphone. Non ci sono grandi motivi per cui, dopo aver fatto questo passaggio, un ristorante dovrebbe tornare al menù di carta: i menù digitali sono più economici e molto più facili da modificare all’occorrenza.
Mattia Feltri per "La Stampa" il 10 ottobre 2020. «Ho cercato il contatto / di parlare ero stanco / ho voluto sentire sul corpo / le cose che un giorno mi hai detto». L'avrei ascoltata dopo, per la prima volta, ma intanto ero salito in metropolitana ed era più piena del solito. Tutti si sono scansati con bruciante prudenza per scampare al contatto, con me e con chiunque attorno; avevano ribrezzo del mio corpo, del mio respiro, e io avevo ribrezzo del loro, e siamo rimasti così, ammassati e disgiunti, mascherati, ognuno la minaccia dell'altro. Poi ho camminato per strada e ho pensato a quei piccoli scontri di pedoni, lo sfiorarsi accidentale, lo spensierato urto di spalla contro spalla, sono ormai pestilenziali e dunque rifuggiti in allerta costante. E quando sono arrivato qui, nella redazione di HuffPost, dove lavoro da più di cinque mesi, ho visto le facce di questi colleghi, già amici, le loro braccia, i loro corpi, e ho pensato che in cinque mesi non li ho mai toccati, nemmeno per sbaglio, io che nella vita amo toccare, abbracciare, dare pacche, carezze, guance su guance; un linguaggio preciso, complementare e insostituibile, e precluso. È una vita mutilata, siamo tattilmente estranei. Si chiama Contatto. È il nuovo singolo dei Negramaro uscito ieri. «Ho trovato il contatto / era solo in un sogno / e ti giuro sarebbe bellissimo se ti toccassi da sveglio». Di questo disastro che è il Covid, di questo incubo distopico, i Negramaro hanno colto l'aspetto più totalitario e disumano: siamo diventati una comunità di inavvicinabili e di intoccabili. Sapremo di esserne usciti soltanto quando avremo il cuore più lieve, e lo potremo dire con le mani.
Cesare Peccarisi per corriere.it il 28 settembre 2020. La quarantena non fa bene al cervello: a dirlo non sono solo gli psicologi o gli psichiatri, ma anche gli studi di imaging dell’attività cerebrale. Il forzato isolamento ha fatto calare il vento della nota canzone di Modugno sulla lontananza che spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi e che, in sostanza, alimenta il fuoco della nostra affettività sociale la cui brace cova perennemente in un’area cerebrale sita poco sopra la fronte: la corteccia prefrontale mediale, in sigla mPFC, dall’inglese medial prefrontal cortex, spesso definita «cervello sociale». È proprio lì che situiamo i veri amici e i grandi amori: l’hanno scoperto tramite risonanza magnetica funzionale i ricercatori della Stanford University diretti da Andrea Courtney e Meghan Meyer, che hanno pubblicato sul Journal of Neuroscience uno studio intitolato. La rappresentazione di noi stessi nel cervello sociale riflette i nostri rapporti con gli altri, nel quale indicano come nei solitari inveterati, che magari vivono isolati in montagna o nei depressi cronici, questa brace sociale sia quasi spenta tant’è che riferiscono di sentire la gente intorno a loro, ma non insieme a loro perché hanno perso o non hanno sviluppato la capacità di riaccendere il fuoco dell’empatia che ci lega alle persone a cui teniamo.
Distacco sociale. Per questo tipo di persone si parla di «self-other gap», un fenomeno che si potrebbe definire distacco sociale e che nella parola gap, cioè buco, breccia, indica proprio il vuoto che sentono fra loro e gli altri. I risultati dello studio assumono anche una connotazione «biblica» perché ricalcano il comandamento «Ama il prossimo tuo come te stesso»: più forte è per noi la valenza affettiva di qualcuno a cui teniamo (fidanzata/o, coniuge, genitori, figli, parenti o un caro amico/a), più la sua rappresentazione nella mPFC osservata tramite risonanza magnetica funzionale somiglia a quella che abbiamo di noi stessi.
Il test. Ier scoprirlo i ricercatori hanno chiesto a 43 soggetti di ambo i sessi con età compresa fra 18 e 47 anni di pensare prima a sé stessi e poi a 5 persone care, a 5 semplici conoscenti e a noti personaggi (come ad esempio l’ideatore di Facebook, Mark Zuckerberg) mentre il loro cervello veniva studiato tramite risonanza magnetica funzionale, la tecnica di neuroimaging che fornisce un resoconto dell’attività di ogni area di materia grigia. I soggetti dovevano anche esprimere giudizi sulle persone a cui stavano pensando, citandone il nome e indicando il rapporto che avevano con loro.
Lontano dal cuore...Più la correlazione affettiva risultava stretta, più la mPFC si attivava con una modalità sempre più sovrapponibile a quella osservata quando pensavano a loro stessi, cioè la più alta, forse a dimostrare che siamo tutti un po’ narcisisti. Viceversa, più le persone erano lontane dal cuore, minore era l’attivazione dell’area, fino a non accendersi del tutto per gli sconosciuti. La sorpresa è stata scoprire che i soggetti identificati come solitari tramite appositi test psicologici, come la UCLA Loneliness Scale, hanno modalità di attivazione della mPFC molto diverse non solo per gli altri, siano essi affettivamente vicini come una fidanzata, o lontani come semplici conoscenze, ma addirittura anche per loro stessi. Il fatto che la loro area cerebrale si attivasse meno ha fornito la prima conferma strumentale della valutazione psicologica indicando che nella mPFC dei solitari si perde la sovrapponibilità empatica con gli altri.
Il lockdown. Il lockdown ha accentuato la solitudine, un fenomeno più diffuso di quanto si pensi soprattutto fra i giovani: una recente indagine dell’Office of National Statistics, britannico, ha evidenziato che in 3 casi su 10 i millennial (la generazione 23-37 anni) si sentirebbero sempre o spesso soli. Il distanziamento sociale ha incrementato il fenomeno portandoli a raggiungere valori doppi rispetto ai più attempati boomer (56-74 anni), con una differenza intergenerazionale della solitudine che dura da tempo. Lo smart working imposto dalla pandemia non sembra essere stato per i boomer così radicale da generare i cambiamenti cerebrali indicati dallo studio della Stanford University. Evidentemente due o tre mesi sono pochi e occorrono anni di isolamento virtuale per instaurare cambiamenti come quello segnalato dai ricercatori americani.
I nativi digitali. I giovani che hanno come lingua madre quella della rete, sembrano, i più esposti a sviluppare uno stile di vita solitario in cui fuggono dalla socialità reale fuggono per rifugiarsi in quella virtuale, fino ad arrivare alla «sindrome della capanna » o di hikikomori, termine che deriva dal giapponese hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi) a indicare il comportamento di isolamento sociale volontario individuato inizialmente fra i giovani web-dipendenti del Giappone e poi allargatosi a tutto il mondo, salendo alla ribalta nella fase di lockdown. Già nel 2018 un’indagine Ipsos indicava rapporti intergenerazionali pre-pandemia simili a oggi: i più soggetti alla solitudine erano i ragazzi della generazione Z (18-22 anni, 49,9%), seguiti da quelli della generazione X (38-51 anni, 45,1%), dai millennial (47,7%) e infine dai boomer (43,2%).
Com’è facile essere altruisti da casa. “Usciremo migliori da questa pandemia”, dicevamo nei mesi di lockdown. Invece prevalgono ancora egoismo e superficialità. Elvira Fratto il 13 settembre 2020 su Il Quotidiano del Sud. “Ci renderà migliori”, dicevamo nel corso del lockdown degli ultimi mesi, “il Covid-19 ci ha tolto tutto ciò a cui eravamo abituati, mettendoci nella condizione di vivere con il poco che ci veniva concesso: ne usciremo ricostruiti”. Per quanto potessimo crederci, però, le cose non sono andate così. Lo abbiamo visto negli assembramenti furiosi, nelle discoteche che credevamo non avrebbero riaperto, nei locali affollati senza l’ombra di una mascherina. Speravamo che un fiato di umanità si sarebbe salvato, ma non potevamo immaginare che, anziché migliorare, qualcuno sarebbe diventato anche peggio di com’era. Nello slalom tra le feste e gli stabilimenti balneari stracolmi, a Massa Carrara, una madre si reca in spiaggia con il suo bambino. Il piccolo, di 13 anni, ha da poco subìto un trapianto: è una di quelle persone estremamente fragili che noi tutti abbiamo saputo fin dall’inizio che tipo di rischio corressero, se fossero stati raggiunti dal Covid-19. Da marzo a maggio siamo stati bombardati di Vademecum che elencavano con dovizia di particolari tutte le categorie di persone altamente esposte al pericolo, nel caso avessero contratto il Coronavirus. Anziani, individui con patologie pregresse, malati gravi: se ce lo avessero chiesto ad aprile, ci avrebbero trovati tutti molto preparati sull’argomento, mentre cantavamo a squarciagola da un balcone all’altro e riempivamo le nostre giornate di “andrà tutto bene”. Due signore, però, si avvicinano oltre il metro di distanza (altra regola che, nella teoria, conoscevamo a menadito) alla mamma e al suo bambino, distendendosi all’ombra. La donna, consapevole del fatto che l’allarme Coronavirus sia tutt’altro che superato e che non intende abbassare la guardia su suo figlio, chiede alle signore di mantenere la distanza di sicurezza prevista dalle norme anti-Covid. La risposta è furente, scortese, veloce come un fiume in piena e con la stessa forza devastatrice. “Il Covid non esiste, non c’è nessun distanziamento”, urlano le due donne, “se suo figlio è malato, se lo tenga chiuso in casa”. La signora, in evidente difficoltà, è stata successivamente notata da alcuni passanti, che le hanno offerto aiuto. Questo però non è bastato, perché la donna si è trovata costretta ad abbandonare lo stabilimento insieme a suo figlio. Ha poi dichiarato che stanno entrambi bene, ma che preferiscono rimanere all’interno del residence che li ospita, perché il bambino, in questo momento di particolare fragilità, ha paura di ritornare al mare. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa sarebbe successo se quella madre non avesse precisato che suo figlio fosse reduce da un trapianto. È davvero necessario, in un frangente storico di così grande incertezza sanitaria che ci coinvolge tutti, dover far mostra della propria cartella clinica, mettere sul tavolo l’elenco delle proprie patologie, per chiedere il rispetto del distanziamento sociale, che di fatto altro non è che l’applicazione di una regola? In una lettera aperta pubblicata sul sito dell’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie), Caterina, paziente immunodepressa, spiega come la categoria dei trapiantati rischi di pagare le conseguenze più alte della pandemia. “Le categorie a rischio come la nostra non possono salvarsi da sole”, racconta, “tutti devono fare la propria parte seguendo le norme e le restrizioni. Quelle che per chiunque altro possono essere anche solo banali influenze, per noi potrebbero rivelarsi fatali”. Qualora l’appello dei più fragili non bastasse, interviene anche la voce della scienza: in una recente dichiarazione resa a proposito dei trapiantati e della loro difficoltà di gestione di un contagio da Covid-19, il Dottor Paolo Corradini, Presidente della Società Italiana di Ematologia, ha spiegato che chi riceve (in questo caso) un nuovo midollo necessita di un periodo che va dai 6 ai 12 mesi affinché il nuovo sistema immunitario maturi e riprenda un regolare funzionamento. Alcuni abituali frequentatori delle gioiellerie vi entrano con la curiosità incontrollabile delle gazze ladre, con la tendenza al bello degna di un esteta; ammirano la fragilità del cristallo dal di qua delle vetrine, la osservano come ipnotizzati, i giochi di luce li intrigano e la leggerezza del materiale li stupisce, considerata la sua bellezza e il peso del resto del mondo. Si fregiano di possederlo, di conoscerlo, di sapere come trattarlo e di esporlo nelle vetrine di casa nostra, ma rimane pura apparenza. Una volta che il cristallo sarà andato in frantumi durante una pulizia sbadata o una disattenzione, improvvisamente il suo aspetto non gli starà più così a cuore, e sarà molto più facile gettarlo via che tentare di nascondere il graffio o la rottura. Nella superficialità con cui essi trattano la delicatezza, emerge una verità scomoda: sono stati altruisti e attenti ai più bisognosi solo quando gli pesava meno farlo, cioè da casa loro, dalla quale dire le parole giuste bastava e avanzava perché il lockdown avrebbe comunque impedito loro di aiutare materialmente il prossimo; sono stati instancabili promotori del “tuteliamo i più fragili” solo finché quei fragili non sono stati colpevoli di aver rubato loro un po’ d’ombra; a quel punto la debolezza dei fragili si è trasformata da necessità in accessorio, quasi un vezzo, degno di essere apostrofato con squallidi inviti a “chiudersi in casa” poiché malati. In quarantena le parole sono la cosa che si accumula più facilmente perché i gesti scarseggiano, eppure smaltirle è sembrato semplicissimo. La morale di questa fiaba amara è che non esiste pandemia, tragedia o disastro che possa rendere migliori alcuni di noi, fondamentalmente perché c’è chi non è neanche buono di base; con quale pretesa si può erigere un grattacielo avendo a disposizione soltanto acqua e sabbia? Scopriamo, quindi, che c’è chi è ancora del tutto incapace di trarre il meglio dal peggio, tanto inetto ad alzarsi sulle punte quanto capace di scavare ben al di sotto del fondo che ha già toccato, senza capire che l’unico modo per ricevere amore e cortesia dal prossimo è rendersi degni di quest’ultimo.
Guido Alfani per “la Lettura - Corriere della Sera” il 6 settembre 2020. Le principali pandemie della storia hanno avuto profonda influenza sulle società umane, e molti si chiedono se la crisi causata da Covid-19 avrà effetti comparabili. In particolare, si riflette con preoccupazione su come la pandemia inciderà sulle disuguaglianze. A questo riguardo, l'esperienza storica offre complessivamente evidenze utili a comprendere le sfide che abbiamo di fronte. La Peste Nera che flagellò l'Europa tra il 1347 e il 1352 rimane, per la percentuale di popolazione uccisa (tra il 35 e il 60%, fino a 50 milioni di vittime), la più terribile pandemia del continente. I suoi effetti economici e sociali furono duraturi. Particolarmente importanti furono le conseguenze sulla distribuzione della ricchezza e del reddito: la Peste Nera pare avere innescato una delle sole due fasi di significativa contrazione delle disuguaglianze riscontrabili negli ultimi 7 secoli (l'altra fase è associata alle guerre mondiali). Come si può vedere nell'infografica in alto, se alla vigilia della pandemia il 10% più ricco della popolazione deteneva il 65% circa della ricchezza, già negli anni successivi la percentuale si era ridotta considerevolmente. La tendenza alla riduzione delle disuguaglianze proseguì per qualche decennio, e verso la metà del Quattrocento il 10% più ricco deteneva poco meno della metà della ricchezza - un minimo storico mai più riscontrato in Europa. La riduzione della disuguaglianza dopo la Peste Nera ebbe due cause principali. In primo luogo, il tracollo demografico consentì ai lavoratori di strappare salari migliori e di accedere, spesso per la prima volta, alla proprietà. Poi, in presenza di sistemi ereditari sostanzialmente egalitari (l'eredità era trasmessa in proporzioni uguali ai figli maschi, mentre le femmine ricevevano una quota non troppo dissimile sotto forma della dote), i grandi patrimoni si frammentarono. Questi effetti, tuttavia, non possono essere considerati la «naturale» conseguenza di una pandemia in quanto furono mediati da uno specifico assetto socio-istituzionale. Le ultime grandi pestilenze europee ebbero, almeno nell'Europa meridionale, conseguenze demografiche non troppo dissimili dalla Peste Nera. In Italia, le due pestilenze del 1629-30 e del 1656-57 eliminarono circa un terzo della popolazione. Tuttavia non lasciarono una traccia visibile nelle tendenze della disuguaglianza, che per tutta l'età moderna continuò a crescere. Le ragioni vanno ricercate nell'adattamento istituzionale successivo alla Peste Nera. Quando, dopo il 1348, si comprese che la peste era divenuta una calamità ricorrente, le famiglie possidenti iniziarono a proteggere i patrimoni da una frammentazione indesiderata. Ciò richiese il ricorso a istituzioni, quali il fidecommesso, che derogavano al principio generale di eredità egalitaria. Per giunta, nel mutato contesto internazionale del Seicento, quando le principali economie italiane già soffrivano per una feroce competizione da parte dei Paesi emergenti dell'Europa settentrionale, al tracollo demografico non fece seguito un aumento significativo dei salari. Nei rari casi, come quello della Repubblica di Venezia, in cui troviamo qualche evidenza di almeno un rallentamento nella crescita delle disuguaglianze, pare dovuto non tanto a redistribuzione verso i poveri quanto allo sterminio dei poveri che, già dalla fine del Quattrocento, erano le vittime privilegiate della peste. Dinamiche analoghe si riscontrano in occasione delle pandemie di colera dell'Ottocento. Il colera, infezione che tende a diffondersi in contesti abitativi e socio-economici disagiati, costituisce il migliore esempio di «pandemia dei poveri». Studi recenti su alcuni Paesi occidentali, come la Francia, suggeriscono che il colera abbia avuto qualche limitato effetto di livellamento - ma solo a causa della sovra-mortalità tra i più poveri. I casi della peste del Seicento e del colera dell'Ottocento suggeriscono cautela nel valutare gli effetti redistributivi delle pandemie, specie considerato che gli esempi storici di livellamento sono collegati a tassi di mortalità assai elevati. Per giunta, nel caso dell'Influenza Spagnola del 1918-19, che fece molte vittime ma uccise una percentuale relativamente contenuta della popolazione complessiva (in Italia circa l'1%, cioè 300-400 mila persone), studi in corso suggeriscono che la disuguaglianza di reddito sia aumentata dopo la pandemia. Tra quelle considerate sinora, l'Influenza Spagnola è la pandemia più simile a quella di Covid-19, essendo caratterizzata da alta diffusibilità ma da letalità (ovvero da probabilità di morte per gli infetti) relativamente bassa. Fortunatamente Covid-19, come la Spagnola, non causerà una contrazione su larga scala della forza-lavoro. Ma per la medesima ragione, vi è da attendersi che non porterà ad alcuna riduzione della disuguaglianza. Al contrario, favorendo l'aumento della disoccupazione, aggraverà le disuguaglianze, alimentando una tendenza già in corso da vari anni. Tuttavia, l'esperienza storica insegna che gli uomini, tramite le istituzioni e le politiche, contribuiscono a plasmare gli effetti redistributivi delle pandemie. Dunque, se non interverremo in modo opportuno, i danni socio-economici causati da Covid-19 saranno (anche) colpa nostra.
Così la società occidentale si riscoprì divisa e sofferente. Le tensioni sociali e gli scontri razziali, la sofferenza del lockdown e lo spaesamento delle città svuotate dalla pandemia. Così Zadie Smith ci fa conoscere l'America dilaniata dal virus. Andrea Indini, Martedì 11/08/2020 su Il Giornale. "Scrivere significa nuotare in un mare di ipocrisie, in ogni momento. Sappiamo di essere degli illusi, ma la cosa strana è che l'illusione è necessaria, almeno temporaneamente: serve lo stampo, quello in cui riversiamo tutto ciò a cui non riusciamo a dare forma nella vita". Lo dice subito, Zadie Smith, prima ancora che "un aprile senza precedenti arrivi a rendere insensata ognuna di queste frasi". Un "aprile di morte", quello segnato dall'inesorabile dilagare dell'epidemia di coronavirus negli Stati Uniti. Prima di questa ondata riesce ancora a farsi catturare dalla semplice bellezza di un mazzetto di tulipani bianchi striati d'arancione che prendono vita in un fazzoletto di terra facendo breccia "in un'estetica lungamente allenata, rigidamente e consapevolmente urbana". Dopo non più.
Il punto di frattura. Mettete da parte i suoi romanzi. Se decidete di leggere Questa strana e incontenibile stagione (Sur), sappiate che non troverete la poesia a cui la Smith vi ha abituato da sempre. Non vi perderete più nei quartieri multietnici di Londra come in Denti bianchi o in N-W né seguirete le folli avventure di un Uomo autografo; non vi farete travolgere dalle contraddizioni della middle-class americana come in Della bellezza o nel ballo fuori sincrono di due vite gemelle come in Swing. Preparatevi a un scritto duro che non nasconde l'ira in un momento in cui è troppo facile abbandonarsi ai sentimenti più radicali e violenti. Perché quello che viene fuori da questo breve saggio è il ritratto di un Paese lacerato, gli Stati Uniti, il cui presidente Donald Trump, con le sue posizioni schiette e tutt'altro che accomodanti, ha contribuito a polarizzare in uno scontro violentissimo. Certo, con tutto questo il tycoon ci gioca all'inverosimile. E l'intellighenzia dem non fa che cadere in questo tranello e alimentarlo all'inverosimile. Ner scaturisce un odio viscerale che si spinge tanto in là da non riuscire nemmeno a pronunciarne il nome, al pari dell'altro capo di Stato biondo che sta "sull'altra sponda dell'oceano".
La guerra negli Stati Uniti. La Smith parte proprio da una citazione dell'innominabile. "Vorrei tanto riavere la nostra vita di prima. Avevamo l'economia più straordinaria che abbiamo mai avuto, e non avevamo la morte". La usa per ribaltarla, per dire che negli Stati Uniti la morte c'è sempre stata - non quella portata da un virus pandemico venuto da lontano, ma quella segnata dalla disuguaglianza, dal razzismo e dalla povertà. Il Covid-19 non ha fatto altro che, a suo dire, prolungare la stessa scia di sangue sulle stesse latitudini sociali: "Questa è senz'altro un'epidemia, ma le gerarchie americane, erette nell'arco dei secoli, non si lasciano abbattere tanto facilmente - scrive - in questa distesa di morte indiscriminjata, scorgiamo ancora alcune antiche distinzioni. Il tasso di mortalità fra i neri e gli ispanici è attualmente il doppio che fra i bianchi e gli asiatici. I poveri stanno morendo più dei ricchi. Più nei centri urbani che nelle campagne. La mappa del virus nei quartieri di New York diventa più rossa precisamente nelle stesse aree che si colorerebbero se la sfumatura di scarlatto misurasse non la diffusione del contagio e la mortalità ma le fasce di reddito e la qualità delle scuole. La morte prematura non è quasi mai stata un fenomeno casuale, in questi Stati Uniti - continua - in genere ha avuto una fisionomia, una collocazione geografica e un reddito molto precisi. Per milioni di americani la guerra c'è sempre stata". Non che tutto questo non sia vero ma è strumentale e fuorviante legarlo indissolubilmente al mandato di Trump. Altrimenti si rischia di cadere nello stesso errore ideologico dei Black lives matter, un movimento che ha canalizzato la rabbia scatenata dalla morte di George Floyd in un conflitto con la Casa Bianca, con la sperenza di deporne anzitempo il suo inquilino.
La sofferenza nel tempo. Messa da parte la filippica politica, Zadie Smith affronta un tema che durante il lockdown è stato a lungo taciuto: la sofferenza. Non quella generata dai lutti, ma quella scatenata dall'eccesso di tempo e da una condizione di reclusione claustrofobica a cui nessuno ci aveva preparato. Il brano Soffrire come Mel Gibson è sicuramente il più vero perché, a mio avviso, si spoglia del preconcetto ideologico e affronta un dolore universale che negli ultimi mesi ha piegato l'intera società occidentale, a tal punto da spingerci a sognare "un isolamento dentro l'isolamento". E così, andando oltre lo scontro razziale, riesce a vedere quel male trasversale che ha colpito chiunque: gli uomini sposati si ritrovano "davanti l'infinita realtà delle loro mogli", i giovani muoiono "dalla voglia di essere toccati da qualcuno di sconosciuto", i figli di genitori separati "si muovono per le strade silenziose, scarrozzati avanti e indietro da un isolamento all'altro", e chi alterna le notti di lavoro ai giorni a crescere i figli finisce per non distinguere più il confine tra un giorno e l'altro, tra una settimana e l'altra. Ecco il vero affresco che fa emergere tutte le debolezze della nostra società. Debolezze che, presto o tardi, finiscono per schiantarsi contro il singolo in una sofferenza che agli altri sembra sempre un'inezia, ma a chi ce l'ha addosso può, in taluni casi, rivelarsi inestricabile. In questo mondo alla deriva a dissociati e schizofrenici sembra per la prima volta che la realtà gli venga incontro. Tanto da spingere i sani di mente a chiedersi: "come dev'essere avere una mente in fiamme in questo mondo? Ti senti ancora più distante dal mondo? O il mondo, in queste nuove condizioni estreme, gli è finalmente venuto incontro?".
L'altro virus. Il saggio si conclude con una raccolta di ritratti. Zadie Smith li chiama Screeshot. Fermi immagine, in omaggio a John Berger, della follia generalizzata che, prima del lockdown, ha unito New York a Londra. Hanno il sapore di quei giorni e con poche pennellate riescono a far rivivere i momenti di sgomento prima dell'incubo da cui gli Stati Uniti non sono ancora venuti fuori. Un incubo probabilmente drammatizzato dai mass media, ma che sicuramente sta segnando tutti gli americani. Di questi screenshot l'ultimo è dedicato a un fatto che è avvenuto in pieno lockdown: la morte di George Floyd, l'afroamericano ammazzato da un poliziotto dopo essere stato fermato per un crimine da poco. Per la scrittrice è l'occasione per parlare di quell'altro virus, quello che non risparmia repubblicani e democratici e che spinge "chi guarda la siepe del proprio giardino" a vedere "un popolo di appestati: appestati dalla povertà, prima e più di ogni altra cosa". È il virus del disprezzo. "Un tempo pensavo che un giorno si sarebbe trovato un vaccino - conclude - ora non lo penso più".
Giampiero Mughini per Dagospia il 22 giugno 2020. Caro Dago, uno che fra duecento o trecento anni non avesse niente di meglio da fare che cercare di capire quale tipo di società fosse la nostra (anni Venti del terzo millennio) e quali tipacci ci vivessero, non dovrebbe fare a meno di censire e studiare le immagini tramesse a fiotti via WhatsApp. Ne parlo perché mentre mi è stato facile schivare ogni tipo di comunicazione via Facebook, Instagram e Twitter – e questo per il semplice fatto che non appartengo a nessuno di quei gentlemen’s club – non posso far nulla per schivare le centinaia di post che mi arrivano via WhatsApp da persone che conosco e da molte che non conosco. Quel che mi sfugge è il perché di tali invii, che immagino avvengano sulla base di una mailing list e già per questo offensivi. Ancora ancora capisco l’ansia di promuovere qualcosa del proprio lavoro, un libro o una ospitata televisiva. Per essere un peccato è un peccato veniale ed è umano che siano così tanti che lo compiano. (Chi mi conosce sa che nemmeno sotto tortura annuncio a qualcuno l’arrivo di un mio libro aut similia.) Ma quegli altri post? Le immagini di una pietanza su cui il mittente del post sta evidentemente per avventarsi. Le innumerevoli immagini di paesaggi, crepuscoli, alberi che campeggiano sotto il cielo, visioni della città da una terrazza. Il proprio volto in primo piano con un’espressione beata, la beatitudine di uno che nientemeno s’è fatto un selfie e gli è venuto così bene. C’è uno che conosco appena e che mi manda foto di lui bambino, reputa forse che sono un pedofilo? Tante le immagini familiari, immagini di cui me ne strafotterei altissimamente persino se fossero della mia famiglia, e del resto io una famiglia l’ho avuta a stento quando avevo sedici o diciassette anni e poi mai più. Naturalmente qualche eccezione c’è e merita una citazione, il mio amico Bellagamba da Orvieto mi manda stupende foto in bianco e nero di gambe femminili che più insinuanti di così non si potrebbe. Mi inginocchio innanzi a queste immagini, così come mi inginocchio alla memoria di George Floyd, il nero americano barbaramente assassinato da un poliziotto o forse sarebbe più semplice e esatto dire “da un criminale”. Beninteso tutto farei fuorché inginocchiarmi in memoria di Floyd a favore di una macchina da presa. Quel gesto lo farei dentro la mia testa, dentro la mia anima, com’è di tutto quello che accade nella mia vita. Dove non accade nulla ma nulla ma nulla che meriti di essere fotografato e consegnato all’occhio del mondo. Nulla.
Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 18 giugno 2020. È iniziata la Fase Quattro, quella dell'impazzimento. Affinché non si pensi che l'Italia sia l'unico epicentro, ieri per qualche ora si è creduto che un salmone norvegese, nuotando controcorrente, avesse infettato la Cina senza neanche chiedere permesso ai pipistrelli. A smentire qualsiasi coinvolgimento è dovuto intervenire il portavoce del salmone, il signor Ingebrigtsen, che di mestiere fa il ministro della Pesca con delega agli affumicati. Ma le scoperte non finiscono qui. Putin, uno se lo immagina cattivo ma coraggioso. Il classico tipo che, se incontra il virus per le scale, lo prende a sberle. Invece ha fatto montare una specie di autolavaggio a spruzzo davanti alla porta del suo ufficio al Cremlino per inondare di amuchina i visitatori (e poi chissà se è davvero amuchina). La smania di controllare l'incontrollabile (un contagio può essere tuttalpiù contenuto) ha colpito persino la tostissima premier neozelandese Jacinda Ardern, capace di continuare a parlare in tv durante una scossa di terremoto senza neppure inarcare il sopracciglio. Ma è bastato che due arzille signore arrivate dall'Inghilterra per il funerale di un parente risultassero positive per farle parlare di «fallimento inaccettabile del sistema» e ordinare all'Aeronautica Militare di presidiare i confini, si suppone con licenza di usare l'aviazione nel deprecabile caso in cui un salmone saltasse in groppa a un pipistrello. Se fossi il virus, comincerei ad avere paura di essere contagiato dagli umani.
Giancarlo Dotto per Dagospia il 17 giugno 2020. Chi siete? Non vi riconosco più. Cosa vi hanno fatto? Niente e nessuno più vi protegge? Siete usciti dalle gabbie, più grassi e più fragili, ma non siete mai usciti. Scappate da chi vi somiglia. Diffidate della vostra ombra. Deformati dalla paura, respirate la vostra paura. Dentro e fuori le vostre maschere. Animali tristi. Lucertole dalla coda mozzata. Polli decapitati. Pecore senza più il maschio. Fate assurde piroette pur di schivare il vostro fantasma. Allergici al sudore della donna amata. Silhouette dementi. Cenci imbiancati di clausura. Chiusi per fallimento. Commoventi per quanto spaventati. Irritanti per quanto spaventati. Sembrate storpi che hanno perso l’ultimo treno per Lourdes. Sagome allucinate che sanno guardare solo la punta delle proprie scarpe. Legnosi come burattini senza padrone. Goffi come lebbrosi in smoking alla festa dove nessuno vi ha invitato. Di ballare non se ne parla. Il più sano ha la rogna. Balbuzienti nel gesto, ancora prima che nella parola. Infetti nella mente. Imbecilli senza padre. E senza patria. Dalle vostre carcasse tremebonde solo tic epilettici. Vi scansate. Vi negate. Spaventate i vostri cani oltre che i passeri. I vostri gatti non vi riconoscono più. Fiutano il cattivo odore dei vostri passi incerti. Cercate distanze e trovate solo la folla dei vostri insani pensieri. I battiti amplificati del vostro batticuore. E della vostra vergogna. Di sentirvi così inermi. Non sapete se abbracciarvi o detestarvi. Pasticcioni e monchi. Avete covato cose più grandi di voi. Incapaci d’intendere e di volere, avete smarrito la bussola e dimenticato l’alfabeto. Inciampate sui vostri simili. Non sapete se darvi la mano o il braccio, i pugni o i talloni. Siete usciti dalle gabbie della mestizia e siete finiti nelle cantine dello spavento. Lo stesso pigiama. Lo stesso nodo in gola. Tornati bambini, dentro grandi mutande ed enormi paure. Mi fate paura. Non avete scelta, lasciatevi amare. O, meglio morire.
Ottavio Cappellani per “la Sicilia” il 21 giugno 2020. Ma di tutte quelle nuove abitudini, di tutti quei propositi, di tutte quelle inedite ed esaltanti attività delle quali ci siamo infatuati durante la quarantena forzata che ne sarà? Di quelle passioni – fulminee e per questo vere – che dovevano tracciare una linea definitiva tra il prima e il dopo, rivoluzionando il nostro essere noi stessi verso un’altra edizione della nostra personalità più bella, più profonda, più slow, più consapevole del tempo, più aderente alle nostre intime ispirazioni e aspirazione, di quelle scoperte che solo la vita vissuta con noi stessi, senza, come si dice, il logorìo della vita postmoderna, di tutte quelle faccende che prima non potevamo fare, perché era il mondo che ce lo impediva e alle quali invece ci siamo potuti dedicare anima e corpo, ecco, di tutte queste cose, finita la quarantena, per chiederselo sinceramente e senza falsi alibi, che minchia ne sarà?
Continueremo a farci il pane in casa come le nonne, che è un rituale antico al sapore dei quattro grani, che tuo marito (o tua moglie) ti guarda con rinnovato amore riscoprendoti ancella (o ancello) del focolare domestico?
Continueremo a leggere tutti i classici che non abbiamo letto perché i classici sono classici proprio perché sussurrano all’animo umano tutte quelle cose che nessun altro gli sussurra, e si sa che l’animo umano, se non trova qualcuno che gli sussurra ci resta male e fa la funcia?
Impareremo a suonare quello strumento un po’ etnico (è più facile lo strumento etnico e la quarantena dura quaranta giorni, lo dice la parola stessa, se volevo fare il direttore di orchestra mi iscrivevo al conservatorio) perché la musica parla all’anima, ah no scusate, sussurra?
Continueremo a volere ritrovare la nostra forma perduta, riappropriandoci del nostro ritmo vitale grazie allo jogging che uno corre, si mette la musica nelle orecchie, ed entra in una dimensione spazio-temporale che è un tutt’uno con il sudore che espelle le tossine (sono i piccoli colpi di tosse del fiatone) anche se non te ne devi più scappare di casa, con la scusa del ritmo vitale, perché non sopporti più i congiunti?
Continueremo a vederci quei film francoiraniani che non solo non succede niente, ma non si dicono neanche niente, perché si sa, si sa almeno da Michelangelo Antonioni, se non addirittura da Ingmar Bergman, che c’è l’incomunicabilità e filmare un muro per un quarto d’ora è vera arte perché tu non vedi il muro ma la storia di quel muro? E tu quando te la vuoi vedere la storia di un muro se non in quarantena?
Continueremo a fare bricolage perché l’uso delle mani, creare una cosa dal nulla, questa magia demiurgica direi, che prima il tavolo non c’era e adesso c’è il tavolo è una cosa che ti emoziona nel profondo e giuro ti viene da piangere, hai presente un parto, ma come se partorissi un tavolo?
Continueremo infine a scavare dentro noi stessi, in un flusso di coscienza che possa finalmente svelarci quello che ci celiamo, nel senso di celare e non di celiare, e portare finalmente alla luce quell’intimo di noi stessi diventatoci ahimé sconosciuto?
Credo che la risposta sia: ma ‘sta minchia.
Coronavirus, i cento giorni che ci hanno cambiato la vita (e ci hanno reso più digitali e impauriti). Quelli che già facevano fatica, chi ha perso e perderà, i più fortunati: ora è il momento di riunire le tre Italie. Antonio Polito il 15 giugno 2020 su Il Corriere della Sera. Cento giorni del Covid hanno cambiato gli italiani. Ma non tutti. Ci hanno reso diversi. Ma più diseguali. Migliori e peggiori, allo stesso tempo. Quasi tre Italie in una. Nel lungo lockdown cominciato cento giorni fa ci sono stati quelli «che hanno continuato a vivere nella povertà, che hanno tenuto i bambini in 40 metri quadrati, che erano abituati ad andare a fare la spesa dove le cose costavano meno», oggetto della commozione in tv del virologo dal volto umano, Giuseppe Ippolito dello Spallanzani. Insieme a loro — aggiungiamo noi — quelli che hanno dovuto uscire di casa ogni mattina perché fanno gli infermieri, i medici, gli addetti alle pulizie, i poliziotti, i rider, i postini, i benzinai, gli spazzini. Gente che ha tenuto in piedi l’Italia, e chissà quanto ci metteremo a dimenticarci il debito di riconoscenza che abbiamo nei loro confronti. Poi c’è stata l’Italia di mezzo: quelli che hanno potuto restare a casa ma hanno perso il reddito, la gente che ha un negozio, un ristorante, un bar, un albergo, uno studio di avvocato o un salone di bellezza, o che non ce l’hanno ma ci lavorano. Mesi di risparmi bruciati e tanta paura per ciò che verrà. Per loro il peggio comincia ora. E infine ci sono quelli che se la sono cavata: i «colletti bianchi» che hanno conservato posto e stipendio, hanno il Wi-fi e Netflix, fanno lo smart working e il bike sharing. A casa hanno riscoperto gli affetti, la lentezza, la gastronomia, i figli, l’amore coniugale. E quasi quasi ci sarebbero restati ancora un po’. Gli inglesi distinguevano, in mezzo alla tragedia dell’ultimo conflitto, coloro che avevano avuto una «good war». Stavolta, per fortuna, non sono pochi. Queste tre Italie, rese anche più diverse di prima dalla pandemia, vanno ora riunificate. Altrimenti rabbia e risentimento le metteranno l’una contro l’altra, e tutte e tre contro il Palazzo. Non sarà un pranzo di gala, né un buffet a Villa Pamphilj. Bisognerà forse partire da ciò che ci ha invece unito.
Siamo tutti più spaventati, innanzitutto. Abbiamo visto il lato oscuro della Natura, la morte in faccia, un virus senza cure e vaccini. La nostra presunzione di invulnerabilità, l’idea che ormai si possa morire solo per un fallimento della medicina, ne è uscita a pezzi. Ora sappiamo, e vogliamo essere curati meglio, chiediamo ospedali e ambulatori più efficienti, con più dottori e meno politica. Diteci quanto costa e non badate a spese.
Siamo più disciplinati. Sappiamo stare in fila. Mai visto niente del genere. Non è chiaro perché servizi essenziali come banche, poste e uffici pubblici funzionino ancora con il razionamento, ma lo accettiamo e stiamo in fila. È un patrimonio su cui costruire. Il rispetto delle regole è stato sorprendente per un popolo di solito così individualista. Vuol dire che c’è un capitale di responsabilità, di senso del dovere, consapevolezza che la libertà di ciascuno deve coesistere con quella di tutti gli altri.
Siamo più digitali. Non che abbiamo imparato chissà che, né che la banda sia diventata così larga. Ma abbiamo capito qualcosa da cui difficilmente torneremo indietro: si possono fare tante cose, perfino una visita medica, senza spostarsi fisicamente. Senza prendere la macchina, salire su un aereo, viaggiare per ore, aspettare un bus, arrivare in ritardo. È una cosa buona. Ci saranno grandi risparmi per le aziende, meno pressione sull’ambiente e più flessibilità per tutti, per conciliare tempo di vita e tempo di lavoro. Siano perfino diventati più puntuali: le conference call, chissà perché, cominciano precise, senza il quarto d’ora accademico. Ma è anche una cosa pericolosa. Può trasformarsi in pigrizia, assenteismo, illusione di una vita in infradito. Soprattutto non può sostituire il lavoro in presenza lì dove è indispensabile: la scuola, l’università, i servizi agli anziani, dai quali non si può pretendere un collegamento su Zoom.
Siamo più ignoranti. Otto milioni di italiani hanno perso un anno di scuola o giù di lì, per quanto encomiabili siano stati gli sforzi di didattica a distanza. C’è chi ha perso di meno e chi di più, perché la «DAD» ha funzionato solo nelle famiglie con un buon livello di istruzione, molti device e un ottimo collegamento in rete. Dunque ha eroso il sistema educativo nazionale e la sua funzione di coesione sociale. Guai a perdere pure l’appuntamento di settembre.
Siamo più patriottici. Le bandiere italiane sono comparse numerose ai balconi delle case, manco fossimo ai Mondiali: un modo di tenersi su, «stringiamoci a coorte». Grandi folle si sono radunate per guardare le Frecce Tricolori. Ampi consensi hanno sostenuto la difficile azione del governo. Ma attenzione: gli italiani che hanno investito nel tricolore saranno anche i primi a sentirsene traditi, se ne avranno motivo. Non ce lo possiamo permettere. (Ps: cento giorni dopo, questo è anche il mio ultimo «Taccuino dal virus». È ora di raccontare il dopo.)
Azzurra Barbuto per "Libero Quotidiano" il 12 giugno 2020. Brillanti pensatori, dotti studiosi, opinionisti da strapazzo avevano profetizzato che il virus ci avrebbe indotti ad essere più buoni, altruisti, attenti al prossimo. In realtà, il Covid-19 ci ha resi soltanto più soli, oltre che più diffidenti. Che negli ultimi mesi il nostro senso di solitudine si sia acutizzato e le distanze non solo fisiche si siano trasformate in fratture e abissi è confermato dai dati di Telefono Amico, organizzazione che dal 1967 si prende cura di chiunque abbia bisogno di sostegno garantendo il totale anonimato e che comprende 20 centri di ascolto telefonico locali distribuiti su tutto il territorio nazionale, per un totale di 500 volontari. In tre mesi l'associazione ha ricevuto oltre 2mila richieste di aiuto attraverso WhatsApp, una media di 24 al giorno, ossia una ogni ora. Aumento vertiginoso se consideriamo che dal 2017 all'inizio della epidemia sono stati 5 mila gli utenti che si sono affidati allo strumento di messaggistica istantanea al fine di entrare in contatto con Telefono Amico, che di recente ha dovuto allargare la sua rete di volontari che si occupano di questo servizio specifico, portandoli da 20 ad oltre 50. Pure le chiamate sono cresciute, anzi raddoppiate rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, superando la quota di 25 mila telefonate al numero unico 02 2327 2327 in appena 90 giorni, per una media di quasi 300 chiamate al dì, una ogni 5 minuti. Queste cifre ci danno l'idea di quanta disperazione abbia in queste settimane albergato negli animi degli abitanti della penisola. Nel momento in cui si è arrestato bruscamente quel vortice nel quale tutti vivevamo immersi e che ci faceva correre da mattina a sera senza sapere il perché, ci siamo d'improvviso accorti di non avere accanto nessuno con cui dialogare, che ci abbracci, con cui piangere e ridere, condividendo gioie e dolori. Le statistiche Tale spesso strato di vuoto avvolge sia gli uomini che le donne, ma mentre i primi prediligono parlare a voce con i volontari di Telefono Amico, le seconde utilizzano la scrittura e depositano su WhatsApp paure e sensazioni. All'ascolto c'è sempre un volontario, il quale risponde prontamente spingendo colui o colei che è in cerca di conforto a non disperare e a non sentirsi abbandonato. Snoccioliamo più attentamente le statistiche: nel 62% dei casi gli utenti che hanno usufruito del servizio di WhatsApp Amico, attivo tutti i giorni dalle 18 alle 21 (345 0361628), sono state donne tra i 20 ed i 40 anni. Di età compresa tra i 26 ed i 35 anni nel 29,8% delle rilevazioni o tra i 36 e i 45 anni nel 23,4%. Il tema del Covid-19 è stato affrontato nel 38% delle conversazioni. Stupisce questa larghissima percentuale di signore, pure abbastanza giovani. Ragazze che una volta sarebbero state sposate e che oggi sono single o separate, quindi si sono ritrovate a trascorrere i mesi della quarantena in totale solitudine e senza la possibilità di incorrere nella presenza umana magari in ufficio, in palestra o in altri luoghi di aggregazione come è sempre avvenuto. Il 54% di coloro che hanno usato la chat di Telefono Amico lo ha fatto per problemi quali disagi esistenziali, legati a prospettive di cambiamento, senso di isolamento e bisogno di compagnia, ma sono state segnalate altresì problematiche relazionali (36%) o connesse alla sensazione di emarginazione (8%). Talvolta sono emersi problemi specifici legati alla salute psichica, alla violenza fisica e psicologica, alle condizioni lavorative ed economiche, a lutti. Le giovanissime non disdegnano affatto la stesura di lettere in cui si sfogano e domandano soccorso, inviate all'indirizzo mail dell'associazione. Esprimersi in libertà Il 69% dei soggetti che adoperano le chiamate dirette invece è costituito da maschi, di età compresa tra i 36 ed i 55 anni (50%). «La netta differenza dell'utenza dei nostri tre strumenti di ascolto è strettamente connessa alla familiarità e confidenza delle persone con i vari mezzi di comunicazione», spiega Monica Petra, presidente di Telefono Amico Italia. «Quando emerge in noi l'esigenza di raccontare le nostre emozioni, avvertiamo pure la necessità di farlo in situazioni confortevoli, in quanto aprirsi è operazione faticosa e difficile. Ognuno, dunque, seleziona la modalità che conosce meglio e con la quale riesce ad esprimersi con maggiore libertà», continua Petra. Forse è giunta l'ora di assumerci qualche rischio compiendo un primo piccolo passo in avanti per uscire fuori da quel perimetro angusto che troppo di frequente ci tracciamo intorno e andare incontro a chi potrebbe essere solo come noi.
Questa pallina rossa sarà l’icona universale del Ventunesimo secolo. Lori Zaccaria su Il Dubbio il 31 maggio 2020. La pandemia che flagella il pianeta ci porta dolore e sgomento, ma allo stesso tempo ci fa sentire “terrestri” come nessun altro evento nella storia dell’umanità. C’è un’immagine, che negli ultimi tre mesi, è diventata la prima “Icona globale” per gli abitanti del nostro pianeta. Perché per tutti loro – sparsi nei cinque continenti – quell’immagine ha lo stesso significato e la stessa importanza. Nella storia umana non era mai successo niente del genere. Quella figura comparsa dal nulla si è intrufolata nelle nostre esistenze e non accenna ad andare via. I giornali ne sono pieni, per non parlare delle tv, di tutti i programmi tv. Di qualunque genere sia la trasmissione, qualunque sia l’argomento trattato, ecco che ad un certo punto salta fuori lei, l’Icona. Ha la forma di una strana pallina piena di protuberanze e di ventose floreali, simili ai fiori lussureggianti che sbocciano sulle piante grasse del deserto. Tutti, anche i bambini conoscono il suo nome: “Corona virus”. In certi spot pubblicitari la pallina la fanno quasi rotolare fuori dallo schermo. Viene voglia di scansarsi per paura di essere colpiti. Sembra di essere tornati al 1895, ai tempi dei Fratelli Lumière, il primo faccia a faccia dell’umanità con le meraviglie del cinema, quando su uno schermo improvvisato comparve un treno che correva velocissimo verso gli spettatori, che erano scattati in piedi terrorizzati e urlanti, cercando di fuggire per non essere travolti. Quel treno, così vero, così pericoloso, ma così virtuale, è una celebre Icona del diciannovesimo secolo, il secolo che ha proiettato l’umanità verso frontiere avvincenti e inesplorate. Per attimi infiniti quel treno veloce spaventa a morte gli antenati dei moderni cinefili, che poi tornano in sé e ridono del loro stesso spavento, causato da un pericolo che pareva incombente ma che era inesistente. Alcuni mesi fa, si diceva che fosse inesistente anche il pericolo mortale connaturato a quella pallina bitorzoluta e infiorettata che a volte sembra schizzare fuori dagli schermi televisivi. Solo pochi ricercatori erano riusciti ad osservarla, con difficoltà, al microscopio, perché lei è sfuggente, al punto che molti dubitavano della sua stessa esistenza. «E se esiste- sentenziavano i dubbiosi – è solo uno dei tanti virus che ogni anno ci porta in dono l’influenza. Niente di più, vedrete che in quattro e quattr’otto, verrà trovato un vaccino che lo metterà KO». Ci aveva pensato lui stesso, il Coronavirus, a informarci che la sua pericolosità non era un’illusione, non era inesistente come quella del treno sul telone bianco. Quando il virus, partendo dalla Cina, aveva cominciato a distribuire – democraticamente – terrore e morte all’intero Pianeta, si erano messi a tremare anche i negazionisti più incalliti, capeggiati dal Presidente americano Trump, che vedendo i morti americani avanzare verso la cifra di centomila e i disoccupati superare le decine di milioni, terrorizzato di non essere rieletto nelle imminenti elezioni di novembre aveva perso la testa cominciando a emettere, una dietro l’altra, dichiarazioni sconclusionate e agghiaccianti. Come quando invitò i suoi concittadini a bere il disinfettante per uccidere il virus nel loro corpo. «E’ un sociopatico» lo ha bollato il novantenne Noam Chomsky, nella sua ultima intervista. Come non concordare con la sua diagnosi psichiatrica? Ma la nostra Icona colorata non è interessata alle dispute politiche, lei vuole solo sopravvivere e moltiplicarsi. E’ una pallina globale che non conosce confini e si sposta velocemente utilizzando tutti i mezzi di trasporto dell’era moderna. C’è un solo modo per evitare di incontrarla, e rischiare di infettarsi, o addirittura di morire: chiudersi in casa e non uscire. Cosa che abbiamo fatto “diligentemente” per due mesi e mezzo. Ma parliamo un po’ di lui, conosciamolo meglio. Gli scienziati di tutto il Globo lo hanno ribattezzato ” Sars- Cov2”, mentre per i media è semplicemente il “Coronavirus”. Noi lo chiameremo così. E’ meno scientifico e burocratico e più confidenziale. E’ anche più adatto all’aspetto di lui che ci viene propinato in continuazione. Immagini di tutte le dimensioni e di tutti i colori, ormai diventate Icone. Sembra quasi che un Andy Warhol redivivo si sia impossessato di quella figura stramba e inquietante, e arricchendone i dettagli e aumentandone le dimensioni la stia distribuendo in giro per il Pianeta. Ovviamente mutandone in continuazione i colori: rosa, verdino, viola, rosso, blu, trasparente, o tutti quei colori ed altri ancora combinati insieme. Quella pallina di Virus fino a tre mesi fa era sconosciuta a tutti, ma ora che se ne va in giro per il globo a seminare dolore e morte, riempie dalla mattina alla sera i nostri pensieri di tutti i giorni. La sovrabbondanza e la stilizzazione della sua immagine sui media, ci allontanano però dalla comprensione delle vere fattezze del virus e dalla percezione delle sue dimensioni reali, che sono talmente piccole che per noi, le unità di misura per esprimerle sono incomprensibili e desuete. Persino i ricercatori più esperti, forniti dei microscopi più potenti, quando lo cercano nell’universo dell’infinitamente piccolo per studiarne forma e comportamenti, fanno fatica a studiarne il comportamento. Ma a noi comuni mortali, di lui, dell’Orco che terrorizza il mondo intero, sui media vengono offerte raffigurazioni idealizzate e fantastiche. E come ogni Orco che si rispetti, per forza di cose deve essere grande. Quando eravamo bambini, l’Orco delle favole non era forse un gigante? Non era per questo che ci faceva tanta paura? Ma noi – ahimè – non siamo più bambini ma adulti, e quindi non è solo la paura a renderci responsabili, ma in misura maggiore la conoscenza e il giudizio. Una conoscenza che potrebbe essere più democraticamente condivisa, se solo lo si volesse. Ora gli scienziati stanno cercando di capire chi è, da dove viene, e come agisce quella pallina invisibile dispensatrice di morte. Soprattutto non sanno ancora come arrestare quel suo ruzzolare per il mondo alla ricerca di un ospite in cui albergare. Quando il Coronavirus lo scova si deposita lì dove si trova meglio. All’inizio sembrava che in un corpo umano il suo Hotel a 5 stelle fosse il polmone, ma pare che si trovi altrettanto bene anche nelle arterie. Una volta scelto il posto comincia a nidificare e a fare dan- ni. Sta a noi non dargli ospitalità. Per questo, per non farci scovare da lui e per capire meglio come combatterlo, siamo rimasti per lungo tempo rinchiusi a casa nostra. Eravamo in “lockdown”. Ecco un altro interrogativo: perché dirlo in inglese? Come nasce questo linguaggio e da chi? Si parla di “Distanziamento sociale”. Ma che vuol dire, che devo farmi dare del lei dal portiere? Che modo di parlare assurdo, che cela, nasconde, che genera confusione, frustrazione, impotenza e anche rabbia. Non sarebbe sufficiente parlare di distanziamento? Perché non dirlo in italiano che siamo stati in confinamento? Per non ammettere che siamo stati messi in un angoletto, in castigo? Con tanto di sanzioni per chi violava le disposizioni? Molti pensano proprio questo. Perciò hanno voglia di trasgredire i divieti? Non sembra di essere tornati bambini, e di giocare a nascondino col Coronavirus dalle ventose fiammeggianti? Sperando di sentire pronunciare finalmente quella frase tanto desiderata e agognata: «Tana libera tutti!». Come eravamo felici quando qualche compagno di giochi riusciva a pronunciare quella fatidica frase. Uscivamo dai nostri nascondigli felici, perché in quel giro l’avevamo scampata. Purtroppo, oggi, solo un vaccino potrà averla vinta sul virus. Solo il vaccino sarà in grado di dire finalmente “Tana libera tutti!”. Ora si sta pensando di superare quel vissuto di messa in castigo, e in giro c’è un gran vociare politico- ideologico. Ci sono due fronti, il primo comprende chi vuole stoppare il confinamento e predica il verbo del “riapriamo tutto e subito“. Poi c’è chi frena, e sostiene che si, è vero, il virus stiamo imparando a tenerlo a bada ma è tutt’altro che domato, perciò non è ancora arrivato il momento di mollare la presa. In questo clima pieno di dubbi è scattata la fase 2. La cui parola d’ordine è convivere con il virus. Dunque non giocheremo più a nascondino con lui chiusi al sicuro in casa. Ora siamo di nuovo liberi di andare dovunque. Il gioco è cambiato, si gioca a guardia e ladri col Corona virus. Un gioco pericoloso, che potrebbe ridiventare tragico se non si tiene la guardia alzata seguendo le solite regole: distanziamento, mascherina, niente assembramenti, lavaggio delle mani. Perché ora lui cammina accanto a noi e aspetta solo il momento propizio. Naturalmente c’entra l’Economia in questa svolta repentina. Necessaria e forse tardiva secondo i profeti del “riapriamo tutto subito”. Prematura e pericolosa per i “frenatori”, i “gradualisti”. «Quest’anno l’Italia perderà più del 10% del Pil- incalzano i primi – «Sarà una catastrofe, bisogna tornare ai livelli produttivi di prima della Pandemia». «Ma non a scapito della salute dei cittadini», ribattono gli altri. Ma è una cosa buona e saggia giocare a rimpiattino col Corona virus perché tutto torni come prima? Era tutto così perfetto prima della Pandemia? Non ci può essere un altro modo di intendere l’economia prima che l’economia finanziaria vista in questi ultimi anni porti alla distruzione del lavoro e del Pianeta? Nel 2002 fu assegnato il premio Nobel per l’Economia allo psicologo israeliano Daniel Kahneman «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni di incertezza». Molto sinteticamente Kahneman sosteneva che il Pil di un Paese ( il prodotto interno lordo) doveva essere trasformato nel Fil (Felicità interna lorda). Sembra che sino ad ora, sia stato solo il Bhutan l’unico Paese al mondo ad adottare la Felicità interna lorda. Vorrei utilizzare una metafora riguardo a come sono state trattate le persone over 70 in quest’epoca di Corona virus. Si era parlato di tenerle confinate più a lungo degli altri cittadini, ma poi – visto lo sgranare degli occhi dell’intero paese – questa ipotesi bislacca era stata lasciata cadere. In realtà però gli over 70 si sono ritrovati chiusi nella loro casetta in mezzo al bosco come nella fiaba di Cappuccetto Rosso e sono stati divorati tragicamente a migliaia da un terribile Lupo cattivo, proprio come era accaduto alla nonna di Cappuccetto Rosso. Il cacciatore purtroppo non è arrivato in tempo a salvarli. Ogni giorno vengono snocciolati numeri impressionanti. Numeri, non nomi. Persone che hanno perso anche la dignità di essere chiamate per nome. E quelle immagini, quelle orribili immagini di fosse comuni, di persone bruciate per strada, quelle file interminabili di camion militari che portano via le bare di persone senza nome, resteranno impresse per sempre nelle nostre menti Dobbiamo dire però, che questa pallina colorata che arreca tanto dolore, sta facendo all’umanità un dono prezioso, le sta finalmente dando la consapevolezza che siamo tutti abitanti dello stesso Pianeta, il Pianeta Terra. Non più solo italiani, europei, asiatici, americani, africani, ma Terrestri. Un concetto che conoscevamo in maniera astratta, ma che ora, stiamo finalmente introiettando: con la pandemia globale, con la paura e la morte che l’Icona dai colori sgargianti continua a distribuire senza guardare in faccia a nessuno, come nella poesia di Totò “A’ livella”, ricordate?”. Quello che sta accadendo in questi mesi, in queste settimane non era mai accaduto nella storia dell’umanità: tutto il mondo unito per combattere lo stesso Orco, invisibile e spietato. Se noi Terrestri saremo saggi, questa consapevolezza acquisita in un momento di paura e di dolore sarà molto preziosa in futuro. Questo dobbiamo sperare, che il cambiamento culturale, sociale, economico e climatico del nostro Pianeta avvenga ad opera delle generazioni future. Non credete? Saranno loro ad operare un vero cambiamento nel nostro modo folle e tragico di stare sulla Terra, che arbitrariamente consideriamo solo nostra escludendo gli altri organismi viventi che la abitano.
Come rinasceremo dalla catastrofe: la crisi raccontata attraverso la filosofia. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 10 Aprile 2020. E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare. “Allegria di naufragi”. Il titolo di questa meravigliosa poesia di Giuseppe Ungaretti diventa monito per affrontare questi giorni difficili. Il poeta scrive i versi dopo gli anni terribili della Prima Guerra Mondiale: il superstite, come un lupo di mare, è pronto a riprendere il viaggio, perché scopre un’istintiva allegria e un’inaspettata vitalità proprio nei giorni disperati della catastrofe. Noi – che siamo ancora dentro il naufragio e tra i flutti di una tempesta individuale e collettiva –ancora non intravediamo la terra ferma, ma possiamo riconoscerci nella disperata allegria di cui parla Ungaretti. La tempesta spazza via le vecchie certezze economiche, politiche, sociali e perfino religiose, ma lascia nei reduci un impulso vitale carico di nuovi desideri e speranze. «Non si tratta di filosofia, si tratta d’esperienza concreta» scrive Ungaretti: nella conoscenza diretta del dolore, ci dice il poeta, si riafferma la forza della vita. Ora che stiamo sperimentando la più grande emergenza globale dal secondo dopoguerra – chiusi in casa nell’attesa della fine della crisi sanitaria, ansiosi e terrorizzati di scoprire il nuovo mondo di domani – questo monito risuona potente e confortante: esiste una forza vitale nel cuore della “catastrofe”. Non è un caso che il primo significato del verbo greco da cui questo termine ha origine – kata sotto, strepho volgere – sia connesso proprio a un’azione concreta di capovolgere: arare la terra. L’immagine è quella dell’aratro che rivolta il terreno, del vomere che penetra nel suolo compatto: ciò che prima era intero ora è frammentato in mille zolle diverse. Nelle inquietudini di questi giorni sospesi, percepiamo solo questa potenza distruttiva della catastrofe: il mondo che conoscevamo sembra scomparso, l’integrità delle nostre certezze è definitivamente lacerata. La catastrofe è un evento irreversibile che rompe per sempre l’ordine lineare precedente. Niente è più come prima. Ma all’azione dell’arare è connessa un’altra promessa: il terreno così dissestato sarà capace di una nuova fecondità. Ciò che prima stava sotto, ora è tornato in superficie: la terra ricomincia a respirare ed è di nuovo fertile, pronta per la concimatura e per la semina. Al trauma dell’aratura, segue una nuova e vitale fioritura. D’altronde, come recita un’antica poesia, «il fiore che sboccia nelle avversità non è forse il più raro e il più bello di tutti»? In questa prospettiva, quindi, la fine di un mondo, non è la fine del mondo: dall’energia sprigionata dallo schianto – “l’allegria” di cui parla Ungaretti – si configura un nuovo inizio. Ma cosa piantare per raccogliere buoni frutti? Come immaginare gli scenari post-catastrofici per riprendere il viaggio nella giusta direzione? Ci viene in aiuto il secondo significato di questo enigmatico lemma greco. Katastrophé, infatti, è un termine che appartiene al linguaggio della drammaturgia antica: indica la conclusione della storia, la svolta narrativa, il rivolgimento improvviso della vicenda dell’eroe che porta a compimento l’azione drammatica. Il prefisso kata, infatti, indica un movimento dall’alto verso il basso: la caduta finale dell’eroe conduce alla conclusione della vicenda con l’immancabile esito nefasto e luttuoso. Perché allora non partire proprio da qui, dall’estetica della catastrofe, dallo storytelling del naufragio? D’altronde, la letteratura, il teatro, il cinema, la serialità televisiva hanno raccontato la catastrofe e drammatizzato il cataclisma in mille declinazioni diverse. E se la risposta alla realtà della pandemia che sta sconvolgendo il mondo fosse nascosta proprio nelle finzioni che, per secoli, l’hanno “messa in scena”? Perché non ascoltare coloro che hanno raccontato la fine di un mondo per scorgere il preludio di un nuovo possibile inizio, per capire come costruire nuove scialuppe dai frammenti rimasti a galla dopo il nubifragio, per sentir risuonare l’eco di quella misteriosa allegria del naufrago di cui oggi tanto sentiamo il bisogno? Consapevoli che, come scriveva il poeta Hölderlin più di due secoli fa, «soltanto nel profondo dolore risuona per noi divino il canto della vita».
L’emergenza e l’insegnamento di Proust: amiamo la vita solo se minacciati. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 26 Maggio 2020. «Credo che la vita ci sembrerebbe improvvisamente deliziosa, se fossimo minacciati dalla morte come voi dite. Pensate, in effetti, quanti progetti, viaggi, amori, studi, lei – la nostra vita – tiene in stato di dissoluzione, invisibili alla nostra pigrizia che, sicura del futuro, li rimanda senza tregua. Ma se tutto questo rischia di essere per sempre impossibile, come ridiventerebbe bello! Ah! Se solo il cataclisma per questa volta non avesse luogo, non mancheremo di visitare le nuove sale del Louvre, di gettarci ai piedi della signorina X, di visitare le Indie». Con queste parole Marcel Proust risponde alla domanda posta dal quotidiano francese L’intransigeant nell’agosto del 1922: «Uno scienziato americano annuncia la fine del mondo, o almeno la distruzione di una così vasta parte dei continenti, e in maniera così improvvisa, da rendere certa la morte per milioni di esseri umani. Se questa divenisse certezza, quali ne sarebbero, a parte il vostro, gli effetti sull’attività degli uomini tra il momento dell’acquisizione di tale certezza e il minuto del cataclisma? Infine, quanto a voi personalmente, che cosa fareste prima dell’ultima ora?». Sono passati pochi anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dell’epidemia di influenza Spagnola, due eventi catastrofici che hanno causato milioni di morti e hanno tinto di nero le dolci speranze della Belle Époque. Il giornale, appigliandosi alla predizione di un imprecisato scienziato americano, profetizza ai suoi lettori l’imminente apocalisse e chiede allo scrittore francese di ipotizzare le reazioni degli uomini di fronte all’incombente spettro della fine. Cosa faremmo se avessimo coscienza dell’arrivo della fine del mondo? Proust vive già dentro la catastrofe, segregato nella penombra della sua casa, assillato dai sintomi di una malattia che gli colpisce i polmoni, ossessionato dalla conclusione della sua opera. Risponde in poche righe, senza sapere che la fine del suo mondo era alle porte, sarebbe morto neanche tre mesi dopo, il 18 novembre di quello stesso anno. La pandemia mondiale da Covid-19 ha evocato anche per noi, generazione poco avvezza al confronto con la portata mortifera delle catastrofi, lo spettro dell’apocalisse. E “apocalisse” – lo dice l’etimologia della parola che deriva da “apo, non” e “kalyptein, coprire” – significa “rivelazione”. L’apocalisse è uno svelamento che ci fa scoprire una verità, ci fa vedere le cose con uno sguardo diverso, ci mette in contatto con una parte di noi stessi che non conoscevamo. L’apocalisse è una “visione” che ci dà un nuovo punto di osservazione sul mondo, fuori e dentro di noi. E se la minaccia dell’apocalisse è davvero un’epifania allora è l’intera nostra vita che deve cambiare di segno: progetti rimandati sono riscoperti, desideri rimossi tornano urgenti, speranze sopite si riaccendono. Il pericolo della fine imminente scansa la pigrizia, ridefinisce le priorità e ridisegna i valori. Se la catastrofe sarà scongiurata – abbiamo promesso a noi stessi in queste settimane – «niente sarà più come prima!». Lo spettro della fine – mentre eravamo rintanati delle nostre case e potevamo vedere il mondo a distanza, protetti dai vetri delle nostre finestre – ci ha concesso un nuovo sguardo sul mondo, di percepire il senso delle cose nel momento della loro assenza e lontananza. Lo stesso Proust, nella raccolta Les plaisir e le jours nel 1896, esprime il potenziamento della sensibilità causato dall’isolamento paragonando la sua condizione a quella di un personaggio della storia sacra: Noè, costretto a starsene chiuso nell’arca per 40 giorni mentre sulla terra infuriava il diluvio universale. «Più tardi fui spesso malato e per lunghissimi giorni dovetti anch’io rimanere dentro l’arca. Compresi allora che mai Noè poté vedere il mondo meglio che dall’arca nonostante che fosse chiusa e che sulla terra regnasse la notte». Forse è vero che non avevamo mai visto bene il mondo e la vita – con le loro meraviglie e i loro orrori – come da dentro la nostra arca in questi difficili mesi di distanziamento sociale. Ma, continua Proust su L’intransigeant, «il cataclisma non ha luogo, ed ecco che non facciamo niente di tutto questo, perché ci troviamo reinseriti nel pieno della vita normale, dove la negligenza smorza il desiderio». Passata la tempesta, sedata l’emergenza, inizia la fase due e, con lei, si ritorna lentamente alla normalità. Il tran tran della vita quotidiana allontana il ricordo di quel tempo eccezionale, carico di senso grazie all’incombere della fine e alla sospensione della routine. L’avvicinarsi dell’apocalisse aveva reso la vita “deliziosa” perché l’impossibile sembrava possibile. Ora, invece, tutto ci sembra terribilmente normale e ordinario. Il tempo della catastrofe si è ormai trasformato: il tempo dell’emergenza si è convertito nel tempo della convivenza. Siamo di fronte a un nuovo pericolo e dobbiamo stare in guarda: il ritorno di quella che Proust chiamerebbe la nostra “seconda natura”, l’abitudine. L’abitudine, certo, è essenziale per sopravvivere, senza di lei il nostro spirito sarebbe impotente, saremmo incapaci di «renderci abitabile» perfino una stanza nuova. Ma quest’istinto di sopravvivenza abitudinario ha anche un’influenza anestetizzante sui nostri sensi: ci impedisce di pensare altrimenti, di vedere la “parte «misconosciuta della realtà», di percepire le cose belle e anche quelle «infinitamente tristi», di conoscere «le crudeltà e gli incanti» della nostra prima natura. Di solito, dice Proust, viviamo con il nostro essere ridotto al minimo e «la maggior parte delle nostre facoltà resta addormentata, riposando sull’abitudine che sa quel che c’è da fare e non ha bisogno di loro». Dopo il diluvio, quando lo spettro della fine si è allontanato, siamo ansiosi di acclimatarci, assuefacendoci a nuove abitudini. I desideri dei tempi estranei tendono a spegnersi nella supina accettazione di nuove consuetudini. L’abitudine è la prima a spuntare “sulla roccia apparentemente più desolata”. Forse questo è il rischio più grande della fase 2: abituarci a una nuova normalità, immergerci in nuove abitudini, senza accorgerci che il mondo, nel frattempo, è diventato meno bello e meno libero di prima. Il pericolo è che questa sia l’ennesima apocalisse senza apocalisse, apocalisse senza rivelazione e senza verità. Ascoltiamo le ultime parole che Proust consegna al quotidiano parigino: «Eppure non avremmo dovuto aver bisogno del cataclisma per amare la vita che oggi ci è data. Sarebbe stato sufficiente pensare che siamo esseri umani e che la morte può arrivare stasera».
La profezia di Jack London: il valore del "superfluo" come rinascita. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 14 Aprile 2020. «E la maionese! Ma ci pensate… la maionese! L’ultima volta che l’hanno fatta è sessant’anni fa! Due generazioni senza neanche sentirne l’odore. E dire che a quei tempi la servivano con il granchio in tutti i ristoranti». L’età della maionese è evocata da James Howard Smith, il protagonista del breve romanzo che Jack London, l’autore dei più noti Martin Eden e Il richiamo della foresta, pubblica nel lontano 1912. La peste scarlatta, questo il titolo delle pagine profetiche di London, è ambientato nel 2073, in un mondo post-apocalittico sconvolto da una terribile pestilenza: una letale malattia che tinge di rosso la pelle e conduce il malato a morte certa in poche ore; un’epidemia che avrebbe sterminato la quasi totalità della popolazione. Un libro profetico e visionario, che anticipava di pochi anni l’influenza spagnola che si sarebbe abbattuta con milioni di morti in tutti i continenti su un mondo già prostrato dalla Prima Guerra Mondiale. «Era l’estate del 2013 quando scoppiò la peste. Io avevo 27 anni e lo ricordo bene», racconta Smith all’epoca giovanissimo professore di letteratura. Quando pronuncia queste parole, però, non è che un vecchio nostalgico, coperto da una pelle di capra. Un disperato che ha vagato per molto tempo solingo nei boschi, pensando di essere l’ultimo abitante della terra. Un misero nonnino che piagnucola sul tempo perduto, mal sopportato dai ragazzi che lo ascoltano. I lupi sono usciti dalle selve e gli uomini sono simili a bestie. Dopo l’apocalisse non c’è spazio per le vecchie gerarchie. «Tutto il mondo è sottosopra»: la California è sprofondata in pochi anni in una primordiale età della pietra, come se, in fondo, l’uomo fosse a suo agio nella barbarie e dimenticasse fin troppo velocemente la civiltà. Le conquiste dell’umanità sono «fugaci come schiuma» e la natura (ri)prende facilmente il sopravvento sulla cultura. L’uomo è esposto alla possibilità costante di una (ri)caduta: nessuno aveva pensato che potesse finire la democrazia, finché non è successo. Non ci sono più differenze sociali; non esiste vita spirituale. Spazio e tempo sono appiattiti su preoccupazioni materiali, sulle immediate necessità dettate dalla legge della sopravvivenza. Nelle due generazioni che separano il nonno dai nipoti, il ricordo del mondo precedente è pressoché scomparso e le parole del superstite custodiscono e tramandano la memoria di ciò che fu, tra le risatine sprezzanti dei giovani riuniti intorno al fuoco dopo la caccia. Il professore ha conservato i libri per mantenere viva la memoria, ma i nipoti non sanno neanche leggere. Alle citazioni poetiche, alle frasi in latino, ai riferimenti letterari, ai suoi “soliloqui sconclusionati” i ragazzi rispondono distratti e disinteressati. La peste scarlatta ci mette in guardia dalla più terribile e subdola delle conseguenze: l’imbarbarimento del linguaggio. La catastrofe rende le parole complesse obsolete, impoverisce il lessico. I giovani si esprimono in una sorta di gergo gutturale, senza alcuna complessità grammaticale. Un linguaggio allo stato di natura, puramente comunicativo. La parola indica ciò che è visibile senza alcun tipo di astrazione. Il professore parla di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, i ragazzi sanno parlare solo di ciò che è. E in un mondo dove esiste solo il significato letterale, le parole non alludono ad altro. Le cose sono quel che sono. «Quello che non si vede non c’è, punto e basta» concludono sbrigativi i ragazzi. Anche la parola con la quale il professore descrive il colore che designa la peste semina discordia: i ragazzi non conoscono il significato di «scarlatto» perché «il rosso è rosso e basta». Concretezza, senza sfumature. Con quali parole, allora, raccontare il mondo prima della peste in questo dialogo impossibile tra generazioni che non si comprendono? Basta una parola a sintetizzare l’abisso che separa il prima dal poi: maionese. Nel mondo post-apocalittico, chi conosce il profumo e il sapore della maionese? Proprio il riferimento al diverso rapporto con il cibo descrive bene il senso del catastrofico cambiamento che sentiamo di vivere in queste settimane di quarantena. Mangiare – ora che si parla di garanzia per «l’approvvigionamento alimentare» e di «beni di prima necessità» – è sì un bisogno primario, ma è anche molto di più. Il cibo ha a che fare con un mondo di cose “invisibili” e di beni “non necessari”, con il gusto e con la bellezza, con il piacere e con la trasgressione, con il lusso e con il superfluo, con il desiderio e con il peccato, con la libertà e con il benessere. Il cibo non è solo natura, ma è anche e soprattutto cultura. Maionese è la parola che chiama alla memoria un’altra vita, tanto lontana eppure così presente, in cui ciò che è superfluo è quanto mai necessario per tornare a essere umani. Oggi sentiamo un vago senso di colpa nel comprare le uova di cioccolata e le colombe decorate sfornate dalle pasticcerie artigianali – le stesse che oggi hanno l’obbligo di fermare la produzione e che cercano di compensare le perdite con le consegne a domicilio gratuite. Sulle vetrine di molti negozi campeggiano cartelli con scritto «questi prodotti non sono in vendita perché non sono beni di prima necessità». Forse proprio in questi giorni è bene ricordarsi delle parole di quel vecchio e affranto professore americano e rivendicare la necessità essenziale del superfluo. Insomma, non dimentichiamoci dell’odore della maionese!
La “tana” di Kafka insegna: abbiamo paura del ritorno alla normalità. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 22 Aprile 2020. «Ho assestato la tana e pare riuscita bene». Così inizia il racconto, pubblicato postumo, che Franz Kafka scrive nell’inverno tra il 1923 e il 1924 a Berlino, sei mesi prima di morire. Il protagonista de La Tana – una sorta di strano incrocio tra un roditore e un architetto – si costruisce una splendida dimora sotterranea in cui vivere in totale sicurezza, lontano dal mondo esterno. L’animale si dedica alla sua tana con pazienza certosina, scavando e puntellando cunicoli labirintici, rotatorie, gallerie, piazze, uscite di sicurezza, ampi spazi per le provviste. Si allontana solo per rifornirsi di cibo, «quanto basta ad una modesta sussistenza e senza lasciare soprattutto la mia tana». Anche noi, in questo periodo kafkiano, abbiamo costruito minuziosamente e custodiamo gelosamente la nostra tana: quanto più possibile accogliente, ma soprattutto protetta, sicura, lontana dai pericoli del mondo. Ma, al contrario della talpa del racconto, siamo a casa per un fine nobile e altruistico. Abbiamo rinunciato ai nostri diritti individuali e sacrificato i nostri desideri per alleggerire il sistema sanitario e per avere cura delle persone più fragili. #iorestoacasa per salvare vite umane: #andràtuttobene, ci siamo detti, e in poco tempo torneremo a respirare la libertà. All’inizio, come animali chiusi in gabbia, abbiamo resistito solo aggrappandoci alla speranza di tornare in poco tempo al mondo di prima, senza i divieti di movimento, senza il distanziamento sociale, senza le restrizioni del lockdown. Nell’attesa paziente della riapertura, giorno dopo giorno, abbiamo dato vita a un’altra routine. Piccole soddisfazioni domestiche e nuove ritualità solitarie per dare un senso a questo tempo sospeso, aspettando il giorno della Liberazione. Da fuori, ci rassicuravamo: state tranquilli, la permanenza nello spazio chiuso della tana è una breve parentesi, “torneremo prestissimo ad abbracciarci” nello spazio aperto della vita sociale. Adesso? Settimana dopo settimana, la nostra prospettiva è cambiata: lo stato di eccezione è divenuto in poco tempo la nostra nuova normalità. Ci muoviamo apatici e anestetizzati nel nostro fortino casalingo e il mondo esterno non ci sembra più così desiderabile. Là fuori tutto è cambiato, ci aspettano minacce sconosciute e ignoti pericoli. E l’irrefrenabile voglia di uscire dalla tana e di riprendere la vita in un mondo estraneo è stata facilmente addomesticata. Paralizzati dalla paura di dover gestire una lunga convivenza con un nemico invisibile – il virus non se ne è andato e non se ne andrà per parecchio tempo, come ci avevano inizialmente promesso! – il nostro desiderio di libertà si è notevolmente affievolito. «Assurda libertà» la chiama il protagonista del racconto di Kafka, rinchiuso nel dedalo di strade del suo nascondiglio. Anche la sua vita solitaria è sempre più diffidente: i suoi normali timori securitari si sono trasformati in vere e proprie ossessioni paranoiche. L’uomo-talpa passa il suo tempo a controllare l’ingresso della sua tana, a sorvegliarne il perimetro, ispezionarne i corridoi, fortificarne le vie di fuga: «non devo proprio lamentarmi di essere solo e di non avere nessuno di cui fidarmi. Così certamente non perdo alcun vantaggio e forse mi risparmio qualche danno. Fiducia posso avere soltanto in me e nella tana». Basta uno scricchiolio o un sibilo proveniente dall’esterno della tana per metterlo in allerta. Ogni rumore lo getta nel panico di «una vita sconsolata». «È relativamente facile avere fiducia in qualcuno se nello stesso tempo lo si sorveglia o almeno lo si può sorvegliare, forse è persino possibile avere fiducia a distanza, ma fidarsi dall’interno della tana, cioè da un altro mondo, di uno che stia fuori mi sembra impossibile». L’unica cosa che lo tranquillizza è lavorare a nuovi stratagemmi per perfezionare il suo rifugio. Nuove gallerie, sempre più profonde, lo separano dal mondo esterno. Ma le sue strategie di sicurezza lo rendono sempre più insicuro. La paura torna a tormentarlo e si trasforma in angoscia senza oggetto: forse i nemici si stanno organizzando per aggredirlo? Forse gli altri animali hanno scoperto il suo nascondiglio? Vogliono rubare le sue provviste? Invadere la sua tana? «Vivo nel più profondo della mia tana e intanto da una qualche parte mi s’imbuca addosso lentamente e silenziosamente il nemico». Là fuori il pericolo è sempre in agguato e anche noi, come l’animale rintanato di Kafka, siamo atterriti da un nemico senza volto. Non possiamo toccarlo e non possiamo vederlo. Si nasconde nei corpi degli altri, si mimetizza sulla superficie di oggetti innocui, si annida negli spazi comuni… Non c’è un posto sicuro dove fuggire e ripararci. Siamo sempre esposti ad un contagio impalpabile. Non basta chiudere le frontiere nazionali, non basta impedire gli spostamenti regionali, non basta serrare le mura della città. Neanche chiudersi in casa ci tranquillizza. Non c’è scampo: abbiamo paura di ciò che un tempo desideravamo, paura della libertà. Ora che abbiamo prudentemente alzato un muro difensivo contro il nemico, ora che ci hanno insegnato a proteggerci dall’incontro con gli altri, ora che abbiamo imparato a mantenere la distanza di sicurezza dai nostri vicini e ad evitare il contatto ravvicinato perfino con i nostri familiari, è arrivato il tempo di uscire dalla tana! La riapertura si avvicina, siamo pronti alla sfida? Siamo in grado di ricominciare anche se il distanziamento sociale ha riattivato la nostra paura atavica dell’Altro? Anche se i consigli degli scienziati e le regole dell’emergenza sanitaria hanno risvegliato la “sindrome della tana”, il ferino istinto di sopravvivenza che si trasforma facilmente in un delirio paranoide? Imprigionati dallo spavento, pretendiamo certezze, ma ad ogni notiziario le nostre paure aumentano e prosperano i sospetti. E cresce a dismisura il bisogno di sicurezza. Una rincorsa senza fine. Più ci proteggeremo e più ci sentiremo inadeguati a proteggerci. La tana come condizione permanente del presente e la paranoia come orizzonte dell’umanità? Quando il racconto di Kafka finisce il protagonista è ancora lì, in posizione difensiva, paralizzato sulla soglia della tana, in perenne ascolto del pericolo. «Tutto invece è rimasto immutato…» conclude lo scrittore lasciandoci in sospeso. Spetta a noi chiudere la storia, evitare che la tana diventi la nostra prigione.
Per Socrate il bene più prezioso era il futuro; la nostra epoca, invece, lo odia. Gioacchino Criaco de Il Riformista il 15 Maggio 2020. «O Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, dateglielo». Socrate, già freddo fino all’addome, a un soffio dalla morte, si scopre per pronunciare le sue ultime parole. Sul loro significato si sono arrovellate le menti migliori, per secoli, fra le tantissime, una anonima, semplice: per Socrate la vita non era il bene più prezioso. Lo era il futuro. Vi era già proiettato, e quello gli avrebbe dato le soddisfazioni maggiori, per cui era essenziale non lasciare nulla in sospeso e finire, per ricominciare, rimanendo coerente con i propri principi. Nemmeno per il Cristo, uomo, la vita era tutto, altrimenti avrebbe rinnegato il Padre suo per conservarla, e non è stato tutto per i Martiri della Chiesa che la hanno ceduto in cambio del Credo. La storia umana è, nella sostanza, una successione di cicli in cui si è alternato l’attaccamento assoluto alla vita, poi, al suo valore relativo, minore rispetto a qualcosa di più grande. I periodi più bui sono stati quelli in cui la vita era tutto, la luce ha riempito i tempi di rinascimento. Quanti e quanti geni, in tutti i campi, hanno condotto esistenze malferme e all’ultimo anelito di vita hanno affidato il guizzo migliore del loro intelletto o del loro cuore. Van Gogh era arrivato alla certezza di non poter migliorare la propria esistenza terrena attraverso la pittura, ma la ha prodotta infaticabile, per se stesso, per noi. L’uomo ha due modi di vivere: per il presente o per il futuro, in proprio o per gli altri. Quello, tutto, di cui noi godiamo del passato, lo dobbiamo a chi ha vissuto avendo come guida il futuro: nell’arte, la natura, la scienza. Un bosco millenario lo abbiamo perché qualcuno, magari sterile dal punto di vista riproduttivo, ha pensato ai propri figli. È la storia che fa la differenza, alcuni la guardano con speranza, altri la temono disperati. Perché se arriverà avrà parole vere in bocca: il genio la ama, in vita non è mai stato attaccato alla vita come bene supremo unico. Dei nostri tempi si dice che non esiste la vergogna, o la meraviglia, e molti fanno o commettono cose impensabili fino a qualche anno fa. Viviamo il tempo di chi non ha genio e perciò del futuro non gli importa nulla. Il mediocre assiso al potere ha nella vita il bene supremo, vorrebbe che fosse eterna per prendersi i privilegi che è riuscito a ottenere. Odia tutti perché odia il futuro, teme la storia, che se verrà, porterà parole a coltello o a vanga per seppellire esistenze che non potevano lasciare il segno, e non lo lasceranno. L’odio tracima nei nostri anni perché non sono anni popolati da geni, i pochi che ci stanno vivranno nell’ombra in attesa della giustizia futura. I mediocri faranno di tutto per prolungarsi la vita, per allontanare la tempesta che ne polverizzerà il ricordo, non possono non essere cattivi, non possono non odiare, perché non hanno prodotto nulla di nobile da lasciare all’umanità che è l’unico bene supremo che appartiene all’uomo. Frotte di politici, burocrati, artisti, potenti e potentucoli le loro gesta le hanno impresse negli arenili, ma non lo fermeranno il mare.
Facebook. Da Voci Uniformi il 24 febbraio 2020. Manzoni non l’aveva vista, la peste, ma aveva studiato documenti su documenti. E allora descrive la follia, la psicosi, le teorie assurde sulla sua origine, sui rimedi. Descrive la scena di uno straniero (un “turista”) a Milano che tocca un muro del duomo e viene linciato dalla folla perché accusato di spargere il morbo. Ma c’è una cosa che Manzoni descrive bene, soprattutto, e che riprende da Boccaccio: il momento di prova, di discrimine, tra umanità e inumanità. Boccaccio sì che l’aveva vista, la peste. Aveva visto amici, persone amate, parenti, anche suo padre morire. E Boccaccio ci spiega che l’effetto più terribile della peste era la distruzione del vivere civile. Perché il vicino iniziava a odiare il vicino, il fratello iniziava a odiare il fratello, e persino i figli abbandonavano i genitori. La peste metteva gli uomini l’uno contro l’altro. Lui rispondeva col Decameron, il più grande inno alla vita e alla buona civiltà. Manzoni rispondeva con la fede e la cultura, che non evitano i guai ma, diceva, insegnavano come affrontarli. In generale, entrambi rispondevano in modo simile: invitando a essere uomini, a restare umani, quando il mondo impazzisce. Cristina Comellini
Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 7 maggio 2020. Subito, la mattina del 4, le mie amiche anche non giovanissime, tutte festose fuori di casa, in bicicletta, a piedi, le più guardinghe in taxi, adesso con vetro divisorio, almeno così mi hanno detto, come a New York per difendere il taxista dal passeggero serial killer. Per andare dove? Niente, per girare, veder gente, appunto uscire dall' ormai antipatica casa più o meno infestata dagli amati congiunti, che solo a sentirli chiamare così sono diventati antipatici. Io dubbiosa, mi ero ripromessa di dare un' occhiata fuori, con guanti mascherina e bastone minaccioso, ieri mattina, con una meta paradisiaca, quella Wunderkammer che è la mia salumeria, giusto per la vista, dato che in due mesi sono aumentata di due taglie, e per vestirmi ho dovuto ricuperare cose vecchie, di quando ero grassoccia e felice. Ma non è stato il cibo a rendermi ondulata, perché per suggerirmi il digiuno è bastata la valanga di torte malinconiche postate da amministratrici delegate e rapper per darsi delle arie, e la quantità minacciosa di besciamella suggerita da presunte cuoche di professione, sempre sui social: piuttosto lo stress procurato dal desiderio frustrato di non poter prendere a bastonate gli allegri untori di Facebook di mirabolante fantasia horror, e tutti a prenderli sul serio, mai credere alla verità a meno che sia micidiale. Quindi mi richiedo, perché uscire? Perché ritrovarmi in strada con il solito ragazzo che mi urta e mi insulta, e la folla che intasa le vie dello shopping più dei giardini, anche se con le saracinesche ancora abbassate? E vedere chi torna al lavoro, se ancora ce l' ha, contendersi il privilegio di servirsi di un mezzo pubblico, nel disordine delle nuove regole e degli intoppi, e delle code non code, e delle smanie degli sconosciuti mascherati che ti schiacciano perché in certe situazioni stare a due metri di distanza è un' ipotesi fantasiosa. Potrebbe persino tornare sui tram e altro, dopo tanto isolamento, il piacere (maschile) di quella che ai miei tempi si chiamava "mano morta". Nessuna notizia ancora in proposito. Ma almeno fino a ieri mattina, anche la mia per fortuna era fantasia, pare tutto a posto, tutti contenti, disciplinati, tutti con mascherina e guanti, insomma una Milano, un' Italia ligie come non lo sono mai state; dice neppure un borseggio, perché anche il borseggiatore sta alle regole temendo che la borseggiabile sia infetta, soprattutto l' anziana che di solito è la preda preferita. Poi pare un solo tentativo di far fuori la moglie, che è riuscita pure lei a uscire di casa, sia pure dalla finestra, pare senza grandi conseguenze. Vilmente aspetto, forse uscirò domani, forse dopodomani, forse chissà quando: non ho paura del virus, anche se siamo tutti in continuo allarme perché se di nuovo esplode sarà peggio di quel che raccontava Pepys nel suo diario sulla secentesca peste di Londra. Ho paura di noi, degli altri ma anche di me. Abbiamo lasciato un tempo fa che pare infinito, una vita cui adesso si dovrebbe tornare, ma che già non ci piaceva più, tutti a lamentarsi ingrugniti, già a distanza per rimarcare una antipatia, una differenza, una separazione, una reciproca superiorità, una opposta appartenenza a qualsiasi cosa: e se vicini solo per uno sgambetto o un pugno alzato. La tragedia entrata in troppe case, anche solo come paura del presente e del futuro, a reinventarsi il tempo, a scoprire che esistono ancora gli eroi che rischiano la vita e talvolta la perdono per salvare gli altri, a sognarsi addirittura buoni, a rendersi conto finalmente che la libertà ci aveva reso vuoti, incattiviti. Per quale ragione dopo questi due mesi di tragedia, la vita imprigionata, il futuro che centinaia di futurologi promettono spaventoso, dovremmo essere cambiati, diversi, nuovi, generosi, pazienti, altruisti, sereni, democratici, educati, informati, affidabili, fiduciosi, onesti, prudenti, sinceri, ottimisti, frugali, protettivi, responsabili, coscienziosi, consapevoli, addirittura fratelli, quindi non più infelici? Non bastano due mesi, ma forse neppure anni, anche se questa esperienza crudele ha coinvolto non solo la nostra Italia, ma tutto il pianeta, rivelando al nostro egoismo di provincia che non ci siamo solo noi o addirittura solo la Lombardia, ma siamo una piccola insignificante porzione di tutto l' immenso mondo, siamo un solo mondo, senza scampo, nel bene ma soprattutto nel male. Io mi sento prigioniera non perché sono stata chiusa in casa, ma perché il mondo con tutti i suoi mastodontici disumani errori contro se stesso si è imprigionato da sé. Mi ha imprigionato: ma anche se mi grazia e mi libera, che libertà, che grazia, non a me ma agli altri, assicura? Chiedo scusa per il cattivo umore perché le persone della mia vita stanno tornando nei loro uffici o risistemando i loro studi professionali per affrontare questa fase di speranza e tolleranza, mio nipote quattordicenne, alto 1,85 e ormai pallido per la clausura rispettata e la desolante homeschooling , è scattato fuori correndo tutto intabarrato per incontrare i compagni, essendo gli adolescenti davvero i più provati dalla clausura nel tempo della loro crescita e dei loro turbamenti. Anche io avrei i miei impegni improbabili eppure indispensabili ma non ancora liberi, per riavere, spero, un aspetto umano: Parrucchiere! Pedicure! Per il piacere Ristorante! Per non perder tempo no congiunti oltre il secondo grado! E per chi non ha amanti clandestini almeno da decenni, gli Amici, le Amiche! Per quale motivo, dopo due mesi di questa tragedia, dovremmo essere persone migliori? Forse non bastano neanche anni.
Giampiero Mughini per Dagospia il 5 maggio 2020. Caro Dago, estraggo la pistola se qualcuno in mia presenza dice che ”dopo” la tregenda saremo migliori. E del resto lo hanno già detto Michel Houellebecq e Massimo Cacciari che il peggio viene adesso, e ci mancherebbe altro con un probabile 150% e passa di debito pubblico rispetto al 133% dell’altro ieri e con milioni di cittadini che non ce la faranno ad arrivare a fine mese. Ho letto che in Gran Bretagna tre ristoranti su quattro hanno detto che non riapriranno, perché alle condizioni della “convivenza col virus”, ossia col dover tenere quattro clienti lì dove una volta ne avevi dodici, costi e ricavi non vanno d’accordo. Leggo che il ristorante “Mastino” di Fregene caro a Federico Fellini non ce la fa più, o meglio che è un miracolo che ce la faccia ancor. Di certo non dipende da un eventuale aiuto dello Stato. Vale per loro come per i parrucchieri, le librerie, gli stadi dello sport (un’industria non certo minore), e non sappiamo fino a quando. Vale per tutto il mondo immenso del “reddito sommerso”, di cui ci campavano italiani a milioni: non dimentichiamo che una quota portentosa di italiani denuncia al fisco meno di 15mila euro di reddito l’anno, l’importo annuo delle bollette acqua luce gas telefono di un borghese medio al quale l’ottimo e da me stimato Pier Luigi Bersani auspica che venga aumentato l’onere fiscale. Andremo soltanto a peggiorare, e non perché aumenterà la dose di “fascismo quotidiano” come scrivono “i cretini antifascisti”, l’ultima variante del cretino eterno e immane che contrassegna dall’inizio alla fine la storia del mondo. Semplicemente sarà tutto più stretto, più povero, meno proteso all’invenzione e al commercio, le due divinità che hanno reso l’Italia migliore di quella che Gian Enrico Stella dipinge oggi sul “Corriere” ai tempi del Piano Marshall, quando una famiglia su quattro viveva in tuguri. A me è andata bene in questi ultimi due mesi, ci ho rimesso solo alcune migliaia di euro di mancato reddito e dunque di mancato Irpef da pagare allo Stato. Per la prima volta da tanti anni le domeniche non ho lavorato e dunque niente Irpef da versare allo Stato, che certamente se ne sta dolendo abituato com’era. Non ci posso far niente. Posso solo pagare l’Iva due o tre mesi prima che la paghino a me. E’ finito il tempo in cui l’Europa era il migliore luogo del mondo da viverci e tutto, lo ha scritto meravigliosamente Houellebecq. 150 per cento e passa di soldi che noi italiani dovremo restituire e mentre siamo a un punto dalla nostra storia morale in cui passiamo il 90 per cento del nostro tempo a odiarci e insultarci a vicenda, e mentre la fogna a cielo aperto del web detta l’agenda sentimentale del nostro Paese. Non soltanto il web, tutta l’agenda massmediatic. Ci avreste mai creduto che un magistrato del Consiglio superiore della magistratura (Di Matteo) scegliesse un’aula massmediatica (televisiva) dove contano le urla e non i ragionamenti (questi mai) a denunciare un ministro della Repubblica (Bonafede) di qualcosa che fosse vera meriterebbe la fucilazione, ossia di essersi piegato ai voleri dei boss mafiosi. Cialtroni cialtroni cialtroni. Figli come siamo tutti dell’era del coronavirus e dell’imbecillità di massa.
Michele Serra per “la Repubblica” il 3 maggio 2020. Più di ogni cosa mi mancano i bar. (Tendodunque a considerare con indulgenza la mossa della presidente della Calabria di farli riaprire; è oggettivamente prematuro, ma ognuno di noi è soggettivamente succube delle proprie debolezze). Mi mancano i bar per la loro facilità di strada, sono aperti a chiunque passi. Lo sconosciuto entra nei bar della città sconosciuta senza incertezze, senza il dubbio dell' estraneità, la soglia di un bar non è mai un confine, è sempre un buongiorno o un buonasera. Nessun luogo pubblico è più pubblico. E nessuno è più multiuso, più versatile. Un caffè può valere come pretesto frettoloso per potersi servire del bagno e sparire per sempre, o come pedaggio quotidiano per interminabili partite di carte. Qualcuno spende appena mezza parola, consuma e se ne va, altri (io, per esempio) ne fanno luogo di ciance, di indugio, di perdita di tempo. Si dà appuntamento al bar quando pare troppo confidenziale vedersi nelle case, ognuno ha un bar che considera "il suo", all' angolo di strada. Il bravo barista è un valore aggiunto, i fuoriclasse dietro il bancone ascoltano tutto, sanno tutto, ma continuano a lavare tazzine e dosare cocktail con facce impenetrabili, che sono la garanzia della discrezione. Mi manca Gattullo a Milano, scintillante e traboccante di paste e panini, mi manca il mio bar di paese dove ci conosciamo tutti e, come attività principale, ci prendiamo per i fondelli sbevazzando, mi mancano perfino i bar che la vita ha ingoiato, quelli della memoria, chissà se esiste ancora il bar Gianni, dietro viale Fulvio Testi a Milano, nel quale ho passato metà della mia giovinezza mangiando toast bruciacchiati e giocando a boccette. Chissà quando riapre, il bar Gianni.
Luca Beatrice per linkiesta.it il 3 maggio 2020. Mi sembra di ricordare un tempo in cui le settimane erano scandite in maniera piuttosto precisa: di norma si lavorava cinque giorni e tra venerdì e domenica si andavano a vedere le partite allo stadio e altre alla tv, senza tralasciare ovviamente le serate di Coppa. Poi, dalla primavera in giù, quando il sole si faceva abbastanza caldo, il primo pensiero era rimettere in ordine la moto. Pagare l’assicurazione, controllare le gomme, livello dell’olio e della batteria, pastiglie dei freni, una lavata con particolare attenzione alle cromature e poi via, per le strade di campagna, scavallare le Alpi e arrivare al mare. Bastavano uno o due giorni così per archiviare l’inverno del nostro scontento e battezzare la bella stagione. Seppur in maniera parziale e confusa, dal 4 maggio qualcosa nel cosiddetto lockdown dovrebbe allentarsi persino in Piemonte, così sfigato e mal gestito. Sto pensando se esistono dei “congiunti” dispersi in regione da andare a salutare nei prossimi giorni; ci sono i miei suoceri dalle parti di Pinerolo che giustamente fanno resistenza, ho proposto loro di mandarmi un caffè dal secondo piano giù nel cortile e con la scusa di un abbraccio virtuale – sono un uomo che ama molto i suoi “nuovi” suoceri – intanto avrò percorso tra andata e ritorno un centinaio di chilometri, che alla moto fa tanto bene, soprattutto per chi come me ne ha tre, l’Harley Davidson per i viaggi, la BMW Racer comprata lo scorso autunno e mai usata, scomodissima per la schiena ma così bella da guardare, la Royal Enfield Himalayan che vi confesso ho usato quasi tutti i giorni, fosse solo per la spesa o passare in ufficio. Dicono che quando (quando?) ci sarà la vera ripresa i sindaci raccomandano l’uso della bicicletta come alternativa all’auto e ai mezzi pubblici. Una scelta “verde” che non mi permetterei di contestare, però nessuno ha detto nulla a proposito delle moto. Quando ero ragazzo la moto era il primo strumento di seduzione, oggi pare che i giovani preferiscano lo smartphone. Sembra proprio che i maggiori utenti della motocicletta – quelli che la vivono ancora come viatico per la libertà e per darsi delle arie – siano gli ultra quarantenni e i cinquantenni, che fino a ieri avevano più disponibilità economica per permettersi vizi e lussi non proprio a buon mercato. Sarà così, io ci sono cresciuto sulla moto, grazie a mio padre che mi ha trasmesso la passione che a mia volta cerco di passare ai miei figli, senza paura ma con tanta attenzione e la testa sul collo. Insomma la moto, come il rock, è roba da adulti e a un adulto verso la sessantina non puoi togliere d’imperio una stagione di viaggi e viaggetti, che il nostro tempo non è infinito. Peraltro il motociclista è uno dei pochi a rispettare il distanziamento sociale: raduni a parte, è un tipo solitario che quando è arrivato ha già voglia di prendere la strada del ritorno per consumare altri chilometri. Certo ci fosse un bar aperto per un caffè o una Coca Cola sarebbe meglio, ma la benzina si può mettere agli automatici e un panino te lo puoi portare comunque da casa. Non so se e quando ci faranno scendere verso il mare, in Liguria, dove mia moglie ha una deliziosa casetta che guarda sulla spiaggia e se poi potrò godermi l’entroterra o l’Aurelia senza autocertificazione (cosa ci scrivo sopra “bisogno di aria, di libertà”?). Dicono che favoriranno il turismo di prossimità. D’accordo, anche stavolta niente Grand Tour, niente Europa del Nord, e allora mi studio le carte stradali del mio Piemonte che sono certo ci siano luoghi a me quasi sconosciuti o da rivedere. Non ho altri scopi oltre a quello di uscire, andare, senza correre troppo, macinare strada, consumare le gomme e mi sembrano motivazioni sufficienti da non giustificare a nessuno. Mi sono dato appuntamento il 4 maggio e il 4 maggio, lunedì, se non pioverà, pronto almeno per un giro pomeridiano dopo l’ennesima (utile?) lezione in remoto a ottanta studenti che non ho mai visto. Ora scendo in garage e comincio la pulizia di dovere. Lunedì scatterà il rito: giubbotto, guanti, bandana che fa da mascherina, stivali, casco. La prima in basso, le altre in alto. Esco, parto, vado e mi riprendo un po’ di vita. L’altra la ritroverò quando riapriranno lo Stadium.
Giancarlo Dotto per il “Corriere dello Sport” il 3 maggio 2020. Compito in classe per tutti i reclusi della terra. Tema: “Evasione, dolce chimera sei tu. Da Johan Huizinga a Marguerite Yourcenar, dalle memorie di Adriano Imperatore agli incubi di Ronaldo Calciatore, passando per i gatti del Foro che inseguono gomitolo e sfera da mattino a sera”. Svolgimento. A differenza del gatto, l’homo ludens ha perso tutto e l’ha perso dalla sera alla mattina. S’è svegliato e s’è ritrovato come una pannocchia di mais prima della fioritura. Evirato di brutto. Del sesso, quello migliore, di prima mattina, del cappuccino, del cazzeggio al bar o in ufficio con gli amici e le amiche, della carbonara al ristorante e del riso cantonese al sushi bar, dell’aperitivo, della messa e della partita di calcio, della discoteca, del film di Verdone e del concerto di Vasco, della palestra, dell’ora di danza e del fine settimana nel deserto. Del bicchiere della staffa. Di ogni amplesso. Ma non del complesso. Il complesso di Erode. E se il pargolo m’infetta? Ascolta, si fa nera. Che cosa resta da questa immane sottrazione alias castrazione? La faccia di Burioni. Quella di Spadafora. I comunicati di Borrelli. Gli schiamazzi di Salvini. La straparlante vanità della per nulla gaia scienza. La prosa vischiosa e tumefatta dal timore di Conte, di cui si comprende la gigantesca fatica ma la non meno gigantesca inadeguatezza. In compenso, ci siamo ricongiunti con i congiunti, dopo non aver potuto salutare gli estinti. Abbracci, in ogni caso, negati. Parafrasando Woody Allen: non ho paura del virus letale, solo che quel giorno non vorrei essere là. E, invece, siamo qua, tutti, incluso Woody che è appena uscito con la sua non scandalosa autobiografia. Lo sguardo spaurito e le orecchie basse dei cani che vedono nemici ovunque, la vergogna dentro di aver perso la cuccia e la strada di casa. Anche i cani ci evitano. Spaventati dal nostro spavento. Cambiano strada quando ci vedono arrivare. Diffidano di noi. Non siamo più gente dignitosa. Non siamo più gli invincibili e allegri eroi dell’aperitivo al tramonto. Scivolati di colpo nel catalogo delle disgrazie umane, comparse afasiche di una storia che un giorno sarà raccontata a qualcuno che si crede contemporaneo e dirà di sè: “io per fortuna questa non l’ho vissuta”. E ti vengo a cercare. I cani ci evitano, gli uomini in divisa ci vengono a cercare. Nei buchi più remoti del mondo. Ci vengono a stanare. Sembrano godere del nostro spavento. Più il pacco è fragile, più sembrano godere. L’altro giorno cercavo l’infarto liberatorio arrampicandomi su una sperduto sentiero di campagna, cantando a squarciagola “Sul ponte di Bassano noi ci darem la mano, noi ci darem la mano e un bacin d’amore”. Dal nulla sbuca una macchina che mi punta a passo lento come una bestia allupata che deve solo decidere il momento buono per saltarmi addosso. Un po’ spaventato, un po’ felice. Ho bisogno di contatti umani. “Non va bene. Non si può…la bicicletta può usarla solo come mezzo di trasporto…”. Non capisco. Mi confondo. Mi sento un ridicolo uovo caduto nella padella sbagliata. Mi alzo la mascherina in volto e balbetto kafkiano mentre la colpa mi sanguina dai gomiti e dalle nocche delle mani, perché anche l’imbarazzo ha smesso di essere elegante: “Sto andando in farmacia a comprare il gel disinfettante e due confezioni di Xanax…”. “La farmacia è dalla parte opposta…Se facessero tutti come lei…”. Il mio senso di colpa è alle stelle. Provo a giustificarmi, ma mi esce il lamento del gatto castrato: “Per dire quanto il mondo è ingiusto, il mio amico Carletto Ancelotti in questo esatto momento sta pedalando indisturbato a Crosby Beach, la spiaggia di Liverpool...”. Involucri svuotati, spaventati, ma disinfettati su cui abbiamo poggiato due guanti, un paio d’occhiali e una mascherina. Sotto la maschera, niente. Un grumo di paura. C’era bisogno di tutta questa paura? Di tutta questa angoscia? Era proprio necessaria? I virus sono attratti dalla paura. Anche i sogni sono infettati. Ieri notte ho sognato di aver perso l’ultimo aereo da Miami per l’Italia o forse non avevo i soldi per pagarlo e Valentino Rossi s’era rifiutato di darmi un passaggio sulla sua moto, nonostante avessimo diviso un panino con la mortadella nei camerini di “Controcampo” mentre si parlava della scomparsa di Ezio Vendrame e Giampiero Mughini guardava il vuoto come fanno le lucertole prima di andare in onda. “Quando la vita si mette male, trasformala in un musical” mi aveva suggerito un’altra volta in sogno il mio guru, Joe Malore, con la faccia di Gene Kelly. “Ora che sei finito insieme ai tuoi simili in un film di fantahorror, mettiti a cantare, vedrai che tutto passa. In alternativa, fingiti un supereroe”. Mi viene meglio cantare, mi dico. La mattina dopo ho cantato “Trottolino amoroso dududadada”, l’ho registrato e l’ho mandato a un po’ di amici, incluso Pasquale Panella, l’autore, che mi ha ringraziato commosso e ci siamo scambiati due colpi di tosse metallica al telefono in segno d’intimità. Facciamo un test? Una puntura onesta senza bisogno dell’ago. Interroghiamoci dentro, là dove il dentro coincide con il fuori. Due passi nel delirio onesto della vita, dove il buco è più nero del cigno nero. Tu Conte, tu Spadafora, tu Burioni, tu Speranza, tu Salvini, tu Meloni. Cosa ci succede quando siamo assediati dai cattivi pensieri e dalla mala sorte? Dal lavoro che non va, dalla malattia che avanza, dalla frana della borsa, dalle corna della moglie o del marito, dal tedio, dall’apatia, da qualunque sbarra o da qualunque virus? Sprofondiamo o ci diamo alla pazza e possibile gioia, quella che ci è consentita. Afferriamo il caleidoscopio e pratichiamo la libera evasione, il sogno a occhi socchiusi, meglio se sconfina nel delirio, perche il delirio è per noi come la cellula per il virus. Il punto di aggancio d’un’astronave che vaga nel vuoto. Stanchi di fiatare nelle mascherine che ti rimandano il tuo fiato lercio di paura. Stanchi di essere assediati, di sopravvivere come prede, gli abitanti dell’astronave decidono di affrontarlo a viso aperto, il nemico, senza maschera e senza guanti, e vada come vada, fanculo, quasi invocando di finire nelle fauci del mostro, purché sottratti alla gogna della paura, alle imboscate delle divise che ti stanano nei viottoli di campagna. Di scoprirci nudi sotto le maschere, le pinne e gli occhiali. Stanchi di rasentare i muri e di trascinare in giro la propria sagoma come uno zero dal naso lungo e le orecchie basse. Fu così, assorto in questi pensieri, che uno noi scelse l’azzardo. Decise, quel pomeriggio incline al tramonto, di baciare Corinne Clery. Dopo aver mangiato le sue fragole e bevuto il suo vino. Un bacio casto tra labbra e guancie, con la scusa del saluto, a questa radiosa settantenne che un tempo è stata una magnifica ventenne. L’ha baciata non pensando alle conseguenze. Ma a quelle foto che aveva appena visto e giurando a se stesso che il tempo non esiste, mentre il suo bassotto Totò gli ringhiava ostile e pisciava di rabbia ovunque. Ci fate caso? C’è sempre qualcuno che piscia di rabbia mentre hai una storia felice. Gli omarini che ci governano non sanno spingere il loro monocolo là dove le cose realmente avvengono. Si limitano a proiettare se stessi nell’universo mondo. “Farla franca” è il loro motto. Non lo sapranno mai. Che la vita in sé è sopravvalutata, che non c’è vita senza evasione, che evadere la vita è più importante che viverla. Che la vita è la stessa cosa dell’evasione. Spaventati dalla propria mediocrità più che dal virus, questi colonnelli senza colonna hanno messo su un lager con i fiocchi. Cacandosi addosso, pilatescamente si sono detti: “Noi non siamo capaci di avere una visione, d’immaginare una libertà modulata, ragionata e ragionevole. Dunque, per non sbagliare, chiudiamo tutto e si salvi chi può”. Pochi possono. A furia di lavarsi le mani, i Ponzi, ci evitano forse il virus, ma ci ammazzano di mille altre morti. Hanno creato un popolo di spaventati e angosciati, che non usciranno più di casa nemmeno quando saranno liberi di farlo. Rovina su rovina. Non bastava più svuotarci le tasche e lavarci le mani. Ci hanno chiesto di amputarle. Mani, piedi e cervello. Hanno fatto macelleria. Non lo sentite voi, nelle case, il lamento della carne macellata? No? Non potete sentirlo. Non avete orecchi abbastanza. Cancellare l’evasione dalla vita dei viventi, significa ucciderli due volte. Pensare che una partita di calcio o uno spettacolo di teatro sia un eliminabile accessorio è una pigra bestemmia. Aspettando di liberarci dell’incubo di virus, muppet e omarini, retrocediamo di un paio di millenni e rimettiamoci all’animula vagula blandula di Adriano “Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti” (“Animula vagula blandula/hospes comesque corporis/Quae nunc abibis in loca/Pallidula, rigida, nudula/Nec, ut soles, dabis locos”). “…in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti”. È l’epitaffio di Adriano, ma potrebbe essere il nostro.
Luca Josi per “Vanity Fair” il 26 aprile 2020. Immaginare il futuro dell’immaginario dopo un evento apparentemente inimmaginabile sembrerebbe un esercizio iperbolico. Il cinema americano, per lustri e lustri, ha preparato il suo pubblico planetario alle catastrofi con una filmografia d’invenzione capace di esorcizzare le peggiori disgrazie, anticipandole in simulazioni hollywoodiane: meteoriti, cataclismi, mostri e pandemie di ogni genere. Noi abbiamo preferito lavorare sulla cotonatura della nostra realtà, dando sfogo a un talento autolesionista pronto a cucinare il nostro peggio e laccarlo per proporlo come piatto unico di un Paese che se non è mafia è corruzione o ‘ndrangheta ed esportandone fiction e narrazioni così efficaci da esserci appena ritornate con gli interessi nella motivazione di chi non farebbe mai credito a una nazione d’insolventi cicale del malaffare. E alla domanda: ma chi vi ha detto che siamo così? Voi! Siete i primi a farci cinema e letteratura. In effetti, tra chi si concentra a smerigliare il meglio di sé e chi ti esterna i suoi guai, noi eccelliamo, con riconosciuto talento, tra i secondi. Ma questo Coronavirus definirà un suo ante e un suo post: un a.C. e d.C. anche per il racconto. Atmosfere antecedenti alla crisi appariranno estranee a ciò che è venuto dopo, come lo skyline delle Twin Towers rende datato un film più dell’invecchiamento dei suoi protagonisti. Ne modificherà il lessico e dunque l’accezione virale e influencer per la diffusione delle mode e le anticipazioni degli eventi smarriranno la loro carica positiva. In realtà, ciò che sembra disturbare il nostro quotidiano è la notizia, sconvolgente, che si muore. L’accadimento, oggettivamente drammatico - soprattutto per chi lo subisce – risulta, tutto sommato, prevedibile; inconcepibile però per un’umanità sempre meno stupefatta dal mistero della vita - per fermarsi al suo solo lato “tecnico” – ma quanto mai sconcertata dall’arroganza e dall’inopportunità della morte e da come questa sfugga al dominio della scienza e della conoscenza, presentandosi inaspettata e imprevista. Benché acceleriamo l’innovazione dei nostri device, il più avveniristico di questi rimane grottesco rispetto alla perfezione ingegneristica di un virus o al design naturale e di progettazione di un ananas o di una pesca. È esattamente come nel mondo dell’immaginario, appunto, in cui una storia e i suoi sentimenti possano attraversare integre intere generazioni, continuando a emozionare e a coinvolgere; eppure, una scenografia, soprattutto se protagonista di un film che vorrebbe raccontare il futuro e anticipare un mondo moderno, risulta dopo pochi anni obsoleta, ai confini del bizzarro, a misura di quello stesso spettatore che ne è giudice. L’uomo nel frattempo, in quei pochi anni, non sarà cambiato in nulla della sua evoluzione genetica milionaria, non avrà subito nessuna miglioria nei suoi meccanismi biologici percettivi, ma riuscirà a valutare “vecchio e obsoleto” un oggetto che pochi anni identificava come fantascientifico. Ed ecco gli UFO anni ’50 a forma di Borsalino diventare palle stroboscopiche di Saturday Night Fever negli anni ’70, per poi evolvere in forme alla Zaha Hadid ai giorni nostri. Sono le evoluzioni dei carri volanti medioevali, gli stessi che nelle Mille e una notte araba, volavano con i tappeti. E i classici sono proprio quelle sintesi capaci di estraniarsi da un tempo e rappresentare qualcosa di non databile, unico; utili a costruire cose nuove pur rimanendo sempre distinguibili, siano essi un concetto, un carattere di un geroglifico o l’aria di una sinfonia. Oggi, e lo vedremo esplodere nelle diverse narrative, si vorrebbe colpevolizzare, forse per protagonismo deterministico, un complotto umano, ma sembra che l’origine sia legata solo ai gusti alimentari della nostra specie; gusti, come quasi ogni cosa, sindacabili ma non opinabili. Spostandoci idealmente nel tempo e nello spazio troveremmo sempre qualche parente che ha ingurgitato qualche animale che oggi consideriamo orribile nella discrezionalità dei gusti e dei modi in cui si sta a tavola (per cui un rutto esternato in un desco della nostra museale Europa è considerato rumore molesto, mentre nel tecnologico Giappone è un’esternazione di apprezzamento). E’, ancora una volta, una natura imprevedibile e autonoma a disegnare il nostro destino. Un eco-catastrofista, chiuso in una stanza con un Tirannosauro Rex, per quanto appassionato alle sue teorie, faticherebbe a convincerlo sulle responsabilità umane nell’estinzione delle specie animali e non gli resterebbe che affidarsi al meteorite per aver salva la vita. Probabilmente, riempiremo le future narrazioni del racconto di queste giornate con termini conclusivi e assoluti come guerra. In realtà, oltre a quelle migliaia di coraggiosi del dovere che si sono sacrificati per il prossimo negli ospedali, la popolazione ha vissuto un diffuso, senile, obbligato pigiama party le cui ricadute, drammatiche e tragiche, devono ancora manifestarsi esponendoci probabilmente a un multiplo salto mortale verso l’imprevisto: quello di dover ricominciare, senza capire che la parte più semplice è stata questa costrizione forzata e che l’inverno del mondo ci aspetta fuori. Un racconto è spesso una fuga: la proposta di una realtà alternativa in cui riconoscersi o la possibilità di comprendere un’esperienza mancata, che consente di incontrare eventi senza doverli provare sulla proprio pelle: violenze, conflitti, orrori. Il racconto, dunque, è ciò che consente all’uomo di non ripartire ogni volta da zero, di non dovere riprovare in prima persona ogni cosa. Il racconto scongiura il rischio che, ogni volta, l’umanità debba ripartire daccapo senza fare tesoro delle tragedie, il concime della terra che calpestiamo. E’ possibile che ci adegueremo all’idea di continuare nel tentativo di conoscere tanto cercando di essere almeno competenti su qualcosa, mentre oggi, non sapendo niente di molto, in molti hanno un’opinione su tutto; nell’ansia mal spesa di dire qualcosa di definitivo. Con la differenza, solare, che mentre l’avere dato un calcio a un pallone o partecipato a un dibattito a scuola ci consente di dire la nostra sulla formazione della nazionale italiana e sul governo del nostro Paese, l’avere appreso qualche goccia di biologia alle elementari, non ci trasforma in virologi. Le forza del mito e della fiaba ha aiutato l’umanità per secoli a convivere con l’ineluttabilità dei tempi bui. Erano sempre tempi difficili interrotti da un raggio di sole nella speranza di un lieto fine. Oggi, il consumismo delle aspettative combinato alla mediocrità degli interpreti ha dato vita a una fragilità devastante, che attende sempre e solo soluzioni, rimedi, certezze e primati. Questo decennio è il migliore mai attraversato dall’umanità nella sua breve storia, ci ricordava pochi mesi fa la relazione dell’ONU, ma li leggiamo come tempi eunuchi di decisioni, diventati cinici perché viziati da un’inflazione di opportunità, che ci appaiono sganciate da un merito. Nel momento della paura e del panico le società cercano spesso autorevolezza nell’autorità, ma l’autorità è riconosciuta e condivisa solo quando è prodotta dall’autorevolezza, ricadendo nella classica trappola di percepire le cose irrinunciabili solo nel momento in cui ne subiamo la privazione. Quell’aria che la polmonite ti fa “apprezzare” per il suo valore esiziale e imprescindibile a breve verrà sostituita dalla libertà: quanto saremo disposti a cederne per potere morire sempre più sani? Nei confini di questa generazione sarà difficile raccontare qualcosa di diverso, mentre a quelle che verranno si romanzerà questa storia articolata facendone, come sempre, pettegolezzo. Immagino questo. Forse.
CON LA PANDEMIA INIZIA IL NUOVO ORDINE MONDIALE? Matteo Notarangelo, Sociologo e counselor professionale, il 25.04.2020 su Movimento 24 agosto. La pandemia cambia il modo di vivere. Quando si uscirà dalla quarantena sanitaria, i rituali di interazione verbale e sociale non saranno più quelli di prima. Anche se i tempi della normalità possono sembrare lunghi, ma certi, i modi di vivere e di relazionare sono già attraversati da evidenti alterazioni. Con il coronavirus si deve convivere e adattare l'organizzazione sociale, sanitaria e economica alle sue dinamiche infettive, nella speranza che lo si possa rendere innocuo. Ma, in attesa di un buon vaccino, l'isolamento invade l'esistenza di milioni di persone, che, spesso, diventa abbandono. I nuovi modelli di vita non sono scelte individualistiche condivise, ma gli effetti fobici e letali, indotti sulle esistenze individuali e sui rapporti interpersonali. Per adesso, un male oscuro, invisibile e senza patria ha mostrato il suo inverosimile potere e scoperto le nudità dei “grandi” della terra, di un mondo globalizzato elefantiaco. Nel frattempo, l'angoscia del contagio sta strutturando la nuova organizzazione, familiare, sociale e politica. Gli individui sono chiusi nelle loro “tane”, hanno ridotto i contatti umani all'indispensabile e consegnate le loro emozioni alle piattaforme remote: Duo, Meet, Skype, Facebook ...Da questi spazi virtuali, emerge un mondo sfocato, con individui soli e famiglie spezzate. Persone che prima erano senza volti, oggi sono ombre angosciate e angosciante, soggetti pressati dall'idea di sopravvivere, di non concedersi al Covid 19 o a qualche non conosciuto microrganismo patogeno. L'individuo, reso fobico, non farfuglia delle sue libertà, ma delle sue insicurezze: della incertezza di vivere, anzi di sopravvivere, anche se anziano. Dal suo mondo insicuro, malinconico, invoca il vecchio assolutismo con le sue poche certezze e la garanzia di una vita protetta da un nuovo ordine mondiale, poco importa se scelto o imposto. Il cittadino solo, impaurito, non solo dai microrganismi, vuole e domanda sicurezza, in cambio delle sue libertà. In questo tempo pandemico, l'individuo globalizzato, sottoposto ai forti condizionamenti restrittivi, si affida allo Stato. Al moderno Leviatano, l'individuo chiede la sicurezza e la certezza di poter vivere, anche in modo diverso, anche se diversamente abile, anziano, inoccupato o disoccupato. Per tale aspettativa, i tanti individui soli sono disposti ad accettare il nuovo ordine mondiale, sociale, politico e la propria condizione di isolamento sociale. Ma se il nuovo ordine mondiale segna i minuti e l'ora per un nuovo “contratto sociale”, lo stesso potere mondiale delega ai tecnici e alle case farmaceutiche l'incertezza di come curare la nuova pandemia. Gli scienziati raccontano agli angosciati individui di una lunga battaglia contro il virus, non tralasciando che la scienza può salvare l'umanità. Molti di loro narrano che il Covid 19 non sarà annientato, ma sarà controllato, medicalizzato. Lasciare il Mondo nell'incertezza è un modo per governarlo. Gli individui spaventati, schiacciati dall'inquietante potenza assassina, di questo o altri virus, subiscono la presenza ingombrante e destabilizzante dell'insicurezza sociale, che continua a trasformare i comportamenti, gli usi, i costumi, la vita di milioni di esseri umani, in modo dolce, senza alcun bisogno di militari e carri armati. Le solidarietà tradizionale, quella organica, quella solidarietà tra uguali appartenenti allo stesso gruppo sociale, è già tramontata, come si appresta a tramontare quella meccanica, tenuta in vita solo dall'interdipendenza umana, imposta dal mondo globalizzato. Quello che si prepara a mostrarsi, è un nuovo mondo. Un mondo geografico e sociale stratificato con nuove conflittualità e nuove “classi pericolose”. Un mondo elitario, un mondo governato da gente anonima che abita luoghi indefiniti. Per loro, la pandemia di questo tempo non si limita solo a rompere le due solidarietà esplicitate dal sociologo Emile Durkheim, ma impone il domicilio coatto sanitario, “la dittatura sanitaria”, che, presto, sconvolgerà le regole “tacite e condivise dell'interazione sociale”. Un percorso umano che rischia di deviare verso altri modelli societari, meno aperti, meno democratici, più selettivi. La gestione del Covid 19, le restrizioni di distanziamento sociale, intanto, stanno modificando il noto rituale dell'interazione sociale, raccontato dal sociologo Erving Goffman: “Ognuno di noi vive in un mondo di incontri sociali che lo impegnano in un contatto sia diretto che mediato con altri interlocutori. In questi contatti si tende ad assumere una certa linea, vale a dire un modello di atti verbali e non verbali coi quali si esprime la propria opinione sulla situazione e la propria valutazione su coloro che vi partecipano e, in particolare, su noi stessi”. In questa emergenza sociosanitaria, si stanno designando modelli societari, che trascurano gli sguardi, i gesti, le emozioni con cui le persone nutrono gli scambi affettivi e economici, nonché la partecipazione nei gruppi, l'interazione familiare, sociale e politica. La narrazione pandemica di questi giorni, scrivevo, ha già stravolto il modo di vivere, le identità, le soggettività, le passioni, le relazioni interpersonali, le esistenze di ognuno e modificato la “normalità”, i pensieri e la “vecchia” e umana comunicazione. Nel proscenio della vita prossima, si intravedono nuove solitudini e nuovi isolamenti sociali, condizionati da vissuti esistenziali, che tracimano i confini della normalità psichica. La sofferenza fobica di microrganismi patogeni, la libertà di vivere nella propria “tana”- “prigione”, l'impotenza di pianificare un progetto di vita e l'affidarsi a forze ignote sono le determinanti di una nuova condizione psicopatologica. I malati psichici raccontano che il loro stato di salute è stato stravolto dalla sofferenza, da una paura che ha assediato la loro esistenza. La perdita della libertà e l'impossibilità di costruire la propria vita sono le condizioni estreme che in psichiatria spingono l'individuo a trovare altre vie d'uscita per fuggire dalla sofferenza: il delirio psicotico o l'istinto a costruire un nuovo mondo possibile, reale. Queste sono le nuove sfide dell'individuo del terzo millennio e la pandemia, come ogni grande epidemia della storia umana, segna la rottura con un tempo antico. E' vero, gli storici raccontano un'altra storia delle antiche pandemie. Per loro, gli uomini e le donne di allora non segnarono le loro esistenze con sconvolgimenti sociopolitici epocali. L'estate del 430 a. C., ad Atene, imperversava la guerra umana e l' epidemia divina, ma Tucidide non narra e non descrive i nuovi modelli di vita. Eppure, negli anni 527 d. C., descritti da Procopio di Cesarea e da Giovanni di Efeso, ci fu una grande e spaventosa pandemia, di quel tempo conosciamo poco delle mutazioni esistenziali. Non è diverso il racconto del 1347 quando una mortale epidemia dal Mar Nero aggredì gran parte del Mondo conosciuto. E poi, la “peste nera”, del 1630. Di quella epidemia, ne parla Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi” e nella “Storia della colonna infame”, ma quegli uomini non raccontano il nuovo mondo costruito o da costruire. L'ultima sventura umana, fu l'influenza spagnola del 1918-1919, dopo di ché ci fu l'epoca dei totalitarismi. E, poi, le tante epidemie silenziose che non lasciarono immuni i popoli africani e asiatici di questo tempo. Ma le loro erano vite di scarto e il loro malessere accidente naturale del vivere in zone primitive. Sono storie dell'umanità raccontate da governi, da storici, da scienziati, dalle case farmaceutiche e, oggi, dalla grande finanza, gruppi di potere chiusi, che gorgheggiano le loro narrazioni, alimentando paure e insicurezze: dicono, con un linguaggio seducente e statistiche orientate, che agiscono per evitare che le popolazione si contagino. Restare chiusi in casa è la soluzione del problema? Per evitare i mille pericoli naturali, gli uomini e le donne preistoriche non si chiusero nella caverna, decisero di aprirsi ai loro simili. Da allora, ebbe inizio il lungo processo di civilizzazione umana.
Eleonora Barbieri per “il Giornale” il 24 aprile 2020. Francesco Alberoni, sociologo dell' amore, dopo la clausura per l' epidemia arriverà il distanziamento anti-contagio: come si farà a corteggiarsi, e innamorarsi?
«Devo fare una premessa. C' è un' idea diffusa, e sbagliata, del passato. Per via del virus, molti hanno dimenticato che cosa succedeva prima».
Che cosa succedeva?
«C'era una crisi gravissima della coppia, catastrofica. A 14 anni le ragazze dicevano: Non voglio legarmi per essere libera, non voglio figli, non voglio sposarmi... Era un momento di eccitazione frenetica. E poi, in questa situazione di disordine economico ed emozionale, è scoppiato il Coronavirus e così, mentre tutti si sentivano infinitamente liberi, è arrivata questa chiusura; e la prima cosa che ciascuno ha dovuto fare è stata scegliere con chi chiudersi in casa...»
Ora però la quarantena sembra giunta al termine.
«Ci sono casi, come quello della peste di Camus, in cui l' epidemia scompare all' improvviso, però non è quello previsto dai virologi. Quindi ci sarà un periodo in cui dovremo convivere con certe regole».
E che cosa succederà ai rapporti?
«Ci sarà un freno pazzesco sul piano del sesso, come avvenne con l' Aids, perché quello che era libertà diventa pericoloso. Però con l' Aids te la cavavi con il preservativo, qui l' intimità di un bacio è già sufficiente per scatenare la malattia».
Come si farà?
«Proprio come nel periodo dell' Aids ci si faranno delle domande: lo hai avuto il virus?, hai fatto il tampone? Prima dell' abbandono vero e proprio ci sarà questa fase di interrogativi».
Si cambieranno atteggiamenti?
«In un primo tempo non si potrà tornare indietro, alla libertà sessuale di prima, non si potranno cambiare uomini o donne tanto spesso... La frenesia sessuale degli ultimi tempi, e del 2019 in particolare, come abbiamo verificato attraverso tante interviste e registrazioni, sarà molto frenata, perché la gente sarà prudente. Però, questo non significa che la gente non si innamorerà, anzi, forse sarà più semplice».
Più semplice, professore? È sicuro?
«Una esperienza come questa della pandemia ti dà l' idea che, se non hai qualcuno che ti ama davvero, non accetta il rischio. Queste esperienze ti spingono a guardarti dentro a fondo, a esaminarti e a esaminare il rapporto di coppia. Per esempio, in Cina ci sono stati moltissimi divorzi: tante persone, finita la quarantena, si sono separate. Solo chi ti ama si prende cura di te: e però, se questo succede, è una luna di miele... Le situazioni di rischio mettono alla prova l' amore, dando valore all' amore».
Quindi ci sarà meno seduzione, ma più amore?
«Può darsi che torni il gusto di una coppia sana, dove ci siano meno capricci, perché sai che alcune cose sono importanti davvero. Sa, se l' epidemia fosse finita all' improvviso, ci sarebbe stata un' orgia, una festa; ma sembra destinata a finire gradualmente e, quindi, c' è la possibilità di riflettere. E questa esperienza ti dà il senso della precarietà dell' esistenza, della fragilità della società; e poi non c' è allegria, ci aspetta un periodo di problemi economici, sarà un momento di riflessione».
Però ci si innamorerà lo stesso?
«Anzi, ci si innamorerà più di prima, poiché prima c' era scarsa voglia...»
Ma professore, questo può valere per chi già si conosce; ma per qualcuno che inizia a conoscersi, come è possibile corteggiarsi mantenendo le distanze, con i bar chiusi, i ristoranti chiusi?
«Questo durerà per un paio di mesi. E poi la gente prima non parlava, stavano tutti seduti al tavolo e comunicavano con i cellulari. Del resto, la gente si telefona anche ora, le persone fanno l' amore virtualmente... L' ostacolo fisico è modesto, nelle cose che hanno a che fare con l' amore e con il sesso. Sarà potenziata la comunicazione visiva e poi, quando sarà il momento di vedersi da vicino, si prenderanno delle precauzioni. Prima tutti si dicevano liberi di fare sesso, se ne vantavano, creando un mare di problemi, con quella sfrenatezza che era follia».
Non c' è il rischio che, per la paura del contagio, si torni a un nuovo puritanesimo?
«No. Al massimo a una moderazione, rispetto agli eccessi dell' ultimo anno, al voglio solo fare sesso. Ma non aspettiamoci il puritanesimo, perché la rivoluzione sessuale è avvenuta; semmai ci sarà il ritorno a una cosa negata, l' innamoramento, e la gente farà carte false pur di stare con la persona amata».
Suona quasi positivo...
«Siamo come usciti da un periodo di eccessi, in cui sembrava che tutto sarebbe andato bene per sempre, che fossimo nel Bengodi; invece, il Coronavirus ha dato un tocco di realismo alla vita. E poi guardi, ci sarà povertà, e la povertà è triste, è dolorosa, ma non è puritana: il puritanesimo è da ricchi, il puritanesimo era a Ginevra».
Ma la cultura dei rapporti di coppia, dell' incontro, della conoscenza, come cambierà?
«È già cambiata, si è già adattata. È la tendenza di fondo della società alla globalizzazione sfrenata, alla liquidità, per dirla con Bauman, alla sessualità irresponsabile quanto l' economia, che si è fermata».
Va bene, ma due persone che non si conoscono, come faranno a piacersi? Non possono neanche avvicinarsi...
«Ma lo dice lei, anzi la legge, che non possono avvicinarsi. Se due si piacciono e si innamorano, prendono il rischio. Già in questo periodo si è visto che c' è gente che viveva da sola e si è trasferita dall' amico o dalla fidanzata, e si è presa il rischio di trascorrere l' isolamento in due: le persone si sono unite nella solitudine, perché nella solitudine impazzisci, l' essere umano non è adatto alla solitudine».
Insomma non ci saranno difficoltà per l' amore?
«Ce ne sarà qualcuna per gli adulti, nel sesso sfrenato, perché gli adulti imitavano i ragazzini... E quello è rischioso, per i 40-50enni la probabilità di ammalarsi è altissima».
Come faranno allora?
«Anziché avere trenta rapporti, ne avranno uno; anziché cambiare trenta donne o trenta uomini, ne cercheranno uno solo, con cui stanno bene».
E sarà amore al primo sguardo, con indosso la mascherina?
«Guardi, se vedessi una bella signora, e avessi 40 anni e non novanta, le direi: Signora, scusi, sono un po' maleducato, si può togliere un attimo la maschera, così vedo il suo viso? E poi le direi di rimettersela, di proteggersi, ci mancherebbe. Una mascherina non ha mai fermato nessuno».
La “tana” di Kafka insegna: abbiamo paura del ritorno alla normalità. Lucrezia Ercoli de Il Riformista il 22 Aprile 2020. «Ho assestato la tana e pare riuscita bene». Così inizia il racconto, pubblicato postumo, che Franz Kafka scrive nell’inverno tra il 1923 e il 1924 a Berlino, sei mesi prima di morire. Il protagonista de La Tana – una sorta di strano incrocio tra un roditore e un architetto – si costruisce una splendida dimora sotterranea in cui vivere in totale sicurezza, lontano dal mondo esterno. L’animale si dedica alla sua tana con pazienza certosina, scavando e puntellando cunicoli labirintici, rotatorie, gallerie, piazze, uscite di sicurezza, ampi spazi per le provviste. Si allontana solo per rifornirsi di cibo, «quanto basta ad una modesta sussistenza e senza lasciare soprattutto la mia tana». Anche noi, in questo periodo kafkiano, abbiamo costruito minuziosamente e custodiamo gelosamente la nostra tana: quanto più possibile accogliente, ma soprattutto protetta, sicura, lontana dai pericoli del mondo. Ma, al contrario della talpa del racconto, siamo a casa per un fine nobile e altruistico. Abbiamo rinunciato ai nostri diritti individuali e sacrificato i nostri desideri per alleggerire il sistema sanitario e per avere cura delle persone più fragili. #iorestoacasa per salvare vite umane: #andràtuttobene, ci siamo detti, e in poco tempo torneremo a respirare la libertà. All’inizio, come animali chiusi in gabbia, abbiamo resistito solo aggrappandoci alla speranza di tornare in poco tempo al mondo di prima, senza i divieti di movimento, senza il distanziamento sociale, senza le restrizioni del lockdown. Nell’attesa paziente della riapertura, giorno dopo giorno, abbiamo dato vita a un’altra routine. Piccole soddisfazioni domestiche e nuove ritualità solitarie per dare un senso a questo tempo sospeso, aspettando il giorno della Liberazione. Da fuori, ci rassicuravamo: state tranquilli, la permanenza nello spazio chiuso della tana è una breve parentesi, “torneremo prestissimo ad abbracciarci” nello spazio aperto della vita sociale. Adesso? Settimana dopo settimana, la nostra prospettiva è cambiata: lo stato di eccezione è divenuto in poco tempo la nostra nuova normalità. Ci muoviamo apatici e anestetizzati nel nostro fortino casalingo e il mondo esterno non ci sembra più così desiderabile. Là fuori tutto è cambiato, ci aspettano minacce sconosciute e ignoti pericoli. E l’irrefrenabile voglia di uscire dalla tana e di riprendere la vita in un mondo estraneo è stata facilmente addomesticata. Paralizzati dalla paura di dover gestire una lunga convivenza con un nemico invisibile – il virus non se ne è andato e non se ne andrà per parecchio tempo, come ci avevano inizialmente promesso! – il nostro desiderio di libertà si è notevolmente affievolito. «Assurda libertà» la chiama il protagonista del racconto di Kafka, rinchiuso nel dedalo di strade del suo nascondiglio. Anche la sua vita solitaria è sempre più diffidente: i suoi normali timori securitari si sono trasformati in vere e proprie ossessioni paranoiche. L’uomo-talpa passa il suo tempo a controllare l’ingresso della sua tana, a sorvegliarne il perimetro, ispezionarne i corridoi, fortificarne le vie di fuga: «non devo proprio lamentarmi di essere solo e di non avere nessuno di cui fidarmi. Così certamente non perdo alcun vantaggio e forse mi risparmio qualche danno. Fiducia posso avere soltanto in me e nella tana». Basta uno scricchiolio o un sibilo proveniente dall’esterno della tana per metterlo in allerta. Ogni rumore lo getta nel panico di «una vita sconsolata». «È relativamente facile avere fiducia in qualcuno se nello stesso tempo lo si sorveglia o almeno lo si può sorvegliare, forse è persino possibile avere fiducia a distanza, ma fidarsi dall’interno della tana, cioè da un altro mondo, di uno che stia fuori mi sembra impossibile». L’unica cosa che lo tranquillizza è lavorare a nuovi stratagemmi per perfezionare il suo rifugio. Nuove gallerie, sempre più profonde, lo separano dal mondo esterno. Ma le sue strategie di sicurezza lo rendono sempre più insicuro. La paura torna a tormentarlo e si trasforma in angoscia senza oggetto: forse i nemici si stanno organizzando per aggredirlo? Forse gli altri animali hanno scoperto il suo nascondiglio? Vogliono rubare le sue provviste? Invadere la sua tana? «Vivo nel più profondo della mia tana e intanto da una qualche parte mi s’imbuca addosso lentamente e silenziosamente il nemico». Là fuori il pericolo è sempre in agguato e anche noi, come l’animale rintanato di Kafka, siamo atterriti da un nemico senza volto. Non possiamo toccarlo e non possiamo vederlo. Si nasconde nei corpi degli altri, si mimetizza sulla superficie di oggetti innocui, si annida negli spazi comuni… Non c’è un posto sicuro dove fuggire e ripararci. Siamo sempre esposti ad un contagio impalpabile. Non basta chiudere le frontiere nazionali, non basta impedire gli spostamenti regionali, non basta serrare le mura della città. Neanche chiudersi in casa ci tranquillizza. Non c’è scampo: abbiamo paura di ciò che un tempo desideravamo, paura della libertà. Ora che abbiamo prudentemente alzato un muro difensivo contro il nemico, ora che ci hanno insegnato a proteggerci dall’incontro con gli altri, ora che abbiamo imparato a mantenere la distanza di sicurezza dai nostri vicini e ad evitare il contatto ravvicinato perfino con i nostri familiari, è arrivato il tempo di uscire dalla tana! La riapertura si avvicina, siamo pronti alla sfida? Siamo in grado di ricominciare anche se il distanziamento sociale ha riattivato la nostra paura atavica dell’Altro? Anche se i consigli degli scienziati e le regole dell’emergenza sanitaria hanno risvegliato la “sindrome della tana”, il ferino istinto di sopravvivenza che si trasforma facilmente in un delirio paranoide? Imprigionati dallo spavento, pretendiamo certezze, ma ad ogni notiziario le nostre paure aumentano e prosperano i sospetti. E cresce a dismisura il bisogno di sicurezza. Una rincorsa senza fine. Più ci proteggeremo e più ci sentiremo inadeguati a proteggerci. La tana come condizione permanente del presente e la paranoia come orizzonte dell’umanità? Quando il racconto di Kafka finisce il protagonista è ancora lì, in posizione difensiva, paralizzato sulla soglia della tana, in perenne ascolto del pericolo. «Tutto invece è rimasto immutato…» conclude lo scrittore lasciandoci in sospeso. Spetta a noi chiudere la storia, evitare che la tana diventi la nostra prigione.
Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 20 aprile 2020. Roba da pazzi. Io sto impazzendo. Ma questi sono pazzi (riferito a chi impone le regole o a chi le viola, a seconda dei casi). Quante volte durante la quarantena abbiamo invocato, in modo metaforico, la categoria della pazzia per spiegare la fase irrazionale che stiamo vivendo. Eppure, pazzi, rischiamo di diventarlo davvero, sviluppando disagi psichici legati alla clausura forzata. E andando incontro a una Grande Depressione di massa che, ahinoi, non sarà solo economica ma anche psicologica. Ci aiuta a gettare uno sguardo curativo sull' animo di un Paese malato e ferito Paolo Crepet, psichiatra e scrittore.
Crepet, un recente studio di Lancet ha analizzato le ricadute psicologiche di questa quarantena. Si va dall' ansia allo stress, dalla frustrazione alla noia fino al senso di precarietà. Quale prevale?
«Non credo che prevalga una sintomatologia, ma esiste un ventaglio di sintomatologie che dipendono dal nostro tratto di personalità. C' è chi già si è messo a progettare e lavorare cimentandosi in un attivismo creativo, c' è chi invece è depresso e vittima di apatia. Tra i due atteggiamenti, tuttavia, prevale il secondo. E per di più, come mi conferma un passaparola tra colleghi, si registra un aumento di suicidi».
Qual è l' aspetto che fa più paura agli italiani? L' isolamento coatto, il terrore di essere contagiati o la paura di perdere il lavoro?
«Adesso la paura più grande è l' incertezza sull' immunità: emergono casi, seppur rari, di recidiva. E quindi si diffonde una paura di natura scientifica, visto che non sappiamo se l' aver contratto il coronavirus ci immunizza come è successo in passato con altre malattie».
Tra i vari disturbi, potrebbero svilupparsi anche psicosi che sfocino nella pazzia?
«Assolutamente sì. Più che di psicosi, parlerei di nevrosi ossessive, paranoiche. Dopo un primo effetto della quarantena, in cui eravamo a casa euforici, è subentrato un effetto negativo, quello depressivo, in cui viene meno la voglia di fare e rimandiamo cose e progetti. A ciò si aggiunge l' inquietudine di stare in luoghi pubblici. Prima di entrare in un albergo passerà almeno un anno perché avremo molta paura».
Anche nella cosiddetta fase 2 varrà insomma quello che diceva Sartre: «L' Inferno sono gli altri»?
«Dipende da come verrà impostata questa fase. Se metteremo nelle trattorie dei separé in plexiglas, o se per andare a mare dovremo sistemarci in gabbie con le sdraio, be' allora le ricadute psicologiche potrebbero essere devastanti. Inizieremmo a chiederci: se questo è il futuro, che vita è? I casi di depressione aumenterebbero esponenzialmente, anche del 20%. Allo stesso modo, mantenere la quarantena per gli over 65 fino a Natale è nazismo puro: vuol dire condannare all' inutilità un' intera generazione che annovera grandi architetti, imprenditori, un pezzo importante di classe dirigente. Questi messaggi fanno male alla psicologia delle persone perché tolgono loro la speranza. È l' effetto hopelessness, "assenza di speranza", l' impatto più depressivo che l' uomo conosca. E chi lo alimenta è un assassino».
Nella task force per la ricostruzione ci sono anche psicologi e psichiatri, come Elisabetta Camussi e Fabrizio Starace. Sono le persone giuste per fronteggiare l' emergenza a livello di malattie mentali? E lei intravede un piano del governo per gestire l' impatto psicologico della crisi?
«Starace è stato mio allievo, è molto bravo. Ma il punto è che non so cosa stia facendo il governo: si è limitato a chiuderci in casa e buttare via le chiavi. Per carità, il lockdown era necessario. Ma non ci serve che ogni 3-4 giorni ci venga fornita una data della riapertura, smentita due giorni dopo. A quel punto meglio stare zitti, anziché lasciarsi andare a questo erotismo della conferenza stampa. E poi, piuttosto che aggiornarci soltanto col quotidiano bollettino dei morti e lasciarci deprimere, bisognerebbe che il governo dia speranza ai cittadini italiani. Dovrebbe dare informazioni sui nuovi farmaci, sui kit per rilevare virus e anticorpi, sulle concrete strategie per ripartire. Non abbiamo bisogno di consultori o sportelli psicologici. Abbiamo solo bisogno di informazioni certe che ci diano speranza: quando il governo ci dirà "da domani riparte il treno Roma-Milano", ecco, quella sarà una buona notizia».
C' è una responsabilità anche dell' informazione in questo bombardamento di notizie che ci deprimono?
«A tratti noto un sadismo dei media. Il sistema dell' informazione induce paure, le crea, e quando hai quella paura non fai che pensare a essa. D' accordo, i tg sono molto seguiti, le edizioni online vanno bene, c' è grande voglia di informazione. Ma ci vorrebbe una comunicazione non ossessiva, che non crei panico ma ci racconti anche di chi sta lavorando positivamente per trovare una soluzione. D' altronde, la paura rimarrà a prescindere anche dopo. Morto il virus, sopravvivrà la paura».
Una considerazione su medici e infermieri. Rischiano disturbi mentali per via dell' eccessivo stress da lavoro?
«Esiste questo rischio e chi non lo ha calcolato negli ultimi anni è un perfetto imbecille. Da sempre chi fa questo mestiere, soprattutto nelle terapie intensive, è sotto pressione. Oggi più che mai: medici e infermieri non dormono da settimane, mangiano male e digeriscono peggio. Fosse per me, nel contratto di lavoro prevedrei un anno o almeno un semestre sabbatico per gli operatori nel settore sanitario, in modo da scongiurare casi di burnout, di esaurimento».
Da ultimo, mi fa una proposta folle per guardare con ottimismo al futuro?
«Sarò un pazzo visionario, ma faccio il nome di Draghi. Per gestire la seconda fase ci vorrà un coraggio enorme, e questo governo è inadeguato per la ripartenza».
Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 7 aprile 2020. «Festeggerò scrivendo, che è il modo migliore per rivivere e lottare contro la morte». Franco Ferrarotti, padre della sociologia moderna in Italia, compie oggi 94 anni di una vita che lo ha visto andare dappertutto e fare quasi tutto: crescere in povertà, studiare con Nicola Abbagnano, litigare con Benedetto Croce, tradurre per Einaudi, fondare riviste e collane editoriali, girare il mondo per conto di Adriano Olivetti, insegnare negli Stati Uniti, farsi eleggere in Parlamento ed essere insignito del titolo di cavaliere di Gran Croce, la più alta onorificenza repubblicana. Una vita che Marietti 1820 ha raccolto in sei tomi e 5 mila pagine.
Come passa la quarantena?
«Tra i miei 30 mila libri, con scarse concessioni alla comunicazione elettronica».
Non le piace?
«È troppo rapida, autoreferenziale e non riflessiva».
Soprattutto in questi giorni ci fa sentire meno soli, no?
«Oggi due logiche si contendono la lealtà degli esseri umani: quella della lettura e quella dell' audiovisivo. Silenzio e concentrazione contro sintesi e gratificazione emotiva».
Chi sta vincendo?
«L' audiovisivo, che sollecita l' emisfero materno del cervello con immagini precotte».
Ma i social network hanno introdotto l' autoproduzione dell' audiovisivo.
«Spontaneità non significa autenticità. L' accesso sfocia nell' eccesso. Siamo sommersi di immagini, ma cosa resta della fotografia se il divertimento fagocita il documento?».
Lei aveva 14 anni nel 1940.
Che ne pensa dei paragoni bellici che si sentono oggi?
«Ero in piena adolescenza, ma l' adolescenza non era ancora stata inventata. Un' analogia è il senso della penuria. Che è privazione, ma facilita la concentrazione sull' essenziale».
Che cosa direbbe a un adolescente del 2020?
«Di apprezzare quanto il mondo dell' abbondanza crei suggestioni e bisogni indotti. I giovani sono de-concentrati. Faticano a sentire la vocazione. Così dilagano ansia immotivata e disagio indefinibile».
Miliardi di persone chiuse disciplinatamente in casa: che cosa vuole dire?
«Che l' ordine sociale è molto più facile di quanto pensassero i rivoluzionari».
Che cos' è l' irrompere del virus nelle nostra società?
«Un colpo al delirio di onnipotenza tecnica. La tecnica è importante ma è perfezione priva di scopo».
La quarantena ce lo dà?
«Benché sociologo, so che gli individui non sono un puro epifenomeno. Hanno una dose di imprevedibilità, che indagano filosofia, letteratura, religioni.
E un' incredibile capacità di resistenza. Glielo dico avendo visto la guerra».
È una crisi di civiltà?
«Non ho una visione catastrofista. Le crisi sono sanguinose, ma l' emergenza fa letteralmente emergere i veri problemi. Siamo come il viaggiatore di Marco Aurelio che ha dimenticato lo scopo del viaggio».
Come saremo, dopo?
«I sopravvissuti, pur colpiti dalla felicità che si vergogna al cospetto di chi versa lacrime, non saranno solo superstiti, ma testimoni».
Quale sarà la parola chiave?
«Imparare a convivere con il virus, finché resterà un misterioso, scomodo ospite. Rischiare di morire di virus o morire di fame? No, rifiuto il dilemma».
Una società urbanizzata e abituata alla folla sopporterà il distanziamento sociale ?
«Parlerei di nuova socialità che deriva da socializzazione a relativa distanza. I popoli mediterranei hanno il contatto fisico come stile di vita. Noi siamo inventori dello struscio. Dovremo guardarci negli occhi senza toccarci, abbracciarci da lontano. E magari scrivere testi che non sembrino dei memo aziendali».
La scienza sta soppiantando la politica?
«Attenti a questo scarico di responsabilità. La scienza stessa non vuole avere una responsabilità politica. I tecnici non possono surrogare la politica, che non può nascondersi dietro le valutazioni dei tecnici».
Che cosa direbbe agli scienziati onnipresenti in tv?
«Benedetto Croce diceva che la sociologia è una scienza inferma. Ma ogni scienza deve esserlo, per non diventare dogma. Anche la scienza medica non è un dogma».
Quali sono le virtù politiche in una crisi?
«Buonsenso e prudenza, non prevaricazione e propaganda. Facile dire: state in casa. La vita in casa, per chi ce l' ha, può diventare un inferno se bisogna prenotarsi per andare in bagno».
Come sta l' amata sociologia?
«In crisi perché ha dimenticato la sua base filosofica originaria. È una presociologia. I bravi sociologi nel caso migliore sono giornalisti investigativi. Con tutto il rispetto».
Lei perché se ne innamorò?
«Abbagnano con dolcezza fraterna mi diceva: la sociologia non ci sarà mai. A me è piaciuta perché ibrida, meticcia, sin dal nome metà greco metà latino. In grado di portare il senso comune a livello scientifico».
Che cosa vuol dire compiere 94 anni?
«La longevità non è un dono di Dio come dice la Bibbia, ma è tremenda perché gli amici non ci sono più».
Chi le manca, tra i tanti?
«Cesare Pavese, per condividere una passeggiata silenziosa».
Quale viaggio del passato vorrebbe rifare?
«Ho fatto quattro volte il giro del mondo, soffermandomi soprattutto sugli angoli più bui e sconosciuti. Ma il luogo dove vorrei tornare è il golfo del Messico. Aprire la finestra in pieno inverno e ritrovarmi in faccia uno sbuffo di gelido vento marino».
Ester Viola per harpersbazaar.com il 20 aprile 2020. Lasciate ogni speranza, o voi che ci stavate provando. Non ci pensate. La quarantena non è cosa da signorine sceneggiature e romanzi impiccati senz’aria. La letteratura racconta quello che è sempre stato, di cosa non è poteva scrivere solo Kafka. Di che vorreste narrare? Che succede in una pandemia? Niente, non succede niente, ci hanno chiusi in casa. E pure a pensare di essere bravo col pubblico, caro autore, i.e. a fargli credere interessanti le fesserie che s’avvitano nella tua testa, qui l’unica cosa che serve è dimenticare. Come in ogni sciagura, la vittima non vuole farsi ragioni, ricordare. Ha interesse solo a rimuovere, migliaia luminari della psicoanalisi non possono essersi sbagliati. Che rimarrà? Solo una lunga lista di mai più. Ecco cosa consegnare al postero ignaro di pandemie.
Mai più ogni mattina svegliarsi col pensiero di scendere a fare la spesa prima che sia troppo tardi.
Mai più tre piani di scale e un minuto prima del portone ricordarsi che ci si è scordati la mascherina, e risalire, a piedi, sai mai l’ascensore sia contaminato.
Mai più pensare non toccare niente mentre la mascherina ti prude e ti sfida il sistema nervoso, peraltro sempre la stessa perché solo quella hai trovato. Chissà se si può lavare.
Mai più due ore della mia vita per entrare e uscire da un supermercato.
Mai più discutere di argomenti come quello di seguito: il libro è un bene non necessario, perché riaprire le librerie? Non è nella ratio legis. Come tanti ho preso posizione un minuto, poi mi sono andata a lavare la faccia con l’acqua fredda.
Mai più affacciarsi ai balconi e contare quanta gente vedi.
Mai più essere soddisfatta per la chiusura dei parchi perché i genitori ci portavano i figli a giocare le partitelle di pallone.
Mai più l’odore del Lysoform la mattina.
Mai più negare a chiunque il suo diritto a correre. Com’è che dicevamo? Perché se poi lo facciamo tutti è una maratona di gente che corre, quindi perché tu sì e io no? E non m’è mai passato per l’anticamera del cervello di correre a Milano.
Mai più email inoltrate dai comuni della Liguria in cui si chiede ai residenti di fare cortesemente la spia contro i furbetti delle seconde case.
Mai più leggere la parola furbetti.
Mai più farsi il pane da soli, e poi mangiarselo e avere pure il coraggio di dire che è buono. È buono come le cose che cacciavamo dal Dolceforno.
Mai più il bollettino della protezione civile delle diciassette e trenta.
Mai più impegnarsi in pensieri come “chiamarla guerra è corretto o no” o “i medici sono eroi o il termine non è appropriato” immaginando che cambi qualcosa o che sono le parole a fare i massimi sistemi mentre intorno manco le macerie ci fanno raccogliere.
Mai più sentirsi giovane con un po’ di egoistico retropensiero “figurati se questo virus non l’ho già preso a gennaio in aeroporto”
Mai più non potersi dire “andiamo al mare” e trovarci venticinque gradi e perdersi il primo weekend buono, e “mangiate fuori?”, e restare con la camicia, e finire la bottiglia di bianco, e pensare che è proprio quasi estate e nessun posto del mondo è come l’Italia da aprile fino ottobre. Un po’ di orgoglio nazionale segreto non ha mai fatto male a nessuno.
Mai più leggere tre pagine di virologia e poi pensare che deve fregartene qualcosa, ormai abbiamo visto, certe malattie fanno come i terremoti, se erano cent’anni che non succedeva vuol dire che c’era andata di lusso.
Mai più cedere e diventare un orrendo complottista, quindi la storia di pipistrelli in brodo e prosciutti di pangolino ce la ingoieremo come una di quelle medicine al gusto dentifricio menta sintetica.
Mai più ricevere telefonate da tutti i clienti dello studio legale che chiedono la stessa cosa: cassaintegrazione. E hanno paura. Qui è la Lombardia, una volta eravamo Sparta e Atene insieme.
Mai più queste pubblicità con tentativi di epica da commozione della classe media che ci ricordano che siamo un popolo forte - specialmente nel debito - e il parmigiano non ci lascerà soli.
Mai più pensare “la pandemia rivela il carattere della gente e così faccio pulizia tra i contatti” perché il primo che deve essere ripulito allora sei tu.
Mai più le liste di libri, di film, le cose da fare, le dirette, le masterclass, i diari segreti, le ricette che non faremo mai perché ci piace andare al ristorante.
Mai più arrivare a sera e vedere che la giornata se n’è andata persa tra spesa, cucinare, pulire e stirare e dov’è tutto il tempo morto che mi avevate promesso?
Mai più queste tute, queste magliette comode. Odio perfino l’amore della mia vita, il divano.
Mai più non mettersi le scarpe per tutto questo tempo, poi te le infili per uscire e ti fanno male ai piedi come ai bambini.
Mai più perdere il nostro diritto ai tre giorni del trench, eravamo bellissime, nella vecchia vita, in primavera col trench.
Mai più questi capelli pazzi.
Mai più vedersi con questi capelli pazzi nelle videochat, ma chi è quella vecchia, chi la conosce, ti dispiace se facciamo solo a voce.
Mai più “mi sentite tutti, iniziamo?” e dopo un’ora di videocollegamento ti fanno male gli occhi, la testa e ti pulsano le orecchie e non hai risolto niente perché “questo è buono, quest’altro scordatelo” nelle aggregazioni a uso riunione sono intese tacite che si raggiungono dal vivo e senza parlarsi.
Mai più sentire gente che pulisce la spesa e fa l’abluzione delle chiavi e la sanificazione dei fagiolini.
Mai più tutto questo vino e questa coca cola per dimenticare. Mai più essere così vicini al frigo.
Mai più delfini a Cagliari, a Mergellina e tra poco nella vasca da bagno, anatre a Roma, caproni in Inghilterra, cinghiali nei giardini di Bergamo. La natura se ne torni a casa sua.
Mai più serie tv e cucinare due volte al giorno, sempre diverso. “Che si mangia?” è diventato peggio di “che fai a Capodanno?”
Mai più desiderare il lunedì in ufficio come se fosse un desiderio sensato.
Mai più sentire i “pericolosa deriva autoritaria, attenzione al ritorno del reich”. Gli vorrei chiedere perché questa selezione saeculorum a piacere loro, ci sono le stesse possibilità che torni la grande Cartagine.
Ah, e soprattutto. Dimenticavo.
Mai più lamentarmi di niente, appena tutto questo sarà finito, almeno per sei mesi.
Saremo chiamati reduci. Chi vede la fine di un mondo ed è sopravvissuto può essere definito così. E con gli altri come lui condivide la sensazione che sia accaduto qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Wlodek Goldkorn il 2 aprile 2020 su L'Espresso. Reduce è colui che ha vissuto, sulla propria pelle, la fine di un mondo ed è sopravvissuto, per ricominciare la vita e anche per raccontare quello che gli era successo. Di reduci ce ne sono tanti quanti gli eventi che segnano un passaggio d’epoca: nei primi due decenni del terzo millennio, i reduci dell’11 settembre 2001, quando le torri gemelle di New York, simbolo della potenza americana caddero come se fossero edifici qualsiasi di Varsavia o Dresda durante la seconda guerra mondiale, o i reduci del Bataclan, quando scoprimmo che ballare in un locale di Parigi non è un’attività innocente, Il reduce per eccellenza della modernità poi è l’uomo (o la donna) sopravvissuto alla Shoah. Quello che stiamo vivendo, certamente non è uno sterminio di massa dovuto a un’ideologia e un regime capace di metterla in atto né una serie di attentati terroristici di un gruppo di fanatici. Tuttavia, dopo il Covid-19 saremo fra coloro che hanno vissuto la condizione dei reduci. Cosa ci unirà ai nostri predecessori? Prima di tutto, la sensazione che sia accaduto qualcosa che andasse oltre la nostra immaginazione. E per questo non siamo oggi in grado di immaginare l’avvenire né di avere un lucido ricordo del passato di appena qualche settimana fa. La catastrofe ha spezzato il tempo e ho sospeso il presente. Soprattutto, sappiamo già oggi che nell’esperienza del reduce di una fine del mondo, c’è un lutto, difficile da elaborare perché legato al senso di inadeguatezza che porta a provare una sensazione di colpa. La catastrofe porta con sé l’arbitrarietà della morte. Molti di noi si chiederanno: perché sono sopravvissuto e per quale motivo se ne sia andato un prossimo? Non sono domande innocenti, lo sa qualunque reduce della Shoah. Usciremo da questa vicenda con l’idea che niente è garantito e qualcuno di noi si porterà nel letto, la notte, un pezzo di pane da nascondere sotto il cuscino. Ma da reduci ne usciremo anche con una gran voglia di vivere, di abbracciarci, di stare pigiati insieme in una piazza. I reduci hanno una forza vitale enorme.
Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 5 aprile 2020. Come sta trasformando gli italiani la prolungata e apparentemente interminabile quarantena? Dagli ultimi studi, non c' è da stare allegri. Stiamo diventando qualcosa a metà tra il bulimico sedentario televisivo, incollato con le terga alla poltrona a vedere una trasmissione qualsiasi, e il delatore spontaneo e quindi ancor più incattivito, che nell'ex Germania Est o in Unione Sovietica aiutava i servizi segreti ufficiali, già perfidissimi, a sbattere in galera i vicini di casa presunti dissidenti. Un sondaggio Coldiretti/Ixè rivela infatti che per 3 italiani su 4 è giusto segnalare alle forze dell' ordine comportamenti scorretti durante la quarantena. La Coldiretti vede il lato positivo del dato, parla di "elevato livello di responsabilizzazione" (in Italia? Siamo sicuri?) e commenta: «Un risultato incoraggiante dopo diverse settimane di forti restrizioni e all' indomani dell' annuncio del prolungamento delle misure strette di contenimento fino a dopo Pasqua. A sostenere un comportamento virtuoso da parte degli italiani costretti a rimanere a casa sono molte le iniziative promosse che vanno da internet alla tv fino alla tavola che è diventata un momento centrale della vita delle famiglie». Delazioni, televisione e cucina dunque, questo sembra essere il triplice farmaco che, in mancanza di quello contro il Covid, sta sostenendo le giornate degli italiani nell' era del lockdown. Delle spiate "virtuose" abbiamo già detto; per la televisione c'è il dato di 6 milioni di spettatori in più, rivela Sorrisi e Canzoni TV, spettatori che in media passano 6 ore al giorno davanti allo schermo, un' ora e 40 in più rispetto ai giorni in cui si poteva uscire di casa liberamente. L'offerta televisiva del resto è amplissima, e ha goduto negli ultimi giorni di performance già mitiche e assai dibattute come l' omelia di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta e cupissima, per non parlare dei canali streaming che ci vanno giù pesante con l' offerta di film catastrofici e pestilenziali pure molto brutti, ma comunque in linea con lo spirito del tempo. Si fa anche molto la spesa online (sempre che si riesca) e qui si riafferma la tradizione gastronomica italiana. In tempi gramissimi, almeno mangiare e bere decentemente. Così nell' ultimo mese, rivela sempre Coldiretti, è raddoppiata la spesa a domicilio e anche l' attenzione alla qualità dei cibi, e c' è la possibilità di avere prodotti a chilometri zero dal sito campagnamica.it che offre prodotti stagionali da oltre quattromila aziende agricole. La fotografia, dunque, è quella di un' Italia non tanto trasformata, quanto esasperata in certi suoi tratti tipici, e non tutti positivi. Dopo un gran parlare di runners e joggers, si scopre che l' 88% degli italiani, perlomeno stando alle dichiarazioni (di certo non veritiere) rispetta le restrizioni, e in effetti non è che uscendo per fare la spesa si veda poi questo pullulare di sportivi. Forse se nelle famiglie non sono già scattate carneficine, è perché l' italiano poltrone e sedentario lo è di natura. Stare a casa in pigiama e pantofole a vedere la televisione, cucinare, desinare e spiare i cavoli privati del vicino immorale erano attività che lo attraevano pure prima della peste. Adesso semplicemente ha fatto di necessità virtù, e certi vizietti tornano utili per trascorrere ore interminabili di tedio e reprimere conflitti domestici. Poi si potrebbe anche tentare una sofisticata analisi delle abitudini di quarantena secondo classi sociali o culturali. Gli intellettuali, lo sappiamo perché ce lo dicono sui social dove sono imbullonati, stanno tutti leggendo moltissimo (nonostante i social), scrivendo libri usa e getta e forse anche un poco speculativi sul "Contagio", e in generale lanciando sconclusionate accuse al capitalismo al suon di «ce lo meritavamo il virus, dovevamo fermarci, fare penitenza», rubando il lavoro ai religiosi più retrivi, come loro abitudine. Altre categorie avranno altri passatempi, tutti tangenti comunque la delazione, la televisione, i social, le fake news («la vitamina C fa miracoli quando sei intubato») e il nutrimento. Si può dire che il Coronavirus ci ha ridotto ai minimi termini. Non è vero che siamo virtuosi, siamo i soliti italiani che, come in altre epoche tragiche non così lontane nella memoria storica, aspettano che arrivi un salvatore, un messaggero, e ci dica: «Ragazzi, è finita, potete uscire dalle tane».
Così le nuove tendenze cambieranno l'idea di casa. Nessuno può prevedere il futuro però è possibile identificare delle tendenze che possono portare a certi risultati. Francesco Alberoni, Domenica 05/04/2020 su Il Giornale. Nessuno può prevedere il futuro però è possibile identificare delle tendenze che possono portare a certi risultati. Non sono previsioni ma scenari, possibili sviluppi. È con questo spirito che indico alcuni campi in cui potrà indirizzarsi la nostra ripresa e la produttività. Quando è stato inventato Internet avevamo tra le mani la più meravigliosa delle invenzioni. Avrebbe dovuto consentirci una trasformazione del lavoro e dello studio, è diventata il luogo dello svago, della chiacchiera, del facile erotismo. Avremmo potuto trasformare il modo di lavorare e di produrre, invece da decenni moltissimi impiegati maschi e femmine devono alzarsi presto, prendere treni e automobili, andare a chiudersi in palazzi e grattacieli di uffici, ritornare a sera e poi ripartire la mattina: un colpo sferrato alla coppia e alla famiglia. In questo modo la città è cresciuta verticalmente, è diventata una città di grattaceli, mentre la provincia, che è sempre stata un mondo animato, vivo, pieno di frequentazioni sociali e culturali, si è svuotata. Le case delle nostre belle cittadine sono decadute. Chi invece ha scelto di andare ad abitare nella grande città ha dovuto accontentarsi di un piccolo appartamento, ammobiliato in modo spartano, senza i preziosi oggetti che aveva la borghesia. Gli altri sono diventati dei pendolari. Ma con l'epidemia di Coronavirus è stato imposto lo smart working. Molte imprese continueranno ad usarlo anche in seguito e gli impiegati potranno lavorare a casa, che potrebbe rinascere come luogo di incontro e di lavoro, con un nuovo tipo di arredo, nuovi potenti strumenti informatici facili da usare, robot domestici, apparecchi sanitari miniaturizzati che consentono la telemedicina. Forse la gigantesca città di grattaceli è giunta al suo apogeo. Questo non vuole dire che non si faranno più grattacieli ma che l'informatica offre un'alternativa. La casa potrebbe tornare ad essere un settore dove si possono fare investimenti, non solo per adeguarla a norme, ma anche per creare ambienti più belli, magari con un una piccola serra o un piccolo giardino. Piccole cose ma utili per il benessere psicologico e le relazioni familiari.
Coronavirus, la psichiatra Gosio: “Non scommetterei che diventeremo migliori come dice qualcuno”. Le Iene News il 5 aprile 2020. “Vedo troppe illusioni che tutto tornerà come prima e troppa rabbia”. Nicoletta Gosio, psichiatra e psicoterapeuta, ci parla dei pericoli del dopo quarantena e segnala le preoccupazioni di oggi: solitudine, psicofarmaci, ragazzi e violenza in casa. Con una speranza, negli anziani. “Cattività e cattivo hanno la stessa radice etimologica: dobbiamo stare molto attenti. Soprattutto al dopo, quando passerà la lunga reclusione in quarantena per l’emergenza sanitaria. Non scommetterei che diventeremo migliori, come dice qualcuno”. Proprio all’isolamento sociale la nota psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio ha dedicato un libro, “Nemici miei” uscito il 18 febbraio, subito prima dell’esplodere dell’epidemia di coronavirus. Un motivo in più per parlare con lei degli effetti psicologici del lockdown sugli italiani: “Due aspetti mi fanno preoccupare per il dopo. Da un lato ci sono aspettative fantasiose e impossibili di un ritorno veloce a tutto com’era prima. Dovremo ripensare ogni cosa e non mi sembra che si vada in questa direzione.”.
Dall’altro lato?
