

GIUDICANTI, INGIUDICATI !!!
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MAGISTROPOLI IN ITALIA
CORTE COSTITUZIONALE E CONSIGLIO DI STATO: ORGANI DI GARANZIA ??
Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari.
Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento".
Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta".
La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra).
Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».
Da “Il Giornale” poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”.
Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina.
Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili».
Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro».
E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili.
Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.
Parliamo ora del Consiglio di Stato e di casta.
Le ovattate stanze di Palazzo Spada ne hanno viste di tutti i colori, così non sorprende che davanti al nuovo scandalo che ha travolto il Consiglio di Stato nessuno abbia fatto una piega. La storia recente è costellata di indagini e manette: nel 2003 un consigliere fu condannato (in primo grado) a tre anni per concussione, nello stesso anno un collega finiva alla sbarra accusato di ricettare tesori archeologici, nel 2007 un terzo membro è stato arrestato per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. I 13 anni che i pm di Milano hanno chiesto per Nicolò Pollari sono stati commentati con un'alzata di spalle, nonostante l'ex capo del Sismi, messo in Consiglio dal governo Prodi, sia stato definito addirittura come il "regista di un sistema criminale" che ha coperto la Cia nel sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar.
Pollari non si è dimesso dall'incarico. Niente di nuovo: persino il presidente supremo Paolo Salvatore, quando nel 2008 finì indagato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, preferì rimanere incollato alla sua poltrona.
Nessuno si sognerebbe mai di lasciare una delle cariche più ambite d'Italia, rifugio dorato per generali, ex ambasciatori, prefetti e trombati eccellenti della politica. All'organo "di rilievo costituzionale", che ha la doppia funzione di dare pareri legislativi al governo e fare da appello al Tar, non è facile accedere: il 25 per cento dei posti è riservato ai vincitori del concorso, stessa quota è appannaggio di Palazzo Chigi, mentre il 50 per cento è destinato ai magistrati del Tar con circa trent'anni di anzianità alle spalle. Una volta entrati nella casta dei consiglieri, il gioco è fatto. È difficile quantificare il loro lavoro in maniera oggettiva, ma quasi sempre chi viene nominato dal governo viene inserito nelle sezioni che danno pareri ai ministeri, mentre sembra consuetudine che i magistrati di lungo corso si dedichino alle sentenze, più delicate.
Il consigliere Antonio Catricalà, di sicuro, se ne sta con le mani in mano. Oggi è ufficialmente presidente di sezione fuori ruolo, ma da tempo immemore non entra a Palazzo Spada, avendo preferito fare il capo di gabinetto, il consigliere giuridico e il segretario generale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Poi capo dell'Authority per la concorrenza e il mercato (Antitrust) e guadagna 477 mila euro annui, a cui aggiunge quelli percepiti come presidente di sezione. Un extra da "ottomila euro al mese", ammette a "L'espresso" con onestà intellettuale. Sembra incredibile ma accumulare due stipendi è un suo diritto. Non solo: chi è "prestato" ad altre istituzioni conserva sia il salario base sia l'indennità giudiziaria, la voce legata ai rischi di essere un giudice. La intasca anche chi, di fatto, fa un altro mestiere.
E dire che ci si rivolge a lui, quale presidente dell'AGCOM, per ripristinare la legalità circa gli abusi di lobby e caste e loro accesso tramite concorsi pubblici truccati. Risposta: siamo incompetenti.
Il doppio trattamento è un privilegio di altri undici "fuori ruolo": da Salvatore Mario Sechi, consigliere del presidente della Repubblica, a Alessandro Botto dell'autorità di vigilanza dei Lavori pubblici, dal vice segretario della presidenza del Consiglio Luigi Carbone al braccio destro del ministro Sacconi, Caro Lucrezio Monticelli. Che spiega: "Prendo 8300 euro netti come consigliere, ma solo la parte accessoria dello stipendio di capo di gabinetto. Quant'è? Circa 4 mila euro netti al mese". Pure Franco Frattini è un consigliere, che non consiglia da un pezzo, visto che passa da lustri da un incarico politico all'altro. Il ministro degli Esteri ha rinunciato allo stipendio parlamentare, ma la carriera "fantasma" a Palazzo Spada continua ad andare a gonfie vele: è stato promosso, due settimane fa, presidente di sezione. Ruolo che farà lievitare la sua busta paga.
Fare un giro nello splendido Palazzo Spada è illuminante. Il Consiglio di Stato è un Eden spesso semivuoto, dove 84 consiglieri (più dieci fuori ruolo) beccano in media 130 mila euro l'anno lordi e i 21 presidenti, quasi un quinto del totale del personale, si intascano secondo dati ufficiali circa 14 mila euro lordi al mese. Gli scatti d'anzianità arrivano puntuali ogni due anni. Un monte stipendi che allo Stato costa oltre 14 milioni l'anno, senza contare le spese per le otto auto blu, a disposizione dei vertici, tutte a noleggio Consip. Macchine, sussurra qualcuno, che spesso fanno avanti e indietro portando solo i documenti che i magistrati firmano da casa: i consiglieri hanno dentro la sede solo un "appoggio" e un armadietto, e spesso lavorano dal loro salotto facendosi vedere solo nei giorni d'udienza. "Palazzo Spada è piccolo", si giustificano. Non è tutto: per far funzionare la macchina circa 25 milioni vanno nella busta paga di 324 dipendenti, un esercito tra dirigenti, distaccati e personale di ruolo. In pratica, l'organismo pesa sulle casse dello Stato una quarantina di milioni di euro, a cui vanno aggiunte le spese di gestione e bollette varie.
Entrare nella casta del Consiglio di Stato attraverso il concorso pubblico è il sogno di molti, e il casting dovrebbe essere davvero accurato. Negli ultimi tre anni ce l'hanno fatta solo in cinque.
Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.
Nel 2008 un consigliere del Tar trombato si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo. Intanto Giovagnoli si è subito iscritto al gioco preferito dei suoi colleghi più anziani, quello degli incarichi multipli: da gennaio fa il dopolavorista come docente per la Ita spa, un'attività da 48 mila euro l'anno. Giuseppe Barbagallo per 30 mila euro lavora invece come giudice all'Organizzazione internazionale del Lavoro, mentre Francesco Bellomo prende 35 mila euro dalla società "Diritto e Scienza a.r.l.". Roberto Chieppa guadagnerà 7.200 euro per 8 lezioni alla Trentino School of Management, Ermanno De Francisco arrotonda di 40 mila l'anno facendo il consulente del dipartimento per gli Affari giuridici.
Paradossali i casi di Umberto Maiello e Francesco Riccio: hanno ruoli interni che per legge gli consentono l'esenzione parziale dal lavoro, ma hanno il tempo per l'attività all'Agcom il primo (35 mila euro per il 2009) e all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori (3 mila euro al mese fino al 2011, poi si vedrà) il secondo.
La lista è infinita, e delle due l'una: o fanno poco a palazzo Spada e hanno molto tempo libero oppure, se dedicano qualche ritaglio di tempo al secondo incarico, le altre amministrazioni pubbliche li pagano assai generosamente. Di sicuro dentro la casta non si dice di no a nessuno. Nemmeno a Carlo Deodato, il capo di gabinetto del ministro antifannulloni Renato Brunetta. Che somma lo stipendio da consigliere, gli 80 mila euro per l'incarico al ministero e i 28 mila l'anno come tecnico di supporto del "commissario straordinario per la gestione dell'emergenza idrica del Simbrivio". L'anno passato aveva garantito, come si legge in un verbale del 9 luglio scorso, "che non avrebbe mai più chiesto ulteriori proroghe". La proroga è stata invece chiesta, votata con scrutinio segreto e, a maggioranza, autorizzata.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/consiglio-di-stato-e-di-casta/2111881&ref=hpsp
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=75954&sez=ITALIA
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/consiglio-di-stato-e-di-casta/2111881&ref=hpsp
PROCESSO AI MAGISTRATI: LA CASTA DELLE CASTE.
Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite.
Fannulloni? Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l'autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato. Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l'hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un'autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. Da una inchiesta de “L’Espresso” si rileva tutto ciò.
I modelli virtuosi. Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento. Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti. Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo. A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l'Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno. Ma anche nel tribunale penale di Roma c'è stata una razionalizzazione.
Profondo nero. E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c'è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c'è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d'appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia. La radiografia della catastrofe è stata presentata dal Ministro della Giustizia. L'arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l'appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini. Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l'appello: il che significa l'impunità assicurata per un'infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano 'tecnicamente inefficienti'. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell'arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?
Senza qualità. Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c'è una massa di magistrati 'senza qualità'. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell'informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato dal segretario di Magistratura Democratica, la corrente 'rossa' delle toghe ma anche quella storicamente più impegnata sul fronte dell'efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio. Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l'allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?
Carriera garantita. Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all'incarico che svolgono. Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l'organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella seguente) sono tra le più alte d'Europa. Il premio c'è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: nell’ultimo anno si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 'puniti' l'anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. "Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo. Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l'indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse". Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano 'Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato'". L’odierno sistema di valutazione ha un solo limite: l'esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale. "In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un'azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici 'laici': "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa. Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell'Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di 'Repubblica'? La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l'arretrato in sospeso è diventata esemplare.
Nei palazzi di giustizia si sente spesso una lamentela, comune tra pm e avvocati. I capi non denunciano i fannulloni. I capi non organizzano il lavoro. I capi non aggrediscono l'arretrato. Quella dei dirigenti è l'altra grande questione, fondamentale per risollevare la produttività. Finora la managerialità non pesava nella designazione: si diventava procuratori e presidenti per anzianità e accordi tra le correnti sindacali.
Il peso dell'arretrato È chiaro, da soli i magistrati non potranno mai risolvere tutto l'handicap. Una ricerca del ministero indica l'impresa come impossibile. Per rianimare le Corti d'appello ci vorrebbero 134 nuovi giudici, tutti Stakanov, tutti preparatissimi e capaci di dare subito il massimo. Senza nuove regole organizzative, però, ogni rinforzo sarebbe inutile. Nella Corte d'appello penale, l'anticamera della prescrizione e quindi la discarica dei processi, servirebbero 32 mesi di lavoro solo per smaltire l'arretrato. Ma con poche regole di buon senso si potrebbe invertire la rotta. Ad esempio la standardizzazione dei fascicoli. Avete mai messo le mani nei faldoni di un processo? Spesso somigliano alle valige di fine vacanza: sciogliendo i lacci esplodono, rivelando una confusione profonda. Quando l'incartamento passa da un pm al suo sostituto, ci vogliono ore solo per trovare il bandolo della matassa. Invece, basterebbero pochi schemi condivisi per non sprecare tempo. Ma la rivoluzione può arrivare anche da un uso integrato dell'informatica: creare procedure a misura di rete. A Milano fino a dieci anni fa nelle udienze civili a turno uno degli avvocati scriveva a mano il verbale. Oggi nella stessa città usando il Web per uno solo dei passaggi del processo civile si sono guadagnati 60 giorni: il decreto ingiuntivo telematico ha fatto risparmiare due mesi di meno ad avvocati, cittadini e tribunale. Cosa ci vuole ad estenderlo a tutta Italia?
Autonomia e corporativismo. Alla politica l'efficienza non interessa. E c'è la resistenza 'culturale' di una parte consistente dei magistrati. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro 'La questione immorale' alle "colpe dei magistrati". Racconta tra l'altro del programma informatico che aveva creato per coordinare le agende dei protagonisti del processo ed evitare quei rinvii che sfiancano la giustizia. Un'iniziativa che invece di procurargli una medaglia venne accolta con disprezzo dal Csm. "Quel programma è ancora lì ma nessuno lo usa. E ho capito che il processo penale è quello che è per via delle leggi stupide, delle leggi ad personam, della carenza di uomini e mezzi, ma anche, e in chissà quale percentuale, per via dell'incapacità organizzativa dei magistrati e dei dirigenti degli uffici".
E ai governi i giudici fannulloni sono sempre piaciuti: "La politica offre uno scambio ai meno produttivi: io non minaccio i tuoi privilegi, tu non minacciare me", sintetizza il professor Guarnieri. Perché un modello di efficacia la magistratura italiana lo ha creato e imposto nel mondo. Una squadra che lavorava sette giorni su sette, con processi avviati in fretta e una percentuale di condanne irripetibile, un elevato livello di informatizzazione e una produttività mai eguagliata. Si chiamava pool Mani pulite. Lo detestavano politici, imprenditori e grand commis. Lo detestava una fetta consistente degli stessi giudici. Ed è proprio per evitare che quel modello venisse riprodotto ancora oggi si varano riforme su riforme, destinate a distruggere ogni speranza di giustizia.
Busta paga togata. Proiezione retribuzione mensile magistrati con le nuove valutazioni quadriennali di professionalità
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QUALIFICHE |
VECCHIE QUALIFICHE |
ANZIANITÀ |
STIPENDIO |
LORDO INCLUSE INDENNITÀ |
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Magistrato ordinario in tirocinio |
Uditore dopo 6 mesi |
1 |
2.037,24 |
3.429,92 |
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Uditore dopo 6 mesi |
2 |
2.037,24 |
3.429,92 |
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Magistrato ordinario |
Magistrato di Tribunale |
3 |
2.858,12 |
4.830,06 |
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Magistrato di Tribunale |
4 |
2.858,12 |
4.830,06 |
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Magistrato ordinario dalla prima valutazione di professionalità |
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
5 |
3.966,65 |
6.006,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
6 |
3.966,65 |
6.006,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
7 |
4.204,65 |
6.244,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
8 |
4.204,65 |
6.244,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
9 |
4.442,65 |
6.482,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
10 |
4.442,65 |
6.482,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
11 |
4.680,65 |
6.720,29 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
12 |
4.680,65 |
6.720,29 |
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Magistrato ordinario dopo un anno dalla terza valutazione di professionalità |
Magistrato di Corte di Appello |
13 |
5.877,04 |
7.950,53 |
|
Magistrato di Corte di Appello |
14 |
5.877,04 |
7.950,53 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
15 |
6.148,28 |
8.221,77 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
16 |
6.148,28 |
8.221,77 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
17 |
6.419,53 |
8.493,02 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
18 |
6.419,53 |
8.493,02 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
19 |
6.690,78 |
8.764,27 |
|
|
Magistrato ordinario dalla quinta valutazione di professionalità |
Magistrato di Cassazione |
20 |
8.074,23 |
10.181,57 |
|
Magistrato di Cassazione |
21 |
8.074,23 |
10.181,57 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
22 |
8.262,01 |
10.369,34 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
23 |
8.262,01 |
10.369,34 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
24 |
8.449,78 |
10.557,12 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
25 |
8.449,78 |
10.557,12 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
26 |
8.637,55 |
10.744,89 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
27 |
8.637,55 |
10.744,89 |
|
|
Magistrato ordinario alla settima valutazione di professionalità
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
28 |
10.343,59 |
12.504,25 |
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
29 |
10.343,59 |
12.504,25 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
30 |
10.563,67 |
12.724,33 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
31 |
10.563,67 |
12.724,33 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
32 |
10.783,74 |
12.944,40 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
33 |
10.783,74 |
12.944,40 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
34 |
11.003,82 |
13.164,48 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
35 |
11.003,82 |
13.164,48 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
36 |
11.223,90 |
13.384,56 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
37 |
11.223,90 |
13.384,56 |
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|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
38 |
11.443,97 |
13.604,63 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
39 |
11.443,97 |
13.604,63 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
40 |
11.664,05 |
13.824,71 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
41 |
11.664,05 |
13.824,71 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
42 |
11.884,13 |
14.044,78 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
43 |
11.884,13 |
14.044,78 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
44 |
12.104,20 |
14.264,86 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
45 |
12.104,20 |
14.264,86 |
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|
Magistrato con funzioni apicali di legittimità |
Primo Presidente della Corte di Cassazione |
|
16.628,45 |
18.854,71 |
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio 2009, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana poi si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

Ma per la poltrona le toghe bloccano la giustizia. Giudici contro giudici. Uomini di legge che - forse per la prima volta - si sentono a loro volta vittime di una ingiustizia. Perché non hanno ricevuto il posto che volevano, che forse meritavano, anzi, che certamente meritavano. Oppure - altra ingiustizia! - perché vengono sfrattati dalle poltrone che occupavano da anni, a volte da decenni, e che ambivano ad occupare ancora. Colpa, in ogni caso, del Consiglio superiore della magistratura. Contro le decisioni del Csm piovono centinaia di ricorsi dei giudici che si sentono traditi dall’organo di autogoverno, cioè proprio dall’organo che dovrebbe tutelarne libertà, autonomia, diritti. E che, nel loro caso, ha clamorosamente fallito. Così dicono.