“Dopo i primi proclami, canti e slanci, sento già serpeggiare la rabbia sociale, la deresponsabilizzazione, la caccia al colpevole. Sono una scorciatoia pericolosa e ci rendono solo più deboli nell’affrontare personalmente rinunce che andranno ben oltre la libertà individuale, come succede in questo momento. Parliamo di una vita che cambierà radicalmente. Poi, ci sono troppe illusioni in giro”.
Per esempio?
“Una piccola cosa? L’enfasi su quanto son belli lo smart working o l’insegnamento a distanza. Ci andrei più cauta: sono indispensabili ora ma potranno portare in futuro altre forme di isolamento e di malessere”.
Quali sono i problemi più grandi oggi?
“C’è molta sofferenza. Soprattutto in chi si trova in una solitudine estrema e vive recluso senza vedere né sentire nessuno. E una cosa è farlo in 100 metri quadri, un’altra magari in 30 o 20 metri quadri. Si devono aiutare queste persone a partire dai contatti telefonici. Ma anche nelle quarantene familiari ci sono rischi”.
Quali?
“Innanzitutto il pericolo di violenza domestica che si è innalzato con una convivenza forzata 24 ore su 24 tra chi magari era già in crisi. Pure i primi dati che arrivano dalla Cina, che è più avanti temporalmente di noi, parlano di aumenti di problemi per le coppie”.
C’è anche un rischio di abuso di psicofarmaci?
“C’era già un eccesso nel vederli come via rapida alla risoluzione dei problemi. Ora aumentano le richieste contro ansia e paura generalizzate, vanno gestite avvertendo sempre degli effetti collaterali e accompagnandoli da una terapia psicologica”.
Come sta chi soffre di problemi psicologici?
“In alcuni casi ha addirittura un senso di sollievo perché affrontare una minaccia esterna con delle regole da seguire sostituisce i conflitti interiori. La sospensione dei problemi può presentare però un conto con gli interessi dopo la fine dell’emergenza. E questa è una dinamica che ci riguarda tutti”.
Due età al centro per l’attenzione: i più giovani e più vecchi.
“I bambini non stanno vivendo malissimo questo periodo, l’importante è che vengano mantenuti i contatti via telefono o anche in video con gli amichetti e i compagni di scuola. Gli adolescenti invece mi preoccupano: il contatto e la frequentazione di persona per loro sono fondamentali. Parliamo di ragazze e ragazzi con un piede se non due già fuori della porta, risucchiati pesantemente nella vita di casa in un’età molto delicata”.
E gli anziani, già colpiti duramente dalla malattia?
“Abbiamo almeno riscoperto che esistono, sembravano scomparsi nella nostra società. Meritano il massimo delle attenzioni, dobbiamo averli più cari. Ma hanno comunque una forza che le generazioni successive hanno perso. Sanno affrontare meglio le avversità e le difficoltà: abbiamo solo da imparare da loro, in tutti i sensi”.
DiMartedì, Silvio Garattini: "Dopo la quarantena maggiori malattie mentali e forme di aggressività". Libero Quotidiano l'1 aprile 2020. Ospite a DiMartedì di Giovanni Floris su La7, nel corso della puntata del 31 marzo e rigorosamente in collegamento, ecco Silvio Garattini, il noto farmacologo e presidente dell'Istituto Mario Negri. Il quale, facendo il punto sull'emergenza coronavirus, si concentra anche sulle conseguenze a lungo termine. Fari puntati, nel dettaglio, sulla psiche delle persone: come ne usciranno da tutto ciò? Che ne sarà di loro dopo la quarantena? Il pensiero di Garattini, a tratti, è inquietante: "Ci saranno magari maggiore malattie mentali e forme di aggressività per le persone dopo la quarantena, ma è importante debellare il virus. La normalità non sarà mai più come prima", conclude un poco fatalista (ma, probabilmente, non sbaglia).
Lo sproloquio di Tullio Solenghi contro la perfida Germania segna trasformazione della società italiana. Giuliano Cazzola de Il Riformista il 31 Marzo 2020. «Suonate pure le vostre Merkel. Noi suoneremo i nostri Solenghi». È questo il grido di battaglia che rimbalza sui social schierati a difesa dell’orgoglio patrio ferito dai discendenti degli Unni che hanno impedito al nostro Paese di usare gli eurobond come meglio gli pareva. Lo sproloquio di Tullio Solenghi contro la perfida Germania, divenuto virale in rete, è l’ultimo atto di una trasformazione in corso nella società italiana: mentre i politici (si veda il caso di Matteo Salvini) diventano comici inconsapevoli, i comici non esitano ad intraprendere il cammino percorso con successo da Beppe Grillo e, magari, a prenderne il posto visto che il “garante” pentastellato non sa più dove sbattere la testa, mentre il suo movimento si sgonfia come una torta di panna. Solenghi – preso da un raptus nazionalista – ha rinfacciato ai tedeschi la responsabilità di due guerre mondiali, della Shoah e di aver goduto – nonostante i loro misfatti – di un taglio dei debiti di guerra nel 1953 che ha consentito a quella nazione di rinascere sul piano democratico, civile ed economico. Il comico d’assalto non si è ricordato che il nostro Paese era alleato del Terzo Reich, varò le leggi razziali e non esitò, ai tempi della Rsi, a consegnare gli ebrei italiani ai nazisti. Certo non fu l’Italia democratica a partecipare allo sconto sul debito. E quindi non sembra che possa rivendicare, a distanza di mezzo secolo, una sorta di par condicio con la Germania di Bonn. Sono state ripescate, in queste ore di becero patriottismo, tutte le battute circolate per mezzo secolo, a partire da quella salace di Giulio Andreotti, prima della riunificazione tedesca: «Voglio tanto bene alla Germania che ne preferisco due». Quanto alle personalità politiche della Germania di oggi, non si può negare che siano in prima linea a denunciare e a contrastare le risorgenti forme di nazismo e di antisemitismo, tanto che Angela Merkel dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau ha voluto riconoscere non solo che la Germania non potrà mai lasciarsi alle spalle questa tragica responsabilità, ma – citando Primo Levi – ha avvertito che questi orrori, come sono avvenuti, così possono tornare. L’Afl – il partito alleato di Matteo Salvini – è considerato come un paria “intoccabile”, con cui i partiti tradizionali non intendono avere rapporti. Sempre sui social circola un video in cui una indignata voce femminile, fuori campo, mentre scorrono le immagini delle nostre “grandi bellezze” rinfaccia al resto del mondo i meriti politici, istituzionali, giuridici, scientifici e artistici degli italiani nella storia dell’umanità. Arriva ad affermare che Donald esiste in quanto “scoperto” da Cristoforo Colombo, mentre nel fare l’elenco degli inventori lascia trasparire un po’ di imbarazzo, per comprensibili ma ingiustificati motivi, davanti all’immagine di Enrico Fermi. Quanto ai grandi musei delle capitali straniere, la “voce” afferma che dovrebbero chiudere bottega se venissero privati delle opere degli italiani. Certo, siamo orgogliosi del nostro passato; e nessuno ci nega di esserlo. Il fatto è che non si vive di rendita. Altrimenti i Greci potrebbero rivendicare di aver dato vita alla cultura occidentale e fermato in epiche battaglie le invasioni degli eserciti persiani. Gli egiziani, poi, potrebbero passare ore a raccontare le storie delle dinastie dei Faraoni e delle Piramidi e dei motivi per cui l’Egitto era ritenuto un dono del Nilo. Ma perché Matteo Salvini, invece di insultare i partner europei (ma le iene non fanno, ridendo, lo stesso lavoro dei serpenti e degli sciacalli?) e sostenere a giorni alterni che da questa Unione e dalla sua moneta si dovrebbe uscire, non sviluppa un’iniziativa per convincere i suoi alleati in Europa a protestare contro i loro governi insensibili “al grido di dolore” dell’Italia? Sarebbe utile che questi neopatrioti si rivolgessero ad una cineteca o ad un archivio storico dei grandi quotidiani per scoprire come – mutatis mutandis – i toni di queste ore somigliano ai cori contro le “inique sanzioni” assunte dalla Società delle Nazioni contro l’Italia per l’aggressione all’Abissinia. Il regime denunciava l’atteggiamento di quei Paesi che si schieravano (in verità con scarso impegno) a favore di un popolo di selvaggi e contro una potenza erede dalla civiltà di Roma. Il tema degli eurobond è senz’altro delicato e per ora non sono ancora state adottate decisioni ultimative. Ma quando si ha bisogno degli altri sarebbe opportuno usare un altro tono, senza dover rinunciare alle proprie legittime istanze. Cinque grandi italiani hanno tracciato in questi ultimi giorni le linee di indirizzo non solo per l’Italia nei confronti dell’Europa, ma anche delle istituzioni europee verso i Paesi in maggiore difficoltà, nel contesto di una crisi da cui non si intravede ancora una via d’uscita: Sergio Mattarella nel suo ultimo appello al Paese; Mario Monti nel suo editoriale sul Corriere della Sera; Mario Draghi nell’articolo sul Financial Times; Lorenzo Bini Smaghi che, su Il Foglio, ha trovato il coraggio di spiegare – in mezzo alla tracotante canea antieuropeista – le difficoltà reali e le condizioni che sarebbero necessarie per l’emissione di eurobond, richiesti con troppa faciloneria dai demagoghi di turno; Carlo Cottarelli in un video in cui ha voluto ricordare, al pari di Monti, che dalla Bce saranno erogati all’Italia – in quanto appartenente all’Eurozona – ben 220 miliardi. Certo il tempo si è fatto breve. Ma è così difficile capire che anche Angela Merkel e Mark Rutte hanno a che fare con un’opinione pubblica e con tanti Mattheus von Salvinen tedeschi e olandesi (peraltro amici del nostro Mangiafuoco)? Mentre i titoli della Bundesbank andrebbero a ruba con saggi di interesse risibili, gli Eurobond – ammesso e non concesso che si trovi un patrimonio che li garantisca – sarebbero oggettivamente più rischiosi (per il mix di Paesi che prenderebbero parte all’operazione) e quindi sarebbero sottoscritti a tassi oggettivamente superiori, caricando maggiori oneri, in nome della solidarietà, anche sui Paesi che potrebbero farne a meno. Un’operazione giusta e solidale, ma non dovuta.
Più solidali ma meno europeisti, così la pandemia ci ha cambiati. Renato Mannheimer de Il Riformista il 31 Marzo 2020. Un giorno il virus sarà debellato. Non sappiamo quando, ma sappiamo che accadrà. E in quel momento potremo ritornare alla vita sociale e professionale del passato. Segnati però dalla difficile prova cui siamo sottoposti. Da tutti i punti di vista: sia da quello più strettamente personale (a Wuhan sono aumentati i divorzi, ma cresceranno prevedibilmente anche le nascite), sia da quello lavorativo (molti hanno imparato in questa occasione a usare la tecnologia), sia da quello delle relazioni con il prossimo, sia da tante altre prospettive. Definire oggi con precisione quali saranno gli effetti sociali dell’insorgenza del virus e delle misure eccezionali che si sono dovute adottare è impossibile. È troppo presto, specie perché non sappiamo ancora quanto durerà questo periodo di sacrifici. Ma, sin da ora, seppure in modo approssimativo, si possono provvisoriamente delineare alcune tendenze che stanno già in qualche modo caratterizzando, con maggiore o minore intensità, la vita nel nostro paese e che potrebbero accentuarsi in futuro. Ad esempio:
a) Una maggiore attenzione alla salute e agli investimenti in quest’ultima. Si tratta di un settore che è stato in parte trascurato negli ultimi decenni e che verrà inevitabilmente rivalutato anche nelle priorità richieste all’intervento pubblico.
b) Una più diffusa considerazione della socialità e dei rapporti umani. Dopo la fase di necessario isolamento, saranno inevitabilmente più apprezzate le occasioni conviviali e di relazione con gli altri. Anche in termini di solidarietà e condivisione.
c) Contrariamente a quello che accadrà per le relazioni individuali, dall’altro lato si sta sviluppando un maggiore “egoismo” dal punto di vista delle comunità nazionali. Il fallimento e l’inefficacia delle organizzazioni internazionali (dalla Ue, alla Bce, all’Oms) sta portando a una sempre più estesa sfiducia nei confronti di queste ultime e alla più diffusa voglia di “fare da soli”.
d) In particolare, date queste tendenze, stanno diffondendosi maggiormente nel nostro paese, le posizioni ostili alla integrazione europea e quelle che sottolineano la contrapposizione dei nostri interessi con quelli di altri Stati e l’inopportunità della cooperazione con questi ultimi.
e)L’esperienza per molti dello smart working ha portato a un diffuso apprezzamento per quest’ultimi, oltre che ad una maggiore considerazione per le possibilità e le opportunità offerte dalla tecnologia. È ragionevole pensare che molte aziende e molti individui manterranno, visti i loro vantaggi, alcune delle modalità di smart working anche a crisi finita.
f) Emerge già ora una maggiore fiducia nelle istituzioni. Gli italiani hanno, come mostrano i sondaggi realizzati in questo periodo, registrato positivamente i provvedimenti del Governo e delle autorità locali. È ragionevole pensare che questo atteggiamento prosegua, per un certo lasso di tempo, quando la crisi sarà finita.
g) Di conseguenza, un obiettivo rafforzamento politico e sociale del Governo e, specialmente del premier Conte. Il grado di fiducia ha superato il 70%, raggiungendo livelli mai visti sin qui. Si tratterà di vedere naturalmente se, a crisi finita, il Presidente del Consiglio sarà in grado di tesaurizzare il consenso guadagnato.
h) Un molto maggiore apprezzamento per le competenze e le professionalità. La popolarità di slogan come “uno vale uno” appare in netto declino.
i) Una maggiore fiducia nell’informazione, specie televisiva. Oltre all’incremento dell’audience, testimoniato dall’Auditel, di tutti i programmi, specie di quelli di informazione (dato il maggior tempo che si passa in casa), si registra una più diffusa attenzione, in certi casi quasi una dipendenza, al susseguirsi di notizie, che spesso costituiscono un importante punto di riferimento.
j) Un mutamento nell’atteggiamento comunicativo di un numero crescente di aziende. Al di là della pubblicità televisiva che, forse per motivi contrattuali, non è cambiata molto e appare spesso surreale, la comunicazione delle aziende, specie sui quotidiani, è sempre più incentrata sull’impegno sociale di queste ultime. Proprio il commitment sociale delle aziende, sta diventando uno strumento di marketing di grande importanza. Come si evolveranno in futuro questi atteggiamenti? Tutto dipenderà ovviamente dall’evolversi della crisi. Che, per il momento, è imprevedibile.
Nicola Mirenzi per Huffington Post il 30 marzo 2020. Si è fatto un discorso: “Hai 73 anni. Sei vecchio. Certo, devi fare tutto quello che ti dicono per non prendere il coronavirus. Per non morire. Però, se dovesse accadere – perché può accadere – considera che quello che dovevi dire più o meno l’hai detto. Quello che dovevi scrivere, bene o male, l’hai scritto. Te ne puoi andare anche senza maledire troppo la sorte”. Walter Siti è uno dei più importanti scrittori e critici letterari italiani. Vive a Milano, nel centro del contagio, in auto-isolamento da giorni. Dice: “Quello che mi preoccupa di più è il sentimento che sta montando nella mente delle persone. Ho paura che quando finirà l’emergenza il rancore, la rabbia, il risentimento, che in questo momento lievitano in silenzio, sottotraccia, esplodano e si riversino contro gli attuali comandanti in capo. È un attimo innescare la dinamica del capro espiatorio. Dire: È tutta colpa vostra se c’è stata una strage. Oppure: È colpa vostra se ora abbiamo le pezze al culo. È colpa vostra se non possiamo più andare a lavorare in fabbrica. Non è detto che accada. Però, se accade, gli scontri a cui assisteremo, la rottura dell’ordine pubblico che vedremo, potrebbe farci pensare agli autunni caldi della nostra storia come dei momenti di relativa calma e serenità”. Già ora lo stato d’eccezione ha ridotto le nostre libertà. Ovviamente, per proteggerci. E temporaneamente. Ma è un dato che il tabù della società liberale è stato infranto: “Anche la domanda che in una situazione normale è proibita – dice Siti – oggi si ascolta serenamente nel dibattito pubblico: la dittatura decide meglio della democrazia? Quando, meno di un anno fa, Matteo Salvini invocò i pieni poteri, scandalizzò tutti. E giustamente. Oggi, sono molti a dire che servono i pieni poteri per gestire l’emergenza, che non si può concepire l’idea che il capo indichi una direzione e un generale vada dall’altra parte. Non si scandalizza più nessuno. La retorica è: Siamo in guerra. E in guerra comanda uno solo. La democrazia è sospesa. Ma quello che mi preoccupa davvero è il momento in cui torneremo alla normalità. Per il lavoro che ho fatto sul mio romanzo, Il contagio, ho molti contatti tra i borgatari romani. Parecchi sono di estrema destra. Il sentimento che sta passando è qualcosa tipo: Ora lasciamo stare, ma segniamoci bene i nomi dei traditori, perché poi li andremo a prendere uno per uno. Pian piano, l’odio sta montando nella testa delle persone. Questo mi preoccupa”. Tutto nasce dalla nostra illusione più grande, l’idea di aver addomesticato la natura, un tema a cui Siti dedica un intero capitolo del suo ultimo libro, “La natura è innocente. Due vite quasi vere” (Rizzoli).
È un trauma quello che viviamo?
«Ci eravamo convinti che la tecnologia sarebbe stata in grado di padroneggiare completamente la natura. Ci siamo sentiti vincitori e abbiamo preso la natura sottogamba. La Singularity University, nella quale insegnano alcune delle menti più brillanti di questo secolo, si era data tra gli obiettivi anche quello di sconfiggere la morte. L’arroganza degli uomini si è spinta sino a credere all’immortalità. Oggi, invece, la natura ci dimostra quanto se ne frega di noi e dei nostri discorsi. Quanto è vasta la nostra impotenza».
Perché lei dice che la natura è innocente?
«Perché la natura non è responsabile di ciò che fa. Ogni tanto si scrolla di dosso gli uomini e li stermina sbadatamente. Passa per essere colpevole. Diciamo: “La montagna assassina” quando qualche alpinista cade in un crepaccio. In questi giorni, ho sentito dire in televisione: “Ah, la natura matrigna”. Capitava anche a Giacomo Leopardi di sbagliare. Perché considerare la natura matrigna significa presupporre che la natura possa essere anche madre. Dunque, buona, accogliente, disponibile. Invece, la natura se ne frega semplicemente di noi, dei nostri legami di parentela, delle costruzioni culturali che noi facciamo intorno a essa. È sovranamente indifferente. Un virus passa dagli animali agli uomini e il mondo si deve fermare. Non c’è un piano, una ragione, un’intenzione. È così e basta».
Eppure, non facciamo altro che parlare di cose naturali, bio.
«Quando, nelle società occidentali contemporanee, si dice che qualcosa è naturale si intende che è indiscutibile, primario, ovvio, semplice. Consideriamo naturale quello che abbiamo sempre fatto e crediamo che sia un nostro diritto, appunto, naturale continuare a farlo. È un abito culturale. Una consuetudine conservatrice. Non ha niente a che fare con la vera natura. Per questo facciamo così fatica a rinunciare al nostro stile di vita, in questi giorni in cui siamo obbligati a rimanere a casa».
Che conseguenze politiche avrà, secondo lei, questa situazione?
«Credo che il discorso sovranista e nazionalista si rafforzerà molto. L’espressione ‘prima gli italiani’, che nel mondo di prima era condannatissima, è una frase che ora non scandalizza più nessuno. Chi potrebbe obiettare alla scelta di mettere al primo posto i malati italiani, rispetto ai malati di qualsiasi altra parte del mondo? Se mi avanzano mille respiratori e uno stato straniero me ne chiede cento, io li tengo in magazzino, perché tra poco mi potrebbero servire per curare i miei cittadini. È il modo in cui hanno ragionato tutti gli Stati. La reazione nazionalista è un dato di fatto».
Può esistere un altro tipo di solidarietà, ora?
«Questo non lo so. Io osservo che le categorie più fragili (i senzatetto, i carcerati, i migranti) sono dimenticati senza troppo scalpore, nonostante le altamente proclamate intenzioni di solidarietà e il meritorio lavoro dei volontari. Tanto che mi viene da chiedere: che la sinistra sia una postura per gente in salute?»
Perché dovrebbe?
«Perché è abbastanza facile occuparsi degli ultimi e degli emarginati quando stai bene. Quando ti fermi a parlare con i ragazzi di colore agli angoli della strada, però poi te ne torni nel tuo bel appartamento nel centro di Milano, dove tutto è tranquillo e non corri nessun rischio. Oggi, però, che temi per la tua vita, ed esci con la mascherina per andare in farmacia, all’angolo della strada non vedi più nessuno, e se lo vedi allunghi il passo e vai via».
Dunque, lei risponde sì: la sinistra è una postura?
«Non del tutto. Il punto interrogativo è legato al fatto che se in questo momento la sinistra è veramente brava a mettere in discussione i termini delle questioni che c’erano prima, problemi come l’internazionalismo, la globalizzazione, può non essere una posa, anzi».
Lei che cosa ha ridiscusso?
«Io ho riflettuto sulla parola Dio. Vedo che c’è gente che prega sui balconi. Al Grande Fratello Vip hanno recitato il Padre Nostro. C’è un gran desiderio di pregare. La preghiera non è una preghiera neutra: è rivolta al Dio cattolico. Ma se uno non non ci crede cosa fa? Si astiene dalla preghiera comune? Può pensare – come io penso – che i valori di solidarietà possono nascere anche al di fuori della morale cattolica? Oppure tutta l’Italia deve riconoscersi per forza in quest’unico credo?»
C’è stata però anche una reazione di religione civile: i tricolori appesi al balcone, l’inno nazionale.
«Torniamo però al nazionalismo, di cui parlavamo prima. Nessuno ha esposto la bandiera europea, oppure quella dell’Onu».
Bisogna per forza essere nazionalisti per apprezzare la bandiera italiana?
«Non necessariamente».
Lei l’ha apprezzata?
«Per me che faccio lo scrittore, l’Italia è soprattutto la lingua italiana. Però, in questo momento, con il Paese colpito dal virus, vedere sventolare il tricolore un po’ mi commuove. Dimostra che non andiamo ognuno per conto proprio, che almeno ci riconosciamo in una comunità».
Antonello Caporale per il “Fatto quotidiano” il 30 marzo 2020. E cosa succederà domani? Che ne sarà di noi alla fine di questo tempo sospeso? Marino Niola insegna antropologia al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Osserva, studia, analizza i comportamenti e i continui adattamenti dell' uomo, i suoi riti, le sue abitudini e anche i repentini cambi di passo quando vi è costretto da una realtà che improvvisamente cambia assetto. "Nel dolore di questi giorni non avvertiamo quel che di buono succederà. E invece c' è tanto. Anzitutto la società digitale è divenuta una realtà. A una velocità pazzesca ci siamo impadroniti del computer, istituzioni impolverate e austere, penso all'università, alle burocrazie dello Stato, si sono trovate nella condizione di apprendere prestissimo un nuovo sistema di trasmissione delle conoscenze e delle competenze. In tempi di pace ci sarebbero voluti vent' anni; in tempo di guerra, perché siamo in guerra, sono bastati 20 giorni". Il computer era il segno delle nuove solitudini, di un mare sommerso che si affacciava al mondo odiandolo. E invece le famiglie, costrette a stare a casa, hanno scoperto il valore della comunità virtuale. Questo virus ha smaterializzato la società, ha polverizzato la comunità materiale. Il distanziamento sociale è la negazione del segno quotidiano della nostra vita. Il divieto di abbracciarsi è contro la nostra natura di uomini e, per noi italiani, anche di più. Grazie alla rete le nostre vite invece si sono potute tenere in piedi. La rete, che ieri ci isolava e spesso da cittadini ci trasformava in odiatori, ci collega, anzi ci unisce. È lo strumento che ci permette di sentirci solidali, informati, vivi. Anche questa è una novità non da poco. È perfino cambiata la nostra prossemica e l' emoticon è divenuto il suo sostituto funzionale. Adoperiamo le faccette per dire e fare quel che non ci è permesso: baciare, abbracciarci, piangere, sorridere, sfottere.
Finirà questo tempo e tutto ritornerà come prima.
«Nulla sarà più come prima, ma il futuro che vedo dietro l' angolo di questa disperante crisi ci renderà migliori, in una società più solidale».
Perché dovremmo essere migliori se le nostre condizioni economiche peggioreranno e tanti faranno naufragio?
«Perché ogni dopoguerra mette in circolo una vitalità sconosciuta. Abbia in testa una molla e immagini di comprimerla. Oggi la nostra vita è compressa, è sotto vuoto, è ferma. Domani, quando la pressione svanirà, quella molla ritornerà nella posizioni abituale, le energie si libereranno impetuose».
Certamente saremo più poveri, ma perché più infelici?
«Questa guerra ci impone un' altra scoperta: riflettere e rivalutare le nostre abitudini. Eravamo piuttosto scontenti di esse e non sapevamo porre rimedio. Domani saremo costretti invece a inventarci un nuovo modello di stare al mondo».
Il dopoguerra seppellisce la società più fragile.
«Questo sarà il lascito di un evento mai sperimentato prima e così drammaticamente pauroso».
Gli statistici indicano una platea di contagiati, la linea plausibile del virus in circolo, in un numero dieci volte superiore a quello delle cifre ufficiali. E i morti quadruplicheranno.
«Non riesco a valutare le cifre. La mia osservazione, e non credo che sia vittima di un ottimismo sfrenato, mi induce a pensare a un domani comunque ricco di grandi possibilità. È una ricchezza diversa da quella che immaginavamo, certo. Dovremo regolare la nostra vita a un ritmo forse più basso, questo sì. Però resisto nella mia considerazione: la società che uscirà da questa prova sarà piena di vitalità e densa di talenti che avranno la possibilità di mostrarsi. E alcune conquiste, che non riusciamo a cogliere del tutto, le stiamo già vivendo».
Ne dica due, di queste conquiste.
«Il tempo. Ci mancava sempre tempo. Per i nostri piaceri e per i nostri doveri, per i figli o per la cucina. Per la riflessione, per il sentimento. Riacquistare forzosamente un tempo così lungo è per un verso traumatico, per un altro benedetto. Siamo costretti a pensare alla nostra vita, e sicuramente a ripensarla. Soprattutto a evitare gli errori della nostra vita precedente. È poco?»
In tanti perderanno il lavoro. Le sembra niente?
«Il lavoro cambierà, muterà faccia. Potrei risponderle: è vero anche il contrario. Cioè in tanti lo troveranno. Quel che non sappiamo è come sarà: il suo valore economico, la sua qualità. Effettivamente, qui concordo, sono interrogativi di non poco conto».
La seconda conquista di cui facciamo fatica ad accorgercene?
«I figli hanno ritrovato casa. Stanno scoprendo cos'è una famiglia, stanno parlando con i genitori. E i genitori stanno scoprendo cosa vuol dire avere dei figli. Pensavamo che i nostri ragazzi non avessero altro Dio che lo spritz, il pub, la piazza o internet. Invece, a quanto vedo e sento, stanno apprezzando la casa».
Tutte cose belle sotto il cielo però di questa grande angoscia, questa grande paura.
«La storia dell'uomo è fatta di angosciosi eventi, la storia italiana ha conosciuto grandi e ripetute epidemie. Nulla di nuovo sotto il cielo. Anche se è terribile dirlo».
Lei vive a Napoli, e al Sud l'emergenza stringe ai fianchi perché l' economia è più debole.
«Napoli se la cava bene con lo stato d'emergenza perché vi è abituata. E in genere il Sud è più propenso a fare rete, a resistere salendo sulla scialuppa familiare. Abito in centro e qui non ci sono i supermercati delle periferie. Ancora sono tanti e vivi i negozietti - appunto la rete della prossimità - con una attitudine alla solidarietà che altrove è perduta».
Mi faccia un esempio.
«Il mio fruttivendolo. Lo chiamo e mi consegna la verdura e la frutta a casa. Gli ho chiesto di darmi l'Iban bancario perché non vorrei privarmi del contante. Mi ha risposto: non si preoccupi, quando tutto sarà finito mi pagherà. Non credo che da Esselunga sia possibile. Davvero penso che sarà un mondo nuovo. E non è detto che non ci piaccia».
Nicolò Zuliani per termometropolitico.it il 27 marzo 2020. Nella cacofonia di voci più o meno autorevoli di questi giorni ha fatto rumore – niente rispetto al passato, ma l’ha fatto – un servizio di TG Leonardo su un esperimento di supervirus creato in laboratorio dai cinesi nel 2015. Il servizio è stato ripreso da Salvini, ma smentito parzialmente da un articolo apparso su Nature: “It is improbable that SARS-CoV-2 emerged through laboratory manipulation of a related SARS-CoV-like coronavirus. As noted above, the RBD of SARS-CoV-2 is optimized for binding to human ACE2 with an efficient solution different from those previously predicted7,11. Furthermore, if genetic manipulation had been performed, one of the several reverse-genetic systems available for betacoronaviruses would probably have been used19. However, the genetic data irrefutably show that SARS-CoV-2 is not derived from any previously used virus backbone20.”
È vero? Non lo è? In entrambi i casi, a cosa servirebbe saperlo? Cosa cambierebbe, nella nostra vita? È straordinario come in questi giorni giornalisti/capipopolo stiano disperatamente tentando di applicare vecchi schemi, cioè trovare un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica. Ovunque è un fiorire di articoli zeppi di illazioni, speculazioni, “impossibile stabilire ma”, “potrebbe essere che”, “un’eventuale indagine scoprirà”, “è legittimo pensare” e altre frasi che mettono i loro scritti sullo stesso piano dei graffiti nei cessi degli autogrill. E non funzionano. Fanno numeri ridicoli, rispetto a prima, perché il mondo è cambiato. Quando questa clausura finirà – ovvero quando vaporizzeremo il bastardo col vaccino – le persone sopravvissute non saranno le stesse. Non lo sono più già adesso; parecchi linciatori di professione stanno perdendo seguito perché non vogliono rendersi conto che in tempi di guerra loro tornano ad essere quello che sono sempre stati: tenie. Vermi che si nutrono di escrementi emozionali. Ma quando l’organismo è in pericolo rimuove i parassiti e si dedica alla guarigione. Dopo un grande pericolo scampato, dopo i morti seppelliti, mentre si lecca le ferite e ricomincia a vivere, l’umanità ragionerà in maniera differente. Avrà priorità differenti, proprio come dopo una guerra. Un grave pericolo scampato comune crea unione. Cambieranno i nostri rapporti con gli stati esteri e con l’Europa, sì, ma soprattutto quelli tra di noi. Chi non se ne rende conto è perché non se ne vuole rendere conto, o non ha il cervello per arrivarci. La feccia che fino a ieri dominava Internet, i capipopolo, i giustizieri sociali, quelli che fino a ieri vivevano lanciando poveri idioti in pasto alla folla che li sbranava e linciava per noia; quelli che giocavano a “oggi sei fascista tu, domani è fastista lui”; quelli che passavano le giornate a postare gli screenshot delle proprie risposte a Salvini; quelli che decidevano cosa era sessista, razzista, omofobo passeranno un bruttissimo periodo. Le persone non avranno più voglia di fare male virtuale, perché conosceranno il male reale. Bisogna essere in totale negazione per credere che dopo due, tre settimane barricati dentro casa a sentire gente che muore dall’altra parte del muro e contare le ambulanze che passano, le persone avranno voglia di sfogare la propria noia o frustrazione esistenziale/lavorativa in Internet. È roba vecchia. Non funziona più. Le persone hanno e avranno voglia di vita, di bellezza, di spensieratezza, di gioia e di gentilezza. In questo momento, nelle case, le persone non scalpitano per trovare qualcuno da linciare: sognano di prendere la moto e farsi un giro per strade di campagna, andare in una baita piena di gente, sedersi a un tavolo di sconosciuti, abbracciarsi, sentire una carezza o una pacca sulla spalla. Passeggiare in centro. Prendersi un caffè e fare due chiacchiere con il barista. Portare fuori una bella ragazza e farci l’amore su un prato. Non hanno paura del perenne regime strisciante, né degli immigrati che minacciano l’identità nazionale, né della deriva fascista: hanno paura di non riuscire a ripartire con il proprio lavoro e di non avere risparmi. Saranno impegnati ad affrontare la recessione, a mettere da parte soldi e a rifarsi una vita o un’azienda, o reinventarsi un lavoro. Nel tempo libero avranno troppa voglia di essere felici per cercare di rendere infelice qualcuno che magari è come loro, è stato chiuso in casa come loro, ha avuto paura come loro e ha perso qualcuno come loro. È la nostra apocalisse e rinascita, è la grande tragedia della nostra generazione, è uno dei punti di svolta della Storia. Come al solito, i libri hanno qualcosa da insegnarci. In questo caso, una vecchia canzone. “Eravam tutti pronti a morire ma della morte noi mai parlavam. Parlavamo del futuro. E se il destino ci allontana, il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà.
Mi ricordo che poi venne l’alba e poi qualche cosa di colpo cambiò. Il domani era venuto e la notte, era passata. C’era il sole su nel cielo, sorto nella libertà”. Io ero Sandokan, canzone partigiana. Resistiamo, sopravviviamo, uniamoci e ricostruiamo. Noi italiani abbiamo una lunga tradizione, in materia.
L'Occidente in quarantena si specchia nei suoi errori. Mercato unico azzerato, classe dirigente che non dirige, credibilità invece di verità. Lasch lo scrisse 40 anni fa...Stenio Solinas, Sabato 28/03/2020 su Il Giornale. Quarant'anni fa, quando La cultura del narcisismo apparve nelle librerie, si verificò un curioso caso di miopia intellettuale. Il suo autore, Christopher Lasch, aveva voluto descrivere il nuovo tipo umano che andava prendendo il posto dell'homo oeconomicus fino ad allora imperante, l'avvento del narcisista, insomma. Con questo sostantivo Lasch non voleva indicare il mero egoista «in preda a uno stato mentale per cui il mondo non è altro che lo specchio dell'Io», ma qualcosa di più sottile e di più complesso, un essere perseguitato dall'ansia, in stato di inquietudine e di insoddisfazione permanente proprio perché condannato a un eterno presente non in grado di soddisfarlo. Venuto meno il tempo dell'etica del lavoro e della fiducia nel progresso sociale, questo nuovo «uomo psicologico» si trovava senza più colpe di cui emendarsi, scaricate sulle istituzioni, i retaggi culturali, la società in senso lato, ma lasciato in balia di un individualismo fine a sé stesso, senza più una rete protettiva in grado di salvarlo da una più che prevedibile caduta. Ciò che però venne percepito di questa tesi fu paradossalmente l'esatto contrario, ovvero l'esaltazione di ciò che a Lasch sembrava una tragedia, l'affermazione di una nuova umanità senza più ostacoli da superare, in giro per un mondo dove non c'erano più limiti né confini, del tutto soddisfatta della propria centralità, portatrice dell'idea di una crescita continua in linea con un progresso scientifico in grado di assicurare ogni cura, di sconfiggere qualsiasi malattia, di prolungare indefinitamente la nostra vita terrena. Adesso che La cultura del narcisismo torna nelle librerie (Neri Pozza, pagg. 300, euro 18, traduzione di Marina Bocconcelli) si capisce quanto Lasch vedesse lontano nel tempo e quanto e come quelle che allora erano le avvisaglie della crisi di un modello di sviluppo sociale, economico, culturale, si siano trasformate nella descrizione di una realtà. Notava allora Lasch che «il liberalismo, teoria politica della borghesia in ascesa, non è più in grado di spiegare il mondo dello stato assistenziale e delle multinazionali, e nessuna teoria ha preso il suo posto. Le discipline scientifiche che ha promosso, forti in passato di una fiducia illuministica nella conoscenza, non forniscono più spiegazioni soddisfacenti dei fenomeni che si pretende di chiarire. La teoria economica neoclassica non riesce a spiegare la coesistenza di disoccupazione e inflazione (). La negazione del passato, in apparenza ottimista e progressista, rivela - a un esame più approfondito - la disperazione di una società incapace di affrontare il futuro». Questa serie di considerazioni, tradotte nel linguaggio della contemporaneità, dell'emergenza in cui oggi ci troviamo a vivere la contemporaneità, ci racconta il fallimento della globalizzazione e della delocalizzazione, il mercato unico che si inceppa e va in quarantena, il capitalismo finanziario che non ha più attinenza con l'economia reale, un virus di cui la scienza non sa nulla, al di là del prendere atto della sua esistenza, il ritorno sulla scena, per quanto ammaccato, di quel passato, le nazioni come plebiscito quotidiano, fino al giorno prima irriso nel nome di un generico irenismo umanitario...Allo stesso modo, l'intuizione avuta allora da Lasch su come si sarebbe andato deteriorando il rapporto tra informazione e opinione pubblica, letta oggi assume una sua sinistra verità: «Molti giudizi critici partono dal presupposto che il problema sia quello di impedire la circolazione delle falsità palesi, mentre è evidente che i mass media, diffondendosi, hanno reso non pertinente, per una valutazione della propria influenza, le categorie di vero e falso. La verità ha lasciato il posto alla credibilità, i fatti alle affermazioni che suonano autorevoli senza coinvolgere alcuna informazione autorevole». L'uso politico di quanto appena detto, è sotto gli occhi di tutti, la disinvoltura con cui un capo di governo può assicurare che non ha senso fare del proprio Paese «il lazzaretto d'Europa» e una settimana dopo lo sbarrare porte e finestre dentro e fuori quello stesso Paese... È l'ultimo portato di una politica come spettacolo che, scriveva Lasch, per politici e amministratori non ha altro scopo se non «vendere la loro leadership al pubblico, l'efficacia operativa misurata nei soli termini di prestigio e credibilità». Più in generale, nel quarantennio trascorso dalla prima uscita di La cultura del narcisismo, è la stessa «democratizzazione dell'istruzione» a essersi rivelata nefasta, confermando quanto appunto Lasch vedeva in prospettiva: «Non ha allargato le cognizioni della gente comune sulla società moderna, né ha migliorato la qualità della cultura popolare e neppure ha accorciato il profondo divario tra ricchi e poveri. Ha contribuito invece al declino del pensiero critico e al decadimento degli standard intellettuali». Basta dare uno sguardo alla compagnia di giro degli «opinionisti televisivi», una vera e propria professione, per capire di cosa si sta parlando, per non dire della cloaca da web imperante. La strage di anziani di cui sono lastricati questi giorni all'insegna del Covid-19 e dell'emergenza sanitaria, ci mette del resto sotto gli occhi, con evidenza schiacciante, ciò che Lasch aveva fotografato come un dato in fieri: «La nostra società non sa che farsene degli anziani. Li bolla come inutili, li obbliga ad andare in pensione prima che abbiano esaurito la loro capacità lavorativa e rafforza in ogni occasione la loro sensazione di superfluità. Svalutando l'esperienza e attribuendo una grande importanza alla forza fisica, alla destrezza, all'elasticità nello stare al passo con le idee nuove, la società definisce la produttività in termini che escludono automaticamente i cittadini anziani». Quello in cui ormai viviamo immersi sino al collo è un drammatico mutamento del senso storico, una società che, avendo perso l'idea del passato, ha perduto però ogni interesse per il futuro, non trasmette più perché non tramanda più, una sorta di eterna giovinezza-attualità con un'idea di crescita zero di popolazione. Il nuovo millennio, dunque, realizza in pieno ciò che nel XX secolo era una linea di tendenza. Abbiamo di fatto un'etica della comodità e il culto dell'edonismo e dell'autorealizzazione. Abbiamo sostituito alla formazione di carattere la permissività, alla cura delle anime la cura della psiche, all'autorità individuale l'autorità parimenti irrazionale degli esperti di professione. Come scriveva Lasch, «le nuove strutture di dipendenza create dalla nuova classe dominante, e che agiscono con efficacia pari a quella con cui, in epoca precedente, venne sradicata la dipendenza del contadino dal suo signore, dell'apprendista dal suo padrone, della donna dal suo uomo», non sono il portato di un complotto o di «una colossale congiura ai danni delle nostre libertà». Più semplicemente, hanno a che fare con il susseguirsi di situazioni di emergenza di fronte alle quali il culto del pragmatismo da un lato, l'incapacità politica di vedere oltre i problemi immediati dall'altro, funzionano da provvisori tamponi per l'hic et nunc. A ciò si unisce ciò che sempre Lasch definiva la protezione «del sistema del capitalismo corporativo dal quale i manager e i professionisti che lo gestiscono traggono i maggiori benefici. La maggior parte di noi è in grado di vedere il sistema, ma non la classe che lo controlla e che monopolizza la ricchezza che esso crea. Se rifiutiamo l'analisi di classe della società moderna, ci precludiamo la possibilità di comprendere l'origine delle nostre difficoltà, i motivi della loro persistenza, i modi eventuali di superarle». A emergenza finita, sarà forse il caso di riflettere su tutto questo.
Quando la pandemia finirà, ci ricorderemo che non siamo immuni da nulla? Walter Siti de Il Riformista il 25 Marzo 2020. Il peggio accade nel dormiveglia mattutino, quando gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore e la risacca degli incubi non si è ancora asciugata al sole della ragione: paura di morire nel caos, con un tubo piantato in gola e un tablet in mano, tra sconosciuti indaffarati. Poi si risale in superficie, alla chiarezza del lavoro: le notizie più ansiogene parlano di “Lombardia fuori controllo” e di un virus che qui si starebbe comportando in modo anomalo, lasciando anche i virologi nello sconcerto. Ho deciso di non uscire per un paio di settimane, in una quarantena autoimposta responsabile e un po’ vile; non ho modo di vedere le code ai supermercati, né i militari che piantonano le strade, né le multe ai runner di cui si favoleggia. Vedo tutto in televisione, e alla paura si sostituisce lo stupore. Stupore innanzitutto per le curiose asimmetrie: Gaia Tortora rimprovera due fidanzati che si tengono per mano in piazza Gae Aulenti, e alla loro frase sentimentale (“le coppie non si separano”) oppone dura “invece adesso si separano, eccome”. Su altra rete un medico spiega che la distanza obbligatoria non vale per “le coppie che condividono il talamo”, e altrove ancora Ricky Tognazzi e Simona Izzo si presentano sorridenti, abbracciati nel letto matrimoniale. Tenerezze possibili in casa ma non per strada ? E i vestiti ? Un esperto suggerisce di lavarli quando si siano usati all’esterno, mentre Burioni assicura che i tessuti, essendo porosi, non trattengono il virus. Disinfettare o no le zampette dei cani con l’amuchina? Stupore anche maggiore per certe riconversioni dei personaggi televisivi, paragonabili alle riconversioni delle fabbriche di intimo che si sono messe a fabbricare mascherine: chi prima della bufera si divertiva a incoraggiare allegre sessantenni in vena di turismo sessuale, ora opera un inesausto servizio pubblico di base, con volto commosso e dito alzato. Al Grande Fratello Vip si recita il “Padre Nostro”, i concorrenti restano senza parole nel passaggio dai sentimenti per uso spettacolare a quelli veri. Gli spot pubblicitari emanano un alone di irrealtà, propagandando prodotti che ora non si possono comprare perché i negozi sono chiusi, e che in futuro probabilmente molti non si potranno permettere; appare palese che la pubblicità non serve tanto per il singolo prodotto quanto come rassicurazione d’abbondanza – se sparisse di colpo, gli spettatori proverebbero il morso dell’astinenza e sentirebbero alzarsi inspiegabilmente il livello di allarme. Le previsioni meteo parlano di una primavera che sembra un sarcasmo, come se la Natura volesse beffarsi di noi, ma il ritorno improvviso del freddo ci conferma che la Natura è sovranamente indifferente alle nostre sorti. Il blocco di quasi tutte le attività, la drastica diminuzione dei viaggi, l’Europa chiusa in casa, stanno riducendo di molto l’inquinamento: si sono avvistati i delfini nella laguna veneta, i fiumi tornano a essere trasparenti – si rimedia a un guaio solo con un guaio più grande. A Milano è tornata ben sotto i limiti consentiti la presenza nell’aria di polveri sottili, ma qualche epidemiologo avanza l’ipotesi che proprio l’inquinamento nella pianura padana abbia reso più fragili i polmoni degli abitanti. Contraddizioni e paradossi si rincorrono in circolo: i sindacati che premono per far chiudere le fabbriche, Salvini che rivendica la centralità del Parlamento. Rinascono i nazionalismi e gli egoismi: basta che non muoiano i miei parenti, i miei amici, i miei concittadini, i miei connazionali. Si respira un latente, indicibile desiderio che le altre nazioni (la Francia, la Spagna, l’Inghilterra del buffone Johnson, i tedeschi con troppo pochi casi, gli Usa del prepotente Trump) ci raggiungano nei numeri del contagio. “Prima gli italiani” comincia a non sembrare più uno slogan così assurdo, la chiusura delle frontiere è una necessità momentanea ma anche l’inconscia rivincita contro un’omologazione mai accettata fino in fondo. Le categorie più fragili (i senzatetto, i carcerati, i migranti) sono dimenticati senza troppo scalpore, nonostante le altamente proclamate intenzioni di solidarietà e il meritorio lavoro dei volontari. Che la sinistra sia una postura per gente in salute? Stiamo verificando quanto ci costa abbandonare abitudini anche banali o addirittura dannose: l’aperitivo, la sigaretta, il pilates. La scoperta che, in certe emergenze, l’autoritarismo è più efficace della democrazia non sembra aver scalfito nel profondo le coscienze: qualcuno se ne occupa, ma la protesta su questo non riesce a diventare di massa. Dopo aver rimosso la morte per troppi anni, e averla allontanata dal discorso pubblico, lei ci è piombata addosso con violenza e abbiamo fatto fatica a prenderne atto. All’inizio si diceva “i deceduti sono ultrasettantenni con polimorbilità”, e la tecnicità del linguaggio serviva per nascondere. Con la sola, quasi, lodevole eccezione di Enrico Mentana, la tivù li trattava solo in quanto numeri rassicuranti per i giovani. Poi sono arrivati i furgoni carichi di bare, e con loro le storie individuali. La morte esiste, è visibilmente tra noi; l’illusione di onnipotenza che il nostro sistema economico voleva venderci è finita; neppure la scienza, moderna religione, è onnipotente. Tutte le pandemie finiscono, certo, ma saranno molti i conti da fare, dopo. Tutte le cose che abbiamo sbagliato, le direzioni che ha preso il nostro sviluppo; il meglio e il peggio della globalizzazione. La velocità del nostro mondo è un formidabile ripetitore epidemico, ma forse il mercato degli animali di Wuhan era ancora troppo poco globalizzato: standardizzazione significa anche asetticità, nel bene e nel male. Siamo presi in una tenaglia psicologica, tra la fretta che tutto torni come prima e la speranza che niente sarà più come prima. Non siamo abituati ad avere paura, le guerre le combattono gli altri, e perfino definire questa una guerra serve a renderla mitica, allontanandola dalla continuità del nostro quotidiano. E noi invece siamo questo, tutto insieme: la fragilità sanitaria, gli equilibri di forza e il terrorismo, la lotta tra gli imperi, la polluzione planetaria e l’emarginazione dei poveri; i cigni neri incrociano nel nostro cielo, non siamo immuni da nulla. Per quanto ce lo ricorderemo, nell’euforia della ripresa ?
Giovanni De Luna per “la Stampa” il 23 marzo 2020. Mai, negli ultimi decenni, la nostra quotidianità è stata così bruscamente violata dall' esterno e i nostri gesti più intimi e privati scaraventati nello spazio pubblico, fino a diventare oggetto di specifiche disposizioni normative da parte del governo. Ma proprio l' esperienza di questi giorni ci aiuta a capire meglio quello che abbiamo studiato sui libri di storia, avvicinandoci alla comprensione più profonda della nostra esistenza collettiva negli anni tra il 1940 e il 1945 e mettendoci in contatto con una dimensione attraversata dalla paura ma anche da una irrefrenabile spinta vitale. Il fatto è che, per quanto voluta e gestita dall' uomo, la guerra, soprattutto la Seconda guerra mondiale nel suo aspetto totalizzante, ha un impatto che somiglia molto a quello della grandi catastrofi naturali (terremoti, alluvioni, epidemie appunto). In questo senso, esattamente come le catastrofi, quella guerra fu in grado di far affiorare i tratti più profondi della nostra identità collettiva, quasi azzerando di colpo le sovrastrutture culturali stratificatesi nel tempo. Da noi quel periodo fu vissuto nel solco di abitudini che rimbalzavano con straordinaria uniformità dai diversi contesti («sotto» gli Alleati come «sotto» i tedeschi, nel «Regno del Sud» come nella «Repubblica di Salò»), lasciando trapelare una comunanza di sensazioni così forte da suggerire la possibilità di aggregare sul piano dei sentimenti e dei comportamenti - un po' come sta avvenendo in questi giorni con i tricolori sui balconi- quanto fino ad allora era sempre stato frammentato geograficamente, economicamente, socialmente. Per tutti fu «tempo di guerra», un tempo definito dalla ciclica ripetizione di comportamenti coatti, segnati dall' oscuramento che cancellava la luce naturale, dal coprifuoco che negava le uscite serali e la convivialità, dall' annullamento della individualità dei singoli giorni in un' ossessiva ripetitività, al cui interno tutti i giorni erano uguali e tutti erano ugualmente appiattiti su un presente carico di angoscia; un tempo che nella sua indeterminatezza - nessuno sa dirci quando l' emergenza virus potrà definirsi conclusa - somiglia molto a quello che stiamo vivendo. Nell' Italia in guerra riapparve anche la fame, un male antico che pure sembrava essere stato espulso per sempre dagli scenari urbani della rivoluzione industriale. Ci fu, ovviamente, anche una diffusa paura di morire e fu essenzialmente legata ai bombardamenti. Ma quello che appare oggi particolarmente confortante è che non tutto fu disperazione e paura, e anche negli incubi di una condizione sempre più tragica fece capolino una umanissima voglia di vivere. Ancora a distanza di anni, nei ricordi dei testimoni si avverte la gioia profonda di essere riusciti a strappare anche un solo attimo alla sequenza di eventi distruttivi in cui si era precipitati. L' incontro con il cibo, ad esempio: dimenticati il razionamento e il pane con la tessera, nel ricordo ci si riscopre golosi come bambini e il momento di un' unica mangiata pantagruelica viene rivissuto con la stessa intensità che assumono le descrizioni delle privazioni in cui ci si dibatteva. Durante la guerra si ballava, anche. In famiglia, tra amici, e in quei locali che restavano ancora aperti, lasciando presagire un fenomeno che nell' immediato dopoguerra si sarebbe manifestato in un vero tripudio di corpi scatenati al ritmo del boogie woogie. La radio trasmetteva canzoni allegre-demenziali (Maramao perché sei morto? fu un classico) o di un sentimentalismo esasperato («Vieni, c' è una strada nel bosco...»). Al cinema si rideva con Macario (Imputato, alzatevi!) e un po' ovunque furono allestiti spettacoli comici, di varietà, di musica leggera. Mentre sette compagnie di prosa portavano dappertutto nella penisola il loro repertorio - erano De Filippo, Donadio, Govi, Baseggio, Anselmi-Abruzzo, Durante e Ciabattini -, significativi successi ottenero anche le compagnie di avanspettacolo, senza dimenticare, nel teatro leggero, l' operetta, la commedia musicale, la pochade; i consensi più clamorosi andarono alla rivista, che proprio in quegli anni superò per la prima volta - e largamente - gli incassi del teatro drammatico. Autori come Michele Galdieri e Mario Mangini, artisti come De Sica, Marisa Merlini, Dina Galli, la stessa Paola Borboni (che accettò di calcare le scene del teatro leggero per poter finanziare la sua compagnia pirandelliana) contribuirono a dare dignità e prestigio a questo genere «minore». Un umorismo anche grossolano fu lo strumento per esorcizzare i disagi della guerra: l' oscuramento serviva agli innamorati per scambiarsi carezze, le restrizioni alimentari favorivano la dieta... Poi, nel 1943, anche la rivista fu ufficialmente proibita, perché non si confaceva alla tragicità degli avvenimenti che il paese stava vivendo. Erano però consentiti i lavori patriottici. E grazie a questo escamotage tutto continuò come prima. Fu così che le riviste di Vanda Osiri (come si chiamava allora Wanda Osiris), di Totò, di Macario e perfino le sceneggiate napoletane, con la semplice aggiunta di un finalino patriottico-propagandistico, proseguirono nelle loro tournée in tutti i teatri italiani senza risentire delle nuove restrizioni. Anzi, con il proseguire della guerra, il richiamo esplicito al sesso e all' erotismo si fece più insistito, i puntini delle ballerine più esigui. Non era solo un problema di temi vietati dalla censura, anche se, indubbiamente, la satira di costume era diventata oggettivamente più difficile; affiorava una dirompente voglia di trasgressione cresciuta solidamente intrecciata alla dimensione sempre più tragica assunta dalla guerra. Così, di fatto, le riviste più «spinte» furono quelle messe in scena proprio nella lunga notte della Repubblica di Salò. Non scomparve, ovviamente, un' altra grande passione degli italiani, quella per il gioco del calcio. È vero, a partire dal 1943 anche il campionato di calcio fu sospeso. Ma le partite continuarono. I giocatori del Grande Torino, ad esempio, calcavano i campi di provincia per ingaggi a suon di farina, uova, burro. Il calcio aveva una sua spontaneità che non si lasciava imbrigliare nella cupa realtà istituzionale della guerra. A questa spontanea vitalità appartiene anche una curiosa partita giocata in Val di Susa, nella primavera del 1945, tra i partigiani e i tedeschi. Più che un esempio di fraternizzazione si trattò di un sospirato presagio di pace: la guerra sarebbe finita e il mondo avrebbe finalmente ritrovato il tempo e lo spazio in cui collocare le sue speranze per il futuro.
Da rivistastudio.com il 24 marzo 2020. Mentre in Italia, almeno stando ai dati di cui disponiamo in questo momento, attendiamo che si raggiunga il picco dei contagi, sembra davvero difficile pensare a cosa verrà dopo. La pandemia causata dal Coronavirus che stiamo attraversando è ancora al primo, difficilissimo stadio, ma ha giù drasticamente cambiato molte delle nostre abitudini, a partire dall’isolamento forzato cui sta costringendo moltissime persone nel mondo. C’è preoccupazione per le ripercussioni economiche, tanto per cominciare, che colpiranno duramente l’Italia e tutti i Paesi coinvolti dalle misure di contenimento, ma ci sono anche paure più profonde, che riguardano il modo in cui vivremo gli spazi pubblici e la stessa socialità dopo aver sperimentato la paura del contagio in maniera così totalizzante. Abbiamo scelto cinque articoli che provano a immaginare cosa succederà quando la fase di emergenza sarà passata, da come giudicheremo le misure prese dai governi in questi giorni drammatici a come cambierà il nostro rapporto con l’elemento digitale.
“The world after Coronavirus” – Financial Times. Lo storico israeliano Yuval Noah Harari ha scritto un lungo pezzo sul Financial Times in cui analizza alcuni dei problemi più cogenti che ci troveremo davanti una volta che la prima fase dell’emergenza Coronavirus sarà passata. «In questo momento di crisi, affrontiamo due scelte particolarmente importanti. La prima è tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini. La seconda è tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale», scrive Harari. In questi giorni confusi, molti governi nel mondo stanno prendendo in poche ore decisioni che normalmente avrebbero avuto una gestazione di anni, dalla necessità di passare a una digitalizzazione di massa di molte attività, dalla scuola alle attività commerciali, a quella sul controllo degli spostamenti e – come succede in Cina e come vuole fare Israele – dei parametri biometrici dei cittadini. Non c’è troppa differenza tra una risata e un colpo di tosse, avverte Harari, che auspica una cooperazione globale su questi temi. Quello tra salute e privacy sembra un dilemma distopico, ma non è mai stato più reale di così.
“Will the Coronavirus Change the Way China’s Millennials See Their Country?” – New Yorker. Riportando la testimonianza di Wu Meifen, abitante della città di Zhanjiang nel sud della Cina, il New Yorker riflette su alcuni cambiamenti nel modo di considerare il proprio Paese nei giovani cinesi, dopo la pandemia da Coronavirus: un fenomeno che, scrive Jiayang Fan, potrebbe estendersi anche nel resto del mondo. «Avevo notato che, dovendo vivere isolati, ci veniva più facile esporre tutte le nostre vulnerabilità tramite i mezzi di comunicazione, nonostante noi cinesi per cultura e costume siamo siamo sempre stati molto reticenti a divulgare i dettagli intimi delle nostre vite», dice Meifen. Insieme ad alcuni amici ha aperto un canale pubblico su WeChat, la piattaforma cinese di social media e messaggistica, per documentare gli effetti del coronavirus sia sugli individui che sulla società, raccogliendo lamentele e numerose recriminazioni nei confronti del Paese. «Mentre un tempo facevamo fatica ad ammettere gli errori del nostro governo, ora è come se la nostra fiducia fosse stata erosa. E non abbiamo paura di dirlo, soprattutto noi giovani».
“We’re not going back to normal” – MIT Technology Review. Gideon Lichfield scrive sulla rivista del Massachusetts Institute of Technology che l’esperienza che stiamo vivendo cambierà profondamente il nostro futuro stile di vita, e lo farà in molti modi: da come lavoriamo a come facciamo shopping, da come facciamo attività fisica a come socializziamo, da come gestiamo la sanità pubblica a come educhiamo i bambini. La prima convinzione da abbandonare è quella che finirà presto. Finché non troveremo un vaccino potremmo andare incontro a periodi intermittenti di quarantena, e quando lo troveremo dovremmo essere sicuri di aver sviluppato un sistema capace di gestire la prossima pandemia, perché è molto probabile che arriverà. Com’è successo dopo l’11 settembre, nuove misure di sicurezza verranno introdotte in tutti gli spazi pubblici, dalle palestre alle arene per i concerti, dagli aeroporti ai luoghi di lavoro. Finiremo per abituarci anche a queste misure, pur di conservare la nostra libertà di incontro con gli altri, ma allo stesso tempo dovremo metterle in discussione e vigilare perché non diventino ulteriore fonte di diseguaglianza sociale, il rischio più grande che la società post Coronavirus ha ereditato dalla precedente.
“Il virus ha eliminato le ultime resistenze alla rivoluzione digitale, ora parte la società contactless” – Linkiesta. «Non è la fine del mondo. È la fine del mondo che conosciamo»: in questo articolo del 20 marzo, Christian Rocca si chiede cosa cambierà quando la crisi sanitaria e, in alcune zone, umanitaria, diventerà gestibile e ci ritroveremo a fare i conti con nuove abitudini sociali e professionali, e soprattutto, nuove esigenze. Cambieranno molte cose, e molte cose dovranno cambiare: sarà l’inizio di una “società contactless”, dalle maniglie delle porte e dai citofoni (meglio utilizzare nuovi metodi che consentano di evitare il contatto dell’uomo con le superfici: chi richiede consegne a domicilio ha già ricevuto nuove istruzioni tramite app). «Vivremo contactless, non solo per effettuare i pagamenti, ma gradualmente in tutti gli aspetti della società post Coronavirus», scrive Rocca. Perché è «come se il virus stesse eliminando fisicamente e materialmente le ultime sacche di resistenza alla rivoluzione digitale, le persone anziane e i comportamenti analogici, completando definitivamente il rovesciamento radicale del vecchio mondo causato da Internet».
“Hollywood Braces for Coronavirus Financial Hit That Could Change the Industry Forever” – Variety. Sono settimane che l’industria dell’intrattenimento sta affrontando domande essenziali sulla sua sopravvivenza, tra sale cinematografiche chiuse, film di cui è stata rimanda la distribuzione e la produzione. Quanto sarà doloroso il bilancio delle chiusure sui lavoratori del nostro settore? Attraverso dati circa i titoli rimandati e alcune previsioni, Variety ha provato a delineare una panoramica di quanto potrebbe accadere. «Il botteghino del fine settimana del Nord America ha raggiunto i 55,3 milioni di dollari, i suoi livelli più bassi dal settembre 2000, e le prime vittime sono sempre i dipendenti». Si stima, infatti, che l’arresto di così tante produzioni cinematografiche e televisive che erano in procinto di iniziare, o erano in pieno svolgimento, avrà un impatto non solo sugli scrittori e sui produttori, ma anche sul personale, che non gode di alcun tipo di tutela. «Quando la grave minaccia della pandemia si attenuerà, poi, l’altra grande sfida per l’industria sarà quella di rimodellare il calendario annuale degli eventi, delle proiezioni e delle anteprime, per fare spazio a tutto ciò che è stato spinto nella metà posteriore di quest’anno e nel 2021».
Elena Loewenthal per “la Stampa” il 24 marzo 2020. Quali sono le armi di cui disponiamo per combattere il coronavirus? Quanto durerà questa emergenza? Che cosa ci lascerà, per il futuro? A queste domande ha risposto lo storico israeliano Yuval Harari - noto anche in Italia per i suoi libri, come Homo Deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo (entrambi da Bompiani) - in una rara intervista concessa alla anchorwoman Ilana Dayan per la rete Mako. «La scienza è più forte del virus. L' arma fondamentale di cui l' umanità dispone oggi e che non aveva in passato è la conoscenza. La scienza è conoscenza più metodo: questa combinazione fa tutta la differenza, nella guerra contro il coronavirus», spiega. L' umanità sta affrontando un evento epocale che detterà a lungo la vita politica, sociale, economica e anche culturale. Non sappiamo ancora quando finirà, quanto sia profondo il pozzo in cui ci troviamo. Harari conosce la storia, ha con questa disciplina una consuetudine quotidiana, «ma affrontare una epidemia da uomo e non da storico è molto diverso. Certo, fa più paura». Oggi, però, grazie alla scienza e allo scambio di informazioni, «i dottori corrono più in fretta del virus». Il virus lavora sulla base del caso, i medici e la scienza no: procedono per analisi sistematica dei dati. La forza della scienza è il metodo, insieme alla capacità di collaborazione a livello globale. Alla base di tutto il nostro equipaggiamento c' è la conoscenza, scientifica e diffusa: un valore fondamentale del progresso e delle sfide che il mondo ci pone. «La capacità di analisi propria della scienza è uno strumento formidabile», dice Harari, per aprire gli orizzonti. Tutto sta nel capire se l' epidemia diventerà occasione di rivalità globale o di consapevolezza comune. Non siamo inermi davanti al coronavirus. L' umanità non è mai stata «armata» come oggi. A metà del XIV secolo la peste nera ci impiegò dieci anni per arrivare dalla Cina in Europa, e devastò il continente. Oggi ci sono volute due settimane per diffondere il coronavirus, ma la velocità del sistema non è necessariamente un male, anzi. In due settimane gli scienziati hanno mappato il Dna del virus, lo hanno decifrato. Sanno che cos' è, cosa fa. La peste, nel passato, è sempre rimasta un mistero. Non si sapeva nulla di quale fosse l' origine, di come si propagasse. La nostra situazione è molto diversa. I sistemi sanitari hanno una certa fragilità proprio perché si trovano ad affrontare tantissime patologie diverse, che si incontrano inevitabilmente in ospedale - e questo determina contagi. Ma è anche vero che oggi «quando un medico di Milano scopre l' efficacia di un farmaco per contrastare gli effetti del virus, nel giro di poche ore quel farmaco è a disposizione di un suo collega a Tel Aviv, e dei suoi pazienti». Resta ovviamente sempre una misura di incertezza: il virus ci grida che non abbiamo il controllo totale sulla natura, e ciò è inquietante. È un fattore di destabilizzazione. Ma il mondo può reagire di fronte a questa incertezza. La risposta che dobbiamo dare è quella della cooperazione: in questo senso la globalizzazione è giusta. Certo, vi è un paradosso di fondo. Oggi come oggi l' arma principale contro il diffondersi dell' epidemia è l' isolamento. Non è forse il contrario della collaborazione? No, l' isolamento è positivo. È necessario. Yuval Harari propugna da sempre l' abbattimento dei muri, la società aperta. Ma in questo caso l' isolamento è giusto. Come abbiamo visto, il virus passa anche dai muri fisici: non sono quelli che servono. «L' isolamento umano oggi invece è necessario, purché sia un metodo e non un fare ognuno per sé. Non c' è contraddizione tra il chiudere le frontiere, interne ed esterne, e sentirsi parte di una comunità umana universale. Se l' isolamento come arma contro il virus è deciso e coordinato, allora diventa il perfetto modello di cooperazione globale». L' arma, insieme alla scienza, per combattere il virus. Bisogna usare la globalizzazione, non temerla e nemmeno subirla. Ci vuole, insomma, un isolamento «giusto», consapevole: chiudersi contro il virus, non contro il resto del mondo. «La conoscenza condivisa è fondamentale», ripete Harari. È il cardine del progresso, ciò che ci rende meno disarmati che mai di fronte alle incertezze, alle minacce globali. E lo stiamo vedendo quotidianamente, in questi giorni.
La colpa che espiamo nello struggimento della clausura. Pubblicato lunedì, 23 marzo 2020 su Corriere.it da Mauro Covacich. Anche oggi sento le voci dei ragazzi e le ragazze che cantano dalle finestre del caseggiato di fronte, non più a squarciagola purtroppo. Ieri mi sono affacciato, oggi non ho la forza. Cantano Rino Gaetano, «Il cielo è sempre più blu». In effetti è stata una giornata bellissima, con le rondini, gli alberi in fiore e il pratone in fondo alla via che ci chiamava tutti a rotolarci nell’erba come i fortunatissimi cani (e i loro padroni). Un’altra giornata se n’è andata. Penso a questi ragazzi, a quanto soffrono, se già io, che ho quarant’anni più di loro, soffro così tanto. Non sarei forse impazzito a quindici anni se mi avessero detto che dovevo restare chiuso in casa? Per di più quando esplode la primavera! Il mio pensiero è sempre lo stesso: chi ci risarcirà di questo struggimento? Che colpa abbiamo? Quale reato abbiamo commesso? La questione della colpa non mi dà pace. Mai come in questa occasione viene spontaneo pensare ai carcerati. Come fanno a resistere le persone lì dentro? Difficile non provare pena per loro. E per me? Chi prova pena per me chiuso in casa mia? Con tutti i comfort, tutti i cosiddetti dispositivi, tutte le famose possibilità fornitemi dalla mia formazione (rileggere l’Eneide?, Don Chisciotte?, rivedere Tarkovskij?), ogni buon proposito lasciato appassire nella noia. Allora ho cominciato a rovistare in cerca della colpa, non in direzione del pipistrello di Wuhan, bensì più a fondo. C’è un film di qualche tempo fa, Old Boy, del regista sudcoreano Park Chan-wook, in cui un uomo innocente viene rapito e rinchiuso in una cella, e quando finalmente riesce a chiedere conto di una simile atrocità al suo aguzzino, questi gli risponde: «Se ti chiudono in un posto per quindici anni senza che tu abbia fatto niente, cominci a chiederti cos’hai fatto e soprattutto a chi. E alla fine, anche se sei innocente, scopri di aver fatto comunque del male a un sacco di gente». In effetti, a me bastano pochi giorni per raggiungere lo stesso risultato. Ma chiaramente il film intende dire qualcosa di più: ognuno di noi fa del male agli altri, ovvero è colpevole, già solo per il fatto di esistere. Ecco, il film di Chan-wook, un po’ come i romanzi di Kafka, un po’ come il Diario di Anne Frank (la reclusa per eccellenza), ci mostra che nessuno è estraneo alla colpa. A differenza degli animali, l’avventura terrestre non comporta per noi lo stato di innocenza. Ovviamente non sto parlando di aule di giustizia, sto parlando di una tonalità etica intrinseca alla natura umana. Poi, certo, ci sono le atrocità che abbiamo commesso e continueremo a commettere, dal nazismo alla distruzione del pianeta, però la questione della colpa precede tutto questo, ne è per così dire la condizione.Ma non è finita. Stando rinchiuso in casa ho ripreso in mano vecchi libri (sì sì, a un certo punto ho provato a vincere la noia) e mi sono imbattuto nei Frammenti dei presocratici, tra i primi dei quali Anassimandro, che sentenzia: «l’apeiron (l’illimitato) è il principio di tutto, ciò in cui le cose hanno la loro generazione e il loro dissolvimento, pagando l’una all’altra il fio della propria ingiustizia». Ecco il colpo di scena. Non solo gli umani quindi, con il loro nazismo e il loro antiecologismo, ma anche gli animali e le piante e ogni altra cosa, ogni minimo organismo, anche microscopico, anche acellulare, solo per il fatto di essere venuto al mondo deve scontare una colpa. In altre parole, il coronavirus esiste perché la vita è ingiusta. La sua, la mia e la vita di tutti. È la stessa ingiustizia che la ginestra leopardiana deve affrontare in ogni istante della sua fragile resistenza. Ma la ginestra, già solo per avere offerto i suoi fiori alla luce, non è meno colpevole del Vesuvio. Tenerlo presente può servirci forse a mitigare, se non la noia, almeno lo struggimento di questa clausura forzata. Ho riflettuto molto in questi giorni cercando di dare un senso, perché un fottuto senso ci dovrà pur essere, a tutta questa assurda situazione che siamo costretti a vivere. Ho immaginato che il virus potesse parlare e ho immaginato ciò che ci direbbe, attraverso una lettera, se potesse farlo e queste sono le parole che sono riuscito a mettere su un foglio. Lettera per tutti noi, dal virus
Prato, la lunghissima coda per fare la spesa all’Esselunga: la foto simbolo. Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 su Corriere.it da Andrea Federica De Cesco. Sabato 21 marzo, prime ore del mattino. Decine di persone fanno la coda davanti all’ingresso dell’Esselunga di via Fiorentina, a Prato. Sono composte, attendono pazienti il proprio turno una dietro l’altra, nel rigoroso rispetto della distanza di sicurezza: tra un individuo e l’altro c’è almeno un metro, come raccomandano le autorità sanitarie. Probabilmente ci vorranno delle ore prima che l’ultima persona riesca a entrare nel supermercato. La scena, inquadrata dall’alto, sorprende soprattutto per il disegno geometrico creato da quel fiume di gente. «Sembra quasi una performance, come se un regista avesse fatto mettere ogni individuo in un punto preciso», commenta Jonathan Targetti, blogger pratese di 34 anni, che per primo ha postato su Facebook la foto, diventata virale nel giro di breve tempo. «Non appena mi sono svegliato, ho visto quell’immagine circolare su vari gruppi WhatsApp di Prato, ma non sono riuscito a risalire all’autore dello scatto. La scena è stata immortalata di mattina presto dal primo piano del negozio (dove si trovano una palestra e un bar), che al momento è chiuso al pubblico. L’autore dello scatto è quindi probabilmente un dipendente». Per chi, come Targetti, non ha vissuto la guerra, immagini di questo tipo richiamano alla memoria i racconti dei nonni sul secondo conflitto mondiale. «Chi ha la mia età non ci è abituato. Anche se scatti simili in tempi recenti li abbiamo visti, per esempio, in vari Paesi del Medio Oriente, dove la popolazione stremata aspetta il proprio turno in fila per comprare del cibo». Il 34enne fa un’altra riflessione: «Molti ancora lavorano e quindi riescono a dedicarsi alla spesa solo nel weekend. Ma ci si potrebbe arrangiare con le varie botteghe in centro, senza sorbirsi ore di coda. Da una parte sembra ci sia una sorta di ritualità: il cittadino che prima faceva la spesa di sabato mattina vuole proseguire con le vecchie abitudini, per non dover rinunciare completamente a ciò che è la propria normalità. Dall’altra ho l’impressione che queste persone vogliano in qualche modo partecipare a ciò che sta accadendo. Magari si sono pure fatte dei selfie mentre erano in fila». Targetti non ha dubbi: questo scatto entrerà a far parte della storia. Così come nel caso di un’altra scena verificatasi qualche giorno fa, in occasione di san Giuseppe. Accompagnato dal sindaco di Prato Matteo Biffoni, il vescovo Giovanni Nerbini si è affacciato dal pulpito del duomo e ha mostrato la Sacra Cintola della Madonna alla piazza. L’ostensione della reliquia è un evento che si verifica tre o quattro volte all’anno, in genere di fronte a una piazza gremita. Ma questa volta la piazza era vuota, a causa delle misure restrittive stabilite dal governo per contrastare l'emergenza coronavirus. «Prato sta vivendo una situazione simile a quella del resto dell’Italia. È curioso però che, nonostante la presenza di 30mila cinesi (su 195mila abitanti, ndr), sia una delle province toscane con meno contagiati (i primi contagi da coronavirus si sono verificati a Wuhan, in Cina). Qualche settimana fa alcuni soci di Busto Arisizio scherzando mi hanno detto che dal momento che provengo da Prato avrei dovuto mettere la mascherina per andare in Lombardia, perché altrimenti avrei rischiato di contagiarli. E invece… I cinesi si sono messi in auto quarantena sin da metà gennaio. Siamo stati fortunati, avevamo le caratteristiche per diventare uno dei focolai d’Italia».
La foto che è già nella storia: la fila ordinata che ci ha reso un po’ cinesi. Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 su Corriere.it da Sandro Veronesi. Ieri (sabato, ndr), verso l’ora di pranzo, ricevo via WhatsApp l’ennesimo allegato. Ne circolano a migliaia, in questi giorni, alcuni davvero belli (a me è piaciuta molto la tavola calda di «Nighthawks» di Edward Hopper completamente vuota, senza nemmeno il barista e i tre avventori), ma i più sono disperatamente comici, troppo, e suonano quasi oltraggiosi. Arriva, questo allegato, da una chat di amici di Prato e lo apro senza aspettarmi niente di particolare: invece – bum! Si tratta della foto del giorno, forse dell’anno, l’immagine che meglio di tutte ha finora saputo riassumere la surreale, perturbante, violenta alterità di questo momento storico. È stata scattata da una persona comune, cioè non un fotografo professionista, a Prato, per l’appunto, ieri mattina , da una finestra che dà sul piazzale dell’Esselunga, e mostra — l’avete vista di sicuro (è qui sopra) — una lunga coda di persone che aspettano il proprio turno per entrare nel supermercato, ordinata e soprattutto perfettamente rispondente alla disciplina del distanziamento che tanta fatica facciamo ad assimilare, in Italia, nonostante sia l’unica difesa che abbiamo contro la diffusione del contagio. La prima cosa che viene in mente, vedendola, è «Golconda» di Magritte, il celebre quadro in cui si vedono le persone sospese nell’aria come nere gocce di pioggia e, appunto, distanziate l’una dall’altra in maniera geometrica e inquietante (inquietante proprio perché geometrica). «Distanziate» da quasi settant’anni (Golconda è del 1953), quelle due immagini si parlano, è così chiaro: meno chiaro è cosa si dicano, ma questo dipende dal fatto che ormai ogni lingua è diventata improvvisamente difficile capire, anche la più familiare – figuriamoci quella che si inventano le immagini per comunicare tra loro. In ogni caso, come sempre quando parliamo di foto storiche, vi è in quello scatto un che di unico ed esemplare – ciò che tutti volevamo vedere e nessuno però aveva ancora visto. Quella coda, infatti, è perfetta, ripiegata più e più volte su se stessa per sfruttare per intero la grande superficie del piazzale, e si dipana ordinatamente senza bisogno di una sola transenna. Io l’ho subito postata su Twitter e nel giro di poche ore ha avuto migliaia di visualizzazioni, di like e di commenti. Altrettanto accadeva nel frattempo su Facebook dove qualcun altro l’aveva messa – e io, che sono pratese, anche se abito a Roma, me ne sono inorgoglito. Perché, evidente quanto la parentela con Magritte, in questa foto c’è un che di «cinese» che affratella: qualcosa di cui fino a oggi noi, in quanto italiani, davamo per scontato di essere incapaci; qualcosa di militaresco, certo, e dunque di pregiudizialmente incompatibile con la vulgata delle libertà al plurale che prolifera in seno alle democrazie occidentali.
E invece…Insomma, Prato negli ultimi anni è stata associata all’immigrazione cinese sempre per motivi di conflitto, ma questa foto dimostra che la «cinesità» non è incompatibile con la nostra natura e con il nostro sistema politico, che stare incolonnati a distanza di due metri l’uno dall’altro è facilissimo anche per noi. Se ancora in Italia non l’abbiamo fatto come si deve è perché ci è stato detto male. A Prato è stato detto bene, e la gente lo ha fatto. E a dirlo, a Prato, sono stati proprio i cinesi. Tornati a migliaia in città dopo aver trascorso il proprio capodanno in madrepatria, si sono autoreclusi nelle loro case intorno a via Pistoiese e ci sono rimasti quasi un mese. E quando sono usciti hanno visto cose che non andavano bene, e l’hanno fatto presente in tutti i modi possibili. Hanno dialogato con l’amministrazione della città, che saggiamente li ha ascoltati; hanno distribuito, nelle cassette delle lettere dei pratesi, trentamila kit di protezione guanti-mascherina, e c’è un video molto bello che lo mostra, prodotto da Camillo Wang, proprietario di una delle più importanti stamperie toscane. Hanno insegnato alla città a difendersi dal virus, e la città — come formidabilmente dimostrato da questa foto — ha imparato.
Risultato: Prato è a oggi la città con meno contagi e soprattutto con meno morti (5) di tutta Italia, in rapporto alla popolazione. Certo, basta un niente e tutto può cambiare; certo, nell’ospedale medici e infermieri sono ancora a forte rischio come nel resto d’Italia, ma il comportamento virtuoso della città deve essere evidenziato, così come dev’essere evidenziato il fatto che a ispirarlo sono stati i cinesi, cioè quelli che fino a oggi in molti consideravano il problema di Prato. Comunque vada a finire questa faccenda (e speriamo davvero che finisca presto, come sta finendo in Cina), quando sarà finita Prato, pur rimanendo uguale, sarà una città diversa. E se lo sarà Prato, potrà esserlo l’Italia intera.
La nostra decadenza opulenta? L'Occidente più ottuso la nega. Mettere la testa sotto la sabbia sulla crisi attuale, come fanno i progressisti a oltranza, ci conduce alla rovina. Marco Gervasoni, Sabato 21/03/2020 su Il Giornale. «Epoca: protestare contro di essa. Lamentarsi che non è più poetica. Chiamarla epoca di transizione, di decadenza». Così scriveva nel Dictionnaire des idées reçues (1881) Gustave Flaubert. E, un trentennio prima, Charles Baudelaire irrideva la parola «decadenza», «una parola troppo comoda usata dai pedagoghi ignoranti, parola vaga dietro la quale si cela la nostra pigrizia». E con queste due illustri citazioni si potrebbe chiudere la questione di cui dibatte Ross Douhtat, columnist conservatore del New York times nel libro The Decadent Society: How We Became the Victims of Our Own Success (Simon&Schuster), Siamo sempre stati ossessionati dalla decadenza, spiegano i nostri odierni Pangloss, gli Steven Pinker, gli Yuval Harari, e i loro emuli italiani, ma in realtà la società e l'umanità non decadono mai, anzi spingono sempre verso il meglio, e l'oggi è più bello dell'ieri ma non sarà mai bello come il domani.
Non sappiamo se le scene devastanti di questi giorni possano far cambiare idea a quelli, alla Harari, che ritengono l'uomo il nuovo Dio. Probabilmente no, perché il progressismo è un calco povero e misero della religione cristiana, e le religioni, si sa, non sono influenzate da ciò che accade nel mondo. E invece Douthat ha perfettamente ragione: l'Occidente sta decadendo, e tutti noi che vi viviamo, ci muoviamo in un'epoca di declino e di fine. Non hanno tuttavia torto i Pangloss progressisti a scrivere che la cultura occidentale ha spesso ritenuto di essere in decadenza, almeno dai tempi del Rinascimento (si pensi a Machiavelli). Il XVIII secolo e l'illuminismo erano ad esempio ossessionati dal declino, da Montesquieu a Gibbon. Se il modello di decadenza era per loro rappresentato dell'Impero romano, nel XIX secolo l'esempio concreto di come un grande impero possa finire fu preso dalla Cina. Non a caso la prima teoria della decadenza la propose, già nel 1855, un grande viaggiatore in Oriente come il conte Joseph Arthur de Gobineau, nel Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane. La Francia del Secondo impero è in realtà la vera incubatrice del moderno pensiero della decadenza, proprio con i due che abbiamo citato all'inizio, cioè Baudelaire e soprattutto Flaubert: il suo Salambò (1862) è considerato il primo romanzo del decadentismo, come si sarebbe poi chiamata, negli anni successivi al crollo della Francia nella guerra contro la Prussia, la tendenza letteraria ed estetica promossa da Jules Barbey d'Aurevilly e in particolare da Joris-Karl Huysmans. Quell'Huysmans studiato dal personaggio principale del romanzo di Michel Houllebecque, Sottomissione, da considerare il moderno manifesto della decadenza di oggi, almeno quanto A ritroso di Huysmans lo fu per la fine Ottocento. Ora notiamo due elementi: il pensiero della decadenza del XIX secolo temeva che l'Europa facesse la fine della Cina, prima potenza economica mondiale fino al Settecento, poi rapidamente decaduta. Mentre oggi in Cina si chiedono come evitare di fare la fine dell'Occidente. Secondo elemento: la convinzione di essere in decadenza percorreva un Occidente ricco, prospero, «progressivo», alla conquista del mondo. La Parigi «decadente» in cui passeggiava Baudelaire era in realtà la capitale della modernità, così come la Francia fin de siècle macinava tassi di crescita che oggi se li sogna, e cosi pure la Germania guglielmina di Nietzsche, il massimo filosofo della décadence (sia pure per superarla). Oggi invece, che l'Occidente è in declino economico, pare convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili e che «non siamo mai stati cosi bene». Che è, esattamente, il centro del discorso di Douthat: è il declino economico il primo segno della decadenza, e pensiamo che l'autore scrive nella America trumpiana di generosi tassi di crescita. Ma è una crescita, secondo l'autore, retta su basi fragili e comunque non in grado di produrre una trasformazione della società. Sull'Europa il giudizio di Douthat è ancora più lapidario. L'Unione europea, con l'euro, è l'esempio classico del declino, un «laboratorio di come funziona un sistema decadente», scrive l'editorialista del New York Times. Douthat tuttavia non si limita al dato economico, la decadenza è nella società, sempre più individualizzata, in cui prevale il narcisismo, in cui lo spirito di comunità è quasi scomparso, assieme alla religione. Il timbro più oscuro è secondo l'autore fornito dalla crisi demografica che attanaglia tutto l'Occidente. E la decadenza è nella cultura: uno dei segni più chiari del declino è la ripetitività, e lo stesso postmoderno o post postmodernismo, come si dice oggi, con il suo citazionismo, altri non sarebbe che un'estetica della decadenza. Fin qui niente che, in parte, già Gobineau, Nietzsche o Oswald Spengler non avessero scritto, solo che ora la profezia pare si stia realizzando. Ma a metà del libro, Douthat compie una mossa del cavallo e ci spiega che in realtà la vita in decadenza non sarebbe poi così male, come dimostrano imperi declinanti del passato, da quello romano a quello bizantino a quello astro-ungarico. Si muore, ma lentamente e nel lusso, nell'agio e con la pancia piena. Tanto è vero che i barbari (nel modello occidentale di decadenza a un certo punto dovrebbero arrivare loro a «rigenerare») non pare abbia nessuna intenzione di sconvolgere questo mondo; e Douthat reca l'esempio dell'islam interno, che sembra essersi facilmente adattato agli agi occidentali. E qui crolla la pars construens del giornalista americano, che finisce involontariamente per diventare panglossiano anche lui. L'Islam adagiato di cui scrive Douthat sarà quello americano, quello «europeo » non sembra proprio essere cosi, e lo invitiamo a un giro nelle periferie inglesi, francesi, belghe, svedesi e anche italiane. Poi c'è un invitato che manca alla tavola di Douthat, la Cina. Proprio quella Cina, il cui declino nell'Ottocento fece nascere in Occidente il pensiero della decadenza, rischia oggi di essere, per molte élite occidentali e non solo, un esempio per la rinascita dell'Occidente. Che sarebbe un po' meno occidente, certo, ma sempre meglio che morire. E infine, la pandemia. Il libro è assai recente ma non abbastanza per avere preso in considerazione la crisi Covid-19. Che certo, non colpisce solo società in decadenza, anzi è nato proprio in Cina (bene specificarlo). Ma sulle società occidentali in decadenza rischia di svolgere un effetto di acceleratore della crisi e di distruzione di un ordine. Non dimentichiamo che molte volte nella storia le epidemie hanno portato alla tomba non solo migliaia di persone ma un sistema sociale (certamente la Morte nera del XIV secolo con il Medioevo). E che nelle società in decadenza il tempo sembra scorrere lentamente ma poi a un certo punto accelera, e i contemporanei, abituati alla mollezza dei costumi, neppure se ne rendono conto. In fondo, ancora poco prima che i Turchi arrivassero a Costantinopoli, nel 1453, vi si banchettava allegramente. Ma in meno di due mesi Maometto II sfondò le mura, decimando l'intera popolazione.
Che mondo sarà dopo il coronavirus? Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 su Corriere.it da Danilo Taino. Il «distanziamento sociale» è arrivato subito ai piani alti: i governi nazionali sono sempre più lontani tra loro. Nelle forme più moderate, prevale la penuria di solidarietà, anche tra europei; nelle forme più radicali, c’è aggressività, come tra Stati Uniti e Cina. Se questo è il cartamodello sul quale si ritaglierà il futuro del mondo dopo il virus, arriveranno tempi grami. Non è però detto che debba essere così, o almeno non del tutto: dalle maggiori crisi si esce prima o poi in positivo, è sempre successo. Il problema è quando, dopo quanto tempo e dopo quante sofferenze. E questo dipende dalle scelte che i Paesi faranno e che già ora fanno. Perché la pandemia innesca la crisi ma sono le decisioni politiche, e nel caso del Sars-CoV-2 anche quelle geopolitiche, a determinare ciò che verrà. Non esiste un determinismo sanitario o ambientale. La Prima guerra mondiale e le successive influenza spagnola e violente lotte sociali furono seguite dai Roaring Twenties, l’Età del Jazz, della Riviera francese, della Berlino Babilonia. Dopo le privazioni e la morte, la gente voleva divertirsi, incontrarsi, ballare. È naturale e probabilmente qualcosa del genere succederà alla fine del coronavirus. Ma fu un blip, in quel lungo passaggio storico: la globalizzazione degli ultimi decenni dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento si interruppe con la guerra, fu seguita da lotte furibonde, sfociò nei fascismi e nel comunismo e approdò alla fine degli Anni Trenta in un altro conflitto mondiale. Fu la rottura della globalizzazione, che a cavallo del 1900 era avanzatissima, accompagnata da scelte politiche scellerate a fare della prima metà del secolo scorso una delle epoche peggiori, nella quale crollò l’intelligenza delle classi dirigenti, soprattutto europee. I gloriosi Anni Venti furono brevi. Può succedere di nuovo? Prima del virus, la globalizzazione vacillava, tra scontri commerciali e tecnologici e ostilità tra le due potenze maggiori, Stati Uniti e Cina. Ora rischia di andare a rotoli: la competizione per l’egemonia mondiale non va in quarantena durante la pandemia, semmai diventa spietata. Continuamente, Donald Trump definisce «cinese» il virus, per provocare Xi Jinping, e la sua Amministrazione invita le imprese americane a tornare a casa, ad abbandonare la Cina. Ora che la crisi sanitaria è in ritirata, Pechino si lancia in una campagna globale di doni, Italia privilegiata, per coprire le responsabilità nell’origine dell’epidemia e affermare che il modello cinese è quello vincente, da copiare e generoso. L’Europa chiude i confini esterni e anche quelli interni all’area di Schengen (quando il virus è già dentro) e si cimenta nella concorrenza per mascherine, tute e respiratori tra i Paesi della Ue. Nel nuovo concerto delle Nazioni, dove ognuna punta il dito contro il vicino o il rivale, il pericolo maggiore viene dal fatto che siamo senza una leadership. Come nel 1914, quando le potenze europee si avviarono, «sonnambule», verso la guerra. Uno dei caratteri politici più straordinari di questa crisi mondiale è l’assenza di guida da parte degli Stati Uniti, che nel Novecento furono leader indiscussi nella Prima e Seconda guerre mondiali, nella Guerra Fredda e nella sua fine e in tutte le maggiori vicende globali. Non più. Dall’altra parte, la Cina, nella versione iper-affermativa di Xi, cerca di riempire il vuoto lasciato da Washington inviando, dopo avere esportato il virus, medici e macchinari a mezzo mondo. Export di esperienza e di strumenti distribuiti strategicamente per conquistare amici da tenere poi vicini nel nuovo ordine non più dettato dalla Pax Americana ma da una Pax Sinica. Un’illusione, quasi certamente, quella di Xi, almeno per tre motivi. Alla fine delle distruzioni economiche della pandemia, molti imprenditori americani ed europei rifletteranno parecchio prima di affidarsi, per le loro forniture di componenti e prodotti intermedi (a cominciare dai farmaceutici), alla sola Cina, dove un imprevisto e destabilizzante «cigno nero» può presentarsi all’improvviso. La quale dunque rischia di perdere lo status, già minacciato prima della crisi, di fabbrica del mondo. Secondo, parecchio cambierà probabilmente nella Cina stessa, anche se non subito: la mancanza di libertà di espressione, la censura e la repressione sono stati decisivi per il prendere piede dell’epidemia; anche in una società compressa dal Partito Comunista, momenti come questi, momenti come la morte del dottor Li Wenliang punito perché avvertì del rischio, si depositano nel ricordo collettivo e prima o poi rispuntano. Terzo, buona parte del mondo, soprattutto quello più sviluppato, ricco e democratico, difficilmente è disposto ad accettare il modello autoritario cinese, per quanto annacquato. Per quel che riguarda l’Europa, continuerà, come prima di conoscere il coronavirus, a giocare in difesa, chiusa nella sua mentalità eurocentrica ma senza una visione generale di sé stessa, su quale ruolo avere nel mondo. Forse addirittura più divisa di oggi, tra Paesi sospettosi del vicino e con nuove fratture tra Nord e Sud e tra Est e Ovest, messa dietro la lavagna dalle mascherine cinesi che arrivano a sostituire quelle accaparrate da ogni governo del continente. Rischiamo insomma di restare con un mondo senza un Paese leader, probabilmente diviso in sfere d’influenza, una cinese e una occidentale plus, con Giappone, Australia, Corea del Sud e altri. Una rottura della globalizzazione e della ragnatela di rapporti economici, tecnologici, scientifici, culturali, di viaggio che aveva avvolto il mondo nei decenni scorsi. La vittoria, a quel punto, del distanziamento sociale.
A meno che…A meno che, come dopo la Seconda guerra mondiale, nascano nuove leadership che ridefiniscano la capacità di ricostruire un ordine in grado di mettere fine alle dispute già fortissime prima del virus e in parte finite fuori controllo sotto la pressione della pandemia. Dopo il 1945 e nei decenni successivi, si ricostruì l’economia occidentale su basi nuove, aperte; si diede impulso ai diversi modelli di Welfare State che già erano in embrione da tempo; si costruì e si difese la società libera e liberale; si crearono le basi per una nuova globalizzazione. Gli assi sui quali si sosterrà il mondo negli Anni Venti (e oltre) del Ventunesimo Secolo non saranno prodotti da rivoluzioni ma da cambiamenti seri sì. La lotta alla povertà dovrà essere più efficace e quindi la crescita economica più robusta. I sistemi di welfare occidentali, antiquati, andranno probabilmente rivisti perché i già alti debiti degli Stati saranno ancora più alti dopo la crisi. I sistemi sanitari andranno rafforzati vedendo già oggi quali sono i modelli che meglio sanno rispondere all’emergenza. Il rapporto con la natura e la qualità delle città prenderanno una parte sempre maggiore nell’interesse dei cittadini. La scienza e l’istruzione saliranno nella scala dei valori sociali. La gente, come un secolo fa, avrà voglia di libertà non solo nei caffè ma anche nella cultura e nelle arti, per cancellare lo spavento e le tristezze. Niente di buono verrà però automaticamente. Tutti, ora, ci diciamo che nulla sarà più come prima. Ma se lasciamo correre le cose, se non impariamo dalla storia del Novecento, i cambiamenti saranno la continuazione in peggio delle tendenze alla chiusura e allo scontro che vediamo oggi. Ci vorranno idee e una leadership capace di creare nuovi equilibri nel mondo, perché nel disordine trionfano i violenti e prospera la povertà. Sappiamo che il nuovo leader globale non sarà la Cina. Ma anche l’Europa e l’America non sono preparate di fronte all’accelerazione della Storia. C’è da sperare in un Cigno Nero, questa volta benigno.
«Alcune cose non torneranno mai più». Lo scenario futuro degli studiosi. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Michela Proietti. La domanda che molti si fanno in questi giorni è: quanto durerà tutto questo? Settimane? Mesi? «La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più», ha scritto in un articolo spiazzante quanto ben argomentato Gordon Lichfield, direttore di MIT Technology Review (il magazine della prestigiosa università americana), un’analisi dedicata ai cambiamenti nella vita personale e nel mondo del business che la pandemia, secondo la visione dello studioso, finirà per cristallizzare anche dopo che sarà attenuata .«Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari». La cosa è resa accettabile dal suo essere circoscritta nel tempo, ma cosa accadrebbe se diventasse qualcosa di perenne?
Da Gordon Lichfield, direttore di MIT Technology Review, allo storico israeliano Yuval Noah Harari, le ipotesi di lungo termine: «È l’inizio di uno stile di vita completamente diverso».
Trump ha detto che «con diverse settimane di azione mirata, possiamo svoltare l’angolo e capovolgere la situazione in fretta» e in Cina, sei settimane di isolamento cominciano ad alleggerire la situazione. Ma il direttore della rivista sostiene che fino a che non si troverà un vaccino e fino a che ci sarà nel mondo qualcuno ad avere il virus, le epidemie continueranno a ripetersi (come mostra il grafico sotto), imponendo l’adozione di quel modello a «elastico» ipotizzato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra. Il loro metodo di controllo è basato sulla idea di imporre misure di distanziamento sociale più estreme ogni volta che i ricoveri nei reparti di terapia intensiva iniziano ad aumentare, e rilassarli ogni volta che i ricoveri diminuiscono.
Palestre on line e ritorno alla bicicletta.
Quindi, sostiene Lichfield, non si sta parlando di un’interruzione temporanea. È l’inizio di uno stile di vita completamente diverso. Secondo Technology Review, a breve termine il contraccolpo più forte sarà per le imprese che contano su un gran numero di persone che si riuniscono in massa: ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d’arte, centri commerciali, fiere dell’artigianato, musei, musicisti e altri artisti, luoghi sportivi, compagnie di crociera, compagnie aeree, trasporti pubblici, scuole private. Questo nuovo stile di vita sempre secondo l’analisi dello studioso darà un impulso decisivo alla Shut-in economy, l’economia on demand che vede svolgere le transazioni prevalentemente online. «Le palestre cominceranno a vendere attrezzature per esercizio a casa e fare sessioni online, le nuove abitudini diminuiranno l’impatto ambientale dei viaggi, favoriranno il ritorno a filiere produttive locali, a un maggior ricorso al camminare e alla bicicletta».
Come si prenderà un volo.
La domanda di sottofondo è: come possiamo vivere in questo nuovo mondo, dove le sale cinematografiche toglieranno metà dei loro posti, le riunioni si terranno in sale più grandi con sedie distanziate, e le palestre richiederanno di prenotare gli allenamenti in anticipo, in modo che non si affollino? E come si potrà vivere in un mondo che svilupperà i modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no? «Si può immaginare un mondo in cui, per salire su un volo, forse si dovrà essere iscritti a un servizio che tracci i vostri spostamenti attraverso il vostro telefono. La compagnia aerea non sarebbe in grado di vedere dove siete andati, ma riceverebbe un avviso se foste stati vicini a persone infette o a punti caldi della malattia. Ci sarebbero requisiti simili all’ingresso di grandi spazi, edifici governativi o snodi di trasporto pubblico. Scanner della temperatura installati ovunque, e il vostro posto di lavoro potrebbe richiedere l’uso di un monitor che misuri la vostra temperatura o altri segni vitali. Dove i locali notturni chiedono una prova dell’età, in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus».
Chi ci rimette davvero?
In questo scenario i controlli così invasivi saranno però accettati come l’inevitabile prezzo da pagare per vivere in una società sana e controllata. A livello economico il costo maggiore sarà sopportato dai «gig worker», quelli che fanno lavoretti o sono molto in giro, come autisti, insegnanti di yoga free lance e idraulici. Oltre ovviamente agli immigrati, i rifugiati, i clandestini e gli ex detenuti dovranno affrontare l’ennesimo ostacolo all’ingresso nella società, prevede Lichfield. «Il mondo è cambiato molte volte, e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni. Ma come per tutti i cambiamenti, ci saranno alcuni che ci perderanno più degli altri, e saranno quelli che hanno già perso troppo».
Il lato positivo.
Anche Yuval Noah Harari, tra i più importanti storici israeliani contemporanei, ha scritto un lungo articolo sul Financial Times per ragionare sugli effetti a lungo termine delle azioni intraprese in questo momento. Può sembrare prematuro, ma è necessario, argomenta: «Quando scegliamo tra varie alternative, dovremmo chiederci non soltanto come superare la minaccia immediata, ma anche che mondo abiteremo quando la tempesta sarà passata. Sì, la tempesta passerà, il genere umano sopravviverà, la maggior parte di noi rimarrà vivo, ma abiteremo in un mondo diverso». Harari nota che molti provvedimenti emergenziali pensati per risolvere un problema a breve termine sopravviveranno anche nel lungo periodo. Ma il suo punto di vista è meno pessimista. « La natura dell’eccezione è stravolgere i normali processi decisionali: quello che in tempi normali verrebbe deciso in anni, adesso impiega in poche ore; tecnologie immature o addirittura pericolose vengono utilizzate prima del tempo, perché il rischio di non far nulla è più grande». Questo ha anche dei lati positivi, perché si dà il via a sperimentazioni che in tempi normali verrebbero osteggiate: discutiamo da anni di e-learning o lavoro da casa, e adesso ci troviamo tutti in questa situazione. È un’accelerazione inaspettata che non si sarebbe mai verificata altrimenti, e può rivelarsi utile per il futuro».
Un Grande Fratello sanitario.
Il governo potrebbe costringere tutti a portare un braccialetto che scansioni in tempo reale il comportamento del nostro organismo, per esempio: saprà se abbiamo la febbre, se il nostro cuore batte troppo velocemente, se la nostra pressione è da tenere sotto controllo. È facile capire che con tali dati a disposizione bloccare la catena di contagi sarebbe relativamente semplice. Il problema è che, con questo tipo di sorveglianza, lo Stato può sapere anche cosa ci rende nervosi, cosa ci rilassa, cosa ci diverte e cosa ci rende tristi, quando siamo svegli, quando dormiamo, quando facciamo attività fisica. Informazioni che non vogliamo consegnare al governo pro tempore. Si potrà dire, scrive Harari, che le misure sono emergenziali, e quindi una volta finito il bisogno potranno essere messe da parte. Ma chi lo garantisce? Accade molto spesso che i regimi emergenziali restino a lungo.
Il virus, il «dopo» e quello che non voglio scordare. Pubblicato venerdì, 20 marzo 2020 su Corriere.it da Paolo Giordano. E’ sempre più frequente il ricorso alla parola «guerra». L’ha usata Macron nel suo discorso alla nazione, la ripetono i politici, i giornalisti e i commentatori, la scelgono i medici. «Siamo in guerra», «è come una guerra», «prepariamoci alla guerra». Ma non è così, non siamo in guerra. Siamo nel mezzo di un’emergenza sanitaria e presto anche economico-sociale, drammatica al pari di una guerra ma sostanzialmente diversa e che merita di essere considerata nella sua specificità. Parlare di guerra è una scorciatoia lessicale, un modo in più per eludere la novità assoluta, almeno per noi, di quanto sta accadendo, riconducendola a qualcosa che ci sembra di conoscere meglio. Ma questo è stato il nostro errore fin dall’inizio, ripetuto ancora e ancora: rifiutare l’impensabile, costringerlo a forza dentro categorie abituali e meno spaventose. Come confondere un distress respiratorio acuto con un’influenza stagionale. Una scelta più accorta dei termini, perfino severa è essenziale in un’epidemia, perché le parole condizionano i comportamenti e quelle imprecise rischiano di distorcerli. E perché ogni parola porta con sé i suoi spettri: la guerra evoca autoritarismo, sospensione dei diritti e violenza — tutti demoni che adesso più che mai sarebbe meglio lasciar stare. È un mese che l’impensabile ha fatto irruzione nelle nostre vite. Proprio come il virus, così insidioso perché capace di raggiungere le ramificazioni più sottili dei polmoni, l’impensabile si manifesta già in ogni piega del nostro quotidiano. Non ci saremmo mai aspettati di aver bisogno di una giustificazione per buttare le immondizie. Non ci saremmo aspettati di regolare le nostre giornate intorno al bollettino della Protezione civile. Non ci saremmo aspettati — noi, qui — che qualcuno potesse morire senza le persone che ama accanto. Che anche il suo funerale dovesse essere silenzioso e deserto. Eppure. Il 21 febbraio la prima pagina del Corriere della Sera apriva sul faccia a faccia tra Conte e Renzi. Faccia a faccia per cosa? Giuro che non me lo ricordo. Dopo l’una di notte arrivava in redazione la notizia del primo tampone positivo di Codogno, c’era appena il tempo d’inserirla in una colonna a destra, nell’ultima edizione. Molti di noi non avevano mai sentito nominare Codogno né i tamponi. La mattina seguente il coronavirus si era guadagnato il titolo centrale. Non si sarebbe più mosso da lì. Guardando indietro si ha la sensazione di un avvicinamento rapidissimo. La teoria dei sei gradi di separazione, secondo cui le persone della terra sarebbero separate da pochissime altre in una catena di conoscenze, può essere vera o no, ma sembra che il virus ci si sia arrampicato sopra, come un insetto su una rete, per arrivare fino a noi. Il contagio era in Cina, poi in Italia, poi nella nostra città, poi un personaggio illustre era positivo, poi un nostro amico, poi qualcuno del nostro palazzo è finito all’ospedale. Trenta giorni. Ogni singolo passaggio, nonostante fosse plausibile, più che concreto nel calcolo probabilistico, è stato accompagnato dalla nostra incredulità. Muoversi nel dominio dell’impensabile è stato il vantaggio del virus fin dall’inizio. A forza di «figurati se» ci siamo trovati confinati in casa a stampare un modulo da esibire alle autorità per fare la spesa. Ogni indugio, ogni ritardo, ogni dibattito superfluo e ogni hashtag frettoloso hanno causato dei morti, a una distanza di circa diciassette giorni. Perché nel corso di un’epidemia le esitazioni hanno un prezzo in vittime: il costo orario più atroce al quale siamo mai stati sottoposti. I decessi in Italia hanno superato quelli in Cina. Possiamo arrovellarci sulle cause contingenti, dobbiamo farlo, ma alla base troveremo comunque la nostra difficoltà nell’accogliere l’impensabile rispetto a Paesi che hanno affrontato altre epidemie simili nel loro passato recente. A ogni modo, arrivati a questo punto, dovremmo aver compreso che l’avanzata dell’impensabile non si concluderà oggi, né il 3 aprile né con la fine dell’isolamento domestico o della pandemia stessa. L’impensabile ha appena iniziato ed è qui per restare a lungo. Forse sarà il tratto caratterizzante dell’epoca che ci si apre davanti. C’è una frase di Marguerite Duras che l’insistenza sulla guerra mi ha ricordato. È un paradosso e dice così: «Già s’intravede la pace. È come un grande buio che cala. È l’inizio dell’oblio». Dopo una guerra tutti si affrettano a dimenticare, ma qualcosa di simile accade con la malattia: la sofferenza ci pone in contatto con verità altrimenti offuscate, mette in ordine le priorità e sembra ridare volume al presente, ma non appena la guarigione sopraggiunge quelle illuminazioni evaporano. Adesso ci troviamo nel mezzo di una malattia planetaria. La pandemia sta passando la nostra civiltà ai raggi X ed emergono verità che svaniranno al suo termine. A meno che non decidiamo di appuntarle subito. Nell’assillo dell’emergenza, che da sola è sufficiente a riempirci la testa — di numeri, di testimonianze, di tweet, di decreti, di moltissima paura — dobbiamo quindi scavarci uno spazio per dei ragionamenti diversi, per osare domande grandiose che trenta giorni fa ci avrebbero fatto sorridere per la loro ingenuità: quando sarà finita, vorremo davvero replicare un mondo identico a quello di prima? Stiamo cercando le linee di trasmissione invisibili della Covid-19, ma ci sono altre linee di trasmissione ancora più elusive che hanno portato la situazione a essere quella che è, nel mondo e qui in Italia, adesso. Dobbiamo cercare anche quelle. Perciò sto compilando una lista di tutto ciò che non vorrei dimenticare. Si allunga un po’ ogni giorno e credo che ognuno dovrebbe avere la sua, in modo che tornata la quiete possiamo tirarle fuori e confrontarle, vedere se abbiamo delle voci in comune, se sarà possibile fare qualcosa al riguardo.
Io non voglio dimenticarmi dell’ubbidienza alle regole che ho visto intorno a me, né del mio stupore nel vederla; del sacrificio instancabile di chi si sta occupando dei malati così come dei sani, né delle manifestazioni di vicinanza di chi canta la sera dalle finestre. Non c’è vero pericolo su questo: sarà facile da ricordare perché è già la narrazione ufficiale dell’epidemia.
Ma non voglio dimenticarmi nemmeno di tutte le volte che, nelle prime settimane e davanti alle timide misure iniziali, ho sentito ripetere «siete pazzi». Anni di delegittimazione di ogni competenza hanno prodotto una sfiducia istintiva e diffusa che si materializzava infine in quelle due parole: «siete pazzi». Una sfiducia che ha portato a ritardi. Che hanno causato vittime.
Non voglio dimenticarmi che fino all’ultimo non ho cancellato un biglietto aereo, anche quando mi era chiaro che prendere quel volo sarebbe stato al di là di ogni ragionevolezza, e solo perché desideravo partire. Ottusità mista a egoismo, la mia.
Non voglio dimenticarmi dell’informazione volubile, contraddittoria, sensazionalistica, emotiva e approssimativa che ha accompagnato il dispiegarsi iniziale del contagio — forse il fallimento più evidente di tutti. E non si tratta di un dettaglio formale: in un’epidemia un’informazione chiara è la profilassi più importante.
Non voglio dimenticarmi di quando, all’improvviso, si è azzerato il chiacchiericcio politico ed è stato come se mi si stappassero le orecchie dopo esser sceso dall’aereo che non avevo preso. Quel rumore di fondo, costante e autoreferenziale, che riempiva tutto e impediva a ogni contenuto, a ogni riflessione di medio raggio di esprimersi, era svanito di colpo.
Non voglio dimenticarmi di come l’emergenza ci ha fatto scordare in un istante che siamo una moltitudine composita, con bisogni e guai differenti. Nel momento di parlare a tutti, abbiamo parlato per lo più a un solo cittadino che padroneggia l’italiano e possiede un computer e sa usarlo.
Non voglio dimenticarmi che l’Europa è stata in ritardo, troppo in ritardo, e che a nessuno è venuto in mente di mostrare, insieme alle curve nazionali dei contagi, una curva europea che ci facesse sentire uniti in questa disavventura, almeno simbolicamente.
Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è in un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi.
Non voglio dimenticarmi che la pandemia ci ha trovato in larga parte tecnicamente impreparati e scientificamente digiuni.
Non voglio dimenticarmi che non sono stato eroico né stabile né lungimirante nel tenere insieme la mia famiglia. Che quando ce n’è stato bisogno non ho saputo tirare su il morale di nessun altro, e neppure il mio.
La curva dei positivi si appiattirà, quella curva di cui ignoravamo l’esistenza e che adesso decide al posto nostro. Raggiungerà il picco agognato e poi inizierà la discesa. Non è un augurio: sarà la conseguenza diretta della nostra disciplina di adesso, delle misure in atto, le uniche efficaci e moralmente accettabili. Dobbiamo sapere fin d’ora che la discesa potrebbe essere più lenta della salita e che potrebbero esserci nuove impennate, magari altre chiusure momentanee, altre emergenze, e che alcune restrizioni dovranno restare per un po’. Lo scenario più probabile a cui andiamo incontro è quello di un’alternanza fra una normalità condizionata e l’allerta. Ma a un certo punto finirà. E avrà inizio la ricostruzione. Sarà il momento delle pacche sulle spalle tra la classe dirigente, dei complimenti a vicenda per la prontezza e la serietà e l’abnegazione. Il rinsaldarsi tipico dei poteri che di fronte alla minaccia della propria messa in discussione scoprono all’improvviso il gioco di squadra. Mentre noi, distratti, avremo solo voglia di scrollarci di dosso tutto. Il grande buio che cala. L’inizio dell’oblio. A meno che non osiamo riflettere ora su ciò che non vorremmo ritornasse uguale, ognuno per sé e poi insieme. Io non so come si renda un capitalismo mostruoso un po’ meno mostruoso, non so come si cambi un sistema economico, non so come si possa rifondare il nostro patto con l’ambiente. Non sono nemmeno sicuro di saper modificare il mio comportamento. Ma so per certo che non si può fare nessuna di queste cose se prima non si è osato pensarle. Restiamo in casa, per tutto il tempo necessario. Curiamo i malati. Piangiamo e seppelliamo i morti. Ma immaginiamo il dopo, cominciando adesso. Evitiamo che l’impensabile ci colga, ancora una volta, di sorpresa.
LA VITA NON TORNERÀ ALLA NORMALITÀ IN POCHE SETTIMANE O POCHI MESI. Post su Facebook di Fabio Sabatini, professore di Economia alla Sapienza di Roma il 20 marzo 2020: Molti di noi non si rendono conto che la vita non tornerà alla normalità in poche settimane o pochi mesi. È il concetto stesso di normalità che è destinato a cambiare, per lungo tempo. È un cambiamento che dovremo interiorizzare in fretta, per impedire ai sistemi sanitari e all'economia di collassare, moltiplicando i danni dell'epidemia. Un team di epidemiologi dell'Imperial College guidato da Neil Ferguson ha simulato l'evoluzione dell'epidemia nel Regno Unito in diversi scenari, ognuno caratterizzato da diverse misure di contrasto. Gli autori stimano che strategie "leggere" (come quella inizialmente ipotizzata da Boris Johnson, basata sull'isolamento dei casi sospetti, la quarantena dei loro parenti e l'isolamento sociale di anziani, immunodepressi e pazienti cronici) potrebbero dimezzare i decessi e ridurre di 2/3 il flusso di malati nei reparti di terapia intensiva. Tuttavia, nel solo Regno Unito morirebbero comunque centinaia di migliaia di persone e il sistema sanitario collasserebbe lo stesso. Secondo la simulazione, si può sperare di arrestare l'epidemia solo mediante una lunga quarantena dell'intera popolazione combinata con la chiusura delle scuole e delle università e il contemporaneo isolamento dei casi sospetti e delle loro famiglie (come nello Hubei). La figura a sinistra mostra la pressione dell'epidemia sul sistema sanitario nei diversi scenari di policy. Il problema è che tali misure dovrebbero restare in vigore finché non sarà disponibile un vaccino, cioè per almeno 18 mesi, secondo gli autori. Sempre ammesso che un vaccino sia possibile. La simulazione prevede che ogni allentamento delle restrizioni prima che l'epidemia sia completamente debellata consentirà al virus di diffondersi di nuovo. Dovremo ricominciare da capo. È chiaro che i costi della strategia "forte" sono troppo alti. Gli autori suggeriscono allora di applicarla non sempre ma "solo" ogni volta che i reparti di terapia intensiva vanno sotto pressione, e rilassarla quando la pressione si allenta. La figura a destra è una rappresentazione grafica di tale approccio (i rettangoli blu sono le fasi di lockdown). Anche in tale scenario, il lockdown dovrebbe durare 2/3 del tempo per essere efficace, per esempio due mesi sì e uno no, per la durata necessaria a ottenere un vaccino (sempre ammesso che sia possibile) e nella speranza di trovare, nel frattempo, una terapia farmacologica efficace che risolva una parte del problema. Di nuovo, 18 mesi. Anche in questo modo però i costi saranno altissimi e non è detto che potremo permetterceli. Non senza ripensare le interazioni sociali, cambiare radicalmente stile di vita e, nei limiti del possibile, l'organizzazione dei processi produttivi. È evidente che la vita non tornerà presto alla "normalità" cui siamo abituati. Ora, il lockdown può essere supportato da strategie complementari, come il tracciamento "aggressivo" dei potenziali contagiati effettuato oggi in Corea del Sud e a Taiwan (che non è preso in considerazione nelle simulazioni degli autori). Il tracciamento digitale dei potenziali contagiati e della loro rete di contatti ci offre una grande opportunità, a patto che sia volontario, duri solo il tempo necessario a sconfiggere l'epidemia, e vi sia la massima chiarezza e trasparenza sull'uso dei dati personali. Gideon Lichfield (chief editor della MIT Technology Review) avverte dei pericoli di un tracciamento prolungato nel tempo in cui le autorità condividono i dati del sistema di "sorveglianza" con altri soggetti pubblici e privati. Per esempio, Lichfield immagina un mondo in cui per salire su un aereo dovremo sottoscrivere un servizio che traccia i nostri spostamenti, in modo che la compagnia aerea riceva un alert se ci siamo avvicinati troppo a persone infette o focolai d'infezione. Un sistema simile potrebbe essere usato per filtrare l'accesso anche ad altri luoghi pubblici. Oggi i nightclub chiedono di dimostrare la maggiore età, domani potrebbero chiedere una prova di immunizzazione, e finiremo con l'adattarci anche a tali misure come ci siamo abituati ai controlli antiterrorismo in aeroporto. Da qui a immaginare un mondo in cui le persone con accesso limitato al sistema sanitario e/o che vivono in aree a maggiore rischio di contagio (probabilmente le più povere) sono sistematicamente discriminate il passo è breve. In ogni caso, sembra chiaro che il costo più duro dell'epidemia lo pagheranno i più deboli. I lavoratori precari potrebbero diventare ancora più precari. Gli immigrati, i rifugiati e gli ex detenuti troverebbero un nuovo ostacolo all'integrazione in una società sempre più stratificata e segregata. I criteri di discriminazione potrebbero allargarsi, per esempio a chi percepisce un reddito inferiore a una certa soglia o vive in certe aree di un paese. Quello immaginato da Lichfield è solo uno dei tanti scenari possibili (uno dei peggiori). E può sempre darsi che a migliorare la situazione intervengano fattori esogeni (il tempo, una mutazione del virus) o endogeni (una cura, un vaccino). Ma è chiaro che la normalità in cui siamo cresciuti non tornerà tanto presto e che dobbiamo affrettarci a interiorizzare tale cambiamento radicale. E a contrastare il virus con strategie quanto meno più "aggressive". Nel farlo, dovremo tenere conto anche dell'effetto dell'epidemia sulle disuguaglianze.
Gabriele Capolino per ''Milano Finanza'' il 20 marzo 2020. “Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari”. Così comincia un’analisi di Gordon Lichfield, direttore di MIT Technology Review (il magazine della prestigiosa università americana) dedicato ai cambiamenti nella vita personale e nel mondo del business che la pandemia finirà per cristallizzare anche dopo che sarà attenuata. “La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. Lichfield parte dalla constatazione, a cui si è arreso anche il governo inglese, che ogni Paese abbia bisogno di fare come l’Italia, cioè appiattire la curva dei contagi: imporre un distanziamento sociale per rallentare la diffusione del virus per evitare il collasso del sistema sanitario. Ciò implica che la pandemia deve durare, attenuata, fino a quando non ci sarà un numero sufficiente di persone che hanno avuto il Covid-19 in modo da lasciare la maggior parte degli altri immuni (supponendo che l'immunità duri per anni, cosa che non sappiamo) o che nel frattempo non si trovi un vaccino. Quanto tempo ci vorrebbe e quanto devono essere draconiane queste restrizioni sociali? Trump ha detto che "con diverse settimane di azione mirata, possiamo svoltare l'angolo e capovolgere la situazione in fretta". In Cina, sei settimane di isolamento cominciano ad alleggerire la situazione, ora che i nuovi casi sono caduti in prescrizione. Ma non finirà qui. Finché qualcuno nel mondo avrà il virus, le epidemie continueranno a ripetersi, senza controlli rigorosi per contenerle. In un rapporto di martedì 17, i ricercatori dell'Imperial College di Londra hanno proposto un metodo di controllo: imporre misure di distanziamento sociale più estreme ogni volta che i ricoveri nei reparti di terapia intensiva (ICU) iniziano ad aumentare, e rilassarli ogni volta che i ricoveri diminuiscono. Nel grafico 1 all'inizio di questa pagina, la linea arancione è quella dei ricoveri in terapia intensiva. Ogni volta che superano una soglia, per esempio, 100 alla settimana, il paese dovrebbe chiudere tutte le scuole e la maggior parte delle università, adottando il distanziamento sociale. Quando scendono sotto i 50 ricoveri, queste misure verrebbero revocate, ma le persone con sintomi o i cui familiari hanno sintomi rimarrebbero comunque confinate a casa. Come si misura la "distanza sociale"? I ricercatori la definiscono così: "Tutte le famiglie riducono del 75% i contatti al di fuori della famiglia, della scuola o del posto di lavoro". Significa che ognuno fa tutto il possibile per ridurre al minimo i contatti sociali e, nel complesso, il numero di contatti diminuisce del 75%. Secondo questo modello, concludono i ricercatori, il distanziamento sociale e la chiusura delle scuole dovrebbero essere in vigore per circa due terzi del tempo, attivo due mesi e un mese in pausa, fino a quando non sarà disponibile un vaccino, il che richiederà almeno 18 mesi (se funziona). Diciotto mesi !? Sicuramente ci devono essere altre soluzioni. Perché non costruire più unità di terapia intensiva e trattare più persone contemporaneamente, per esempio? Beh, nella simulazione dei ricercatori, non risolve il problema. Senza il distanziamento sociale dell'intera popolazione, anche la migliore strategia di mitigazione (che significa isolamento o quarantena dei malati, dei vecchi e di coloro che sono stati esposti, più la chiusura delle scuole) porterebbe comunque a un'ondata di malati gravi otto volte superiore a quella che il sistema statunitense o britannico possono affrontare (nel grafico 2 è la curva blu più bassa; la linea rossa piatta è il numero attuale di posti letto in terapia intensiva). Anche se si impostassero fabbriche per sfornare letti e ventilatori e tutte le altre strutture e forniture, si avrebbe comunque bisogno di molti più infermieri e medici per prendersi cura di tutti. Si potrebbe allora imporre restrizioni per un solo lungo periodo di cinque mesi? Non va bene neanche così: una volta eliminate le misure di distanziamento, la pandemia scoppierebbe di nuovo, solo che questa volta sarebbe in inverno, il momento peggiore per sistemi sanitari già troppo tesi. E se si decidesse di essere brutali, fissando una soglia molto più alta del numero di ricoveri in terapia intensiva oltre la quale innescare il distanziamento sociale, accettando quindi che molti più pazienti muoiano? A quanto pare non fa molta differenza. Anche negli scenari meno restrittivi dell'Imperial College, saremmo nel sacco in più della metà del tempo. Quindi, sostiene Lichfield, non si sta parlando di un'interruzione temporanea. È l'inizio di uno stile di vita completamente diverso.
Vivere in uno stato di pandemia. Secondo Technology Review, a breve termine ciò sarà estremamente dannoso per le imprese che contano su un gran numero di persone che si riuniscono in massa: ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d'arte, centri commerciali, fiere dell'artigianato, musei, musicisti e altri artisti, luoghi sportivi (e squadre sportive), sedi di congressi (e produttori di congressi), compagnie di crociera, compagnie aeree, trasporti pubblici, scuole private, centri diurni. Per non parlare dello stress dei genitori spinti a far studiare a casa i loro figli, delle persone che cercano di prendersi cura di parenti anziani senza esporli al virus, delle persone intrappolate in relazioni extramatrimoniali, e di chiunque non abbia un ammortizzatore finanziario per affrontare le oscillazioni del reddito. Ci sarà comunque una stagione di adattamento: le palestre cominceranno a vendere attrezzature per esercizio a casa e fare sessioni online, vedremo un’esplosione di nuovi servizi di quella che si può già definire la Shut-in economy. Ci si può consolare con il fatto che le nuove abitudini diminuiranno l’impatto ambientale dei viaggi, favoriranno il ritorno a filiere produttive locali, a un maggior ricorso al camminare e alla bicicletta. Ma lo sconvolgimento di molte, molte imprese e mezzi di sussistenza sarà impossibile da gestire. Uno stile di vita da recluso non è sostenibile per periodi così lunghi. Quindi come possiamo vivere in questo nuovo mondo? Una parte della risposta , spera Lichfield, sarà nel miglioramento dei sistemi sanitari, con la costituzione di unità di risposta alle pandemie in grado di muoversi rapidamente per identificare e contenere le epidemie prima che comincino a diffondersi. Poi occorre sviluppare la capacità di aumentare rapidamente la produzione di attrezzature mediche, kit di test e farmaci. Sarà troppo tardi per fermare la Covid-19, ma sarà d'aiuto per le future pandemie. A breve termine, probabilmente troveremo compromessi imbarazzanti che ci permetteranno di mantenere una certa parvenza di vita sociale. Forse le sale cinematografiche toglieranno metà dei loro posti, le riunioni si terranno in sale più grandi con sedie distanziate, e le palestre richiederanno di prenotare gli allenamenti in anticipo, in modo che non si affollino. In definitiva, verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è. Si possono vedere i primi segnali nelle misure che alcuni paesi stanno prendendo. Israele utilizzerà i dati di localizzazione dei cellulari, con cui i suoi servizi segreti rintracciano i terroristi, per rintracciare le persone che sono state in contatto con i portatori noti del virus. Singapore effettua una ricerca esaustiva dei contatti e pubblica dati dettagliati su ogni caso conosciuto, tutti tranne l'identificazione delle persone per nome. Naturalmente nessuno sa esattamente come sarà questo nuovo futuro. Ma si può immaginare un mondo in cui, per salire su un volo, forse si dovrà essere iscritti a un servizio che tracci i vostri spostamenti attraverso il vostro telefono. La compagnia aerea non sarebbe in grado di vedere dove siete andati, ma riceverebbe un avviso se foste stati vicini a persone infette o a punti caldi della malattia. Ci sarebbero requisiti simili all'ingresso di grandi spazi, edifici governativi o snodi di trasporto pubblico. Scanner della temperatura installati ovunque, e il vostro posto di lavoro potrebbe richiedere l'uso di un monitor che misuri la vostra temperatura o altri segni vitali. Dove i locali notturni chiedono una prova dell'età, in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d'identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus. Ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone. Come al solito, però, il vero costo sarà sostenuto dai più poveri e dai più deboli. Le persone che hanno meno accesso all'assistenza sanitaria, o che vivono in zone più esposte alle malattie, saranno ora più frequentemente escluse dai luoghi e dalle opportunità aperte a tutti gli altri. I gig-worker, quelli che fanno lavoretti e sono molto in giro, come autisti, idraulici, istruttori di yoga freelance, vedranno il loro lavoro diventare ancora più precario. Gli immigrati, i rifugiati, i clandestini e gli ex detenuti dovranno affrontare l'ennesimo ostacolo all'ingresso nella società, prevede Lichfield. Inoltre, a meno che non ci siano regole severe su come viene valutato il rischio che possiate ammalarvi, i governi o le aziende potrebbero scegliere qualsiasi criterio: per esempio, siete ad alto rischio se guadagnate meno di 50.000 dollari all'anno, vivete in una famiglia con più di sei persone e in alcune precise parti del Paese. Ciò provocherebbe un margine per la distorsione algoritmica e la implicita discriminazione, come è successo l'anno scorso con un algoritmo utilizzato dalle compagnie di assicurazione sanitaria degli Stati Uniti, che finiva per favorire inavvertitamente i bianchi. Il mondo è cambiato molte volte, e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni. Ma come per tutti i cambiamenti, ci saranno alcuni che ci perderanno più degli altri, e saranno quelli che hanno già perso troppo. Il meglio che possiamo sperare, conclude l’analisi di Lichfield, è che la profondità di questa crisi costringa finalmente i Paesi e gli Stati Uniti in particolare, a porre rimedio alle palesi ingiustizie sociali che rendono così intensamente vulnerabili ampie fasce della loro popolazione.
Aziende che producono beni i largo consumo strategiche ma nessuno se ne accorge. Ivo Ferrario de Il Riformista il 19 Marzo 2020. Affrontare e superare l’emergenza determinata dal virus Covid-19 è una priorità per l’Italia. Ogni altra questione, per quanto rilevante, passa in secondo piano rispetto all’esigenza fondamentale di tutelare la salute della popolazione, mantenendo condizioni ambientali tali da consentirle di nutrirsi e disporre di altri beni di prima necessità fondamentali per garantire l’igiene della persona e dei luoghi abitati. In questa situazione, nuova e inaspettata, un fatto apparentemente banale come la possibilità di accedere a beni di largo consumo assume una rilevanza decisiva nella gestione della crisi. Ed emerge in tutta la sua rilevanza il ruolo strategico fondamentale svolto dalle aziende agricole, industriali e distributive attive nelle filiere alimentare e non food. Ruolo che dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi non è mai stato valutato in tutta la sua importanza dai diversi governi che si sono succeduti alla guida del Paese, con il risultato di lasciare alla buona volontà degli imprenditori e dei manager il compito di attrezzarsi per creare valore, competere, generare efficienza ed efficacia nelle relazioni di filiera. A questo impegno, infatti, non sono corrisposti interventi sul piano infrastrutturale fondamentali per la movimentazione delle merci, progetti organici per favorire la crescita dimensionale delle imprese, piani per sostenere nella loro attività le pmi e i pochi champions nazionali, industriali e distributivi. Il risultato è sotto i nostri occhi. Un numero limitato di industrie gioca sui mercati internazionali ruoli di primo piano e nessuna azienda distributiva è riuscita a mettere piede all’estero, creando le premesse per una importante espansione degli sbocchi commerciali per le nostre produzioni. L’ultimo decennio non è stato particolarmente diverso dagli anni precedenti. Le istituzioni, la politica, gli opinion makers hanno focalizzato la loro attenzione su fenomeni emergenti, senza dubbio rilevanti, come l’escalation dei servizi, la difesa dell’industria pesante, il digital abbracciando il primato della finanza sull’economia. La “fabbrica” è passata in secondo piano. Quasi fosse un accessorio, un attore minore in una società e in un sistema economico in costante accelerazione verso un futuro dove il byte sarebbe contato più degli atomi. I fatti di queste ultime settimane restituiscono pienamente alla manifattura il suo ruolo. Ci si è resi conto che i prodotti non nascono magicamente sugli scaffali dei supermercati. Che c’è un prima, una produzione, fatta di lavoratori ad alta specializzazione, manager e imprenditori. Persone abituate ai cambiamenti determinati da mercati nervosi ed ipercompetitivi che oggi vivono nella trincea della fabbrica, operando con grande attenzione e senso di responsabilità per garantire che beni primari destinati alle famiglie siano costantemente riassortiti nei punti di vendita. Un’attività fatta senza clamore, senza rivendicare ruoli o meriti, svolta in condizioni non esenti da rischi. Quando questa dolorosa emergenza sarà finita sarà importante cogliere l’occasione per guardare in modo nuovo alla filiera del largo consumo. Per voltare pagina creando concrete condizioni per il suo rafforzamento strutturale e introducendo opportune regole che inquadrino nella giusta cornice le relazioni commerciali.
· La prossima Egemonia Culturale.
Siamo alle porte di una stagione segnata dalle proteste? Andrea Massardo su Inside Over il 27 ottobre 2020. Con l’avvento della pandemia di coronavirus, in tutto il mondo si è registrato un aumento delle diseguaglianze sociali e delle tensioni interne tra la popolazioni. In modo diverso ma al tempo stesso anche speculare, Americhe, Europa, Asia ed Africa hanno visto una rinascita delle proteste di piazza, a lungo fermate sia dalla paura per il patogeno sia dalle forti limitazioni imposte dagli organi nazionali. E in questo scenario, che in momenti diversi ha preso piede in tutto il mondo rendendo però l’idea di un fenomeno destinato ad essere duraturo nel tempo, potremmo assistere a quella che potrebbe essere definita come una nuova stagione di proteste e insurrezioni popolari.
Gli Stati Uniti sono spaccati in due. La prima vera e propria protesta di questo 2020 è iniziata nel mondo americano a seguito dei fatti successivi all’uccisione del cittadino afroamericano George Floyd da parte della polizia. La rinascita infatti dei movimenti in favore dei diritti della popolazione nera ha segnato una netta spaccatura all’interno dell’opinione pubblica americana, contribuendo in modo molto più marcato che in passato alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Tra chi – come il candidato democratico Joe Biden – ha scelto di appoggiare il movimento del Black lives matter e chi – come il presidente uscente Donald Trump – ha scelto invece di schierarsi a favore delle forze dell’ordine e della sicurezza nazionale, gli Usa sono spezzati da una gola più profonda della faglia di San Andreas. E proprio da questo clima di instabilità, in fondo, potrebbe uscire dalle urne elettorali – per un verso o per l’altro – il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti d’America.
L’Europa è sul piede di guerra. Mentre il fenomeno razziale ha trovato il suo “successo” nel mondo trans-oceanico, fatta salva qualche sporadica manifestazione e in modo leggermente più importante soltanto in Francia e Regno Unito in Europa il movimento non ha mai davvero attecchito. Questo perché, verosimilmente, con il passaggio della pandemia di coronavirus e con le elezioni lontane ancora in molti Paesi l’argomento divisivo in campo socio-politico non ha incontrato in modo così marcato l’interesse popolare. Un argomento che ha però colpito particolarmente gli Europei è quello riguardante lo stato di salute dell’economia e – benché ciò si fosse reso evidente già nella prima ondata – in questo autunno la situazione è divenuta ancora più calda. Dalle battaglie contro le restrizioni portate avanti in Germania, Spagna e Francia alle proteste di piazza dei commercianti che si sono verificate in Italia nelle ultime ore, la popolazione europea è di fatto insorta contro quella che molti – forse erroneamente – hanno definito “dittatura sanitaria”. E questo aspetto, in fondo, potrebbe essere destinato ad accompagnare la nostra quotidianità per molte settimane ancora a venire, così come a divenire ago della bilancia nella scelta degli stessi esecutivi nazionali. Anche dove il coronavirus ope legis quasi non esiste si sono verificate delle forti proteste di piazza nei confronti della presidenza nazionale: e questo, infatti, è il caso della Bielorussia. Per la prima volta dal 1994 Aleksandr Lukashenko è stato investito da un moto d’insurrezione popolare senza precedenti, che per la prima volta è riuscito a mettere in crisi e portare lo sguardo internazionale su quel piccolo ex-soviet dell’Urss a lungo dimenticato dal mondo. E se la sfiducia verso il presidente non è provenuta soltanto dai moti popolari – le stesse alleanze di Minsk non sono mai apparse tanto traballanti – ad essere messo in crisi in questo modo è lo stesso sistema politico della Bielorussia, forse il quanto di più simile rimasto come gestione interna alla ex-Unione sovietica.
L’Italia riscopre la guerra di strada. Un caso dalle declinazioni particolari e sul quale è necessario soffermarsi non soltanto per la vicinanza riguarda quanto è accaduto nelle scorse ore e che con molte probabilità potrebbe riaccadere anche nei prossimi giorni nel nostro Paese. In Italia, infatti, il clima di sfiducia nei confronti dell’esecutivo e soprattutto la rabbia – e il disgusto – di molte persone nei confronti di alcune misure ritenute eccessivamente stringenti e potenzialmente in grado di strangolare l’economia è sfociato nelle violenze di strada. Da Napoli a Milano, passando per Torino e arrivando sino a Roma, al fianco delle manifestazioni pacifiche sono entrati in scena i movimenti di protesta, in un panorama rivelatosi particolarmente amalgamato ed esteso ad ogni ideologia politica. La sensazione, però, è che in queste ore l’esecutivo italiano stia affrontando una fase molto complicata e nella quale il suo gradimento è sceso ai minimi dal proprio insediamento. Anche tra coloro che sino agli scorsi giorni lo avevano sostenuto ed anche all’interno dello stesso esecutivo – vedasi Italia Viva – sono cresciuti i malumori, al punto da aver messo di fatto il governo spalle al muro, chiuso dalla morsa delle proteste popolari, dalle insurrezioni interne e dalla morsa della pandemia di coronavirus. In generale, la situazione che si è creata ha generato una guerra di trincea tra opinione pubblica e governo, con davvero poche voci ormai che sostengono a viso aperto l’operato del Consiglio dei ministri. E in questa situazione, tenute di conto anche le criticità della gestione della pandemia che permangono tali e quali a prima, si potrebbe quasi dire che il governo ormai sia sul piede di guerra.
La Francia ha riscoperto Charlie Hebdo. A seguito dell’uccisione del professore francese accusato dal suo omicida di aver mostrato in classe ai suoi alunni delle vignette di Charlie Hebdo raffiguranti l’immagine del profeta Maometto, la Francia ha riscoperto le sue differenze con la comunità islamica. E in modo particolare, le immagini successive all’uccisione del professore hanno generato una nuova ondata di sdegno che ha portato lo stesso governo francese a irrigidire le proprie posizioni nei confronti dell’islam – ovviamente, con particolare attenzione a quello radicale. Anche in questo caso, però, il peggioramento delle condizioni sociale nel Paese ha dato vita ad un degenerare della situazione che, forse, senza il passaggio della pandemia non sarebbe venuto alla luce. E soprattutto, ha evidenziato quanto una popolazione assai variopinta ma poco amalgamata possa rivelarsi una bomba ad orologeria, mettendo in discussioni la stessa riuscita dell’integrazione all’interno del sistema francese.
In Asia ci si rivolta all’ordine costituito. Nascono da tre motivazioni assai distinte, ma le rivolte popolari che hanno di nuovo preso piede in Iraq nelle ultime ore, le proteste ormai durature dei giovani thailandesi e l’insurrezione delle scorse settimane del popolo kirghiso hanno un sostanziale elemento in comune: la lotta contro la corruzione e contro un sistema politico, forse, diventato ormai vetusto. E questo accade anche nel più solido mondo asiatico. Dopo il fermo provocato dai blocchi per la pandemia di coronavirus, la popolazione irachena è scesa di nuovo nelle piazze, invocando libere elezioni e la destituzione del governo del Paese. Con delle scene che pensavamo di aver dimenticato dall’inizio del 2020, dunque, Baghdad è tornata centro delle proteste mediorientali, in un momento in cui l’esecutivo locale affronta forse la più grande fase di debolezza dal suo insediamento. E soprattutto, questa volta e mai come prima dovrà fare i conti con le minoranze del Paese. A muovere invece il popolo del Kirghizistan sono state anche le minoranze, ma quelle residenti all’estero: l’allusione è chiaramente alla condizione degli uiguri – i “fratelli” della Cina – e ai rapporti troppo fitti che, nonostante ciò, Biskek intratterrebbe da anni con Pechino. In questo caso, infatti, la rabbia della popolazione nei confronti di un rapporto economico stretto a doppia mandata con la Cina è degenerata in esasperazione, e per la prima volta il popolo kirghiso ha messo seriamente in discussione un sistema politico duraturo sin dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e dalla conseguente riappacificazione della regione.
Maggiori diseguaglianze, maggiori paure, maggiori proteste. Come sottolineato nell’introduzione, l’aumento della diseguaglianza percepita e le preoccupazioni riguardanti il futuro sono divenute l’elemento chiave per lo scoppio di una nuova e sempre crescente serie di proteste diffuse a livello mondiale. Sebbene queste insurrezioni non siano in sé strettamente legate fra di loro hanno un elemento in comune molto interessante: la tempistica. Particolare non di secondo piano, considerando l’evento epocale che si sta attraversando da quando dalla regione dello Hubei si è diffuso il coronavirus. In questo scenario, dunque, la sensazione è che il mondo si trovi davanti ad una nuova stagione di insurrezioni, ognuna delle quali con le volontà e le capacità di mettere in discussione le fondamenta stesse del modo in cui viene fatta la politica in ogni rispettivo Paese. E soprattutto, potrebbe aprire uno squarcio ancora dalla difficile lettura e dalle offuscate conseguenze che potrebbe cambiare il volto della situazione interna e degli equilibri anche internazionali dei prossimi anni.
PROTESTE SOCIALI. Stiamo diventando un popolo di lobotomizzati, diamoci una svegliata. Redazione il 27 Ottobre 2020 su culturaidentita.it. A “Dietro il Sipario” su Vox Italia Tv ospite di Francesco Toscano Edoardo Sylos Labini con il giornalista de La Verità Fabio Dragoni e l’avvocato Giuseppe Palma sull’emergenza di questi giorni: ci sono tutti i presupposti per consentire al governo di varare misure tipiche di ogni regime dittatoriale, a partire dal coprifuoco notturno. Alcuni giornalisti chiedono in maniera sempre più insistente di usare la mano pesante contro i “complottisti”, mentre nel Paese sale la tensione sociale. Usciremo mai dallo stato di eccezione? E’ in corso un progetto economico per il Nuovo Ordine Mondiale. Come è possibile che i mezzi siano pieni di gente stipata come sardine e poi chiudano i bar alle 18? Che scelta surreale è? Tutti gli imprenditori che hanno investito soldi per rispettare le regole anticovid ora devono chiudere. E allora cosa fa uno? Prende la mazza da baseball e scende in piazza. I soliti giornaloni asserviti al potere dicono che le manifestazione di piazza sono organizzate dai fascisti. Gad Lerner ha scritto un tweet: la vetrina di Gucci a Torino è stata presa d’assalto da pericolosi fascisti. Peccato che poi abbiano arrestato due nordafricani dei centri sociali. La gente non ne può più: scende in piazza in tutte le città, a Trieste carabinieri e polizia si sono tolti il casco per rispetto per la folla. A Firenze una signora è stata presa per il collo perchè non portava la mascherina. Sono immagini inquietanti, sono scene che rientrano nella cornice della legalità del Burkina Faso ma è Firenze: è normale tutto questo? Quei vigili si sono dimostrati degli esseri umani piccoli: quelle tre pattuglie hanno il coraggio di fare le retate a Firenze dove spacciano? Essere forti con i deboli è da vigliacchi. Quando interruppero la messa in quella cittadina del bergamasco: nemmeno nei regimi più comunisti del mondo! Bergoglio non è il nostro Papa, non rappresenta la nostra dottrina. Stiamo diventano un popolo di lobotomizzati, diamoci una svegliata. Bisogna scendere in piazza come nel Risorgimento. Facciamo sentire forte la nostra voce: un nuovo Risorgimento per un nuovo umanesimo. Tiriamo fuori l’orgoglio, l’opposizione prenda una posizione più dura. Scanzi e Lucarelli scribacchini salariati: sono il megafono del governo per screditare ogni voce controcorrente. E’ in corso un mutamento antropologico e democratico: lo stato di diritto lascia lo spazio alla bulimia normativa. Un dcpm a settimana fa venir meno la certezza del diritto e viene meno lo stato liberale, cioè la certezza del diritto la liberta di pensiero e la liberta personale. vedi ad esempio come trattano i cosiddetti negazionisti. E’ più importante la salute della libertà? I padri costituenti misero la libertà a fondamento della Costituzione. Questo è un governo di idioti che non fa nulla per mascherare il disprezzo nei confronti di una ben precisa categoria di persone: quelle che non vogliono votare per loro. Quando ci sarà l’esercito in strada noi dovremo avere il coraggio di dare al Paese un indirizzo per il suo futuro. Speriamo che gli uomini e le donne in divisa si tolgano i caschi come quei carabinieri a Trieste.
Dai globalisti agli antimoderni. Il virus influenza il pensiero. Le "famiglie" culturali rispondono in modo molto diverso alle domande sul futuro e su come ridare senso al mondo. Corrado Ocone, Mercoledì 13/05/2020 su Il Giornale. Potrà sembrare un aspetto secondario in questo momento, ma in verità è l'architrave su cui poggerà il nostro futuro. Il Covid-19 ha conseguenze drammatiche sull'economia, sulla società, sull'istruzione, ma ne ha anche sul pensiero. Intorno a quali categorie si organizzerà la nostra comprensione del mondo, il nostro dare senso ad esso? Chi eserciterà nei prossimi anni l'egemonia culturale? Quale narrazione risulterà vincente, ispirando l'azione delle classi dirigenti e modulando il senso comune dei cittadini? Nulla sarà più come prima, o al contrario tutto resterà immutato ma in peggio come ipotizza Michel Houellebecq? Altrove, soprattutto in Francia, il dibattito è già ampio. In Italia le posizioni cominciano solo ora a delinearsi, in un contesto nazionale in cui la riflessione intellettuale sembra ancora asfittica e legata ai topoi rassicuranti del moralismo e del politicamente corretto. Proviamo a individuare qualche filone di pensiero, quasi come un divertissement intellettuale e tenendo ben presente che si tratta di tendenze che a volte si pongono in alternativa fra loro e altre volte si intersecano.
1. I globalisti. Sembra impossibile, ma continuano ancora ad esserci coloro che giudicano la crisi attuale come un incidente di percorso, come qualcosa che prima o poi sarà superato e archiviato e ci rimetterà sui binari felici del Progresso e della Globalizzazione. D'altronde, si dice, il virus ha mostrato che siamo in un mondo iperconnesso e che un problema che sorge in una lontana provincia cinese in poche settimane può diventare un problema comune a tutto il mondo. Dobbiamo quindi ripartire accelerando la collaborazione e la condivisione fra i popoli, in vista di un governo unico mondiale, e di un'etica comune all'umanità (ovviamente quella della correctness). «A problemi globali, una risposta globale».
2. Gli anticapitalisti. Per costoro il Covid-19 conferma le loro analisi di sempre: in crisi è il nostro modello di sviluppo, che non è riformabile ma va rovesciato. Quale sia l'alternativa non è dato sapere, e comunque ognuno la immagina a suo modo. La sinistra radicale pensa come al solito al comunismo, ovviamente e come sempre quello «vero» e non ancora mai realizzato; qualcuno a una «decrescita felice» e casomai green. I pensatori della sinistra radicale fanno dell'attuale una crisi di diseguaglianza crescente, e quindi di un modello di sviluppo non da riformare ma da sovvertire.
3. I gretisti. In parte sono anticapitalisti della sottospecie decrescista anche loro, in parte annoverano fra le proprie fila molti capitalisti che sperano in questo modo di riconvertire il sistema di produzione in un'ottica schumpeteriana di «distruzione creatrice». Ovviamente un capitalismo non liberista, come quello dei globalisti, ma statalista nel preciso senso che, con una buona dose di ingegneria sociale e costruttivismo vorrebbe affidare allo Stato il compito di impostare dall'alto e poi accompagnare la trasformazione. La quale, come dice Luciano Floridi nell'ultimo suo libro, deve essere verde e blu al contempo, fondata cioè sulla riconversione ecologica e sulla Intelligenza artificiale.
4. I sovranisti. Sembrerebbero i vincenti di questa partita, con il mondo costretto a chiudere i confini e con il ritorno prepotente degli interessi nazionali. Non coperti nemmeno più, a livello continentale, da quella retorica europeista che accomunava politici e burocrati di Bruxelles. I globalisti dicono ora spesso le cose che dicevano prima gli odiati sovranisti. Tanto che persino Romano Prodi arriva a proporre all'Italia il reshoring, il rientro in patria di aziende e lavorazioni negli anni delocalizzate. Eppure, è come se ai sovranisti mancasse un'idea per il futuro, dopo avere nel passato visto il presente meglio degli altri. La loro presenza annuncia nuove sintesi e nuovi equilibri, ma questi tardano a delinearsi.
5. Gli antimoderni. Sono coloro che riconducono la situazione attuale del mondo a una crisi spirituale, di civiltà, soprattutto dell'Occidente che ha perso o non crede più nei propri valori. È la «dittatura del relativismo», di cui parla Ratzinger. Per i più catastrofisti di loro non c'è più speranza, e solo «un Dio potrà salvarci». Per altri c'è bisogno di invertire drasticamente la rotta e ritrovare nel passato la spinta per il domani. Essere antimoderni non significa però essere necessariamente premoderni, bensì solo prendere atto che il progetto razionalistico degli ultimi secoli è giunto al capolinea.
6. I neopaternalisti. In molti vagheggiano un governo che protegga e rassicuri, da ogni punto di vista: economico, epidemiologico, della sicurezza personale. E che, in virtù del fine, possa anche mettere fra parentesi le libertà fondamentali e i diritti umani. Una democrazia controllata e guidata, «illiberale», o addirittura un nuovo dispotismo soft all'orientale sul tipo di quello cinese. Perché il liberalismo è obsoleto, come ha detto Putin. E la libertà esige responsabilità, e quindi fatica.
7. I conservatori. Sembravano un reperto del passato, e invece potrebbero trovare una nuova linfa vitale. Liberali e anche liberisti, ma all'interno di una comunità politica coesa e unita da valori comuni e dall'amore per la Patria; ecologisti ma nel senso della cura e manutenzione continua della propria casa (oikòs), non in quello dei Grandi Progetti; scettici e disincantati sulle umane vicende ma sensibili al trascendente; aperti al futuro ma convinti che esso debba maturare ed evolversi dalle esperienze del passato. Essi, in poche parole, sembrano porsi al crocevia delle altre tendenze, moderandole e umanizzandole. Che sia loro il futuro?
· La Secessione Pandemica Lombarda.
Nicola Porro per ''il Giornale'' il 15 marzo 2020. Questo governo ha abolito, temporaneamente, le libertà civili, ma non riesce ad abolire il Tar. E le persone muoiono, tecnicamente di burocrazia. Se qualcuno pensa che si esageri, segua i casi documentati che mettiamo in fila. Il governatore della Lombardia aveva individuato un sito dove costruire un ospedale di emergenza, nella zona della vecchia fiera: almeno quattrocento posti realizzabili in dieci giorni. I vertici dell' Ente in 48 ore hanno realizzato un piano di fattibilità. Mezza Milano che conta, tra cui uno dei più importanti e ricchi imprenditori del lusso, avevano già aperto il portafogli: centinaia di milioni. Niente: la Protezione Civile non ha dato il via libera, così la Lombardia ieri si è mossa da sola e ha chiamato Guido Bertolaso per farsi l' ospedale. Nel frattempo, la sottoscrizione di Fedez ha permesso di iniziare i lavori, anche se più piccoli, di potenziamento del San Raffaele. Tre imprenditori, che hanno recentemente incassato un dividendo miliardario dalla cessione di una loro azienda, hanno comprato due assistenze polmonari complete a testa: fanno sei. E le hanno donate all' ospedale Gemelli. Uno di loro ha chiesto alla ditta quando sarebbero state consegnate: il 20 marzo. Allora si è stupito del fatto che le gare Consip non avessero comprato come loro. La risposta è stata tranchant: hanno offerto condizioni economiche e di pagamento inaccettabili. La morale è che spenderemo 50 miliardi di euro di deficit in più per il Paese, ma che per i respiratori andiamo a fare le offerte come per comprare le penne a sfera per i ministeri. Non è finita. Ieri il Giornale di Brescia in prima pagina titolava: «La Protezione civile tiene ferme le mascherine acquistate con la raccolta fondi mentre nel Bresciano il virus dilaga». Mezzo milione di mascherine, comprate dai privati, bloccate in un magazzino, perché «manca un' autorizzazione della Protezione civile». E nel frattempo la Protezione civile, come testimoniano le foto pubblicate ieri dal Qn, ha inviato 200mila mascherine in Lombardia subito ritirate: «Sono un notissimo panno per fare la polvere con due buchi ai lati nei quali infilare le orecchie». Ogni medico che si ammala, anche non gravemente, oggi è una perdita che non ci possiamo permettere. IntesaSanPaolo nel giro di poche ore ha messo a disposizione della Protezione civile 100 milioni di euro: una cifra monstre. Che permetterebbe di comprare ventilazioni (ci sono eccome in giro) e quanto occorre per salvare vite umane. Non sono ancora riusciti ad arrivare a destinazione. Per colpa della burocrazia, non certo della banca. Potremmo continuare, ma ci fermiamo qua. Con lo stanco rito del confessionale della Protezione civile che alle 18 snocciola i dati del contagio, non andremo da nessuna parte. Ogni giorno che passa è un giorno perso: altro che Churchill come per Chamberlain qua il virus si diffonde.
Coronavirus Milano, via ai lavori per una nuova terapia intensiva al San Raffaele. Pubblicato sabato, 14 marzo 2020 da Corriere.it. Sono partiti i lavori per una nuova terapia intensiva da campo dedicata all’emergenza Covid-19 all’Ospedale San Raffaele di Milano, grazie ai fondi raccolti con la campagna lanciata da Chiara Ferragni e Fedez. Il loro appello continua a coinvolgere tantissimi donatori (già oltre 191mila persone), che finora hanno versato oltre 3,8 milioni di euro. I lavori sono già iniziati e vedranno la costruzione in tempi record del nuovo reparto, all’interno di una tensostruttura che già copre l’ex campo sportivo dell’Università Vita-Salute San Raffaele. «Non avremmo mai pensato di avere la possibilità di ampliare così rapidamente l’assistenza ai nostri pazienti più fragili, quelli che hanno come unica opportunità di cura la terapia intensiva», ha detto Alberto Zangrillo, primario dell’unità operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare del San Raffaele, che a nome suo e di tutto il personale medico e infermieristico impegnato in questa emergenza «ringrazia non solo Chiara e Fedez ma anche ogni singolo donatore. Ci stiamo impegnando con tutte le nostre energie - conclude - e sapere che tante persone ci supportano ci aiuta a procedere nei nostri sforzi».
Coronavirus, Fontana: «Recuperati 300 posti letto ma servono i respiratori. Basta con le polemiche». Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it. «Abbiamo un assoluto bisogno di respiratori. Senza non possiamo allestire le Terapie intensive in ospedali da campo né reperire nuovi medici». Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana lancia un appello-allarme al governo e alla protezione civile . Sabato, la polemica sulle mascherine definite dall’assessore alla Salute, Giulio Gallera: «panni per pulire per terra, meno solide della carta igienica». Oggi, la riconciliazione: «In questo momento si deve lottare insieme, mi scuso per le polemiche, se ci sono state da parte mia - afferma il presidente della Lombardia -, ma ora non è il momento di polemizzare e replicare, è ora di agire. Chiedo alla protezione civile uno sforzo maggiore per migliorare la nostra situazione ospedaliera. Dobbiamo aiutare i cittadini. Dobbiamo reagire». Fontana, in collegamento telefonico con Sky Tg 24, dichiara anche che la Regione sta lavorando e si sta muovendo per vie alternative: «Siamo vicini al collasso, per questo motivo ci stiamo dando da fare ovunque nel mondo. Abbiamo preso contatti con tanti fornitori in diversi Paesi, dalla Cina al Sudamerica». E rivela: «Un grande imprenditore italiano si è reso disponibile ad aiutarci. Aspettiamo risposte concrete da tutti». Necessari i ventilatori polmonari: «Purtroppo non riusciamo a trovarli tramite la protezione civile, ci stiamo dando da fare per strade nostre».
Recuperati 300 posti letto. Il cuscinetto di posti liberi in terapia intensiva per i malati di Covid-19, circa 15 posti, «resta quello, ma soprattutto restano i miracoli che i nostri operatori riescono a realizzare. La capacità che hanno dimostrato in queste due settimane di recuperare più di 300 posti letto in rianimazione dal nulla. Spero che riescano ancora per qualche giorno, in attesa di recuperare i respiratori».
La Protezione civile: «Il virus un nemico che toglie il respiro. Mascherine? Niente accuse». Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini.
«Siamo a disposizione di tutte le Regioni, in particolare di quelle dove l’emergenza è di massimo livello. Accusarci di ostacolare il reperimento di mascherine e altre attrezzature è falso oltre che ingiusto».
Luigi D’Angelo è il responsabile delle emergenze per la Protezione civile, l’uomo che gestisce l’organizzazione e la logistica, compresa dunque la distribuzione delle ormai famose Ffp2 e Ffp3 (qui un dossier sulle mascherine) per fermare il contagio da coronavirus.
Secondo il leader della Lega Matteo Salvini le aziende lombarde aspettano il vostro via libera per produrle.
«Magari. Noi non abbiamo ricevuto nessuna richiesta. E in ogni caso abbiamo firmato già numerosi contratti per l’approvvigionamento e siamo in attesa delle consegne».
Quante?
«Finora alle Regioni ne abbiamo date 5 milioni. Il fabbisogno mensile è di 90 milioni e noi abbiamo contratti per 56 milioni nelle prossime quattro settimane».
L’assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera dice che intanto gli avete mandato carta igienica.
«Tutto quello che abbiamo, trasferiamo alle Regioni per cercare di ovviare alle carenze. Al momento non abbiamo altre mascherine, ma la Lombardia ne ha avute un numero superiore a quello delle altre proprio perché è in una situazione drammatica».
Possibile che non si riescano a trovare mascherine?
«All’inizio dell’emergenza c’era una disponibilità maggiore. Adesso che il virus si è diffuso in tutto il mondo i Paesi di transito fermano le forniture e le requisiscono. Ecco perché ogni Stato deve produrle e soprattutto riuscire ad aumentare questa produzione».
Il governatore Attilio Fontana dice che per colpa della Protezione civile non si fa l’ospedale in Fiera.
«Io credo che il nostro capo Angelo Borrelli abbia ben chiarito — con l’invito a non alimentare le polemiche in un momento tanto drammatico — e dia il senso del nostro atteggiamento e del lavoro che stiamo facendo».
E allora perché l’ospedale non si fa?
«Le tempistiche per avere le attrezzature sono lunghe, almeno 15 giorni. Per allestire un ospedale ci vuole un mese. Ma il vero problema è il personale: ci volevano almeno 400 medici e 800 infermieri e non abbiamo la possibilità di destinare tutte queste forze per una nuova struttura. Per questo abbiamo preferito aumentare i posti letto in altri ospedali in modo da poter procedere in pochissimi giorni».
Intanto Fontana ha nominato Guido Bertolaso consulente. Non si fida di voi?
«Bertolaso ha un’enorme esperienza, sicuramente ci darà una mano».
La nomina di Domenico Arcuri per gli acquisti vi commissaria?
«È un altro aiuto prezioso perché è un ottimo manager con il quale stavamo già collaborando proprio per il reperimento del materiale e delle attrezzature».
Lei ha gestito tragedie come il terremoto, le alluvioni, lo tsunami. Questa è una guerra?
«Purtroppo sì. La pressione è fortissima perché è difficile individuare il perimetro del contagio. I numeri sono in aumento, abbiamo moltissime vittime. L’onda è partita molti giorni fa, non sappiamo quando riusciremo a fermarla».
Qual è la difficoltà più forte?
«Il Sars-CoV-2 è un nemico che in molti casi blocca il respiro. Ecco, il collo di bottiglia sono le terapie intensive. Le Regioni stanno facendo un lavoro enorme perché riescono a trovare ogni giorno energie per continuare a portare i malati in questi reparti, ma è una corsa contro il tempo perché nessuno immaginava quel che poi è accaduto».
Molti cittadini si lamentano perché non possono fare il tampone pur essendo stati a contatto con persone contagiate.
«In questo caso non ci sono criticità. Se non si hanno sintomi forti e stai a casa non c’è bisogno di farlo. Se invece si hanno sintomi forti e c’è il rischio di ricovero si fa perché serve ai medici per capire se è necessaria la terapia intensiva. L’obiettivo è non ingolfare le Asl».
Quando finirà?
«Non possiamo dirlo, sicuramente finirà se tutti rispetteranno le restrizioni. E allora dovremo dire grazie all’eroico lavoro di medici e infermieri».
Conte, impara da Fontana. La Lombardia chiama Bertolaso: super consulente a costo zero. Libero Quotidiano il 15 marzo 2020. Massimo Galli è una delle voci più autorevoli sull’emergenza coronavirus, essendo impegnato in prima linea in Lombardia in qualità di primario del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano. Ospite in collegamento a Stasera Italia, il professore lancia un monito chiarissimo: “È evidente che continuiamo a dire che la situazione è prossima al collasso, ma adesso è veramente vicina ad esserlo”. Ciò dipende dal fatto che “la capienza dei nostri ospedali, che pure abbiamo dilatato all’inverosimile, non può andare oltre. Nel mio ospedale abbiamo colonizzato altri reparti, però - precisa Galli - qualsiasi cosa venga ampliata poi va coperta con uno staff medico e infermieristico che possa sostenerla. Determinate competenze - chiosa - non si trasformano con uno schioccar di dita”. Insomma, l’infettivologo del Sacco ha ribadito che in Lombardia, cuore dell’epidemia, il sistema sanitario sta dando tutte le risposte possibili, ma purtroppo si sta avvicinando sempre più al punto di non ritorno.
(Giulia Costetti ANSA il 15 marzo 2020. ) - É un escalation quotidiana, quella dei numeri dei morti per Coronavirus in Lombardia arrivati oggi a 966, 76 in più rispetto a ieri, un numero triplicato nel giro di 5 giorni che ha creato problemi non solo nella gestione dei pazienti ma anche dei defunti. "Una crescita costante" di contagi e decessi, per utilizzare le parole dell'assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, che non riguarda solo gli anziani. Tanto che la Regione ha fatto una scelta drastica: ha convocato Guido Bertolaso come "consulente" del governatore Attilio Fontana per la realizzazione dell'ospedale Covid alla Fiera di Milano: "Come potevo non aderire alle richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio paese?", ha detto Bertolaso aggiungendo: "Se ho aperto l'ospedale Spallanzani vent'anni fa ed ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo". Intanto in Lombardia c'è da registrare la morte di Diego Bianco, un operatore 47enne della centrale operativa del 118 di Bergamo che era stata chiusa e sanificata, anche perché altri operatori avevano accusato sintomi ed erano stati a casa. Nessuna conferma ufficiale della Regione, ma i suoi colleghi soccorritori non hanno nessun dubbio. "Diego era uno dei 700 operatori sanitari, medici, infermieri, soccorritori, oss che già sono stati contaminati", hanno scritto su Facebook chiedendo protezioni adeguate. E proprio sulle mascherine si è consumata un'altra giornata di polemiche fra la Lombardia e la Protezione civile. A innescarla l'invio di 200 mila mascherine "non idonee" e senza la certificazione Ce."A noi servono mascherine del tipo fpp2 o fpp3 o quelle chirurgiche - ha spiegato Gallera - e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex". Pronta la replica del ministro Boccia: "Abbiamo mandato 550 mila mascherine, altro che carta igienica". E anche se il presidente della Regione Attilio Fontana ha insistito nel dire che non c'è alcun intento polemico, sul fondo dello scontro rimane proprio il tema dell'apertura di un ospedale con 500 posti di terapia intensiva nei padiglioni della Fiera di Milano perché la Protezione civile (ma nemmeno altri al momento) non si è detta in grado di fornire le attrezzature e il personale. Un problema di posti in terapia intensiva più grave di quello, comunque importante, che si sta verificando in obitori e camere mortuarie. Per capire le dimensioni basta pensare che sul solo Eco di Bergamo oggi c'erano 11 pagine dedicate ai necrologi. Anche le pompe funebri si trovano a non poter accogliere tutte le richieste. Così a volte le ditte arrivano da fuori. A Bergamo la chiesa del cimitero è stata trasformata in una camera ardente, a Cremona stesso destino è toccato alla cappella dell'ospedale Maggiore, mentre a Brescia il vescovo ha dato la disponibilità a individuare qualche chiesa in cui ricoverare le salme in attesa della sepoltura. A Milano il Comune ha messo a disposizione cento posti nell'obitorio e ha cambiato il regolamento riducendo da 30 a cinque i giorni per decidere dove seppellire i defunti. Troppe anche le richieste di cremazione, che non si riescono ad evadere, motivo per cui il prefetto di Brescia, Attilio Visconti, ha invitato a scegliere forme di sepoltura tradizionali. I prefetti, per fare fronte all'emergenza, hanno autorizzato i medici a rilasciare i certificati di morte anche prima dei tre giorni e le salme potranno essere depositate anche nei loculi zincati. Un dramma che riguarda non solo i morti, ma anche i vivi con le famiglie costrette a riconoscere i loro cari solo a distanza e senza poter celebrare il funerale. In molti, oramai, hanno salutato il loro parente per l'ultima volta quanto è stato portato in ospedale, poi non l'hanno più visto "neanche dopo morto": le famiglie spesso sono in quarantena a casa "senza poter assistere alla chiusura della bara" e talvolta aspettano la fine del periodo di isolamento per la veloce cerimonia funebre.
Giampiero Rossi per il ''Corriere della Sera'' il 15 marzo 2020. Il primo è l' assessore regionale al Welfare Giulio Gallera :«Ci hanno mandato delle mascherine che sono un fazzoletto o un foglio di carta igienica», dice mentre cerca di indossarne una davanti ai giornalisti che si accalcano attorno a lui alla faccia delle prescrizioni. Quella di Gallera è la prima di una sequenza ravvicinata di uscite polemiche del governo della Lombardia. Il bersaglio, questa volta, non è direttamente Palazzo Chigi, ma il suo braccio operativo in questa crisi: la Protezione civile. «Da Roma ci hanno detto che hanno solo queste, non vogliamo fare polemica però non sono sufficienti per la sicurezza degli operatori - dice ancora Gallera -. Era la famosa fornitura che ci era stata garantita di 250 mila alla settimana. Noi le abbiamo distribuite appena sono arrivate, non avevamo neanche visto cosa ci fosse dentro e nessuno di noi poteva immaginare che si trattasse di cose del genere. Ora sono state tutte ritirate, perché non vanno assolutamente bene. Non butteremo via niente, perché siamo lombardi, ma è chiaro che non è materiale idoneo». È solo il primo pugno sul tavolo. Subito dopo il presidente Attilio Fontana, ricorda che anche l' ospedale da allestire negli spazi della Fiera non è al momento realizzabile perché «nessuno è stato in grado di fornirci ventilatori o medici». Anche lui ripete la formula di rito, «senza polemica», ma non fa mistero di avercela proprio con la Protezione civile. «Però non abbandoniamo l' ipotesi e abbiamo lanciato una call internazionale, alla ricerca dei ventilatori». Tira la sua frecciata anche Pietro Foroni, assessore al Territorio e responsabile della Protezione civile regionale: «Da quando c' è stato l' annuncio del governo che le imprese saranno dotate di un kit gratuito per la sicurezza dei propri lavoratori non riusciamo a rispondere a tutte le email, ma i dispositivi non sono ancora arrivati». Quindi l' assessore al Bilancio Davide Caparini annuncia una produzione «propria» di mascherine: «Abbiamo fatto una nuova circolare che dà la possibilità alle nostre imprese di realizzare centinaia di migliaia di pezzi al giorno». Una riorganizzazione autarchica di fronte all' epidemia, che trova una conferma nell' arruolamento di Guido Bertolaso, come consulente personale del presidente Fontana per il compenso simbolico di un euro. Il nome dell' ex direttore delle Protezione civile nazionale era circolato anche a Roma, quale possibile «rinforzo» dell' attuale coordinamento dell' emergenza. Ma intanto da Roma il commissario per l' emergenza Angelo Borrelli (e con lui tante voci della maggioranza di governo) definisce le polemiche lombarde «del tutto destituite di fondamento».
Monica Guerzoni per il ''Corriere della Sera'' il 15 marzo 2020. Invocato come Padre Pio, paragonato a Superman e al mister Wolf di Pulp Fiction («risolvo problemi»), ribattezzato San Bertolaso o Superguido, domani atterrerà in Italia direttamente dal Sudafrica. Settant' anni fra cinque giorni e un curriculum formato lenzuolo, macchiato da qualche ombra giudiziaria e smacchiato a colpi di assoluzioni, Guido Bertolaso è l'uomo delle grandi emergenze. Quando l' Italia è a un passo dal baratro, eccolo che torna, forte di suppliche bipartisan e di un' esperienza che pochi, in materia di tragedie collettive, possono vantare. Rifiuti, inondazioni, frane, incendi. Il terremoto in Abruzzo e il G8 all' Aquila. Ebola, la Sars e adesso il coronavirus. «Come potevo non aderire alla richiesta di dare una mano nella epocale battaglia del Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita, è stata dedicata a servire il mio Paese?». Con queste parole Bertolaso ha detto sì alla chiamata di Attilio Fontana, che gli ha affidato l' impresa titanica di tirar su un ospedale alla Fiera di Milano, in una corsa a perdifiato per salvare più vite possibile. Una sfida da far tremare chiunque, ma non lui, che ha aperto l' ospedale Spallanzani vent' anni fa e lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di Ebola: «Forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo». Il suo compenso? Un euro, a titolo simbolico. «Non potevo non accettare, ho trascorso tutta l' esistenza dalla parte di chi è in difficoltà». Giorni fa, quando i leader del centrodestra (e Matteo Renzi) hanno chiesto al premier Giuseppe Conte di richiamarlo in servizio come supercommissario del governo, Bertolaso ha fatto sapere che sarebbe rimasto in Sierra Leone con la figlia pediatra. Ma non era un rifiuto, era che la telefonata da Palazzo Chigi non è mai arrivata. Nipote del cardinale Ruini e figlio di un aviatore, il medico con laurea alla Sapienza e master in malattie tropicali a Liverpool è per carattere un uomo di azione, sicuro di sé e poco incline alla mediazione. Più manager che politico, più di sinistra che di destra, ha nelle vene zero gocce di modestia e un carattere di ferro. Il suo motto? «Per far funzionare le cose serve una organizzazione che funzioni». Scoperto nel 1982 da Andreotti, al quale fu presentato come il «comunista travestito», è stato commissario al Giubileo del 2000 con Rutelli sindaco e sottosegretario a Palazzo Chigi con Berlusconi. Ha guidato la Protezione civile dal 2001 al 2010, quando l' eterno maglioncino blu con lo scudetto tricolore era un cimelio nazionale. Ha scalato in mondovisione le montagne di rifiuti di Napoli con lo stesso passo con cui ha raggiunto le vette del consenso, facendo il pieno di onorificenze. Ai tempi d' oro si disse, con qualche esagerazione, che il suo posto in classifica era «dopo il capo dello Stato e prima del Papa». Poi lo scandalo del G8 de La Maddalena, le dimissioni dalla Protezione civile, i processi e le assoluzioni, la candidatura a sindaco di Roma per il centrodestra (naufragata nel 2016) e il ritiro dalle scene. Adesso è nonno e le foto che più ama del suo monumentale album sono quelle con la nipotina e con i bimbi dell' Africa, dove ha ristrutturato scuole fatiscenti e fatto sorgere ospedali dal fango.