Nella dura lotta tra giudici per le poltrone che contano, è sempre accaduto che qualche magistrato sconfitto imboccasse la strada - consentita dalla legge - del ricorso alla magistratura amministrativa: prima il Tar del Lazio, poi il Consiglio di Stato. Ma ora è diventata moda, alluvione, prassi costante. Non c’è quasi delibera del Csm che non venga impugnata da chi si è visto scavalcare per un posto di procuratore o di presidente di tribunale. Ricorsi, controricorsi, richieste di sospensiva, appelli incidentali, e poi su su fino all’ultimo gradino, la richiesta al Colle, l’istanza al Presidente della Repubblica affinché si scomodi a stabilire chi diamine ha il diritto di andare a dirigere la procura di Dronero o Roccacannuccia. Una montagna di carte e di ricorsi che intasa la già malconcia giustizia amministrativa. Ma, nelle intenzioni dei ricorrenti, tutto questo accade a fin di bene, nell’interesse non tanto del singolo appellante ma in quello superiore della giustizia. In questi giorni il Csm si è dovuto occupare di un’altra infornata di ricorsi. Una lettura istruttiva, quella dell’ordine del giorno. Vi si intravedono drammi di uomini ormai non più giovani, ombre di lotte fratricide, di rancori antichi e nuovi, di manovre correntizie. C’è il giudice Michelino Ciarcià, che fece domanda per presiedere il tribunale di Sciacca, e venne bocciato. Rifece domanda per il tribunale di Gela, e fu bocciato pure lì, e ora impugna tutto quanto. Col giudice Carminantonio Esposito il Csm è stato ancora più spietato: né il tribunale di sorveglianza di Firenze, né quello di Bologna, e nemmeno quello più modesto di Potenza sono stati ritenuti alla sua portata. Poteva Carminantonio Esposito non fare ricorso? Non poteva.
Così, uno dopo l’altro, dal Nord al Sud (soprattutto) i giudici sconfitti si ribellano e nella marea di opposizioni contestano la «discrezionalità» delle delibere pronunciate dal Consiglio superiore della magistratura e gli avanzamenti di carriera che - dicono - terrebbero conto più dell’area politica di appartenenza che del curriculum. E insieme a loro si ribellano quelli che il Csm vuole costringere a lasciare una sedia che occupano ormai da troppi anni. Lo prevede una legge, che - come si è ammesso da destra e da sinistra - ha posto fine al malvezzo di procure e tribunali occupati a vita come satrapie, con i loro titolari che diventavano parte integrante e inamovibile del potere locale. Eppure c’è chi non si rassegna. A volte, si intuisce, perché la poltrona è importante. Più spesso perché lo è così poco da divenire una sinecura. Ci sono giudici che trovano intollerabile l’idea di lasciare dopo anni il tribunale di Oristano, il tribunale dei minori dell’Aquila, una sezione del tribunale di Frosinone. E fanno ricorso al Tar.
Conoscono la legge, e non si arrendono con facilità, a costo di trasformarsi in stakanovisti del ricorso. Il giudice Vincenzo Serpotta, non avendo alcuna intenzione di mollare il posto di procuratore aggiunto a Catania, inanella quattro ricorsi uno dietro l’altro. Il dottor Domenico Platania (che pure vorrebbe andare a fare il procuratore a Ragusa, e per questo ha presentato un altro ricorso) si rivolge addirittura al Quirinale perché nel frattempo il Csm gli vuole togliere la seggiola di procuratore a Modica. E via di questo passo.
Come vanno a finire, questa valanga di ricorsi? Male, quasi sempre. Ma intanto si è prodotta una valanga di carta, si è intasata ancora un po’ la giustizia, e come effetto collaterale si è lasciata ancora un po’ a bagnomaria una sede giudiziaria che magari aspettava da tempo il nuovo capo, che finalmente l’ha visto arrivare e che però non sa se il capo resterà lì davvero o verrà spodestato prima o poi da una sentenza del Tar del Lazio. Una delle cariche più importanti della Repubblica, quella di primo presidente della Cassazione, è rimasta per mesi e mesi in balia dei ricorsi incrociati. E negli ultimi mesi, una dopo l’altra, due poltrone di uffici giudiziari importanti - quella per la Procura generale di Venezia e per la Corte d’appello di Brescia e per un posto di procuratore aggiunto a Catania - sono tornate senza titolare sicuro dopo che il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso degli sconfitti, ha annullato le nomine faticosamente varate dal Csm.
10 giugno 2009. Angelino Alfano, Ministro della Giustizia parla, alla rubrica “Punto di vista” del Tg2 della RAI, di nomine lottizzate ai vertici degli uffici giudiziari; "un planning, all'interno del quale si dice: a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente due procuratori aggiunti da un'altra parte". Parole che provocano una bufera al Csm.
Tre consiglieri di sinistra - i togati Giuseppe Maria Berruti (Unicost), Ezia Maccora (Magistratura democratica) e il laico dei Ds, Vincenzo Siniscalchi - si dimettono dalla Commissione per gli incarichi direttivi, di cui sono stati presidenti, a tutela della "dignità" del Consiglio e ritenendo di essere stati accusati da Alfano del compimento di reati. Un fatto tanto più grave visto che ad accusarli è proprio il "loro" ministro, i cui rapporti con il Csm dovrebbero essere improntati alla leale collaborazione.
Dopo le dimissioni dei tre consiglieri del Csm in polemica con le dichiarazioni del ministro della Giustizia riguardo alla presunta«lottizzazione» degli incarichi, il Guardasigilli Alfano ha precisato: «Lo hanno fatto non dimettendosi dal Csm, ma dalla Commissione incarichi direttivi che a luglio sarebbe scaduta comunque. Mi sto battendo per evitare che i vertici degli uffici giudiziari, cioè i procuratori e i presidenti di Tribunale vengano lottizzati. Cioè non è possibile che si faccia un planning, all'interno del quale si dica : a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente, siccome non ha avuto un procuratore, spettano due procuratori aggiunti da un'altra parte. Questi sono meccanismi che orami sono rifiutati anche in politica. Penso che invece a guidare le procure debbano andare i migliori, senza bisogno di controllare prima di mandarli a guidare un ufficio giudiziario qual è lo spillino della corrente che hanno affisso sulla giacca».
http://blog.panorama.it/italia/2009/05/30/giudici-la-super-casta/
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/processo-ai-magistrati/2069228//0
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=332845
TOGHE MASSONICHE
Può un magistrato venir meno al vincolo di fedeltà giurato, pena la morte, per entrare in massoneria? E quali prove possono addurre quei giudici o pm che affermano di esserne usciti? Qui sentiamo alcuni esperti e passiamo in rassegna le carriere di tante toghe che sicuramente quel patto di sangue lo avevano sottoscritto. Molti sono ancora in servizio. E rivestono ruoli apicali.
Dai tribunali massonici “ordinari” fino alle regole inconoscibili delle Logge coperte o non riconosciute. Con una serie di misteri non ancora svelati.
Che il giuramento massonico non sia uno scherzo, ma un impegno tremendamente serio, lo confermano tanto i diversi testi “sacri” conservati nelle Logge, quanto i massimi studiosi delle regole muratorie, e non solo in Italia.
Qual è, allora, la punizione per chi viene meno?
Stando alle regole ufficiali, esistono tribunali massonici che partendo dal livello regionale, in tre gradi di giudizio, emettono la sentenza. Il peggio che può capitare ad un affiliato di livello medio-basso è il provvedimento di espulsione. E' il caso, ad esempio, delle infinite beghe all'interno del Grande Oriente d'Italia sede napoletana, con tanto di accuse reciproche di furti, appropriazioni indebite, truffe.
Il tribunale massonico è peraltro venuto alla luce nel corso dei diversi procedimenti penali (quelli della magistratura ordinaria, naturalmente) che hanno visto massoni coinvolti, come nel caso della Loggia Spinello.
Tutto questo riguarda i comuni mortali, le decine di migliaia di ragionieri, avvocati, impiegati e funzionari pubblici che troviamo regolarmente negli elenchi. Ma come funziona per i vip, quasi sempre iscritti in logge coperte o, come abbiamo visto, in obbedienze di più recente fondazione ma riconosciute all'estero e comunque avvolte dal più fitto mistero? Cosa succede, insomma, ad un confratello di altissimo grado che viene meno al giuramento? Qual è il castigo per colui che, dopo aver avuto accesso al sancra sanctorum dei segreti - anche personali, giudiziari o economici - dei confratelli, decide di infrangere il patto di sostegno incondizionato ai confratelli o, peggio, di rivelare ciò che ha appreso nelle alte sfere delle super logge?
«In questi casi - spiega un noto consulente delle Procure - non esistono regole conosciute. Ciò che a noi risulta sono solo i giudizi dei tribunali massonici ufficiali». Ed è proprio lungo questo vago confine che si rincorrono le ipotesi - molte presenti anche sul web con tanto di circostanziate ricostruzioni - su alcuni stranissimi “incidenti” o improvvisi e inspiegabili “suicidi” degli ultimi anni. Si tratta, in tutti i casi che qui ricorderemo, di personalità non ufficialmente iscritte alla massoneria, ma sulla cui vicinanza o appartenenza alle Logge sono stati spesso avanzati dubbi.
Cominciamo da Lorenzo Necci che, grazie alla militanza nel Pri - il partito che si richiama al padre della massoneria Giuseppe Mazzini e che contava tra le sue fila il maggior numero di confratelli - e all'amicizia personale con Ugo La Malfa, da figlio di un ferroviere era diventato numero uno delle Ferrovie di Stato, dal cui portone principale era uscito lasciando nelle casse un buco da miliardi di euro. A maggio 2006 Necci muore senza un perchè, in ospedale, dopo essere stato investito dalla Range Rover di un piccolo artigiano locale mentre si recava in bicicletta al campo da golf nella zona di Ostuni, dove trascorreva i week end. Senza che nessuno avverta la necessità di chiedere l'autopsia. Ha portato con sè, fra gli altri, tutti i segreti del colossale buco nero di denaro pubblico denominato “Treno ad Alta Velocità”, che proprio in quegli anni stava arrivando all'attenzione della magistratura.
26 novembre. Siamo sempre nel 2006, anno maledetto. L'imprenditore televisivo Giorgio Panto si leva in volo, come fa abitualmente quasi tutte le settimane, con il suo elicottero verso l'isola di Crevan, nella laguna di Venezia. Un percorso conosciuto a menadito per un pilota, come lui, superesperto. Non ci sono condizioni meteorologiche avverse ma all'improvviso il cielo è squarciato da una fiammata. L'elicottero si schianta in laguna. Perde così la vita l'uomo che aveva osato sfidare il centro-destra italiano. Fino al punto da sancire la vittoria, alle politiche di quell'anno, del centrosinistra di Romano Prodi. Con i 92.079 voti raccolti dalla lista autonoma di Panto, infatti, la destra di Silvio Berlusconi avrebbe ottenuto il premio di maggioranza, vincendo le elezioni. Era vicino alla massoneria, Panto? Non ci sono elementi sicuri per affermarlo. A parte l'amicizia con i redattori della rivista Il Piave, cui collabora regolarmente Licio Gelli.
Meno di un anno dopo - siamo a luglio 2007 - ancora una morte, improvvisa e del tutto inspiegabile, di una personalità molto in vista. Dopo essere rientrato da una mattinata di udienza al tribunale di Prato il re degli avvocati milanesi, Corso Bovio, rientra tranquillamente nel suo studio di via Podgora a Milano. E' di umore normalissimo. Saluta i collaboratori e si chiude nella sua stanza. Pochi minuti dopo si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola in bocca. Questa la versione ufficiale, l'unica, su un caso che avrebbe meritato, per le tante stranezze, ben altri approfondimenti. Era iscritto alla massoneria, il principe del foro Corso Bovio, sui cui manuali hanno studiato intere generazioni di giornalisti italiani? Non appare in alcun elenco ufficiale. Ma di sicuro lo era la sua famiglia, a cominciare dal nonno Giovanni Bovio, illustre giurista e senatore della repubblica, cui è intitolata una fra le più importanti logge del Grande Oriente d'Italia che ha sede a Napoli, la città dove Corso Bovio era nato nel 1948. Difensore di personaggi come Marcello Dell'Utri, Paolo Berlusconi e, più recentemente, Stefano Ricucci, secondo indiscrezioni, pubblicate dal Sole 24 Ore all'indomani della sua scomparsa, Bovio custodiva un archivio “esplosivo”, dal quale sarebbe stato possibile riscrivere la vera storia del capitalismo italiano. Dopo il sequestro da parte della Procura milanese, su quelle carte, da allora, è caduto il silenzio.
Gli italiani lo hanno capito da tempo, a reggere davvero le sorti del Paese non sono né le banche né le istituzioni democratiche e nemmeno la magistratura: sono i massoni - regolari o, quasi sempre, appartenenti a logge coperte - che proprio in quei tre ambiti sono capillarmente infiltrati. A confermare questa consapevolezza arriva, da ultimo, il sondaggio lanciato sul sito della Voce, al quale hanno partecipato 466 lettori: un piccolo ma significativo campione, secondo il quale (56,8%) sono sempre loro, i confratelli, a detenere saldamente le leve del potere. E tutto attraverso quel vincolo di segretezza che, dopo l'iniziazione, si può cancellare solo con la morte.
Lo dicono, chiaro e tondo, le parole stesse del giuramento: «prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra».
Chiaro, no? Come la mettiamo, allora, con quei confratelli che rivestono ruoli apicali in settori nei quali è richiesta la loro facoltà decisionale? Basta insomma, per fare un esempio, che qualche magistrato se la cavi dicendo frasi del tipo «La massoneria? Io l'ho lasciata da tempo...», senza poterlo in alcun modo provare? E come si comporterà se l'imputato - o, più spesso, l'avvocato di quest'ultimo - è un grembiulino come lui?
Cominciamo dal primo quesito. Giuseppe De Lutiis, uno fra i più autorevoli studiosi di eversione e di poteri occulti, consulente di numerose Procure della repubblica, non ha dubbi: «dalla Massoneria si esce solo nel caso in cui si venga espulsi. Altrimenti si rimane “in sonno”, una condizione comunque revocabile in qualsiasi momento». Aggiunge un altro consulente, più volte fin dagli anni ‘80 al fianco dei pm in indagini sulle Logge segrete: «accade con una certa frequenza che un massone in sonno decida di rientrare tra i confratelli attivi, anche perchè spesso la scelta dell'“assonnamento” è dovuta all'assunzione di cariche pubbliche. Il suo ritorno viene vissuto come una festa: non solo non occorre rifare tutti i complessi rituali dell'iniziazione, ma spesso riceve in dono il passaggio ad un grado superiore rispetto a quello che aveva lasciato. Questo indica che dalla massoneria non ci si può “dimettere”: loro lo vivono come un battesimo, che non prevede alcuna possibilità di “sbattezzarsi”».
Tutto ciò riguarda le Logge regolari, con tanto di elenchi depositati, mentre sulle eventuali “norme” vigenti fra i massoni coperti non è possibile azzardare ipotesi. Di sicuro, il giuramento non viene meno nè potrà essere mai svelata l'identità dei confratelli. Quali siano le “punizioni” per chi trasgredisce, si può a questo punto solo immaginarlo.
E' sulla base di questa premessa che siamo andati a cercare chi sono, dove sono ora e cosa fanno alcuni magistrati sulla cui originaria affiliazione massonica non ci sono dubbi. I 37 nomi che qui di seguito proponiamo, infatti, sono presi per buona parte dagli unici elenchi (comprensivi delle Logge coperte) che siano mai venuti alla luce: quelli sequestrati nel ‘92 dall'allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova. Altri nomi li abbiamo invece ricavati dall'elenco ufficiale dei massoni pubblicato nel 2008 dalla Voce, che non include la consistente fascia di vip affiliati ad obbedienze cosiddette “non regolari”, ma assai più potenti e generalmente riconosciute da Logge estere.
Sulla cima della piramide ci sarebbe in questo periodo, per fare un esempio, la “Gran Loggia Italiana Massonica”, i cui adepti, che si definiscono «un gruppo di Fratelli Massoni provenienti da varie Obbedienze, (G.O.I., Piazza del Gesù, Gran Loggia Regolare d'Italia, Gran Loggia Massonica Italiana, Logge di San Giovanni, Gran Loggia della Repubblica di San Marino)», adducono a fondamento della loro scelta la risibile motivazione di poter affiliare anche le esponenti del gentil sesso (facoltà ampiamente prevista da una delle due principali obbedienze regolari, vale a dire la Gran Loggia d'Italia di Palazzo Vitelleschi).