· Fermate gli infettati!!!
Chiudono i parchi per le passeggiate
e liberano i treni degli infettati
Chiudono dentro i sani e non chiudono fuori gli infettati.
NON ERAVAMO FOLLI A CHIEDERE LA CHIUSURA DI LOMBARDIA E VENETO. Michele Di Pace il 06.08.2020 di Paolo Mandoliti su movimento24agosto.it. 22 Febbraio 2020 – 6 Agosto 2020, dopo 5 mesi e mezzo abbiamo una certezza: non eravamo pazzi quando da subito abbiamo chiesto a gran voce la chiusura di Lombardia e Veneto (prevedendo come si sarebbero comportati i veri “decisori” che non è sicuramente – anche se ha le sue responsabilità – Giuseppe Conte, ma i vari Zingaretti, Zaia, Fontana, Sala, Gori e tutto il cucuzzaro del Partito Unico del Nord, compreso Bonomi (presidente di Confindustria) con la complicità dei grandi virologi che stavano più in tv nei vari talk show (ad iniziare da Massimo Galli) che in laboratorio a studiare il virus. Dopo 5 mesi e mezzo sono stati de-secretati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, che ha collaborato con il Governo durante l’emergenza e che, nello specifico, in data 7 febbraio, inviava un verbale riservato al Ministro Speranza, con il quale si raccomandava di chiudere TOTALMENTE la Regione Lombardia, e le province Venete di Venezia, Padova e Treviso, quelle Piemontesi di Alessandria ed Asti, quelle marchigiane di Pesaro – Urbino e quelle Emiliane-Romagnole di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini e Modena. Due giorni dopo, a sorpresa, il 9 marzo, si chiudeva tutta l’Italia, una decisione sicuramente drammatica che non trova giustificazione alcuna perché il 9 marzo su 8 mila casi scarsi, oltre 7 mila (sette/ottavi, l’87,5%) erano SOLO in quelle 5 regioni. Il resto delle Regioni d’Italia al 9 marzo avevano un numero di casi inferiore a quelli giornalieri di questi tempi (quando è ormai tutto aperto). C’è un’evidente contraddizione. Oggi, con 200 casi in media giornalieri l’Italia intera è aperta, ieri con Regioni con casi inferiori a 10 (e, dobbiamo ricordarlo, tutti casi di “importazione” da quelle aree, a causa degli sciagurati esodi di massa – da parte di emigrati - dalle zone contagiate alle regioni di provenienza - ANCHE quelle Regioni dovevano subire la decisione del lockdown totale. Chi ha influito in questa decisione, sebbene il Comitato Tecnico Scientifico raccomandava di chiudere totalmente solo alcune aree (e la Lombardia al completo)? Abbiamo delle ipotesi: Fontana in primis che pretendeva che le altre Regioni si uniformassero alle decisioni che si sarebbero prese per la Lombardia. Poi, subito dopo, il potere economico di Confindustria, nella persona di Bonomi, suo presidente, che, naturalmente, difendeva SOLO le aziende del Nord (un lockdown parziale avrebbe comportato un blocco totale per le aziende del Nord a vantaggio di quelle delle altre aree del Paese – specialmente del Mezzogiorno - e questo Bonomi non lo poteva permettere). Ed ancora il presidente dell’Emilia-Romagna (che in Conferenza Stato Regioni ha stretto una strana alleanza con Fontana, Zaia e Cirio, appoggiato quindi da Toti, Zingaretti, Rossi e tutto il Partito Unico del Nord). Ed infine i Sindaci di Milano e Bergamo (Sala e Gori) che in maniera inopportuna si erano inventati gli hastag #MilanoNonSiFerma e #BergamoDaBere, quando i loro cittadini, purtroppo, morivano da soli e la situazione era chiarissima a tutti: chiudere col lucchetto la Lombardia e le altre province. Si sarebbero evitati i “contagi di ritorno” (3 esodi incontrollati nonostante i presidenti delle Regioni meridionali, a partire dalla Campania, dalla Puglia e dalla Calabria, avevano blindato le proprie regioni, cercando, inutilmente, con proprie ordinanze, di impedire quello che poi è accaduto), gli ospedali del Mezzogiorno avrebbero potuto aiutare quelli intasati della Lombardia (in Calabria ed in Sicilia cittadini di Bergamo sono stati salvati dal Covid 19), si sarebbe così evitato quell’altra follia di trasferire malati Covid 19 nelle case di riposo private, evitando l’eccidio di poveri vecchietti che fino a quel momento erano stati immuni dal Virus maledetto. Purtroppo, però, oggi l’Italia non viaggia a rigor di logica, ma le decisioni vengono prese in base ad altri parametri, specialmente economici: non si poteva permettere assolutamente al Mezzogiorno di non seguire le Regioni padane nel crollo del PIL (il Fmi ha stimato quello italiano in generale al 12,7%, lo SVIMEZ quello del Sud all’8,7%). Non sarebbe stato opportuno, quindi, che la “locomotiva” padana (rifornita di soldi pubblici rubati al Mezzogiorno) in totale lockdown avesse chiuso con un MENO 20% e il Mezzogiorno aperto (seppur con alcune cautele, scrivono dal Comitato Tecnico Scientifico) invece con un segno POSITIVO! No. E’ inconcepibile per tutti gli appartenenti al PARTITO UNICO DEL NORD (dalla Lega al PD, passando da Forza Italia e Fratelli d’Italia) e stavolta il Presidente Conte non ha avuto il coraggio (?), circondato com’è da ministri iscritti al PUN (Boccia, De Micheli, Gualtieri, Speranza, ecc.) di seguire le indicazioni del Comitato da lui stesso nominato. L’unica magra consolazione per noi, è quella di aver capito fin da subito quale fosse la situazione, e fin da subito abbiamo chiesto la chiusura TOTALE delle zone più colpite dalla pandemia, e non già, com’è accaduto poi, quella dell’Italia intera.
Puglia, circa 23mila i rientri dal Nord, nuovi casi di contagio. Ci sono giovani che, pur restando in quarantena in casa, hanno finito per contagiare genitori e, in alcuni casi, i nonni. La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Marzo 2020. Sino al 18 marzo sono 22.947 le persone rientrate in Puglia, soprattutto dal nord Italia, e che si sono autosegnalate, di queste 907 solamente nella giornata del 18 marzo. Un afflusso record che sta generando nuovi casi di infezione da coronavirus, come confermano più fonti sanitarie locali. Giovani che, pur restando in quarantena in casa, hanno finito per contagiare genitori e, in alcuni casi, i nonni. Alcuni di questi pazienti sono ricoverati nel reparto di Malattie infettive del Policlinico di Bari, diretto dal professore Gioacchino Angarano. Al momento non è quantificato il numero di pazienti contagiati da persone rientrate in Puglia, ma sono in corso verifiche. Nei giorni scorsi il governatore Michele Emiliano, proprio per evitare nuovi contagi, ha emesso una ordinanza in cui obbliga tutti coloro che rientrano in Puglia per soggiornarvi di autosegnalarsi al proprio medico o all’Asl di competenza e di restare in isolamento per almeno 14 giorni. Ma questa misura non ha potuto evitare il contagio tra parenti che vivono nella stessa abitazione. Il picco dei rientri si è avuto nei giorni 8 e 9 marzo, ad oggi sono quasi 23mila ma la Regione teme che altri 10mila persone possano essere rientrate senza autodenunciarsi.
Coronavirus, tra i contagiati tanti genitori degli studenti rientrati da Nord: il 15% si è messo in viaggio con la febbre. Giuliano Foschini il 20 marzo 2020 su La Repubblica. Sono i dati delle temperature rilevati nei principali scali ferroviari della Puglia: qui 23mila fuorisede hanno dichiarato di essere tornati da Lombardia e Veneto. Ora questa scelta rischia di mettere al collasso gli ospedali. C'è un dato che allarma in queste ore gli esperti della Protezione civile. Un numero che racconta come alcune preoccupazioni, rimbalzate nei giorni scorsi tra i governatori del Sud, non fossero esagerate. Il Mezzogiorno rischia il picco di contagi per il Coronavirus dopo il rientro indiscriminato di lavoratori e studenti da Lombardia e Veneto. Soltanto nell'ultimo fine settimana, circa il 15 per cento delle persone controllate nelle principali stazioni pugliesi avevano febbre ...
Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 20 marzo 2020. C'è un dato che allarma in queste ore gli esperti della Protezione civile. Un numero che racconta come alcune preoccupazioni, rimbalzate nei giorni scorsi tra i governatori del Sud, non fossero esagerate. Il Mezzogiorno rischia il picco di contagi per il Coronavirus dopo il rientro indiscriminato di lavoratori e studenti da Lombardia e Veneto. Soltanto nell'ultimo fine settimana, circa il 15 per cento delle persone controllate nelle principali stazioni pugliesi avevano febbre o comunque sintomi influenzali. E molti dei familiari dei ragazzi rientrati dopo la chiusura delle università tre settimane fa, sono positivi al Corona.
Il rientro. A preoccupare è dunque il fatto che tanti, troppi, delle persone rientrate avessero sintomi. Ma più in generale l'enorme numero di persone arrivate in Puglia. Le persone rientrate - soltanto quelle che si sono autodenunciate sono 23.676, di cui 16.859 dall'8 marzo e 643 soltanto ieri- rischiano di mettere in crisi il sistema sanitario pugliese. Perché possono essere loro contagiate. O perché, da asintomatici, possono infettare amici o familiari. "Stiamo curando- ha detto il primario del reparto di malattie infettive del Policlinico, Gioacchino Angarano - molti genitori dei figli tornati dal Nord". Di più: le indagini effettuate dai Dipartimenti di prevenzione delle Asl hanno documentato che i 466 pugliesi oggi positivi hanno avuto contatti diretti o indiretti con persone passate dalla zona rossa lombarda oppure veneta. " Non c'è - dicono - nemmeno un caso fuori catena".
Il bollettino. Casi che continuano ad aumentare. Ma che registrano - prendendo per buoni i dati regionali che, nelle ultime 48 ore sono sembrati un po' confusi per lo meno nelle modalità di rilevazione - un incremento molto più basso rispetto a quello ipotizzato. Significa che per il momento le persone positive al Covid in Puglia aumentano. Ma per fortuna il numero dei casi non è esploso. Questo perché le rigidissime misure di contenimento stanno dando ottimi frutti. " Per questo - spiegano i tecnici - non devono essere per nessuna ragione allentate". Da ieri la rilevazione dei dati è stata allineata alla Protezione civile. Questo significa che i dati sono fermi ai tamponi effettuati ieri alle 15. Complessivamente i positivi sono 40 più di ieri. Con una percentuale di positività, molto bassa, del 6,8 per cento rispetto ai 613 tamponi effettuati. Il dato complessivo è di 478 positivi con dieci pazienti che si trovano al momento fuori regione e 2 che invece aspettano comunque una seconda analisi. La provincia più toccata diventa quella di Bari con 137 positivi. Dopo Foggia. Sale purtroppo anche il numero di morti: tre le persone decedute ieri, una a Foggia, una a Bat e una a Bari. Sono dunque 26 le vittime pugliesi del Coronavirus (si tratta di persone anziane o comunque con altre patologie) fino a questo momento.
Tamponi e mascherine. Il presidente Emiliano e il coordinatore della task force, l'epidemiologo di fama mondiale, il professor Luigi Lopalco, hanno spiegato in questi giorni in più occasioni la loro posizione sui tamponi. Sempre di più cittadini e personale sanitario chiedono tamponi a tappeto. " Verranno fatti a tutti i sintomatici" hanno spiegato, " Non ha senso fare screening di massa ma stiamo cercando di aumentare il più possibile i test su tutti i casi sospetti e i loro contatti per garantire che vengano messi in quarantena". E' proprio l'autoquarantena la misura su cui la Regione conta di più: i controlli da parte dei Dipartimenti di prevenzione sono alti e chi la vìola rischia la denuncia per diffusione colposa dell'epidemia. Dai territori non mancano però le polemiche sulle modalità con cui vengono effettuati i tamponi: dovevano essere sei i laboratori a regime, secondo le indicazioni date dal presidente della Regione, Michele Emiliano. Ma a Brindisi e Taranto non sono ancora partiti: ci sarebbero i macchinari ma mancano i reagenti e il kit per le analisi. E così tutto finisce all'istituto Zooprofilattico di Foggia. L'altra questione, sollevata ieri da Repubblica, riguarda i dispositivi di protezione individuale ( mascherine, tute, guanti) per i quali ci sono scorte ancora per pochi giorni. Nei prossimi giorni, però, la Protezione civile ha assicurato l'invio di 300mila mascherine.
Il caso Altamura. Tra i focolai che in questo momento preoccupano maggiormente gli esperti - anche in relazione a quanto accaduto in ospedale e in particolare nel Pronto soccorso - è quanto sta succedendo ad Altamura. Una dozzina di persone del personale sanitario è risultato positivo al tampone. E ieri stessa sorte a sette agenti della Polizia municipale, compreso il comandante. Il sindaco Rosa Melodia è da ieri in quarantena precauzionale in attesa di sottoporsi al tampone.
Puglia, molti genitori infettati dai figli rientrati dal Nord. Laura Pellegrini il 21/03/2020 su Notizie.it. Gli studenti rientrati in Puglia dal Nord Italia costituiscono un rischio di contagio da coronavirus: molti genitori sono stati infettati. Sono oltre 22 mila i ragazzi rientrati dal Nord Italia verso la Puglia: molti dei genitori di questi giovani sono stati infettati dal coronavirus. Infatti, nella serata tra il 7 e l’8 marzo scorsi, quando iniziava a circolare la bozza del decreto di chiusura della Lombardia, moltissimi si sono riversati nelle stazioni nella speranza di rientrare a casa. La stazione centrale di Milano ha registrato un boom di partenze tra lavoratori, giovani fuori sede e persone che cercavano di scappare. Ma all’arrivo a destinazione, invece di un abbraccio da parte dei familiari, hanno trovato gli agenti della Polizia. Questi ultimi hanno chiesto il motivo valido dello spostamento comprovato dall’autocertificazione. Tutti gli studenti e le persone rientrate in Puglia dal Nord Italia costituiscono un potenziale rischio di contagio da coronavirus: molti dei genitori dei ragazzi, infatti, sono stati infettati. Stando ai dati, dal 29 febbraio al 18 marzo sono stati segnalate 22.947 persone che hanno firmato l’autocertificazione. Per tutte loro dovrebbe scattare la quarantena di 14 giorni. Il Policlinico di Bari ha segnato un aumento dei casi positivi tra i parenti di persone rientrate dalla Lombardia. “La situazione è in continua evoluzione, per il momento i numeri sono accettabili e possiamo ancora ricoverare in terapia intensiva i contagiati. Ma siamo preoccupati: non abbiamo la possibilità di sostenerne un maggior numero, come al Nord”, avverte Giosafatte Pallotta, segretario Anaao Assomed della Puglia e responsabile di nefrologia e dialisi dell’ospedale della Murgia di Altamura. Il governatore della Puglia, da quanto si apprende, ha realizzato un programma per aumentare di 150-200 unità i posti letto terapia intensiva. “Ma noi medici non abbiamo dati reali della situazione – ha denunciato Pallotta -. Nessuno ci dice quanti di questi posti letto sono quelli davvero attivi in questo momento. Gli altri quando saranno pronti? Tra un mese, 15 giorni?”.
Coronavirus, in Puglia continuano i rientri da Nord: quasi altri mille nell'ultimo giorno. Sono 907 sono le autocertificazioni inviate alla Regione solo nella giornata del 18 marzo (data dell'ultimo aggiornamento) e con esse arrivano anche potenziali contagi: molti dei nuovi casi sono parenti dei fuorisede. La Repubblica il 20 marzo 2020. In Puglia continuano ad arrivare persone provenienti dalle regioni del Nord - 907 sono le autocertificazioni inviate alla Regione solo nella giornata del 18 marzo (data dell'ultimo aggiornamento) - e con esse arrivano anche potenziali contagi. Molte persone ricoverate negli ospedali pugliesi, infatti, sono parenti di persone, soprattutto giovani, rientrati da Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, come ha spiegato il professor Gioacchino Angarano, dirigente del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Bari, in diverse interviste rilasciate nei giorni scorsi a giornali e televisioni locali. In tal modo i contagi si stanno moltiplicando, ha chiarito il medico, come era stato previsto nei giorni scorsi dal governatore Michele Emiliano, che aveva invitato i pugliesi residenti al nord a non rientrare. Uguale sollecitazione era stata fatta dal sindaco di Bari, Antonio Decaro. Ma i rientri continuano, come mostrano i dati in possesso della Regione: in totale - dal 29 febbraio al 18 marzo - sono 22.947 le persone che hanno firmato l'autocertificazione e dovrebbero sottostare alla quarantena di 14 giorni. Il picco dei rientri si è avuto nei giorni 8 e 9 marzo. Il problema è che queste persone, pur restando in quarantena, hanno comunque contatti con i familiari, che in molti casi diventano veicoli del contagio.
Puglia, molti genitori degli studenti “fuggiti” dal Nord sono positivi al Coronavirus: il 15% ha viaggiato con la febbre. È quanto emerge dai dati della temperatura corporea rilevati nelle stazioni dei treni in Puglia: 23mila fuorisede rientravano da Lombardia e Veneto con sintomi. I figli hanno infettato i genitori. Clarissa Valia il 20 Marazo 2020 su TPI. Coronavirus, Puglia studenti dal Nord hanno contagiato i genitori. Dopo il grande esodo di studenti e lavoratori fuorisede dalle zone rosse del Nord Italia, il Sud rischia il picco di contagi da Coronavirus. E il conseguente collasso degli ospedali. Il governatore Michele Emiliano aveva denunciato il boom di contagi in Puglia dopo l’ondata di rientri da Lombardia e Veneto. Le sue parole ora trovano riscontro nei dati diffusi dalla Protezione Civile. “Soltanto nell’ultimo fine settimana, circa il 15 per cento delle persone controllate nelle principali stazioni pugliesi avevano febbre o comunque sintomi influenzali. E molti dei genitori dei ragazzi rientrati dopo la chiusura delle università tre settimane fa, sono positivi al Coronavirus”, scrive Repubblica. Le persone rientrate dal Nord in Puglia che si sono autodenunciate sono 23.676, di cui 16.859 dall’8 marzo. Questa “fuga incosciente” dei fuorisede rischia di mettere in ginocchio il sistema sanitario del Sud che non ha sufficienti posti letto in Terapia Intensiva per far fronte all’emergenza Coronavirus. I giovani che sono rientrati frettolosamente dalla Lombardia e dal Veneto possono essere infetti ma asintomatici, ma in grado di contagiare più facilmente le persone più adulte, come i loro genitori. “Stiamo curando molti genitori dei figli tornati dal Nord”, ha dichiarato il primario del reparto di malattie infettive del Policlinico, Gioacchino Angarano. Le ricerche effettuate dai Dipartimenti di prevenzione delle Asl hanno dimostrato inoltre che i 466 pugliesi oggi positivi hanno avuto contatti diretti o indiretti con persone che hanno transitato dalla ex zona rossa lombarda o veneta. ” Non c’è – dicono le Asl – nemmeno un caso fuori catena”.
Il bollettino dei contagi e dei decessi in Puglia. La rilevazione dei dati in Puglia da ieri, 19 marzo, è stata allineata a quella della Protezione civile. Secondo gli ultimi tamponi effettuati alle 15 del 19 marzo i positivi sono 40 più del 18 marzo. Con una percentuale di positività, molto bassa, del 6,8 per cento rispetto ai 613 tamponi effettuati. In totale in Puglia si registrano 478 positivi con dieci pazienti che si trovano al momento fuori regione e 2 che invece aspettano comunque una seconda analisi. La provincia più colpita è quella di Bari con 137 positivi, al seconda è Foggia. I morti da Coronavirus in Puglia sono 26.
La denuncia del governatore Emiliano. “Se in Puglia ci saranno le percentuali lombarde con 2500 contagi nelle terapie intensive, noi saremo fuori. Non riusciremo più a reggere”, aveva denunciato il governatore Emiliano su Radio24 qualche giorno dopo il grande esodo dell’8 marzo. “Abbiamo a disposizione per il coronavirus attualmente 208 posti in terapia intensiva – spiega il presidente della Regione Puglia – Ciò significa che su 2mila contagi, almeno 1000 avranno bisogno di una ospedalizzazione. Di questo migliaio, secondo anche l’esperienza lombarda, il 15 per cento potrebbero aver bisogno di attività rianimatorie. Stiamo facendo rapidamente un piano, coinvolgendo anche la sanità privata che si è messa a disposizione”.
Tamponi a tappeto. Il governatore Emiliano e l’epidemiologo professor Luigi Lopalco, coordinatore della task force, hanno sposato la linea dura dei tamponi a tappeto. ” Verranno fatti a tutti i sintomatici” hanno spiegato, ” Non ha senso fare screening di massa ma stiamo cercando di aumentare il più possibile i test su tutti i casi sospetti e i loro contatti per garantire che vengano messi in quarantena”. Dai territori, però, arrivano le polemiche: i laboratori a regime dovevano essere sei, ma a Brindisi e Taranto non sono ancora attivi. I macchinari ci sono ma mancano i reagenti e il kit per le analisi. Al momento, fa sapere Repubblica, è stato trasferito tutto all’istituto Zooprofilattico di Foggia.
Lodovico Poletto e Nicola Pinna per ''La Stampa'' il 15 marzo 2020. La Sardegna da ieri è isolata. Non si arriva più né con le navi né con gli aerei. La Sicilia marca stretto chi sbarca, misura la temperatura di chi scende dai treni, di chi sfolla volontariamente dal Nord. Fa compilare autocertificazioni e impone quarantene, per tutelare chi vive nell' isola e per cercare di frenare i contagi. La Puglia vigilia in modo stretto, la Campania pure. Ma i treni per il Sud, partiti l' altra notte da Milano, raccontano di una fuga dalla Lombardia, dal Piemonte dal Veneto e dall' Emilia Romagna che non si arresta. E che rischia di mettere in ginocchio anche il sistema sanitario delle regioni del Sud del Paese.
La fuga. Intanto i numeri, per capire. Sono oltre tredicimila le persone sbarcate in Sardegna nelle ultime due settimane.
Oltre 29 mila invece in Sicilia. Sedicimila e rotti in Puglia. Un esodo senza fine. Gli ultimi treni partiti da Milano hanno scaricato al Sud almeno un migliaio di persone. Ma sono dati incompleti. Perché mancano quelli dei voli e quelli di chi, in auto, ha sfidato tutti i divieti per una corsa assurda verso i paesi d' origine. Verso regioni dove i contagi sono ancora pochi. L'allerta contagio Nell' isola, per dire, sono 156 i positivi, stando almeno al penultimo aggiornamento. Con undici persone ricoverate in terapia intensiva. «Abbiamo predisposto nove Covid hospidal, uno per provincia. Siamo in piena mobilitazione», dicono dalla Regione autonoma. Il presidente Nello Musumeci, che era stato attaccato pesantemente per aver invitato, l' altra settimana, a stare lontano dall' isola aveva visto giusto. E ieri ha mobilitato anche i Forestali per andare a controllare chi scendeva dai convogli giunti dal Nord. Di isolare la Sicilia per ora non se ne parla. Ma di rafforzare i controlli, sí. Alle 17 dal treno Intercity notte partito da Milano e fermo a Messina, sono scese solo 8 persone; le altre 88 hanno proseguito. Casi sospetti per ora nessuno.
I controlli. Ma ora il tema è proprio quello di intensificare la vigilanza. Ieri pomeriggio polizia, carabinieri e i forestali -a Villa San Giovanni, ultimo punto di terraferma prima dello Stretto - sono stati disposti accertamenti su tutti i passeggeri. Non sono state trovate persone in condizioni di salute tali da destare preoccupazione. Ma in questo momento più nessuno si fida. «Come ai tempi della guerra. La gente fugge da dove il Coronavirus miete vittime per cercare scampo altrove. Ma questa è una scelta scellerata: non state scappando da bombe ma da un virus che magari avete già preso», scrive sui social una donna di Messina. Un consigliere comunale di Milano, Luigi Amicone, invece, attacca frontalmente con un video postato su Facebook il governatore della Sardegna, Solinas, colpevole - sostiene - di aver adottato modi e toni intolleranti nei confronti delle 13 mila persone arrivate sull' isola nel giro di una settimana o poco più. Auto con grandi scorte di cibo sono scese dai traghetti e in tante località marine sono state riaperte le case di villeggiatura. Il sistema sanitario Una vero esodo fuori stagione, da Villasimius alla Gallura, come se non fosse chiaro a tutto che il problema è un altro, ovvero la tenuta del sistema sanitario locale. Che ovunque al Sud - per ora - regge.
Nonostante crescano i contagiati. E nonostante i decessi. L' altro ieri c' è stato il primo in Calabria, all' ospedale Melito. E l' allarme in tutta la regione è cresciuto ai massimi livelli.
In Puglia i decessi sono già 12, a fronte di 200 persone contagiate, mentre in Sardegna la conta dei malati è salita a 47. «Noi abbiamo sollecitato al Governo nazionale strumenti sanitari per le rianimazioni, mezzi di protezione personale e misure urgenti di carattere sanitario ed economico» dice il governatore siciliano Nello Musumeci. Che aggiunge: «Complessivamente è stata stimata una capacità di attivazione di posti letto, esclusivamente dedicati a pazienti affetti da Coronavirus, di circa mille unità». Il sistema, insomma, regge ancora molto bene. E corre anche in soccorso a chi non c' è la fa. Per dire: l' altra notte l' Aeronautica militare ha trasferito da Bergamo a Palermo due pazienti ultra sessantenni. Avevano lì sogno di terapia intensiva, ma posti liberi non ce n' erano più. Ed è stato organizzato il trasporto. In Sardegna aerei e navi portano solo merci e dalle città del Nord da oggi non partono più i treni notturni. Chi vuole fuggire adesso dovrà farlo a viso aperto. Sfidando i controlli nelle stazioni. Funzionerà? Nessuno si sbilancia. Come nei tempi di guerra, arginare un popolo che scappa è complicato. Se non impossibile.
Emanuela Carucci per Ilgiornale.it il 14 marzo 2020. C'è un nuovo esodo verso il Sud Italia da Milano. Le immagini di sabato scorso della corsa all'ultimo treno in partenza per la Puglia si sono ripetute, seppur in scala ridotta, ieri. Due i convogli pieni di gente. Uno era diretto in Puglia e l'altro in Sicilia. Si tratta del Milano-Siracusa-Palermo delle ore 20.10 e del Milano-Lecce delle ore 20.50. Così facendo il rischio di contagio nel Sud Italia aumenterebbe e la sanità crollerebbe. "Gli enormi sacrifici che gli italiani hanno accettato di compiere per fermare il coronavirus, rischiano di essere vanificati dalle zone d'ombra del decreto #iorestoacasa come il mancato blocco dei treni. Nelle ultime ore, infatti, sembra che sia ripreso il flusso di viaggiatori che lasciano le regioni del Nord per raggiungere il Mezzogiorno, un'emorragia che richiede divieti ancora più stringenti da Roma". A dichiararlo è l'assessore regionale alle Infrastrutture della Regione Sicilia, Marco Falcone, che ha aggiunto "Lanciamo per questo un appello al Governo nazionale: si blocchino in giornata i treni per il Sud per chiudere così potenziali linee di contagio e garantire la tutela della salute della popolazione, dal personale viaggiante fino ai cittadini delle Regioni dove ancora il virus sembrerebbe darci il tempo di issare un argine. Da ieri in Sicilia - ricorda Falcone -il Governo Musumeci ha dimezzato le corse degli autobus pubblici e privati e delle navi traghetto, sospendendo le linee non essenziali. Non escludiamo, per quanto di nostra competenza, un'ulteriore stretta.". "Di nuovo ondate di pugliesi che tornano in Puglia dal nord. E con loro arrivano migliaia di possibilità di contagio in più. Avrete probabilmente esibito ai soldati alla stazioni le vostre legittime autocertificazioni sulla motivazione del vostro ritorno, spero che abbiate le mascherine e che teniate la distanza di un metro l'uno dall'altro in treno. Fatto sta che ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare". Questo è invece il commento scritto in un post su Facebook del governatore della Puglia, Michele Emiliano dopo la notizia dei treni partiti da Milano. "In pochi giorni migliaia e migliaia di persone hanno fatto rientro in Puglia aggravando la nostra già drammatica situazione. Vi ricordo che appena arrivate dovete richiudervi in casa e che dovete stare lontani da genitori, fratelli, nipoti, amici, nonni e malati che rischiano di morire se contagiati. Dovrete rimanere in casa almeno per altri 14 giorni e comunque per tutto il tempo di durata del decreto del Presidente del Consiglio. E dovete anche dichiarare la vostra presenza sul sito della Regione Puglia", aggiunge il presidente della Puglia.
Coronavirus, continuano i rientri in Puglia: in arrivo 20 pullman. Beatrice Carvisiglia il 15/03/2020 su Notizie.it. In arrivo altri 20 bus verso la Puglia. Il Ministero dei Trasporti ha comunicato lo stop da lunedì per contenere il diffondersi del coronavirus. Nonostante l’appello a restare a casa per fermare il coronavirus, continuano i rientri in Puglia. Solo nella giornata di sabato 14 marzo, 6 treni e 23 pullman provenienti da tutta Italia hanno riportato a Lecce i passeggeri. Il sindaco della città pugliese, Carlo Salvemini, ha fornito i dati dei possibili futuri rientri: si prevede l’arrivo di altri 20 pullman per la giornata di domenica 15 marzo. L’ordinanza regionale prevede che tutti i passeggeri scesi da treni e autobus debbano presentare il modulo di autocertificazione. Tutti i cittadini rientrati in Puglia devono inoltre osservare una quarantena di almeno 14 giorni. Da domani, lunedì 16 marzo, entrerà in vigore lo stop definitivo dei mezzi di trasporto verso la regione. Sia Salvemini che il governatore della regione Michele Emiliano si sono mostrati molto preoccupati. Entrambi hanno lanciato appelli ai propri concittadini su Facebook, invitandoli a restare a casa e a non contribuire alla possibile diffusione del virus in Puglia. Salvemini si dice sollevato dallo stop di treni e bus: “Il Ministero dei Trasporti ha finalmente comunicato di aver soppresso da stasera tutti i treni ordinari a lunga percorrenza. Un risultato raggiunto dopo una mattinata di lavoro, cominciata alle prime ore del mattino, portato avanti a diversi livelli istituzionali per il comune obiettivo di contrasto e contenimento dell’emergenza sanitaria da Covid19″, ha scritto su Facebook.
Lo sfogo di Emiliano. Davanti ai numerosi rientri, il governatore della Puglia si sfoga tramite social: “Di nuovo ondate di pugliesi che tornano in Puglia dal Nord. E con loro arrivano migliaia di possibilità di contagio in più. Ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare. In pochi giorni migliaia e migliaia di persone hanno fatto rientro in Puglia aggravando la nostra già drammatica situazione”.
Coronavirus, ondata di rientri dal Nord: la Puglia rischia un boom di contagi. Emiliano: «Errore, tutti subito in quarantena». Pubblicato sabato, 14 marzo 2020 su Corriere.it da Claudio Bozza. «Ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare». Il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, reagisce così davanti all’ondata di treni che partiti nella notte dal Nord (in particolare dalle zone rosse della Lombardia) sono arrivati al Sud. In Puglia ieri si è registrato un balzo di 50 nuovi casi di pazienti positivi al coronavirus che ha portato i contagiati a 158, mentre 7 sono i decessi registrati finora. «Di nuovo ondate di pugliesi che tornano in Puglia dal nord. E con loro arrivano — aggiunge Emiliano — migliaia di possibilità di contagio in più». Dal 29 febbraio sono 16.300 le persone che hanno segnalato il proprio rientro alle autorità sanitarie pugliesi. Di queste, ben 10.530 sono rientrate dall’8 marzo, cioè da quando è scattato il giro di vite del governo. Questi sono i numeri ufficiali, ma in Regione stimano che siano rientrati in Puglia almeno il doppio delle persone, che farebbe schizzare il numero ad oltre 30.000. Per questo il governatore è preoccupatissimo, visto che dati alla mano si troverà a fronteggiare non una curva di aumento dei contagiati, come avvenuto in altre regioni, ma una vera e propria esplosione dei contagi. E la sanità pugliese, nonostante l’intervento di riequilibrio dei conti a cui Emiliano ha lavorato per 5 anni, non può certo vantare un livello di efficienza come quello della Lombardia. In Puglia ci sono 1.000 posti letto tra terapia rianimazione e terapia intensiva, numero che davanti ad un boom improvviso dei contagi potrebbe rivelarsi drammatico. Il governatore è impegnato in riunioni continue per gestire a livello operativo l’emergenza, con la consulenza dell’epidemiologo Luigi Lopalco, docente di Igiene all’Università di Pisa. «Vi ricordo che appena arrivate dovete richiudervi in casa e che dovete stare lontani da genitori, fratelli, nipoti, amici, nonni e malati che rischiano di morire se contagiati», è l’appello lanciato via Facebook dal governatore. Emiliano ricorda poi l’obbligo di quarantena domiciliare per 14 giorni e di dichiarare la propria presenza sul sito della Regione Puglia.
La mancata prevenzione di Emiliano: "16mila pugliesi rientrati da nord. Un sovraccarico difficilissimo da gestire per noi". Il Corriere del Giorno il 15 Marzo 2020. Il presidente della Regione Puglia che sin dal suo primo giorno di nomina, ha voluto avocare a se l’interim dell’ assessorato salute, dopo aver falcidiato la sanità locale chiudendo dappertutto (fuochè in terra di Bari) ospedali e pronto soccorso, ora teme che il problema contagio da CoronaVirus si possa abbattere sulla barcollante sanità locale. ROMA – “C’è un altro esodo in corso dalle regioni del Nord verso la Puglia. Le persone che stanno arrivando in queste ore da zone interessate all’epidemia HANNO L’OBBLIGO DI AUTOSEGNALARSI”. Il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano continua a condividere inutilmente videomessaggi su Facebook, dopo che nella scorsa notte vi è stato un nuovo esodo dei pugliesi residenti al nord rientrati nelle cittadine pugliesi di origine. Senza alcun controllo e prevenzione della Regione. Ben altra intelligenza politica quella del Presidente della Regione Campania Vincenzo de Luca , che una settimana fa ha firmato un’ordinanza che dispone l’obbligo di isolamento domiciliare per le persone rientrate in Campania dalla “zona rossa” definita nel decreto del Presidente del Consiglio dell’8 marzo 2020. “Ben 3000 persone dal 12 marzo si sono autosegnalate sul sito della Regione -scrive Emiliano su Facebook – e si sono poste in auto quarantena. Sarebbe opportuno che anche i familiari si mettano in autoquarantena. Dal 29 febbraio a oggi sono 16545 i pugliesi che si sono autosegnalati compilando il modulo online come tornati a casa dalle regioni del Nord interessate dall’epidemia. Un sovraccarico di questo genere del sistema sanitario pugliese sarà difficilissimo da gestire”. Il presidente della Regione Puglia che sin dal suo primo giorno di nomina, ha voluto avocare a se l’interim dell’ assessorato salute, dopo aver falcidiato la sanità locale chiudendo dappertutto (fuochè in terra di Bari) ospedali e pronto soccorso, ora teme che il problema contagio da CoronaVirus si possa abbattere sulla barcollante sanità locale. In Puglia si registrano a ieri altri 42 casi di infezione da Coronavirus e 4 decessi di persone infette (per le cui case si aspetta conferma dall’Istituto Superiore di Sanità) . In totale sono 200 i casi positivi nella regione. In provincia di Lecce sono morte tre persone (di 81, 79 e 99 anni), mentre un 96enne è morto in provincia di Bari. Da oggi chiunque rientri in Puglia, “da ogni parte d’Italia o del mondo”, dovrà auto segnalarsi e restare in isolamento a casa per almeno 14 giorni. Lo stabilisce una nuova ordinanza del governatore Michele Emiliano emanata soltanto dopo l’arrivo di oltre 15mila cittadini dal Nord. Ancora oggi Emiliano però non spiega diverse cose, preferendo minacciare di querele temeraria (si è già beccato una nostra denuncia-querela) chi giornalisticamente porta alla luce problemi che mettono a rischio la salute della collettività pugliese. Tamponi non effettuati dappertutto, mascherine invisibili, mancanza di controlli preventivi Emiliano preferisce “scimmiottare” Guido Bertolaso copiandolo indossando la maglietta della Protezione Civile, che probabilmente è un abito che non dovrebbe mai indossare, per non offendere chi realmente lavora alla protezione civile. C’è anche un nuovo medico contagiato da Covid-19. E’ un medico di medicina generale di Bari città che lavora in una guardia medica in provincia. A confermare la notizia è stata la Fimmg di Bari: “Il medico è risultato positivo al tampone – spiega il segretario Nicola Calabrese – il collega sta bene. Ma ora è diventato impellente fornire ai medici i dispositivi necessari per proteggerli“. La Fimmg ribadisce dunque l’allarme già lanciato nei giorni scorsi dal presidente degli Ordini dei medici Filippo Anelli che sollevando il tema dei contagi fra il personale ospedaliero ha fatto notare che i medici sono definiti “super diffusori” per la capacità di infettare fino a dieci persone, a differenza dei comuni cittadini che arrivano a infettare fino a due persone. “Si fa ogni giorno più urgente la necessità di tutelare i medici di medicina generale di fronte all’epidemia, distribuendo i dispositivi di protezione individuali. In assenza dei dispositivi ai medici dovremo evitare qualunque contatto con i pazienti e non potremo più garantire nessun tipo di assistenza. Nelle situazioni di emergenza la prima regola è tutelare chi interviene per aiutare – continua Calabrese – serve urgentemente che la Regione definisca un piano strategico sul territorio per il contenimento dell’infezione coinvolgendo anche la medicina generale”. Una Regione che ha speso milioni e milioni di euro per la propria nuova sede faraonica, con 1.600 plafoniere dal costo di 637 euro l’una (su cui indaga la Magistratura) campagne pubblicitarie faraoniche per controllare la stampa locale, annunci roboanti, senza pensare minimamente alla prevenzione. Sarebbe bastato infatti prevedere un servizio di prevenzione, acquistando e dotando il personale paramedico di rilevatori laser termico-sanitari (come hanno fatto altrove) e presidiare i terminal dei bus extra-urbani, le stazioni ferroviarie ed aeroporti pugliesi dove arrivano o fermano voli di linea e collegamenti ferroviarie con le regioni del nord italia colpite dal CoronaVirus. Ad esempio in Campania sul molo, prima dell’imbarco per le isole, ai passeggeri viene misurata la temperatura e vengono chieste le informazioni su condizioni di salute e l’esibizione di un documento. I passeggeri possono poi imbarcarsi solo dopo un visto degli operatori sanitari che attesta l’effettuazione del controllo. In caso di eventuali sospetti – febbre oltre 37.5 e condizioni di possibile contatto con pazienti risultati positivi – i sanitari invitano il cittadino a controlli più approfonditi con un medico dell’azienda Sanitaria. Una gestione delle attività questa coordinata dall’Asl Napoli 2 Nord, dalla Protezione Civile, dalla Capitaneria di Porto, col supporto della Polizia Municipale . La Regione Campania d’intesa con le Prefetture, Questure, Asl e Protezione Civile ha attivato un immediato servizio di presidio all’arrivo di bus e treni provenienti dalla zona rossa. Tutti i passeggeri sono sottoposti ad identificazione, controlli sanitari e quarantena obbligatoria. La stessa iniziativa è stata adottata in Toscana ed Emilia Romagna. L’ultimo e affollato treno partito dalla “zona rossa” per la Campania un Intercity formatosi a Torino e poi transitato da Milano alle 22.55 – è arrivato a Napoli dopo quasi 14 ore di viaggio e una lunga sosta nel Casertano. Il convoglio , che sarebbe dovuto arrivare alle 10 a Napoli e cinquanta minuti dopo a Salerno, mentre è giunto in stazione poco prima delle 14, dopo circa tre ore di stop a Villa Literno: ufficialmente “per un controllo tecnico al treno”. In realtà lo stop si è reso necessario per poter predisporre, con presidi a Napoli e Salerno, identificazione e controlli sanitari dei passeggeri che, dopo la firma in mattinata di una ordinanza da parte del governatore Vincenzo De Luca, avranno l’obbligo di quarantena nelle proprie abitazioni. Infatti, una volta giunti alla stazione centrale di Napoli, i passeggeri in discesa sono stati controllati e identificati dagli agenti della Polfer. In mattinata sono giunti nel capoluogo campano altri due treni provenienti da Venezia e Torino: anche in questo caso sono stati effettuati controlli sui passeggeri. Ma evidentemente Emiliano non ama adeguarsi ed imparare. Ed il CoronaVirus in Puglia aumenta di giorno in giorno….
Michele Serra per “la Repubblica” il 27 marzo 2020. Tra le misure di contenimento del contagio, l' uso dei balloni di foraggio per bloccare l' accesso al paese di Monteleone di Puglia (mille abitanti) ha un suo splendore simbolico. Intanto perché la rotoballa, che può anche essere quadrata e più leggera - in quel caso, su al Nord, si chiama ballino - è un oggetto di indiscutibile bellezza. La transenna arrugginita o il cavallo di frisia o la barriera Jersey se li sognano, quell' opulenza agricola e quel profumo di erba medica. E poi perché il contado, l' Italia dei piccoli centri e delle valli spopolate, l' Italia dimenticata dall' urbanizzazione e dalla modernità, l' Italia agricola, in questi giorni di tregenda si ritrova tra le mani qualche inaspettato vantaggio. All' isolamento si è allenati, nei paesi, da almeno un paio di generazioni; da quando la decimazione prodotta dalla discesa a valle per lavorare nelle fabbriche ha svuotato strade e case. E distanziarsi, e camminare e lavorare in larghi spazi, spalmati su territori comunali vasti e spopolati, ben prima di diventare una norma era già la normalità. Basta chiudere l' osteria e il bar e la movida del tressette, solo assembramento conosciuto, diventa irrealizzabile. Questa rarefazione umana ha un costo sociale; e un peso psicologico; e spesso produce chiusura culturale e politica. Ma compete vittoriosamente, nell' emergenza, con la densità urbana, meno governabile, meno salubre, meno protetta. Mettete in rete (come sta accadendo adesso, gioco forza) questo firmamento di tetti disseminati, e otterrete la più grande metropoli di questo Paese. La rotoballa non è una barriera, è una bandiera.
Da ilmessaggero.it il 27 marzo 2020. I militari in strada? No, le balle di fieno. E' l'idea per bloccare gli accessi al paese del sindaco di Monteleone di Puglia, Giovanni Campese: il primo cittadino infatti, ieri sera ha fatto disporre rotoballe per sbarrare gli ingressi nel comune più alto della Puglia, dove attualmente non si registrano casi di contagio da Covid 19 e ci sono cinque cittadini che, tornati dalle zone rosse, si sono messi in auto isolamento. «Abbiamo utilizzato il materiale che abbiano a disposizione gratuitamente - racconta Campese -. Non essendo dotati di molte transenne abbiamo fatto ricorso alla materia prima della nostra comunità». Ieri sera 20 volontari della Protezione Civile tra giovani del paese ed agricoltori, a bordo di trattori hanno posizionato le balle di fieno e hanno bloccato le strade secondarie per salvaguardare il paese dal coronavirus. Unica via di accesso resta via Mancini. Non solo, il primo cittadino ha disposto anche la chiusura al pubblico tutte le attività commerciali, compresi generi alimentari e farmacie. «Per salvaguardare dal contagio la nostra piccola comunità composta da circa mille abitanti - prosegue il primo cittadino - abbiamo attivato un servizio porta a porta. I nostri concittadini fanno gli ordini telefonicamente a supermercati e farmacie e poi gli uomini della protezione civile provvedono ad effettuare consegne a domicilio. La nostra è una comunità con un forte senso civico».
Coronavirus, i sindaci chiudono i parchi contro i contagi. Le ordinanze anti-assembramento dei Comuni. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Claudio Bozza. Il decreto del governo che obbliga a stare chiusi in casa non è stringente su un punto: il divieto di frequentare i parchi o passeggiare. Così numerosi tra sindaci e governatori hanno preso l’iniziativa e firmato ordinanze che chiudono gli spazi verdi. Sulla riviera romagnola scattano i controlli su spiagge i pinete. Alcuni primi cittadini, da Matera a Villafranca (nel veronese), hanno chiuso anche i cimiteri.
Il sindaco di Milano Beppe Sala, davanti all’affluenza di cittadini che continua in parco Sempione, è pronto a disporre la chiusura del principale «polmone» della città e di altri spazi verde.
A Roma i parchi continuano ad essere frequentati, ma per ora la sindaca Virginia Raggi non ha varato ordinanze restrittive.
A Torino, non potendo chiudere i principali parchi perché non protetti da cancellate, durante il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica è stata decisa l’installazione di cartelli che segnalano il divieto di fare attività di gruppo, con le forze dell’ordine in campo per i controlli. Per il momento, però, la sindaca Chiara Appendino non ha firmato alcuna ordinanza di chiusura dei parchi.
A Firenze, il primo cittadino Dario Nardella ha disposto lo stop alle passeggiate: «Troppi assembramenti». Il Comune sta già utilizzando le circa mille telecamere per individuare in tempo reale i gruppi di persone e multare chi viola i divieti. La polizia municipale pattuglia i parchi e, dotata di megafoni, sta segnalando i divieti alle persone che si ostinano a frequentare gli spazi verdi.
A Bologna, il sindaco Virginio Merola ha chiuso ben 32 parchi cittadini: «Un giro di vite obbligato: troppa gente non rispettava i divieti». A Ravenna il sindaco ha disposto la chiusura dei parchi, assieme al divieto di frequentare la maxi pineta. Sul resto della riviera romagnola, a Riccione, ad esempio, sono serrati i controlli delle forze dell’ordine per contrastare le presenze in spiagge.
In Campania è direttamente il governatore Vincenzo De Luca a varare misure drastiche a causa dei troppi cittadini che passeggiano in strada e chiede l’intervento dell’Esercito: «Misura indispensabile per dissuadere gli assembramenti di persone sul territorio».
Coronavirus, nuova "fuga" da Milano: treni per il Sud affollati. Dopo lo stop dei voli, la stazione Centrale è l'unico punto di partenza da Milano. La denuncia del personale viaggiante: "Non ci sono garanzie di sicurezza sanitaria nei vagoni letto". Brunella Giovara il 13 marzo 2020 su La Repubblica. Assalto agli ultimi treni diretti al Sud, una remake in scala ridotta della fuga di sabato notte della scorsa settimana, quando si diffusero le prime notizie sul decreto che avrebbe isolato la Lombardia. Questa sera alla stazione centrale pieni il Milano-Siracusa-Palermo delle 20,10 e, soprattutto il Milano-Lecce delle 20,50. "Non ci sono più voli, l'unica soluzione per lasciare Milano è questa", diceva un giovane viaggiatore diretto a Palermo. In fila, a debita distanza l'uno dall'altro, alcuni studenti fuorisede di Statale e Cattolica. Strapieni anche i notturni dei giorni scorsi, nel timore della soppressione di quel tipo di treno, come già successo per il Milano-Lecce delle 19,50. Il personale viaggiante però denuncia: "Non ci sono garanzie di sicurezza sanitaria, la gente è disposta a viaggiare tutta la notte con persone sconosciute, nella promiscuità obbligata degli spazi di un vagone letto, cioè tre posti, e delle cuccetta a quattro posti". Inoltre, lamenta la mancanza di sicurezza igienica sia per sé che per i viaggiatori: "Noi del personale viaggiante abbiamo un solo paio di guanti e una mascherina per il viaggio di andata e per il ritorno". Stretti i controlli della polizia ferroviaria sugli accessi, gli agenti fanno mantenere rigorosamente le distanze di sicurezza e esigono l'autocertificazione. Ma come diceva uno di loro, "non si capisce perché tutta questa gente possa partire, visto che l'ultima ordinanza ha fermato l'Italia".
Allarme di Emiliano: in arrivo nuovi treni dal Nord, rischio focolai. Invito a rispettare le distanze di sicurezza e portare mascherine, oltre alla quarantena. La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Marzo 2020. «Ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare». Lo scrive su facebook il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, con riferimento alla notizia di un nuovo esodo da Milano verso il sud a bordo di treni partiti nella notte. In Puglia ieri si è registrato un balzo di 50 nuovi casi di pazienti positivi al coronavirus che ha portato i contagiati a 158. «Di nuovo ondate di pugliesi che tornano in Puglia dal nord. E con loro arrivano - scrive Emiliano - migliaia di possibilità di contagio in più». «Avrete probabilmente esibito ai soldati alle stazioni le vostre legittime autocertificazioni sulla motivazione del vostro ritorno, spero che abbiate le mascherine e che teniate la distanza di un metro l’uno dall’altro in treno», prosegue il governatore. In effetti il divieto di movimento può essere derogato solo in casi di estrema necessità: e comunque, il nuovo DPCM prevede che si possa rientrare a casa salvo che non si sia in quarantena o positivi al Covid 19. Rispetto alla fuga di alcuni giorni fa,ora le stazioni sono presidiate dalle forze dell'ordine e dai militari che seguono i controlli previsti dal decreto e, in caso di violazione, scatta la denuncia penale. Inoltre suo treni Frecce, Trenitalia ha attivato le misure di precauzione prevedendo l'occupazione di posti rispettosi delle distanze di sicurezza. Ad esempio, nei vagoni con il gruppo di 4 posti, sono occupabili solo i due in diagonale giusto per avere idea. «In pochi giorni - ricorda il presidente - migliaia e migliaia di persone hanno fatto rientro in Puglia aggravando la nostra già drammatica situazione. Vi ricordo che appena arrivate dovete richiudervi in casa e che dovete stare lontani da genitori, fratelli, nipoti, amici, nonni e malati che rischiano di morire se contagiati». Emiliano ricorda l’obbligo di quarantena domiciliare per 14 giorni e di dichiarare la propria presenza sul sito della Regione Puglia.
Coronavirus, in Puglia altri 1.500 "rientri da Nord". Emiliano contro l'esodo: "Basta, ci state portando l'epidemia". L'ultima ondata di rientri nella notte. Un assalto ai treni in partenza dalla stazione centrale di Milano e diretti verso Sud: sono già quasi 10mila da quando Conte ha firmato il decreto: "Prossimi dieci giorni decisivi per capire se teniamo". Cenzio Di Zanni il 14 marzo 2020 su la Repubblica. Ancora una fuga da Milano verso la Puglia (e le altre regioni del Sud). Solo nelle ultime 24 ore sono 1.558 i pugliesi che hanno denunciato il loro rientro dal capoluogo lombardo, o comunque dal Nord, per l'emergenza Coronavirus. I numeri della task-force messa su dalla Regione parlano chiaro: 1.558 in un giorno; 9.427 a partire da domenica 8 marzo, quando è entrato in vigore il decreto del premier Giuseppe Conte che ha "chiuso" la Lombardia; 16.244 da quando la Regione Puglia ha attivato la piattaforma online per raccogliere le denunce di chi rientra dal Nord ed è tenuto a una quarantena di 14 giorni a casa. L'ultima ondata di rientri nella notte fra venerdì 13 e sabato 14 marzo. Un assalto ai treni in partenza dalla stazione centrale di Milano e diretti verso Sud, ormai gli unici mezzi rimasti dopo la cancellazione di centinaia di voli che ha ridotto al lumicino i collegamenti aerei. Un assalto, si diceva. Soprattutto al treno Milano-Lecce delle 20,50. Ma nei giorni scorsi anche i treni notturni hanno viaggiato con i vagoni pieni nel timore delle cancellazioni di altri convogli, come è accaduto per il Milano-Lecce delle 19,50, per esempio. A denunciare la "nuova ondata" di pugliesi arrivati dal Nord Italia, "e le migliaia di possibilità di contagio in più", è il governatore Michele Emiliano con un post su Facebook. "Avete probabilmente esibito ai soldati davanti alla stazione le vostre legittime autocertificazioni sulla motivazione del vostro ritorno, spero che abbiate le mascherine e che teniate la distanza di un metro l'uno dall'altro in treno". "Fatto sta - scrive Emiliano - che ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare. In pochi giorni migliaia e migliaia di persone hanno fatto rientro in Puglia aggravando la nostra già drammatica situazione". E ancora: "Vi ricordo che appena arrivate dovete rinchiudervi in casa e che dovete stare lontani da genitori, fratelli, nipoti, amici, nonni e malati che rischiano di morire se contagiati". Il presidente della Regione torna quindi sull'obbligo di restare in quarantena per 14 giorni, "e comunque per tutto il tempo previsto dal decreto del presidente del consiglio". Parole durissime. Che si chiudono ricordando ancora ai fuorisede tornati in Puglia l'obbligo di dichiarare il loro rientro compilando - se non ci sono sintomi come tosse, febbre oltre i 37,5°, mal di gola o difficoltà respiratorie - il modulo online ."È quanto da me disposto con ordinanza la cui violazione determina un reato", conclude il governatore. L'ultima ondata di rientro dei fuorisede verso la Puglia arriva proprio nei giorni cruciali per salvare la regione dal moltiplicarsi dell'epidemia. Dopo il primo grande esodo nella notte fra sabato 7 e domenica 8 marzo, i tecnici della task-forse regionale avevano detto chiaramente che i prossimi dieci giorni sarebbero stati decisivi. "Probabilmente le persone arrivate sono molte di più di quelle che hanno inoltrato la dichiarazione sul sito della Regione. Se dovessero stare male nei prossimi giorni, dovrebbe essere la Puglia a curarle. Se qualcuno fosse poi infetto, avrebbe potuto propagare il virus. Se nei prossimi dieci giorni teniamo, saremo sollevati".
Coronavirus, Falcone: "Bloccare subito i treni dal Nord". Musumeci: "Controlli a Messina". L'assessore denuncia: "Nelle ultime ore ripreso il flusso di viaggiatori che lasciano le Regioni del Nord per raggiungere il Sud". Ieri sera partito l'ultimo Milano-Palermo, da oggi dopo i tagli c'è un unico treno intercity giorno da Roma. Leoluca Orlando (Anci Sicilia): "Si facciano controlli sanitari a Villa San Giovanni". Gioacchino Amato e Claudio Reale il 14 marzo 2020 su la Repubblica. Dopo le misure più stringenti varate ieri dal presidente della Regione Nello Musumeci che ha soprattutto ridotto ulteriormente le linee di trasporto urbane e extraurbane su gomma, navi e aliscafi, l'assessore regionale ai Trasporti chiede di fermare gli ultimi treni notte partiti ieri sera visto che da oggi c'è un unico treno a lunga percorrenza rimasto in servizio dopo la radicale riduzione di collegamenti decisa da Trenitalia. Ieri sera da Milano è partito l'ultimo treno per la Sicilia che arriva a Palermo alle 16.56 e Catania alle 14.32 (a Siracusa alle 19.25) mentre i treni notte da Roma erano già stati cancellati. "Gli enormi sacrifici che gli italiani hanno accettato di compiere per fermare il coronavirus, rischiano di essere vanificati dalle zone d’ombra del Decreto #iorestoacasa come il mancato blocco dei treni. Nelle ultime ore, infatti, sembra che sia ripreso il flusso di viaggiatori che lasciano le Regioni del Nord per raggiungere via rotaia il Mezzogiorno, un’emorragia che richiede divieti ancora più stringenti da Roma", ha dichiarato l’assessore regionale alle Infrastrutture della Regione Siciliana Marco Falcone. "Lanciamo per questo un appello al Governo nazionale: si blocchino in giornata i treni per il Sud per chiudere così potenziali linee di contagio e garantire la tutela della salute della popolazione, dal personale viaggiante fino ai cittadini delle Regioni dove ancora il virus sembrerebbe darci il tempo di issare un argine. Da ieri in Sicilia - ricorda Falcone - il Governo Musumeci ha dimezzato le corse degli autobus pubblici e privati e delle navi traghetto, sospendendo le linee non essenziali. Non escludiamo, per quanto di nostra competenza, un’ulteriore stretta". E il presidente della Regione annuncia controlli a Messina: "Ho appena sentito e concordato con il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e con il prefetto di Messina Carmela Librizzi le urgenti iniziative per i necessari controlli sanitari sulle centinaia di passeggeri in arrivo dal Nord. Ho anche dato disposizione ai servizi sanitari regionali, d’intesa con l’assessore Ruggero Razza, ed alla nostra Protezione civile di verificare la provenienza dei passeggeri e il loro stato di salute. Intanto ho allertato le nostre guardie del Corpo forestale, che stanno convergendo su Messina. Serve la prudenza e la collaborazione di tutti, specie di chi è in arrivo. Non possiamo vanificare lo sforzo ed il sacrificio che sta compiendo in questi giorni la comunità siciliana". Il dirigente generale del corpo forestale, Filippo Principato, ha precettato gli uomini a disposizione fra Catnia e Messina, circa trante persone e li ha messi a disposizione del prefetto del capoluogo peloritano. "Centinaia di persone, dimostrando spesso di non aver compreso la gravità della situazione, si stanno spostando dalle regioni del nord verso il sud. Al di là degli aspetti penali, si tratta di un comportamento comprensibile ma irresponsabile, che non serve a tutelare né la propria salute né quella dei propri cari. Anzi che mette a rischio la salute di tutti. Occorre evitare in tutti i modi i contatti ravvicinati (e sui treni questo è praticamente impossibile) ed occorre che queste persone vengano in qualche modo controllate prima ancora del loro arrivo in Sicilia. Per questo ritengo indispensabile che sia affidato all'USMAF l'incarico di effettuare dei controlli a Villa San Giovanni, prima ancora che i treni e i passeggeri vengano imbarcati, essendo poi di fatto complicatissimo fare controlli dopo l'arrivo in Sicilia per la miriade di stazioni ferroviarie potenzialmente interessate". Da oggi di "treni dal Nord" ne resta uno, l'Intercity 723 Roma-Palermo che parte da Termini alle 7.26 e arriva a Palermo Centrale alle 19.25 con la sua "biforcazione" per Catania e Siracusa con arrivo nel capoluogo aretuseo alle 18.33. C'è poi il Roma-Reggio Calabria che parte alle 16.26 con arrivo a Reggio intorno a mezzanotte e che consentirebbe non senza peripezie in un'Italia chiusa per virus di raggiungere la Sicilia.
Selvaggia Lucarelli per il “Fatto quotidiano” il 13 marzo 2020. E poi c' è la Sardegna. In fondo ai pensieri di tutti, lontana quel solito braccio di mare che pare infinito, preoccupazione di pochi e, con una pandemia in corso, occupazione di nessuno. Perché nessuno pensa alla Sardegna, alla fragilità di una regione che sembra più al riparo di altre e che invece ha paura. Sono passati pochi giorni da quello sgangherato, incivile assalto ai treni che da Milano portavano al Sud e quel Sud era il fondo dello Stivale, compresi i 30 minuti che lo separano dalla Sicilia. Quel Sud anomalo, che sta verso occidente, quel Sud di cui ci ricordiamo solo quando prenotiamo le vacanze al mare e che il resto dell' anno se la vede da solo, nessuno s' è chiesto cosa faccia, come si prepari all' emergenza. Eppure anche lì, anche in Sardegna è arrivato l' egoismo del "continente", anche lì i medici pregano, tutte le notti, di non ritrovarsi il pronto soccorso affollato all' improvviso, di non dover combattere una guerra più disarmati che altri, più lontani di tutti. In migliaia, nei giorni in cui s' è capito che il virus era arrivato e anche dopo, quando non ci sarebbe stato più il tempo per scappare, sono scappati in Sardegna. Qualcuno - chi in Sardegna ci va in vacanza e si è potuto permettere la fuga benestante - ha giocato d' anticipo, occupando le seconde case i primi di marzo, popolando residence e paesini che d' inverno sono deserti, dalla Gallura ad Alghero al sud dell' isola. Altri, quelli che "in continente" ci lavorano ma hanno le famiglie lì, hanno partecipato al grande assalto, quello finale e scomposto dei giorni scorsi e si sono lanciati sui traghetti con le macchine piene di pacchi e valigie o su aerei strapieni di cui nessuno ha scritto. È accaduto anche questo, sebbene nessuno ci abbia fatto caso. Dal Nord e resto d' Italia, in questi giorni lì si sono autodenunciati in 13.300 (sia residenti che non residenti), ma l' esodo era iniziato molto prima. Lo scorso weekend molte località tra cui Pula e Villasimius erano affollate come durante le vacanze estive. "Sono incavolato nero, se questo esodo l' avessimo fatto noi, ci avrebbero tirato le bombe", ha commentato il sindaco di Villasimius, Gianluca Dessì. Certo, chi è arrivato negli ultimi giorni ha l' obbligo della quarantena, ma quelli arrivati prima? Le compagnie aeree e navali, le società di gestione degli scali sono obbligate a fornire alla Regione i nominativi dei passeggeri sbarcati dal 24 febbraio scorso, ma è evidente che quelli arrivati durante i primi flussi hanno potuto fare quel che volevano e metterli in quarantena, ormai, è del tutto inutile. E poi, ora che tutta Italia è zona rossa, chi sarebbero "quelli che arrivano dalla zona rossa"? "Se ne stavano in regioni in cui la sanità funziona, perché vogliono venire a morirsene qui?", commenta Giada, uno dei tanti residenti che hanno assistito con rabbia all' assalto di quelli che chiama "continentali". "È ingiusto, noi viviamo qui tutto l' anno in una regione difficile, c' è gente che se ne è venuta nella sua seconda casa da regioni in cui potrebbe usufruire della sua sanità e viene potenzialmente a usufruire della nostra, che è in difficoltà. Qui in Sardegna siamo furiosi". A Carloforte, per dire, gli abitanti in questi giorni sarebbero raddoppiati e lì non c' è alcun presidio sanitario in grado di gestire eventuali urgenze. I sindaci sono così spaventati che in quasi tutte le città e cittadine sarde passa una macchina col megafono per dire alla popolazione di stare in casa. La voce spesso è quella di speaker locali che offrono il servizio. Fatto sta che al momento i positivi al Coronavirus in Sardegna sono 38, di cui 16 contagiati solo nell' ospedale di Nuoro tra infermieri e medici. E qui il primo problema: i primari vogliono che l' ospedale venga chiuso, visto che è ormai un focolaio, ma si teme anche per le altre strutture, anche perché in Sardegna, ad oggi, i posti in terapia intensiva sono 120 in tutto. Certo, c' è un "piano strategico" per implementare i posti, ma questa è la situazione odierna. F., un anestesista presso l' ospedale di Oristano, afferma: "Tutti questi cittadini arrivati in Sardegna da zone a rischio e altre potenzialmente a rischio hanno popolato paesi fantasma, una scelta scellerata perché qui non siamo al Nord. È stupidità. Soprattutto per quello che poi combinano alcuni quando vengono al Pronto soccorso con quadri di insufficienza respiratoria. Mentono sull' anamnesi, non dicono niente e noi veniamo esposti al contagio. Tenere un anestesista adesso in quarantena vuol dire creare un danno enorme all' ospedale, specie in uno come quello di Oristano che ha 5 posti in rianimazione. Il più vicino con la rianimazione, se qui finiscono i letti in terapia intensiva, è Cagliari. Questa gente doveva capire che se non ci sono più posti qui, poi non c' è una regione confinante in cui portarli, si fa la fine dei topi. O pensano che trasporteranno i malati via in aereo? Io ho già dovuto fare una breve quarantena assieme ad altri colleghi e pure il tampone perché alcuni pazienti sospetti mi hanno nascosto contatti con parenti che arrivano dal Nord. Questo vuol dire che in caso di urgenza sono fuori gioco. Ho perciò deciso che non vedo più nessuno tra amici e parenti finché non finisce l' emergenza, farò la vita del lupo solitario". Insomma, una situazione preoccupante, specialmente perché in Sardegna il menefreghismo dei connazionali in fuga è passato più inosservato che altrove. E perché se il numero dei contagiati dovesse crescere esponenzialmente come in altre zone d' Italia, le ambulanze, per quanto potranno correre da una città all' altra, a un certo punto si troveranno il mare davanti.
· Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.
Anthony Fauci, responsabile anti-coronavirus americano, imputa la catastrofe italiana alla politica dei confini aperti. Totalitarismo il 22 Marzo 2020. Anthony Fauci, immunologo statunitense settantanovenne di origini italiane, messo da Donald Trump a capo della task force contro il coronavirus, ha criticato alla MSNBC le misure messe in campo inizialmente dall’Italia allo scopo di contenere la pandemia, imputando la diffusione del virus e l’alto prezzo pagato in termini di vite umane alla politica dei “confini aperti”.
The reason I think there is a real problem, one of the things we did right was very early cut off travel from China to the United States. Because outside of China, where it originated, the countries in the world that have it are through travel, either directly from China or indirectly from someone who went someplace and then came to that particular country. Our shutting off travel from China and, more recently, travel from Europe, has gone a long way to not seeding very, very intensively the virus in our country. Unfortunately, Italy did not do that. They had an open border, they let people in. And until they really knew they were in trouble, then the cat was out, the horse was out of the barn and that was it.
“Il motivo per cui penso che ci sia un vero problema in Italia, è che una delle cose che abbiamo fatto per bene è stato interrompere in tempo gli ingressi dalla Cina agli Stati Uniti. Perché al di fuori della Cina, dove il coronavirus ha avuto origine, negli altri Paesi esso è arrivato attraverso gli ingressi, direttamente dai cinesi o indirettamente da qualcuno che è andato da qualche parte e poi è venuto in quel particolare paese. Il blocco degli ingressi dalla Cina e, più recentemente, dall’Europa, ha fatto molto per impedire che il virus attecchisse negli Stati Uniti. Sfortunatamente, l’Italia non ha altrettanto: hanno mantenuto la politica dei confini aperti, hanno lasciato entrare chiunque. E non hanno provveduto a chiudere fino a quando non sono stati davvero nei guai, cioè hanno chiuso la stalla dopo che i buoi sono scappati”.
Origine dei Modi di Dire: Chiudere la Stalla Quando i Buoi sono Scappati. Monaco Italia Magazine il 17 gennaio 2018. Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati è un modo di dire usato ai giorni nostri che si è tramandato dal mondo contadino. Ce lo spiega il libello giunto alla terza edizione ad inizio del secolo scorso “Cento proverbi e motti italiani d’origine greca e latina dichiarati da Pietro Fanfani” (Milano, Tipografia Filippo Genolini, 1906, a spese dell’editore).
Chiudere la stalla quando son fuggiti i buoi: E’ ci fu, à tempi del Re Pipino, un certo villanzone chiamato Libano – recita il testo – il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que’ contorni, e li soggiornava, e li puliva, e li lisciava, come se fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia li teneva legati lentamente con piccola cordicella, e nell’estate, perché non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l’uscio aperto: “Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non sono stupidi a scappare!”. Ma i cari buoi, i quali hanno molto cervello, ma poco giudizio, che è e che non è, si diedero l’intesa; E un giorno che Libano, secondo il solito, ebbe aperto l’uscio della stalla, no curando tanta pasciona e tante carezze, l’uno dette a leva col corno al cappio della corda dell’altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e Artemona sua donna preparava quella po’ di minestra. Intanto eccoti Libano col fastello e subito corre alla stalla per dare quell’erba fresca fresca a’ suoi buoi. “Artemona, Artemona o i bovi dove sono? E Artemona corre tutta sotto sopra. “I bovi? O non ci sono?”. Il povero Libano era più morto che vivo: “Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credere di trovar una miglior mangiatoia? (allora a’ ladri non ci si pensava nemmeno), Artemona serra bene la stalla…” Artemona benché dolente anch’essa, non poté fare che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libano; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover’uomo girò e rigirò per tutti quei contorni; ma i bovi non furono più trovati”. La storia dello sfortunato Libano e dei suoi buoi ben rappresenta l’abitudine senza epoca di correre al riparo quando è oramai troppo tardi. E a proposito di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati l’autore riporta un altro modo di dire, d’origine latina “per significare una cautela o un rimedio preso troppo tardi” : Sero sapiunt Fhriges (Troppo tardi metton giudizio i Frigi). E certo l’origine di modi di dire e proverbi nati in contesti completamente diversi, ma che ancora oggi, nel millennio delle nuove tecnologie, sono attuali ed utilizzati, ci fa riflettere su quanto la sostanza delle cose e la saggezza popolare non muti in definitiva col passare del tempo e delle abitudini.
"Chiudono tutta la Lombardia". Assalto alla stazione di Milano. La bozza del decreto Coronavirus mette in fuga le persone da Milano. Biglietterie e treni presi d'assalto nella serata di sabato. Rosa Scognamiglio, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. Gente in fuga alla stazione di Milano con tanto di bagagli al seguito e mascherina sanitaria ben salda al volto. Biglietterie prese d'assalto e scale mobili quasi al collasso. È la fotografia di un paese in preda al panico, piegato della psicosi ingenerata tanto dalla esplosione di una eventuale pandemia quanto dalla suspance per le comunicazioni tardive del Governo sulle nuove misure relative allo spostamento delle persone nei territori assediati dal virus. Stavolta la posta in gioco è più alta del previsto e l'indiscrezione relativa alla blindatura della Lombardia fa scappare tutti a gambe levate. Un pasticcio madornale, goffo e deleterio. Si tratta dell'effetto boomerang prodotto dalla bozza del decreto coronavirus varato dal Consiglio dei Ministri che, nonostante i reiterati annunci di un'imminente sottoscrizione, allo scoccare della mezzanotte di sabato non ha ancora ricevuto il benestare del premier. Insomma, ci sarebbe uno scartafaccio ma mancherebbe la firma. Soltanto dopo ore di spasmodica attesa, infatti, nella notte di domenica 8 marzo, Conte annuncia l'approvazione dei provvedimenti. "Leggerete tutto domani sulla Gazzetta Ufficiale", si rivolge alla stampa prima di ritirarsi nuovamente nelle stanze di Palazzo Chigi. Ma ormai la frittata è fatta e, mentre il Cdm mette a segno l'ennesimo strafalcione, centinaia di persone si sono già messe in marcia da Milano verso il sud del Paese col rischio concreto di diffondere agevolmente l'epidemia. Tutto comincia pressapoco alle ore 20, quando le testate giornalistiche e i notiziari nazionali anticipano parte del contenuto relativo alla bozza del nuovo decreto. Tra le varie limitazioni in elenco, si evidenzia la necessità di "chiudere la Lombardia" con ingresso e uscita garantita solo per motivi "gravi e indifferibili" di lavoro e famiglia. Bastano due righe di troppo, frutto di una comunicazione istituzionale parecchio dinoccolata, a scatenare il pandemonio. Appresa l'indiscrezione, decine di persone si riversano in massa alla stazione centrale di Milano in ricerca di un treno che possa condurli lontano dal capoluogo meneghino, fuori dai confini serratissimi della Lombardia. Le destinazioni sono varie e disparate: da Roma a Catanzaro, passando per Firenze fino a Bari o Napoli. E poco importa se gli unici convogli disponibili non rispondono agli standard della modernità, ciò che conta è garantirsi la fuga dalle terre del virus prima che giunga una interdizione ufficiale alla libera circolazione delle persone nelle province off limits di Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. "C'è l'ho fatta, sono riuscita a prendere un biglietto su un InterCity per Roma", racconta una ragazza in un video amatoriale circolato su Facebook. Intanto, tutt'attorno è solo un grande caos di provvedimenti non confermati e silenzi ministeriali.
LA FUGA AL SUD POTREBBE TRASFORMARSI IN UN’ECATOMBE – SONO ALMENO 41 MILA LE PERSONE RIENTRATE DAL NORD ITALIA NEL MERIDIONE. Natascia Ronchetti per "il Fatto quotidiano” il 12 marzo 2020. La fuga da Nord a Sud, dalle aree con il maggior numero di contagi da coronavirus al Meridione, si rivela sempre più massiccia. E sulle regioni del Sud ora pende una pesantissima spada di Damocle: la paura, tangibile, che siano destinate a diventare una nuova zona rossa, con migliaia di casi. Sono infatti salite a oltre 33.500 in due giorni, le autosegnalazioni dei rientri in Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Basilicata iniziati con la grande fuga scattata la sera dello scorso 7 marzo quando sono cominciate a trapelare le indiscrezioni sul decreto del premier Conte sulle misure restrittive in Lombardia e in 14 province del Settentrione. Ma se si fa un passo indietro, se si torna ai primi provvedimenti - come la chiusura delle scuole nel Nord - i numeri diventano ancora più drammatici: oltre 41 mila rientri. E questa è solo la punta dell' iceberg, molti altri potrebbero aver omesso le dichiarazioni. In Campania è la stessa Regione ad ammettere che a fronte di sole 1.700 autodenunce, i rientri potrebbero essere molti di più. E parliamo di migliaia. In Calabria le autosegnalazioni ieri erano circa 4 mila, ma si stima che le persone tornate qui siano almeno il triplo: 12 mila. È anche il risultato di una politica in tre fasi delle restrizioni. Prima le scuole e le università, i luoghi di aggregazione. Poi lo stop agli spostamenti, se non per effettive necessità, nelle aree del Nord con il numero più alto di contagiati. Infine, il decreto che ha fatto di tutto il Paese una zona protetta. Quelle oltre 41 mila persone rientrate - e le migliaia che non lo hanno denunciato - ora rappresentano una pesantissima incognita per regioni che non hanno sistemi sanitari forti come quelli di Lombardia, Emilia-Romagna o Veneto. La Calabria (18 casi accertati ieri, oltre 900 persone in quarantena) è la regione che rischia di pagare il prezzo più alto. Qui il sistema sanitario, commissariato, era già prossimo al collasso. Dispone di soli 148 posti letto in terapia sub-intensiva e 107 in rianimazione. Che però sono già vicini alla saturazione, perché occupati da persone affette da altre patologie, con percentuali che oscillano rispettivamente tra il 75 e il 90%. È l' ultima regione in Europa per rapporto tra posti letto e popolazione: la diffusione del contagio avrebbe un impatto disastroso. La Puglia conta oltre 13 mila autosegnalazioni dall' inizio dell' emergenza nel Nord, di queste 7.600 dal 7 marzo in poi, quando il rientro è diventato un' ondata. "Abbiamo migliaia di persone in quarantena - dice il presidente della Regione Michele Emiliano -. Questo ha già sovraccaricato il nostro sistema sanitario, più esile di quello dell' Emilia-Romagna, con la quale ci confrontiamo perché abbiamo più o meno lo stesso numero di abitanti, ma 15 mila operatori in meno. Per cinque anni non mi è stato permesso di ridurre il gap, adesso ho autorizzato migliaia di assunzioni". La sanità pugliese, ricorda Emiliano, ha una capacità massima di assorbimento. La sua soglia è di duemila contagiati, dei quali mille ricoverati. Oltre questo limite c' è il crollo. La Campania, che fino a ieri contava 154 casi di positività al virus, ha una soglia più alta (potrebbe reggere un massimo di tremila contagiati) ma è anche la regione maggiormente esposta alle incognite, visto che potrebbero essere migliaia le persone rientrate senza autosegnalarsi. Questo nonostante, come rileva il governatore Vincenzo De Luca, gli abitanti stiano dando prova di "compostezza e responsabilità". Ora ci vorranno alcuni giorni per capire se il virus è destinato a diffondersi rapidamente. "Valutiamo nelle prossime ore - dice De Luca -. Se servirà io non avrò problemi a chiedere la chiusura di tutto: resteranno aperti solo farmacie e negozi alimentari e supermercati". La Sicilia ha avuto il rientro più imponente. Oltre 21 mila autodenunce da quando è iniziata l' emergenza, 19.500 solo dal 7 marzo in poi. Per ora il numero dei contagiati è ancora contenuto (ieri erano 83) ma le conseguenze del rientro sono ancora tutte da verificare. "Stiamo predisponendo nuovi posti letto - spiega il presidente della Regione Nello Musumeci -, ne abbiamo pronti 200 per la rianimazione". Oggi si riunirà la giunta regionale. "Chiederemo alle cliniche di dare il loro supporto - prosegue Musumeci - e alle università di mettere in servizio gli specializzandi". Modesti, invece, i numeri della Basilicata: solo 775 rientri.
Coronavirus, la folle incompetenza di chi ci governa guida la fuga dalla Lombardia. Quanto sta accadendo in queste ore, con migliaia di persone che scappano verso Sud prima che tutta la regione venga dichiarata zona rossa, mostra in maniera drammatica l’inadeguatezza della nostra classe dirigente e la strafottenza di chi pur di tornare in Calabria è disposto a mettere in pericolo se stesso e gli altri. Enrico De Girolamo su lactv.it il 14 marzo 2020. Sono dei mostri di bravura quando si tratta di cazzeggiare, quando si tratta di litigare tra loro o di fare propaganda. Quando devono andare in tv da Vespa o dalla D’Urso a mostrare come sono acuti i loro pensieri e come sono determinati a lottare per il primato politico. Poi, quando il gioco si fa davvero duro e le parole non contano più nulla, il bluff cade miseramente. Quanto sta accadendo in queste ore, con migliaia di persone che fuggono dalla Lombardia prima che tutta la regione venga dichiarata zona rossa, mostra in maniera drammatica l’incompetenza dilettantesca di chi ci governa e, probabilmente, di chiunque altro ci avrebbe governato. Perché poi, alla fine, questi siamo. La massima espressione dell’Italietta approfittatrice e furba che il grande Alberto Sordi descriveva col cinismo strafottente dei suoi personaggi, è andata in scena per l’ennesima volta alla stazione di Milano e a Palazzo Chigi. Qui, un ex concorrente del Grande Fratello, tale Rocco Casalino, fa e disfa la comunicazione istituzionale della pochette nel taschino col premier intorno, come se la sua unica preoccupazione fosse ancora quella di non andare in nomination. È successo con il decreto che poi avrebbe deciso la chiusura delle scuole, anticipato alle agenzie di stampa e ripreso (doverosamente) da tutti giornali italiani. È successo di nuovo ora, con la bozza del decreto che decide di chiudere i confini della Lombardia, trapelato all’esterno del Palazzo prima che fosse legge e prima che venissero predisposte misure di controllo e interdizione idonee alla sua corretta applicazione. La conseguenza è un vero e proprio esodo - in auto, in pullman e in treno - di migliaia di persone che con incoscienza, pari solo a quella di chi ci governa, si sono messe in viaggio per raggiungere la Calabria e qualunque altro posto dal quale dovrebbero star lontani. In cambio abbiamo un sacco di spot trasmessi a reti unificate che ci invitano a lavarci le mani di frequente e a mantenere la distanza di almeno un metro l’uno dall’altro. E pensare che appena qualche giorno fa ci dicevano che andava tutto bene, madama la marchesa. #milianoriparte era l’hashtag pride dell’apericena anti-crisi, o forse era solo un subliminale invito a togliersi dalle scatole, e chi si è visto si è visto. Milano riparte, nel senso che migliaia di studenti fuorisede, operai, professionisti se ne tornano a casetta, al Sud, magari con un invisibile regalino nelle alte vie respiratorie da distribuire tra parenti, amici e perfetti sconosciuti. Un capolavoro di strategia. «È necessario chiarire quel che è successo è una cosa inaccettabile», ha dichiarato a notte fonda il premier Conte, facendo quello che gli viene meglio: chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. «Un decreto che stavamo formando a livello di governo per regolamentare le nuove misure che entrano in vigore subito, lo abbiamo letto su tutti i giornali – ha aggiunto -. Ne va della correttezza dell’operato del governo e della sicurezza degli italiani. Questa pubblicazione ha creato incertezza, insicurezza, confusione e non lo possiamo accettare». Qualcuno lo avverta che è già successo e se vuole prendersela con qualcuno lo faccia con se stesso e con chi gli siede accanto e condivide con lui la responsabilità di guidare il Paese. Gli ospedali del Nord, dove ci sono e funzionano bene, sono già al collasso. Figurarsi in Calabria, dove i posti in terapia intensiva al momento sono in totale appena 107. Eppure tornano. Incoscienti loro e chi glielo permette. Folli loro, disposti a tornare in una regione che ha il peggiore sistema sanitario d’Italia, e folli coloro che li hanno spinti a partire “annunciando” il varo di un decreto ancora non operativo. Un atteggiamento così incomprensibile che davvero viene da chiedersi se l’abbiano fatto apposta. Ma una domanda simile non te la puoi neppure porre, perché le risposte sarebbero troppo sconvolgenti per essere plausibili, come ipotizzare che dietro ci sia l’assurda mossa di qualcuno per decongestionare gli ospedali del Nord e lasciare che il problema diventi in fretta di tutti, e ognuno si curi i malati suoi. Meglio lasciar perdere i complottismi e fidarci della cristallina ottusità della nostra classe dirigente, capace di mostrare per giorni il petto gonfio di rabbia in difesa della pizza dall'affronto della satira francese, ma talmente inadeguata da lasciare che migliaia di potenziali portatori del virus tornino a casa ammassandosi (e contagiandosi) come se non ci fosse un domani.
Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 22 marzo 2020. Divieto di spostamento delle persone dal Comune in cui si trovano. Lo stabilisce un’ordinanza dei ministri dell’Interno e della Salute per impedire alle persone di trasferirsi dal Nord al Sud. Per questo saranno presidiate le stazioni. Il divieto riguarda sia i mezzi pubblici sia quelli privati.
Coronavirus, ordinanza del Governo: vietati gli spostamenti in altri Comuni. Redazione de Il Riformista il 22 Marzo 2020. Vietati gli spostamenti in Comuni diversi da quello in cui si ritrova. E’ quanto emerge dalla nuova ordinanza del Governo firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. “Allo scopo di contrastare il diffondersi del virus Covid-19 – si legge nell’ordinanza -, è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comune diverso da quello in cui si trovano, salvo per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Le disposizioni saranno valide da domenica 22 marzo 2020 e sono efficaci fino all’entrata in vigore di un nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri.
CAMPANIA – Il mattinata il Governatore della Campania Vincenzo De Luca ha fatto sapere di aver auto “un colloquio con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al quale ho sollecitato l’adozione di misure drastiche per bloccare il prevedibile flusso di cittadini di ritorno al Sud e in Campania per la chiusura di attività produttive. Il Presidente Conte ha rassicurato: il Governo sta affrontando questa problematica per le decisioni di merito”. Lo stesso De Luca ha poi espresso “vivo apprezzamento per la tempestività e l’importanza della decisione assunta dal Governo, ed esplicitata dal decreto congiunto del Ministero della Salute e del Ministero dell’Interno, per il blocco di tutte le partenze da Nord a Sud. Questo ci aiuterà a combattere meglio la diffusione del contagio. Ricordo tuttavia che rimane aperto un problema che a mio parere va affrontato con altrettanta tempestività e determinazione: il controllo del territorio, per il quale le forze in campo sono insufficienti. Da questo punto di vista ritengo assolutamente necessario impegnarsi in un grande sforzo collettivo, rivolto all’obiettivo essenziale e prioritario di contenere il contagio. Occorre un piano di mobilitazione mirato delle forze di polizia ma anche di tutte le Forze Armate, coerente con l’obiettivo, al netto delle attività di prevenzione antiterrorismo”.
CHIUSE BASILICATA E CALABRIA – Sta per essere pubblicata sul Bollettino ufficiale la ordinanza n.10 del presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, con la quale si adottano ulteriori misure restrittive per ridurre il contagio da Covid – 19. Fra le misure previste il divieto di spostamento delle persone in entrata e in uscita dalla regione Basilicata fatta eccezione per comprovate esigenze lavorative dirette a garantire l’erogazione dei servizi pubblici essenziali ovvero per gravi motivi di salute. La violazione di quanto disposto comporta l’obbligo del trasgressore di osservare la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario insieme a tutti i conviventi. Inoltre su tutto il territorio regionale è vietato a chiunque di allontanarsi dal proprio domicilio abitazione o residenza salvo nei seguenti casi: comprovate esigenze lavorative dirette a garantire l’erogazione dei servizi pubblici essenziali, ivi compreso il transito e il trasporto delle merci; situazioni di necessità, ivi comprese quelle correlate alle esigenze primarie delle persone, e degli animali di affezione; spostamenti per gravi motivi di salute. Le disposizioni hanno efficacia da oggi, 22 marzo, e resteranno in vigore fino al 3 aprile. “Ho appena firmato una ordinanza che prevede, con decorrenza immediata e fino al 3 aprile 2020, il divieto di ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dal territorio regionale. Si potrà entrare o uscire dalla Calabria solo per spostamenti derivanti da comprovate esigenze lavorative legate all’offerta di servizi essenziali oppure per gravi motivi di salute”. Lo scrive su Facebook la presidente della Calabria Jole Santelli. “Ai trasgressori, alla luce della potenziale esposizione al contagio, si applica la misura immediata della quarantena obbligatoria per 14 giorni”, aggiunge.
Coronavirus, divieto di spostamento per le persone dal Comune in cui si trovano. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it. Il ministero dell’Interno e quello della Salute hanno varato un’ordinanza che — allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Sars-CoV-2 — «fa divieto a tutte le persone fisiche» di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», salvo che «per comprovate esigenze lavorative», di «assoluta urgenza» o per «motivi di salute». L’obiettivo è quello di impedire alle persone di trasferirsi dal Nord al Sud. Le disposizioni, che partono dal 22 marzo e sono «efficaci fino all’entrata in vigore di un nuovo decreto del Presidente del Consiglio», comporteranno che le stazioni saranno presidiate. Il divieto riguarda sia i mezzi pubblici sia quelli privati. La decisione giunge poche ore dopo l’annuncio, da parte del presidente del Consiglio, di nuove misure destinate a «chiudere, in tutta Italia, ogni attività produttiva non strettamente necessaria, non cruciale».
Coronavirus, divieto di spostamento in altro comune, anche in auto. L'ordinanza risponde soprattutto alle richieste delle Regioni del Sud, sulle barricate per fermare la grande fuga dal Nord. Rita Bartolomei su Quotidiano.net. il 22 marzo 2020. Poche righe e due soli articoli. “Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid 19, è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Così i ministri Speranza e Lamorgese alzano l’asticella dei divieti, insistendo saullo stesso concetto che si ripete da settimane: state a casa. L’ordinanza, che come spiega l’articolo 2 resterà efficace fino al prossimo decreto del governo, risponde soprattutto alle richieste delle Regioni del sud, da settimane sulle barricate per fermare la grande fuga dal nord. Ma cosa significa non potersi spostare? Ad esempio, si potrà fare la spesa anche fuori comune? “Tendenzialmente no ma si valuta caso per caso”, è la risposta che filtra dal ministero della Salute. Ma dobbiamo tornare alla grande fuga in diretta video dalla stazione di Milano verso il Sud per capire la scelta fatta dal governo. Il 14 marzo il ministro dei Trasporti De Micheli aveva bloccato i treni notturni. Una decisione che aveva raffreddato ma non spento le polemiche. Il governatore della Puglia Michele Emiliano continuava via Facebook a denunciare l’esodo di migliaia di persone. “Ci state portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare”. I colleghi di Sicilia e Sardegna chiedevano e ottenevano alla fine un blocco sostanziale dei movimenti, soprattutto via mare, perché “zero spostamenti zero contagi”. Restavano aperti i capitoli pullman e auto. Ora l'ordinanza ha rimediato, facendo di fatto prevalere il diritto alla salute su quello al movimento. "Condivido la scelta del governo - scrive su Facebook Emiliano -. Siamo stati ascoltati". Il governatore ricorda che solo lo Stato poteva prendere questa decisione, nessun presidente di Regione ne ha il potere. Vale anche per l'intervento dell'esercito. Ora "tutti restano dove sono e non si possono più muovere. La Puglia è stata la prima Regione alle 2.31 del mattino dell’8 marzo ad emanare l’ordinanza che ha fatto scuola che prevedeva l’obbligo di auto segnalazione e di porsi in quarantena in isolamento presso il proprio domicilio. Ora dobbiamo impegnarci a restare a casa".
Coronavirus, vietato lasciare comune in cui ci si trova. Calano nuovi contagi e morti. Le Iene News il 22 marzo 2020. Nuova ordinanza che pone un ulteriore divieto per contenere i contagi da coronavirus. Non si potrà lasciare il comune dove ci si trova se non “per comprovate esigenze lavorativa di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Intanto i nuovi contagi e i morti di oggi sono in lieve calo rispetto a ieri. Vietato lasciare il comune in cui ci si trova se non per “per comprovate esigenze lavorative di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. È l’ulteriore stretta che arriva dai ministeri della Salute e dell’Interno per contrastare il diffondersi del coronavirus. A poche ore dalla conferenza stampa del presidente del Consiglio Conte, i ministri Speranza e Lamorgese hanno emesso nel pomeriggio di oggi un’ordinanza che vieta “a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi pubblici o privati i comune diversi da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorativa di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Sono quindi esclusi gli spostamenti per l’acquisto di beni di prima necessità. La decisione è stata presa nella giornata in cui i nuovi contagi subiscono un lieve calo: i nuovi contagiati sono 3.957 (ieri sono stati 4.821) per un totale di 46.638 attualmente positivo. In lieve flessione anche il numero dei morti: 651 rispetto ai 793 di ieri. Il totale delle vittime da coronavirus è invece di 5.476. Aumenta anche il dato giornaliero dei guariti: oggi sono 952 in più rispetto a ieri. Nella serata di ieri il premier Conte ha comunicato un ulteriore giro di vite con la chiusura di studi privati e cantieri e di tutte quelle attività ritenute non necessarie. La decisione è arrivata dopo l'ulteriore stretta approvata dalla Lombardia, che ha annunciato la chiusura degli uffici pubblici, negozi, esclusi supermercati e farmaci e, studi professionali e cantieri. Vietato praticare sport all'aperto, anche da soli. Le misure saranno valide fino al 15 aprile chi non le rispetta rischia una sanzione da 5mila euro.
Coronavirus, stop totale agli spostamenti dalle città. Lo stabilisce un'ordinanza dei ministri di Salute e Interno: le eccezioni riguardano "comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o motivi di salute". Giorgia Baroncini, Domenica 22/03/2020 su Il Giornale. Il ministero dell'Interno e quello della Salute hanno varato un'ordinanza che, "allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid-19, fa divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comuni diversi da quello in cui si trovano, salvo per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute". Le disposizioni partono da oggi (domenica 22 marzo) e sono "efficaci fino all'entrata in vigore di un nuovo decreto del presidente del Consiglio". L'obiettivo di questa ultima ordinanza è soprattutto quello di impedire alle persone di trasferirsi dal Nord al Sud ed evitare quindi fughe come quelle che si sono verificate poche settimane fa, dopo la firma del primo decreto da parte di Conte. "Una misura che intende scongiurare un nuovo esodo che potrebbe compromettere gli effetti delle misure restrittive messe in campo dal governo per limitare la diffusione del Covid-19 - ha spiegato il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia -. Ancora una volta, invitiamo i cittadini ad attenersi a queste disposizioni in primis per la propria salute e poi per quella di tutti i loro cari e tutti i cittadini italiani: per il momento la priorità è la salvaguardia della nostra salute, più rispettiamo le regole e prima usciremo da questa situazione. Teniamo duro." La decisione giunge poche ore dopo l'annuncio, da parte del presidente del Consiglio Conte, di nuove misure destinate a "chiudere, in tutta Italia, ogni attività produttiva non strettamente necessaria". Il provvedimento, che precede il Dpcm del presidente Conte, è stato emanato con urgenza e il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha già allertato questure e prefetture per intensificare i controlli sia nelle stazioni che su tutta la rete autostradale. Nessun spostamento dal Comune in cui ci si trova, quindi. La nuova stretta è stata adottata dopo che i governatori del Sud hanno lanciato l'allarme. Questa mattina il governatore campano, Vincenzo De Luca, ha chiamato Conte per segnalare il rischio di un nuovo esodo che può contribuire alla diffusione del virus cinese al Sud. Al momento, come spiega il Corriere, chi contravviene al divieto rischia la denuncia per l'articolo 650 del codice penale che prevede l'arresto fino a tre mesi e l'ammenda. Il governo sta però valutando anche la possibilità di emanare un nuovo provvedimento con sanzioni più severe.
Controlli coronavirus, passeggeri diretti al Sud respinti alla stazione Centrale di Milano. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Gianni Santucci. Qualcuno ha anche pianto alla stazione Centrale di Milano quando si è visto respingere alla partenza dei treni diretti a Salerno e Napoli perché non ha passato i controlli diventati più stringenti dopo le recenti direttive che limitano gli spostamenti. I passeggeri, non molti alle partenze, sono stati sottoposti a rigorose e approfondite verifiche dell’autocertificazione e dei documenti e anche a quelli della temperatura corporea. Una decina, complessivamente, quelli che non avevano i requisiti. Numerosi passeggeri giunti con un’autocertificazione incompleta hanno dovuto integrarla dopo i suggerimenti dei poliziotti. Alcuni non ce l’hanno fatta, oppure non avevano proprio ragioni comprovate per spostarsi. Al di là dello sconforto e qualche pianto, hanno ripreso le loro valige e sono tornati a casa, salvo un giovane campano che ha cominciato una discussione molto animata con gli agenti prima di essere mandato via, non prima di aver causato anche momenti di tensione.
Coronavirus, notte movimentata agli imbarcaderi di Messina. Musumeci: "Non accetto che questo accada, non siamo carne da macello". Guerra tra Calabria e Sicilia. Il governatore Musumeci: "Mi segnalano che stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate. Pretendo che i decreti vengano rispettati". Claudio Reale il 23 Marzo 2020 su La Repubblica. L'effetto-annuncio provoca una ressa agli imbarcaderi. Con centinaia di auto che tentano di tornare prima che la nuova stretta entri in vigore e un nuovo allarme del presidente della Regione Nello Musumeci. E la tensione che torna ad alzarsi. Folla nella notte a Villa San Giovanni e a Reggio Calabria: da oggi, infatti, è in vigore il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri che vieta lo spostamento fra un comune e un altro, e così ieri centinaia di auto si sono presentate in coda al traghetto delle 17,20 per Messina. Ora dopo ora, la ressa è aumentata, tanto che a mezzanotte Musumeci ha lanciato l'allarme: "Mi segnalano appena adesso che a Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate - ha scritto il governatore sui social network - Non è possibile e non accetto che questo accada. Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente. C'è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce". Dalla settimana scorsa, infatti, l'ingresso via mare in Sicilia è subordinato all'invio di un'e-mail alla Regione. Le corse dei traghetti sono contingentate: ne partono 4 al giorno da Villa San Giovanni e altrettante da Reggio Calabria. Da ieri, inoltre, la presidente della Calabria Jole Santelli ha disposto la chiusura della propria regione in entrata e in uscita. Qualcosa nei controlli, dunque, non ha funzionato: "Pretendo che quell'ordine venga rispettato - attacca Musumeci - e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza. Il governo nazionale intervenga perché noi siciliani non siamo carne da macello". I lavoratori, però, possono ancora passare. Tanto che a notte in corso è lo stesso Musumeci a correggere il tiro: "Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto - specifica il presidente della Regione - Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. Basta. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno".
Messina, lunghe file per sbarcare in Sicilia. Musumeci: "Non siamo carne macello". Lunghe file per sbarcare a Messina. L'ira del governatore Musumeci che lancia l'allarme per i continui arrivi da altre Regioni, nonostante il blocco a Messina. Roberto Chifari, Lunedì 23/03/2020 su Il Giornale. La foto ha fatto il giro del web poco dopo la mezzanotte. Un fiume di gente pronta a sbarcare all'imbarcadero di Messina. Auto incolonnate nell'attesa di poter entrare in Sicilia. "Mi segnalano appena adesso che a Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate. Non è possibile e non accetto che questo accada - ha scritto il governatore Musumeci -. Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente". Lunghissime code a Villa San Giovanni, centinaia di famiglie pronte a rientrare con l'ultimo traghetto disponibile. "C'è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce. Pretendo che quell'ordine venga rispettato e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza. Il governo nazionale intervenga perché noi siciliani non siamo carne da macello". Poi nella notte arriva la svolta tanto attesa: "Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto - annuncia Musumeci - Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. Basta. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno". Tra i pendolari dello Stretto, in un momento di così grande emergenza, ci sono molti medici, infermieri e agenti delle forze dell’ordine e sono loro gli unici che potrebbero traghettare per uscire ed entrare dalla Sicilia, ma in molti hanno preferito sfidare la sorte e il decreto per sbarcare in Sicilia. "C'è un decreto che lo impedisce - dice chiaramente Musumeci -. Pretendo che quell'ordine venga rispettato e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza". Le limitazioni agli spostamenti riguardano anche lo Stretto, come ha chiarito lo stesso Musumeci in un altro post pochi minuti dopo: "Possono passare solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia". Un provvedimento che nella notte molti hanno disatteso.
Ieri sera, poco prima della foto che ha indignato tanti siciliani c'è stato un vertice proprio a Messina voluto da Musumeci al quale hanno preso parte il prefetto Maria Carmela Librizzi, il sindaco Cateno De Luca, i vertici delle forze dell'ordine e delle Aziende sanitarie peloritane. Nella sede della prefettura, il governatore ha illustrato tutte le misure già adottate nelle strutture ospedaliere del capoluogo e della provincia messinese per fronteggiare l'emergenza in atto e le iniziative per contrastare un eventuale picco dell'epidemia. In particolare è stato organizzato un Piano, che ricalca il profilo epidemiologico delle aree del Nord maggiormente esposte, che prevede una dotazione adeguata di posti letto Covid-19 con oltre 110 posti di terapia intensiva distribuiti su vari presidi ospedalieri del territorio messinese. "Ci siamo mossi con largo anticipo proprio per anticipare il virus - aveva detto il governatore Musumeci -. Al Policlinico ho trovato un fronte già attrezzato per reggere un urto che nessuno vorrebbe mai attendersi. Anche al Papardo si sta lavorando con grande efficienza e presto, oltre al reparto che ospita già alcuni concittadini contagiati, sarà attrezzato un intero plesso con ulteriori posti letto dedicati alla pandemia".
Esodo dal Nord verso la Sicilia dopo l’ultimo decreto, assalto ai traghetti: “Non siamo carne da macello”. Redazione de Il Riformista il 23 Marzo 2020. Ancora una volta l’annuncio di nuove misure restrittive alla circolazione provoca caos ed esodi. Nuovi tentativi di ‘fuga’ sono avvenuti dal tardo pomeriggio di domenica dopo l’ordinanza disposta congiuntamente dal ministero della Salute e dell’Interno che vieta di lasciare il comune in cui ci si trova per contenere i contagi di Coronavirus, seguita dal Dpcm del premier Conte sulla chiusura delle attività non essenziali. Una nuova ondata di partenze ha interessato in particolare le centinaia di persone che hanno tentato di rientrare in Sicilia. A denunciare la situazione è stato lo stesso presidente della Regione, Nello Musumeci: “Mi segnalano appena adesso che a Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate – ha scritto il governatore sui social network – Non è possibile e non accetto che questo accada. Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente. C’è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce”. Che qualcosa nei controlli non abbia funzionato è evidente. Con un’ordinanza della presidente della Regione Jole Santelli, la Calabria da domenica aveva infatti chiuso i suoi confini in entrata e in uscita, rendendo possibili solo gli spostamenti derivanti da comprovate esigenze lavorative legate all’offerta di servizi essenziali oppure per gravi motivi di salute. Nella notte poi una parziale retromarcia è arrivata dallo stesso Musumeci, dato che i lavoratori possono ancora passare lo Stretto. “Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto – specifica il presidente della Regione – Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. Basta. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno”.
Il nuovo esodo da Nord a Sud: code di auto dalla Calabria a Messina. Laura Pellegrini il 23/03/2020 su Notizie.it. Nonostante il decreto varato dal premier per contenere il contagio da coronavirus, è stato registrato un nuovo esodo da Nord a Sud. Una lunga coda di auto che dalla Calabria si dirigeva verso Messina: un ennesimo esodo di persone da Nord a Sud nonostante il decreto firmato dal ministro della Salute e degli Interni. Sono immagini che arrivano dai social, tra la rabbia dei cittadini e lo sdegno di Nello Musumeci, il governatore della Sicilia. Quest’ultimo, infatti, ha commentato duramente quanto accaduto: “Basta, il governo intervenga, non siamo carne da macello: facciano rispettare l’ordine”. Gli spostamenti, stando al nuovo Dpcm, tra comuni diversi sono consentiti soltanto per motivi di lavoro o di estrema necessità.
Coronavirus, nuovo esodo Nord-Sud. Una segnalazione che arriva dapprima dai cittadini e poi viene rilanciata sul profilo Facebook di Nello Musumeci. Un’immagine simile a quella della stazione centrale di Milano nella notte fra l’8 e il 9 marzo scorsi, quando iniziò a circolare la bozza del Dpcm di chiusura della Lombardia e di altre 14 province. Questa volta, però, il nuovo esodo da Nord a Sud è avvenuto in auto: le persone, nonostante il nuovo decreto anti-coronavirus, sono arrivate dalla Calabria a Messina imbarcandosi e senza essere fermate. “Mi segnalano appena adesso che a Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate. Non è possibile e non accetto che questo accada. Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente”. Questo lo sfogo e la rabbia di Nello Musumeci, che su Facebook pubblica le immagini di un nuovo pericoloso spostamento di massa. “C’è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce. Pretendo che quell’ordine venga rispettato e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza. Il governo nazionale intervenga perché noi siciliani non siamo carne da macello!”. Poche ore dopo, Musumeci scrive ancora sui social: “Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto. Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. Basta. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno”.
Tg3: Nonostante il nuovo Decreto, centinaia di persone hanno tentato di imbarcarsi sui traghetti che attraversano lo stretto di Messina per tornare in Sicilia. Il rischio di importare nuovi casi positivi ha messo in allarme le autorità dell'isola. 12:34 PM - Mar 23, 2020
Dagospia il 23 marzo 2020. Da “Un giorno da Pecora – Radio1”. “Consiglio a tutti vivamente di stare a casa. Oggi mi ha chiamato mia sorella da Messina e mi ha detto che sono sbarcate non so quante automobili provenienti dal nord: vedo che la gente minchiona resterà sempre minchiona. Almeno restassero tappati dentro le loro case, il problema grosso è che questi vanno in giro”. Così a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, la siciliana Maria Grazia Cucinotta, che oggi è stata ospite della trasmissione condotta da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari.
Massimo Mastronardo: Mi chiedevo guardando queste scene nella mia Messina dove minchia sia lo stato che della mia terra e della mia città in particolare se n'è sempre fottuta. Noi non siamo merde o colonia, siamo esseri umani con una dignità. Ce ne sarebbero minchia da dire ...
Da leggo.it il 23 marzo 2020. Nonostante si sappia e si dica ormai da settimane che il coronavirus è una pandemia e un'emergenza sanitaria e che la scelta migliore per tutti sia restare a casa in autoisolamento, continua l'insensato esodo dal Nord al Sud, che già in questi giorni ha portato ad un aumento esponenziale dei contagi in regioni come Puglia e Campania. Il governatore siciliano Nello Musumeci ha espresso la sua preoccupazione su Facebook, così come sui social in tanti, tra i siciliani, si sono indignati: «Mi segnalano appena adesso che a #Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate. Non è possibile e non accetto che questo accada», scrive Musumeci. «Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente - scrive ancora - C’è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce. Pretendo che quell’ordine venga rispettato e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza. Il governo nazionale intervenga perché noi siciliani non siamo carne da macello!». «Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto - ha aggiunto in un altro post - Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, SOLO i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. BASTA. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno». Era stato il segretario generale del sindacato Orsa, Mariano Massaro, a denunciare la fuga di massa verso la Sicilia dopo l'ultimo decreto del premier Conte. «In coincidenza con l'annuncio del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ieri sera si è registrato un consistente quanto pericoloso afflusso di auto all'imbarcadero di Villa San Giovanni sui traghetti privati per Messina», afferma Massaro. «Stiamo parlando di numeri importanti, centinaia di automobili in marcia verso la Sicilia che secondo i molteplici i decreti del governo centrale e le ordinanze del presidente della Regione, dovrebbe essere abbondantemente blindata». «Visto lo stato di assoluta emergenza e il pericolo cui è esposta giornalmente la Regione Sicilia - prosegue il sindacalista - con i sistematici 'rientri' che, in barba ai Decreti e alle Ordinanze, non si sono mai interrotti, il Presidente della Regione, nelle more dell'invocato intervento del Governo Nazionale, avrebbe dovuto utilizzare in tempo reale tutti i poteri di cui dispone per impedire l'ennesimo afflusso che espone l'isola al contagio di massa da Covid 19». «Altresì criticabile la gestione del Governo centrale che ha annunciato il Dpcm del 22 marzo con largo anticipo rispetto all'effettiva entrata in vigore innescando, per la seconda volta, il fuggi, fuggi generale da nord verso sud. Nell'attuale condizione di emergenza che attiva fisiologiche emotività nella popolazione, ai confini col panico di massa, prima di annunciare il dettaglio dei decreti restrittivi - conclude Massaro - bisognerebbe attendere l'entrata in vigore».
Gianni Santucci per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2020. «Sono stato ricoverato per un intervento. Sono appena uscito dall' ospedale. Devo tornare a casa». «Ha i certificati?», chiede il poliziotto della Polfer. L' uomo mostra la documentazione. Residenza in Campania, dimissioni dal reparto. Pochi minuti per incrociare i dati. «Prego, può andare. Buon viaggio». Sono da poco passate le 16 di ieri, il decreto del governo che limita ancor più gli spostamenti è appena stato diramato. E gli agenti e i funzionari della Polizia ferroviaria sono in testa ai binari dove stanno per partire i treni più «critici», i due «Frecciarossa» per Napoli e Salerno delle 16.40 e delle 17.10. Per quei due treni ci sono oltre 170 prenotazioni, passeggeri che hanno comprato il biglietto e che in quel momento devono comprovare le reali esigenze per le quali possono uscire da Milano. Alla fine, su 170, partiranno meno di 50 persone. Non sono numeri da «esodo», non c' è la folla in ansia che si riversò in stazione l' 8 marzo, quando si diffuse l' informazione dei primi divieti di uscita dalla Lombardia. Anche perché ormai i treni che viaggiano sono pochissimi, e anche i controlli della Polfer, che all' inizio verificavano 5/6 mila autocertificazioni al giorno, sono molto calati proprio per assenza di viaggiatori. Dunque, ieri pomeriggio: niente calca, nessun caos, qualche pianto, delusione diffusa, per malafede (furbizie scoperte) o reale ignoranza (qualcuno sosteneva di avere comunque buone ragioni per la «fuga da Milano»). Di fatto, circa 120 passeggeri hanno preso le valigie e sono tornati a casa. Un ragazzo, oltre il trolley, è uscito in serata dalla stazione Centrale con una denuncia per danneggiamento. Sosteneva di essere stato licenziato e di non aver più un alloggio a Milano, ma gli agenti hanno verificato che la struttura che lo ospitava aveva un posto riservato fino al 10 aprile prossimo. Il ragazzo ha urlato, ha sbraitato, s' è agitato, alla fine ha spaccato una colonnina dell'impianto antincendio. Alcuni professionisti sono stati respinti e hanno reagito con aria da «lei non sa chi sono io», o con (traballanti) argomentazioni giuridiche che provavano a insinuarsi in ipotetiche carenze del decreto appena firmato. Respinti. Argomentazioni ricorrenti tra chi non è riuscito a partire: «Devo andare a trovare i miei genitori anziani», «ho finito di studiare e devo tornare a casa», «mia madre vive da sola e voglio starle vicino», «qui a Milano in questa situazione non ci voglio più stare». Verifiche sui movimenti che andranno a sommarsi alla massa di controlli di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza (coordinati dalla prefettura): sabato, su tutta la provincia di Milano, sono state fermate per verifica 7.246 persone (oltre 430 sono state denunciate). Tra chi invece ieri ha potuto legittimamente lasciare la città, c' è stato anche chi ha perso il lavoro, come il ragazzo che intorno alle 17 spiega al poliziotto: «Mi è scaduto il contratto, non me lo hanno rinnovato, qui non ho più un' occupazione, né una casa, e dunque me ne torno nella mia città». Rapido accertamento. Il contratto esisteva e davvero era scaduto. «Può andare». Via dall' epicentro dell' epidemia, su un treno semi-deserto.
Coronavirus, code di ore verso la Sicilia. Il sindaco di Messina in vestaglia su Facebook: «È una vergogna, blocco tutto». Pubblicato lunedì, 23 marzo 2020 su Corriere.it da Felice Cavallaro. È comparso su Facebook con la faccia assonnata di chi non ha dormito, la vestaglia e il bordo del pigiama visibili nel primo piano lanciato, con qualche epiteto, contro il governo e i suoi ministri «per non avere bloccato la nuova ondata, la nuova fuga da Nord a Sud registrata da domenica sera sullo Stretto». E lui, l’estroverso ma seguito sindaco di Messina, Cateno De Luca, tuona contro i mancati controlli attaccando prefetti e questori di Reggio Calabria e della sua città. Minacciando una nuova ordinanza per il blocco dei traghetti, in assenza di rigide verifiche: «Io stasera blocco tutto, vado in banchina e blocco la nave. Mi appello a Musumeci perché venga con me. Stasera mi faccio arrestare...». È un vulcano in piena De Luca davanti alle immagini del nuovo esodo registrato nella notte con centinaia di auto agli imbarcaderi, come fossero foto scattate alla vigilia di Ferragosto. Tanti devono essere partiti nella notte di sabato, dopo l’annuncio del premier Giuseppe Conte sulla nuova stretta e sul nuovo decreto. Alla stazione centrale di Milano domenica sera c’era chi piangeva, senza potere prendere i treni del Sud, fermati da soldati e agenti di polizia. Ma alla stessa ora chi s’era messo in macchina nella notte stava già a casa nelle regioni del Sud o in coda a Villa San Giovanni. C’era pure qualche auto stipata di passeggeri con il portabagagli sul tettuccio stipato di valigie e roba casalinga. «Un esodo che è una vergogna», come dice non solo De Luca. Lo stesso presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, nella notte ha postato le foto delle macchine attesa, sconvolto: «Non siamo carne da macello...». Ovvio il riferimento al rischio contagio. Come è avvenuto in due precedenti casi con lavoratori e studenti precipitatisi verso Sud con ogni mezzo subito dopo i decreti notturni del governo. Un fenomeno denunciato con indignazione per i mancati controlli dal governatore della Puglia Michele Emiliano e da Musumeci che, dal canto suo, ha richiamato in questi giorni l’articolo 31 dello Statuto autonomo, norma che gli affida virtualmente il coordinamento dei poteri di polizia. Virtualmente perché mai adottato dal 1946. Ma adesso invocato lungo la prateria del web e dei social. Con Musumeci che ha poi preferito sollecitare l’intervento (e il coordinamento) dei prefetti. Come ha fatto in mattinata contribuendo a ridimensionare in parte la tensione, dopo l’assicurazione di questori e prefetti di arginare l’esodo consentendo sullo Stretto il passaggio solo ai lavoratori pendolari. L’allarme generale è giustificato dal fatto che molti dei lavoratori e degli studenti rientrati la scorsa settimana a migliaia in Sicilia hanno finito per trasformarsi in un grave veicolo di infezione. Un timore manifestato già a fine febbraio da Musumeci quando, inascoltato, invitava a bloccare turisti e migranti. Il peggio è accaduto per esempio la scorsa settimana a Villafrati, due passi da Palermo, dove una ragazza appena rientrata da Milano è andata a salutare il nonno ospitato in una residenza sanitaria assistita, ignara del disastro provocato. Infettato il nonno e tanti altri anziani. Tutti in quarantena. O trasferiti nel cosiddetti Covid Hospital, come quello appena attivato a Partinico, a pochi chilometri dall’aeroporto di Palermo. Dove si cerca di tamponare un’emergenza che nel Sud rischia di non potere essere arginata, se non si rispettano gli stessi decreti del governo. Felice Cavallaro
Testo di Marilena Vinci, giornalista di ''Stasera Italia'' il 25 marzo 2020. A Messina non si sbarca. Il Sindaco Cateno De Luca è irremovibile. La città è già stata esposta al pericolo Coronavirus da un gruppo di cittadini e la cosa non dovrà ripetersi. Dalle Dolomiti allo Stretto. Il Covid 19 viaggia velocemente in tutto il mondo ma i focolai, scoppiati tutti contemporaneamente a Messina, arriverebbero in larga parte da Madonna di Campiglio, dove in 116 sono stati in settimana bianca tra il 29 febbraio e il 7 marzo, poco prima che tutta Italia fosse messa in quarantena. Nello stesso periodo in cui molti lombardi si erano riversati sulle piste da sci. Della nutrita comitiva, composta da professionisti (avvocati, commercialisti, medici, notai) in 35 non si sono denunciati né messi in autoisolamento al rientro. Una misura indispensabile dato che il 7 marzo, il sabato in cui il governo chiudeva la Lombardia, hanno preso un aereo da Bergamo per rientrare a Messina. Dieci di questi vacanzieri sono positivi al Coronavirus, incluso un medico anestesista che al suo rientro in Sicilia ha continuato a prestare servizio in ospedale e fare visite diffondendo così il virus all’interno del Policlinico e in un centro diagnostico in provincia. Il medico, attualmente ricoverato in terapia intensiva, ha partecipato ad un intervento chirurgico di tracheotomia e il Covid 19 ha iniziato così a circolare. Ad oggi risultano positivi oltre una decina di pazienti e tre operatori sanitari. Chiuso il centro diagnostico del comune di S. Teresa Riva in cui ha prestato servizio. L’anestesista in questione non è però l’unico a non aver interrotto la sua attività professionale né cambiato le sue abitudini al rientro da Madonna di Campiglio, nonostante le ordinanze restrittive che gli avrebbero imposto l’autoisolamento per 15 giorni. Secondo quanto denunciato da più fonti, c’è anche un dentista che ha proseguito la sua attività al rientro dalla vacanza. L’ASP di Messina sta effettuando accertamenti anche su un medico anestesista in servizio presso l’Ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, che si sarebbe rifiutato di sottoporsi al tampone al rientro da Madonna di Campiglio. E poi ci sono tutti gli altri del gruppo. Tra attività lavorative, partite a tennis, passeggiate, shopping, negli ultimi giorni pre quarantena dell’Italia, l’irresponsabilità di un nutrito gruppo di persone ha dilagato, come denuncia veementemente anche il sindaco Cateno De Luca. Il Covid 19 ha iniziato a circolare nella città dello stretto. Ad oggi si contano 133 casi ma al Policlinico un centinaio sono in attesa di fare il tampone. In questo momento sono tre i focolai in città: il Centro Irccs Neurolesi Bonino Pulejo (anche qui la causa del contagio sarebbe un medico di rientro dalla settimana bianca), la casa di cura Cristo Re e la casa per anziani “Come d’incanto” dove ieri si è registrato il primo decesso e in venti sono positivi. Dopo la veemente denuncia del Sindaco De Luca che avrebbe voluto diffondere i nomi dei vacanzieri che non hanno rispettato la quarantena, sulla vicenda indaga la Procura di Messina ma intanto in città cresce l’indignazione nei confronti di chi con leggerezza ha messo a rischio i cittadini invece di proteggerli. Fonti interne denunciano anche la storia di un primario di cardiologia salito a Milano in macchina lo scorso sabato (poco prima dell’ulteriore stretta con divieto di spostamento dal proprio comune di residenza) per far partorire la figlia. “Ha lasciato il lavoro in piena emergenza e non potrà rientrare in Sicilia per i nuovi provvedimenti restrittivi. – ci dice preferendo mantenere l’anonimato - Ha ragione il sindaco De Luca quando accusa che non ci sono controlli”. A questa situazione si aggiunge la scarsa gestione dell'emergenza Covid 19 da parte dell'ASP di Messina, come accusa il sindacato autonomo Fiadel che denuncia preoccupazione sia per la situazione della casa di riposo che per la casa di cura. Carenza di tamponi e ritardo nell'effettuarli anche in pazienti che manifestano sintomi, mancata sanificazione degli ambienti e di adeguate misure di sicurezza e prevenzione stanno mettendo a rischio anche gli operatori sanitari. "Siamo in possesso di prove che documentano come nella casa di cura Cristo Re si imponga al personale di lavorare nonostante da parte dell’ASP 5 ci sia la disposizione di stare in quarantena e senza adeguate misure di prevenzione e sicurezza, perché i responsabili della struttura sanitaria affermano che la quarantena vale per tutti tranne che per gli operatori. È assurdo: la sanità che dovrebbe tutelare, diventa il veicolo per infezione”.
Valentina Raffa per “il Giornale” il 25 marzo 2020. Sicilia nel caos degli arrivi indiscriminati. Ora è stato istituito il blocco di accesso, ma prima? Un sacco di persone hanno fatto rientro a casa, rischiando di contagiare familiari e amici, e in alcuni casi è accaduto. La gente è spaventata. È furiosa con chi governa e non ha vigilato per contenere il contagio. E ce l' ha, ovviamente, con i tanti incoscienti che, in barba alle raccomandazioni e all' assunzione di responsabilità, hanno messo a repentaglio la vita di tutti. Sono ben 40mila quelli che, dopo il rientro al Sud, si sono registrati sul portale della Regione siciliana, e a questi va aggiunto il sommerso. Si decide (incoscientemente) di voler tornare in Sicilia, ci si imbarca sul primo mezzo disponibile e la cosa è fatta. Basti pensare al caso emblematico di una signora malata di coronavirus che è partita dall' aeroporto di Milano, ha fatto scalo a Roma e ha preso il Roma-Catania, poi è rientrata in taxi a casa a Modica (Ragusa). Nessun controllo. Ora è ricoverata all' ospedale Maggiore, eletto a Covid Hospital, anche se, stando alla denuncia del sindaco della città, Ignazio Abbate, «mancano presidi medici». «Le mascherine sono più che razionalizzate o costruite artigianalmente, guanti, camici, tute, insomma il minimo equipaggiamento necessario dice - diventa un lusso, un miraggio». La signora sarà denunciata per attentato alla salute pubblica. E non è l' unico caso: la caposala all' ospedale di Modica è indagata per epidemia colposa. L' inchiesta, aperta dal procuratore capo di Ragusa Fabio D' Anna, è volta a chiarire se la donna abbia o meno manifestato sintomi sospetti mentre era in servizio. Il 19 marzo, scoperta la positività al coronavirus della donna, l' Asp ha chiuso il laboratorio analisi del nosocomio per sanificare gli ambienti. Molti dei contagi registrati sono legati ai casi di rientro. A Villafrati sono 62 gli ospiti di una struttura di riposo contagiati dalla parente di un anziano rientrata dal Nord. Villafrati si aggiunge alla lista dei Comuni zona rossa: Agira (Enna) e Salemi (Trapani). Qui fino al 15 aprile ci sarà il divieto di entrata e uscita dal territorio e la sospensione di ogni attività ad eccezione dei servizi essenziali e di pubblica utilità. A combattere la battaglia per chiedere controlli serrati sugli automobilisti, il sindaco di Messina, Cateno De Luca, che il 23 sera e pure ieri era all' imbarco ed è salito sul traghetto diretto a Villa San Giovanni per monitorare la situazione. Il governatore Nello Musumeci fa sapere di avere potenziato i controlli: «Fino a domenica erano centinaia le persone che entravano in Sicilia senza titolo perché il governo nazionale non aveva predisposto la barriera. Ho fatto la nota di protesta al ministro dell' Interno che ha collocato 85 uomini in divisa a Villa San Giovanni, perché bisogna gridare per avere i propri diritti in questa terra». E il blocco ora sta funzionando: un centinaio di persone, a bordo di 44 automobili, è bloccato a Villa San Giovanni. È stato attivato un presidio sull' autostrada A2 per il controllo delle auto dirette in direzione sud verso gli imbarchi di Villa San Giovanni. Stimando dai 4.500 ai 7mila contagi, in Sicilia si lavora per realizzare le unità di terapia intensiva. «Più di 200 sono operative - dice Razza - e di queste 60 occupate. Ma cerchiamo di dedicare oltre 500 posti ai pazienti Covid. La protezione civile ci ha consegnato i primi 13 ventilatori, ma siamo al lavoro per poter dotare tutte le unità». Si contano 799 casi positivi (+118 rispetto a ieri), 27 guariti, 337 ricoverati e 20 deceduti.
Da leggo.it il 25 marzo 2020. «È una situazione surreale. Io e mio marito siamo sbarcati dalla nave da crociera Costa Pacifica, dove abbiamo lavorato per sei mesi, e stiamo cercando di raggiungere la nostra casa in Sicilia. La polizia ferroviaria ci ha permesso di partire da Roma con la nostra autocertificazione, ma in Calabria siamo stati bloccati perché la Sicilia è chiusa». È il racconto disperato di Gianna che, con il marito, un collega della Costa Crociere, e altre dieci persone, è ferma dalle 14 in una saletta della stazione di Villa San Giovanni. «Da ore siamo al freddo, ammassati in uno spazio ristretto, senza alcun rispetto delle distanze di sicurezza o dispositivo per proteggerci. Hanno chiuso anche i bagni fino a domani mattina. Siamo partiti sani e rischiamo di arrivare ammalati. Noi vogliamo soltanto raggiungere la nostra unica casa, non abbiamo altri posti dove andare», dice all'ANSA Gianna. Le tredici persone sono state denunciate per non avere rispettato il decreto che impedisce gli spostamenti sul territorio nazionale. La situazione, almeno in parte, sembrerebbe calmarsi. E' la governatrice Iole Santelli a dirlo: «Si risolve parzialmente con l'imbarco di donne, alcune in gravidanza, bambini e persone anziane la situazione di Villa San Giovanni. Sono lieta che, dopo un pomeriggio di interventi con il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e il collega della Regione Siciliana, Lello Musumeci, si sia arrivati alla messa in sicurezza delle persone più fragili». Alle altre persone rimaste nella saletta della Stazione di Villa San Giovanni, sarebbero state prospettate due possibilità: trasferirsi subito in un hotel dover rimanere 14 giorni in autoisolamento o trascorrere tutta la notte nella saletta in attesa delle decisioni delle autorità.
Coronavirus, Valerio e il rientro in Sicilia: “Bloccato agli imbarchi, dormo in macchina”. Le Iene News il 25 marzo 2020. Come Valerio sono tanti i lavoratori che, una volta chiusa l’azienda per cui lavorano, si sono trovati senza un posto dove dormire. Unica opzione: tornare a casa. Eppure per giorni sono rimasti bloccati in un piazzale e Valerio si è pure beccato la denuncia. “Sono due notti che dormo in macchina, bloccato in questo parcheggio nonostante la Regione Sicilia, prima di partire, mi avesse confermato che potevo a tornare a casa mia”. Quella di Valerio Cipolla è un’odissea che non riguarda soltanto lui, ma tanti altri lavoratori nella sua situazione in questi giorni di decreti, ordinanze e conferenze stampa in cui le regole cambiano molto rapidamente. Come ci racconta nel video che potete vedere qui sopra per più di 50 ore Valerio e alcuni suoi colleghi sono rimasti bloccati in un parcheggio di piazzale Anas di Villa San Giovanni (Calabria). Dopo giorni difficili in cui ha dormito in macchina, alla fine lo hanno fatto imbarcare nella tarda sera di mercoledì 25 marzo ed è arrivato a Palermo terminando questa odissea. E pensare che lunedì 23 era già in fila all’imbarco per prendere il traghetto che lo avrebbe condotto a casa, in Sicilia, quando qualcosa è andato storto. Ma andiamo con ordine. Il 22 marzo un’ordinanza del Ministero della salute stabilisce che per contenere il contagio del coronavirus è vietato alle persone di spostarsi in un “comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”. Un provvedimento confermato nel decreto del 22 marzo e in vigore dal 23 marzo. In sostanza, a differenza di quanto era stato stabilito nel decreto del 10 marzo, alle persone non è garantito il rientro al proprio domicilio: dove si è si resta. Una norma attuata per evitare un altro esodo, dopo la chiusura di nuove attività commerciali, come quello che si era appunto verificato dopo l’8 marzo. Peccato che siano in tanti i lavoratori come Valerio che si sono trovati senza un posto dove dormire, una volta chiusa l’azienda per cui lavora. Valerio, per non sbagliare, decide di chiedere alla regione se può rientrare a casa sua, a Palermo, dal momento che non ha più un alloggio nel posto in cui lavora a San Benedetto del Tronto, nelle Marche. “Io già da qualche giorno sapevo che mi sarebbe scaduto il contratto d’alloggio perché la mia azienda stava chiudendo e così il 18 marzo ho scritto alla regione per sapere se potevo tornare a casa, non avendo altro posto dove andare. Mi hanno detto di sì. Per non trovarmi in brutte situazioni il 22, ovvero il giorno in cui la mia azienda ha chiuso e non avevo più dove dormire ho richiamato la regione, che per telefono mi ha di nuovo confermato che potevo tornare in Sicilia, dove ho la residenza. Insomma avevo tutte le carte in regola”. E in un primo momento infatti tutto sembra andare liscio, nonostante i vari controlli che Valerio trova durante il viaggio da San Benedetto del Tronto fino a Villa San Giovanni dove avrebbe dovuto prendere il traghetto: “Ci hanno fermato più volte per i controlli della polizia e ci hanno sempre fatto passare”, racconta Valerio. “Mi hanno fatto controlli pure lunedì 23 alle 3 di notte, quindi quando il decreto era già in vigore, mentre ero più o meno vicino Napoli. Avevo l’autocertificazione, in cui dicevo che mi spostavo da comune a comune per fine lavoro e ci hanno fatto passare”. “Lunedì 23 all’alba arriviamo all’imbarco dei traghetti, eravamo la terza macchina, ma hanno fatto passare solo la prima e da lì hanno bloccato tutto”. Valerio, insieme a molti altri, viene fatto spostare nel parcheggio della stazione ferroviaria. Ci racconta che lui e i suoi colleghi vengono denunciati per violazione del decreto: “Dicevano che non potevo spostarmi da comune a comune”. Da lunedì pomeriggio a mercoledì sera Valerio è rimasto in quel parcheggio. “Abbiamo dormito nel furgone per due notti. Siamo letteralmente bloccati qui”, ci racconta. “Per i bisogni usiamo il gabinetto delle ferrovie, per mangiare il comune di Villa ci ha passato qualche alimento ma è davvero poco e non sappiamo più come fare. Ieri pomeriggio ci hanno comunicato che la regione non avrebbe più fatto entrare nessuno". Nel frattempo nella scorsa notte circa 150 persone sono state autorizzate a imbarcarsi, per ragioni di sicurezza. Per gli altri siciliani bloccati è stata predisposta la quarantena in un albergo a Reggio Calabria, ma alcuni di loro chiedono di poter arrivare al comune di residenza, in Sicilia. "Noi stiamo ancora aspettando e protestando per avere una risposta", dice Valerio. "Io mi sono denunciato per andare a fare la quarantena a casa mia, e invece mi hanno bloccato in questo piazzale. Io non avevo alternative, non avevo un posto dove stare nelle Marche, dove la facevo la quarantena?". Già, perché il paradosso è che Valerio e gli altri lavoratori nella sua situazione non avevano alternative, se non tornare a casa loro.
Coronavirus, Calabria. Tutti i focolai arrivano dal Nord: Lombardia, Emilia, Veneto e Trentino. Da Iacchite il 23 Marzo 2020. Quando è passato quasi un mese dal primo, scellerato esodo dal Nord verso il Sud avvenuto tra il 22 e il 24 febbraio e quando sono passati 15 giorni dal secondo, altrettanto scellerato, fuggi fuggi avvenuto tra il 7 e l’8 marzo, si può affermare senza possibilità di equivoci che in Calabria siamo davanti ad una situazione ormai abbastanza cristallizzata. Tutti i focolai attivi in Calabria sono stati alimentati da persone provenienti dal Nord, che sono arrivate a destinazione con aerei, treni e bus e purtroppo hanno diffuso il contagio: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Trentino Alto Adige sono le regioni dalle quali sono arrivati i soggetti che hanno innescato tutti i 273 casi positivi ufficializzati dalle autorità. E possiamo tranquillamente affermare che ci è andata benissimo, visto quello che sta accadendo altrove. Nonostante l’incapacità e la totale inerzia della Regione, che solo quando TUTTI (ma proprio tutti) i buoi sono scappati dalla stalla, ha dato vita alla colpevolmente tardiva, inutile e grottesca ordinanza di chiusura degli ingressi e delle uscite dalla Calabria.
I QUATTRO FOCOLAI DELLA PROVINCIA DI COSENZA. Quattro focolai principali sono attivi in provincia di Cosenza: i più “numerosi” sono quelli dello Jonio (14 casi, di cui 11 a Corigliano-Rossano e 3 a Cariati) e del Tirreno (11 casi tra San Lucido, Paola, Fuscaldo, Cetraro, Belvedere e Santa Maria del Cedro). Poi c’è la polveriera del Savuto, con 10 casi tra Rogliano e Santo Stefano di Rogliano e infine i fociali minori della Valle dell’Esaro e di Cosenza, con 6 casi complessivi.
Il “paziente 1” dello Jonio è un 78enne di Corigliano-Rossano, che dopo aver partecipato ad un funerale a Mirto Crosia, al quale erano presenti alcuni soggetti provenienti dalla Lombardia, ha infettato una vicina di casa (una 65enne tuttora ricoverata in Rianimazione a Cosenza), una parente di quest’ultima e un altro suo parente per un totale di 4 casi. Un altro focolaio è stato portato dalla consigliera comunale proveniente da una settimana bianca nel Trentino Alto Adige. Il “paziente 1” del Tirreno è un dializzato di Cetraro rientrato il 23 febbraio da Casalpusterlengo, nel cuore della zona rossa della Lombardia ma sostanzialmente il contagio vero e proprio è arrivato da San Lucido, dove un soggetto proveniente da Bergamo, vicinissimo all’entourage di Jole Santelli, ha innescato una maledetta catena di paura infettando sei persone, una delle quali purtroppo è deceduta ieri. Deceduto anche un paziente di Paola che era stato contagiato, secondo quanto si è appreso, da un nipote proveniente dalla Lombardia con il quale aveva avuto contatti.
Quanto alla polveriera del Savuto, il primo focolaio è stato alimentato dal paziente 68enne di Rogliano, titolare di un autolavaggio, che organizza anche gite con i pullman, proveniente dal Veneto e rimasto infettato. Per fortuna, da questo caso non ne sono nati altri. Non è stato così, invece, con una coppia di coniugi sulla sessantina, che hanno avuto contatti con una familiare proveniente dall’Emilia Romagna e adesso sono ricoverati a Cosenza. I contatti sono stati estesi successivamente addirittura al sindaco stesso di Rogliano (ufficialmente contagiato e ricoverato) e ad un suo collaboratore, l’assessore alla Cultura, in attesa dell’esito del tampone. Gli altri casi ci portano a Santo Stefano di Rogliano, dove un militare 25enne in servizio a Cosenza – anche lui dopo aver avuto contatti con una persona proveniente dal Nord – ha contagiato il padre, la moglie, la figlia di 14 mesi e anche suocero e suocera, residenti a Terranova da Sibari. Nel Savuto, dunque, siamo a 10 casi conclamati. Anche il “paziente 1” della Valle dell’Esaro, l’informatore scientifico 65enne di Tarsia ma residente a Rende, deceduto nei giorni scorsi, è stato contagiato da un soggetto proveniente dal Nord. Secondo molte testimonianze provenienti da Tarsia, l’informatore scientifico e la moglie dopo il 21 febbraio, giorno ufficiale di inizio dell’emergenza virus, sarebbero stati a contatto con il fratello della moglie, che sarebbe arrivato a Tarsia da Bergamo senza avvisare le autorità sanitarie. Il soggetto sarebbe stato non solo a contatto con i suoi familiari ma anche in alcuni locali pubblici, finché qualcuno non ha informato i carabinieri, che gli avrebbero intimato di non uscire da casa e di chiamare il medico per recarsi a fare il tampone, perché proveniva dalla zona rossa. Infine, sarebbe tornato al Nord. Sempre dalla Valle dell’Esaro parte poi il focolaio che porta anche a Cosenza. Ad innescarlo è un sindacalista della Uil, originario di San Marco Argentano, che spesso vola in Veneto per la sua attività nella Uil-Temp, che organizza, rappresenta e tutela le lavoratrici e i lavoratori in somministrazione, i lavoratori parasubordinati quali collaboratori coordinati e continuativi, collaboratori a progetto, e le nuove figure professionali (lavoratori con partita IVA). Il primo ad essere contagiato è un collega della Uil, che di mestiere fa il vigile del fuoco e manda in crisi tutta la caserma di viale della Repubblica a Cosenza, costretta a mettersi in quarantena. Successivamente si sente male anche un loro amico, un ingegnere 47enne cosentino, costretto al ricovero qualche giorno fa.
IL FOCOLAIO DI MONTEBELLO JONICO. Nella provincia di Reggio Calabria sono morte tre persone. La prima era di Montebello Jonico: era un dipendente comunale deceduto all’ospedale di Melito Porto Salvo per le conseguenze di un infarto ma risultato positivo al tampone dopo il decesso, avvenuto dunque anche per il virus. Quanto basta per far scattare responsabilmente l’allarme. Sì, perché pochi giorni prima era risultato positivo un camionista di 39 anni, di Montebello Jonico, che proveniva da un viaggio al Nord (pare dalla Lombardia) e lo stesso sindaco della cittadina, Ugo Suraci. Di conseguenza, Montebello è stato il primo comune calabrese ad essere considerato “zoma rossa”. Per il resto, a Reggio trapelano pochi particolari sui contagiati anche se ci sono una ventina di ricoverati (tre dei quali in Rianimazione) al Grande Ospedale Metropolitano.
CALABRIA CENTRALE: IL FOCOLAIO DI CUTRO. Nella Calabria centrale la provincia dalla quale sono emersi più casi è quella di Crotone, nel cui ospedale è morto un paziente di 65 anni. Ed è Cutro il comune della provincia di Crotone che desta maggiori preoccupazioni per la diffusione del contagio e non a caso l’altro ieri, prima ancora della grottesca “chiusura generale” della Calabria decisa dalla Regione, era già arrivata l’ordinanza per Cutro. L’analisi epidemiologica dei contagi finora riscontrati nel Crotonese rivela che proprio a Cutro, dove si registra il più alto numero di persone rientrate dal Nord Italia, soprattutto dall’Emilia-Romagna, che si sono autodenunciate, si troverebbe un focolaio del virus. Non è un mistero che in questi ultimi giorni si sia registrata un’impennata improvvisa dei casi positivi a Crotone e provincia. Riguardo alla provenienza dei contagiati, Cutro ha un ruolo centrale. Tra i pazienti contagiati ci sarebbero infatti quattro operai di un consorzio pubblico forse infettati da uno dei primi pazienti positivi, anche in questo caso riconducibile a Cutro. A Catanzaro, il “paziente 1” è un 67enne tornato (sembra da solo) da un viaggio a Peschiera del Garda, che ha contagiato la moglie nei primi giorni dell’emergenza. Per fortuna, i casi sono rimasti circoscritti mentre ha creato molta più apprensione il focolaio innescato da un paziente dializzato al Pugliese, che ha determinato il contagio di un medico, di altri tre dializzati e di 7 infermieri, per fortuna tutti in buone condizioni. Ricoverata in Rianimazione invece una donna di Cropani. Il sindaco di Cropani Raffaele Mercurio, a proposito della paziente di Cropani ha detto in un video su Fb qualche giorno fa: “Il soggetto in questione è arrivata a Cropani Marina quando ancora non era prevista la quarantena volontaria. Nel frattempo, esattamente l’8 Marzo scorso, sono cambiate le norme che hanno previsto la quarantena volontaria per tutti coloro i quali arrivavano dalle cosiddette zone rosse (tra cui il soggetto che è arrivato dalla Lombardia). Il soggetto correttamente il 9 Marzo ha seguito la prassi e si è messa in quarantena volontaria, malgrado ciò ha contratto il virus. Ora ribadisco: tutti coloro i quali sono entrati in stretto contatto con il soggetto, e per contatto s’intende averci parlato per oltre 10 minuti non mantenendo la distanza minima di sicurezza (1 metro) e magari avendolo abbracciato baciato ecc…, sono tenuti a mettersi in quarantena volontaria. Detto ciò è bene precisare che mai come in questo momento non serve nessuna caccia alle streghe…”. Quanto alla situazione di Vibo Valentia, si può dire che è la provincia che desta meno preoccupazioni, anche se proprio in questi ultimi due giorni sono emersi 4 casi positivi a Serra San Bruno che stanno creando un po’ di apprensione. Precedentemente, erano state le frazioni vibonesi di Longobardi e Piscopio a registrare alcuni casi. In particolare, quelli di una coppia di coniugi rientrata da un viaggio nel Pavese, tuttora ricoverati al Pugliese di Catanzaro.
Coronavirus, De Luca al Governo: "Ora basta con i rientri dal Nord". Redazione IrpiniaPost il 21/03/2020. “Ho rivolto un invito al Governo affinché vengano assunte misure drastiche per evitare o controllare l’arrivo di cittadini da regioni e Paesi in cui il contagio è già elevato. Ho già sottolineato il pericolo eccezionale che può derivare da spostamenti incontrollati che si andrebbero a sommare a quelli delle settimane scorse. Tali flussi renderebbero davvero ingovernabile la situazione in Campania. Attendiamo un confronto di merito urgente con il Governo su questa nuova grave emergenza che si profila”. Così dichiara il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.
Antonio Cassese. Dopo che i buoi sono scappati, mettere il recinto a cosa serve? Bisognava impedire ai treni a lunga percorrenza di partire quella notte!! Purtroppo, siamo in mano a dilettanti.
· Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?
Alessandro Rico per “la Verità” il 16 novembre 2020. È furioso, Tommaso Cerno, giornalista e senatore indipendente: «Siamo l' unico Paese con un governo peggiore del Covid».
Perché?
«Perché ha creato due disastri».
Quali?
«Uno: lasciarci investire completamente dalla pandemia. La prima volta nel modo peggiore possibile. E pure stavolta ci stiamo arrivando: se togli i semafori, il Super Mario bros di Roberto Speranza, siamo come a marzo».
E il secondo disastro?
«Il governo è riuscito a fare peggio della Fornero».
Che c' entra la Fornero?
«C' entra. Hanno creato gli esodati del Covid: milioni di persone che non si sono infettate, ma che hanno perso il lavoro, la casa, le loro attività, il futuro dei loro figli».
Non ci crede ai ristori?
«Elemosina. Un assegno per le bollette. Quindi abbiamo due record».
Cioè?
«Abbiamo avuto sia gli infettati sia i non infettati messi peggio nel mondo».
E il «modello italiano»?
«Quale? Un governo che agisce in virtù della paura e in modo anti scientifico?».
Giuseppe Conte rivendica di aver preso ogni decisione su basi scientifiche.
«Ma basta vedere il dibattito sciagurato tra medici che litigano tra di loro. I medici veri stanno in ospedale e lavorano. E le epidemie si affrontano adottando i provvedimenti che garantiscano le condizioni affinché la vita continui».
Cosa pensa della paura?
«Se non altro, la prima volta eravamo stati tutti sorpresi dall' arrivo del virus. Adesso, il Paese è andato avanti: gli esercenti hanno investito, hanno rispettato le regole, hanno perso un sacco di soldi perché si fidavano del governo...».
E invece?
«E invece spunta il libro del ministro, Perché guariremo, che poi è stato ritirato».
Il libro di Speranza.
«Un libro che andrebbe bruciato in piazza. Il governo s' è ripresentato dicendo: "Abbiamo di nuovo paura e chiudiamo. Ma per farvi capire che siamo migliorati, vi sottoponiamo un videogioco"».
Un videogioco?
«Quello che ha introdotto Speranza, con il placet di Nicola Zingaretti. Che non si capisce se sia segretario del Pd, capo del governo o presidente della Regione».
Aveva giurato che avrebbe lasciato uno dei suoi due incarichi. Ma non ha ancora deciso quale.
«Non ha mai deciso in tutta la sua vita».
Ma torniamo al videogame.
«Io sono in Friuli. La sera prima sono in zona gialla, la mattina dopo mi sveglio in zona arancione. Non si capisce cosa sia successo nel frattempo. Ha deciso Speranza con il suo videogioco, il suo algoritmo».
Uno dei nodi, in effetti, riguarda la pubblicità dei dati.
«Non solo. I parametri vengono combinati in modo tale - per capirci - che il Lazio di Zingaretti diventi rosso solo quando tutti saranno diventati rossi. Nel videogioco, tutti gli schemi vanno avanti, ma gli schemi del Pd vanno più piano. Com' è successo con la Campania».
Be', nel caso della Campania, l' impressione è che, più che le pressioni del Pd, abbiano pesato i diktat di Vincenzo De Luca: se chiudete, mi date i soldi. Ma a Roma sanno che i soldi non ci sono. «E questo è un altro tema ancora. Il governo dovrebbe capire che non è il proprietario di questo Paese. Anche perché non ha la maggioranza da nessuna parte».
In Parlamento?
«S' è visto con il decreto salva Mediaset: per spuntarla, devono ammiccare ad altri partiti. E nel Paese la maggioranza non esiste. Però, si comportano come se l' Italia fosse loro».
Perché, secondo lei?
«Il Pd è abituato all' Unione sovietica di Breznev: tutte le luci si spengono alle 6 e la colpa di ogni male è di chi lavora. Quando guardano fuori dalla finestra e vedono che hanno distrutto l' Italia, sono contenti: si sentono a casa».
Dubita delle limitazioni orarie?
«Non esiste prova scientifica che dimostri che funzionano. Hanno espropriato delle loro speranze di futuro milioni di italiani. Dovrebbero essere chiamati davanti a una corte di giustizia, tipo processo di Norimberga, e restituire ogni centesimo a queste vite rubate».
Addirittura?
«Guardi come usano i testimonial della malattia».
I testimonial?
«È incredibile. Usano i personaggi tv come malati per dire alla gente "state a casa". Il destino degli italiani è in mano al videogame di Speranza, uno che ha paura di esistere. Si dimetta».
Deve dimettersi?
«Sì. E faccia fare il ministro a uno che sappia cos' è la salute e cos' è la malattia. Io non ho mai visto un' epidemia che sparisce perché si chiudono i bar».
C' è stata anche confusione nelle attribuzioni di Stato e Regioni? Il governo si prende i meriti e attribuisce ogni errore ai governatori.
«Per me, il governo sperava che il Covid sparisse con l' estate. Avrebbero potuto cantare vittoria, oggi avremmo le librerie piene di carta straccia».
Ma erano i primi a fare le Cassandre della seconda ondata. Anche se dormivano su scuole, trasporti, terapie intensive e medici.
«Pure mia nonna avrebbe capito che, come ogni influenza, il Covid sarebbe sparito con il caldo e ricomparso con il freddo. Ma un governo che spera che un male faccia il suo bene, è credibile?».
E le Regioni?
«La pandemia è planetaria. Bisognava pretendere che almeno Italia, Francia e Germania sedessero attorno a un tavolo, una volta a settimana, decidendo gli stessi rimborsi e le stesse regole, sia di naturale prudenza, sia di mobilità. Garantendo che le chiusure sarebbero state localizzate laddove ce ne fosse stato un bisogno scientificamente dimostrabile, e che sarebbero stati distribuiti risarcimenti in modo equo. Invece, alla fine di questa tragedia, l' Italia non sarà più rossa».
Tornerà verde?
«Sarà nera. Con un milione di disoccupati, famiglie che non hanno più i soldi per far studiare i figli. Mentre fanno affari i colossi planetari della distribuzione e della tecnologia, che non pagano un euro di tasse in Italia ma stanno togliendo i soldi ai nostri cittadini».
A proposito: il virologo Massimo Galli dice che i regali di Natale dovremo comprarli su internet. Un medico può emettere una sentenza di morte per i piccoli esercenti?
«Abbiamo subito già la dittatura degli economisti - e non serve che spieghi al vostro giornale quali danni ha provocato. Ora c' è la dittatura della scienza sanitaria, che non si rende conto che la vita non è solo salute in senso "universitario", ma anche prospettiva del futuro».
Il Natale «è spiritualità», dice Giuseppe Conte, «in tanti non viene bene».
«E invece un Natale passato in famiglia può salvare la vita a tanti anziani di questo Paese, che si sentono abbandonati, molto più che la mascherina».
Da dove arriva il fallimento politico del governo giallorosso?
«La parte migliore della sinistra, quella progressista, e la parte legalista dei 5 stelle, potevano dare sicuramente miglior prova di sé. Però è andata diversamente».
Ovvero?
«Zingaretti, intuendo che questo tipo di governo poteva cambiare l' Italia, non l' ha voluto fare. Allora Dario Franceschini gli ha detto: non ti preoccupare, faremo il solito governaccio con gli amici di Renzi, gli amici miei, gli amici di Orlando, e allora Zingaretti s' è convinto».
Domenico Arcuri: «Chi critica dal divano non è onesto».
«Deve aver studiato tantissimo, per esser stato un esperto di Bagnoli, poi di Covid, poi di mascherine, poi di banchi, ora di vaccini. E comunque, se sto sul divano, è perché loro mi hanno messo ai domiciliari senza mandato di un magistrato».
La sua critica è uguale e contraria a quella di De Luca: entrambi ritenete che il governo debba saltare, ma lui lo pensa perché voleva chiudere tutto molto prima. «De Luca aveva un fine elettorale. Io coltivo il dissenso. Il problema di questo momento è il pensiero unico, veicolato dalla paura, che viene usata contro le persone più deboli affinché pensino come pensa Speranza. Io, pur di non pensare come pensa Speranza, mi ribello».
Non che all' estero abbiano brillato. Il Belgio s' è inventato il «compagno di coccole».
«Ogni Paese ha la sua indole. E ogni Paese ha dato il peggio. Solo che il peggio del Belgio sono il libertinaggio e il "compagno di coccole". Il nostro peggio è l' ammuina».
Ossia?
«Anziché ideare provvedimenti per far vivere i sani e curare i malati, facciamo morire sia i sani sia i malati. E ancora devono arrivare le inchieste della magistratura».
Comunque, il disastro è compiuto. Ora che si dovrebbe fare?
«Io spero che stavolta un' entità superiore, magari più in alto dell' Europa, esautori questo governo fanatico e gli impedisca di distruggere le vite dei cittadini. Prima che finiamo divorati dai creatori della pandemia, ci vengano gli occhi a mandorla e cominciamo a parlare strano. Se non avessimo avuto il governo nazionale, ma solo le Regioni, avremmo fatto di meglio».
A che «entità» si riferisce?
«Qualsiasi. La Nato, l' Onu Leggano seriamente i dati scientifici e trovino una formula di convivenza con questa malattia, capace di riconoscere che la vita non è solo evitare la febbre o la morte, ma è anche avere un domani. Perché se non ho un domani, sono malato lo stesso».
Non l' Oms, la prego.
«No, dev' essere un organismo politico, che però guardi il mondo da più in alto dei semafori di Conte e Speranza. Anzi, ne approfitto per chiedere una cosa alla Verità».
Prego.
«Organizzate una lettura pubblica del suo libro. Con annesso falò».
Ma lei ce l' ha carica con quel libro!
«Non sarebbe possibile riconvertirlo, in modo da fabbricare delle mascherine?».
Completamente a metà. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 7 novembre 2020. Il Tar di Bari ha bloccato l’ordinanza regionale che chiude le scuole, considerando prioritario il diritto allo studio....Il Tar di Bari ha bloccato l’ordinanza regionale che chiude le scuole, considerando prioritario il diritto allo studio. Invece il Tar di Lecce ha confermato la decisione di chiuderle, ritenendo prevalente il diritto alla salute. Resta da capire che cosa faranno, lunedì prossimo, i ragazzi pugliesi. Andranno a scuola come ha deciso il tribunale amministrativo di Bari? O staranno a casa come ha stabilito quello di Lecce? Poiché le ordinanze regionali valgono in tutte le province della stessa regione (si spera), mi sentirei di escludere che a Bari i ragazzi vadano a scuola, a Lecce restino a casa e a Foggia stiano un’ora dentro e una fuori, in omaggio alla democristianità del loro concittadino Conte. Su tutti poi incombe il leggendario Tar del Lazio, che potrebbe sbloccare il decreto bloccante di Bari e bloccare quello sbloccante di Lecce, affidando la decisione finale a una procedura altamente democratica: il lancio della monetina. L’incertezza del diritto assomiglia un po’ alla nostra. Forse la Fase 2 significa proprio questo: che dopo l’unità di intenti degli inizi, adesso in ciascuno di noi (o quasi) convivono due pulsioni opposte: un momento ho voglia di tuffarmi nella ressa gridando «libertà» e il momento dopo mi trasformo nel virologo Galli in versione Grinch: «Scordatevi di scambiarvi i regali a Natale!» Ho un Tar di Bari e un Tar di Lecce che discutono di continuo dentro di me. E tremo al pensiero che si appellino al Tar del Lazio.
Massimo Malpica per ''il Giornale'' il 7 novembre 2020. In tempi di Covid la confusione già regna sovrana, tra regioni rosse, arancioni e gialle, misure nazionali e ordinanze regionali, ma a complicare la situazione ci mancava anche il derby dei Tar. Succede in Puglia, dove come è noto il governatore Michele Emiliano aveva disposto la chiusura di tutte le scuole dal 30 ottobre al 24 novembre. Una misura che sorpassa a destra pure il successivo Dpcm con cui l'esecutivo ha diviso l'Italia in tre zone a seconda del livello di emergenza, prevedendo però che le scuole non chiudano del tutto nemmeno nelle zone rosse. Così, contro la decisione della Regione Puglia, erano state presentate due richieste di sospensiva dell'ordinanza, ai Tar di Lecce (da parte di un gruppo di genitori di studenti) e di Bari (firmato anche qui da alcuni genitori e dal Codacons di Lecce). E ieri, appunto, mentre la Puglia arancione vedeva entrare in vigore le misure previste dal Dpcm nazionale, i tribunali amministrativi delle due città pugliesi si sono espressi. Sulla stessa materia, su ricorsi fotocopia, ma arrivando a esiti opposti. Il Tar salentino ha, di fatto, confermato la legittimità dell'ordinanza regionale, respingendo il ricorso e sostenendo che il diritto alla salute sarebbe prevalente su quello allo studio. Nel capoluogo, intanto, il Tar barese decideva in senso contrario, sospendendo l'ordinanza regionale perché «interferisce, in modo non coerente, con l'organizzazione differenziata dei servizi scolastici disposta dal sopravvenuto Dpcm 3 novembre 2020», che come è noto prevede la didattica in presenza, ricordano i giudici amministrativi baresi, persino nelle zone rosse, almeno per le scuole elementari. La decisione del Tar di Bari, inoltre, sottolinea anche la «inadeguatezza del sistema scolastico pugliese ad attivare subito la didattica a distanza» tra le ragioni di urgenza per stoppare l'ordinanza di Emiliano, e dunque accoglie la richiesta del Codacons. E rimanda gli studenti pugliesi in aula già da lunedì prossimo. Il governatore si adegua a metà e nella nuova ordinanza emessa ieri sera lascia libera scelta alle famiglie: le scuole del primo ciclo dovranno «garantire il collegamento online in modalità sincrona per tutti gli alunni le cui famiglie richiedano espressamente per i propri figli di adottare la didattica digitale integrata, anche in forma mista, e anche per periodi di tempo limitati coincidenti con eventuali quarantene o isolamenti fiduciari, in luogo dell'attività in presenza». Sullo sfondo della babele di sentenze, dpcm e ordinanze, i parlamentari pugliesi di Fi Mauro D'Attis, Dario Damiani, Francesco Paolo Sisto, Vincenza Labriola, Elvira Savino e Anna Carmela Minuto chiedono al governo Conte «di fare chiarezza, laddove persino i giudici amministrativi si dividono, prendendo strade diametralmente opposte su scelte originali quanto incomprensibili», e accusano Emiliano di aver trascinato la scuola in Puglia «nel caos totale» per sua «responsabilità esclusiva». E di caos parla anche lo sfidante di Emiliano alle ultime regionali, Raffaele Fitto. L'europarlamentare di Fdi ricorda come i genitori degli scolari devono affrontare «decisioni che vengono sconfessate: scuola chiusa e ora scuola aperta», e il tutto «mentre Emiliano lascia ai genitori la scelta se mandare i figli a scuola o meno. Della serie: decidete voi che io responsabilità non me ne voglio prendere».
Federico Giuliani per ilgiornale.it il 2 novembre 2020. Un tour tra i reparti di terapia intensiva, in mezzo ai malati intubati, per convincere i negazionisti dell'emergenza sanitaria in corso. È questa la provocazione lanciata su Facebook da Michele Grio, primario della rianimazione dell'ospedale di Rivoli (Torino). Il messaggio del dottore è chiarissimo: "Non ci credete? Bene, la TourinGrio organizza da domani tour guidati in Rianimazione e nei reparti Covid. Sarà per me un piacere farvi personalmente da guida e condurvi in un piacevolissimo viaggio in quello che per noi è un girone dantesco, ma per voi giustamente è esagerato". Con un lungo post pubblicato sul proprio profilo, il primario ha provato a spiegare sarcasticamente come lui e i colleghi piemontesi stanno affrontando questa seconda ondata del virus. "No no, è tutto vuoto, ho fatto sdraiare i miei medici ed i miei infermieri giusto per fare le foto, le buste le indossiamo per la cellulite. Non dormiamo perché ormai siamo avanti con l’età e passiamo le giornate seduti mangiando e bevendo", ha aggiunto Grio. Il medico si è quindi sfogato con chi, ignorando la delicata situazione all'interno dei reparti dedicati ai pazienti contagiati dal Covid-19, sostiene che gli ospedali siano vuoti. Gli operatori, proprio come si vede in televisione, sono bardati da testa a piedi con tute e protezioni di ogni tipo per evitare di contrarre l'infezione. E su questo ha giocato Grio: "Io mi bardo con tuta, maschera e calzari, a voi non servono ma tengo libero un letto con ventilatore meccanico e monitoraggio continuo multiparametrico molto invasivo. Nel gabinetto, perché lo sgabuzzino l’ho già impegnato". Il primario ha quindi concluso con un consiglio a chi nega la presenza del coronavirus: "Non chiedeteci suggerimenti se vi ammalate dopo aver scritto e pensate la qualunque. Coerenza, ci vuole coerenza".
La situazione in Piemonte. L'ultimo bollettino sanitario relativo alla situazione in Piemonte non ha certificato uno scenario particolarmente complesso, proprio come in gran parte d'Italia. Sono 2.024 i nuovi contagi da Covid-19, 839 dei quali asintomatici. Il totale dei positivi da inizio pandemia sale quindi a 72.660, così suddivisi su base provinciale: 39.007 Torino, 8.922 Cuneo, 6.852 Alessandria, 5.826 Novara, 3.589 Asti, 2.736 Vercelli,2.390 Biella, 2.059 Verbano Cusio Ossola, oltre a 509 residenti fuori regione ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 770 casi sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.
Da adnkronos.com il 24 ottobre 2020. Dare "piena adesione alla richiesta" del presidente dei Lincei, Giorgio Parisi "di assumere provvedimenti stringenti e drastici nei prossimi due o tre giorni" per "evitare che i numeri del contagio in Italia arrivino inevitabilmente, in assenza di misure correttive efficaci, nelle prossime tre settimane, a produrre alcune centinaia di decessi al giorno". E' quanto si legge nel testo di una lettera-appello che è stata appena inviata al capo dello Stato Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a firma di oltre cento tra scienziati e docenti universitari, tra cui figurano i nomi del Rettore della Normale di Pisa, Luigi Ambrosio e di Fernando Ferroni, ex presidente Istituto Nazionale Fisica Nucleare. "Come scienziati, ricercatori, professori universitari - si legge nel testo che AdnKronos ha potuto visionare - riteniamo doveroso ed urgente esprimere la nostra più viva preoccupazione in merito alla fase attuale di diffusione della pandemia da Covid-19 e riteniamo utile segnalare all'attenzione delle Istituzioni, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Governo, nella persona del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le stime riportate nell'articolo del Presidente dell'Accademia dei lincei, professor Giorgio Parisi, pubblicato nelle scorse ore nel blog dell'Huffington Post". "Il necessario contemperamento delle esigenze dell'economia e della tutela dei posti di lavoro con quelle del contenimento della diffusione del contagio deve ora lasciar spazio alla pressante esigenza di salvaguardare il diritto alla salute individuale e collettiva sancito nell'art. 32 della Carta costituzionale come inviolabile", avvertono i i firmatari dell'appello, tra cui figurano anche Gianfranco Viesti, economista dell'Università di Bari, Carlo Doglioni geologo e presidente Istituto nazionale geofisica e vulcanologia, Alfio Quarteroni, matematico applicato, Enzo Marinari, ordinario di Fisica alla Sapienza, Roberta Calvano, ordinaria di Diritto costituzionale Unitelma Sapienza, Piero Marcati, prorettore Gran Sasso Institute, Alessandra Celletti astronoma vicepresidente Anvur. "La salvaguardia dei posti di lavoro, delle attività imprenditoriali e industriali, esercizi commerciali, e le altre attività verrebbero del resto ad essere anch'esse inevitabilmente pregiudicate all'esito di un dilagare fuori controllo della pandemia che si protraesse per molti mesi - si legge nel testo inviato al Colle e a Palazzo Chigi - . Prendere misure efficaci adesso serve proprio per salvare l'economia e i posti di lavoro. Più tempo si aspetta, più le misure che si prenderanno dovranno essere più dure, durare più a lungo, producendo quindi un impatto economico maggiore". "E' per questo che il contagio va fermato ora, con misure adeguate, ed è per questo che chiediamo di intervenire ora in modo adeguato, nel rispetto delle garanzie costituzionali, ma nella piena salvaguardia della salute dei cittadini, che va di pari passo ed è anch’essa necessaria e funzionale al benessere economico", concludono gli scienziati che hanno fatto proprio l'allarme lanciato nelle scorse ore dal presidente dei Lincei, Parisi.
Giorgio Parisi per huffingtonpost.it il 24 ottobre 2020. Dai primi giorni di ottobre i casi accertati di Covid stanno raddoppiando ogni settimana e per ogni ottanta casi di Covid c’è un morto dopo una decina di giorni o poco meno. Una settimana è proprio il lasso di tempo che in media ci vuole perché un contagiato contagi qualcun altro. Quindi un raddoppio ogni settimana vuol dire che ogni contagiato ne contagia due. A febbraio e all’inizio di marzo ogni settimana i casi quadruplicavano. Ci stiamo avviando verso il disastro più lentamente di marzo, ma la direzione è la stessa. Attualmente abbiamo circa diecimila nuovi casi e una sessantina di morti al giorno. Nell’ultimo mese abbiamo visto che all’incirca ogni ottanta casi si registra un decesso, una settimana dopo, più o meno. Non ha molta importanza quanti dei nuovi casi siano sintomatici e quanti siano asintomatici, per capire la gravità della situazione: ci basta sapere che adesso muore circa una persona su ottanta diagnosticate positive. Se andiamo avanti con lo stesso ritmo di aumento, ovvero se i numeri dei casi continueranno ad adagiarsi sulla stessa retta, fra tre settimane ci troveremo con quasi centomila casi al giorno, cinquecento morti al giorno e con la stessa crisi sanitaria del marzo scorso. Ma ben prima di arrivare a centomila casi al giorno, il sistema sanitario e il tracciamento collasserebbero con conseguenze disastrose. Centomila casi al giorno sembra un numero strabiliante, quasi incredibile, ma basta guardarsi attorno: il Belgio, un paese con una popolazione 5-6 volte più piccola dell’Italia, sta sugli undicimila casi al giorno, che, fatte le debite proporzioni, corrispondono a 60.000 casi per un paese grande come l’Italia. Certo, non sta scritto da nessuna parte che la crescita epidemica debba andare avanti con un raddoppio costante nel prossimo futuro. Tuttavia se la situazione non cambia, se non cambia il numero di persone che va al lavoro, che si affolla sui mezzi di trasporto pubblico, che lavora in situazioni insalubri, che s’incontra con decine di persone a feste dove inconsapevolmente è presente una persona infetta, se tutto questo non cambia, ogni malato continuerà a contagiarne due fino a quando la maggior parte della popolazione non si sarà infettata. Sappiamo cosa vuol dire l’infezione da Covid non controllata; lo abbiamo visto a Bergamo: le persone che morivano a casa, gli ospedali al collasso, i morti giornalieri passati da trenta a trecento, i servizi di pompe funebri intasati, le bare accumulate nei sotterranei degli ospedali. Sono convinto che non arriveremo a questo punto e che riusciremo a fermare la crescita prima, ma per fermare la crescita e arrivare a una situazione in cui i casi non aumentano più, servono provvedimenti drastici ADESSO. Dobbiamo dimezzare i contatti per far sì che ogni persona ammalata ne contagi in media una. Durante il lockdown duro di marzo aprile tre persone ammalate ne contagiavano in media due. Adesso tre persone ne contagiano in media sei e invece se vogliamo arrivare a una situazione stazionaria ne devono contagiare solo tre. Non è facile: il sistema di tracciamento, finché funziona, consente di isolare i malati e questo riduce il numero dei contagi; ma più il numero di malati salirà, meno sarà utile il tracciamento, finché l’unica possibilità per fermare la crescita sarà il lockdown duro. Le prossime due settimane dunque saranno cruciali: infatti, ben prima di arrivare al di là dei cinquantamila casi, ci troveremo nell’impossibilità di fare cinquecentomila tamponi al giorno, e con il collasso del sistema di tracciamento e l’imminente collasso del sistema sanitario, un nuovo lockdown sarà necessario e inevitabile. Il Governo ha già approvato varie misure per cercare di rallentare la crescita dei contagi. Saranno sufficienti a fermare la crescita o almeno a rallentarla? Difficile dirlo. Gli effetti non sono immediati, dal momento del contagio ai sintomi passano 5-6 giorni, 3 giorni dai sintomi alla diagnosi e 1-2 per entrare in statistica. Quindi gli effetti sul numero dei casi si vedono una decina di giorni dopo un’eventuale riduzione del numero delle infezioni. Quindi è impossibile saperlo prima; anche perché un eventuale rallentamento nella crescita dei casi potrebbe essere solo il segnale che i tamponi fatti sono diventati insufficienti per segnalare tutti i casi. L’ideale sarebbe ridurre i contagi senza arrivare a un lockdown duro: ma per farlo senza agire alla cieca, sarebbe necessario avere informazioni più precise di quelle che ci vengono fornite ogni giorno: servirebbe un grande database nazionale in cui fossero riversate tutte le informazioni disponibili su dove sono avvenuti i contagi, le attività lavorative dei contagiati, l’uso di mezzi pubblici, le attività svolte. Quanto influiscono sui contagi in Italia i ristoranti, le cene in famiglia, le riunione in ufficio, le convivenze familiarie, le feste? Quali sono le attività più a rischio, oltre ovviamente quelle che già si sanno: la sanità, le celle frigorifere, la preparazione dei salumi, i centri di distribuzione postale? Servono numeri, gli articoli di giornale con casi di cronaca sono del tutto inutili. Sulla scuola, dove le ASL fanno particolari controlli, ci sono dati precisi, che permettono di escludere che fino a questo momento ci sia stata una propagazione sostenuta dell’epidemia dentro le classi, ma abbiamo informazioni molto poco precise su quello che succede in altri contesti: sappiamo il numero dei focolai o poco più. Senza dati precisi come fare a valutare gli effetti positivi o negativi di provvedimenti come la chiusura dei centri commerciali durante il weekend o delle scuole elementari? Queste informazioni sono cruciali anche per capire come mai dopo la situazione quasi stazionaria di settembre ci sia stata l’esplosione dei casi di ottobre: ci sono congetture in proposito, alcune ragionevoli, altre strampalate, i fattori possono essere stati molteplici, ma nessuno è in grado di dire, dati alla mano, in che misura ciascun fattore abbia influito. Ma se non sappiamo bene perché i casi da noi si sono impennati a ottobre, le misure che si possono prendere saranno generiche e non mirate al cuore del problema. Io temo fortemente che in Italia non sia stata fatta una raccolta sistematica delle informazioni cruciali sulle circostanze in cui il virus si è trasmesso: la lettera di Giorgio Alleva e Alberto Zuliani (già Presidenti Istat) al Corriere del 17 ottobre mi conferma in questo timore. “In tanti mesi - scrivono - non abbiamo investito in un sistema di raccolta di dati che consenta un monitoraggio accurato su probabilità di contagio, dimensioni delle componenti sintomatiche e asintomatiche, collegamento con i rischi successivi, ricoveri e terapie sub-intensive e intensive, letalità. (…) Non è citando insieme, giorno per giorno, il numero di casi positivi e di tamponi effettuati che possiamo capire cosa stia accadendo realmente”. Non è un’operazione immediata, questa raccolta, richiede un lavoro di definizione di formulari standardizzati ma sufficientemente informativi che devono essere compilati in tutte le ASL d’Italia e riversati in un database nazionale. Ma va organizzata immediatamente. Tuttavia se al contrario queste informazioni o parti di esse fossero già disponibili ai vertici del sistema sanitario, dovrebbero essere rese pubbliche subito, in maniera tale che i cittadini possano rendesi conto delle motivazioni governative e la comunità scientifica possa analizzarli allo scopo di capire meglio la propagazione del virus. Ad esempio ci sono forti indicazioni che rari eventi di superdiffusione, quando una singola persona infetta ne contagia molti, diano un contributo rilevante alla diffusione del virus, quindi la loro individuazione ed eventuale eliminazione darebbe un gran sollievo, ma per far questo bisogna analizzare in dettaglio i dati sui luoghi di contagio. Sappiamo bene che la scienza è ed è stata fondamentale per contrastare l’epidemia, ed è quindi inaccettabile che la comunità scientifica non possa chiarire i modi di trasmissione del virus in Italia a causa della mancanza di dati dettagliati sui contagi diffusi accessibili a tutti (quelli che in inglese si chiamano open data). L’impressione è che al momento attuale si guidi molto alla cieca, cercando di usare il buon senso per non andare a sbattere. Dobbiamo invece (meglio tardi che mai) costruire e rendere pubblico un sistema di guida razionale da usare in un futuro che non sarà brevissimo: anche nella migliore delle ipotesi, infatti, è improbabile che un vaccino oggi in fase di sperimentazione avanzata possa avere effetti significativi sull’epidemia prima del marzo prossimo. Dobbiamo prepararci ad un lungo inverno evitando un disastro sanitario cercando di danneggiare il meno possibile la vita delle persone. La scienza ci può aiutare, ma dobbiamo metterla in grado di farlo. La commissione Covid-19 dell’Accademia dei Lincei, all’inizio di giugno aveva scritto un documento, in cui si riteneva che ”superata la fase acuta della epidemia, sia giunto il momento, per le istituzioni sanitarie regionali, l’Iss e la Protezione Civile di pianificare una condivisione dei dati concertata con la comunità scientifica”. Apparentemente niente è stato fatto in quella direzione e le amare conclusioni del documento linceo sono ancora di grande atttualità ″In assenza di trasparenza, ogni conclusione diviene contestabile sul piano scientifico e, quindi, anche sul piano politico. Solo con la trasparente alleanza tra scienza e politica possiamo affrontare efficientemente la convivenza con il coronavirus e prevenire una possibile risorgenza del Covid-19 o gestire l’emersione di future, possibili, epidemie.