Fondata ad Arezzo nel marzo 2002, la nuova compagine non poteva che essere benedetta da Licio Gelli in persona. Nessun problema, se non fosse per un piccolo particolare venuto a galla in un articolo della Nazione di fine 2006: la donazione fatta dal venerabile e dai suoi confratelli ai poveri del Sacro Cuore di Arezzo. Racconta al quotidiano il parroco, don Angelo Chiasserini: «Quello che valuto è la finalità dell'iniziativa, che è di beneficenza. E' stato Tiberio Terzuoli, gran maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale, a contattarmi, spiegandomi successivamente che all'iniziativa avevano contribuito anche Gelli e Giuseppe Sabato, sovrano della Gran Loggia Massonica Italiana». Che di lì a poco si sarebbe invece ribattezzata Gran Loggia Italiana Massonica.
Ma chi è Giuseppe Sabato il “sovrano”? Non sarà per caso lo stesso rampante manager di Banca Esperia, la holding finanziaria che fa capo a Silvio Berlusconi? Impossibile affermarlo con certezza, visto il segreto assoluto che vige nella neo-Loggia aretina. Di sicuro, però, oggi a dominar la scena sotto i cappucci sono i maghi dell'alta finanza. Come accade a Napoli, dove dominus incontrastato della Loggia Bovio è il commercialista Giovanni Esposito, assurto nell'olimpo supermassonico dell'Arco Reale, rito di York. «Il baricentro - dice ancora il nostro esperto - ai livelli medio-alti si sta spostando dalle Logge coperte a queste consorterie non riconosciute dalle obbedienze tradizionali, ma gemellate con compagini estere come la Loggia Montecarlo, che ha sede nel Principato di Monaco».
Se questi sono ora gli assetti finanziari “globalizzati” dei confratelli, non meno interessante sarebbe definire quali e quanti magistrati vestono oggi il grembiule sotto la toga. Missione quasi impossibile, dal momento che a scoprire le carte dovrebbero essere i loro stessi colleghi, come in perfetto isolamento fece Cordova nel ‘92 e come, intorno al 2000, aveva provato a fare a Napoli un altro pm-coraggio, Luigi De Ficchy, attuale procuratore capo a Tivoli e all'epoca impegnato nell'inchiesta sulla Loggia deviata Spinello, naufragata nelle nebbie della procura capitolina. Mentre i circa mille faldoni dell'inchiesta Cordova marciscono ancora nei sotterranei di piazzale Clodio, a Roma.
E' tradizionalmente considerato l'approdo su cui vanno a dissolversi le inchieste giudiziarie più scottanti, quelli che chiamiamo - e che probabilmente resteranno - i misteri di Stato. E la sua fama leggendaria di porto delle nebbie il tribunale di Roma non ha mancato di alimentarla, con vicende come quelle che hanno investito, per fare solo qualche esempio, magistrati quali il gip Renato Squillante o, anni addietro, il piduista Carmelo Spagnuolo. Ma quali sono realmente oggi gli assetti in quella enclave giudiziaria e, soprattutto, nella sua Procura? A rivelare particolari inediti è il consulente delle Procure Antimafia Gioacchino Genchi, vicequestore, esperto informatico e per anni al fianco dell'allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Le rivelazioni, che emergono dalla sua lunga esperienza sul campo, esplodono nelle pagine del monumentale “Il Caso Genchi” scritto col giornalista Eduardo Montolli edito da Aliberti.
Più volte nel libro ricorre la figura di Giancarlo Elia Valori, potentissimo grand commis di Stato, l'uomo che De Magistris riteneva di aver individuato come il grande vecchio della massoneria transnazionale. Frequentissime le conversazioni telefoniche fra lo stesso Valori ed il procuratore aggiunto della capitale Achille Toro, lo stesso inquirente che decide di non astenersi quando si tratta di sequestrare l'archivio Genchi, benchè nei tabulati delle conversazioni di Valori fosse presente tante volte il suo stesso nome. E benchè - ricorda Genchi - da quei tabulati risultassero le tante telefonate fatte proprio da Toro e dalla sua famiglia all'indagato numero uno di Why Not, l'avvocato di Valori e parlamentare Pdl Gianni Pittella. Valori: l'uomo che aveva ammesso a Palazzo San Macuto di aver presentato il generale Peron a Licio Gelli... Notizie su un altro procuratore aggiunto della capitale arrivano dall'ambiente degli avvocati e riguardano Giancarlo Capaldo. In particolare le attenzioni di alcuni settori forensi si appuntano sulla notizia che l'alto magistrato è fratello di Pellegrino Capaldo, il potente banchiere, vicino all'Opus Dei, da sempre in prima fila per sostenere i politici impegnati nell'operazione Grande Centro per far rinascere una balena bianca di stampo affarista. «Stupisce perciò - sbotta un avvocato - che indagini delicate come quelle sull'Operazione Sofia, finalizzata ad un analogo obiettivo, fossero state affidate proprio al pm Capaldo».
Eppure, provando a scorrere le carriere delle toghe messe a nudo dal mastino di Palmi, Agostino Cordova, più qualche nome venuto fuori in elenchi recenti, le sorprese non mancano. Ecco allora qui di seguito, in ordine alfabetico, alcuni esempi significativi fra i tanti magistrati che avevano giurato fedeltà alla massoneria.
ABBADESSA Lorenzo - Classe 1939, nato a Napoli (dove gli Abbadessa sono conosciuti come influente famiglia di medici), dal 2006 si è iscritto all'albo degli avvocati e risulta avere lo studio a Soverato, perla costiera della provincia di Catanzaro. Con la qualifica di “Magistrato” lo si ritrova invece negli elenchi dei massoni aggiornati a tutto dicembre 2007 e pubblicati dalla Voce nel 2008. Lorenzo Abbadessa è attualmente responsabile, proprio a Catanzaro, della Procura generale della repubblica presso la Corte d'Appello, in via Falcone e Borsellino.
ALIBRANDI Tommaso - Nato a Roma l'8 agosto del 1933, è iscritto negli elenchi ufficiali della massoneria aggiornati a tutto il 2007 con la qualifica di “Magistrato al Consiglio di Stato”. Negli anni ‘90 era stato invece attivo presso la Corte dei Conti. Nel ‘93 il suo nome è fra gli indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla telefonia dal pm della capitale Guglielmo Muntoni (giudice Maria Cordova) insieme - fra gli altri - a Carlo De Benedetti, al costruttore Mario Lodigiani e all'ex ministro Paolo Cirino Pomicino. In quegli anni Alibrandi era stato capo dell'ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali, presidente del Tar della Val D'Aosta nonchè ex “uomo ombra” dell'allora ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì. Di provata fede Pri è anche Alibrandi (già senatore del partito di Giorgio La Malfa), che nel 2003 ritroviamo in pista fra i promotori della resuscitata Voce Repubblicana. Dal 2008 esercita la professione di conciliatore bancario.
ARIOTI Alfredo – Un Alfredo Arioti nato a novembre del 1941 compare con la dicitura esplicita di “magistrato” negli elenchi ufficiali degli iscritti alla massoneria di Perugia a tutto dicembre 2007. Si tratta dello stesso Alfredo Arioti Branciforti presente nell'organico della magistratura italiana come “nato a Palermo il 26 novembre 1941”. Il che risulta fra l'altro dal suo curriculum pubblicato da E-Campus, formazione universitaria a distanza, nel quale viene specificato che «dopo essere stato uditore presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Roma, veniva nominato Pretore in Valle D'Aosta a Donnaz». Nel 1969 «si trasferiva a Perugia, dove svolgeva le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale». Dal 1981 Arioti è «Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Perugia. In tali funzioni esplicava numerose e delicatissime inchieste anche nei confronti di varie organizzazioni terroristiche quali Brigate Rosse, NAR, Prima Linea, Ordine Nuovo, talchè subiva un attentato terroristico, perpetrato da una organizzazione eversiva, concretizzatosi in esplosioni di colpi di arma da fuoco nei confronti della sua abitazione». Al Csm Arioti aveva dichiarato di essersi allontanato dalla Massoneria fin dal 1992, dopo che per ben due volte l'organo di autogoverno lo aveva dichiarato non idoneo a funzioni superiori proprio a causa di quella affiliazione, che gli aveva fra l'altro fatto meritare consistenti avanzamenti all'interno del sodalizio muratorio. Ne dava notizia, nel 2004, il bollettino di Magistratura Democratica, senza peraltro precisare quali prove avesse addotto il magistrato a riprova del suo allontanamento dalla massoneria, visto che il nome compare ancora negli elenchi 2007. Di Alfredo Arioti si sono comunque più recentemente occupate le cronache locali. E' accaduto nel 2008, quando il coordinatore Pdl Fabrizio Cicchitto (piduista) lo voleva come candidato a sindaco di Perugia; poi il diretto interessato preferì restare in magistratura - ci informa la Nazione il 19 novembre - e non se ne fece nulla.
ARMANI Giuseppe - Classe 1937, nato a Reggio Emilia, Armani è ancora presente in quanto “Magistrato” negli elenchi degli affiliati 2007, benchè abbia da tempo lasciato la toga. Il suo nome venne alla luce già col sequestro Cordova nei primi anni ‘90 insieme a quelli di una ventina fra giudici, pretori e pubblici ministeri, tutti poi sottoposti al giudizio del Csm. Dedicatosi in seguito prevalentemente agli studi giuridici, Armani è autore di libri sulla Costituzione in uso negli istituti superiori. Nel 2006 ha pubblicato a Bologna un volume nel quale vagheggia l'idea di un'Italia laica e liberale.
CASOLI Giorgio - Compare negli elenchi 2007 pure Giorgio Casoli di Perugia, nato il 12 settembre del 1928. Anche il suo nome era rimbalzato alle cronache (e al Consiglio Superiore della Magistratura) dopo i sequestri del ‘92. Intrapresa la carriera come pretore ad Assisi e a Perugia, è a Milano come giudice di Corte d'Appello negli anni del terrorismo; passa poi in Cassazione dove diventa presidente di sezione. Di qui comincia anche la carriera politica: sindaco di Perugia dall'80 all'87, lo stesso anno entra a Palazzo Madama col Psi, dove siede nella giunta delle immunità parlamentari e nella commissione giustizia; sarà poi sottosegretario alle Poste nel governo presieduto da Giuliano Amato. Casoli torna alla ribalta nel 1996, quando conferma ai pm milanesi molte delle accuse lanciate dalla superteste Stefania Ariosto, cui è legato da antica amicizia. Soprannominato dagli amici “il Pertini dell'Umbria”, è considerato oggi in area Pd, dopo l'avvicinamento di qualche anno fa al Partito Popolare.
D'AGOSTINO Luciano - La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D'Agostino, classe 1955, è pm a Locri. «Sono sconcertato - dichiara ai giornali - queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Anche nel caso di D'Agostino assistiamo alle affermazioni - peraltro senza prove - su una presunta uscita dalla massoneria, proprio come si fa per dimettersi da un Cral: «prima di prendere servizio a Lamezia Terme avevo scritto alla loggia Luigi Ferrer di Napoli, regolare del Grande Oriente d'Italia, per segnalare che ritenevo l'esercizio di funzioni giurisdizionali non compatibile con l'appartenenza alla massoneria. Da allora non ho avuto alcun rapporto con i massoni». Basta la parola. Sapeva che era una Loggia coperta?, gli chiede il cronista del Corriere della Sera. E lui: «Un grande oratore del GOI ha detto che è una loggia coperta. Nel breve periodo in cui ne ho fatto parte, non lo era». Non riesce a convincere il Csm, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l'appartenenza alla massoneria è lesiva dell'imparzialità dell'ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D'Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l'altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale. Dal 2007 è tornato a Locri, dove attualmente è giudice per l'udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al tribunale di Salerno. L'accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l'affidamento ad una ditta dell'incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D'Agostino era in servizio alla Dda di Catanzaro.
DI BLASI Salvatore - Attualmente giudice al tribunale civile di Milano, Di Blasi era fra le toghe iscritte alla massoneria dell'elenco Cordova. Nel 2001 aveva assunto anche il delicato incarico di presidente di sezione in seno alla Commissione Tributaria della Lombardia. In questo periodo il giudice Di Blasi si sta occupando invece della vicenda Innse, la fabbrica milanese del legno a rischio chiusura.
FRANCIOSI Nicolò - Anche lui presente negli elenchi Cordova del lontano ‘92, oggi il giudice Franciosi, napoletano, classe 1942, è consigliere della Corte d'Appello a Milano. Nel 2003 fa parte della terna giudicante che respinge la richiesta avanzata dai legali di Cesare Previti di ricusazione dei giudici nel processo Imi-Sir. Turbolente le vicissitudini del giudice Franciosi dinanzi al Csm per quell'antica affiliazione: dopo la sanzione disciplinare fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Strasburgo condanna al risarcimento in favore di Franciosi, non il Csm, ma lo Stato italiano, reo di scarsa chiarezza sulle norme che regolano l'appartenenza alla massoneria nel caso di un magistrato. Il Consiglio Superiore, però, nel 2002 respinge la richiesta avanzata da Franciosi di revisione della sentenza di sanzione e, due anni dopo, dice no anche all'inserimento della sentenza europea nel suo fascicolo personale.
LA SERRA Renato - Ecco un magistrato-confratello di cui si sono praticamente perse le tracce. Le ultime notizie che lo riguardano risalgono al 1998 quando, nell'ambito dell'inchiesta a carico dell'ex procuratore generale di Roma Vittorio Mele e del ras della sanità pugliese Francesco Cavallari, vennero a galla i viaggi generosamente offerti dall'imprenditore agli amici in toga, compresa la leggendaria trasferta a Parigi cui prese parte anche l'allora pretore di Trani Renato La Serra. La sua affiliazione alle Logge, emersa negli elenchi Cordova del ‘92, gli era costata, due anni dopo, una sanzione disciplinare dinanzi al Csm.
MAESTRI Angelo Massimo - Classe 1944, originario della provincia milanese, è in servizio alla Corte d'Appello del tribunale di Palermo. Un caso, il suo, analogo a quello di Nicolò Franciosi: dopo la scoperta dell'affiliazione attraverso il sequestro Cordova, riceve la sanzione disciplinare dal Csm, che sarà confermata anche in Cassazione. Nel 2004 la Corte di Strasburgo condanna lo Stato italiano a risarcire Maestri con 10 mila euro. I problemi, nella carriera di Maestri, però, sono stati anche altri: il suo trasferimento da La Spezia (dove era stato per lunghi anni pretore) a Palermo, era stato infatti disposto nel 2001 dal Csm, che lo accusava di aver ricevuto fidi bancari di consistente importo senza garanzie. Situazione che, sommata alle contestazioni per la affiliazione massonica, non solo determinò il trasferimento, ma anche la destinazione dell'ex pretore “ad un organo collegiale”.
MARSILI Mario - Carriera brillantissima per il genero del Venerabile Licio Gelli, del quale aveva sposato la figlia Maria Grazia. Venuto allo scoperto come massone in sonno nella P2 dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, il dottor Marsili si è gettato alle spalle l'onta di quello scandalo, ottenendo perfino una promozione dal Csm (nell'89), fino a balzare nel ruolo apicale che riveste oggi: sostituto procuratore generale al tribunale di Roma. Una Procura del resto, quella di piazzale Clodio, che per anni aveva visto al vertice un altro pisuista di fama, il massone Carmelo Spagnuolo. Prima giudice istruttore ad Arezzo, poi alle sezioni giudicanti del tribunale di Perugia, Marsili ebbe solo un piccolo incidente di percorso nell'84, quando fu sottoposto a procedimento penale dinanzi al tribunale di Verona (per accuse relative alla sua carriera di piduista) e, per questo, gli fu sospeso lo stipendio. In seguito all'assoluzione, riprese la sua escalation nei ranghi della giustizia italiana. Tanto che furono affidate proprio a Marsili le indagini sull'eversione nera di stampo neofascista, comprese quelle a carico di Mario Tuti e l'inchiesta sulla strage dell'Italicus. Come sono andate a finire, lo sappiamo.