Il bluff di chi vuole bloccarci: "Virus? Nessuna competenza". Cento tra fisici, matematici e accademici hanno inviato una lettera al governo e a Mattarella chiedendo misure ancora più restrittive. "Ma non hanno le competenze necessarie per farlo", ci ha detto Massimo Clementi, virologo del San Raffaele. Alessandro Ferro, Martedì 27/10/2020 su Il Giornale. "Ad ognuno il suo mestiere", è una celebre frase che fa parte di citazioni ed aforismi. Ma nel mondo 2.0 in cui tutti sanno tutto di tutto e parlano di tutto, il detto può andare tranquillamente in pensione. La missiva che cento firmatari hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed al presidente del Consiglio Giuseppe Conte con la richiesta di "provvedimenti drastici nei prossimi due o tre giorni" circa la fase epidemiologica che sta vivendo il Paese ha una specie di vizio di forma: non c'è nemmeno l'ombra di chi si occupa di medicina o virus.
Ecco chi sono i firmatari. Cominciamo con colui che ha lanciato l'appello: il presidente dell'Accademia dei Lincei Giorgio Parisi, considerato tra i fisici più autorevoli al mondo e primo firmatario della missiva. Il professore, ordinario di fisica teorica alla Sapienza di Roma, tramite il blog dell'Huffingntonpost, ha scritto che se le misure di contenimento non saranno drastiche, il rischio è di avere "oltre 500 morti al giorno nel mese di novembre". Tra gli altri firmatari, figura il rettore dell'Università Normale di Pisa Luigi Ambrosio, professore ordinario di matematica. I suoi principali interessi di ricerca riguardano il calcolo delle variazioni, la teoria geometrica della misura, la teoria del trasporto ottimale e le loro applicazioni alle equazioni alle derivate parziali. Da un prof ad un altro, ecco anche Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia applicata dell'Università di Bari, specializzato in economia applicata e politiche economiche europee. Ecco un geologo ed un docente di Costituzionale. Tra matematici ed economi, non poteva mancare anche un geologo e presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Carlo Doglioni, i cui studi riguardano, ovviamente, principalmente terremoti e tutto quanto abbia a che fare con la geologia; poi c'è Alfio Quarteroni, professore di analisi numerica al Politecnico di Milano: i suoi interessi di ricerca riguardano la modellistica matematica, l'analisi numerica, il calcolo scientifico e l'applicazione alla meccanica dei fluidi, geofisica, medicina e miglioramento delle prestazioni sportive. Nell'elenco c'è anche Enzo Marinari, professore ordinario di fisica teorica alla Sapienza di Roma e, sempre della Sapienza, c'è anche un altro docente, questa volta di diritto costituzionale: si tratta della professoressa Roberta Calvano, esperta di tematiche sul diritto costituzionale italiano e le implicazioni con il processo di integrazione europea. C'è anche un'astronoma. Nell'eterogeneità delle firme c'è anche Pierangelo Marcati, professore ordinario presso il Gran Sasso Science Institute, di cui è prorettore vicario e direttore scientifico dell'Area matematica e Alessandra Celletti, astronoma italiana e direttrice del dipartimento di matematica dell'Università Tor Vergata di Roma, il cui campo di ricerca è la meccanica celeste. Concludiamo la breve carrellata di scienziati con Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.
Che attinenza hanno con il virus? Le eccellenze che abbiamo elencato sono soltanto una parte dei 100 firmatari, di cui fanno parte decine di accademici di vario genere e titolo. Dopo aver analizzato i campi di studio, di lavoro e le loro carriere, una domanda potrebbe sorgere spontanea: come mai dei professionisti che si occupano, normalmente, di altre materie hanno firmato una petizione che riguarda quali debbano essere le misure per contenere l'avanzata del Covid-19 nel nostro Paese? Alla domanda ha risposto, in esclusiva per ilGiornale.it, chi si occupa quotidianamente di virus e, da alcuni mesi, soprattutto del nuovo Coronavirus. "Qui si parla di altro..." "Come cittadini, tutti hanno diritto di dire quello che pensano su qualsiasi cosa, viviamo in uno stato democratico dove c'è libertà di opinione ed interessarsi di temi importanti che coinvolgono la salute di tutti è legittimo - ci ha detto Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Ospedale San Raffaele di Milano - Però, che siano fisici, matematici, geologi o ricercatori di grandissimo livello scientifico a richiedere il lockdown, mi consenta, lo trovo oggettivamente un po' singolare". Il professor Clementi sottolinea come l'argomento in questione riguardi qualcosa di specifico, "parliamo di un'infezione virale": il dibattito è già molto acceso tra gli stessi addetti ai lavori che la pensano diversamente praticamente su tutto, dalle misure da adottare fino ad arrivare a questioni squisitamente virali e mediche che, da mesi, inondano le pagine dei giornali e canalizzano l'attenzione televisiva. "C'è già discussione tra vari virologi ed infettivologi, se ci si mettono anche fisici, matematici e chimici... Massimo rispetto, ma è come se io parlassi di cricket". Gli errori dei modelli matematici. "Si parte da tre assunti e si arriva ad una cerca conclusione. Se il modello, però, fa degli errori di base è sbagliato tutto il modello", dice Clementi, che riporta l'esempio del professor Donato Greco, creatore del laboratorio di epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità, il quale gli ha riferito che "tutti i modelli matematici, in medicina, sbagliano. I fisici considerano la medicina come se fossero palline di vetro che devono andare in certe direzioni. Il malato, invece, è individualmente diverso l'uno dall'altro, non segue regole fisiche".
Lockdown, sì o no? Come ben sappiamo, su un tema caldo e delicato come il lockdown ci sono opinioni diverse sia per quanto riguarda la capacità di fermare un'epidemia (molti dicono che la rallenti e basta) sia per la durata nel lungo periodo. "Non si può continuare in eterno e quando si smette è peggio se non interviene qualche evento speciale come può essere un vaccino. Ma cosa ci aspetta dopo non lo sappiamo", incalza Clementi, "Anche la scelta che loro rivendicano (i firmatari, ndr), secondo molti, è sbagliata: lo stesso consulente del ministro Speranza, il professor Ricciardi, ha detto che questo Dpcm non basta, ci vorranno dei lockdown chirurgici, fatti su specifici settori. Anche lui non vuole un lockdown generalizzato". "Perché ristoranti, teatri e cinema sono chiusi?" "Ma quante persone si infettano al cinema? Lo sappiamo? No, li chiudiamo senza sapere che magari non si infetta nessuno se viene gestito bene", ci dice il prof. Clementi. "Anche per i ristoranti, abbiamo fatto la valutazione di quanta gente si sia infettata? Se già la capienza era stata ridotta, perché chiuderli? Non ci sono dati".
Ecco il contenuto della lettera. Pubblichiamo il testo della missiva arrivata al presidente della Repubblica Mattarella ed al presidente del Consiglio Conte dai cento firmatari. "Come scienziati, ricercatori, professori universitari riteniamo doveroso ed urgente esprimere la nostra più viva preoccupazione in merito alla fase attuale di diffusione della pandemia da COVID-19 e riteniamo utile segnalare all’attenzione delle Istituzioni, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Governo, nella persona del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le stime riportate nell’articolo del Presidente dell’Accademia dei lincei, professor Giorgio Parisi. Ci sentiamo di dare piena adesione alla richiesta contenuta nell’articolo di assumere provvedimenti stringenti e drastici nei prossimi due o tre giorni, onde evitare che, secondo le stime riportate nell’articolo, i numeri del contagio in Italia arrivino inevitabilmente, in assenza di misure correttive efficaci, nelle prossime tre settimane, a produrre alcune centinaia di decessi al giorno. Il necessario contemperamento delle esigenze dell’economia e della tutela dei posti di lavoro con quelle del contenimento della diffusione del contagio deve ora lasciar spazio alla pressante esigenza di salvaguardare il diritto alla salute individuale e collettiva sancito nell’art. 32 della Carta costituzionale come inviolabile. La salvaguardia dei posti di lavoro, delle attività imprenditoriali e industriali, esercizi commerciali, e le altre attività verrebbero del resto ad essere anch’esse inevitabilmente pregiudicate all’esito di un dilagare fuori controllo della pandemia che si protraesse per molti mesi. Prendere misure efficaci adesso serve proprio per salvare l’economia e i posti di lavoro. Più tempo si aspetta, più le misure che si prenderanno dovranno essere più dure, durare più a lungo, producendo quindi un impatto economico maggiore. È per questo che il contagio va fermato ora, con misure adeguate, ed è per questo che chiediamo di intervenire ora in modo adeguato, nel rispetto delle garanzie costituzionali, ma nella piena salvaguardia della salute dei cittadini, che va di pari passo ed è anch’essa necessaria e funzionale al benessere economico".
Ecco chi c'è davvero dietro al Dpcm che ha scatenato l'ira. La serrata di bar e ristoranti decisa dal governo è stata suggerita dal numero uno dell’Istituto Superiore di Sanità. Fabio Franchini, Martedì 27/10/2020 su Il Giornale. La chiusura serale di bar, pub, locali e ristoranti sarebbe stata fortemente caldeggiata da Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Il nuovo ed ennesimo decreto della presidenza del Consiglio – entrato in vigore lunedì 26 ottobre e valido fino al 24 di novembre –, come noto, ha chiuso palestre, piscine, teatri e cinema. E obbligato i locali a tirare giù la saracinesca alle ore 18. Una scelta discussa e controversa che è stata accolta con disappunto (eufemismo) dal mondo della ristorazione. Un mondo e un’intera categoria che si ritrova nuovamente in enorme difficoltà per la stretta operata dall’esecutivo e per tutte le misure adottate in questi mesi. Prima lo spauracchio del plexiglass, poi la capienza ridotta e il distanziamento tra i tavoli, poi le spese per l’igienizzazione del locale, infine la chiusura obbligata nel tardo pomeriggio.
Il bluff di chi vuole bloccarci: "Virus? Nessuna competenza". Secondo quanto scrive quest’oggi il Corriere della Sera, la decisione governativa di operare il nuovo giro di vite è arrivata al termine del vertice che il premier Giuseppe Conte e il ministro della Salute Roberto Speranza ha avuto nel fine settimana con gli esperti del Comitato tecnico scientifico. A quanto pare, il ragionamento alla base della stretta è (stato) quello di togliere agli italiani la tentazione di uscire, inducendoli a rimanere a casa in sicurezza. Insomma, se i ristoranti e i locali sono chiusi per legge, a chi viene in mente di uscire per mangiarsi una pizza o bersi una birra? A nessuno, visto che le saracinesche di queste attività sono abbassate. Stesso discorso per piscine, palestre, cinema e teatri: chiudere tutto per evitare affollamenti in spogliatoio, in sala pesi e in platea. L’obiettivo, ha raccontato l’inquilino di Palazzo Chigi, è quello di frenare la curva dei contagi e scongiurare il rischio di dover imporre un secondo lockdown prima, dopo o durante Natale. Uno scenario da incubo. Che governo e Cts vogliono evitare. "I contagi nei prossimi giorni continueranno a crescere, ma è importante da subito adottare sistematicamente le misure. Il virus circola in tutto il Paese. In alcune regioni la situazione è critica", ha dichiarato Brusaferro al Fatto Quotidiano. Nella chiacchierata con il quotidiano diretto da Marco Travaglio, infine, il presidente dell’Iss ha commentato lo spettro di una nuova serrata totale del Paese: "Il lockdown rimane l’ultima arma disponibile che tutti auspichiamo non sia necessario adottare. Dipenderà molto dai nostri comportamenti: oggi siamo chiamati a ‘raffreddare’ la curva dei contagi con limitazioni importanti alla nostra socializzazione per avere tutti maggior serenità e sicurezza nei prossimi mesi".
Roma, Forza Nuova in piazza del Popolo contro la "dittatura sanitaria": provocazioni e scontri con la polizia. Luca Monaco su La Repubblica il 24 ottobre 2020. Dopo Napoli, auto danneggiate, cassonetti in fiamme, almeno dieci militanti fermati e due poliziotti feriti nel corso della manifestazione indetta nella Capitale per protestare contro il coprifuoco. Un'ora di guerriglia urbana. Disordini anche a Testaccio, con altre cinque persone fermate. I fuochi d'artificio tricolore esplosi alle 23.59 sul cielo di piazza del Popolo sono il segnale. I militanti di Forza Nuova, gli ultras neofascisti, si coprono il viso con i passamontagna e chiamano la carica. Si sono dati appuntamento nella centralissima piazza di Roma per protestare contro la "dittatura sanitaria e il coprifuoco" ma subito c'è la provocazione e parte il lancio di oggetti e petardi contro la polizia che risponde con una prima carica e cerca di disperdere le circa duecento persone accorse al richiamo del leader Castellino. Tensioni, le forze dell'ordine spingono i dimostranti verso piazzale Flaminio dove scoppia una piccola guerriglia: era quello che volevano gli attivisti di Forza Nuova, Roberto Fiore e Giuliano Castellino in testa, che sui social avevano chiamato a raccolta la Roma violenta e negazionista per emulare le rivolte napoletane. Ed è finita come volevano: con qualche cassonetto in fiamme, alcune auto danneggiate nel vicino piazzale Flaminio dove i manifestanti sono stati fatti defluire dalla polizia schierata dall'inizio a protezione di via del Corso e via del Babuino, per evitare atti violenti contro negozi e boutique. Gli scontri sono poi proseguiti in via Carrara fino al ministero della Marina e qualche cassonetto è stato rovesciato anche in viale Mazzini, in direzione della sede Rai. Almeno dieci i fermati intorno all'una di notte e due poliziotti sono rimasti feriti. Disordini si sono registrati anche nella zona di piazza Trilussa, con fumogeni e monopattini lanciati da un gruppo di facinorosi. Da Trastevere il gruppo di teppisti ha attraversato ponte Sublicio e si è spostato in piazza dell’Emporio, nel cuore di Testaccio. Per i tafferugli nelle due piazze sono state fermate almeno cinque persone.
È rivolta contro De Luca? Per la Boldrini è colpa dei "fascisti". "Le organizzazioni fasciste vanno sciolte", ma in piazza sono scese diverse categorie di cittadini, spaventati dalle conseguenze di una nuova chiusura. Federico Garau, Sabato 24/10/2020 il Giornale. Post polemico di Laura Boldrini dopo le proteste esplose ieri a Napoli contro il lockdown tanto caro al governatore della Campania Vincenzo De Luca, il quale, è bene comunque ricordarlo, è stato di recente confermato al vertice della regione dopo le consultazioni elettorali. Le rimostranze, partite inizialmente in modo pacifico da parte di numerose categorie di cittadini stanchi di subire costrizioni dall'alto e timorosi di ripiombare nella pesante crisi economica seguita alla chiusura del paese avvenuta nelle prime fasi della pandemia, sono poi sfociate nella violenza contro le forze dell'ordine. Secondo gli inquirenti, ancora impegnati nelle indagini per risalire alle reali responsabilità dei disordini, tra i manifestanti si sarebbero infatti infiltrati degli individui presumibilmente affiliati alla criminalità organizzata. Questa, al momento, la direzione seguita dalle forze dell'ordine sulla base dei precedenti di alcuni dei fermati nella notte. Ciò nonostante, l'ex presidente della Camera dei deputati si è limitata a scaricare tutta la responsabilità su quelle associazioni "fasciste" contro le quali da tempo si scaglia, chiedendo una volta per tutte il loro scioglimento.
"Tu ci chiudi e tu ci paghi". Scoppia il caos a Napoli contro De Luca. "Le immagini di violenza a #Napoli fanno male", esordisce sulla sua pagina personale Twitter Laura Boldrini, ora in forza al Partito Democratico e dunque parte integrante della compagine governativa giallorossa."A Forza Nuova e tutti gli impresari del malessere sociale dico: vergognatevi, mettete a repentaglio la salute delle persone", intima l'ex deputata di Leu. "Lo ripeto ancora: le organizzazioni fasciste vanno sciolte. Sono dannose per la comunità e la democrazia". Standing ovation alla base del suo tweet da parte dei follower più affezionati, ma in mezzo al coro c'è anche qualcuno che fornisce delle precisazioni circa la composizione di alcuni gruppi di persone che hanno inscenato le proteste a Napoli. "Vergognatevi anche voi, che a causa delle vostre mancanze in ambito sanitario, state distruggendo il presente ed il futuro di una nazione. Non c’era solo Forza Nuova in piazza, non strumentalizzate le cose a piacimento", spiega un internauta. "Ci sono tutti in quella rivolta, anche i tuoi amici dei centri sociali anche gli iscritti all'Anpi", fa eco un secondo utente. "Però le proteste "democratiche" dei manifestanti di Hong Kong vi piacevano...", aggiunge un altro follower.
"A Napoli una regia criminale". Due agenti feriti nella rivolta. Non solo oppositori del pensiero boldriniano ci tengono a precisare, ma anche qualcuno che, in teoria, si accosta alle medesime idee politiche. "Onorevole, tra quella gente non c’erano solo militanti di Forza Nuova", puntualizza un utente. "C’erano anche persone che non riescono a portare un piatto caldo in tavola ai figli e che non sanno come pagare l’affitto. Giuste le chiusure, ma queste persone vanno aiutate! Sono persone disperate", aggiunge ancora. "Le loro azioni non possono essere giustificate, è vero, però dobbiamo capire la loro condizione. Noi di Sinistra dovremmo tornare ad aiutare davvero gli ultimi", conclude.
Napoli, la solita Boldrini: i centri sociali incitano la rivolta, ma per lei solo i “fascisti” vanno sciolti. Eleonora Guerra sabato 24 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Non perde occasione Laura Boldrini per ricordare tutta la sua faziosità. Anche sui fatti di Napoli l’ex presidente della Camera si è precipitata, infatti, a chiedere lo scioglimento dei movimenti “fascisti”. Un refrain giustificato, stavolta, con l’appoggio di Forza Nuova alla protesta andata in scena ieri nel capoluogo partenopeo e degenerata in inaccettabili scontri con la polizia. Il fatto è, però, che a quella protesta è arrivato anche l’appoggio dei centri sociali, rispetto ai quali non risulta che Boldrini & co abbiano detto una parola.
La faziosità di Boldrini: Napoli? Colpa dei fascisti. “Le immagini di violenza a Napoli fanno male. A Forza Nuova e a tutti gli impresari del malessere sociale dico: vergognatevi, mettete a repentaglio la salute delle persone. Lo ripeto ancora una volta: le organizzazioni fasciste vanno sciolte. Sono dannose per la comunità e la democrazia”, ha detto Boldrini. Anche altri, da Carlo Calenda a Gennaro Migliore, fino a Guido Crosetto hanno chiesto un intervento contro il movimento di Roberto Fiore, che è possibile fosse fisicamente in piazza con qualche suo esponente. Solo la Boldrini, però, è andata oltre, chiedendo dopo i fatti di Napoli di colpire indiscriminatamente tutti i movimenti “fascisti”. Che poi – si sa – in certe visioni sinistre, è un’etichetta che può essere affibbiata a chiunque la pensi diversamente.
L’appoggio dei centri sociali alla rivolta di Napoli. A mostrare poi quanto la scelta di generalizzare, tanto cara alla Boldrini, sia faziosa (e scivolosa) è arrivato anche un editoriale sul sito dei centri sociali Infoaut.org. Secondo gli antagonisti, che peraltro rifiutano la tesi di “eterodirezioni della camorra e dei fascisti”, infatti, dopo quanto successo a Napoli, “è il momento di tornare ad affermare che la salute è un fatto sociale complessivo. E che la ribellione è il sintomo che qualcosa deve cambiare“. Loro, però, per Boldrini & co non vanno sciolti.
Gianrico Carofiglio a DiMartedì: "Scontri in piazza sfruttati da frange della destra nazista". Ma scorda anarchici e centri sociali. Libero Quotidiano il 28 ottobre 2020. A DiMartedì di Giovanni Floris sale in cattedra Gianrico Carofiglio, firma di Repubblica e uso ad utilizzare termini e concetti irriferibili nei confronti di chi non la pensa come lui. E nella puntata in onda su La7 martedì 27 ottobre non ha fatto eccezione. In studio si discuteva degli scontri di piazza contro le limitazioni imposte dall'ultimo dpcm per contenere il coronavirus, e Carofiglio ha sentenziato: "I provvedimenti in questo caso sono un pretesto per frange di criminali riferibili alla destra nazista che colgono l'occasione per praticare la loro idea politica: uscire e spaccare tutto". Già, la destra nazista. E, fermo restando che in piazza c'erano anche estremisti di destra, suona curioso il fatto che Carofiglio abbia scordato anarchici e centri sociali, che in alcune città hanno parimenti presto parte agli scontri. Ma tant'è, Carofiglio aggiunge: " Un compito importante della politica capace è raffreddare tutta ciò e introdurre un elemento di razionalità". E ancora: "Comunque la si pensi sulla chiusura dei cinema e dei teatri, rispondere non avete capito niente è un modo sbagliato di fare comunicazione politica. I politici devono essere capaci di dire ci siamo sbagliati", aggiunge riferendosi di fatto a quanto detto dal ministro della Cultura, Dario Franceschini. Infine, non poteva mancare la stoccata a Matteo Salvini e Giorgia Meloni: "Una parte dell'opposizione, mi riferisco a Salvini e Meloni, ha una legittimazione un po' ridotta a criticare le scelte, pur sbagliate, di chi governa", conclude Carofiglio. E, francamente, non si capisce perché debbano essere poco legittimati a protestare.
Non è l'Arena, Luigi De Magistris da Giletti mentre Napoli si ribella al lockdown: "Doppio segmento". Libero Quotidiano il 24 ottobre 2020. Già ha fatto storia la polemica tra Lucia Annunziata e Luigi De Magistris sugli scontri di Napoli. "Non sarebbe utile che in questo momento lei ci lasciasse e andasse lì?". La domanda della giornalista al sindaco di Napoli dagli studi del programma di Rai 3 Titolo Quinto. Il primo cittadino partenopeo era in diretta tv durante gli scontri di venerdì sera a Napoli, dove centinaia di persone sono scese in strada per protestare contro le misure restrittive volute dal governatore campano Vincenzo De Luca. Non contento delle polemiche scoppiate nei suoi confronti anche per la risposta sorprendente data alla Annunziata ("Sì adesso vado. Posso pure andare, ma non è che posso andare dentro allo scontro in questo momento") De Magistris domani sera sarà ospite di Non è l’Arena di Massimo Giletti in diretta alle 20.30 su La7. Le telecamere del programma racconteranno con filmati e immagini esclusive la guerriglia urbana avvenuta a Napoli contro le misure anti-Covid. E tra gli ospiti, ovviamente, anche Luigi De Magistris. Il quale rimarrà in studio anche quando non si parlerà di Napoli. L'ufficio stampa di Non è l'Arena fa sapere che il sindaco resterà a discutere anche della vicenda Basentini-Di Matteo sulla guida del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 25 ottobre 2020. Napoli brucia e il sindaco Luigi De Magistris «gode», seduto in poltrona in tv. È un venerdì di fuoco per il capoluogo partenopeo: il governatore della Campania Vincenzo De Luca annuncia il lockdown. Cittadini, commercianti e imprenditori scendono in strada per manifestare contro il blocco totale delle attività. Il corteo spontaneo si trasforma in una guerriglia contro le forze dell'ordine: centri sociali, ultrà e frange della criminalità locale si infiltrano. La città è messa a ferro e fuoco. E De Magistris che fa? È serenamente seduto nello studio del programma Titolo V. Si gode lo spettacolo di una città, la sua, in fiamme. C'è il sospetto che sia contento della rivolta contro De Luca, suo principale avversario politico. «Ma non sarebbe utile che in questo momento lei ci lasciasse e andasse lì?» chiede la giornalista Lucia Annunziata, ospite in studio con l'ex pm. Il primo cittadino sorride e risponde. «Sì, posso pure andare, ma non è che posso andare dentro a uno scontro. Io sarei un attimo più attento a capire cosa sta succedendo». Le scene sono chiarissime: la città è ostaggio dei violenti. A mente fredda, il primo cittadino si difende: «Non ho la palla di vetro, non potevo prevedere che ci sarebbero stati degli scontri anche perché nessuno ci aveva avvisato. Ero in uno studio televisivo di Napoli, in tempo reale ho visto quelle immagini e potevo decidere di abbandonare lo studio, ma non sono un poliziotto che deve andare in piazza, e così mi sarei sottratto, cosa che non deve fare un sindaco, alle domande di giornalisti del servizio pubblico». Ma in fondo c'è anche la «manina» indiretta del primo cittadino dietro gli scontri. L'amministrazione comunale di Napoli da anni flirta con i centri sociali. Eleonora De Majo, esponente di primo piano del centro sociale Insurgencia, è stata nominata assessore alla Cultura del Comune di Napoli. Ivo Poggiani, altro esponente di spicco della frangia movimentista dei centri sociali napoletani, è presidente di una municipalità in quota Dema. La guerriglia di venerdì notte sembra un remake degli scontri tra manifestanti e polizia avvenuti nell'aprile del 2016 in occasione della visita a Napoli dell'allora premier Matteo Renzi. E in quell'occasione (come venerdì notte) ci fu la partecipazione dei centri sociali vicini al sindaco De Magistris. Ecco perché ora, all'indomani degli scontri, monta la polemica contro il sindaco: «Che De Magistris vivesse ormai solo di microfoni era chiaro da tempo. Gli mancava, nella sua luminosa parabola, solo lo sciacallaggio sociale. Adesso il suo percorso si è davvero compiuto. E non sprecheremo tempo a chiederci se un uomo delle istituzioni può comportarsi come De Magistris in un momento così delicato: egli non è un uomo delle istituzioni. Né sprecheremo tempo a chiederci dov' era il sindaco di Napoli in questi mesi, mentre negli ospedali e nella città si combatteva contro un'emergenza senza precedenti: Napoli non ha un sindaco», attacca il vicepresidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola. Il sindaco respinge le accuse e prova a placare gli animi: «Quello che è accaduto stanotte è una pagina buia e amara che non è Napoli, ma una frangia violenta». Però sbaglia chi sottovaluta. Mai come in questo momento, bisogna essere uniti, forti e coesi. È fondamentale rispettare le regole a tutela della nostra salute e quella degli altri. Sempre, anche quando si manifesta in maniera pacifica e non violenta il dissenso di fronte a provvedimenti o situazioni che destano allarme e preoccupazione. Ecco perché è necessario che, qualora ci dovesse essere un imminente lockdown, si mettano in campo tutte le misure per sostenere il profondo disagio economico».
Saviano contro Conte, De Luca e compagni: «Ma quali salvatori della patria, non hanno fatto nulla». Franco Bianchini domenica 25 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Contro il governo «incapace». Contro i «virologi che litigano». Roberto Saviano stavolta ne ha per tutti. «La manifestazione sembrerebbe essere partita in maniera assolutamente pacifica», afferma in un video per Fanpage. «I commercianti, fra l’altro tutti con la mascherina, erano pronti a mostrare il loro disagio, l’assenza delle istituzioni, l’assenza di un piano in grado di proteggere le loro attività. Poi è stata infiltrata da ultrà, pregiudicati, tutto il mondo no-mask che abbiamo visto in questi ultimi mesi delirare, “il Covid è un’invenzione, dietro c’è Big Pharma, la Cina, il 5G”. E chissà quale altra cospirazione. Ma attenzione, ridurre tutto a un problema di ordine pubblico, a un manipolo di pseudo camorristi che hanno voluto “inzolfare” la rabbia scontrandosi con la polizia, è riduttivo». «I clan dal lockdown hanno vantaggio. Guadagnano da questo disagio. Quello che sta accadendo, invece, è che la situazione è drammatica. Ma non solo per la pandemia. Anzi, soprattutto per una politica inadeguata. De Luca si mostra il salvatore della patria, ma negli ultimi cinque anni ha smantellato la sanità. Adesso non può fare altro che mettersi paura per quello che lui ha fatto», aggiunge. Poi Saviano chiosa: «E quest’estate cos’hanno fatto? Cosa ha fatto il governo in tutti questi mesi? Si è soltanto speso a dire che la pandemia non poteva essere prevista e che quindi bisogna avere la collaborazione di tutti». E etichetta come «incapace» l’esecutivo di Palazzo Chigi.
Estratto dell’articolo di Fabio Martini per “la Stampa” il 25 ottobre 2020. Sulla sua Napoli, Roberto Saviano spiazza chi si aspetta la "sparata" sulla camorra: «È miope guardare soltanto il segmento dei pregiudicati. È ovvio che nelle confuse manifestazioni di rabbia popolare finisca per entrare di tutto, ma stavolta c' era la disperazione del Sud che sta scoppiando. I risparmi questa volta sono finiti, non bastano per reggere ad una seconda ondata di chiusura». E Saviano fa una previsione: «Le insurrezioni non sono finite, proseguiranno: perché sono finiti i soldi». E sulla gestione da parte del governo lo scrittore napoletano è lapidario: «A Conte, il primo ministro che ha avuto forse più potere negli ultimi decenni, tutto quel che sta accadendo, ha finito per dare una sorta di "intoccabilità": tutti ci raccogliamo attorno al capo. Un capo che non ci sta proteggendo». […] In una realtà come quella napoletana è sempre difficile tracciare confini tra gruppi e gruppetti, ma certo le tecniche di attacco alla polizia non sembravano improvvisate, che dice Saviano? «In piazza, da quello che mi risulta c'era di tutto: l' evasore classico, l' imprenditore che sfrutta a nero, ma soprattutto un sacco di gente disperata. C' era chi sperava nell' obolo, o nel fare rumore, ma c' era pure la disperazione del Sud. Certo, non solo il Sud non regge più, ma era naturale che la prima insurrezione avvenisse dove non ci sono più soldi». […] «De Luca chiude senza compensare, senza poter dare garanzie. In questo senso le istituzioni stanno fallendo completamente. Le persone sono lasciate sole. Dalle file infinite per fare i tamponi, a chi è rinchiuso in casa come positivo asintomatico e non sa quando può fare il secondo tampone. Ma come si fa ad andare avanti se tutto è mezzo? I soldi arrivano per metà o non arrivano. Le informazioni sono continuamente smentite, i licenziati litigano tra di loro». […] «Ogni volta De Luca fa questa sceneggiata del vecchio padre che difende, dimenticandosi che ha smantellato la sanità campana». […] «Arcuri in tutto questo, sapeva in che condizioni si trova il Sud o no? […] È incredibile, incredibile che in nome della crisi stiamo tollerando un' incapacità assoluta: mesi e mesi in cui non hanno agito. L'opposizione è stata criminale nel negare, ha fatto il gioco di questa incapacità […]». […] «Non credo che in tutto quel che è accaduto ci sia una responsabilità camorristica, anche se di mezzo ci sono pregiudicati e camorristi. La camorra guadagna dal lockdown. Tantissimo. Più si corrode la struttura economica, più loro guadagnano». Ma con la chiusura, quantomeno le piazze si sono svuotate e la camorra dovrebbe aver guadagnato meno con lo spaccio? Ma Saviano non è d' accordo: «È una verità parziale. I magazzini di marijuana a New York sono andati in secco, hanno venduto tutto, anche i pezzi di erba e di fumo considerati vecchi. La domanda è aumentata. Per depressione. Per malinconia. Per noia. E non c' è una particolare preoccupazione negli spacciatori perché si mimetizzano come ragazzi che portano dei viveri».
La gente non capisce? La politica ha fallito. Roberto Saviano su L'Espresso l'1 novembre 2020. Chiudere i luoghi della cultura è condannarli a morte. Ma nessuno ha chiarito i criteri in base ai quali un servizio sia essenziale oppure no. La prima città ad esser scesa in piazza contro l’ipotesi di nuove misure restrittive per arginare la pandemia è stata Napoli. Come avevo detto a caldo, non si sarebbe trattato di un episodio isolato, ma ben presto anche altrove sarebbero iniziate proteste. Facile previsione, ma parliamoci con onestà, che sia accaduto prima a Napoli e che ci siano stati episodi di violenza, ha dato il via a una serie di analisi che hanno volutamente glissato sulla gravità della situazione per concentrare l’attenzione sui camorristi e sui fascisti che hanno messo la piazza a ferro e fuoco. La loro presenza è fuor di dubbio; i primi sempre pronti a mostrarsi dalla parte dei deboli, salvo poi fare affari sulla disperazione, i secondi sempre attivissimi sui social e molto probabilmente solo lì. E se non è mai possibile giustificare la violenza, è invece nostro dovere rintracciarne le cause evitando, se possibile, analisi banali. Le dichiarazioni di Vincenzo De Luca sono state la miccia e hanno fatto danni incalcolabili dimostrando quanto sia pericoloso parlare senza considerare gli effetti che le parole arrivano a produrre. Il discorso in cui Vincenzo De Luca annunciava ai campani un nuovo lockdown imminente ha generato panico e disperazione non tra i camorristi, che invece dal lockdown hanno tutto da guadagnare, ma tra le persone per bene che da un momento all’altro si sono viste negare non certo la possibilità di accesso alle piazze di spaccio dopo le 23 o l’aperitivo serale, ma la possibilità di lavorare e quindi di poter vivere dignitosamente. La disperazione a Napoli (come altrove) è reale, non è sceneggiata; il senso di abbandono che si prova quotidianamente è ora esacerbato dalla paura e dall’incertezza di non sapere cosa stia esattamente accadendo, quali decisioni verranno prese e perché. Ecco, quello che spesso sfugge sono i tanti perché che non vengono spiegati se non usando il bastone; sul presupposto che noi cittadini non saremmo in grado di comprendere, viene tutto comminato come fosse una giusta punizione da accettare in ragione di colpe che senz’altro ci appartengono. Eppure riusciamo a scorgere la differenza enorme che passa tra chi scende in piazza senza mascherina per dire che il virus non esiste e chi scende in piazza per affermare che, come il virus, uccide la crisi. Ho seguito con orrore il dibattito sulla chiusura di cinema e teatri, misura contenuta nell’ultimo Dpcm firmato dal Presidente del Consiglio. E devo dire che non è chiaro quali siano i criteri secondo cui un servizio venga considerato essenziale o inessenziale. Cinema e teatri per il governo sono attività inessenziali, sono essenziali altre attività come per esempio i luoghi di culto e i centri commerciali. Dietro questa distinzione tutti scorgiamo una ratio, ovviamente, ma è aberrante: pregate il vostro Dio, spendete i vostri soldi, ma la cultura è superflua. È chiaro che non è possibile decidere arbitrariamente cosa sia essenziale e cosa inessenziale perché, nel farlo, si compie non solo un atto profondamente autoritario e antidemocratico, ma si decide a tavolino quali attività e ambiti possano sopravvivere e quali morire. Si è deciso di condannare a morte cinema, teatri, compagnie teatrali, progetti culturali, tutto ciò che aiuterebbe ad affrontare questo momento difficile con maggiore consapevolezza, a fronte di un pericolo di contagio che non è oggettivamente né superiore né inferiore rispetto ad altri ambiti. Oppure no, oppure è addirittura inferiore, considerando che teatri e cinema non vengono presi d’assalto la domenica come i centri commerciali... Eppure, a Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali, il giorno successivo alla firma del Dpcm sono stati offerti pulpiti da cui è riuscito a dire ciò che un politico non dovrebbe mai dire, e cioè che chi si lamenta non ha capito la gravità della situazione legata ai contagi. Ed eccola la frattura che spesso abbiamo provato a indicare ma che non sempre si manifesta in maniera tanto evidente: quando la politica afferma che le persone non capiscono, la politica ha fallito.
Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 25 ottobre 2020. I napoletani non hanno affatto torto nell' essere furibondi. La loro città affoga da sempre in gravi problemi, il più pesante dei quali è quello della disoccupazione, dato che la disponibilità di impieghi è condizione posta alla base della sopravvivenza. È noto che il lavoro nero è diffuso in mancanza di un tessuto imprenditoriale in grado di offrire posti legali. Sotto il Vesuvio si campa come si può, ovvio che molte regole vengano violate per cause di forza maggiore. Ora che il Covid ha inasprito i suoi attacchi anche al Sud, che si era considerato a lungo immune, le cose si complicano. La chiusura voluta dal governatore De Luca, che pure ha le sue buone ragioni, è stata presa dalla popolazione come una terribile minaccia. La quale popolazione, non essendo più capace di esercitare le piccole attività attraverso cui recuperava qualche euro per mangiare, è terrorizzata: teme di fare la fame. Naturale dunque che protesti con foga addirittura eccessiva, si riversi nelle piazze e insceni manifestazioni ai limiti del lecito. Condanniamo le violenze, tuttavia comprendiamo la disperazione dei partenopei che non dispongono di risorse se non quelle provenienti da faccende poco chiare, probabilmente non contemplate nelle regole. Gli amministratori campani e i governanti centrali non possono ignorare che Napoli non è soltanto camorra: la gente si arrovella per mettere insieme il pranzo con la cena e merita una attenzione particolare. Non è giusto abbandonarla al suo destino sfortunato e crudele. Tutta l' Italia deve aiutare la Campania, invece mi pare che in questa fase essa sia stata lasciata alla deriva, condizione che la costringe a reagire con i pochi mezzi di cui dispone. La folla che ha attraversato la metropoli urlando la propria rabbia non è impazzita, semplicemente esprime la paura di essere lasciata sola nonché di essere obbligata a delinquere non per vocazione - badate tutti bene - bensì per non perire di stenti. Diamo una mano ai napoletani, e non soltanto per proteggersi dal Covid, ma altresì allo scopo di garantire alle famiglie di sopportare con dignità i sacrifici dettati da una situazione di emergenza. Noi siamo vicini a chi soffre, convinti che in questo periodo storico la solidarietà debba scattare nell' anima degli italiani.
CAMORRA, ESTREMISTI E PROVOCATORI INQUINANO LA PROTESTA DEI DISPERATI. Manifestazione emulata in molte altre città: al Viminale sale l’allerta per le tensioni sociali che potrebbero esplodere ulteriormente nel Paese. Michele Inserra su Il Quotidiano del Sud il 27 ottobre 2020. Una bomba sociale “infiltrata” da gruppi anarcoinsurrezionalisti, estremismo politico e camorra. Sono stati infettati i cortei nati per esprimere il proprio dissenso in modo pacifico. Da Napoli a Salerno è esplosa, principalmente, la rabbia del popolo “No lockdown”. «Non ce la facciamo più – urlano i manifestanti a squarciagola tra un blocco stradale e un altro – La barca è già affondata, non c’è più speranza per chi come noi ha investito anni e denaro nelle proprie attività. Siamo finiti e da stasera riceveremo il colpo di grazia. Faremo tutto il possibile per evitare il fallimento». Una reazione emulata a Roma, Milano, Palermo, Torino e in altre città. La Campania è la scintilla che ha acceso il fuoco, una vera e propria polveriera. L’Italia può diventarlo. La tensione è alta dallo scorso weekend fino a ieri sera in piazza Plebiscito, dove oltre mille persone hanno protestato con shaker, forchette e coltelli.
I DISORDINI. Tutto ha avuto inizio venerdì sera con il coprifuoco ordinato dal governatore Vincenzo De Luca: una dura protesta culminata poi in una violenta guerriglia urbana quando la camorra ha deciso di creare il caos per sferrare un attacco allo Stato. Una commistione di persone che si sono trovate in strada a saldare conti in sospeso, personaggi delle cosche del Pallonetto, Pignasecca e Quartieri Spagnoli. Al Viminale sale l’allerta per le tensioni sociali che potrebbero esplodere ulteriormente nel Paese. Le manifestazioni di piazza, viene sottolineato, sono «un campanello d’allarme». Il ministero dell’Interno ha sottolineato la necessità di disinnescare sul nascere ogni situazione a rischio e di opporre massima fermezza nei confronti dei violenti. Per il Viminale, le proteste a Nord e a Sud sono state «situazioni ben connotate». Chi si è reso protagonista degli scontri con le forze di polizia, in sostanza, «non aveva nulla a che vedere con le categorie che in qualche modo sono state più colpite dalla crisi di questi mesi, ma con ambienti che avevano il preciso scopo di provocare disordini: ultras, estremisti di destra, centri sociali, soggetti che vivono di espedienti e piccoli reati utilizzati come manovalanza dalla criminalità organizzata». Gli antagonisti dei Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), già protagonisti nei mesi scorsi a Milano di scritte sui muri come «Fontana assassino» su cui sono state aperte indagini, hanno rivendicato in una loro newsletter di aver anche preso parte alle «mobilitazioni» a Napoli di venerdì notte. «L’aspetto decisivo non è stabilire il ruolo che hanno avuto i fascisti, la camorra o i centri sociali – hanno scritto – La mobilitazione è espressione della resistenza spontanea delle masse popolari al procedere della crisi economica e dell’emergenza sanitaria in corso”. Quella andata in scena nelle piazze è, principalmente, la disperazione di chi non ce la fa più a reggere, attività e famiglia. Una disperazione che però è stata macchiata da episodi delinquenziali.
LA MATRICE. Le proteste di Napoli e della Campania sono la punta più avanzata di una mobilitazione diffusa e spontanea, che di zona in zona ha avuto capipopolo, promotori e agitatori diversi. «Siamo pronti – ha detto Stefano Meer della “Rete piccole e medie imprese napoletane” – a rispettare le regole e lo faremo da domani. Se si pensa alle nostre attività come uno strumento di contagio, siamo disposti a fare questo ulteriore sacrificio, ma è necessario che tutti facciano la loro parte. Le istituzioni non devono lasciarci soli e devono fare la loro parte per garantire il futuro delle attività che saranno penalizzate dal coprifuoco». In piazza c’erano le masse popolari indignate e in rivolta per l’ennesimo annuncio di lockdown. Domenica sera la rabbia napoletana è esplosa anche nell’area di Piazza Vanvitelli – nel quartiere Vomero – e in via Scarlatti. Dal canto suo, il presidente De Luca ha nuovamente attaccato i manifestanti. «C’entrano ben poco con il disagio sociale, con il malessere delle categorie economiche – ha assicurato il governatore – I protagonisti sono tre: pezzi di Camorra, pezzi di antagonisti, pezzi di neofascisti e potremmo anche aggiungere pezzi di… qualcos’altro. La Camorra ha interesse ad avere campo libero, perché così può spacciare droga tranquillamente». Se a marzo, di fronte al dilagare dei contagi da coronavirus, le misure di contenimento adottate erano state vissute dalla gran parte della popolazione come un inevitabile sacrificio, oggi il quadro è radicalmente mutato. È un disagio forte, che riunisce diverse categorie da Nord a Sud. Un fuoco sul quale in molti sono pronti a soffiare.
“Burattini, venduti e servi”: perché in ogni protesta i giornalisti vengono insultati? Rossella Grasso su Il Riformista il 3 Novembre 2020. Ormai quasi ogni giorno le strade e le piazze delle città italiane si riempiono di proteste e cortei di ogni tipo. Tra i vari ci sono semplici cittadini, le categorie che l’ultimo dpcm ha messo in crisi, le mamme che si lamentano contro la chiusura delle scuole ecc. Immancabili in ogni occasione anche gruppi di negazionisti senza mascherina che inneggiano all’amore e invitano all’abbraccio. In questa pletora di persone unite per diversi motivi dalla protesta volano spesso anche insulti più o meno violenti contro i media. Spesso con spintoni e aggressioni verbali invitano i giornalisti a togliere la mascherina accusandoli di non dire la verità, di “essere asserviti”. Una scena che si è ripetuta anche durante il provocatorio “corteo Funebre” che si è svolto a Napoli la sera del 2 novembre. Il gruppo di manifestanti ha, infatti, inscenato il funerale dell’economia campana con tanto di carro funebre, necrologi e crisantemi. Ma durante il percorso i manifestanti hanno iniziato a insultare violentemente anche i giornalisti che erano lì per dare voce alla protesta e raccontare le istanze dei manifestanti. “I giornalisti ci devono sempre buttare a terra, sempre. Invece di venire a occuparsi dei nostri diritti, delle nostre difficoltà da lavoratori a partita iva, che dobbiamo chiudere le nostre attività, ci accusano solo di assembramenti”. Ha detto polemicamente una ragazza alludendo al fatto che nel racconto dei fatti non sfugge il problema degli assembramenti che queste manifestazioni comportano. Un fatto anche questo innegabile e ben visibile dalle immagini. Assembramenti a cui i giornalisti, loro malgrado si espongono, pur di dar voce alle proteste e raccontare a tutti cosa accade. Comprese quelle che sono le storture che la paura e la rabbia per la pandemia stanno generando senza freno. Gli insulti continui ai giornalisti sono una parte di questi. “Voi giornalisti dovete dire le cose giuste – continua una delle manifestanti – non quelle che convengono a voi che vi mandano a dire di dire”. Poi la manifestante prosegue asserendo di essere in primis giornalista “ma me ne sono andata dal sistema – ha continuato – paragonando l’informazione pubblica alla camorra – e quindi non vengo a fare la burattina qua in mezzo io mi sono rifiutata”. Dunque la critica viene da una “giornalista” ed è curioso anche che la manifestazione in questione fosse stata organizzata proprio da un giornalista. Un pensiero che per chi ha seguito con passione e dedizione varie proteste si è sentito ripetere spesso. Il 2 novembre la scena sotto la Regione Campania è stata ancora più violenta, magari non fisicamente, come durante gli scontri di quel primo venerdì di coprifuoco, ma verbalmente sicuramente si. Nelle immagini si vede il gruppo dei giornalisti impugnare telecamere e microfoni e dal lato opposto alcuni manifestanti gli gridano in faccia “giornalaio!”, “venduti!” e poi in coro “servo, servo, servo!”. Poi la scena tocca picchi di follia: un manifestante con la maschera di De Luca insulta uno dei cameramen accusandolo di non indossare la mascherina. Il cameraman, che invece indossa tanto di mascherina a norma, resta impassibile mentre l’uomo continua a gridargli contro: “Ti stanno filmando tutti, poi ti sputtaneranno… poi ci farai sapere se siamo noi i negazionisti o tu il prezzolato”. E parte l’applauso della folla intorno. Una scena che fa male a chi si affatica a raccontare anche questo, spesso anche mal pagato o nulla o affatto tutelato. “Giornalisti terroristi alla gogna vergogna”, recita invece un altro cartello. A portarlo fieramente al collo una donna che ne spiega i motivi: “In televisione fanno vedere cose assurde – ha spiegato – pochi giorni fa hanno fatto vedere due ospedali di due paesi differenti, poi due barelle che portavano i cuscini, uno vestito da marziano con la tuta anticovid ma che indossava gli infradito, un altro che portava un cadavere con tre dita. Quindi adesso diciamo basta”. Peccato che tutte le assurdità elencate dalla signora siano state promosse e divulgate sui social, tanto da diventare virali. Forse dei giornalisti non si può poi così tanto fare a meno.
LA NOTA DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI OTTAVIO LUCARELLI – Ringrazio il Riformista per questa puntuale denuncia ed esprimo solidarietà e vicinanza al collega minacciato e a tutti i giornalisti sotto tiro. In questa fase più che mai siamo in prima in linea vicini ai contagiati, ai medici, agli infermieri. E siamo in strada a raccontare il Covid. Eppure l’ignoranza dilagante continua a prenderci di mira. Per questo insisto nel chiedere a Prefetto e Questore maggiore protezione per chi ha il delicato compito di informare l’opinione pubblica.
La solita bufala della regia mafiosa delle rivolte del Sud. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 28 ottobre 2020. Solo Roberto Saviano ha avuto il coraggio di spiegare che le mafie hanno tutto da guadagnare dal lockdown: «I camorristi acquistano aziende e locali che stanno fallendo». A marzo – quando i numeri di Alzano e Nembro spaventavano già oltre ogni misura – e si parlava di zone rosse e di impedire ogni mobilità tra regioni, a Luigi de Magistris, sindaco di Napoli scappò detto: «Se il contagio fosse partito dalla Campania e non dalla Lombardia, il primo decreto sarebbe stato quello di sparare a vista a qualsiasi meridionale». Che uno può leggerlo pure come il solito vittimismo dei meridionali, che un po’ ci inzuppano il pane, ma una qualche verità c’è. Anche perché era bastato – qualche giorno prima – che dei padri di famiglia riempissero un paio di carrelli della spesa a un supermercato di Palermo e fossero andati via sfondando le casse senza pagare – e là il ministro dell’interno Lamorgese si era lasciata andare a scenari apocalittici di rivolte sociali imminenti. Perché c’è questa cosa qua che va detta – se tirano un petardo a Torino o a Milano è una cosa, ma se lo stesso petardo lo tirano a Napoli o a Palermo è un’altra. È una cosa antica, mica di adesso, antica almeno quanto l’Unità d’Italia – che una sua forzosità la ebbe, possiamo dirlo senza sembrare dei follower di Pino Aprile? Sì, c’erano stati i picciotti a Calatafimi a battersi con le camicie rosse e una lunga tradizione di libertà aveva innervato generazioni di patrioti risorgimentali siciliani e meridionali. Ma la forzosità c’era stata, e un certo dispregio delle classi politiche e intellettuali del Nord verso il Sud era rimasto. Avevano esportato la democrazia al Sud – più o meno era questa l’idea. Quando, appena sei anni dopo l’Unità, Palermo – delusa e amareggiata – insorge guidata da repubblicani e garibaldini contro il nuovo Regno, le tasse e la coscrizione obbligatoria, che erano le uniche cose nuove che erano arrivate, re Vittorio ordina a Ricasoli a mezzo un telegramma di fuoco che la rivolta sia troncata: «Il me semble nécessaire une sévère leçon à ces malfaiteurs qui viennent de troubler l’ordre et la tranquillité publique… J’espère donc que vous n’aurez aucune pitié de certe canaille». Malfaiteurs, canaille. Pure in francese, che manco in italiano si degnò di dirlo re Vittorio, come a rimarcare una distanza anche linguistica. Mafiosi – fu detto pure questo nelle cronache del tempo, e come no. E pensare che i capi della rivolta avevano pure seguito Garibaldi nell’avventura di Aspromonte. Non è che le cose siano cambiate tanto, da allora. Ogni volta che una protesta popolare, sociale si manifesta nel Meridione – c’è come un tic nervoso, una reazione coatta, un gesto incontrollato: è la mafia. O è la ndrangheta, o è la camorra. La camorra è stata subito tirata in ballo pochi giorni fa per le proteste di Napoli – e non da un qualche impressionabile opinionista ma da Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, insomma uno che queste cose le mangia a colazione e cena: «C’è la regia camorrista». La regia eh, mica solo la manovalanza. Così, è toccato a Roberto Saviano, che pur non guidando alcuna Commissione antimafia o alcuna Procura una sua qualche conoscenza delle cose l’ha accumulata negli anni, dire che no, «i camorristi guadagnano dal lockdown: fanno prestiti, acquistano aziende e ristoranti che stanno fallendo». E quindi non hanno nessun interesse a fare casino e proteste per trovare un qualche rimedio, anzi. Una lenta agonia e si sfregano le mani. È questo che è toccato fare a Napoli: rompere l’incantesimo malefico che ha addormentato tutto. In cui la parola d’ordine sinora era stata: Non disturbate il manovratore. Un lento piano inclinato, in cui tutti i provvedimenti governativi non riescono a colmare il disagio che intanto cresce. È come se per l’epidemia, per quanti tamponi tu faccia e per quanti asintomatici trovi e li metti in quarantena, ce ne sono sempre di più – e non riesci a fermarla. E così è per l’epidemia economica: per quante casse integrazioni ti inventi, per quanti bonus, per quanti sostegni e ristori – c’è sempre una categoria che rimane fuori e scivola verso la povertà. La povertà: la Caritas ha anch’essa i suoi bollettini quotidiani e riportano i piatti di pasta che vengono forniti quotidianamente alle mense gratuite. E crescono di numero. Napoli ha sorpreso tutti, proprio perché tutti siamo sotto l’incantesimo malefico: siamo spaventati, siamo stanchi. E all’improvviso migliaia e migliaia di persone scendono in strada e in piazza – con la mascherina, provando a stare distanziati, e non sono No- Mask, non sono fuori di testa “Qui non c’è coviddi” – e dicono che così stanno morendo, stanno morendo le loro attività, si vanno licenziando i dipendenti, sta spegnendosi la vita sociale di una città. Poi c’è stata Catania, poi c’è stata Milano, poi c’è stata Torino. Napoli ha tolto il tappo: il conflitto è contagioso. Ma non è solo un grido di dolore che è salito dal Sud e ha trovato eco al Nord. Le manifestazioni di Napoli sono state un grande sussulto di democrazia. Il più importante sussulto di democrazia, dall’inizio della pandemia. Ci sono stati cassonetti bruciati – è vero. Ci sono state aggressioni – è vero. Non hanno fatto bene, queste cose, alla manifestazione – è vero pure questo. I primi a saperlo sono proprio i napoletani che sono scesi in piazza e hanno continuato a farlo. Le manifestazioni di Napoli hanno rotto la paura e la depressione. Non sono ‘ per principio’ contro il governo: Napoli chiede provvedimenti, suggerisce iniziative, sollecita interventi. Non vuole la rivoluzione – mammamia. Vuole essere partecipe, vuole essere presa in considerazione, vuole dire la sua. Perché è della sua pelle che si va decretando. Questo è il messaggio “universale” che viene da Napoli – perché “vada tutto bene” bisogna coinvolgere le persone nelle decisioni, bisogna ascoltarle, bisogna capire le difficoltà che si vivono. Il contagio sta rendendo ancora più “liquida” la società – se i luoghi della decisione politica si ritraggono, questo è il pericolo vero per la democrazia.
LA RIVOLTA. In una piazza guerriglia, nell'altra disperazione: la notte di Torino, simbolo del Paese. Esplode la protesta la prima sera del coprifuoco. Da una parte rivoltosi con bombe carta, dall'altra una manifestazione autorizzata e non violenta. Ma la rabbia degli esclusi attraversa la città. Rita Rapisarda su L'Espresso il 27 ottobre 2020. Quella di piazza Castello ha rispettato il compito. Sin dalla sera delle proteste a Napoli è stato chiaro che una parte di Torino avrebbe risposto con la stessa violenza. E così è stato: bombe carta, cassonetti bruciati, vetrine sventrate, lanci di molotov e bottiglie. Nella prima notte di coprifuoco il centro di Torino per qualche ora è in mano a cinquecento rivoltosi. L’invito girato online per mano di anonimi, ma che la Digos ha da subito inquadrato in ambienti vicini all’estrema destra e al tifo organizzato, richiamava il “popolo italiano e piemontese” con frasi di fascista memoria: “Il tempo delle richieste è finito, chi ci governa non ci ascolta! Contro questa dittatura, contro questo coprifuoco e la dittatura sanitaria”. L’appuntamento alle 20.30, nella piazza dove si affaccia la sede della Regione Piemonte. Già da un’ora e mezza prima si raduna una macchia nera: le teste rasate e gli incappucciati da subito si mettono di fronte alla polizia. «Chiara, Chiara, scendi forza non hai il coraggio», chiamano la sindaca Appendino, quella che aveva promesso la riqualificazione delle periferie, e ora quelle stesse tornano a chiedere il conto. Partono insulti, provocazioni alle forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. «Libertà, libertà, libertà», quella di lavorare e vivere. Qualche coro, ma dura poco, si capisce subito che la piazza non è lì per discutere o manifestare. Non ci sono discorsi politici, megafoni o rivendicazioni, ma voglia di scontri. Violente manifestazioni antirestrizioni a Torino e Milano, con scontri e danneggiamenti. Nel video la guerriglia urbana a Torino: la polizia ha lanciato lacrimogeni contro i manifestanti. La protesta si trasforma in guerriglia, partono bottiglie e fumogeni da un lato, poi botti e bombe carta, la polizia risponde con qualche carica contenitiva e con lanci di lacrimogeni per disperdere il gruppo. Volano vetri da ogni direzione, un fotoreporter è colpito in piena testa, viene trasportato in ospedale in ambulanza.
Centri sociali, ultras e “baby riot”. Ma questa piazza non è così omogenea come sembra. Dopo le prime cariche voci si levano dalle frange definite antagoniste, vicine ai centri sociali: «Via i fascisti e la polizia dalla piazza». Alcuni srotolano uno striscione: “Non è il covid, il virus è il capitalismo”. Tanto basta per creare uno scontro tra fazioni, volano calci e pugni. «Dobbiamo tenere la piazza non andate via», urlano manifestanti dei centri sociali che oggi dal canale Infoaut, non rivendicano i tumulti. Ma è tardi. Una metà dei manifestanti si divide, sono molte le persone che provano a portare la calma, dicono i teppisti di non dare addosso agli agenti: «Sono qui perché di aria non posso vivere, mia moglie lavora in una palestra, come faremo?». «Vivo per strada, non mi vergogno a dirlo». «Non vogliamo i violenti qui, così fate il gioco di Conte!». In questa piazza non va in scena la rabbia dei negozianti, ma quella degli esclusi, che odiano la politica, indistintamente a destra e sinistra. Insieme ai noti ultras ci sono numerose bande di ventenni incappucciati, sono loro a devastare di più: lanciano il porfido strappato da terra, si servono di tavolini e sedie come armi, distruggono monopattini e danno loro fuoco, bruciano cassonetti, danneggiano le auto parcheggiate e tutto quello che trovano sulla loro strada. Ragazzi dalla periferia, molti italiani di seconda generazione, pochissime ragazze, si muovono come stessero in un videogioco, divertiti da quello che accade, ridono, urlano insultano gli agenti. I “baby riot” sono vestiti sportivo, jeans stretti, felponi e Nike ai piedi, quelli che il sabato passeggiano proprio in centro per le vie dei negozi del lusso che ora provano a prendersi. Hanno una rabbia dentro che arriva da lontano: molti non vanno a scuola, o dovrebbero vista l’età, sentono di non avere prospettive o forse non le cercano, ma in questa notte vogliono prendersi il centro con la forza. Arrivano da un disagio vero, forse da famiglie sull’orlo del lastrico. E su di loro puntano i vecchi abituè degli scontri, ne approfittano: «Forza radunatevi e carichiamo la polizia, siete con noi?». Un battesimo del fuoco. Una guerriglia così Torino non la vedeva dai Forconi, sette anni fa, quando la protesta, alimentata proprio dagli ultras del tifo bianconero e granata, mise la città a ferro e fuoco per tre giorni. Alla fine si contano danni per decine di migliaia di euro, sette persone arrestate e due denunciate in stato di libertà, esponenti del tifo organizzato.
L’altra piazza. «Libertà, libertà, libertà», urlano un migliaio di persone in un’altra piazza, settecento metri più in là, sul Po, piazza Vittorio. Lì si vive un’altra serata. Una manifestazione autorizzata dalla Questura e senza disordini e definita pacifica sin dalla sua promozione social: come a dire che non vogliono che si parli solo dei violenti, esistono anche loro. La gente comune. Ci sono decine di addetti della ristorazione, dipendenti del settore, albergatori e lavoratori delle palestre, ma anche piccoli commercianti, partite iva, operai, pensionati, gente che porta in piazza bimbi che dice di non sapere più come sfamare. Chiedono di convivere con il virus, perché chiudere di nuovo vuol dire fallire. Si passano un microfono e intervengono a turno raccontando quello che stanno passando: «In questi mesi ci siamo messi in regola, speso soldi per comprare plexiglass e sanificare, ora ci fanno chiudere. Cos’ha fatto invece il governo per prepararci alla seconda ondata?». Il Dpcm che di fatto segna un secondo lockdown per molti è la mazzata finale degli ultimi mesi di restrizioni: «Il virus ha orari che si chiudono bar e ristoranti? E poi di giorno stipati sugli autobus». In mezzo a loro anche molti negazionisti, criticano il governo e i “poteri forti” di aver creato il terrore per un virus che non esiste, girano senza mascherina, in barba ai regolamenti. «Abbiamo tenuto la piazza e isolato i violenti grazie ai buttafuori delle discoteche, oggi senza lavoro. Siamo scesi con il cuore», racconta a L'Espresso Marco Liccione, uno dei promotori dell'iniziativa: «Non abbiamo partiti o bandiere, vogliamo solo gridare la nostra disperazione e questo è solo l’inizio», racconta il trentenne, operaio nel settore trasporti, che sui social però non nasconde le simpatie per Fratelli d’Italia e Matteo Salvini. Annuncia infatti di aver ottenuto per giovedì un incontro in regione con venti rappresentanti di categoria: «Un battaglione per una guerra democratica, senza violenza».
Lucio Fero per blitzquotidiano.it il 27 ottobre 2020. La protesta contro le nuove limitazioni al commercio, alle attività ricreative, niente meno che alla cultura. E’ una protesta quella di bar, ristoranti, palestre, piscine, teatri, cinema e altri settori toccati e colpiti generale e dolente. Ma non per questo sfugge all’essere una protesta pretestuosa, illusa da se stessa e perfino bugiarda, sistematicamente bugiarda sui cosiddetti Protocolli. Sentita appena ieri sera in tv: ristoratore che teorizza e battezza la pizza una volta a settimana con la famiglia un diritto naturale e inalienabile. Una condizione primaria dell’esistenza umana. Non c’è un solo settore di quelli toccati e colpiti che non ponga la propria attività come consustanziale al benessere del prossimo e non garantisca che la stava esercitando “in sicurezza”.
CULTURA RENDE IMMUNI? Particolarmente rilevante l’argomento/sgomento di coloro che lavorano nel comparto denominato cultura. Sentita sempre in tv eminente donna di teatro affermare: “se qui fosse possibile contagio non protesteremmo…”. Cultura rende immuni. Se vai a teatro a spettacolo colto sei in sicurezza, se vai al cinema per pellicola pop rischi? C’è una urticante spocchia, un fare grottescamente snob in questa atteggiarsi degli operatori del consumo culturale. Che ne sanno loro, chi sono loro per stabilire che teatro non contagia e bar sì?
LA BUGIA DEI PROTOCOLLI. Non c’è comunicato di categoria e radio e tv ribollono di dichiarazioni del tipo: ci avete detto di aprire con i protocolli, abbiamo speso e investito per distanziare, sanificare…e ora ci chiudete? La protesta disperata e accorata ha ragione: a loro è stata raccontata la favola dei protocolli che rendevano le attività “sicure”. Era una favola, non era realtà. Ce la siamo voluta raccontare tutti la favola, ci piaceva l’incantamento dell’epidemia finita a giugno e che non torna più. Dalla favola bar e ristoranti e piscine e palestre sono stati ingannati, sedotti e abbandonati. Ma ci hanno messo del loro, spesso e volentieri. Per tutta l’estate e anche dopo in bar e ristoranti si è andato a consumare senza rispettare nessun protocollo. Tavolate di decine, in tanti al balcone per il caffè. Protocolli nei centri sportivi? Sì, tracciamento dei nomi i primi due giorni e addetto ai controlli regolarmente a mascherina abbassata.
CORONAVIRUS E RISTORANTI. I Protocolli sono stati applicati e colabrodo. Colpa e responsabilità anche dei clienti dei servizi e locali. Ma i gestori e i lavoratori della ristorazione e intrattenimento e cultura mentono se affermano di protocolli rispettati.
MEGLIO DAVVERO UOVO OGGI CHE GALLINA DOMANI. Protesta generale, accorata, disperata. Ma non per questo non miope e illusa. Miope perché anche in termini di budget e fatturato un mese chiusi o semi chiusi è perdita inferiore a quella da pandemia imperante per tutto l’inverno. O i settori commerciali e dell’intrattenimento pensano davvero di fare un Natale di consumi qualora vi fossero come oggi in Francia 40/50 mila contagi al giorno e 3/400 morti al giorno, forse mille? Miope e illusa la protesta, illusa che pandemia fosse finita, illusa che finisca domani. Illusione che tutti ci conquista: quella di potercela cavare sostanzialmente gratis e di poter essere alla fine risarciti tutti di tutto. A chi disperatamente protesta la collettività deve ristoro, cioè soldi, subito. A questo hanno diritto. Ma sarebbe civile e adulto da parte loro smetterla di raccontare la canzone di lobby: da me non ci si contagia.
LAMENTO QUERULO: E’ STATO PRIMA LUI. Smetterla con il lamento querulo, non con richiesta di aiuti. Lamento querulo come tra infanti: lui contagia più dime, chiudi lui. Insensata e grottesca la gara a chi contagia di meno, a quale luogo o attività contagia di meno. Qui si tratta di tagliare, dimezzare almeno i contatti tra umani. E anche per andare a teatro ci si muove per la città, si crea rete di contatti. Così come per andare in palestra, piscina, bar, pub, ristorante. Diminuire gli spostamenti, gli spostamenti per andare per ogni dove, questo serve. Pigolare o urlare un: me da me è sicuro è, appunto, protesta accorata, disperata, generale. tanto quanto protesta miope, pretestuosa e non senza bugie.
Elena Barlozzari Alessandra Benignetti per ilgiornale.it il 27 ottobre 2020. C'è chi abbassa la serranda sconfortato, chi si ribella e decide di sfidare i divieti e chi, invece, spera di tamponare i danni con il digitale. Sono tante facce della stessa medaglia, dello stesso dramma. Quello di palestre e centri sportivi è un settore ridotto all'agonia. Antonio Vita, romano di sessantasei anni, fa parte di quella categoria di imprenditori che faticano a realizzare. Ieri mattina ha salutato i suoi dipendenti e radunato le sue cose. Il suo centro sportivo, nella zona nord della Capitale, ripartirà, forse, il 24 novembre. "Mercoledì sera sono venuti i Nas a fare dei controlli, hanno trovato tutto in regola", racconta. Tra termoscanner, cartellonistica, gel igienizzanti e pannelli di plexiglass ha speso più di diecimila euro. "La mia palestra - continua a ripetere - è sicura". Non riesce a darsi una spiegazione: "Avete visto in che condizioni si viaggia sui mezzi pubblici di Roma? Sono un carnaio, perché la mia palestra è considerata più pericolosa di un vagone affollato?". Un interrogativo, il suo, che per ora rimane senza risposta. Per Ciro Santucci, proprietario di Audace, un franchising di palestre milanese, il prezzo per adeguarsi ai protocolli sanitari è stato ancora più salato: trecentomila euro. "Abbiamo smontato sauna e bagno turco, rifatto gli spogliatoi, messo le tubazioni in rame nelle docce, acquistato disinfettanti, termoscanner, macchinari nuovi e alla fine - denuncia – abbiamo dovuto chiudere ugualmente". "Soldi buttati nel water", si sfoga. "Anche da noi sabato mattina sono arrivati i Nas e come tantissimi colleghi siamo risultati a norma, su un gruppo di cinquecento palestre non c'è stato né un focolaio né un caso di Covid, questo - commenta - dimostra che sono luoghi sicuri". È la stessa linea della catena Virgin Active: "Per quanto ci riguarda, abbiamo attuato dei protocolli di sicurezza molto severi fin dalla riapertura nella primavera scorsa e i clienti hanno premiato i nostri sforzi riprendendo ad allenarsi in maniera costante". Ora i soci del club dovranno ripiegare sugli allenamenti casalinghi. "Non ci fermiamo", assicurano dal gruppo, annunciando il rafforzamento dell’offerta digitale "con allenamenti on demand e sessioni live ogni settimana". Se le grandi catene approdano in rete per ovviare alle chiusure, chi gestisce attività a conduzione familiare pensa ad azioni eclatanti per far cambiare idea al governo. Mery Pellanda, imprenditrice di Codigoro, nel Ferrarese, ha deciso che la sua palestra resterà aperta. Come? "Gli associati si alleneranno all’esterno", ci spiega al telefono. È qui che Mery ha posizionato macchinari e attrezzature. "Il decreto lo permette – incalza – e poi non posso fare altrimenti, perché ho troppi debiti ". La sua azienda è sotto di sessantamila euro, tra costi sostenuti per adeguarsi ai protocolli sanitari e mancati incassi nei mesi di lockdown. "Mi sono indebitata per far fronte a tutte le spese – si sfoga – non posso mica chiudere i battenti, tra un mese chi pagherà per me?". Alle promesse del premier non ci crede più. "Sono stata esclusa addirittura dal bonus affitti senza neanche uno straccio di spiegazione", si lamenta. È scettico anche Santucci. "I miei dipendenti aspettano ancora la cassa integrazione di maggio, da questo governo - attacca - non mi aspetto più nulla, stamattina ci sono quaranta persone in più in mezzo alla strada che passeranno un Natale di ristrettezze". È lo stesso cruccio di Antonio: "Sono preoccupato per dipendenti e collaboratori - si sfoga - perché siamo una grande famiglia". "Li aiuterò come potrò anche se - ci dice - dalla scorsa primavera ho accumulato più di cinquantamila euro di debiti". Se lo scorso aprile molte aziende avevano anticipato i soldi ai lavoratori, ora, dopo mesi di mancati guadagni, nessuno può più permetterselo. "Ci hanno preso in giro – attacca ancora Santucci – non hanno fatto un controllo da giugno ad ottobre, questa settimana hanno mandato i carabinieri in tutte le palestre alla ricerca di presunte irregolarità che motivassero le chiusure, non le hanno trovate, evidentemente era un provvedimento che si voleva prendere comunque". "A Conte suggerisco di dimettersi, come fa - si domanda - a non capire che se crollano le aziende crolla anche tutto il resto?". Intanto, mentre da Nord a Sud le piazze si infiammano, gli operatori del settore stanno protestando in piazza del Pantheon, a Roma. "Lo sport è salute, il danno lo avete fatto a tutto il tessuto sociale", recita lo slogan impresso sulla locandina della manifestazione. "Quattro di noi verranno ricevuti a palazzo Chigi nel pomeriggio, le nostre richieste – spiegano dalla piazza – sono: ripristino delle condizioni precedenti all’ultimo Dpcm, erogazione di fondi a titolo di risarcimento del danno di immagine per le aziende e l’inizio dei lavori per il riconoscimento dei collaboratori nel CCNL". Venerdì a mezzogiorno si ricomincerà da piazza Duomo a Milano. "L'iniziativa è nata con il passaparola ed i social network, ognuno di noi si sta dando da fare come può", ci spiega Sara Carminati, membro del Movimento istruttori nuoto, allenatori e assistenti bagnanti (Minaab). "Siamo rimasti in silenzio per troppo tempo - conclude - adesso basta".
Dai gruppi malavitosi a chi ha fame e non può mangiare. Dai teppisti alla gente perbene, le facce della rivolta di Napoli: “Decido io se morire in strada o a casa”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 24 Ottobre 2020. “Dobbiamo buttare a terra le campane del vetro, così abbiamo più bottiglie da lanciare”. E ancora: “Voi donne andate via da qui, è pericoloso”. Sono le 23 di venerdì 23 ottobre e a Napoli parte ufficialmente il coprifuoco. Nella piazzetta di via Nazario Sauro, sul lungomare partenopeo, scatta però la protesta contro le misure restrittive annunciate dal governatore della Campania Vincenzo De Luca, che in giornata ha chiesto al governo l’immediato lockdown per l’emergenza coronavirus. Ci sono centinaia di persone. La maggior parte lavoratori, imprenditori, studenti, pronti a incrociare le braccia sotto la sede delle Regione in via Santa Lucia, così come è già accaduto la sera prima e nelle scorse settimane. Ci sono però anche gruppi di teppisti, appartenenti a frange del tifo organizzato e, secondo gli investigatori (la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo sulla rivolta) vicini ad alcuni clan di camorra del centro storico di Napoli che vivono principalmente di spaccio ed racket. Attività che con il coprifuoco e il lockdown diventerebbero poco remunerative. Nel giro di pochi minuti si scatena il panico, con i teppisti, circa un centinaio, alcuni dei quali in azione con il volto coperto da casco integrale o dai cappucci delle felpe, che danno vita a una vera e propria guerriglia contro le forze dell’ordine presenti in assetto antisommossa. Si vive mezz’ora di follia con lanci di bottiglie, esplosioni di petardi e assalto ai mezzi blindati di polizia e carabinieri che si difendono esplodendo decine di lacrimogeni. Un militare dell’Arma viene letteralmente assalito da un gruppo di malavitosi e pestato per alcuni secondi. Altri delinquenti si scagliano contro le camionette di polizia e carabinieri con mazze, cinghie e cassonetti della differenziata presenti in strada. Altri bidoni della spazzatura vengono gettati al centro della strada e poi dati alle fiamme. Quelli della raccolta del vetro sono invece utilizzati per il rifornimento di bottiglie da lanciare contro gli “sbirri” che devono guardarsi anche dal lancio di transenne recuperate dai rivoltosi sul lungomare. La guerriglia va in scena tra 23 e le 23.30 tra via Santa Lucia, via Nazario Sauro e via Orsini, poi una parte dei manifestanti chiede e ottiene un confronto con le forze dell’ordine, coordinate dal dirigente di polizia Pasquale Antonio De Lorenzo. “Noi vogliamo protestare pacificamente, quelle persone non ci appartengono. Gestisco un bar a Pozzuoli e questa sera ho incassato appena 25 euro. Il lockdown è la fine, ci devono dare i soldi se poi ci obbligano a chiudere” spiega uno dei rappresentanti del gruppo. Altri chiedono a polizia e carabinieri di unirsi alla protesta.
FRONTE SPACCATO – Il fronte della rivolta è però spaccato. C’è chi chiede di terminare la protesta sotto la sede della Regione, chi invece di continuare a cantare e avanzare “pacificamente”. C’è una donna, in compagnia della figlia che indossa la maschera di De Luca, che lamenta: “Così non va bene, ci hanno rinchiuso in questo spazio e non possiamo fare più nulla. Io lavoravo nel mondo del teatro ma da troppi mesi è tutto fermo e cerco di arrangiarmi in qualche modo ma – rivolgendosi al Governatore – voglio decidere io se morire in strada oppure rinchiusa in casa, devo lavorare, devo mangiare“. Uno dei protagonisti della rivolta, come emerge nel corso della diretta Facebook del Riformista, non accetta il compromesso raggiunto tra gestori delle attività commerciali e polizia. Mostra i segni delle ferite dovute “alle manganellate prese mentre provavo a far valere le mie ragioni” e racconta la sua storia: “Faccio l’animatore, non lavoro da mesi mentre la politica non ha fatto nulla per prevenire tutto questo”.
LA DIRETTA E LE INTERVISTE DEL RIFORMISTA: Sul finire della protesta arrivano anche le donne residenti nella zona del Pallonetto di Santa Lucia che, in modo assai poco garbato, iniziano a inveire contro il Governatore, non riuscendo però ad argomentare le ragioni della loro protesta. Poi ci sono i teppisti che a debita distanza ogni tanto ritornano a farsi vivi con lanci di bottiglie. La maggior parte di loro è stata immortalata dalle telecamere dei media presenti (la troupe di Sky Tg24 e il videomaker di Loca Team sono stati aggrediti) e da quelle di videosorveglianza oltre che dai video che i residenti hanno girato dai balconi.
DUE ARRESTI – Le indagini sono già scattate e gli investigatori sono a lavoro per identificare i protagonisti della rivolta. Intanto sono due i manifestati fermati nel corso della rivolta. Si tratta di due 32enne, originari del quartiere Vasto e già noti agli archivi di polizia per reati di droga. Entrambi devono rispondere di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
BILANCIO FERITI TRA LE FORZE DELL’ORDINE – E’ di due poliziotti del Reparto Mobile leggermente contusi e quattro carabinieri ricorsi alle cure mediche per contusioni varie e problemi all’udito (a causa dell’esplosione ravvicinata di grossi petardi) il bilancio dei feriti della rivolta. I militari dell’Arma.- da quanto si apprende – stanno bene e hanno riportato prognosi dai 3 ai 5 giorni. Danneggiata un’auto dei carabinieri (rottura del vetro posteriore con un grosso masso, lesione del parabrezza e danni alla carrozzeria) e almeno un blindato della polizia. Tra i manifestanti, oltre al giovane che ha mostrato le “manganellate” ricevute nel corso della nostra diretta, non si sono, al momento, altre denunce o referti medici. C’è qui probabilmente non si è recato in ospedale per non essere identificato.
Le manifestazioni contro il nuovo dpcm. Molotov, saccheggi e fermi nell’Italia sempre più chiusa: alta tensione a Milano, Torino e Napoli. Redazione su Il Riformista il 26 Ottobre 2020. Un fermato a Napoli. Un ferito e 10 fermati a Torino. Molotov e petardi in centro a Milano. L’Italia è sempre più chiusa e si moltiplicano le proteste in tutto il Paese. Da oggi entra in vigore il nuovo dpcm del governo – ulteriori restrizioni alla ristorazione, chiuse palestre e piscine, raccomandazione di non spostarsi – e, soprattutto in serata, sale la tensione in tutto lo stivale. Sono scesi in piazza ristoratori, commercianti, disoccupati, liberi professionisti. Camionette e agenti in assetto antisommossa presenti in tutte le piazze. In alcuni casi hanno reagito. Dopo gli scontri dei giorni scorsi a Napoli, a Roma, le manifestazioni della settimana scorsa a Milano, oggi le proteste si sono svolte in diversi centri. I tassisti a Torino hanno occupato piazza Castello, a Cremona i ristoratori hanno battuto le pentole davanti alla prefettura e poi le hanno abbandonate a terra come in un cimitero di stoviglie, a Treviso in mille hanno sfilato in corteo, a Viareggio giovani hanno bloccato il traffico e lanciato fumogeni e petardi. Episodio ancora più singolare a Pesaro: intorno alle 20:30 la polizia ha fatto irruzione in un ristorante all’interno del quale era stata organizzata via social una cena con 90 commensali in segno di protesta contro il dpcm. Il titolare ha cercato di impedire l’accesso degli agenti. “Unitevi a noi”, avrebbero gridato, mangiando e bevendo, i commensali ai poliziotti, secondo quanto battuto dall’Ansa. “Potete arrestarmi ma io non chiuderò mai”, ha protestato il proprietario del locale.
GLI SCONTRI – Danni e momenti di tensione in centro a Milano per una manifestazione non autorizzata: almeno una molotov è stata lanciata contro gli agenti. Poi i manifestanti si sono lasciati andare a devastazioni. Circa 300 le persone nel corteo. Rovesciati cassonetti dei rifiuti. La manifestazione era stata convocata via social. Dieci fermati nel frattempo a Torino: almeno cinque, secondo la Questura, sarebbero appartenenti a gruppi ultras. Vetrine sono state colpite e infrante nella centralissima via Roma i negozi saccheggiati. I manifestanti hanno rovesciato cestini dell’immondizia e danneggiato le transenne di un cantiere edile. Le forze dell’ordine hanno reagito alle scene di guerriglia urbana, ai lanci di bombe carta, sassi e bottiglie, con i lacrimogeni. Un fermo anche a Napoli. La manifestazione era partita dalla centrale Piazza del Plebiscito per poi raggiungere Palazzo Santa Lucia, sede della Regione Campania. È andata in scena davanti alla prefettura la protesta di commercianti, ristoratori e dipendenti dei locali invece a Palermo. Una manifestazione pacifica. Presente anche un centinaio di lavoratori del mondo dello spettacolo. “Per molti di noi è un nuovo lockdown – dicono alcuni imprenditori del settore dei locali e dei bar – La chiusura alle 18 rappresenta un colpo mortale alle nostre attività. Il governo non ci può abbandonare in questo momento. Abbiamo bisogno di aiuti veri”. A Catania bombe carte contro la prefettura.
IL VIMINALE – Il ministero dell’Interno ha monitorato la situazioni. Ampiamente prevista l’eventualità di scontri e proteste causati dalle nuove restrizioni. Le manifestazioni erano state nei giorni scorsi un campanello d’allarme. Di particolare rilevanza la probabile presenza di gruppi ultras, di estrema destra, centri sociali e microcriminalità nelle stesse manifestazioni animate da categorie di lavoratori di fatto piegati dalla crisi causata dal covid. Fonte qualificate degli apparati di sicurezza hanno detto all’Ansa che “la questione dell’ordine pubblico è diventata molto sensibile e vanno disinnescate le situazioni più a rischio” e in questi giorni “non saranno tollerati eccessi”. Ministero e Dipartimento della Pubblica Sicurezza, inoltre, sono in costante contatto con prefetti e rappresentanti locali delle forze di polizia. L’ottica che adotteranno le forze dell’ordine sarà quella della “massima fermezza”.
Da ansa.it il 26 ottobre 2020. Monta la protesta in tutta Italia dopo l'ultima stretta legata al Dpcm in vigore da oggi che prevede, tra l'altro la chiusura dei locali dopo le 18 e lo stop a palestre e attività sportive. Sale l'allerta del Viminale. Massima attenzione, necessità di disinnescare sul nascere ogni situazione di possibile rischio, massima fermezza nei confronti dei violenti. Al Viminale sale l'allerta per le tensioni sociali che potrebbero esplodere nel paese dopo il nuovo Dpcm del governo che ha rintrodotto una serie di restrizioni. Le manifestazioni dei giorni scorsi a Napoli, Roma e Torino, viene sottolineato, sono un campanello d'allarme anche se si è trattato di situazioni ben connotate: chi si è reso protagonista degli scontri con le forze di polizia, in sostanza, non aveva nulla a che vedere con le categorie che in qualche modo sono state più colpite dalla crisi di questi mesi ma con ambienti che avevano il preciso scopo di provocare disordini: ultras, estremisti di destra, centri sociali, soggetti che vivono di espedienti e piccoli reati utilizzati come manovalanza dalla criminalità organizzata. Dopo le tensioni dei giorni scorsi a Napoli nella notte due bombe carta sono stata lanciate in via Etnea, davanti la sede della Prefettura di Catania, durante un protesta contro le chiusure disposte dall'ultimo Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) per contenere la diffusione del Covid-19. Le deflagrazioni non hanno causato alcun ferito, ma hanno fatto scattare uno scontro tra le varie anime dei manifestanti, poi rientrato. Nessun contatto tra loro e le forze dell'ordine. L'iniziativa era stata preannunciata da una campagna promossa da giorni sui social network da un anonimo e all'appuntamento si sono presentati in diverse centinaia di persone. Sul posto sono presenti polizia e carabinieri. Protestano i tassisti a Torino. Oltre 180 taxi hanno occupato piazza Castello, davanti al palazzo che ospita la Regione Piemonte, per contestare le nuove misure anti-Covid adottate dal Governo nei confronti di bar e ristornati e il coprifuoco voluto dalla Regione a partire da questa sera. "Se in città tutto è chiuso chi prenderà i taxi?", dicono i tassisti. "Ci servono aiuti e incentivi per coprire le perdite", concludono. La "Milano da bere" si spegne - La pioggia non ferma la rabbia dei ristoratori, gestori di bar e pub di Milano e provincia che si sono dati appuntamento a pochi passi dalla Prefettura di Milano per manifestare la loro rabbia contro il nuovo decreto del governo che impone loro la chiusura alle 18. Una delegazione sarà ricevuta dal prefetto di Milano, Renato Saccone. Con loro hanno bandiere tricolore e striscioni con le scritte 'Servono fatti non decreti', 'Falliamo noi fallite voi' e 'No tasse e più aiuti concreti'. Questo nuovo decreto "è peggio del lockdown - ha spiegato Alfredo Zini, ristoratore che ha promosso la protesta a Milano - ci sarà così un mercato parallelo di abusivismo, la gente potrà acquistare alimentari e alcolici e consumarli anche abusivamente per la strada. Chiediamo un allineamento del Dpcm e dell'ordinanza regionale, uno dice chiudere alle 18 e l'altra alle 23". Inoltre i ristoratori chiedono contributi "non a pioggia uguali per tutti ma commisurati alla perdita di fatturato". Inoltre Zini lancia l'allarme per la "chiusura di tante attività che potrebbero finire nelle mani della criminalità organizzata". La delegazione di ristoratori porterà al prefetto un documento con cui la categoria chiede di "rivedere il Dpcm e l'ordinanza regionale, la riduzione proporzionata del pagamento della contribuzione del costo del lavoro, tasse e tributi locali, la lotta all'abusivismo". (ANSA). Napoli in piazza - "Reddito di salute per tutti la crisi la paghino i ricchi". Questo uno degli striscioni esposti in Piazza Plebiscito a Napoli dove si stanno radunando centinaia di persone per protestare contro i nuovi provvedimenti anticovid da parte del governo e della Regione Campania. In piazza rappresentanti delle categorie che si sentono danneggiate come i ristoratori, i titolari dei bar, settori dell'indotto del turismo, ma anche studenti, esponenti dei centri sociali, singoli cittadini che stanno perdendo il lavoro. "A salute e a prima cosa ma senza sorde nun se cantano messe", un altro degli striscioni. Intorno alla piazza decine di camionette delle forze dell'ordine e agenti in tenuta antisommossa. A Palermo protestano i commercianti, ristoratori e dipendenti dei locali davanti alla prefettura. All'iniziativa, che si sta svolgendo pacificamente, partecipano un centinaio di persone compresi alcuni lavoratori del settore dello spettacolo. Contestano il nuovo Dpcm del governo e chiedono un sostegno economico per affrontare questo primo mese di chiusura. "Per molti di noi è un nuovo lockdown - dicono alcuni imprenditori del settore dei locali e dei bar - La chiusura alle 18 rappresenta un colpo mortale alle nostre attività. Il governo non ci può abbandonare in questo momento. Abbiamo bisogno di aiuti veri".
(LaPresse il 31 ottobre 2020) - Una ventina di fermati, per lo più giovanissimi; alcuni agenti di polizia feriti dal lancio di pietre e bombe carta; cassonetti e bidoni della spazzatura rovesciati o dati alle fiamme; fioriere distrutte e cartelli stradali divelti. E' il bilancio della guerriglia urbana che si è scatenata venerdì sera per le vie del centro storico di Firenze dove era stata indetta, con un tam tam sui social network, una manifestazione per protestare contro le misure per il contenimento dell'epidemia di coronavirus, varate dal governo con l'ultimo dpcm. A preannunciare la manifestazione, nei giorni scorsi, un volantino anonimo, che richiamava, nel testo e nella grafica, quelli che erano stati utilizzati anche in altre città dove si erano già verificati scontri con le forze dell'ordine. Una minaccia che era stata presa molto sul serio dal comitato fiorentino per l'ordine e la sicurezza pubblica, che aveva predisposto un piano per contrastare eventuali violenze. Si temeva, in particolare, per la presenza di 'infiltrati' sia di estrema destra che di area antagonista. Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, aveva lanciato appelli affinché i cittadini disertassero questa manifestazione non autorizzata. I commercianti delle vie del centro avevano protetto le vetrine dei loro negozi con pannelli antisfondamento. Venerdì sera piazza della Signoria, dove i manifestanti avevano fatto sapere di voler convergere, era protetta da un cordone di polizia e mezzi blindati. Verso le 21 erano circa 500 le persone concentrate tra via Calzaioli e piazza del Duomo: cori contro le forze dell'ordine, i giornalisti e il premier Giuseppe Conte. Poi, i manifestanti hanno cercato di raggiungere piazza della Signoria e, dopo un fitto lancio di bottiglie e bombe carta all'indirizzo delle forze dell'ordine, è partita la prima carica della polizia. In breve tempo, le vie dello shopping, il "salotto buono" della città, si sono trasformate in teatro di scontri, proseguiti, con sassaiole e cariche delle forze dell'ordine, per almeno due ore. La calma è tornata solo dopo la mezzanotte. Unanime la condanna delle violenze da parte del mondo politico toscano, dal Pd alla Lega al Movimento 5 stelle. "Ci hanno fatto vivere una notte surreale, terribile e dolorosa a Firenze. Non è così che si manifestano le proprie ragioni, non è così che si dà voce alla sofferenza. È solo violenza fine a sé stessa, gratuita. Chi sfregia Firenze deve pagare per quello che ha fatto", ha detto a caldo il sindaco Dario Nardella. E il presidente della Regione, Eugenio Giani, nel cuore della notte, su Facebook ha scritto: "La violenza di pochi facinorosi, chiaramente organizzati con volantini vigliaccamente anonimi, è stata contrastata da forze dell'ordine a cui va la nostra decisa e profonda vicinanza e solidarietà. Massimo rispetto verso lavoratori, imprese, attività che hanno forzatamente chiuso esercizi e limitato apertura a causa della pandemia, con essi sempre dialogo. Con loro i gruppuscoli di stasera, probabilmente venuti da fuori, non hanno niente a che fare. I cittadini di Firenze e della Toscana non si piegano certo alla violenza ma saranno uniti per fronteggiare insieme l'emergenza come il nostro popolo ha sempre fatto, con spirito di comunità, nei momenti più difficili della storia!".
Scontri a Firenze, la piazza: «Macché fascisti: sempre votato quei pezzi di merda della sinistra». Lorenza Mariani sabato 31 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. «Mi raccomando ditelo che qui in piazza di fascisti non ce n’è. Noi siamo tutti elettori della sinistra. S’è sempre votato quei pezzi di merda. Ma ora basta! E ora siamo stufi. Siamo ridotti alla fame. Vi dovete vergognare». Ecco cosa urlava la piazza di Firenze ieri nella manifestazione contro il governo Conte e l’ipotesi lockdown. Lo si vede e lo sente chiaramente, nel video postato dal sito RadioSavana su Twitter, chi è che ieri è sceso in strada allarmato e furibondo. E così, ancora ieri, dopo i precedenti di Milano, Torino, Napoli e Roma, anche a Firenze è stato il deliro. Con scene di guerriglia urbana fino a tarda notte. Devastazioni. Arresti e feriti. Diversi fermati, per la verità: almeno dieci, tra i partecipanti alla manifestazione non autorizzata che si è svolta ieri. Avrebbero partecipato agli scontri e le loro posizioni sono al vaglio degli inquirenti. Ci sarebbero anche alcuni feriti leggermente. Notevoli i danni vandalici compiuti dai manifestanti, che hanno divelto cestini dei rifiuti, fioriere e cartelli. Danneggiate anche biciclette a noleggio e dehors di bar e ristoranti. Imbrattati muri con bombolette spray. Un gruppo di manifestanti avrebbe anche danneggiato un’auto della polizia sfondandone i vetri. In particolare le forze dell’ordine hanno individuato un gruppetto guidato da un 19enne fiorentino, poi arrestato. Uno dei quattro arrestati, la scorsa notte a Firenze, per i disordini scoppiati nel centro storico della città nel corso del corteo illegale per protestare contro le misure varate dal governo per contenere l’epidemia di coronavirus, vestiva con una tuta rosso-arancione e aveva il volto travisato con una maschera, abbigliamento simile a quello dei protagonisti della serie tv spagnola “La casa di carta”. Lo si è appreso da fonti della questura, che spiegano che si tratta di un 19enne fiorentino, e non proveniente da Arezzo come reso noto in un primo momento dalla polizia, finito in manette con l’accusa di aver lanciato una bottiglia molotov contro le forze dell’ordine. Non solo. Sempre secondo quanto reso noto dalla questura, anche altri manifestanti erano travisati con tute e maschere analoghe a quella della famosa serie Netflix, avrebbero tutti fatto parte di un gruppo vicino all’area anarco-antagonista, che nel corso della serata si è scontrato più volte con gli agenti. Tra i 24 denunciati per i disordini, ci sono anche tre minorenni: tutti 17enni. E allora bene hanno fatto i manifestanti in piazza intervistati nel video a dichiarare l’appartenenza politica di commercianti, ristoratori. E facinorosi in strada. In basso il video postato su Twitter dal sito “RadioSavana”. Proteste a Firenze per lockdown, una manifestante tuona: “Non siamo fascisti, siamo di sinistra e abbiamo votato per quei pezzi di merda del Pd.”
L'antifascismo è la patente per il caos. Se non sei fascista puoi sfasciare liberamente la città. Almeno questa deve essere l'idea di molti manifestanti. Francesco Maria Del Vigo, Domenica 01/11/2020 su Il Giornale. Se non sei fascista puoi sfasciare liberamente la città. Almeno questa deve essere l'idea di molti manifestanti. Venerdì notte centinaia di persone sono scese in piazza a Firenze per protestare contro i dpcm del governo Conte. Legittimo, ovviamente, e per alcune categorie assolutamente comprensibile. Ma un conto è manifestare civilmente (cosa che, ricordiamolo, avviene ogni giorno in molte piazze italiane) altra cosa è dar fuoco ai cassonetti, sradicare pali, lanciare sassi, pietre, bombe carta e molotov. Cioè trasformare un corteo in una guerriglia. Che è esattamente quello che è successo due sere fa nel capoluogo toscano. Secondo le cronache locali la folla inferocita avrebbe urlato più volte: «Non siamo fascisti, siamo morti di fame». Che è un po' come dire: suvvia, non siamo camice nere, fateci sfasciare tutto in tranquillità. D'altronde erano giorni che la stampa chic sosteneva che dietro le guerriglie urbane ci fossero esclusivamente i vari gruppuscoli della galassia di estrema destra. Come se non esistesse tutta quella frangia antagonista che per ogni motivo - dalla Tav al G8, da Expo alla Tap - scende in strada per il puro gusto di fare casino. Quindi la precisazione era, in un certo senso, necessaria. Ma smaschera l'ultima follia di una certa sinistra: l'autocertificazione di antifascismo come lascia passare per poter mettere a soqquadro la città. Se non alzi romanamente il braccio destro, evidentemente, puoi alzare le mani sulla polizia o rompere le vetrine di qualche catena di negozi, pensando di essere dalla parte della ragione e che tutto sommato ti sia permesso. Ma d'altronde, in un Paese sbilenco come il nostro, avevamo già avuto a che fare con la certificazione di antifascismo: a Parma era necessaria per avere diritto a un passo carraio e per i buoni spesa; a Cervignano, in provincia di Udine, per occupare il suolo pubblico. Per carità, i manifestanti hanno detto la verità, sono stati sinceri: non avevano nulla a che fare con fasci, croci celtiche e testoni del Duce. Infatti, le quattro persone fermate, sono tutte riconducibili all'area anarco-insurrezionalista. Il fatto è che chi protesta - magari anche con delle buone motivazioni -, se devasta la città e aggredisce le forze dell'ordine, prima di essere fascista o comunista è innanzitutto un cretino. A prescindere dalla coloritura politica. E il modulo di autocertificazione di non cretinaggine (per il momento) non esiste.
Lavoratori in piazza: ma tutto è ridotto a ordine pubblico. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 27 ottobre 2020. Per qualcuno in piazza vanno solo camorristi, per altri si tratta di fascisti, altri ancora parlano di teppisti e ultras. Analisi verosimili ma allo stesso tempo comode, che riducono il conflitto sociale a questione di ordine pubblico. Da Milano a Reggio Calabria, da Torino a Siracusa, passando per Napoli, Roma e Bologna. Non si riesce più a tenere il conto delle manifestazioni contro le nuove limitazioni previste dal governo che quotidianamente attraversano il Paese. Per qualcuno in piazza vanno solo camorristi, per altri si tratta di fascisti, altri ancora parlano di teppisti e ultras. Analisi verosimili ma allo stesso tempo comode, che riducono il conflitto sociale a questione di ordine pubblico, soprassedendo sulla disperazione di molte categorie di lavoratori, particolarmente colpite dall’emergenza. Ma in piazza c’è la piccola impresa italiana: ristoratori, baristi, commercianti, proprietari di palestre, imprenditori dello spettacolo. Tutti già seriamente provati dal lockdown di primavera, ora chiedono aiuto concreto allo Stato per evitare di finire sul lastrico. E insieme a loro, in piazza, ci sono loro dipendenti, quasi sempre precari, spesso in nero, per i quali non è previsto alcun paracadute in caso di schianto. Napoli è in agitazione permanente da giorni. Ieri un nuovo presidio ha animato le strade cittadine. «Reddito di salute per tutti la crisi la paghino i ricchi», si legge scritto sugli striscioni, esposti anche da anche studenti, esponenti dei centri sociali, persone che hanno perso o stanno perdendo un lavoro sommerso o a tempo determinato. «’ A salute e ’ a prima cosa, ma senza sorde nun se cantano messe», recita un altro slogan. Alla manifestazione avrebbe dovuto partecipare anche il sindaco Luigi de Magistris con una delegazione della sua Giunta. «Napoli nel bene o nel male è una polveriera, è una pentola a pressione, bisogna stare in quel corpo per capire», aveva annunciato il primo cittadino, prima di rinunciare alla piazza «per evitare strumentalizzazioni» . L’ex pm, infatti, più volte è stato accusato di fare il Masaniello in una situazione critica, soprattutto dai partiti di centrosinistra. E alla fine de Magistris ha desistito, forse anche condizionato dalle parole pronunciate dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, che dichiara al Mattino: «La mobilitazione di duecento e passa motorini che seguivano il corteo e che hanno poi sferrato l’attacco alle istituzioni, dopo un segnale concordato, fa pensare a una regìa camorrista», dice de Raho, a proposito degli scontri di due giorni prima a Napoli. «Uno scenario in cui sono entrate in gioco altre forze, originariamente diverse, ma con la stessa carica eversiva, mi riferisco agli hooligan da stadio, a gruppi anarcoinsurrezionalisti o a estremisti di destra». Ma anarcoinsurrezionalisti mischiati ai mafiosi o no, le proteste si diffondono a tutto il Paese. ASiracusa 300 persone hanno sfilato pacificamente per il centro della città chiedendo al governo interventi immediati. A Torino è toccato ai tassisti, nel pomeriggio, manifestare contro «il mancato sostegno economico» conseguente alla pandemia. «Questa protesta è nata spontaneamente», dicono i tassisti, «senza alcuna sigla sindacale. Siamo fermi e senza aiuti non ce la faremo ad andare avanti. Per non parlare dei rischi che corriamo, in un mestiere che per forza di cose è a contatto con la gente». Presìdi anche a Cosenza e a Taranto la titolare di una palestra si è incatenata all’ingresso del suo locale, esponendo cartelli con su scritto: «Questo governo sta uccidendo lo sport! Non siamo attività di serie B. La lotta inizia adesso….». Manifestazioni di commercianti e di cittadini contrari alle nuove restrizioni a Milano, Bergamo, Genova, Avellino. Qualche momento di tensione a Lecce, quando alcuni manifestanti provano a sfondare il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine. A guidare la protesta dei ristoratori bolognesi c’è invece l’ex grillino Giovanni Favia, oggi proprietario di vari locali sotto le due torri. «Siamo stanchi di venire presi come capro espiatorio», dice Favia. «Noi siamo le persone che portano avanti il Paese, al contrario di questi politicanti più che mai fuori dalla realtà», aggiunge l’ex grillino, prima di chiedere a tutti i bolognesi di unirsi alla protesta contro «le misure di Conte e il suo Governo scellerato, con mascherine e a debita distanza, come abbiamo sempre fatto nei nostri esercizi pubblici». E che la situazione rischi di sfuggire di mano è testimoniato anche dall’intervento diretto dei tanti sindaci e governatori che provano a farsi portatori delle istanze di piazza col governo. Come stefano Bonaccini, che chiede «indennizzi» immediati a Palazzo Chigi. E oggi la protesta continua.
L’occupazione delle piazze ha sostituito quella delle fabbriche, la protesta secondo Donatella Di Cesare. Frank Cimini su Il Riformista il 31 Ottobre 2020. «La rivolta è per lo più analizzata nella sua carica politica mentre viene trascurata la tensione esistenziale che la permea e la sorregge. Non si comprenderebbe quella tensione se non si muovesse dal labile nesso tra politica e esistenza che si è consumato ormai da tempo. Sotto tale aspetto la rivolta è innanzitutto una risposta all’astrazione della politica ridotta a calcolo consensuale, procedura burocratica, adattamento pragmatico al corso del mondo». La filosofa Donatella Di Cesare con Il tempo della rivolta, 126 pagine, 12 euro, editore Bollati Boringhieri, vede nell’occupazione delle piazze che ha sostituito quella di un tempo delle fabbriche e delle università una risposta alla crisi della politica. Esplode il disagio che le istituzioni fingono di ignorare. E non è solo rivendicazione ma un modo esasperato di mostrare al potere gli effetti che produce sul corpo e sulla psiche. Il simbolo della rivolta del terzo millennio sono le parole “I can’t breathe”, le ultime parole di George Floyd a Minneapolis mentre il poliziotto continuava a soffocarlo. Il respiro è diventato un privilegio per pochi e quelle parole sono un atto di accusa contro la prevaricazione e denuncia di un sistema di asfissia che toglie il fiato. La rivolta c’è perché l’abuso poliziesco non appare un semplice incidente ma la punta riaffiorante di un sistema di violenza che fa leva sulla discriminazione. Da una parte i neri dall’altra i bianchi, da una parte i poveri dall’altra i ricchi. Ma la polizia non è illegale. È solo autorizzata a svolgere funzioni extralegali non si limita a amministrare il diritto ma ne stabilisce ogni volta i confini. Insomma c’è uno stato di polizia nello Stato di diritto. Come vive la rivolta chi scende in piazza? Sicuramente ha l’inebriante sensazione di diventare protagonista della propria esistenza e di essere finalmente in presenza della storia. La rivolta è già vissuta. Come l’oltre. Le rivolte in giro per il mondo sono sicuramente diverse tra loro ma non ci si può rifiutare di considerarle articolazione di un movimento globale. Se no si finisce per avallare a priori la difesa dello stato di cose presenti. I protagonisti sono molti, dai nuovi disobbedienti a coloro che praticano l’anonimato nel web dai segnalatori di illeciti a quanti si dichiarano invisibili. Certo non c’è l’unitarietà riscontrata in passato con gli insorti del 1948 che miravano alla libertà e alla repubblica, i rivoluzionari del 1917 guidati dall’ideale del comunismo, i protagonisti degli anni 60 e 70 per i quali un altro mondo sarebbe stato possibile a breve. Costellazione sembra la parola giusta per definire i nessi tra le rivolte. Walter Banjamin fece ricorso proprio all’immagine della costellazione per far implodere le architettoniche monumentali dei vincitori. Il modo di recuperare ciò che è stato rimosso, screditato, irriso. Lo sforzo deve essere quello di cercare se non il filo rosso la corda sottesa. La rivolta ora viene relegata ai margini e se supera la censura viene spettacolarizzata ed esibita nella sua trasgressiva oscurità. Arriva sui grandi media solo quando lo impongono gravità urgenza e dimensioni. In tv per esempio dalle immagini affiora quasi esclusivamente il disordine con le colonne di fumo le vetrine infrante auto e cassonetti in fiamme. È la rivolta viene “trattata” in questo modo perché eccede la logica della politica istituzionale perché giunge a mettere in questione lo Stato, che sia democratico o dispotico laico o religioso ne porta alla luce la violenza ne destituisce là sovranità. E non c’è rivolta che possa essere ridotta a una singola causa, dall’uccisione di un dimostrante a uno stupro impunito al rincaro della benzina. Tutte le rivolte scaturiscono dalla combinazione e dall’intreccio di motivi diversi non solo economici ma anche politici e esistenziali. Con la rivolta, conclude l’autrice, la causa di sofferenza del singolo assume un’altra visibilità quella dell’ingiustizia. La rivolta estranea mette a distanza l’economia abituale e getta una luce inedita. Le cose sono le stesse ma nulla appare come prima. Si apre uno squarcio nella foschia del presente. Si sconfina nella festa. Perché il potere non ha feste, ha cerimonie, anniversari, celebrazioni, commemorazioni riti più o meno spettacolari in cui cerca di legittimarsi, non può comandare la rabbia dell’emozione ribelle la gioia dell’esplosione sovversiva. La rivolta invita a un altro modo di abitare il tempo, è passaggio anarchico a uno spazio di tempo dove il dopodomani non è evocato ma già vissuto nell’affrancamento dal luogo dal l’identità dall’appartenenza nella violazione delle frontiere nazionali e dei conflitti statuali.
Giorgia Iovane per tvblog.it il 26 ottobre 2020. Il Governatore della Campania Vincenzo De Luca torna ospite di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa e commenta il nuovo DPCM, diffuso il 25 ottobre 2020. Ma c’è anche spazio per togliersi un sassolino dalle scarpe con Report, anche se senza un confronto diretto con Sigfrido Ranucci, che poco prima del suo intervento aveva presentato i temi della puntata di domani di Report. Parlando della situazione sanitaria della Regione Campania, che De Luca dire essere in grado di reggere, arriva la frecciata al programma di inchieste di Rai 3, con il quale la diatriba da parte di De Luca è di lungo corso. “Noi siamo stati destinatari di una elegante campagna di aggressione mediatica che dura da un mese. Avremmo dovuto perdere tempo a fare una decina di querele per diffamazione, ma non avevamo tempo da perdere. Ho visto che è venuto da lei un suo collega dal nome nibelungico, diciamo… Uno dei suoi collaboratori ha detto qualche mese fa che l’ASL Napoli 1 era stata commissariata per infiltrazione camorristica: era un falso clamoroso! Volevo domandare a quel signore se quel giornalista è stato licenziato o meno”. Fazio "promette" un faccia a faccia in una prossima occasione e i pop corn sarebbero adeguati. Non ci sono anticipazioni sulla nuova Ordinanza per la Regione Campania in lavorazione, ma c’è un commento sul nuovo DPCM firmato ieri da Conte e diffuso oggi, insieme a una conferenza stampa andata in onda alle 13.30: “Fazio, mi chiede se il nuovo DPCM è sufficiente? Devo parlare un linguaggio di verità o consolatorio?”
La premessa che il Governatore al conduttore di Che Tempo Che Fa. “Il nuovo Decreto Conte non è sufficiente. Avevamo due possibilità: chiudere tutto per un mese e far raffreddare il contagio o prendere ancora misure intermedie. Il Governo ha optato per questa seconda possibilità che lascia aperte delle criticità, come l’orario di chiusura dei ristoranti (ricordiamo che da decreto chiudono alle 18, mentre le Regioni chiedevano le 23), le attività delle palestre e dei centri sportivi, la chiusura di cinema e teatri, che non sono i luoghi in cui si è determinato il contagio. E poi c’è la scuola, su cui continuiamo a balbettare. I nostri dati ci mostrano che nelle due settimane successive all’inizio dell’anno scolastico il contagio è aumentato di 3 volte rispetto alle due settimane precedenti sul totale popolazione, e di 9 volte nella fascia da 0 a 18 anni, con numeri pari nelle fasce 0-5 e 15-18. Il mondo della scuola è uno dei vettori pià grandi di contagio nelle famiglie”
Chiosa De Luca, che non nomina i trasporti e non fa cenno al minacciato lockdown di venerdì scorso. Nessuna battuta su abbazie e fratacchioni questa sera. Le bordate sono state riservate a Report.
Maria Teresa Meli per il “Corriere della Sera” il 26 ottobre 2020.
De Luca, il Dpcm la soddisfa?
«Sono le misure più restrittive che si potessero adottare, nell'ambito di una scelta ancora intermedia fatta dal governo. Le alternative praticabili oggi sono due: o chiudere tutto per un mese per frenare il contagio; o prendere misure rigorose, ma ancora parziali. Il governo ha optato per il piano B. È un passo avanti ma non basterà».
Il governo non si è mosso per tempo?
«Io avrei anticipato fortemente alcune decisioni. Ma prendo atto di due novità: la prima, è la scelta di misure generali e nazionali; la seconda, è la predisposizione di misure a sostegno delle attività produttive colpite. In ogni caso, vedo che qualche presa di posizione forte di qualcuno di noi è stata utile per dare una scossa al governo».
Chi ha vinto tra Regioni e governo?
«La linea prevalsa è quella di un piano B, e di misure di carattere generale. Noi dobbiamo muoverci ora in questo ambito. Voglio dire che chiusure più drastiche a livello locale non sono ipotizzabili perché sarebbero assolutamente inefficaci: chiudere un territorio, con il resto del Paese aperto, sarebbe una scelta tanto impraticabile quanto inutile dal punto di vista del contagio. Le Regioni, unitariamente, hanno sostenuto l'opportunità di orari meno rigidi per bar e ristoranti, avendo scelto il governo la linea intermedia, a questo punto è importante che siano rapide ed efficaci le misure di ristoro annunciate, e di cui tanti operatori, nei mesi passati, non hanno beneficiato».
Lucia Azzolina sostiene che a scuola non ci si infetta.
«Come lei sa, abbiamo anticipato misure che hanno sollevato mille polemiche, ma che poi sono state adottate da tutti. Quelle sulla scuola sono un esempio. È banale ripetere la litania sull'importanza della didattica in presenza. Siamo d'accordo tutti. Ma le decisioni vanno prese sulla base dei dati del contagio. Se in un territorio (per esempio quello dell'Asl Napoli 2) registro 400 contagi in ambito scolastico, che cosa si fa? È inevitabile ricorrere alla didattica a distanza. Farla soltanto per il 75% è una cosa incomprensibile. I dati forniti dall'Unità di crisi ci dicono che il contagio, nella fascia di età 0-18 anni, è cresciuto di 9 volte dopo le due settimane di apertura dell'anno scolastico, e che le fasce di età sono colpite allo stesso modo, a 5 come a 18 anni».
Ciò che è accaduto a Napoli colpisce.
«È essenziale distinguere. Il 90 per cento dei cittadini ha dato una prova straordinaria di autodisciplina. E il malessere di chi cerca oggi di difendere un reddito, va rispettato e affrontato con misure immediate, sul modello Campania. Qui nei mesi scorsi abbiamo lavorato sul piano della sanità e su quello sociale, approvando un piano di aiuti a imprese e famiglie per oltre un miliardo. Ho proposto ieri al governo la definizione di un analogo piano socio economico nazionale in tempi brevi. Per il resto, la vicenda di Napoli ha visto protagonisti pezzi di camorra, di antagonisti e di neofascisti. Solidarietà alle forze dell'ordine, e pugno di ferro contro i delinquenti. C'è chi ha bisogno di tenere aperto tutto per fare spaccio di droga. L'arresto di due pregiudicati mi auguro sia un segnale di svolta rispetto alla troppa tolleranza degli anni passati».
Che cosa risponde alle critiche di de Magistris?
«In un momento così serio, mi imbarazza perdere anche un minuto su chi parla di cose di cui non capisce nulla. Rilevo il fatto sconcertante che apra ancora bocca un sedicente sindaco che è l'espressione del più grande disastro amministrativo d'Italia: quasi tre miliardi di euro di debiti, i tributi più alti d'Italia, trasporto pubblico distrutto, manutenzioni zero e parchi devastati. Parla uno che voleva varare la "flotta partenopea", e stampare una moneta comunale! Parla uno che non ha fatto nulla di nulla per il controllo della movida e il rispetto delle ordinanze. E venerdì sera di fronte a una città devastata dai delinquenti faceva il commentatore televisivo come se fosse a teatro. In qualunque Paese civile al mondo un tale soggetto (copertosi di gloria come magistrato e strafallito come sindaco) dovrebbe essere messo in quarantena per i prossimi 20 anni. Soltanto in Italia possono essere chiamati a fare i commentatori lui e i parcheggiatori abusivi... Ciò detto, concentriamoci sulle questioni serie e drammatiche che abbiamo davanti a noi».
Vincenzo De Luca spara a zero su tutti: "Sindaci nullità e giornalisti abbandonati a indegne demagogie, anche Massimo Giannini". su Libero Quotidiano il 30 ottobre 2020. Vincenzo De Luca si fa ancora notare. Dopo i continui "no" del ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina, il governatore della Campania annuncia una nuova stretta: la chiusura degli asili nidi e delle materne. Una scelta ampiamente criticata anche dai giornalisti, contro i quali il piddino si è scagliato: "Hanno intervistato una mamma che dice che sua figlia piange per andare a scuola. È l'unica in Italia che piange perché non può studiare endecasillabi, forse l'unica al mondo. La mamma le dà il latte al plutonio". Ma non finisce qui perché nel mirino ci finiscono anche i primi cittadini: "Abbiamo ascoltato sindaci che sono delle autentiche nullità, che hanno per anni abbandonate a sé stesse le loro città. Non hanno alzato un dito per aiutare a contrastare la movida e la diffusione del virus. Non hanno cacciato un euro per i cittadini. Queste autentiche nullità hanno parlato per fare polemiche, è incredibile. Gente che in qualunque altro paese del mondo sarebbe stata affidata ai servizi sociali già da anni". Quella del presidente di regione sembra un'esplicita frecciatina a Luigi De Magistris, sindaco di Napoli con cui non scorre buon sangue. Basta? Niente affatto: "Abbiamo avuto organi di informazione che hanno fatto un lavoro importante ma anche tanti altri che si sono abbandonati ad operazioni indegne di demagogia, di falsamento della realtà, di polemiche gratuite, di folklore. Anche Massimo Giannini che stimo molto si è lasciato trascinare". Insomma, De Luca vuole fare piazza pulita.
Le contraddizioni del governatore. Le contraddizioni di De Luca: prima cita Bergoglio poi ne ha per tutti. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 31 Ottobre 2020. Gli ultimi tre papi si sono scagliati contro le mafie. Al 1993 risale l’anatema lanciato da Giovanni Paolo II («Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio»), seguito dalle parole di condanna di Benedetto XVI («La mafia è strada di morte») e dalla scomunica stabilita da Francesco («Non si può credere in Dio ed essere mafiosi»). In tutti e tre i casi i pontefici non hanno usato toni violenti o volgari: è bastata la loro autorità morale e, prima ancora, la loro autorevolezza. Il discorso è diverso per Vincenzo De Luca che da un lato cita Bergoglio per stigmatizzare l’uso distorto della comunicazione, ma dall’altra cede alla tentazione di insultare governo, avversari politici e contestatori. Nel delineare il sempre più grave quadro della pandemia in Campania – quasi 3mila e 200 i nuovi positivi a fronte di circa 16mila tamponi – il governatore ha citato Fratelli tutti, la recente enciclica in cui papa Francesco analizza anche l’attuale sistema della comunicazione. De Luca ha preso in prestito le parole del pontefice per criticare «l’ignobile esercitata sulla vita degli altri», la perdita di pudore da parte delle ideologie, l’incapacità di ascoltare e dialogare. Alla fine ha evidenziato come la politica abbia smarrito la dignità del linguaggio. Tutto vero, è innegabile come oggi l’informazione e la comunicazione politica tendano a essere sempre più aggressive e a delegittimare gli interlocutori anziché a comprendere i cortocircuiti della società contemporanea per poi stimolare un dibattito serio sulle possibili soluzioni. Come spesso accade, però, De Luca predica bene, ma razzola male. Anche malissimo. Di quel linguaggio criticato perché ritenuto poco dignitoso, infatti, è infarcita la strategia comunicativa del governatore. Ieri se n’è avuta l’ennesima prova. Un minuto prima di citare Bergoglio, De Luca si è scagliato contro «sindaci che sono autentiche nullità» e che «dovrebbero essere affidati ai servizi sociali». Per non parlare della «bambina ogm, cresciuta dalla mamma con latte al plutonio», così definita perché insofferente alla didattica a distanza. Dopo aver citato Bergoglio, invece, De Luca ne ha avuto per la ministra Lucia Azzolina, bollata come «pappagallo» per il fatto di aver più volte ribadito la volontà di tenere aperte le scuole; contro il governo Conte, sostenitore della «logica del mezzo-mezzo» e cioè di misure anti-Covid mai risolutive; degli esercenti che, davanti alla sede della Regione, hanno inscenato quella che il governatore ha definito «pagliacciata» per poi invitarli a passare da quelle parti solo per ringraziarlo. De Luca ci ha abituato a un linguaggio che, in un’intervista al Riformista, l’ex guardasigilli Clemente Mastella ha definito «meteoritico». Se, da una parte, quelle parole sono indice della risolutezza con la quale il governatore ha affrontato l’emergenza sanitaria ed economica fin dal primo momento, dall’altra rivelano uno spirito tutt’altro che dialogante ed ecumenico, dunque lontano anni luce dall’enciclica papale alla quale attinge. Conoscendo De Luca, c’è da meravigliarsi del fatto che non abbia rivendicato la paternità delle parole usate da Bergoglio. Ciò che preoccupa, in realtà, è la mancanza di rispetto per il disagio altrui (evidente nel caso di bambini costretti a casa e ristoratori costretti alla chiusura) e la tendenza a esasperare i toni (salvo poi censurare il linguaggio poco dignitoso della politica). Sappia, il governatore, che così non si va da nessuna parte: la Campania non ha bisogno di insulti e di polemiche, ma di idee e soluzioni.
De Luca smentisce se stesso: la doppia giravolta su lockdown e zona rossa a Napoli dello "sceriffo". Carmine Di Niro su Il Riformista il 30 Ottobre 2020. Una doppia giravolta per Vincenzo De Luca. Il presidente della Campania, alle prese con una curva epidemiologica del Coronavirus che ha portato la regione a superare i 3mila casi giornalieri, da ‘eroe’ dei social grazie alla viralità delle sue dirette Facebook del venerdì va in difficoltà sui suoi stessi annunci. Parliamo delle varie dichiarazioni rese dall’ex sindaco sceriffo di Salerno su lockdown e zone rosse, temi forti di De Luca, così come l’efficienza della sanità campana messa in discussione però dagli stessi medici locali. Per capire l’evoluzione del “pensiero deluchiano” bisogna tornare al 23 ottobre scorso, due giorni prima dell’ultimo Dpcm e giorno in cui in Campania è scattato ufficialmente il coprifuoco dalle 23 alle 5 del mattino seguente. In quell’occasione De Luca rilanciò, chiedendo all’esecutivo guidato dal premier Giuseppe Conte il lockdown nazionale. “La Campania si muoverà in questa direzione a brevissimo”, avvertiva il presidente, sottolineando che “i dati attuali sul contagio rendono inefficace ogni tipo di provvedimento parziale. E’ necessario chiudere tutto, fatte salve le categorie che producono e movimentano beni essenziali (industria, agricoltura, edilizia, agro-alimentare, trasporti)”. Proprio il secco "no" del governo all’ipotesi di un lockdown nazionale aveva quindi spinto a fare la prima giravolta. Dopo la conferenza Stato-Regioni sul nuovo Dpcm De Luca ferma ogni ipotesi di lockdown perché “in queste condizioni diventa improponibile realizzare misure limitate a una sola regione, al di fuori quindi di una decisione nazionale, che comporterebbe anche incontrollabili spostamenti al di fuori dei confini regionali”. Nella stessa occasione quindi il governatore, rivendicato di aver vietato la mobilità tra le province campane, spiega che “dovremmo fare zona rossa tutta l’area metropolitana di Napoli”. Si arriva quindi alla giornata odierna, dove arrivano ancora una giravolta. Sull’eventualità di una chiusura dell’area metropolitana di Napoli (e Milano), chiesta dallo stesso De Luca soltanto una settimana fa, ecco il dietrofront del presidente campano. “Nessuno si permetta di immaginare misure mezze mezze, per il livello di gravità del contagio le uniche misure non solo serie ma efficaci sono misure di carattere nazionali. Il resto è tempo perso – ha aggiunto – ci sono regioni nelle quali le percentuali sono enormemente superiori a Napoli. Nessuno dica oggi stupidaggini, le uniche misure sono di carattere nazionale, il resto sono cose intollerabili”.
Zona rossa, ora De Luca smentisce se stesso. Lo Sceriffo prigioniero del suo personaggio. Esulta per il "giallo" della sua Regione. Ma Ricciardi: Napoli andava chiusa. Pasquale Napolitano, Sabato 07/11/2020 su Il Giornale. Da un lato, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca esulta per la zona gialla, assegnata alla Campania. Dall'altro, minaccia di chiudere tutto e attacca il governo per le misure blande. Ormai lo sceriffo salernitano sembra prigioniero del personaggio, un presidente tutto bazooka e lanciafiamme, che si è costruito grazie ai social. Nell'ultima diretta, senza contraddittorio (in Campania le conferenze stampa sono state sospese), arriva il colmo: De Luca attacca De Luca. In pratica il governatore si scaglia contro chi voleva la zona rossa in Campania: «L'inserimento della Campania nella zona gialla ha generato qualche sorpresa. C'era chi si aspettava, quasi voleva, una collocazione diversa. Siamo spiacenti, ma non è andata così. Ricorderete il film di Totò e Peppino che vanno a Milano vestiti con le pellicce e il colbacco e quando Peppino diceva a Totò di non sentire tutto questo freddo, Totò rispondeva che a Milano non può fare caldo. È capitata la stessa cosa per la Campania: Napoli e la Campania non possono essere considerate come eccellenze, devono essere per forza il degrado e il disastro» tuona. Basta recuperare la diretta Facebook dello scorso 23 ottobre per scoprire la contraddizione: lo sceriffo salernitano invocava la zona rossa per la sua Regione. Oggi, al contrario, festeggia per la zona gialla. Ma intanto il bollettino fa registrare il record: 4508 positivi in 24 ore. Di cui 1.406 positivi sono nella città di Napoli. Il capoluogo è un focolaio. Situazione grave confermata dalle parole di Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza: «Napoli andava chiusa». Ma per De Luca la colpa è sempre degli altri. Che poi sono giornali e tv non allineati alla sua narrazione: «Per quasi due mesi la Campania ha subito un'aggressione mediatica di giornali e tv nazionali, che hanno descritto una sanità falsa e poi hanno fatto finta di sorprendersi». Altro nemico della Campania - per il governatore è il sindaco di Napoli Luigi de Magistris: «Ancora in questi giorni qualche imbecille di amministratore della Campania va in giro per le tv semplicemente per parlare male della Campania. Amministratori che non hanno alzato un dito per controllare la movida e dare una mano a contenere il contagio. Questi oggetti vengono utilizzati come lo scemo del paese, solo per parlare male di Napoli e della Campania». Dopo il solito repertorio settimanale di battute e attacchi, il presidente della Regione ritorna serio: «Dobbiamo tenere gli occhi aperti perché altrimenti andiamo non in zona rossa, ma in zona strarossa». Parla di miracolo campano, senza dire una parola su due morti in corsia nella giornata di ieri: un'anziana signora di Sarno è deceduta dopo essere rimasta in attesa per giorni di un posto letto in un reparto Covid; mentre in una clinica privata a Napoli un neonato sarebbe morto a causa dei ritardi dell'operazione in sala parto dovuti all'attesa dell'esito del tampone per il Covid effettuato sulla madre.
Che fine hanno fatto i sindaci sceriffo? Forse hanno paura di decidere…Alberto Cisterna su Il Riformista il 23 Ottobre 2020. C’erano una volta i sindaci-sceriffo. Quelli che volevano i vigili urbani armati sino ai denti. Quelli che pretendevano di essere i veri custodi e i giusti garanti dell’incolumità e della sicurezza pubblica. Quelli che volevano spazzare via dalle strade ambulanti abusivi, accattoni e questuanti. C’erano una volta e ora, di colpo, non ci sono più. Squagliati, svaniti come neve al sole. Per carità, c’è gente eccezionale tra i sindaci italiani, amministratori seri e responsabili. Ma la percezione di quanto sta accadendo in questi giorni gioca brutti scherzi. È una storia cominciata nel 2008 con il primo decreto sicurezza e proseguita sino al 2017 con il decreto sulla sicurezza urbana. Governi di ogni colore hanno man mano ceduto pezzi di sovranità statale ai sindaci che si erano eretti a novelli tutori della pace sociale e dell’ordine pubblico. Si perde il conto delle rivendicazioni, delle sollecitazioni, delle reprimende che tanti sindaci rivolgevano alle autorità centrali di sicurezza, e al ministero dell’Interno tra tutti, colpevoli di trascurare il nuovo idolo securitario costituito dalla cosiddetta sicurezza urbana. Niente più straccioni per le strade, basta con i questuanti e i lavavetri ai semafori, al diavolo i “vu cumpra” per le spiagge e i vagabondi sui marciapiedi delle vie della moda. A rileggere gli articoli del testo unico che governa l’ordinamento degli enti locali è tutto un fiorire di poteri, di sanzioni, di prerogative. La polizia locale è eretta a nuova milizia cittadina che veglia sulla pace dei cittadini. Il feticcio delle ordinanze d’urgenza (ci torneremo) intese come strumento risolutivo in mano ai sindaci per colpire con interventi rapidi, risolutivi; la vera arma letale nella blitzkrieg da combattere contro il disordine e il disdoro. Gli articoli 50 e 54 del decreto sugli enti locali – varato nel 2000 dalla solita maggioranza che, in un paio d’anni, ha liquefatto la capacità di governo centrale polverizzandola tra comuni e regioni – sono tutto un fiorire di poteri, di obiettivi; sono le tavole della legge che tracciano la nuova mission del sindaco, elevato al rango non più di mera autorità politica periferica, ma di vero e proprio «rappresentante della comunità locale». A lui il compito di attuare «interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti»; a lui il poter di governare l’afflusso e l’accesso alle «aree comunque interessate da fenomeni di aggregazione notturna»; a lui, ancora, la «vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico». Ebbene tutto questo armamentario, tutta questa perentoria e possente erosione di una delle primarie funzioni statali (assicurare la sicurezza e l’ordine pubblico) è di colpo svanita nei giorni della seconda ondata pandemica. A macchia di leopardo, ma in modo cospicuo, i sindaci si sono defilati dai compiti che il Governo voleva loro attribuire in materia di mini-lockdown, di disciplina dell’accesso alle aree pubbliche nelle ore notturne, di rimodulazione degli orari degli esercizi commerciali e quant’altro necessario per contenere lo spandersi della pandemia. Si è gridato allo scaricabarile, alla fuga dell’Esecutivo dai propri compiti, al rifiuto del premier di assumersi la responsabilità delle chiusure. La stella è stata tolta dal petto e riposta nel cassetto. Insomma, è come se Will Kane (Gary Cooper) si fosse tolto il pezzo di latta prima e non dopo aver affrontato il temibile bandito Frank Miller nel magnifico Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann. Certo qualcuno potrebbe obiettare che, però, erano stati proprio i sindaci a volere che fosse loro attribuito il potere di adottare «in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale ordinanze contingibili e urgenti» da dispensare sempre dal sacello della Casa comunale eretta a nuovo tempio del potere di polizia, a nuova caserma delle milizie cittadine, volgarmente chiamate “ronde”, e rese presentabili anche lessicalmente da una legge del 2009 con la formula di «associazioni di osservatori volontari». Certo in tempi di pandemia e di controlli per le strade avrebbero potuto persino essere utili i vigilantes della domenica, ma purtroppo Covid-19 è un osso duro da spolpare. Non si tratta mica di immigrati che chiedono l’elemosina o smerciano chincaglierie o di rom che assillano i passanti o di vagabondi che passano le notti sotto i cartoni. Il virus, come dire, è una brutta gatta da pelare. Se la veda il Governo e dica esattamente cosa fare. Niente autonomia, niente policentrismo autarchico e chiacchiere del genere. I commercianti, i professionisti, i genitori degli alunni, i ristoratori sono gente difficile con cui trattare. Votano e sono i veri poteri forti con cui ogni sindaco, dalla metropoli al borgo, deve fare i conti. Meglio stare fermi e denunciare la perfida furbizia del Governo. Meglio ignorare il fatto che, in questa seconda fase, sono necessari interventi mirati, circoscritti, a basso impatto sociale ed economico. Dica Palazzo Chigi cosa fare e non fugga e, soprattutto, non ci tiri per la giacchetta. Alle ordinanze d’urgenza sindacali si surrogano i decreti presidenziali d’urgenza. Alla terza ondata andrà a finire che si invocherà l’intervento del Parlamento. Oltre resta solo la Provvidenza che, in tema di pesti e pandemie, vanta anche un migliore curriculum.
Matteo Sacchi per il Giornale il 27 ottobre 2020. È in corso una vera e propria battaglia sulle misure restrittive messe in piedi dal governo per contenere la seconda ondata di infezioni da Covid-19. Soprattutto per quanto riguarda il mondo dello spettacolo, che in parte fino a ieri aveva difeso le misure più restrittive per gli altri settori (dallo sport alla ristorazione) e questa volta, toccato nel vivo, di fronte a una seconda chiusura, ha reagito con durezza. Ieri quindi il titolare del Ministero dei Beni Culturali Dario Franceschini si è trovato, dopo essere stato messo pesantemente sotto accusa, a difendere le scelte dell'esecutivo. Lo ha fatto su Facebook visto che è proprio sui social che hanno preso corpo molte delle critiche. «Dopo il Dpcm di ieri che ha comportato la chiusura di tante attività, tra cui cinema e teatri, ho ricevuto molti appelli del mondo della cultura, ho letto proteste, ho ricevuto attacchi». Poi il contrattacco: «Tutto comprensibile perché c'è una grave preoccupazione. Io vorrei rispondere alle osservazioni che ho ricevuto con la stessa franchezza con cui le critiche sono state rivolte a me: ho la sensazione che non si sia percepita la gravità della crisi, non si siano percepiti i rischi del contagio in questo momento, forse non si è capito a che punto siamo». Insomma per Franceschini non è questione solo di sale e spettacoli: «Bisognava intervenire subito, avevamo il dovere di intervenire subito, prima si interviene prima si blocca la crescita esponenziale della curva dei nuovi positivi al Covid. Per questo la chiusura delle attività non è stata legata a una scelta di importanza: la scelta è derivata dall'esigenza di ridurre la mobilità delle persone». Una pillola amara per molti e che ha provocato critiche a Franceschini anche all'interno della maggioranza. A partire da Renzi: «Mi ha colpito che proprio il Ministro della Cultura abbia giustificato la chiusura dicendo che dobbiamo salvare vite umane. Io dico che certo, è vero, vogliamo salvare vite umane. Ma basta essere andati al cinema o al teatro in queste settimane, per capire che non sono posti dove si rischia di morire, ma dove - anzi - si impara a vivere meglio». Franceschini ha risposto anche cercando di inserire sinergie nuove che diano respiro al settore. Ha scritto ai principali direttori dei network tv: «Il ruolo delle emittenti tv può essere determinante per sostenere il mondo della cultura e dello spettacolo, già duramente colpito dalla prima fase della pandemia. Contribuendo a mantenere vivo il legame del pubblico con quello straordinario insieme di talenti e professionalità che incarna la musica, la prosa, il cinema...». Insomma dare visibilità a quei settori che perdono pubblico dal vivo. Ma è un blando palliativo. E la rabbia resta. Il regista Marco Bellocchio su Repubblica ha detto: «Neanche le bombe fermarono cinema e teatri una sciagura chiuderli ora». O la lettere aperta di Riccardo Muti al premier Conte pubblicata dal Corriere della Sera: «Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L'impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo».
Da "huffingtonpost.it" il 26 ottobre 2020. “Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo”. Lo scrive il direttore d’orchestra Riccardo Muti in una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, pubblicata sul Corriere della Sera. “Egregio presidente Conte - scrive Muti - pur comprendendo la sua difficile responsabilità in questo lungo e tragico periodo per il nostro Paese, con la necessità improrogabile di salvaguardare la salute, bene supremo, dei nostri concittadini, sento il bisogno di rivolgerLe un appello accorato”. Muti stigmatizza come espressione di “ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità” il fatto che alcuni rappresentanti di governo avrebbero definito “superflua” e osserva che la decisione di chiudere teatri e sale da concerto “non tiene in considerazione i sacrifici, le sofferenze e le responsabilità di fronte alla società civile di migliaia di Artisti e Lavoratori di tutti i vari settori dello spettacolo, che certamente oggi si sentono offesi nella loro dignità professionale e pieni di apprensione per il futuro della loro vita”. “Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. I teatri sono governati da persone consapevoli delle norme anti Covid e le misure di sicurezza indicate e raccomandate sono state sempre rispettate. Spero che lei possa accogliere questo appello, mentre, fiducioso, la saluto con viva cordialità”, conclude il maestro napoletano.
Lettera di Giuseppe Conte al Corriere della Sera il 27 ottobre 2020. Gentile maestro Muti, rispondo al Suo accorato appello, pubblicato ieri sulle pagine di questo Giornale, e ne approfitto per condividere con Lei e con i lettori alcune considerazioni. Le Sue riflessioni mi toccano profondamente, e non credo abbiano lasciato indifferenti i lettori. Lei ha ragione: la decisione di chiudere le sale da concerto e i teatri è oggettivamente “grave”. I concerti, le rappresentazioni teatrali costituiscono alimento per lo spirito, nutrimento per l’anima. Proprio perché grave è stata una decisione particolarmente sofferta. Siamo stati costretti a prenderla perché l’obiettivo primario deve essere adesso recuperare il controllo della curva epidemiologica ed evitare che la sua continua ascesa possa compromettere l’efficienza del nostro sistema sanitario e, con esso, la tenuta dell’intero sistema sociale ed economico. E’ una decisione che non abbiamo preso a cuor leggero perché siamo consapevoli che tutti i protagonisti del mondo dello spettacolo — artisti, musicisti, autori, imprenditori, tecnici, lavoratori — stanno soffrendo enormi difficoltà ormai da molti mesi. I medesimi protocolli di sicurezza, se da un lato offrono maggiori garanzie di prevenire il contagio, dall’altro lato limitano fortemente la presenza del pubblico, contribuendo al generale depauperamento di questo come di altri settori di attività. La gestazione di quest’ultimo Dpcm è stata particolarmente sofferta anche perché ho apposto la mia sottoscrizione al documento solo quando siamo stati sicuri, dopo le verifiche fatte presso il Ministero dell’Economia e con la Ragioneria generale dello Stato, di potere approvare, nel Consiglio dei Ministri che si svolgerà questo pomeriggio, un decreto-legge che consentirà di erogare, agli operatori economici e ai lavoratori colpiti dalle nuove norme, ristori immediati e misure di sostegno. Anche l’esperienza che abbiamo maturato in questi mesi di grande difficoltà ci conferma che la cultura contribuisce a rafforzare l’identità di un intero popolo, agisce come volano per la coesione sociale, creando le basi - al contempo - per un dialogo che attraversa regioni e confini nazionali, aiutando a cogliere, nella propria e nell’altrui leggenda, il comune destino di finitudine dell’essere umano. Il criterio che ci ha guidato non è stato quello di colpire indiscriminatamente un settore ritenuto “superfluo” rispetto ad altri. Siamo invece intervenuti su tutti quei settori di attività — ristorazione serale e attività collegate, fitness, spettacolo — che offrono occasioni di socialità, elevate o meno che siano. Settori di attività che contribuiscono — direttamente e indirettamente — a generare assembramenti e aggregazioni di persone, e che generano, soprattutto nelle ore serali, afflussi sui mezzi pubblici e moltiplicano le occasioni di contagio. Allo stesso modo, per decongestionare il traffico e le occasioni di contagio nelle ore diurne abbiamo incentivato lo smart working e il ricorso alla didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado. C’è anche un altro aspetto da considerare. La riduzione delle occasioni di socialità e dei momenti aggregativi comporta anche la drastica riduzione del numero dei contatti personali. Questo agevola enormemente, in caso di persone che vengono sorprese positive al Covid-19, le operazioni di tracciamento e, quindi, alleggerisce l’attuale sovraccarico di lavoro dei dipartimenti di prevenzione. Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro. Abbiamo bisogno del nutrimento che da queste attività ricaviamo e della capacità di sogno che queste ci suscitano. Intendiamo tornare al più presto a fruire di queste emozioni in compagnia, condividendo la muta armonia che si instaura in presenza di un vicino, anche se s-conosciuto. La nostra dimensione spirituale non potrebbe sopravvivere senza questa esperienza. E’ con questo spirito, caro Maestro, che ci siamo assunti la responsabilità di operare scelte così dolorose. Ma le assicuro che, con il ministro Franceschini, siamo già al lavoro per far riaccendere al più presto microfoni, riflettori, proiettori, e per assicurare le premesse per un effettivo rilancio di tutte le attività dello spettacolo, confidando sull’impegno, sulle energie e sulle intelligenze di tutti.
Marco Castoro per "leggo.it" il 26 ottobre 2020.
Le ultime restrizioni sul mondo dello spettacolo, un'altra mazzata su tutto l'ambiente, che cosa pensa Simone Cristicchi?
«Io sono abbastanza deluso da questa ultima decisione. Perché, insomma, il teatro ha dimostrato di essere un luogo sicuro in questi mesi. Molto più pericolosi, mi viene da dire, sono i ristoranti. A teatro non si parla, si ascolta, si sta zitti. Non si canta come a messa. In realtà trovo veramente che sia un accanimento. La cultura come l'ultima ruota del carro».
Tante persone che vanno in sofferenza economica.
«Sono amareggiato come i miei tecnici. Io stasera faccio l'ultima replica a Ravenna. Finiamo così, se ne riparlerà a dicembre. Le altre due date, quella di Forlì e Bellaria, sono saltate pur avendo il teatro pieno. Spettacoli sold out».
Un vero peccato. E ora che si fa?
«Chissà magari si deciderà di fare teatro in salotto con massimo cinque spettatori distanziati e con la mascherina. Oppure tutti in chiesa, visto che le chiese sono immuni rispetto ai teatri. Anzi, noi artisti e il pubblico teatrale chiediamo aiuto al Vaticano. Perché ci facciano fare gli spettacoli dentro chiese, cattedrali, monasteri, conventi. Più gli spazi sono grandi e meglio è. Ovviamente è una provocazione però perché no?».
Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 26 ottobre 2020. Lo spettacolo è finito, le luci le hanno spente ma gli amici non se ne vanno. Rimangono e protestano. La serrata dei cinema, dei teatri e delle sale da concerto, imposta con l' ultimo Dpcm del governo sino al 24 novembre, ha scatenato l' ira di un mondo che vive di arte e offrendo arte: teatranti, registi (tra cui Nanni Moretti, Pupi Avati, Gianni Amelio, Enrico Vanzina, Marco Bellocchio), gestori delle sale, fondazioni liriche, compagnie di prosa e di danza. Con un volume di affari annuo di 3,1 miliardi di euro (circa lo 0,2 del Pil italiano), il comparto spettacolo occupa stabilmente 142.000 lavoratori. Il lockdown di primavera ha lasciato cicatrici profonde: i biglietti staccati nel 2020 rispetto al 2019 sono stati il 75 per cento in meno; il 20 per cento dei 1.218 cinema italiani non ha ancora riaperto; la perdita di incasso per i gestori delle sale è stata di 123 milioni di euro. Una catastrofe, solo in parte attenuata dalla cassa integrazione e dai contributi del Fondo emergenze del ministero per i Beni e le Attività culturali. Ora quest' ennesimo stop, che toglierà fiato e risorse. Gli operatori stimano una perdita di 64 milioni di euro a novembre, senza contare gli effetti sull' indotto. «Il Dpcm è ingiustamente penalizzante », dice Carlo Fontana, presidente dell' Agis, che rappresenta le imprese del settore. «I luoghi di spettacolo si sono rivelati tra i più sicuri spazi di aggregazione sociale, abbiamo sostenuto onerosi investimenti per elevare il livello di prevenzione ». Agis di recente ha consegnato al governo un report del suo Ufficio studi, che documenta come nei quasi tremila spettacoli dal vivo organizzati tra il 15 giugno e il 3 ottobre (più di trecentomila spettatori) si sia registrato un solo caso di contagio. (...) Le lettere di protesta contro il Dpcm non sono solo quelle degli operatori. L' invito alla riapertura immediata di sale cinematografiche e teatri arriva da dieci assessori alla Cultura, primo firmatario quello di Roma Capitale Luca Bergamo: «State colpendo il settore produttivo italiano che più di ogni altro ha saputo adottare misure efficaci, causerà effetti economici disastrosi ». E Walter Veltroni si chiede «se sia giusto autorizzare le messe e non i teatri e i cinema dove non c' è stato alcunché». L' appello più accorato, però, è contenuto nella lettera aperta a Conte e Franceschini firmata da registi, sceneggiatori e alcune sigle del comparto. «La cultura è un bene primario come la salute. Azzerarne oggi una parte fondamentale come quella dello spettacolo è un' azione priva di logica e utilità. (...) Tutti vogliono l' apertura di un tavolo di confronto. Il ministro Franceschini assicura che già nei prossimi decreti inseriranno contributi per i lavoratori dello spettacolo.
Michela Tamburrino per “la Stampa” il 26 ottobre 2020. Non è più tanto la protesta che monta, ma il dolore che attanaglia. Chiudono cinema, teatri, sale da concerti. Poco rispetto, nel Paese culla della cultura classica, per la cultura stessa, soprattutto scarsa conoscenza e nessun attitudine al dialogo con gli esperti. È molto rattristata Cristina Comencini: «Al netto di zero contagi nelle sale attrezzate ai protocolli rigidi, si pensa solo a chiudere. E di assembramenti giovanili non se ne vedono davanti a cinema e teatri. Ieri sera sono andata alla Festa del Cinema, e anche lì massimo controllo. Chiudere sarà un colpo mortale anche per tutto l' indotto, sistemi che non si riprenderanno più. In Francia hanno previsto aperture pomeridiane, che vedranno afflussi di certo inferiori a quelli delle piazze». Anche per Cinzia Th Torrini, le sale sono più garantite di un supermercato. «Parlare di cultura sembra una bestemmia, allora parliamo di salute mentale. Chiudere equivale ad abbassare la capacità intellettuale e a mettere alla fame un settore enorme. Con il rischio di disabituare il pubblico alla sala». Enrico Vanzina ribadisce: «Lungi dal fomentare polemiche politiche, ma un calcolo va fatto. Avremo 50 cinema aperti a Roma e nel fine settimana entreranno 100 persone al giorno. Su 3 autobus soltanto ne entrano 180. E le nostre sale hanno speso soli per attrezzarsi alla sanificazione. Perdiamo sul campo migliaia di lavoratori e quando si chiude la cultura è un brutto segno. Senza dare giudizi, i nostri appelli vogliono invitare il governo a ripensarci». C' è un celebrato direttore d' orchestra, Michele Mariotti, che in questi giorni è impegnato nelle prove del Falstaff per l' opera di Stato di Monaco di Baviera. «I nostri governanti stentano a capire che siamo indispensabili per la crescita di una società. Mancano loro la conoscenza, la considerazione, la volontà, premesse indispensabili per predisporre un piano nazionale. La chiusura grida vendetta proprio perché l' Italia è il Paese che più si identifica con la cultura che invece disprezza. Noi siamo indispensabili quanto un maestro di scuola. Ne parlavamo con Riccardo Muti giorni fa e ne eravamo rattristati. In Germania si lotta per restare vivi». Inneggia alla battaglia consapevole Massimo Popolizio: «Ho firmato appelli inutili. Io dico ad attori, tecnici, cantanti, ballerini: non votiamo più. Basta con i piagnistei, con il pietire lavoro. Dimentichiamoci delle tessere elettorali. Quando a questi signori verrà a mancare l' appoggio politico di tutta una categoria allora forse qualcosa faranno. Restiamo chiusi fino a maggio, facciamoci sentire come forza, l' alternativa è la morte perché ci stanno uccidendo. Io non sono un artista ma un lavoratore che se non alza il sipario non mangia. Più facile chiudere noi che mettere un autobus in più. Ci hanno equiparato alle sale Bingo, una vergogna frutto di ignoranza. Siamo in guerra, guerreggiamo». Massimo Ghini da artista con un passato da politico avverte: «Gestire questa situazione è difficile. Non vorrei essere nei panni di chi decide. Mi chiedo solo perché questa scelta non viene fatta consigliandosi prima con la categoria. Tutti dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e abbiamo dimostrato che sappiamo adeguarci alle strategie di contenimento. Posso testimoniare di colleghe e colleghi in stato di indigenza mentre una serie di istituzioni, sempre in campo artistico, continuano a mantenere gli stipendi. Io parlo di lavoratori penalizzati da un lockdown mascherato. Ora, l' attività prima di questo governo deve essere quella di pensare a questi uomini e donne attivando immediatamente gli ammortizzatori sociali. Gli artisti non possono lavorare in smart working». Per Iaia Forte, «questo è un colpo dal quale sarà difficile riprendersi. La soluzione francese sarebbe auspicabile. Il guaio è che da noi i teatri non riescono a diventare luoghi perché esauriscono la loro funzione nel tempo di uno spettacolo. Invece sono strumento sociale necessario dove poter accogliere scuole, laboratori, letture. I teatri sono speculari ai musei».
Francesca Galici per ilgiornale.it il 28 ottobre 2020. Le proteste degli imprenditori della ristorazione, dello sport e di tutti i settori maggiormente colpiti dall'ultimo Dpcm di Giuseppe Conte passa per la disobbedienza civile e pacifica. Tralasciando gli scontri di piazza, che non hanno nulla da spartire con le manifestazioni dei lavoratori onesti, sono molti quelli che hanno deciso di non chiudere le loro attività alle 18. Sono tanti quelli che hanno scelto di trasgredire alle regole per non fallire, mossi nei loro intenti dalla poca fiducia nei confronti dell'esecutivo, nonostante le promesse del "ristoro". È in questo scenario che si colloca l'ennesima provocazione di Vittorio Sgarbi nel suo comune, Sutri. Da qualche anno, il critico d'arte ricopre la carica di primo cittadino nel piccolo e storico comune viterbese di Sutri. Mentre pondera la sua candidatura come sindaco di Roma, Vittorio Sgarbi si impegna a gestire la comunità sutrina sulla base del suo buon senso. E così, tra il serio e il faceto, con il post sui profili social ha annunciato l'autoproclamazione della Repubblica del Sutristan. Una provocazione, certo, ma non troppo, perché nel nuovo "Stato" i Dpcm di Giuseppe conte e del governo della Repubblica Italiana non ha nessun valore. Il che significa che, per esempio, non esiste nessun coprifuoco e i ristoranti possono restare aperti ben oltre l'orario di chiusura imposto. "Nell’autoproclamata Repubblica del Sutristan, i Dpcm di Conte non hanno alcuna efficacia. Per questo al ristorante “Da Giuseppi” (inaugurato proprio oggi) si cena ben oltre la mezzanotte...", scrive Vittorio Sgarbi a corredo di una foto celebrativa in cui, a tavola con alcuni commensali, brinda con corposi calici di vino rosso. Provocazioni a parte, il primo cittadino ha disposto che nella sua città, in deroga al Dpcm, i ristoranti potranno restare aperti fino alle 22, bar e pasticcerie fino alle 20. Anche il nome del ristorante non è stato scelto a caso, ennesima provocazione del critico d'arte nei confronti del presidente del Consiglio, con il quale in più di un'occasione è entrato in conflitto. Non è la prima volta che Vittorio Sgarbi, nelle vesti di primo cittadino, mette in atto una protesta contro il governo in nome del buon senso. È impossibile dimenticare la polemica agostana delle mascherine, quando il sindaco di Sutri minacciò di multare i suoi cittadini nel caso in cui avessero indossato le mascherine all'aperto senza necessità. Erano i giorni in cui il governo cercava di arginare l'aumento dei contagi imputati alla movida serale, imponendo la mascherina obbligatoria dopo le 18 anche all'aperto. In quell'occasione, inoltre, Vittorio Sgarbi ebbe un confronto social piuttosto acceso con l'attore Alessandro Gassman.
Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 28 ottobre 2020. Ha una strana eco, la parola «ristoro» applicata all' ennesimo decreto di Palazzo Chigi. Non si capisce se vada declinata come sinonimo di sollievo, o possa diventare un toccasana per le attività delle quali il governo ha deciso la chiusura parziale o totale. È forte il sospetto che si tratti di una misura riparatrice, almeno nelle intenzioni, per errori e ritardi accumulati in questi mesi. Il decreto rischia dunque di rivelarsi una fonte di ulteriore confusione, e dunque di scontento e di protesta in un' Italia ormai non solo scettica ma sconcertata. Sarebbe inopportuno ironizzare sul lessico utilizzato dagli uffici del premier Giuseppe Conte per comunicare provvedimenti giustificati dall' emergenza del coronavirus: la questione è tremendamente seria. Riesce difficile, tuttavia, non osservare che a sottovalutarla da metà maggio a oggi è stato proprio l'esecutivo. Registrare l' ennesimo cortocircuito nella maggioranza e gli smarcamenti strumentali di questo o quell'alleato serve a poco: anche perché sono mosse delle quali è difficile vedere uno sbocco politico. Sono segnali di frustrazione, non strategie alternative. Ma la novità è che fotografano, per quanto goffamente, uno sfilacciamento del tessuto sociale sempre più accentuato. Il vero allarme al quale Conte e il suo governo dovrebbero prestare attenzione sono non tanto la fine della luna di miele con l' opinione pubblica segnalata dai sondaggi, o gli strappi alleati, quanto i conati di rivolta in molte, troppe città italiane. Sono le avanguardie arrabbiate, confuse e probabilmente infiltrate da estremisti e criminali, di un Paese che si è sacrificato; e di colpo è colto dal dubbio di averlo fatto inutilmente. Le tentazioni dell' opposizione di cavalcare la rabbia delle «piazze» e i distinguo alleati vanno inquadrati in uno sfondo di tensioni difficili da arginare. Si sta diffondendo nel Paese la sensazione di avere buttato via mesi nei quali sarebbe stato opportuno prepararsi alla nuova ondata di contagi: in primo luogo negli ospedali, nelle scuole, nei trasporti pubblici. Invece, Palazzo Chigi si è cullato a lungo nell' autocompiacimento di un «modello italiano» senz' altro non peggiore di altri, ma oggi segnato dall' imprevidenza e dalla mancanza di decisioni degne di questo nome. Avere ritardato un «sì» o un «no» chiari sul prestito europeo del Mes per rafforzare il sistema sanitario sta producendo frutti avvelenati. Conte si è lasciato irretire dai veti di un grillismo compatto solo nei pregiudizi più irresponsabili. Così, il reticolo degli ambulatori sul territorio è rimasto sguarnito e a corto di risorse e di personale. Ci si ritrova di nuovo con gli ospedali investiti da un' ondata di malati spaventati e disorientati. Mancano i vaccini antinfluenzali promessi. Per fare i tamponi si è assistito allo spettacolo umiliante, in primo luogo per le istituzioni nazionali e locali che dovevano garantirli, di file di ore. La parola d' ordine della convivenza con il virus si sta trasformando in un incubo. Ma non si può pensare di esorcizzarlo ricorrendo di nuovo a una chiusura dell' Italia che farebbe precipitare la crisi economica. Sarebbe solo un alibi per coprire la mancanza di strategia di un esecutivo che si è vantato a lungo di avere visione e idee chiare. L' incontro di ieri a Palazzo Chigi tra Conte e le categorie colpite dalle nuove restrizioni arriva opportunamente. Ma c' è da chiedersi perché non ci sia stato prima. Vale per le parti sociali, come per le opposizioni parlamentari. A questo punto, l' unico dovere è di far dimenticare quanto prima la presuntuosa pretesa di autosufficienza degli ultimi mesi. Si ha il diritto di pretendere decisioni serie, rapide e più condivise. E un bagno di umiltà che non nasconda solo il calcolo furbesco di sopravvivere invece di salvare il Paese.
Emanuele Lauria per repubblica.it il 28 ottobre 2020. I ristoranti chiusi dovunque, ma a Montecitorio no. Era tutto pronto, per garantire nuovamente la cena ai deputati. Finché, nell'immediata vigilia della riapertura del servizio, quando cuochi e camerieri erano quasi all'opera, una frangia dell'opposizione - Fratelli d'Italia - ha posto in aula una questione di opportunità e il presidente Fico ha bloccato tutto. Ai parlamentari restano i panini. Il caso esplode nel pomeriggio. Sugli smartphone dei deputati arriva un sms: "Dal lunedì al giovedì, presso i locali della ristorazione al piano Aula avrà luogo un servizio mensa con orario 19-21. Il servizio è attivo da oggi, 27 ottobre". Fino ai giorni scorsi il ristorante era rimasto aperto solo a pranzo, con la possibilità - nelle ore successive - di giovarsi solo dell'asporto dei cibi. L'amministrazione della Camera decide invece di riaprire il suo ristorante pure di sera, mentre tutto intorno le luci dei locali si spengono. Com'è possibile? In realtà, se si equipara il ristorante di Montecitorio a un servizio mensa, il problema è facilmente risolto: le mense aziendali, infatti, rientrano fra gli esercizi per i quali si deroga alla chiusura dopo le 18 disposta dal Dpcm, "purché sia garantita la distanza interpersonale di un metro". Il parlamentare, insomma, non è diverso da un operaio che svolge lavoro serale: ha diritto anche lui ad avere un pasto durante l'orario di "servizio". "Il calendario di questa settimana prevede sedute notturne - spiega il deputato segretario Francesco Scoma (Iv) - e dunque per consentire al deputato di restare in prossimità dell'aula viene garantito il servizio di ristorazione. Anche se qualcuno di noi volesse uscire per consumare una veloce cena, d'altronde, troverebbe tutto chiuso... Non vedo dove sia lo scandalo. Ci indigniamo forse per la norma che prevede l'apertura continuativa degli autogrill per agevolare chi viaggia di notte? O noi parlamentari dobbiamo per forza limitarci al cibo da asporto, ovvero ai panini?". La questione, con l'interrogativo di Scoma, sembra chiusa. E invece no. Diventa un caso d'aula. A protestare per quella che "è una vera discriminazione rispetto a tutti i ristoratori italiani" è FdI. "Fico ci spieghi se è vero, e anche Conte deve chiarire se il ristorante della Camera esce dal Dpcm, è una discriminazione. Tutti i ristoranti devono riaprire dopo le ore 18. Nessun deputato di FdI frequenterà il ristorante della Camera finchè tutti i ristoranti non saranno riaperti", la protesta di Walter Rizzetto, di Fratelli d'Italia. Il presidente Roberto Fico è costretto a precisare: "Il ristorante non è in funzione, ma è un prolungamento dell'orario della mensa. Fermo restando questo, effettuerò una verifica e comunque da questo momento anche il prolungamento dell'orario non ci sarà, il ristorante sarà chiuso". Come dire: nel dubbio, meglio evitare di lanciare un pessimo segnale all'esterno.
Maurizio Belpietro per “la Verità” il 26 ottobre 2020. Sgombriamo subito il campo da una questione: criticare Giuseppe Conte, i suoi dpcm, le misure prese dal governo per combattere il coronavirus, non significa essere negazionisti. Si può dire che il presidente del Consiglio sbaglia e che i provvedimenti presi sono privi di senso anche senza negare che il Covid esista, che ci si deve proteggere ed è necessario fare qualsiasi cosa per evitare la diffusione del contagio anche senza ritenere che per fermare l' epidemia si debbano chiudere i bar e i ristoranti alle 18. La premessa è indispensabile, perché in maniera truffaldina c' è chi tende a far apparire chiunque critichi le decisioni di Palazzo Chigi come un pericoloso negazionista. Noi siamo consapevoli che la pandemia esiste e non l' ha inventata Giuseppe Conte. Sappiamo anche che il virus si diffonde grazie al mancato rispetto delle norme precauzionali. Distanziamento sociale, mascherine e igiene sono fondamentali per evitare la crescita dei contagi e dunque, da parte nostra, non troverete una critica contro chi suggerisce di lavarsi le mani con frequenza, di evitare gli assembramenti e, nel caso si entri in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, di indossare le protezioni. Tuttavia, essere d' accordo con i suggerimenti della gran parte degli esperti non significa bersi qualsiasi frottola propalata dal presidente del Consiglio, né vuol dire accettare senza obiettare tutto ciò che gli scienziati di Palazzo Chigi partoriscono. Facciamo un esempio: che senso ha costringere un ottantenne a passeggiare in un parco con indosso una mascherina? Se non si intrattiene con altre persone, estranee alla sua famiglia, non ha alcun senso. All' aperto o per strada non esiste alcun pericolo di contagio e dunque l' obbligo introdotto da alcune Regioni e benedetto dal governo appare come un' inutile vessazione nei confronti degli italiani. Ma non c' è solo la costrizione della mascherina, che in altri Paesi è obbligatoria solo quando si accede in luoghi pubblici chiusi. Tra le follie del governo, si registra anche il divieto di tenere aperti bar e ristoranti dopo le 18. A che serve chiudere una trattoria nel tardo pomeriggio? Dal nostro punto di vista a una sola cosa: a fare in modo che i luoghi di ristoro falliscano senza poter rivendicare un risarcimento. Già, perché un conto è essere costretti a tirar giù la serranda a causa di un provvedimento disposto dal governo. Un altro è chiudere perché si è costretti a pagare il personale, ma si può contare solo sulla metà dei ricavi, perché oltre a diminuire i coperti diminuisce anche l'orario di apertura. I ristoranti già erano stati costretti a ridurre il numero di tavoli per garantire il distanziamento dei clienti. E per fare tutto ciò, e a rinunciare a una parte dei ricavi, avevano pure dovuto investire in barriere di plexiglas e dispensatori di gel igienizzanti. Ma ora saranno obbligati a dire addio al 50 per cento e forse più dei clienti, perché tutti quelli della sera non ci saranno più. E tuttavia non potranno rivendicare di essere stati obbligati a chiudere, in quanto la serranda calerà non per effetto di un' ordinanza del governo, ma per il crollo del mercato. Si dirà: ma la chiusura è obbligata per evitare il diffondersi del contagio. Ma allora non si capisce perché non chiudere i locali definitivamente. Forse il virus circola solo dalle 18 in poi? Inoltre, qualcuno dovrebbe spiegarci perché si chiudano bar e ristoranti alle 18, ma si lascino aperti gli autogrill in servizio lungo la rete autostradale. Forse bisogna fare un piacere alla famiglia Benetton che della rete di punti di ristoro sulle grandi arterie viarie è proprietaria? Oppure il virus circola all' osteria ma mai nelle aree di sosta autostradali? Per essere chiari e non essere annoverati con malafede tra coloro i quali negano il Covid e pensano che il virus sia un complotto, fermare la diffusione del Covid è indispensabile. E però anche se si è preoccupati dall' aumento dei contagi, non necessariamente si devono digerire tutte le sciocchezze che il governo spaccia nelle conferenze stampa. Chiudere le palestre va bene, ma poi qualcuno dovrebbe spiegarci perché i centri sociali possono rimanere aperti. Va bene che i compagni sono più intelligenti per definizione dei palestrati, ma quelle regole della Costituzione che stabiliscono l' uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libera impresa e la tutela della salute degli italiani che fine hanno fatto? Non vorremmo che fossero finiti sotto i tacchetti di Giuseppe Conte e del suo principale consigliere Rocco Casalino. E a proposito del presidente del Consiglio, visto che dovrebbe dare il buon esempio, cominci a non toccarsi 17 volte la mascherina mentre fa la conferenza stampa. L' esercito di consulenti scientifici che lo circonda non gli ha spiegato che non si deve fare, perché si può diffondere il virus? Beh, se vuole lo aiutiamo a scrivere un dpcm in cui si raccomanda come mettersi la mascherina.
Maurizio Belpietro per “la Verità” il 29 ottobre 2020. I baristi le bottiglie le stappano, non vanno in giro a lanciarle piene di benzina, incendiando auto o dando fuoco a negozi. E ai ristoratori capita talvolta di rompere piatti e bicchieri mentre sparecchiano i tavoli, non certo di sfondare le vetrine. Lo preciso perché non vorrei che passasse il concetto che dietro i disordini scoppiati in questi giorni in diverse città italiane ci siano esercenti inferociti con il governo a causa delle misure adottate per contenere l' epidemia di coronavirus. Barman e osti sono giustamente imbestialiti, perché non riescono a comprendere la logica dei provvedimenti presi da Giuseppe Conte. Chiudere i locali pubblici alle 18, come se il Covid si svegliasse a quell' ora, è una decisione da Tso, perché se in trattoria o al bar si rischia il contagio è presumibile che accada anche la mattina. Dunque, nel caso gli esperti avessero ritenuto indispensabile vietare le consumazioni al banco o al tavolo onde evitare il diffondersi del virus, la serrata avrebbe dovuto essere intera e non limitata a mezza giornata. A meno che la decisione non sia una furbata del presidente del Consiglio per evitare di pagare dazio, cioè di indennizzare chi viene penalizzato dalle misure restrittive. Chiariti dunque i dubbi che alimentano la rabbia della maggioranza delle persone (ce ne sarebbero molti altri e riguardano i numerosi provvedimenti che avrebbero dovuto essere presi dal governo e che invece non ci sono stati, tant' è che adesso ci troviamo nell' attuale situazione, cioè a rischio), torniamo però a ciò che sta accadendo nelle piazze, ovvero alle rivolte. A scatenare i tumulti non è certo la maggioranza silenziosa degli italiani, che dagli anni Settanta, quando i sessantottini scendevano in strada per scatenare la rivoluzione, è nota per sfilare in maniera composta, senza scontri con la polizia e senza impugnare bastoni. I commercianti, i baristi e gli osti sono troppo occupati a tirar su la serranda ogni mattina per poter trascorrere la serata a tirare bottiglie molotov o infrangere vetrine. I cortei violenti li organizzano i soliti gruppettari, di destra e sinistra, ultrà della piazza che si sentono realizzati solo quando fanno a botte con poveri agenti che non possono nemmeno manganellarli a dovere, pena il rischio di finire immortalati in qualche tg della sera. Così sono i poliziotti a dover subire le ingiurie e anche le sassate, divenendo il tiro al bersaglio di una banda di violenti, che si sente realizzata solo quando ha messo a ferro e fuoco la città. Che non si tratti di ristoratori con il vizietto delle molotov o baristi esperti nel lanciare sanpietrini lo dimostra anche il fatto che tra i fermati di questi giorni non c' è neppure un esercente. In manette sono finiti un po' di anarchici, alcuni esponenti dei centri sociali, altri di organizzazioni di estrema destra, ma anche un certo numero di ultrà del calcio, cui si sono uniti un po' di extracomunitari, perché, come si sa, anche a loro piace fare casino. Sì, le persone che oggi vengono presentate come commercianti che si ribellano alle norme anti Covid in realtà sono quelli che in Francia chiamano casseurs e che noi potremmo tranquillamente definire scasseurs, cioè teppisti, vandali, estremisti che partecipano a manifestazioni di piazza al solo scopo di sfasciare e danneggiare auto, vetrine, bancomat ecc. I contestatori che abbiamo visto all' opera non c' entrano nulla con i tassisti che protestano, con i baristi che si lamentano, con gli osti che si disperano. Sono la solita marmaglia che trovano buono ogni argomento per scatenare il caos. Il che non vuol dire che non ci sia motivo di essere inferociti con il governo. Di motivi ce ne sono a dozzine, ma non sfociano e non devono sfociare nella violenza. Lo preciso perché ho già capito l' andazzo. Di fronte ai primi fuochi in piazza, gli intellettuali fighetti con la puzza sotto il naso come Gianrico Carofiglio e Concita De Gregorio già parlano di marmaglia fascista che si scatena in piazza, bollando le contestazioni con un marchio preciso. Con il risultato che invece di riuscire a mandare a casa Giuseppe Conte e la sua banda, per evitare che facciano altri danni, rischiamo di tenerceli per chissà quanto. Il caos rafforza sempre chi sta al potere, il quale disponendo di un mandato speciale come quello che gli è stato attribuito con lo stato di emergenza, è legittimato a dare un giro di vite. Per di più se in tv si comincia ad accreditare l' idea che la sommossa sia di stampo fascista. Sì, insomma, ci siamo capiti: a far casino non si fa traballare la poltrona di Conte, ma anzi la si stabilizza. È un gioco vecchio come il mondo, che in genere fanno i dittatorelli quando le cose vanno male. Ora, il presidente del Consiglio non è un dittatorello da strapazzo, ma anche a lui non dispiace rimanere attaccato alla poltrona, dunque il centrodestra farebbe bene a stare alla larga da un certo tipo di manifestazioni, pena finire per aiutare Conte a risalire nei sondaggi che lo danno in caduta libera. Andreotti con le piazze è campato una vita. Non vorrei che ci campasse pure Giuseppi.
Andrea Galli per corriere.it il 29 ottobre 2020. In un quadro mutevole, dunque ancor più minaccioso, il vertice in Prefettura sull’ordine pubblico ha cristallizzato il seguente scenario. Lo ha fatto dopo le violenze di lunedì e prima dell’annunciata manifestazione di giovedì, per la quale il questore Sergio Bracco ha diffidato i promotori ufficiali (il movimento imprese italiane) dall’organizzare l’evento stesso, alle 17 in via Clerici, a Bresso. C’è un punto di partenza obbligatorio, analizzando sempre l’ultima guerriglia e l’attuale periodo storico. La manifestazione era stata di fatto «promossa» da commercianti, baristi e camerieri, i quali poi non sono riusciti a gestire la situazione. La dissociazione della categoria, si sente ripetere dagli operatori della sicurezza, è il minimo che si potesse fare. Offensivo pensare che basti. E non venga accolto come giustificazione un primo dato oggettivo: i promotori non hanno firmato nessun atto distruttivo. L’incapacità di governare la piazza è un secondo dato oggettivo (e loro erano pur sempre lì, a riempire lo spazio e impegnare agenti). Ma allora chi dirigeva? Non i neofascisti associati agli ultrà. I primi, in particolare, si sono isolati già nelle iniziali fasi. C’erano anche militanti anarchici, «riconducibili all’area di via Gola», ugualmente, in linea generale, «distanti». Questa frammentazione dello schieramento (proprio mai s’erano visti movimenti antitetici, abituati a fronteggiarsi, stare invece a fianco) risponde a trame nazionali, come spiega un investigatore di via Moscova. La contemporaneità dei disordini in più città, che ha risposto a un coordinamento, ha generato un’estrema difficoltà nel modulare in anticipo gli spostamenti dei reparti mobili come ausilio mirato in una zona d’Italia anziché un’altra. La medesima frammentazione introduce un’ulteriore criticità: la mancanza di un interlocutore, o più interlocutori, con i quali dialogare nella contrapposizione delle parti, esasperata nell’offensiva contro carabinieri e poliziotti, i primi obiettivi dei violenti. Ed eccoci arrivati a loro. In Questura invitano a osservare l’esponenziale crescita dell’aggressività, che spesso sfocia in episodi di baby gang, da parte della fascia dei 14-16 anni, successiva al lockdown. Giovani rabbiosi, anzi per esplicitare meglio «incazzati contro il mondo», che non hanno nel mirino le recenti misure del Governo. Forse le ignorano pure. Questa rabbia, in relazione alla provenienza geografica, a cominciare dalla periferia settentrionale (i gruppi più numerosi sono partiti dal quadrante viale Monza-via Padova-Lambrate) richiama il disagio delle seconde e terze generazioni di figli di migranti. Tema ampio, enorme, una tema con puntualità alla ribalta di Milano, e drammaticamente soggetto a manipolazioni dei politici, un tema che di per sé fa capire come sia rischioso demandare tutto alle forze dell’ordine evitando un’analisi su cosa è stato fatto nei decenni dai governanti locali. Non si deve poi dimenticare l’«apporto» numerico dall’hinterland, in una composizione urbanistica e sociale, dice un investigatore, che non limita il malessere agli estremi lembi milanesi, ma interseca l’intera città metropolitana. Sono ragazzi che (forse) non hanno un preciso spazio fisico, dove per esempio provare a cogliere il fermento come potevano essere, cinquant’anni fa, agli esordi del terrorismo, la Statale e la Siemens. L’incontro è su Internet; sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta, convocare in tempo zero decine di giovani, comunicare ritrovi, fomentare, suggerire piani. Una «improvvisazione strutturata», che spaventa i non addetti ai lavori; in queste ore istituzioni società di vigilanza hanno chiesto con insistenza: proteggeteci, interpretando carabinieri e poliziotti come un servizio ad personam. Ma non esiste un’agenda del futuro. E non si può essere ovunque a difendere ogni Palazzo, ogni strada commerciale. Proprio perché i ragazzi sono imprevedibili, se non forse con un’insistita attività di prevenzione capace di cogliere i famosi segnali sul territorio che interrogano per prime famiglie e scuola. A settembre, a Milano il capo della polizia Franco Gabrielli aveva presieduto una riunione «interna». Aveva illustrato le criticità di mesi complicati e s’era richiamato allo sforzo instancabile di «leggere» la città e la provincia, di interpretarla ancor prima di «starci» fisicamente, di adattare le azioni a seconda dell’interlocutore, della sua provenienza, delle sue istanze, di cosa si porta dietro e dentro.
Lodovico Poletto per “la Stampa” il 29 ottobre 2020. «Raga, come si festeggia dopo aver sfasciato le vetrine?». Ballano sui ritmi del trap i ragazzi di Barriera: vestiti neri, torso nudo, risate, sullo sfondo un divano due posti di vera finta pelle e la tv accesa. Un trofeo rubato da Geox. Le foto davanti alla vetrata di Gucci in frantumi. Dito medio alzato nello scatto in posa: «Non è un gioco». «Forse questa è l' ultima storia che farò. 30 k o butto tutto, non rischio per un video». Hanno i visi dei ragazzi di Barriera. E nel sangue la musica del trap francese. Pistole di plastica nei video e la voglia di fare soldi, in fretta. -Kaprio- è il nome del trapper che si fa immortalare così: con medio alzato. Ha una filosofia di vita e un motto: «La fame è la porta che ti conduce alla ricchezza». Hanno casa ai giardini che sono stati dello spaccio, in quella piazza che tutti chiamano Alimonda ed è diventata, nel tempo, il simbolo della Torino che fatica a trovare una sua dimensione, i ragazzi del trap made in Torino. Hanno video su youtube, e canzoni che parlano di violenza, di soldi, e «fanculo a tutti» - Kaprio - c' era l' altra notte: lo racconta il suo profilo Instagram. E la sua banlieue è lì a 300 metri dal palazzo del Comune. I video svelano molto. I passamontagna, e le risate. Il saccheggio nel nome della moda, «vietata» se non hai il portafoglio gonfio. «Gucci» è lo stile di chi con quella musica ha fatto i soldi. Due miti: la moda e il denaro. Lo sono anche Chanel (altra vetrina sfondata nella notte del delirio di Torino) e un po' anche Vuitton (idem come sopra). Guardi i video e ti si apre un mondo. Saltano fuori nomi e storie. «Se fai una cosa e non lo fai sapere al tuo mondo, ai tuoi followers, non esisti» dice chi di quel mondo se ne intende. Rubi? Lo dici. Ti scontri con la polizia? Lo dici. Sul web. Lo fecero anche i ragazzi di piazza San Carlo, quella banda di ladri che nella primavera di tre anni fa, durante la finale di Champions League, sparò peperoncino sulla folla che guardava la Juve contro il Real in piazza San Carlo, facendo quasi 2 mila feriti e due morti. Festeggiarono con video su Instagram. Celebrarono un bottino di portafogli e collanine: poche centinaia di euro. Li hanno presi anche per questo. Quelli dell'altra notte arrivano dallo stesso mondo. Dalle periferie dell' immigrazione. Dagli stessi giardini. E hanno lo stesso sogno: entrare in quel mondo che a loro, senza lavoro, con una stanza nelle case popolari, sembra vietato. La politica non c' entra. Non c' entrava neanche il 7 di agosto, quando un gruppo di ragazzi assaltò il tram che attraversa Barriera. Inchiodato in mezzo alla strada. Con i ragazzi - immigrati di seconda generazione - che scalano le fiancate e salgono sul tetto. Paralizzano il traffico. Si filmano. E i video finiscono nella canzone di un altro trapper. Soldi. In disagio sociale. Il mondo di Sfera Ebbasta. I tatuaggi sotto gli occhi. I vestiti e la moda. Allora, in tanti, ridevano boriosi in centro. Ma era già il disagio che diventava musica. Il video era di Yakuza. Lo guardi adesso e vedi la periferia con i nuovi torinesi che avanzano. È l' immagine di un altro Quarto stato, ma che vuole denaro facile e vestiti firmati. Scavi in quel mondo e trovi un' altra canzone di un altro trapper dove appare una pistola puntata a una testa. Era finta, s' è scoperto: ma è il linguaggio che impressiona. E i casermoni davanti a cui tutto questo viene filmato narrano di un mondo che nessuno ha intercettato. E tantomeno cercato di aiutare. Infischiandosene di tutto i ragazzi si ritrovano ai guardini Alimonda. In tanti, l' altra sera, sono partiti da lì. Passamontagna in tasca e un unico obiettivo in testa: i negozi del lusso. Per poi sentirsi ricchi qualche ora. E dirlo su Instagram.
Alessia Marani per “il Messaggero” il 28 ottobre 2020. La tecnica è quella collaudata della guerriglia da stadio. E non a caso, ieri, in piazza del Popolo a Roma a lanciare bottiglie e bomboni in direzione delle forze dell' ordine c' erano anche alcuni volti noti tra gli ultrà, già visti in azione negli scontri di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta o nei raid per i vicoli di Trastevere a caccia dei tifosi dell' Eintracht, fatti del 2019. Almeno 5 i fermati tra i 16 di ieri sera. Ingresso coreografico in piazza del Popolo tra fumogeni e un paio di grossi petardi fatti esplodere tra la piazza e il lungotevere per dare il segnale: siamo arrivati. Mascherine nere messe su bene sopra il naso, berretti scuri calati che lasciano intravedere solo gli occhi. Alla testa c' è Giuliano Castellino, leader romano di Forza Nuova, svariati precedenti di polizia alle spalle e trascorsi dietro le sbarre, un passato nella Curva Sud giallorossa, carica il gruppo (oltre qualche vecchio una pletora di giovanissimi) e via ai cori. Era stato lui, per primo, a sfidare il coprifuoco venerdì notte a Roma, sull' eco della rivolta di Napoli, scendendo in strada all' Ostiense (con scarso seguito), poco importa la differente fede calcistica, amico del defunto Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, storico capo ultrà degli ormai disciolti Irriducibili della Lazio, era stato avvistato in zona via Amulio, la tana biancoceleste, anche sabato sera prima dell' altra manifestazione, sempre in piazza del Popolo, a cui seguirono le prime avvisaglie di scontri. Ieri la discesa in campo appariva organizzata. Stile stadio. La polizia già poco prima delle 19 aveva trovato uno zaino sotto un' auto in via Pompeo Magno, in Prati, contenente passamontagna, petardi e una catena. I primi appartenenti delle tifoserie erano già stati avvistati nei dintorni di piazza Cavour, quando alle 17, esponenti della Lega si erano dati appuntamento per estrarre il cartellino rosso per Giuseppe Conte, questo lo slogan, per ribadire che «#gli italianinonvoglionofallire». Bandiere tricolori senza simboli di partito, tagliandini rossi in mano e striscioni, un consigliere regionale propone l' applauso per gli uomini e le donne delle forze dell' ordine.
I GRUPPI. Poi il gruppo, che doveva manifestare in maniera statica, verso le 18 chiede di potere sfilare in un breve corteo fino a piazza del Popolo, attraversando Prati e ponte Regina Margherita. Tutto si svolge pacificamente, quel che rimane del gruppo, un centinaio di persone, continua tra slogan e comizi. Ma nell' aria c' è tensione. Perché alle 19 è previsto l' arrivo delle partite Iva e dei lavoratori chiamati a raccolta (senza alcuna richiesta di autorizzazione dell' uso della piazza) in una manifestazione nazionale. Passano le 19 ma non si vede nessuno. Dopo qualche minuto ancora gli organizzatori del presidio di piazza Cavour decidono di andarsene, non hanno intenzione di mischiarsi a chi potrà arrivare dopo. Ed eccoli gli ultrà e l' ultradestra. Bombe carta e cori contro le forze dell' ordine. Il prefetto era stato chiaro: nulla da eccepire con chi manifesta ed esprime il proprio libero pensiero correttamente, ma tolleranza zero con chi vuole prendere la scena «in maniera pretestuosa». E questa è una di quelle occasioni. Parte l' idrante della polizia, i reparti mobili avanzano. Lo zoccolo duro dei manifestanti sa come agire. Lanciano le bombe carta verso la polizia, buttano giù monopattini, alzano le barricate con i secchioni dell' immondizia e gli danno fuoco, rovesciano le campane del vetro in strada, raccolgono da terra tutte le bottiglie e cominciano a scaraventale davanti a loro per coprirsi la ritirata. Ci sono più gruppetti: avanzano, attaccano e indietreggiano. Ancora una volta svaniscono tra le strade di Flaminio e Prati, le stesse che molti ben conoscono per la vicinanza all' Olimpico. A fine serata Castellino dirà: «Siamo stati attaccati e caricati, i più giovani facevano da scudo ai manifestanti». «Lunedì i nostri reparti mobili erano a Napoli e a Torino, presi e mandati a Roma - afferma Andrea Cecchini, del sindacato Italia Celere - turni senza sosta, pochi uomini, a rischiare la vita per gruppi organizzati alla guerriglia».
Paolo Griseri per “la Stampa” il 28 ottobre 2020. Sono arrivati di notte, sbucati in centro nel buio per infrangere il loro tetto di cristallo sociale, le vetrine dei negozi di lusso. Da dove venivano? E soprattutto, perché lo hanno fatto? Il giorno dopo, quando si raccolgono i cocci di una nuova rivolta nella storia di Torino, è doveroso chiedersi perché per la seconda volta in sette anni, il centro è diventato lo scalpo di chi abita in periferia, in case lontane chilometri (e parecchi punti di pil) dai privilegiati della ztl. Per provare a capire bisogna andarci in quella periferia che a Torino è soprattutto la zona nord, già serbatoio sociale della rivolta dei forconi nel 2013 («siamo arrivati fin qui e adesso non ce ne andremo», prometteva in piazza Castello un ragazzo di Barriera di Milano) e l' altra notte gridavano ai poliziotti: «Voi avete il lavoro e io no, figli di p.». Il quartiere più povero I numeri dicono che nei quattro quartieri della zona settentrionale della città vivono i due terzi delle persone che percepiscono il reddito di cittadinanza e sono seguiti dai servizi sociali. Il più povero di questi quartieri del disagio è la circoscrizione 6, Barriera di Milano. Si accaparra gran parte dei 6.200 assistiti del quadrante. Non è mai stata una zona ricca. Carlotta Salerno è nata in queste case e oggi guida la circoscrizione: «Hai presente gli alberi in montagna? Servono a tenere insieme la terra. Se li abbatti arrivano le frane. Noi abbiamo fatto così, adesso arriva la valanga». Usciamo dalla metafora per favore: «Certo. Fino a marzo c' erano le scuole. Gli insegnanti e i gruppi di lavoro servivano ad esercitare un controllo soprattutto sui ragazzi più giovani. Capivano quali erano in difficoltà, davano un aiuto, i casi più gravi li segnalavano ai servizi sociali.
Poi è arrivato il lockdown. Scuole chiuse, chiusa la rete di controllo sociale, tutti confinati in alloggi di 50 metri quadrati. Hai presente che cosa vuol dire vivere in cinque stretti in pochi metri quadrati nelle case popolari? Non ti viene certo voglia di uscire a cantare sui balconi. I casi sono due: o ti deprimi o ti arrabbi. In genere i genitori che perdono il lavoro si deprimono. I figli quindicenni, invece, si arrabbiano. Sarà schematico ma è così». Lunedì notte, davanti alle vetrine di via Roma, sono arrivati gruppi di adolescenti, hanno rotto le vetrine e hanno arraffato borsette, sciarpe, vestiti: «Spogliavano i manichini e litigavano tra di loro per la divisione del bottino», raccontano i testimoni oculari. Una rivolta mossa dalla fame? «Soprattutto alimentata dalla rabbia, dalla voglia di sfregiare l' altra città, quella che li tiene lontani», spiega il sociologo Roberto Cardaci che da decenni studia la lunga storia della povertà torinese. L' altra città è quella che vive fuori dal centro, che dice «quelli di Torino» pur avendo casa a due chilometri da piazza del Municipio. La città dei poveri che come un vulcano, periodicamente erutta la lava della rabbia. Il primo ad averlo percepito quel risentimento era stato, nel 2015, il vescovo Cesare Nosiglia. All' omelia della festa di San Giovanni, patrono di Torino, aveva parlato di «due città che vivono una contro l' altra». Era successo un putiferio. La politica si era ribellata. «Mi telefonarono dal Municipio per protestare», ricorda ancora oggi il monsignore. Ma non servì. L' immagine ebbe successo perché già allora era vera. La metafora divenne il cavallo di battaglia della campagna elettorale grillina. Appendino promise che avrebbe colmato il divario con il centro. I numeri della povertà torinese prima ancora delle vetrine infrante di via Roma dicono che cinque anni dopo quelle promesse il divario è rimasto. Non era facile colmarlo. Certo era più difficile nella realtà che nei facili annunci elettorali. Anche prima del Covid le condizioni di Torino nord sono rimaste difficili. È in questa parte di città che si concentrano gran parte delle richieste di aiuto al banco alimentare. «La mensa per poveri alle spalle della parrocchia della Resurrezione è una di quelle più frequentate», racconta Pierluigi Dovis, direttore della Caritas torinese. E spiega che il Covid ha finito per dare il colpo di grazia a molte famiglie già in difficoltà. «Rispetto a fine 2019 i pasti delle mense sono aumentati del 40%. Oggi serviamo tra le 2.500 e le 3.000 persone al giorno». Tutto questo non spiega, tantomeno giustifica la violenza di lunedì ma le dà un contesto, può renderla meno sorprendente per quella parte di Torino che ha visto arrivare all' improvviso la violenza sotto i portici della città aulica. «Il vero problema è che la Torino del centro continua a raccontarsi una città che non c' è più e anzi le sta franando intorno». L' analisi è di Giorgio Airaudo, segretario della Fiom del Piemonte. Che aggiunge: «La crisi sega la base della città piramidale. Appiattisce verso il basso il livello di vita dei quartieri della classe media, le terre di mezzo come Santa Rita». Ci sono quartieri come Mirafiori dove gli interventi di riqualificazione hanno dato i loro frutti nei decenni. Ma dove oggi sono spesso gli anziani a mantenere con la pensione i figli precari. La vergogna del licenziamento La sintesi, il tentativo di spiegare la nuova rabbia di Torino è di Carlotta Salerno: «Sai qual è il carburante di questa violenza? È la vergogna. La vergogna di perdere il lavoro, capita a molti di coloro che lo avevano precario, in nero, non certificabile. La vergogna di non potersi guadagnare da vivere. Molti li devi andare a cercare, non vengono a bussare, non ne hanno il coraggio». Tocca alle nuove generazioni prendere il testimone della rabbia. Lunedì sera, per la prima volta a Torino, c' erano anche quindicenni magrebini a fronteggiare la polizia. Scena impensabile pochi anni fa, quando le seconde generazioni degli immigrati non avevano ancora l' età per scendere in piazza. Un nuovo soggetto nel complicato puzzle sociale di Torino. Città dal futuro sempre più sospeso che vive nell' incertezza tra puntare ancora sulla manifattura o su nuove vocazioni economiche: «Il rischio - chiude Airaudo - è che la città guardi al futuro solo pensando al suo passato».
Monica Serra per “la Stampa” il 28 ottobre 2020. Non c' erano striscioni e bandiere, nessuno ha rivendicato la protesta e le violenze. Lunedì sera in corso Buenos Aires, una delle arterie commerciali più importanti di Milano, è sceso in strada «il disagio sociale delle periferie». Giovani e giovanissimi, molti figli di immigrati, seconde o terze generazioni. Dei 28 denunciati per danneggiamento e violenza, 13 sono minorenni. Il più giovane ha appena 15 anni, ma ha già avuto guai per resistenza e furto. Tutti hanno piccoli precedenti per spaccio, rapina, maltrattamenti. A rovesciare cestini dei rifiuti, monopattini, scooter, spingere transenne giù dalle scale della metropolitana, sfasciare i vetri del tram, lanciare molotov e bombe carta, c' erano ragazzini partiti da Rozzano, Cernusco, Baggio, la Barona, via Padova, il Gratosoglio. Gruppi diversi e distanti tra loro. Che volevano «spaccare tutto», «fare casino». C' erano italiani, stranieri, gruppi etnicamente disomogenei, che per le strade, fino a Palazzo Lombardia, dove hanno incontrato i lacrimogeni della Questura, hanno sfogato la loro «rabbia sociale». Un malessere che forse prescinde dal Covid e dalle misure del governo, ma che magari è stato ancor più soffocato nei mesi di lockdown. C' erano loro e c' era anche altro: qualche barista, tassista, qualcuno che ha perso il lavoro. Gli stessi che hanno provato a fermare le violenze hanno urlato contro chi distruggeva i dehor dei locali dei ristoratori che si era andati in piazza a proteggere. C' erano anche alcuni anarchici del Corvetto, del circolo le Galipettes (capriole). Gli stessi che avevano occupato un palazzo in viale dei Mille sgomberato ieri dalla Digos. E che frequentano via Gola: tra spaccio e occupazioni, il «buco nero» dei Navigli. Una di loro, infatti, è tra i 28 denunciati. C' era qualcuno vicino ai centri sociali, ma soprattutto all' estrema destra che, per la prima volta e con non poco imbarazzo, si è ritrovato in strada al fianco del suo nemico giurato. A promuovere la protesta contro il governo Conte, nel tentativo di «emulare» le piazze di Napoli e Roma, secondo gli investigatori, sarebbero stati proprio soggetti legati alla destra, al mondo ultras, ma molto vicini a ristoratori, tassisti, ambulanti in difficoltà. Lo dimostrerebbe anche il luogo di ritrovo prescelto: piazzale Loreto, storicamente legato a «neri» e fascisti. Tanti di loro, militanti di estrema destra e ultras non sono mancati all' appuntamento, salvo poi defilarsi e allontanarsi quando hanno visto che piega stava prendendo il corteo. L' invito all' evento, lanciato su social e gruppi Telegram, e promosso con un volantino firmato da un non meglio precisato «popolo della movida», ha portato in strada di tutto. Non un movimento organizzato che segue dinamiche note agli analisti dell' Antiterrorismo, ma una massa. Che in questo momento di grandi difficoltà e tensioni sociali fa più paura.
Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 28 ottobre 2020. C' è un altro mondo oltre a quello della piazza violenta, che mette a ferro e fuoco strade a Roma e in molte altre città italiane. È il mondo di chi si trova a essere «preso a pretesto ingiustamente di queste sommosse che hanno il solo obiettivo di mettere in scena scorribande vergognose». È il mondo dei ristoratori che sono tanti in una città enorme come Roma, milioni nel resto d' Italia. Tutti concordi nel condannare fortemente «la violenza di queste ore e la strumentalizzazione che si sta facendo di centinaia e centinaia di imprenditori perbene», commenta Sergio Paolantoni presidente della Fipe Confcommercio Roma. Questa mattina dalle 11.30 saranno in piazza anche loro, i ristoratori della Capitale, alla Rotonda mentre tanti altri colleghi si ritroveranno contemporaneamente in altre 19 città italiane. Ma lo spirito è un altro, diametralmente opposto a quello che finora ha animato le proteste: «Propositivo e assolutamente pacifico», prosegue Paolantoni perché «siamo imprenditori e abbiamo delle responsabilità, vogliamo manifestare non contro ma per proporre delle alternative, suggerire delle soluzioni». E la condanna - di tutto quello che sta accadendo in svariate piazze d' Italia, da ultima la protesta andata in scena soltanto ieri sera a piazza del Popolo che ha visto ancora una volta trasformato il volto della Capitale con gli agenti di polizia in tenuta antisommossa e i blindanti e gli idranti schierati - arriva ferma e durissima.
LE VOCI. «Le manifestazioni di queste ore - commenta Enrico Pierri titolare dello storico ristorante il San Lorenzo - non hanno nulla a che vedere con la nostra categoria. Noi, e questo potrebbe sembrare paradossale, chiedevamo maggiori controlli al governo perché siamo l' ultimo avamposto per il rispetto dei protocolli di sicurezza. Dopo il lockdown abbiamo applicato scrupolosamente le disposizioni: distanze garantite, locali sanificati, clienti a cui veniva misurata la temperatura sia all' ingresso che all' uscita. E ora con le case che si trasformeranno nei ritrovi, giacché non è vietata la circolazione, chi garantirà questi controlli?». Il suo ristorante si è reinventato: aperti a pranzo il sabato e la domenica, con la prosecuzione dell' asporto per i clienti la sera, come già accaduto durante il lockdown. «Perché se non sei pronto a rimetterti in gioco, a rispettare le regole anche se pensi di avere il diritto di criticarle, non si va da nessuna parte», aggiunge Alessandro Camponeschi, altro storico ristoratore con un' attività che da 33 anni porta avanti a piazza Farnese. Anche il suo ristorante si è adattato alle nuove disposizioni imposte dal governo Conte con l' ultimo Dpcm di domenica: «Lavoravamo soltanto la sera, abbiamo deciso di aprire a pranzo ma solo venerdì, sabato e domenica - spiega Camponeschi - gli altri giorni siamo chiusi mentre il winebar si è riconvertito a caffetteria». Dallo spritz al cappuccino il passo è stato veloce. Non indolore naturalmente. «Anch' io sono arrabbiato - conclude Camponeschi - ma non è questo il modo per protestare e ora è il tempo di rimboccarsi le maniche e andare avanti come si può». Della stessa filosofia anche Caterina Marchetti che da anni dirige un altro storico ristorante, Il Ceppo. «Non possiamo non prendere atto di un' emergenza sanitaria che riguarda ognuno di noi, dobbiamo però mostrare la forza di sapere affrontare le difficoltà con spirito propositivo e non distruttivo». Un principio che non seguono soltanto grandi nomi della ristorazione romana. Anche le piccole trattorie di quartiere si tirano fuori dalle proteste dissennate di queste ore: tanto a Torpignattara quanto a Centocelle. A via Crispolti (quartiere Tiburtino) i locali seguono le regole: «Chiudiamo la sera, facciamo l' asporto - racconta il titolare di un piccolo bistrot - quello che vediamo in tv in queste ore ci spaventa quanto il Covid-19 ma non ha nulla a che vedere con noi».
Ilaria Floris per adnkronos.com il 28 ottobre 2020. "Volete sapere come funziona? E' facile: il pubblico della mia trasmissione prima di entrare fa il test sierologico, e così tutti gli ospiti. Fra una persona e l'altra c'è un plexiglass, e anche fra un ospite e l'altro c'è un plexiglass. Perché non fanno così anche nei teatri? Possono farlo tutti. Facciano così, invece che rompere e fare polemiche!". E' la secca risposta di Maurizio Costanzo che, interpellato dall'Adnkronos, interviene così sulle polemiche relative alla sua trasmissione, il "Maurizio Costanzo Show", che ha scatenato critiche e discussioni sui social. Il pubblico del popolare programma, andato in onda ieri sera ma registrato lunedì, occupa infatti, come si vede anche in molte immagini che si sono diffuse sul web, tutte le sedie del teatro, e ciascuno è separato dal vicino di poltrona da un pannello trasparente in plexiglass. Immagini che hanno fatto discutere perché arrivate all'indomani del dpcm che ha chiuso i teatri per il pericolo di assembramenti, ma di cui il conduttore garantisce la sicurezza. "Possono farlo tutti -affonda- Certo, specifico che il pubblico viene in teatro un'ora e mezzo prima, perché possa essere fatto il test su ciascuno. Quindi io pago gli infermieri, il personale, il plexiglass. Il proprietario del cinema all'angolo faccia così, così non c'è pericolo legato all'assembramento", conclude.
Maurizio Costanzo Show sfida il Dpcm: in onda così, le immagini che mostrano il fallimento di Giuseppe Conte e Dario Franceschini. Libero Quotidiano il 29 ottobre 2020. Il Maurizio Costanzo Show non si ferma neppure davanti al Dpcm. Il segreto? Test sierologico per tutti e plexiglass. "Il pubblico della mia trasmissione prima di entrare fa il test sierologico, e così tutti gli ospiti. Fra una persona e l'altra c'è un plexiglass, e anche fra un ospite e l'altro c'è un plexiglass. Perché non fanno così anche nei teatri? - si chiede il conduttore di Canale 5, Maurizio Costanzo, in una chiara frecciatina a Giuseppe Conte e Dario Franceschini -. Possono farlo tutti. Facciano così, invece che rompere e fare polemiche!". Il giornalista ha voluto sfidare il Dpcm anti-coronavirus che prevede la chiusura, tra le altre cose, di teatri e cinema. "Certo - mette però le mani avanti interpellato dall'Adnkronos - specifico che il pubblico viene in teatro un'ora e mezzo prima, perché possa essere fatto il test su ciascuno. Quindi io pago gli infermieri, il personale, il plexiglass. Il proprietario del cinema all'angolo faccia così, così non c'è pericolo legato all'assembramento". E pare che il metodo Costanzo funzioni eccome.
Maurizio Costanzo Show, è polemica per il teatro pieno. E lui spiega: «Pago io il sierologico a tutti». Ilmessaggero.it Mercoledì 28 Ottobre 2020. È bufera all'indomani della prima puntata del Maurizio Costanzo Show. Lo storico talk Mediaset, infatti, è stato registrato il 26 ottobre (giorno di entrata in vigore del nuovo Dpcm) in una sala piena in ogni ordine di posto. Il pubblico del Costanzo Show, andato in onda ieri sera, occupava tutte le poltrone del teatro, con gli spettatori separati fra loro da un pannello trasparente in plexiglass. Un'immagine che ha scatenato l'indignazione dei social, dove in tanti si chiedono perché per il talk di Maurizio Costanzo non valgano le stesse regole stabilite dal Dpcm per cinema e teatri.
Maurizio Costanzo: «Test sierologico a tutti gli spettatori». «Volete sapere come funziona? È facile: il pubblico della mia trasmissione prima di entrare fa il test sierologico, e così tutti gli ospiti. Fra una persona e l'altra c'è un plexiglass, e anche fra un ospite e l'altro c'è un plexiglass. Perché non fanno così anche nei teatri? Possono farlo tutti. Facciano così, invece che rompere e fare polemiche!». È la risposta di Maurizio Costanzo che, interpellato dall'Adnkronos, interviene così sulle polemiche. Immagini che hanno fatto discutere perché arrivate all'indomani del dpcm che ha chiuso i teatri per il pericolo di assembramenti, ma di cui il conduttore garantisce la sicurezza. «Possono farlo tutti - affonda -. Certo, specifico che il pubblico viene in teatro un'ora e mezzo prima, perché possa essere fatto il test su ciascuno. Quindi io pago gli infermieri, il personale, il plexiglass. Il proprietario del cinema all'angolo faccia così, così non c'è pericolo di assembramento», conclude.
La proposta: «Perché non fare così in cinema e teatri?». Per riaprire teatri, sale per concerti e cinema, chiusi come indicato dal nuovo Dpcm, si potrebbe applicare una sorta di "Modello Costanzo". Lo suggerisce il "Coordinamento StaGe!" che raccoglie oltre 50 associazioni della filiera delle piccole imprese della musica, formazione, tecnici, scuole, spazi, strumenti, negozi e spettacolo dal vivo, facendo riferimento al Maurizio Costanzo Show che «nella sua prima puntata della nuova serie, registrato il 26 ottobre, va in onda da un teatro pieno. Ieri sera infatti c'è stata la prima puntata su Canale 5 con il pubblico in sala con mascherina ed erano occupate tutte le poltroncine, separate da divisori in plexiglas». «Perché con gli stessi accorgimenti non possono restare aperti anche tutti gli altri teatri, sale da concerti e cinema?. Chiediamo di prendere in esame quanto realizzato al Maurizio Costanzo Show e di vedere se si può proporre nella massima sicurezza nei teatri, nelle sale da concerti e nei cinema del nostro paese per potere dare a tutto il settore un barlume di speranza di ripartenza magari tra un mese, o anche prima, in caso, quando si ripartirà in pieno il 25 novembre», conclude Coordinamento StaGe!.
Davanti a Montecitorio protestano i lavoratori dello Spettacolo, i vip “de sinistra” non pervenuti. Edoardo Sylos Labini su culturaidentita.it il 31 Ottobre 2020. Ieri davanti a Montecitorio e in altre città italiane, sotto le sigle dei sindacati (solo di sinistra), si è riunito il settore dello Spettacolo dal Vivo per protestare contro il nuovo dpcm che sta dando il colpo di grazia ad un mondo, quello del teatro, della danza e del cinema, martoriato dalle scelte scellerate del Ministro Franceschini. Tanti tecnici presenti (operatori tv, macchinisti, attrezzisti), ossia il mondo del dietro le quinte; pochi i volti degli attori o dei registi vip, sempre in prima fila a parlare di politica quando sono su un red carpet o alla prima di un film, ma evidentemente poco avvezzi a mischiarsi in piazza alla folla di lavoratori sconosciuti. Sono i figliocci dei girotondi o degli inutili appelli che negli anni sono serviti solo a dare un segnale al potere “de sinistra”, che poi li premia: sono rivoluzionari nelle loro stories su Instagram, ma poi difficilmente ci mettono la faccia senza strizzare prima l’occhio a quelli che poi li faranno lavorare. Il mondo dello Spettacolo è in ginocchio: a poco serviranno i cosiddetti ristori da 1000 euro per chi non lavora da quasi un anno. Ma le colpe non si possono solo attribuire a questa inspiegabile scelta di chiudere cinema e teatri (inspiegabile perché negli ultimi mesi su 350 mila spettatori c’è stato solo un contagio): infatti il ministro Franceschini ha firmato il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) premiando pochi teatri nazionali e impoverendo la maggior parte del settore, che opera e produce privatamente. Si spendono milioni di euro in burocrazia tra uffici, direttori e dipendenti pubblici e quasi nulla in creatività. come se uno spettacolo si facesse davanti a una scrivania e non in una sala prove, in un laboratorio di scenografia o tra i bozzetti di una costumista. I tagli vanno sempre verso quella direzione. Dicono: “c’è la crisi”, ma il 27 del mese lo stipendio degli assunti a tempo indeterminato arriva anche con il lockdown, mentre agli artisti no. Dove sono gli attori di partito che vorrebbero scimmiottare Gian Maria Volontè? Non ci sono quando devono fare politica vera, cioè occuparsi della loro comunità. Il punto sta proprio qui. Quando questo settore si libererà dall’appartenenza a una sola monolitica ideologia di sinistra, allora forse qualcosa cambierà, con scelte governative che dovranno andare verso incentivi ai privati a chi fa impresa in campo culturale e crea posti di lavoro. Senza più mancette di ristori o redditi di cittadinanza vari.
Viaggio nelle palestre messe in sicurezza. “Vi mostro perchè le palestre sono sicure”: il grido di dolore degli sportivi. Amedeo Junod su Il Riformista il 28 Ottobre 2020. “Fortitudo” è il termine con cui in latino si indica la virtù cardinale della forza. E ce ne vuole di forza, tanta, per i gestori di palestre e di strutture per lo sport, ora che hanno visto svanire la possibilità di continuare a lavorare, a seguito delle restrizioni imposte dall’ultimo Dpcm.“Questa chiusura attuale ci fa veramente molta rabbia”, ci dice Luca Pugliese, direttore tecnico del Fortitudo Sport Center di Bacoli, in ansia per le sorti dell’intero settore, e deluso da provvedimenti contraddittori e improvvisi che hanno finito per vanificare mesi di adeguamento ai protocolli e di investimenti di messa a norma e di sicurezza. La notizia dello stanziamento imminente di bonus per gli sportivi non basta a tranquillizzarlo: “Ad oggi sono stati stanziati 800 euro a collaboratore sportivo e il doppio di quello che è stato percepito a fondo perduto nel periodo di marzo-maggio, ma neanche questa volta basteranno questi soldi. Le difficoltà sono troppe, a fronte di ingenti spese già affrontate”. Francesco Malvano, Direttore tencnico Nazionale ENDAS per il Ju-Jitsu, si chiede “a cosa è servito imporre regole così stringenti e dare tempi così stretti, dopo gli ingenti investimenti degli operatori di palestra, per poi arrivare comunque a chiudere tutto?”. “Non ci sono evidenze scientifiche”, continua Malvano , “per ritenere le palestre focolai o fonti di contagio. Negli ultimi 10 giorni, i Nas, tramite analisi a campione, hanno rilevato piuttosto che oltre l’80 % dei centri sportivi avesse perfettamente rispettato i protocolli”. Un altro difetto del decreto, secondo Malvano, concerne la totale mancanza di discrezionalità tra gli sport, suddivisi in maniera farraginosa, con gravi danni per molti sportivi: “un karateka, un judoka o un calciatore non può effettuare gli allenamenti a contatto, d’accordo, ma perché negargli anche gli allenamenti in palestra?” Mantenere la forma fisica per un atleta è fondamentale, ed è fondamentale mantenere la continuità degli allenamenti nonostante le limitazioni, ci ricorda Malvano. Luca ci mostra cosa hanno fatto concretamente per mettere in sicurezza e a norma l’associazione. Tappetini sanificanti, misurazione della temperatura con termo-scanner all’ingresso, gel antibatterico, mascherine, un dettagliato registro per eventuali tracciamenti. Le regole sono affisse ovunque, su ogni porta. In una sala che potrebbe contenere 60 persone, per via del contingentamento, ne entrano 15. “Abbiamo anche acquistato un’App che ci permettesse di far prenotare i nostri utenti , in modo da ottenere uno scaglionamento razionalizzato e di permettere ai soci di scegliere fasce orarie meno frequentate. Così facendo abbiamo cercato di garantire a tutti un allenamento con degli standard di sicurezza e distanziamento che è difficile trovare altrove”. In ogni stanza c’è un espositore con gel, sanificante a norma per gli attrezzi, salviette. “Anche questi dispositivi hanno costi elevati se si considera la loro natura monouso”, continua Luca, “ma noi abbiamo rispettato tutte le regole trovando comunque la forza di andare avanti. Ma a cosa è servito, se poi hanno chiuso tutto? Noi nasciamo per offrire dei servizi legati al benessere, alla salute. Lo sport è salute. Dateci la possibilità di poterlo fare!”
Basta la salute!… ne siamo sicuri? Elena Fontanella su Il Giornale il 21 ottobre 2020. Elena Fontanella, nata a Torino, vive e lavora a Milano. Archeologa, giornalista e saggista. Curatrice di progetti e grandi eventi culturali. Svolge attività accademica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Scrive per la pagina culturale de Il Giornale. La salute è un fattore importante della vita, nulla questio. Eppure è anche vero che la salute si conserva con le cure e con la possibilità economica di accedervi. Anche in epoca di pandemia-sanitaria non deve passare in secondo piano la grave pandemia-economica che ci attanaglia. Nella pandemia si muore, ma senza lavoro non si vive. Rileggendo con il senno del poi i dati e la storia di quest’anno dannato, pare non si ponga l’attenzione dovuta a questo punto determinante. Dopo un lockdown di tre mesi, un’estate passata a cacciar farfalle e una seconda pandemia che ci mette di fronte alle alternative di una chiusura natalizia (che sarebbe come tener giù la testa a uno che sta affogando) o di avere gli ospedali in sofferenza, tutto quello che si sta facendo è mettere pezze qua e là tentando esclusivamente di temporeggiare. Ormai non si tratta di un sospetto ma di una certezza: condivisa da chi ne sa, come dall’uomo della strada. Sarebbe il momento di fare una seria riflessione sul lavoro in questa Italia bipolare, divisa tra pubblico impiego ipersalvaguardato e tutto il resto che se la deve cavare: senza via di mezzo tra assistenzialismo e il “chi ti conosce”. Basta unire i dati al buon senso per capire quello che è sotto gli occhi di tutti. Mentre, in tre mesi di lockdown, facevamo da ‘sperimentatori’ sociali della pandemia per i paesi occidentali, gli altri continuavano le produzioni (come la Germania) facendo dumping sulle imprese italiane e conquistando quota di mercato ai danni di un’Italia bloccata. Facciamo il caso di una azienda italiana che produce una merce fatta anche in altri paesi europei: fermando il lavoro ha dovuto ritardare le consegne, così, i suoi clienti in USA o in Cina hanno cambiato fornitore dirigendo le richieste a quelle aziende europee che, avendo continuato a produrre, hanno conquistato territorio e clienti soprattutto a discapito della nostra media impresa. Quando certe paure sembravano sotto controllo, l’errore più grande è stato non approfittare di quei mesi per recuperare terreno in vista alla inevitabile e preannunciata ricaduta autunnale che puntualmente è arrivata. Le misure palliative messe in atto dal Governo (cassa integrazione in primis) come una sorta di metadone sociale non hanno reso pienamente percepibile il grave disagio. Resta solo una domanda a cui nessuno risponde: lockdown a parte, qual è l’exit strategy che si sta proponendo ovvero come se ne vuole uscire? Qual è il costo in spesa pubblica e investimenti che il sistema-paese dovrà prevedere? Misure spot e proclami a colpi di dpcm possono veramente risolvere il problema o lo stanno solo rinviando Paradossalmente mentre siamo senza vincoli di stabilità e con un’Europa – per la prima volta in 50 anni – disponibile a dare miliardi, saremo in grado di prenderli in tempo? E come li utilizzeremo in una programmazione efficiente e duratura. Non c’è risposta. La sensazione è che si stia rinviando il problema. Ci sono, invece, i dati di fatto. La media impresa non potendo licenziare ha fatto ricorso alle misure palliative: ha approfittato (per quanto possibile con il modello proposto) delle moratorie sui crediti e di una garanzia omnibus della Cassa depositi e prestiti che, in teoria, offre credito e allungamento delle scadenze (peccato che lo fa anche a chi, self-standing, non se lo meriterebbe a prescindere dal covid). Ma appena verranno tolte tutte queste stampelle su cui si regge la finzione che accadrà? Il dato crudo di tutti gli indicatori è che siamo a meno 11% di PIL spalmato sui primi tre mesi che sono viaggiati a regime ordinario, il che vuol dire, guardando l’impatto sulle aziende in termini di fatturato/covid, che il numero reale è di meno 20/25% e spesso questi dati emergono in situazioni con costi non comprimibili. Quindi, anche se qualcuno ha potuto mitigare il problema ci sono anche molte imprese che non hanno potuto farlo e, a fronte del calo di fatturato del 25%, hanno un calo EBITDA (ovvero del margine di operativo lordo – ricavi meno costi) che sfiora in certi casi il 50%. Sono dati brutti. In questi termini si comprende il perché, malgrado la chiusura di molte attività, l’attuale norma per i termini dei licenziamenti non viene abolita, ma prorogata: perché ci si troverebbe con un tasso di disoccupazione, se non è raddoppiato, sicuramente aumentato di 10/15 punti percentuali nell’arco di pochissimi mesi creando una’instabilità sociale a livello rosso. Questi semplici dati spiegano anche il motivo di una apparente dimenticanza dello Stato nei confronti della piccola media impresa ancora tenuta a bada dalle misure straordinarie. L’albergatore o il ristoratore che non ha avuto flessibilità sopravvive facendo ricorso alla cassa integrazione tenendo i dipendenti a casa finché glieli paga lo Stato e attende tempi migliori. Ma quanto durerà? Osservando i dati secchi (escludendo il pubblico impiego) l’attuale tasso di disoccupazione (meno del 10%) è drogato ed è tenuto in piedi, non dai contributi all’impresa, ma dal metadone dei sussidi (cassa integrazione e reddito di cittadinanza). Facciamo un esempio teorico. Invece di spingere un’impresa che produce autobus a tenere chiuse le linee di produzione con la cassa integrazione, lo Stato – con i soldi che comunque avrebbe dato – avrebbe ritirato l’invenduto e magari rinnovato il vecchio e inquinante parco mezzi del Comune di Roma. In più, se lo Stato non spinge l’azienda a essere efficiente questa sarà maggiormente predisposta a ‘buttare la palla in tribuna”, ovvero, se verrà data la cassa integrazione per sei mesi l’azienda si porrà il problema tra sei mesi e un giorno. Gli alberghi sono un esempio eclatante. Molti, specie quelli di alta gamma in luoghi turistici, piuttosto di avere un calo del 20/30%, di clienti hanno deciso di rimanere chiusi, scaricando il personale che avrebbero dovuto licenziare sulla cassa integrazione. Quanto può durare? E, soprattutto, quanto danno può fare? Le stime da cui ottenere qualche risposta cambiano continuamente, anche se qualche dato ogni tanto fa capolino. Gli analisti (come Giavazzi e Cottarelli) hanno più volte scritto che calcolando l’impatto di queste misure sulla spesa pubblica si porta l’Italia ad avere un debito pro-capite di 53 mila euro. Significa che ciascuno di noi diventerà debitore del sistema finanziario europeo per 53 mila euro. Non è mica poco! Oltre a perdere il lavoro e a non trovare lavoro si mette al muro una generazione. Un ragazzo neolaureato che si affaccia al mondo del lavoro ha già un mutuo sulle spalle e senza neppure aver comprato casa. Si acuirà il tema del conflitto generazionale e i giovani si troveranno in un mondo precario in cui sarà impossibile pianificare una vita e senza quel paracadute familiare che sta salvando la generazione precedente. La pandemia sanitaria è certo un dramma immediato e cocente ma la pandemia economica quanti feriti lascerà a terra in un futuro non così lontano?
Marcello Veneziani per “la Verità” il 28 ottobre 2020. Eccoli, i revisionisti, o se preferite una versione più adatta alla nostra epoca commerciale, i revisori dei conti con la storia e col presente. Sono quelli che pur avendo biografia, fama e militanza di sinistra, nei partiti o nei giornali di sinistra, stanno assumendo davanti al covid e al virus grillo-sinistro al potere, posizioni difformi rispetto al Pensiero Uniforme. Fotografiamo prima il paesaggio con una panoramica: quasi tutte le fonti ufficiali d' informazione e controllo delle opinioni sono in mano alla Premiata Ditta «Politically correct», perfino motori di ricerca e piattaforme social. Da noi come in quasi tutto l' Occidente, versione semi-liberal del modello cinese. A questo paesaggio uniforme, si oppongono piccole isole di resistenza e dissenso, come la nostra da cui vi scriviamo, e un vasto dissenso popolare, unito a disagio, che però resta molecolare, non si fa movimento, al più malumore elettorale. Però nel conformismo vigente, la cui banda d' oscillazione in chiave politica varia da Giuseppe Conte a Nicola Zingaretti, nella caserma dell' anti trumpismo, versione mondiale dell' anti sovranismo, c' è qualcuno che getta l' uniforme e stacca la sua voce dal coro cinese. E noi dobbiamo prenderne atto, e sentirci confortati. Per esempio Federico Rampini, lucido analista de la Repubblica e in tv, offre una veduta generale del mondo, degli Usa, della lotta elettorale Trump-Biden piuttosto difforme. Dice la verità, racconta l' altra America lasciata in ombra, i risultati positivi dell' economia statunitense sotto Donald Trump; racconta perfino esperienze personali di sanità pubblica ai tempi del covid negli Usa, che stravolgono il luogo comune che da noi la sanità è per tutti, umana e inclusiva, negli Usa no, è solo a pagamento e negazionista. Rivede i dati, fa capire che 80.000 infetti negli Usa non sono la catastrofe, perché in proporzione alle popolazioni sono meno dei nostri 20.000.E pubblica i suoi articoli su un giornale come la Repubblica dove la stragrande maggioranza di chi scrive e chi legge, considera Trump il Mostro da abbattere e il sovranismo come il Male Assoluto. Ma anche ai vertici de la Repubblica un direttore venuto da Israele e da giornali destrorsi come Maurizio Molinari segna almeno sui temi di politica estera una mezza svolta rispetto al consueto milieu del giornale di Eugenio Scalfari (aprite una raccolta di firme in suo onore per difendere il suo buon nome dalle deliranti articolesse che pubblica in età così avanzata). Ma Rampini non è una pecora nera (anche se a vederlo con la bianca chioma sembra più la Levi Montalcini che una pecora nera). Ha sorpreso in tanti Roberto Saviano che sulla rivolta di Napoli ha scritto cose di buon senso e ha criticato aspramente il governo in carica, l' ignoranza al potere, e tutto il resto. È stata una lieta sorpresa. Sorprendente è pure l' amore di Aldo Nove per Trump, l' aperta professione di tifo per lui - «unico punto di riferimento mondiale» contro «il nuovo ordine mondiale»- e la sua insofferenza per il conformismo dominante piegato a venerare Conte, la sinistra, Travaglio, la repubblica e il regime vigente. Vi sto parlando di gente che non ha smesso di essere di sinistra, con radicate convinzioni, ma che riesce a vedere le cose con due occhi e non con un occhio solo o con le lenti affumicate dai salamelecchi di regime. Mai sottomesso al mainstream epocale è Massimo Cacciari, indomito pensatore e infuriato commentatore tv contro la demenza militante di questo governo; e non lontano dal lui, nel regno dei filosofi, è apparso in tema di pandemia, Giorgio Agamben che abbiamo più volte citato perché anche lui denuncia la dittatura sanitaria e l' omologazione nel nome della paura e del terrore. Onesta ammissione quella di un' altra firma e volto televisivo della sinistra, Claudia Fusani che ha fatto mea culpa su Guido Bertolaso, chiedendogli scusa per gli attacchi sconsiderati di qualche mese fa; ma di quel coro solo una voce, la sua, ha avuto il coraggio di rivedere la sua posizione alla luce dei fatti. Un elogio a parte merita Piero Sansonetti, da sempre voce libera e garantista della sinistra radicale. Da ultimo ha difeso con onestà e coraggio quel che per lui era e resta un fascista, Gianni Alemanno. Ha detto che la sua condanna a sei anni (il doppio di quanto chiedeva la stessa accusa) è una sentenza politica, col paradosso che si condanna il corrotto ma non il corruttore. E che la sentenza arriva rapida e feroce, in pochi minuti, stralciando cioè isolando solo un sindaco tra i tanti che avevano taciuto o favorito il comitato d' affari e malaffari su Roma. Onore a Sansonetti, venuto da Rifondazione comunista e dal mondo militante della sinistra, senza esserne affatto pentito. E onore anche a Marco Rizzo, comunista d' antico pelo (ma lui è pelato integrale, più ducesco che leniniano) per le sue battaglie contro il regime conformista e l' aspro gusto di raccontare cose vere. Inutile dirvi di Diego Fusaro, da tempo contro il pensiero uniforme. E su altri piani Luca Bizzari, Antonella Boralevi, perfino la mite Susanna Tamaro... Ne ho citati solo alcuni, altri ce ne sono, anche tra cantautori, attori e non poche teste pensanti ma isolate; molti lo pensano ma non lo dicono, almeno in pubblico, qualcuno lo dice in privato. È un segno confortante in mezzo a tanto sconforto. Perché poi c' è il plotone dei conformi che marcia con l' uniforme, si fa altoparlante del regime politico-culturale, e detta la linea, agitando sempre l' antifascismo e i suoi succedanei. Ma quando vedi che il paesaggio non è uniforme e si anima, sorgono altre visioni e revisioni, ritrovi un filo di speranza che si possa riattivare qualcosa che è stato messo in lockdown: il pensiero libero. E ribelle, quando è il caso. E questo è il caso.
Enrico Ruggeri: «I concerti in streaming? Come vedere un porno invece di fare l’amore». Dejanira Bada il 3 Novembre 2020 su culturaidentita.it. Gli hanno dato del “negazionista” ma lui non si è fatto mettere il bavaglio. Enrico Ruggeri ci parla della situazione di un settore gravemente in crisi, quello musicale e culturale.
Come stai vivendo questo periodo?
«In questa fase vengo nel mio studio, scrivo e faccio arrangiamenti con la band. Invece il lockdown mi è servito per finire il mio romanzo. Pensavo che lo avrei finito in due anni, invece lavorandoci sei ore al giorno l’ho terminato prima e uscirà a breve. Non sono stato uno di quelli che ha ceduto al concerto in pantofole in streaming».
Ti hanno dato del “negazionista” per aver posto delle domande riguardo i pazienti Covid. Come ti ha fatto sentire?
«È un malcostume che c’è da anni quello di delegittimare quello che dice l’altro insultandolo. Peraltro “nagazionista” è una parola seria. Nessuno nega che ci sia un problema e nessuno ha mai detto che il virus non esiste, si tratta solo di dare il giusto peso alla questione e alle priorità, su cui ognuno può avere un proprio parere».
Le persone sono così divise e spaventate anche a causa del bombardamento mediatico?
«Indubbiamente, c’è chi beve tutto quello che viene detto e chi cerca di approfondire un po’ provando a ragionare. Non credo sia da “negazionista” dire che quando si danno i dati -che anche oggi saranno catastrofici- bisognerebbe comunicare chi sono i morti, quanti anni avevano, se avevano altre patologie pregresse. E intanto nessuno dice che nel frattempo saranno morte centinaia di persone di cancro, di cui molti a causa delle diagnosi che non si sono potute fare. Le persone che arrivano in ospedale rischiano di morire in attesa di capire se hanno il Covid invece di essere curate d’urgenza magari per un infarto».
E riguardo al settore musicale e culturale considerato “non essenziale”?
«L’amarezza è vedere il disprezzo nei confronti della musica, del teatro, del cinema, di tutte le forme d’arte che sono sempre state fondamentali per l’uomo, a maggior ragione in questo periodo. Senza dimenticare che ci sono migliaia di persone che vivono di questo, che sono state totalmente abbandonate e che non prendono uno stipendio, guadagnano se lavorano, se parte un tour».
Basteranno le proteste come quelle dei “Bauli in piazza” a Milano?
«Molto civile e bella, ma non servirà a niente. Recentemente mi hanno chiesto di firmare un appello e io ho risposto su Twitter che sono quarant’anni che firmo appelli, ma non portano a nulla. Magari ti ricevono, si fanno le foto, poi fanno come gli pare».
Cosa pensi dei concerti in live streaming? È il futuro?
«Assolutamente no. È come vedere un film porno invece di fare l’amore. Il concerto è condivisione, è ballare e cantare, arrivare sotto la transenna e abbracciare la fidanzata mentre l’artista canta la canzone che è stata colonna sonora del tuo amore».
Quando si tornerà a vedere un concerto?
«Non ne ho la più pallida idea perché non capisco più quello che sta succedendo. Non capisco perché arrivano questi dati giornalieri, lugubri, incompleti, mutilati delle cose essenziali. Una persona di Modena mi ha detto che nella sua città sono morte cinque persone, e il più giovane aveva ottantanove anni, quello vecchio cento. Se in questi anni tutti i giorni ci avessero detto i numeri dei morti di cancro, forse anch’io avrei smesso di fumare, forse qualcuno avrebbe cambiato alimentazione. Se solo si sapesse quanta gente muore al giorno per problemi cardiovascolari, di sicuro si farebbero molte passeggiate in più».
Novella Toloni per ilgiornale.it il 6 novembre 2020. "Chiudere cinema e teatri che caz... significa? È solo per rompere i cog...!", così Massimo Boldi ha commentato la chiusura delle sale cinematografiche e degli altri luoghi di spettacolo imposta dagli ultimi Dpcm. Intervistato dall'Adnkronos l'attore non si è risparmiato qualche stoccata all'indirizzo del ministro Dario Franceschini, chiedendo spiegazioni sulle chiusure. "Sei seduto distanziato e con la mascherina non capisco proprio che problemi davano i cinema - ha proseguito Massimo Boldi nell'intervista - teniamo aperti i parrucchieri e chiudiamo i cinema?". Domande logiche per chi nel mondo cinematografico ci lavora e ci gravita da anni. La nuova chiusura di cinema, teatri e musei arriva a poche settimane dall'uscita nelle sale di nuovi film, primo tra tutti "Natale su Marte", il cinepanettone girato da Boldi insieme a Christian De Sica. Il tradizionale film delle festività natalizie è stato girato nel periodo estivo, poco dopo la fine del lockdown. In queste settimane la produzione sta ultimando il montaggio in vista dell'uscita di dicembre.
Massimo Boldi si scaglia contro il governo: "Deve andare a casa per limitare i danni all'umanità". Massimo Boldi, come molte altre grandi produzioni, è stato toccato da vicino dalle nuove restrizioni che vanno a penalizzare un indotto da milioni di euro: "Uscirà? Che succederà? Oltre al mio deve uscire il film di Verdone, della Cortellesi, di Muccino, e di altri grandi nomi che portano denaro, gioia, felicità e amore. Sono 26 anni che io e Christian (De Sica, ndr) facciamo il film di Natale, abbiamo conquistato quattro generazioni. Franceschini avrà le sue ragioni per aver chiuso i cinema ma almeno le dica. Se Franceschini terrà chiusi i cinema anche a dicembre sarà lui che pagherà lui i costi di tutti film!".
Sull'inserimento della regione Lombardia tra le regioni rosse, quelle più a rischio e con le restrizioni maggiori, Massimo Boldi ha condiviso la battaglia di Attilio Fontana, criticando aspramente l'attuale esecutivo per le scelte fatte sino ad oggi: "Io sono d'accordo con tutto quello che dice Fontana perché è una persona onesta, buona e perbene come anche il nostro sindaco Sala. Entrambi sono ottimi elementi perciò mi fido di tutto quello che fanno e dicono. Attilio non farebbe mai male alla sua città, ci tiene alla Lombardia. Questo è un Governo debole ci vogliono i burocrati, serve gente anziana che ha superato i 60 anni. In tempi migliori avevamo Forlani, Andreotti, Spadolini, Berlinguer e Martinazzoli. Non nego che poi anche loro hanno avuto i loro problemi, per carità, ma c'era una bella differenza!".
Boldi ha poi manifestato dubbi sull'operato del CTS: "Se fossimo guidati da gente veramente esperta sarebbe giusto ma non sono convinto che questo Comitato Tecnico Scientifico sia veramente competente. Chi sono? Perché questo pool di super menti non si fà vedere sennò a uno può venire anche il sospetto che ci prendano per il c..!".
(ANSA il 7 novembre 2020) Dalla gaffe sul Covid alla positività al tampone. Nella rete del Coronavirus e' caduto anche Roberto Mancini, ct della nazionale, inciampato lo scorso 22 ottobre in un post per il quale aveva poi chiesto scusa. "Mi sono ammalato guardando i TG...", il testo di una vignetta pubblicata dal tecnico dell'Italia sul suo profilo Instagram, e per la quale a stretto giro aveva porto le sue scuse ("se ho offeso qualcuno, non era mia intenzione"). Ma questa volta Mancini si è ammalato davvero, anche se senza sintomi. La positività è stata riscontrata dal giro di tamponi al quale tutto lo staff della nazionale viene sottoposto a ridosso dei raduni. Il prossimo è previsto da domenica sera, per preparare tre partite (l'amichevole con l'Estonia mercoledì, poi Polonia il 15 e trasferta in Bosnia il 18 novembre) alle quali stante la situazione attuale il ct non può prendere parte. Mancini è del tutto asintomatico, ed è in isolamento fiduciario a casa sua, a Roma: la Figc ha tempestivamente avvisato la Asl territorialmente competente, e Mancini potrà aggregarsi alla nazionale solo dopo aver completato il percorso previsto dalle norme e dai protocolli Uefa Return to play e Figc. "Del Covid non se ne può, speriamo finisca presto", era tornato a dire Mancini, pochi giorni dopo il post della discordia che gli aveva provocato diverse critiche dai follower, alcuni dei quali lo hanno additato come negazionista. "Volevo solo sdrammatizzare", era stata la risposta di Mancini, che sul tema pandemia non si era tirato indietro dall'entrare a sua volta in polemica con il ministro della salute, Speranza ("lo sport e' un diritto, come lo studio: alle volte bisogna pensare prima di parlare").
Roberto Mancini positivo al Covid. E sul web il ct viene preso in giro. Dopo le polemiche social per una vignetta al veleno sul coronavirus anche il ct della nazionale italiana Roberto Mancini è risultato positivo, a renderlo noto la Figc. Marco Gentile, Venerdì 06/11/2020 su Il Giornale. Roberto Mancini positivo al coronavirus. Nemmeno il commissario tecnico della nazionale è sfuggito al contagio. Secondo quanto riportato da Italpress e Lapresse l'ex allenatore dell'Inter è risultato positivo nell'ambito dei controlli periodici effettuati dalla Figc per i componenti degli staff tecnici delle nazionali in vista dei prossimi impegni tra amichevoli, l'11 novembre contro l'Estonia, e per le sfide di Uefa Nations League contro Polonia e Bosnia Erzegovina. Il ct non sarà dunque in panchina in quanto dovrà rispettare la quarantena anche se sarà sicuramente sottoposto ad ulteriori controlli nei prossimi giorni per capire meglio la sua reale situazione dato che potrebbe anche trattarsi di un falso positivo un po' come accaduto ad Hakimi dell'Inter. A rendere nota la positività di Mancini ci ha pensato la Figc con una nota ufficiale: pare che il ct sia asintomatico e in isolamento presso la propria abitazione.
Positivo dopo la polemica. Proprio lo scorso 22 ottobre il ct era finito nel mirino della critica per via di una story su Instagram proprio sul coronavirus. Nella vignetta postata da Mancini infatti era ritratto un ammalato sdraiato su un letto di ospedale con il medico/infermiere di turno che domandava: "Hai idea di come ti sei ammalato?", con la seguente risposta al vetriolo nei confronti dei media ritenuti evidentemente responsabili da parte del ct di un "terrorismo" mediatico "Guardando i tg". Questo suo post aveva subito scatenato le polemiche social con utenti e giornalisti scatenati nei commenti: Non solo, perché l'ex allenatore di Lazio e Manchester City era finito nel tritacarne mediatico per via di un altro suo post nel quale citava una dichiarazione dell'ex generale nazista Goering durante il processo di Norimberga: "Come avete convinto il popolo tedesco ad accettare tutto questo? E' stato facile e non ha nulla a che fare con il nazismo, ha a che fare con la natura umana. Lo puoi fare in un regime nazista, comunista, socialista, in una monarchia o in una democrazia. L’unica cosa che si deve fare per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riuscite a immaginare un modo per impaurire le persone, potete fargli quello che volete".
Ironia social. La notizia della positività del ct è diventata subito virale sui social con tanti utenti che hanno espresso la loro solidarietà nei confronti del ct ma con tanti altri che hanno invece preso di mira il tecnico jesino per via delle sue uscite infelici sul coronavirus delle scorse settimane. "Roberto Mancini, quello che diffonde meme sul virus che si prende guardando i tg, è positivo al covid19. Forse non ha spento bene la televisione", "Mi sa che Mancini ha guardato troppi telegiornali", "Roberto Mancini positivo al COVID19. Ricordiamo le sue idee a riguardo", questi alcuni dei tanti commenti contro il ct della nazionale italiana.
Gabriele Romagnoli per “la Stampa” il 23 ottobre 2020. Gli uomini liberi vanno spesso controcorrente. Mai contromano. Hanno l' intelligenza per capire che se lo facessero metterebbero a rischio la vita, non soltanto la propria, ma anche di chi viaggia con loro e di chi viene dalla direzione opposta. Il commissario tecnico della nazionale di calcio Roberto Mancini da qualche tempo corre spedito in direzione contraria al buonsenso e ieri ha imboccato la rampa sbagliata, a fari spenti «per vedere se poi è così difficile morire». Ci vuol poco, fa sapere, basterebbe «guardare i tg»" per ammalarsi. E dunque, per assurdo: i 16mila nuovi contagiati di ieri lo sarebbero stati per aver appreso dai notiziari che il giorno prima ce n' erano stati 15mila; la pandemia sarebbe il frutto avvelenato dell' informazione battente (anche se questo non spiega il diffondersi della spagnola a inizio Novecento o della peste manzoniana nel Seicento) e il direttore di questo giornale sarebbe stato affetto dai titoli sull' avvento della seconda ondata del coronavirus. Fa tristezza dover replicare a Mancini, uomo con il coraggio delle proprie idee, nel calcio e fuori. Qui non si contesta la possibilità per uno sportivo di uscire dal suo campo, anzi: proprio perché campioni ed ex campioni hanno grande influenza le loro opinioni risuonano, possono aiutare gli altri, ma anche affondarli. Un ct della nazionale è un piccolo premier (e qualche volta un premier si è improvvisato piccolo ct). Sa che quel che dirà avrà conseguenze. Quando Conte nel 2016 suggerì di indossare tutti una maglia azzurra i negozi finirono le scorte in 24 ore. Quindi, citando lo stesso Mancini, dovrebbe «pensare prima di parlare», o scrivere, o "postare". Il problema è proprio questo: lui l' ha fatto. La vignetta che ha copiato e inserito su Instagram non è fraintendibile, rappresenta la conclusione di un' azione offensiva, per così dire. Prima ha duellato verbalmente con il ministro della Sanità sulle priorità della vita, poi ha riportato una citazione dal processo di Norimberga, Herman Goering nientemeno, secondo cui: «Per rendere schiave le persone bisogna impaurirle». Ora, chi pensa che la verità renda liberi, si affanna a cercarla, con fatica quotidiana, dribblando confusione e versioni interessate, ma vorrebbe tanto dare un calcio alle panzane trasmesse con colpevole leggerezza. A forza di dileggiare gli esperti, siamo passati all' ora del dilettante. Gli sportivi hanno un peso nella partita della storia. Eccome. Alcuni di loro, per esempio, stanno battendosi contro Lukashenko, zar di Bielorussia, lo stesso che aveva tenuto aperti gli stadi sostenendo che il virus si poteva sconfiggere con il sudore e la vodka. Mancini ha il diritto delle sue opinioni e non le esprime su un account della federazione, ma anche il suo personale ha un rilievo pubblico. Faceva impressione leggere i commenti entusiasti che ha sollevato ieri su un sito calcistico. Chi lo segue sulla rampa rischia di far male anche a chi pensa e va nella direzione opposta. È di questo, commissario tecnico, che un po' si ha paura.
"Per rendere schiavi..." Mancini e le parole di Goering che fanno discutere. Mancini ha scatenato un putiferio con la sua story su Instagram legata al coronavirus. L'ex tecnico dell'Inter giorni fa aveva anche ricordato il discorso dell'ex generale nazista Goering al processo di Norimberga. Marco Gentile, Venerdì 23/10/2020 su Il Giornale. Roberto Mancini ha scatenato l'inferno con la sua story su Instagram. Il commissario tecnico della nazionale ha infatti postato la vignetta di un ammalato in ospedale a cui viene posta la domanda: "Sai come ti sei ammalato", con la risposta al vetriolo nei confronti dei media: "Guardando i tg", chiaro riferimento alla pandemia da coronavirus che ha travolto l'Italia e il mondo intero. L'ex allenatore dell'Inter è stato sommerso dalle critiche sui social network passando per molti come negazionista del covid-19. "Ho soltanto condiviso una vignetta che mi è sembrata sdrammatizzare un momento così complicato. Tutto qui. Non c’era alcun messaggio sottinteso e nessuna intenzione di mancare di rispetto ai malati e alle vittime di covid-19, se così fosse me ne scuso", le parole dell'ex tecnico di Manchester City, Lazio e Fiorentina che non è riuscito con queste sue scuse a sgonfiare una polemica che anzi è montata anche su altri argomenti postati sui social proprio dal ct nei giorni scorsi.
La citazione su Goering. Qualche utente sui social, però, non ha solamente criticato il ct per il suo post ma è andato a ritroso recuperando alcune story postate da Mancini su Instagram. Il tecnico jesino, qualche giorno fa, ha ricordato il "discorso" al processo di Norimberga di Hermann Wilhelm Goering, generale di guerra tedesco durante il periodo nazista, lungotenente di Adolf Hitler e uno degli artefici della costituzione del Terzo Reich. "Il potere della paura. Circa 75 anni fa Hermann Goering testimoniò al processo di Norimberga e gli venne chiesto: "Come avete convinto il popolo tedesco ad accettare tutto questo?", inizia così il post di Mancini su Instagram riprendendo le frasi di quel processo. Lui rispose: "E' stato facile e non ha nulla a che fare con il nazismo, ha a che fare con la natura umana. Lo puoi fare in un regime nazista, comunista, socialista, in una monarchia o in una democrazia. L’unica cosa che si deve fare per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riuscite a immaginare un modo per impaurire le persone, potete fargli quello che volete". Questi post social hanno fatto calare il gelo attorno ad un personaggio finora molto amato come il ct che dovrà cercare di spiegare in maniera chiara e netta la sua posizione in merito al tema coronavirus.
Marco Benedetto per blitzquotidiano.it il 23 ottobre 2020. Lockdown, ancora. Di chi è la colpa. Troppo facile prendersela con Fontana, che almeno taceva. O con De Luca, inerte e protervo. Cosa avrebbe dovuto fare il Governo nei mesi di calma da pandemia coronavirus? Il Governo, i ministri, i burocrati, i funzionari, gli esperti? Mettere tutti attorno a una serie di tavoli e imporre una serie di misure preventive, anticipando la nuova emergenza autunnale. Per me ci sono due principali responsabili: il ministro della Salute Roberto Speranza, con tutta la sua corte di virologhi e professori e comitati assortiti. E in subordine il ministro dei trasporti, Paola De Micheli. Poi a cascata i vari presidenti di Regione, chi più chi meno. Ma tutti uniti da un fatto: la crisi del covid ha messo in evidenza la loro pochezza. Cosa abbastanza naturale, se vogliamo. Se è quasi impossibile trovare un buon primo ministro, capace di gestire il presente (come Gentiloni e Conte). Il che è già molto. Ma anche capace di perseguire una visione, figuriamoci moltiplicare la ricerca per 20. Cosa doveva fare Speranza? Mettere assieme tutti i possibili decisori, ferie o non ferie, competenze o non competenze, tutti ma non troppi. E costringerli, giurando col sangue, a una serie di decisioni e azioni comuni. E la De Micheli doveva prevedere che la crisi su giocava sui trasporti. Inventare soluzioni, come quella di usare gli autobus turistici, fermi per mancanza di turisti, per integrare il parco mezzi delle municipalizzate, impastoiate da accordi sindacali neanderthaliani ma sempre efficaci. Che serve il coprifuoco notturno se poi metropolitane e autobus pubblici sono stipati come scatole di sardine? Che differenza fa l’affollamento di un autobus fra il 100 e l’80 per cento? Siamo seri. Grazie alla loro inettitudine o incapacità o inazione, oggi siamo di nuovo a parare di lockdown. Chi vuole il lockdown? Il Pd, che rappresenta i ceti medi impiegatizi. Per loro c’è lo smartworking. Possono lavorare da casa. Se poi va male, c’è la cassa integrazione. La ex classe lavoratrice è rappresentata dal M5s, dalla Lega e Fdi. Gli operai non si possono portare le macchine a casa. Baristi, camerieri, tutta la massa del terziario post moderno e delle partite Iva, o lavorano o per loro c’è la disoccupazione. Landini che, qualunque sia la vostra posizione, è fra i più intelligenti di tutti, sta ben zitto, pensa al blocco dei licenziamenti. Ma sa che è una prospettiva di pochi mesi. I giovani, precari inclusi, vogliono uscire, e soprattutto hanno bisogno di lavorare. I politici dicono di pensare ai giovani ma in realtà pensano ai voti. Allora i giornali strombazzano misure da operetta, come il coprifuoco dopo mezzanotte, quando in giro non ci sono nemmeno i gatti. O la chiusura di piscine (dipendenti pubblici) e palestre, anello debole della catena elettorale. Conte è bravo nello slalom. È già qualcosa. Così fanno gli altri in Europa: Irlanda, Spagna. Gli inglesi cercano di imitare gli americani, ma sono europei e gli manca quella spietatezza. Fa eccezione solo la Svezia. Quello della Svezia è un confronto che fa riflettere. In Svezia sono stati accertati 5,918 morti da covid. La popolazione della Svezia è poco oltre 10 milioni di abitanti. In Italia siamo 60 milioni e abbiamo avuto 36.616 morti. Quindi Italia e Svezia hanno lo stesso rapporto morti/ popolazione. Ma il Pil Italiano nel 2020 è previsto in calo del 10,9% mentre per quello svedese si prevede un calo del 4,6%.
LOTTA DI CLASSE? Da cronacaoggi.com il 23 giugno 2020. Chi vuole il lockdown? Il Pd, che rappresenta i ceti medi impiegatizi. Per loro c’è lo smartworking. Possono lavorare da casa. Se poi va male, c’è la cassa integrazione. La ex classe lavoratrice è rappresentata dal M5s, dalla Lega e Fdi. Gli operai non si possono portare le macchine a casa. Baristi, camerieri, tutta la massa del terziario post moderno e delle partite Iva, o lavorano o per loro c’è la disoccupazione. Landini che, qualunque sia la vostra posizione, è fra i più intelligenti di tutti, sta ben zitto, pensa al blocco dei licenziamenti. Ma sa che è una prospettiva di pochi mesi. I giovani, precari inclusi, vogliono uscire, e soprattutto hanno bisogno di lavorare. I politici dicono di pensare ai giovani ma in realtà pensano ai voti. Allora i giornali strombazzano misure da operetta, come il coprifuoco dopo mezzanotte, quando in giro non ci sono nemmeno i gatti. O la chiusura di piscine (dipendenti pubblici) e palestre, anello debole della catena elettorale. Conte è bravo nello slalom. Così fanno gli altri in Europa: Irlanda, Spagna. Gli inglesi cercano di imitare gli americani, ma sono europei e gli manca quella spietatezza.
Da La Repubblica il 21 ottobre 2020. Il blocco dei licenziamenti deve essere prorogato sino almeno al 21 marzo per "avere il tempo", nel frattempo di discutere "una vera riforma degli ammortizzatori sociali". E' l'asticella fissata dal segretario dellla Cgil, Maurizio Landini, a Radio Anch'io nella giornata in cui è previsto un vertice tra governo e sindacati, e poi Confindustria, sul tema del prolungamento degli ammortizzatori sociali e della rimodulazione dello stop ai licenziamenti. "La posizione dei sindacati è chiara: finchè dura l'emergenza, occorre proteggere il lavoro e le imprese. E' necessario", ha sottolineato Landini, "prorogare per almeno 18 settimane il sostegno Covid e, in questo periodo, bloccare i licenziamenti. Bisogna coprire tutto quest'anno e arrivare fino a primavera per darci il tempo, nel frattempo, di discutere una vera riforma degli ammortizzatori sociali". In che modo riformarli? "C'è un sistema di ammortizzatori sociali che non funziona - ha detto Landini - Voglio arrivare ad un sistema di tutele che affronti il problema non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle partite Iva, del lavoro autonomo. Quindi diamoci il tempo di poter fare questa discussione. Siamo in un'emergenza in cui, giustamente, si danno finanziamenti alle imprese, decontribuzioni: e allora per quale motivo l'emergenza dovrebbe aprire ai licenziamenti? Se è emergenza, vale per tutti". Il ministro Gualtieri ha spiegato nei giorni scorsi che con un decreto anticipatore della Manovra verrà estesa alla fine dell'anno la cassa integrazione per le aziende che termineranno a metà novembre gli ammortizzatori rifinanziati per l'ultima volta col dl Agosto. Di pari passo dovrebbe andare il blocco dei licenziamenti, come rivisto sempre dal dl Agosto. La vera partita è per il 2021, quando entreranno in gioco i 5 miliardi postati nella Manovra per allungare ancora gli ammortizzatori sociali (si parla di altre 18 settimane con la conferma del meccanismo che prevede la contribuzione da parte di chi ha subito una perdita di fatturato inferiore al -20%, o di operare una selezione in base ai settori di appartenenza). In parallelo, dovrebbero cambiare di nuovo le regole del blocco ai licenziamenti per tornare gradualmente verso la normalità. Una delle ipotesi indicate è differenziare tra licenziamenti collettivi - che resterebbero vietati per chi sfrutta gli ammortizzatori o l'esonero contributivo - e individuali, che potrebbero tornare liberalizzati (secondo il Messaggero, in cambio di un contributo per le politiche attive). "Abbiamo un incontro questa sera con i ministri Gualtieri e Catalfo proprio a partire dalla manovra fatta e dal tema dei licenziamenti. Per noi finché dura l'emergenza occorre fare quello che è stato fatto quest'anno e cioè proteggere il lavoro e l'impresa e quindi prorogare almeno di 18 settimane il trattamento Covid e il blocco dei licenziamenti. Bisogna coprire da metà novembre fino al 21 di marzo - ha ribadito Landini sulla partita - Il nostro paese va protetto e abbiamo bisogno di tutti. Il licenziamento è un dramma. C'è bisogno di più dialogo e coinvolgimento. I ritardi sono frutto del dialogo interrotto ad un certo punto negli ultimi mesi. Si è parlato per mesi del Mes e non di come e dove investire i soldi".
Come leggere correttamente il tasso di positività dei tamponi. Federico Giuliani su Inside Over il 20 ottobre 2020. Non farsi prendere dal panico e mantenere la mente lucida è spesso complicato quando ci informiamo sulla pandemia di Covid-19. Da un paio di settimane l’intera Europa, Italia compresa, è alle prese con la famigerata seconda ondata. Dopo un’estate tutto sommato tranquilla, con i contagi al minimo e le terapie intensive quasi completamente vuote, i venti autunnali hanno fatto ripiombare i cittadini nell’incubo di nuove restrizioni e nuovi lockdown. Ipotesi catastrofiche, queste, tuttavia potenzialmente plausibili visto e considerando gli ultimi bollettini sanitari diffusi dalle varie autorità sanitarie europee. Anzi: c’è già chi si è portato avanti per evitare serrate obbligatorie a ridosso del periodo natalizio. È il caso della Francia, con il coprifuoco notturno imposto per quattro settimane da oggi a Parigi e in altre otto grandi città, in aggiunta ad altri controlli e restrizioni. È il caso del Regno Unito, dove Boris Johnson ha suddiviso il Paese in tre livelli, dove ciascun livello indica una differente gravità delle restrizioni decise dalle autorità in base ai dati epidemiologici. È il caso anche di tanti altri Paesi, tra cui Germania e Italia. I numeri sciorinati quotidianamente in televisione fanno paura, le dichiarazioni degli epidemiologici fanno capire che tira una brutta aria e molti politici, se solo non dovessero considerare gli effetti catastrofici di un possibile secondo lockdown sull’economia, avrebbero probabilmente già chiuso tutto il possibile.
Occhio ai numeri. Lo scenario descritto non è dei più rosei. Eppure, tra una curva e una tabella, un numero e un aumento, è molto importante sapersi orientare nella giungla di cifre per capire la reale gravità della situazione. Solitamente i media riportano tre voci: i nuovi contagiati, le vittime e gli incrementi registrati nei reparti di terapia intensiva. E così, molto spesso, quando i cittadini si trovano di fronte, ad esempio, alla news di “oltre 7mila nuove infezioni”, nessuno evidenzia alcune precisazioni non certo secondarie. Come il fatto che in quel numero sono compresi sintomatici e asintomatici. Inoltre, la notizia dei nuovi malati non viene sempre accompagnata da quella inerente ai nuovi guariti. Già, perché molte persone si ammalano ma altrettante guariscono. Dall’inizio dell’emergenza, soltanto in Italia, sono guariti quasi 250mila pazienti: una percentuale altissima nonché un dato, se sottolineato maggiormente, che potrebbe mitigare l’ansia nelle persone, troppo spesso inondate di news apocalittiche.
Il tasso di positività dei tamponi. Un altro dato giornaliero che viene spesso citato riguarda il numero di tamponi effettuati. Già, perché i numeri di oggi non sono affatto uguali a quelli registrati la scorsa primavera. Il motivo è semplice: adesso l’Italia è in grado di fare molti più test e tamponi, di conseguenza le autorità sanitarie “cercano” il virus più a fondo e portano in superficie non solo i casi più gravi ma anche e soprattutto gli asintomatici. Coloro, insomma, che altrimenti non sarebbero mai emersi dalle tenebre. Per meglio capire l’andamento dell’epidemia è allora utile imparare a leggere un valore ben preciso: il tasso di positività dei tamponi. Di che cosa si tratta? In poche parole, la percentuale di tamponi risultati positivi sul totale di quelli effettuati. Una bassa percentuale coincide sostanzialmente con i contagi sotto controllo; un’alta percentuale, al contrario, indica che bisogna stare molto attenti perché il virus galoppa e si diffonde all’interno della società. In realtà non è propriamente così, e molto dipende da quanto è diffusa l’epidemia. La scorsa primavera, in Italia, con pochi test si scovavano moltissimi positivi. Oggi ne scoviamo quanti e più di prima, ma al contempo il numero di test effettuati è di gran lunga superiore. Ricordiamo infatti che nel bel mezzo della prima ondata i tamponi erano riservati solo alle persone sintomatiche, se non ai casi più gravi. In quei giorni moltissimi asintomatici non sono stati tracciati. Cosa, invece, che sta accadendo in questi giorni. Dunque sì, il tasso di positività dei tamponi è un dato fondamentale ma deve essere analizzato assieme ad altri indicatori.
Perché la situazione epidemiologica in Italia è meno grave del previsto. Federico Giuliani su Inside Over il 21 ottobre 2020. L’Italia, così come l’Europa intera, è alle prese con la seconda ondata della pandemia di Covid-19. Da settimane ormai la curva epidemiologica ha superato ogni livello di guardia, spingendo i governi ad attuare misure più o meno restrittive, come la chiusura anticipata di alcune attività commerciali e il coprifuoco imposto nelle ore notturne. Prendendo in considerazione il contesto italiano, i bollettini quotidiani riportano cifre mai viste, con oltre 10mila nuovi casi al dì. Due sono le chiavi di lettura date a numeri del genere: c’è chi sostiene che il sistema sanitario rischia di collassare e chi, invece, sottolinea come vi siano più pazienti positivi al virus perché sono aumentati i tamponi, e quindi la nostra capacità di scovare i malati “sommersi” che nei mesi scorsi non prendevamo in considerazione. In ogni caso è interessante dare un’occhiata a come i media stranieri affrontano il tema della seconda ondata. In Germania, ad esempio, c’è un’infografica della Bild ripresa da Bz Berlin che fotografa la situazione epidemiologica del continente europeo. Quasi tutti gli Stati sono marchiati di un rosso acceso, tranne la Svezia, qualche nazione balcanica e la Germania (alcune zone da tenere sotto controllo). Questo, secondo la legenda, significa che praticamente ovunque il numero di nuovi infetti per 100.000 abitanti ha superato la soglia dei 50.
Un dato emblematico. Scendendo nel dettaglio, e considerando proprio il numero di nuovi positivi per 100.000 abitanti, è possibile stilare la classifica dei Paesi più colpiti dal virus. Tra questi non c’è l’Italia, che anzi non trova spazio sul podio delle nazioni più critiche. Almeno a giudicare dal valore ottenuto: 63. Ovvero, nel nostro Paese, negli ultimi sette giorni, sono state infettate 63 persone ogni 100.000 abitanti. Un risultato, questo, migliore rispetto a quello registrato da Francia (197 su 100.000 abitanti), Spagna (151), Svizzera (116), Belgio (283), Regno Unito (179) e tanti altri ancora. Certo, non vuol dire che l’Italia è fuori dall’emergenza ma che, per lo meno, il nostro Paese non è con l’acqua alla gola come qualcuno vuol far credere. È vero, potrebbe presto ritrovarsi in una condizione del genere – e quindi guai ad abbassare la guardia – ma intanto lo scenario italiano continua ad essere meno critico di gran parte del resto d’Europa. Dove nessuno usa toni apocalittici per spaventare la popolazione.
Il mistero tedesco. Sul mistero tedesco sono stati spesi fiumi d’inchiostro. La Germania conta 38 nuovi positivi su 100.000 abitanti. Un numero molto basso, ma che tuttavia fa il paio con alcune situazioni locali da monitorare. Prendiamo, ad esempio, Berlino: nella capitale tedesca ci sono 76 infezioni su 100.00 abitanti, così come in tante altre aree, più o meno rosse. Detto altrimenti, nelle grandi città tedesche i numeri sono peggiori di quelli italiani. Eppure tutti esaltano il modello organizzativo della Germania, l’unico in grado di aver messo una valida museruola al virus. Il mistero tedesco, semmai, sta tutto nella bizzarra distribuzione dei numeri relativi al virus nella capitale Berlino. Come ha fatto notare Bz Berlin, la città ricorda i tempi passati, quando c’era un muro a dividere Berlino Est da Berlino Ovest. Già, perché il coronavirus, fino a questo momento, ha colpito i berlinesi “dell’ovest” il doppio rispetto a quelli che vivono nell'”Est”. Per quale motivo? Difficile dare una spiegazione univoca. Da un punto di vista anagrafico, la maggior parte degli infetti appartiene alla fascia d’età compresa tra i 20 e i 39 anni; persone, sostengono gli esperti, che preferiscono vivere nella parte occidentale della capitale, tra Friedrichshain-Kreuzberg, Schöneberg, Charlottenburg e Neukölln. C’è, infine, chi evidenzia come semplicemente i berlinesi che vivono ad Est credano maggiormente nello Stato e applichino comportamenti migliori.
Ecco la verità sull'influencer ucraino morto per Covid-19. Spesso il termine "negazionista" viene usato in maniera del tutto impropria. Dmitriy Stuzhuk, morto all'età di 33 anni, si occupava di fitness sui social e non di covid-19. Roberto Vivaldelli, Domenica 18/10/2020. Da come lo hanno dipinto i media in queste ore sembra quasi che il povero Dmitriy Stuzhuk, 33 anni, padre di tre figli, morto a causa di complicazioni cardiache dovute al coronavirus, fosse un accanito influencer che su Youtube o sui social passava le giornate a negare l'esistenza del Covid-19. Un "negazionista", per l'appunto, che era morto in maniera beffarda proprio per via di quella malattia che lui stesso avrebbe negato. Non è proprio così, nel senso che Stuzhuk non era un virologo "negazionista" come potremmo immaginarcelo né un politicante complottista ma un influencer che si occupava di fitness e quindi di tutt'altro: non era un medico o uno che fingeva di essere tale. Nei suoi post non parlava di coronavirus, né spingeva la gente a credere a quello che voleva lui. Non è questione di lana caprina ma di cercare di riportare i fatti per quello che sono. Peraltro, il negazionismo prima del Covid-19 era un termine usato per indicare chi nega la verità storica di tragedie come la Shoah: ora ci si riferisce a chi esprime dubbi sulla gravità dell'epidemia. Non è proprio la stessa cosa, no?
La confessione di Dmitriy Stuzhuk non lo rende un "negazionista". E allora perché Stuzhuk è diventato per la stampa mondiale, improvvisamente, un "negazionista", etichetta talvolta fortemente abusata e applicata anche a chi il virus non lo nega affatto? Perché l'influencer di fitness ha semplicemente ammesso, molto onestamente, di aver sottovalutato la malattia e, in passato, di credere addirittura che non esistesse affatto. Sbagliando, ovviamente: ma il negazionismo è un'altra cosa. "Voglio condividere come mi sono ammalato e mettere in guardia tutti in modo convincente: ho anche pensato che non ci fosse il covid. Ma il Covid-19 non è qualcosa di leggero! È una malattia seria" ha scritto nel suo ultimo post su Instagram, pochi giorni prima di morire. Stuzhuk si era ammalto in Turchia, durante un viaggio: "Mi sono svegliato nel cuore della notte perché avevo il collo gonfio e avevo difficoltà a respirare. Allo stesso tempo mi faceva un po’ male lo stomaco – spiegava su Instagram – Al ritorno dalla Turchia, sono subito andato a fare vari esami, a fare un'ecografia e per ogni evenienza ho deciso di fare un test per il Covid, che si è rivelato positivo".
Il dolore della moglie: "Mi hai insegnato così tanto". "Mi hai insegnato così tanto" scrive la ex moglie Sofia nell’annuncio social su Instagram".Sono cresciuta con te. Sono diventata con te la madre di tre bellissimi bambini e anche di uno celeste. Tu e io abbiamo imparato a prendere decisioni importanti. Con te ho imparato ad essere adulta e indipendente». Ringraziandolo per gli anni passati insieme, nonostante la recente separazione, l’ex moglie lo ricorda così sui social, condividendo uno scatto della famiglia al completo. «Sei il nostro angelo custode e il tuo amore proteggerà sempre i nostri angioletti".
Alessandro Camilli per blitzquotidiano.it il 16 ottobre 2020. Meglio un coprifuoco oggi che un lockdown domani. Ma non è solo un’opinione, è un fatto. E poi c’è poco da “opinare”: al coprifuoco sono in Francia, Spagna, Gran Bretagna, Repubblica Ceca che tutte non stanno su Marte ma alle porte di casa nostra. Coprifuoco alle 22 è l’ipotesi che oggi affacciano i giornali che raccontano di indiscrezioni. Che sia alla 22 o alle 23 o alle 24, il coprifuoco che arriva andrebbe accompagnato da una operazione coraggio e verità. Coraggio e verità nel dire esplicitamente da parte del governo nazionale, dei governi della Regioni, da parte delle forze politiche e sociali di governo e di opposizione che è cosa buona e giusta rinunciare al non essenziale per salvare l’essenziale. L’aperitivo, la cena fuori, la birretta di gruppo, lo stare insieme in strada o in pubblici locali non sono cose demoniache, non sono peccati. Ma, qui e ora, non sono l’essenziale, Tanto meno sono diritti inalienabili. Tanto meno libertà incomprimibili. Qui e ora va detto e fatto quel che colpevolmente non si è avuto il coraggio di dire e fare con verità questa estate: assumersi la responsabilità di comunicare che quest’anno non si balla, non si fa gruppo, ci si diverte meno, molto meno. Avere il coraggio di dire che non c’è luogo a questo tempo per il divertimento e lo svago. Avere il coraggio della verità: settimane restando a casa la sera al tempo della pandemia non è sacrificio, è consapevole, intelligente, doverosa scelta. Nell’interesse non del governo ma nel proprio interesse la sera a casa. Non ce lo ordinerà il governo o il prefetto o il vigile o il carabiniere ma il dottore. Non dovrebbe nella nostra testa essere il ministro o il Decreto a toglierci qualcosa ma dovremmo essere noi a toglierci dalla situazione pericolosa. E’ la pandemia che co toglie e noi dovremmo essere consapevoli e capaci di toglierci dalla pandemia. Bar, ristoranti, pub palestre, centri sportivi, forse anche parrucchieri di fatto semi chiusi o chiusi del tutto per le prossime settimane. E risarciti con pubblico denaro per il danno che subiranno. Va fatto e vale la pena per salvare l’essenziale, ciò che davvero è diritto e, se consentito dirlo, anche dovere: il lavoro, gli ospedali, la salute pubblica e la scuola. Tutto il resto viene dopo, vale meno. Anche in termini economici. Governo e società civile devono avere il coraggio della scelta, il coraggio della verità su ciò che è essenziale e ha diritti che il non essenziale non ha. La pandemia, il contagio, la malattia, Covid 19 ci hanno già assicurato almeno sei mesi avvelenati, i prossimi sei mesi. Non è una previsione, è una conseguenza materiale dell’oggi, di ciò che già oggi c’è. Velocità e dimensioni del contagio sono già oggi tali che un contenimento e frenata potrebbero cominciare forse tra un paio di mesi per riportarci a quote accettabili e governabili non prima di marzo. Altri, almeno, sei mesi avvelenati. Vissuti con il veleno delle limitazioni, rinunce, scelte, disagi, contagi, ammalati, ricoverati, morti. Col veleno dell’ansia, del timore. Col veleno di una vita sociale amputata, col veleno che corrode economie pubbliche e private. Dove sono ora quelli che quest’estate dicevano con supponenza che era finita l’epidemia? Non solo e non tanto un po’ (anche troppi) di personaggi più o meno famosi che trovavano intollerabile la loro vita potesse essere turbata da plebee incombenze quali una pandemia. Non solo personaggi più o meno famosi che rinverdivano popolarità ricorrendo al “diciamolo strano”. E neanche tanto e solo medici (non tanti) da talk show contro corrente che constatavano la morte in corsia di coronavirus. Questi erano quelli dello show della “Pandemia finita”. Poi c’era, c’è stato il vasto pubblico. Milioni. Quanti ciascuno di noi ha ascoltato tra i suoi amici, conoscenti e parenti mentre dicevano: è finita? Quanti? Una enormità. Forse qualcuno di noi ha ascoltato anche se stesso dirselo. E tantissimi se lo dicevano e ce lo dicevano e ce lo dicevamo mentre mai, mai, mai è apparso il numero zero nella casella contagi giornalieri. Eppure quel numero zero ce lo siamo inventati in parecchi, abbiamo in tanti vissuto come se quel numero zero fosse apparso mentre mai, mai, mai è apparso. Ricordate quelli che…era finita? Ricordateli, non per punirli di chissà cosa o per rinfacciare loro l’errore, anzi più che errore, l’inganno. Ricordateli, ricordiamoci di loro, ricordiamoci di noi stessi per non starli, non starci più a sentire quando inventiamo una realtà che non c’è perché quella che c’è è troppo tosta e scomoda per affrontarla.
Carlo Tarallo per "La Verità" il 17 ottobre 2020. Un vero e proprio smacco per il Senato di Berlino, organo esecutivo del governo della città-stato della capitale tedesca, e per il governo federale guidato da Angela Merkel. Il Tribunale amministrativo locale, infatti, ha accolto il ricorso presentato da circa una dozzina di titolari di bar e ristoranti berlinesi, e ha quindi annullato il regolamento entrato in vigore, per decisione del Senato, una settimana fa, che prevedeva la chiusura dei bar e dei ristoranti a partire dalle 23 e fino alle 6 del mattino, con divieto di vendita di alcolici e di riunione di più di cinque persone all'aperto dopo le 23. La decisione era stata motivata con la necessità di evitare assembramenti, nell'ottica del contrasto alla diffusione dell'epidemia da coronavirus. Il Tribunale amministrativo, accogliendo il ricorso degli imprenditori, ha stabilito che la chiusura dalle 23 di bar e ristoranti è un provvedimento sproporzionato. Contro la decisione del Tribunale, sarà possibile presentare un ulteriore ricorso all'Alta corte amministrativa di Berlino-Brandeburgo. La motivazione dei ricorrenti, accolta dai giudici, è destinata a fare scuola: i titolari di bar e ristoranti hanno infatti sostenuto che la chiusura alle 23 dei locali non fa altro che spingere i giovani ad assembrarsi in altri luoghi, magari nelle strade e nelle piazze, dove le misure di sicurezza e di igiene sono ridotte rispetto a quelle garantite dagli esercizi commerciali. Per rafforzare la propria decisione, i giudici amministrativi berlinesi hanno citato uno studio del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive in Germania, facente parte del ministero federale della Salute tedesco. Il rapporto del Rki segnala che il contagio da coronavirus si sta sviluppando in particolare nelle feste in famiglia o tra amici, nelle case di cura per anziani, negli ospedali, oppure in occasione di viaggi all'estero nelle zone a rischio. La vittoria legale dei titolari di bar e ristoranti che si oppongono al coprifuoco darà certamente il via a altri ricorsi dello stesso genere, e del resto le motivazioni dei giudici amministrativi sembrano all'insegna del puro buonsenso. Oltretutto, una città come Berlino, che vive di turismo e movida notturna, economicamente non può sopportare una stretta come quella imposta dal senato e cancellata dal tribunale amministrativo. «Sono molto dispiaciuto», ha commentato il ministro della Salute tedesco Jens Spahn in conferenza stampa, «che l'orario di chiusura dei bar e dei ristoranti alle 23 deciso a Berlino sia stato sospeso dal Tribunale. Abbiamo osservato che nelle grandi città, nelle ore notturne, il consumo di alcool influisce sul comportamento sociale, sia in privato che in pubblico, e questo è un motore del processo infettivo. Per questa ragione», ha aggiunto Spahn,«le grande città devono poter reagire, nel caso di un'incidenza alta di infezioni, poiché se vogliamo mantenere normalmente le scuole e gli asili in funzione, così come l'economia, dobbiamo poter introdurre misure di contenimento in altri ambiti». Sempre in Germania, si registra un altro importante dietrofront: il Land della Baviera ha infatti stabilito di sospendere il divieto di pernottamento attualmente in vigore per chi proviene da zone ad alto rischio epidemico e non può presentare un tampone per coronavirus di esito negativo. La decisione è stata congelata in attesa che venga assunta una linea di condotta comune sull'epidemia in tutto il territorio tedesco.
Francesca Pierantozzi per ''Il Messaggero'' il 16 ottobre 2020. Una pura coincidenza sul calendario, assicurano i magistrati: «la data era fissata da tempo». Per il governo francese, non poteva essere un momento peggiore: all'indomani dell'intervento di Emmanuel Macron che ha annunciato il coprifuoco sanitario per contrastare una seconda ondata dell'epidemia quasi fuori controllo, i gendarmi dell'Ufficio Centrale per la lotta contro i danni all'ambiente e alla salute pubblica, sono entrati nelle case e negli uffici della squadra di governo per verificare se errori gravi, fatali, colpevoli, siano stati commessi nella gestione della crisi sanitaria. Ieri mattina gli agenti si sono presentati nelle case e negli uffici dell'ex premier Edouard Philippe, dell'attuale ministro della Sanità Olivier Veran, della ministra che lo aveva preceduto, Agnès Buzyn, e poi del direttore della Sanità, Jérome Salomon, della ex portavoce del Governo Sibeth Ndiaye e della direttrice generale dell'Agenzia per la Salute Pubblica Geneviève Chêne. Su tutti la Corte di Giustizia della Repubblica unica istanza a poter giudicare dei ministri ha aperto un'inchiesta il 7 luglio per determinare se siano state commesse infrazioni penali nella gestione della crisi. Il capo di accusa su cui si lavora è lo stesso per tutti: «omissione nel combattere una calamità». Gli inquirenti dovranno stabilire se i responsabili politici francesi non abbiano volontariamente omesso di prendere misure sanitarie di cui erano a conoscenza e che avrebbero potuto contrastare con più efficacia l'epidemia, che in Francia ha provocato finora più di 33mila morti. Le prime denunce sono arrivate alla Corte di Giustizia a marzo, quando la Francia si chiuse nel lockdown per far fronte alla prima ondata. Delle circa cento denunce arrivate da familiari delle vittime, infermieri, medici, personale di case di riposo, 9 sono state accolte dalla Corte. Per ora, una sola denuncia riguarda l'attuale primo ministro Jean Castex, che ha sostituito Philippe il 3 luglio per prendere in mano la fase due del deconfinamento e, adesso, anche la gestione della seconda ondata della crisi. «Vogliamo tutte le email che Buzyn scambiò con Philippe, visto che lei ha sempre sostenuto di averlo avvertito in anticipo (della gravità dell'epidemia, ndr) e vogliamo anche tutte le note che la direzione della Sanità inviò allora al primo ministro» spiega Fabrice Di Vizio, l'avvocato che ha presentato il primo ricorso. Buzyn lasciò a febbraio il ministero della Sanità a Veran per diventare candidata di En marche nella corsa a sindaco di Parigi (che ha visto la riconferma di Anne Hidalgo). Il 17 marzo, due giorni dopo il deludente terzo posto ottenuto al primo turno delle elezioni, l'ex ministra disse a le Monde di aver allertato il governo sui rischi dell'epidemia fin dall'11 gennaio. L'inchiesta dovrà verificare anche l'operato dei ministri durante la crisi, in particolare la gestione molto discussa degli stock strategici di mascherine, che si rivelarono al momento del bisogno essere quasi a zero. Nelle denunce il governo è accusato di aver preso «misure incoerenti» e di aver «ignorato le raccomandazioni dell'Oms». Il procuratore di Parigi ha comunque tenuto a precisare che l'inchiesta non «deve stabilire responsabilità politiche o amministrative, ma soltanto portare alla luce eventuali infrazioni penali». «E' la procedura normale, questo dimostra che non ci sono due giustizie a due velocità ha commentato la deputata di En marche Marie-Christine Verdier-Jouclas Ma non vorrei che questo facesse passare in secondo piano il messaggio più importante», ovvero le nuove misure per contrastare l'epidemia. Ieri il premier Castex ha spiegato le nuove modalità del coprifuoco che entrerà in vigore stasera a mezzanotte. Più di 12mila agenti dovranno controllare che i circa 20 milioni di francesi residenti nelle 8 aree metropolitane Parigi compresa coinvolti dal lockdown notturno restino a casa tra le nove di sera e le sei del mattino. Ma anche Castex ha già ricevuto la prima denuncia dal collettivo delle vittime Coronavirus France: lo accusano di «navigare a vista».
Mazzate sui denti tra esecutivo e magistratura. Spagna, sul lockdown è scontro tra esecutivo e magistratura: il Tribunale supremo lo annulla, il premier lo impone. Angela Nocioni su Il Riformista il 10 Ottobre 2020. Siamo alle mazzate sui denti tra governo centrale e magistratura in Spagna. La guerra tra esecutivo e giudici, una guerra plateale fatta di grandi colpi di teatro e esibizioni d’orgoglio da hidalgos, ha trovato nel panico da emergenza Covid un palcoscenico perfetto dopo l’estenuante tiro alla fune andato in scena durante i mesi incandescenti della tentata fuga di Barcellona dal controllo di Madrid. Volano botte da orbi: decreti esecutivi annullati da sentenze, arresti di deputati, i reparti antisommossa sempre sul punto d’essere spediti con uno scatto d’ira davanti ai tribunali. Quel che il governo di Pedro Sanchez fa, il Tribunale Supremo disfa. E Sanchez lo rimette in piedi e lo ripiazza in pista. Giocando al rilancio, aumentando ogni volta la posta. Che si tratti dell’antico conflitto tra separatisti catalani e centralisti madrilegni, del grande classico “popolari contro socialisti”, o della più recente battaglia tra favorevoli alla quarantena preventiva contro no mask, sempre braccio di ferro tra governo e magistratura diventa. Ieri con un Consiglio dei ministri straordinario, il premier socialista ha imposto lo stato d’allarme a Madrid in un gesto notevole d’esibizione muscolare. “Fascista”, gli gridano da destra i nostalgici franchisti. “Anarchici disfattisti”, rispondono ai vecchi fascisti i socialisti che con i gruppi anarchici in realtà brigano ogni tanto per tenere in piedi il governo. Lo stato d’allarme consente a Sanchez, per 15 giorni, di far rientrare dalla finestra il lockdown nella capitale e in otto distretti lì intorno dichiarato dal suo ministro della Salute di fronte all’emergenza epidemia a Madrid e cancellato a tempi di record l’altroieri da una sentenza del Tribunale supremo. Accogliendo un ricorso del Partito popolare (la destra al governo regionale della capitale in aperto conflitto con il governo centrale formato da socialisti, Podemos e cespugli separatisti che all’occorrenza vanno in supporto al Psoe in cambio di puntuali concessioni) il Tribunale supremo ha annullato l’8 ottobre il lockdown previsto per decreto dal ministro della salute spiegando in 26 pagine di sentenza che quel decreto «costituisce una interferenza nei diritti fondamentali senza il giusto sostegno legislativo». Tecnicamente imputa poi al governo somaraggine aggravata. Avrebbe usato la norma sbagliata, una norma del 2003 invece che la legge del 1986 sulle misure speciali per la salute pubblica. Abrogata quindi dal Supremo in nome della libertà individuale ogni limitazione del movimento in entrata e in uscita da Madrid perché il governo non può intromettersi con questi mezzi nel sacrosanto diritto di ciascuno di decidere per sé. Non può nonostante l’epidemia corra nella capitale più che altrove. Il tasso di contagio in Spagna è il più alto d’Europa, soprattutto nella regione di Madrid: 700 casi conclamati ogni 100mila abitanti, più del doppio della media nazionale. Nel territorio spagnolo non vige lo stato d’emergenza. Durante i primi mesi dell’emergenza Covid per 45 giorni si è usata la legge speciale che consente di limitare i movimenti per decreto. Trattasi però di strumento di legge che ogni 15 giorni dev’essere rinnovato (cioè rivotato in Parlamento e approvato a maggioranza assoluta, 176 voti) altrimenti decade. Sanchez conta solo su 155 voti sicuri sempre, gli altri se li deve andare a cercare volta per volta. Dopo due proroghe ai poteri emergenziali è stato invitato dalle opposizioni (anche dai separatisti catalani che un po’ gli danno corda, un po’ no) a inventarsi un’altra strada. Il problema per lui è che, se non vige lo stato d’emergenza, qualsiasi limitazione delle libertà fondamentali può essere censurata dal potere giudiziario. E il Tribunale supremo l’altro ieri ha colto al balzo l’occasione per schiaffeggiare il premier socialista e ricordargli che se vuol governare col bastone deve comunque trovare «strumenti costituzionalmente consoni alla possibilità di limitare, centellinare, restringere o addirittura sospendere i diritti fondamentali dei cittadini». I giudici hanno avallato nei mesi scorsi, senza eccepire un bel nulla, altre pesanti restrizioni alla libertà di movimento decise dal governo locale di Madrid in mano alla stella del Partito popolare Isabel Diaz Ayuso. Abbondano quindi i sospetti pesanti di doppiopesismo. Ma i popolari negano di godere di protezione politica nella loro legittima guerra al governo socialista. Dicono che il decreto del ministero della salute aveva effetti su una zona geograficamente più ampia di quelle interessate dai loro provvedimenti locali e che quindi serviva una legge del Parlamento per imporre il lockdown, non poteva bastare un decreto ministeriale. La destra classica sta tutta dalla parte delle rivendicazioni di libertà sbandierate dal Tribunale supremo. Il quotidiano Abc, giornale conservatore e filomonarchico, così esultava ieri per la sentenza del Supremo: «In tempi così duri per la democrazia e le libertà, la sentenza è un argomento in mano alla speranza». «Di traverso dev’essere andata al presidente del governo la decisione del tribunale supremo di affondare la manovra per mantenere chiusa Madrid per due settimane. La sua reazione adirata, la decisione di convocare una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri senza dar ascolto ai giudici e con l’obiettivo di imporre lo stato d’allarme a Madrid esclusivamente, senza nessun dialogo e senza nemmeno che la comunità autonoma l’abbia sollecitato, dimostra il livello d’autoritarismo col quale quest’uomo intende muoversi». Dopo l’imposizione governativa di un nuovo stato d’allarme limitato a Madrid e a otto distretti in vigore già dal pomeriggio di ieri (c’è un lungo ponte a cavallo del 12 ottobre e gli spostamenti sarebbero stati massicci), decisione che ricaccia all’angolo il Tribunale supremo, i toni ieri erano da scontro totale. Anche perché il protagonismo politico della Suprema corte s’è scatenato ben oltre il terreno della gestione dell’emergenza da pandemia. A fine settembre ha cacciato d’imperio il presidente del governo catalano, Quin Torra. Torra, separatista arrivato al governo per caso nel grande can can del tira e molla sulla secessione di Barcellona da da Madri (ma pur sempre presidente eletto), è stato cacciato dal governo per disobbedienza. Ha disobbedito infatti all’ordine di far rimuovere dai palazzi delle istituzioni catalane i fiocchi gialli simbolo di solidarietà con i leader separatisti catalani arrestati per essere insorti come capipopolo a guidare il tentativo di strappo di Barcellona da Madrid. Strappo avvenuto tutto contro la legge, utilizzando illegittimamente da un punto di visto giuridico lo strumento del referendum, dentro una battaglia dai toni isterici combattuta con scaltrezza e con alte dosi di opportunismo e di irresponsabilità. Ma pur sempre una battaglia politica. L’inabilitazione a causa del gesto disobbediente era stata decisa dal massimo organo di giustizia della Catalogna. Torra era ricorso al Tribunale supremo che ha ratificato la decisione di farlo fuori. Comunque la si pensi riguardo alla eterna guerra tra Barcellona e Madrid e ai mezzi usati negli ultimi anni dai leader indipendentisti catalani per combatterla, difficile negare che il potere giudiziario e in particolare il Tribunale supremo si ritagli spazi di protagonismo politico assoluto e prenda decisioni che assai poco hanno di tecnico. In questo caso è stato il Tribunale supremo, cacciando Torra, a far indire le elezioni catalane del prossimo febbraio. Alle quali si arriverà in un tale terremoto di alleanze che la ricaduta di quella sentenza sulla politica nazionale sarà, comunque vada, gigantesca. Anche perché la crisi catalana è un grande blob in grado di divorare ogni ragionevolezza e ogni confronto possibile sui programmi. Il suo effetto politico concreto, finora, non è stato riuscire cavare un solo ragno dal buco nella spinosissima vicenda delle relazioni tra Barcellona e Madrid. ma mettere le ali in tutta la Spagna alla destra feroce e razzista di Santiago Abascal.
Tarro all’attacco: «Le mascherine all’aperto non servono, la soluzione è l’immunità di gregge». Sara Gentile sabato 10 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. «La manifestazione a Roma? Non avevo alcuna intenzione di partecipare, ma smentisco categoricamente le voci che sostengono che dalla Regione mi abbiano imposto di non andare. In generale, sul coronavirus, credo che di base ci sia una mancanza di competenza». Così all’Adnkronos il virologo Giulio Tarro ha precisato che oggi non sarà nella Capitale per manifestare contro le misure anti covid 19 e parla poi di immunità di gregge. «L’ho già detto – ha spiegato Tarro – è l’unica soluzione in questo momento da adottare. L’approccio giusto al coronavirus dovrebbe essere questo. Facendo così si sviluppano poi gli anticorpi. Ma ormai seguo questa vicenda quasi con distacco, sono diventati tutti tuttologi». «La corrente negazionista? Per me non esiste – ha sostenuto Tarro – fa comodo crearla. Il virus c’è stato, c’è ancora in forma minore, è stato fotografato anche in laboratorio, ma si supera. Non vedo perché si debba creare questa contrapposizione tra chi semplicemente ha un approccio diverso e, nel mio caso, anche corrisposto da fatti. Ho risolto il colera a Napoli, qualcosa saprò». E poi ancora: «Le mascherine all’aperto per tutti non servono». Sul vaccino Tarro ha poi spiegato che «servirà, ma dovrà essere efficace e soprattutto sicuro. In generale – ha concluso il virologo – bisognerebbe vivere tutta questa situazione con molta più tranquillità». Qualche giorno anche Enrico Montesano si era schierato con la linea di Tarro sulla mascherina. «Ci sono tanti medici, esperti, da Montagnier alla dottoressa Gatti, a Tarro, a Citro, a Tirelli, che dicono che la mascherina all’aperto è inutile e dannosa. E io ho più fiducia in questi professionisti che non appaiono mai in televisione piuttosto che nel virologo da tv. Posso dirlo, o se lo dico sono “fascio-negazionista”, e ora anche no mask? Non c’è scampo».
Covid, 4 lezioni dalla Svizzera. Riccardo Ruggeri, 10 ottobre 2020 su Nicolaporro.it. Quando scoppiò il Virus, conoscendo bene le élite dominanti, specie i sempre più imbarazzanti radical chic, ebbi un’intuizione: dichiarai che non avrei fatto commenti verbali o scritti sulla gestione politica del Virus. Aggiunsi che non mi fidavo di questo governo: è facile “chiudere” un Paese (basta un Prefetto), difficilissimo “riaprirlo”. Occorrevano competenze managerial-politiche sconosciute ai più. Figuriamoci a un team di scelti da una piattaforma digitale e pezzi della burocrazia del deep state. Ma proprio per questo:
a. mi sto attenendo alle disposizioni governative, tutte, anche le più ridicole. Nel pieno della pandemia per l’Oms e per i virologi di regime la mascherina era inutile, specie all’aperto, se lo dici oggi sei un ignobile negazionista. Io la metto, e invito tutti a metterla.
b. mi sono disinteressato a gran parte della comunicazione delle due sette politiche di maggioranza e opposizione. All’inizio quelli al potere bollarono come “razzisti” gli avversari, perché volevano vietare, per timore di contagio, il rientro dei cinesi nostrani da Wuhan, e così si connotarono come “negazionisti” della prima ora. Appena il vento cambiò abbandonarono gli involtini primavera, le carezze ai piccoli cinesi dell’asilo, passando subito al terrorismo comunicazionale. Lo scambio razzismo vs negazionismo fra questi e quelli cambiò così di segno.
Per documentarmi preferii avvalermi dei media svizzeri, esenti da terrorismo virale (colà il riferimento è il medico cantonale), dai quali ho tratto alcune sintesi:
1. Le statistiche mondiali aggiornate al 13 settembre 2020 mostrano che la percentuale dei pazienti testati per il “Virus” che necessitano di ricovero in cure intensive è dell’1%. Di questi uno su dieci muore.
2. In questi 6 mesi di esperienza si è capito che Covid-19 è una pandemia “ad alta contagiosità ma a bassa letalità”.
3. Per avere un vaccino che, al contempo, sia efficace e sia sicuro, ci vogliono almeno 2 anni. Inutile parlarne fino alla primavera 2022.
4. È possibile che il vaccino abbia, come molti altri, una “copertura” moderata, non superiore al 50%: se ne deve tener conto.
Sulla base di queste assunzioni hanno definito una politica. Superata la prima emergenza sanitaria si sono concentrati sull’economia. Di certo, l’economia non può mettersi in cassa integrazione per due anni, in attesa del vaccino. Come hanno comunicato? Dando in parallelo sia la “curva dei contagi” sia la “curva dei disoccupati” i cittadini hanno capito il problema nella sua complessità. Oggi in Svizzera la “curva dei disoccupati” è superiore del 49,9% a quella del settembre 2019 (sic!).
La storia ci insegna che le leadership al potere, come sempre è successo, non possono privilegiare solo uno degli aspetti, guai creare terrorismo mediatico a favore dell’uno o dell’altro ma devono contemperare due esigenze vitali (ripeto, vitali): il cibo (la vita) e la salute (lo stile di vita). Trovo inaccettabili quelli che pontificano a favore del lockdown o dall’alto del loro potere politico o di mezzi economici propri o derivanti da retribuzioni statali o pensionistiche (il mio caso) che comunque corrono. È ovvio che se in una pandemia non devi procurarti di cibo diventi un ipocondriaco della salute, e trasformi in untori quelli che non avendo redditi per procurarselo devono uscire di casa. Più facile ancora se i media e i virologi di regime ti eccitano in tal senso. Chiudo con una piccola storia (Le Figaro). Keira è una giovane donna del popolo sami, alleva renne nell’estremo nord della Svezia. A maggio 2020, all’avvicinarsi del momento del parto era ancora molto freddo, c’era ancora molta neve, ma le femmine, sentendo il richiamo della natura, vollero uscire dal recinto invernale e andare verso Ovest, dove hanno l’abitudine di partorire. Molte sono morte, poche furono le nascite. Rientrate nei recinti si sono infettate del coronavirus delle renne. Dilemma. Se rimangono nei recinti in lockdown si cibano ma si infettano: moriranno tutte per il virus (salvo il pastore e i cani). Se escono, molte rischiano di morire di fame, perché crescono sempre meno licheni, altre (quante?) si salveranno. Che farà Keira? Farà la cosa giusta, perché lei sì che è seria, appartiene a un popolo serio e libero, che si muove fra Norvegia, Svezia, Finlandia in condizioni climatiche estreme. Lei, donna, quindi datrice di vita, già conosce e padroneggia il dilemma il cibo (la vita) e la salute (lo stile di vita). Riccardo Ruggeri, 10 ottobre 2020
Tutti i tifosi del Leviatano sanitario. Max Del Papa, 10 ottobre 2020 su Nicola Porro.it. I decadenti, i dannunziani alla Vasco Rossi finalmente si disvelano: la vita spericolata, le bollicine vanno bene per vendere ma quando il gioco si fa duro bisogna infilarsi la mascherina. La paura angosciante, medievale di Sorella Morte, dell’ordalia, la Nemesi, la punizione per i peccati in forma di virus invisibile e onnipresente. E una stoffa cinese dovrebbe salvarci? La propaganda di regime, forse ispirata da lontano, ha avuto successo nell’eccitare terrori atavici e adesso tutti hanno timore di morire, un timore irrazionale, scaramantico. Come dice Piero Angela, venerato maestro: non sappiamo che è e allora meglio mandare l’esercito a tenere lontani gli untori. Proprio così li chiama, il divulgatore “con 12 lauree ad honorem”, untori, per dire marci, mostri. Ma sì, è proprio un odio premoderno, medievale, il demone umanizzato che si nasconde nella normalità: una donna in fama di strega, uno normale che diventa il male puro perché non tien su la mascherina, non ha tutta questa paura di crepare. Come si può ragionare, stando così le cose? Difatti non si ragiona: dopo ogni pezzo in cui scrivo che siamo al regime e il regime guadagna terreno ogni giorno, vengo invaso da messaggi privati di un odio pazzo, da fanatici, da squilibrati. Ad una opinionista hanno scritto su Twitter: “zitta troia e ubbidisci”. Il sessismo vero, non quello millantato dalle cacciatrici di gloria, torna fuori in tutta la sua violenza, la mascherina come sottomissione, la donna che deve ubbidire come una serva, una schiava sessuale. Ci si mette anche questo Papa incredibile, che fa una enciclica puerile, a metà fra un temino di Greta e un volantino marxista, e per di più ispirata da un imam islamico che invita a pestare le donne “ma con moderazione”. Si vedono, si sentono cose turche e la sensazione di potersi aggrappare a un barlume di ragione diventa sempre più labile. Nicola Porro va alla trasmissione della Palombelli e il medico governativo Massimo Galli perde il ben dell’intelletto, lo aggredisce, lo insulta; sui social, presunti luminari si scambiano insulti da ginnasiali, da influencer: tu chi cazzo sei, io ho più follower di te. E dovremmo credere a questi qui? Un altro del politburo tecnico scientifico, certo Villani, ha dichiarato al Corriere che la questione non è sanitaria, la mascherina può anche non servire contro il contagio ma serve come prova di obbedienza. Zitti e fate quel che vi si dice, anche se quel che vi si dice non lo sappiamo neanche noi che comandiamo. Il virus che non si vede ma ti vede come imago mortis, danza di scheletri che accompagnano umani inermi, ignari nelle loro pestilenze moderne: il Covid come il riscaldamento globale che da 40 anni dovrebbe mangiarsi il mondo, come il capitalismo che sarebbe la fine della civiltà. Ma chi l’ha detto? Non importa: mascherine ovunque, all’aperto come in casa, e vaccino coatto per tutti. Chi si sottrae è un untore e deve essere eliminato. L’obbedienza non è solo un esperimento sociale, è anche il confine tra il bene e il male, chi trema è degno di restare nell’umana Babele, chi non teme o non ne fa un dramma è un untore e la polizia se lo porti via. Non lo vedete che ormai per giustificare la psicosi usano argomenti psicotici, completamente desolati da elementi logici, concreti? Il cittadino fanatico adotta gli stessi toni dello specialista esaltato o del giornalista a tariffa: zitta, troia, a cuccia, obbedisci, non protestare. O davvero vogliamo considerare sensata una raccomandazione come quella di tenersi a distanza in casa se vengono dei parenti? Il presidente del Consiglio può dire che ubbidire è un obbligo morale, si tratti di pezzi di stoffa o di app truffaldine, e nessuno o quasi lo discute ma si insulta chi obietta. Siamo alla caccia all’uomo, si moltiplicano i casi di gente aggredita, pestata perché non mette la mascherina, anche donne, anche bambini. Ma nessuno li condanna, si condannano gli assaliti, si dice e si scrive che se la sono cercata, che un’altra volta imparano. C’è una esaltazione paranoica nell’allarmismo, “hai visto? In Francia ventimila casi e chiudono tutto”, “Bravi loro, noi che aspettiamo?”. Le conseguenze sulla psiche individuale e collettiva, su quel che resta del sistema paese vengono rimosse: “Ma via, ma sarebbero questi i problemi? Chi non ce la fa si arrangi, il darwinismo sociale c’è sempre stato, non possiamo permetterci nuovi contagi”. Ma i contagi di per sé significano poco e niente e nessuno lo spiega. Siamo allo stato etico, ai volonterosi carnefici, ai collaborazionisti invasati, ci vorrebbe una reazione, una resistenza organizzata ma il capo dell’opposizione, Matteo Salvini, va in televisione a dire che se il governo gli ordina di portarsi la mascherina anche a letto lui lo fa, lui obbedisce. Ancora una volta, che resta da capire? Max Del Papa, 10 ottobre 2020
Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 9 ottobre 2020. Anche noi di Libero quanto i colleghi di altri giornali abbiamo esagerato con le critiche rivolte al governo - che comunque non ci piace perché pasticcione e supponente - per come ha gestito la faccenda del Covid. Esso avrebbe potuto e dovuto far meglio, ovvio. Ma prima di linciarlo guardiamoci intorno e osserviamo cosa succede in mezzo mondo. Risulta dalle stime che 750 milioni di abitanti del pianeta si siano infettati e una quantità di essi non abbia superato la crisi tirando le cuoia. La Francia è devastata e non sa più che fare per uscire dalla grande macelleria; il Belgio detiene addirittura il record mondiale, in rapporto alla popolazione, delle vittime; l'Inghilterra è messa molto peggio di noi; gli Stati Uniti nel loro complesso continuano ad essere una sorta di tritacarne umano. Sorvolo sul disastro in atto in altri Paesi alle prese con una situazione sanitaria allarmante, al confronto della quale la nostra è rose e fiori. La realtà italiana sotto il profilo dell'epidemia non è meravigliosa, nel senso che il virus seguita a rappresentare una minaccia seria, tuttavia al confronto di ciò che sta accadendo in Europa e in alcuni continenti non abbiamo motivo di lamentarci troppo. Anzi, dovremmo ringraziare il cielo se non addirittura l'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte, antipatico quanto un gatto aggrappato ai testicoli, ma che tutto sommato ha fatto meglio di parecchi suoi colleghi stranieri. Speriamo che se ne vada presto da Palazzo Chigi, in ogni caso ringraziamolo per aver adottato misure fastidiose, liberticide, però che hanno salvato la pelle a tanta gente. Chiarito questo, riconosciamo pure che i nostri connazionali sono costituzionalmente polemici: sono persone litigiose le quali hanno inventato una frase che riflette il loro carattere. Questa: "Piove, governo ladro". Infine una annotazione riguardante l'attualità. La sinistra non cessa di attaccare la Lombardia e sappiamo perché. Vuole impossessarsene, essendo la regione che fa più gola. Adesso i progressisti sono scatenati per la storia dei vaccini antinfluenzali. Dicono che Fontana e Gallera (presidente e assessore) ne hanno comprati pochi e a caro prezzo. Ignorano i balordi che la fornitura copre le esigenze, inoltre non sanno che fare il vaccino ora non serve a un tubo. Infatti la sua efficacia dura tre mesi, farlo subito anziché a novembre significa che a gennaio sei vulnerabile. La stupidità è più potente della prudenza. Smettiamola di litigare e pensiamo alla salute, finché c'è.
Da corrieredellosport.it l'8 ottobre 2020. Un confronto, uno scambio di opinioni che s’infiamma e diventa lite. Da una parte il giornalista Nicola Porro e dall’altra il direttore del reparto di malattie infettive del Sacco, Massimo Galli. "Se continuiamo ad avere fenomeni di aggregazione, come quelli che abbiamo avuto nell’ultimo periodo, invece di invertire la tendenza avremo il risultato opposto", dice Galli a Stasera Italia. "Io devo stare molto tranquillo, altrimenti mi cacciano da Mediaset - risponde Porro - Il professor Galli non ha figli a scuola, ci sono bambini che hanno 37,2 o la dissenteria e devono fare un tampone e stare a casa. Le famiglie si ritrovano in situazioni disastrose e non tutti hanno la tata. Dei 3678 positivi di oggi, quanti sono quelli veramente malati e non sono debolmente positivi? Ieri il professor Bassetti mi ha detto che il 94% sono debolmente positivi o asintomatici".
Galli: “Questa è una balla”. "E’ una balla, assolutamente sì. Bassetti non è in grado di dirglielo perché non è in grado di saperlo - ha continuato Galli - Dovrebbe fare un giro nel mio reparto per vedere come butta, non scherziamo. Quante persone ci sono nel mio reparto? Non le dico questa cosa perché non mi è consentito dirlo, gliela può dire il mio direttore sanitario”. Parole che hanno convinto Nicola Porro ad abbandonare il collegamento con la trasmissione. "Se i toni sono questi, non vale la pena andare avanti. Non vale la pena e mi tolgo l’auricolare. Qui siamo di fronte ad una presa di posizione di tipo politico per un problema che riguarda un’epidemia - la risposta di Galli - Credo di avere una sovraesposizione mediatica insopportabile, faccio volentieri a meno di discutere con questi tipo di attacchi. Però qualcuno si dovrà prendere la responsabilità di voler continuare a sottovalutare la situazione per fare l'interesse e il comodo di un interesse, una categoria o una posizione politica”.
Bassetti: “Insulti? Faccio un passo indietro”. Poco più tardi è arrivata la replica del prof. Bassetti in una dichiarazione letta in studio: “Quando si arriva agli insulti tra colleghi accademici io faccio un passo indietro - ha detto il direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova - Mi spiace che il professor Galli si adiri a sentire i dati che lo stesso ministero della Salute fornisce ogni giorno. Dai dati odierni della regione Toscana, per esempio, si evince che il 68% dei nuovi contagi sono asintomatici”.
Il Bianco e il Nero, Cacciari-Fusaro: "Nuovi lockdown sarebbero mortali". "Mascherina è come la camicia nera". La maggioranza giallorossa ha approvato la proroga dello stato d'emergenza fino al 31 gennaio 2021 per contrastare l'aumento dei contagi da coronavirus. Ecco l'opinione dei filosofi Massimo Cacciari e Diego Fusaro. Francesco Curridori e Domenico Ferrara, Giovedì 08/10/2020 su Il Giornale. La maggioranza giallorossa, dopo un dibattito durato due giorni e segnato dalla mancanza del numero legale, ha approvato la proroga dello stato d'emergenza fino al 31 gennaio 2021 per cercare di contrastare l'aumento dei contagi da coronavirus. Abbiamo chiesto ai filosofi Massimo Cacciari e Diego Fusaro quale fosse la loro opinione in merito ai provvedimenti emanati dal governo Conte.
Alla luce delle decisioni prese dal governo sul prolungamento dello stato d'emergenza, in tanti parlano di "sospensione della democrazia". Qual è la sua posizione in merito?
Cacciari: "Si confondo due piani completamente diversi. Il primo è quello dell’emergenza sanitaria specifica, oggi, che può essere affrontata in maniera diversa, ma certamente esiste e implica dei provvedimenti d’emergenza. Il secondo è una tendenza accentratrice del governo che, nel nostro Paese, dura da almeno 40 anni. È una tendenza di lungo periodo che accentua sempre di più i poteri dell’esecutivo e che mette in discussione i poteri tradizionali delle assemblee rappresentative. Qualunque fosse il governo, di fronte a crisi legate al terrorismo o all’immigrazione, abbiamo assistito a un processo di accentramento dei poteri non di tipo autoritario, ma molto simile. Ma, questa tendenza, però, non è una cosa che riguarda l’epidemia".
Fusaro: "Stanno utilizzando un nuovo metodo di governo: usare l’emergenza per favorire un autoritarismo che, con la normalità, non sarebbe accettato. Con l’emergenza, invece, i più accettano e, anzi, desiderano, magari volendo persino l’esercito per strada e il divieto di assembramento".
Il prolungamento dello stato d'emergenza, secondo lei, ha ragioni puramente sanitarie o anche politiche? È forse un modo usato dal premier Conte per rimanere ancora in prima linea?
Cacciari: "Certamente c’è una ragione di ordine sociale perché, quando finiranno i provvedimenti sulla Cassintegrazione, i licenziamenti e i fallimenti, la crisi sarà talmente grande che costringerà a un rafforzamento dei provvedimenti d’ordine. Per il prolungamento dello Stato d’emergenza, l’emergenza sanitaria è sicuramente il fattore prioritario, ma ci sono anche motivi di ordine pubblico".
Fusaro: "Credo che sia ingenuo pensare che sia un metodo usato da Conte per rimanere in prima linea lui. Secondo me siamo di fronte a una riorganizzazione globale dei rapporti di forza che, in Italia, sta avvenendo come altrove e, quindi, pensare che sia colpa del governo è tipico della miopia dell’opposizione che è indecorosa quanto il governo stesso nella misura in cui oggi non si è opposta alla proroga dello stato dell’emergenza. Anzi, si è pavidamente astenuta".
Cosa pensa dell'obbligo di mascherine all'aperto?
Cacciari: "Sono provvedimenti volti a ridurre le probabilità di contagio. È chiaro che la mascherina all’aperto può avere un impatto minimo sulla diffusione del virus. Tuttavia è altrettanto chiaro che, per l’1%, può incidere. Sono provvedimenti che, nella loro somma, qualche effetto possono anche averlo. È chiaro che, fintanto che non ci sarà il vaccino, noi dobbiamo cercare di convivere col virus. Non possiamo assolutamente pensare a nuovi lockdown perché la cura sarebbe mortale".
Fusaro: "La mascherina è l’equivalente della camicia nera, un simbolo con cui si si deve identificare come sudditi di un governo, un regime. La mascherina all’aperto non ha alcuna funzione sanitaria se si è soli, in spiaggia o tra i monti. Serve solo come simbolo di subalternità e di adesione a un potere autoritario".
Le scuole e la Serie A, pur tra mille difficoltà, sono ripartite, mentre settori come il cinema, il teatro e il turismo culturale nelle grandi città soffrono. Quali misure dovrebbe assumere il governo per migliorare tale situazione di difficoltà?
Cacciari: "Il governo potrebbe anche prendere i provvedimenti più permissivi che sarebbe ben difficile far ripartire il turismo perché mancherebbero comunque tutta la componente estera e non ci sarà anche per tutto il 2021. Il governo dovrebbe fare il tentativo di dare un’immagine molto positivo del nostro Paese per far ripartire la macchina. Poi, sì, non si capisce perché si creano difficoltà immense alla ripartenza dei teatri e perché, in uno stadio di 40/50mila persone, non ci possono stare più di mille spettatori quando io faccio conferenze con 200 persone in uno spazio dove ce ne possono stare molto meno".
Fusaro: "Il governo dovrebbe togliere tutte queste sciocche limitazioni che colpiscono solo chi lavora seriamente come i teatri o i cinema. Bisognerebbe capire che si può convivere con questo virus. È meglio non prenderlo, ma non si può distruggere la vita per evitare il contagio. Secondo me ci sono dei valori che non si possono negoziare per un virus".
Qualcuno come Nicola Zingaretti ha sostenuto che, se l'emergenza pandemia l'avesse gestita la Lega, ci sarebbe stata un'ecatombe, è d'accordo?
Cacciari: "Queste sono battute che lasciano il tempo che trovano. Salvini, o qualunque altro governo, avrebbe fatto più o meno quel che dicevano le autorità sanitarie. Pensa davvero che, in una situazione del genere, un governo in Italia si prenda la responsabilità di contraddire le indicazioni generali date dalle autorità sanitarie? Con i giudici che gli stanno addosso? Ma figuriamoci… La differenza tra un governo e l’altro, se mai vi sarà, sarà su come spendere e gestire il Recovery Fund. Quelle sono scelte politiche. La gestione dell’epidemia all’80% sono scelte dettate dalle autorità sanitarie".
Fusaro: "Mi pare una sciocchezza. La credibilità politica di Zingaretti sia ben raffigurata in quella foto di febbraio in cui alza il calice come a dire che non c’è pericolo. Quelli dell’opposizione non avrebbero mai potuto fare quel che sta facendo il governo perché sennò tutti avrebbero subito urlato al fascismo. Se, invece, lo fa un governo giallo-fucsia come quello di Conte, fascista diventa automaticamente chi lo critica. Quindi siamo al capolavoro dell’ordine dominante".
Alisa Toaff per adnkronos.com il 6 ottobre 2020. ''Penso che mettere l'obbligo le mascherine anche all'aperto sia l'unica cosa da fare! Quando le cose stanno così (i contagi da Coronavirus aumentano, ndr) non c'è altra soluzione, ci siamo già passati questo inverno e siamo stati costretti a chiudere''. E' quanto afferma all'Adnkronos Gigi Poietti sull'ordinanza annunciata oggi dal governatore Nicola Zingaretti che obbliga da domani i cittadini del Lazio a portare la mascherina anche all'aperto. ''Questa è l'ultima ratio poi dopo.. -conclude l'attore- Può darsi che ci sia qualcuno che ha qualche soluzione migliore -dice ironico- io non ce l'ho''.
Monteinsano. Massimo Gramellini il 10/10/2020 su Il Corriere della Sera. Al grido di «Non nego, ma non credo», l’attore Enrico Montesano sarà oggi virtualmente alla testa del corteo di smascherati che, sfidando il distanziamento sociale e il mondo reale, protesterà contro la malinconia governativa di costringere gli italiani a proteggersi dal virus giudoplutomassonico. Infastidito dagli ubriachi da talk show, il fu conte Tacchia reclama il diritto alla scienza-fai-da-te: «Sarò libero di non fidarmi dei medici scelti dalla tv?» Liberissimo. Meno libero di insinuare il dubbio che quei medici, alcuni dei quali conosciuti in tutto il mondo (penso a Mantovani, a Remuzzi, a Ilaria Capua), siano a libro-paga di multinazionali farmaceutiche e governi imperialisti smaniosi di metterci in riga a colpi di vaccini e decreti di emergenza. L’idea che alla scienza si possano applicare le stesse categorie soggettive della politica appartiene in genere a chi della scienza non ha mai avuto bisogno. Suppongo che anche Montesano, se avesse un problema col virus, telefonerebbe prima a Crisanti che allo spin doctor di Trump, il quale suggeriva di curare il Covid con la candeggina. Alla scienza non si applica la regola della par condicio. Volendo rappresentare le posizioni degli esperti sul riscaldamento globale, dove gli scettici non arrivano all’uno per cento, il conduttore di un talk americano scelse di far entrare in studio uno scienziato negazionista e novantanove che non lo erano. Voi di chi vi sareste fidati?
Da secoloditalia.it il 6 ottobre 2020. Enrico Montesano contro l’obbligo di mascherina all’aperto. Un provvedimento inutile, dice l’attore, che servirà solo come forma di pressione psicologica per alimentare la paura. Montesano rischia così di essere inserito a pieno titolo tra i “negazionisti”, cioè tutta la schiera di coloro che osano criticare le misure governative sul Covid.
Montesano: mascherina dannosa all’aperto. “La mascherina all’aria aperta in tutto il Lazio? La trovo una cosa completamente inutile, solo terrorizzante, per tenere alto il livello di terrore: anzi, credo che sia dannosa”, dice Enrico Montesano a poche ore dall’annuncio dell’obbligatorietà della mascherina nel Lazio anche all’aperto e in tutti gli orari.
Montesano: “Mantengo le distanze per rispetto”. “Per il rispetto che devo agli altri, mantengo la distanza – dice Montesano – Peraltro, mia nonna diceva che è anche una cosa di buona educazione, a prescindere da questo virus. Ma per il resto, mi sembra assurdo”.
Per il noto attore romano “la paura non consente più di ragionare. Io vedo persone da sole nella loro automobile con la mascherina. Sono in aumento le dermatosi intorno alla bocca, a causa della copertura della mascherina”. “Io quando entro in un posto angusto per rispetto la metto, ci mancherebbe, ma possibilmente rimango fuori dal negozio o dal luogo chiuso”, spiega l’attore.
“Le polveri sottili le respiro lo stesso”. E osserva: “Non capisco. Il virus passa attraverso le maglie del tessuto, perché è una nanoparticella. Quindi, a che serve mettersi una mascherina? Oltretutto, le polveri sottili le respiro lo stesso. Quanto è inquinata l’aria di Roma, dalle polveri sottili, dai roghi tossici? Quindi mi volete salvare la vita dal covid ma mi volete far respirare l’aria inquinata? Mi fate venire la broncopolmonite ‘per l’aria zozza de Roma?'”, è la provocatoria osservazione di Montesano. Che conclude: “La paura non consente più un ragionamento sensato, chiaro, logico. E se siamo preda della paura, stamo messi male“.
Gigi Proietti: sì all’obbligo di mascherina all’aperto. D’accordo con il provvedimento invece un altro noto attore romano, Gigi Proietti. ”Penso che mettere l’obbligo le mascherine anche all’aperto sia l’unica cosa da fare! Quando le cose stanno così non c’è altra soluzione, ci siamo già passati questo inverno e siamo stati costretti a chiudere”. ”Questa è l’ultima ratio poi dopo.. -conclude l’attore- Può darsi che ci sia qualcuno che ha qualche soluzione migliore -dice ironico- io non ce l’ho”.
Bergoglio il "trasgressore": all'udienza senza protezioni. Da una parte l'invito a seguire scrupolosamente le regole per contrastare il coronavirus, dall'altra una "insofferenza" piuttosto marcata nell'indossare la mascherina e tenere le distanze dai fedeli. Serena Sartini, Giovedì 08/10/2020 su Il Giornale. Da una parte l'invito a seguire scrupolosamente le regole e le indicazioni delle istituzioni sanitarie per contrastare il coronavirus, dall'altra una «insofferenza» piuttosto marcata nell'indossare la mascherina e tenere le distanze dai fedeli. Papa Bergoglio si è mostrato una sola volta con indosso una mascherina rigorosamente bianca, al termine di un'udienza generale mentre entrava nell'utilitaria che lo riportava a Santa Marta. Ieri mattina, durante la consueta udienza del mercoledì - tenutasi nell'Aula Paolo VI a causa della pioggia - ha stretto e baciato mani di monsignori e fedeli. Sempre con il volto libero da mascherine. Poche ore prima che il presidente Conte annunciasse l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione anche all'aperto. Il Papa, alla prudenza dimostrata come capo dello Stato pontificio, ha sempre accompagnato una sorta di insofferenza nel tenere le distanze da quel popolo di Dio che ama tanto abbracciare e incontrare. La prudenza, fanno comunque notare dal Vaticano, non manca. Il Papa saluta i fedeli radunati dietro le transenne, ma mantiene «quasi sempre» una certa distanza. Ed evita, «molto spesso» di toccare mani, rosari o altri oggetti sacri. Non mancano però delle eccezioni. Come ieri quando Francesco ha contravvenuto a qualche regola. Tanto da suscitare alcuni malumori su Twitter di utenti che chiedevano al Papa di «dare il buon esempio». Se durante il lockdown il Papa aveva accettato a malincuore di rivolgersi ai fedeli via streaming, e la prima volta che sono tornati i fedeli in presenza, a inizio settembre, non ha nascosto la gioia, l'amministrazione vaticana ha deciso di non tornare in piazza San Pietro per le udienze, ma optare per un ambiente più ristretto, e più controllato, ovvero nel Cortile di San Damaso, dentro il palazzo apostolico: sedie a distanza di sicurezza, rigorosi controlli della temperatura all'ingresso. Ieri, tuttavia, a causa della forte pioggia, l'udienza generale è tornata al chiuso, in Aula Nervi. Ma il Papa sembra non cambiare il suo atteggiamento: «Pastore in mezzo alle pecore».
Sara Cunial in piazza con i sovranisti: "Non indosserò la mascherina, liberiamoci dai divieti sanitari". La deputata ex grillina ora al gruppo Misto e convinta No Vax sabato sarà in piazza San Giovanni. "Questa è un'emergenza democratica. Sono contraria al vaccino anti-influenzale". E sulle misure di sicurezza nelle scuole aggiunge: "Quello che si sta perpetuando ai danni dei bambini è un atto criminale degno del peggior regime nazista". Valeria Forgnone su L'Espresso il 07 ottobre 2020. Sarà in piazza con i sovranisti, Sara Cunial, l'ex 5S e ora deputata del Gruppo Misto, convinta No Vax. La 41enne, di Bassano del Grappa, è tra i sostenitori della tanto discussa 'Marcia per la Liberazione', organizzata per sabato alle 14 in piazza San Giovanni a Roma e sostenuta anche dall'attore Enrico Montesano. Ci sarà "perché condivide tutti i principi che hanno dato origine all'evento", spiega Cunial. Ossia "basta neoliberalismo" e per "chiedere una profonda svolta, contro un governo schiavo dell'Unione europea e della grande finanza", come sostengono gli organizzatori. Cunial, che non usa deliberatamente la mascherina, è stata già protagonista di diversi episodi in piazza e nel Palazzo: dalle polemiche contro i vaccini alla protesta alla Camera ad aprile quando aveva strappato un dpcm definendolo "incostituzionale". E ora dice la sua anche sulla manifestazione dei sovranisti: attacca il governo e soprattutto le misure per arginare i contagi da coronavirus perché questa non è "un'emergenza sanitaria, ma democratica".
Cunial, perché sostiene questa manifestazione?
"Sono stata invitata dagli organizzatori e ho accettato di esserci, condividendo i principi con cui è nata questa protesta. Anche io vedo in questa fantomatica emergenza il colpo di coda di un sistema neoliberista che ha portato l'umanità al baratro: economicamente, ecologicamente e spiritualmente. Penso che, oggi come in passato, quando sono violate le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla nostra Costituzione, ribellarsi e manifestare il proprio dissenso sia un diritto e un dovere di ogni cittadino. E questo è il momento di farlo: questa non è un'emergenza sanitaria, questa è un'emergenza democratica e tutti noi siamo chiamati ad agire di conseguenza".
La notizia è di poche ore fa: è stato prorogato lo stato di emergenza per il Covid fino al 31 gennaio. Lei ha votato e come?
"Non ero presente in aula, ma avrei comunque votato contro la proroga, così come ho sempre votato contro tutti i provvedimenti legati alla cosiddetta emergenza".
È in arrivo un nuovo Dpcm. "Liberazione", per lei, va intesa anche da tutte le misure restrittive anti-Covid?
"Certamente. Anche se credo che la prima vera liberazione debba essere dalla paura: la paura atavica di ammalarsi e di morire, usata oggi più che mai dal potere per renderci schiavi e inermi. Ma anche la paura di essere diversi e giudicati. La paura di alzare la testa e agire coerenza e consapevolezza. La paura di cambiare e di rinascere, con una nuova visione".
E sull'uso della mascherina? Continuerà a non usarla oppure sabato la indosserà in piazza?
"Non ho mai utilizzato la mascherina nelle tante manifestazioni a cui ho aderito, ho sempre ricambiato gli abbracci delle persone e non mi sono mai sentita in pericolo dalla vicinanza, anzi. Non ho intenzione di vivere nel terrore, né tantomeno di sopprimere la nostra vera natura, che è sociale".
Sulla riapertura delle scuole, invece, e su tutte le disposizioni che riguardano bambini e docenti cosa pensa?
"Quello che si sta perpetuando ai danni dei bambini è un atto criminale degno del peggior regime nazista. A livello fisico e mentale si sta distruggendo l'infanzia, annichilendo le loro anime e coscienze. Così facendo non solo si nega la vita a intere generazioni ma si annienta anche la memoria di tutti noi e con essa il futuro dell'umanità. Tutto ciò è gravissimo".
Conosciamo la sua posizione sui vaccini. È contraria anche al vaccino anti-influenzale?
"Parliamo del vaccino antinfluenzale che secondo uno studio scientifico del Dipartimento della Difesa Usa aumenterebbe del 36% l'incidenza di co-infezione proprio da coronavirus, a causa di un fenomeno definito di interferenza virale da vaccino? Quel vaccino antinfluenzale che l'anno scorso è stato somministrato a tappeto proprio a Brescia e Bergamo, città capofila in Italia, nella stagione 2019/2020 nella somministrazione di vaccini antinfluenzale e Meningocco C? Le stesse città che poi si sono tramutate nelle zone rosse per decessi definiti da Covid? Sì, sono contraria. Non lo farò e sconsiglierò a chiunque me lo chieda di farlo".
E sulle dichiarazioni di Trump che ha detto che l'influenza uccide più del covid?
"Basta guardare i numeri. Ci sono diversi studi interessanti in merito. Per esempio quelli pubblicati sul sito Dipartimento di Matematica dell'Università di Perugia, dal professor Marco Mamone Capria, che analizza la relazione tra il covid-19 e l'influenza stagionale. Se ci fosse la volontà di indagare davvero cosa sta succedendo, gli studi a disposizione potrebbero già dirci tanto. Se fossimo in un Paese libero e democratico, queste informazioni verrebbero prese e analizzate dagli organi competenti, e, una volta verificata la correttezza, verrebbero utilizzate per un efficace piano per uscire da questo pantano creato ad arte da esperti di non si sa bene cosa e politici. Oltre all'influenza che ogni anno miete un gran numero di vittime, muoiono ogni giorno 500 persone di cancro e 600 di malattie cardiovascolari. A cui si aggiungono tutte le patologie legate direttamente e indirettamente a inquinamento, cibo avvelenato, vite alienate. La vera emergenza è che non solo abbiamo perso totalmente il contatto con la natura e con noi stessi, ma anche con la realtà".
Michela Tamburrino per “la Stampa” il 9 ottobre 2020. Enrico Montesano non ha alcuna intenzione di difendersi. Ma di chiarire sì, senza passi indietro per quelle che lui definisce interpretazioni capziose del suo pensiero.
Montesano, ma lei non crede proprio in niente?
«Al contrario. Io credo nel Coronavirus, credo che bisogna mantenere una giusta distanza dal nostro vicino perché alitare addosso alle persone è scorretto sotto tutti i punti di vista. Credo che le mascherine vadano portate nei luoghi chiusi, ma all'aperto non credo che ci proteggano dalle polveri sottili, dalle polveri d'amianto e dunque anche dal virus. Attraverso i tessuti passa tutto. Le mascherine sicure al 100% non ci farebbero neppure respirare. In compenso quelle correnti ci fanno respirare la nostra anidride carbonica. In aggiunta alle polveri dell'aria inquinata. Ma perché se vado da solo in riva al mare, o in un parco, mi devo mettere la mascherina? È inutile e dannosa per i miei polmoni».
Allora lei è un negazionista?
«Non diciamo assurdità. Io credo nell'Olocausto e nei milioni di morti che il nazismo ha prodotto e per rispetto a questi morti e a una tragedia enorme non userei mai un termine del genere. Sono solo critico rispetto ad affermazioni apocalittiche perché sono un uomo curioso che non si ferma alla prima osteria ma vuole saperne di più».
Ma lei non è un immunologo, come fa a giudicare?
«Io no ma sono medici il professor Tarro, i professori Citro, Montanari, il dottor Tirelli e ne cito solo alcuni».
Le loro opinioni sono state accolte in modo controverso e c'è stata anche una denuncia...
«Perché non rispettavano il pensiero corrente. Sarò libero di non fidarmi dei medici scelti dalla tv? Quelli che ho citato mi convincono di più. Ma qualcuno lo dovrà dire che il re è nudo. Oppure no? Il pensiero unico non mi è mai piaciuto Non bisogna ignorare le altre fonti di informazione. Io mi fido delle ricerche di questi scienziati. E dico con il professor Sabino Cassese che non bisogna dichiarare emergenza quando l'emergenza non c'è».
Lei ha fatto sapere che parteciperà alle manifestazioni critiche dei prossimi giorni e anche questo ha creato non poco sconcerto.
«Io non l'ho mai detto. Ho precisato che aderisco ma non partecipo È molto diverso. Condivido molti dei dieci punti della marcia per la liberazione e pure concordo con quanto dice Marco Rizzo per non cadere nella vecchia logica di destra e di sinistra contrapposte».
Se condivide perché non va?
«Perché a una manifestazione può intervenire chiunque e se non so chi potrò incontrare non partecipo, anche se aderisco».
Che cosa la spaventa?
«Non sono io ad essere spaventato ma da cittadino che si guarda intorno noto ciò che accade. Quello che mi fa pensare è che il clima sta diventando sempre più insopportabile e la gente è terrorizzata e per questo è diventata violenta. La paura è pericolosa, la paura ce l'hai nella testa come diceva Camus, intanto il danno economico determinato dal terrore è incalcolabile».
A Roma la "Marcia della Liberazione". Montesano: "Se non basta, ci vorrà un po' di disobbedienza civile". Pubblicato martedì, 06 ottobre 2020 da Valeria Forgnone su La Repubblica.it L'attore con un breve ma intenso passato politico è tra i sostenitori dell'iniziativa dei sovranisti in piazza San Giovanni sabato 10 ottobre. Che chiedono la "fine del neoliberismo" per "una profonda svolta, contro un governo schiavo dell'Unione europea e della grande finanza". Chiedono "la fine del neoliberismo, un modello economico e di pensiero che sfrutta molti per arricchire pochi". Vogliono "più Stato e meno mercato e che venga applicata la Costituzione del 1948". Per fare in modo che tutto questo possa compiersi "occorre una profonda svolta politica: via dunque il governo Conte e nuove elezioni subito". Su questi principi prende vita la 'Marcia per la liberazione', in programma sabato 10 ottobre in piazza San Giovanni a Roma alle 14, "per una profonda svolta, contro un governo schiavo dell'Unione europea e della grande finanza". L'obiettivo è una "manifestazione che vuole dare voce anzitutto alle categorie e alle classi sociali duramente colpite dalla crisi economica e dalle politiche liberiste del governo. Per chiedere che lo Stato faccia lo Stato, ovvero protegga e dia sicurezza alle classi subalterne". I sovranisti si rifanno ai loro dieci comandamenti, che vanno "dalla moneta sovrana in uno Stato sovrano", all'"aumento dei salari e un reddito minimo di 1.000 euro per disoccupati", dalla "difesa delle piccole aziende" fino al "controllo pubblico del sistema bancari" e una "sanità pubblica che tuteli la salute di tutti i cittadini, che garantisca la libertà di scelta terapeutica, unita ad una politica ambientale non di facciata, tesa alla sovranità ed alla sicurezza alimentare, che decreti intanto lo stop al 5G". "l'Italia è posta davanti al bivio: perire o risorgere imboccando la via della libertà e della rinascita. Chiediamo, quindi, una netta inversione di rotta con un nuovo governo che sia capace di portare il Paese non soltanto fuori dalla gabbia di questa Unione Europea che continua a propinare le medesime ricette fallimentari (Mes, Sure, Recovery Fund), ma che ritorni a porre lo Stato, e non i mercati, al centro delle scelte politiche, economiche, sociali e culturali di questo Paese", spiegano gli organizzatori. Così la risposta è organizzare un evento in piazza in cui parteciperanno i promotori, tra cui spuntano i nomi di intellettuali come Diego Fusaro, filosofo e fondatore del partito Vox Italia e Sara Cunial, ex 5S e ora deputata appartenente al Gruppo Misto, nota in passato per le sue ferme idee No Vax. Rosita Celentano è tra i sostenitori e in un video su YouTube spiega: "È un'opportunità per ascoltare persone davvero competenti e oneste che ci raccontano del Paese e di come possiamo riprendere in mano questa matassa cosi ingarbugliata di questi ultimi decenni. Nei momenti difficili si deve cogliere l'occasione di fare un balzo in avanti e ora bisogna farlo". E tra i sostenitori c'è anche Enrico Montesano, famoso attore romano con un breve ma intenso impegno in politica. Un passato negli anni Settanta nel Psi e poi nel Pds di Achielle Occhetto nel pieno degli anni Novanta. In quegli anni è stato il più votato della sua lista civica come consigliere comunale a Roma con la Quercia, con cui fu eletto europarlamentare. Da Roma a Strasburgo, la sua carriera politica finisce dopo pochissimi anni. Una breve parentesi nel Movimento Libertario, cede alla novità rappresentata dal M5s Ttanto da aprire la 'Notte dell'onestà' di Beppe Grillo in piazza del Popolo nel 2015. Si stacca poi anche dai pentastellati che inizia a criticare. Ora si schiera a favore della 'Marcia della Liberazione" ma ci tiene a specificare che "non sfilerà in piazza sabato a Roma" ma "ma sostengo l'iniziativa e condivido in pieno i dieci punti della Marcia per la liberazione, bisogna partecipare numerosi. Se non riuscissimo a ottenere qualcosa con queste belle manifestazioni vuol dire che pacificamente dovremmo iniziare a fare un po' di disobbedienza civile, pacifca senza molotov", scherza Montesano.
Non ha la mascherina sul volto Polizia porta via un "no mask" dalla manifestazione.
La "marcia della liberazione" a Roma ha portato in piazza il malcontento di qualche centinaia di cittadini contro le scelte "liberticide" del governo. Michele Di Lollo, Sabato 10/10/2020 su Il Giornale. Momenti di tensione in piazza San Giovanni a Roma per l’intervento delle forze dell’ordine che hanno portato via uno dei manifestanti "no mask" che non indossava il dispositivo di protezione. "Vergogna, vergogna" e "libertà" hanno urlato i manifestanti agli agenti che caricavano l’uomo senza mascherina su una camionetta. Un altro manifestante, dopo l’episodio, si è avvicinato appositamente agli agenti (sempre senza mascherina) chiedendo di essere arrestato. La persona fermata, secondo quanto si è appreso, si era rifiutato di fornire le proprie generalità. "Arrestateci tutti", "Vergogna", "Buffoni". Così urlano alcuni manifestanti dopo che il ragazzo è stato portato via dai poliziotti per essersi rifiutato di mostrare i documenti. Una folla di uomini e donne in piazza San Giovanni ha attaccato gli agenti schierati in servizio di ordine pubblico gridando contro "una dittatura ormai insostenibile". "Muovono l’esercito per controllare che indossiamo e non dovrei avere paura? Mussolini e Hitler con la scusa dell’emergenza ci hanno dominato", dice un uomo. Il manifestante, poco dopo, è stato rilasciato. "Sono venuto qui in piazza San Giovanni per manifestare il diritto di fare ciò che si vuole senza imposizioni. Sono stato fermato da un dirigente delle forze dell’ordine in giacca che non si è qualificato. Quando mi ha chiesto i documenti gli ho semplicemente risposto che avrebbe dovuto fare lo stesso con me. Per questo mi hanno portato via, nonostante avessi con me mia figlia di 12 anni. Sono stato costretto a lasciarla in piazza, fortunatamente non era sola. Mi hanno caricato su una camionetta prima e su una volante poi per portarmi al commissariato qui vicino, San Giovanni". Poi l’uomo ha aggiunto: "Mi hanno detto che la multa dovevano farmela perché c’erano le telecamere e non potevano evitare. Gli ho detto che stavo camminando e non riuscivo a respirare, ho fatto scrivere che stavo facendo attività motoria. La multa non la pago e metto l’avvocato". La manifestazione ha un’idea di fondo ben precisa: la minaccia del Covid è stata utilizzata dal governo per imporre una dittatura sanitaria. I partecipanti, in Piazza San Giovanni, sono stati qualche centinaia. Decine, però, le persone senza mascherina, che rivendicano orgogliosamente di non portarla. Ci sono stati attimi di tensione, come riporta il Corriere della Sera, tra i manifestanti e un giornalista di Fanpage (che viene strattonato da un membro dell’organizzazione) e tra manifestanti e polizia (come abbiamo scritto). La "marcia della liberazione", a San Giovanni, è accompagnata da idee chiare: lavoro, reddito, democrazia e sovranità, anche se si mescolano altre istanze (il no alle multinazionali, la moneta sovrana, lo stop al 5G). Tra gli aderenti ci sono l’ex pentastellata, Sara Cunial, l’ex giornalista Rai, Fulvio Grimaldi, e il filosofo Diego Fusaro. Uno degli organizzatori, Alessandro Gallo, ha spiegato: "Non è una manifestazione contro l’obbligo delle mascherine, ma siamo per la libertà di scelta terapeutica". Oltre a questa manifestazione ne sono previste altre due: una alla Bocca della Verità, organizzata dal movimento del generale Pappalardo. L’altra al Colosseo Quadrato, ideata da un gruppo di estrema destra. Gli organizzatori della manifestazione a Piazza San Giovanni ci tengono a precisare che non hanno nulla a che vedere con la protesta alla Bocca della Verità organizzata da neofascisti e negazionisti. "È falso che siamo negazionisti, dato che non neghiamo affatto l’esistenza del virus. Mentre ne denunciamo il suo utilizzo politico, a partire da quello stato d’emergenza che si vorrebbe prorogare all’infinito, anche per mettere in secondo piano l’emergenza sociale provocata dalle scelte del governo". Ieri, il capo della polizia Franco Gabrielli, ha firmato una direttiva in cui invita i questori a intraprendere interlocuzioni dirette con i promotori delle manifestazioni. Le manifestazioni, spiega la direttiva, saranno autorizzate purché rispettino la forma statica, il distanziamento sociale e la mascherina. Nel caso in cui i promotori rifiutassero il rispetto delle misure anti Covid, le manifestazioni non saranno autorizzate. E le forze dell’ordine dovranno intervenire per scioglierle.
A Roma il caso dei 200 vigili no-mask «Anche noi in piazza contro le regole». Gli agenti (che dovrebbero multare chi è senza protezioni) sabato al corteo negazionista. Milano, controlli e prime multe in strada. Patricia Tagliaferri, venerdì 09/10/2020 su Il Giornale. Anche loro hanno il compito di vigilare che tutti in strada rispettino l'obbligo di portare la mascherina e multare chi non lo fa. Ma non tutti i vigili urbani della capitale sono d'accordo con l'ultima stretta delle misure anti-Covid adottata dal governo. E il loro dissenso lo vogliono gridare ad alta voce. Per questo almeno duecento agenti della polizia municipale prenderanno parte al corteo dei «no mask» in programma sabato in piazza San Giovanni a Roma, al quale ha dato il suo appoggio anche l'attore Enrico Montesano. «Protestiamo contro regole incomprensibili», dicono. Mentre gli altri colleghi dovranno controllare che i partecipanti indossino la protezione sul viso. Un caso per lo meno imbarazzante quello raccontato dal Messaggero ed emerso dopo che il coordinamento romano del sindacato Ugl polizia locale di Roma capitale ha annunciato che parteciperà al corteo contro i protocolli sanitari. «Siamo stati i primi a marzo a mettere da parte il nostro stesso istinto di conservazione e sospendere ogni tipo di rivendicazione sindacale fino alla fine dello stato d'emergenza. Allora non si sapeva molto del Covid-19 e il virus ci veniva presentato potenzialmente pericoloso. Nonostante i timori abbiamo continuato a svolgere il nostro servizio, in città paralizzate dalla paura, anche in imbarazzante mancanza di idonei dispositivi di protezione, dissuadendo e reprimendo cittadini, già provati da profonda crisi economica e sociale, dall'inottemperanza al rispetto delle regole dei Dpcm», spiegano il coordinatore Romano Marco Milani ed il segretario provinciale Sergio Fabrizi. Ma adesso basta. Nonostante la divisa che indossano e il loro ruolo, che in questa fase gli attribuisce anche il compito di perseguire chi non indossa le protezioni, non vogliono rinunciare alle proprie libertà per decreto, come tutte le persone che sabato, come già accaduto in tanti altri Paesi, si ritroveranno in piazza a protestare. «Pur senza sottovalutare, né minimizzare la pericolosità di una forma influenzale particolarmente aggressiva - si legge in una nota del sindacato - riteniamo però come la stessa non possa, né debba essere gestita con continue reiterate quotidiane rinunce ai diritti di libertà, della persona e dei lavoratori o con l'introduzione di nuove regole difficilmente comprensibili a suon di pesanti sanzioni. L'emergenza non deve assumere il rischio di costituire alibi per l'incapacità di gestione del quotidiano e, pur senza voler abdicare ai doveri di chi veste un'uniforme, intendiamo manifestare in modo pacifico il nostro dissenso». Sulla stessa linea vari movimenti negazionisti che ieri hanno chiesto udienza al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A Roma, dove l'obbligo di mascherina anche all'aperto c'era già, i controlli erano stati rafforzati. Ora anche a Milano arriva la stretta, come deciso dal Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica. Particolare attenzione sarà dedicata ai luoghi di aggregazione, dove sarà fatta rispettare la regola della mascherina e impediti gli assembramenti. Per ora il Comune non intende adottare nuove restrizioni per i locali, ha detto il sindaco Giuseppe Sala, ma la movida sarà osservata speciale e le varie forze di polizia faranno i controlli dividendosi le zone della città. Già ieri sono arrivate le prime multe in corso Como, anche a chi fumava con la mascherina abbassata.
Tra i No Mask e il lockdown totale all'Italia serve una sana via di mezzo. Lorenzo Castellani su Panorama il 12/10/2020. Fin troppa attenzione è stata data negli ultimi giorni al fenomeno dei «No mask», qualche migliaia di estremisti imbevuti di complottismo e paranoie che un paese democratico è costretto a tollerare senza legittimare. Ciò non può significare però uno schiacciamento del dibattito sull'estremismo opposto, quello di chi vorrebbe chiudere di nuovo tutto alla risalita dei contagi. Mentre la prima frangia è fortunatamente relegata al lato oscuro del Web e a qualche piccola manifestazione, la seconda è molto più influente e radicata nelle istituzioni. Tre docenti di Harvard, Oxford e Stanford sostengono che grazie alla conoscenze accumulate sul trattamento del Covid-19, con le misure igieniche e preventive oramai conosciute da tutti e proteggendo le categorie più deboli (anziani e malati di altre patologie) sia perfettamente sostenibile il ritorno ad una vita normale. Ora tocca alla politica governare in nome del buon senso e non della paura. Fin troppa attenzione è stata data negli ultimi giorni al fenomeno dei «No mask», qualche migliaia di estremisti imbevuti di complottismo e paranoie che un paese democratico è costretto a tollerare senza legittimare. Ciò non può significare però uno schiacciamento del dibattito sull'estremismo opposto, quello di chi vorrebbe chiudere di nuovo tutto alla risalita dei contagi. Mentre la prima frangia è fortunatamente relegata al lato oscuro del Web e a qualche piccola manifestazione, la seconda è molto più influente e radicata nelle istituzioni. Paventare chiusure con una situazione relativamente tranquilla negli ospedali come fatto dal governo o da alcuni governatori (De Luca in Campania) alimenta l'allarmismo, la diffidenza e le difficoltà economiche. Oggi le terapie intensive, per altro quasi raddoppiate nel numero dei posti negli ultimi mesi, contano poco più di trecento persone contro le oltre 4.000 di marzo scorso. Lo stesso vale per i decessi, poche decine contro quasi mille al giorno. Senza contare che oggi sia le strutture ospedaliere che gran parte della popolazione sono molto più consapevoli di fronte alla pandemia e che ci sono mascherine, gel, distanze e tracciamento. Ciò non significa naturalmente che si sia tornati alla perfetta normalità o che non si debbano osservare le norme sanitarie di base, ma che forse è possibile evitare i toni allarmistici e le minacce paternaliste sentiti nelle ultime settimane da parte delle istituzioni. Un atteggiamento che continua ad incidere la carne viva di quei settori produttivi che maggiormente hanno pagato la pandemia, costretti ad affrontare una vera e propria crisi di panico dei propri clienti indotta dalle dichiarazioni dei governanti. Di fatti, chi è disposto ad entrare in un ristorante o in un negozio in questo clima di terrore? Chi trova la forza di consumare e spendere quando le massime autorità politiche baluginano la possibilità di imminenti lockdown selettivi e chiusure serali? I commercianti, i ristoratori, gli albergatori si trovano a fronteggiare l'ennesima situazione difficile dopo mesi di chiusura. Il rischio è che molti non riescano a superare una situazione di perenne emergenza sanitaria, di incertezza sul se, come e quando poter lavorare. Così si affacciano nuovi problemi, ancora più gravi. Secondo Confcommercio, ad esempio, sono circa 40.000 le imprese seriamente minacciate dal fenomeno dell'usura che risulta in crescita e che è ancora più grave, in particolare, nel Mezzogiorno e nel comparto turistico. Da aprile a oggi le imprese del commercio al dettaglio, dell'abbigliamento, della ristorazione e quelle del comparto turistico (strutture ricettive e balneari) hanno dovuto affrontare una serie di problematiche che hanno complicato ulteriormente la gestione della loro attività. Tra queste, le principali sono state la riduzione del volume d'affari (37,5%), la mancanza di liquidità e le difficoltà di accesso al credito (36,9%), la gestione delle procedure per adeguarsi alle norme sanitarie (13,5%) e le problematiche connesse agli adempimenti burocratici (12,1%). Sul tema del credito, nonostante l'intervento del Fondo di garanzia per le pmi abbia garantito dal 17 marzo al 5 ottobre circa 924.000 operazioni fino a 30.000 euro per un finanziamento complessivo di oltre 18 miliardi di euro, è ancora elevata la quota di imprese (quasi 290.000 nel 2020) che non hanno ottenuto il credito richiesto risultando, pertanto, potenzialmente esposte al rischio usura. Insomma, la situazione del commercio resta grave e può volgere al peggio in assenza di una politica responsabile sia verso la salute che nei confronti dell'economia. Una ragionevole via di mezzo è possibile tra la noncuranza assoluta ed il terrorismo sanitario. E' il caso di un appello proposto qualche giorno fa da tre professori di medicina di Harvard, Oxford e Stanford chiamato «The Great Barrington Declaration», apparso sul Wall Street Journal e firmato da oltre 7.000 scienziati e 16.000 medici. I tre docenti sostengono che grazie alla conoscenze accumulate sul trattamento del Covid-19, con le misure igieniche e preventive oramai conosciute da tutti e proteggendo le categorie più deboli (anziani e malati di altre patologie) sia perfettamente sostenibile il ritorno ad una vita normale con le scuole, le università, i ristoranti, le strutture sportive, i teatri, i negozi aperti. E senza tornare al lockdown nel caso di una crescita moderata di contagi, specie nel caso in cui la pressione sia gestibile dal sistema sanitario. Piombare in un dibattito schizofrenico ed irrazionale è quanto di peggio possa accadere alla società italiana. Ma evitare che ciò accada è responsabilità primaria del governo e delle istituzioni. Un approccio prudente e allo stesso tempo razionale rispetto alla pandemia è possibile. Può evitare fallimenti, disoccupazione, crescita dell'illegalità, depressione. Ora è compito della politica dimostrare che si può governare in nome del buon senso e non soltanto della paura. Così da allontanare anche i sospetti di chi, in qualche frangente di quest'anno, ha notato una eccessiva inclinazione alla ricerca del perenne stato d'emergenza da parte del governo.
Dalla rassegna stampa di ''Epr Comunicazione'' il 29 settembre 2020. Già di fronte al movimento "anti-maschera", scrive Le Monde, l'azione dei governi per combattere la pandemia diviene sempre meno popolare tra l'opinione pubblica. La recente «fronda» marsigliese in Francia nei confronti delle nuove misure di restrizione legate alla pandemia di Covid-19 non fa eccezione. Mentre la persistente paura della pandemia, che finora ha causato più di un milione di morti in tutto il mondo, contribuisce globalmente al rispetto delle misure volte a frenare la sua diffusione, in tutta Europa sono apparsi movimenti anti-maschera e manifestazioni di esasperazione contro le azioni dei governi, a volte giudicati liberticidi, a volte incoerenti. In Germania esiste ancora un ampio sostegno alle misure adottate dalle autorità per combattere il virus. A metà settembre, il barometro mensile dell'emittente pubblica ZDF ha mostrato un tasso di approvazione del 69%, nove punti in più rispetto a metà agosto. Ma la virulenza del movimento "anti-maschera" sta costringendo il governo della Merkel a restare in guardia. L'attacco contro il Reichstag da parte di circa 100 membri di questo movimento, che comprende neonazisti, no-vax e altri seguaci delle teorie cospirative, il 29 agosto, ha stupito. E mentre, secondo il barometro della ZDF, solo il 14 per cento degli intervistati ha approvato le manifestazioni, le antimaschere sono ancora organizzate sui social network. Prima di imporre nuove restrizioni, la signora Merkel sa che dovrà affrontare anche l'opposizione di alcuni Länder, in particolare in Sassonia e Sassonia-Anhalt. In queste due regioni della Germania orientale, dove il numero di infezioni è particolarmente basso, i ministri-presidenti hanno dichiarato domenica 27 settembre di essere contrari a un inasprimento delle misure in vigore.
"Collettivi dei cittadini olandesi". Nei Paesi Bassi, gli anti-maschere hanno tentato di imitare l'esempio tedesco. A volte violente, come all'Aia, le manifestazioni hanno portato a scontri con la polizia. Le immagini trasmesse sui social network hanno anche rivelato una conversazione riguardo all' assassinio del primo ministro Mark Rutte. Il movimento sta comunque lottando per strutturarsi: la destra radicale ha moltiplicato le critiche alla gestione della pandemia, ma non ha voluto farsi coinvolgere in queste mobilitazioni, lasciando che i "collettivi cittadini" organizzassero una protesta che rimane piuttosto limitata. Il governo, dal canto suo, oscilla tra il desiderio di arginare una potenziale seconda ondata e il rifiuto di un nuovo confinamento, mentre le curve hanno raggiunto, nei giorni scorsi, livelli pari a quelli di metà maggio. In Italia, con un sistema sanitario decentrato, sono i presidenti di regione ad essere responsabili delle eventuali misure da adottare. Il neo-eletto governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha ripristinato l'obbligo di indossare le maschere all'aperto, seguito dal suo omologo siciliano Nello Musumeci, che domenica, a partire dal 30 settembre, ha firmato un decreto analogo. Oltre a questi provvedimenti regionali, sono stati emanati molti decreti locali, come nel centro di Genova. Ma queste restrizioni, che sembrano basate tanto su criteri sanitari quanto su logiche locali, sono generalmente ben accettate dalle popolazioni traumatizzate dalle devastazioni causate nei mesi di marzo e aprile dall'epidemia in Lombardia. Pagano anche alle elezioni. Il leader politico della Lega, Matteo Salvini (di estrema destra), che quest'estate ha cercato di attirare le "anti-maschere" da lui con le provocazioni, sembra oggi pagare per il suo errore tattico con un netto calo dei sondaggi.