MEZZATESTA Michele - No, non era un'affiliazione massonica qualsiasi, quella del magistrato Michele Mezzatesta, nei primi anni ‘90 presidente del tribunale fallimentare di Palermo. Perchè alla stessa Loggia del capoluogo siciliano facevano capo anche fior di mafiosi (fra cui il “ragioniere” di Cosa Nostra Pino Mandalari e Salvatore Greco, fratello del “papa” Michele Greco), politici ed affaristi. “La pietra entra grezza ed esce levigata”, si leggeva all'ingresso di quel tempio, cui gli inquirenti erano arrivati seguendo le tracce di un narcotrafficante agrigentino. La questione si è riaperta in qualche modo nei mesi scorsi, dopo che i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno chiesto all'Aisi, attuale sancta sanctorum dei Servizi segreti italiani, di visionare gli archivi sulla strage di Capaci. In compenso Mezzatesta non figura più nei ranghi della magistratura italiana.
MONDELLO Fabio - Consigliere di Corte d'Appello a Roma, dopo il clamore seguito al ritrovamento del suo nome fra i massoni del sequestro Cordova, nel ‘96 Mondello finisce nuovamente nei guai a causa di un processo che lo vede imputato insieme all'allora presidente di Cassazione Filippo Verde per aver usufruito di viaggi offerti dalla Canon ad alti esponenti del ministero di via Arenula, dove i due magistrati avevano prestato servizio nei primi anni ‘90. Il nome di Mondello rimbalzò contemporaneamente anche nell'ambito di un altro scottante procedimento, quello che vide coinvolto il gip della capitale Renato Squillante e l'avvocato Attilio Pacifico. In seguito alla condanna in primo grado riportata a Perugia per la vicenda Canon, Mondello ha lasciato la magistratura.
MONTI David - Un caso davvero spinoso, quello di David Monti, il cui nome è legato all'inchiesta, condotta quando era pm ad Aosta, denominata Phoney Money ed incentrata su traffici intarnazionali che coinvolgevano massoni, alti prelati e pezzi dello Stato. Correva l'anno 1996 e nessuno si ricordava più che il nome di David Monti era negli elenchi sequestrati da Agostino Cordova. Anche Monti, all'epoca, aveva fatto ricorso alla solita scusa: «la mia iscrizione alla massoneria? Una semplice curiosità giovanile». Sarebbe interessante sapere come ha fatto il magistrato (e con lui diversi altri colleghi) a cancellare il complesso rituale dell'affiliazione ma, soprattutto, a rinnegare il giuramento di sangue fatto dinanzi ai confratelli. Una bella letterina di dimissioni, come al circolo del golf? Di sicuro Monti ha proseguito senza impedimenti la sua carriera nell'ordinamento della magistratura italiana. Ed oggi è gip a Firenze.
MONTI Mauro - Classe 1947, riveste attualmente l'alta carica di sostituto procuratore aggiunto al tribunale di Bologna, la città dove è nato. Dopo la scoperta del suo nome negli elenchi sequestrati da Cordova, di Mauro Monti le cronache non si erano più occupate. Tornano a farlo ad agosto 2009 quando, su richiesta dello stesso Monti, il tribunale accoglie le istanze avanzate in appello dai difensori di Saverio Masellis e Francesco Cardamone, esponenti del clan dei casalesi accusati per aver gestito bische clandestine nel riminese. Risultato: per i due la sentenza di condanna è stata annullata e gli atti tornano al gup.
NANNARONE Paolo - I problemi cominciano fin dall'83, perchè il nome di Nannarone è già lì, negli elenchi della Loggia Propaganda 2, insieme a quelli di altri magistrati. A differenza dei colleghi, Nannarone viene assolto dal Csm. E benchè lo si ritrovi nuovamente negli elenchi Cordova del ‘92, il magistrato continua la sua carriera senza problemi; quello stesso anno presiede al tribunale di Perugia (dove ha svolto la gran parte della sua attività) la Corte d'Appello che proscioglie il finanziere “a un passo da Dio” Pierfrancesco Pacini Battaglia, difeso dall'attuale parlamentare di An Giulia Bongiorno. Nel ‘96 ritroviamo Nannarone a capo della Corte d'Assise chiamata a pronunciarsi sul delitto del giornalista Mino Pecorelli. Ritenuto incompatibile, sarà sostituito dal collega Giancarlo Orzella. Nel 2000, sempre a Perugia, pronuncia una storica sentenza: i clienti delle prostitute non sono punibili per favoreggiamento. Classe 1939, lasciata la magistratura Nannarone è oggi nell'organigramma di vertice della Banca Popolare di Cortona.
PINELLO Francesco - Classe 1932, presidente del Tribunale di sorveglianza di Palermo, nel 2005 fa parlare di sè per il regime di semilibertà concesso al pluriomicida del Circeo Angelo Izzo, tanto che l'allora guardasigilli Roberto Castelli decise di inviare gli ispettori in Sicilia. In precedenza il nome di Pinello era balzato alle cronache negli elenchi massonici del ‘92, che gli costarono un procedimento disciplinare del Csm a suo carico.
PONE Domenico - In quegli elenchi del ‘92 c'era anche Domenico Pone: una cosa da poco rispetto alla scoperta, avvenuta nel lontano 1983, della sua contemporanea affiliazione alla P2, proprio mentre prestava servizio alla suprema Corte di Cassazione. Segretario, all'epoca, di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, Pone rappresenta uno fra i pochissimi casi di magistrati rimossi dall'ordinamento giudiziario per appartenenza alla Loggia fondata da Licio Gelli.
RESTIVO Nicola - E' giudice per le indagini preliminari a Perugia, Nicola Restivo. Una delle ultime operazioni che portano la sua firma risale a maggio 2009, quando convalida il sequestro di biomasse trasportate illecitamente nelle campagne umbre. Nel 2007 un altro blitz, questa volta a carico di operatori assenteisti nella locale azienda ospedaliera. Nel ‘92, quando era procuratore capo a Perugia, il suo nome rimbalzò fra quelli dei massoni nelle liste Cordova. Il che, come abbiamo visto, non ha intralciato la sua brillante carriera.
RINAUDO Antonio - Anche la iscrizione di Rinaudo alla massoneria viene a galla con gli elenchi del ‘92. In servizio a Torino (la città in cui è nato nel 1948) come pubblico ministero, si è occupato dell'ex giocatore della Juve Michele Padovano, sotto accusa per un presunto traffico di droga col Marocco. Nel 2006 le intercettazioni a carico di Luciano Moggi disposte dalla Procura partenopea portano alla luce la frequentazione assidua fra l'ex plenipotenziario del calcio italiano ed il pm Rinaudo, fra cene con signore e scambi di regali natalizi. Ai magistrati napoletani che lo interrogano sulla sua possibile affiliazione alle Logge, Moggi risponderà: «Massone io? Mai»...
ROMAGNOLI Riccardo - E' in servizio al Tribunale civile di Roma il dottor Romagnoli, che a gennaio dello scorso anno ha pronunciato una storica sentenza riguardante Poste Italiane. Nel 1996, a seguito del ritrovamento del suo nome negli elenchi massonici del ‘92, a Riccardo Romagnoli il Csm inflisse la perdita di due anni d'anzianità. Il che scatenò la vibrata protesta del Grande Oriente d'Italia.
ROMANO Guido - E' presidente del Tar della Calabria, il magistrato Guido Romano. La sua affiliazione - il nome era presente negli elenchi del ‘92 - non ha dunque turbato una carriera piena di soddisfazioni professionali. La decisione dell'allora guardasigilli Giovanni Conso di deferire al Csm i magistrati massoni, fra i quali Romano, fu aspramente criticata dal gran maestro Eraldo Ghinoi.
SALEMI Guido - Consigliere di Stato, giudice al Tribunale superiore delle acque pubbliche e componente della Commissione tributaria centrale. Queste le attuali qualifiche di Guido Salemi, che al Consiglio di Stato ha pronunciato nel corso degli anni numerose e rilevanti sentenze. La sua iscrizione in massoneria venne alla luce con gli elenchi del ‘92.
SCARAFONI Stefano - Fra quelle carte c'era anche il nome di Stefano Scarafoni. Romano, classe 1961, all'epoca giudice al Tribunale di Tolmezzo, Scarafoni doveva essersi iscritto giovanissimo alla massoneria. Oggi è in servizio come magistrato fra i più attivi alla sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli.
SERGIO Ferdinando - Il suo nome - al pari di quelli dei colleghi Domenico Pone, Guido Romano e Paolo Tonini - venne fuori in una lettera sequestrata nella villa di Licio Gelli in Uruguay. Dalla missiva emergeva che il venerabile avrebbe finanziato con 25 milioni di vecchie lire la campagna elettorale di quei quattro magistrati, quando nel ‘77 erano stati eletti ai vertici della Anm.
SERIANNI Vincenzo - Originario di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, fino al 2001 è stato presidente di Corte d'Appello a Milano. Presente negli elenchi del ‘92 (quando presiedeva una sezione giudicante al Tribunale di Torino), l'anziano magistrato calabrese, classe 1929, risiede da anni nella zona di Casale Monferrato, dove frequenta il locale Rotary e presiede la Giunta esecutiva alla Camera di Commercio.
SPINA Antonio - Ad aprile ‘95 il Csm gli commina la sanzione disciplinare per l'affiliazione alla massoneria, venuta alla luce con gli elenchi del ‘92, mentre Spina esercitava la funzione di pretore a Sciacca, in Sicilia. Attualmente non risulta presente nei ranghi della magistratura.
TONINI Paolo - Il nome di Tonini era compreso nella lista dei magistrati trovata nella villa sudamericana di Gelli (vedi Ferdinando Sergio). Da tempo Tonini è passato nei ranghi accademici come docente di Diritto processuale penale, che insegna all'Università di Firenze. In tale veste organizza incontri patrocinati dal Csm per la formazione e il tirocinio delle nuove leve in magistratura.
TRAPANESE Mario - A lungo presidente di sezione al Tribunale di Ancona, dopo il ritrovamento del suo nome negli elenchi del ‘92 fu deferito - insieme ai colleghi-confratelli - alla sezione disciplinare del Csm dall'allora ministro Conso. Origini napoletane, l'anziano magistrato si dedica oggi, sempre ad Ancona, a sostenere le sorti di un'associazione benefica, la Lega del Filo d'Oro.
VELLA Angelo - Ha fatto epoca, nel 1990, la decisione di Palazzo dei Marescialli, che aveva bloccato la promozione di Vella a presidente di sezione del Tribunale felsineo per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria. Un parere che scatenò le ire di Francesco Cossiga. Nel 1974 il giudice Vella si era occupato della strage dell'Italicus. In anni più recenti, almeno fino al 2001, è stato membro della Corte di Cassazione.
VITALI Massimo - Era sostituto procuratore a Brescia ai tempi della strage di Piazza della Loggia e proprio a lui, insieme ad altri due colleghi, furono affidate le indagini su una tragica vicenda della quale ancor oggi si cerca una verità. La affiliazione di Vitali alla Massoneria verrà alla luce solo con gli elenchi del ‘92. Cosa fa ora? Classe 1946, originario di Grosseto, Vitali è in servizio. Sempre a Brescia. Come consigliere di Corte d'Appello.
Una annotazione finale: diamo per scontato che tutti i magistrati qui elencati e le centinaia di colleghi iscritti alla massoneria svolgano il loro lavoro con diligenza e professionalità. Quello che il cittadino (vittima, imputato, parte offesa, imprenditore a rischio fallimento) ha il diritto di sapere è che restano legati fino alla morte a quel giuramento. Che la massoneria non è un gioco di società dal quale si esce a piacimento. E che violare quel patto ha significato, per molti, perdere la vita.
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=249
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=250
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=252
TOGHE ASSENTEISTE
Brunetta: «La giustizia? E' una cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati, lavorano poco»
«Non ho nulla contro i magistrati, mi sono anche simpatici», tuttavia «la giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati». Così il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, torna a spiegare la sua proposta di introdurre i tornelli negli uffici giudiziari. Intervenendo a Porta a porta del 27 ottobre 2008, alla quale ha partecipato anche il presidente dell'Anm, Luca Palamara, Brunetta ha spiegato: «I tornelli servono ad una organizzazione scientifica del lavoro, così da misurare la produttività e l'efficienza. È noto che i magistrati lavorano poco. Nei tribunali ci sono caos, confusione e ritardi».
«Non ce l'ho con i magistrati, ma non possono esistere della aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini - dice Brunetta in una lettera pubblicata dalla Stampa - La fine dell'anarchia giudiziaria, dal punto di vista dell'organizzazione degli uffici è solo un primo passo perché i costi della giustizia che non funziona sono insopportabili, sia in termini di spesa pubblica, sia di civiltà collettiva. Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, i cittadini e l'economia del Paese. Abbiamo avviato l’operazione trasparenza sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione.
Come sono andate le cose nel comparto della giustizia? Non lo so, non lo sa nessuno, perché quei dati non sono mai arrivati. Hanno risposto alcune amministrazioni centrali, ma la trasparenza è stata rifiutata dall’insieme degli uffici periferici. Non abbiamo dati relativi alle presenze dei magistrati, ma neanche dei cancellieri e dell’altro personale amministrativo, che sono tutti dipendenti pubblici. Che sia chi amministra la giustizia a sottrarsi alla trasparenza non è un bell’esempio.
I tempi della giustizia italiana (penale, civile, amministrativa) sono scandalosamente lunghi, al punto da esporci a fondati e preoccupanti rilievi internazionali. Una giustizia che viaggia con i tempi italiani non merita di chiamarsi giustizia. Di questo, naturalmente, non portano la responsabilità solo i magistrati, essendoci colpe enormi del legislatore. Ma sono responsabili anche i magistrati. Per esempio: la legge è chiarissima, stabilendo che le motivazioni delle sentenze si depositano contemporaneamente o pochi giorni dopo la lettura del dispositivo, e solo in casi eccezionali entro tre mesi. La regola, di fatto, è che le motivazioni arrivano dopo molti mesi, e talora dopo anni. Nessuno paga, perché i tempi che riguardano i cittadini sono perentori (quindi obbligatori), mentre quelli cui devono attenersi i magistrati ordinatori (vale a dire che sono solo indicativi). Non credo sia tollerabile.
Dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali. Nel solo tribunale penale di Roma quasi l’80% dei rinvii è dovuto ad errori procedurali commessi dagli uffici, il che meriterebbe un serio controllo di produttività, con premi a chi lavora bene e sanzioni per chi lo fa come capita. Ogni volta che si solleva il tema la risposta dei magistrati è: servono più soldi. Ma noi abbiamo più magistrati e spendiamo più della media europea. Spendiamo troppo, non troppo poco, ma spendiamo male, come dimostra il capitolo informatizzazione: ci sono 7000 server al servizio della giustizia (ne basterebbe il 10%) e 169 sale dedicate (ne basterebbero 29). Tutto questo non solo è costato per gli acquisti, ma costa ogni anno, in servizi di assistenza e manutenzione, un occhio della testa. E non funziona, perché la telematica richiede integrazione dei sistemi, non moltiplicazione dei centri autogestiti ed autoreferenziali. E integrazione vuol dire scientificità dell’organizzazione con relative responsabilità manageriali e di gestione che, nei nostri palazzi di giustizia, semplicemente non esistono. Ognuno per sé, magari in buona fede, ma in totale disorganizzazione.»
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=33632&sez=HOME_INITALIA
TOGHE PAZZE
NON ESISTE L'ESAME PSICOFISICO - ATTITUDINALE PER I MAGISTRATI
Perché Berlusconi non può auspicare un esame di idoneità mentale per i magistrati? Perché Veltroni deve ravvisarvi «uno scarso senso dello Stato»? Che risponde, di serio, l’Associazione magistrati?
Una vera risposta non c’è.
In genere si ricorda che viceversa esistono professioni cariche di responsabilità anche mediatica (chirurghi e medici su tutti) ma poi si glissa. Andrebbe rispolverata la casistica raccolta da un ex consigliere del Csm, laddove si ricorda che i magistrati italiani non vengono sottoposti a esami psichiatrici (né prima né durante) come appunto è obbligatorio per altri professionisti.
Se un giudice è pazzo, posto che ce ne si accorga, pazienza: deciderà della libertà altrui.
Nella casistica si raccontava del giudice che si vide respingere una denuncia perché ritenuto infermo di mente: concluse tranquillamente la sua carriera.
C’è il caso del giudice che in piena udienza si alzava gridando «Ho i ceci sul fuoco».
C’è quello fissato sull’incostituzionalità dell’ora legale:andava alle udienze solo in base all’ora solare.
C’è la storia del consigliere d’Appello arrestato perché aveva compiuto atti osceni con un ragazzo adescato al cinema: il Csm lo prosciolse riconoscendogli una totale incapacità di intendere e di volere, ma riprese servizio.
Volersi occupare di questo tuttavia ha già pronta l’accusa: vogliono chiudere i giudici in manicomio. Basterebbe a casa loro.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=253578
Ci sono pazzi e pazzi, anche tra i magistrati. Come scrive Filippo Facci sulla casta in toga che, a differenza di altre caste, sfugge all’esame dell’idoneità mentale, di casi psichiatrici ve ne sono svariati oltre a quello citato nella rubrica: dal giudice che abbandona l’aula perché «signor presidente, ho i ceci sul fuoco» e che giudica incostituzionale l’ora legale, al consigliere d’appello sorpreso nel bagno di un cinema a fare sesso con un ragazzo ma assolto dal Csm perché ha sbattuto la testa sulla porta della toilette «e ciò lo avrebbe reso - scrive Mauro Mellini nel libro La fabbrica degli errori edito da Koinè - per un certo tempo incapace di intendere».
È di qualche giorno addietro la storia del giudice di La Spezia indagato per aver tagliato le gomme all’auto di una collega per questioni di parcheggio: un po’ come quel pretore di Nicosia che litigò coi carabinieri per il «posto riservato» ai magistrati, che in realtà non esisteva. Sempre in Liguria, anni fa, due magistrati finirono sotto accertamento per il tiro al bersaglio, con rivoltelle, sui fascicoli riposti in archivio. Quanto ai pm «pistoleri», le cronache rimandano a due episodi: un gip arrestato in Sicilia per aver fatto sparare a un professore universitario reo d’aver bocciato la nipote quattro volte di seguito e un pm di Milano «ammonito» per aver estratto minacciosamente la Beretta in faccia a un avvocato e per aver sparato in aria al culmine di un litigio nel traffico.
Uno, dieci, troppi casi. A un sostituto sono stati contestati atti di libidine su un handicappato mentre un giudice marchigiano, senza motivo, non si è recato in tribunale per tre mesi, finendo con l’essere dichiarato incapace di intendere e di volere. In Calabria un giudice ha picchiato e insultato un guardalinee in un campionato dilettanti, un altro è stato beccato mentre tirava calci in una serie minore sotto falso nome perché colpito da squalifica per ingiurie. Tra i casi celebri - alcuni riportati ne La giustizia dimenticata di Massimo Martinelli, di prossima uscita con Gremese - quello della donna in toga sorpresa a fare regate transoceaniche nonostante fosse in congedo per malattia: «Le ferie erano concordate. E il ritorno mediatico che c’è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura».
Scalpore fece la storia di quel giudice accusato di eccesso di retorica nei dispositivi delle sentenze: i riferimenti andavano da Virgilio a Polifemo, dal mago Houdini a Kafka, da Cicciolina a Montesquieu passando per Aristotele, Bach, Madonna (la popstar), la legge delle dodici tavole e buon ultima la Sibilla Cumana. La denuncia al Csm parlava di motivazioni infarcite di citazioni stravaganti e bizzarre, spesso al limite del grottesco, ritenute «superflue, non pertinenti». Un magistrato di Rimini ha prodotto un’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale a forma di piece teatrale. La stravaganza non è estranea nemmeno alla toga di origini sarde che, per fare un dispetto ai colleghi, ha imbrattato con «abbondanti strisciate di Nutella» le pareti del bagno dell’ufficio. Ammonito. Il Csm si occupò anche di un giudice pugliese accusato di ossessionare con le sue avances segretarie e cancelliere del tribunale. E un’eccessiva inclinazione per i piaceri della carne costò il trasferimento per incompatibilità ambientale a una toga marchigiana accusato di perseguitare l’amante e suo marito, arrivando a dichiarare la sua relazione extraconiugale in diretta tv.
C’è poi il pretore piemontese che, stando al Csm, finì sospeso perché «pronunciava a breve distanza di tempo sentenze radicalmente contrastanti sul medesimo oggetto del contendere» con «motivazioni emozionali e metagiuridiche». Pescando a caso spunta l’incredibile vicenda del magistrato chiamato dal Csm a giustificare comportamenti «confusi e deliranti». L’interessato affida la sua difesa a 13 cartelle scritte in stile Ionesco. Un passaggio: «Sentivo l’incombenza di un pericolo che soverchiava il mio destino (di coda di lepre da buttare innanzi alla muta), e toccava la sicurezza dello Stato... mancai poi il suicidio, giacché caddi sui piedi. Tornai così in servizio con nuove funzioni». Il Csm decise di non decidere. Il magistrato restò in servizio, anni dopo si tolse la vita. E che dire di quel pm di Ancona che per dimostrare la sua tesi accusatoria è arrivato a sottoporre a «seduta ipnotica un testimone al fine di recuperare ricordi rimossi». Poi capita che la politica parli di toghe impazzite e di test. C’è chi scomoda Woodcock, il pm dei vip, e come Gasparri di An finisce in tribunale. E chi come Andreotti è stato perseguito per aver dato del folle al magistrato Mario Almerighi: «È pazzo, dica quello che vuole, mi procura solo divertimento».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=253605
TOGHE CORPORATIVE
CSM, 1.282 GIUDICI SOTTO PROCESSO
È il numero dei procedimenti disciplinari in 10 anni. 290 condannati, 156 dimessi prima della sentenza.
I numeri: oltre mille segnalazioni all’anno contro i magistrati alla Procura generale della Cassazione. Solo il 10% va alla disciplinare.
Le accuse: molti giudizi sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti. Poi ci sono i comportamenti delle toghe.
C’è qualche nome noto, coinvolto nelle più recenti burrasche giudiziarie, come Luigi de Magistris (condannato) e Henry John Woodcock (assolto). E qualche altro meno noto ma importante (procuratori in carica, giudici di processi delicati o che hanno appassionato l’opinione pubblica), molti dei quali assolti, ma alcuni condannati; per esempio i magistrati del tribunale di sorveglianza di Palermo che concessero la semilibertà al «mostro del Circeo» Angelo Izzo facendolo tornare a Campobasso dove uccise di nuovo, ai quali è stato inflitto un «ammonimento ».
Infine c’è un elenco di nomi quasi mai balzati all’onore (o al disonore) delle cronache.
E’ il piccolo esercito di toghe finite sotto processo davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: il «tribunale» che giudica gli illeciti commessi al di fuori di eventuali reati. E’ l’organo di giustizia interno all’ordine giudiziario e al suo autogoverno, spesso finito a sua volta sotto processo perché di manica troppo larga.
L’idea che le toghe si autoassolvano fa ormai parte del «comune sentire» anche se i magistrati (ma pure qualche osservatore esterno) la considerano soprattutto un luogo comune. Fatto sta che un diverso sistema, come la collocazione della Disciplinare fuori dal Csm, è uno dei temi sul tavolo quando si parla di riformare la giustizia, come di questi tempi. E scavare tra qualche cifra può forse aiutare a comprendere il problema.
Fino alla riforma varata nel 2006, che comincia a far vedere i suoi effetti soltanto adesso, doveva andare sotto processo disciplinare (avviato dal procuratore generale della Cassazione o dal ministro della Giustizia) «il magistrato che manchi ai suoi doveri o tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario ».
Formula forse troppo vaga che però, con un andamento un po’ ondivago da un anno all’altro, nell’ultimo decennio 1998-2007 ha portato davanti alla Sezione del Csm 1.282 magistrati (punta massima nel 2006, 153, e minima nel 2007, 87) su un numero complessivo di toghe italiane che oggi è arrivato a 9.000; ma bisogna tener conto dei casi in cui uno stesso giudice o pubblico ministero è stato giudicato più volte.
Degli oltre 1.200 casi giudicati, i condannati sono stati 290 (in media 29 all’anno), cioè il 22 per cento. Ma in questa valutazione bisogna considerare un altro dato: i 156 «imputati» che hanno abbandonato l’ordine giudiziario prima della sentenza, interrompendo così il procedimento. Comunque la percentuale dei condannati è quella, mentre la media dei colpevoli nei processi penali dopo i tre gradi di giudizio arriva a circa il 40 per cento.
Le sanzioni inflitte dalla Disciplinare vanno dalla più lieve (l’ammonimento) alla più grave (destituzione dall’ordine giudiziario) passando per misure intermedie come la censura e la perdita dell’anzianità.
La maggior parte delle condanne sono alla pena minima, ma il consigliere «laico» dell’attuale Csm e della Sezione disciplinare Michele Saponara commenta: «Anche sanzioni lievi, o addirittura certe assoluzioni, pesano sulla carriera del magistrato perché finiscono nel fascicolo personale e vengono considerate quando c’è la valutazione di professionalità per le promozioni o altro. Quindi un semplice ammonimento può avere conseguenze pesanti per chi lo subisce».
Saponara non è un «laico» qualunque. E’ un avvocato che ha dato battaglia in processi movimentati (difendeva Previti nei dibattimenti «toghe sporche», coimputato Berlusconi) ed è stato parlamentare di Forza Italia. Non può essere sospettato di «tenerezza» nei rapporti con i magistrati, e dopo due anni passati a giudicare le toghe spiega: «Direi che il funzionamento è fisiologico, e sinceramente non vedo grosse storture nel sistema. Certo, si può pensare come sostiene qualcuno di aumentare la componente "laica" rispetto a quella "togata" (attualmente è di un terzo, 2 su 6, secondo la proporzione che la Costituzione stabilisce per il Csm), ma non cambierebbe molto. Spesso mi ritrovo ad essere il più buono al momento del giudizio, perché conosco il sistema giudiziario e mi rendo conto che ci sono molte componenti dietro il comportamento di un magistrato incolpato». I numeri di coloro che finiscono sotto processo disciplinare (e quel 20 per cento o poco più di condannati) sono il risultato di un lavoro che parte da cifre molto più vaste. Ogni anno alla Procura generale della Corte di Cassazione, il «motore» dell’azione disciplinare verso i giudici, arrivano oltre mille segnalazioni; dagli uffici giudiziari (con la riforma i procuratori generali locali sono obbligati a segnalare gli eventuali illeciti, pena finire loro stessi sotto procedimento disciplinare, dal ministero all’esito delle ispezioni, da semplici cittadini. E ancor più ne vengono «lavorate», scartando quelle infondate o da archiviare dopo una semplice istruttoria. Nel 2007 ne sono arrivate 1.307, ne sono state definite 1.479 (smaltendo un po’ di arretrato) e alla fine è stata esercitata l’azione disciplinare davanti al Csm solo in 103 casi. Nel 2008,(secondo i dati del 15 dicembre), sono state definite 1.457 posizioni (su 1.361 sopravvenute) e s’è avviato il procedimento per 99 magistrati.
«La Disciplinare è uno dei cardini dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura — spiega il sostituto procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, che ne ha fatto parte da "togato" del Csm — giacché è preposta non solo a giudicare la deontologia e sanzionare comportamenti scorretti, ma anche a garantire i singoli magistrati da iniziative infondate. Il problema, semmai, è che nel settore disciplinare finiscono problemi che hanno a che fare con la valutazione della professionalità, dove ci sarebbe molto da innovare».
Buona parte dei giudizi davanti al Csm sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti, (ritardi, spesso, pretestuosamente giudicati fisiologici dalle toghe per le difficoltà strutturali degli uffici giudiziari). Ma le più recenti sentenze hanno stabilito una soglia di quei ritardi, oltre la quale la sanzione arriva anche se non viene acclarata l’indolenza del magistrato.
Poi ci sono i comportamenti, dentro e fuori i processi, sanzionati secondo un elenco di casi espressamente previsti dalla legge del 2006, con la «tipizzazione» degli illeciti. «Forse questa riforma— dice Elisabetta Cesqui, componente "togata" del Csm per Magistratura democratica, nonché membro della Disciplinare—ha lasciato scoperte delle aree di comportamenti che invece andrebbero sanzionati, ma è ancora presto per valutarne gli effetti. Conviene sperimentarla. Non si può dire che quello attuale sia un sistema che funziona alla perfezione, ma per lo meno è trasparente rispetto ad altri casi di giustizia domestica. E che sia domestica, nel nostro caso, lo stabilisce la Costituzione. A volte si commette l’errore di caricare il settore disciplinare di troppe attese, dovute al mancato funzionamento della responsabilità civile del giudice e di altri problemi che invece dovrebbero trovare soluzioni nei meccanismi della giustizia ordinaria».
OMESSE LE INFORMATIVE AL CSM CONCERNENTI I PROCEDIMENTI PENALI A CARICO DI MAGISTRATI
INFORMAZIONI CONOSCIUTE DALLA STAMPA
(CSM. Circolare n. 13682 del 5 ottobre 1995)
Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 28 settembre 1995, ha approvato la circolare in oggetto, che di seguito si riporta:
“Con deliberazione n. 151/91 in data 13 gennaio 1994 il Consiglio Superiore della Magistratura ha richiesto ai Procuratori Generali ed ai Procuratori della Repubblica:
a) di dare immediata comunicazione al Consiglio, con plico riservato al Comitato di Presidenza, di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio;
b) prescindendo dall’obbligo di informazione previsto dall’art. 129 disp. att. c.p.p. di informare di loro iniziativa il Consiglio, oltre che dei fatti cui il procedimento si riferisce e del suo inizio, anche del suo svolgimento, nelle varie fasi e nei diversi gradi, salvo che sussistano e vengano comunicate ragioni che possono rendere inopportuna la immediata comunicazione, per il positivo sviluppo delle indagini e/o per la sicurezza delle persone;
c) di trasmettere di loro iniziativa i provvedimenti più rilevanti e quelli conclusivi nelle diverse fasi e nei vari gradi dei procedimenti e dei processi a carico di magistrati.
Con la deliberazione in data 17 maggio 1995, concernente lo svolgimento di ispezioni ed inchieste ministeriali, il Consiglio ha ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità in linea di principio del segreto investigativo e della rimessione alla valutazione del magistrato procedente della sussistenza di specifiche ragioni per il mantenimento del segreto anche nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza.
Si sono dovute constatare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni ed il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione della indagine preliminare.
Quasi mai gli uffici del pubblico ministero provvedono ad una informativa sui fatti cui il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi delle fasi e gradi del procedimento, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi di indicazioni utili al Consiglio.
Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano nel medesimo tempo fatte ai titolari della azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l’esigenza di pronta informazione del Ministro di Grazia e Giustizia e del Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione.
Tale stato di cose impedisce al Consiglio di svolgere le proprie funzioni e si traduce in uno spreco di attività di comunicazione, richiesta, sollecitazione, ecc..
http://www.csm.it/circolari/circ1_2.pdf
8 ANNI PER LE MOTIVAZIONI: IL CSM NON SOSPENDE PINATTO.
IL PG DI CALTANISSETTA, BARCELLONA: "SONO ESTEREFATTO".
La decisione del Csm di non sospendere in via d'urgenza il giudice Edi Pinatto, il magistrato che ha impiegato otto anni per depositare le motivazioni della sentenza del processo di mafia "Grande Oriente" quando era in servizio al Tribunale a Gela, lascia "allibito ed esterrefatto" il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, perché, spiega il magistrato, il "corporativismo non può arrivare fino a questo punto" e "non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
"È dal 2002, da quando sono scaduti i termini per la presentazione della motivazione di quella sentenza - afferma il Pg Barcellona, competente sui giudici di Gela, in un'intervista, che scrivo continuamente al Csm, chiedendo provvedimenti disciplinari nei confronti del giudice Pinatto.
Una lettera all'anno per sei anni, e per sei anni il Consiglio superiore della magistratura mi ha puntualmente risposto che avrebbe provveduto e invece...". "E invece - aggiunge il Pg Barcellona - siamo qui a distanza di sei anni dalla prima lettera ad assistere ad una decisione, come quella di venerdì scorso, che lascia allibiti ed esterrefatti.
Il corporativismo del Csm non può arrivare fino a questo punto. Non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
http://www.lasicilia.it/index.php?id=3720
TOGHE MAFIOSE, EVERSIVE E SOVVERSIVE
DE MAGISTRIS: COLLUSIONE MAFIA, ISTITUZIONI, ECONOMIA E POTERI OCCULTI.
Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari in Calabria.
Lo ha detto Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli, in un’intervista a Sky Tg24 del 18 ottobre 2008. E ha continuato: «Senza una parte della magistratura collusa, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti».
Luigi De Magistris ha perso il 16 settembre 2008 il suo incarico da pubblico ministero della Procura di Catanzaro per assumere quello di giudice del riesame a Napoli. A chiedere il trasferimento di De Magistris era stato l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, circa presunte irregolarità da parte del pm nella gestione delle inchieste Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. Solo gli atti di quest’ultima erano rimasti a De Magistris, mentre Why not fu avocata dalla Procura generale e la delega per Poseidone gli fu tolta dall’allora procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi.