La ribellione serpeggia tra i conservatori britannici. Nel Regno Unito, la buona volontà degli inglesi sta cominciando a diminuire. Le restrizioni seriali decise nei giorni scorsi da Downing Street (coprifuoco alle 22 per bar, pub e ristoranti, isolamento di migliaia di studenti nei loro campus, divieto di visite tra famiglie...) hanno dato nuovo impulso alle manifestazioni anti-maschere. Le manifestazioni rimangono confinate a Londra, ma ora riuniscono migliaia di manifestanti ogni sabato a Trafalgar Square. I molteplici risvolti del governo di Boris Johnson di quest'estate e il fiasco del sistema di test spiegano in gran parte questa perdita di fiducia nella capacità delle autorità di controllare l'epidemia. Anche il disastroso "episodio di Cummings", che prende il nome dal consigliere speciale di Boris Johnson, Dominic Cummings, che si è rifiutato di dimettersi dopo aver infranto le regole della quarantena, ha lasciato il segno. E la ribellione cresce rapidamente nel campo dei conservatori. Il 27 settembre il deputato Graham Brady, capo del principale club di rappresentanti Tory eletti a Westminster, è riuscito a riunire 46 colleghi a favore di un emendamento che dà al Parlamento il diritto di porre il veto a qualsiasi nuova misura restrittiva decisa da Downing Street. Se l'emendamento è ben accolto dal Presidente della Camera dei Comuni e se i laburisti, i liberaldemocratici e i combattenti per l'indipendenza scozzese si uniscono in parte a loro, Johnson potrebbe subire la prima grande battuta d'arresto politica dopo la sua clamorosa vittoria alle elezioni generali del dicembre 2019. Anche in Spagna, le ultime misure adottate dalla regione di Madrid stanno andando molto male. Nei quartieri popolari del sud della capitale, dove il tasso di incidenza è più alto, la gente può andare al lavoro, a scuola, dal medico o per motivi di forza maggiore. In risposta a questa decisione, la Federazione Regionale delle Associazioni di Quartiere di Madrid (FRAVM) ha convocato circa 50 raduni il 24 settembre, e centinaia di persone hanno risposto all'appello di denunciare il "confinamento selettivo", "segregazionista, ingiusto e inefficace". E da allora le manifestazioni si svolgono ogni giorno.
«Giù le maschere». Le nuove misure sono tanto più respinte in quanto alcuni distretti della capitale, con un tasso di contagio identico, non sono stati colpiti. L'apparente incoerenza del provvedimento - chiudere parchi e giardini, ma aprire sale da gioco e scommesse, bar e ristoranti fino alle 22 - ha anche alimentato la rabbia dei residenti, che accusano la regione di chiudere solo i quartieri che non hanno diritto di voto. Tuttavia, la protesta più eclatante è venuta dalla stessa regione di Madrid, dove la presidente, Isabel Ayuso, del Partito Popolare (PP, a destra), si rifiuta di attuare le raccomandazioni del governo per non danneggiare l'economia locale in ginocchio, dice. "Stanno arrivando settimane difficili. Questa non è una battaglia ideologica, ma epidemiologica", ha reagito il ministro della Salute socialista. In Romania, il recupero politico dell'argomento è ancora più esplicito. I socialdemocratici criticano sistematicamente le misure adottate dal governo del Partito liberale nazionale (PNL) e sostengono le teorie cospirative che abbondano. Il 19 settembre, a Bucarest e in altre città del paese, si sono svolte diverse manifestazioni contro l'uso delle maschere, dove sono risuonati gli slogan "Abbasso le maschere", "Libertà", "La scuola su Internet non è una scuola" e "La maschera uccide". È per paura di una crescente esasperazione popolare che alcuni paesi, nonostante le cifre allarmanti, abbandonano l'idea di imporre nuove restrizioni? Il Belgio ha sorpreso nei giorni scorsi annunciando un allentamento, il 1° ottobre, delle misure in vigore: fine della maschera obbligatoria nello spazio pubblico, contatti sociali prolungati, un periodo di isolamento di sette giorni invece di quattordici...
La tentazione di imitare il modello svedese. In Polonia, dopo che il Ministero della Salute ha pubblicato il 25 settembre il suo peggior record quotidiano dall'inizio della pandemia in primavera, anche il livello delle restrizioni rimane molto più basso rispetto a prima dell'estate, e il rispetto da parte della popolazione molto incerto. "Il nostro primo ministro e il nostro ministro della Salute sono entrambi economisti, mi sembra che mettano l'economia al primo posto", dice il direttore della cattedra di malattie infettive della Facoltà di Medicina di Zielona Gora. Ovunque sembra esserci la tentazione di imitare il modello svedese, un paese dove non è mai stato imposto alcun contenimento e le scuole non hanno chiuso. Tuttavia, il paese non sfugge alla stanchezza dei suoi abitanti. Tanto più che, di fronte all'aumento del numero di casi, il governo ha suggerito che potrebbe imporre restrizioni specifiche per un periodo di tempo limitato. Secondo un sondaggio d'opinione condotto da Ipsos e pubblicato all'inizio di settembre, la fiducia svedese nella capacità del governo di gestire la pandemia è scesa dal 50% di opinioni positive in maggio al 36% in agosto.
Mirella Serri per “la Stampa” il 28 settembre 2020. Chissà se Beppe Grillo ha mai letto le annotazioni del professor Ruata. Il medico No vax sosteneva che la «vaccinazione antivaiolosa non dà il minimo vantaggio, mentre produce danni assai maggiori . Moltissimi sono i casi di bambini sani che dopo la vaccinazione diventano macilenti, sparuti e che deperiscono fino alla morte». Parole stranamente simili le ha pronunciate anche il noto comico, guru e fondatore del Movimento 5 Stelle, nello spettacolo Apocalisse morbida con cui ha innescato in Italia una virulenta campagna contro i vaccini e i loro effetti sul sistema immunitario: «Prendi un bambino sano e inoculagli un virus per abituarlo e si abbassano le difese immunitarie siamo tutti raffreddati, tosse, bronchiti». A separare il professor Ruata e Grillo c'è un secolo di battaglie condotte dagli antivaccinisti italiani: il primo No vax scriveva nel 1898 e il secondo nel 1998 ma le motivazioni per dar contro alle terapie immunologiche sono sempre le stesse. Già, proprio così: in Europa e nel mondo occidentale, a partire dalla scoperta del primo vaccino di massa, del ritrovato per ostacolare la diffusione del vaiolo, consistenti correnti della pubblica opinione si sono scagliate lancia in resta contro queste nuove frontiere della medicina. Adesso, a raccontarci la lunga guerra politico-culturale, dove non mancano i colpi bassi e le fake news, tra i sostenitori dei benefìci e i detrattori dei vaccini, è la bella carrellata di Eugenia Tognotti, docente di Storia della medicina e della sanità, in Vaccinare i bambini tra obbligo e persuasione: tre secoli di controversie. Il caso dell'Italia (prefazione di Walter Ricciardi, Franco Angeli editore, pp. 251, 28). Il primo a fare le spese delle proprie rivoluzionarie scoperte per fermare il flagello del vaiolo fu l'inglese Edward Jenner, un medico di campagna che con il suo metodo sperimentale aprì la strada agli studi immunologici. Ma questa svolta del 1796, che bloccava l'escalation di pustole e miasmi, fu subito bersagliata. In prima linea in Inghilterra c'erano i medici che praticavano altri inefficaci sistemi di cura e videro diminuire le loro entrate. L'Italia fu invece all'avanguardia nell'adottare il metodo Jenner. Il primo Stato al mondo a imporre la vaccinazione obbligatoria fu quello lucchese, la repubblica democratica nata nel 1801 sotto la tutela della Francia. Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, scrisse un'orazione dal singolare titolo In lode del Vajolo contro i fedifraghi che volevano arrestare il salvataggio delle vite umane. Il dottor Luigi Sacco, primario dell'Ospedale Maggiore di Milano, in quanto direttore generale della vaccinazione nella Repubblica Cisalpina diffuse l'innesto del vaccino in tutto il territorio. Da Piombino al Regno di Napoli furono mobilitate parrocchie e sacerdoti per vincere le resistenze. Con la diffusione delle terapie aumentarono però i gruppi ostili alla «vaccinica inoculazione» e non ebbero ritegno «di farsi maestri di falsissime dottrine». Dottori italiani e francesi e ciarlatani vari affermavano che la vaccinazione favoriva la diffusione di scarlattina, febbre tifoide, scrofola, tisi, sifilide, cancro e difterite. Questi appelli trovavano un supporto anche in chi si opponeva alla «costrizione del vaccino» da un punto di vista etico: sacerdotessa della medicina alternativa fu Annie Riley Hale che nel 1935 nel libro di gran successo The Medical Voodoo, propagandò omeopatia e naturopatia come efficaci contro le pandemie e come simboli di libertà e di democrazia. In Italia, negli anni Venti del secolo passato, gli antivaccinisti furono messi a tacere con metodi dittatoriali da Mussolini. Il regime aveva posto la protezione dell'infanzia al centro delle politiche sociali e sanitarie ed era determinato a sconfiggere la difterite che mieteva circa tremila vittime all'anno. Purtroppo un tragico incidente, la cosiddetta «strage di Gruaro», portò acqua al mulino degli antivaccinisti. Nel 1933 morirono nel paesino in provincia di Venezia ben 28 bambini dopo che fu loro somministrata l'antidifterica (vi fu un errore del laboratorio di Napoli che l'aveva prodotta). Fu una delle tante «fallenze», così nell'800 chiamavano i danni collaterali dei vaccini. In America nel 1955, proprio mentre si pubblicizzava la vaccinazione contro la poliomielite o paralisi infantile, ne morirono dieci bambini e altri si ammalarono. Il geometra veronese Giorgio Tremante divenne un'icona della lotta degli antagonisti poiché, per via dell'antipolio, perse i suoi due ragazzi e il terzo divenne paraplegico (il vaccino Sabin aveva un forte margine di sicurezza ma poteva anche causare, in una ridottissima percentuale, eventi avversi come una vera poliomielite. Quella terapia fu uno scudo protettivo per milioni di bambini: nel decennio 1969-1978 si verificarono una ventina di casi all'anno che si azzerarono nel 1980). Al termine del secolo scorso il tam-tam dei social media ha dato voce potente e sostenuto la nascita di associazioni come Free vax, Libera scelta, Genitori lds (liberi di scegliere) e No obbligo. Gli antivaccinisti sul web hanno sfruttato la scarsa alfabetizzazione scientifica, le credenze pseudoscientifiche sui vaccini, la profonda diffidenza degli italiani verso le élite politiche e mediche e le teorie cospirative sullo strapotere delle case farmaceutiche. Ripercorrere le varie fasi della contrastata affermazione dei vaccini, afferma Eugenia Tognotti, può insegnare però molto anche ai medici vaccinatori. Spesso hanno ignorato con supponenza la richiesta di attenzioni e di spiegazioni da parte della gente comune. Insomma, un incremento della comprensione e l'attesa generalizzata del vaccino contro l'attuale pandemia possono por fine alla lunga guerra dei No vax. Con buona pace di Beppe Grillo.
Da liberoquotidiano.it il 15 settembre 2020. “L’Italia è un paese di rancorosi, invidiosi, cattivi. Non voglio neanche ricordare cosa hanno detto certi giornali: ero già morto, con immenso piacere di qualche sfigato”. Flavio Briatore torna all’attacco dalla sua casa di Montecarlo dopo essere guarito completamente dal coronavirus. L’imprenditore del Billionare parte da una premessa, quella di voler raccontare semplicemente la sua esperienza senza minimizzare la malattia. “Lo scorso anno sono stato molto male - ha ricordato - ho avuto una polmonite e sono stato ricoverato anche in quel caso al San Raffaele. Vi garantisco che sono stato malissimo. Quello che ho vissuto in questi 24 giorni non è paragonabile: non voglio banalizzare ma la mia esperienza è stata questa”. Dopo qualche giorno in ospedale, Briatore è stato ospitato da Daniela Santanché a Milano fino a quando non si è negativizzato: “Ho capito che il Covid può essere sconfitto e non bisogna alimentare fobie e isteria collettiva che porterebbe ad una distruzione sociale. Sono stato male due giorni, per il resto molto meno di una polmonite”. Dopo l’attacco ai “rancorosi, invidiosi, cattivi” che lo volevano morto, Briatore ha anche espresso il suo parere sui bollettini: “Credo che andrebbero fatti una volta a settimana, non dovrebbero essere giornalieri. Anche quando sono positivi, li girano in negativo. Dobbiamo affrontare il coronavirus con serenità e fermezza, ma dobbiamo ricominciare a produrre altrimenti non ne usciamo”.
Candida Morvillo per corriere.it il 17 settembre 2020.
Flavio Briatore, come sta dopo tre settimane di Covid-19 e due tamponi negativi?
«Bene, ho appena fatto quasi cinque chilometri di camminata. Sono a Monaco, ho ripreso il lavoro normale di prima».
Che sintomi ha avuto?
«L’anno scorso, con la polmonite, ero stato molto peggio di adesso. Ora, a parte la prostatite per cui ero entrato in ospedale, ho avuto solo due giorni di febbre a 38. Ma so che non va a tutti così».
Come è stata la quarantena a casa di Daniela Santanchè?
«Il problema è stato far passare le ore da solo. Leggevo i giornali, telefonavo, guardavo la tv. Sono state brutte la solitudine e l’impossibilità di vedere mio figlio».
Di cosa ha avuto paura scoprendo che era positivo?
«Non è che avessi paura dato che non mi sentivo così male, ma il contagio mi ha sorpreso: avevo lasciato la Sardegna il 18, fatto un test — negativo — il 19, e il tampone era giusto di prassi per il ricovero. Però io, nella vita, ho passato molto tempo fra operazioni e ospedali e credo al destino: il momento arriva oppure no. Mi sono detto che ero al San Raffaele di Milano, un centro di eccellenza, con medici e infermieri fantastici che ti danno la sensazione di sapere cosa fanno. Mi sono messo tranquillo e quello che mi davano prendevo».
È stato annoverato fra i negazionisti del virus. Ha cambiato idea?
«Ho solo dato ragione al dottor Alberto Zangrillo quando diceva che il virus era clinicamente inesistente, non che non esistesse più in assoluto. Avevo detto che oggi i medici conoscono e trattano meglio il Covid. Poi, l’ho preso e ne ho avuto conferma. Non ho mai detto di non stare attenti, ma solo che non si può fermare il Paese».
Pensa ancora che i virologi hanno terrorizzato l’Italia?
«Su un tema delicato come la salute, avremmo bisogno di esperti che dicano la stessa cosa, non che è vero il giallo, il blu, il verde…».
Come stanno i dipendenti del Billionaire?
«Tutti bene, l’80 per cento era asintomatico e il ragazzo con un problema polmonare più grave sta uscendo dalla terapia intensiva. I positivi, comunque, erano trenta, non 100 o 120 come ho letto. Nel leggere cifre a caso, continuavo a chiedere ai miei manager: quanti sono? E loro: trenta».
Poteva fare un comunicato.
«Sarebbe stato inutile: il caso Sardegna è stato un attacco mediatico orchestrato politicamente e il Billionarie è stato strumentalizzato perché conosciuto in tutto il mondo. Il messaggio era che qui tutti avevano il virus e in Emilia zero: solo le discoteche di destra avevano il Coronavirus, quelle di sinistra no».
Dicendo «attacco politico e mediatico» usa le parole del governatore Christian Solinas.
«Certo: è stato un attacco a un governatore di destra, usando la Costa Smeralda dove vanno i ricchi e usando Briatore. Invece, Solinas aveva un’isola Covid free, ha chiesto il test di negatività per chi entrava e non gliel’hanno concesso».
Per il ministro Francesco Boccia, «le regole hanno funzionato ovunque tranne che in Sardegna».
«L’isola ha avuto dieci milioni di turisti e 1.300 positivi e mediaticamente è apparsa come il focolaio dei focolai, ma il virus è arrivato quando sono sbarcati i ragazzi da Ibiza e dalla Grecia senza controlli».
Col senno di poi, lei cos’ha sbagliato coi dipendenti?
«Noi ne abbiamo mille nel mondo. Io che colpa ho e loro che colpa hanno se lavoriamo? Devo licenziare mille persone? A Montecarlo, a Londra, siamo stati sempre aperti. Mi devo scusare perché dò lavoro? Mi sembra una follia».
Allora, che cosa non ha funzionato nelle discoteche? Lei aveva programmato solo cena e spettacolo. Poi, è arrivato il via libera della Regione al ballo. Sarebbe stato meglio non ballare?
«Io non discuto la norma. I nostri manager hanno concordato la capienza con le autorità e i contagi ci sono stati in tutte le discoteche, in Sardegna, in Emilia, Toscana, Puglia…».
Insomma, il governo neanche doveva fermare le danze, il 17 agosto?
«Dico questo: se le discoteche non aprivano, dove andavano i ragazzi? Si sarebbero sfogati in spiaggia e nelle case con la distanza di un centimetro e mezzo».
Sul Corriere, Antonio Polito ha raccontato un Italia divisa fra negazionisti di destra e prudenti di sinistra, fra chi vuole produrre e chi vuole proteggere. È così?
«Ci siamo dimenticati dei problemi reali. Bisogna usare mascherine eccetera, ma dobbiamo far ripartire l’economia. I bollettini andrebbero dati una volta a settimana, darli ogni giorno spaventa e distrae da disoccupazione, povertà, ritardi nell’erogazione dei sussidi e incapacità del governo. La gente aspetta ancora la cassa integrazione di aprile e maggio, io invece ho avuto il Covid e sono in ufficio a lavorare. In Francia, hanno ridotto la quarantena a sette giorni e qui a Monaco vedo che sta funzionando. In Italia, la discussione se ridurla da 14 a 10 giorni mi sembra una buona idea».
Quest’estate, lei ha detto che proporrà una petizione per chiedere i danni al governo che sta distruggendo il Paese e che, se non arrivano contributi a fondo perduto, migliaia di manifestanti andranno sotto Palazzo Chigi. Si candida a capopopolo?
«Abbiamo il Pil in picchiata e, se non riprendiamo a produrre, se non c’è una visione politica a vent’anni, se non si investe su ricerca e sviluppo ma solo sull’assistenzialismo, qualcosa dovremo fare. La mia faccia l’ho sempre messa, non lancio il sasso e tiro via la mano. Poi, devo vedere i termini, visto l’odio scatenato dal mio ricovero. Hanno parlato pure di “giustizia divina”».
L’ha fatto l’assessore bolognese del Pd Claudio Mazzanti.
«Ai poveracci non bisogna neanche rispondere, io non auguro una malattia al mio peggior nemico. Infierire su uno in difficoltà è di sinistra? Vedo invidia, rancore e persone che non andranno lontane a governare».
Il governatore campano Vincenzo De Luca ha detto che lei ha la prostatite nei polmoni.
«Lui la prostatite ce l’ha più alta che nei polmoni: 50 centimetri più su».
Che previsioni fa per le sue imprese?
«Nel food e beverage cambierà molto, come sono cambiati i viaggi dopo le Torri Gemelle. Sto studiando la tendenza per i prossimi dieci anni, le offerte da fare in Europa, a Riyadh, Abu Dhabi, Miami, New York… Il dinner show sarà il futuro molto più delle discoteche al chiuso. Ci saranno terrazze e si ballerà solo all’aperto».
Ha sentito Silvio Berlusconi?
«Non ancora. Gli auguro ogni bene».
Le risulta siano stati rintracciati i clienti del Billionaire che avevano lasciato recapiti falsi?
«Ci sono indagini, controllano, ma noi siamo sempre “tutto prenotato” e tutti i pomeriggi ricontattiamo i clienti per conferma e li abbiamo sempre trovati».
Alla fine, come molti suggeriscono, pensa di dover chiedere scusa?
«A chi? Perché? Perché dò lavoro? Dovrebbe essere il governo a chiedere scusa a noi imprenditori».
Si è pentito della partitella con Siniša Mihajlovic?
«Se guarda bene la foto, vede che sono l’unico senza scarpe da calcio. Avevo solo accompagnato mio figlio, invece mi hanno dato una maglia, sono sceso in campo per un minuto e mi hanno fatto fare un gol».
L ’hanno fatta segnare apposta?
«Ho tirato, il portiere ha finto di non parare e sono uscito. Mihajlovic dice che, se vado a Bologna, mi prende titolare. Con un gol al minuto, in mezz’ora, ne segno trenta».
Da “Radio Cusano Campus” il 7 settembre 2020. Lo psichiatra Paolo Crepet è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus. Sulla manifestazione no mask a Roma. “E’ il prolungamento di cose che avevamo già visto –ha affermato Crepet-. Qualche anno fa abbiamo visto i no vax, che sono i padri di quest’altro movimento, persone totalmente illetterate che non hanno alcuna base scientifica e odiano la scienza. Sono gli stessi che abbiamo visto in passato, fanatici, assertori di strani medici per la cura del cancro, che poi sono stati anche perseguiti dalla legge. Persone senza scrupoli, i cui adepti sono persone molto fragili, all’interno di un’idea che però è difesa anche da persone insospettabili, l’idea che la libertà sia fare ciò che ognuno vuole. Questa non è la libertà. Io sono a tal punto per la libertà che farei una legge per obbligare le persone che non vogliono vaccinarsi e tutelarsi contro questo virus, a firmare un protocollo per cui quando poi si ammalano pagano tutte le spese. Il paradosso è che i no mask quando si prendono il virus vanno all’ospedale pubblico, pagato da contribuenti. Poi vorrei capire il nesso tra il 5g e il Covid. Il complotto è tipico del paranoico, che è un complottista per definizione clinica. Mi dispiace per il loro squilibrio mentale, ma soffrono. Il 5g esiste in alcune città, è sperimentato da molto tempo, è un avanzamento, vogliamo tornare ai telefonini di 20 anni fa? La nostra cultura è umanistica e non scientifica, per cui tutto quello che viene dalla scienza viene visto da una certa cultura come pericoloso. Basterebbe rileggersi il Galileo di Brecht per capire cosa sta succedendo oggi. Ce la siamo presa con un uomo che voleva portarci avanti, perché c’è una parte del nostro cervello che è medievale, che pensa che in un contesto di miseria come il passato si fosse più liberi. C’è qualcuno che forse vorrebbe curarsi con le ragnatele prese in cantina. Dietro a questi movimenti ci sono politici che soffiano, perché questi movimenti portano voti. Da parte di qualcuno ci vorrebbero parole chiare. Vogliamo sapere cosa pensano tutti i partiti di queste cose. Io sono per la vaccinazione obbligatoria, sia per le vecchie malattie sia per quella futura contro il covid. Adesso stiamo facendo una grande corsa per il vaccino, speriamo che questa fretta non crei problemi, speriamo che i controlli siano reali ed efficaci e che non ci sia una pressione politica sugli enti di controllo. non vorrei che siccome dobbiamo votare Trump, debba spuntare fuori dal cappello il vaccino. Dio non voglia che poi troviamo un signore nel Texas che fatto il vaccino ed ha effetti collaterali, lì esploderebbe esattamente quello di cui abbiamo parlato prima. Adesso si aprono le scuole. A scuola può esserci un bambino immunodepresso, chi garantisce a quel bambino il diritto allo studio? Lo Stato, il Ministro dell’Istruzione e della Sanità”.
Massimiliano Panarari per ''la Stampa'' il 6 settembre 2020. Un sabato italiano di contrasti stridenti. Ieri due «piazze» hanno offerto altrettante immagini - tra loro incommensurabili - dell' Italia. La prima, per la verità, itinerante: la rancorosa marcetta su Roma dei negazionisti del Covid, tenutasi tra il Circo Massimo e la Bocca della verità. Specchio di un Paese che, una volta di più, non riesce a essere normale come gli altri d' Occidente. In Germania e in Australia, infatti - giusto per fare un paio di esempi - le forze dell' ordine hanno pacificamente fatto sciogliere manifestazioni analoghe perché trasgredivano le misure sanitarie, mentre qui è andato in scena un assurdo (e allucinato) assembramento in barba a qualsiasi divieto. La seconda piazza la possiamo invece etichettare come illuminista (e piena di buon senso): quella compostamente seduta a Dogliani, in Piemonte, delizioso luogo di patrie memorie, prediletto da Luigi Einaudi. Dove è in corso il Festival della tv e dei nuovi media, dal cui palco Amadeus ha lanciato un «proclama rivoluzionario». Annunciare che il Festival della canzone italiana potrebbe non svolgersi rappresenta, come evidente, qualcosa di davvero sconvolgente per le consuetudini nazionali. Il mattatore, insieme a Fiorello, della super-edizione 2020 ha dichiarato di sperare in un Sanremo primo grande evento dell' era post-Covid, ma, se così non fosse - ha continuato - non esistono alternative alla sua sospensione. Una specie di bomba atomica, in grado di turbare la (già di suo delicata) quiete degli odierni sabati del villaggio; e qualcosa di equivalente a un allarme rosso, anzi rossissimo. Perché «Sanremo è Sanremo», la Fort Knox delle nostre abitudini più inscalfibili e consolidate, e la sua trasfigurazione in una Fortezza Bastiani che attende in maniera ansiogena l' assedio del coronavirus significa colpire un' altra delle nostre pochissime certezze in quest' epoca di grande disorientamento. E finiremmo, così, ancora maggiormente sprofondati nell' inverno del nostro scontento, quando saremo già messi a dura prova sotto il profilo della tenuta economica e sociale del Paese. Nel loro essere preoccupanti, quelle pronunciate dal conduttore risultano, altresì, parole molto sagge e ragionevoli, accompagnate (non casualmente) dall' auspicio che la «nuova normalità» che stiamo vivendo non subisca involuzioni, e possa così sfociare in un ritorno alla «vecchia» e consueta. Da tanti punti di vista, Amadeus è un arcitaliano (nella sua versione positiva e ottimistica): una figura pubblica che identifica la quintessenza dell' italianità. Quella che, durante i mesi del lockdown, abbiamo visto esprimersi maggioritariamente mediante un rispetto delle regole che non poteva essere affatto dato per scontato alla vigilia. Nelle sue affermazioni, quindi, si può pure rintracciare quel buon senso che un certo eccezionalismo italico e troppi anni di ininterrotta egemonia sottoculturale hanno picconato senza sosta. L' uno e l' altra - e il contrasto è appunto veramente aspro - ampiamente presenti nel corteo dei duemila no mask, frullato di complottisti, irrazionalisti, anti-vaccinisti che si autoproclama naturalmente come il «vero popolo» oppresso. L' inesorabile (ahinoi) logica dell' iper-populismo: una volta proiettata a reti della politica unificate la fiction demagogica ci sarà sempre qualcuno che rivendica di essere più rappresentativo o, per meglio dire, di incarnare meglio il popolo di chi già occupa in quel momento il campo populista. E, dunque, vien da dire, per fortuna c' è Amadeus, che è autenticamente popolare senza essere populista. E, sempre fortunatamente, esiste un popolo dei festival culturali che, anche nell' era Covid, «scende in piazza» come a Dogliani, indossando i dpi e nella rigorosa osservanza di tutte le norme sanitarie. Una piazza illuminista, come si diceva, mentre il sonno della ragione in abbinata alle fake news del web genera incubi (e gli ultras no mask e no vax). E, ancora, una piazza che sa, al medesimo tempo, rispettare la giusta distanza fisica in nome del principio di precauzione e reagire all' allontanamento delle anime e delle intelligenze imposto dalla pandemia.
Confusione Covid: negazionisti a destra e integralisti della legalità a sinistra. Paolo Guzzanti il 2 settembre 2020 su Il Quotidiano del Sud. Ecco s’avanza uno strano soldato e non è la guardia rossa dell’esercito bolscevico, ma è il negazionista, cugino del terrapiattisti, recalcitrante a riconoscere che l’uomo scese sulla luna, per sua natura ostilissimo ai vaccini, più incline agli oroscopi e geloso delle sue libertà personali fra cui il diritto di non curare i figli per motivi anche religiosi, come quei testimoni di Geova che non permettono siano fatte trasfusioni ai loro bimbi. Il negazionista di cui parliamo, naturalmente è quello che possiamo definire genericamente “anti-Covid” e bisogna stare attenti a non fare il solito fascio con ogni erba. Ma il fenomeno di cui anche voi lettori vi sarete resi conto, strapazzati dai dibattiti, è questo: chi è “di destra” tende a sostenere che il Covid è un’esagerazione, forse un’invenzione, inevitabilmente anche il frutto di un grande complotto delle case farmaceutiche. Chi è “di sinistra” tende invece alla militarizzazione: giù col lockdown controllato dalla polizia, infanti separati da alte mura dai nonni, chiusura di tutto, guai a chi non balla in maschera o anche passeggia. Stiamo esagerando, ma molto poco. Il fenomeno non è solo italiano, ma mondiale. Alcuni giorni fa la televisione ha mostrato un nutrito gruppo di giovani tedeschi nostalgici dell’Imperatore, manifestare sostenendo che il Covid è frutto di un complotto russo-americano-cinese per distruggere definitivamente la Germania. Negli Stati Uniti possiamo trovare la chiave almeno per poter interpretare il fenomeno e i motivi della sua polarizzazione destra-sinistra. Negli Usa e quasi soltanto lì (c’è qualcosa negli altri pesi di lingua inglese, ma molto poco) esiste una estrema destra che non è assolutamente fascista, ma “libertarian”. Il libertarian è quell’americano che vive nella sua proprietà, rispetta la legge ma spara agli agenti che varcassero il suo cancello senza un mandato e che in genere odia l’organizzazione statale di qualsiasi tipo. Il libertarian ama il libero mercato dei cacciatori che si scambiano pelli di castoro contro strumenti agricoli ed è sempre molto ben armato. Un picnic sull’erba con mitragliatrice in fondo fa divertire i ragazzi e nulla è più saporito del bacon arrostito sulla canna di una Browning calibro nove. In Usa a milioni hanno rifiutato legislazioni anti-Covid che confliggessero con le libertà personali ed è molto difficile opporsi a quel genere di opinione pubblica senza sfiorare la guerra civile. Da noi è diventato un mantra di destra dire che tutto deve riaprire e rifunzionare – scuola, industria, turismo – ma con un ossimoro contraddittorio: tutto deve riprendere, ma nella sicurezza. E dove la sicurezza non è garantita? Che si fa: si apre o si chiude? A destra si dice: si riapre, tanto, che vuoi che sia. A sinistra c’è un po’ più di stalinismo: gli insegnanti (in Italia come in Francia e negli Usa) dicono noi col cavolo che andiamo a scuola se dobbiamo rischiare la vita e le famiglie tendono a dire se mio figlio va a scuola e gli viene la febbre devi essere tu Stato (Regione, Comune, Asl) a mettergli il termometro e provvedere. Di qui i surreali dibattiti televisivi su banchi a rotelle contro autobus a rotelle e plexigas divisorio. Purtroppo, i virologi non aiutano. Poveretti: non era previsto che aiutassero. I virologi sono esseri umani più o meno come quasi tutti gli altri, salvo il fatto che sono virologi. E lì viene allo scoperto una prima magagna politica governativa che è stata all’origine specialmente in Italia del disastro ideologico fra negazionisti e covidisti-concretisti. Il disastro nacque il giorno in cui il governo disse: noi (governo) non ne sappiamo un cavolo dei virus. Per questo c’è la Scienza. Attenzione: non gli scienziati – che sono esseri umani mutevoli e fallaci – ma La Scienza. Fu sparsa cioè l’idea illusoria che esistesse da qualche parte una sorta di Aula Magna virtuale in una Cupola di Plexigas in cui abitasse un ciclope detto Scienza. Che, essendo singolare, doveva avere un solo pensiero, opinione e metodo. La realtà, come qualsiasi liceale dovrebbe sapere – ciò che esclude la quasi totalità dei pentastellati – che non esiste la scienza astratta ma gli scienziati concreti ed empiristi, quando si tratta di applicare il metodo deduttivo statistico, che poggia sulla raccolta dei dati, la loro analisi, la pratica e la correzione degli errori. Il governo abdicò dicendo: farà tutto La Scienza. Ma La Scienza si divise in migliaia di scienziati di opinioni diverse fra loro, anche politiche. In una democrazia il governo dovrebbe assicurarsi del consiglio dei migliori esperti, per poi prendere in totale autonomia e responsabilità le decisioni che non devono più recare in calce la firma e il timbro degli scienziati, ma dei politici. Avrete notato come sia difficile soltanto far chiarezza su un problema logicamente molto elementare. Il problema è questo: avendo accertato che girano migliaia di persone che stanno benissimo anche se risultano infettate dal virus, siamo in grado di dire se e quanto queste persone possono a loro volta infettare e far ammalare altre persone che di conseguenza, in una certa misura che è pari circa all’uno virgola due per cento, morirà? Sì o no? Viene invece ogni giorno imbandita una zuppa di notizie percentuali che raccontano quanti siano “i nuovi contagiati, o infetti, o malati” (che non sono la stessa cosa). Abbiamo imparato che questi contagiati vengono scovasti soltanto nel caso che qualcuno accanitamente li cerchi, perché se nessuno li cerca, di loro non c’è traccia. Questo era un lavoretto che avrebbe forse dovuto esser fatto all’inizio, come in Germania, a Taiwan e in Corea, dove era lo Stato che cercava i pazienti e non i pazienti a cercare l’ospedale così da affollarlo e far strage di medici e infermieri. Ora tutta la vicenda ha assunto grotteschi caratteri ideologici: i negazionisti esistono davvero, coloro che credono nei complotti, anche. Esistono turbe di barbari e turbe mentali associate. Una situazione difficile da gestire, ma dietro la quale non si dovrebbe perdere la testa, Ma proviamo almeno a invitare tutti a qualche esercizio di respirazione e rilassamento. Basta ripetersi con calma: il virus esiste ma è enigmatico, meglio evitarlo che prenderlo ma se proprio non potete evitarlo, cercate almeno di non condividerlo con gli ottuagenari di cui qualcuno in giro ci dovrebbe ancora essere, abbandonato dal WWF.
EUROPA NO-MASK. L'ora dei negazionisti del virus Migliaia a Berlino: scontri e arresti. Paolo Valentino per il “Corriere della Sera” il 30 agosto 2020. Un sabato di disordini e violenze nel cuore della capitale tedesca, paralizzata dalla protesta di migliaia di dimostranti contro «la dittatura del coronavirus» e le misure restrittive imposte da governo e Länder per fermare i nuovi focolai della pandemia. Almeno 25 mila persone hanno risposto all' appello di Querdenken, pensiero laterale, l' associazione di Stoccarda che ha di fatto preso la leadership del popolo negazionista in Germania: giovani e anziani, studenti, famiglie con bambini, ecologisti, complottisti, un composito mélange dove non mancavano estremisti della destra radicale di AfD e neonazisti con tanto di bandiere e simboli. «Resistenza» o «Noi siamo il popolo», sono stati gli slogan scanditi dai dimostranti. Dalla folla emergevano bandiere tedesche e grandi ritratti di Angela Merkel, del vicecancelliere Olaf Scholz e del premier bavarese Markus Söder vestiti da carcerati con sotto la scritta «colpevoli». Autorizzata e poi proibita dalle autorità cittadine, la manifestazione era stata infine ammessa dal Tribunale amministrativo superiore, che aveva annullato il divieto del borgomastro. Ma ieri in tarda mattinata la polizia ha annunciato di voler sciogliere il corteo, a causa del mancato rispetto delle norme d' igiene, della distanza sociale e dell' uso delle mascherine, che in effetti non erano indossate da alcuno dei partecipanti. L'ordine di scioglimento non è stato però preso bene dai dimostranti, che si sono radunati in diversi punti del centro, rifiutando di allontanarsi, improvvisando dei sit-in in mezzo alla strada o cercando di raggiungere la Colonna della Vittoria, luogo finale dell' evento. Ci sono stati scontri e tafferugli, lanci di bottiglie da parte dei manifestanti, un container è stato dato alle fiamme sulla centrale Friedrichstrasse. Alcune decine di persone hanno provato ad entrare nel Reichstag, il Parlamento tedesco, ma sono state respinte dagli agenti (3 mila quelli schierati in tutta la città). La polizia è dovuta intervenire più volte, effettuando anche diversi arresti, tra cui quello di Attila Hildmann, lo chef vegano cospirazionista già noto per aver detto di preferire Hitler a Merkel. Ci sono state anche contro-manifestazioni di militanti della sinistra. Ma le forze dell'ordine hanno impedito che i cortei venissero in contatto. Michael Ballweg, l'imprenditore informatico che ha fondato Querdenken, ha definito «un attacco contro la Costituzione» il tentativo di sciogliere la manifestazione, rilanciando l' insurrezione contro le nuove misure, a suo dire «liberticide», decise da governo e Laender. Ballweg e il suo movimento chiedono le dimissioni anticipate di Merkel e nuove elezioni già nel prossimo ottobre. Musica per l' estrema destra radicale, che ha perso molto terreno e popolarità negli ultimi sei mesi e ora cerca di cavalcare il popolo negazionista per recuperare terreno: «Una vittoria per la libertà», ha definito la manifestazione il deputato di AfD Leif-Erik Holm. È singolare naturalmente che la manifestazione berlinese avvenga proprio mentre in Germania si registra da qualche tempo un continuo aumento dei nuovi contagi da Covid-19 al ritmo medio di 1.500 al giorno. Il movimento negazionista non si ferma tuttavia soltanto in Germania, ma trova proseliti un po' dappertutto in Europa. Dimostrazioni simili hanno avuto luogo ieri a Londra, dove un migliaio di persone si è radunato a Trafalgar Square, Zurigo, Parigi (2-300 persone al massimo) e nei giorni scorsi a Madrid.
Da video.repubblica.it il 29 ottobre 2020. Botta e risposta tra Roberto Fico e Vittorio Sgarbi in aula. Nel corso della commemorazione di Iole Santelli, il Presidente della Camera ha richiamato il deputato sul mantenimento della mascherina nel corso del suo intervento. "Lei è un fascista" ha replicato Sgarbi, "Lei non può offendere così la presidenza" ha ribattuto Fico, il quale ha immediatamente cercato di stemperare gli animi degli altri deputati, cercando di mantenere il momento di cordoglio. Sgarbi ha continuato comunque a parlare con la bocca scoperta.
Vittorio Sgarbi mette in mezzo i legali, esposto contro Roberto Fico: "In Aula violati i vincoli di sicurezza sanitaria". Libero Quotidiano il 30 ottobre 2020. Dopo essere stato espulso per non avere la mascherina, Vittorio Sgarbi passa al contrattacco. A riferirlo è un comunicato con lo stesso critico d'arte spiega: "Sgarbi, deputato del Gruppo Misto, ha presentato stamane, tramite il suo legale di fiducia Giampaolo Cicconi, un esposto presso la Procura della Repubblica di Roma per ’attentato alla salute pubblica contro il presidente della Camera Roberto Fico e il vice presidente Maria Edera Spadoni, entrambi dei 5 Stelle, che hanno presieduto i lavori d’aula della seduta di giovedì 29 ottobre". Per Sgarbi non sono state rispettate le norme previste per far fronte al Covid: "Le vigenti disposizioni in materia contenimento del virus Covid-19 impongono che l’aula di Montecitorio, dove non c’è un adeguato ricircolo dell’aria, venga sanificata ogni 3 ore; nella seduta del 29 sia Fico che la Spadoni hanno consentito, nonostante io li avessi richiamati al rispetto del protocollo di sicurezza sanitaria, che i lavori continuassero ben oltre. Che senso ha - conclude il deputato - richiamare i parlamentari all’uso della mascherina quando si violano questi vincoli di sicurezza sanitaria?" si chiede.
Da affaritaliani.it il 2 novembre 2020. Il nuovo Dpcm in arrivo del Governo Conte chiuderà, su proposta di Dario Franceschini, anche i musei facendo scatenare il ciclone Vittorio Sgarbi. Una capriola quella del ministro dei Beni Culturali che ha fatto esplodere il deputato, critico d'arte e candidato sindaco di Roma, pronto a denunciare il numero uno del Mibact. “Con il cosiddetto 'Decreto Colosseo', voluto dallo stesso Franceschini, convertito in legge il 5 novembre del 2015 – ricorda Sgarbi – i musei italiani sono stati equiparati ai servizi pubblici essenziali come scuola, sanità, trasporti. Lo stesso Franceschini, in quella occasione ebbe persino a dichiarare: «E' un fatto di civiltà che in Italia i musei, i luoghi della cultura, le biblioteche e gli archivi diventino servizi pubblici essenziali»”. “Oggi, smentendo se stesso e violando una legge dello Stato – attacca il deputato – Franceschini propone di chiudere musei e mostre. E’ ora di finirla. Non possono andare avanti, come e peggio dei fascisti, contro la Costituzione e contro le leggi. Com’è possibile che questi 'pavoni', ignorino una legge da loro stessi promossa e approvata dal Parlamento? Franceschini e Conte sono letteralmente due fuorilegge! Se il ministro non ritirerà questa assurda proposta presenterò una denuncia alla magistratura”.
L'ipocrisia dei deputati di sinistra alla Camera senza mascherina. Criticano Vittorio Sgarbi quando non indossa la mascherina, ma poi sono i primi a violare la legge approvata dallo stesso governo di cui fanno parte. Francesco Giubilei, Venerdì 30/10/2020 su Il Giornale. Mentre gli italiani sono costretti a rispettare stringenti regole per evitare il diffondersi della pandemia e obbligati a indossare le mascherine non solo nei luoghi chiusi ma anche all’aperto, le stesse persone che dovrebbero dare il buon esempio e che hanno approvato severe leggi sull’utilizzo della mascherina, sono i primi a non rispettarle. Il che sarebbe già di per sé grave ma assume una particolare gravità se avviene addirittura nei banchi del parlamento alla Camera dei deputati. È il caso di alcuni deputati della maggioranza che, come si può vedere nella fotografia pubblicata in esclusiva dal Giornale.it, o non indossano la mascherina nel modo corretto o addirittura non la portano. Se l'onorevole Gianfranco Librandi porta la mascherina abbassata non coprendo né il naso né la bocca, Gennaro Migliore di Italia Viva addirittura parla al telefono come se nulla fosse seduto vicino a un suo collega senza nemmeno indossare il dpi obbligatorio. In un'altra foto si vedono Piero Fassino e il sottosegretario Riccardo Merlo in commissione con la mascherina abbassata, il primo senza coprire neanche la bocca, il secondo solo sul naso. Un'immagine che ostenta disinteresse per le regole e un pessimo esempio per i cittadini, impossibile non pensare al Marchese del Grillo e alla celebre battuta “io so io e voi non siete un ca…” ma che sintetizza tutta l’ipocrisia di un governo i cui parlamentari sono i primi a disattendere le leggi da loro approvate. Sono le stesse persone che attaccano Vittorio Sgarbi quando non indossa correttamente la mascherina nei suoi discorsi alla Camera e pronte a puntare il dito e accusare di negazionismo i cittadini che non usano i dpi in modo corretto. Viene da chiedersi con quale credibilità si possano invitare i cittadini ad essere responsabili se, chi dovrebbe dare il buon esempio, è il primo a disinteressarsi delle leggi, peraltro in un luogo istituzionale. Se un cittadino viene fermato dalle forze dell’ordine senza indossare la mascherina in un luogo chiuso rischia una multa salata, invece nel caso di Migliore, Librandi & co chi controlla i controllori? Verrà emessa anche nei loro confronti una sanzione dai 400 ai 1000 euro come prevede la legge? Oppure gli italiani devono pensare, per citare George Orwell, che "tutti gli uomini sono uguali dinanzi alla legge, ma alcuni uomini sono più uguali di altri…"? Il punto non è solo il non utilizzo della mascherina quanto l’ipocrisia che si cela dietro questo gesto da parte dei parlamentari di sinistra sempre pronti a puntare il dito contro i cittadini e la destra ma i primi, anche in questa occasione, a predicare bene e razzolare male.
Alessandro Rico per “la Verità” il 9 novembre 2020. Nel giro di poche settimane, l' hanno trascinato due volte di peso via dall' Aula di Montecitorio. Più che Vittorio Sgarbi, sembrava la Deposizione di Raffaello.
Sospeso per 15 giorni.
«Sì».
Per la mascherina?
«Non lo so perché...».
Sì, è per quello. Come mai non vuole indossarla?
«Non è così».
Ha un certificato di esenzione?
«Ce l' ho: non devo portarla quando parlo».
Ha denunciato Roberto Fico?
«Sì. Il giorno in cui sono stato cacciato, ha fatto sanificare l' Aula solo dopo cinque ore».
Ha denunciato pure Dario Franceschini?
«No, ho fatto un ricorso al Tar».
Sulla chiusura dei musei?
«C' è una legge voluta da Franceschini stesso, quella del 12 novembre 2015, che equipara i musei a servizi essenziali, come ospedali e trasporti. Quindi, i musei non si possono chiudere».
È andato a Pesaro alla cena anti coprifuoco? Il sindaco, Matteo Ricci, era preoccupatissimo...
«Sono andato venerdì a Fano».
Com' è andata?
«Benissimo. Una doppia cena».
Ovvero?
«Dalle nove meno dieci alle dieci sono stato al ristorante Chic. Una ventina di persone, a porte chiuse».
E che è successo?
«Sono arrivati carabinieri, vigili e polizia. Allora ho chiamato il comandante generale e ho detto che non potevano interferire in una riunione politica».
Ma era una cena!
«Sì, ma per un vertice di Rinascimento (il partito di Sgarbi, ndr), che doveva indicare il futuro candidato alle politiche, nella figura di questo Umberto Carriera».
Il proprietario?
«Sì. Ho detto che lui sarebbe stato il futuro deputato di Pesaro. Invece Ricci può aprire un ristorante chiamato "Ricci senza carriera"».
E la seconda cena?
«Nella florida San Marino. Dove mi hanno accolto trionfalmente due ministri, che hanno ritenuto non si potesse indicare che il virus è attivo solo di sera, o che non porta danno a un pranzo ma solo a una cena. Quindi, loro hanno tutti i ristoranti aperti, anche se con un numero limitato di ingressi».
Ma lei adotta delle precauzioni?
«Vivo come prima, mantenendo le distanze, non dando la mano, non abbracciando».
Non ha paura del Covid?
«Non ho nessuna paura. Il Covid è una malattia curabile».
Lei è un soggetto a rischio.
«Non mi sento affatto a rischio».
È cardiopatico.
«Penso che si contagi soprattutto chi ha paura».
Può contagiarsi chiunque.
«Io conosco solo persone che sono guarite dal Covid. Visto quanta gente l' ha superato, si sarebbe dovuta condurre campagna di comunicazione positiva».
Ad esempio?
«Dire agli italiani: vedete? Federica Pellegrini e Valentino Rossi sono guariti».
Sono sportivi.
«Sono guariti anche Nicola Porro, Nicola Zingaretti e l' uomo più ragionevole del governo, il viceministro Pierpaolo Sileri».
Uomini giovani. Sabato è morto il povero Stefano D' Orazio, anche se aveva patologie pregresse.
«Ma sono guariti Donald Trump e Silvio Berlusconi. Corrado Formigli intervista Stefano Massini come se stesse per morire. Ma lui gli dice che sta bene e che rifarebbe tutto quello che ha fatto fino a quel momento, incluso andare a teatro».
Dove vuole arrivare?
«C' è una strategia comunicativa inquietante. Si viola l' usuale riservatezza sulla malattia, come per trovare dei "testimonial"».
A che pro?
«Terrorizzare. Vedete? Si sono ammalati pure la Pellegrini, Rossi o Cristiano Ronaldo. Solo che, dopo due settimane, tornano tutti a fare quello che facevano prima».
E Sgarbi, come avrebbe combattuto la pandemia?
«Avrei cercato una soluzione sanitaria e non liberticida».
Che significa?
«Mi sarei occupato dei malati e non dei sani».
Si spieghi meglio.
«Mi sarei premurato di isolare le persone in età avanzata dai giovani, che possono trasmettere il virus ma non sono in pericolo».
E come?
«Evitando di tenere giovani e vecchi insieme in casa. Per questo, si potevano utilizzare gli alberghi.
Quelli delle località di mare sono inattivi per parecchi mesi l' anno».
La divisione in zone dell' Italia la convince?
«Un' altra cretinata».
Meglio del lockdown totale, no?
«Non ha senso trattare allo stesso modo le aree metropolitane e i paesi di montagna».
Servivano misure diverse anche all' interno delle Regioni?
«È evidente».
Lei che fa, da sindaco di Sutri? Sfida il governo con ordinanze temerarie contro i divieti?
«Ne ho fatte già due. Ma le ha revocate il prefetto».
Sbagliamo a pretendere protezione assoluta dalla politica?
«Ti contagi e muori indipendentemente dalle leggi. Perciò dico che il punto sarebbe concentrare le forze per evitare che la malattia arrivi a chi può morirne, che è una percentuale limitata. Ricordo un bell' articolo di Luca Ricolfi».
Cosa diceva?
«Che l' Italia era il terzo Paese per mortalità. Ecco: il modello italiano ha fatto più morti del modello americano, brasiliano o svedese».
Il centrodestra dovrebbe collaborare con questo governo?
«Non si può collaborare con un governo che ha responsabilità gravissime sotto ogni punto di vista».
Chi è stato il peggiore?
«I politici sono stati subordinati a un' idea sbagliata di scienza, molto diversa da quella del mio amico Giulio Giorello, con cui ho scritto Il bene e il male, da poco pubblicato da La nave di Teseo».
Anche lui è morto di Covid.
«Era già malato. Ed era contrario a questa scienza totalitaria, incapace di confrontarsi con le minoranze dissenzienti».
Quindi?
«Qui hanno spadroneggiato i componenti del Comitato tecnico scientifico, che erano tutto meno che esperti veri».
Peggio i tecnici che i politici?
«In audizione ho interrogato Agostino Miozzo».
Che le ha detto?
«"Siamo un comitato di consulenza, non diamo ordini"».
E invece?
«Qualunque ministro pendeva dalle labbra del Comitato tecnico scientifico. Hanno tradotto in legge i pareri di una scienza che ha dato solo indicazioni insufficienti».
Che pensa di Domenico Arcuri?
«Uno di quelli che rappresentano la verità di regime. Gli avevo proposto una misura formidabile».
Ovvero?
«Avevo trovato persone che producono pellicole repellenti al virus da mettere sui banchi».
E allora?
«La proposta è stata esaminata, ma il Cts l' ha bocciata. Meglio quella cretinata dei banchi a rotelle...».
C' è l' ennesimo patto tra leader di maggioranza: il governo dura fino al 2023?
«Molto probabile. A meno che le piazze non si accendano sempre di più».
Come li vede Matteo Salvini e Giorgia Meloni?
«Un po' frastornati. L' unico che fa opposizione radicale sono io».
Non esagera?
«Ho un "fratello" dall' altra parte, in Senato: Tommaso Cerno».
Ah sì? Cosa fa Cerno?
«Vota contro il governo. Sottolineando che Salvini e Meloni fanno opposizione, ma poi in Aula semplicemente si astengono».
Solo lei e Cerno, dunque?
«Poi c' è il mio compagno nell' Osservatorio permanente per le libertà fondamentali, Armando Siri. Con lui avevo organizzato il convegno cui hanno partecipato i massimi virologi italiani».
Il convegno negazionista...
«Non c' era alcun negazionismo.
C' erano esperti che esprimevano un punto di vista motivato».
L' opposizione è fiacca?
«Il fatto che Salvini, che al nostro convegno non portava la mascherina, adesso la metta sempre, è il segnale che si è allineato al governo e ha accettato un dogma fasullo».
Ce l' ha con la mascherina...
«Ribadisco una tesi espressa dall' Oms e dai primi dpcm. Sulla confezione della mascherina che regalò il Corriere della Sera, c' era scritto: "Non ha alcuna funzione sanitaria". È diventata un' icona di politicamente corretto».
Di sicuro non è inutile.
«Non dico che sia inutile. E in ogni caso, fino ad aprile, era ritenuta non utile persino dal capo della Protezione civile».
Sia cauto: in Aula, la indossi.
«Fino al 22 aprile non la portava nessuno. Fino al 15 ottobre gli interventi si potevano fare senza. Uno del Pd ha detto che serve a "dare un messaggio". Io voglio ospedali, non messaggi».
Su questo ha ragione.
«È da totalitarismo il voler dare l' esempio non perché sia giusto l' esempio, ma per far vedere che si obbedisce al regime».
Siamo a questo livello?
«Legge e ragione devono coincidere. Non posso fare una cosa solo perché me lo dice Speranza, con quella faccia da morticino».
Non trascendiamo...
«Il governo doveva contenere la malattia, non drammatizzarla».
Gli italiani sono terrorizzati.
«Ma molti si ribellano - e non tanto per il lavoro. Non vogliono accettare l' imposizione di regole che non servono».
La mascherina riduce l' esposizione agli aerosol che contengono il virus.
«Ma non serve, se sto in macchina da solo, o se passeggio in campagna».
Certo.
«Per Ilaria Capua, la mascherina è l' equivalente del profilattico».
E allora?
«Il profilattico lo usi quando chiavi. Non se ti fai una sega».
Occhio...
«Non posso accettare una cosa del genere. Mara Carfagna mi dice: "Lei crede di essere l' unico intelligente in un' Aula di 629 cretini?"».
Lo crede?
«A questo punto, sì. Lo credo».
Sgarbi sindaco senza freni: "A Sutri multe a chi indossa le mascherine senza necessità". E firma un'apposita ordinanza: "Solo i ladri e i terroristi si mascherano il volto". La Repubblica il 29 agosto 2020. "A Sutri chi porta la mascherina senza che sia necessario sarà multato". Lo stabilisce un'ordinanza di Vittorio Sgarbi, che della cittadina della Tuscia è il primo cittadino. "Solo i ladri e i terroristi si mascherano il volto" twitta. "In ottemperanza al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri - stabilisce l'ordinanza del sindaco - è proibito l'uso della mascherina nella Città di Sutri all'aperto per evidenti ragioni di salute e al chiuso, salvo che in caso di assembramento, dalle ore 18.00 alle 6.00 del mattino, come specificamente indicato dal Dpcm del 16 agosto 2020 che tutela dal rischio discoteche e non dalla convivialità, che impone di stare a tavola e mangiare senza mascherina. "In tutti gli altri casi, chi sarà visto portare la mascherina sarà multato in ordine alla legge 533/1977 in materia di Ordine Pubblico che all'articolo 2 prevede che non ci si possa mascherare in volto: 'È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Tale norma, anche con riferimento alle mascherine, è potenziata con il Decreto Legge 155/2005". "D'altra parte, l'uso della mascherina in luoghi pubblici, salvo che per il personale dipendente, appare in evidente contrasto con il tempo dedicato alla nutrizione che prevede di assumere il cibo senza mascherina - sottolinea Sgarbi -. Appare quindi contraddittorio che dopo aver mangiato senza mascherina ci si alzi da tavola mettendosela. Si tratta di forme ridicole di ostentazione che nulla hanno a che fare con le esigenze sanitarie".
Massimiliano Lenzi per “il Tempo” il 30 agosto 2020. A Sutri, comune del viterbese dove è sindaco Vittorio Sgarbi, chi indossa la mascherina senza necessità sarà multato. Sgarbi ha firmato un'ordinanza e noi de «Il Tempo» lo abbiamo intervistato per capire come sia nata questa sua decisione, di certo controcorrente. «Venerdì sera - spiega Sgarbi - dopo essere stato a vedere la "Apologia di Socrate", di Platone, all'Anfiteatro di Suffi, sono andato a cena al ristorante "Liutprando", si mangia bene e ii posto è grande".
Fin qui mi pare la cronaca di una piacevole serata.
«A mangiare nel locale c'erano diverse persone a tavola, ovviamente senza mascherina. Ad un certo punto si alza una signora, mi passa davanti, con la mascherina e mi dice: "Non si vergogna a non portare la mascherina?"».
E tu come le hai risposto?
«Non mi vergogno affatto, si vergogni lei!».
Da qui l'idea dell'ordinanza?
«Questo episodio è indicativo di un clima di paura che c'è tra la gente. Sutri tra l'altro è una città molta chiusa che non ha avuto nessun contagiato. Per quale ragione io dovrei mettermi la mascherina in auto da solo o se esco a passeggio con mia moglie quando dagli altri c'è ii distanziamento? O quando mangio al ristorante? Allora ho pensato che occorresse una interpretazione che partisse dal dpcm, ii decreto del presidente del Consiglio dei ministri, del 16 agosto, che tutela dal rischio assembramenti e discoteche e non certo dalla convivialità».
Spiegati meglio.
«La mia ordinanza dice questo: In ottemperanza al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è proibito l'uso della mascherina nella Città di Sutri all'aperto per evidenti ragio ni di salute e al chiuso, salvo che in caso di assembramento, dalle ore 18.00 alle 6.00 del mattino, come specificamente indicato dal Dpcm del 16 agosto 2020 che tutela dal rischio discoteche e non dalla convivialità, che impone distare a tavola e mangiare senza mascherina. In tutti gli altri casi, chi sarà visto portare la mascherina sarà multato in ordine alla legge 533/1977 in materia di Ordine Pubblico che all'articolo 2 prevede che non ci si possa mascherare in volto. Non si capisce però perché in un ristorante dove mangi senza mascherina tu debba portarla se non c'è assembramento. E c'è di più».
Sarebbe a dire?
«Questa norma che prevede non si possa andare in luoghi pubblici col volto coperto è stata intensificata dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre, con la legge 155 del 2005. Ed in questa logica, secondo me, non c'è nessuno Decreto di un presidente del Consiglio che possa annullare questa norma».
Ma a Sutri multerete sul serio cittadini che all'aperto camminano indossando la mascherina quando sono anche distanziati e non assembrati?
«Ho dato le seguenti disposizioni ai vigili urbani di Sutri: quando uno cammina per strada da solo o non assembrato chiedetegli il documento perché va contro le norme che cito nell'ordinanza. Se continuerà ad indossare la mascherina, allora multatelo».
Cosa speri di ottenere con questa ordinanza?
«Difendere la parte dei cittadini che democraticamente ritengono di rispettare le regole, con responsabilità, ma senza gli eccessi della paura. Si tratta di garantire alle persone la libertà evitando di farli sentire in uno stato di frustrazione o di impotenza come se oggi fossimo circondati dalla peste che uno si prende per strada camminando da solo, distanziato dagli altri. Del resto tempo fa, in aprile, lo ha detto anche Angelo Borrelli il capo della Protezione Civile. Queste le sue parole di allora: "Anche ieri ho detto che non uso la mascherina, ma rispetto le regole del distanziamento sociale. La mascherina è importante, se non si rispettano le distanze, per evitare l'infezione da virus". Mi pare chiaro».
Nella tua ordinanza ti sei ispirato anche al modello svedese, dove hanno scelto di combattere il coronavirus senza lockdown e senza obbligo di mascherina?
«Il modello svedese mi piace, credo sia giusto in assoluto ma io ho cercato di difendermi, e di difendere gli italiani che la pensano come me, da una interpretazione estrema sull'uso della mascherina».
Alberto Zangrillo, Maria Rita Gismondo dalla sua parte: "I catastrofisti? I soliti soloni", cosa non dicono sul coronavirus. Libero Quotidiano il 25 agosto 2020. Anche Maria Rita Gismondo dalla parte di Alberto Zangrillo. La microbiologa ha preso le difese del direttore del reparto di Terapia intensiva del San Raffaele di Milano: "Il collega Zangrillo ha dichiarato, con una frase non perfettamente scientifica, che il virus fosse "clinicamente morto". Boccone prelibato per i soliti soldati del web, pronti a sparare su tutto e tutti. Non solo, i soliti soloni presuntuosi, autodefinitisi giudici e possessori della vera scienza (non democratica, attenzione!), anche loro a criticare" verga al vetriolo sul Fatto Quotidiano. Per la Gismondo, al convegno tenuto al Senato tanto criticato ed etichettato come "negazionista" gli esperti non hanno fatto altro che presentare la situazione attuale, "di quasi azzeramento di tamponi positivi, svuotamento delle terapie intensive. Fatti che non risultano graditi quando rivelano un andamento positivo, perché in questa pandemia ti salvi solo se sei catastrofista". Il rimedio? Solo il tempo potrà dare ragione o meno a Zangrillo e compagni.
Alessandro Meluzzi: “La pandemia pretesto per il Nuovo Ordine Mondiale”. Alfonso Piscitelli il 22 Agosto 2020 su culturaidentita.it. Ad Alessandro Meluzzi, che per Vallecchi ha pubblicato Contagio. Dalla peste al coronavirus, in cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia, abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono passati dall’ “abbraccia un cinese” o “il vero virus è il razzismo” all’idea che, con una accorta gestione delle paure della gente, potevano chiudere sotto chiave la società italiana e mettersela in tasca…
Alessandro, quando è scattata questa “fase 2”?
«È scattata quando hanno interiorizzato il senso di una intervista data una decina di anni fa da Jacques Attali, in cui il mentore di Macron sosteneva che una pandemia avrebbe consentito di realizzare il “New World Order”, il Nuovo Ordine Mondiale. Allora sono passati dagli slogan ingenui della globalizzazione (i confini sempre aperti, la Cina che è vicina) a una più pervicace strategia di controllo sociale».
La frase di Attali somiglia ad alcune dichiarazioni di europeisti secondo i quali le crisi economiche sarebbero buone occasioni per creare il Super-Stato della UE….
«L’élite tende a concentrare i poteri attraverso due meccanismi fondamentali: l’eliminazione delle sovranità nazionali e la cancellazione del ceto medio. La presenza di un ceto medio autonomo produttivo è da ostacolo alla grande uniformizzazione che i fautori della globalizzazione auspicano».
Cancellazione del ceto medio: viene in mente anche una certa predicazione pauperista che si sente sugli altari. Omelie di pauperisti che ovviamente auspicano sempre la povertà altrui, mai la loro…
«Certo, la rimozione di papa Benedetto XVI e l’avvicendarsi del nuovo Papa gesuita ha affermato anche in Vaticano un discorso che coniuga i motivi di un convinto globalismo con i temi di un pauperismo di tipo latinoamericano».
D’altra parte, i leader “populisti” sono andati in difficoltà davanti all’emergenza COVID lanciando segnali contraddittori riguardo alla pericolosità o meno del “virus cinese”.
«In alcuni casi è mancata una lettura a 360 gradi, la comprensione del significato profondo di quanto stava avvenendo. Nonostante tali incertezze le elezioni americane rimangono fondamentali: se Trump viene rieletto rimane aperta la porta per un cambiamento significativo degli equilibri mondiali».
E in questo scenario come valuti l’annuncio di Putin di un vaccino russo?
«Putin è un judoka ed è abituato ad utilizzare le armi dei suoi avversari per disarcionarli. Il mainstream reagirà dicendo che quello di Putin è un vaccino cattivo…»
Il “mainstream”, la narrazione dominante: quale potrebbe essere l’argomento che vi si contrappone?
«Il grande avversario del discorso dominante è la complessità. Tutti coloro che vogliono ridurre il mondo a un disegno univoco devono scontrarsi con un principio fondamentale della complessità. Si pensi al caso italiano: quelli che hanno spinto per la chiusura assoluta sono gli stessi che vogliono gli immigrati liberi di sbarcare e di muoversi. Una contraddizione evidente che mina la retorica dello “state a casa”».
Dagospia il 23 agosto 2020. IL POST DI MASSIMO BOLDI SU FACEBOOK: Stiamo vivendo un mondo che NON va per niente bene. I potenti padroni del pianeta hanno dichiarato guerra a se stessi, non importa cosa è accaduto, non basta, vogliono terrorizzare il mondo ancor di più mari, Monti, regioni, stati. Il popolo ha paura, teme la fine di un mondo a loro perfetto così come l’hanno conosciuto, non vogliono tapparsi la bocca con mascherine da Pecos Bill, forse è tempo che ritorni il salvatore dei mondi, si Lui...il supremo, nostro Signore che si manifesti in qualsiasi forma atta a combattere là malasorte è l’indifferenza dei Governi di ogni stato, i padroni del mondo, cacciandoli per sempre dal paradiso terrestre. Lo dico e lo ripeto Ci vuole pazienza e coraggio ma vinceremo ancora dopo 2000 anni.
Francesco Tortora e Paola Caruso per corriere.it il 23 agosto 2020. Roberto Burioni bacchetta Massimo Boldi. Il virologo ha preso di mira un controverso messaggio che l’attore ha postato il 20 agosto su Facebook in cui esprime scetticismo sui benefici delle mascherine nella battaglia contro il Coronavirus e promuove teorie cospirazioniste: «Stiamo vivendo un mondo che NON va per niente bene - scrive Boldi -. I potenti padroni del pianeta hanno dichiarato guerra a se stessi, non importa cosa è accaduto, non basta, vogliono terrorizzare il mondo ancor di più mari, Monti, regioni, stati. Il popolo ha paura, teme la fine di un mondo a loro perfetto così come l’hanno conosciuto, non vogliono tapparsi la bocca con mascherine da Pecos Bill (personaggio immaginario protagonista di numerose storie di genere western ndr)». Alla fine del post l’attore si affida a Dio e si dice sicuro che attraverso la fede vinceremo la battaglia contro l’epidemia. Burioni non ha gradito le parole di Boldi: « No, non fa ridere - scrive il virologo -. Chi è un personaggio famoso e amato dal pubblico deve pesare con attenzione le parole su argomenti così importanti per la salute di tutti». Boldi è solo l’ultima star a pubblicare post discutibile o addirittura falsi sul tema Covid. Ecco i personaggi famosi che hanno espresso opinioni «complottiste» o «negazioniste» o fuori luogo sulla pandemia, finite alla gogna mediatica.
Poche settimane fa Madonna ha postato su Instagram un video — poi rimosso dal social network perché contiene informazioni false sul virus — nel quale dice che il vaccino per il Covid-19 è disponibile da mesi, ma qualcuno lo tiene nascosto per arricchirsi.
«Io umiliano e offeso durante il lockdown per la privazione di uscire di casa senza aver commesso un crimine». Parola di Andrea Bocelli. Una frase pronunciata durante un convegno «negazionista» organizzato al Senato che non è passata inosservata, alla luce di tutto quello che gli italiani hanno patito durante la quarantena, tra lutti, paura e problemi economici. E ancora: «Conosco un sacco di gente — ha affermato Bocelli —, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?». Apriti cielo. Il cantante, che prima aveva detto di aver contratto il coronavirus e aveva anche donato il plasma, è stato contestato da tanta gente, compresi personaggi dello spettacolo come Fedez («Fare silenzio non fa male») e Alessandro Gassman («35 mila morti, rispetto»). Alla fine il tenore si è scusato per le sue sparate infelici.
Prima che il coronavirus «arrivasse» in Francia, durante la settimana della moda a Parigi (fine febbraio 2020) Carla Bruni l’ha combinata grossa. In un filmato girato dalla trasmissione «5 Min de Mode» della tv di Stato Tf1, la cantante ha deriso il coronavirus e i timori che stava diffondendo nella società. Nel video si vede l’ex première dame che parla con Sidney Toledano, amministratore delegato del colosso della moda LVMH, lo saluta con due baci e dice: «Ci baciamo, non facciamo gli stupidi. Perché noi apparteniamo alla vecchia generazione, noi. Non abbiamo paura di niente, non siamo “femministi”, non abbiamo paura del coronavirus, nada!». Della serie: zero tatto verso Paesi come la confinante Italia che registra vittime. Le scuse della Bruni, arrivate a stretto giro («mi dispiace, scherzo di cattivo gusto»), non sono state sufficienti a placare l’ira degli haters.
Eleonora Brigliadori è tra le negazioniste più sfegatate dell’epidemia. Attraverso i suoi canali social — siamo nel mese di marzo 2020 — l’ex showgirl afferma: «Il coronavirus non esiste, è solo un complotto americano». «Che ci fosse l’America dietro tutto questo - scrive convinta ai suoi follower - era già chiaro a molti di noi», come riporta Dagospia. Inoltre, ci ha tenuto a precisare di avere le prove delle sue affermazioni e che il Covid non sarebbe altro che «una semplice influenza». Risultato: lei deve prodigarsi per «far aprire gli occhi alla gente». «Ci terrorizzano per spolparci meglio», ha detto la Brigliadori in una intervista.
La gaffe di Al Bano a «Domenica In» (maggio 2020) è diventata subito virale. «L’uomo ha distrutto i dinosauri, figuriamoci se non distrugge questo piccolo verme, microbo, che si chiama coronavirus». C’è chi non l’ha presa bene e chi ha ironizzato sulle sue parole: «L’ultimo dinosauro si è suicidato dopo aver ascoltato “Nostalgia canaglia”». Il cantante di Cellino San Marco ha anche aggiunto: «L’uomo ha sempre vinto contro le pestilenze, contro i virus, contro la Spagnola, contro le guerre, contro i dittatori. Ce la faremo, sicuramente ce la faremo. Bisogna solo stare attenti a quello che sta creando questo virus. Sta creando l’economic virus e i politici devono prevenire questo enorme malessere». Difficile dimenticare, poi, la sua lamentela per i mancati guadagni dei concerti annullati durante il lockdown: «Senza concerti posso vivere solo un anno, ho una pensione di 1470 euro».
Anche Kanye West — il marito di Kim Kardashian che si è candidato alle presidenziali Usa — ha contratto il coronavirus. In una intervista a Forbes oltre ha raccontare come ha vissuto la malattia, si è espresso in modo scettico nei confronti del vaccino e della sua efficacia. «Ci sono molti bambini che vengono vaccinati e restano paralizzati. Ecco perché sono molto cauto quando sento dire che un vaccino è l’unico modo con quale risolveremo questo problema. Quello è il marchio della bestia. Vogliono inocularci dei chip, vogliono farci cose di ogni tipo».
Le parole del principe Harry sulla pandemia, pronunciate nel mese di aprile, durante un’intervista radio con il podcast Declassified, ha lasciato sgomenti i sudditi britannici. «Penso che quello che è successo soprattutto nel Regno Unito stia tirando fuori il meglio dello spirito umano e sta dimostrando che le cose stanno andando molto meglio di quello che riportano i media». E via polemiche e indignazione, con probabile imbarazzo della famiglia reale.
Chiude la rassegna il cantante spagnolo Miguel Bosé che a metà agosto ha partecipato alla manifestazione di negazionisti contro le mascherine a Madrid. La star iberica ha promosso anche sui social network l’evento per richiamare i giovani alla «Resistenza».
Il Coronavirus ha ucciso la madre Bosè: "Perché non uso mascherine". In Spagna in cantante ha suscitato scalpore per la sua posizione contro il virus e l'uso delle mascherine e dopo aver invitato il popolo a scendere in piazza per protestare ora Bosé spiega la sua posizione. Novella Toloni, Sabato 22/08/2020 su Il Giornale. A pochi giorni dal video messaggio social - dove incitava gli spagnoli a scendere in piazza per protestare contro mascherine e restrizioni anticontagio - Miguel Bosé è tornato a parlare pubblicamente. La sua presa di posizione al grido "Io sono la Resistenza" aveva sorpreso tutti, ma oggi dopo le polemiche il cantante spagnolo è apparso nuovamente sul web per chiarire la sua posizione. Miguel Bosé ha scelto i social, in particolare Instagram, per parlare ai follower e spiegare la sua posizione in merito al coronavirus e alle restrizioni imposte dal governo spagnolo per arginare la diffusione dei contagi. "È stato detto che ho detto che il virus non esisteva. Il virus esiste e il virus ha ucciso, ha ucciso molte persone il cui sistema immunitario era già debilitato da altro. Ma quello che succede è che in questo momento la sua forza sta diminuendo", ha chiarito Bosé, respingendo al mittente le accuse di essere un negazionista. L'artista spagnolo, che a marzo aveva perso sua madre - l'attrice Lucia Bosé - deceduta proprio a causa delle complicanze da coronavirus, ha ribadito il suo sostegno al movimento anti mascherina, avanzando dubbi sull'efficacia del suo utilizzo nelle persone sane: "Chi penso debba indossare la maschera? Lascia che i malati, i sanitari, le forze dell'ordine e gli anziani la indossino per prevenire, in modo che non si ammalino e muoiano". Miguel Bosé ha poi spiegato di indossarla, in alcune occasioni, in segno di rispetto per gli altri, ma di essere esonerato a causa della grave asma da cui è affetto: "Quando vedo che sto per entrare in luoghi in cui le persone potrebbero essere infastidite dal fatto che non indosso una maschera la metto. Ma ho un'esenzione, un documento medico che mi permette di non indossarla, perché come si sente bene, ho l'asma, quindi la maschera può peggiorare i miei problemi respiratori". A preoccupare maggiormente il cantante spagnolo l'economia spagnola che, come quella di tutti gli altri paesi colpiti dalla pandemia, sta soffrendo enormemente la quarantena, le chiusure forzate o di riflesso e le forti restrizioni: "La popolazione sana dovrebbe essere in strada a lavorare, produrre, guadagnare i soldi per poter sopravvivere, pagare le tasse e condurre una vita normale. E respirare. Dov'era l'isteria l'anno scorso, due anni fa, tre anni fa, quando c'era un contagio influenzale molto più massiccio e altrettanti decessi? L'economia si è fermata? Ci è stato impedito di continuare, vivere, lavorare, respirare - con dignità- e guadagnare soldi? Allora, alla maschera obbligatoria, generalizzata e senza scuse, dico di no". Il video messaggio di Bosé in poche ore ha raggiunto oltre mezzo milione di visualizzazioni, scatenando l'ennesima polemica tra favorevoli e contrari.
"Diffonde fake news sul Covid". E Miguel Bosé viene oscurato. E dopo quel video condiviso sui social, ora Miguel Bosé è stato oscurato da Twitter e accusato di diffondere fake news sulla pandemia. Carlo Lanna, Lunedì 24/08/2020 su Il Giornale. C’è una svolta sulla vicenda che interessa Miguel Bosé. Solo qualche giorno fa, in un video che è stato postato sui social, il cantante si era esposto in prima linea contro il virus e contro l’utilizzo delle mascherine, riconosciuto come unico strumento di difesa individuale. Un video che subito ha fatto il giro del web, catalizzando l’attenzione di tutti, tanto è vero che lo stesso Miguel Bosé è stato attacco duramente dai fan più storici. A tanti non è piaciuto il suo "grido di resistenza", proprio ora che in Spagna i contagi sono in salita e il virus non è stato ancora contenuto, nonostante le misure di sicurezza messe in atto e il regime di lockdown. Ora spunta una notizia trapelata dalla CNN spagnola, la quale conferma che sulla questione ci sarebbe un colpo di scena inaspettato. L'account Twitter di Miguel Bosé, che conta più di tre milioni di follower, è stato bloccato. Il motivo? Il cantante ha diffuso in rete notizie false sul virus e avrebbe messo in dubbio persino l’esistenza stessa della pandemia. Una punizione molto dura ma molto esemplare. Bosé per una settimana non può avere accesso al suo account, e non può utilizzare nessuna delle funzionalità permesse dal celebre social network. Tutto a causa di quel video pubblicato lo scorso 16 agosto su Instagram e che è stato poi condiviso anche su Twitter. Questo perché Bosé, secondo i vertici di Twitter, avrebbe "incoraggiato le persone a remare contro le disposizioni del governo", lanciandosi in ipotesi di complotti e sbeffeggiando le raccomandazioni sanitarie messe in atto negli ultimi mesi. Prima del blocco da parte di Twitter, però, molte sono state le critiche ricevute. In tanti hanno ritenuto inspiegabili le sue tesi, perché proprio a causa di una polmonite aggravata dal virus, lo scorso mese di marzo, Bosé ha visto morire sua madre. La vicenda ha scosso la comunità dei social e la pubblicazione di quel video ha creato non poca indignazione. La notizia di questo stop forzato è stata accolta molto positivamente dagli utenti di Twitter, alcuni si sono lanciati anche in commenti ironici e pungenti sulla scelta di aver oscurato le opinioni di un negazionista. Per ora da parte di Miguel non c’è nessuna reazione, o almeno non è trapelato nulla sulle piattaforme in cui il suo profilo è ancora attivo. Non è di certo la prima volta che un personaggio pubblico viene segnalato perché diffusore di fake news.
È ora di ribellarsi al grande bluff del regime sanitario. Emanuele Ricucci l'1 Agosto 2020 su culturaidentita.it. Hai dei dubbi sulle azioni del governo a rotelle in tempo di covid? Sei un negazionista o un “cieco di merda”, anche se porti al tuo tavolo pareri di illustri scienziati, uomini di politica e di cultura, come ha fatto Vittorio Sgarbi lo scorso 27 luglio al Senato, non a negare l’esistenza del coronavirus, ma a ricordare l’importanza della umana dignità in democrazia, del dissentire.
Dubiti della qualità culturale e istituzionale di coloro che incarnano il potere? Sei un idiota, almeno quanto loro.
Sei dubbioso sull’ingresso dei migranti in piena emergenza coronavirus? Sei un fascista.
Nutri dubbi sulla pompa magna riservata a Conte dopo la trattativa sul Recovery Fund? Sei un cafone, porca troika!
Il dubbio è un’arte per chi non ne abusa, tipo gli stupidi di Russel sempre e solo pieni di rassicuranti sicurezze. Il dubbio è certezza di libertà, ma non c’è dubbio: è cominciata l’estinzione dell’uomo libero. E se libertà è partecipazione, cantando Gaber, in tempi di governi impastati, di editti/Dpcm del faraone Conte e di condanna persino alla sola opinione divergente, di sovranità nazionale e antropologica tramontata – ormai siamo tutto, di tutto il mondo, sempre, moriamo sfumando -, dove sarebbe la partecipazione e la libertà?
Dubitare, nell’imposizione, è ricerca di verità e di esistenza – non come segnaposto virtuali, né replicanti sterilizzati – in un mondo di fake news, di bulimia di informazione, di neuromarketing, di emozioni come metro di giudizio del tutto e di costante gratificazione istantanea, evocando modernamente Cartesio. Ora più che mai, i dubbi non sono tollerati, quantomeno quelli di una parte. In quel caso i dubbi sono certezza di inciviltà, di estinzione di ogni visione alternativa a quella del sistema globale, senza Dio, né Patria, precario e migrante, senza confini, senza più un’identità. Cessato il novecento ideologico, in cui contaminare l’agire umano in società, politica ed economia, ecco il post-ideologico attacco alla natura umana, con cui mutare l’intima profondità delle dimensioni degli uomini, dalla sessualità, alla memoria (nazionale), passando per la spiritualità. Una guerra non più solo al voto, ma psicologica. Una campagna elettorale continua che bombarda la quotidianità di ognuno e determina chi e cosa è degno di civiltà. Il dubbio è nemico di regime. E per questo, ora, bisogna dubitare ancor più forte, per continuare a difendere quell’intima porzione di lucidità, di libertà e di partecipazione che fa l’uomo sovrano di se stesso, ancor prima che della propria moneta.
Dubitare ancor più forte: è Conte a prolungare lo stato di emergenza sino a ottobre o è lo stato di emergenza a prolungare Conte sino al 2022? Sommergiamo di dubbi la miseria umana al potere. Muoviamo le piccole personalità lucide contro il bluff del grande sistema, smettiamola di giocare sul loro campo.
Pietro Senaldi e il coronavirus: "Ecco tutte le balle sul Covid19, la psicosi da contagi fa danni". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 22 agosto 2020. Qualche giorno fa aveva fatto scalpore la notizia di una bambina di cinque anni ricoverata in terapia intensiva con il Covid in Veneto. Anche noi di Libero l'abbiamo riportata dandole ampio rilievo. Ci aveva stupito l'età della paziente, perché neppure nei giorni più terribili della pandemia, a marzo e aprile, un minorenne era mai stato intubato. Malgrado qualche perplessità, abbiamo deciso di fidarci del circolo mediatico e delle agenzie che battevano la notizia con cinque stellette, per meglio evidenziarla. Mal ce ne incolse. Il governatore Zaia ha fatto sapere che la piccola è positiva ma è in terapia intensiva per tutt' altre ragioni rispetto al virus. A pensar male avevamo avuto ragione, abbiamo sbagliato a fidarci e ce ne scusiamo con i lettori. Riporto l'episodio perché emblematico della nuova psicosi da coronavirus che sta sconvolgendo il Paese. La maggioranza dei mezzi di informazione quotidianamente lancia allarmi e spara cifre, ma raramente fornisce argomenti utili a capire quanto sta accadendo. Fa solo il suo lavoro di scendiletto del potere: spaventa i cittadini, confonde e li prepara ad accettare qualsiasi decisione Conte e i suoi prenderanno sulla nostra vita a settembre, giustificandola con la nostra sicurezza. In Italia ieri, è stato annunciato, sarebbero morte di Covid nove persone e se ne sono contagiate 947, record mensile, su 72mila tamponi fatti. I quotidiani pubblicano le storie strazianti di chi ha perso i parenti in primavera e li ricorda su Faceboook ma è impossibile sapere chi è morto ieri e perché. Quanti anni aveva? C'erano situazioni patologiche gravi precedenti? Dove si è ammalato? Quanti dei nuovi contagiati stanno male? Dove si sono infettati? Sono italiani, immigrati, turisti di rientro da vacanze all'estero? Queste sarebbero informazioni utili che servirebbero a tutti noi ad avere una corretta idea della letalità e della circolazione del virus. Infatti si fa a gara a nasconderle, dando spazio a dati non interpretati e notizie spot che diano la sensazione di essere informati mentre in realtà disinformano.
L'epidemia dei sani - Sappiamo che l'età media dei contagiati si è abbassata a trent' anni. Bene, perché i più giovani sono quasi tutti asintomatici e si sono infettati per lo più all'estero, dove peraltro sta svacanzando anche il nostro ministro Gualtieri, in Grecia, tanto per dare il buon esempio. Eppure il dato viene riportato come una tragedia anche se non si ha notizia di giovanissimi in gravi condizioni. Ieri abbiamo scritto anche noi di Libero che circa il 2% dei contagiati è in ospedale. Sarebbe già un dato positivo rispetto alla primavera scorsa, quando il virus aveva una mortalità dell'1% e in ospedale ci andava il 20% dei malati. Ma la realtà è ancora migliore. Oggi infatti, a differenza che a marzo e aprile, il test del Covid viene fatto a chiunque sia ricoverato, per qualsiasi motivo. Molti positivi quindi non sono finiti in corsia a causa del virus ma sono asintomatici e si sono scoperti contagiati solo in quanto ospedalizzati per altre ragioni. Se non avessero avuto in programma un intervento per appendicite o non si fossero rotti un piede, nessuno avrebbe mai saputo che sono affetti da coronavirus e non sarebbero mai andati a gonfiare le cifre dell'allarme pandemia. Si sprecano titoli allarmistici quando quello più calzante sarebbe l'epidemia dei sani: tutti positivi ma per lo più in buone condizioni.
Niente negazionismo - Non scriviamo questo perché ambiamo finire nel girone dei negazionisti, cosa estremamente semplice visto che i fanatici del Corona ci hanno messo perfino i medici Zangrillo e Bassetti, che pure hanno salvato centinaia di vite umane rischiando la loro salute in ospedale e non digitando sulla tastiera in Internet. Semplicemente riteniamo compito dell'informazione fare chiarezza. Come ci ha detto il professor Remuzzi, una delle massime autorità medico-scientifiche italiane, l'aumento dei contagi era atteso, perché il virus ha aumentato la propria trasmissibilità, ma la situazione in Italia è sotto controllo, perché esso in questo momento è meno aggressivo. Tra due settimane le cose potranno peggiorare ma ora sta andando bene. Chi dice il contrario lo fa solo per preparare il terreno al governo, a cui gonfiare l'allarme fa tanto bene perché gli fornisce un pretesto per non riaprire le scuole e magari non farci votare alle regionali. Conte e i suoi hanno schierato gli eserciti: è partito il fuoco di copertura, un bombardamento di cassandre che ci impaurisce, ci fa tenere la testa bassa e ci impedisce di sapere come davvero stanno le cose. D'altronde, se davvero pensassero di essere alla vigilia di una nuova Apocalisse, cosa ci farebbero il premier e i suoi ministri in ferie? Saranno pure una banda di baluba, ma farsi fotografare a mollo come papere mentre è in arrivo la bufera sarebbe troppo perfino per Azzolina, Bellanova, Conte, Di Maio e compagni.
Più tamponi che abitanti, il "pasticcio" nel bollettino. I dati di oggi riportavano erroneamente 281.368 tamponi effettuati nel solo Molise. Il ministero della Salute ha poi corretto il numero. Valentina Dardari, Domenica 23/08/2020 su Il Giornale. Nel bollettino odierno diffuso dal ministero della Salute qualcosa è stato sbagliato. Come riportato, sono sette le persone decedute con coronavirus nelle ultime 24 ore in Italia, e 35.437 i morti da inizio emergenza. I guariti sono invece 205.470 con un incremento di 267. E fin qui ci siamo. Quello che però non tornava, prima che il ministero se ne accorgesse e rimediasse, era il numero dei tamponi eseguiti riportato nelle tabelle consultabili sul sito della Protezione civile, ovvero 348.580.
Il dato sbagliato nel bollettino. Qualcosa è stato sbagliato, visto che ieri i tamponi effettuati erano solo 77.674. Considerando anche che nella sola regione Molise in 24 ore ne sarebbero stati fatti 281.368, sempre secondo quanto riportato nella tabella, arrivando così a un totale di tamponi effettuati pari a 312.454. Incredibile, visto che i residenti dell’intera regione del Molise sono circa 305mila. Per un’oretta questi dati sono rimasti in bella vista sul sito, poi qualcuno deve essersi accorto del pasticcio e ha pensato bene di correggere le cifre errate. Poco dopo sono state pubblicate quelle corrette: i tamponi effettuati in Molise nell'ultimo giorno sono stati 159, arrivando così a un totale nella regione di 31.245. Anche il dato nazionale torna così a essere veritiero. I tamponi eseguiti in tutta Italia sono quindi 67.371, meno rispetto al numero relativo al giorno precedente, sabato 22 agosto.
Il record (quello vero) alla Lombardia. Va invece alla Lombardia, e questa volta il dato è veritiero, il record di tamponi: sono quasi 14mila. Come comunicato da Giulio Gallera, l’assessore lombardo al Welfare, “in tre giorni grazie alle postazioni attivate all'aeroporto di Malpensa sono stati effettuati 4.200 tamponi. Solo oggi ne sono già stati fatti altri 1.200 e contiamo di arrivare a 2.000 entro sera. I primi 1800 esiti refertati hanno evidenziato 8 positività. Le operazioni si stanno svolgendo regolarmente. A Linate invece sono stati eseguiti 760 tamponi in due giorni e allo spazio adiacente la fiera di Bergamo, 600 tamponi da ieri mattina per i passeggeri in arrivo allo scalo di Orio al serio".
Non giocate: i nostri figli non sono cavie! Di Edoardo Sylos Labini il 22 Agosto 2020 su culturaidentita.it. ilgiornale.it. Ma come faccio a mandare mia figlia a scuola in queste condizioni? E’ la domanda che mi pongo da settimane e che si stanno ponendo milioni di italiani. Di fronte a così tanta incompetenza del nostro ministro all’Istruzione e alle scelte o proposte (non si è ancora capito) scellerate dei vari comitati tecnico- scientifici nati come funghi in questi mesi di Covid19, ci si può (anzi, ci si deve) ribellare per la tutela dei nostri figli. Tutela fisica ma anche psichica, cui nessuno fa mai cenno. Siamo passati dalle gabbie in plexiglas ai banchi a rotelle per arrivare all’obbligo dell’uso della mascherina, che i bambini dovrebbero indossare per ore. E’ evidente che il modello è il gulag comunista. I nostri bambini non sono cavie sulle quali sperimentare le surreali idee di questi pazzi che ci governano. In sei mesi, invece di pensare ad un adeguato sistema di aerazione delle aule (e le proposte sono arrivate anche da società private come SIMA-Società Italiana di Medicina Ambientale), si è prodotto incertezza e inadeguatezza. La scuola, del resto, non è una priorità dei grillino-comunisti, troppo presi a spalancare i porti a una nuova incontrollata ondata di migranti economici, quella sì pericolosa per il diffondersi dell’epidemia. Proprio in queste ore ho riletto un articolo della Carta del Carnaro, la rivoluzionaria costituzione che d’Annunzio scrisse a Fiume cento anni fa con il sindacalista Alceste de Ambris : Gli statuti guarentiscono a tutti i cittadini d’ambedue i sessi l’istruzione primaria in scuole chiare e salubri, l’educazione corporea in palestre aperte e fornite. Come è possibile che una legge scritta un secolo fa ci appaia oggi, in questa Italia ridotta a brandelli, puraavanguardia? Allora il Vate sembrava un visionario, ma di lì a pochi anni e poi lungo il corso del Novecento, l’analfabetismo sarebbe stato sconfitto, a tutti i bimbi italiani sarebbe stata garantita un’istruzione, il lavoro sarebbe stato protetto, lo Stato sociale sarebbe divenuto realtà. Ma a distanza di 100 anni tutto è nuovamente in discussione: il coronavirus ci ha mostrato in quale considerazione sia tenuta la scuola dai nostri politici che siedono al governo, silenziosamente vilipesa per anni e ridotta al rango di parcheggio per l’infanzia e l’adolescenza, dove di innovativo, per questi pazzi, c’è solo la teoria gender. Il 14 settembre si avvicina senza nessuna certezza. L’unica è che da genitori non possiamo più restare in silenzio. Lo dobbiamo al futuro dei nostri figli, se abbiamo ancora un po’ di dignità.
Estratto dell’articolo di Adriana Bazzi per il “Corriere della Sera” il 24 agosto 2020. Capita anche a scienziati italiani di fama internazionale, e non solo al popolo dei giovani frequentatori di discoteche, di trascorrere qualche giorno di vacanza in Grecia: raggiungiamo al telefono Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Istituto Clinico Humanitas di Milano e professore Emerito dell'Humanitas University. Ci risponde da un bosco dove è più facile prendere la linea, anche se si trova vicino ad Atene. […] […] questo nuovo coronavirus sta «perdendo pezzi», cioè sta mutando e diventando meno aggressivo, come ci informa la cronaca di questi giorni?
«Sono un immunologo e mi rifaccio alla letteratura scientifica: l'unico dato "sicuro" arriva da un lavoro pubblicato sulla rivista Cell che dice che il virus è "stabile" e non sta diventando più "gentile". Altre osservazioni (che parlano di una minore aggressività, ndr ) si basano su piccoli studi, non ancora pubblicati. Ma creano messaggi distorti che confondono le persone».
Sembra che la malattia sia meno grave...
«Ecco, occorre distinguere fra il virus (che non è cambiato) e la malattia che, invece, si è attenuata. Per diverse ragioni. La prima è che, comunque, le polmoniti da virus respiratori praticamente scompaiono d'estate. La seconda è che nei confronti delle persone più fragili, come gli anziani, si sta più attenti. La terza è che sono i giovani i più colpiti, ma hanno più difese. Non dimentichiamoci, però, che il paziente "zero" di Codogno, finito in coma, aveva 37 anni ed era un maratoneta».
Il messaggio, quindi, è quello di non abbassare mai la guardia.
«Certo. Sono un amante dell'alpinismo e qualche settimana fa, arrivato in un rifugio, avevo una gran voglia di togliermi la mascherina, ma non l'ho fatto. Avevo visto un cameriere senza. Si tratta di dare il buon esempio: è anche una questione di responsabilità sociale».
La prevenzione rimane un caposaldo nella lotta al contagio, ma quanto, invece, ci possiamo aspettare dai farmaci?
«Ci siamo accorti che gli antivirali, quelli usati contro altri tipi di virus e utilizzati all'inizio dell'epidemia, non funzionano contro il nuovo coronavirus e, anzi, possono essere dannosi. Si salva il "remdesivir" che accorcia di qualche giorno i ricoveri ospedalieri. Più interessante il "desametasone", un vecchio cortisonico, capace di ridurre in qualche modo la mortalità. E pure chi opera nelle terapie intensive ha imparato a trattare meglio i pazienti».
E per il futuro?
«Ci sono grandi speranze per gli anticorpi monoclonali che possono intercettare il virus. Qualche perplessità, invece, esiste per le terapie con il plasma di soggetti infettati».
E il vaccino?
«Un editoriale, appena pubblicato su Science , titola "Attenti alle scorciatoie". In altre parole, un vaccino, per essere utilizzato su ampia scala, deve dimostrare di essere efficace e sicuro. Insomma, non abbiamo bisogno di un vaccino "cavallo purosangue" che brucia le tappe, ma di un "cavallo da tiro" e forse più di uno, capaci di lavorare, magari insieme, sulla lunga distanza».
Non trova che ci sia un po' di confusione nella pubblicazione di studi su farmaci e vaccini nelle riviste scientifiche? Alcuni lavori sul coronavirus sono stati «ritrattati», cioè ritirati dai giornali su cui erano stati pubblicati.
«La ricerca sull'idrossiclorochina (un farmaco antimalarico proposto per la cura dell'infezione e sostenuto dal Presidente americano Donald Trump, ndr ) è emblematica. La scienza è imperfetta, ma certi ricercatori "barano": alla fine, però, vengono scoperti». […]
Alberto Zangrillo, il coronavirus e la vignetta: "Sapete quanti morti di tumore o infarti ci sono stati ieri?". Insultato. Libero Quotidiano il 23 agosto 2020. Una vignetta sul coronavirus, e Alberto Zangrillo viene lapidato via Twitter. Il primario di anestesia e rianimazione del San Raffaele di Milano, da sempre molto critico contro i "catastrofisti" dell'epidemia (tanto da guadagnarsi l'insensato titolo di "negazionista"), ha condiviso su Twitter una vignetta satirica firmata da Ghisberto proprio nel giorno in cui i contagi sono schizzati sopra quota 1.000 nelle ultime 24 ore. Una recrudescenza di positivi a cui però non fa seguito un aggravarsi della situazione ospedaliera. E proprio su questo, di fatto, ironizza la vignetta. Un uomo vestito di nero, circondato da pecore e con alle spalle gli altoparlanti, annuncia: "Ieri in Italia sono morte 4 persone per Covid. Terribile!". Di fronte a lui, un altro uomo in abiti normali gli risponde: "Ieri in Italia sono morte anche 638 persone per malattie cardiocircolatorie e 483 per tumore! Questo è davvero terribile". La reazione sui social ha rasentato l'isterismo, con critiche sfociate ben presto in veri e propri insulti a Zangrillo. Basta dare un'occhiata ai commenti sotto il post di Zangrillo (diventato in poche ore "trending topic" in Italia su Twitter).
Luca Telese per “la Verità” il 3 agosto 2020.
Professor Zangrillo, nel governo si è litigato per il distanziamento nei treni.
«Assurdo».
E lei che ne pensa?
«Ho sempre invocato il rispetto delle regole e del buon senso».
Quindi?
«Il divieto non è una soluzione».
Perché?
«Per me tutti i sedili occupati da gente educata e responsabile valgono più di mille posti liberi. In altre parole il problema vero non è se li occupi ma chi li occupa e come».
Alberto Zangrillo, intensivista del San Raffaele, già medico di Silvio Berlusconi, animatore del manifesto dei dieci, che ha messo in dubbio la linea ufficiale seguita dal Comitato tecnico scientifico sulla pandemia: parla per la prima volta dopo le polemiche sul convegno del Senato.
Da che famiglia viene?
«Sono un italiano come tanti: mio padre era un funzionario di banca, mia madre una donna dedita alla famiglia».
Cosa voleva fare da bambino?
(Pausa teatrale) «Nulla». Nulla?(Sorride) «Non avevo ambizioni. Mi trasferisco dalla Liguria alla Lombardia, faccio le scuole a Monza. Università alla Statale di Milano».
Medicina?
«Sì, a questo punto avevo deciso: volevo fare il chirurgo».
Ma non ci riesce.
«C'era molta competizione, poca domanda, non avevo raccomandazioni né le cercavo. Serviva un piano B».
Così finisce nella carriera di rianimatore.
«All'epoca eravamo ancora "anestesisti", gli "intensivisti" non esistevano. Mi sono incuriosito a questa figura, che all'epoca sembrava ancillare, e che oggi è cresciuta enormemente di rango».
Perché?
«Nella medicina moderna l'intensivista è diventato la figura più completa, quella che deve sintetizzare tutti i saperi, dalla chirurgia alla medicina interna».
La prima grande esperienza professionale?
«A Londra, inizio anni Novanta: vedo questo mondo che cresce e cambia, in tutti i sensi».
Cosa intende?
«Ho capito che noi italiani eravamo dei provinciali. Ho visto enormi ospedali multietnici, dove lavoravano indiani, italiani, tedeschi, e gli inglesi erano minoranza. Era il futuro».
E inizia a guadagnare?
«Alt. Io dico sempre una cosa si miei studenti: "Le soddisfazioni economiche arrivano se sei bravo"».
Detto così pare troppo facile.
«Mai vero come in medicina. Il mediocre non guadagna».
In Inghilterra forse: in Italia non sempre è così.
«Perché abbiamo varianti di specie medica facilmente identificabili».
Chi?
«I marchettari».
E chi sono per lei?
«Quelli che vedono il paziente come una merce».
E lei come lo vede?
«Come una persona che ha bisogno».
Così sembra troppo buonista.
«Lo sa che io passo un terzo della mia giornata al telefono con gente che non conosco?».
E come arrivano a lei?
«In ogni modo: scrivono, chiamano. Parliamo di telemedicina, di tac, di pareri. Anche quando entro in un negozio tirano fuori un cd e mi fanno vedere gli esami».
Lei è stato il medico di Silvio Berlusconi, ma lui non sposa le sue teorie del virus.
«Siamo due persone libere».
Non ha provato a convincerlo dopo aver firmato il manifesto dei dieci?
«Affatto. Berlusconi sa una cosa di me: che io ci sarò sempre, quando sarà necessario, e basta questo. Per il resto è un rapporto paritetico in cui entrambi abbiamo le nostre idee».
E se deve indicare una sua dote cosa dice?
«L'umiltà».
Sta scherzando? Mi permetta, lei avrà tante doti, ma umile non sembra.
«Non è vero. Lo vada a chiedere a chi lavora con me. Sono la persona più attenta, anche a chi fa le pulizie, in ospedale. Mai stato un barone, nella mia vita».
Per la formazione anglosassone?
«Per carattere: i baroni mi stanno sulle balle».
Però quando fa polemica non pare tanto dimesso.
«Ehhhh... Ma quella è un'altra storia. Sono categoricamente maldisposto nei confronti degli sparaballe».
Spieghiamolo.
«Non posso sopportare che persone prive di competenze provino a mettersi sul mio stesso piano, soprattutto a livello scientifico».
Vede? Avevo ragione io.
«Ma questa non è presunzione. È intransigenza».
Mi faccia un esempio.
«Dal 22 febbraio al 18 aprile io ho passato tutte le mie giornate solo con i malati di Covid. Non avevo orari. Non dormivo. Abbiamo fatto due trapianti di polmone...».
Ebbene?
«Poi arriva un tizio che nella vita fa lo statistico, e pretende di spiegarmi cosa sia il Covid. Non è presunzione mia. È ridicolo che senza esperienza sul campo qualcuno cerchi di pontificare su cose che non conosce».
Per questo si è esposto?
«Non potevo accettare questa enorme mistificazione».
Quale?
«Far credere alla gente che "contagio" sia uguale a "malattia". Questo bollettino quotidiano diffuso dalla Protezione civile è una incredibile mistificazione».
Rispetto a cosa?
«Alla verità clinica. In tutto il gruppo San Donato, quello in cui lavoro, abbiamo solo 10 pazienti in cura, nessuno recente, nessuno in intensiva. Prima non c'era un letto libero. Ecco l'evidenza clinica!».
Quindi non bisognerebbe considerare il numero dei contagi?
«No, ovvio! Come posso considerare "gravi" i casi dei pochi che in questi giorni sono avviati a normale degenza, spesso asintomatici?».
E quale dev' essere il vero termometro?
«Ricoverati gravi e terapie intensive: ovvero quello che oggi - speriamo che questa situazione prosegua - non incontriamo da mesi».
Se fosse al posto del Cts, cosa farebbe?
«Sarei orgoglioso di essere italiano e cercherei di non favorire il terrore».
Abbiamo avuto 35.000 morti.
«E lo ricorda a me? Arrivavano tardi e gravemente ammalati, con i polmoni distrutti, eravamo costretti a metterli in rianimazione. Quei morti me li sono visti passare davanti agli occhi».
E quindi oggi cosa direbbe?
«Se continuiamo a comportarci con responsabilità non serve mantenere divieti privi di senso».
Esempio.
«Si possono benissimo fare un matrimonio o un battesimo e feste di laurea».
Con l'assembramento che inevitabilmente creano?
«E perché, in coda al supermercato l'assembramento oggi non c'è? In aeroporto l'assembramento non c'è? Ci vogliamo raccontare delle palle?».
Per quale motivo?
«Il motivo non lo so. Ma io medico mi pongo il problema delle industrie e delle società di sevizio che non lavorano più perché abbiamo ucciso le cerimonie civili».
Sa che il professor Massimo Galli ha definito lei, Massimo Clementi e gli altri otto firmatari «la minoranza rumorosa»?
«Non mi interessa polemizzare con lui. Posso dire che io non ho nulla da guadagnare da questa battaglia, e tutto da perdere».
Perché lo fa, allora?
«Mi pongo delle domande. E so che il 17% di Pil in meno è una catastrofe che mi riguarda come e quanto i malati in corsia. È stato detto che il distanziamento è un grave problema, come abbiamo visto sui treni. Ma io voglio contare sul buonsenso della gente».
Ad esempio?
«Se tu hai la febbre non prendi il treno. Se sei in treno vicino a un altro passeggero usi la mascherina».
E così si abbatte il rischio?
«Ma scusi: quante occasioni abbiamo di incontrare un asintomatico? Decine al giorno».
E poi?
«Su 100 persone che incontro ne vedo 70 con la mascherina calata».
E quindi?
«Scriva che Alberto Zangrillo dice di mettere queste benedette mascherine! Ma allo stesso tempo è evidente che la violenza del virus è incredibilmente abbattuta rispetto a questo inverno. Basta ricorrere alla paura».
Chi usa la paura?
«Tanti personaggini che hanno alimentato il furor di popolo: dagli all'untore, attenti che il virus torna! Ecco, il virus oggi non è quello di prima: allora dobbiamo imparare a conviverci».
.Anthony Fauci dice: «Aspettiamo il vaccino».
«Questa è una banalità. Ovvio. Ma nel frattempo? Noi dobbiamo spiegare alle persone che con la cautela del caso possono e devono tornare alla alla vita. Lo stesso Fauci dice: "Magari avessi i numeri dell'Italia!"».
Si è pentito, dopo le polemiche, di aver accettato l'invito di Vittorio Sgarbi al famoso convegno del Senato, definito "un'adunata di negazionisti"?
«È deprimente. Ma se qualcuno prova a definirmi "negazionista" davanti a me io gli urlerei in faccia qualcosa di irriferibile».
Addirittura?
«"Negazionista" è chi nega l'Olocausto, la persecuzione degli ebrei, i crimini di Adolf Hitler. Il tentativo di squalificare le nostre posizioni accostandoci ai carnefici è infame».
Ho capito, si è pentito, ma per orgoglio non cede sul punto.
«Per nulla. Io considero Sgarbi una persona molto intelligente, che talvolta eccede. Ma c'è sempre un fondo di verità nelle sue polemiche e nelle sue campagne. Anche oggi».
Quindi?
«Quel convegno ha posto - con alcuni dei migliori esperti medici e dei costituzionalisti - il tema della libertà e della cura. Per questo malgrado la campagna diffamatoria che abbiamo subito sono contento di averci partecipato».
Da Corriere.it il 27 luglio 2020. Durante il lockdown «mi sono sentito umiliato e offeso perché non potevo uscire da casa». Lo ha affermato il tenore Andrea Bocelli intervenendo, lunedì, al convegno «Covid-19 in Italia, tra informazione, scienza e diritti», in Senato: un evento al centro di polemiche in seno alla comunità scientifica italiana, organizzato dal leghista Armando Siri, cui hanno preso parte anche Vittorio Sgarbi e il leader della Lega, Matteo Salvini (che si è rifiutato di indossare la mascherina, nonostante il richiamo di un funzionario del Senato). Bocelli, che in passato ha raccontato di aver affrontato personalmente il Covid-19 e di essere poi guarito, ha riconosciuto di aver «violato le restrizioni uscendo lo stesso, perché ho una certa età e ho bisogno del sole e di vitamina D. C’è stato un momento in cui mi sono sentito umiliato e offeso per la privazione della libertà di uscire di casa senza aver commesso un crimine». Il tenore ha poi aggiunto: «Quando siamo entrati in pieno lockdown ho cercato di immedesimarmi in chi doveva prendere decisioni così delicate. Poi ho cercato di analizzare la realtà e ho visto che le cose non erano così come ci venivano raccontate. I primi confronti li ho avuti in casa esprimendo qualche dubbio ma sono stato fustigato, i primi ad attaccarmi sono stati i miei figli, ma mentre il tempo passava, io conosco un sacco di gente, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?». Bocelli ha anche affermato di aver «chiamato Renzi, Salvini e Berlusconi, tutti quelli che conoscevo insomma, nel tentativo di creare un fronte trasversale, fatto di persone di buon senso, per fare qualcosa tutti insieme». E ha concluso: «Non posso pensare alla celerità con la quale sono state chiuse le scuole e, dall’altra parte, con la quale le discoteche si sono di nuovo riempite». «Mi preme rivolgere un appello per dire che bisogna riaprire le scuole e riprendere i libri in mano. Non posso pensare che i nostri ragazzi, io ho una figlia di 8 anni, debbano trovarsi in classe con la mascherina».
Salvini, Cassese e Bocelli: i tre “negazionisti” del Covid. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 27 luglio 2020. Mentre l’Aula si prepara a discutere la richiesta del Governo, a palazzo Madama Sgarbi ha organizzato un convegno rigorosamente “senza mascherina”. C’è attesa in Senato per il voto sulla proroga dello stato d’emergenza legato alla diffusione dell’epidemia di coronavirus in Italia. Il governo, sulla base dei dati che illustrano come la pandemia in Europa e nel mondo sia tutt’altro che sconfitta, vorrebbe la proroga al 31 ottobre, mettendo in guardia dai rischi di un’ipotetica seconda ondata della quale più volte in questi mesi ha sottolineato il rischio il ministro della Salute, Roberto Speranza. Ma il Parlamento è spaccato tra maggioranza e opposizione. Il sostegno alla proroga è garantito dal Partito democratico, secondo il cui segretario, Nicola Zingaretti, il partito sosterrà qualsiasi iniziativa del governo volta a garantire la tutela della salute pubblica. D’accordo anche il Movimento 5 stelle, che con il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, è anch’esso portavoce del fronte più cauto nell’abbandonare i poteri concessi al presidente del Consiglio. Sì alla proroga anche da Leu e Italia Viva, anche se il partito di Matteo Renzi, come da settimane a questa parte, invita a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ripartire e non fossilizzarsi sull’idea che il nostro Paese stia ancora attraversando la fase più acuta dell’emergenza. Ma dall’altro parte dell’emiciclo c’è totale contrarietà alla proroga da parte di tutti i partiti di opposizione. «Siamo di fronte a una scelta politica che nulla ha a che vedere né con l’epidemia, che non è vinta ma è sotto controllo, né tantomeno con l’interesse nazionale», ha detto Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia. «Il governo non può utilizzare i ritardi accumulati durante lo stato d’emergenza per prorogare i pieni poteri al premier – ha proseguito l’azzurra – In questi mesi lo stato d’emergenza non ha certo significato buongoverno sul fronte Covid». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il leader della Lega, Matteo Salvini, che nel corso del convegno “Covid-19 in Italia tra informazione scienza e diritti” svoltosi ieri in Senato, ha detto: «Replicherò al professor Conte con una frase del professor Cassese: non si può prorogare lo stato d’emergenza se l’emergenza non c’è». Il riferimento è a una frase del giurista pronunciata nel corso dello stesso convegno, durante il quale Cassese si è fortemente opposto all’idea della proroga, definendola «inopportuna e illegittima». «Bisogna tornare alla normalità – ha detto il giudice emerito della Corte costituzionale – si è fatto ricorso a delle norme adottate per le calamità naturali che non vanno bene per una pandemia». Proprio quel convegno, organizzato da Vittorio Sgarbi, ha suscitato non poche polemiche, visti i toni di fondo utilizzati dai presenti, definiti “negazionisti” da diversi organi di stampa. C’era, ad esempio, il cantante Andrea Bocelli, che senza troppi giri di parole ha detto di essersi sentito «umiliato e offeso» dal fatto di dover rimanere chiuso in casa «senza aver commesso reato alcuno». E illustrando un siparietto avvenuto in famiglia, dove i figli gli consigliavano di occuparsi «di Tosca e di Butterfly», il cantante ha detto di non conoscere nemmeno una persona che ha avuto necessità di essere ricoverata in terapia intensiva durante quella che ha definito «la cosiddetta pandemia». Tra gli altri, a inveire contro Dpcm e presunte cospirazioni c’era anche il costituzionalista Michele Ainis, secondo il quale «se non possiamo negare che ci sia una pandemia con oltre 16 milioni di persone contagiate, allo stesso modo non si può nemmeno negare che ci sia stata una violazione delle regole, dello Stato di diritto in Italia». Con l’emergenza coronavirus, ha continuato Ainis, «il parlamento è stato praticamente invisibile, soprattutto nel primo tempo della crisi. Le camere sono state sommerse da un’onda di decreti legge e da parte del governo c’è stato un abuso nell’uso dei dpcm». Tornando alla dialettica parlamentare, anche Fratelli d’Italia si schiera contro la proroga dello stato d’emergenza, che, secondo il presidente dei senatori del partito, Luca Ciriani, «da febbraio in poi è stato utilizzato al limite della costituzionalità. Noi non vediamo più alcun motivo di carattere tecnico, giuridico, sanitario e tanto meno politico per una proroga – ha detto Ciriani – È una richiesta strumentale e politica che serve al governo per blindarsi al proprio interno e mettere a tacere le voci di dissenso nella maggioranza». No anche da +Europa di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, secondo i quali la proroga non servirebbe affatto a prevenire e a gestire in modo più efficiente la pandemia, ma soltanto a prorogare il “governo via dpcm”.
Fedez contro Bocelli e Salvini: "Fare silenzio ogni tanto non fa male". Al discorso in Senato di Andrea Bocelli, che ha ammesso di aver violato il lockdown, ha risposto Fedez, che con un tweet ha invitato al silenzio il cantante di Pisa. Francesca Galici, Martedì 28/07/2020 su Il Giornale. Andrea Bocelli è passato dall'essere un eroe e simbolo d'orgoglio nazionale all'essere quasi un traditore della Patria, preso di mira dai social del pensiero unico. "Io conosco un sacco di gente, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità? C'è stato un momento in cui mi sono sentito umiliato e offeso per la privazione della libertà di uscire di casa senza aver commesso un crimine e devo confessare pubblicamente di aver disobbedito a questo divieto che non mi sembrava giusto e salutare", ha detto Andrea Bocelli durante l'incontro organizzato in Senato da Vittorio Sgarbi e Andrea Siri, che ha visto la partecipazione anche di Matteo Salvini e di numerosi virologi. Frasi che nono sono state digerite da molti, Fedez compreso. Le parole del cantante pisano sono rimbalzate sui social per tutto il giorno e hanno scatenato un'ondata d'odio mostruosa nei suoi confronti. In praticolare, i suoi nuovi detrattori gli addossano la colpa di non essere coerente perché nei giorni dell'emergenza sanitaria si è speso pubblicamente in favore del "restate a casa". Ha realizzato il famosissimo concerto dalla Piazza Duomo di Milano deserta, ha partecipato all'evento mondiale One World Together at Home e ha perfino cantato in streaming dal balcone di casa di Fedez nei giorni del flashmob. Tra le tante critiche e accuse piovute addosso ad Andrea Bocelli spicca proprio quella del marito di Chiara Ferragni, cha ha voluto esprimere il suo dissenso con due tweet diventati rapidamente virali. "Io senza parole. Boh", ha scritto in un primo momento il cantante di Rozzano, parole che il popolo della rete ha immediatamente collegato a quanto detto da Andrea Bocelli. Che il loro intuito fosse corretto è stato confermato dal successivo tweet di Fedez: "Se non conoscete nessuno che sia stato in terapia intensiva e vi permettete di instillare il dubbio che la pandemia sia stata fantascienza vi presento un mio amico che causa Covid ha dovuto subire un trapianto di polmoni a 18 anni. Poi fare silenzio ogni tanto non fa male eh". In realtà il tweet di Fedez si rivolge a degli ipotetici "voi", quindi non è riferito solo ad Andrea Bocelli ma probabilmente a tutti quelli che ieri mattina sono intervenuti all'incontro in Senato, ormai addittato come "il convegno dei negazionisti", Matteo Salvini compreso. L'amico di cui parla Fedez è il ragazzo ricoverato nella terapia dell'ospedale San Raffaele costruita grazie ai fondi raccolti dalla sua campagna di crowd-founding, che il cantante ha conosciuto circa un mese fa. Proprio dall'accusa di negazionismo si è sentito di doversi difendere Andrea Bocelli, salito sul palco della Milanesiana con il filosofo Bernard-Henry Lévi: "Succedono cose strane in questo Paese. Ho fatto un intervento al Senato e in seguito a questo intervento, curiosamente, sono stato definito un negazionista". L'intervento di Bocello poi continua, con il tenore che ha ricordato quanto ha fatto in prima persona nel pieno dell'emergenza: "Che strano, mi sono speso fin dal primo giorno per aiutare chi era in difficoltà in ragione del virus. Con la fondazione che porta il mio nome abbiamo cercato di recuperare subito tutto quello che serviva, poi sono venuto qui nella città un po' simbolo del contagio per fare una preghiera per tutti e anche per dimostrare che la paura è la sola cosa di cui bisogna avere paura. Deve essere su questo fatto che sono stato un po' frainteso". Durante il suo intervento ha spiegato il suo punto di vista, che come tale merita rispetto al pari di qualunque altro: "Io sono un ottimista per natura e voglio sperare che da qui si voglia e si possa ripartire".
Bocelli ha sbagliato, ma questo non ci autorizza a prenderlo in giro perché è cieco. Notizie.it il 28/07/2020. Chi ironizza su Andrea Bocelli dimentica che il vero cieco è proprio quel paese che lavora su piani simili per alimentare la sua dialettica interna. Che Andrea Bocelli sia incappato in una gaffe maiuscola è fuori di ogni dubbio. Una gaffe al fulmicotone che non fonda tanto sul merito di quello che ha affermato, quanto piuttosto sull’incapacità assoluta del nostro, ce lo conceda, di "tenere la nota". Cioè di capire, soprattutto in tema di Covid, una cosa. Che cioè esistono ambiti di affermazione, semitoni della dialettica su cui innescare ed incentivare la possibilità di equivoco è vietato con grossi paletti di pericolo. Pena una stecca maiuscola. E Bocelli, che è uomo di spettacolo, avrebbe dovuto conoscere più di tutti il potere malefico della fascinazione di alcuni concetti, soprattutto in un’epoca in cui social e umori di volgo sono come la fama descritta da Virgilio: un mostro che nasce pulcino e diventa dragone in un batter d’occhio. Quindi teniamo la faccenda cassata e diamo per certo che il tenore abbia detto una stronzata: inopportuna, offensiva per le categorie coinvolte e facilona nell’intento di pancia sparato di getto in un luogo istituzionale. E in questo senso possiamo considerare sedimentata anche l’inevitabile coda mainstream che al fatto c’è stata in queste ore, con Bocelli che ha aggiustato il tiro. Lo ha fatto un po’ per auto consapevolezza un po’ perché se sei una star puoi permetterti un ufficio stampa e spin doctor che ti evitano le cappellate. O che conoscono il tipo di cerotto adatto alla bisogna quando proprio non le riesci a tenere. In Italia però esistono dolenti note che scavalcano sempre l’attenuarsi di certe polemiche o i tentativi di chi le ha innescate di metterci rimedio. E quelle dolenti note sono sempre, inesorabilmente suonate sullo spartito becero dell’offesa mirata. E non di quella generalista e concettuale, che già di per se è budello in discesa verso gli istinti più bassi del nostro popolo. No, lo spartito che viene tirato fuori ogni volta che una certa fetta di italiani social deve deprecare un personaggio che si è messo in tacca di mira è quello del cecchinaggio malevolo. Della ricerca del difettto in pratica, della tara che emendi lo sconcio di un ragionamento frettoloso si, ma di certo figlio di un’azione intellettiva, non di un rutto di malvolenza. Una sorta di anatema ad hoc che nel caso di Bocelli ha inevitabilmente chiamato in causa la sua cecità. E vai dunque con il giochino velenoso di contrattaccare uno che ha detto una stronzata non con la serena e cartesiana antitesi al suo strologare, ma con il misero giochino di fare pappa di una sua debolezza, di un suo difetto, della maniglia che quella persona impugna nel viaggio quotidiano verso il suo personale inferno. E accade con tutti ormai, a fronti equiparati. La Meloni ne spara una? La si dileggia per gli occhi globiformi. Grillo va in vaticinio mattoide più del solito? Tocca alla sua panza, o alla progenie indagata. Tutto in una ricerca lombrosiana delle migliori vergogne della persona da attaccare, vergone che rimettano le cose a posto non secondo logos, ma secondo la pulsione baccante del "Tiè, becca maledetto". E non ci si accorge che il vero cieco è proprio quel paese che lavora su piani simili per alimentare la sua dialettica interna. Ed è un peccato doppio perché è un paese che cieco non lo era dalla nascita.
Enrico Mingori per tpi.it il 28 luglio 2020. Anche il professor Sabino Cassese, tra i giuristi più eminenti del panorama italiano, ha partecipato al contestato convegno sul Coronavirus organizzato al Senato da Vittorio Sgarbi e presentato su molti media come il convegno dei “negazionisti del Covid”. Cassese, che non era presente fisicamente bensì collegato via Skype, è intervenuto per spiegare le ragioni del no alla proroga dello stato di emergenza da parte del governo. Il convegno ha fatto molto discutere per le prese di posizione di alcuni ospiti, in particolare quelle del leader della Lega Matteo Salvini (“La mascherina? Non ce l’ho e non la indosso. Mi rifiuto di salutare col gomito, io do la mano”) e del tenore Andrea Bocelli (“Come cittadino mi sono sentito offeso e umiliato dal lockdown. Non ho conosciuto nessuno finito in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?”).
Professore, perché ha accettato di partecipare al convegno?
«Me l’aveva chiesto l’onorevole Sgarbi».
Sapeva quali sarebbero stati gli altri relatori?
«Sapevo chi erano alcuni degli intervenienti».
L’evento è stato ribattezzato dalla stampa “il convegno dei negazionisti del Covid”. Non le dispiace che il suo nome venga associato a questa espressione?
«Il “Trattato sulla tolleranza” è stato scritto da Voltaire nel 1763…»
Nemmeno alla luce delle polemiche suscitate si è pentito di aver partecipato?
«Mi è stata lasciata ampia libertà di parola. Non ho potuto, purtroppo, ascoltare gli interventi, perché non ero presente ma collegato via Skype, e perché avevo un altro impegno».
Bocelli ha detto di essersi sentito offeso come cittadino dal lockdown. Anche lei si è sentito offeso? Crede che le restrizioni siano state eccessive?
«Che il periodo di clausura abbia posto limiti a molte libertà non vi è dubbio. Che molti di tali limiti – ad esempio, quello alla libertà di culto o quelli disposti dal decreto legge numero 6, poi abrogato – siano stati disposti in modo sproporzionato e irragionevole l’ho detto e scritto più volte. Che le compressioni delle libertà siano state disposte per un fine ulteriore e apprezzabile, quello di tutelare la salute, mi pare altrettanto sicuro».
Salvini ha rivendicato di non indossare la mascherina e di salutare le persone stringendo la mano. Che ne pensa? E lei come si comporta?
«Evito di dare la mano – in molti Paesi del mondo ci si saluta in altro modo, perché non farlo in Italia? – e indosso la mascherina quando è necessario. Consiglio a tutti di fare altrettanto per motivi di profilassi».
Il suo contributo ha riguardato nello specifico la probabile proroga dello stato di emergenza. Lei è notoriamente contrario.
«La proroga sarebbe la dichiarazione ufficiale di uno stato di fatto che non c’è. La motivazione che è stata data – per comprare i banchi monoposto e le mascherine per le scuole – è risibile, perché vi sono molti strumenti e procedure per fare appalti urgenti. In generale, agli strumenti eccezionali si deve fare ricorso per periodi limitati e con limiti analiticamente dettati da apposito atto normativo primario, come è stato stabilito dalla Corte costituzionale in molte sentenze, da oltre cinquant’anni».
Paolo Becchi per ''Libero Quotidiano'' il 28 luglio 2020. Ho già scritto che l' incubo di uno stato di emergenza senza emergenza avrebbe terrorizzato anche i più smaliziati e lucidi pensatori della nostre società. Più "distopico" di quanto un Philip Dick avrebbe osato immaginare; più "biopolitico" di quanto Foucault si sarebbe immaginato, quando denunciava i dispositivi di governo delle società ormai post-disciplinari. Ebbene questo incubo sta rischiando di divenire realtà. Partiamo da un dato reale. Nessuno può oggi sostenere che esista una emergenza da Covid. I morti si contano sulle dita delle mani, le terapie intensive sono semivuote. Dal punto di vista sanitario, di fatto non esiste emergenza. Certamente, il rischio esiste, nella misura in cui l' epidemia potrebbe ritornare, magari con l' autunno. Potrebbe, appunto: una probabilità. Ma lo "stato di emergenza" è uno stato. A giustificarlo, cioè, è l' esistenza, al momento in cui lo si dichiara, di una emergenza, diciamo anche un pericolo: ma di un pericolo attuale, che è cosa diversa dalla possibilità che, in futuro, esso potrebbe presentarsi. La strategia del governo è quella di governare attraverso uno stato di emergenza permanente, facendo valere una logica "securitaria" tale per cui l'azione governativa sarebbe legittimata, più che a risolvere le emergenze, a impedire che si verifichino. L'emergenza diventa permanente perché non c' è (perché si potrà sempre dire che senza i provvedimenti di emergenza essa si verificherebbe - prova impossibile da dare)! Ma in questo modo, si finisce per rendere privo di significato lo stesso istituto giuridico della dichiarazione di uno stato di emergenza, il quale ha senso solo in quanto questo rimanga l' eccezione, e non divenga la regola. Dal momento che la cosa sembrava troppo sporca, si è deciso di coinvolgere il Parlamento, bypassato la prima volta. Il che è contradditorio: perché se fossimo in una situazione di emergenza, non ci sarebbe il tempo per calendarizzare e discutere la questione, mentre i morti aumentano. Se il Governo si può oggi permettere il siparietto parlamentare, è proprio perché lo stato di emergenza, di cui chiede la proroga, non c' è più.
Paolo Griseri per “la Stampa” il 29 luglio 2020. Subissato dalle critiche dei parenti delle vittime del Covid, il tenore Andrea Bocelli ha dovuto ieri precipitosamente rettificare alcune improvvide dichiarazioni. Nell'entusiasmo di un pomeriggio al Senato, Bocelli si era fatto prendere la mano criticando il lockdown: «Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse andato in terapia intensiva, dunque perché questa gravità?». Bocelli è lo stesso che il giorno di Pasqua aveva cantato da solo, nel Duomo di Milano, in ricordo delle vittime di una pandemia che oggi ritiene invece esageratamente raccontata. O almeno la considerava un' esagerazione fino a poche ore fa quando ha specificato di non essere un negazionista e, naturalmente, di essere stato frainteso. La stecca può capitare a tutti. Ma come gli ha ricordato il collega Fedez, «fare silenzio ogni tanto non fa male».
Bocelli chiede scusa per le parole al convegno negazionista: "Tutta la mia famiglia colpita dal Covid-19". Pubblicato mercoledì, 29 luglio 2020 da La Repubblica.it. “Se il mio intervento al Senato ha generato sofferenza, di questo chiedo sinceramente scusa, perché proprio non era nelle mie intenzioni. Così come non era nelle mie intenzioni di offendere chi dal Covid è stato colpito”. Andrea Bocelli si fa filmare in casa e pubblica un post di scuse su Facebook dopo la pioggia di critiche sui social per la partecipazione al convegno negazionista sul Covid-19 organizzato ieri mattina in Senato da Vittorio Sgarbi e dal senatore della Lega Armando Siri, con ospite anche il professor Zangrillo del San Raffaele di Milano. “Da sempre mi sono speso per combattere la sofferenza e l'ho fatto anche recentemente con l'avvento di questa sciagurata pandemia, come molti sanno”, ha esordito Bocelli, che è stato indirettamente attaccato su Twitter anche da Fedez, con un laconico “fare silenzio ogni tanto non fa male”. Il tenore nel video sottolinea come lui stesso sia stato colpito dal Covid-19: "La mia famiglia non è stata risparmiata dal virus: siamo stati tutti quanti contagiati e tutti abbiamo temuto il peggio; perché nessuno può conoscere l'andamento di una malattia come questa, che è ancora oggi sconosciuta”. Bocelli ha poi continuato spiegando i motivi che lo hanno spinto a partecipare al convegno: “Lo scopo del mio intervento al Senato era quello di sperare in un prossimo futuro in cui i bambini soprattutto, possano ritrovare la normalità, possano sperare di vivere "da bambini", giocando tra loro, abbracciandosi, come devono fare i bambini per poter crescere sani e sereni. Questo solo era il senso del mio intervento ed a tutti quelli che a causa del modo in cui mi sono espresso - sicuramente non il più felice - e dalle mie parole hanno trovato ragioni per sentirsi offesi o hanno sofferto per quello che ho detto, a loro chiedo sinceramente scusa, perché le mie intenzioni erano tutt'altre, erano esattamente il contrario. Buona giornata”.
Fabrizio Caccia per il Corriere della Sera il 29 luglio 2020. Il giorno dopo, Andrea Bocelli si ritrova oltre 4 mila commenti su Facebook. In gran parte sono fischi sonori per il tenore toscano. Il convegno di lunedì sul Covid-19 al Senato, con lo stesso Bocelli, Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini (senza mascherina), lascia strascichi pesanti. Bocelli prova a spiegarsi: «Sono stato frainteso, mi sono speso fin dal primo giorno con la Fondazione che porta il mio nome per aiutare chi era in difficoltà per il virus, tra l' altro il Covid io l'ho anche avuto e sono guarito, non sono un negazionista, sono un ottimista...». Ma alcuni passi del suo intervento di lunedì («Non conosco nessuno finito in terapia intensiva, mi sono sentito umiliato e offeso dal lockdown perciò l' ho violato...») hanno suscitato la collera anche di un artista famoso come Fedez: «Se non conoscete nessuno che sia stato in terapia intensiva e vi permettete d' instillare il dubbio che la pandemia sia stata fantascienza - il tweet del rapper - vi presento un mio amico che causa Covid ha dovuto subire un trapianto di polmoni a 18 anni. Fare silenzio ogni tanto non fa male eh...». Il post al vetriolo di Fedez è stato subito rilanciato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, pensando anche a Salvini senza mascherina: «Continuiamo a seguire le regole per la sicurezza di tutti. Non disperdiamo i sacrifici che abbiamo fatto». E pure l' attore Alessandro Gassmann, su Twitter, ha preso di petto Bocelli: «In Italia 35 mila morti per Covid. Rispetto!». Insomma, il convegno promosso da Vittorio Sgarbi con l' esponente della Lega Armando Siri, con la tesi di fondo che «il Covid non c' è più», ha fatto un gran rumore, soprattutto per il luogo in cui si è celebrato: il palazzo della Biblioteca del Senato, in piazza della Minerva. «Da cittadino dico che è stata una follia - s' indigna anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Fededico D' Incà - Dobbiamo infatti sempre ricordare i morti e dobbiamo avere rispetto delle famiglie che hanno sofferto». Non solo: «Credo - prosegue D' Incà, M5S - che il comportamento di Salvini di non portare la mascherina all' interno del Senato debba essere richiamato». Dunque, non finirà così e la conferma arriva dal presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Casellati, che in Aula ha annunciato ieri «un' istruttoria già in corso dei questori» sul convegno e sul rifiuto della mascherina di Salvini. Anche il professor Alberto Zangrillo, il virologo Massimo Clementi, l' infettivologo Matteo Bassetti, intervenuti lunedì al seminario, il giorno dopo respingono le critiche ricevute e stanno perfino pensando di adire le vie legali. «Essere definito negazionista dopo aver lavorato notte e giorno fino al 18 aprile nelle 5 rianimazioni del San Raffaele di Milano, mi porta a considerare gli autori delle accuse come persone in malafede», dice Zangrillo, che pure sostiene la tesi che il virus sia clinicamente inesistente in Italia dallo scorso 31 maggio. Dal comitato delle vittime di Covid «Noi Denunceremo» arriva comunque una ferma condanna: «Bocelli venga a Bergamo e Brescia, sono sicuro che cambierà idea - taglia corto il presidente del comitato, Luca Fusco -. Quello che però fa più male è che certe tesi vengano proposte in una sede istituzionale: un ulteriore sfregio a tutti i morti».
FILIPPO FACCI per Libero Quotidiano il 29 luglio 2020. Gli americani lo chiamano «straw man argument» e corrisponde all' abitudine di polemizzare con qualcuno attribuendogli delle cose che non ha mai detto, o distorcendo delle cose che ha appena detto. Di esempi ne abbiamo ogni giorno (soprattutto nei dibattiti televisivi) e il risultato è che spesso un tizio deve affannarsi per spiegare che appunto una certa cosa non l' ha mai detta e quindi la discussione procede al passo del gambero. Succede spesso con certi titoli di Libero o, per fare un esempio solo, con Vittorio Feltri quando gli hanno attribuito d' aver detto «i meridionali sono inferiori». Dopodiché passiamo al caso del cantante Andrea Bocelli, un noto signore che si è speso sin dal primo giorno dell' emergenza Covid - con la Fondazione che porta il suo nome - per aiutare chi era in difficoltà per il virus, lui che il virus l' aveva anche preso (il 10 marzo) ma non l' aveva rivelato «per rispetto verso coloro che l' hanno contratto con ben altre conseguenze», lui che è guarito e che, per dare il buon esempio, si era fatto fotografare mentre donava plasma, lui che ha fatto un concerto sul sagrato deserto nel Duomo di Milano. Quanti possono dire d' aver fatto altrettanto? Eppure è bastato che partecipasse a un convegno per essere subito bollato come «negazionista» del Covid (lui che l' ha avuto) e per subire attacchi violentissimi da parte dei soliti «social», fomentati anche da un cantante un po' diverso (Fedez) e dall' attore Alessandro Gassmann (figlio di). In particolare Fedez - che ha contribuito economicamente a realizzare un reparto di terapia intensiva al San Raffaele, e che ha ben conosciuto certi attacchi via social e i vari «straw man argument» adottati anche contro di lui, forse aveva il dovere di essere informato un po' meglio, dunque di risparmiarsi commenti come questo su Bocelli: «Se vi permettete di instillare il dubbio che la pandemia sia stata fantascienza, vi presento un mio amico che ha dovuto subire un trapianto di polmoni a 18 anni. Fare silenzio ogni tanto non fa male, eh».
Cioè: l' ha detto a Bocelli, ha attribuito all' ex contagiato Bocelli d' aver detto che la pandemia sia stata fantascienza. Colpa di Fedez o delle fonti informative a cui si è abbeverato? Non lo sappiamo né per lui né per Alessandro Gassmann, colpevole d' aver fatto coro coi cretini social i quali a Bocelli hanno detto «ipocrita», «ignora i morti», «fottuto opportunista» e roba così.
Ora: anzitutto va registrato che siamo ridotti a commentare la faccenda di un cantante contestato da un altro cantante e da un attore, con contorno della solita porcilaia social: ma i tempi sono questi. In secondo luogo aggiungiamo l' ovvio: Bocelli è stato attaccato solo perché ha detto certe cose in un convegno bollato come «negazionista» alla presenza di Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini, Armando Siri e medici, scienziati ed esperti come il ricercatore Alberto Zangrillo del San Raffaele, la biologa Marina Gismondo dell' ospedale Sacco e i costituzionalisti Michele Ainis e Sabino Cassese.
Tutti «negazionisti». In terzo e ultimo luogo: che cos' ha detto in definitiva Bocelli? Ricopiamo dalle agenzie di stampa: «Durante il lockdown mi sono sentito umiliato e offeso perché non potevo uscire da casa», talvolta «ho violato le restrizioni uscendo lo stesso, perché ho una certa età e ho bisogno del sole», «all' inizio del lockdown ho chiamato Renzi, Salvini e Berlusconi, insomma tutti quelli che conoscevo, nel tentativo di creare un fronte trasversale, fatto di persone di buon senso, per fare qualcosa tutti insieme», «non posso pensare alla celerità con la quale sono state chiuse le scuole e, dall' altra parte, con la quale le discoteche si sono di nuovo riempite».
Letto, firmato e sottoscritto. Probabilmente dalla maggior parte degli italiani. Perché in nessun paese democratico le libertà individuali sono state vilipese come da noi.
Giuseppe Salvaggiulio per lastampa.it il 30 luglio 2020. Ci fu un tempo in cui Rodotà&Zagrebelsky erano i numi tutelari del costituzionalismo democratico, al punto da essere proposti invano per il Quirinale da un’alleanza ante litteram M5S-sinistra. Ora, invece, i due nomi identificano una divisione di fondo tra giuristi. Da una parte Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, che difende la gestione dello stato di emergenza e il suo prolungamento per opera del governo Conte (considerato, tra l’altro, il migliore tra quelli possibili di questi tempi). Dall’altra l’Osservatorio sulla legalità costituzionale del comitato per i beni comuni, costituito da allievi e collaboratori di Rodotà, tra cui il presidente Ugo Mattei, e a lui intitolato dopo la morte, tre anni fa. Zagrebelsky guida il fronte dei costituzionalisti pro stato di emergenza (con lui l’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena e Tommaso Edoardo Frosini, tra gli altri). La sua tesi, espressa in un testo anticipato ieri su Repubblica e che sarà pubblicato a ottobre da Laterza nel volume “Il mondo dopo la fine del mondo”, è che bisogna distinguere emergenza ed eccezione. La prima è interna al sistema, anzi lo difende da una minaccia grave; la seconda lo frantuma per travolgerlo e superarlo. Dunque lo stato di emergenza per tutelare la salute ed evitare una strage è un salvavita della democrazia e non ha nulla a che vedere con i «pieni poteri». Tesi opposta viene sostenuta dall’Osservatorio. Spiega Marina Calamo Specchia, ordinario di diritto costituzionale a Bari: «Zagrebelsky ha visione sostanzialista, per cui la salute si identifica con la Costituzione stessa. Noi siamo per il bilanciamento dei principi fondamentali, la salute va tutelata ma senza un sacrificio assoluto di altri beni meritevoli di protezione». Tra cui le libertà fondamentali, «limitate illegittimamente dai dpcm, che hanno alterato il sistema costituzionale delle fonti del diritto, tanto che il governo ha goffamente cercato di porre riparo con i decreti legge». Motivo per cui l’Osservatorio (citato alla Camera da un’insolitamente sobrio intervento di Sgarbi) denuncia la proroga come una «rottura costituzionale», lancia una petizione che ha già raccolto 52mila firme e annuncia ricorsi a Consulta e corti internazionali. I costituzionalisti sono divisi (c’è anche un terzo fronte, quello dei critici con moderazione, tipo Francesco Clementi). L’associazione che li raduna non si schiera. Il congresso 2020 è stato rinviato per l’emergenza Covid e sostituito da un seminario che si terrà a Roma il 4 dicembre. Tema: «Stato di necessità e diritti fondamentali».
Alberto Infèlise per “la Stampa” il 30 luglio 2020. A dire il vero non è strano che Madonna e Bocelli dicano la loro, persino con una certa serietà, sul Covid: ognuno ha diritto di essere virologo per 15 minuti. Il problema è che il rischio che qualcuno dia loro retta è concreto. L' artista americana («Siete già caldi? Bene anch' io») ha pubblicato un video su Instagram per dire che il vaccino anti Covid c' è già, solo che «essi» non ce lo danno «perché i ricchi possano diventare ancora più ricchi». Ora, non si capisce perché l' eventualità di diventare ancora più ricca dovrebbe dispiacere a Madonna, ma soprattutto perché «essi» (la Spectre?) dovrebbero voler uccidere la gente per poi smettere di ucciderla e uscirsene con un vaccino che già avevano e avrebbero potuto vendere prima a molta più gente. Instagram ha censurato il video di Madonna avvisando i suoi follower della falsità di queste sue teorie complottarde. Il povero Andrea Bocelli, invece, ha dovuto girare un video di scuse per aver detto cose imbarazzanti sulla non gravità del Coronavirus a un convegno organizzato (ahinoi) dal Senato. La sua teoria era: non conosco nessuno che sia andato in terapia intensiva, quindi la situazione non è così grave (molti gli hanno fatto notare che pur non conoscendo nessuno che compri i dischi di Bocelli non si sognerebbero mai di negare l' esistenza della carriera di Bocelli). Il virus fa paura, molti reagiscono irrazionalmente. Altri tirano acque non proprio limpide ai loro mulini non proprio bianchi. Il fronte estremo del negazionismo si è prodotto nel seguente paradosso: il virus non esiste, ma gli immigrati clandestini lo portano in Italia (con tanto di parlamentari forniti di cartelli «No Covid da altri Paesi»: prima i Covid italiani). Il negazionismo è quasi sempre l' ultimo baluardo dell' inadeguatezza: ci si sente impotenti, o si è colpevoli in qualche maniera, o non si vuole capire un evento e semplicemente si nega che quell' evento, pur dolorosamente davanti agli occhi di tutti, esista. Servirebbe un vaccino contro la creduloneria: ma se ci fosse non ce lo darebbero.
Mattia Feltri per “la Stampa” il 30 luglio 2020. Quando Andrea Bocelli ha postato il video di scuse per le sue tesi minimizzanti sul Covid - ampliate e amplificate dalla smania della quotidiana battuta di caccia - probabilmente poteva risparmiarselo: le brigate del Bene s' erano scocciate di lui, e già tallonavano il nuovo farabutto da impalare sulla piazza di internet, Ernesto Galli della Loggia, autore del suo articolo non più felice, sui giovinastri di periferia che la sera dilagano nei quartieri centrali a devastare il lusso a loro negato. Tesi piuttosto spericolata, diciamo così, e puntualmente sanzionata con un pestaggio collettivo e virtuale e, a sera, mentre scrivo, ancora vivace. È meraviglioso come sia tutto prevedibile e anzi previsto, nelle modalità e nella serialità. Sono andato a cercare fra le pagine del mio profeta, Elias Canetti, e il capitolo era lì ad aspettarmi: «Masse aizzate» (ai tempi di Canetti le masse battevano il selciato, ora le tastiere: il sangue non scorre, ma la tecnica non muta). Con determinazione, senza confronto - scrive Canetti - la massa individua la vittima, persegue lo scopo, è impossibile distoglierla. La vittima potrà dire e fare quel che vuole, ma gli servirà a niente, ognuno gli sarà addosso, tutti vogliono colpire eccitati dal partecipare all' atto di somma giustizia e dall' assenza di pericolo, perché la superiorità della massa è schiacciante. La vittima - dice Canetti - è stata messa a disposizione per essere soppressa, lo slancio e la sicurezza della massa è terrificante, «è l' eccitazione dei ciechi, che sono più ciechi nell' istante in cui credono di vedere». Più di Della Loggia è stupefacente il formicaio che non sa di essere formicaio.
Chi discute della limitazione alle libertà diventa “negazionista del covid”, così come chi esprime idee di destra è un “fascista”. Francesco Giubilei il 28 luglio 2020 su Il Giornale. Ieri al Senato si è tenuto un convegno intitolato “Covid-19 in Italia tra informazione scienza e diritto” promosso da Vittorio Sgarbi e da Armando Siri con l’obiettivo di lanciare un “Osservatorio permanente sulle libertà fondamentali”. Tra i relatori giornalisti, intellettuali, professori, filosofi bipartisan e importanti virologi tra cui la professoressa Gismondo, Zangrillo, De Donno, Basseti. Tra i relatori c’era anche Bocelli che ha pronunciato un discorso che ha fatto discutere. Partiamo da un presupposto: il covid esiste, chi dice il contrario mente, il covid ha purtroppo causato centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, dire “non conosco nessuno che è stato in terapia intensiva” è sbagliato poiché ci sono state migliaia di persone che hanno lottato tra la vita e la morte a causa del Coronavirus. Ma c’è un punto che solleva Bocelli nel suo discorso e che nasce dal convegno organizzato in Senato su cui dovremmo riflettere: quello della privazione delle libertà individuali sancite dalla nostra Costituzione di cui ancora oggi siamo in parte privati. Colpisce come qualsiasi tentativo di avviare una riflessione – che in altri paesi europei è data per assodata – sul tema delle libertà limitate a causa del covid, venga demonizzata, sminuita e ghettizzata. Ancor prima del discorso di Bocelli, il convegno al Senato era stato ribattezzato dai principali media come l’evento dei “negazionisti del covid”. Ma chi dei relatori nega l’esistenza del covid? Non credo i virologi presenti. Allora perché definirlo l’evento dei negazionisti del covid? Bocelli ha fatto un’uscita infelice? Senza dubbio ma si possono definire “negazionisti del covid” Zangrillo, Gismondi, Ainis, Cassese, Porro… tutte figure intervenute al convegno? Ovviamente no, semplicemente perché non lo sono. Sembra di vedere uno schema già noto: così come chi propone idee e pensieri di destra o politicamente scorretti è tacciato di fascismo e razzismo, allo stesso modo chi invita a riflettere sulle libertà di cui siamo privati ancora oggi, diventa un “negazionista del covid”. Cerchiamo di ragionare e andare oltre i tentativi di affibbiare etichette e demonizzare ogni tentativo di discussione, la libertà è un valore primario a cui non possiamo rinunciare.
Scettici contro allarmisti: la guerra dei tweet ai tempi della pandemia. Da Vittorio Sgarbi a Diego Fusaro, le ricette per superare il panico da Coronavirus. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 12 marzo 2020. La ricetta contro il Coronavirus? Lambrusco e salame all’aglio di Ferrara, parola di Vittorio Sgarbi. «L’aglio colpisce il male e cancella il virus». Anzi, il “capravirus”: il critico d’arte più spietato d’Italia non risparmia neanche il Covid-19 e rispolvera il suo celebre leitmotiv per sfidare il panico da pandemia. Seppure la sentenza ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sembra confermare le peggiori previsioni sull’entità dell’epidemia, alcuni temerari del web non rinunciano ad archiviare il fenomeno come un raffreddore stagionale. «Le uniche zone che mi attraggono sono le zone rosse. Vorrei andare a Vo’ Euganeo», rincara Sgarbi via Facebook elencando gli splendori del paesino veneto tristemente noto alle cronache. Il disappunto, s’intende, riguarda soprattutto lo stop alla cultura messo in campo con la chiusura di musei, cinema e teatri. «Questo governo ha creato uno stile di vita inaccettabile», accusa Sgarbi alludendo alle restrizioni previste già dal primo decreto della presidenza dei ministri per contenere l’emergenza sanitaria. E sempre di stile di vita si tratta se il dibattito destinato a dividere l’Italia, infine riunita sotto l’insegna rossa dell’isolamento, è tutto concentrato sull’adeguatezza delle limitazioni prescritte. Troppo severe o in imperdonabile ritardo? Lo scontro dilaga sul web. Una battaglia, per la verità, valorosamente sostenuta dai più in poltrona e panciolle forzato: mentre qualcuno invoca il modello cinese, persino il futuro della democrazia non può dirsi al sicuro. Intanto con la stretta governativa alle attività commerciali e alla libera circolazione, all’allarme epidemiologico si aggiunge quello sociale, e sul web spuntano le teorie più strampalate e i primi scenari complottisti: «nel silenzio generale più di 20.000 soldati statunitensi stanno sbarcando in Europa per l’operazione “Defender Europe 20”, cosa ci stanno nascondendo?», scrive il filosofo Diego Fusaro. Secondo le fonti ufficiali si tratterebbe di un piano di esercitazioni militari della NATO previsto in aprile, ma da alcuni giorni circola attraverso una catena WhatsApp l’ipotesi del complotto: gli Stati Uniti organizzano un attacco alla Russia usando l’epidemia come copertura. Nel caos generale la parola d’ordine è “responsabilità” (ma senza cedere al panico), e anche l’imperativo assoluto si declina in formula social con il plauso delle celebrità – #iorestoacasa. I trend topic di twitter ci restituiscono gli umori di un paese sull’orlo di una crisi di nervi, con un rigurgito nazionalista che non tarda ad arrivare: ed ecco gli antieuropeisti in versione “allarmista” al grido di #italiexit. Per incontrare altri “scettici illustri”, coloro che minimizzano l’emergenza da Coronavirus paragonandola a una comune influenza, bisognerebbe volare oltreoceano – se si potesse – e varcare direttamente la Casa Bianca: ci è andato vicino l’ormai celebre virologo Roberto Burioni, che ha ammonito Donald Trump per un tweet dal tono rassicurante. «Lo scorso anno 37mila americani sono morti per la comune influenza. La media è tra i 27mila e i 70mila per anno. Nulla viene chiuso, la vita e l’economia vanno avanti», scriveva soltanto qualche giorno fa il presidente degli Stati Uniti mettendo in dubbio la gravità del contagio. Ora il Tycoon non minimizza più e chiude tutti i voli dall’Europa per un mese, per la buona pace dell’immunologo italiano che avvertiva «Mr President, sottovalutare questa malattia infettiva sarebbe un errore mortale». Trump non è l’unico a finire nel mirino dell’esperto virologo che fin dall’esplosione dei primi casi ha sfidato le resistenze della comunità scientifica nostrana. Anche Il re dell’avanguardia moderna e padre della Tesla, Elon Musk, sceglie infatti di andare controcorrente scatenando l’indignazione con un tweet lapidario: «il panico da coronavirus è stupido». Burioni non ci sta e replica: «L’epidemia di babbei è già una pandemia». A seguire, il silenzio.
Dagospia il 12 marzo 2020 da Circo Massimo - Radio Capital. Il decreto del governo, che ha deciso di chiudere tutti i negozi a parte alcune eccezioni, non ha convinto tutti. Fra i critici, anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori: "Abbiamo chiesto un passo più deciso di quello che è stato poi deliberato. La decisione di queste ore riguarda i pubblici esercizi, ma restano aperte tante attività di lavoro, dalle imprese agli studi professionali. Ci saremmo aspettati qualcosa in più", dice Gori a Circo Massimo, su Radio Capital, "Non lo dico per far polemica ma perché bisogna aver cognizione della gravità delle cose. E secondo me quell'aspetto andava deciso con maggiore coraggio. Credo però che ci sia spazio per la coscienza dei datori di lavoro, degli imprenditori, e degli stessi lavoratori, che immagino chiederanno il più possibile di stare a casa, in ferie o con permessi speciali, e di lavorare da casa". Gori riconosce che "ci sono dei settori che non possono chiudere, penso alle acciaierie o alle filiere alimentari, ma questo è diverso da come è uscito il decreto ieri sera. Ci aspettavamo che si mettesse il motore dell'economia al minimo necessario, in questo caso forse siamo ancora un po' troppo aperti". Il sindaco poi rivolge un appello alle imprese: "Un appello di responsabilità agli imprenditori, ai datori di lavoro, che si mettano una mano sul cuore e decidano qual è la cosa più importante. Se la cosa più importante è la salute, devono decidere di mettere il motore al minimo in queste ore. Se FCA ha deciso di chiudere quattro stabilimenti, vuol dire che è possibile farlo. Serve senso civico anche da parte di chi fa impresa a tutti i livelli". Molti, però, potrebbero essere aperti perché non c'è stata chiarezza su un eventuale rinvio degli adempimenti fiscali: "Lo Stato è giustamente preoccupato dei conti pubblici, le imprese sono preoccupate nel chiedersi 'ma se io chiudo, poi chi paga?'. Un conto è organizzarsi autonomamente e mettere lavoratori in ferie e dargli permessi, altro è che si possa rispondere a un ordine che arriva dall'alto e che dica chiudete tutto", riconosce Gori, "A quel punto, la responsabilità sta in capo allo Stato che lo ha chiesto e deve provvedere. Siccome non c'è certezza che provveda, la gente tiene aperto". Ha fatto discutere un tweet in cui il sindaco di Bergamo scriveva che "i pazienti che non possono essere trattati sono lasciati morire": "Sono sicuro di quello che ho detto, ho cognizione di casi precisi, di persone che conosco che mi hanno detto cosa è successo ai loro genitori, non parlo così per sentito dire. Forse ho sbagliato nell'affrontare un tema così delicato in modo così diretto. Ma quello che succede in alcuni ospedali è che i medici debbano decidere chi intubare e chi no, quindi una persona con più di 80 anni con un quadro clinico complicato ha buone probabilità di non essere tra quelli sottoposti a terapia intensiva. È una cosa drammatica, che credo possa straziare qualunque medico, e non se ne può parlare con leggerezza. Ma", continua Gori, "nonostante l'impegno che si sta producendo, purtroppo la soluzione è a questo livello di gravità. Lo dico perché si capisca dove così ancora non è, nelle altre regioni e negli altri paesi d'Europa: ci si deve preparare. In Italia abbiamo ritardato, io per primo ho capito tardi cosa stesse succedendo. Chi ha la fortuna di non essere tra i primi a essere investiti dall'urto di questa epidemia ha un vantaggio. E deve sfruttarlo a favore dei cittadini". Nell'onda d'urto, intanto, bisogna muoversi tutti insieme: "In queste circostanze non serve andare ognuno per la sua strada", dice il sindaco di Bergamo, intervistato da Massmio Giannini e Oscar Giannino, "La richiesta di sovraordinare i poteri delle autonomie locali con una decisione del governo l'abbiamo fatta noi, abbiamo chiesto di impedire ai sindaci di fare ordinanze, per evitare che qualche nostro collega vada per la propria strada e s'inventi ordinanze bizzarre. E lo diciamo a maggior ragione rispetto alle regioni che ci hanno messo in difficoltà. Pensiamo alla regione Marche, dove il presidente della Regione ha fatto un pasticcio inventando delle disposizioni in contrasto con quelle del governo. Hanno avuto ragione loro? Lo dico nel principio, e non nel merito. Se vale il principio dell'autonomia, in tempi di emergenza deve esserci una clausola di supremazia chiarissima che dice chi comanda e chi deve obbedire. Noi in questo caso siamo tra quelli che devono obbedire".
Il post di Di Battista: «I fulmini uccidono di più» E anche Grillo fa ironia. Pubblicato mercoledì, 26 febbraio 2020 su Corriere.it da Emanuele Buzzi. Due interventi giocando sul filo della provocazione: Beppe Grillo e Alessandro Di Battista entrano in campo per contrastare le paure legate al coronavirus. Il garante M5s posta un selfie di lui con un plastico di un cervello legato come fosse una mascherina e la scritta: «Filtriamo l’informazione», mentre l’ex deputato dà il via a una discussione sui social network con un lungo intervento. «Temo che il panico produca recessione», Alessandro Di Battista dice dopo un lungo post su Facebook. Un post volutamente provocatorio che in poche ore genera migliaia di commenti e anche qualche precisazione da parte dell’ex deputato. Che puntualizza: «La recessione produrrà addirittura in futuro più difficoltà a sostenere il Sistema sanitario italiano (ancora molto buono nonostante 20 anni di tagli liberisti). Ergo questo circolo vizioso di panico va spezzato. Si prendono le giuste abitudini ma non si cambia la propria esistenza ove non necessario. Altrimenti senza rendercene conto la cambieremo in futuro e contro la nostra volontà». Di Battista ha attaccato facendo paragoni indiretti con altre situazioni non così in risalto come il coronavirus: «In Italia ogni anno si ammalano di cancro circa 370.000 persone. Più di 1000 al giorno e ne muoiono quasi 500 al giorno. E’ la peste del secolo ma di prevenzione si parla poco e anche della necessità di cambiare stili di vita. In compenso oggi escono tutorial persino su come lavarsi le mani...», dice l’ex deputato del Movimento, che un sondaggio Swg vede come il Cinque Stelle preferito dalla base. Di Battista poi mette in fila i casi delle persone folgorate dai fulmini («Presto da Lidl venderanno parafulmini portatili», ironizza), le vittime dell’influenza («2 persone al giorno») dimenticate dai media, i bimbi morti al giorno in Africa «per fame o complicazioni da diarrea» («Quasi 5 al minuto»), «i sottopassi di Istanbul sono pieni di ragazzini siriani scappati dall’ennesima guerra». E in coda Di Battista, che rientrerà in Italia tra una decina di giorni, puntualizza con un post scriptum: «Arriveranno i soliti attacchi: “Vuoi sminuire”. No, anzi, ringrazio medici, infermieri e Istituzioni che lavorano H24. Certe misure per evitare il contagio sono giuste (e sarebbero da adottare sempre). Dico solo che più lucidità aiuterebbe tutti quanti».
Alla discussione ingenerata dal post prende parte anche la parlamentare M5S Vittoria Baldino, che si schiera al fianco di Di battista: «Me la prendo con la psicosi collettiva e con la scarsa lucidità che a volte ci accompagna nella gestione delle situazioni inedite».
Da huffingtonpost.it l'1 aprile 2020. “Sono guarito. Questo è il foglio della Asl Roma 1, che dopo due tamponi negativi mi ha comunicato che da questo momento in poi sono libero, almeno di andare a fare la spesa da solo”: Nicola Porro comunica in un video su Twitter di essere guarito dal Coronavirus. “Non è stata una passeggiata - ammette - è passata dopo tanto tempo, ma il mio pensiero è a quelle famiglie che hanno un familiare che non ce l’ha fatta perché, a differenza mia, sono morti”. Superato il momento difficile, il vicedirettore del Giornale è pronto a trarre le sue conclusioni: “Oltre al virus, quello che bisogna veramente sconfiggere è il panico. La paura non aiuta a sconfiggere il virus, né quando ce l’hai, né quando senti i primi sintomi: è una tremenda sensazione che mi sembra si stia diffondendo nella nostra società che oggi accetta limitazioni alla propria libertà - dice Porro -, limitazioni che oggi sono sacrosante ma domani potrebbero diventare prevaricatrici”. “Tremendo quello che sto dicendo ma se posso fare un invito è quello di pensare che questa malattia si sconfigge - conclude - e che il virus peggiore per la società è farsi paralizzare da questa malattia”.
Porro: “Dopo cinque giorni ho sconfitto il coronavirus”. Il giornalista aveva annunciato la malattia ed era in isolamento a casa. Il Dubbio il 14 marzo 2020. “E’ il quinto giorno senza febbre, credo di aver sconfitto il Coronavirus: facciamo le corna”. E’ l’esultanza di Nicola Porro, il giornalista Mediaset che 5 giorni fa aveva annunciato di aver contratto il virus. Viste le discrete condizioni di salute, Porro non è stato ricoverato e, in questi cinque giorni passanti in isolamento a casa, ha continuato, entro i limiti del possibile, la sua attività di giornalista.
Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 12 marzo 2020. Nicola Porro lunedì ha annunciato di essere positivo al Covid-19. È al quarto giorno di quarantena, chiuso in casa.
Ciao Nicola. Come stai?
«La mattina bene, la sera come se mi fosse passato sopra un tram: male. Non riesco a leggere, né a vedere la tv, ho 38-39° di febbre, tossisco».
Cosa è successo?
«Sabato non mi sentivo bene. Domenica sera sono andato all' ospedale Spallanzani, qui a Roma, e ho fatto il tampone. Il mattino dopo mi ha chiamato il professor Antinori per dirmi che ero positivo».
Primo pensiero?
«Che era una grande rottura di scatole. Le influenze passano, ma questa è diversa... Appena dici Coronavirus scatta una censura sociale per cui non puoi fare nulla. Diventi radioattivo per tutte le persone che ti stanno attorno. Chi ho incontrato deve mettersi in quarantena, significa che gli ho creato un pasticcio pazzesco».
Dove sei ora?
«Io sono a Roma, in casa. Da solo. Moglie e figli sono in Svizzera, dove anch' io sono sempre stato in questo periodo, prima di passare da Milano e poi venire a Roma. L' ultima volta li ho visti il 1° marzo, compleanno di mio figlio».
Quindi loro non corrono pericolo.
«No. Li sento per telefono, va tutto bene. Vedi: ci lamentiamo del fatto che qui sono tutti generali ma poi mancano i colonnelli, ci lamentiamo dei decreti che non sono chiari... Poi però ci sono cose che funzionano benissimo: la telefonia, Internet. Io sono isolato, ma la Rete mi salva».
Internet non era un demone...
«No, infatti... Anche se poi... prova a ordinare la spesa online a Roma. È impossibile. Io non voglio assaltare i supermercati, però...».
Chi ti aiuta?
«Degli amici: mi portano le cose che mi servono e me le lasciano fuori dal portone».
Prima ti ho chiesto come stai. Ora, come ti senti.
«Di testa bene. Mi ha impressionato la quantità di messaggi via mail e WhatsApp. Così tanti da preoccuparmi, perché penso: Non sto bene, è vero. Ma non sto morendo. E poi ho capito: il 90% delle persone che mi chiama lo fa per chiedermi i sintomi e il decorso della malattia. Cosa che nessuno fa mai, nemmeno per una polmonite. Intendiamoci: curiosità legittima. Il fatto è che questo virus è diventato un fenomeno mediatico».
Molto o troppo?
«Questa epidemia ormai fa leva sull' inconscio collettivo e ha scatenato una grande paura di cui tutti ci stiamo alimentando e che a nostra volta alimentiamo. Siamo terrorizzati. Ma alla fine è una influenza. Brutta, peggiore delle altre. Ma una influenza. Dalla quale si guarisce».
E ora cosa devi fare?
«È incredibile, ma dal punto di vista burocratico non mi ha seguito nessuno: né l' Asl né un medico di base. Non so cosa fare, non ho firmato alcun protocollo... Devo solo stare a casa e aspettare. All' improvviso sono diventati tutti medici. Ma io mi fido del professor Antinori, che non solo è il massimo della professionalità, ma affettuosissimo. E lui mi dice di stare a casa e controllare col saturimetro la percentuale di ossigeno nel sangue. Se sto tra il 96-97-98 vuol dire che non mi prende la polmonite interstiziale».
Riesci a pensare al lavoro?
«No, la mattina leggo i giornali e faccio la rassegna stampa sul mio sito, poi mi si spegne l' orologio. Non ho appetito, e dopo l' una non riesco a concentrarmi più su nulla».
Qualcuno ti ha deluso o stupito?
«Berlusconi mi chiama tutti i giorni. È molto affettuoso. Mi stupisce ogni volta, sì... Delusioni? Quelli che un po' scherzando e un po' no, la prima cosa che mi dicono è: Mi avresti potuto contagiare. Cosa vogliono? Farmi sentire sensi di colpa?».
Abbiamo sottovalutato o sopravalutato la cosa?
«La seconda. Stiamo dando troppo peso al virus. E te lo dico da malato. È comprensibile e giusta la visione dei medici che devono salvare delle vite. Ma non la visione della politica. Tra chi è positivo l' 80% sta bene, il 10% sta come me, e il resto è da intubare. Ora stiamo facendo un errore paralizzando l' Italia, dal punto di vista economico, sociale e politico. L' ultimo di una serie di errori del governo. Siamo dei folli».
Cosa abbiamo sbagliato?
«Il problema sono gli ospedali, non il contagio. Prima dovevano rafforzare il sistema ospedaliero e poi limitare il contagio. Invece stiamo facendo il contrario».
Ne usciamo?
«Certo che ne usciamo».
Luca Telese per “la Verità” il 17 marzo 2020.
Nicola, sei il primo guarito eccellente da coronavirus.
«Tocchiamo ferro, sembra che sia così».
Soddisfatto?
(Ride). «Ho sconfitto il corona in meno di una settimana».
Non hai più febbre, quant' è durata la malattia?
«Cinque giorni. Ho sofferto, ammetto, ma non mi sono mai spaventato».
Il momento peggiore?
«La sera, quando dopo le 18 la febbre mi saliva a 39 e finivo in uno stato semicomatoso».
Il giorno più duro?
«Il primo lunedì in cui ho scoperto di avere il virus, quando d' accordo con la mia azienda, per informare, sono andato ospite in diretta dalla Palombelli. Tosse e febbre, quella sera stavo veramente male».
Che sintomi puoi descrivere?
«È come quando sei nell' apice di una bruttissima influenza. Io l' ho vissuta così, ma ancora sappiamo poco o pochissimo e i medici dicono che il decorso varia da persona a persona».
Che terapie hai seguito?
«Questo è divertente. Appena si è diffusa la notizia sono stato bombardato da tre tipi di messaggiatori seriali».
Quali?
«I primi, quelli che volevano capire se avessero anch' essi il Covid-19 e mi descrivevano i loro sintomi. I secondi, quelli che erano preoccupati per me - pochi - e infine gli ultimi, quelli che mi volevano suggerire rimedi più o meno miracolosi. Non sai quanti, e con quanta fantasia».
Ad esempio?
«Mi hanno proposto di tutto: la curcuma, le bacche di goji, lo zenzero in pezzi, e soprattutto di prendere la vitamina C».
E tu cosa hai sperimentato?
«La Coca zero, con ottimi effetti».
Non prendermi in giro!
«Davvero. Oltre all' Omega 3 che prendo sempre, ma per tenere basso il colesterolo. Avrò ricevuto migliaia di messaggi. Bene, posso asseverare con certezza che la vitamina C non serve a un tubo!».
Non hai preso nessun antireumatico?
«Ancora non si era diffuso questo tormentone. Lunedì notte ho assunto la mia cara Tachipirina 1.000 per abbattere la temperatura. Il martedì non riuscivo a scendere dal letto. Oggi non ho più febbre».
E quando potrai uscire?
«Bella domanda. Non lo sa nessuno: per ora sono isolato a Roma.
Per fortuna avevo fatto un po' di spesa, un po' di accaparramento serve, nella vita. Altrimenti come avrei mangiato?».
La cosa più utile nei giorni di malattia?
«Il saturimetro».
Il misuratore digitale dell' ossigeno nel sangue?
«È l' unica cosa che ti può avvisare se stai rischiando la polmonite. Ero a 96 quando sono andato in ospedale, e i medici mi hanno spiegato che non dovevo mai andare sotto il 90. Non ci sono arrivato».
Chi ti ha curato?
«Appena ho avuto i sintomi sono andato allo Spallanzani di Roma».
E cosa è accaduto dalla positività in poi?
«Dopo il tampone mi hanno istruito loro, sono stati straordinari. Non è la retorica abbastanza scontata di queste ore: è che ti comunicano il senso di essere perfettamente attrezzati a fare quello che devono».
Dici anche dal punto di vista psicologico?
«Soprattutto. Mi hanno dato una mascherina all' ingresso. Mi hanno detto che ero positivo e che iniziavo il protocollo. In questo mondo di cialtroni erano perfettamente attrezzati, padroni di tutti i sintomi, fermi e calmi nel seguirmi a casa».
E adesso che è finita?
«Questo è il punto. Nessuno sa per quanto sarò positivo. Mi faranno un tampone più avanti, per verificarlo».
Nell' isolamento non hai mai interrotto la Zuppa di Porro, la rassegna stampa video che fai ogni mattina.
«Mai».
E non hai risparmiato le invettive sull' Italia al tempo del virus.
«La prima cosa che mi ha fatto imbufalire è la retorica delle "decisioni coraggiose"».
Non lo sono?
«Ma scusa, in cosa è coraggioso un ministro che chiude le scuole? In cosa un premier che chiude le mercerie? O un ministro dell' Interno che emana un regolamento di polizia? Non scherziamo».
Fammi un esempio.
«Te lo faccio per contrario. Mi ha chiamato un amico, un grande manager, che con altri suoi colleghi ha regalato ventilatori agli ospedali».
Ci sono riusciti?
«Certo! Ne hanno comprati sei e li hanno donati al Gemelli».
E quando arriveranno?
«È questo il bello. Quando hanno domandato alla società produttrice la data della consegna si sono sentiti rispondere: il 20».
Il 20 aprile?
«No, il 20 marzo!».
Così presto?
«Esatto: pare incredibile rispetto al dibattito lunare di queste ore. Li hanno pagati 32.000 euro l' uno, ma arrivano in 10 giorni, capisci?».
Mi fai questo esempio a proposito del coraggio delle istituzioni.
«Certo. Chiediti perché sono andate deserte le gare della Consip! Chiediti perché la Protezione civile ha preso quelle ridicole mascherine!».
Perché?
«Perché la burocrazia che chiede coraggio agli italiani non rinuncia ai suoi vizi peggiori!».
Le gare?
«Le gare, e il massimo ribasso! L' idea che il respiratore lo devi pagare 18.500 euro, al suo valore di costo! Queste sono puttanate».
Dici che non è il caso di fare economie?
«Forse non è chiaro cosa sta accadendo! Spenderemo almeno 50 miliardi di euro. Il Paese è al collasso: e allora investi 1 miliardo e compra tutti i ventilatori che servono senza fiatare. Come hanno fatto i cinesi che ora li mandano a noi».
E qui c' è il secondo chiodo della Zuppa: in Italia c' è il coprifuoco dalla mattina.
«Stiamo in casa come nemmeno sotto Pinochet e dopo i golpe, ma non ci siamo liberati dal Tar! Capisci che è folle?».
Molti commentatori dicono: non è il momento di discutere di questi temi.
«E invece va fatto ora. Leggo sul Corriere della Sera Alesina e Giavazzi che scrivono: "Non è questo il momento di discutere dei diritti individuali"».
Sono due liberali.
«Due finti liberali! Non hanno letto Croce. Le libertà economiche non sono separabili da quelle civili».
Esempio.
«Se io sono libero di esportare valuta, ma non mi dai il passaporto, io non sono libero».