Il Csm, al termine del procedimento, accogliendo solo in parte le richieste della Procura generale, ha deciso nel gennaio scorso la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato. Al magistrato, tra l’altro, erano stati contestati due provvedimenti «abnormi»: quello con cui aveva disposto che i nomi di due suoi indagati fossero chiusi in un armadio blindato e il decreto di perquisizione nei confronti di un magistrato di Potenza, in cui si riferivano fatti «non pertinenti come la relazione extraconiugale tra due magistrati». Per i prossimi tre anni De Magistris non potrà svolgere la funzione di pm.
Si è aperto un conflitto dagli esiti imprevedibili tra i magistrati di Salerno e quelli di Catanzaro: dopo il sequestro e le perquisizioni ordinati dalla Procura di Salerno a danno dei loro colleghi della Procura Generale e della Procura di Catanzaro è, infatti, scattata un'analoga azione nel capoluogo calabrese. Ma la questione Salerno-Catanzaro è diventato un enorme e senza precedenti caso nazionale che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il vicepresidente del Csm Nicola Mancino.
Il Capo dello Stato ha chiesto alla Procura di Salerno ed a quella di Catanzaro la trasmissione di "ogni notizia e - ove possibile - ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti", le perquisizioni e il sequestro degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone, al centro dell'attuale battaglia giudiziaria, inchieste che aveva all'inizio Luigi De Magistris, poi avocate e revocate. L'iniziativa decisa dalla procura calabrese "ha introdotto - secondo una nota del Quirinale - elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari".
Il Vice presidente del Csm, Nicola Mancino, è invece citato da De Magistris per una telefonata fatta ad Antonio Saladino, il principale indagato dell'inchiesta Why Not. Oggi Mancino, dopo aver precisato che quella telefonata fu fatta da un collaboratore del suo studio, si è detto pronto a lasciare il suo incarico. "Se una campagna di stampa - ha detto Mancino - dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l'incomodo". A Mancino hanno espresso solidarietà i componenti del Csm, secondo i quali gli attacchi al vicepresidente mirano a "colpire tutti noi" ed esponenti politici dei due schieramenti.
In una intervista a "Il Foglio", del 5 dicembre 2008, il Guardasigilli definisce lo scontro tra le due procure la dimostrazione che "siamo all'implosione di un ordine giudiziario, che non solo si trasforma in potere ma pretende anche di non incontrare limiti".
Ma è nel merito della vicenda che la guerra tra le due procure è aspra e non risparmia i magistrati di Salerno, sette in tutto, in testa il procuratore Luigi Apicella, che ora sono indagati per i reati di abuso e interruzione di pubblico ufficio. L'azione giudiziaria avviata dalla procura generale di Catanzaro è, secondo il procuratore Enzo Jannelli, una reazione ad un "provvedimento eversivo e finalizzato alla destabilizzazione di una istituzione dello Stato".
Mentre negli uffici giudiziari di Catanzaro l'attività diventava così frenetica, con un susseguirsi di incontri tra magistrati e carabinieri, a Salerno la notizia del sequestro e dell'indagine è stata appresa con sorpresa. Il commento del procuratore campano, Luigi Apicella, è secco e perentorio. "Non dico nulla - ha detto - non commento. La situazione è molto delicata direi delicatissima. Non abbiamo nulla da dire".
"Siamo sgomenti e preoccupati, ciò che è in gioco è la credibilità della funzione giudiziaria". E' quanto dichiarano il presidente e il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, in merito alla 'guerra' tra le procure di Catanzaro e Salerno sul caso De Magistris.
Che sia un caso «senza precedenti» lo ha scritto il Segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nella lettera al Procuratore generale presso la Corte d'appello di Salerno. E «senza precedenti» è anche l'iniziativa di Giorgio Napolitano, che per ben due volte è intervenuto nella guerra tra Procure non in veste di Presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, garante del buon funzionamento della giurisdizione e della sua «indefettibilità» sancita dalla Corte costituzionale. Il sequestro dell'inchiesta Why not da parte dei magistrati salernitani è un caso «con gravi implicazioni istituzionali» e la successiva reazione dei magistrati di Catanzaro, che hanno sequestrato gli atti sequestrati e iscritto nel registro degli indagati i colleghi di Salerno, conferma che è in atto un «aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari». Il Capo dello Stato è «gravemente preoccupato» per il rischio, più che concreto, che il processo resti paralizzato sine die.
Il punto è che, già con il sequestro disposto dalla Procura di Salerno, gli atti di indagine rischiano di diventare pubblici prima del tempo. E questa è una delle tante anomalie di una vicenda che «ha mandato in tilt» il sistema giurisdizionale, spiegano al Colle. Si è verificato un corto circuito istituzionale per cui un processo è stato, di fatto, bloccato.
La vicenda, oltre che inquietante, è diventata surreale e grottesca. Salerno indaga sulle toghe di Catanzaro e sequestra l'inchiesta Why not (nessuna delle due Procure può proseguire le indagini); Catanzaro sequestra gli atti sequestrati e indaga sui colleghi salernitani; per motivi di competenza, l'inchiesta dovrebbe finire a Napoli dove, però, c'è Luigi De Magistris, parte offesa nel procedimento aperto a Salerno, per cui gli atti potrebbero dirigersi nella capitale... Ma se in questo bailamme ci fossero dei detenuti, che fine farebbero? A chi dovrebbero rivolgersi? Possibile che non ci fossero altri strumenti per acquisire le carte? È vero o no che Salerno aveva chiesto copia degli atti a Catanzaro e la risposta è stata negativa perché erano coperti da segreto? Oppure il rifiuto non stava in piedi?
Giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.
Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un'umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell'inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e controsequestrano accusandosi reciprocamente di reato.
Non c'è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l'accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l'intero Consiglio.
Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l'iniziativa è "un atto eversivo". Mette sott'inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. Il Presidente della Repubblica, dinanzi all'inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un'iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull'inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).
Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l'arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte. Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l'imprudenza o l'arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=299156
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=89074
FINANCIAL TIMES: «IN ITALIA LE TOGHE PIÙ POTENTI DELL'OCCIDENTE»
Scrive il quotidiano: in Italia «i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente», esercitando una sorta di «reggenza giudiziaria» sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo il Financial Time, è «a lungo andare, dannoso per la democrazia» e che costituisce tra l'altro «uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura».
http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2008/06/22/893852-italia_toghe_potenti_dell_occidente.shtml
Dizionario Garzanti della lingua italiana: «Sovversivo è colui che mira a sovvertire un ordinamento politico e sociale, essendo animato da un disordinato intento di ribellione più che da chiare idee rivoluzionarie».
E che dire di un magistrato che dichiara pubblicamente di non sentirsi obbligato ad applicare una legge dello Stato, qualora la ritenga ingiusta?
Il caso porta il nome di Adriano Sansa, presidente del tribunale dei minori del capoluogo ligure. In un commento sulla Stampa il magistrato ha confessato i turbamenti interiori prodotti dall’emendamento «blocca processi» appena varato. Chiude l’intervento con un inquietante «non so se potrò obbedire». É questa l’inevitabile conclusione di un ragionamento che parte da un assunto a dir poco partigiano: «Una sorta di padrone tiene il posto del primo ministro - scrive Sansa -, piega il Parlamento al proprio volere e si libera della giustizia. Nel complesso ci si trova di fronte a una lesione ripetuta e grave delle regole fondamentali della Repubblica». E così il magistrato non può che far suo il triplo «resistere» dell’ex procuratore di Milano Saverio Borrelli e senza giri di parole sostenere che i magistrati «non possono obbedire a leggi fatte per elevare al rango di padrone dei concittadini un solo cittadino e la sua corte di servitori». Parole gravissime per un magistrato, che però non suscitano la minima reazione nell’Anm. Va ricordato che Sansa non è nuovo a uscite del genere. In una intervista nel 2004 definì l’allora esecutivo di centrodestra uno «squallido, pessimo governo», ovvero «brutta gente».
Ma il suo non è certo un caso isolato tra i magistrati, per quanto ancora più esplicito, rispetto a una costante azione politica tesa a respingere leggi sgradite, attaccandosi a cavilli o dubbi di incostituzionalità. Per citare ancora Borrelli, fu sempre lui nel 2001 a dire pubblicamente che il tribunale di Milano avrebbe cercato di neutralizzare sul piano interpretativo i «guasti» legati alle nuove norme internazionali sulle rogatorie. Tanto che il ministro della giustizia Castelli minacciò l’invio degli ispettori a Milano per verificare se ci fossero magistrati che non applicavano la legge.
Una stagione di tensioni cominciata con Mani pulite, e che vide nel 1994 proprio il pool milanese protagonista di un fatto inedito. Quando i quattro magistrati, con Di Pietro come portavoce ufficiale, andarono davanti alle telecamere per prendere pubblicamente posizione contro il decreto Biondi sulla riduzione dei termini della carcerazione preventiva.
Ancora più recentemente, sulla stessa scia, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha sparato contro la riforma della giustizia dichiarando serenamente che anche se fosse diventata legge, per lui sarebbe cambiato poco: «Sono proprio curioso di vedere che sanzioni vorranno infliggermi».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=270799
Le polemiche del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro una parte della magistratura vanno avanti da anni. Ecco un riepilogo delle 'esternazioni' più recenti:
25 febbraio 2006 - In un comizio a Milano Berlusconi annuncia che vuole restare in politica fino alla separazione delle carriere dei magistrati e aggiunge: "Giudici e Pm fanno la stessa carriera, bevono lo stesso cappuccino, leggono la stessa 'Repubblica' e 'Unita'".
11 marzo 2006 - Dopo la richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Mills, Berlusconi dichiara:"Ogni volta che ci avviciniamo al voto, torna la giustizia a orologeria (...) Anche per quanto mi riguarda sono sicuro che non si riuscirà a dimostrare nulla di rilevante. E' tutta una cosa che si ferma a questo avvocato, l'ho giurato sulla testa dei miei figli".
21 marzo 2006 - A Sky Tg24, rispondendo a una domanda sugli imprenditori che accusa di avere scheletri nell'armadio, dice:"Tutto quello che riguarda la sinistra viene puntualmente insabbiato da quel cancro della democrazia italiana che è la politicizzazione della magistratura".
5 aprile 2006 - In un'intervista a RTL 102.5 sulla vicenda Mills, Berlusconi dice che "i rappresentanti della magistratura comunista nei miei confronti hanno svolto una persecuzione, mai fatta nei confronti di nessun altro leader politico".
16 maggio 2006 - Nel giorno delle consultazioni per la formazione del governo Prodi, Berlusconi dichiara:"Eh...la magistratura politicizzata...fa male vedere squadre di gente che inventa cose a danno dello Stato e della collettività...ma mi toglierò la soddisfazione di dire a queste persone cosa penso di loro...".
12 dicembre 2007 - Dopo la notizia dell'inchiesta della Procura di Napoli per corruzione, Berlusconi dichiara:"C'é odore di elezioni e di campagna elettorale e subito l'armata rossa della magistratura si rimette in moto".
9 gennaio 2008 - In un'intervista al Corriere della Sera, Berlusconi dice che "il problema grave è costituito da quei magistrati che usano il loro potere non a fini di giustizia ma a fini di lotta politica".
1 aprile 2008 - A Radio 24, durante la campagna elettorale, il leader Pdl dice che "per risolvere la grande palla al piede del paese, quella della giustizia, c'é bisogno di una grande riforma (...) altrimenti non si riuscirà a vincere questo potere dello Stato che, non è un caso che uso la parola potere, non è più solo un ordine".
8 aprile 2008 - In un comizio a Savona, Berlusconi dice che "il Pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente ad esami che ne attestino la sanità mentale".
16 giugno 2008 - Parlando dell'emendamento al decreto sicurezza Berlusconi dice:"I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica".
COSSIGA: TOGHE MAFIOSE E SOVVERSIVE
Signor Presidente,
mi permetto di scriverLe questa lettera aperta, da ex-capo dello Stato a Capo
dello Stato in carica: e so bene quanto siano limitati i poteri del cosiddetto
Supremo Magistrato della Repubblica, anche e soprattutto nella sua funzione
ormai soltanto, per dirla alla francese, "di tribuna e messaggio". Le scrivo
rivolgendomi soprattutto al presidente del Consiglio Superiore della
Magistratura, oltre che all'ex-presidente della Camera dei Deputati.
Da "liberale", sono per la più ampia libertà di associazione e per la più ampia libertà di critica, libertà senza le quali non vi può essere un regime di libertà. L'Associazione Nazionale Magistrati non è però un'associazione di cittadini qualunque: essa è quell'associazione - ormai diventata per debolezza delle istituzioni democratiche e della politica una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo -, che raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là ed anche fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze.
Essi costituiscono nell'esercizio e per l'esercizio delle loro funzioni un "ordine indipendente", ma non un "potere", perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il Governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all'Assemblea Costituente il "grande leader" del Partito Comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un "potere", "perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano.
Una lobby forte nella politica debole. A ben vedere infatti, si tratta, secondo il nostro ordinamento, di una categoria speciale di funzionari dello Stato, nominati per concorso - concorso che spesso è soltanto una forma di cooptazione familiare o clientelare. Siamo di fronte a una categoria molto ben pagata e in buona parte con assai poca voglia di lavorare e di rendere giustizia ai cittadini, cosa che risponderebbe alle proprie funzioni, e invece carica di molta e disordinata voglia di fare politica!
Con rispetto e amicizia. FRANCESCO COSSIGA
Da:Libero del 10 giugno 2008
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=22061&Itemid=9
«Totò Cuffaro è stato condannato per un reato ridicolo». Ne è convinto il presidente emerito Francesco Cossiga, elettrizzato dallo scontro tra politica e magistratura che gli sta ispirando una lettera al presidente della Repubblica al quale chiede di abolire il Csm e sciogliere l`Anm come associazione sovversiva.
Perché definisce l`accusa a Cuffaro ridicola? «Quella vera era l`appoggio esterno alla mafia. Non l`hanno potuto condannare per quella e si sono inventati questa».
Fare favori ai mafiosi non è altrettanto grave? «In nessun Paese è reato dire a qualcuno: "tu hai il telefono sotto controllo". Ma stiamo scherzando?».
Ma le intercettazioni servivano all`indagine.
«Le intercettazioni hanno ormai il posto che avevano prima i pentiti. Ma i primi mafiosi stanno al Csm».
Sta scherzando? «Come no? Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui usci dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al`ministero della Giustizia».
E` contro i giudici anche nel caso Mastella? «Se in un altro Paese avessero arrestato quasi un intero partito e la moglie e il suocero del ministro della Giustizia avrebbero subito arrestato i giudici. Mi aspettavo che Forza Italia e Silvio Berlusconi sferrassero un duro attacco ai magistrati. Invece l`ordine di Silvio è stato: "Zitti e muti non mettiamo in imbarazzo l`amico Veltroni"».
Perché accusa di eversione Anni e Csm? «19 membri della più potente lobby politica chiedono che venga convocato il braccio secolare per censurare le dichiarazioni di un ministro e di un senatore. Per molto meno io mandai i carabinieri al Csm».
Lo scambio di favori e nomine non è da censurare? «La politica è trattativa. Alla disciplinare del Csm non trattano ("se mi condanni questo non ti assolvo quello")? Era così quando ero presidente. E credo che ora sia peggio».
Luigi de Magístris però è stato trasferito.
«Lui ha fatto un`imprudenza. Che facciamo, indaghiamo sul presidente del Consiglio di sinistra?».
Da "Il Corriere della Sera" di sabato 19 gennaio 2008
http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=28323009
FABRIS: MAGISTRATURA EVERSIVA
Sulla questione giustizia l'Udeur chiede l'intervento del Capo dello Stato.
"Chiediamo - ha detto stasera il capogruppo alla Camera, Fabris - al capo dello stato di intervenire in occasione del plenum del Csm l'8 febbraio con parole chiare perché quello che sta accadendo è di una gravità inaudita".
"Non si può - ha concluso Fabris - usare la clava della giustizia per finalità eversive come sta avvenendo in Campania da parte di un pezzo di magistratura".
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_12487950.html
TOGHE ROTTE
MAGISTRATURA, UN'ALTRA CASTA
Un blog per i «ribelli» che propongono: non votiamo alle elezioni dell'Anm: «Magistrati, un'altra casta»
L'accusa di Tinti, procuratore a Torino: «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta»
«È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all'interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l'astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C'è anche un blog (www.toghe.blogspot. com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».
LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.
I RITARDI DEL CSM — A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L'irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l'ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall'esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C'è poi la proposta - citata e criticata sempre da Fresa - di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .
LO SFOGO ONLINE — Sul
blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano -
ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d'Appello a Napoli - che se
essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po' ovunque o credono che i casi
di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno
così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito
delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono
frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si
può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è
in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio
rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare
parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico
otto) cause penali in tutto».
Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un
appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel
quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore
generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in
inaccettabile arbitrio».
L'AMMISSIONE. Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».
«COLLEGHI, NON VOTATE» — Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell'Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d'Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l'appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini - Articolo 3») appaiono in discussione.
SERIE A E SERIE B — Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l'unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la disoccupazione». «E non c'è alcuna differenza tra un governo e un altro - conclude il procuratore torinese - . Da Mani Pulite in poi, la preoccupazione è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese».
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/09_Settembre/25/magistrati_casta_correnti.shtml
TOGHE ROSSE
Nel libro, («L'uso politico della giustizia», ed. Mondadori, pag.320), tutti gli aspetti dell'anomalia italiana sono descritti da Cicchitto analiticamente: l'anomalia italiana e il sistema Tangentopoli, la Prima Repubblica e il finanziamento irregolare dei partiti, la mafia, Andreotti Falcone Violante e le cooperative rosse e bianche, Magistratura democratica, l'uso politico della giustizia e Berlusconi, Marcello Dell'Utri e la mafia, l'establishment finanziario-editoriale e i furbetti del quartierino e la Banca d'Italia.
A cominciare dalla scelta fatta da Palmiro Togliatti di fare il ministro di Grazia e giustizia nel primo governo di unità nazionale: «Il segno di un'attenzione, poi risultata crescente, del Pci nei confronti degli apparati dello Stato (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, Guardia di finanza, servizi segreti) che doveva fare il suo salto di qualità negli anni Settanta con l'azione condotta da Ugo Pecchioli e successivamente da Luciano Violante».
Mentre «nella magistratura emergeva progressivamente la tendenza a una crescente conquista di influenza, di potere, di immagine nella società italiana», spinte favorite dall'ordinamento giuridico italiano che consente alla magistratura un'autonomia assoluta, e finchè nel 1964 sorge Magistratura democratica, un'associazione di magistrati dichiaratamente di sinistra e che diventa un vero e proprio soggetto politico e si collega al Partito comunista dando un colpo mortale allo Stato di diritto, fondato sulla divisione dei poteri e sulla terzietà del giudice.
È in questo quadro che Cicchitto passa in rassegna la vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite, con l'interpetrazione dominante e paradossale di opporre politici colpevoli ad imprenditori vittime, mentre le grandi imprese italiane erano tutt'altro che concusse e dal sistema di Tangentopoli traevano tutti gli utili possibili: «C'è ancora da spiegare - e Cicchitto cita Francesco Cossiga - perché la classe politica fu decimata mentre la classe imprenditoriale fu risparmiata, considerando i corrotti più colpevoli dei corruttori».
Sicchè i nomi di Craxi, Forlani, Andreotti vengono cancellati dalla nomenclatura del paese, mentre Agnelli, De Benedetti, Ligresti neppure vengono sfiorati, «un colpo di Stato legale, nel senso che un ordine autonomo dello Stato, indipendente ma non sovrano, ha surrogato il potere sovrano del Parlamento, ha prevaricato gli altri poteri, ha modificato gli equilibri della vita politica democratica, ha decretato la morte di passati storici, usando come arma di giudizio storico e politico l'indagine giudiziaria».
Ma fu anche un suicidio collettivo. L'operazione contro Andreotti non riuscì soltanto per la determinazione di Luciano Violante, che arrivò a portare i «pentiti» dinanzi alla commissione parlamentare antimafia e ad interrogarli da solo e prima dei giudici, e di Giancarlo Caselli, insediatosi alla Procura di Palermo con l'aiuto di Violante, e del Pds e dello schieramento giustizialista, ma anche perché la Dc si arrese senza combattere: «Quando il fuoco fu concentrato su Bettino Craxi - ricorda Cicchitto - la Dc lo abbandonò al suo destino, ritenendo che consegnando i socialisti ad bestias, le procure si sarebbero accontentate e anzi la Dc si sarebbe liberata di un insidioso concorrente».
Quando Craxi prese la parola alla Camera per spiegare il ruolo svolto dal finanziamento irregolare sul sistema dei partiti, e si poteva ancora salvare la dignità e il ruolo politico del «Parlamento degli inquisiti», il silenzio della Dc e di tutto il gruppo dirigente democristiano segnò la fine senza onore di quel Parlamento e di quel partito. E quando il centro alternativo alla sinistra postcomunista e giustizialista fu inopinatamente reinventato da Silvio Berlusconi con la fondazione di Forza Italia, il circo mediatico giudiziario, alleanza permanente fra alcuni gruppi finanziari-editoriali, un settore della magistratura e il Pds, tornò all'attacco. Berlusconi, che fino al 1993 non aveva avuto a che fare con la giustizia, ha totalizzato dal momento della sua scesa in campo circa quaranta provvedimenti giudiziaria e la Fininvest ha avuto circa quattrocento tra perquisizioni e sequestro di documenti.
Ma Berlusconi, ammaestrato da quello che era avvenuto alla Dc, al Psi e ai partiti laici, non solo si è difeso nei processi, ma si è difeso anche dai processi, nel senso che ha posto dinanzi all'opinione pubblica il problema che l'azione combinata dalle procure e dalle catene editoriali e dal Pds-Ds mirava non solo a distruggerlo sul piano politico-giudiziario e sul piano aziendale-finanziario, ma anche a modificare nuovamente il sistema politico uscito dalle elezioni del '94 e a impadronirsi del potere.
L'operazione non riuscì perché, diversamente da Andreotti e dalla Dc, Berlusconi ha reagito sul piano politico e mediatico e l'offensiva giudiziaria contro Berlusconi è sostanzialmente fallita su entrambi i fronti lungo i quali si era sviluppata, quelli concentrati nel tribunale di Milano e quelli riguardanti i rapporti con la mafia presso i tribunali di Palermo, Caltanissetta e Firenze: «Il teorema giudiziario secondo il quale nella nascita di Forza Italia avrebbe avuto un peso fondamentale nientemeno che l'intenzione del boss mafioso Leoluca Bagarella di dar vita, dopo la fine della Dc, a una nuova formazione politica e in questa chiave avrebbe letto l'impegno di Marcello Dell'Utri di spingere Berlusconi a fondare il nuovo soggetto politico, ha sovrapposto alla vicenda politica uno schema giudiziario del tutto distaccato dalla realtà del nuovo sistema politico italiano».
Ed è sicuramente destinato a far la fine del teorema giudiziario inventato per processare Giulio Andreotti e che, non a caso, i professionisti antimafia della Procura di Palermo avevano pomposamente intitolato «La vera storia d'Italia». Il libro di Fabrizio Cicchitto, nel ricostruire minuziosamente la vera storia dell'uso politico della giustizia, ne è la migliore dimostrazione.
Lino Iannuzzi http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=84064&START=0&2col=
TOGHE CANTERINE
TOGHE CHE RIVELANO SEGRETI D'UFFICIO
TRE MAGISTRATI NEL MIRINO DI WOODCOCK
L'ipotesi del pm: hanno rivelato segreti d'ufficio. Coinvolta anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa
«Come è messo quel soggettino di giù?». Scampolo di conversazione carpita tra Augusta Iannini e il suo collega Vincenzo Barbieri. Oggetto del colloquio: le informazioni sulle pratiche disciplinari che riguardano un magistrato. Sempre la Iannini confida al suo interlocutore di essersi informata anche al Csm. Erano i giorni della retata di giugno in casa reale, dell’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia. Ma il «grande fratello» di Potenza, attivato sempre dal pm anglonapoletano Henry John Woodcock, continuava a registrate telefonate «interessanti» i cui sviluppi hanno portato all’iscrizione sul registro degli indagati di sette, otto magistrati.
Secondo «L’Espresso» in edicola oggi, l’inchiesta potentina arriva al cuore del ministero di Giustizia, chiamando in causa tre magistrati dirigenti di via Arenula: Vincenzo Barbieri, Augusta Iannini, capo del Dipartimento Affari di giustizia, e Angelo Gargani, vicedirettore del dipartimento Organizzazione giudiziaria. I tre alti dirigenti sarebbero indagati per rivelazione del segreto d’ufficio (Barbieri anche per peculato).
Ma nell’inchiesta del pm Henry John Woodcock sarebbero coinvolti pure magistrati di Roma e Potenza, come il viceprocuratore generale della Repubblica Gaetano Bonomi (interessato ad avere anche lui notizie sulla situazione di Woodcock).
E il fratello di Angelo Gargani, l’europarlamentare di Forza Italia, Peppino Gargani.
Va detto subito che i fascicoli dell’inchiesta potentina sono stati trasferiti per competenza ad altre procure: Roma, Perugia, Salerno e Catanzaro. E che le posizioni dei singoli indagati sarebbero diverse tra loro.
Poche settimane prima della grande retata di giugno, che portò in carcere Vittorio Emanuele di Savoia, il pm Henry John Woodcock aveva arrestato una banda di truffatori. Fonte «Polifemo», il maggior indagato, Massimo Pizza, aveva confermato ai giudici potentini le sue relazioni con monsignor Francesco Camaldo, un alto prelato del Vaticano, il vicecerimoniere capo del Papa. Il quale era finito sotto intercettazione. Ed è stato attraverso monsignor Camaldo che il pm Woodcock ha intercettato Vincenzo Barbieri.
Dalle indiscrezioni raccolte dal giornalista Marco Lillo, sembra di capire che negli atti sottoscritti dal procuratore di Potenza Giuseppe Galante quel «come è messo quel soggettino di giù», pronunciato da Augusta Iannini, si riferisse proprio al pm Woodcock. Ora, che Barbieri fosse informato delle pratiche disciplinari del pm potentino, rientrava nelle sue competenze. La contestazione della procura di Potenza è che Barbieri non poteva rivelare quelle informazioni ad Augusta Iannini. Che replica alle indiscrezioni dell’«Espresso» sottolineando due aspetti. La prima: «Al Csm non ho mai chiesto niente, né formalmente né informalmente». Ma soprattutto ricordando i suoi doveri istituzionali: «E’ sotto la mia responsabilità la vigilanza sui servizi della giustizia penale e civile».
Due altre vicende vedono protagonista Barbieri. In un caso chiede informazioni a un pm romano sulla posizione del figlio di una personalità, finito in carcere per droga. La seconda, quella che ha trascinato nell’inchiesta i fratelli Gargani: Angelo, anche lui al ministero della Giustizia, e l’europarlamentare Peppino. Barbieri, sapendo di essere intercettato, rivela a un suo interlocutore che i due fratelli Gargani erano intervenuti perché il Consiglio di Stato bocciasse la sentenza del Tar che gli aveva dato ragione sul suo diritto ad essere nominato presidente del Tribunale di Civitavecchia. Le prove? Nessuna. Tanto che per gli inquirenti quella telefonata ha il sapore soltanto di una vendetta.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200701articoli/17143girata.asp
PRIVILEGI, SEGRETI E CONCORSI TRUCCATI
Dimitri Buffa: Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: i magistrati.
Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.
Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato, Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate. E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta. E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar. L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".
C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffaele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.
Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.
La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.
L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.
C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.
Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.
Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina considerare formidabili.
E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra dalla BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.
Come se non bastasse la casta del partito dei giudici, ora ci sono nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.
E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace ha assorbito risorse per 135 milioni di euro all’anno. Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.
Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza. Un rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi Stati membri.
I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi.
La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.
Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.
E qui il privilegio si incrocia con il potere politico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis. Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi.
Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può fare quello che crede. Sempre a spese del contribuente.
Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.
Esclusi i concorsi truccati recenti, il più famoso fu quello del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento mentre altri non erano neanche stati corretti benché scartati. Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del CSM.
http://www.loccidentale.it/node/5827
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1667&Itemid=35
Alla corte dei privilegi
Uno stipendio doppio di quello del capo dello Stato. Appartamento di servizio. Assistenti. Liquidazioni da favola. Auto con chauffeur anche dopo la fine del mandato. La vita dorata dei giudici costituzionali
La carica di giudice costituzionale è molto ambita. Non a caso per scegliere quelli di nomina parlamentare i partiti si azzuffano per anni. A causa certo della delicatezza del ruolo, visto che la Consulta è chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità delle leggi, a decidere sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, ad ammettere o respingere le richieste di referendum. Ma anche per la grande appetibilità dell'incarico, per il quale scendono in pista parlamentari di grido, docenti di chiara fama, illustri giuristi e principi del foro. Tutti desiderosi di scalare il colle del Quirinale dove ha sede la Consulta e di conquistare lo scranno. Che non significa solo indossare la toga suprema tra le alte magistrature della Repubblica, ma anche aggiudicarsi appannaggi e benefits principeschi. A cominciare dallo stipendio.
Quanto guadagnano i designati? 416 mila euro lordi nel caso del semplice giudice, addirittura 500 mila il presidente. Una cifra che fa impallidire il compenso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, inchiodato a 218 mila euro e umilia quello del presidente del Consiglio uscente Romano Prodi che, sommando indennità parlamentare (146 mila euro), stipendio da premier (altri 55 mila) e indennità di funzione (poco più di 11 mila) è riuscito a malapena a superare i 210 mila euro l'anno. Ma alla Corte costituzionale gli alti livelli retributivi non portano benefici solo per i nove anni previsti dal mandato. Scaricano effetti miracolosi anche sulla liquidazione e il trattamento pensionistico dei magistrati. Anche nei casi di cessazione anticipata dall'incarico.
L'esempio più eclatante è quello di Romano Vaccarella. Professore di diritto processuale civile e difensore in vari processi di Silvio Berlusconi, proprio grazie al sostegno del Cavaliere era stato eletto dal Parlamento alla Corte nell'aprile 2002. Sarebbe dovuto restare in carica fino al 2011, ma lo scorso anno, polemizzando con il governo Prodi, si è dimesso. Con quali risultati? Ricongiungendo alla stregua di qualsiasi dipendente pubblico i suoi periodi lavorativi all'università con le annualità della Consulta, Vaccarella è riuscito ad arrivare a 46 anni di anzianità lavorativa. Circostanza che gli ha permesso di riscuotere una superliquidazione di 1 milione 200 mila euro lordi (circa 850 mila netti) che si sarebbe solo sognato se fosse rimasto semplice professore. Un vero record, ma non isolato. Trattamenti di questo livello sono una regola per i giudici. E si allineano alle altre ricche dotazioni garantite dalla Corte: un folto staff di assistenti-portaborse, appartamenti di servizio, auto gratis e autisti ad personam praticamente a vita. Ma quanto ci costano questi giudici? Com'è regolato il loro trattamento economico?
Di quali benefits godono esattamente? La Corte costituzionale costa ogni anno circa 50 milioni di euro. A parte la modesta entrata legata alla vendita di sue pubblicazioni (7 mila 800 euro), tra le voci attive di bilancio ci sono solo le ritenute del trattamento di quiescenza sulle retribuzioni del personale (900 mila euro) e quelle dei giudici (450 mila). Per il resto si regge completamente sul contributo dello Stato che per il 2007 è stato di circa 46 milioni di euro (47 milioni nel 2008).
Di queste risorse per i giudici si spendono circa 6 milioni per le retribuzioni e 4 per le loro pensioni (i trattamenti in corso sono 24, vedove comprese). Come organo costituzionale, al pari di Camera, Senato e presidenza della Repubblica, la Consulta organizza autonomamente attraverso l'Ufficio di presidenza (tre giudici più il segretario generale) le sue attività e dispone a proprio piacimento delle risorse economiche (il 90 per cento se ne vanno in spese fisse), senza la minima interferenza esterna. La struttura amministrativa (circa 220 persone) è divisa in vari servizi (studi, gestione del personale, ragioneria, eccetera) che supportano l'attività della Corte ed è guidata da un segretario generale, nominato dalla presidenza con incarico temporaneo tra alti magistrati o esperti. Quello attuale, Giuseppe Troccoli, magistrato della Corte dei conti, guadagna circa 230 mila euro lordi l'anno.