È il tuo tormentone: «Toc-toc Alesina e Giavazzi! Toc-toc, ministro Lamorgese!».
«Il "toc-toc" per me è una sveglia salvifica. Come quando Tomas Milian prendeva Bombolo a pugni in testa per provare a fargli capire le cose».
Vuoi dire che noi italiani siamo un po' Bombolo?
«Questi stanno a casa con la scorta e poi comprano degli strofinacci con un buco in mezzo presi da Consip al massimo ribasso!».
Non si può.
«Il Giornale di Brescia ha raccontato che gli ospedali cittadini non hanno ancora l' autorizzazione a ritirare le mascherine perché manca una firma! È folle. E poi abbiamo Borrelli che ogni giorno fa il becchino».
Non dovrebbe comunicare decessi e contagi?
«No! Ogni giorno normalmente in Italia muoiono 1.800 persone. Io non voglio una versione mortuaria del confessionale del Grande fratello».
E cosa vuoi da Borrelli?
«Voglio l' elenco dei posti letto che ha attivato! Il numero degli ospedali e delle mascherine distribuite! Altrimenti taci».
Ovviamente sai che stanno affrontando difficoltà enormi.
«Certo. Ma qui è un problema di mentalità. L' aneddoto sui respiratori dice che in questo mondo non esiste la parola "non troviamo"».
Di cosa hai paura?
«Della facilità con cui gli italiani hanno accettato la perdita delle loro libertà. All' inferno si va a piccoli passi».
È la ferocia che serve a combattere il male, ci spiegano.
«E allora siano feroci contro la burocrazia in cui sono cresciuti.
C' è gente che manda in giro gli ausiliari del traffico a fare le multe!».
E le misure economiche?
«Le agevolazioni sulle baby sitter somigliano alle brioche di Maria Antonietta al popolo affamato».
Non servono?
«Ma che cazzo se ne fa del bonus un autonomo che ha dovuto abbassare la serranda? Ma dove vivono questi?».
Cosa faresti tu?
«"Helicopter money"! Servono soldi distribuiti dall' elicottero. Tolti pensionati e dipendenti, l' emergenza sono gli altri: esentiamo i più ricchi e poi diamo subito 1.000 euro al mese a tutti».
A tutti? Parliamo di 2-3 miliardi, forse più».
«No, parliamo ancora di mentalità. Lo sai che Banca intesa ha dato 100 milioni di euro allo Stato e non riescono ancora a versarli perché non si sono messi d' accordo su dove devono andare?».
Non ti piace nemmeno la linea di #iorestoacasa, vero?
«Fare gli appelli dopo che hai fatto Sanremo, e bene, e stai nel tuo attico non risolve il problema di chi deve continuare a lavorare e a produrre».
Fra quindici giorni cosa facciamo?
«Sto cercando di dirlo disperatamente».
Cosa?
«Mi chiedo come camperanno il barista, il negoziante e la partita Iva che da 10 giorni hanno dovuto abbassare la serranda».
Quella “cultura del contagio” che piace tanto alla sinistra. Corrado Ocone su Nicolaporro.it il 10 marzo 2020. Letto oggi suona un po’ sinistro: nel titolo, e ancor più nelle tesi. Le quali dimostrano forse la débacle di certa filosofia italiana, e non solo italiana, troppo prona ai dettami culturali della sinistra e poco ad un pensiero autonomo e nella misura del possibile avalutativo. Mi riferisco a un vecchio libro di Roberto Esposito, uno dei pensatori italiani che va per la maggiore: un po’ per virtù intrinseca, un po’ per l’appoggio incondizionato e ben coltivato del gruppo “L’Espresso”. Il titolo – eravamo nel 2001 e le Twin Towers stavano lì lì per essere abbattute – era Immunitas. Protezione e negazione della vita, e già solo a pronunciarlo in questi giorni uno pensa a mascherine, amuchina, quarantene: in una parola al Coronavirus. Ancora più sorprendenti sono poi le tesi espresse nel libro, paradossali sempre col senno di poi. Certo, uno per giungere al centro teorico del volume deve fare non pochi sforzi, superando l’ostacolo di riferimenti specialistici e di un linguaggio ostico o comunque tecnico. Ma noi che siamo del mestiere, lo sforzo lo facemmo a suo tempo, e lo abbiamo rifatto ora. La tesi di Esposito era suppergiù questa: la politica vuole immunizzarci dal contatto con l’altro, vuole evitare il “contagio” col diverso, e perciò utilizza tutta una serie di controlli sulle nostre vite (biopolitica) per “disciplinarci” ed evitarci il rapporto con l’altro e con le mille diversità di cui si è portatori. Di esse non dobbiamo aver paura e anzi dobbiamo sforzarci di integrarle in una sorta di meticciato. In effetti, Esposito non si rendeva conto allora, e forse non se ne rende conto oggi, che in Occidente il “dispositivo” trionfante, per dirla col suo linguaggio, non è stato negli ultimi tempi, almeno fino a ieri, quello della chiusura, e dell’immunizzazione, bensì l’altro dell’apertura senza criterio a tutti, regimi e visioni del mondo illiberali compresi. E che, se immunizzazione c’era, era quella messa in atto dagli intellettuali mainstream verso i rappresentanti (pochi) del “pensiero difforme” e la maggioranza (tanta) della gente comune e di buon senso. Sarebbe ora di invertire la rotta. Esposito si è formato sulla cultura francese post-strutturalista e relativista, la cui sacra alleanza con l’illuminismo postmarxista liberal fu sancita da un appello a favore dell’Unione Europea scritto insieme nel 2003 da Derrida e Habermas. Possiamo dire oggi, ai tempi del Coronavirus, che quell’incontro fra razionalismo astratto e relativismo culturale sanciva il convergere parallelo in un terzo di due culture ostili alle concrete sintesi storiche della civiltà occidentale. Urge ora invertire la ruota. Riprendere il filo spezzato della grande cultura classica è ciò che veramente ci potrà immunizzare, e darci risorse di senso, se ne saremo capaci.
Paolo Becchi sul Coronavirus: Ignoriamo la lezione cinese, copiamo i loro sbagli e non le cose giuste. Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero Quotidiano il 09 marzo 2020. Il governo Conte ha dichiarato l'emergenza in gran parte del Nord vietando ogni forma di aggregazione e lasciando solo la possibilità di andare in fabbrica e in ufficio (previa esibizione di lettera del datore di lavoro ai posti di blocco). A parte il modo dilettantesco e caotico con cui ha gestito l'emergenza creando il panico, c'è la corsa a giustificare questo "stato d'eccezione". Si pensa che così imitiamo quello che hanno fatto i cinesi a Wuhan: residenti chiusi in casa e posti di blocco fuori città. E che l'alternativa sia il collasso degli ospedali e un'epidemia che si diffonde. Nessuno nota il fatto clamoroso che in Cina l'epidemia sembra finita. Nella provincia dello Hubei, di cui Wuhan è la capitale, si va verso zero contagi e in tutta la Cina, con 1.300 milioni di persone che invece lavorano ed escono anche alla sera al bar e ristorante , non ci sono più decessi. Nell'isteria in cui viviamo in Italia è sfuggito che da giorni in Cina non si registrano più morti fuori da una piccola provincia, nella quale i decessi sono scesi a una ventina al giorno e anche lì i contagi stanno sparendo e si chiudono gli ospedali allestiti per l'emergenza. Complessivamente oggi in Cina si hanno meno contagi e meno decessi che in Italia. Dato che la Cina è l'origine del contagio, la "curva" dei cosiddetti "casi attivi" nel mondo, cioè dei pazienti contagiati con sintomi rilevanti, mostra ora una crescita modesta e il numero di morti giornalieri, che è in calo da settimane, si è quasi stabilizzato intorno a circa 3mila decessi totali. Dopo quindi circa tre mesi dall'inizio del contagio (datato a dicembre scorso), ci sono 3mila vittime e il loro aumento è inferiore a 100 al giorno. Stiamo parlando del mondo intero, in cui i decessi per influenza e polmonite sono centinaia di migliaia. In Cina si torna a uscire (e non si è mai smesso di lavorare salvo in una provincia) e nel mondo i morti sono meno di un mese fa. L'unico paese al mondo che chiude e blocca tutto è l'Italia, causa il decesso, finora, di 366 persone di cui la maggior parte con età media dagli 80 ai 90 anni e affetti da altre patologie. La provincia di Modena ad esempio, in cui si è verificato un solo decesso, (un 80enne con altre patologie) ha chiuso "le frontiere" con Bologna e oggi è una città spettrale. Nel frattempo nel mondo, grazie al fatto che la Cina ha già debellato l'epidemia, il Covid-19 si sta stabilizzando in termini di contagi e decessi complessivi. In Italia il governo con l'aiuto dei media ha creato il panico e stiamo distruggendo l'intero tessuto produttivo, per evitare in sostanza che le unità di terapia intensiva di 4 regioni siano sature. Finora però il governo non ha ordinato l'acquisto immediato, saltando la burocrazia, di attrezzature per la terapia intensiva, non ha richiamato, temporaneamente, medici ed infermieri in pensione (offrendo loro ovviamente un compenso extra) e non sembra aver mobilitato tutto il personale medico militare. Si dirà che quello che conta è il "contenimento" o "distanziamento" sociale come in Cina. Ma lì però il vero blocco ha riguardato solo Hubei, una provincia economicamente di secondo piano, con il 5% della popolazione, come sarebbe da noi l'Abruzzo. Dal report dell'Oms del 28 febbraio dalla Cina si impara che l'essenziale del loro approccio è stato creare a Hubei centinaia di team di 5 epidemiologi che, partendo da ogni malato grave, correvano a rintracciare parenti, amici e altri contatti recenti, li sottoponevano a test e se risultavano positivi non li faceva uscire di casa. Una politica di quarantena rigorosa, ma mirata su soggetti individuati. L'Oms dice invece che il divieto di circolare nel resto della Cina non è stato rilevante, perché milioni di persone erano già in viaggio per il Capodanno cinese e hanno circolato comunque. Nonostante questo ora in Cina l'epidemia sembra sconfitta e anche diversi indicatori economici cinesi negli ultimi giorni sono in ripresa.Noi invece perdiamo innanzitutto i 50 miliardi annuali che spendono i turisti esteri, più forse un terzo o la metà degli altri 150 miliardi circa di Pil legato al turismo. Poi c'è il calo secco di molti consumi indotto dal panico e infine la paralisi di investimenti e credito come effetto collaterale (le banche in borsa sono appena crollate del 25% e domani forse la Borsa verrà chiusa). Non è azzardato parlare di un buco minimo di 100 miliardi di Pil, ma si può pensare anche a 150 miliardi in meno alla fine dell'anno, cioè peggio che per la crisi del 2009-2011. La nostra spesa sanitaria pubblica di circa 115 miliardi l'anno ne soffrirà, per cui in termini di vite umane gli effetti indiretti nel tempo saranno nell'insieme molto maggiori del Covid-19. In conclusione, stiamo fingendo di imitare un regime comunista con isolamenti forzati di milioni di cittadini, quando i cinesi lo hanno risolto con un approccio diverso e paradossalmente molto più democratico. Stiamo scavando la fossa a un'economia depressa da anni senza probabilmente incidere sul decorso di un epidemia che nel mondo peraltro è già in felice decrescita.
Coronavirus, Vittorio Sgarbi contro i virologi: "Cosa dimostra il caso di Porro e Zingaretti". Libero Quotidiano il 10 marzo 2020. Vittorio Sgarbi ancora contro i virologi che - a suo dire - peccano di troppo allarmismo. Il critico d'arte, in collegamento con Coffee Break su La7, ribadisce quanto più volte affermato: "Il coronavirus non è letale, lo dicono anche Maria Rita Gismondo e Giulio Tarro". Eppure, dall'altra parte, ci sono molti esperti che affermano il contrario e che sembrano prendere il sopravvento. "Hanno vinto i virologi, sono loro che con il Parlamento chiuso comandano il mondo". Ma, e qui sta il fulcro del discorso di Sgarbi, "il caso di Nicola Zingaretti, di Alberto Cirio e di Nicola Porro è l'esempio che non succede nulla". L'unico problema, che lo stesso Sgarbi rivela, è il nostro sistema sanitario vicino al collasso.
Vittorio Sgarbi parla del coronavirus alla Camera: “Sarete maledetti”. Laura Pellegrini 27/02/2020 su Notizie.it. Caos alla Camera mentre è in corso la discussione per l’approvazione del decreto emergenza coronavirus: Vittorio Sgarbi perde le staffe e sbotta. “Ogni voto in quest’Aula è un voto contro l’Italia – ha attaccato il critico -, contro i cittadini, contro l’economia e ve ne pentirete. L’emergenza “Coronavirus” non c’è, sarete maledetti“. Dopo la lite Sarbi-d’Urso, dunque, arriva la polemica anche alla Camera. La Camera ha approvato le misure per contenere e arginare l’emergenza coronavirus, ma in Aula è scoppiato il caos dopo l’intervento di Vittorio Sgarbi. Infatti, la polemica del critico ha suscitato disordine, al punto che il presidente Roberto Fico ha dovuto richiamare i deputati. “Non c’è in questo momento, non solo nelle regioni non colpite ma anche in quelle colpite – ha esordito Sgarbi – un’emergenza Coronavirus”. Per poi aggiungere polemico: “Ogni voto in quest’Aula è un voto contro l’Italia, contro i cittadini, contro l’economia e ve ne pentirete. L’emergenza “Coronavirus” non c’è, sarete maledetti”. Roberto Fico, dunque, richiama all’ordine: “Onorevole, moderi i termini”. Infine, Sgarbi riprende le parole della virologa del Sacco Maria Rita Gismondo. “Cerchiamo di ragionare – ha sbottato il critico -, per l’Italia si apre un dramma tragico per l’economia se continuiamo a far finta che c’è una pandemia che non c’è. Non esiste questa pandemia, e il governo per inseguire le regioni sta facendo una cosa ancor più grottesca”.
Da ilfattoquotidiano.it il 10 marzo 2020. Tutti voi sapevate che non c’è nessun pericolo, di nessun tipo, anche voi che state a Codogno, che debba cambiare la vostra vita. Andando in giro non ti capita un c…”. Così dice Vittorio Sgarbi in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook dal titolo “Il virus del buco del c…. Vi spiego perché”. Nel filmato il critico d’arte lancia pesanti e immotivati attacchi nei confronti degli esperti che in questi giorni si stanno battendo per far capire alla gente l’importanza di restare a casa per cercare di contenere la diffusione del coronavirus, sostenendo a torto che sia “un’influenza”: “Chi cazzo è Burioni?. Chi cazzo è Pregliasco?”, sbotta Sgarbi riferendosi ai due virologi. E ancora: “Non credo a questa gente. Questo è il virus del buco del culo. Non credo al coronavirus, ci deve essere qualche cosa dietro, non possiamo cambiare la nostra vita per qualcuno a cui è venuto il raffreddore. Non c’è un cazzo, dovete andare a fare in culo, chi cazzo è Conte? Un consiglio di coglioni che dice quello che devo fare io. Casalino parla del virus… Io non scherzo, spero che mi ascoltiate molto, sono un zucche vuote, capre. Questo è il capravirus che ha preso il loro cervelli del cazzo”, incalza scagliandosi contro il governo e le misure che ha dovuto adottare per far fronte all’emergenza. Le parole di Sgarbi hanno scatenato subito le polemiche, con molti che prendono le distanze da lui e lo accusano di “sminuire la gravità del coronavirus definendolo un non pericolo e paragonandolo ad una semplice influenza ed invita implicitamente la popolazione a disattendere le ordinanze ministeriali che impongono regole tassative a cui attenersi per evitare il diffondersi del virus e il non rispetto delle zone rosse”, come scrive in una nota Lucia Coppola, portavoce dei Verdi del Trentino. “Vittorio Sgarbi, oltre ad essere presidente del Mart, è un deputato della repubblica. È grave che un deputato sbeffeggi le ordinanze del Consiglio dei Ministri, ordinanze emanate dopo aver interpellato esperti qualificati sia in campo sanitario che della protezione civile, – commenta Lucia Coppola – e rilasci dichiarazioni che potrebbero indurre, se da qualcuno recepite, a gravi danni per la salute pubblica, quando tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, concordano sostanzialmente con le azioni decise dal Governo”, conclude chiedendo le sue “dimissioni da presidente del Mart o la revoca dell’incarico da parte della Giunta provinciale”.
Vittorio Sgarbi: “Il Coronavirus è un’invenzione del governo”. Cecilia Lidya Casadei il 10/03/2020 su Notizie.it. Il Coronavirus non è così pericoloso come sembra, secondo Vittorio Sgarbi. Il critico d'arte accusa il Governo di allarmismi inutili. Vittorio Sgarbi prosegue la sua campagna contro la paura del Coronavirus, criticando accoratamente le scelte del Governo Conte. A seguito dell’ultima decisione presa, ovvero di dichiarare tutto il territorio italiano come zona rossa e rendere più severe le restrizioni, il critico d’arte ha voluto esprimere il suo disappunto. Pubblicando un video da otto minuti su Facebook, Vittorio Sgarbi ha spiegato la sua teoria sulla questione Coronavirus: l’emergenza non esiste. Ebbene sì, secondo lui sarebbe solo una grossa esagerazione del Governo: “Ribellatevi, mandateli a quel paese! Se i ministri dicono che c’è il virus non credeteci, sono un gruppo d’incapaci totali”. In particolare, Sgarbi attacca Roberto Burioni e Lorenzo Pregliasco dicendo di non credere alle loro parole. Per Sergio Mattarella e Giuseppe Conte, invece, ha parole decisamente meno eleganti: “Si è unito un consiglio di ministri formato da coglioni. Se lì mettono uno vicino all’altro non capiscono nulla, ma intanto decidono per noi”. Il consiglio del critico d’arte per sopravvivere a questo assurdo isolamento? Guardare film a luci rosse, soprattutto perché sono più veritieri di quanto viene mandato in onda sulla televisione nazionale. Una stoccata decisa quella di Vittorio Sgarbi, che con queste parole a conclusione del video su Facebook lascia nuovamente intendere la sua opinione nei confronti della questione Coronavirus. In realtà, c’è di più: ha infine invitato tutti i cittadini rinchiusi in casa a farsi una gita in quel di Codogno, la prima cittadina nel lodigiano ad essere stata dichiarata zona rossa, per via del numero di casi di Coronavirus.
Coronavirus, Sgarbi: “La peste non c’è. Siete caduti nel tranello di Salvini”. Redazione Blitz il 5 Marzo 2020. Vittorio Sgarbi scatenato alla Camera contro le decisioni del Governo per contrastare l’emergenza coronavirus: “C’è poco da arrendersi di fronte a un pericolo che non c’è – dice Sgarbi – Non c’è l’emergenza. E’ tutto ridicolo. E’ un voto ridicolo e grottesco. E’ un procurato allarme. Non c’è una situazione di pericolo. A Prato c’è la più grande comunità di cinesi. E la Toscana non è in pericolo. I cinesi sono in albergo e sono sotto protezione. Quello che state facendo è una violenza contro la cultura e la civiltà. Chi vota sarà responsabile di essere stato complice di procurato allarme. E’ solo una grande finzione”. “Le persone – Sgarbi è sempre più furioso – non vogliono stare chiuse in casa. Ma quale finzione è? Non c’è la peste. Presidente, lei lo sa meglio di me, la peste non c’è. Ma chi dobbiamo prendere in giro? Dico giro per non dire quella parte del corpo che non piace a Fiano. L’epidemia non c’è e stiamo votando un decreto legge che dice le stesse cose di Veneto e Lombardia per rincorrere le regioni della Lega. Siete caduti nel tranello di Salvini. Salvini che ve lo ha messo nell’ano, ancora una volta”.
Vittorio Sgarbi a Libero: "Bisogna denunciare Conte per il coronavirus, ha distrutto la nostra economia e ci ha ridicolizzato". Alessandro Gonzato 02 marzo 2020 su Libero Quotidiano. «In privato, dopo il mio intervento alla Camera, sono venuti tutti a dirmi che avevo ragione: da quelli di Forza Italia ai leghisti, compreso l' ex viceministro Massimo Garavaglia. Lo ha fatto anche il sindaco di Arona, Alberto Gusmeroli, che sul lago ha avuto un crollo del sessanta per cento delle prenotazioni degli alberghi. Tutti a dirmi che avevo ragione e poi tutti hanno votato per estendere all'intero Paese misure inutili dettate dalla follia totale per questo Coronavirus. Non esiste alcuna epidemia! È una situazione grottesca! Il governo finge un' emergenza che non c' è! Bisogna presentare subito un esposto alla Corte Costituzionale per procurato allarme: lo ha provocato un presidente del Consiglio venuto dal nulla, che non sa nulla e che ha voluto dimostrare di essere più bravo di Attilio Fontana e di Luca Zaia. È tutta una grande finzione, una presa per il culo mondiale!».
Vittorio Sgarbi sta continuando a girare i musei di mezza Italia. Il Coronavirus non ha cambiato di una virgola le sue abitudini.
«Sono stato alla Basilica Palladiana di Vicenza proprio mentre la stavano chiudendo: c'è una straordinaria mostra di Ubaldo Oppi sulla bellezza femminile. Ho visitato Palazzo Martinengo, a Brescia. Ho continuato a vedere tutti i posti chiusi facendomeli aprire. Ma come cazzo si fa a chiudere i musei e i luoghi d'arte per un pericolo che non esiste!».
Tutta colpa di Conte?
«Lui ha grandi responsabilità, non c'è dubbio, ma dovrebbe essere tutto il governo, se i ministri fossero coerenti, a rassegnare le dimissioni. Il primo dovrebbe essere il ministro della Salute Speranza. D'altronde qualcosa dovrà pur capitare, non si può far finta di niente: una cosa del genere non si è mai vista!».
Cos'è successo in Italia negli ultimi dieci giorni?
«È successo che io ho litigato con Barbara D'Urso. Ne hanno parlato tutti».
A parte questo.
«Si è accettato un allarme fasullo. E comunque l'unico antidoto al Coronavirus sono io. Anzi, questa settimana penso a come litigare con uno dei due Corona, o Mauro o Fabrizio, devo decidere».
Alla Camera il decreto sul Coronavirus è passato all' unanimità ad eccezione di due voti contrari, tra cui il suo. Quando ha parlato in aula si è scatenato il finimondo.
«Ho detto semplicemente ciò che pensavo, e cioè che il governo si è fatto prendere per il culo da Salvini. Invece di mitigare le misure adottate dalle Regioni le ha radicalizzate in modo ridicolo. Hanno umiliato l' Italia davanti al mondo. Perché non si può andare al museo egizio di Torino e invece al Mart di Trento le persone stanno una attaccata all'altra? Siamo alla demenza assoluta: sono morti solo anziani che avevano già gravi patologie!».
Il Dem Emanuele Fiano ha contestato platealmente il suo intervento. Le ha gridato contro da una parte all' altra dell'emiciclo.
«Si è incazzato perché ho usato la parola "culo". Quindi, visto che non gli piaceva, l' ho sostituita col termine "ano", facendo un gioco di parole col suo cognome».
Alcuni deputati si stanno presentando in aula con la mascherina. Cosa ne pensa?
«Sì, finora mi pare che l' abbiano fatto in due, tra cui il mio amico Matteo Dall'Osso, che adesso è diventato grillino. Sono ridicoli. Peraltro sapevano benissimo che la mascherina non era a norma, non serviva a niente Aspetti No, no, te l' ho detto che dovevamo girare a destra prima, idiota!».
Scusi?
«Parlavo col mio autista, non conosce neanche le strade! Dovevamo essere già a Scandicci, e invece per colpa sua dobbiamo fare 11 chilometri in più: non è possibile, è la seconda volta!»
Torniamo al virus. Come se ne esce da questo caos?
«Hanno provocato dei tali danni all' economia che non sarà semplice ripartire. Hanno bloccato le aziende, l' export, tutto».
Fosse stato al posto di Conte lei cos'avrebbe fatto?
«Nulla. Avrei preso qualche precauzione ma niente di più. A Prato c'è la più grande comunità cinese d'Italia, una delle più grandi d' Europa, e in Toscana è tutto tranquillo. Dov' è il pericolo che ha portato a chiudere le fabbriche, gli uffici, i musei, i teatri, gli stadi? A Napoli non c' è stato nemmeno un caso ma il sindaco ne ha approfittato per chiudere le scuole: è un delirio! Sembra che sia tornata la peste manzoniana: non è tornato un cazzo! Questa cosa del virus ha portato un unico vantaggio».
Quale?
«Le "sardine" sono scomparse».
Il loro capo, Mattia Santori, però è andato ad "Amici" dalla De Filippi.
«Per forza, deve riciclarsi. Gli consiglio di andare anche a "Uomini e Donne" a fare il tronista».
C'è stato chi, in preda alla psicosi, ha assaltato i supermercati.
«L'unico modo per difendersi dal virus è mettersi un bel preservativo in testa, a mo' di cuffia. Un bel preservativo contro il virus!».
Lei è stato tra i primi ad attaccare chi considera questo contagio mortale.
«Non mi sono inventato niente. Ho ascoltato cos' ha detto la virologa dell' ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondi, ho letto le relazioni del Centro Nazionale delle Ricerche dalle cui analisi risulta che il tasso di mortalità del Coronavirus è identico a quello di qualsiasi altra influenza. Che in quarantena ci vada Conte, invece di andare in tivù come una soubrette!».
Buon arrivo a Scandicci.
«Eh, vediamo, stiamo ancora girando con la macchina. Vediamo quanto ci impiega questo cretino È terribile È terribile».
DAGOREPORT: PERCHÉ CONTE HA SBAGLIATO A CHIUDERE L’ITALIA.
DAGOREPORT il 12 marzo 2020. Chi sa far di conto sull’economia oggi si chiede: il provvedimento di Conte, che ha imposto un lockdown a tutte le attività, non poteva essere varato una settimana fa? E oggi, nonostante il colpevole ritardo, non poteva essere circoscritto solo a quelle province lombarde (Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia) e emiliano-romagnole (Piacenza) dove si registra un altissimo numero di positivi al Coronavirus e dove la crescita del contagio è esponenziale? La situazione nel paese, da un punto di vista dei contagi, non è omogenea. A Lodi c’è un contagiato ogni 222 abitanti, a Milano uno ogni 3514 e a Roma uno ogni 43 mila 861. Chiudere tutto, è bene dirselo, non fa altro che ammazzare l’economia. Le misure del governo servono per contenere il contagio, è chiaro. Ma un governo deve guardare oltre il presente e lanciare uno sguardo responsabile anche sul futuro. Cosa accadrà se molte aziende, negozi, esercizi vari, stritolate dallo stop alle attività, non dovessero farcela a pagare l’affitto, le bollette, lo stipendio ai dipendenti? Quando la gente avrà il frigo vuoto, cosa potrà succedere all’ordine pubblico? Ci scrive un lettore, Guido Casponi: “Mio figlio e la sua compagna, lavorano da anni come istruttori in piscina, con contratti di collaborazione sportiva, quindi senza alcun tipo di tutela se non lavorano, lavoro onesto che gli ha permesso di sopravvivere fino ad ora. Ora tutte le piscine (giustamente) sono chiuse, entrambi sono senza lavoro e senza sostentamento finanziario (se non quello che posso garantire io) affitto e bollette, rate delle auto ecc da pagare, chi pensa a queste realtà?”. Ecco perché le misure del governo dovevano essere mirate in base all’incidenza del contagio provincia per provincia. Che senso ha chiudere ogni attività quando in Sicilia i contagiati sono 83, 77 in Puglia, 77 nella Provincia autonoma di Trento, 38 in Abruzzo, 46 in Umbria, 16 in Molise, 37 in Sardegna, 20 in Valle d'Aosta, 19 in Calabria, 75 nella Provincia autonoma di Bolzano e 8 in Basilicata? Qualche esempio. Nella provincia di Bergamo, (un milione114mila abitanti), si registra un abitante contagiato su 614. Nella provincia di Cremona (38 mila abitanti) i contagiati sono 1062, un infetto su 338 residenti. Il top nella provincia di Lodi: su 230mila abitanti, un contagiato su 222! Perché fare di tutto il paese un virus? Non solo. Il governo può tamponare nell’immediato con la Cassa integrazione allargata ma può impedire che le aziende italiane restino fuori dalle filiere internazionali? Può evitare un crac alle aziende che vivono di export o a quelle che piccole attività che hanno bisogno di flussi di cassa quotidiani per pagare affitti, stipendi, fornitori e tasse? No, non può. Sussurriamo quello che, in tempo di pandemia, non si può dire: i prossimi mesi rischiano di portare via molti posti di lavoro. E quando migliaia di italiani, forse centinaia di migliaia, saranno senza reddito che succederà nel paese? Qualche catastrofista oggi ipotizza scenari da panico: assalti ai negozi, sommosse di disperati che vanno a prendersi, con la forza, quello che non possono più avere con lo stipendio. Qualcuno, nel governo, ha un piano B per affrontare la futura emergenza lavorativa ed economica?
CORONAVIRUS, LA MAPPA DEL CONTAGIO: IN LOMBARDIA 7.280 CONTAGI, IN BASILICATA 8. Da ilmessaggero.it il 12 marzo 2020. La Protezione civile ha diramato il bollettino legato ai casi di coronavirus in Italia. I contagi complessivi dall'inizio dell'epidemia sono adesso 12.462, dei quali 1.045 sono guariti e 827 sono deceduti. Rispetto a ieri, i contagi sono aumentati di 2.076 persone; i guariti sono cresciuti di 41 unità; i deceduti di 196. Sono 1.028 i malati in terapia intensiva, 151 in più rispetto a ieri. I dati regione per regione. Ad oggi, in Italia sono stati 12.462 i casi totali, mentre sono 10.590 le persone che al momento risultano positive al virus. È quanto emerge dal monitoraggio sanitario relativo alla diffusione del Coronavirus sul territorio nazionale diffuso alle 18 presso la sede del Dipartimento della Protezione Civile, dove proseguono i lavori del Comitato Operativo al fine di assicurare il coordinamento degli interventi delle componenti e delle strutture operative del Servizio Nazionale della protezione civile. Nel dettaglio: i casi attualmente positivi sono 7.280 in Lombardia, 1.739 in Emilia-Romagna, 1.023 in Veneto, 501 in Piemonte, 479 nelle Marche, 320 in Toscana, 150 nel Lazio, 154 in Campania, 194 in Liguria, 126 in Friuli Venezia Giulia, 83 in Sicilia, 77 in Puglia, 77 nella Provincia autonoma di Trento, 38 in Abruzzo, 46 in Umbria, 16 in Molise, 37 in Sardegna, 20 in Valle d'Aosta, 19 in Calabria, 75 nella Provincia autonoma di Bolzano e 8 in Basilicata. Sono 1.045 le persone guarite. I deceduti sono 827.
· Gli Errori.
Girano i tamponi. Report Rai PUNTATA DEL 21/12/2020 di Luca Chianca, collaborazione di Alessia Marzi. I banchi monoposto per mettere in sicurezza le scuole sono costati ben due miliardi di euro. Però, passati solo due mesi dall'inizio delle lezioni, tutti gli istituti superiori sono stati chiusi. Cosa è mancato per evitare che i ragazzi tornassero alla didattica a distanza? E soprattutto cosa è mancato per evitare questa seconda ondata? Dalla Calabria al Lazio, al Veneto, passando per L'Aquila, definita la Bergamo d'Abruzzo dal presidente della Regione, Report cerca di capire chi doveva realizzare un vero e proprio piano di sorveglianza per monitorare, tracciare e isolare i nuovi contagi ed evitare che anche in autunno morissero altre 25 mila persone, quasi la metà dei decessi da inizio pandemia.
“GIRANO I TAMPONI” di Luca Chianca immagini Dario D’India – Matteo Delbò – Alfredo Farina – Davide Fonda – Cristiano Forti – Paolo Palermo montaggio Luca Mariani.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E ora passiamo ad un’altra regione, nel Lazio, con il nostro Luca Chianca che ha scoperto che i tamponi poi non è che funzionassero così regolarmente. Ma pare che nessuno lo aveva scoperto, lo ha scoperto lui. LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Su circa 70mila decessi da inizio pandemia, dal 1° ottobre ad oggi abbiamo perso ben 35mila persone, l’esatta metà. Crisanti, ad agosto, aveva proposto il suo piano al governo, che prevedeva di potenziare i laboratori e incrementare i tamponi molecolari.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Io avevo ipotizzato che a fine settembre avremmo avuto circa 3mila casi e poi sarebbe scoppiato come esattamente è accaduto.
LUCA CHIANCA Lei scrive questa proposta quando?
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Ma guardi, io la concepisco tra il 10 e il 15 agosto, ne parlo con il ministro D'Inca e con Sileri…
LUCA CHIANCA Loro?
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Loro mi hanno detto che l’avevano poi girata al Cts.
LUCA CHIANCA E il Cts che fine ha fatto, questa cosa?
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Nulla.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Paolo, vive a Roma, è positivo alla fine di settembre. Finita la quarantena deve fare il tampone per decretarne la fine. Va a Fiumicino al drive in aperto 24 ore al giorno.
PAOLO PISACANE Tre ore e mezza circa di attesa scopro che lì facevano solo i tamponi rapidi cioè non il tampone molecolare che era prescritto da…
LUCA CHIANCA E te ne vai…
PAOLO PISACANE La mattina dopo vado al Campus Biomedico a quel punto inizia un po' il calvario.
LUCA CHIANCA Ore più o meno di attesa?
PAOLO PISACANE Non meno di 6.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Rinuncia e il giorno dopo prova al drive in da poco aperto all'Istituto Zooprofilattico dove filma una coda interminabile.
PAOLO PISACANE La Protezione Civile che lanciava bottigliette d'acqua. Decido di andarmene e un amico mi dice no, io a Viterbo ho fatto un tampone in un'ora.
LUCA CHIANCA Fantastico.
PAOLO PISACANE Mi faccio due conti e dico, mi faccio una passeggiata a Viterbo.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quando va sul sito della Regione Lazio per consultare l’esito del test trova un doppio referto.
PAOLO PISACANE Io trovo due referti.
LUCA CHIANCA Cioè? PAOLO PISACANE Uno positivo e l'altro negativo.
LUCA CHIANCA Panico.
PAOLO PISACANE E allorché chiamo il laboratorio che aveva fatto le analisi.
LUCA CHIANCA E che ti consigliano di fare?
PAOLO PISACANE Mi consigliano di strappare uno dei due perché secondo loro c'era stata una sovrapposizione con un altro utente.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Anche Ilaria è rimasta impigliata nel sistema messo in piedi dalla Regione Lazio agli inizi di novembre.
ILARIA FERRI Il 6 novembre vado a fare un tampone molecolare presso il drive in di Casal Bernocchi e aspetto giorni, giorni, giorni, giorni, giorni che diventano più o meno 20, giorni.
LUCA CHIANCA Perché quando è arrivato il referto?
ILARIA FERRI Il 24.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quando arriva il referto scopre che le analisi sulla presenza del virus le avevano fatte ben 10 giorni dopo il tampone.
ILARIA FERRI Mi sono domandata, ma questi tamponi quanto sono affidabili dopo 16 giorni, 20 giorni?
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'affidabilità dipende come viene conservato il tampone. L’Istituto Superiore di Sanità dà indicazioni sono molto chiare: se il campione viene processato dopo 48 ore va conservato a –80°C. In quanti seguono questa indicazione? L’abbiamo chiesto al San Raffaele della Pisana dove hanno processato il tampone di Ilaria.
LUCA CHIANCA Come mai uno fa il tampone il 6 e voi lo processate 10 giorni dopo.
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA Dopo dieci giorni…
LUCA CHIANCA Sì…
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA Perché abbiamo avuto un problema di smaltimento di tamponi.
LUCA CHIANCA Un tampone del genere come viene conservato qui dopo 48 ore dal…
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA Va conservato a + 4 gradi.
LUCA CHIANCA Non a – 80?
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA No, assolutamente no.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Tiriamo fuori il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità.
LUCA CHIANCA I campioni devono essere inviati immediatamente al laboratorio, in alternativa possono essere conservati in frigo a 4 gradi per un tempo minore di 48 ore.
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA Se il campione non può essere processato, non è, eh…
LUCA CHIANCA Va conservato a – 80…
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA Questa è una cosa da rivedere.
LUCA CHIANCA Perché voi non lo fate comunque.
RESPONSABILE LABORATORIO MICROBIOLOGIA IRCCS SAN RAFFAELE PISANA No.
LUCA CHIANCA Presidente, assessore, buongiorno, Luca Chianca di Report. Volevo sapere come conservate i tamponi dopo le 48 ore dal prelievo.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Diciamo poi con calma la facciamo quando…
LUCA CHIANCA Con calma sono due settimane che le chiedo un’intervista.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Va bene, la facciamo…
LUCA CHIANCA No, la facciamo adesso, è una domanda molto semplice: a che temperatura conservate i tamponi dopo le 48 ore dal prelievo.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Questa è una domanda dei tecnici, e dei laboratori, per cui quando diciamo sentiremo loro poi risponderanno…
LUCA CHIANCA Perché a me risulta che fate tutto a 4 gradi.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Non lo so… questo bisogna sentire…
LUCA CHIANCA In realtà l’Istituto Superiore di Sanità chiede di farlo a -80. Significherebbe che tutti i tamponi analizzati fino ad adesso in regione Lazio sono poco attendibili.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Ma non è così, ma non è così. Ma figurati se è così .
UCA CHIANCA E ma infatti su questo vorrei avere una risposta da lei, assessore si fermi, no… perché stiamo facendo… un attimo.
ALESSIO D’AMATO - ASSESSORE SANITÀ REGIONE LAZIO Si, ma questa è una materia di tecnici di laboratorio e lo verificheremo con loro, mi impegno a farlo.
DONNA La facciamo parlare con i tecnici.
LUCA CHIANCA Grazie.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO I tecnici ci confermano che i tamponi che devono essere processati ancora possono essere conservati a +4C° per un paio di giorni, al massimo si tollera il terzo, il quarto giorno. Poi bisogna assolutamente metterli a -80C°. In quanti seguono queste procedure? Insomma, abbiamo visto che gli schemi sono saltati nei mesi di ottobre e novembre quando c’è stato il grande ritorno della pandemia. Però la domanda è lecita, in quanti hanno processato i tamponi regolarmente? Ora se si può giustificare il fatto che le regole siano saltate per gli intasamenti, quello che non è giustificabile è che ci siano strutture, invece, che non conoscono, come ha dimostrato Luca, come si processa un tampone, quali regole devono essere seguite. Il professor Crisanti, proprio in piena estate, prima che si sviluppasse il ritorno della pandemia aveva proposto in un piano, aveva scritto anche ai ministri, al Comitato Tecnico Scientifico, aveva proposto di istituire una quarantina di laboratori tra fissi e mobili in grado di processare fino a 400 mila tamponi molecolari al giorno. Quelli più attendibili. Noi oggi in piena pandemia ne processiamo sì e no 200 mila. Ecco, se si fosse seguita quella indicazione, quanti morti in meno avremmo potuto contare? Non lo sappiamo. Abbiamo invece preferito imboccare la strada del tampone rapido, la strada degli appalti in tutta Italia di circa 200 milioni di euro per questi tamponi rapidi. Una delle strade che ha seguito, per esempio il Veneto, che proprio in questi giorni è quella che conta più contagi e più morti.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il Veneto in questa pandemia è sicuramente una delle regioni più virtuose, tanto da rimanere sempre in zona gialla. Durante l'estate tra le cose realizzate una ha sicuramente fatto la differenza, più terapie intensive di quante richieste dal governo stesso.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Questa sembra una cosa fantastica, no? Però di fatto che cosa crea? Crea un effetto paradosso perché, non saturandosi i posti in rianimazione e quindi non raggiungendo il livello critico di soglia, diamo più possibilità al virus di trasmettersi perché non implementiamo tutte quelle misure delle zone arancioni e rosse.
LUCA CHIANCA Però lì c’abbiamo più opportunità di contrastarlo in ospedale.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Ma il virus non si contrasta in ospedale, il virus si contrasta o con la sorveglianza o con le restrizioni.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il Veneto è anche la regione che esegue più tamponi di tutti, circa 55mila al giorno di cui quasi 40mila rapidi, ma la settimana scorsa tra nuovi contagi e morti la Regione guidata da Luca Zaia ha registrato numeri da record.
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Se si tratta di parlare di un caso Veneto decisamente no, nel senso che poi i numeri li vedremo alla fine siamo la regione che di fatto ha fatto sempre tesoro del fatto della tracciabilità, ovvio che poi ci possono essere dei casi nei quali non arrivi ma facciamo anche tanti tamponi.
LUCA CHIANCA Senta, quanto può dipendere dal fatto che voi comunque siete anche la regione che fa più test rapidi in assoluto?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Da questo fatto?
LUCA CHIANCA Sì. Calcolando che hanno un range, no, di errore… no?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Ma i test rapidi, guardi, sono certificati... no, intanto cominciamo col dire che noi facciamo una mole di test molecolari pari o anche superiore alle regioni che hanno più abitanti di noi.
LUCA CHIANCA Quanti ne fate di molecolari?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Mediamente abbiamo un potenziale di 30mila, ma mediamente ne facciamo 18-20mila al giorno.
LUCA CHIANCA Ok, di rapidi?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Di rapidi ne facciamo anche 40mila al giorno.
LUCA CHIANCA Eh, quindi, cioè, la fetta maggiore è quella, no?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Sì, ma lei mi deve capire che se non fai i rapidi resta una foresta inesplorata.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Vero, ma della foresta esplorata, il problema è quello dei falsi negativi che non vengono intercettati dal tampone rapido.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Di fatto se io faccio il test rapido a 1000 persone e là dentro ci sono 20 positivi, a secondo del test rapido che faccio, ne manco da 6 a 10. LUCA CHIANCA Una cifra enorme.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Una cifra enorme specialmente se l'obiettivo che vogliamo raggiungere col test rapido per esempio è quello della protezione di ambienti vulnerabili.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Come quello di Maria Elena, un'anestesista di Padova oggi in quarantena insieme a tutta la famiglia perché uno dei suoi figli si prende il Covid.
LUCA CHIANCA A quel punto voi tutti fate dei tamponi, che tamponi fate?
MARIA ELENA MARTINEZ – MEDICO ANESTESISTA RAPPRESENTANTE SINDACATO AAROI-EMAC Allora… Io e mio marito facciamo dei test rapidi.
LUCA CHIANCA Da cui emergerebbe cosa?
MARIA ELENA MARTINEZ – MEDICO ANESTESISTA RAPPRESENTANTE SINDACATO AAROI-EMAC Mio marito risulta negativo, anch'io, e mio marito il giorno dopo cominciano i sintomi e quindi fa il test molecolare che risultava invece positivo.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Come il collega anestesista del 118 che come da routine ha fatto lo screening voluto dalla Regione.
VINCENZO PIETRANTONIO – MEDICO ANESTESISTA RAPPRESENTANTE SINDACALE AAROI Io ho fatto il tampone rapido di screening di reparto giovedì 3 dicembre che è risultato negativo poi venerdì 4 dicembre ho eseguito il tampone molecolare faccio il mio turno di guardia e domenica mattina alle 9:27 vengo avvertito dalla medicina preventiva che il mio tampone molecolare è positivo.
LUCA CHIANCA Ecco però lei nel frattempo è andato in ospedale, è entrato in contatto con suoi colleghi e con pazienti?
VINCENZO PIETRANTONIO – MEDICO ANESTESISTA RAPPRESENTANTE SINDACALE AAROI Sì, certo…
LUCA CHIANCA Alcuni dubbi li hanno posti anche i suoi del CTS regionale, no, sulla attendibilità di questi test, giusto? Lei ha preso nota e ha chiesto al governo centrale, no?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Per noi è una cosa...
LUCA CHIANCA Che hanno detto a Roma sul dubbio posto?
LUCA ZAIA – PRESIDENTE REGIONE VENETO Al momento penso non si siano assolutamente espressi.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Al Comitato Tecnico Scientifico, bocche cucite sull’attendibilità dei tamponi rapidi. Tuttavia, Zaia aveva puntato proprio su questa tecnologia per cercare di fermare il virus. Ora ci chiediamo, ma il cocktail di inaffidabilità del tampone rapido, con il fatto che il Veneto sia rimasto zona gialla e quindi non ha adottato misure restrittive, quanto ha inciso sulla diffusione del contagio e sul numero dei morti? Oggi il Veneto, in questa seconda ondata, rispetto alla media dei decessi pre-Covid tra il 2017 e il 2019, ha visto un aumento del 44 per cento. A marzo l’aumento era stato del 39 per cento. Ora, non è in affanno con i posti nelle terapie intensive, ma il 50 per cento dei pazienti che entra lì dentro, muore. Crisanti dice: il virus va fermato prima di entrare in ospedale, con il tracciamento del tampone molecolare che è più affidabile. Se usi quello rapido, lo usi anche sugli operatori sanitari, come abbiamo visto dalle interviste di Luca, rischi di mettere in crisi la stessa struttura e di infettare, oltre che gli altri operatori, anche i pazienti. Ora Zaia sta provando ad introdurre un test, un tampone rapido più efficiente. È l’implicita ammissione che quelli precedenti, forse, non lo erano. E ha chiesto ai cittadini di non uscire più dopo le 15:00: “State a casa”. E ora passiamo ad un’altra regione, l’Abruzzo, dove il governatore invece ha deciso in maniera autonoma, appena aveva visto i contagi schizzare, di autoproclamarsi zona rossa.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, ora andiamo in Abruzzo dove il governatore appena ha visto schizzare i contagi si è autoproclamato zona rossa e ha organizzato due settimane fa la più imponente operazione di test d’Italia dopo l’esperienza di Bolzano. Trecentomila abitanti in coda, a L’Aquila.
LUCA CHIANCA Qui 186 morti ci sono stati, 7 nel primo lockdown.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Il numero di morti è esponenzialmente superiore alla prima ondata.
LUCA CHIANCA Che arriva a numeri paragonabili a Milano, cioè un aquilano su 30 ha contratto il coronavirus, il Covid.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Infatti, io non ho esitato a dire, a un certo punto, L'Aquila era diventata la nostra Bergamo.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ai primi di dicembre nella provincia dell'Aquila, fortemente colpita dal Covid, la Regione organizza il secondo screening di massa italiano, dopo l'esperienza fatta a Bolzano. La differenza è nella partecipazione: in Alto Adige va due terzi della popolazione, qui meno di un terzo, e a L’Aquila sono andati in 23mila.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Questo screening massivo oggi ha dato a L’Aquila un risultato che è solo lo 0,23 per cento di positivi.
LUCA CHIANCA Però da quanti test?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Su 23mila test che sono pari a un terzo della popolazione.
LUCA CHIANCA Effettivamente è pochino, eh? Ma pochino pochino…
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Avrei sperato anche io che fossero il doppio ma non considererei un terzo così pochi.
UOMO In realtà eravamo di più di quelli che ci sono adesso, è molto lenta la situazione a scorrere, noi abbiamo il 77 e siamo qui dalle 9:30 così come gli altri ragazzi.
LUCA CHIANCA Dalle 9:30?
UOMO Sì.
LUCA CHIANCA Sono le 11:46…
UOMO E stanno tipo al 40.
DONNA C'è incertezza, le persone non sanno se aspettare se allontanarsi se stare qua a congelarsi.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Anche al centro dell'Aquila c’è fila, ferma da un po’.
LUCA CHIANCA Sono finiti i tamponi?
UOMO Sì, abbiamo fatto 100 tamponi e li stiamo andando a riprendere.
LUCA CHIANCA Non eravate organizzati per più di 100 persone?
UOMO No, la verità è che non ce ne siamo accorti noi.
UOMO 1 Perché se ne portavano mille di tamponi stamattina e quelli che avanzavano se li portavano stasera e li riportavano domani mattina, non facevano prima? Dimmelo tu! O no?
LUCA CHIANCA E certo…
UOMO 1 L'Italia, questa è l'Italia, buongiorno.
LUCA CHIANCA Arrivederci.
UOMO 1 Roba da pazzi, roba da pazzi.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO A differenza di Bolzano, in Abruzzo, dopo un primo tampone rapido, hanno verificato con quello molecolare. E non tutti si confermano positivi.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Abbiamo trovato già 38 negativi.
LUCA CHIANCA Quindi falsi positivi? Su?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Su 319 e consideri che 79 dobbiamo ancora avere il referto.
LUCA CHIANCA Quindi il falso positivo è…
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO …Almeno il 15% .
LUCA CHIANCA Quanti non sono stati beccati perché falsi negativi, se noi vogliamo interrompere la catena dobbiamo farlo in maniera efficace, questo non è efficace.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO A lei le sembra così inutile che 250 persone sono state...
LUCA CHIANCA Non è l'obiettivo di un lavoro del genere, l'obiettivo di un lavoro del genere è molto più alto e se fatto bene va ad interrompere una catena.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Io non devo fare una pubblicazione su Lancet.
ANDREA CRISANTI – DIRETTORE LABORATORIO VIROLOGIA UNIVERSITÀ DI PADOVA Allora se si fa il test di massa una volta sola con un test rapido che c'ha una sensibilità del 70%, se io c'ho 1000 persone infette me ne rimangono 300 di queste persone infette, che cosa succede? Che dopo 10 giorni sto allo stesso punto di prima.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO All'Aquila si parte con 640 positivi al primo di ottobre per arrivare in due mesi a 10mila positivi.
RICCARDO PERSIO – RICERCATORE UNIVERSITÀ DELL’AQUILA Adesso la media dei casi all'Aquila per abitante e nettamente al di sopra di quella nazionale.
LUCA CHIANCA Come è possibile?
RICCARDO PERSIO – RICERCATORE UNIVERSITÀ DELL’AQUILA Potrebbe essere mancato la tempestività nel dare risultati, perché? Perché la maggior parte dei tamponi della provincia dell'Aquila venivano processati da Teramo e da Pescara, il che portava ad avere dei referti in ritardo.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'unico laboratorio pubblico che processa tamponi in tutta la provincia dell'Aquila è quello dell'Ospedale San Salvatore. L’unico macchinario esistente per processare i tamponi viene utilizzato in gran parte per i pazienti ricoverati, gli altri tamponi li inviano a Teramo e quando finiscono i reagenti li girano a Pescara. È successo a ottobre: questi ritardi sui tracciamenti possono aver inciso sulla diffusione del virus a L’Aquila?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO No. No. Dopodichè, se i mille tamponi che servono all'Aquila si fanno processare a Teramo non cambia niente.
LUCA CHIANCA È cambiato, c'hanno messo più tempo.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO No. Lo dice lei.
LUCA CHIANCA Eh… Lo dice lei… Lo dicono i medici sul territorio.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Ma lasci perdere le stupidaggini, perché il referto si manda via mail quindi che cosa cambia se il referto viene fatto ad Avezzano all'Aquila o a Teramo o a Roma?
LUCA CHIANCA Il tampone lo devi portare…
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Ci vuole mezz'ora.
LUCA CHIANCA Forse a Teramo processano anche altri tamponi.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Ci mettono il tempo che ci mettono. Non c'è una persona in provincia dell'Aquila come in tutto l'Abruzzo, che avendo bisogno di un tampone perché il medico lo prescrive, non gli venga fatto il tampone. Punto.
LUCA CHIANCA C'è chi lo faceva al privato pagando?
LUCIANO LIPPA – MEDICO DI BASE – AVEZZANO (AQ) Sì, tanti.
LUCA CHIANCA Quindi molti hanno rinunciato a farlo al pubblico?
LUCIANO LIPPA – MEDICO DI BASE – AVEZZANO (AQ) Sì, si son rivolti a strutture private pur di farlo prima anche andando a l'Aquila a farle quindi 50 km di autostrada andata e ritorno, e le code, per fare un tampone privatamente all'Aquila.
LUCA CHIANCA Quindi l'Asl non è riuscita a garantire tamponi per tutti.
LUCIANO LIPPA – MEDICO DI BASE – AVEZZANO (AQ) Per tutti no.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO E pensare che a maggio prima dell’estate era stato fatto un bando per due nuovi macchinari dedicati a processare i tamponi, nel laboratorio dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila. Ma come abbiamo visto ne è arrivato uno solo, Ed è insufficiente.
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO No, ahò, e lei insiste con non ci siano laboratori, ha questa tesi. O rispetta le cose che dico, e la verità dei fatti oppure è inutile che discutiamo, ché all'Aquila abbiamo aperto un laboratorio che non esisteva.
LUCA CHIANCA Il laboratorio dell'Aquila dell'ospedale c'era, sto dicendo oltre a quello…
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Non c'era, non faceva, non era autorizzato e non era attrezzato per fare questi tamponi, come glielo devo dire?
LUCA CHIANCA Quando è stato aperto il laboratorio di cui lei parla, aprile, maggio, giugno, luglio agosto?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO So che lei deve fare l'intervista al direttore, glielo può chiedere.
LUCA CHIANCA Il laboratorio dell'Aquila già aveva la sua macchina?
ROBERTO TESTA - DIRETTORE GENERALE ASL 1 ABRUZZO Aveva una macchina che abbiamo acquistato, ripeto, con questa gara di maggio.
LUCA CHIANCA Quando è arrivata la macchina?
ROBERTO TESTA - DIRETTORE GENERALE ASL 1 ABRUZZO La macchina è arrivata a maggio, giugno… quindi…
LUCA CHIANCA Quindi il laboratorio già c'era e la macchina c'era?
ROBERTO TESTA - DIRETTORE GENERALE ASL 1 ABRUZZO Sì. LUCA CHIANCA Con la prima ondata?
ROBERTO TESTA - DIRETTORE GENERALE ASL 1 ABRUZZO Sì.
LUCA CHIANCA A giugno, luglio, agosto, settembre qualcuno ha pensato di aprire un altro laboratorio?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Sì, sì.
LUCA CHIANCA Ed è stato fatto?
MARCO MARSILIO – PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO Sì. Abbiamo acquistato due macchinari e ce ne hanno consegnato uno. Quindi se lei pensa che alzo il telefono e dico: hey John, mandami il laboratorio pronto e fatto e lo compro… ma lei pensa che siamo tutti scemi?
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il macchinario mai arrivato è quello che doveva andare ad Avezzano, in provincia dell'Aquila, dove durante il picco la situazione è stata ancor più grave.
LUCIANO LIPPA – MEDICO DI FAMIGLIA – AVEZZANO (AQ) Quasi un disastro. Qui ad Avezzano abbiamo aspettato anche una settimana per poter fare un tampone dell'Asl.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Oggi la regione Abruzzo è arancione, e ambirebbe anche a diventare gialla. Il sanguigno governatore Marsilio dice: “Non è che se tu chiami John, e gli chiedi una macchina per processare i tamponi, John te la porta subito”. Vero. Anche se pure John sapeva che da marzo mancavano reagenti, tamponi e macchinari. Poi c’è anche deficit strutturale. Insomma, secondo Marsilio, non c’è un problema se tu porti a processare un tampone a Teramo invece che farlo lì sotto casa a L’Aquila. Non è vero secondo i medici, invece, del territorio, che questo spostamento rischia di far perdere del tempo prezioso. Si aspetta anche una settimana per avere un referto. Comunque, il deficit strutturale è su tutto il territorio. Abbiamo visto nel Lazio anche delle code chilometriche per farsi i tamponi, un’idea ce l’aveva avuta il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, già ad aprile scorso aveva detto: “Ma scusate, c’è il Cnr, è un pezzo dello Stato, ha tante sedi dislocate sul territorio. Ho raccolto la disponibilità a mettere in piedi dei laboratori per processare tamponi, ci sono anche i tecnici, ma perché non farlo?”. Ha scritto al premier Conte e anche alle Regioni. Ha risposto solamente il Piemonte. Morra aveva pensato alla sua città, a Cosenza, perché probabilmente aveva visto che lì c’era un particolare bisogno. Ma a Cosenza come l’hanno presa?
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'idea nasce qui, da questo Istituto del Cnr vicino allo svincolo autostradale a 13 km da Cosenza. L'idea del presidente dell’Antimafia è di utilizzarlo per processare i tamponi della provincia di Cosenza a corto di strutture sanitarie e macchinari. Così come si potrebbero utilizzare gli altri istituti del Cnr nel resto d'Italia.
NICOLA MORRA – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA Su 1300 abbiamo noi abbiamo avuto un'adesione entusiastica da parte di 314 medici, biologi, tecnologi che avrebbe gratuitamente rafforzato gli staff che eventualmente negli ospedali oppure anche all'interno degli istituti, potevano immediatamente aumentare la capacità di processamento dei tamponi. LUCA CHIANCA Ad aprile risposte da parte delle regioni?
NICOLA MORRA – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA Ad aprile per quello che ci risulta nessuna, mi sembra maggio, risponde la presidenza della regione Piemonte.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Mario Marino è il direttore del dipartimento di prevenzione dell'Azienda Sanitaria Provinciale e ha seguito la proposta di Morra quando in tutta la provincia di Cosenza c'era un solo macchinario per più di 700mila persone.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA A me piaceva molto perché oltretutto erano un sacco di strumentazioni, un sacco di tecnologie.
LUCA CHIANCA Una cosa fattibile.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Sì, però qualcuno ha detto no.
LUCA CHIANCA Chi l'ha detto no?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Non lo so.
LUCA CHIANCA Come non lo sa?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Non lo so eh, scrivi non lo so, non lo so.
LUCA CHIANCA Quindi lei era a favore di questa…?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Assolutamente sì.
LUCA CHIANCA Mi spieghi perché si è fermato tutto.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Non lo so. Ma dobbiamo parlare solo di questo? Non può trovare risposte laddove non ce ne sono.
LUCA CHIANCA Quindi dal suo capo, dico, andiamo?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Ma oggi non c'è però.
LUCA CHIANCA Come non c’è?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Perché è in call conference, ha detto che impegnata.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il suo capo è il commissario straordinario dell'ASP di Cosenza la dottoressa Cinzia Bettelini. Con noi non ha mai voluto parlare e, al suo posto, il capo della task force ci porta dalla responsabile dell’epidemiologia.
LUCA CHIANCA Che numeri abbiamo adesso?
AMALIA DE LUCA - EPIDEMIOLOGIA ASP COSENZA Purtroppo, i casi stanno aumentando. Per farle vedere quello che… io lo faccio a mano non ho programmi, purtroppo, per fare poi tutta l'attività di isolamento dei casi e di contact tracing.
LUCA CHIANCA Ma che significa che lei fa tutto a mano?
MALIA DE LUCA - EPIDEMIOLOGIA ASP COSENZA Noi abbiamo i referti che ci arrivano cartacei, cioè stiamo parlano di 7-800 referti al giorno.
LUCA CHIANCA Quanti ne ha inseriti da quando è iniziato…
AMALIA DE LUCA - EPIDEMIOLOGIA ASP COSENZA 5224.
LUCA CHIANCA A mano, 5224…
AMALIA DEL LUCA - EPIDEMIOLOGIA ASP COSENZA Ma questi sono i casi, se lei pensa tutti i referti siamo a 65mila referti.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO A dicembre, in piena seconda ondata, a Cosenza siamo messi così, inseriscono a mano i positivi su un foglio excel che poi girano ai colleghi che sul territorio dovrebbero fare tracciamento e isolamento dei casi. Il primo dicembre in provincia di Cosenza c'erano 160 ricoveri in ospedale e 4033 positivi a casa mentre a metà luglio c'era un solo caso a domicilio. Mario Marino ci porta nella sede del 118, dove all'ultimo piano ha da poco trasferito la centrale che chiama i cittadini con sintomi per fare il contact tracing.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Buongiorno Vincenzo, buongiorno.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ed è in questa stanza che fanno il tracciamento dei casi positivi.
LUCA CHIANCA Qui sono 2, 4, 6, 8.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Si, qui ci sono altri 5.
LUCA CHIANCA Non sono tanti qua dentro?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA No… stiamo attenti, proprio noi stiamo attenti, però ringraziando Iddio, ringraziando Iddio fino a mo' non abbiamo avuto casi.
LUCA CHIANCA Lei condivide con me che qui dentro non dovrebbero stare così?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Ma stiamo trasferendo, domani trasferiamo, non facciamo sempre, non insistete sulle cose perché sembrerebbe che noi ci stiamo a girare i pollici. LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Andiamo a vedere i frigoriferi dove conservano i tamponi presso una frazione di Cosenza. E dove ci rassicura di aver risolto tutti i problemi legati alla loro processazione, grazie all'apertura di un nuovo laboratorio nell'ospedale di Rossano sulla costa ionica. Ma funziona il laboratorio di Rossano?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA È partito.
LUCA CHIANCA È partito, quanti ne fate al giorno?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Trecento, ma possiamo… col tempo possiamo anche aumentare. Ok?
LUCA CHIANCA A posto. Grazie.
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Finita l'intervista arriva una Panda della Asp di Cosenza. Scende un uomo con una scatola di cartone aperta con dentro dei tamponi.
AUTISTA ASP COSENZA Ma a Rossano li possiamo portare o no?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Sì, ma da dove vieni?
AUTISTA ASP COSENZA Da Trebisacce.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Ma perché non l'hai portati a Rossano?
AUTISTA ASP COSENZA Ha detto: no portiamoli là, non siamo sicuri qua non siamo sicuri là.
LUCA CHIANCA Ma questi che sono? I tamponi?
AUTISTA ASP COSENZA Sì.
LUCA CHIANCA Da dove arrivano? Da?
AUTISTA ASP COSENZA Trebisacce. Sullo Jonio, vicino Sibari.
LUCA CHIANCA E perché non li avete portati a Rossano? Lo vede che non funziona il laboratorio lì, ma funziona il laboratorio a Rossano?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Sì, funziona.
LUCA CHIANCA Funziona o no?
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Funziona come no, ma sta scherzando… Andiamo lì…
LUCA CHIANCA Ma l'han portato, dalla ionica l'ha portato qua.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA È il medico che l'ha detto a lui per venire qua.
LUCA CHIANCA E mamma mia si è sbagliato di tanto.
MARIO MARINO - COORDINATORE TASK FORCE COVID-19 COSENZA Si processano lo stesso.
LUCA CHIANCA Sì, si processano lo stesso ma dovevano andare lassù… Dove dovevano andare questi?
AUTISTA ASP COSENZA Allora… Io di solito li porto all’ufficio loro a Cosenza, sono andato a Cosenza: no il frigorifero non c'è devi andare ad Aprigliano, vengo ad Aprigliano e poi a Rossano non lo so… ‘sti tamponi ogni volta girano, ma che ne so io.
LUCA CHIANCA Girano ‘sti tamponi?
AUTISTA ASP COSENZA Che ne so boh?
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Girano i tamponi e probabilmente non solo quello a chi deve sopportare la cronica inefficienza del sistema sanitario calabrese. Eppure, vanta professionisti eccellenti. Ora immaginiamo che il nuovo commissario straordinario Guido Longo debba fare un grande e importante lavoro. A cominciare dal fatto di evitare che i tamponi girino perché poi, in quali condizioni girano, viaggiano, è meglio non saperlo perché li abbiamo visti arrivare dentro scatoloni di cartone aperti. Dovrà dare anche una mano digitale alla povera dottoressa Amalia che riempie a mano ottocento referti al giorno. Quando invece la velocità sarebbe fondamentale per dare assistenza a quei pazienti malati che sono a casa. Ecco il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, aveva avuto una idea: “Perché non ci facciamo dare una mano dal Cnr, alle sedi dislocate in tutta Italia? Potrebbe processare i tamponi”. E invece il capo responsabile della task force anti-Covid di Cosenza ha detto: qualcuno ha detto “no”. Chi è che l’ha detto? La responsabile della Asl di Cosenza, la dottoressa Cinzia Betellini? Ecco insomma, l’esperienza ci dice che tracciare velocemente il virus è fondamentale anche per evitare morti. In questa seconda ondata ne abbiamo contati altri 35 mila. E gli esperti prevedono una terza ondata. Ecco, per quando arriverà avremo fatto tesoro dei nostri errori?
Non è andato tutto bene. Ecco i fallimenti nella gestione Covid. Il "Libro nero del coronavirus" mette a nudo gli errori e i ritardi nella gestione dell'emergenza coronavirus. La presenmtazione con Porro e Fazzolari. Elena Barlozzari, Gio, 17/12/2020 su Il Giornale. No, non è andato tutto bene. A un anno esatto da quando il virus Sars-CoV-2 ha fatto la sua prima apparizione in Cina, non è più tempo di slogan né di falsh mob canori. La speranza ha lasciato spazio a rabbia e sconforto. Se nel Paese del Dragone, e persino a Wuhan, epicentro della pandemia, la gente sembra esser tornata alla normalità, qui in Italia si continua a navigare a vista. Il primo caso di positività accertato, quello di Mattia Maestri, un 38 enne della provincia di Lodi, risale allo scorso 20 febbraio. Cosa è stato fatto in questo dieci mesi? Davanti alle limitazioni crescenti e alla prospettiva di una nuova stretta, è necessario riavvolgere il nastro della storia recente, per capire e analizzare la catena di errori che ci ha condotto si qui. Lo spunto è offerto da un testo, “Il libro nero del Coronavirus” scritto a quattro mani da Andrea Indini e Giuseppe De Lorenzo. Un libro inchiesta presentato oggi assieme al senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari e a Nicola Porro, vicedirettore del Giornale e direttore del sito nicolaporro.it. “Quando abbiamo studiato tutto il materiale raccolto – ricorda Indini – ci siamo subito resi conto che avevamo davanti un libro nero, una serie di errori grossolani che tutto il Paese sta pagando e continuerà a pagare per i prossimi anni”. Il volume ripercorre l’escalation del virus attraverso interviste e documenti inediti. A partire proprio dal suo esordio. È il 31 dicembre 2019 quando vengono resi noti i primi casi di “polmonite di origine sconosciuta” tra i frequentatori del mercato del pesce di Wuhan. Secondo uno studio realizzato dalla Harvard Medical School, però, il virus avrebbe iniziato la sua corsa almeno un paio di mesi prima. Usando tecniche simili a quelle impiegate dai servizi segreti per analizzare le immagini satellitari, i ricercatori hanno notato “il drammatico aumento del traffico fuori dai cinque ospedali di Wuhan a partire dalla fine dell’estate e dall’inizio dell’autunno 2019”. Poi c’è il caso del sospetto focolaio ai Giochi mondiali militari che si sono tenuti dal 18 al 27 ottobre nello Hubei. Durante le competizioni cinque gli atleti vengono ricoverati “a causa di malattie infettive importate e trasmissibili”. Di cosa si è trattato? Non si sa. Di sicuro sappiamo che a quella gara hanno preso parte 10mila sportivi da tutto il mondo, Italia compresa. Già, l’Italia. Le vie del virus sono infinite. Un’ipotesi suggestiva messa in campo dai due autori è che il virus sia passato dalla Germania. Il 19 gennaio una dipendente della Webasto Group, volata in Baviera per un meeting aziendale, infetta alcuni colleghi. Uno di loro potrebbe aver transitato dai paesini del Lodigiano? E pensare che all’epoca l’Organizzazione Mondiale della Sanità sconsigliava “l’applicazione di eventuali restrizioni di viaggio o commercio” e non raccomandava “misure sanitarie specifiche” per i viaggiatori. In quel di Ginevra si predicava ancora che “dalle indagini condotte dalle autorità cinesi, non emergono chiare evidenze di una trasmissione da uomo a uomo de virus”. Sbagliato. Lo capiremo a nostre spese qualche settimana più tardi. È il 20 febbraio quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, dà notizia del primo contagio accertato a Codogno. Per un’amara ironia del destino, come ricorda De Lorenzo, il famoso “Piano di organizzazione della risposta dell’Italia in caso di epidemia” arriva sulla scrivania del ministro della Salute Roberto Speranza proprio quel giorno. “A gennaio il governo scopre di non avere un piano per gestire la crisi, così - racconta il giornalista - una task force del ministero della Salute ne abbozza uno, questa bozza arriva al ministro Speranza solo il 20 febbraio, lo stesso giorno in cui si scopre il primo contagio a Codogno, quindi quel piano lì diventa inutile”. Nel frattempo il coronavirus ha già varcato i confini del Lodigiano e della Lombardia. “Le indagini sul focolaio di Codogno – rivela agli autori una fonte all’interno della task force della Lombardia – sin da subito hanno dimostrato che i casi si erano già propagati e che ormai erano arrivati troppo lontano”. È il 22 febbraio. Il governo italiano finalmente si muove, decidendo di “cinturare i luoghi più colpiti”. Dieci comuni della Lombardia e uno del Veneto (Vo’ Euganeo) diventano zone rosse. Non basta. Non rimane che blindare l’intera Penisola. Durante il lockdown l’economia italiana subisce una contrazione senza precedenti: - 12,4 per cento nel secondo trimestre del 2020. Secondo l’Istat si tratta del “valore più basso dal primo trimestre 1995, periodo di inizio dell’attuale serie storica”. Il Paese si tiene a galla indebitandosi. Dall’inizio della pandemia ad oggi sono state varate ben quattro richieste di scostamento di bilancio. L’ultima neppure un mese fa. Porro sull’argomento è tranchant: “Avremo risorse per pagare questo debito? Penso che le generazioni più anziane stiano solo comprando tempo, invece bisogna imparare a convivere con il virus perché il rischio zero è un’utopia”. È d’accordo anche Fazzolari. “Come si può alimentare il debito pubblico e continuare a frenare l’economia?”, si domanda il parlamentare. “Se le imprese chiudono che succede? Lo Stato – ricorda Fazzolari – non crea ricchezza, ma gestisce quella di chi la produce, tra monopattini elettrici e banchi a rotelle sono stati bruciati più di 100 miliardi, senza tutelare le imprese e creare un volano per l’economia”. Un discorso quanto mai attuale, adesso che all’aria del Natale si mescola quella di un imminente lockdown.
Lo capiremo a nostre spese qualche settimana più tardi. È il 18 febbraio quando Mattia arriva al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno, i sanitari gli riscontrano una leggera polmonite e lo rimandano a casa dopo avergli prescritto una cura antibiotica. Per lui non c’è l’obbligo del tampone. Il giorno successivo Mattia ritorna, è peggiorato. Che fare? È il caso di sottoporlo ad un tampone? Non per il Ministero della Salute, che nella sue linee guida invita a considerare casi sospetti solo quei malati che sono stati in “aree a rischio della Cina” o “abbiano lavorato in un ambienti dove si stanno curando pazienti Covid”. Per fortuna un’anestesista si mette di traverso e si assume la responsabilità di effettuare lo screening al di là delle prescrizioni ministeriali, ed ecco che in Italia si scopre il “paziente 1”. Cosa sarebbe successo se si fosse perso altro tempo?
Nel frattempo il coronavirus ha già varcato i confini del Lodigiano e della Lombardia. “Le indagini sul focolaio di Codogno – rivela agli autori una fonte all’interno della task force della Lombardia – sin da subito hanno dimostrato che i casi si erano già propagati e che ormai erano arrivati troppo lontani”. È il 22 febbraio. Il governo italiano finalmente si muove, decidendo di “cinturare i luoghi più colpiti”. Dieci comuni della Lombardia e uno del Veneto (Vo’ Euganeo) diventano zone rosse. Ed è proprio il “modello Veneto” a cui Indini e De Lorenzo dedicano grande spazio.
Il governatore Luca Zaia, un po’ come l’anestesista di Codogno, sfida il governo e la comunità scientifica sottoponendo al tampone tutti e 3mila gli abitanti della cittadina veneta: il 2,6 per cento risultano positivi anche se il 4,1 per cento di loro non ha sintomi. Ecco la sensazionale scoperta. Il virus viaggia in incognito. Isolando tutti i contagiati Vo’ diventa Covid free in una ventina di giorni. Per questo a marzo la strategia viene applicata all’intero Veneto, nonostante le critiche della comunità scientifica e il disappunto di Palazzo Chigi.
Lo stesso non è accaduto in Val Seriana, che non viene dichiarata zona rossa. Si arriva così allo strazio di Bergamo e alla carovana di mezzi militari intenti a trasportare le bare nei forni crematori di altre città. Ricordare quelle immagini e quel dolore, di fronte ad una curva dei contagi che ancora fatichiamo a piegare, dà la triste dimensione di come la storia non abbia insegnato nulla.
Articolo del “The New York Times” dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 30 novembre 2020. Un'inchiesta del New York Times ha rilevato che una guida carente e ritardi burocratici nella provincia italiana hanno reso il bilancio dei morti molto peggiore del dovuto. Quando, a metà febbraio, Franco Orlandi, un ex camionista, è arrivato con tosse e febbre al pronto soccorso della provincia di Bergamo, i medici hanno stabilito che aveva l'influenza e l'hanno mandato a casa. Due giorni dopo, un'ambulanza ha riportato l'83enne. Non riusciva a respirare. L'Italia non aveva registrato un solo caso di coronavirus domestico, ma i sintomi del signor Orlandi lasciavano perplessi Monica Avogadri, l'anestesista cinquantacinquenne che lo aveva curato all'ospedale Pesenti Fenaroli. Non gli ha fatto il test per il virus perché i protocolli italiani, adottati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, raccomandavano di testare solo persone con un legame con la Cina, dove l'epidemia aveva avuto origine. Quando ha chiesto se il signor Orlandi aveva un legame con la Cina, sua moglie sembrava confusa. Non si sono quasi mai avventurati oltre il loro caffè locale, il Patty's Bar. La Cina? Il dottor Avogadri ha ricordato la risposta della moglie del signor Orlandi. "Non sapeva nemmeno dove fosse." Quello che la dottoressa Avogadri non sapeva era che il Covid-19 era già arrivato nella sua regione, in Lombardia, una scoperta fatta cinque giorni dopo da un altro medico della vicina Lodi che aveva infranto il protocollo nazionale di sperimentazione. A quel punto la dottoressa Avogadri, costretta da quegli stessi protocolli, si era già ammalata dopo giorni di cura per il signor Orlandi e per altri pazienti. Il suo ospedale, invece di identificare e curare la malattia, ne accelerava la diffusione nel cuore dell'economia italiana. Bergamo divenne uno dei campi di battaglia più mortali per il virus nel mondo occidentale, un luogo segnato da una sofferenza inconcepibile e da una spaventosa colonna sonora di sirene di ambulanze mentre gli operatori sanitari strappavano i genitori ai figli, i mariti alle mogli, i nonni alle loro famiglie. Gli ospedali divennero obitori di fortuna e produssero sfilate di bare e scene di devastazione che divennero un avvertimento per i funzionari di altri paesi occidentali su come il virus potesse rapidamente travolgere i sistemi sanitari e trasformare le infermerie in incubatrici. I funzionari hanno confermato che più di 3.300 persone sono morte con il virus a Bergamo, anche se hanno detto che il pedaggio effettivo è probabilmente il doppio. La città di Orlandi, Nembro, è diventata forse la più colpita in Italia, con un aumento dell'850 per cento dei decessi a marzo. Così tanti che il prete ha ordinato di fermare l'incessante rintocco delle campane per i morti. La questione di come si sia potuta verificare una simile tragedia a Bergamo, una provincia ricca e ben istruita di poco più di un milione di abitanti, con ospedali di altissimo livello, è rimasta un inquietante mistero, una macchia di sangue che il governo preferisce evitare perché indica con orgoglio il successo dell'Italia nell'appiattimento della prima ondata di infezioni. Le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sui test hanno generato un senso di sicurezza fuori luogo e hanno aiutato i medici ciechi a diffondere il virus. Ma i passi falsi e l'inazione dopo l'esplosione di Covid-19 hanno aggravato la situazione e sono costati a Bergamo - e all'Italia - tempo prezioso quando i minuti erano più importanti. Il direttore dell'ospedale Pesenti Fenaroli ha chiuso i battenti quasi appena si è reso conto di avere un'epidemia. Ma i funzionari regionali hanno ordinato l'apertura ore dopo. Gli operai dell'ospedale, i visitatori e i pazienti dimessi sono stati esposti al virus e poi trasferiti in provincia. Per giorni, c'era l'aspettativa che il governo nazionale chiudesse le città di Bergamo, come aveva già fatto subito e con decisione a Lodi. Alcuni sindaci di Bergamo hanno aspettato con ansia che le forze dell'ordine sigillassero le frontiere, anche se molti imprenditori e dirigenti locali si sono mostrati riluttanti. Il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, si rivolse pubblicamente a un comitato di consulenti scientifici, che gli propose formalmente di seguire l'esempio di Lodi e di chiudere le città di Bergamo appena contagiate. Privatamente, però, le lobby economiche nazionali lo esortarono a non chiudere gli stabilimenti della zona. Alla fine, dopo giorni critici pieni di reticenze burocratiche e di battibecchi tra Roma e le autorità regionali, il governo ha deciso che il tempo di salvare Bergamo era passato. Con il virus fuori controllo nella provincia e i grappoli che si sono formati intorno ad essa, il governo ha aspettato più a lungo ma poi si è ingrandito. Due settimane dopo che il signor Orlandi era risultato positivo, l'Italia ha bloccato l'intera regione. Poi il Paese. Ma Bergamo era perduta. Ora che il coronavirus, nel profondo della sua seconda ondata, si è diffuso in tutto il mondo e non ha lasciato praticamente nessuna nazione intatta, è facile dimenticare quanto l'Italia fosse sola tra le democrazie occidentali nel mese di febbraio, di fronte a una minaccia per la quale non disponeva di un piano. Durante la stagione dell'influenza, alcuni medici di famiglia lombardi avevano notato strani casi di polmonite e prescrivevano più ecografie del solito. La regione ha legami commerciali con la Cina e i medici locali che si occupano di malattie infettive hanno tenuto d'occhio l'epidemia di coronavirus nella città di Wuhan. Si sono anche fidati dei nuovi e più stretti protocolli italiani, adottati dall'OMS alla fine di gennaio, che sostanzialmente limitavano i test alle persone legate alla Cina. Ma quasi nessuno dei pazienti affetti da polmonite aveva un tale legame, il che significava che le poche persone sottoposte ai test erano per lo più viaggiatori aerei. Tutti i risultati erano negativi. Poi, il 20 febbraio, Annalisa Malara, medico del comune di Codogno, in provincia di Lodi, ha deciso di rompere il protocollo e di sottoporre al test un uomo di 38 anni affetto da polmonite grave che non rispondeva ai trattamenti standard. Il test dell'uomo è risultato positivo la sera stessa ed è diventato il primo caso di Covid-19 trasmesso localmente in Italia. Due giorni dopo, a Roma, si è tenuta una riunione d'emergenza presso l'Agenzia della Protezione Civile italiana, l'organismo nazionale di soccorso in caso di calamità. Conte, stipato in una piccola sala conferenze, si è seduto a capo di un tavolo ovale, circondato dai suoi ministri, mentre il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza, propose un drammatico blocco delle città della zona di Lodi. I ministri, scambiandosi sguardi nervosi, si sono trovati d'accordo all'unanimità e il governo ha inviato la polizia e l'esercito italiano a sigillare le frontiere il 23 febbraio - decisione che cita ancora oggi come metrica della sua audacia e della sua volontà di mettere la salute pubblica italiana al di sopra dell'economia. Speranza ha soppesato attentamente la decisione epocale, decidendo che era meglio sbagliare dalla parte della prudenza. “Stavo giocando con la vita delle persone", ha detto, aggiungendo che nella storia della pandemia, "è stata la prima volta nella storia dei Paesi occidentali che abbiamo chiuso e portato via la libertà della gente". La scoperta del virus a Lodi, a soli 60 miglia da Bergamo, ha colpito il dottor Avogadri, malato a letto a casa, con la forza di una rivelazione. Ha preso il telefono il 21 febbraio e ha chiamato i colleghi di Pesenti Fenaroli, nel comune di Alzano Lombardo, nella valle industriale e densamente popolata del fiume Serio di Bergamo. Li esortò a fare il test al suo paziente, il signor Orlandi. All'inizio la ridicolizzarono, notando che non era mai stato in Cina. Ma altri pazienti dello stesso piano stavano peggiorando, e un altro uomo con sintomi sospetti arrivò presto al pronto soccorso. I funzionari dell'ospedale decisero di fare un tampone a lui e a uno dei compagni di stanza del signor Orlandi. A mezzogiorno del 23 febbraio, i risultati furono portati al dottor Giuseppe Marzulli, il direttore dell'ospedale. Entrambi gli esami sono risultati positivi. Il dottor Marzulli interrogò il medico referente per sapere se il personale aveva indagato adeguatamente sui collegamenti con la Cina. L'hanno fatto. Non ce n'erano. Il virus era già in circolazione tra di loro. "Fu in quel momento che capii che eravamo fregati", disse il dottor Marzulli. "Avevamo cercato chi era stato in Cina, e questo è stato il tragico errore". Quel giorno hanno prelevato un tampone al signor Orlandi, mentre i membri della sua famiglia si muovevano attraverso i corridoi affollati del terzo piano. Alcuni visitatori notarono che i membri del personale tossivano. Data la rapida azione del governo a Lodi, il dottor Marzulli cominciò a prepararsi per un isolamento. Annullava i cambi di turno per non far entrare nuovo personale e chiudeva il pronto soccorso, ricordando che l'ospedale aveva solo una dozzina di tamponi per eseguire i test del coronavirus. "Non avevamo tamponi. Era il problema più grande che avevamo", ha detto. Ore dopo, la regione e la rete ospedaliera bergamasca di Pesenti Fenaroli hanno deciso insieme di riaprire il pronto soccorso, con le obiezioni del dottor Marzulli. Aida Andreassi, alto funzionario della sanità lombarda, ha detto che il pronto soccorso era stato igienizzato e che l'ospedale rappresentava un "presidio indispensabile" per una regione che aveva bisogno di tutte le sue strutture sanitarie. Ma senza tamponi sufficienti, ha detto la dott.ssa Marzulli, l'ospedale era indifeso. Il 24 febbraio sono arrivati i risultati degli esami del signor Orlandi. Anche lui era positivo. A quel punto, circa altri 50 pazienti erano arrivati al pronto soccorso con i sintomi, bruciando rapidamente le scorte di tamponi dell'ospedale, ha detto il dottor Marzulli. Un medico, che ha testato il dottor Avogadri con uno dei tamponi disponibili, ha fatto pressione sui funzionari dell'ospedale per ulteriori esami, ricordando loro in una frenetica e-mail che avevano "colleghi sintomatici che non sono stati sottoposti a tamponi". I suoi superiori hanno supplicato un altro ospedale della regione per avere 100 tamponi, secondo la corrispondenza via e-mail vista dal New York Times. Ma il dottor Marzulli ha detto che solo la metà di loro è arrivata a Pesenti Fenaroli, il 26 febbraio. Ha forzato, separando i pazienti con sintomi da quelli senza, e mandando a casa personale visibilmente malato. Ma molti pazienti che sono venuti a contatto con il virus sono rimasti fermi, mentre i loro infermieri e medici continuavano a circolare. Il 27 febbraio, come dimostrano i documenti forniti dalla Lombardia, la regione ha inviato altre centinaia di tamponi agli ospedali bergamaschi. Ma non sono arrivati subito a Pesenti Fenaroli, ha detto il dottor Marzulli. Fu costretto a razionare un paio di dozzine di tamponi al giorno fino al 1° marzo, quando lui stesso svenne per la stanchezza per il virus. "Se dobbiamo identificare una scintilla - ha detto il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, quando le infezioni hanno devastato la sua città - è stato l'ospedale".
DIECI GIORNI DI INDECISIONE. Le piccole città intorno all'ospedale diventano sempre più protagoniste di un dramma che si svolge tra Bergamo e Roma. Il 25 febbraio la provincia di Bergamo ha registrato solo 18 casi contro i 125 di Lodi. Il massimo responsabile sanitario lombardo ha espresso preoccupazione per il contagio all'ospedale Pesenti Fenaroli, ma ha detto: "È presto per dire se si tratta di un altro cluster". A Roma, Conte ha scoraggiato l'espansione dei test, argomentando che i funzionari sanitari dovevano seguire i protocolli internazionali, "altrimenti avremmo finito per drammatizzare" l'emergenza. Il 26 febbraio, con 20 casi segnalati a Bergamo, il comitato scientifico di Roma ha dichiarato di non aver visto alcuno scoppio che richiedesse un blocco. Il sindaco di Nembro, Claudio Cancelli, ha detto che i funzionari sanitari di Bergamo hanno minacciato di tagliare i fondi ai 18 sindaci della zona se chiudessero i centri per anziani o disabili. Il giorno dopo, ha detto, hanno assicurato i sindaci: "Non preoccupatevi. Non è prevista una zona rossa". Ma il 28 febbraio, il carico di lavoro di Bergamo era salito a 103, contro i 182 di Lodi. In una conferenza stampa regionale lombarda, i medici di punta hanno identificato l'ospedale Pesenti Fenaroli come la fonte dell'epidemia. Confindustria Bergamo, l'associazione industriale della provincia, ha risposto lo stesso giorno pubblicando un video dal titolo "Bergamo corre". "Gli attuali avvertimenti sanitari da parte dei funzionari del governo italiano sono che il rischio di infezione è basso", ha dichiarato il narratore. Le immagini mostravano le fabbriche che lavoravano. Il messaggio risuonava in Simona Ghilardi, che gestiva un'azienda nazionale di trasporti e logistica a Nembro, a circa un chilometro e mezzo dall'ospedale Pesenti Fenaroli. I colleghi di Lodi, in isolamento, le avevano raccontato di aver perso clienti. Per lei era impensabile fermare l'industria a Bergamo. "Quando nasci qui la prima cosa che ti dicono è che devi lavorare", diceva. Mentre si continuava a parlare di chiusura, si è affacciata al suo vasto magazzino pieno di pile di circolari di alimentari, sacchetti di prodotti chimici e casse di detersivi da spedire in Cina. "Anche la fabbrica deve sopravvivere", ha detto. I dirigenti d'azienda, e anche il sindaco di Alzano Lombardo, hanno resistito alla chiusura, dicendo al giornale locale che sarebbe stata una tragedia per l'economia e contattando le loro associazioni commerciali con influenza a Roma. Nella capitale, Conte ha sottolineato che si sarebbe fatto guidare dalla sola scienza. Ha rifiutato le richieste di intervista per questo articolo, ma ha negato di aver mai ricevuto richieste da Confindustria, visto che il suo governo ha valutato cosa fare a Bergamo. I rappresentanti del potente gruppo industriale hanno detto di aver chiarito le loro richieste. "C'era una linea diretta tra Confindustria e il governo di allora", ha detto Licia Mattioli, allora vicepresidente del gruppo. La dirigenza ha sostenuto direttamente a Conte che la rapida chiusura delle fabbriche di Lodi costava inutilmente posti di lavoro e che nelle fabbriche bergamasche sarebbero stati sufficienti passi come l'allontanamento sociale. "Quello che dicevano era che fermare tutta l'industria, anche locale, è davvero molto, molto pericoloso", ricordava. "Non so se hanno capito", ha detto di Conte e dei suoi ministri. "Ma almeno hanno ascoltato". Le fabbriche sono rimaste aperte fino a fine marzo, e molte non hanno mai chiuso. "Posso assicurarvi che non abbiamo mai, mai, mai, mai fatto considerazioni su questo", disse il ministro della Salute Speranza. "Abbiamo deciso fin dall'inizio che il primo punto è la salute, tutto il resto viene dopo". Il 3 marzo il comitato scientifico del governo ha proposto una zona rossa intorno a Nembro e Alzano Lombardo. Le autorità lombarde l'hanno considerata un affare fatto. Così come il sindaco di Nembro, il signor Cancelli, che era infetto e lavorava in isolamento. "Questo posto avrebbe dovuto essere chiuso a febbraio, quando fu chiaro che c'erano casi ufficialmente dichiarati nell'ospedale, che sicuramente erano in contatto con gli operatori sanitari, i parenti, gli altri pazienti", ha detto il signor Cancelli. Il 3 marzo abbiamo pensato: "Ora chiuderanno stasera". Ma Conte, che doveva approvare la decisione, ha detto di non aver sentito parlare del piano per altri due giorni. Nel frattempo, ha detto l'onorevole Speranza, ha fatto pressione sul comitato scientifico per una relazione sulla loro logica per la chiusura delle città. "Hanno detto solo Chiudere", ha detto il signor Speranza. Non si può dire: "Io tolgo la libertà alle persone", per due parole. Il Ministero dell'Interno ha comunicato alla polizia di Bergamo di iniziare i preparativi per la chiusura, secondo il colonnello Paolo Storoni, allora capo dei carabinieri della zona. Carmen Arzuffi, proprietaria dell'Hotel Continental, ha detto che il prefetto della polizia locale ha chiamato il 4 marzo per prenotare 50 camere per 100 agenti in arrivo. Il 5 marzo il comitato scientifico ha nuovamente sollecitato il governo a chiudere le città. Speranza ha detto di aver inviato a Conte il rapporto quella notte. Un parlamentare bergamasco ha fatto pressione sull'ufficio di Conte in privato, sostenendo che si stava verificando una catastrofe umana. L'ufficio di Conte ha risposto, secondo la corrispondenza vista dal Times, che ci sarebbe stata una riunione a livello ministeriale il sabato, due giorni dopo, e che nessuna decisione sarebbe arrivata prima di allora. Entro il 6 marzo, le forze dell'ordine avevano iniziato ad insediarsi nell'albergo. La polizia riempì le ore ispezionando i percorsi che avrebbero dovuto chiudere e tenendo briefing nei sotterranei, con i comandanti che disegnavano le mappe delle città e delle loro strade su un cavalletto. "Sapevano tutto a memoria", ha detto la signora Arzuffi, la proprietaria dell'albergo. Mentre facevano le esercitazioni, il 6 marzo Conte si è incontrato ancora una volta a Roma con il comitato scientifico. Secondo Speranza, il comitato ha detto a Conte che la chiusura di Bergamo non era più un problema. Tutta la Lombardia, Milano compresa, doveva essere chiusa. Due giorni dopo, l'8 marzo, Conte ha fatto proprio questo. Più tardi, quel giorno, gli agenti di polizia dell'Hotel Continental hanno fatto le valigie e se ne sono andati. "Non è successo niente", disse il signor Cancelli. Mentre le autorità decidevano cosa fare, il virus sembrava diffondersi ovunque e toccare tutti. Le infezioni hanno devastato case e appartamenti. La gente ha iniziato a morire. Il signor Orlandi, il corpulento camionista che una volta aveva deliziato i bambini della sua famiglia lottando con le sue mani spalancate, è morto il giorno dopo che la sua famiglia ha saputo di aver contratto il virus. Alcuni dei suoi familiari si infettarono e morirono. Giuseppa Nembrini, 82 anni, e Giovanni Morotti, 85 anni, una coppia di coniugi in due stanze separate in fondo al corridoio dal signor Orlandi, sono morti entrambi. Anche Angiolina Cavalli, 84 anni, paziente dell'altro lato del corridoio, è morta. Anche il marito, Gianfranco Zambonelli, 85 anni, che aveva visitato l'ospedale, è morto a causa del virus. "Non ci hanno mai detto niente", diceva dell'ospedale Francesco Zambonelli, il figlio, che aveva contratto il virus. "Credo che senza saperlo siamo diventati un veicolo di contagio per gli altri". Tra i malati c'erano anche i tifosi del calcio bergamasco, 40.000 dei quali erano andati a Milano il 19 febbraio a fare il tifo per la loro squadra locale, l'Atalanta, in una partita di Champions League contro la spagnola Valencia. "Siamo rimasti bloccati uno accanto all'altro", ricorda Matteo Doneda, 49 anni, tifoso rabbioso dell'Atalanta, che cantava alla partita: "Lo saprete quando faremo danni! Siamo Bergamaschi e non conosciamo limiti". Il 26 febbraio, il signor Doneda ha detto che i biscotti hanno iniziato a "sapere di sabbia" e la moglie lo ha portato in ospedale. Riusciva a malapena a camminare e ben presto si ritrovò a respirare dall'interno di un casco ad ossigeno, circondato da persone anziane che ansimavano per l'aria. Disse che alcuni di loro avevano le mascelle rotte sotto la maschera, per svenimento e caduta in reparto. La dott.ssa Avogadri è declinata e ha perso conoscenza, finendo alla deriva in uno stato semicomatoso in un reparto di terapia intensiva, mentre aveva perso metà dei suoi capelli. "Volevo morire", disse. Quando finalmente fu dimessa, scoprì che il medico che era riuscito a trovarle un tampone all'ospedale Pesenti Fenaroli era morto e che la sorella maggiore, che viveva nelle vicinanze, giaceva in un reparto di terapia intensiva, con un tubo di respirazione in gola.
NESSUNO DA BIASIMARE. Tutte le autorità coinvolte riconoscono ormai la perdita di Bergamo come una tragedia. Ma invariabilmente ne danno la colpa altrove. L'Organizzazione Mondiale della Sanità dice di aver limitato le sue definizioni dei casi per ragioni pratiche, soprattutto per non sprecare risorse all'inizio di un contagio incerto. La logica, ha detto la dott.ssa Margaret Harris, portavoce dell'organizzazione, era "limitare i test a una specifica popolazione a rischio". Si tratta di una posizione che i funzionari dell'O.N.A.U. in passato consideravano ragionevole. Ma la dottoressa Harris ha anche sostenuto che quando l'agenzia ha aggiornato le linee guida alla fine di gennaio, ha chiarito "che il medico del paziente è quello che, in ultima analisi, decide chi sottoporre al test". I medici di Bergamo lo consideravano un comodo avvertimento. La guida era "la cosa che ha generato l'enorme problema della diffusione della pandemia", ha detto il dottor Avogadri. "Era un grosso limite". L'O.M.S. "ha fatto un errore", ha detto Giuseppe Ruocco, medico capo dell'Italia e alto funzionario del ministero della Sanità, aggiungendo che se l'Italia non avesse seguito automaticamente la guida dell'organizzazione "avrebbe certamente potuto evitare i casi e l'infezione del personale medico". A giugno l'Italia ha conferito il titolo di cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana al dottor Malara, il medico che ha affrontato l'epidemia non rispettando il protocollo. I funzionari locali e le famiglie in lutto di Nembro e Alzano Lombardo sostengono che la chiusura delle città a febbraio avrebbe rallentato la diffusione. Un procuratore locale sta indagando su quello che è successo e su quello che non è successo e perché. Ma il governo preferirebbe concentrarsi sulla chiusura di Lodi e poi della regione. "Sono due piccole città che tutti ormai conoscono", ha detto il ministro della Salute Speranza, quando gli è stato chiesto come sia possibile che il primo ministro non abbia saputo per tre giorni della proposta di chiusura di Bergamo. "Ma sono due piccoli centri". E Conte ha respinto le domande sull'audacia della sua decisione. "Non ci sono stati ritardi", ha insistito.
UNA PROVINCIA SVENTRATA. Oggi Bergamo è una provincia sventrata dalla perdita. All'inizio di questo mese il reverendo Matteo Cella, che ha eseguito molti riti funebri abbreviati per le famiglie che conosceva, ha salutato vedove e vedovi, figli e figlie, nipoti e nipoti nel giorno dei morti. Indossando maschere chirurgiche blu, si appoggiavano alle lapidi dei loro cari, o accanto alle croci di legno delle tombe incompiute delle vittime del coronavirus. Padre Cella e altri prelati hanno letto i nomi delle 231 persone morte a Nembro dal novembre precedente. Almeno 188 avevano ceduto a Covid-19. Hanno letto il nome del signor Orlandi, e degli altri pazienti e dei medici e visitatori con cui ha condiviso il terzo piano dell'ospedale durante i suoi ultimi giorni. Mentre i piangenti seguivano i sacerdoti in preghiera, alcuni si aggiravano verso il muro del mausoleo sul retro del cimitero. Nomi familiari riempivano il muro.
"Franco Orlandi", “1-3-1936 – 25-2-2020.” "È ancora sorprendente", diceva Luigia Provese, 81 anni, che beveva il caffè nello stesso bar del signor Orlandi e diceva che tre delle quattro persone con cui giocava a carte erano morte a causa del virus. "Sono tutte persone che conosco". Mentre il virus è esploso di nuovo in tutta Italia, il massiccio tasso di infezione di Bergamo durante la prima ondata, dicono i medici, gli ha dato una misura di immunità. I suoi ospedali, un tempo esportatori di infezioni e di malati, stanno accogliendo i pazienti dalle zone circostanti. Il 2 novembre il quartiere fieristico di Bergamo ha debuttato come reparto di terapia intensiva appena convertito. Decine di letti sono stati irradiati con fili elettrici. I ventilatori erano in stand-by. Un'equipe di infermieri in equipaggiamento protettivo si è radunata per un briefing sulle bombole di ossigeno di riserva. La loro coordinatrice, Lauretta Rota, 56 anni, guardava con incredulità. "Ci è voluto un po' di tempo per credere che stesse succedendo di nuovo", ha detto. "C'è un esaurimento emotivo e fisico che deriva da quella conoscenza di ciò che dobbiamo affrontare". Il suo cellulare squilla. "OK", disse, scusandosi. "Il primo paziente sta arrivando".
Maurizio Belpietro per “la Verità” il 6 dicembre 2020. Invece di commentare il discorso di giovedì sera del presidente del Consiglio, preferisco lasciare spazio direttamente alle sue parole, che credo siano utili per capire con chi abbiamo a che fare e quanto le sue rassicurazioni siano affidabili.
«Siamo prontissimi, continuiamo costantemente ad aggiornarci costantemente con il ministro Speranza, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili»: 27 gennaio, durante la puntata di Otto e mezzo, il programma di Lilli Gruber in onda su La7.
«La prova tampone va fatta solo in alcuni casi circostanziati. Il fatto che negli ultimi giorni si sia esagerato con la prova tampone non corrisponde alle prescrizioni della comunità scientifica»: 25 febbraio, durante la conferenza stampa al termine del vertice con ministri e governatori.
«Siamo di fronte a un'emergenza, non a una catastrofe. Vogliamo dare un messaggio che l'Italia è un Paese sicuro, in cui si può viaggiare e fare turismo»: sempre il 25 febbraio, pochi giorni dopo la scoperta del paziente zero di Codogno.
«I cittadini devono stare assolutamente tranquilli. I nostri ospedali sono un'eccellenza del sistema Italia. Fin dal 1978, quando è stato istituito il sistema sanitario nazionale, mattone dopo mattone è stato edificato un poderoso sistema, che dal punto di vista sanitario è un'eccellenza anche in termini comparativi rispetto al mondo. I nostri protocolli sono efficienti ed efficaci e quindi assolutamente adeguati a rispondere a questa emergenza sanitaria e quindi per prevenire e curare quelle che sono le persone malate». Ancora il 25 febbraio.
«Nessuno perderà il lavoro per il coronavirus». Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia, l'11 marzo dopo la chiusura di ogni attività in tutta Italia. Conte gli è accanto e annuisce. «Nessuno sarà lasciato solo. Faremo l'impossibile per pagare la cassa integrazione entro il 15 aprile»: 28 marzo, annunciando i primi interventi di sostegno per aziende e partite Iva costrette dai decreti del governo a non lavorare.
«A settembre aule nuove più grandi»: conferenza stampa del 3 giugno, in occasione dell'inizio della cosiddetta fase 3.«Ora il governo è più forte. Questo dialogo rafforza me e tutti i ministri»: 21 giugno, a conclusione degli Stati generali.
«Il governo italiano è forte: la verità è che l'approvazione di questo piano rafforza l'azione del governo italiano. Ora avremo una grande responsabilità: con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l'Italia con forza e cambiare volto al Paese», 21 luglio, dopo l'annuncio dell'intesa sul Recovery fund.
«È il mio impegno con i giovani, con le famiglie, con il Paese. È il mio impegno con gli insegnanti, con il personale. La scuola riparte, non ci sono dubbi. Soltanto una nuova e fortissima impennata di contagi potrebbe impedirlo, ma io non voglio nemmeno pensare a questa eventualità. Io lo so che non avremo nuove chiusure, che non rischiamo nuovi contagi»: 5 agosto, in un'intervista al Corriere della Sera.
«Siamo tranquilli perché abbiamo creato una rete efficace ed efficiente. Se adesso ci lodano tutti i governi stranieri vuol dire che qualche cosa di buono abbiamo fatto»: ancora il 5 agosto, nell'intervista al Corriere della Sera.
«Non voglio negare che ci possano essere stati alcuni errori o sbavature, ma si tratta comunque di aspetti che hanno avuto un minimo impatto. Voglio dire ai cittadini che il ritorno alla normalità è ormai vicino e queste aperture che inseriremo nel dpcm lo dimostrano»: stessa data di prima, sul Corriere della Sera.
«Cento miliardi di risorse, nessuno sarà lasciato solo»: 8 agosto, presentando il decreto Rilancio.
«Escluderei un nuovo lockdown: abbiamo lavorato proprio per prevenirlo. Non siamo più nella convinzione di intervenire in modo generalizzato su ampie aree del territorio»: 12 ottobre a Taranto, dopo aver messo la prima pietra nel cantiere del nuovo ospedale di San Cataldo.
«Abbiamo rafforzato le strutture ospedaliere e la risposta del sistema sanitario. Siamo molto avanti. Abbiamo un sistema di monitoraggio molto sofisticato»: ancora il 12 ottobre, al termine della cerimonia di inaugurazione dei lavori del nuovo ospedale di Taranto.
«Se tutti rispetteremo queste nuove regole a novembre potremo controllare la curva dei contagi e guardare con più serenità al Natale. Pronti gli indennizzi per le categorie penalizzati»: 26 ottobre, presentando le nuove misure anti Covid, tra cui le chiusure di negozi e ristoranti.
«Non possiamo imputare al governo di essersi distratto e aver abbassato la soglia di attenzione»: 26 ottobre, conferenza stampa sul nuovo dpcm.«Babbo Natale arriverà. Mi ha garantito che già possiede un'autocertificazione internazionale: può viaggiare dappertutto e distribuire regali a tutti i bambini del mondo»: 13 novembre, lettera a un bambino sconosciuto, per sembrare un po' John Kennedy, che nel 1961 rispose a una ragazzina che gli chiedeva di fermare i russi.
«Sono per un approccio liberale, quindi se siamo nelle condizioni di gestire la curva del contagio non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio»: 3 dicembre, a proposito dell'introduzione dell'obbligo per costringere gli italiani a vaccinarsi contro il Covid. Dopo aver lasciato spazio ai discorsi del presidente del Consiglio pronunciati in dieci mesi, mi riprendo la parola.
Visto che Babbo Natale arriverà e possiede, come garantisce Conte, un'autocertificazione internazionale che gli consente di viaggiare e di fare regali, può esaudire il desiderio di milioni di italiani e portarsi via, oltre al Covid, anche Conte e questo governo. In alternativa, visto che chi dice le bugie invece dei doni riceve il carbone, è possibile scaricare qualche milione di tonnellate di carbone su Palazzo Chigi che per lo meno, per un po', non avremo conferenze stampa in cui si raccontino altre balle su «errori e sbavature»?
Ilario Lombardo per “la Stampa” il 24 novembre 2020. Può definirsi d' emergenza un provvedimento che dopo sei mesi, nonostante la pandemia, non ha ancora trovato realizzazione? Un decreto dello scorso maggio, poi un bando della presidenza del Consiglio che arriva solo il 1° ottobre e decine e decine di aziende che ancora aspettano un via libera per iniziare i lavori negli ospedali, con l' obiettivo di potenziarli contro il virus, mentre i vaccini fanno sognare un' uscita dall' incubo a breve. La storia che segue è il racconto di un ennesimo ritardo che dà ragione all' Organizzazione mondiale della Sanità quando dice che l' Europa ha perso l' opportunità dei mesi estivi «per mettere a punto misure e infrastrutture necessarie» a fronteggiare le successive ondate dell' epidemia. L' Italia rientra in pieno in questo fallimento anche perché non è riuscita a trasformare in cantieri i finanziamenti destinati agli ospedali per non soccombere al Covid. Poco prima delle quattro di pomeriggio dello scorso 1° ottobre Domenico Arcuri, commissario straordinario sotto le dipendenze di Palazzo Chigi, spesso accusato - anche dai partiti di governo - di accentrare su di sé poteri e decisioni su ogni fronte della pandemia, fa pubblicare un bando di gara «per l' affidamento dei lavori, servizi di ingegneria, architettura e altri servizi tecnici, al fine dell' attuazione dei piani della rete ospedaliera nazionale». Si tratta di lavori per terapie intensive/semi-intensive, adeguamento dei Pronto soccorso e dotazione di mezzi di trasporto su 21 lotti, comprese le Province autonome di Trento e Bolzano, per un totale di 713 milioni euro di stanziamenti previsti. Il disciplinare del bando parla di «procedura aperta di massima urgenza» e rimanda all' articolo 1 del decreto legge n.34 del 2020. È l' ormai famoso decreto Rilancio, licenziato dal governo nei giorni finali del lockdown e proiettato, almeno così è scritto sulla norma, «al riordino della rete ospedaliera in relazione all' emergenza da Covid-19», anche attraverso «piani di potenziamento e riorganizzazione adottati» dalle Regioni e dalle Province autonome. Tra una settimana è dicembre, e a due mesi dalla pubblicazione del bando, e a quasi sette dal decreto, quei piani non sono ancora diventati attuabili e nemmeno un contratto è stato reso operativo. È stata un' azienda, che si è aggiudicata appalti in diversi lotti, a raccontare a La Stampa del paradosso di lavori finanziati contro il Covid «che rischiano di vedere la luce in primavera», quando il Covid potrebbe essere già piegato dal vaccino, e a spiegare come il ritardo si è protratto per mesi. «È come se ci avessero consegnato un assegno non bancabile», spiega la fonte, sotto anonimato. Il 12 ottobre scorso scadono i termini per la presentazione delle offerte alla gara avviata il primo del mese. Il 29 si conosce l' esito delle istruttorie. Degli oltre 800 soggetti partecipanti, tra imprese e professionisti, 100 sono gli aggiudicatari. Il 2 di novembre iniziano le verifiche dei requisiti da parte di Invitalia, azienda del Tesoro guidata dal 2007 da Arcuri. Il 7, poi prorogato al 14, è il termine ultimo per consegnare la documentazione richiesta tra cui la fideiussione. Risultato: a oggi i contratti siglati sono ancora in sospeso. Di chi è la colpa di questi ritardi? Secondo le aziende: delle eterne lungaggini burocratiche italiane e di Arcuri che ha rallentato il processo accentrando nuovamente su di sé ogni controllo. Secondo quanto ci riferiscono dalla struttura commissariale, invece, la responsabilità è da considerarsi diffusa e coinvolgerebbe anche le Regioni. A questo proposito, va fatta attenzione al calendario, perché è altrettanto importante capire come si è arrivati a pubblicare una procedura di estrema emergenza solo alle soglie della seconda ondata. Il decreto Rilancio viene convertito in legge dalle Camere a metà luglio. I primi due mesi vanno via così e soltanto il 28 luglio il ministero della Salute e la Corte dei Conti validano i programmi di potenziamento della rete ospedaliera delle Regioni e trasmettono ad Arcuri. Qui sorge il solito problema dello schizofrenico federalismo all' italiana. I cronoprogrammi dei piani di riorganizzazione durano in media due anni, quando si spera che la pandemia sarà solo un ricordo lontano. In due casi (Lombardia e Lazio) fino al 2024, in uno (Friuli), addirittura al 2027. E infatti, come ennesimo paradosso, la durata dell' accordo quadro nel bando di gara alla fine sarà fissato in 48 mesi dal momento del contratto. Non solo. A fine luglio molti di quei piani regionali vengono consegnati su fogli Excel, con cifre nude, prive di dettagli tecnici, operativi e logistici. Inutilizzabili per avviare le gare, secondo la struttura commissariale, costretta a ricontattare Regioni e Province per capire quali cantieri avviare. Finalmente, il 17 settembre vengono individuati 1044 interventi, ripartiti tra 176 ospedali. In un Paese dove si vive sempre di emergenza, il rischio è di non riconoscerla più in tempo, l' emergenza.
Ecco i 10 errori di cui deve rispondere Conte. Le mascherine sprecate, l'ospedale da campo non attivato, il piano pandemico non aggiornato: ecco tutti i più gravi errori fatti dal governo durante la "fase 1". Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini, Venerdì 20/11/2020 su Il Giornale. Una valanga di interrogazioni urgenti, dieci in tutto, per mettere alle corde il governo e ottenere, una volta per tutte, una risposta chiara sugli errori commessi nella gestione dell'emergenza sanitaria ed economica scatenata dalla pandemia. Dieci domande, quelle presentate dal deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, che esigono dal premier Giuseppe Conte e dal ministro della Salute Roberto Speranza altrettante risposte. Si passa dalle mascherine sprecate, quando se ne aveva maggiore bisogno, e si arriva all'ospedale da campo della Nato non attivato, quando molti ospedali del Nord Italia erano al collasso in una concatenazione di sviste, errori e passi falsi che hanno contribuito a peggiorare l'impatto della pandemia in Italia.
1. lo scorso 16 febbraio, dopo aver decretato lo stato di emergenza a fine gennaio e aver assicurato che l'Italia era "prontissima" a fronteggiare una eventuale pandemia, il governo ha inviato 2 tonnellate di mascherine in Cina. "Avrebbe dovuto essere chiaro già allora - fa notare Bignami - che, se persino il principale produttore ed esportatore al mondo di mascherine si trovava in difficoltà, forse era il caso di evitare di privarsi di scorte preziose". Nemmeno due settimane dopo, infatti, l'Italia aveva chiesto l'attivazione del Meccanismo europeo di protezione civile in quanto aveva già terminato tutte le scorte. Erano passati appena sette giorni dalla scoperta del "paziente 1". "Chi ha deciso l'invio di tutte quelle mascherine in Cina?", chiede ora il deputato di Fratelli d'Italia. "Sulla base di quali presupposti è stata presa una decisione del genere?"
2. sin dall'inizio in città come Bergamo, Brescia, Cremona e Piacenza è subito apparso chiaro che i dispositivi di protezione individuali fossero del tutto insufficienti. A mancare non erano solo le mascherine e il materiale medico, ma anche i respiratori a cui attaccare i malati più gravi. A Taranto c'era un ospedale da campo della Nato, utile a fronteggiare una situazione come quella in cui ci trovavamo in quei giorni. Il Lussemburgo ne ha fatto richiesta e nel giro di ventiquattr'ore era già operativo. "Perché il governo italiano non ne ha chiesto l'attivazione? - vuole sapere Bignami - chi avrebbe dovuto presentare la richiesta?"
3. non solo l'Oms, ma anche l'Unione europea hanno invitato gli Stati membri a dotarsi di un piano pandemico nazionale che deve essere costantemente aggiornato. Anche l'Italia se ne è dotata. Lo ha fatto nel 2006. Ma non lo ha mai aggiornato. Eppure, dal 2009 a oggi, gli appelli a migliorarlo sono stati molteplici. "Perché non si è proceduto a un aggiornamento puntuale del piano pandemico che avrebbe consentito di dare una risposta cogente e attuale alla pandemia in atto?", chiede Bignami.
4. secondo Stefano Merler, l'assenza di un piano pandemico aggiornato ha comportato gravi conseguenze in termini di decessi e di conseguenze economiche. "Per quale motivo non si è provveduto ad adeguare il piano pandemico come prescritto dalle fonti normative e internazionali sopra citate? - si legge nell'interrogazione urgente presentata mercoledì scorso - quali iniziative siano state assunte nei confronti dei soggetti tenuti alla predisposizione e all'aggiornamento del piano che hanno mancato in questo compito?"
5. il mancato aggiornamento del piano pandemico ha comportato conseguenze drammatiche che sono state evidenziate dallo stesso Comitato tecnico-scientifico. Peccato che lì siedono esperti che avrebbero dovuto aggiornare quello stesso piano. Quando a marzo l'Italia si è ritrovata in ginocchio, come si legge in un articolo pubblicato da Jama Network e tra i cui firmatari c'è anche Walter Ricciardi, "sia il contact tracing sia i test di laboratorio erano molto limitati" e il lockdown è stato adottato da Conte come "ultima misura cieca di disperazione". L'interrogazione di Bignami punta ora a far emergere le conseguenze causate dall'assenza di un piano aggiornato e a capire perché l'esecutivo ha deciso di coinvolgere nella gestione dell'emergenza quelle stesse persone che hanno esposto il Paese a un tale pericolo.
6. rileggendo i documenti prodotti dall'Italia appare chiaro che dal 2006 in poi non è mai stato fatto nulla per farci trovare pronti a un'eventuale pandemia. Eppure le primissime mosse erano state fatte dopo la prima epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (Sars). "Per tre lustri - fa notare Bignami - si sono limitati a mere riconferme". Perché non si sia andati oltre resta un mistero. Persino il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, ha dovuto ammettere che sono stati fatti "sforzi ciclopici per fare entrare la conoscenza scientifica in questioni" di cui nessuno si era mai occupato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: importantissimi parametri, che fissavano per esempio i numeri di operatori sanitari e posti letto, si sono rivelati inattuali. Perché, come evidenziato anche dall'Oms, "la pianificazione è rimasta più teorica che pratica"?
7. il 17 gennaio si sarebbe tenuta una riunione convocata dal Centro europeo di prevenzione e controllo per le malattie infettive con i rappresentanti dei ministeri della Salute di tutti i Paesi europei. L'obiettivo era redarre un piano comune di misure preventive per contenere la diffusione dei coronavirus nel continente europeo con un focus particolare sulla gestione degli aeroporti. A quell'incontro, secondo un retroscena del Guardian, il rappresentante italiano non si sarebbe presentato in quanto non avrebbe letto la mail di convocazione. Se è vero che, come rivelato dal Fatto Quotidiano, l'uomo di Speranza era Francesco Maraglino, Bignami vuole sapere perché, "nonostante questa rilevante e grave mancanza, risulta essere componente del comitato tecnico-scientifico". "Quali iniziative di competenza intenda assumere in relazione a questa assenza?", chiede quindi sia a Conte sia al ministro piddì.
8. il 13 agosto ha fatto molto rumore un articolo del Guardian in cui si parlava di uno studio indipendente sulla cattiva gestione italiana della pandemia apparso sul sito dell'Oms il 13 maggio e scomparso nell'arco di ventiquattr'ore. Bignami vuole sapere da Conte se è vero che a fare pressioni affinché quello studio, poi ritrovato dai familiari delle vittime, sparisse nel nulla sarebbero stati dirigenti e funzionari del governo italiano. "Per quale motivo si è ritenuto di agire in questo modo?"
9. nel manuale di gestione delle pandemie pubblicato nel 2017, l'Oms spiega che un piano pandemico aggiornato non serve solo a salvare delle vite ma anche a contenere quelle che possono essere conseguenze sociali ed economiche nel lungo termine. "In assenza di una pianificazione efficace - si legge - gli effetti di una pandemia a livello nazionale potrebbero eventualmente portare a perturbazioni sociali ed economiche, minacce alla continuità dei servizi essenziali, minore produttività, difficoltà nella distribuzione e carenza di forniture e di risorse umane". Perché, dunque, il governo non si è impegnato a "rendere minimi il disagio sociale e l'impatto economico della pandemia"? Perché il ministero della Salute non ha fissato come "tassativi" questi obiettivi che si era dato?
10. secondo le linee guida dell'Oms, "la trasparenza nella comunicazione è essenziale se si vuole che il pubblico si fidi delle autorità incaricate di gestire un'epidemia". Tuttavia, come ricorda Bignami, diversi sindaci delle zone più colpite dalla pandemia hanno avviato o appoggiato campagne contro il lockdown. "Appare evidente che né le istituzioni territoriali né la popolazione - scrive il deputato di Fratelli d'Italia - erano state adeguatamente informate sulla situazione che si stava delineando". Ancora oggi i verbali del Ctc su cui si fondano i Dpcm emanati dal governo possono essere consultati solo 45 giorni dopo. E questo benché i Dpcm abbiano una durata massima di trenta giorni. "Se il governo era a conoscenza della situazione di rischio verso cui si andava incontro - chiede quindi Bignami - per quale motivo non si è ritenuto di informare sul modo in cui l'Italia si stava approcciando alla pandemia?".
Marco Imarisio per il "Corriere della Sera" l'11 dicembre 2020. Alla fine, è sempre e solo una questione di tempo. Quando arriverà il momento di fare un bilancio, per quanto parziale, di questa seconda ondata, anche questa volta si conteranno le settimane di ritardo nel prendere decisioni. Nell'attesa, mancano pochi giorni al momento in cui l' Italia supererà il Regno Unito come numero assoluto di morti per Covid-19. E in quel momento, diventeremo i peggiori d'Europa. Siamo un Paese di vecchi, ma non siamo un Paese per vecchi. Abbiamo la seconda più alta età media del continente e nel marzo scorso scoprimmo di non sapere come proteggere la fascia più fragile della popolazione. Qualcosa è cambiato, non abbastanza. Aggiornata al 9 dicembre, la classifica dei decessi attribuiti al Covid-19 dello European Centre for Disease Prevention and Control, vede il Regno Unito a quota 63.179, seguito da Italia (62.626), Francia (57.043), Spagna (47.334), Polonia (21.630) e Germania (20.737). Pura statistica, per quanto lugubre. Non fa testo dal punto di vista scientifico, perché dipende dalla popolazione di ciascun Paese. In ambito medico-epidemiologico viene più considerata la graduatoria che tiene conto del numero di morti calcolato per milione di abitanti. E qui le cose cambiano. Primo nel nostro continente viene il Belgio, con 1.516 vittime. Poi l' Italia, con 1.022. Terza la Spagna, con 1.005. I Paesi a cui guardiamo più spesso in termini di confronto per via di una popolazione paragonabile alla nostra per numeri e anzianità, vengono ben dopo. Il Regno Unito, che fu la pecora nera del continente, ha 919 decessi ogni milione di persone. La Francia, 867. Molto più in fondo, per sua fortuna, la Germania (247), nonostante il recente grido di dolore di Angela Merkel, che trova inaccettabile il prezzo di 590 morti in una sola giornata, picco raggiunto lo scorso martedì. Anche l' indice mondiale di letalità plausibile stilato dall' Ispi in base alla demografia non depone a nostro favore. In testa c' è il Giappone, con 12,9 decessi attesi ogni mille contagi, seconda viene l' Italia (11,1), poi Grecia (10,8), Portogallo e Germania con 10,5. Spagna e Francia sono entrambe a 9,7. Abbiamo capito da tempo che non andrà tutto bene, ma sta andando proprio male, a livello statistico e non solo. A marzo fu uno Tsunami, al quale reagimmo decretando per primi il lockdown totale. Questa è una lunga mareggiata, durante la quale non si è ripetuto il collasso del sistema sanitario. Un nuovo studio dell' Ispi stima che tra marzo e aprile siano state contagiate circa 2,5 milioni di persone, mentre a partire da ottobre abbiamo già superato i 3,5 milioni di postivi al coronavirus. Abbiamo protetto meglio i nostri anziani, come dimostra un indice di letalità più basso rispetto alla prima ondata. A marzo, ogni mille contagiati ne morivano 11,5. Oggi la stima è di 9/1.000. Eppure, il numero totale di decessi questa volta potrebbe superare quello della scorsa primavera. Siamo già a 26.000 vittime contro le precedenti 35.000. La proiezione finale dice che arriveremo a 40.000. Non ne esiste una sola, e tutte si legano l' una all' altra, a cominciare dall' anzianità. Il disastro della medicina di base, con i pochi dottori rimasti mandati allo sbaraglio, è rimasto tale. Un disarmo che viene da lontano. Roberto Bernabei, tra i più importanti geriatri nostrani, ricorda che durante la canicola del 2003 ci fu una strage di anziani con le stesse patologie che vengono rese letali dal Covid-19. «Anche allora accadde una cosa tremenda: chi aveva una buona e continua assistenza domiciliare, ce la faceva. Chi non l' aveva, moriva. Se ne discusse molto, non cambiò nulla». In questo campo, le buone notizie hanno sempre un aspetto macabro. Tra marzo e maggio il 62% dei deceduti per Covid aveva una media di tre altre patologie, le cosiddette malattie di accompagnamento. Oggi siamo all' 80%. «Se non a curare, abbiamo imparato a trattare e gestire meglio questa epidemia». L' Italia lo aveva scoperto da sola, con la tragedia di Alzano lombardo, Nembro e dell' intera provincia di Bergamo, quando il rimpallo delle responsabilità tra governo e Regione Lombardia aveva spostato di almeno una settimana la creazione della zona rossa. Adesso c' è anche una ricerca della Columbia university: se durante la prima ondata gli Usa, e gli altri Paesi avessero agito una settimana prima di quanto hanno fatto, avrebbero ridotto i decessi di circa il 50%. Due settimane? Meno 85%. Anche oggi che i contagi si moltiplicano con un esponente più piccolo grazie a mascherine e distanziamento, la lezione avrebbe dovuto restare impressa. Non è stato così. A poco vale il mal comune mezza assoluzione fatto magari guardando chi ha ripetuto gli stessi errori. L' Ispi suggerisce invece il paragone con chi aveva sbagliato proprio tutto e oggi se la cava meglio di noi. Il Regno Unito del fu negazionista Boris Johnson ha 68 milioni di abitanti, noi poco più di 60 milioni. Un Paese anziano: il 24% della popolazione ultrasessantenne contro il nostro 30%. A marzo, l' Italia ha inasprito le misure sei giorni prima del Regno Unito, che a parità di circolazione virale è arrivato ultimo. La media nazionale dei decessi al momento dei rispettivi lockdown è stata di 59 morti al giorno per noi, 140 per UK. Alla fine della prima ondata, noi abbiamo avuto un picco di 800 morti al giorno, loro di 920, una media durata più della nostra. Invece a ottobre, per Londra e dintorni le nuove restrizioni sono scattate quando venivano registrati 120 morti ogni 24 ore. Dieci giorni prima dell' Italia, che ha adottato il sistema «a zone» quando ormai contavamo 350 decessi quotidiani. A parità di avanzata dell'infezione, oggi la curva britannica è più bassa della nostra, una media quotidiana di 460 persone scomparse contro le nostre 740. Carlo La Vecchia, docente di epidemiologia alla Statale di Milano calcola in venti giorni il tempo perduto. «Dal 10 al 30 ottobre ogni indice suggeriva di correre ai ripari, ma abbiamo dovuto attendere il Dpcm del 4 novembre. Ottobre è stato come febbraio durante la prima ondata. Gli stessi segnali. Allora non sapevamo, non avevamo capito. Questa volta sapevamo bene che agire subito era fondamentale». Le ragioni del ritardo sono politiche, il conflitto tra governo centrale e regioni, la scarsa propensione a intestarsi provvedimenti impopolari. «Muoiono soprattutto gli anziani» è la vulgata generale delle istituzioni. Ma non può essere l' unica risposta, meno che mai una giustificazione.
Fabio Amendolara per “la Verità” il 23 novembre 2020. L' Europa rischia di dover affrontare una terza ondata di Covid-19 se, come ha annunciato l' inviato speciale dell' Organizzazione mondiale della sanità David Nabarro in un' intervista al quotidiano svizzero Solothurner Zeitung, «i governi ripeteranno gli errori che hanno portato a una seconda ondata quest' anno». Davanti a un monito di questo tipo, però, il Commissario per l' emergenza Domenico Arcuri continua a pasticciare i documenti ufficiali. Nella circolare con la quale ha chiesto alle Regioni di individuare in ogni provincia le strutture capaci di rispettare le indicazioni per la consegna, la conservazione e la somministrazione del vaccino, ha indicato come data ultima, entro la quale inviare la comunicazione, venerdì 23 novembre. Il prossimo venerdì sarà 27. Mentre il 23 è oggi, lunedì. La comunicazione, come è ovvio immaginare, avrà mandato in confusione non poche task force regionali. L'Oms, però, sembra aver pesato nel frattempo ai governi europei, perché Nabarro di bacchettate non ne ha risparmiate: «Hanno mancato di costruire le infrastrutture necessarie durante i mesi estivi, dopo aver messo sotto controllo la prima ondata, ora c' è la seconda ondata. Se non costruiscono le infrastrutture necessarie, avremo una terza ondata all' inizio del prossimo anno». E per ora il Commissario straordinario non sembra capace neppure di censire le strutture che dovranno gestire il vaccino. L'inviato dell' Oms, invece, ha elogiato la risposta alla crisi nei paesi asiatici, come la Corea del Sud, dove le infezioni sono relativamente basse. «Le persone sono pienamente coinvolte, assumono comportamenti che rendono difficile la trasmissione del virus. Mantengono le distanze, indossano mascherine, si isolano quando sono malate, lavano le mani e le superfici. Proteggono i gruppi più a rischio». Nabarro ha infine esortato i governi dell' Ue a resistere alla tentazione di revocare troppo rapidamente le misure restrittive. «Un altro elemento che è molto chiaro in Asia orientale è che una volta che hanno ridotto i numeri dei casi non allentano le misure, aspettano fino a quando il numero di casi è basso e rimane basso». Un calo di contagi viene segnalato in Italia nelle ultime 24 ore. Stando ai dati diffusi dal ministero della Salute, sono 28.337 i nuovi casi registrati, rispetto ai 34.767 di sabato, per un totale di 1.408.868 di casi dall' inizio dell' epidemia (i positivi attuali sono 805.947). I tamponi effettuati, 188.747, però, sono di meno rispetto a quelli di sabato: 237.225. In calo anche i decessi: 562 (692 sabato). I dimessi e i guariti ammontano a 13.574, per un totale di 553.098 dall' inizio dell' epidemia. I ricoverati con sintomi sono 216, per un totale di 34.279. E aumentano le persone ricoverate in terapia intensiva: 43 rispetto ai dieci del giorno precedente. Anche l' ormai senatore semplice Matteo Renzi, che sostiene la maggioranza giallorossa, sembra non credere nelle capacità di Arcuri: per distribuire i vaccini, secondo il Bullo, «serve l' esercito e non il commissario Arcuri. Questa cosa che qualsiasi emergenza la gestisce lui è esagerata. Non c' è un Superman che possa gestire insieme i tamponi, i banchi a rotelle e i vaccini». Una vaccinazione di massa, poi, sembra non essere ipotizzabile nel breve periodo. E non solo per le disorganizzazioni in capo al Commissario straordinario. «Nei primi tre-sei mesi del 2021 non ci sarà comunque una vaccinazione di massa della popolazione», ha spiegato il direttore generale dell' Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini, a Mezz' ora in più, su Rai 3, aggiungendo: «Questo sarà un compito che affronteremo verso l' estate. Arriveranno anche altri vaccini e probabilmente in tre mesi, da gennaio a marzo, potremo avere una capacità vaccinale fino a 10 milioni, ma si vedrà dalle disponibilità a gennaio». Sempre che il Commissario Arcuri riesca a censire le strutture adeguatamente. Al primo passo è già stato colto in fallo.
Domenico Arcuri, lo sfogo nel retroscena di Minzolini: "Faccio pure schifo, ma non c'entro niente". Un attacco a Roberto Speranza. Libero Quotidiano il 13 novembre 2020. Quali "oscure qualità" vede Giuseppe Conte in Domenico Arcuri, per affidare al commissario per l'emergenza coronavirus anche il compito immane di conservare e distribuire il vaccino anti-Covid nonostante non sia stato in grado di procurare quello anti-influenzale? Se lo chiede Augusto Minzolini, ma è una domanda che più o meno si sono fatti tutti gli italiani. "Da sempre il compito di garantire la vaccinazione antinfluenzale è delle Regioni. Visto che è stata riscontrata una carenza di dosi, il ministro Speranza mi ha chiesto di acquistare tre tipi di vaccino che lui è riuscito a procurare sul mercato europeo - ha spiegato Arcuri per discolparsi -. Io sono intervenuto solo a seguito di questa richiesta. Come dite voi io farò pure schifo, ma questa volta non c'entro proprio niente!". Peraltro, sottolinea Minzolini nel suo retroscena sul Giornale -, la responsabilità è da dividere con il ministro della Salute Roberto Speranza, che gli avrebbe conferito l'incarico "appena dieci giorni fa, quando l'influenza nel Belpaese circolava da un pezzo, confondendo per migliaia di pazienti, tutto a scapito degli ospedali, i sintomi del più tradizionale male stagionale con quelli del Covid". Giusto per far capire che cosa ci aspetta, anche sul vaccino anti-Covid, Arcuri precisa: "Prime dosi disponibili a fine gennaio, ma non saranno per tutti da subito". Viste come sono andate le cose in questi mesi, non ne avevamo alcun dubbio.
Lo scaricabarile è il loro sport: sono i populisti di sinistra. Ma giornali e talk-show tacciono. Niccolò Silvestri venerdì 13 Novembre 2020 su Il Secolo D'Italia. Da «tutti fascisti» a «tutti populisti». A dispetto dell’origine storica della definizione, il passo è stato breve. Un po’ per ansia da strumentalizzazione e un po’ perché è vero – come cantava Jacques Breil – che «quando fa sera e c’è fuoco in cielo, il rosso ed il nero non hanno confini». Sia come sia, quella definizione è diventata ormai un’etichetta scomoda, una lettera scarlatta con cui additare prassi degradate e politici da discount. La sinistra da salotto la brandisce come una clava contro il centrodestra. Lo fa da tempo, ma la pandemia deve averla eccitata oltre ogni immaginazione se nei talk-show la colpa dell’impennata dei contagi è imputata più alle parole del “populista” Salvini che alle (non) decisioni del governo.
Più populisti di De Luca e De Magistris si muore. Ma chi è davvero il populista? Ah saperlo, saperlo… Di certo lo spettro è variegato e se ne contano un po’ ovunque. Ma se a destra, secondo la vulgata corrente, sono populisti quelli che vellicano e cavalcano paure ed emozioni collettive, nulla si sa di quelli di sinistra. Eppur ci sono. Come Vincenzo De Luca, ad esempio, o il suo conterraneo Luigi De Magistris. Uno a capo della Campania e l’altro sindaco di Napoli, se le suonano tutti i giorni di santa ragione. Divisi in tutto e su tutto, su un punto convergono: scaricano sempre altrove le loro responsabilità. Spesso l’uno su l’altro e viceversa. Apposta litigano.
I due s’azzuffano su tutto. Prendete De Luca, immenso nella sua capacità di auto-dispensarsi indulgenza plenaria, persino oltre ogni logica. Fino a settembre menava vanto di aver fermato la galoppata del virus sul Garigliano. Ora che i campani muoiono persino nei bagni degli ospedali, la colpa è del governo. Come lui De Magistris. Sa che i numeri del contagio imporrebbero Napoli “zona rossa“. Ma è una decisione che vorrebbe subire, più che propiziare. De Luca è arrivato ad irridere una bambina che voleva tornare a scuola, veicolando un messaggio a dir poco diseducativo. Ma l’intemerata è finita lì, sommersa dalle risate che il governatore regala con frequenza ormai quotidiana. Provate solo ad immaginare se fosse stata Giorgia Meloni a parlare di «latte al plutonio» o di «bambina ogm». Insomma, anche la sinistra ha i suoi populisti. Fa solo finta di non vederli.
Da liberoquotidiano.it il 13 novembre 2020. Sembra incredibile, ma Marco Travaglio, col suo Fatto Quotidiano, ogni giorno riesce a ritoccare il suo record. Di quale record si parla? Presto detto: del record di "difesa ad oltranza" del governo, o meglio di Giuseppe Conte, sulle cui posizioni il Fatto e il suo direttore sono rovinosamente appiattiti da immemore tempo. Ora, Travaglio cerca di parare in tutti i modi colpi e bordate che colpiscono il presidente del Consiglio per la rivedibile gestione della seconda ondata del coronavirus, per la quale durante quest'estate è stato fatto poco e niente. E, come detto, la prima pagina del Fatto di oggi è davvero... da record. Una sorta di esultanza, o speranza: "Se va avanti così niente lockdown", titola il quotidiano a tutta pagina. Dunque si spiega: "I contagi frenano, l'Italia sta meglio di Francia e Spagna, non della Germania. La Gran Bretagna fa il record di morti". Insomma, un'interpretazione delle cifre tutta loro, ad uso e consumo di Conte. Ma ovviamente non è finita. Scende in campo direttamente lui, anche Travaglio, in un fondo dal titolo "la prevalenza del cretino". E si scaglia contro chi critica il governo e le sue scelte, il tutto dopo un'introduzione in stile-Pravda in cui interpreta i dati del contagio in modo da far sembrare Conte una sorta di gigante in tempo di pandemia. Insomma, per Travaglio chi critica il governo è un cretino. Roba da record, lo abbiamo già detto. Un record che però scatena Augusto Minzolini, il quale con Travaglio ha un rapporto, come dire, burrascoso. E Minzo oggi picchia durissimo. Lo fa su Twitter, commentando l'editoriale del collega: "Nella sua follia da camicia di forza, Travaglio dà dei cretini ai critici del governo - premette il retroscenista -. Esempio raro nelle democrazie occidentali, più diffuso nei regimi. Siamo al Suslov style, o meglio banana style. Dal leccaculo di Conte, ad apostrofare o criminalizzare il dissenso: triste fine", conclude Minzolini. Qualcosa da aggiungere?
Estratto del “punto stampa” di Vincenzo De Luca del 13 novembre 2020. Alla lista degli sciacalli si è aggiunto un nome illustre, tale Luigi Di Maio. Era fra quelli che facevano la campagna elettorale, un mese e mezzo fa, contestando alla Regione Campania il delitto di aver realizzato le terapie intensive, l’ospedale modulare, sprecando il denaro pubblico. Questo è un esponente di governo che avrebbe dovuto impegnarsi per far arrivare il personale che manca, questo è uno che voleva tenere il commissariamento della Campania. Provate a immaginare se, in queste condizioni, avessimo avuto il commissario. Avremmo fatto una fine peggiore della Calabria. E parli! E parli! Mi voglio fermare perché il solo nome di questo soggetto, mi provoca reazioni d’istinto che vorrei controllare, almeno per le prossime ore. Ho avuto modo di dire a qualche esponente del Pd che, se bisogna stare al governo con questi personaggi, per quel che mi riguarda, sarebbe meglio mandare a casa questo governo. Non è tollerabile nessun rapporto di collaborazione quando ci sono nel governo ministri alla Spadafora che ha raccontato bestialità non più di una settimana fa. Ricordate che questo personaggio, Di Maio, l’ho sfidato a un dibattito pubblico, dove, come e quando vuole. Da anni. Rinnovo il mio invito a questo soggetto: un dibattito pubblico, purché in diretta televisivo. Spero non faccia il coniglio come ha fatto nei tre-quattro anni precedenti. Stesso invito rivolgo a qualche “camorrologo” di professione, ormai milionario, che però continua - non solo a vestirsi come un carrettiere perché fa tendenza - ma a parlare di cose di cui non capisce niente. Rivolgo anche a lui l’invito a fare un dibattito sui temi della sanità campana.
Balla con me. Report Rai PUNTATA DEL 09/11/2020 di Emanuele Bellano, collaborazione di Greta Orsi e Eleonora Zocca. Con oltre 17.000 decessi su una popolazione di 10 milioni di abitanti la Lombardia è una delle aree del mondo in cui il nuovo coronavirus ha ucciso di più. Anche a causa di questo triste primato l'Italia rimane ancora oggi uno dei paesi d'Europa con più morti in relazione al numero di abitanti. Abbiamo ricostruito con dati e documenti inediti la catena di eventi ed errori che hanno contribuito a generare questa situazione. Oggi nel pieno della seconda ondata di Covid19, possiamo chiederci se abbiamo imparato da quanto accaduto a febbraio e marzo scorsi. La Sardegna ad agosto è stata al centro di un ampio dibattito politico dopo che il presidente Solinas aveva chiuso e poi riaperto le discoteche in seguito a un’impennata di contagi provenienti dai locali notturni. Report ha ricostruito le pressioni e i condizionamenti che hanno agito sottotraccia e che hanno indotto la politica a correre seri rischi nella gestione dei contagi. E infine, come si sono comportati i paesi d'Europa in cui i contagi e i decessi si sono mantenuti bassi durante la prima ondata di Coronavirus?
“BALLA CON ME” Di Emanuele Bellano Collaborazione Greta Orsi - Eleonora Zocca Immagini Giovanni De Faveri – Davide Fonda Immagini Andrea Lilli-Fabio Martinelli Montaggio Igor Ceselli.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Quel giorno il pronto soccorso di Piario è così. Ovunque pazienti con Covid attaccati all’ossigeno.
LIDIA POLI Dalla cartella clinica, c’è scritto che la mamma necessitava CPAP, ma il CPAP non era reperibile.
WALTER BASSO RICCI Ricevere una chiamata dicendomi non c’è più niente da fare suo papà sta morendo, è stata una mazzata.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In quei giorni avere caschi Cpap era un’assoluta priorità ed era impossibile reperirli altrove sul mercato.
INTERVISTA COPERTA Il 14 marzo la Asst Bergamo Est fa richiesta di caschi Cpap per gli ospedali. Due giorni dopo, i caschi non arrivano. Dopo aver parlato con Dimar veniamo a sapere qual è il problema: l’Unità di crisi aveva dimenticato di inviare l’ordine dei nostri caschi alla Dimar.
CONSULEO LOCATI - COMITATO NOI DENUNCEREMO Con quella mail si dichiara che ci si è dimenticati di fare un ordine per un elemento indispensabile per salvare la vita umana.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Dimenticati, dimenticati… mostreremo delle mail inedite che testimoniano quanto la mediocrità di alcuni manager della sanità lombarda, abbia inciso sulla qualità delle cure e anche sul quel confine labile tra la vita e la morte. Ha messo con le spalle al muro, quei medici che sono stati costretti a prendere una decisione che mai avrebbero voluto prendere nella loro vita. Scegliere tra chi abbandonare al proprio destino e chi curare. Insomma, è anche quella che vedremo questa sera, la somma degli egoismi, di chi guarda solo al proprio bacino elettorale e ragiona con una filosofia, io speriamo che me la cavo, ecco. In questa estate in Sardegna, un governatore tormentato, alla fine ha ceduto alle pressioni delle cicale. Ma dietro questa resa, ci sono dei misteri; chi ha fatto delle pressioni. E poi l’altro mistero è quello di un parere di un Comitato Tecnico Scientifico che avrebbe dovuto dare il via libera all’apertura delle discoteche. Ecco, questo parere è al centro di molte discussioni, tutti lo citano, tutti lo cercano, ma questo parere c’è o non c’è? Il nostro Emanuele Bellano.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO È agosto, nelle spiagge della Sardegna, come nel resto d’Italia, si accede con tutte le precauzioni necessarie per arginare il coronavirus.
BAGNINO Eh… la mascherina.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Qualcosa però qui va storto e i contagi in Costa Smeralda iniziano a salire.
MARCELLO ACCIARO - UNITÀ DI CRISI REGIONE SARDEGNA Abbiamo cominciato a vedere tantissime positività. C’era stato un contagio all’interno dei locali.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il 31 luglio in una discoteca di Carloforte, nel sud della Sardegna, scoppia un focolaio con 21 contagiati accertati e 130 persone in isolamento. Per trovare numeri simili in Sardegna bisogna tornare ad aprile, in piena emergenza covid. Per questo la Regione non proroga l’ordinanza che avrebbe consentito di tenere i locali aperti.
EMANUELE BELLANO Sono rimaste chiuse che voi sappiate oppure comunque hanno aperto, hanno continuato ad essere in attività il 10 le discoteche?
ROBERTO RAGNEDDA – SINDACO DI ARZACHENA (SS) Non c’è stata una direzione univoca da parte dei gestori delle discoteche e quindi qualcuno ha chiuso e qualcuno ha aperto.
EMANUELE BELLANO Cioè cosa vi dicevano? I proprietari delle discoteche?
ROBERTO RAGNEDDA – SINDACO DI ARZACHENA (SS) C’era un’aspettativa da parte degli operatori che si sarebbe divenuti ad una proroga.
EMANUELE BELLANO E questa aspettativa si basava su cosa?
ROBERTO RAGNEDDA – SINDACO DI ARZACHENA (SS) Quello che si diceva è che probabilmente il presidente Solinas era intenzionato a prorogare.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO L’11 agosto l’apertura delle discoteche in Sardegna è al centro di un infuocato consiglio regionale. 11/08/2020
CHRISTIAN SOLINAS – PRESIDENTE REGIONE SARDEGNA E in corso un’interlocuzione col Comitato Tecnico Scientifico della Regione – come abbiamo sempre fatto – che sta valutando con estrema attenzione, visto quello che è successo anche a Carloforte, dove purtroppo i contagi si sono realizzati all’interno di una struttura, in maniera tale da non pregiudicare possibilmente tutti gli investimenti che sono stati fatti in quel settore.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Tra le motivazioni della scelta viene citato il parere del Comitato Tecnico Scientifico regionale.
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Il Comitato Tecnico Scientifico gli diceva, sì lo puoi fare ma a determinate condizioni che devono essere anche abbastanza rigide…
EMANUELE BELLANO Voi come consiglieri avete letto questo parere del Comitato Tecnico Scientifico?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE No, letto no. Non ho avuto tempo di leggerlo però mi è stato raccontato dal Presidente in persona.
EMANUELE BELLANO È possibile leggerlo?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Penso di sì.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Sul sito della Regione di quel parere scientifico non c’è traccia.
MASSIMO ZEDDA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PROGRESSISTI Stranamente proprio il parere emesso dal Comitato Tecnico Scientifico, nonostante una nostra richiesta del 12 agosto, quindi il giorno dopo l’adozione dell’ordinanza, non ci è mai stato dato.
EMANUELE BELLANO Avete fatto richiesta anche direttamente ai membri del Cts?
MASSIMO ZEDDA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PROGRESSITSI In modo come dire informale, abbiamo chiesto se esiste o meno questo parere.
EMANUELE BELLANO Il risultato?
MASSIMO ZEDDA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PROGRESSISTI Non ci è stata data risposta.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il sostegno all’ordinanza di Solinas sull’apertura delle discoteche è stato dato da tutta la maggioranza in Consiglio Regionale.
EMANUELE BELLANO Avete preso atto di quello che veniva detto dal Comitato Tecnico Scientifico, cioè dagli esperti?
DARIO GIAGONI – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA LEGA Abbiamo preso atto, abbiamo l’assessore alla sanità che anche lui ha dato un’indicazione.
EMANUELE BELLANO Cioè lei l’ha letto questo parere del comitato tecnico scientifico?
DARIO GIAGONI – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA LEGA Ci fidiamo del nostro assessore alla sanità, ci fidiamo dei nostri tecnici.
EMANUELE BELLANO Ok, cioè, di fatto lei personalmente non l’ha letto quel parere?
DARIO GIAGONI – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA LEGA Mi fido dei miei tecnici.
MASSIMO ZEDDA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PROGRESSISTA Delle due l’una: se il parere è positivo per la riapertura delle discoteche quella del Comitato Scientifico non c’è motivo di non farlo vedere, renderlo pubblico. Inizio a dubitare che esista il parere o che il parere addirittura sia negativo.
EMANUELE BELLANO Vabbè immagino lei come membro della maggioranza ci mette due giorni a recuperarlo questo parere?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Penso di sì.
EMANUELE BELLANO Mi aiuta a risolvere questo rebus?
DARIO GIAGONI – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA LEGA Sarà un mio impegno di far avere copia anche all’opposizione e anche a lei.
EMANUELE BELLANO Di questa cosa. Va bene.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non va bene perché sia il capogruppo della Lega in Regione, che il vice capogruppo del partito Sardo d’Azione, dopo avercelo promesso, il parere del Comitato Tecnico Scientifico non ce l’hanno fatto vedere. Insomma, è così da 3 mesi, non sappiamo se questo parere c’è. C’è ed è positivo per l’apertura delle discoteche in Sardegna, allora ce lo facciano vedere. Altrimenti, viene da pensare che il parere fosse negativo. E questo imbarazzerebbe il governatore Solinas. Con noi non ha voluto parlare, gli avremmo chiesto, ma perché hai deciso di aprire le discoteche mentre il virus stava dilagando? Il premier Conte aveva deciso a luglio di chiudere le discoteche, poi però ha lasciato mano libera ai governatori. Solinas ha deciso di aprire le discoteche a colpi di ordinanza temporale. Ecco. L’ultima scadeva il 9 agosto. Dopo due giorni tormentati, in un consiglio regionale di fuoco, Solinas annuncia: si può ballare in Sardegna fino alla fine di agosto. Perché prende questa decisione? Si appella a quel parere fantomatico ormai del Comitato Tecnico Scientifico, che nessuno però ha ancora visto. Il ministro della Salute Speranza si arrabbia, dopo ferragosto chiude le discoteche senza appello in tutta Italia. Ma cosa è successo tre il 9 e l’11 agosto? Solinas ha ricevuto delle pressioni e da parte di chi? Dai gestori delle discoteche? Chi sono questi gestori? Ha subìto pressioni da parte dei leader politici nazionali? È importante saperlo. Perché quella decisione ha avuto una ricaduta su tutto il paese. Mentre in Sardegna il virus dilaga, si aprono le discoteche e migliaia di turisti al loro rientro presso il porto di Civitavecchia, quello di Napoli, l’aeroporto di Fiumicino e quello di Linate vengono trovati positivi. Dopo tanta omertà qualcuno è stato preso dal rimorso e ha avuto il coraggio, magari anche sottovoce, di denunciare.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La stagione estiva quest’anno in Sardegna è finita prima del solito. Le spiagge si svuotano e i turisti si riversano sui traghetti per tornare a casa in preda al panico per il rischio contagio.
PASSEGGERO NAVE Faccio una fila per entrare, arrivo due ore prima per le disposizioni, mi misurano la febbre, faccio tutte quelle cose, posso anche farmi un tampone, però non posso fare tutta questa trafila, arrivare a bordo e trovarmi una persona sconosciuta.
PASSEGGERA NAVE Però queste cose si organizzano prima quando ci sono dei contagi, siamo 4 mila persone contagiate al giorno.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Sono talmente tanti i passeggeri risultati positivi al rientro dalla Sardegna che le autorità sanitarie hanno deciso di istituire drive-in per fare tamponi nei principali porti e aeroporti collegati con l’isola. Qui siamo a Civitavecchia.
INFERMIERA DRIVE IN Nel caso di positività di uno o di entrambi venite chiamati, entro un’ora, tornate qui e fate il tampone molecolare.
ELEONORA ZOCCA Ok. Quante persone riuscite a testare?
INFERMIERA DRIVE IN Dipende dalle giornate, circa 2mila al giorno.
EMANUELE BELLANO Quanto ha inciso la movida di quest’estate sulla ripartenza dei contagi che stiamo vedendo oggi e che abbiamo visto nei mesi scorsi?
ANDREA CRISANTI - ORDINARIO MICROBIOLOGIA UNIVERSITÀ PADOVA Guardi io penso che sicuramente hanno avuto un impatto, un impatto importante che chiaramente è stato sottovalutato. Debbo dire la verità, quando io ho sentito che le discoteche erano aperte sono rimasto veramente stupefatto, ho detto ma come è possibile che hanno riaperto le discoteche?
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Balli, assembramenti e poche mascherine sono condizioni che facilmente possono trasformare una discoteca in un focolaio di Covid.
EMANUELE BELLANO Ritiene che sia stato un errore lasciare aperte le discoteche?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA No, chiudere la Sardegna definitivamente senza aprire le discoteche e poi altri punti di ritrovo estivo dove i giovani e le persone si incontrano, avremo decretato il completo fallimento di tantissimi operatori del settore.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I contagi nati nelle discoteche però alla fine hanno generato un allarme che ha accorciato di molto la stagione turistica.
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Purtroppo da circa sei giorni abbiamo dovuto bloccare tutto perché non c’erano prenotazioni sufficienti per andare avanti. Sala ristorante, un albergo che ha 150 posti letto e già tutto preparato per l’inverno e si riparla di riaprire ormai a fine di marzo 2021 se ci sarà un minimo di stabilità nella gestione della pandemia.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Le curve nera e gialla rappresentano gli arrivi dei turisti in Sardegna negli ultimi due anni. Se a inizio agosto non c’è una grande differenza, dopo l’aumento dei contagi la curva gialla del 2020 precipita rispetto all’anno scorso.
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Di solito le stagioni finivano ad ottobre, purtroppo noi oggi a fine settembre invece ci troviamo con oltre l’80 per cento degli alberghi chiusi. Questo danno si quantifica in oltre 40 milioni di euro diretti nella sola ospitalità e per il solo mese di settembre.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I turisti contagiati nelle discoteche della Sardegna una volta rientrati a casa hanno diffuso il virus in tutta Italia. Il Presidente Solinas ha deciso di tenerle aperte fino a che non è arrivato il governo a chiuderle definitivamente il 16 agosto.
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Solinas, la sua posizione era quella piuttosto di chiudere, non voleva riaprire il turismo, quindi figuriamoci…
EMANUELE BELLANO Ma proprio per una questione personale di…
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Di massima tutela. Quando a maggio c’è stato il contrasto con noi, dove noi gli dicevamo devi dare le date di apertura, c’era il Comitato scientifico che ovviamente gli diceva “ah potrebbe succedere che chiudiamo tutto” e ovviamente ti facevano gli scenari più catastrofici. E Solinas partiva da quegli scenari catastrofici.
EMANUELE BELLANO Quindi lui…
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Aveva una posizione estremamente prudenziale e questa cosa stride in maniera decisamente stonata con il fatto di, del libera tutti di agosto.
EMANUELE BELLANO A quel punto l’influenza e il condizionamento non può che essere stato nel caso di tipo politico.
PAOLO MANCA – PRESIDENTE FEDERALBERGHI SARDEGNA Noi vorremmo tra virgolette, dormire tranquilli e sperare che non sia avvenuto questo.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Quello che è certo è che a livello nazionale fin da giugno si è creato un’asse tra i gestori delle discoteche e i partiti di centrodestra. A manifestare davanti a Montecitorio con i gestori delle discoteche ci sono il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia e il leader della Lega, Matteo Salvini.
DAL TGR LIGURIA DEL 19/08/2020 MATTEO SALVINI – SEGRETARIO LEGA Un governo che chiude locali e discoteche, spalanca i porti a decine di migliaia di clandestini che stanno sbarcando che portano caos, problemi e virus, è un governo di incapaci, prima va a casa, meglio è. Prima di chiudere le discoteche, pensino a chiudere i porti.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Contro il decreto firmato dal premier Giuseppe Conte sulle discoteche si scagliano anche imprenditori e gestori.
14/06/2020 FLAVIO BRIATORE – IMPRENDITORE Il cretino che ha scritto questa roba qui ma qui ci pigliano tutti per il culo, non possiamo. Io vorrei vedere la faccia, adesso facciamo di tutto per capire che faccia ha un cretino del genere che scrive una roba del genere che sta ammazzando 2 o 300mila persone che devono iniziare a lavorare. Ma questi sono matti, ma io non lo so come mai nessuno dice niente.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il 9 agosto quando è ormai chiaro che l’aumento dei contagi in Sardegna è legato alle discoteche, la tensione è altissima. Alcuni consiglieri regionali di maggioranza ci hanno svelato quello che è successo in quei giorni.
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Ricevevamo pressioni, non solo quotidiane ma più volte durante una giornata da parte degli imprenditori che dicevano ma ci rovinate se non ci fate aprire. Questo discorso c’è stato.
EMANUELE BELLANO Queste pressioni quando sono arrivate?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Ma arrivavano quotidianamente. Posso garantire che ho dei messaggi anche di colleghi della minoranza che mi dicevano: ma è vero che Solinas non riapre, sarebbe il colpo mortale per la nostra economia.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Giovanni Satta, è importante membro del partito Sardo D’Azione, lo schieramento del presidente Solinas. Personaggio controverso, fu arrestato quattro anni fa perché considerato dai magistrati di Cagliari esponente di un’associazione che trafficava cocaina dall’Albania e la rivendeva nei locali della Costa Smeralda ed è attualmente per questo inviato a giudizio. Oggi siede in Consiglio Regionale.
EMANUELE BELLANO Le pressioni sono arrivate dagli operatori del settore del divertimento notturno?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Certo, certo.
EMANUELE BELLANO Quindi le grandi discoteche della Costa Smeralda.
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Sì, sì. Mi aveva chiamato uno dei soci del Just Cavalli, per esempio, adesso non mi ricordo nemmeno come si chiama.
EMANUELE BELLANO Dicendole?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Ma è vero che chiudete le discoteche? Noi siamo rovinati, la stagione già è stata… noi abbiamo aperto per metà, chiudiamo, se chiudiamo ora… ma io mi ricordo…
EMANUELE BELLANO Questo quando? Sempre in quel periodo? Tra il 9 e il 10 di agosto?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Sì, sì, sì, sì. Perché si parlava appunto di una chiusura totale delle discoteche.
EMANUELE BELLANO E queste pressioni le avete trasferite poi in Giunta, poi al Presidente della Regione?
GIOVANNI SATTA – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA PARTITO SARDO D’AZIONE Si le abbiamo… oggetto di discussione, discussione politica.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ma quali sono le grandi discoteche della Costa Smeralda e chi sono i loro proprietari? Il Just Cavalli, è il locale di Porto Cervo frequentato da vip e mondo dello spettacolo. Le serate d’agosto si svolgono così, senza precauzioni sanitarie e senza distanziamento sociale. In questo antico forte militare sul mare sul territorio di Arzachena c’è il club Phi Beach. Il 30 per cento è dell’imprenditore Luciano Guidi.
EMANUELE BELLANO Di chi è la restante proprietà di questa discoteca?
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO Non si può sapere perché inizialmente era posseduta da una società delle British Virgin Island, poi da una fiduciaria italiana tramite un’altra società ed infine da una società semplice, diciamo, avente sede in Italia.
EMANUELE BELLANO Che è di?
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO Che non si sa di chi è perché non è iscritta nel registro delle imprese e questo Phi Beach con un capitale bassissimo di 10mila euro guadagna molto bene. Consente di distribuire all’amministratore un emolumento di un milione di euro, che è tantissimo, e dopo aver dato l’emolumento c’è ancora un utile di quasi 900mila euro.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Altro locale storico della movida di Porto Cervo è il Sottovento. Da qui quest’estate sono passati Sinisa Mihailovic e il calciatore Miralem Pjanic, entrambi risultati poi positivi al coronavirus. Come d’altronde lo chef del Sottovento Johnny Micalusi. Il “Re del pesce”, come viene chiamato dai suoi amici, finito nei guai per la gestione del ristorante Assunta Madre a Roma, vicenda per cui ha ricevuto una condanna in primo grado a 8 anni e nove mesi per riciclaggio. Poi c’è il Billionaire con le serate d’agosto senza mascherine né distanziamenti. Un vero e proprio focolaio in Costa Smeralda, con 63 dipendenti contagiati, tra loro anche Flavio Briatore.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO La srl sarda…
EMANUELE BELLANO Del Billionaire.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO Del Billionaire era posseduta da una società lussemburghese a sua volta posseduta da un trust, la quale poi cede a una società di Singapore, la quale poi cede a un’altra società lussemburghese che a sua volta è posseduta da un’altra lussemburghese la quale è posseduta da una della Nuova Zelanda a sua volta posseduta da un trust del Belize nonché da un’altra società delle isole Mauritius.
EMANUELE BELLANO Quindi in capo Belize e Isole Mauritius.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO No! Perché in capo a quest’ultima lussemburghese c’è un’altra lussemburghese la quale si riferisce a una BVI, cioè una British Virgin Island e a una di Singapore.
EMANUELE BELLANO Che livello di offshore?
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO No, totale. Però con la nuova normativa comunitaria si sa chi sono i titolari effettivi delle varie società lussemburghesi e risulta alla fine che questa discoteca sarda è riferibile in parte a Flavio Briatore e in parte a un romano che si chiama Francesco Costa che risiede in Svizzera.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nella società lussemburghese, in cima alla catena del Billionaire e riferibile a Costa, risultano in bilancio investimenti finanziari per 47 milioni di euro.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO Quindi è probabile che questo Francesco Costa abbia dato 47 milioni a questa società, non si sa per fare cosa. Ma chi è sto Francesco Costa che ha tutti ‘sti soldi? EMANUELE BELLANO Ma il Billionaire paga imposte?
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO RICICLAGGIO Praticamente è sempre in perdita. Soffre anche lui – ante-virus, figuriamoci con il virus.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO È per venire incontro alle esigenze di questi locali che il presidente della Regione Solinas emana l’ordinanza che l’11 agosto apre le discoteche.
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Dopo il 7, l’8 di agosto, si è capito che i numeri stavano iniziando ad aumentare e che era un momento di pericolo e un momento di molta attenzione.
EMANUELE BELLANO Perché la regione Sardegna invece fa un’ordinanza in cui decide di lasciare aperte le discoteche?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Perché siamo stati contattati, ci hanno fatto presenti quelle che erano le loro difficoltà…
EMANUELE BELLANO Cioè anche Billionaire, Sottovento, Phi Beach, vi hanno contattato chiedendo questo?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA A me personalmente no, però so che si sono mossi. Si sono mossi tutti.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Angelo Cocciu è capogruppo in consiglio regionale di Forza Italia. Uno dei partititi che sostengono la giunta di Cristian Solinas. E per la prima volta spiega che cosa è successo tra il 9 e l’11 agosto in consiglio regionale.
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Durante un consiglio regionale sono arrivate 20-25 telefonate, perché anche il mio tipo di elettorato… Angelo dacci una mano, siamo nella merda… Poi quella dei capigruppo, guarda che a me stanno telefonando… e anche a me stanno telefonando… e ci siamo riuniti come capigruppo… Questi contagi stavano salendo, però erano abbastanza contenuti. Quindi mi hanno chiesto quasi tutti, dai Presidente dai qualche giorno in più perché è possibile che ci siano delle problematiche. Poi ho saputo ad esempio che Billionaire, Phi Beach e altra gente avevano dei contratti stratosferici con dj importanti, personaggi del jet set…
EMANUELE BELLANO Ah quindi questi contratti sarebbero stati rescissi…
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Phi Beach so che ha avuto una marea di problemi.
EMANUELE BELLANO Cioè? ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Mi hanno raccontato anche di 500mila euro, 200mila euro.
EMANUELE BELLANO Per ferragosto? Per la notte di ferragosto?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Phi Beach organizzava…aveva Sven Vath, se non ricordo male, l’11 o il 12. Una cosa del genere.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nella top ten della Vanity Fair dei dj più famosi e più pagati, Sven Vath occupa il quarto posto. Rappresenta il nuovo sound berlinese e le sue serate riempiono le discoteche di tutto il mondo. Motivo per cui, i gestori sono disposti a pagare decine di migliaia di euro una sua performance nel loro locale. Al Phi Beach di Porto Cervo la sua esibizione era programmata per l’11 agosto. E se non si fosse svolta, i proprietari Luciano Guidi e i suoi soci sconosciuti avrebbero pagato penali pesantissimi.
EMANUELE BELLANO In quei casi che sarebbe successo? Avrebbe avuto dei penali?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Si, ma non si trattava di arrivare fino al 31, sapevamo che il 31 avremmo ammazzato la Sardegna. Era giusto… l’idea era 2-3 giorni. Gli interventi…
EMANUELE BELLANO Perché avreste ammazzato la Sardegna?
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Perché ormai i contagi stavano iniziando a crescere.
EMANUELE BELLANO Però avete giocato alla roulette…
ANGELO COCCIU – CONSIGLIERE REGIONE SARDEGNA FORZA ITALIA Abbiamo rischiato un po’. Non è che abbiamo, noi non volevamo rischiare sulle vite umane. È che abbiamo visto che il contagio non era ancora così importante. Abbiamo detto se ci chiedono uno-due giorni magari dal punto di vista economico a loro può aiutarli. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Angelo Cocciu, è un uomo coscienzioso, prima di essere un politico. E ha fatto alla fine, preso dal rimorso coming-out. Ecco ha detto, sapevamo che i contagi stavano aumentando, volevamo tenere aperti i locali, per altri due-tre giorni. Per dare un po’ d’ossigeno agli imprenditori. Ecco questa, più che una visione politica, è la visione, la logica, del io speriamo che me la cavo. Che non è neppure premiale nei confronti dell’imprenditoria perché se tu fai dilagare il virus, costringi i turisti a scappare e chiudere prima la stagione balneare. Ecco questo lo denuncia proprio il presidente degli albergatori sardi, il quale dice: Solinas era convinto, non voleva aprire le discoteche, ma alla fine ha ceduto alle pressioni dei gestori delle discoteche e speriamo dice il presiedente degli albergatori, non vorrei avesse ceduto anche alle pressioni dei leader politici nazionali perché sarebbe triste. Insomma, i gestori delle discoteche avevano stipulato dei contratti con delle penali importanti da pagare con le star del divertimento. Insomma bisognava aiutarli in qualche modo. Ecco quei proprietari che poi finiscono spesso nell’offshore, noi immaginiamo per contribuire il meno possibile alle spese di uno Stato. Insomma, alla fine tutto ruota intorno al luccichio del denaro.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In una situazione in cui a Bergamo il virus circola in maniera ignota e silenziosa il 19 febbraio si svolge un evento eccezionale.
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA 45 mila bergamaschi si sono mossi perché giocavamo in casa ma abbiamo dovuto fare 50 chilometri per arrivare a San Siro.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO È la prima volta che l’Atalanta raggiunge gli ottavi di finale della più importante competizione calcistica europea. Lo stadio di Bergamo non è omologato per la Champions League e per questo 45 mila tifosi vanno a Milano.
EMANUELE BELLANO Quanti autobus sono stati organizzati dalla tifoseria?
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Su quel piazzale, il piazzale di San Siro abbiamo contato 100 bus, non di meno.
EMANUELE BELLANO 100 bus.
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Dai 100 ai 120 bus.
EMANUELE BELLANO Il viaggio è durato più o meno?
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Siamo partiti alle 15.45 e siamo arrivati intorno alle 17. EMANUELE BELLANO Nell’autobus qual è il clima prima di una partita come questa?
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA In una partita come questa si comincia con i cori classici già dal piazzale del pullman.
EMANUELE BELLANO Quanto può diffondersi il virus in un ambiente chiuso in cui ci sono molte persone che parlano ad alta voce l’una vicina all’altra?
ANDREA CRISANTI – ORDINARIO MICROBIOLOGIA UNIVERSITÀ PADOVA Ah guardi c’è un caso che in qualche modo è assimilabile e che è accaduto a Seattle, negli Stati Uniti, dove praticamente un coro c’era una persona infetta, praticamente ne ha infettate 30/40 se ben mi ricordo. EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Insieme alla testata BergamoNews abbiamo lanciato un sondaggio tra i tifosi presenti quel giorno allo stadio e abbiamo fatto interpretare i dati dalla società di analisi InTwig.
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG I risultati sono sorprendenti perché abbiamo riscontrato che dei 36mila circa bergamaschi presenti alla partita, uno su 5 dichiara che nelle due settimane successive ha avuto sintomi riconducibili al covid.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO 7.800 tifosi. Sommando i potenziali asintomatici si arriva a uno su tre, cioè circa 10 mila persone.
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG Abbiamo trovato che oltre, fra le duemila e le tremila persone presenti a quella partita hanno fatto un test, in prevalenza la grande maggioranza test sierologici che hanno riscontrato anticorpi da covid.
MARINO LAZZARINI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA A Milano l’abbiamo visto passando dal centro, gente che usciva dai metro con la sciarpa atalantina si vedeva questo viavai bergamasco. Poi lì davanti allo stadio naturalmente si era trasferita la città di Bergamo nell’antistadio di San Siro.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Migliaia di tifosi festeggiano per ore in attesa della partita. Col calcio d’inizio il tifo si sposta sugli spalti. Alla fine l’Atalanta vince per quattro a uno, con un risultato storico e inizia la festa.
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Succede il finimondo. Personalmente ti devo dire che ho abbracciato uno steward che non so neanche chi sia, l’ho preso e quasi vola sotto nel settore sotto perché l’euforia è pazzesca.
EMANUELE BELLANO Ora due giorni dopo succede Codogno, quindi l’Italia insomma si sveglia e capisce che il virus non è più solo in Cina ma anche in Italia… che cosa succede?
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Nel mio caso specifico, io 15 giorni dopo più o meno ho febbre, e mancanza di olfatto, di gusto scusa.
EMANUELE BELLANO Dopodiché ha fatto un test sierologico?
PAOLO TINTORI – CLUB AMICI DELL’ATALANTA Sono andato ed è saltato fuori che io sono stato positivo.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Grazie ai dati inediti di cui Report è venuto in possesso sappiamo da quali comuni provengono i tifosi che sono andati in trasferta a Milano. 540 tifosi per esempio da Nembro, 610 da Alzano Lombardo, 590 da Albino, 215 da Grassobbio. Sono i luoghi più colpiti dalla pandemia.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Attraverso i dati che possediamo oggi si può stabilire un legame oggettivo tra la diffusione dell’epidemia nella fase iniziale e la provenienza dei tifosi presenti a quella partita.
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG La maggior parte dei tifosi viene dall’area urbana di Bergamo e dalle valli bergamasche: Val Seriana e Val Brembana. Mentre la presenza della pianura e della bassa bergamasca è molto meno rappresentata tra i tifosi presenti alla partita. La stessa mappa è sovrapponibile a quella del contagio.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Grazie a questa ricerca condotta da Report in collaborazione con la testata giornalistica BergamoNews e con il centro di elaborazione dati In.Twig per la prima volta possiamo valutare concretamente l’impatto che la partita dell’Atalanta ha avuto sulla diffusione del virus, almeno nelle zone della bergamasca e forse anche a Milano che poi quei tifosi a Milano sono passati. Ecco, il 19 febbraio, il caso Codogno scoppierà più tardi ovviamente, 36mila tifosi si sono spostati da Bergamo e provincia per arrivare a Milano e vedere la partita, ecco. Da dove vengono questi tifosi? 3800 da Seriate 7420 da Bergamo città 3640 dalla Val Seriana 1410 dalla Val Brembana 3940 dall’Isola Bergamasca Questa mappa che è stata elaborata da In.twig, potete vedere le aree, per la prima volta, potete vedere le aree dove sono stati acquistati i biglietti da parte dei tifosi bergamaschi. Ecco, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo sovrapposto questa mappa con quella della diffusione del virus. E siamo al 15 marzo. Non sappiamo come fosse diffuso prima il virus, quello che sappiamo è che sovrapponendo queste due mappe, la coincidenza è abbastanza inquietante. Ancora di più se vediamo, se sovrapponiamo le due mappe nella data del 31 di marzo, dove il virus si è diffuso ancora di più e dove la coincidenza è ancora più ampia. Non sappiamo ovviamente valutare quanto questo sia effettivamente dovuto alla presenza della partita. Certo è che questa coincidenza ci deve far pensare. Poi in quest’altro grafico invece vediamo l’impatto del contagio, l’impatto della partita sulla diffusione del contagio all’interno del gruppo dei tifosi dell’Atalanta. Su 100 tifosi 7 sono risultati positivi al test, sui 36mila invece tifosi bergamaschi, questo si stima, tra i 7mila e 800 e gli 8mila e 200 hanno avuto sintomi nei 15 giorni successivi al contagio. È ovvio che stiamo parlando con il senno di poi, da lì a poche ore scoppierà il caso Codogno. Ora però, una volta diffuso il virus, un certo ruolo lo hanno giocato anche l’impreparazione e la mediocrità di alcuni manager della sanità pubblica lombarda. Vi mostreremo alcune mail inedite, la cui conseguenza è stata quella di mettere con le spalle al muro alcuni medici che hanno dovuto fare delle scelte che mai avrebbero voluto fare nella loro vita.
MAURIZIO CHIESA – MEDICO CODOGNO (LO) Mi è capitato di fare turni di 12 ore per tutta la notte con persone che ti tossivano il Covid in volto con una mascherina e un camice. Non avevamo tamponi, sierologici. Ricordo un collega che ha fatto una diagnosi, risultato positivo il paziente, questo collega che chiedeva… ditemi se posso tornare a casa. A lui non è stato fatto il tampone.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Da gennaio a febbraio l’Italia non fa nessuna scorta di dispositivi di protezione per cui la disponibilità è molto scarsa. E soprattutto le poche risorse spesso non sono dove servono.
MAURIZIO CHIESA – MEDICO CODOGNO (LO) Dove erano questi materiali? Poi li abbiamo trovati, c’erano perché le disponibilità c’erano presso un altro presidio ospedaliero.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Grazie a documenti esclusivi, siamo ora in grado di dimostrare gli errori commessi da regione Lombardia nella distribuzione delle risorse. Tra il 27 e il 29 febbraio Aria Spa, l’ente regionale che acquista il materiale sanitario, distribuisce mascherine ffp2 e tute protettive alle aziende sanitarie della Regione. Questa è la lista di distribuzione di Aria, 35.700 mascherine vanno a Lecco, altre 35.700 a Como, e poi a Monza e a Varese.
EMANUELE BELLANO La zona di Como? Che tipo di diffusione aveva?
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG Bassa.
EMANUELE BELLANO La zona di Lecco.
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG Si, lo vediamo qui non c’era un’emergenza.
EMANUELE BELLANO L’ASST di Monza?
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG Non era sotto pressione minimamente paragonabile alle zone di Bergamo.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO L’impatto dell’epidemia di covid in quei giorni si è già spostato in Val Seriana e sta travolgendo l’ospedale di Alzano Lombardo e di Seriate, appartenenti alla ASST Bergamo Est, alla quale vengono consegnate soltanto 17.800 mascherine ffp2, esattamente la metà di quelle inviate a zone a basso o bassissimo contagio. Stessa cosa per le tute protettive: 4 a Bergamo Est, mentre 17 a Como, a Monza, a Lecco e a Varese. L’11 marzo vengono distribuiti da Aria Spa altri dispositivi di protezione per medici e infermieri.
ALDO CRISTADORO – AMMINISTRATORE DELEGATO IN.TWIG In quel periodo la diffusione nelle aree di Bergamo era fortissima, erano zone assolutamente sotto pressione.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Alle aree di Lecco, Como, Varese, Monza, colpite debolmente dall’epidemia di covid, vengono inviati 110 camici rinforzati ciascuno. A Bergamo Est soltanto 50. Il Direttore Amministrativo della Bergamo Est quel giorno scrive ai colleghi: “Solo un commento: ci daranno lo stesso numero di camici di Valtellina, che ad oggi ha 8 positivi”. Questa distribuzione irrazionale coinvolge tutti i dispositivi e va avanti per settimane: calzari copriscarpa, soluzione idroalcolica, mascherine chirurgiche. A Bergamo, in quel periodo, il risultato è drammatico.
EMANUELE BELLANO C’erano a disposizione un numero sufficiente di dispositivi di protezione individuale?
INTERVISTA COPERTA No.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il 25 febbraio Marino Signori, il responsabile della medicina del Lavoro della ASST Bergamo Est, alle 7.56 scrive alla direzione amministrativa: “Non posso fare sorveglianza sanitaria in quanto sprovvisto di tamponi”. Cinque ore dopo scrive di nuovo: “Ho un elenco di 31 contatti a cui non posso fare sorveglianza “Confido di ricevere al più presto un numero di tamponi adeguato”. Passano 3 ore e invia un’altra mail: “Vi informo che per domani non ho tamponi a disposizione per la sorveglianza sanitaria dei dipendenti”.
ANGELO MACCHIA – NURSING UP Andavano fatte a tappeto al personale i tamponi.
EMANUELE BELLANO Questa situazione ha creato una diffusione della malattia nel personale e anche dei morti.
ANGELO MACCHIA – NURSING UP Sicuramente, certo, ci sono stati anche dei morti.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Sono i 30 medici deceduti in provincia di Bergamo, tra loro anche Marino Signori. Esattamente in quei giorni Aria Spa distribuisce 240.000 tamponi alle Ats della Regione. Alla Asst Bergamo Est ne invia 5.000, la metà di quelli che vanno a Lecco, Como, Monza, Varese, aree a basso e bassissimo contagio.
EMANUELE BELLANO Eravate sottoposti a tampone, nel caso di una possibile esposizione?
INTERVISTA COPERTA No.
EMANUELE BELLANO Ma perché? Perché non c’erano o perché non era previsto?
INTERVISTA COPERTA All’inizio non c’erano i tamponi.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In piena emergenza il direttore generale della Asst Bergamo est Francesco Locati lancia l’allarme all’assessorato di Giulio Gallera:
FRANCESCO LOCATI RICOSTRUZIONE MAIL “Questa azienda si trova al centro del focolaio tra i comuni di Alzano Lombardo e Nembro. I quantitativi di cui necessitiamo sono esattamente invertiti rispetto a quelli assegnati ad altre aziende meno colpite dall’infezione. Se non cambierà tempestivamente la lista di distribuzione, riconoscendo il vero, reale fabbisogno di questa Asst per garantire continuità di cura, non oso pensare ai profili di responsabilità nei confronti dell’epidemia in corso”.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In quei giorni direttore generale della sanità e capo dell’Unità di crisi della regione Lombardia, che distribuiva dispositivi di protezione, era Luigi Cajazzo.
EMANUELE BELLANO Dottor Cajazzo, posso chiederle una cosa? Sono un giornalista di Report, Rai3. Mi sto occupando della vicenda delle liste di distribuzione dei dispositivi personali. Tra febbraio e marzo. Volevo chiederle con che criterio avete fatto queste liste di distribuzione dell’Unità di Crisi regionale.
LUIGI CAJAZZO – DIRETTORE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Guardi, non rilascio nessuna intervista in questo momento.
EMANUELE BELLANO Però è importante questa cosa.
LUIGI CAJAZZO – DIRETTORE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Lo so. Però non ritengo…
EMANUELE BELLANO Riguarda la distribuzione dei dispositivi che potevano salvare la vita delle persone.
LUIGI CAJAZZO – DIRETTORE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Grazie. Sono stati distribuiti secondo criteri assolutamente corretti??. Grazie…
EMANUELE BELLANO Posso farle vedere la lista che abbiamo?
LUIGI CAJAZZO – DIRETTORE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA No, no grazie perché ho una riunione in corso sopra. Grazie. Buongiorno.
LIDIA POLI L’incubo inizia il 28 febbraio con febbre alta, tosse. Aveva un respiro un po’ affannoso. La porto io all’ospedale di Piario, le fanno le lastre e il risultato è polmonite bilaterale.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Quel giorno il pronto soccorso di Piario è così. Ovunque pazienti con Covid attaccati all’ossigeno. Per la madre di questa signora non c’è posto.
LIDIA POLI Mentre che sono lì entra un’altra dottoressa e dice “guardi, è fortunata abbiamo trovato un posto all’ospedale di Alzano.
EMANUELE BELLANO Sua madre in che condizioni arriva poi all’ospedale?
LIDIA POLI Allora, ha bisogno dell’ossigeno perché la saturazione era comunque bassa.
EMANUELE BELLANO Le mettono il casco CPAP?
LIDIA POLI Eh magari, no. Alla domenica alle cinque e mezzo dalla cartella clinica, nero su bianco c’è scritto che la mamma necessitava CPAP, ma il CPAP non era reperibile e alle 11.43 c’è scritto paziente in crisi respiratoria. E niente e poi il decesso. Il CPAP per lei non c’è stato. Gli è stata tolta una possibilità, mia mamma aveva 67 anni.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I caschi Cpap aiutano a respirare coloro che non riescono a inalare sufficiente aria nei polmoni. Erano centinaia in quelle settimane ad Alzano Lombardo e negli altri ospedali di Bergamo.
WALTER BASSO RICCI Mio padre, arrivato in ospedale con un’ossigenazione al 76 percento, era arrivato al 96 percento, per cui è molto importante.
EMANUELE BELLANO Con il casco?
WALTER BASSO RICCI Con il casco. Ricevere una chiamata due giorni dopo dicendomi non c’è più niente da fare suo papà sta morendo, è stata una mazzata.
EMANUELE BELLANO E quindi è andato dai medici?
WALTER BASSO RICCI Che mi hanno detto che praticamente lui aveva voluto togliere il casco per donarlo a persone che probabilmente avrebbero avuto più bisogno di lui e che ce l’avrebbero fatta.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO C’è una testimonianza di cui siamo venuti in possesso che spiega perché i caschi Cpap, in quei giorni, ad Alzano Lombardo non ci sono.
INTERVISTA COPERTA Il 14 marzo la Asst Bergamo Est fa richiesta di caschi Cpap per i gli ospedali di Alzano Lombardo, Seriate e di Piario. Due giorni dopo, il 16 marzo, i caschi non arrivano. Allora chiamiamo la Dimar di Modena, la società che produce i caschi Cpap. La risposta della Dimar è che i caschi non sono nell’ordine che ha ricevuto. Dopo aver parlato con Dimar e aver capito che il nostro ordine non c’era, chiediamo spiegazioni ad Aria e veniamo a sapere qual è il problema: l’Unità di crisi aveva dimenticato di inviare l’ordine dei nostri caschi alla Dimar.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In quei giorni avere caschi Cpap era un’assoluta priorità ed era impossibile reperirli altrove sul mercato. Per questo la direzione acquisti della ASST Bergamo Est pressa insistentemente Aria con delle mail per avere notizie riguardo al proprio ordine di caschi Cpap. A occuparsi degli ordini dovrebbe essere l’Unità di Crisi. Responsabile del coordinamento operativo è Marco Salmoiraghi, vice di Luigi Cajazzo. Lo incontriamo mentre è impegnato a spazzare le foglie cadute nel suo giardino.
EMANUELE BELLANO Dottor Salmoiraghi? Buongiorno. Salve. Permette una parola?
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA … EMANUELE BELLANO Sono un giornalista di Report, Rai3. Emanuele Bellano. Sto facendo un servizio sulla gestione dell’emergenza da parte di…
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Ha già parlato con Cajazzo.
EMANUELE BELLANO Dell’Unità di Crisi… esatto. Volevo parlare con…
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Lei mandi pure le domande che le rispondiamo. Il dottor Cajazzo sta preparando le risposte.
EMANUELE BELLANO Io volevo… esatto. Ha letto più o meno quali sono le domande che ho inviato?
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA So che le stavate mandando.
EMANUELE BELLANO Volevo sapere su come sono state organizzate e gestite le liste di distribuzione del periodo tra febbraio e marzo.
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Le sta mandando le risposte.
EMANUELE BELLANO Ma le avete stilate voi all’epoca?
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Le sta mandando le risposte. Questo è quello che le posso dire.
EMANUELE BELLANO Le posso far vedere alcune di queste liste?
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Lei mandi le domande che avrà risposte.
EMANUELE BELLANO Come? C’è una fornitura che riguarda i caschi Cpap per la Asst di Bergamo Est che stanno a noi a quanto risulta è stata dimenticata.
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Voi mandate le domande che le mandiamo tutte le risposte che volete. Tutte.
EMANUELE BELLANO Per iscritto? Non mi vuole… non mi vuole… insomma non vuole parlarne con me di persona.
MARCO SALMOIRAGHI – VICEDIRETTORE GENERALE SANITÀ REGIONE LOMBARDIA Vi mandiamo tutte le risposte che volete.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La risposta dell'allora capo dell'Unità di Crisi della regione Lombardia, Luigi Cajazzo, arriva in una mail. Sulla distribuzione dei dispositivi di protezione individuale non smentisce le liste di distribuzione da noi rese pubbliche, ma precisa che tali liste “sono state sempre redatte sulla base di criteri oggettivi”. “Soprattutto e naturalmente” scrive, “si è cercato di soddisfare, giorno per giorno, le richieste di forniture, provenienti dalle zone maggiormente colpite dall'epidemia”. “Contemporaneamente all'approvvigionamento regionale – aggiunge Cajazzo - era attivo quello nazionale che incontrava le medesime difficoltà. Ciò determinava una continua richiesta di aiuto da parte della quasi totalità delle Aziende Sanitarie: sempre è stato compiuto ogni sforzo per soddisfare le richieste nel più breve tempo possibile, talvolta anche ricorrendo ad una ripartizione delle piccole scorte residue tra le stesse Aziende”. Riguardo l'ordine di caschi Cpap per la Asst Bergamo Est Cajazzo non smentisce che sia stato dimenticato, ma afferma che “una mancata consegna giornaliera di materiale non può certamente dare il quadro complessivo di quanto sia stato fatto nel periodo dell'emergenza.”
EMANUELE BELLANO Quando chi come voi, leggono delle comunicazioni di questo tipo cosa pensa?
CONSULEO LOCATI - COMITATO NOI DENUNCEREMO È una mail gravissima. Con quella mail si dichiara che ci si è dimenticati di fare un ordine per un elemento indispensabile per salvare la vita umana. Ci sono persone che hanno visto morire i propri cari perché non avevano a disposizione caschi Cpap. Perché i medici erano nelle condizioni di dover scegliere tra una persona da far vivere e una persona da far morire. Mio padre è uno di quelli.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO In sintesi cosa hanno fatto questi manager della sanità pubblica lombarda? Hanno continuato a distribuire dispositivi di protezione personale ai medici, là dove ce n’erano di più, come consuetudine, non dove era scoppiata l’emergenza. Funziona un po’ così la burocrazia, un po’ come i muli no, se devi fargli cambiare strada, hanno qualche ritrosia. Poi si sono dimenticati di ordinare i caschi per l’ossigeno. Il 14 marzo il dirigente, il manager dell’azienda ospedaliera Bergamo Est chiama l’Unità di Crisi nella regione Lombardia. Gli dice, gli scrive che ha bisogno dei caschi per l’ossigeno. Ecco, dopo due giorni vede che questi caschi non arrivano, allora che fa? Chiama l’azienda modenese che li produce, la Dimar. La quale allarga le braccia e dice, guarda mi dispiace, ma a noi non è arrivato nessun ordine. Allora chiama Aria, scrive ad Aria, la centrale acquisti della regione Lombardia e gli manifesta la sua difficoltà. Aria scrive a sua volta alla responsabile della farmacia dell’Unità di Crisi della regione Lombardia, insomma la signora, la dottoressa Di Benedetto, alla fine del giro di giostra, emerge che probabilmente qualcuno si è dimenticato di ordinare i caschi per l’ossigeno. Ora noi non sappiamo se questi caschi, se ordinati, avrebbero salvato la vita a qualcuno, quello che sappiamo di certo è che i medici erano in quel momento con le spalle al muro. Dovevano decidere chi abbandonare al proprio destino e chi curare. Che fine hanno fatto insomma i nostri responsabili della sanità, quelli di cui abbiamo parlato? Cajazzo, dal curriculum ex poliziotto, è stato rimosso dal vertice dell’Unità di Crisi della regione Lombardia, ma è stato promosso a vice segretario generale della Regione con delega alla riforma della Sanità. Ma è anche indagato a Bergamo perché è stato lui a dare l’ordine a riaprire l’ospedale, il pronto soccorso di Alzano dopo che il virus si era diffuso tra gli operatori. Poi c’è Salmoiraghi, anche lui indagato, e la Di Benedetto che al momento non ci risulta indagata che è responsabile della farmacia, quella che avrebbe dovuto in teoria fare l’ordine dei caschi per l’ossigeno. Ecco, era stata chiamata da Salmoiraghi perché lavoravano nello stesso ospedale. Allora, noi gli abbiamo chiesto spiegazioni sul contenuto di queste mail, hanno preferito trincerarsi dietro il silenzio, forse perché pensano che faccia meno rumore.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Mentre in Italia si tiene d’occhio la Cina, il virus da tempo è già sbarcato in Europa. In Germania non stanno a guardare.
GUNTER FRÖSCHL – MALATTIE INFETTIVE LMU MONACO DI BAVIERA Il primo caso in tutta la Germania è stato da noi come paziente, un impiegato dell’azienda Webasto.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La Webasto è una società che produce componenti per automobili alle porte di Monaco di Baviera. Il 27 gennaio, un suo dipendente contatta il centro per le malattie infettive tropicali. Ha avuto sintomi non gravi, ma è stato in contatto con una manager cinese risultata positiva in Cina, al Coronavirus.
GUNTER FRÖSCHL – MALATTIE INFETTIVE LMU MONACO DI BAVIERA Noi abbiamo fatto i tamponi il 27 gennaio e è rimasto positivo lui. Era il primo caso.
EMANUELE BELLANO Complessivamente, quale era il numero delle persone che insomma sono state coinvolte si è scoperto poi nella diffusione di questo focolaio?
GUNTER FRÖSCHL – MALATTIE INFETTIVE LMU MONACO DI BAVIERA L’azienda… ci lavorano tante persone. Più di mille impiegati. Le autorità hanno eseguito un tampone a tutti.
EMANUELE BELLANO Sono stati testati anche i familiari dei dipendenti?
GUNTER FRÖSCHL – MALATTIE INFETTIVE LMU MONACO DI BAVIERA Una quantità, sì importante.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In Germania l’epidemia di Covid ha coinvolto finora 580mila casi accertati. INFERMIERA Pronto? Sì, può venire avanti il prossimo paziente, grazie.
OLIVER ABBUSHI – MEDICO DI FAMIGLIA MONACO DI BAVIERA Uno alla volta passano da dietro per fare il test.
EMANUELE BELLANO Quindi non c’è contatto tra i pazienti che devono essere testati e tutti gli altri pazienti.
OLIVER ABBUSHI – MEDICO DI FAMIGLIA MONACO DI BAVIERA Nessun contatto.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Questo studio medico di famiglia in Baviera è uno dei tanti in Germania abilitati per effettuare tamponi molecolari sulla popolazione.
OLIVER ABBUSHI – MEDICO DI FAMIGLIA MONACO DI BAVIERA I pazienti si prenotano online. Mandano una mail e ricevono come risposta una comunicazione con il giorno e l’ora del tampone.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La Baviera è una delle regioni della Germania più colpita dai contagi. Il governo locale ha deciso di garantire tamponi per tutta la popolazione che ne fa richiesta.
OLIVER ABBUSHI – MEDICO DI FAMIGLIA MONACO DI BAVIERA Al momento tutti i tamponi sono gratis, lo Stato copre del tutto la spesa.
EMANUELE BELLANO Ci sono limiti?
OLIVER ABBUSHI - MEDICO DI FAMIGLIA MONACO DI BAVIERA Durante la prima ondata di Covid, in marzo e aprile, l’80 per cento dei positivi al coronavirus sono stati individuati negli studi dei medici di famiglia.
EMANUELE BELLANO Qual è stata la strategia che vi ha permesso di controllare l’ondata?
THOMAS BENZING - MEDICINA INTERNA MOLECOLARE UNIVERSITÀ DI COLONIA Devi testare in anticipo. Quelli che testi oggi tra un paio di giorni potrebbero essere ricoverati e occupare le terapie intensive.
EMANUELE BELLANO Quanti tamponi in Germania sono stati fatti nella prima fase dell’epidemia?
KLAUS REINHARDT – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI TEDESCO Nella prima fase abbiamo avuto sui 400, 500mila tamponi alla settimana e alla fine siamo arrivati a un milione alla settimana.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In Italia nel primo mese di pandemia abbiamo fatto in tutto 230mila tamponi, tanti quanti la Germania ne faceva in soli tre giorni. Alla fine della prima ondata la Germania conta 9.400 morti, l’Italia 36.000, più del triplo. Numeri talmente difficili da spiegare che sulla stampa si rincorrevano le ipotesi di dati tedeschi falsati.
EMANUELE BELLANO Qual è il modo in cui contate i morti di covid in Germania?
CHRISTIAN KARAGIANNIDIS – PRESIDENTE DIVI – ASSOCIAZIONE MEDICINA INTENSIVA Facciamo un tampone molecolare a tutti i pazienti che entrano in ospedale. Quelli che muoiono e risultano positivi vengono conteggiati come morti di covid. EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO L’Istituto di Statistica tedesco, il corrispettivo del nostro Istat, quest’estate ha fatto uno studio per valutare l’attendibilità dei dati ufficiali sui decessi covid.
EMANUELE BELLANO Il numero ufficiale di morti per covid è corretto?
FELIX ZUR NIEDEN – DESTATIS UFFICIO FEDERALE STATISTICA GERMANIA In linea di massima, sì. Abbiamo comparato il numero dei morti di quest’anno con quello degli anni passati. Osservando i dati si nota che il numero ufficiale dei decessi per coronavirus coincide con l’eccesso di mortalità. Questo significa che i decessi sfuggiti al conteggio in Germania sono un numero molto basso.
CHRISTIAN KARAGIANNIDIS – PRESIDENTE DIVI – ASSOCIAZIONE MEDICINA INTENSIVA Questa è una mappa che mette a confronto il numero di posti letto in terapia intensiva nei paesi d’Europa. Quanto più le aree sono verdi tanto più c’è disponibilità. La Germania è completamente verde perché è il paese con il maggior numero di posti in terapia intensiva per abitanti in Europa.
EMANUELE BELLANO Quanti posti c’erano in Germania quando è iniziata la pandemia?
CHRISTIAN KARAGIANNIDIS – PRESIDENTE DIVI – ASSOCIAZIONE MEDICINA INTENSIVA All’inizio di marzo ne avevamo circa 28mila. Volendo eravamo in grado di aumentare in una settimana il numero di terapie intensive fino a 40mila posti.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In Italia al momento in cui esplode l’epidemia le terapie intensive sono circa 5mila. La Germania pur avendo solo un terzo della popolazione in più dell’Italia ha sei volte in più posti in terapia intensiva.
CHRISTIAN KARAGIANNIDIS – PRESIDENTE DIVI – ASSOCIAZIONE MEDICINA INTENSIVA Se si guarda la mappa si nota che per esempio nel nord Italia ci sono zone con una bassa disponibilità di terapie intensive.
EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Questo grafico mostra i dati della Lombardia. I ricoveri in casa, in ospedale e in terapia intensiva aumentano di pari passo dall’inizio della pandemia fino a fine marzo. A questo punto, i posti occupati in terapia intensiva si fermano a 1.300 e i ricoveri a 12 mila, aumenta solo il numero di malati tenuti a casa, segno che gli ospedali erano ormai saturi.
CHRISTIAN KARAGIANNIDIS – PRESIDENTE DIVI – ASSOCIAZIONE MEDICINA INTENSIVA Noi siamo arrivati ad avere anche dieci, quindicimila posti occupati in terapia intensiva ma ne avevamo sempre 10 mila liberi. Voi avete dovuto scegliere chi curare in terapia intensiva e chi no. E questa, secondo me, è una delle ragioni per cui il tasso di mortalità in Germania è più basso che in Italia.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non sono stati costretti a scegliere perché loro hanno un piano contro le pandemie aggiornato al 2017, noi il nostro copia incolla del 2006. Poi hanno investito l’11 per cento del pil sulla sanità, noi a malapena il 6%. Hanno rafforzato la medicina territoriale, noi l’abbiamo sgretolata. Non hanno soprattutto tagliato decine di migliaia di medici, di infermieri, di posti letto. Ecco è per questo, noi per recuperare, siamo lasciando nei nostri ospedali pazienti a terra e stiamo riempendo le chiese di posti letto.
CONTE AD AGOSTO È SPARITO: FINO AL 22 AGOSTO DI CONTE NON C'È QUASI TRACCIA, SE SI ESCLUDE UN'INTERVISTA SULLE ELEZIONI REGIONALI. Estratto del ''longread'' di ''Repubblica'' il 9 novembre 2020 sulla gestione del coronavirus da parte del governo Conte, coordinato da Carlo Bonini. In agosto, per settimane, i vertici del Pd e dei Cinquestelle sembrano come in balia degli eventi, imbambolati dal relax che accarezza il Paese, regalando settimane di respiro dopo l'incubo di marzo. Anche il premier rallenta, fin quasi a fermarsi. "Conte è stanco", "Conte risponde poco al telefono", "servirebbe fare il punto con Conte". Ma anche i ministri dem e M5s, anche i governatori non sembrano esattamente sul pezzo. Come se il peggio fosse ormai alle spalle. Il magazine "Diva e Donna" pubblica le foto del presidente del Consiglio durante un breve soggiorno con la compagna Olivia Palladino presso l'Hotel Punta Rossa di San Felice Circeo. Domenica nove agosto, venti giorni dopo la maratona di Bruxelles, negli Stati Uniti l'epidemia galoppa. Il segnale che la Bestia tornerà. In Francia e Spagna, si registrano focolai sempre più larghi. L'Italia invece festeggia. Il Pil corre. Tutti al mare, mentre Roberto Gualtieri sogna un grande terzo trimestre, che in effetti ci sarà. Sarebbe bene attrezzarsi per fronteggiare la seconda ondata. Ma il governo sembra timido - i governatori addirittura infastiditi dai freni - come se il peggio fosse passato. Conte scompare dalla scena pubblica. Viene avvistato in Puglia, Ceglie Messapica, in un ristorante celebre, una stella e l'ambizione di conquistare la seconda. Sarebbe chiuso, ma per il Presidente riapre. Il menù è ricco: dall'aperitivo di polpettine di carne fritte alle orecchiette di semola integrale e grano arso, fino al doppio dessert, biscotto di Ceglie cotto con la ricetta di nonna Dora e un altro dolce dal nome allegro: "Che fico''. Nessuno immortala la visita: la richiesta dello staff è di evitare i telefonini. Soltanto una foto ufficiale a disposizione dei presenti lascerà traccia dell'evento. Fino al 22 agosto di Conte non c'è quasi traccia, se si esclude un'intervista sulle elezioni regionali. Ed è solo il 30 quando, a fine mese, gli sbarchi di migranti crescono di intensità e Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio volano in Tunisia, che il premier si lascia convincere ad affrontare una videoconferenza in cui decidere il da farsi. Settembre, se lo portano via le elezioni regionali. La Sardegna contagiata da un focolaio che si allunga con i rientri dalle vacanze su Roma e Milano viene degradata a faccenda regionale. La convinzione radicata è, Dio solo sa perché, che all'Italia sarà dato un tempo per prepararsi che il virus, in Europa, non ha dato a nessuno. Finché, il 15 ottobre, Dario Franceschini manda un sms a Conte. Gli chiede un vertice urgente. Bisogna fare qualcosa per fronteggiare l'onda montante del virus. Il presidente del Consiglio è a Bruxelles per il Consiglio europeo, prende tempo. Franceschini, siamo al giorno 16, esce allo scoperto pubblicamente: "Ho chiesto ieri al premier un vertice appena farà ritorno in Italia". Conte decide di volare prima in Calabria, per i funerali della governatrice Jole Santelli. Poi di confermare la presenza al Festival di Limes di Genova, alle 20 di venerdì sera. Discute di politica estera e scenari geopolitici globali. A Roma lo attende il resto del governo. Ecco un altro problema: le riunioni notturne. È un metodo, quello di fare tardi. Conte pare l'abbia appreso dalla Cancelliera tedesca, che glie ne ha illustrato i vantaggi. La notte aiuta a piegare le resistenze politiche e ad appianare i conflitti. Solo che decidere in piena notte non è sempre una buona idea. Trasmette l'angoscia dell'emergenza. Toglie lucidità. Se ne lamentano alcuni ministri. Diventa slogan con cui l'opposizione attacca Palazzo Chigi. (…)
Lettera di Giuseppe Conte a “la Repubblica” il 9 novembre 2020. Gentile Direttore, sono giorni difficili per l' Italia, alle prese con una situazione epidemiologica divenuta particolarmente critica nelle ultime settimane. Sono giorni di nuove restrizioni e di scelte mirate a prevenire scenari di maggiore sofferenza. Dobbiamo continuare a essere determinati e rimanere uniti. E proprio per questo è importante ascoltare le differenti voci che si levano nel Paese: dalle piazze, dai mezzi di informazione, dalle varie forze politiche, sociali e produttive; da ogni cittadino che ogni giorno fa la sua parte e in questo modo offre il proprio contributo alla salvezza di tutti. Anche per questa ragione ho letto "Il naufragio. Perché la seconda ondata della pandemia Covid ha travolto l' Italia", l'inchiesta con cui Repubblica ripercorre - sovente con accenti critici - gli ultimi mesi della gestione dell'emergenza da Covid 19 in Italia. Non è costume mio o di questo esecutivo minimizzare, derubricare a polemiche le obiezioni poste al nostro quotidiano lavoro: abbiamo da subito scelto la strada della trasparenza, rifuggendo noi stessi ricostruzioni di comodo. Non posso però accettare che passi il messaggio di un presidente e di un governo che hanno abdicato ai propri doveri approfittando della pausa estiva, che un solo weekend passato al mare o una singola cena a margine di un appuntamento istituzionale vengano così strumentalmente sottolineati. Chiarisco, allora, che questa estate non ho mai concesso pause alla mia attività istituzionale. Anche nel mese di agosto sono stato sempre immerso nello studio dei vari dossier e nella soluzione dei vari problemi, avendo cura, insieme ai ministri competenti e ai vari esperti, che la piena ripresa delle varie attività sociali ed economiche avvenisse in piena sicurezza. Anche nel periodo più caldo agostano ho preferito non allontanarmi da Palazzo Chigi, rimanendo a mezz' ora dal mio ufficio e continuando a fare riunioni pressoché quotidiane da remoto. A dirla in breve, caro Direttore, il governo la scorsa estate non è mai andato in vacanza. Ricordo che l' estate che ci siamo lasciati alle spalle è iniziata con il confronto con le parti sociali e con varie associazioni e categorie professionali per pianificare la ripartenza del Paese. È poi proseguita con il serrato negoziato in seno al Consiglio europeo che ha consentito all' Italia di ottenere la quota più corposa dei fondi previsti dal piano "Next Generation Eu", ben 209 miliardi. Poi ancora sono intervenuti i decreti per accelerare l' economia e sostenere le categorie in difficoltà, per investire su scuola e sanità, settori particolarmente sofferenti per il contagio pandemico. Può risultare fuorviante il racconto di un Paese in libera uscita, stimolato al "tana libera tutti" estivo dalla complice assenza di un governo rimasto indifferente. Se davvero in estate avessimo mollato la presa oggi non potremmo contare sul rafforzamento dei nostri strumenti di difesa e vivremmo già in pieno lockdown generalizzato. Se oggi possiamo permetterci interventi mirati e differentemente dosati in base alle condizioni di effettiva criticità dei territori è perché non ci siamo mai fermati. Qualche esempio: oggi abbiamo il doppio dei posti letto in terapia intensiva rispetto all' inizio dell' emergenza; abbiamo immesso nei servizi sanitari 36.000 nuovi medici e infermieri; mentre all' inizio dell' emergenza riuscivamo a fare 25.000 tamponi oggi arriviamo a farne 230.000 e siamo predisposti a farne molti di più; in primavera stentavamo a reperire dispositivi di protezione individuale anche per le categorie professionali più esposte, mentre oggi siamo pienamente autosufficienti e le distribuiamo gratuitamente ogni giorno a studenti, docenti, personale sanitario e forze di sicurezza. Senza gli innumerevoli tavoli di confronto, i 12 mila cantieri che hanno consentito di avere 4 0 mila aule in più, le gare per banchi e dispositivi digitali, non avremmo mai visto i nostri ragazzi rientrare in classe. Si può certo mettere in discussione la piena efficacia degli sforzi organizzativi sin qui compiuti. Ma non è corretto paragonare l' azione dell' esecutivo a quella delle cicale, che oziano e friniscono nella canicola. Personalmente, durante la pausa estiva, ho preferito rinviare eventi e sospendere interviste investendo tutte le energie nell' efficientamento di una macchina amministrativa che non è mai stata sollecitata, dal dopoguerra ad oggi, in modo così duro, complesso e repentino. Peraltro, quando si valuta l' impatto di questo intervento di efficientamento bisognerebbe tenere in debito conto i pesanti dazi che il "sistema-Italia" è stato costretto a pagare in anni passati con la destrutturazione di comparti fondamentali quali sanità, scuola e mobilità pubblica. Non ricerchiamo alibi: possiamo e dobbiamo fare di più. Ma non abbiamo mai tirato i remi in barca. Con il supporto del Cts abbiamo approntato interventi per permettere agli italiani di andare in vacanza e al turismo di ripartire, grazie a protocolli vincolanti per garantire la sicurezza tanto in spiaggia quanto nei ristoranti. Non sempre le regole sono state rispettate, non ignoriamo la realtà. Ma il governo non ha mai assecondato un ripristino delle varie attività senza cautele e accortezze varie. Ricordiamo le polemiche sull' apertura delle discoteche: ma il governo non ha mai dato il via libera; anzi, una volta constatata la risalita della curva epidemiologica ha lavorato per convincere anche i governatori più riluttanti a disporne la chiusura. Ricorderà i Dpcm e i decreti legge che fra luglio e agosto hanno permesso di prorogare le misure precauzionali e al contempo di tutelare la nostra economia, in significativa ripresa. Ricorderà anche le polemiche sulla proroga dello stato di emergenza, quando il 29 luglio ho relazionato alle Camere: abbiamo portato avanti quella decisione senza temere di essere impopolari, mentre più voci - anche attraverso le colonne di vari quotidiani - suggerivano l' inattualità di questa precauzione e propendevano per lo smantellamento dei presidi di sicurezza. Questo governo non ha la bacchetta magica, ma ha le maniche della camicia sempre ben arrotolate, da quando è iniziata la pandemia. Dobbiamo prendere atto che siamo alle prese con uno tsunami che sta scuotendo l' intera Europa mettendo in difficoltà tutti i Paesi. Questa seconda fase viene perlopiù descritta come una violenta ondata che si abbatte ben al di sopra di quelle che erano le pur prudenti attese degli altri Paesi europei. Questa descrizione invece non varrebbe per l' Italia: per molti la portata e gli effetti di questa seconda ondata sarebbero da imputare solo ed esclusivamente alle responsabilità di chi governa. È un approccio singolare, comprensibile nella logica di chi vuole alimentare polemiche politiche. Ad ogni buon conto non mi unisco a chi ogni giorno vende panacee a buon prezzo. Abbiamo sempre cercato di essere ciò che questi mesi difficili richiedono di essere: donne e uomini che sanno di avere una grande responsabilità, ovvero lavorare per far uscire il Paese da questa sofferenza. Ed è quello che continuiamo a fare, è quello che siamo certi di riuscire a fare. Con l' aiuto di tutti coloro che hanno a cuore le sorti del nostro Paese.
“Ora operazione verità sul Covid: ecco i 10 errori del governo”. Il Dubbio il 30 ottobre 2020. Il documento redatto da 10 studiosi che lanciano una “operazione verità” ricostruendo 10 errori gravi commessi dalle istituzioni, e innanzitutto dal Governo, nella gestione dell’epidemia. Il documento è sottoscritto da Nicola Casagli, Pierluigi Contucci, Andrea Crisanti, Paolo Gasparini, Francesco Manfredi, Giovanni Orsina, Luca Ricolfi, Stefano Ruffo, Giuseppe Valditara, Claudio Zucchelli. “I sacrifici degli italiani, reclusi per due mesi fra marzo e aprile, sono stati gettati alle ortiche”. “Noi pensiamo che quello che non è stato fatto fra maggio e ottobre debba assolutamente essere fatto ora”. Così inizia e così si chiude un documento redatto da 10 studiosi che lanciano una “operazione verità” ricostruendo 10 errori gravi commessi dalle istituzioni, e innanzitutto dal Governo, nella gestione dell’epidemia. Il documento è sottoscritto da Nicola Casagli, Pierluigi Contucci, Andrea Crisanti, Paolo Gasparini, Francesco Manfredi, Giovanni Orsina, Luca Ricolfi, Stefano Ruffo, Giuseppe Valditara, Claudio Zucchelli. Dopo aver sottolineato che, alla luce della Costituzione, il coordinamento e la programmazione delle politiche di tutela della salute degli italiani erano di competenza di Conte e dei suoi ministri, il documento analizza i 10 dossier ritenuti strategici: tamponi di massa, scuole in sicurezza, dati epidemiologici accessibili, tracciamento, assembramenti e sanzioni, terapie intensive, distanziamento sui mezzi pubblici, vaccini antinfluenzali, medicina del territorio, Covid hotel. “Il problema cruciale di un’epidemia non è portare il numero di contagi vicino a zero, ma mantenerlo basso quando il peggio sembra passato. Per garantire questo, servono tutte e 10 le cose che abbiamo elencato”, si legge nel documento, “serve, soprattutto, un impegno solenne del governo centrale ad attuarle in tempi brevi e certi. Serve un cronoprogramma che specifichi costi, strumenti, fasi di avanzamento, date di conclusione. Perché il rischio che corriamo è grande. E’ il rischio che, dopo il tempo delle chiusure, quello delle aperture ci restituisca la medesima illusione in cui siamo vissuti quest’estate. Un intervallo in cui si fa poco per contrastare il virus, ci si illude che il virus sia in ritirata, e così si prepara l’arrivo di una nuova ondata”, “gli italiani attendono risposte concrete”.
Covid, la denuncia di 10 studiosi: “Sacrifici degli italiani buttati alle ortiche. Ecco i 10 gravi errori del governo”. Sveva Ferri giovedì 29 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Dieci studiosi ricostruiscono i “10 errori gravi” commessi dal governo nella gestione del Covid e chiedono un’operazione verità, perché – scrivono in un documento – “i sacrifici degli italiani, reclusi per due mesi fra marzo e aprile, sono stati gettati alle ortiche“.
I”10 gravi errori del governo” nella gestione del Covid. Il documento è sottoscritto da Nicola Casagli, Pierluigi Contucci, Andrea Crisanti, Paolo Gasparini, Francesco Manfredi, Giovanni Orsina, Luca Ricolfi, Stefano Ruffo, Giuseppe Valditara, Claudio Zucchelli, professori ed esperti con diverse competenze, ciascuna però investita dall’epidemia e dai suoi effetti: dalla sanità all’economia, dalla giurisprudenza alla politologia, fino alla data science. “Noi pensiamo che quello che non è stato fatto fra maggio e ottobre debba assolutamente essere fatto ora”, è l’esortazione dei dieci studiosi che chiedono una “operazione verità” sui 10 errori gravi commessi dalle istituzioni, e innanzitutto dal governo, nella gestione dell’epidemia.
Ecco dove è avvenuta “la Caporetto” di Conte e dei ministri. Dopo aver sottolineato che, alla luce della Costituzione, il coordinamento e la programmazione delle politiche di tutela della salute degli italiani erano di competenza del premier Giuseppe Conte e dei suoi ministri, il documento analizza i 10 dossier ritenuti strategici. Si va dai tamponi di massa alle scuole in sicurezza; dai dati epidemiologici accessibili al tracciamento; dagli assembramenti e le sanzioni; dalle terapie intensive al distanziamento sui mezzi pubblici, fino ai vaccini antinfluenzali, alla medicina del territorio, ai Covid hotel. Su queste materie “è avvenuta la Caporetto del governo“, scrivono, portando a testimonianza l’evoluzione dell’epidemia e il grido di allarme degli operatori sanitari.
Gli studiosi: “Il rischio che corriamo è grande”. “Il problema cruciale di un’epidemia non è portare il numero di contagi vicino a zero, ma mantenerlo basso quando il peggio sembra passato. Per garantire questo, servono tutte e dieci le cose che abbiamo elencato”, si legge nel documento. “Serve, soprattutto, un impegno solenne del governo centrale ad attuarle in tempi brevi e certi. Serve – sottolineano – un cronoprogramma che specifichi costi, strumenti, fasi di avanzamento, date di conclusione. Perché il rischio che corriamo è grande. È il rischio che, dopo il tempo delle chiusure, quello delle aperture ci restituisca la medesima illusione in cui siamo vissuti quest’estate. Un intervallo in cui si fa poco per contrastare il virus. Ci si illude che il virus sia in ritirata, e così si prepara l’arrivo di una nuova ondata”.
Gli italiani attendono risposte concrete. “Gli italiani attendono risposte concrete”, concludono gli studiosi, che hanno messo il loro documento a disposizione di chiunque voglia sottoscriverlo, rendendolo pubblico sui siti fondazionehume.it e lettera150.it.
Covid, scienziati e politici ecco chi ha chiuso gli occhi sulla seconda ondata. Concetto Vecchio su La Repubblica il 27 ottobre 2020. Dal premier Conte agli esperti del governo in tanti assicuravano che non avrebbe avuto lo stesso impatto della prima. E' il 31 maggio quando Michele Bocci intervista per Repubblica Silvio Brusaferro, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, un professore che abbiamo imparato a stimare per il suo equilibrio. Lei teme una seconda ondata?, gli chiede Bocci. "No, una seconda ondata non è scontata e non si può escludere, ma non si possono fare paragoni con quanto abbiamo vissuto. Comunque non avrà lo stesso impatto della prima". Lo stesso giorno il Corriere della Sera interpella un altro scienziato consultato spesso in questi mesi: Francesco Le Foche, responsabile del Day Hospital di Immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma.
Professore, è possibile una seconda ondata in autunno?
"La sposterei più in là, a dicembre, col freddo. Il virus deve avere il tempo di rialzare la testa dopo essere stato fermato dal lockdown. Non credo che a settembre-ottobre l'epidemia sarebbe già in grado di riprendersi proprio per il limitato spazio temporale".
Il ritorno sarebbe feroce come la prima fase?
"Non credo che torneremo a vivere un'esperienza tanto tragica. Penso più a un'ondata paragonabile a quella prodotta da una forte influenza". L'ultimo bollettino di ieri del Ministero della Salute registra 21.994 nuovi contagi da Covid19. Negli ospedali i malati ricoverati sono ormai 13.955, quelli in terapia intensiva 1411. I 221 morti sembrano prefigurare il peggio. Cinque mesi dopo le previsioni dei due professori la "seconda ondata" è arrivata davvero, come una valanga. Ci facciamo tutti tante domande. Si poteva evitare? Cosa sta succedendo? Perché sta succedendo? Non ci avevano ripetuto per mesi che saremmo arrivati preparati alla fase 2? A fine maggio il peggio sembra passato. Il Paese sta per uscire da un durissimo lockdown, tre giorni dopo apriranno le frontiere. "Venite in Italia", è l'invito del governo ai turisti. Il 31 maggio si registrano 416 nuovi positivi, di cui la metà in Lombardia. Nel Lazio i casi sono appena sei. Ci sono 450 persone nelle terapie intensive, erano dieci volte tanto ai primi di aprile. L'estate è alle porte, la gente ha voglia di mare, prevale un'euforia liberatoria. L'11 giugno Franco Locatelli, il presidente del Consiglio superiore di Sanità, membro del Comitato tecnico scientifico che da febbraio collabora stabilmente col governo, è ospite di Agorà. Dice: "Dobbiamo farci trovare preparati a gestire una seconda ondata di contagi che comunque, se dovesse mai esserci, non ritengo avrà le dimensioni e la portata della prima".
Locatelli, un medico dai toni prudenti, il 20 agosto, al Meeting di Rimini ribadirà questa sua convinzione: "Non sappiamo se ci sarà una seconda ondata Covid, né di che portata sarà, ma non sarà della stessa portata che abbiamo dovuto affrontare a fine febbraio, marzo, aprile perché il Paese è decisamente in grado di individuare e circoscrivere i focolai epidemici e produrre dispositivi individuali per prevenire la diffusione del contagio".
Il 10 luglio, anche Agostino Miozzo, il direttore generale della Protezione civile, sentito dal Corriere della Sera, aveva confermato questa impressione: "Un secondo ondata non possiamo escluderla, ma adesso siamo più preparati. Il sistema di tracciamento è attivo in tutta Italia".
"Siamo più preparati".
"Siamo pronti".
"Non sarà come a marzo".
Sono concetti che il premier Giuseppe Conte ripeterà in molteplici occasioni pubbliche a proposito della "seconda ondata".
"Siamo tutti impegnati a prevenire una seconda ondata" (Conte al Senato, 17 giugno).
"Con il piano di controllo territorialmente articolato siamo in condizione di affrontare con relativa tranquillità anche i prossimi mesi" (Conte a un passante incontrato nel centro di Roma, 2 luglio).
"Se ci dovesse essere una nuova ondata l'Italia è attrezzata per mantenerla sotto controllo". (Conte al canale spagnolo Nius, 9 luglio).
"L'importante è essere preparati e noi lo siamo. Siamo certi di sapere come limitare un nuovo contagio" (Conte al canale spagnolo Sexta, 9 luglio)
La "seconda ondata", insomma, non ci fa così paura. In quelle settimane emerge una nuova corrente di scienziato, quello che dà il virus addirittura per "clinicamente morto". Il suo esponente più noto è il medico di Silvio Berlusconi, Alberto Zangrillo, primario dell'Unità operativa di anestesia e rianimazione e terapia intensiva del San Raffaele. Dice: "Tutti dicono che siamo alla fine della prima ondata e attendono l'arrivo della seconda ondata, io credo invece che il virus si possa fermare qua, e da inguaribile ottimista penso che abbiamo un 50 per cento di possibilità che il coronavirus se ne vada". E' il 4 luglio.
Quanti italiani partono, forti di un simile viatico, per le vacanze? Eppure altri avvertono in quelle stesse ore dei rischi che tutta l'Europa può ancora correre in autunno se non si attrezza. Una seconda ondata di contagi in Europa, non è questione di se, ma di quando, spiega a fine maggio la dottoressa tedesca Andrea Ammon, consulente scientifico dell'Unione europea. Dice al Guardian: "La questione del secondo picco è quando e quanto grande sarà. Guardando alle caratteristiche del virus, e ai dati sull'immunità nella popolazione dei diversi Paesi, tutt'altro che esaltante fra il 2 e il 14 per cento e quindi con un 85 -90 per cento di persone esposte, la conclusione è che il virus è ancora tra noi e circola molto più che a gennaio e febbraio. Non voglio dare un quadro apocalittico, ma dobbiamo essere realisti". Anche Anthony Fauci, il direttore del National Institute of allergy and infectious diseases, ha ripetutamente messo in guardia dai pericoli di una seconda ondata e in un'intervista alla Stampa preannuncia: "Non torneremo alla normalità prima di un anno".
E in Italia? I governatori litigano con il governo, e tra loro. Vincenzo De Luca si fa beffa dei lombardi e giura che giammai la sua Campania farà quella fine: "Non succederà mai quello che è successo in Lombardia e in altre parti del Nord dove gli anziani, i malati di Covid, erano per terra perché non c'era un buco dove ricoverarli. Noi ovviamente guardiamo con fiducia alla ripresa. Non è inevitabile ci sia un ritorno dell'epidemia. Poi c'è qualcuno che lavora per portare seccia (jella in napoletano, ndr), tipo quell'esponente politico che conoscete e che lavora perché ci sia una epidemia, ma noi contiamo di scansarla con comportamenti responsabili e una programmazione calibrata sulle ipotesi più pessimistiche".
Oggi la Campania, con 7,3 posti letto in terapia intensiva per 100 mila abitanti, ha il dato più basso di tutte.
E nel governo? Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, un medico eletto senatore nei Cinquestelle, è tra quelli che non ha mai creduto alla forza della seconda ondata: "E' possibile che il virus rialzi la testa, ma la vedo molto difficile che ci possa essere una seconda ondata come a febbraio e a marzo Se le cose dovessero andare così dovrebbe andare tutto bene" assicura il 27 luglio.
"Dobbiamo tenere alta la guardia, ma pensare a una seconda ondata è difficile", ripete il 1° agosto, quando gli italiani si contagiano nelle discoteche. E il 5 settembre, le avvisaglie di una ripresa potente del virus sono ormai sotto gli occhi di tutti, dopo l'estate dei bagordi, definisce "la situazione non critica", perché "il sistema sanitario è in grado di fare fronte alle crescita dei casi".
Il ministro della Salute Roberto Speranza ha sempre mantenuto una posizione prudente e responsabile. Il 27 maggio annuncia 300 posti in terapia intensiva mobili e oltre 4000 in terapia sub intensiva, "perché - preciserà il 2 luglio in Parlamento - non è esclusa una seconda ondata e dobbiamo rafforzare il sistema sanitario". In un'intervista al Messaggero dice: "Abbiamo stanziato 3,25 miliardi di euro per non contenere una seconda ondata, si sono potenziate la sanità di territorio, la prevenzione, ci sono molti più posti in terapia intensiva e in tre mesi abbiamo assunto 28.182 tra medici e e infermieri".
Prima dello scoppio del Covid c'erano in Italia 5179 posti in terapia intensiva. Il decreto Rilancio, a fine maggio, ne ha previsti altri 3553, per un totale di 8732 posti. Oggi sono 6628, il 19 per cento dei quali è occupato da pazienti Covid. Ai primi di settembre la situazione nei paesi a noi vicini, specie in Francia e Spagna, è così drammatica che il virologo Lorenzo Pregliasco comincia a temere pubblicamente un autunno caldo. Tuttavia in un'intervista, rilasciata l'11 settembre ad Annalisa Cuzzocrea di Repubblica, il ministro Speranza professa ottimismo: "Io vedo la luce in fondo al tunnel, penso che da qui a un po' di mesi avremo notizie incoraggianti dal mondo scientifico".
Il 17 settembre Hans Kluge, il capo responsabile dell'Oms, giudica Francia e Spagna "fuori controllo". Dipinge un quadro allarmante in Europa. In Gran Bretagna ci sono due milioni di cittadini in lockdown. Uno studio americano, pubblicato da Repubblica il 30 settembre, pronostica ventimila contagi in Italia a Natale. Il tir ci sta arrivando addosso, ma Giuseppe Conte continua a fare raffronti con il recente passato, invece che rafforzare gli argini: "Siamo in una situazione diversa da marzo. Allora non avevamo strumenti diagnostici, oggi siamo più pronti grazie al sacrificio di tutti". Il 6 ottobre Speranza parla alla Camera e dice: "L'Italia sta reagendo meglio in questa seconda ondata, ma non dobbiamo farci illusioni e sarebbe sbagliato pensare di esserne fuori sulla base dei numeri".
Il commissario straordinario Domenico Arcuri, l'uomo delle mascherine, ritiene che "siamo attrezzati a contenere la forza di una seconda ondata". E' il 7 ottobre, e lo afferma al convegno della Federazione dei medici di famiglia a Villasimius. Quel giorno i contagi toccano quota 3678. I malati in terapia intensiva sono già 337. Due giorni, il 9 ottobre, il presidente degli anestesisti italiani, Alessandro Vergallo, suona la sveglia: "Quella che stiamo vivendo in questi giorni potrebbe essere l'inizio della seconda ondata della pandemia: siamo nella fase iniziale di un aumento esponenziale". I contagi sono schizzati a 5372 casi.
Ammetterà Walter Ricciardi, il consulente di Speranza: "E' stato sottovalutato il fatto storico che tutte le pandemie hanno una seconda ondata più pericolosa della prima. Bisognava rafforzare il sistema di testing allargandolo a tutte le strutture sia pubbliche private che sono in grado di farlo". O forse bastava leggere il libro della giornalista scientifica Laura Spinney, che in 1918. L'influenza spagnola racconta come "la seconda ondata" si propagò molto più violenta della prima.
Per migliaia e migliaia di italiani "la seconda ondata" è anche la fila ai drive in. Ogni mattina, davanti a quelli del Lazio, dove da ieri bisogna prenotarsi, si formano code chilometriche di automobilisti in attesa di fare i tamponi. Famiglie intere che si svegliano nel cuore della notte per poi incolonnarsi alle cinque del mattino al Labaro o a Santa Maria della Pietà, e una volta qui si armano di pazienza mentre fuori albeggia. Il loro turno al gazebo arriverà sei-otto ore dopo. L'attesa per la risposta al test molecolare, nel Paese che si diceva pronto alla "seconda ondata", può durare anche cinque giorni.
I commenti dei lettori. Utente41060: Credo che nessuno ci sta capendo niente. L'altro ieri la stessa Ilaria Capua sul vostro giornale parlava di immunità di gregge come uno degli obiettivi per uscire dalla pandemia. Si legge tutto ed il contrario di tutto, sempre, ogni giorno. Nell'articolo, autoassolutorio nei confronti dei giornalisti italiani, non si parla delle decine e decine di editoriali, cappelli, colonne con tutto ed il contrario di tutto che ogni giorno possiamo leggere. Abbiamo sottovalutato, tutti (TUTTI!!!!) la forza e la pericolosità di questa pandemia, di questa seconda ondata, del pericolo. Tuttavia continuare, come Repubblica prova a fare, lezioni su presunti errori della sola politica o dei soli comitati tecnico scientifici è davvero inaccettabile.
L’emergenza sanitaria è stata davvero affrontata nel migliore dei modi? Walter Leszl su Micromega il 6 luglio 2020. Ora che, sperabilmente, ne stiamo uscendo gradualmente c’è posto per qualche riflessione su come l’emergenza sanitaria è stata affrontata. Il mio contributo è da normale osservatore, non da scienziato o esperto in materia, ma prendendo lo spunto dal libro, appena pubblicato, di Richard Horton, The Covid-19 Catastrophe: What’s Gone Wrong and How to Stop It Happening Again, ed. Polity Press. L’autore è direttore della rivista britannica “The Lancet” (ben noto settimanale scientifico di ambito medico), dunque è sicuramente uno dei massimi esperti in materia, ma quanto ha da scrivere dovrebbe interessare il pubblico in generale. Il mio intento è simile a quello dell’autore del libro: mi domando, certamente facendo uso del senno di poi, se certi errori piuttosto macroscopici che sono stati commessi di fronte al rapido diffondersi dell’epidemia potevano essere evitati, così da trarre qualche lezione per il futuro. Quanto più lo sguardo è impietoso e scevro da intenti apologetici tanto più può essere di aiuto. Non si tratta qui di ipotizzare che un altro governo, di altro orientamento, avrebbe fatto meglio (o meno peggio, come preferirei dire). Non voglio però pretendere di essere un osservatore così distaccato da pervenire a totale neutralità: da alcuni cenni fatti nel seguito dovrebbe essere chiaro che io tendo ad escludere che un governo di destra avrebbe fatto meglio (o meno peggio). Parto da un’ovvia considerazione: se avviene qualche grave incidente, per esempio se cade un aereo con un centinaio o più persone a bordo e queste periscono tutte o nella maggior parte, la cosa ha una forte risonanza e suscita grande emozione, e subito viene istituita una qualche commissione di inchiesta per accertare le cause del disastro, a partire dalla possibilità che sia identificabile qualche precisa responsabilità umana. Nel caso della pandemia provocata dal corona virus siamo di fronte ad un disastro di ben altra entità, siamo di fronte ad una vera catastrofe, come giustamente la chiama Horton, eppure le reazioni non sono le stesse. Il numero dei morti, anche con limitazione all’Italia, è di gran lunga superiore (e probabilmente le cifre ufficiali sono sottostimate) e anche coloro che sono stati colpiti dalla malattia e sono sopravvissuti probabilmente ne porteranno i segni per il resto della loro vita. Eppure, di fronte a così tanti morti e a così grandi sofferenze, si crea una sorta di sentimento di assuefazione, unita ad una fatalistica rassegnazione. Il paragone con la guerra è pertinente da questo punto di vista, perché anche in quella circostanza ci si abitua ad accettare come se fosse normale che una parte significativa della popolazione muoia prima del tempo e altri rimangano feriti con danni spesso irreversibili. Eppure anche in guerra c’è differenza fra il generale che manda i suoi uomini allo sbaraglio per conquistare un obbiettivo militarmente trascurabile e chi cerca di evitare uno spreco di vite umane. Una volta che l’Italia era stata investita dal contagio da Covid 19, sicuramente un’alta mortalità era inevitabile, ma siamo sicuri che i nostri governanti hanno agito come il generale che fa di tutto per evitare uno spreco di vite umane? Il fatalismo di cui ho detto porta proprio ad assumere questo, ma non c’è niente di pacifico in quest’assunto. E, contrariamente al caso dell’incidente aereo, nessuno avanza la proposta di una commissione di inchiesta – che presumibilmente dovrebbe essere una commissione di inchiesta parlamentare – per accertare se è stato fatto tutto il possibile per contenere il disastro. Si può naturalmente essere scettici sui risultati che una tale commissione potrebbe ottenere, ma istituirla sarebbe almeno il riconoscimento che qualcosa è andato storto e che bisogna prendere delle misure per evitare che ciò si ripeta. (Anche l’opposizione attualmente si agita molto per come viene affrontata l’emergenza economica, peraltro senza indicare da quale forziere nascosto trarre tutti i dobloni che ci vorrebbero, ma è quasi del tutto silente riguardo al modo in cui è stata affrontata l’emergenza sanitaria. L’unica inchiesta di cui si parla è notoriamente quella giudiziaria concernente la bergamasca.) C’è la convinzione largamente diffusa che Conte e il suo governo hanno affrontato l’emergenza sanitaria nel migliore dei modi possibili, a tenere conto delle circostanze concrete in cui si sono trovati ad operare, cioè, in primo luogo, in una condizione di notevole ignoranza circa la natura del male e il modo migliore per affrontarlo, anche perché l’Italia è stata la prima, fra i paesi non asiatici, ad essere investita dalla pandemia. Ma come viene giustificata questa convinzione, a prescindere per il momento dal riferimento a quelle circostanze? Solitamente facendo dei confronti con gli altri paesi europei e americani che sono stati ugualmente investiti dalla pandemia. Che, facendo questi confronti, l’Italia governata da Conte non sfiguri, è indubbiamente vero, ma c’è davvero motivo di compiacimento? Se si passa in rassegna i comportamenti di questi altri governanti, si incontra una sfilza di errori e di orrori. Per esempio il presidente Macron, che si è formato nelle migliori scuole francesi, invece di preoccuparsi per quanto stava succedendo in Italia, ha fatto la castroneria (non trovo parola più adatta) di non annullare le elezioni amministrative in Francia, per poi essere comunque costretto ad annullarne il secondo turno. L’inglese Johnson, anch’egli formatosi nelle migliori scuole inglesi, ha brillato con il suggerimento che bisognava rassegnarsi ad un alto numero di morti, finché non fosse stata raggiunta l’immunità di gregge, per poi ripensarci quando il virus gli ha fatto capire che anche lui poteva finire nel regno dei defunti. (Horton suppone che il ritardo di Johnson sul lockdown possa essere costato almeno la metà delle vittime totali nel Regno Unito.) Nel caso del presidente Trump, che certo non ha avuto la stessa formazione, c’è solo l’imbarazzo della scelta fra gli spropositi da lui detti e fatti (a cominciare dalla pretesa di avere scoperto lui dei rimedi per rendersi immuni dal virus). In un quadro del genere, che potremmo dire di coglioneria generalizzata, non ci voleva molto per evitare di sfigurare, ma questo non prova che si è fatto bene. E come se una madre, constatato che suo figlio, in una classe di asini, non è il peggiore, si convincesse che è un bravo studente. (Ovviamente non ritengo che un Salvini, il quale non aveva niente di meglio da proporre che aprire le chiese per pregare alla Madonna, se la sarebbe cavata meglio. Anche la proposta di nuovi condoni fiscali non è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno.) C’è da domandarsi perché sia avvenuto tutto questo, ad escludere, come vedremo, che il difetto di conoscenza fosse così grave da renderlo inevitabile. Un errore a mio avviso è stato di vuota presunzione: in Italia ci si è detto che quello che stava succedendo in Cina (e che si stava estendendo ad altri paesi asiatici) non poteva succedere da noi. Quando è successo, i vari Macron, Sanchez, Johnson, Trump si sono detti: quello che sta succedendo in Italia, non può succedere da noi. E invece è successo! Si può speculare su ciò che stava dietro tanta presunzione, se fiducia nel proprio sistema sanitario o semplicemente fiducia nello stellone,[1] ma fatto sta che tutti si sono fatti trovare in una condizione di terribile impreparazione. (Può essere maligno da parte mia, ma ricordo che, nella fase iniziale, Conte in un’intervista televisiva ci aveva rassicurato sostenendo che eravamo ben preparati ad affrontare l’emergenza.) Si è poi esitato a prendere i provvedimenti necessari perché questi hanno dei costi molto elevati, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello psicologico (a certe restrizioni come quella di stare chiusi in casa non tutti si adattano facilmente, inoltre i bambini possono soffrirne ancora più degli adulti). Si cercava di eludere il fatto che, a rinviare, la situazione non poteva che peggiorare e che alla fine anche questi costi sarebbero stati ancora più elevati. È un po’ la situazione del chirurgo che, di fronte ad un caso di cancrena, esita a compiere l’amputazione, sperando che si fermi spontaneamente, e alla fine deve amputare molto di più, e possibilmente quando per il malato è troppo tardi. Insomma, sono all’opera certi meccanismi psicologici abbastanza naturali, ma che riflettono un certo difetto di coraggio e di lucidità intellettuale. Il libro di Horton chiarisce, in modo credo inoppugnabile, che non era inevitabile che ci fossero tutte le vittime che effettivamente ci sono state, e che molte di esse (come nel caso citato del Regno Unito) sono dipese dalle decisioni (o indecisioni) dei governanti. La scusa dell’ignoranza che solitamente viene addotta è solo in parte valida, c’è stata piuttosto negligenza. In data 30 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, in inglese WHO) aveva dichiarato l’esistenza di un’emergenza sanitaria di interesse internazionale (Public Health Emergency of International Concern), che è il massimo allarme che essa può lanciare, sicché i governi avrebbero dovuto mettersi sull’avviso. Nei fascicoli del 24 e del 31 gennaio della rivista “The Lancet” diretta da Horton erano apparsi degli studi condotti da medici e scienziati cinesi e di Hong Kong (basati inizialmente sulla considerazione di 41 casi, cui se ne aggiunsero altri 99) che evidenziavano la natura e gravità della malattia (alta mortalità dovuta a grave polmonite atipica) e la sua facile trasmissibilità da persona a persona. Già allora veniva segnalato il rischio di una pandemia. Andando più avanti nel tempo, c’è il rapporto (pubblicato il 24 febbraio) redatto per l’OMS da medici andati in Cina per accertarsi della situazione,[2] il quale, oltre a contenere informazioni sulla malattia e sulla sua diffusione, contiene indicazioni su come combatterla.[3] C’è poi il precedente di varie altre epidemie o pandemie (come la SARS, la MERS e il HIV) di cui si sarebbe dovuto tenere conto. Non è vero dunque che si fosse presi del tutto alla sprovvista e che non si sapesse che in casi del genere, in mancanza di un vaccino e di rimedi sperimentati, si deve ricorrere a espedienti come la quarantena e il lockdown. Si potrebbe obbiettare, a questo punto, che tutto questo è vero, ma che non ci si può aspettare dai governanti di abbonarsi a “The Lancet” e studiarsi gli articoli che compaiono sulla rivista. Essi si basano ovviamente sul parere degli esperti, e sono essi dunque che dovrebbero metterli sull’avviso e dirgli come provvedere. Horton ha ben presente questo fatto, e lo considera con riferimento alla situazione che conosce meglio, quella del Regno Unito. Il giudizio che egli esprime sugli esperti che fungono da consulenti dei governanti inglesi è molto severo. (Nel cap. 3 del libro parla di un sistema che è corrotto, per abuso di potere, e collusivo, per lo stretto rapporto che si stabilisce fra scienziati e uomini politici.) È abbastanza chiaro che egli ritiene che questi esperti non sono scienziati del tutto indipendenti, che esprimono pareri esclusivamente secondo scienza e coscienza, perché sono troppo preoccupati di evitare di dire verità che siano troppo sgradite ai governanti che li hanno ingaggiati. Insomma, i governanti tendono a scegliere gli esperti che si mostrano più accomodanti, quelli che evitano di mordere la mano che li nutre. Non c’è ragione per credere che la situazione sia migliore in Italia, e cioè che il governo Conte avesse scelto gli esperti da consultare per puro merito scientifico e per dimostrata indipendenza di giudizio (semmai questo governo si è distinto per ricorrere ad una vera pletora di esperti).[4] A questo punto c’è da domandarsi, con riferimento alla situazione italiana, se sono stati commessi degli errori che potevano essere evitati, provocando così un danno maggiore. Noi non sappiamo esattamente quando il morbo ha cominciato a diffondersi in Italia e se è stato diffuso da persone che provenivano dalla Cina. Resta però il fatto che non è stata una misura molto accorta quella di sospendere i voli diretti dalla Cina senza preoccuparsi dei passeggeri provenienti dalla stessa facendo uno scalo intermedio. In secondo luogo, la misura di lockdown generalizzato è stata certamente opportuna, ma tardiva. (Nell’intervista da lui concessa al corrispondente di “la Repubblica” apparsa giovedì 18, all’osservazione di questi che l’Italia aveva esitato almeno una settimana prima di procedere al lockdown, seguita dalla domanda: “Quante vite si sarebbero potute salvare?”, Horton risponde: “Diverse migliaia o anche di più. Questo è un virus con contagi esponenziali. Un ‘lockdown’ anticipato di una o due settimane può significare fino al 50% di vittime in meno.” In questa connessione viene lodata, come avviene anche nel libro, la premier Ardern della Nuova Zelanda, che aveva ordinato il ‘lockdown’ quando c’erano ancora pochi casi.) Questa misura di lockdown poi non è stata accompagnata immediatamente dalla proibizione rigorosa (salvo casi eccezionali) di spostarsi da un luogo ad un altro, così facilitando la diffusione dell’epidemia nell’intero paese. (Per esempio in Toscana l’epidemia è stata diffusa, almeno in parte, dai proprietari di seconde case che si erano trasferiti in fretta dalla Lombardia.) C’è infine la vicenda della mancata chiusura dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro su cui sta indagando la magistratura e su cui continua ad esserci una certa confusione. Quello che è sicuro, prima di tutto (questo punto è stato chiarito dal costituzionalista Michele Ainis in suo articolo apparso su “la Repubblica”) è che avevano il potere di chiudere la zona sia il governo centrale sia quello regionale sia ancora i sindaci di quei comuni. (Per qualche tempo il governo si è difeso da critiche affermando che anche la regione aveva quel potere, ma questo confermava implicitamente che pure il governo lo aveva.) C’è però la complicazione che i militari per presidiare la zona dichiarata rossa li può mandare solo il governo, sicché regione e comuni possono agire solo con il suo appoggio. Nel caso del lodigiano ci fu un’intesa fra governo centrale e governo regionale, e questa è ovviamente la situazione migliore. Questa intesa venne meno nel caso di quei comuni. Si può discutere del perché, ma fatto sta che il governo centrale, se quello regionale si mostra poco collaborativo, non può limitarsi a dire che Fontana e Gallera si comportano da fessi (cosa indubbiamente vera), ma deve intervenire perché si tratta di una questione di interesse nazionale e non solo regionale. E in effetti Conte, di fronte al magistrato che conduce l’inchiesta, si è presa l’intera responsabilità di quanto fatto e non fatto. Ma cos’è che è avvenuto? Il tre marzo il Comitato tecnico-scientifico aveva avvertito Conte che bisognava chiudere la zona. Già questo allarme pare essere stato tardivo, perché diversi casi si erano presentati alla fine di febbraio. A sua volta Conte, invece di intervenire immediatamente, come avrebbe dovuto, quando ogni giorno di ritardo è deleterio, prima tergiversa, poi, il cinque marzo, manda i militari per presidiare la zona (da dichiarare zona rossa), poi ci ripensa e li ritira. Peggio di così non si poteva fare. A quanto pare egli si sarebbe giustificato asserendo che il blocco di quella zona era stato reso superfluo dalla misura ‘più radicale’ della chiusura dell’intera Lombardia (è il lockdown di questa regione che precedette quello nazionale). Dire questo è equivocare: più radicale nel senso dell’estensione non è più radicale nel senso dell’intensità. E’ evidente che, anche a prescindere dall’errore sopra indicato (mancata immediata proibizione di spostarsi da un luogo ad un altro), non si può chiudere quasi ermeticamente (mediante i militari e le forze di polizia) una regione come si può chiudere un territorio limitato. Spiace che il premier, invece di ammettere onestamente che il suo governo era finito in confusione e rammaricarsi per i morti, asserisca che rifarebbe tutto come allora. Lascio perdere certe altre critiche, come quelle, inevitabili in Italia, sull’eccessiva farraginosità dei provvedimenti, che nessun normale cittadino potrebbe comprendere (per fortuna i giornali ne riassumevano il senso generale). Sul piano organizzativo, ci sono disfunzioni che vengono da lontano e che dipendono in larga misura dal fatto (come sottolineato di diversi osservatori) che il privato è stato incentivato a danno del pubblico e la medicina ospedaliera a danno di quella sul territorio. Inoltre pare proprio che il sistema ospedaliero nel suo complesso non sia molto attrezzato ad affrontare le epidemie. Un certo rischio di incorrere in qualche infezione c’è sempre in un ricovero ospedaliero, ma esso è così modesto, e le infezioni di solito non sono così gravi, da essere un fenomeno di cui ci si preoccupi particolarmente. Già questa può essere una sottovalutazione, ma in ogni caso questa pandemia ha reso evidente che il rischio può essere serio e che i reparti dei ricoverati infettivi vanno tenuti ben separati dagli altri. Fin qui si tratta di problemi di vasto raggio di cui si dovranno occupare gli esperti. Ci sono però aspetti organizzativi concernenti la reazione alla pandemia che andrebbero chiariti. Si ha avuto l’impressione che alcuni esperti governativi esprimessero dubbi sull’utilità delle mascherine per dissimulare il fatto che queste non erano disponibili (ricordo che Borrelli diede il buon esempio dichiarando che la mascherina lui non la usava). Si è scoperto che per la loro fornitura non solo l’Italia ma tutti i paesi europei dipendono dalla Cina, donde tentativi di accaparrarsele. Molti medici e altro personale sanitario sono stati mandati allo sbaraglio senza mascherine e altri dispositivi di protezione, con conseguente alta mortalità. E’ possibile che non ci fosse il modo per indurre alcune delle tante ditte che ci sono in Italia nel campo del tessile a provvedere tempestivamente con la produzione di questo materiale? La responsabilità per queste deficienze deve essere non solo del governo centrale ma anche delle singole regioni, alcune delle quali poi hanno delle colpe per quanto è successo nelle case di riposo per anziani. La cacofonia che c’è stata suggerisce che il rapporto fra Stato e regioni vada ripensato, ma non con la soluzione semplice (propria della riforma costituzionale proposta da Renzi) di tornare al centralismo, perché qualche governatore (per esempio il leghista non salviniano Zaia) ha fatto meglio di Conte e qualche altro governatore (per esempio il leghista salviniano Fontana, con il sostegno, si fa per dire, dell’assessore Gallera) ha fatto peggio. Non posso però trattenermi dall’osservare che la celebrata app Immuni sta arrivando a babbo (quasi) morto, e che l’incentivo offerto all’acquisto di un mezzo di locomozione così pericoloso per chi lo usa come per altri come il monopattino è deprecabile. Osservo ulteriormente che l’appello che è stato fatto al senso di responsabilità dei singoli cittadini e che nel complesso ha ottenuto una buona risposta (l’italiano medio è meglio della sua fama) presenta una seria limitazione: sono state adottate delle restrizioni generali per categoria di attività, ammettendo per esempio tutte quelle che hanno a che fare con l’alimentazione, la sanità, le tabaccherie, ed escludendo (almeno inizialmente) la possibilità di rifornirsi di quaderni e matite, orologi, profumi, invece di rimettersi al giudizio dei singoli circa la possibilità o meno di rispettare certi parametri di sicurezza nell’ambito della propria attività (salvo ovviamente sanzionare abbastanza severamente gli abusi). Insomma, la responsabilità stava nell’ubbidire a certe direttive (talvolta piuttosto arbitrarie) che venivano dall’alto piuttosto che nel poter fare uso della propria capacità di giudizio. Credo che Kant classificherebbe questo modo di governare come paternalistico. La riluttanza dei governanti a prendere le misure drastiche necessarie sicuramente dipende in larga misura dal timore di andare incontro all’impopolarità – timore tipico di chi scruta nervosamente i sondaggi di opinione. Inoltre i governanti tendono a minimizzare per timore di seminare il panico, e naturalmente quelle misure non possono essere tenute nascoste, con l’esito però di creare un clima di sfiducia e di sospetto. Eppure, se la necessità di quelle misure fosse stata spiegata con chiarezza didattica, è probabile che la maggior parte dei cittadini avrebbe capito, mostrando sufficiente intelligenza e senso di responsabilità. Pare che, da questo punto di vista, Angela Merkel (che ha una formazione scientifica) abbia fatto meglio di altri governanti e che questa sia una delle ragioni per cui la Germania se l’è cavata meglio di altri paesi.[5] Per il resto, in una situazione in cui la scienza può offrire un aiuto molto limitato, sicché ogni decisione comporta dei rischi e degli inconvenienti, aggrapparsi al parere degli esperti è cercare di eludere il fatto che dal governante ci si aspetta una certa dose di coraggio e di buon senso. Infine qualche osservazione più generale. Horton ritiene che la decisione di Trump di porre fine ai finanziamenti americani all’Organizzazione Mondiale della Sanità sia da condannare, come una sorta di crimine contro l’umanità. Egli invero sottolinea la tempestività con cui è venuta l’allerta generale da parte dell’organizzazione,[6] ma non si sofferma sul fatto che da essa sono venuti anche messaggi sui comportamenti da adottare ecc. che non sempre sono stati perspicui, sicché forse qualche domanda sul suo funzionamento può essere posta. (Per esempio la proposta del Crisanti di fare tanti tamponi per identificare gli asintomatici non aveva il favore né degli esperti governativi nazionali né di quelli dell’Organizzazione.) Naturalmente non si tratta di dare ragione a Trump, perché Horton ha ragione nel sostenere che questa pandemia ha mostrato quanto importante sia la cooperazione internazionale. Molti scienziati e medici (come egli sempre sottolinea) hanno fatto e stanno facendo un buon lavoro per gettare luce sulla malattia e sul virus che la causa, come sui mezzi per combatterla, e lo scambio di informazioni senza restrizioni è fondamentale. Per certi versi è stata proprio la tendenza di ogni governo (con i suoi esperti) a ripiegarsi sul proprio caso nazionale ad aggravare la situazione. I ritardi della scienza di fronte ad un fenomeno così nuovo sono inevitabili: si procede per tentativi ed errori. Va ricordato che in passato di fronte a certe pandemie (come la cosiddetta spagnola alla fine della prima guerra mondiale) si era praticamente impotenti, con milioni di morti. Sono indotto ad aggiungere conclusivamente che ormai sono pochi coloro che, quando si verifica un fenomeno del genere, sono indotti a farlo risalire ad una punizione divina oppure all’azione di malefici untori oppure ancora all’influsso delle stelle: della scienza non si può comunque fare a meno, ma come ogni impresa umana essa è imperfetta. La fiducia nella scienza (e nella tecnica che da essa dipende) è ormai abbastanza diffusa da mettere fuori gioco certe credenze, ma questo non vuole dire che una vera cultura scientifica sia anch’essa molto diffusa. Prevale (a cominciare dalla scuola) una cultura di tipo letterario che, entro certi limiti, è indispensabile e valida, ma che in effetti, per come viene comunicata, non è affatto neutrale ma fortemente imbevuta di spiritualismo antiscientifico. Ci si stupisce per il fatto che certe malattie possono provenire da animali come i pipistrelli, come se l’uomo non facesse parte del mondo animale. Esprimo il sospetto che certe inadeguatezze nella risposta che c’è stata all’emergenza sanitaria abbiano una radice nell’assenza di cultura scientifica dei nostri governanti.
NOTE
[1] Horton, parlando dell’atteggiamento del governo inglese e dei suoi esperti, afferma: “It displayed a very British characteristic: the arrogance of exceptionalism.” (Op. cit., cap. 3, p. 58.)
[2] Report of the WHO-China Joint Mission on Coronavirus Disease 2019 (Covid-19).
[3] Le recommendations, al punto 2, suggeriscono: “prioritize active, exhaustive case finding and immediate testing and isolation, painstaking contact tracing and rigorous quarantine of close contacts”; al punto 5 prospettano altre misure come il lockdown e la chiusura delle scuole.
[4] In un’intervista concessa da Luca Ricolfi l’1 giugno questi asserisce che una ragione per cui la pandemia ci ha trovato impreparati “è che la politica ha deciso di costituire comitati tecnico-scientifici scegliendo in base al livello della carica ricoperta (manager e burocrati della sanità) e non in base alla competenza: se avessero fatto gestire l’epidemia ad Andrea Crisanti, la chiusura totale sarebbe partita due settimane prima, il modello veneto (tamponi di massa) sarebbe stato incoraggiato anziché stigmatizzato, e avremmo avuto (almeno) diecimila morti in meno.” (Per questo e altri suoi interventi critici riguardo il modo in cui è stata affrontata l’emergenza sanitaria vedi sito della Fondazione Hume. Non sono in grado di dire se egli ha del tutto ragione nel ritenere che la consulenza di Crisanti avrebbe permesso di evitare certi gravi errori.)
[5] Altre ragioni, che sono addotte da Horton: avrebbe cominciato presto ad identificare gli infetti facendo test e isolandoli; il suo sistema sanitario è meglio attrezzato di quello degli altri paesi.
[6] Va tenuto presente che essa si basa sulle informazioni che vengono dai singoli paesi (non c’è comunque ragione per credere che abbia intenzionalmente coperto i ritardi della Cina).
COVID. SECONDA ONDATA TRA PAURE E RITARDI. CHI HA SBAGLIATO È GIUSTO CHE PAGHI. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 18 ottobre 2020. In questo Paese il copione è sempre identico, grande polverone, nessun colpevole. Siccome siamo alle prese con la vita delle persone e con una tragedia economica, non siamo più disposti a tollerare il solito scaricabarile italiano. I ventilatori per le terapie intensive sono stati consegnati o no? Ha ragione il commissario per l’emergenza sanitaria o hanno ragione le Regioni? Presidente Conte, non si scherza più. Si deve agire nelle sedi competenti affinché vengano accertate e perseguite le responsabilità. Stendiamo un velo pietoso sull’effetto ottico della De Micheli e sui “ricatti finanziari” delle Regioni. Intanto nel Mezzogiorno siamo a un passo dall’eversione. Lo stesso balletto delle mascherine della prima ondata si ripete con i ventilatori e con le terapie intensive della seconda ondata. I ventilatori non si sa dove sono finiti e le terapie intensive sono aumentate in misura infinitamente inferiore alle necessità. In questo Paese il copione è sempre identico, grande polverone, nessun colpevole. Siccome siamo alle prese con la vita delle persone e con una tragedia economica che rischia di fare scomparire l’Italia dal novero dei Grandi Paesi industrializzati e di condannare metà della sua popolazione alla povertà, non siamo più disposti a tollerare il solito scaricabarile italiano. Ha ragione il commissario straordinario per l’emergenza sanitaria Arcuri o hanno ragione il Presidente della provincia di Trento e i Presidenti delle Regioni? Se hanno ragione i secondi il commissario Arcuri deve essere licenziato all’istante e rispondere civilmente dei danni arrecati alla comunità. Se ha ragione Arcuri il Presidente Conte ha un motivo in più per troncare sul nascere questo grumo di potere nordista che si è costruito intorno alla Conferenza Stato-Regioni che si propone di costituzionalizzare di fatto la nuova Terza Camera dello Stato e di ripetere al cubo i danni abnormi prodotti da un federalismo all’italiana che mina da dieci anni in qua la coesione del Paese. Perché sottrae ai poveri per dare ai ricchi e perché nega a venti milioni di persone i diritti di cittadinanza nella scuola, nella sanità e nella mobilità. Presidente Conte, non si scherza più. Arcuri ha dato i ventilatori e le Regioni sono rimaste dolosamente con le mani in mano? Allora si agisce nelle sedi competenti perché vengano accertate e perseguite le responsabilità personali. Mi creda, non c’è altra via per contenere questo egocentrismo regionalista malato che ha come regola: io do ai miei cittadini, lo Stato paga; io assumo, lo Stato paga; io prendo un sacco di voti e do ordini allo Stato che mi ha “finanziato” la raccolta di quei voti. Lo sceriffo De Luca passa il tempo a insidiare Crozza e Giletti sul palcoscenico mediatico e non ha tempo per chiedere e ottenere ciò che è dovuto ai suoi cittadini? Allora intervengo io governo perché è un fatto assodato che in materia sanitaria e scolastica la questione meridionale è la questione nazionale del momento. Se in una parte del Paese il tasso di agibilità delle scuole è al 15% e in un’altra al 63% secondo voi da dove si deve cominciare a intervenire? Se poi la situazione attuale è il frutto di una sperequazione della spesa sociale che viola nel silenzio complice di tutti la Costituzione attribuendo al Mezzogiorno una spesa pro capite che è ingiustificatamente a livello medio la metà di quella pro capite del Nord, che cosa aspetta a intervenire un governo che si autoproclama meridionalista e che ha preso impegni pubblici proprio su questo terreno? Ma che cosa vi fa minimamente pensare che si possa ancora tollerare in piena Pandemia una situazione che consente di garantire 85 euro pro capite di investimenti in sanità a un cittadino emiliano-romagnolo e 16 euro a un cittadino calabrese? Siamo a un passo dal fare saltare due anni – dico due anni – di istruzione scolastica in un’area estesa del Paese in gran parte concentrata nel Mezzogiorno perché si sono sostituiti edifici fatiscenti con un luogo ancora più evanescente che è quello di una fantomatica didattica a distanza dove nemmeno si sa che cosa sia la banda larga ultra veloce, dove ogni forma di collegamento decente è impossibile, dove in molte case non esiste neppure un computer o un iPad sul quale provare a costruire un nuovo disegno delle relazioni umane e scolastiche perché neppure la connessione delle solitudini è possibile. Ci riempiamo la bocca da mattina a sera di capitale umano, di valore strategico dell’istruzione e consentiamo al governatore della Campania senza dare conto a nessuno di chiudere le scuole dalla sera alla mattina? Che cosa impedisce alla coscienza collettiva meridionale di rendersi conto di quale abisso di indegnità sia stato raggiunto da governatori che si muovono come capi di stato padroni dei loro territori e delle loro clientele senza mai decidere di agire invece insieme nelle sedi costituzionali competenti per ottenere dall’unico Stato esistente il riconoscimento e la tutela dei diritti sacrosanti stabilmente violati dei propri concittadini? Ma come si può solo pensare di mandare milioni di cartelle esattoriali mentre si continuano a colpire bar, ristoranti, alberghi, commercio, creatività, eventi, trasporto veloce, liberi professionisti, insomma tutto il lavoro autonomo senza minimamente porsi il tema dei risarcimenti dovuti! D’altro canto se anche li si riproponesse come nella prima fase si scoprirebbe che sono sommersi da un mare di decreti attuativi che impedisce all’aiuto di venire a galla. Vogliamo assistere di nuovo allo spettacolo della ministra che ha raccontato più balle della storia repubblicana italiana, Paola De Micheli, che fa finta di fare i decreti attuativi del dicastero dei Trasporti e li manda all’Economia che a sua volta li manda all’Europa con il solo scopo di farsi dire dai burocrati europei che c’è qualcosa che non va? Che così sono tutti contenti perché il Tesoro non deve cacciare un euro e può dire che è colpa dell’Europa, non sua, se i soldi non arrivano agli operatori privati e pubblici danneggiati pesantemente dal Covid 19? Ci sono troppi burocrati coperti da una politica a volte assente a volte complice ma sempre incompetente. Che sono impegnati a non tirare fuori il becco di un quattrino perché hanno un solo interesse da tutelare: il loro stipendio. Ma davvero davvero pensate che a parte la TV di Stato silente qualcuno possa credere al racconto domenicale della De Micheli che lo strapieno sul trasporto locale sia un effetto ottico? Che cinque persone in un metro quadro stanno larghe? Che l’incremento dei contagi è colpa solo dei bar e delle famiglie? Ma davvero davvero pensiamo che chiudere per due anni di seguito la scuola, non abbia strascichi sullo sviluppo degli studi e sullo sviluppo psico-fisico dei ragazzi? Si parla ora di scaglionamento che è qualcosa che assomiglia molto banalmente al doppio turno di quando io andavo al liceo, ma non si poteva pensare per tempo a coinvolgere i bus gestiti da privati per il flusso turistico al momento non pervenuto? Ci voleva poi così tanto a dotarsi in tempi non sospetti di un’organizzazione che reggesse l’urto della seconda ondata? Perché non è avvenuto? Perché, come azzarda qualcuno, sui bus privati non si possono fare le stesse creste ipotizzate sulle mascherine? Fino a quando si può pensare che, a partire da donne e minori, debba essere la gente del Sud a pagare il conto con il proprio sangue e con la propria libertà? Se non si cambia subito registro prima che la verità si incarichi di smontare previsioni e sorrisi da parte del ministro dell’Economia Gualtieri, ci sarà da fare fronte a un fenomeno di eversione del Mezzogiorno così diffuso e capillare da non potere essere più controllabile. Prima si capisce che di questo non di altro di tratta, meglio è.
Ecco tutti gli errori sulle tre "T" che hanno scatenato l'inferno. Pochi reagenti per i tamponi, scarso trattamento domiciliare e tracciamento ancora in fase sperimentale. L'esecutivo non si è mosso in tempo per affrontare l'emergenza coronavirus. Andrea Pegoraro, Sabato 30/05/2020 su Il Giornale. Pochi reagenti per i tamponi e test sierologici partiti in ritardo, scarso trattamento domiciliare e tracciamento ancora in fase sperimentale. Basterebbero questi elementi per descrivere la strategia delle tre T in cui il Governo ha mostrato i suoi limiti nell'affrontare l'emergenza coronavirus.
Testare. Sui tamponi l’esecutivo non si è mosso in tempo e così le Regioni hanno agito in ordine sparso e già a fine marzo avevano lamentato la mancanza di reagenti. Poi a maggio il governatore lombardo Attilio Fontana ha ribadito come il commissario Arcuri avesse inviato 3,5 milioni di tamponi senza reagenti. Nello stesso periodo le critiche sono arrivate anche da Confindustria dispositivi medici, che ha denunciato mancanza di organizzazione. Il presidente Massimiliano Boggetti ha spiegato che “se i produttori italiani non hanno l'obbligo di rifornire per prime le strutture del Ssn, finisce che si vende all'estero. Insomma non c'è stata chiarezza sui bisogni e su come approvvigionarsi”. In sostanza, la filiera italiana esiste ma è costretta ad esportare i prodotti fuori dal nostro Paese. Inoltre, Boggetti ha sottolineato come Arcuri abbia contattato Farmindustria e Federchimica, ma in realtà sono le associate Confindustria dispositivi medici a realizzare i reagenti. E guarda caso la richiesta lanciata sul mercato da Arcuri è stata anche frutto del dialogo con Confindustria e le imprese produttrici. Insomma Arcuri ha cercato di mettere una toppa. E pochi giorni fa ha detto alla Commissione Affari sociali che “l'Italia non fa abbastanza tamponi per tre serie di ragioni”, tra cui quella che “i reagenti sono carenti in tutto il mondo”. Quindi la questione non è ancora risolta. Il dibattito non è mancato nemmeno sui test sierologici, le analisi per capire quante persone nel nostro Paese abbiano sviluppato gli anticorpi al nuovo coronavirus, anche in assenza di sintomi. L’esecutivo ha agito tardi, tanto è vero che solo il 25 maggio è iniziata l’indagine di sieroprevalenza da parte del Ministero della Salute, dell’Istat e della Croce Rossa Italiana. Nel frattempo le Regioni non sono state ad aspettare. Sei hanno avviato i test. La prima è stata il Veneto il 31 marzo, poi l’Emilia-Romagna dal 3 aprile, la Lombardia dal 23 aprile, Marche e Piemonte dal 4 maggio e il Lazio dall’11 maggio. Tutte le Regioni hanno individuato negli operatori sanitari i destinatari di queste indagini. Altri target sono forze dell'ordine, lavoratori in azienda oppure cittadini. Torniamo a livello nazionale. A fine aprile Arcuri aveva annunciato che il 4 maggio sarebbero partiti i test a livello nazionale su un campione di 150 mila persone. In realtà non è stato così perché l’ok del governo è arrivato il 10 maggio e poi finalmente lunedì scorso è iniziata l’indagine sierologica in tutta Italia. Ma i test sono affidabili? Antonio Cassone microbiologo di sanità pubblica, che ha diretto il Dipartimento malattie infettive, parassitarie ed immunomediate dell’Istituto superiore di sanità, sottolinea a ilgiornale.it che “il test dice se una persona ha gli anticorpi contro il virus ma non dice quanti e quali anticorpi sono necessari per essere protetti dal Covid”. Cassone precisa quindi che “non assicurano l’immunità dalla malattia e soprattutto non dicono se una persona può riprendere il virus”.
Trattare. Il microbiologo fa luce anche sul trattamento ospedaliero e domiciliare per affrontare il coronavirus. Evidenzia che “all’inizio dell’epidemia non si è cercato attivamente l’infezione ma si è aspettato che la gente si ammalasse e questo vuol dire andare in ospedale”. Il medico afferma che “è stata fatta una strategia di sorveglianza passiva per cui il controllo del virus si basa sul rilevamento del caso di malattia, non di infezione”. Ma in realtà, come sottolineato da Cassone, i dati hanno dimostrato che l’80% dei soggetti non si ammala gravemente e quindi può rimanere a casa ed essere seguito dal medico di base. Poi il medico ricorda invece che il Veneto ha cercato gli infetti e “ha potuto fare un migliore controllo dei casi attraverso l’isolamento e la quarantena”. Cassone dice che la strategia nazionale di intervenire sul paziente solo in caso di sintomi gravi è andata avanti per circa un mese, da inizio epidemia fino al 20 marzo. Secondo l’esperto, poi ci si è accorti che la cosa non andava, sono stati fatti molti più tamponi e sono stati trovati molti più casi di infetti non gravi. Basti pensare che “anche in Lombardia c’era più gente a casa che in ospedale come dimostrato dai dati del ministero della Salute”. Il medico sottolinea che “ora siamo arrivati al punto che ci sono molte persone non gravi a casa. Dopo tre mesi si vede molta patologia leggera. Ma ciò non significa che il virus è meno aggressivo”.
Tracciare. Siamo a fine maggio e l’app Immuni per il tracciamento dei contagi da coronavirus è ancora in fase sperimentale. Il viceministro alla Salute Sileri ha annunciato che sarà pronta per i primi di giugno. Dovrebbe essere sperimentata in 6 Regioni ma il Friuli Venezia Giulia ha ritirato la propria disponibilità. Parlando alle Camere, lo scorso 21 aprile il premier Conte aveva detto che l’app sarebbe stata determinante nella fase 2, mentre Arcuri aveva sottolineato che poteva essere operativa da maggio. In realtà le linee guida del governo sono arrivate a fine aprile. Poi è rimasto tutto fermo. Nel frattempo è cominciata un dibattito politico sulla privacy e sul rapporto tra Stato e cittadino. Inoltre, si è discusso sul fatto che l’app funziona se integrata con il servizio sanitario nazionale. Insomma esistono una serie di problemi dietro alla tecnologia. Ma anche di efficacia come sottolineato da Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Il senatore di Fratelli d’Italia spiega che Immuni rischia di essere “inefficace” se non rispetta 4 condizioni. Innanzitutto “deve essere fatta il più fretta possibile - precisa Urso a ilgiornale.it -, deve essere scaricata da almeno il 40% dei cittadini, deve essere fatto un numero sufficientemente ampio di tamponi e di test certificati perché altrimenti non si possono mettere i dati nell’app”. Urso evidenzia poi che “deve essere interoperabile con le app degli altri paesi europei, cioè deve comunicare in tempo reale con quella tedesca, francese e così via”. Il vicepresidente del Copasir conferma che l’Italia è in ritardo su questa tecnologia e dice che il nostro Paese deve avviare quanto prima “la costruzione di un sistema di app nazionali integrato in un vasto sistema europeo”.
Cartabianca, Rai Tre 12 maggio 2020.
Berlinguer: “Eh, però, prof. Cacciari, ci saranno anche problemi nel governo ma i sondaggi dicono che gli italiani sostengono ancora i maggiori leader e partiti della maggioranza”.
Cacciari: “Vuole la verità? Questo accade perché la società italiana è ancora composta in larga parte da soggetti garantiti: statali, pensionati, assistiti, stipendiati di vario genere, che della situazione economica prossima ventura pensano ancora di potersi disinteressare, che non si preoccupano di cosa accadrà a un barista, un artigiano, un professionista, un industriale. Una situazione che non può più reggere e di cui anch’io, francamente, comincio ad avere le balle piene.”
Luca Ricolfi per il Gazzettino il 17 maggio 2020. Un fantasma si aggira per l’Occidente: il fantasma dei morti di troppo. Dopo due mesi di Covid, con oltre 250 mila morti accertate (e almeno altrettante occulte), qualcuno si comincia a domandare: potevano essere di meno, molte di meno? chi doveva gestire l’emergenza sanitaria ha fatto il possibile per contenere il numero delle vittime? quante morti sono una conseguenza di “errori umani” evitabili? Queste domande aleggiano un po’ dappertutto, ma risuonano con particolare angoscia nei paesi in cui il costo umano dell’epidemia ha raggiunto proporzioni apocalittiche. Negli Stati Uniti, ad esempio, chi passa per Times Square (la piazza principale di New York), può apprendere quanto è costato agli americani il ritardo con cui Trump si è deciso a proclamare il lockdown: 45 mila morti su 75 mila. E’ una stima, naturalmente, ma non campata per aria, perché si basa su studi epidemiologici. Nel Regno Unito, un paio di settimane fa, Stephen Buranyi, un coraggioso giornalista scientifico free lance, ha pubblicato su Prospect Magazine un’approfondita inchiesta sulle differenze fra le risposte sanitarie al Covid-19 di Regno Unito e Germania. La domanda è: quante vite umane si sarebbero potute salvare adottando fin da principio l’approccio della Germania? L’autore non si sbilancia fornendo un numero, ma lascia intendere che il numero di vittime dovute a clamorosi errori politici ed organizzativi del governo britannico sia molto grande. In Francia, fin da metà marzo in una drammatica intervista Agnès Buzyn, ex ministra della salute, ricostruiva la storia dei suoi avvertimenti inascoltati (fin da gennaio!) a Macron e al primo ministro francese, denunciava l’errore di aver ritardato il lockdown per salvare le elezioni comunali, e pronosticava migliaia di morti come conseguenza di questo errore fatale (la Francia, in effetti, si avvia verso le 30 mila vittime ufficiali, poche di meno dell’Italia). Negli stessi giorni 600 medici e operatori sanitari francesi denunciavano alla Corte di giustizia della Repubblica (l’unica abilitata a giudicare gli atti commessi da membri del governo) il primo ministro Edouard Philippe e la stessa Agnes Buzyn, che fino metà febbraio era rimasta al suo posto di ministra della sanità.
E in Italia? In Italia l’opinione pubblica è estremamente mansueta, e il governo ha sempre respinto ogni responsabilità. Meno di 3 settimane fa (28 aprile), con i morti giornalieri che ancora fluttuavano intorno ai 400 al giorno, il premier dichiarava con invidiabile serenità: tornassi indietro, rifarei tutto eguale. Quanto al commissario Arcuri, il giorno dopo (29 aprile) trovava il coraggio di dichiarare: “Per evitare che anche questa diventi materia di dibattiti comunico che l'Italia è il primo paese al mondo per tamponi fatti per numero di abitanti” (notizia letteralmente falsa, e sostanzialmente erronea). Negli ultimi giorni, tuttavia, grazie alle inchieste giornalistiche e agli studi scientifici, alcune verità stanno venendo a galla. Alcune sono ovvie, come il fatto che la scelta di ritardare il lockdown, a dispetto degli avvertimenti di tanti studiosi, è costato migliaia di morti, in Italia come altrove. Altre sono meno ovvie, o meglio diventeranno ovvie solo per gli storici di domani, quando le resistenze e gli interessi del momento presente non riusciranno più a farsi sentire. Fra queste verità la più importante è che la scelta di limitare il numero di tamponi e i ritardi nella organizzazione del tracciamento hanno avuto, e continuano ad avere, un costo umano enorme. Da qualche giorno sembrano essersene accorte anche le autorità sanitarie. Le stesse autorità che all’inizio dell’epidemia “sgridavano” il Veneto, accusandolo di fare troppi tamponi, così deviando dalle sacre direttive dell’organizzazione Mondiale della Sanità, ora invitano a fare “come il Veneto” e improvvisamente si accorgono di aver trascurato l’essenziale, ossia l’approvvigionamento di reagenti, il coinvolgimento delle università, l’apertura agli operatori del settore privato. Verso di loro serpeggiano le domande che, molto opportunamente, Franco Debenedetti e Natale D’Amico nei giorni scorsi hanno affidato al “Corriere della Sera”: “Lo dice perfino il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità: sui tamponi bisogna cambiare strategia. Perché solo adesso? C’era l’esempio del Veneto: perché in Lombardia no? Perché Sala (sindaco di Milano) deve mandare i tamponi da esaminare in Francia?”
Già, perché? Perché l’Italia, anche dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva riconosciuto il proprio errore, ha aspettato il 5 maggio per manifestare l’intenzione di cambiare linea? Perché non ci si è mossi subito per garantire l’approvvigionamento di reagenti e allargare il numero di laboratori autorizzati a fare test? Perché questo monopolio pubblico dei tamponi? Perché non abbiamo fatto come la Germania, che ha invitato a testare e tracciare tutti i soggetti sintomatici? Non so se queste domande meritino la costituzione di “un’alta commissione indipendente” (come suggerisce Franco Debenedetti), o l’avvio di nuove inchieste giudiziarie dopo quelle sulle residenze per anziani (come altri auspicano). So solo che le stime più prudenti del costo di aver scoraggiato i tamponi sono scioccanti (le pubblicherà a giorni la Fondazione Hume), che il numero di morti effettivi è almeno il doppio del numero ufficiale, e che continuare così costerà altre vittime, oltre a quelle che la riapertura inevitabilmente comporta. Aver avviato la Fase 2 senza aver costruito le sue precondizioni fondamentali (mascherine, tamponi, tracciamento, indagine nazionale sulla diffusione) è stato certamente un errore, che ci sta già costando caro. Lo ha rilevato con preoccupazione il prof. Massimo Galli (ospedale Sacco di Milano) che, intervistato pochi giorni fa da Selvaggia Lucarelli, ha sconsolatamente osservato: “Possiamo solo affidarci a Santa Mascherina (…) Non è mai stato fatto un esperimento analogo nel mondo. E’ la prima volta che si tenta di arginare un’epidemia dicendo: esci con la mascherina e osserva il distanziamento. Io le dico che non esiste un lavoro scientifico che provi l’efficacia di questa strada”. Ora che l’errore è stato fatto, e che il rischio ce lo siamo preso, possiamo solo augurarci una cosa: che il timore di dover riconoscere che si è sbagliato, non induca la classe politica, nazionale e locale, a perseverare nell’errore.
Francesco Bonazzi per “la Verità” il 23 aprile 2020. Ci sono immagini che restano impresse, specie adesso che siamo tutti distanziati e con le mascherine. Immagini gioiose, come le 40.000 persone stipate in piazza Libertà, a Bari, per l' Angelus del papa a conclusione del sinodo «Mediterraneo, frontiera di pace». Era il 23 febbraio, ma sembra una vita fa. Il resoconto dell' Ansa alla fine di quella giornata ha un titolo che oggi sembra imbarazzante: «Messa Papa con 40.000, sconfitta psicosi coronavirus». Ma oggi sappiamo che a Roma c' era un uomo che deve aver sudato freddo, anche perché con Bergoglio c'era pure Sergio Mattarella. Quell' uomo è Roberto Speranza, ministro della Salute, che dal 12 febbraio aveva un rapporto segreto che ipotizzava già una tragedia da centinaia di migliaia di morti. E che è stato zitto, per non allarmare la nazione. «Quanti si aspettavano una piazza semivuota a causa di una psicosi da coronavirus sono stati smentiti», gioisce l' agenzia Ansa, perché «l' affetto per il Papa e la fede hanno sconfitto ogni paura e in 40.000 hanno atteso Francesco a Bari, dove ha celebrato la santa Messa []. Nel capoluogo pugliese, per assistere alla celebrazione, è giunto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Avrebbe dovuto esserci anche il premier, Giuseppe Conte, che ha dovuto però rinunciare per impegni legati all' emergenza coronavirus». Almeno lui, ha evitato la passerella con folla oceanica solo 10 giorni prima di chiudere l' Italia. Dopo che è venuta fuori la storia del dossier segreto, dal ministero della Salute hanno precisato i tempi di questa vicenda. La richiesta di un' analisi sull' impatto dell' epidemia da Covid-19 porta la data del 22 gennaio. Il 12 febbraio arriva al Comitato tecnico scientifico una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo. Tutti i lavori si sono svolti con la massima riservatezza. La relazione prevede anche uno scenario drammatico, ma dalla Salute sottolineano che «ancora il 14 febbraio l' Ecdc, l' Agenzia dell' Unione europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio». Sappiamo che purtroppo è andata ben diversamente, con migliaia di morti ogni giorno, scandalosi ritardi su mascherine, ventilatori polmonari, test sierologici. Tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio, il governo italiano blocca i voli con la Cina, ma solo quelli diretti, e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre ai passeggeri. Peccato che fosse possibile tornate in Italia dalla Cina con qualunque triangolazione, via Parigi come da Francoforte, e che il Coronavirus stesse già girando in Lombardia da metà gennaio. Ora si scopre che quel rapporto commissionato il 22 gennaio dal ministero della Salute comprendeva un terzo scenario, con un tasso di contagiosità superiore a 2, che diceva chiaramente come vi sarebbero state «tra le 600.000 e le 800.000 vittime» se l' Italia non si fosse fermata, non avesse isolato le zone rosse e non avesse chiuso in casa i cittadini. Ieri, il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, ha detto al Corriere della Sera che il ministero non ci ha dormito sopra, ma semplicemente si è deciso di non rendere noto quello studio «per non gettare nel panico la popolazione». Il fatto è che non devono essere stati «gettati nel panico» anche le massime autorità. Immaginiamo il tormento del giovane ministro potentino, cresciuto nella disciplina del Pd-Pds, che con quei numeri terrificanti nella mente, applica alla lettera l' articolo 3 della Costituzione sull' eguaglianza di ognuno di noi davanti alla legge e si cuce la bocca con tutti. E così Mattarella porta in giro la sua rassicurante chioma paleodemocristiana per il Paese intero, inaugurando e presenziando, fino al 7 marzo, quando Giuseppe Conte chiude tutto. I sindaci delle città più colpite, a cominciare da Giorgio Gori a Bergamo e Beppe Sala a Milano, girano per le strade, stringono mani, senza mascherina. E il 7 marzo dev' essere stato terribile, per il riservatissimo Speranza, apprendere che anche l' amico Nicola Zingaretti era positivo al virus importato dalla Cina. Il premier Conte, invece, avrà annusato qualcosa e il 24 febbraio ha annullato una giornata in Romagna, tra Forlì, Ravenna e Cesena, in cui avrebbe dovuto inaugurare un po' di aziende del mondo delle cooperative bianche. O ha parlato con Speranza, o è stato ispirato da Padre Pio, del quale è devotissimo. Insomma, chissà se mai si saprà quante persone, ai vertici dello Stato, hanno letto quel maledetto rapporto di 55 pagine che dal 12 febbraio avvertiva di un' autentica tragedia collettiva in arrivo. Visto che per una ventina di giorni hanno tutti girato tranquilli come trottole, a cominciare dalla prima persona che andava protetta dal possibile contagio, ovvero Sergio Mattarella, immaginiamo che il compagno Speranza sia stato fieramente silente. Oppure che si sia confidato, al massimo, con l' amico Pier Luigi Bersani, che davanti a una birretta gli avrà detto: «No, ma dai Robertino, mica possiamo smacchiare i germi patogeni».
Gli errori nelle carte del governo: così Covid è dilagato in Italia. Il piano segreto, le direttive agli ospedali, il divieto di fare autopsie e i pochi tamponi: tutti i buchi del "modello italiano". Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini, Lunedì 11/05/2020 su Il Giornale. Sono casi fotocopia. L'insorgenza del virus, le difficoltà nel riconoscerlo e poi l'ondata di morte. In tutti i Comuni focolaio, nelle prime ore del contagio, i medici si scoprono senza armi. Sebbene il governo sappia da settimane i rischi a cui il Paese sta andando incontro, le direttive ministeriali sono farraginose, le mascherine Ffp3 sono introvabili e i respiratori adatti a tenere in vita i casi più gravi di Covid insufficienti a far fronte allo tsunami sanitario che ci sta travolgendo. Al netto di tutte le polemiche, che seguiranno nelle settimane successive alla scoperta del "paziente 1" a Codogno, il vero vulnus, che alla fine di febbraio fa precipitare la situazione, è l'inazione del governo. Perché, sebbene il 20 gennaio abbia già in mano un documento tanto allarmante da preferire di non divulgarlo per "non spaventare i cittadini", rimane con le mani in mano? "Non c'è stato alcun vuoto decisionale - assicura al Corriere della Sera il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani - già dal 20 gennaio avevamo pronto un piano secretato e quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio". Si tratta di uno studio ipotetico, per carità. Ma già in quelle 55 pagine si capisce che il rischio per il Paese è altissimo. Eppure nessuno si muove. Le direttive ministeriali non vengono aggiornate. Tanto che a fine febbraio è ancora in vigore quella approvata il 27 gennaio che considera "casi sospetti" solo quelle persone con una "infezione respiratoria acuta grave" che siano anche state in "aree a rischio della Cina", che abbiano lavorato o frequentato "un ambiente dove si stanno curando pazienti" colpiti da Covid-19 o che abbiano avuto contatti stretti con un "caso probabile i confermato da nCoV". Sulla base di queste linee guida, mai e poi mai si farebbe il tampone a Mattia, il 38enne ricoverato all'ospedale di Codogno con una polmonite che non risponde alle cure convenzionali. È grazie all'intuito di un'anestesista che, assumendosi la responsabilità di fargli il test "anche se i protocolli italiani non lo giustificano", sblocca la situazione e apre gli occhi al governo e all'intero Paese. C'è anche un'altra direttiva del ministero della Salute che, se applicata alla lettera, non permetterebbe mai di arrivare a scoprire l'utilità dell'eparina per sconfiggere il coronavirus. È quella che dispone di non fare autopsie sui pazienti uccisi dal Covid-19. Il motivo è evitare di "perdere tempo" con casi di cui si conosce già l'esito. Ma all'ospedale Papa Giovanni XXII, come raccontato dal Corriere della Sera, il direttore del dipartimento di Medicina di laboratorio e Anatomia patologia, Andrea Gianatti, decide di fare di testa sua. E, insieme a Aurelio Sonzogni, si mette a fare autopsie già dal 23 marzo. "È stato chiaro abbastanza presto che questa malattia si stava manifestando in forma diverse, multiple", spiega. La necessità di capire li porta così a scoprire l'utilità dell'eparina contro le trombosi. L'altra grande ferita riguarda i tamponi. In molti ormai si sono persuasi all'idea che per frenare il contagio serva un tamponamento di massa per scovare anche gli asintomatici. Ma su questo tema il governo (e gli esperti dell'Iss) hanno sempre sostenuto la tesi opposta. Il 27 febbraio Angelo Borrelli e il direttore dell'Iss, Franco Locatelli, annunciano che da quel momento in poi solo i sintomatici verranno sottoposti al test per il coronavirus. L'Iss lo mette per iscritto in un documento in cui spiega come non sia "scientificamente giustificabile" realizzare esami a tutti, visto che "nella larghissima maggioranza dei casi risulteranno essere negativi". Inoltre, secondo gli esperti il contributo degli asintomatici alla diffusione dell'epidemia "appare limitato". Meglio quindi non sprecare i materiali. Ed è per questo che l'Italia nella prima fase dell'epidemia deciderà di realizzare pochi, pochissimi test. L'unica Regione a muoversi diversamente è il Veneto, che sin da subito applica la regola del "tampone a strascico". Tradotto: sottoporre alle analisi quanti più cittadini possibile, in modo da contenere il contagio. I numeri oggi ci dicono che la strategia veneta era azzeccata. Dunque viene da chiedersi: perché non l'ha adottata sin da subito anche il governo? I motivi sono almeno due. Il primo è di natura "politica": in un primo momento, per evitare che l'Italia venisse disegnata come il grande lazzaretto d'Europa, si è preferito "vedere" meno contagi. Il secondo è invece pratico: il Belpaese non era (e non è) attrezzato per realizzare tanti tamponi quanti ne servirebbero. A dirlo è lo stesso ministero della Salute, che in una circolare del 3 aprile certifica le "carenze nella disponibilità di reagenti necessari per l'esecuzione di questi test" e suggerisce di dare la priorità ad alcune categorie più a rischio (ricoverati, operatori sanitari, anziani), isolando "tutti gli altri individui che presentano sintomi", ma senza sottoporli a "test supplementari". Cioè lasciandoli nell'incertezza. Intanto però il virus circola. Contagia. E uccide.
Alessandro Da Rold per “la Verità” il 23 aprile 2020. Il Copasir presieduto dal leghista Raffaele Volpi vuole vederci chiaro sulle mosse del governo di Giuseppe Conte per fronteggiare l' emergenza covid 19. E ascolterà nei prossimi giorni il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello dell' Innovazione, Paola Pisano, sia per conoscere il contenuto del piano richiesto a gennaio che il governo avrebbe poi secretato sia per approfondire l' applicazione Immuni che dovrebbe accompagnarci nella fase 2 di riapertura dell' Italia dopo il lockdown. Il Copasir chiede l' immediata acquisizione del documento segreto che, stando a quanto sostenuto dal direttore della programmazione sanitaria, Andrea Urbani, sarebbe di circa 55 pagine. L' esecutivo lo avrebbe redatto il 12 febbraio insieme con la prima task force sul coronavirus. Quello studio, nascosto quindi a una parte dei nostri servizi segreti e in particolare alle opposizioni parlamentari, non sarebbe stato divulgato per non «gettare nel panico la popolazione». Anche perché si ipotizzavano tra i 600.000 e gli 800.000 contagi e si documentava la carenza di posti letto in terapia intensiva. A quanto pare si tratta di un testo fondamentale, perché avrebbe accompagnato le decisioni di tutto l' esecutivo durante questi due mesi di emergenza. Perché il Copasir che controlla l' operato dei nostri servizi ne era all' oscuro? A questa domanda potrebbe rispondere Gennaro Vecchione, numero uno del Dis, molto vicino al presidente del Consiglio, Conte: anche Vecchione sarà ascoltato a palazzo San Macuto. Ieri il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto senza mezzi termini che «il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L' Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere». Tra le audizioni è prevista quella del vicedirettore per la cybersicurezza della presidenza del Consiglio, Roberto Baldoni. Pisano e Baldoni avranno il compito di spiegare al Copasir come si è arrivati a scegliere la società Bending spoons per l' applicazione Immuni, come stabilito dal decreto della scorsa settimana firmato dal commissario Domenico Arcuri. L' affidamento è gratuito, ma come ha spesso detto Tim Cook, ceo di Apple, «se il servizio è gratis, il prodotto sei tu». Dopo la formazione di una task force di 74 persone, ormai sciolta, negli ultimi giorni sono emersi un po' ovunque gli incroci societari dell' azienda milanese che produce applicazioni. Per di più è saltato fuori un collegamento con la Svizzera, perché Bending spoons fa parte di un consorzio non profit (Pepp-pt) appena costituito, con sede legale proprio al di là della Alpi e sotto vigilanza del governo di Berna. Di trasparenza ce n' è stata poca da parte del governo, tanto che anche i 74 hanno dovuto siglare un accordo di riservatezza. Tutto ruota intorno alla conservazione dei dati sanitari (i più sensibili) e l'anomizzazione degli stessi. Il problema, quindi, saranno anche le eventuali correlazioni e incroci con i cosiddetti big data, l' oro del nuovo millennio. Siccome lo Stato italiano non ha un proprio data center nazionale, dove verranno staccati questi dati? Magari su cloud di società private all' estero? Non si conosce poi ancora il codice sorgente che nel decreto viene definito «aperto». Ma fino a questo momento di codici non se ne sono visti. Il garante della privacy, Antonello Soro, che ha ricordato che questi dati devono essere gestiti solo «da un' autorità pubblica, controllabile». Non sarà semplice, data la rete di interessi intorno. La app sarà sviluppata da Bending spoon insieme con il centro medico Sant' Agostino di Luca Foresti e Jakala, società di marketing milanese dove vanta una quota (2,7%) il finanziere renziano Davide Serra. I renziani sono sempre stati sostenitori dei big data. Nel 2016 spuntò fuori un documento, anche questa volta segreto, con cui il governo Renzi stipulava un accordo con Ibm per il trattamento dei dati sanitari di circa 61 milioni di cittadini italiani. Ma questa è un' altra storia.
Dagospia il 22 aprile 2020. A FEBBRAIO C'ERA UN PIANO SEGRETO ANTI-EPIDEMIA MA NON FU RIVELATO PERCHÉ FACEVA TROPPA PAURA. E ALLORA COSA HANNO FATTO? HANNO DETTO ALLA GENTE DI NON AVERE PAURA! - AGGIUNGI QUESTO ALLE CAZZATE DELL'OMS, OVVERO IMPORRE TAMPONI SOLO A CHI AVEVA SINTOMI EVIDENTI ED ERA STATO IN CINA (UNO SBAGLIO CLAMOROSO, ALLA LUCE DEI TANTI CASI DI POLMONITI ANOMALE A GENNAIO IN LOMBARDIA); DIRE CHE GLI ASINTOMATICI NON ERANO CONTAGIOSI; SCONSIGLIARE E DERIDERE L'USO DELLE MASCHERINE.
Mauro Rizzi: Vergogna! Non avete preparato un piano per l’epidemia! Non è vero, c’era ma era segreto perché faceva troppa paura. E allora cosa avete fatto? Siamo andati in TV a dire alla gente che non c’era niente di cui aver paura.
Twitter 7:39 PM - Apr 21, 2020.
Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 22 aprile 2020. A marzo il documento firmato dal direttore della programmazione del Ministero della Salute, Andrea Urbani, chiede a tutte le regioni di aumentare del 50 per cento i posti di terapia intensiva. Si tratta di un investimento importante, scatta la ricerca dei ventilatori che diventano introvabili sul mercato internazionale, qualcuno addirittura teme che possa essere uno spreco di denaro. In Lombardia il caso del paziente uno di Codogno, contemporaneo in realtà ai due del Veneto, è appena scoppiato (20 febbraio), ma ancora non si sa se sarà un focolaio circoscrivibile o se interesserà le altre regioni. Ma tra gennaio e febbraio, quando si comincia a parlare di epidemia a Wuhan e Sars-CoV-2 non aveva ancora il nome che sarà scelto successivamente dall' Oms, la simulazione di un centro di ricerca per conto dell' Istituto superiore della sanità, fa delle previsioni. E sono molto simili a quelle che saranno udite poi nel Regno Unito, prima che Boris Johnson decidesse tardivamente le misure di contenimento. Ipotizza centinaia di migliaia di vittime in Italia se non si argina l' epidemia, soprattutto se non si organizzano le strutture ospedaliere, perché l' esempio di ciò che sta succedendo a Wuhan e nella provincia di Hubei spaventa. Comincia lì la linea del rigore del ministro della Salute, Roberto Speranza, che da subito nel governo è tra coloro che chiedono con più forza il lockdown. Qualcuno, nelle varie riunioni che si succedono anche con la Protezione civile, paventa: «Non avremo mai i posti di terapia intensiva che saranno necessari, saremo travolti». Ieri dal Ministero della Salute hanno raccontato: la richiesta di un' analisi sull' impatto dell' epidemia è del 22 gennaio, il 12 febbraio è arrivata una prima versione, poi aggiornata il 4 marzo, al Comitato tecnico scientifico. «In quella fase tutti i lavori si sono svolti in forma riservata». Aggiungono: «Ancora il 14 febbraio l' ECDC, l' Agenzia dell' Unione Europea per la prevenzione e il controllo delle malattie dava come bassa la possibilità di diffusione del contagio in Europa. E in quel momento i contagi in Italia erano 3, tutti importati dalla Cina, e i casi in Europa erano 46. Le prime misure sono del 21 febbraio». Torniamo a gennaio-febbraio, le prime decisioni del governo: si bloccano i voli diretti con la Cina e si mettono i termoscanner negli aeroporti per misurare la febbre dei passeggeri. Visto con il senno di poi, sono scelte che non bastano. Dalla Cina si arriva comunque con le triangolazioni e, soprattutto, scopriranno gli esperti più tardi, il virus in Lombardia sta girando massicciamente da metà gennaio (come d' altra parte anche in altre zone d' Europa). Chiaro, dunque? Da una parte ci sono i piani che, come sempre avviene in questi casi (e probabilmente come è stato fatto anche in altri Paesi europei) restano riservati e valutano vari scenari: uno è molto preoccupante. Dall' altra ci sono scelte sul lockdown su cui si prende tempo, anche se poi l' Italia sarà la prima a chiudere tutto (l' 11 marzo) perché sarà la prima a essere investita dallo tsunami. Forse solo la Germania riesce a organizzarsi per tempo e oggi, pur con un contagio diffuso, ha un numero di morti molto inferiori. Gli altri paesi - Regno Unito, Francia e Spagna - seguono le orme dell' Italia. Racconta un esperto, che fa parte del comitato tecnico scientifico: «Dico la verità, abbiamo capito che ci sarebbero stati problemi molto seri alla luce di quanto stava avvenendo a Wuhan, quando abbiamo visto la facilità di trasmissione del virus; il fattore decisivo è stato capire che anche chi non aveva sintomi evidenti poteva contagiare altre persone. In un mondo globalizzato come quello di oggi, era quasi inevitabile una diffusione del coronavirus in tutto il Paese e anche in Europa».
LE FALLE. A febbraio, malgrado le previsioni cupe, si fecero errori anche per colpa dell' Oms: si permisero i tamponi solo a chi aveva sintomi evidenti ed era stato in Cina (con il senno di poi uno sbaglio clamoroso, anche alla luce dei tanti casi di polmoniti anomale segnalate a gennaio in Lombardia); si disse che gli asintomatici non erano contagiosi; si sconsigliò e quasi si derise l' uso delle mascherine.
Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 23 aprile 2020. Nel Comitato tecnico scientifico che ha lavorato sul piano anti-pandemia secretato c'era anche un dirigente della Regione Lombardia. Nella lettera di incarico della Conferenza delle Regioni, datata 4 febbraio, viene detto chiaramente che Alberto Zoli è «rappresentante regionale». «Ma non era lì per noi, non ci ha mai riferito nulla» giura il governatore della Lombarda, Attilio Fontana. Torniamo indietro con il nastro. Quando a fine gennaio a Roma apparve la prima ambulanza di biocontenimento, con gli infermieri protetti dalle tute bianche che andarono in un hotel a recuperare i due turisti di Wuhan positivi al coronavirus, l'alert dell'Organizzazione mondiale della sanità, rilanciato a tutte le Regioni, era già noto da settimane. In altri paesi europei, ogni giorno, venivano annunciati nuovi casi positivi. «Di cosa stiamo parlando? - racconta una fonte interna ai dem commentando le polemiche sul piano segreto sul coronavirus che ipotizzava anche rischi molto pesanti - era ovvio che l'Italia si fosse preparata con una serie di scenari ipotizzati dagli esperti. Ora la Lega sta alzando polverone solo perché vuole distogliere l'attenzione dal caso Lombardia». Sul piano segreto e sulle previsioni degli esperti che, prima a fine gennaio, poi più nel dettaglio il 12 febbraio, mettevano in guardia di fronte alle possibili conseguenze dell'epidemia di Sars-CoV-2, ieri tutta l'opposizione è andata all'attacco, a partire dalla Lega e dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ripetuto che al Paese non servono le polemiche. E ha confermato: «Lo studio per preparare le misure relative alla lotta contro l'eventuale arrivo del coronavirus è stato condotto da ministero della Salute, Istituto superiore di sanità, Spallanzani e ha contribuito il rappresentante delle regioni nel Comitato tecnico scientifico. Lo studio è stato uno degli strumenti utili alla definizione delle misure adottate dal 21 febbraio». Speranza ricorda che sarebbe stato grave non avere un piano: «È un merito aver approfondito i possibili scenari e le eventuali azioni da mettere in atto già dal 12 febbraio quando in Italia c'erano 3 casi e il centro europeo per la sorveglianza ed il controllo delle malattie, considerava bassa la possibilità di diffusione del contagio». Sull'altro fronte il centrodestra, e in particolare la Lega che sta tentando di fare scudo in difesa di Fontana (anche ieri la Lombardia, malgrado il lockdown, ha registrato 1.161 casi), insiste. Il Copasir sentirà in audizione Speranza, il ministro dell'Innovazione Paola Pisano, il direttore del Dis, generale Gennaro Vecchione e Roberto Baldoni, vicedirettore per la cybersicurezza del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio. Oggetto: approfondimento sull'emergenza coronavirus (dunque il piano segreto) e la App Immuni. Ad annunciarlo il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, che è un senatore della Lega. L'offensiva è guidata dal leader, Matteo Salvini: «Se è vero che questo piano segreto è stato tenuto nascosto non solo agli italiani ma anche ai sindaci e ai governatori sarebbe di una gravità inaudita. Qualcuno ne dovrà rispondere». Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, esprime un pensiero molto simile: «Il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. L'ha detto il direttore generale del ministero della Sanità, Urbani, parlando di un piano riservato. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L'Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere. Chiedo chiarimenti al presidente del Consiglio Giuseppe Conte».
Ancora: in realtà ai primi di febbraio un esperto di Regione Lombardia, Alberto Zoli (direttore di Areu, l'agenzia regionale per l'emergenza urgenza), è entrato a fare parte del Comitato tecnico scientifico della Presidenza del Consiglio. Come mai non ha informato Fontana dello studio sui rischi della pandemia? Replica del governatore: «Era in qualità di esperto in emergenza e urgenza, non di Regione Lombardia. Detto ciò nessuna informazione inerente il suo lavoro all'interno del Cts ci è mai stata riferita, anche perché - come lo stesso Zoli ci ha comunicato dal principio - l'incarico era di natura strettamente riservata».
In sintesi: Fontana sapeva che un esperto di Regione Lombardia stava lavorando con il Comitato tecnico scientifico sui rischi della pandemia, ma con un «incarico strettamente riservato». Anche Fratelli d'Italia si schiera con la Lega. Il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida: «Conte deve chiarire».
Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 23 aprile 2020. La notizia del «piano segreto» per l' emergenza coronavirus diventa uno strumento di lotta politica. La Lega si scaglia contro il governo e invoca le dimissioni del premier Giuseppe Conte. Il Copasir, guidato dal leghista Raffaele Volpi, vuole sentire il ministro della Salute e chiederà l'«immediata acquisizione» del documento secretato. Ma Roberto Speranza schiva lo scontro e invita a lavorare «senza polemiche politiche». Per il ministro di Leu, che sottolinea come il testo finito nella bufera non fosse un piano, bensì uno studio, quelle 60 pagine di tabelle e proiezioni matematiche ispirate al dramma di Wuhan hanno consentito all' Italia di salvare migliaia di vite: «La prima bozza è del 12 febbraio, quando in Italia c' erano 3 casi e il Centro europeo per la sorveglianza e il controllo delle malattie considerava bassa la possibilità di diffusione del contagio». Due giorni fa il direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero, Andrea Urbani, ha spiegato al Corriere della Sera che nel documento erano simulati tre scenari: uno dei quali così drammatico che si è scelto di non divulgare lo studio «per non scatenare il panico nella popolazione». Secondo la proiezione più funesta, in assenza di lockdown l' Italia rischiava la cifra choc di 600 mila, forse 800 mila morti. Numeri sconvolgenti, che adesso al ministero nessuno più conferma. Quanto alla scelta di tenere riservato il documento, sarebbe stata presa in seno al Comitato tecnico-scientifico e non al ministero della Salute. Le opposizioni accusano il governo di essere rimasto inerte per un mese. E Matteo Salvini attacca: «Se è vero che questo piano "segreto" è stato tenuto nascosto non solo agli italiani, ma anche ai sindaci e ai governatori, sarebbe di una gravità inaudita». Il ministro Speranza rivendica «il merito di aver approfondito con quello studio i possibili scenari e le eventuali azioni da mettere in atto dal 21 febbraio, quando è scoppiato il primo focolaio». E, per rispondere indirettamente al leader del Carroccio, ricorda che il piano è stato elaborato dal ministero «con l' istituto superiore di Sanità, lo Spallanzani e anche le Regioni». Ma il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, assicura di non essere a conoscenza di alcun piano pandemico del governo: «Non c' è stato alcun coinvolgimento di Regione Lombardia». Il governatore ha scritto a Conte per chiedere dell' esistenza del piano e ha smentito che Alberto Zoli, direttore di Areu, abbia avuto un ruolo nella stesura del documento: «È stato chiamato a far parte dai primi di febbraio del Comitato tecnico-scientifico della Presidenza del Consiglio, ma in qualità di esperto in emergenza e urgenza, non di Regione Lombardia». Il leghista Roberto Calderoli ritiene «molto grave» quello che è emerso con le rivelazioni di Urbani al Corriere : «Il premier Conte o ignorava i contenuti del piano, e questo sarebbe già un motivo per le dimissioni immediate, oppure ne conosceva i contenuti e questo significa che, quando ancora a febbraio ripeteva che era tutto sotto controllo, stava mentendo al Paese». Urbani ha detto che il ministero ha cominciato a lavorare al piano intorno al 20 gennaio, il che autorizza la Lega, con Massimiliano Romeo, ad accusare Palazzo Chigi di non aver lanciato in tempo l' allarme: «Perché il governo non ha agito di conseguenza informando tutti, reperendo e facendo produrre dispositivi di sicurezza e attuando piani a tutela della salute pubblica?».Una critica che Speranza neutralizza, calendario alla mano: «La prima versione è del 12 febbraio, quando in Italia i malati di Covid erano solo tre». E il caso continua.
Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 21 aprile 2020. Dal ministero della Salute è uscito a gennaio un «piano nazionale di emergenza» per contrastare il coronavirus. In quelle pagine sono scritti gli orientamenti programmatici che hanno ispirato le scelte del governo. Il documento contiene tre scenari per l' Italia, uno dei quali troppo drammatico per essere divulgato senza scatenare il panico tra i cittadini. Per questo il piano è stato secretato. Se la più fosca delle previsioni non si è realizzata, è perché il governo ha scelto, anche se gradualmente, di chiudere i battenti del Paese e imporre il distanziamento sociale. È questa la spiegazione che arriva dai tecnici del ministero della Salute dopo l' inchiesta del Corriere , che ha ricostruito un mese di ritardi nella gestione dell' emergenza. «Non c' è stato nessun vuoto decisionale - risponde Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria -. Già dal 20 gennaio avevamo pronto un piano secretato e quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio». Perché allora la Lombardia è stata aggredita dal virus con tanta violenza? «Si può sempre fare meglio, ma siamo stati investiti da uno tsunami, che ha colpito l' Italia come primo Paese in Europa». Le chiusure sono state tardive? «Con il senno di poi, sarebbe stato meglio un lockdown immediato - riconosce Urbani -. Ma allora c' erano solo i due cittadini cinesi e si è deciso di assumere scelte proporzionate. Attenzione, però. Come ha certificato l' Imperial College, se il governo non avesse adottato le zone rosse e le altre misure di contenimento l' Italia avrebbe avuto tra i 600 mila e gli 800 mila morti». Cifre impressionanti, insostenibili con qualunque sistema sanitario nazionale. Ed è questa tragica previsione che a gennaio ha convinto il ministro Roberto Speranza e il Comitato tecnico scientifico a non divulgare il documento, mettendo però in campo una task force contro il virus. Alla luce di quelle pagine si spiega anche la circolare che la Direzione generale della prevenzione sanitaria inviò il 5 gennaio a Regioni e ministeri: «Oggetto: polmonite da eziologia sconosciuta - Cina». In quelle due pagine, firmate dal direttore dell' Ufficio 5 Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale, Francesco Maraglino, si riportano i sintomi clinici dei primi 44 casi di Wuhan: febbre, difficoltà respiratorie e lesioni invasive in entrambi i polmoni. La circolare si conclude con le raccomandazioni dell' Oms, che oggi suonano drammaticamente stonate: «L' Oms raccomanda di evitare qualsiasi restrizione ai viaggi e al commercio con la Cina in base alle informazioni attualmente disponibili su questo evento». Il 30 gennaio, il governo italiano ferma i voli con la Cina. «All' inizio siamo stati sbeffeggiati - ricorda Urbani -. Poi ci sono venuti tutti dietro, anche Francia e Gran Bretagna». Quanto al ritardo nell' acquisto dei ventilatori per i casi più gravi, al ministero della Salute si giustificano ricordando che «comprare le strumentazioni spetta alle Regioni» e il governo centrale in 25 giorni ha raddoppiato le terapie intensive: da 5.179 a 9.200 posti letto. Adesso che la curva dei contagi scende, gli sforzi del ministero sono concentrati sul rischio di una seconda ondata. A fine mese sarà pronto un decreto che conterrà la strategia per potenziare la risposta ospedaliera e indirizzare le amministrazioni delle aree più colpite: potenziare i centri Covid e mettere le strutture sanitarie in condizione di tornare alle loro attività ordinarie.
Lockdown, gli errori del governo Conte: "La prima direttiva del ministero? Un mese dopo l'arrivo del virus". Libero Quotidiano il 20 aprile 2020. Trentotto giorni. Tanti ne sono passati da quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria a quando l’Italia intera ha conosciuto il lockdown per la prima volta. Un’inchiesta del Corriere della Sera ha ripercorso la serie di errori, omissioni e sottovalutazioni che ha accompagnato il coronavirus, a partire dal fatto che la prima direttiva del ministero sia arrivata soltanto un mese dopo la comparsa dell’infezione. Risale al 27 gennaio la circolare del ministero della Salute che prescrive controlli su chi arriva da Wuhan o ha avuto contatti recenti con la Cina, ma il decreto che cambia tutto arriva il 31 gennaio: dichiarazione dello stato d’emergenza e blocco dei voli con la Cina. “Mancano però le istruzioni per l’uso - scrive il Corsera - c’è uno stato d’emergenza, ma non un piano d’emergenza”. Il primo documento governativo che spiega cosa fare è del primo marzo, un mese dopo e quando ormai l’epidemia è già scoppiata in tutta Italia: lo firma il direttore generale della Salute, Andrea Urbani e accoglie le richieste del comitato tecnico scientifico, secondo cui è necessario che nel minor tempo possibile sia attivato nelle strutture pubbliche e private un incremento delle disponibilità di posti letto in terapia intensiva e nei reparti di malattie infettive. Cos’è successo in questo mese di limbo, tra il primo e l’ultimo weekend di febbraio? Se lo chiede il Corsera, che parla di “opinioni discordanti” all’interno del governo. Il ministro Roberto Speranza è stato sin dal principio per la linea dura: “chiudere tutto”, ha ripetuto in ogni Consiglio dei ministri, ma Giuseppe Conte ha scelto di chiudere il Paese un passo alla volta, decreto dopo decreto. Fatto sta che il weekend del 7 e 8 marzo ha fatto tanti danni a causa di quella famosa fuga di notizie sulla bozza del decreto: lunedì 9 il premier ha poi annunciato la zona rossa in tutta Italia, trentotto giorni dopo la vuota dichiarazione di stato d’emergenza.
Le 55 pagine con scenari shock nel piano segreto del governo. Il 22 gennaio si riunisce la prima task force del ministero della Salute per elaborare un piano contro il coronavirus. Perché il governo ha tardato tanto a intervenire? Francesca Bernasconi, Mercoledì 22/04/2020 su Il Giornale. Un piano nazionale per combattere l'emergenza coronavirus, che proiettava scenari così drammatici tanto da spingere il governo a tenerlo segreto. A rivelarlo è un'inchiesta del Corriere della Sera, ma la notizia è stata confermata anche da una nota del Ministero delle Salute, guidato da Roberto Speranza. Il 22 gennaio, il ministro Speranza aveva riunito la prima task force contro il Covid-19. Quel giorno, ha spiegato il ministro a Cartabianca, su Raitre, "abbiamo iniziato a lavorare ed è stato elaborato uno studio ipotetico in caso di arrivo del virus. Era articolato su varie ipotesi, migliori e anche largamente peggiori", rispetto a quello che poi si è verificato in Italia. La prima elaborazione dello studio, a cura della Direzione programmazione del Ministero della Salute, dell'Istituto superiore della Sanità e dell'Inmi Spallanzani, risale a febbraio, quando "sono state indicate anche alcune misure di reazione". Gli esperti avevano fatto una previsione sui possibili scenari dell'epidemia e dell'impatto che l'emergenza avrebbe potuto avere sul sistema sanitario, "identificando una serie di eventuali azioni da attivare in relazione allo sviluppo degli scenari epidemici, al fine di contenerne gli effetti". La prima versione di questo studio risale al 12 febbraio, quando ancora l'Italia non era in emergenza e i contagiati erano solamente 3, tutti provenienti dalla Cina. Il documento è stato presentato al Comitato tecnico scientifico per essere approfondito: "In quella fase- precisa il ministro Roberto Speranza in una nota-tutti i lavori del Comitato Tecnico-Scientifico si sono svolti in forma riservata". Il piano elaborato a febbraio "ha poi contribuito alla definizione delle misure e dei provvedimenti adottati a partire dal 21 febbraio, dopo la scoperta dei primi focolai italiani". Così il ministro si difende da chi ha accusato il governo di aver tardato gli interventi per contenere la diffusione del coronavirus. Nonostante il governo avesse già tra le mani diversi scenari, anche drammatici, sulla possibile situazione italiana, il decreto che decide per il lockdown in tutta Italia è arrivato a marzo, quando tutto il Paese è stato dichiarato zona rossa. "Penso sia stato un merito aver elaborato questo studio- ha precisato il ministro-Il 21 febbraio abbiamo firmato l'ordinanza nell'area del Lodigiano, eravamo pronti proprio perchè avevamo fatto uno studio di previsione. Quello che abbiamo capito subito è che bisognava intervenire con durezza, altrimenti il prezzo anche in termini di vite sarebbe stato molto più salato di quello che già stiamo pagando". Tra gli scenari contenuti nelle 55 pagine del dossier, infatti, ne era stato previsto anche uno peggiore rispetto alla situazione attuale, che si sarebbe potuto verificare nel caso in cui "il nostro Paese non avesse scelto di fermare i motori dell'economia, isolare le zone rosse e chiudere in casa le persone". Infatti, nel terzo scenrio preso in considerazione, il più catastrofico, costruito con i modelli matematici dei contagi in atto a Wuhan, il tasso di contagiosità (R0) era stimato come superiore a 2. In quel caso, secondo quanto ha raccontato il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, al Corriere, i morti sarebbero potuti essere "tra 600mila e 800mila". Il piano non è stato reso noto. Il motivo, secondo quanto spiega Urbani al quotidiano, sarebbe stato quello di "non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio". I numeri, infatti, erano allarmanti. E non si tratterebbe solamente di quelli riguardanti le possibili vittime, ma anche quelli sui posti letto in terapia intensiva: "La nota ufficiale non lo dice- si legge nell'articolo del Corriere- ma tra le pagine più allarmanti del documento ci sono quelle che stimano la necessità di posti letto in rianimazione e terapia intensiva".
[Il caso] Dimenticato, mai applicato o insufficiente? La strana storia del Piano contro le pandemie che poteva limitare i danni del virus. Claudia Fusani su Tiscali il 9 aprile 2020. Delle due l’una: o non sapevano di averlo oppure lo hanno applicato ma troppo in ritardo e non ha potuto sortire gli effetti previsti. Delle due non si sa quale sia l’ipotesi peggiore. Una cosa è certa: se a gennaio governo e regioni avessero applicato alla lettera il "Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” in vigore dal 2016 - e da allora probabilmente rimasto in un cassetto - i numeri della pandemia da coronavirus oggi sarebbero diversi. E il paese potrebbe aver già superato la fase del lockdown che ormai va avanti dall’8 marzo ed è programmata almeno fino al 13 aprile. Quaranta giorni in attesa che il premier Conte comunichi al Paese - tra il venerdì e il sabato santo, a meno che non voglia far coincidere con la Pasqua di Resurrezione qualche buona notizia laica - il nuovo lockdown di altre due settimane.
L’interrogazione parlamentare. La questione del Piano antipandemico disatteso, dimenticato o insufficiente è oggetto di una interrogazione parlamentare del senatore Gregorio De Falco, l’ufficiale comandante di Capitaneria di porto diventato senatore in quota 5 Stelle ma in fretta, dopo pochi mesi, espulso e poi approdato al gruppo Misto per divergenze di vedute con il Movimento. “Non è stato attuato il vigente Piano Antipandemia, né alla notizia del contagio, per prepararsi a difendere il nostro Paese a cominciare dalle scorte di materiali (DPI per il personale sanitario e ventilatori polmonari) e con l’adozione di specifiche istruzioni operative, né successivamente all'insorgere dei primi focolai, e nemmeno quando il Governo ha dichiarato l’emergenza nazionale. Infatti, per vedere un primo significativo ordine di dispositivi si è dovuto attender sino al 5 marzo, ossia solo dopo la nomina del commissario Arcuri” si legge nell’interrogazione depositata a palazzo Madama il primo aprile. Che interroga il governo su tre semplici domande. La prima: “Per sapere se il Governo fosse a conoscenza dell'esistenza del piano pandemico ricordato”. La seconda: “Se il piano avesse, ed abbia, vigenza o se sia stato mai abrogato, e in tal caso quando e con quale atto”. La terza: “Perché, pur nell'ipotesi che il piano fosse stato abrogato e non sostituito, non si sia comunque tenuto conto delle prescrizioni ricordate, e delle altre presenti nel documento, e che, implementate in tempo, e non in piena emergenza, avrebbero potuto quantomeno contenere gli effetti devastanti del virus”.
Non è tempo di polemiche. Sappiamo che non è tempo di polemiche e che comunque è importante fare tesoro di questa esperienza per non ripetere più i tanti, troppi errori. Sappiamo anche che l’Italia ha, tutto sommato, intrapreso per prima in Europa e nel mondo la cura necessaria per fronteggiare la pandemia. Ma il male comune in questo caso non è mezzo gaudio per nessuno. Possiamo anche dire che la reazione seppure tardiva di governo e Regioni, titolari in materia di Salute pubblica, almeno a partire dal 21 febbraio, il giorno del Paziente 1 a Codogno, è riuscita ad arginare l’epidemia. Ci sono state purtroppo alcune eccezioni, tra queste sicuramente la Lombardia. E’ interessante però vedere cosa c’è nel Piano per rendersi conto che la pandemia avrebbe potuto avere uno sviluppo diverso se anche solo a gennaio, quando il virus cinese era già su tutti i giornali, e a maggior ragione dal 30 gennaio quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria nazionale, fossero state seguite e messe in atto determinate procedure. Quelle, per l’appunto, indicate nel Piano.
76 pagine di istruzioni per l’uso. Fonti dal ministero confermano che “il Piano è stato redatto nel 2016 aggiornando un precedente Piano del 2003” quando i focolai da influenza aviaria sono diventati endemici nei volatili in estremo oriente, il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini ed è diventato più concreto e e persistente il rischio di una pandemia influenzale. Poi c’è stato Ebola, la Sars e le epidemie sono uscite dalle trame dei film e diventate pane quotidiano per virologi ed epidemiologi. Dossier con cui la politica ha dovuto fare i conti. Già nelle prime pagine del Piano sono indicati “obiettivi” e “azioni chiave”. Si spiega che “il Ministero della salute si fa carico di individuare e concordare una serie di azioni”. Con le Regioni “le attività sanitarie sia di tipo preventivo che assistenziale da garantire su tutto il territorio nazionale”. Con i ministeri coinvolti (Mef, Interno e Difesa) “le attività extrasanitarie e di supporto, finalizzate sia a proteggere la collettività che a mitigare l’impatto sull’economia nazionale e sul funzionamento sociale”. Con il Ministero degli Affari Esteri e con gli Organismi Internazionali, devono essere concordati “gli aspetti di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria”. Dunque, come si vede, un’azione corale di cui tutti sono protagonisti e consapevoli.
Obiettivi. Il Piano ha sei obiettivi.
1) Identificare, confermare e descrivere rapidamente casi di influenza causati da nuovi sottotipi virali, in modo da riconoscere tempestivamente l’inizio della pandemia.
2) Minimizzare il rischio di trasmissione e limitare la morbosità e la mortalità dovute alla pandemia.
3) Ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari e sociali ed assicurare il mantenimento dei servizi essenziali.
4) Assicurare un’adeguata formazione al personale sanitario coinvolto in prima linea.
5) Garantire informazioni aggiornate per operatori sanitari, media e pubblico.
6) Monitorare l’efficienza degli interventi intrapresi. Si tratta di obiettivi ragionevoli, quasi ovvii, ma che nelle fasi di emergenza è bene avere davanti messi in fila. Aiuta.
Le “azioni chiave”. Più interessante la lista delle sette “azioni chiave” per raggiungere quegli obiettivi. Il vero e proprio Piano antipandemico. Al primo posto c’è “il miglioramento della sorveglianza epidemiologica e virologica”, quelle rete di uffici coordinati dall’Istituto Superiore della sanità che a livello territoriale dovrebbero registrare eventuali casi che possono diventare epidemie. La medicina territoriale però non ha risposto. Non ha fornito dati. Era stata allertata in via ufficiale? Se sì, perchè quegli uffici-sentinelle sul territorio non hanno segnalato per tempo un aumento di polmoniti anomale? Al secondo posto è indicata “l’attuazione di misure di prevenzione e controllo dell’infezione”, ad esempio misure di sanità pubblica, profilassi con antivirali, vaccinazioni. La terza no, ma le prime due misure sono state previste? Non risulta. Al terzo posto c’è “garantire il trattamento e l’assistenza dei casi”. Importante il quarto punto: “Mettere a punto piani di emergenza per mantenere la funzionalità dei servizi sanitari e di altri servizi essenziali”. Su questo fronte siamo andati in crisi dopo pochi giorni. Totalmente impreparati, dalla mascherine ai posti letto in terapia intensiva, dall’ossigeno alle protezioni per medici e infermieri. Per non parlare dei pronto soccorsi e poi degli ospedali diventati veri e propri luogo di contagio anziché di cura e dove sono state necessarie due settimane per iniziare a dividere e mettere in sicurezza i persorsi Covid da No-Covid. Stiamo recuperando ora un filo di normalità. A seguire, nelle lista delle azioni chiave, si trovano l’obbligo di “piani di formazione” e di “adeguate strategie di comunicazione”. Su questo punto le tv di ogni ordine e grado trasmettono a getto continuo spot istituzionali di spiegazioni e raccomandazioni. “Distanti ma vicini”, “Stai a casa” sono solo i claim più gettonati. La settima e ultima azione chiave prevede di “monitorare l’attuazione delle azioni pianificate, le capacità/risorse esistenti per la risposta, le risorse aggiuntive necessarie, l’efficacia degli interventi intrapresi; il monitoraggio deve avvenire in maniera continuativa e trasversale, integrando ed analizzando i dati provenienti dai diversi sistemi informativi”.
La tempistica. Il monitoraggio è probabilmente accaduto negli ultimi 50 giorni di emergenza sanitaria. Ma prima: ai primi di gennaio quando le notizie dalla Cina erano già tante e coincidenti; e dal 30 gennaio, quando il premier e il ministro della salute dichiarano la stato di emergenza, fino al 21 febbraio quando abbiamo conosciuto il nostro paziente Uno senza mai aver rintracciato il Paziente Zero; in questi 50 giorni cosa è realmente successo? Il sospetto, supportato dai fatti, direbbe nulla o quasi per almeno cinquanta giorni. Non è mai stata smentita la notizia che anzi, a metà febbraio il ministro Di Maio abbia inviato dpi tra cui anche mascherine in Cina per la loro emergenza. Ma l’Italia anche era in emergenza, da un paio di settimane.
Lo scudo penale per gli amministratori. Esaminate le 76 pagine del Piano, tutte redatte in base a linee guida predisposte dall’Oms, restano sul tavolo una serie di considerazioni e domande. Il senatore De Falco le mette in fila. Il risultato, a suo dire, è che nei cinquanta giorni di allerta conclamata tra gennaio e febbraio “non erano più disponibili sul mercato né le protezioni individuali nè i ventilatori polmonari, “costosissimi e introvabili”. Il Piano, si legge nell’interrogazione, “non è stato usato nemmeno come modello di comportamento, sebbene evidenziasse la necessità, non solo umana, ma anche strumentale di proteggere i nostri soldati medici ed infermieri, per proteggere la popolazione”. A tutto questo si è aggiunta anche la beffa dello scudo penale per gli amministratori delle Asl, “chi cioè ha mandato al fronte medici e infermieri con le scarpe di cartone”. Alcun emendamenti di maggioranza ed opposizione al primo decreto Cura Italia (oggi in votazione al Senato con la fiducia) hanno cercato di creare un ombrello giudiziario per medici e infermieri per metterli al riparo delle comprensibili rivalse da parte di quei familiari che hanno perso parenti e congiunti senza neanche poterli salutare o fare un funerale. E anche per i gestori e gli amministratori delle strutture sanitarie, coloro che dovevano azionare il Piano anti-pandemico “che mai hanno verificato lo stato di salute del personale medico ed infermieristico, rendendo gli ospedali i principali focolai di trasmissione del contagio”. Il senatore De Falco non ha dubbi: “Aver disatteso il piano pandemico ed oggi chiedere l’esenzione per non aver messo a disposizione DPI, ventilatori meccanici, ecc., è, un unico disegno – che potremmo anche definire criminoso – sul quale non si può e non si deve tacere, già adesso nel pieno di una crisi che non ha solo cause naturali, il virus, ma anche omissioni gravissime che non possono essere coperte”. Quegli emendamenti dovrebbero essere caduti e trasformati in ordini del giorno. Intanto sarà interessante ascoltare cosa avranno da dire ministri e governatori regionali sul giallo del Piano: dimenticato, mai applicato o insufficiente?
Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 31 marzo 2020. Giuseppe Conte, premier di risulta, si è recato in visita al Papa. Era ora che andasse a farsi benedire. Girano fotografie dell' incontro, le osserviamo e constatiamo che i due sono vicini l' uno all' altro, praticamente appiccicati, non rispettano la regola predicata fino alla nausea negli ultimi tempi, ossia quella di tenere le distanze, almeno di un metro, meglio di un metro e mezzo. Insomma, tutti siamo obbligati a seguire i consigli degli esperti, mentre i signori del palazzo, politici e religiosi, se ne fottono altamente della prudenza che si riassume così: stai lontano da me... Ormai non ci stupiamo più di niente. Neppure del Santo Padre e del presidente del Consiglio indisciplinati. Siamo abituati a ubbidir tacendo a coloro che fanno la voce grossa anche se hanno una volontà di carta velina al punto che, se gli fai notare certe contraddizioni, rispondono: dovete agire secondo i comandi, non in base ai nostri comportamenti. Non sanno, poveracci, che se i capi sono peggiori di noi, siamo autorizzati a imitarli, magari superandoli lungo la via del male. Ieri Emiliano, in televisione, ha fatto notare che i medici pugliesi aspettano strumenti protettivi, indispensabili per schivare il contagio. La stessa lagnanza accomuna tutti coloro che si occupano di sanità, i quali da due mesi invocano invano forniture di mascherine, che non pervengono mai. Obiezione: se un governo non è capace di accaparrarsi pezze da porre sul naso e sulla bocca dei dottori e degli infermieri, ovvio che non sia in grado di opporsi al Corona. L' Italia è tra i più attrezzati Paesi al mondo in campo tessile, eppure non ha ancora prodotto dei quadratini di stoffa per coprire mezza faccia di chi lavora in ospedale e perciò è esposto alle infezioni. È tragicomico che l' esecutivo non abbia prontamente chiesto agli industriali della moda, abili e raffinati, di mettergli a disposizione in fretta qualche milione di mascherine del cavolo. Dalle piccole cose si capisce se uno è un gran cretino. Ecco, lo abbiamo capito benissimo. Menomale che nel mucchio selvaggio dei fessi emerge sempre un genio, per esempio Roberto Burioni che ha annunciato con prudenza, tipica degli uomini seri, di aver sperimentato un farmaco, con la sua squadra, adatto a contrastare il virus, non il vairus come dice il latinista da mercato rionale, cioè Luigi Di Maio. Siamo convinti che il virologo più bravo che abbiamo sia sulla strada giusta. E lo ringraziamo.
Maddalena Oliva per il “Fatto quotidiano” il 2 aprile 2020.
Presidente Conte, secondo molti scienziati si è raggiunto il picco. Lei ha prorogato le restrizioni fino al 13 aprile. E dopo? Quale schema seguirete?
«Non c' è ancora una decisione per il dopo. Nei prossimi giorni ci aggiorneremo con gli esperti e, in presenza di un consolidamento di questi primi segnali positivi, cominceremo a valutare un allentamento graduale. Soprattutto per le attività produttive chiuse. Entreremo nella fase 2 solo quando gli esperti ce lo diranno e solo a partire da alcuni settori. Ma non diamo il messaggio che la stretta si allenta, sarebbe un errore. Per ora non cambia nulla. Penseremo più avanti, se ne ricorreranno le condizioni, a un allentamento per le famiglie, perché questa guerra ha un impatto anche psicologico. A tempo debito potremo pensare ad allentare anche le misure a impatto personale. Sempre mantenendo la logica del distanziamento sociale».
Con questi annunci graduali, "stop&go", non si rischia di dare il messaggio sbagliato? Già sono molte le persone in giro. Le opposizioni la criticano per le passeggiate con i bambini.
«Non abbiamo affatto istituito l' ora del passeggio per genitori e bambini., La circolare del ministero dell' Interno non aveva questo scopo ed è stato chiarito. Una mamma che scende per far prendere aria al proprio piccolo è un conto. Ma se poi questa diventa l' occasione per andare a spasso, è un abuso. E non è consentito».
Preoccupa, ancor più dell' epidemia da contagio, quella che scoppierà a partire dalla crisi economica. Il fondo per l' assicurazione europea sulla disoccupazione da 100 miliardi proposto ieri da Ursula Von Der Leyen va nella direzione chiesta dall' Italia? È soddisfatto o servono gli eurobond?
«Il vento in Europa sta cambiando. La presidente Von Der Leyen ha anticipato altre due misure che oggi vanno in approvazione alla Commissione. Gli Stati membri potranno attingere, fino a 100 miliardi, ai finanziamenti per sostenere lavoratori e imprese. Strumento finanziato dall' emissione di bond europei, senza richiedere alcuna condizionalità. E ci verrà consentito l' utilizzo di tutti i fondi strutturali europei: qui il Mes non c' entra nulla. Ma arriveranno anche altri strumenti».
Quali?
«Le misure di cui abbiamo parlato ieri con Von Der Leyen andranno integrate con provvedimenti corposi, contro l' emergenza sanitaria e per il sostegno al reddito. Dobbiamo ragionare in ottica europea, come ho spiegato a olandesi e tedeschi. Non togliamo un euro a nessuno. Diciamo solo che, dovendo finanziarci tutti, avremo condizioni più vantaggiose in termini di tassi d' interesse, accesso ai finanziamenti, se costruiamo strumenti che esprimano una politica fiscale e monetaria europea. Immagini un imprenditore che chiede investimenti per sé e una cordata di imprenditori: chi otterrà condizioni più agevolate?»
L' Italia finora ha messo in campo 25 miliardi per far fronte alla crisi, meno di altri paesi come Germania e Francia. Di quanto aumenterà i fondi il decreto Aprile?
«Ieri abbiamo concordato di stralciare le misure per assicurare liquidità soprattutto alle imprese, come ha anticipato il ministro Gualtieri. Stiamo preparando un apposito decreto, spero di riuscire a portarlo già in Consiglio dei ministri venerdì, proprio per consentire alle imprese un più agevole accesso ai finanziamenti delle banche, fino a 200 milioni di euro, con la garanzia di Stato. Poi vareremo, mi piacerebbe prima di Pasqua, una sorta di manovra: nuove misure economiche di importi molto rilevanti».
Lo Stato avrà così un ruolo sempre più forte nell' economia del Paese.
«Non intendiamo nazionalizzare nessuna impresa, piuttosto lavoriamo per tutelare i nostri asset strategici con lo strumento del golden power, da rinforzare anche a livello europeo per le operazioni intracomunitarie. Poi vogliamo abbassare la soglia per cui scatta l' obbligo di notifica alla Consob. Ripeto, non è importante solo uscire, ma come e quando uscire da questa crisi».
Ha detto che rifarebbe tutto ciò che ha fatto finora. Anche la mancata chiusura anticipata delle zone rosse di Alzano e Nembro nella Bergamasca, viste le dure polemiche della Regione Lombardia?
«Mi permetta di ricostruire cronologicamente i passaggi. La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro. Ormai vi erano chiari segnali di un contagio diffuso in vari altri comuni lombardi, anche a Bergamo, a Cremona, a Brescia. Una situazione ben diversa da quella che ci aveva portato a cinturare i comuni della Bassa Lodigiana e Vo' Euganeo. Chiedo così agli esperti di formulare un parere più articolato: mi arriva la sera del 5 marzo e conferma l' opportunità di una cintura rossa per Alzano e Nembro. Il 6 marzo, con la Protezione civile, decidiamo di imporre la zona rossa a tutta la Lombardia. Il 7 marzo arriva il decreto. La Regione Lombardia, come tutte le altre, non è mai stata esautorata dalla possibilità di adottare ordinanze proprie, anche più restrittive, secondo la legge 833/1978. Peraltro la Lombardia, quando ha voluto introdurre misure più restrittive, lo ha fatto. Anche Lazio e Calabria hanno disposto altre zone rosse».
Lo scontro con le Regioni - mancato coordinamento e scaricabarile sugli approvvigionamenti - si sta riproponendo quotidianamente.
«Non è il tempo delle polemiche, ma di collaborare per assicurare coordinamento di azione ed efficacia operativa Migliaia di aziende, specie nelle province di Brescia e Bergamo, continuano a lavorare in deroga. Preferiamo, come dice il prof. Andrea Crisanti, il paese dei balocchi al salvataggio delle vite? Il decisore politico, quando assume una decisione, deve farlo in scienza e coscienza, mettendo in conto tutti gli interessi. Il criterio che ci guida sono i valori costituzionali. La priorità è e resta la tutela della salute. Contemporaneamente cerchiamo di ottemperare all' esigenza di non compromettere definitivamente il tessuto economico. Abbiamo cercato di prendere tutte le misure con massima precauzione e massimo rigore».
Da quei territori oltre alla disperazione, inizia a levarsi rabbia.
«Capisco perfettamente la loro rabbia. Stanno vivendo una situazione tragica, con angoscia e dolore per la perdita di tante vite umane. Mai avrei immaginato di vedere aggiornata continuamente la lista dei decessi. È uno degli aspetti più sinceramente dolorosi da quand' è iniziata questa guerra. Prima del 20 febbraio ("caso Mattia"), l' Istituto di Sanità e, di concerto, il Comitato tecnico e il ministero della Salute avevano ricevuto diversi alert dall' Oms sulla diffusione di una pandemia dalla Cina e di polmoniti interstiziali».
Perché non è stato aggiornato il piano pandemico nazionale? L' Iss ha, se non sottovalutato il rischio, almeno attuato misure di prevenzione insufficienti?
«Le valutazioni a posteriori sono semplici. Ma lei si immagini se avessimo adottato all' inizio, quando non avevamo ancora scoperto i focolai, misure restrittive e vincolanti per la popolazione. Nessuno le avrebbe accettate: avrebbero gridato al golpe. È ovvio che in un sistema democratico il concetto di adeguatezza e proporzionalità delle misure da adottare è alla base di tutto. È il metodo che abbiamo seguito. Se poi dovessimo inseguire il dibattito pubblico, un giorno dovremmo assumere misure restrittive e l' indomani fare il contrario. Abbiamo tentato di seguire un metodo chiaro e criteri certi, con responsabilità. E risponderemo delle decisioni assunte».
Lei ha detto alla tv tedesca: "Stiamo scrivendo una pagina di storia".
«Verremo tutti chiamati al giudizio della Storia. E a noi che abbiamo una responsabilità politica verrà chiesto di giustificare il nostro operato. Innanzitutto, se avevamo compreso la gravità di quanto stava accadendo. È la domanda cui saranno chiamati a rispondere tutti i leader europei. Me compreso».
(ha collaborato Lorenzo Giarelli)
''CONTE AL PAIS DICE CHE RIFAREBBE TUTTO? MA SE HA SBAGLIATO TUTTO''. Dagospia il 30 marzo 2020. Da Circo Massimo - Radio Capital. "Fin dall'inizio in Veneto abbiamo cercato di convincere le autorità regionali, che poi hanno sposato questa tesi, che la battaglia contro l'epidemia va vinta sul territorio. Qui bisogna identificare le persone che sono infette, sia sintomatici sia asintomatici, e isolarle. Sono loro la fonte del contagio. Meno persone contagiano, meno persone arrivano nei reparti di malattie infettive e vanno in rianimazione. All'inizio non si è capita questa cosa e si è pensato che la battaglia si sarebbe vinta negli ospedali. Ma nessuna battaglia è stata mai vinta negli ospedali". Andrea Crisanti, professore ordinario di microbiologia all'Università di Padova, spiega ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital che il principale errore nella gestione dell'emergenza è stato "sottovalutare completamente l'epidemia all'inizio, i dati stavano davanti agli occhi tutti. A Vo' Euganeo, il 20 febbraio, c'era il 3% della popolazione infetta. Un dato che, trasportato su scala nazionale, dà la cifra di un milione e mezzo di persone. Ricordo che nell'ultima settimana di febbraio si parlava di ripartire e far vedere che in Italia non c'era pericolo, come se stessimo danzando su una nave che stava andando a fondo. Adesso stiamo ancora pagando le conseguenze di quell'errore". In un'intervista al quotidiano spagnolo 'El Pais', il premier Conte ha detto che, se potesse tornare indietro, si comporterebbe allo stesso modo. "I risultati sono sotto gli occhi di tutti, gli italiani hanno visto quello che è successo. Se le autorità politiche pensano di rifare le stesse cose, io sono un po' sorpreso" osserva il prof. Crisanti a Radio Capital. "La maggior parte delle persone che ha gestito quest'epidemia l'ha vista in tv e l'ha continuata a vedere in tv. Avrei trasferito gli uffici della Protezione Civile, del direttore dell'Istituto Superiore di Sanità, del consigliere del governo a Milano o a Bergamo, per vedere quello che stava succedendo sul territorio. Forse si sarebbero resi conto della dimensione del problema". "In questo momento c'è ancora trasmissione: i casi non diminuiscono, abbiamo una leggera diminuzione nel numero dei morti. Ma come mai, nonostante tutte queste misure di restrizione, abbiamo ancora trasmissione? Ci si è chiesto se tutte queste persone che sono malate a casa hanno un impatto sulla trasmissione ad altri membri della famiglia? - osserva il professore ordinario di microbiologia all'Università di Padova a Radio Capital - noi abbiamo sotto gli occhi gli esempi opposti di Vo' Euganeo e della nave Diamond Princess. A Vo', dopo il primo caso, abbiamo testato tutti, abbiamo visto dove stava l'infezione e abbiamo messo i casi in isolamento. Sulla Diamond Princess hanno usato l'approccio contrario. Hanno aspettato che una persona si sentisse male per portarla via dalla nave e questo ha creato il disastro con decine di casi. Il problema è che questa trasmissione residua avviene nelle case, amplificato dal fatto che molte persone malate sono rimaste a casa senza diagnosi" . Come uscire da questa impasse? "Penso che l'Italia abbia tutte le risorse tecnico-scientifiche per affrontare questa situazione e rimediare a errori e valutazioni inappropriate. Uno dei passi principali da fare è cominciare ad affrontare la situazione a seconda dei vari territori. Ad esempio la Sardegna ha un problema diverso dalla Lombardia e richiede un approccio totalmente diverso. Se non affrontiamo il problema con questo metodo, sarà sempre più difficile uscirne". "I dati devono avere più trasparenza - aggiunge il prof. Crisanti a Circo Massimo, intervistato dal direttore Massimo Giannini e Oscar Giannino - ad esempio sarebbe interessante sapere quanti nuovi casi sono persone che hanno parenti in casa. Significa che bisogna fare un'operazione molto più aggressiva per identificare le persone che stanno male a casa: si va nelle case, si fanno tamponi a familiari e vicinato e tutte le persone positive vengono portate in strutture d'accoglienza diverse dalla loro casa". Quando e come ripartire? Secondo il prof. Crisanti "bisogna cominciare da subito a prepararsi per quel momento, è impensabile ritenere che si ripartirà quanto tutti i casi saranno identificati. Bisognerà ripartire con un rischio accettabile, significa che adesso dobbiamo prepararci, producendo e stoccando dispositivi di sicurezza come mascherine e aumentare drammaticamente la capacità di fare tamponi per verificare la presenza degli anticorpi. Quando non ci sarà più un grande numero di casi, le attività produttive dovranno riprendere. Bisogna assicurare la sicurezza dei lavoratori e fare in modo che non si infettino e non facciano ripartire l'infezione. Si può ripartire solo quando avremo messo in piedi una struttura di protezione e una rete di controllo, altrimenti scoppia un'epidemia ancora peggiore di quella che abbiamo adesso. Dopo Pasqua potremo anche vedere una diminuzione dei casi e dei morti, ma se non ci si prepara non saremo pronti a ripartire. Come fa una fabbrica a rimettere nelle proprie strutture mille persone senza mascherine o senza vedere se ci sono infetti? Sarebbe una follia. La preparazione necessaria per la ripartenza consiste nelle tre 'd': diagnostica, dati e dispositivi".
Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano” il 30 marzo 2020. «Il governo di un Paese che dopo un mese di "quarantena" conta ancora mille morti al giorno dovrebbe chiedersi cos' ha sbagliato, perché le misure di contenimento sono state inefficaci. E invece abbiamo a che fare con persone arroccate nelle proprie posizioni, che continuano a fare e dire cose sbagliate con sprezzo dell' evidenza. Se una nazione adotta provvedimenti goccia a goccia significa che non ha una visione, che cerca solo di mettere delle pezze una dopo l' altra. Finora chi doveva prendere le decisioni ha rincorso emotivamente la quotidianità senza avere il minimo piano d' azione». Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell' Università di Padova, professore all' Imperial College di Londra, è a capo della task force sanitaria del Veneto. La regione guidata da Luca Zaia, al momento, è quella che al Nord ha la percentuale minore di morti e contagiati. In Veneto il tasso di mortalità legata al Coronavirus si aggira attorno al 4%, in Lombardia al 14, in Emilia-Romagna all' 11.
Professore, la differenza è enorme: come la spiega?
«Abbiamo fatto più tamponi di tutti per isolare il maggior numero possibile di positivi. Vo' Euganeo, il primo nostro focolaio, è stata chiusa quasi subito, la popolazione è stata sottoposta a un doppio test, prima e dopo la "quarantena", e il risultato è che i contagi, di fatto, si sono azzerati. Poi c' è la questione legata agli ospedali».
Cioè?
«In quello di Padova, ad esempio, scoperto il primo contagiato abbiamo fatto il tampone a tutte le persone del reparto, sia medici che pazienti, e isolato immediatamente chi aveva contratto il virus. Siamo intervenuti in modo capillare perché la struttura funzionasse al meglio, riducendo al minimo la possibilità che l' epidemia si diffondesse all' interno, cosa che purtroppo è accaduta in alcuni ospedali lombardi. Questo ha permesso anche al nostro personale di lavorare in modo più sereno. Abbiamo sottoposto al test tutti, 6 mila persone, e ora abbiamo un tasso di infezione bassissimo».
Verona però è tra i nuovi focolai d' Italia
«È vero, e i motivi sono due. Il primo è la vicinanza con Brescia e Bergamo. Il secondo, probabilmente determinante, è che i dirigenti dell' ospedale non erano preparati, e infatti hanno contratto quasi tutti il virus. Senza una guida salda è nata una situazione d' insicurezza che si è ripercossa sulla quotidianità. Se salta l' ospedale salta tutto».
Il governo doveva adottare il "modello Vo'" fin da subito?
«Avrebbe dovuto disporre il campionamento della popolazione in tutte le "zone rosse". Non averlo fatto peserà sulle coscienze. Il 26 febbraio, a Vo', il 3% della popolazione era infetta. Su scala nazionale significa che c' erano già un milione e mezzo di contagiati, un numero enorme. L' Italia ha perso due settimane a discutere dei danni all' economia e di quelli d' immagine: una follia. Quelle due settimane, mi creda, le stiamo ancora pagando».
Come se ne esce? Ulteriori restrizioni?
«Non servirebbero».
I suoi colleghi, però, in tivù non fanno che ripetere che per sconfiggere il virus bisogna stare a casa.
«Certo, un periodo di isolamento è necessario, io dico solo che a questo punto non servirebbe a niente imporre ulteriori divieti, la gente li sta già rispettando. Non è colpa degli italiani se abbiamo ancora migliaia di casi al giorno».
Quindi cosa dovremmo fare?
«Vanno sottoposte al tampone domiciliare tutte le persone che chiamano il medico lamentando i sintomi. Idem per i familiari, anche se sono asintomatici. I positivi vanno portati in alberghi e strutture ad hoc per interrompere la catena del contagio. I dati parlano chiaro: le case sono veri e propri incubatori d' infezione. Da questa brutta storia se ne esce solo così».