In questo universo burocratico approdano i giudici al momento della nomina. In carica per nove anni, i fortunati vengono per un terzo designati dalle tre magistrature superiori (Cassazione, Corte dei conti, Consiglio di Stato), per un altro terzo dal Parlamento in seduta comune e per il resto scelti direttamente dal presidente della Repubblica. Si insediano cominciando a contare sulla ricca retribuzione che per legge è equiparata a quella del primo presidente della Corte di Cassazione aumentata però della metà. In totale, fanno appunto 416 mila euro. Un premio aggiuntivo va poi al presidente, al quale viene riconosciuta una indennità di rappresentanza pari a un quinto della retribuzione del giudice: sono altri 80 mila euro circa, che fanno lievitare la retribuzione a quasi 500 mila. A chi non piacerebbe riscuotere un simile appannaggio?
Alla Consulta gran parte dei giudici ci riescono perché, tranne poche eccezioni, quasi tutti riescono a scalare il supremo scranno. Il presidente non viene infatti scelto dai membri della Corte in base ai meriti, ma tenendo conto dell'anzianità di carica. Per questo si continua ad assistere a un tourbillon di nomine, anche per brevissimi periodi. Qualche esempio: per soli otto mesi sono stati presidenti Annibale Marini, Piero Alberto Capotosti e Gustavo Zagrebelsky; per 4 mesi Valerio Onida; per 3 mesi Giuliano Vassali e Francesco Paolo Casavola; addirittura per appena 44 giorni Vincenzo Caianiello, presidente dal 9 settembre al 23 ottobre del 1995. Pochi giorni, ma poco importa. L'essenziale è che lo stipendio corra. Naturalmente accompagnato dagli altri appannaggi. A cominciare dallo staff.
Il giudice può contare su una segreteria composta di tre persone, una delle quali assunta anche dall'esterno. Tutto qui? No, perché l'eletto ha poi diritto ai cosiddetti assistenti di studio, da lui scelti fiduciariamente. Si tratta di persone specializzate, professori universitari e magistrati (attualmente i distaccati dal Csm sono una quarantina) che fanno ricerche e allestiscono fascicoli sulle delicate questioni che la Corte è poi chiamata a dirimere. In origine questi assistenti erano quattro e per tutti e 15 i magistrati della Consulta. Ma con gli anni i loro ranghi si sono infoltiti: nel 1961 sono diventati uno per ciascun giudice; dall'84, anno in cui si è registrato un vero boom, i magistrati si sono autoassegnati ciascuno addirittura tre assistenti che, oltre a continuare a riscuotere lo stipendio dell'amministrazione di provenienza, incassano pure una discreta indennità dalla Corte: 33 mila 690 euro l'anno (oltre il cellulare gratis) se lavorano a tempo pieno, più di 25 mila se impiegati a tempo parziale. Questi assistenti dovrebbero restare alla Corte al massimo nove anni, quelli del mandato del giudice che li chiama. Ma lasciare il palazzo e i suoi privilegi non è facile, così scaduto il novennio molti fanno di tutto per restare accettando persino una ricollocazione nel cosiddetto "ossario", termine con il quale viene ormai definito l'ufficio studi.
Come mai questo andazzo? Perché prestigio a parte, l'impegno alla Consulta non è poi così massacrante. I giudici infatti lavorano a settimane alterne (senza contare che per tutto il mese di luglio e fino al 20 settembre di regola si fermano del tutto). In quella in cui sono impegnati (l'altra viene definita manco a dirlo "settimana libera") arrivano in sede il lunedì pomeriggio per la camera di consiglio, il martedì fanno udienza pubblica, dalla mattina seguente discutono le cause e scrivono sentenze. Il giovedì alle 13 finisce tutto, raramente i lavori si trascinano nel pomeriggio. Ma se accade niente paura, i giudici possono tranquillamente ritirarsi e fare la siesta nei confortevoli pied-à-terre, 2-3 stanze con bagno e angolo cottura, di cui sono dotati (anche quelli residenti a Roma) al quinto piano della Consulta o nel vicino palazzo di via della Cordonata. Un punto d'appoggio che consente di evitare strapazzi e soprattutto di risparmiare soldi per l'albergo o l'affitto di un appartamento.
Come stabilito dall'ufficio di presidenza i giudici costituzionali hanno poi diritto a una carta di libera circolazione sulle ferrovie; al rimborso dei viaggi aerei e dei taxi; a una tessera Viacard e a un apparato telepass per la libera circolazione sulle autostrade. Non potevano poi certo mancare il cellulare e il computer e nemmeno il telefax, anche a casa e a spese della Corte, come l'utenza telefonica fissa dell'abitazione privata.
Poi c'è il capitolo autovettura. Ai giudici è riconosciuto il rango di ministro. E come quest'ultimo hanno diritto a una macchina di servizio con ben due autisti personali, a disposizione sia a Roma che nella città di residenza. Ma mentre il ministro perde il privilegio una volta cessato dall'incarico, il giudice costituzionale conserva l'auto (solitamente di grossa cilindrata, Audi, Lancia e Alfa Romeo) e il diritto ai servizi di uno chauffeur anche quando va in pensione, sia che abiti o lavori a Roma come Leopoldo Elia (cessato dalla carica di presidente nel lontano maggio del 1985) e Antonio Baldassarre (ex presidente della Rai, titolare di un avviatissimo studio legale, recentemente indagato nell'indagine sulla cordata da lui rappresentata per l'acquisizione di Alitalia), sia che risieda fuori dalla capitale. In situazioni come questa o l'autista viene distaccato in loco (è il caso di Gustavo Zagrebelsky che vive in Piemonte) o raggiunge l'emerito in auto dalla capitale (succede con Valerio Onida a Milano).
Insomma, un servizio completo, con qualche ulteriore stonatura. Come nel caso di Francesco Paolo Casavola, presidente in pensione dal 1995 e da allora dotato dalla Consulta della sua brava vettura con autista. Solo che Casavola cumula: dal 1998, come presidente della Treccani, dispone anche di un'altra macchina di servizio. Interessanti anche le clausole fissate dalla Consulta per l'utilizzo delle auto. Ciascun giudice ha diritto a una dotazione di carburante: 405 litri mensili per quelli in carica, 360 per gli emeriti. Con la Corte che si fa carico di tutte le altre spese, a cominciare da quelle per il garage e per un servizio di manutenzione mensile, per la tassa di circolazione, l'assicurazione, il furto, l'incendio, il soccorso stradale e persino il rinnovo delle patenti degli autisti in servizio.
Infine, il ricco capitolo delle liquidazioni e delle pensioni. Il periodo durante il quale il giudice ha ricoperto la carica, sia svolgendo il mandato pieno di nove anni che quello ridotto in conseguenza di una cessazione anticipata, è utile alla pensione. Il mandato del giudice costituzionale è assimilato infatti a un rapporto di pubblico impiego e, ai fini pensionistici, è ricongiungibile, secondo la normativa fissata per i pubblici dipendenti, con i servizi prestati presso lo Stato o con ogni altro periodo di lavoro subordinato.
È proprio grazie a queste
ricongiunzioni e agli alti livelli retributivi concessi a giudici e presidenti
che si registrano alla Corte i casi di superliquidazione (la buonuscita viene
calcolata sulla base dell'ultimo stipendio moltiplicato il numero degli anni di
lavoro) come quello di Vaccarella.
Un caso non isolato: Gustavo Zagrebelsky, giudice dal settembre del 1995 e
presidente della Consulta dal 28 gennaio al 13 settembre 2004, per esempio,
ricongiungendo gli anni della carriera universitaria come professore ordinario
con i nove di Corte ha alla fine accumulato 38 anni di anzianità lavorativa.
Circostanza che gli ha permesso di riscuotere una liquidazione di 907 mila euro
lordi, al netto ben 635 mila.
E i giudici che vengono dal libero foro e che facendo semplicemente i liberi professionisti non hanno mai lavorato per lo Stato e non hanno altri periodi di lavoro dipendente da ricongiungere, come vengono liquidati?
È il caso di Fernanda Contri, giudice dal 1996 al 2005: la sua liquidazione, calcolata solo per il periodo trascorso alla Consulta, le ha fruttato circa 222 mila euro lordi. Davvero ragguardevole considerando che si tratta solo di nove anni di lavoro. Quanto alle pensioni, anche su di esse le ricche retribuzioni fanno sentire effetti portentosi. Romano Vaccarella, ricongiungendo gli anni di università con quelli alla Consulta, può riscuotere 25.097 euro lordi mensili (pari a 14.288 euro netti); Zagrebelsky 21.332 euro lordi (12.267 euro netti), mentre Fernanda Contri si porta a casa ogni mese un assegno di 10.934 euro lordi (netti: 6.463) che per soli nove anni di mandato fanno impallidire persino le vituperate pensioni dei parlamentari che, con un periodo di anzianità identico, riscuotono "appena" 4.351 euro mensili.
Davvero una grande performance quella della Contri. E nemmeno l'unica. Con soli nove anni di anzianità lavorativa alla Corte, essendo equiparata a un pubblico dipendente, l'avvocato-giudice nemmeno avrebbe avuto diritto alla pensione. Il minimo di anni richiesto a uno statale per riscuotere l'assegno dopo le riforme degli anni Novanta è stato infatti portato a 20 anni. Come ha fatto allora a spuntare l'appannaggio? Per la Contri è stata applicata un'apposita leggina che ha portato il requisito dell'anzianità minima per la pensione richiesta ai giudici costituzionali provenienti dal libero foro solo a nove anni. Guarda caso, proprio quello che a lei serviva.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Alla-corte-dei-privilegi/2024223&ref=hpsp
Le toghe della Procura Generale Militare presso la Cassazione tengono in media 6 udienze l'anno.
Giudici militari, viaggio premio dopo 2 mesi di ferie.
Un terzo dei magistrati in Spagna per un convegno. Prevista anche una diaria di 80 euro.
Stremati da dieci settimane di pausa estiva, che per consuetudine comincia intorno al 10 luglio e si trascina fino all'ultima decade di settembre, i magistrati militari hanno deciso di tuffarsi di nuovo nel lavoro con un convegno internazionale. Nella bellissima Toledo. Dove, per attrezzarsi ad affrontare al meglio i mesi finali dell'anno quando sono attesi a volte perfino da tre udienze al mese (tre al mese!), sbarcano oggi in trentadue: un terzo di tutti i giudici con le stellette italiani. Perché mandare una delegazione di due o tre persone se tanto paga lo Stato? I viaggetti in comitiva, si sa, sono dalle nostre parti una passione antica. Basti ricordare certe migrazioni di massa a New York per il Columbus Day. O la trasferta di un gruppo di deputati regionali siciliani in Norvegia (con un codazzo di musicisti di un'orchestrina folk, trenta giornalisti, quattro cuochi, un po' di mogli...) per vedere come i norvegesi avessero organizzato un mondiale di ciclismo: totale 120 persone. O ancora la spedizione di Bettino Craxi a Pechino («andiamo in Cina con Craxi e i suoi cari», ironizzò Giulio Andreotti) finita con mille polemiche sulla scelta di tornare con una sosta in India per far visita al fratello Antonio, discepolo del santone Sai Baba, e una strepitosa interrogazione parlamentare di Renato Nicolini con domande tipo: «Vuole il presidente dirci quali siano le attrazioni di Macao e di Hong Kong più consigliabili al turista italiano al fine di sprovincializzarne la mentalità? »
Va da sé che, con questi precedenti, i giudici con le stellette hanno deciso che non era proprio il caso di fare gli sparagnini. E appena hanno saputo che nell'antica capitale della Castiglia organizzavano un congresso internazionale, si sono dati da fare. Certo, il tema del simposio («La legge criminale tra guerra e pace: giustizia e cooperazione in materie criminali negli interventi internazionali militari») non è una leccornia. Ma Toledo è Toledo. L'Alcazar! Il fondaco dell'Alhóndiga! Il Castillo de San Servando! La Plaza de Zocodover! La casa e i quadri del Greco tra cui la celebre «sepoltura del conte di Orgaz»! Fatto sta che la delibera del 5 giugno scorso era assai invitante: le spese del convegno (350 euro a testa, compresi il materiale didattico e i pasti all'Accademia di Fanteria), più le spese di viaggio e pernottamento, più il «trattamento di missione internazionale», più una indennità forfettaria giornaliera di un'ottantina di euro erano infatti a carico del ministero.
Un salasso? Ma no, avrebbe risposto la successiva delibera del 3 luglio.
Nonostante Padoa Schioppa stia sempre lì a pianger Miseria, diceva il documento, “sono state individuate disponibilità finanziarie, che consentono di coprire la spesa per la partecipazione al predetto congresso di tutti i magistrati.
Tutti? Crepi l'avarizia: tutti. Cioè 32. Tra i quali l'unico (unico) invitato come relatore, Antonino Intelisano. Vi chiederete: costi a parte, come farà la Giustizia militare a reggere per ben tre giorni senza un terzo dei suoi pilastri, dato che i giudici, da Vipiteno a Lampedusa, sono 103? Rassicuratevi: reggerà. Anche quando presidiano il loro posto di lavoro, infatti, non è che i nostri siano sommersi da cataste di fascicoli come i colleghi della magistratura ordinaria. Anzi.
I giudici della Procura Generale Militare presso la Cassazione, per dire, hanno dovuto sobbarcarsi nel 2006 (assistiti da 35 dipendenti vari, per circa metà militari e circa metà civili) sei udienze: una ogni due mesi, da spartire in quattro. I tre del Tribunale di Sorveglianza militare, che contano su 32 assistenti a vario titolo e hanno competenza sull'unico carcere militare rimasto aperto, quello casertano di Santa Maria Capua a Vetere do ve sono recluse solo persone in divisa condannate dalla giustizia ordinaria per reati ordinari, hanno un solo detenuto militare per reati militari: Erich Priebke, condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine.
Quanto ai dati complessivi, lasciano di sasso: i 79 magistrati «con le stellette» (in realtà non le portano per niente: sono giudici come gli altri solo che hanno scelto una carriera parallela) addetti ai nove tribunali sparsi per la penisola (Roma, La Spezia, Torino, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo) e i loro 17 colleghi delle tre corti d'Appello (Roma, Napoli e Verona) sono chiamati infatti a lavorare sempre di meno. Al punto che nel 2006 hanno emesso, tutti insieme, un migliaio di sentenze su temi spesso irrilevanti se non ridicoli: circa 300 in meno dei verdetti penali (poi ci sono i civili) di un tribunale ordinario minore come quello di Bassano del Grappa.
Un esempio di carico di lavoro? Il presidente della Corte Militare d'Appello di Roma, Vito Nicolò Diana, quando dirigeva la sezione distaccata di Verona (dal 1992 a poco fa) aveva ottenuto non solo un alloggio di servizio nel cuore del centro storico della città scaligera (aiuto concesso solo ai militari che guadagnano stipendi assai minori) ma perfino il permesso di abitare nella capitale, in riva non all'Adige ma al Tevere. Insomma, una situazione assurda. Tanto che, dopo la prima denuncia del Corriere, i ministri della Difesa e della Giustizia, Clemente Mastella e Arturo Parisi, avevano scritto al giornale convenendo che si trattava d'un quadro «inaccettabile» e assicurando che «nel quadro del disegno di legge relativo alla riforma dell'Ordinamento Giudiziario» già approvato dal Consiglio dei ministri, erano stati decisi tagli drastici, «riducendo il numero complessivo degli Uffici Giudiziari Militari, giudicanti e requirenti, di ben due terzi: cioè da 12 a 4 (3 Tribunali e un'unica Corte d'Appello, senza Sezioni distaccate)». Bastarono tre giorni, però, perché il progetto venisse stralciato e quei buoni propositi fossero abbattuti come birilli dal vento delle proteste corporative.
Adesso, «per capire », vorrebbero fare una commissione di studio. La terza, dopo quella del 1992 varata dal ministro della Difesa Salvo Andò e quella del 2003/2004 presieduta dal procuratore generale Giuseppe Scandina. Nel frattempo la quota dei magistrati con le stellette che hanno tempo in abbondanza per gli incarichi extragiudiziari è salita al 36%, contro il 3% dei giudici ordinari. E il lavoro degli uffici, grazie a tutte le cose che sono cambiate a partire dall'abolizione del servizio di leva obbligatorio, ha continuato a calare, calare, calare. Fino a dimezzarsi quest'anno rispetto perfino al 2006. Benedetto Roberti, uno dei giudici che con Sergio Dini e pochi altri invoca da anni una riforma, ricorda che nel 1997, quando faceva il Gup a Torino, arrivò da solo a 1.375 sentenze. Sapete quante ne ha emesse quest'anno il giudice che fa quello stesso lavoro? Tenetevi forte: 28.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/20/giudici_miltari_Ferie_Stella.shtml