


LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!
LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!
Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo.
I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo.
| PRIMA PARTE |
NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE
La Terza Sezione Penale della
Corte di Cassazione (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08) ha stabilito che
non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente
imputato poi assolto.
I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni
provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la
riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia
cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo
(legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in
sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi
la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta,
cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di
assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali
diverse, la riparazione dello stesso danno".
(IN)GIUSTIZIA: 4 MILIONI E MEZZO GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI
EURISPES: 4 MILIONI E MEZZO DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI NEGLI ULTIMI 50 ANNI
Secondo un calcolo compiuto dall’Eurispes nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 4 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.
Dal dopoguerra al 2003 quattro milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o ingiusta detenzione o prosciolti perché il fatto non sussiste. Questo enorme numero è già vicino ai quattro milioni e mezzo, se esteso al tempo odierno. Per quantità si tratta dell’intera popolazione di Toscana e Umbria assieme. Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
Sui giornali si parla di storie di uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva.
Secondo un rapporto del ministero della Giustizia, su 53 mila detenuti complessivi 16.740 sono in attesa del primo giudizio, 9.600 dell’appello, 3.200 del giudizio della Cassazione: il totale di questa popolazione carceraria "sospesa" è assai maggiore dei 22 mila detenuti perché condannati in via definitiva. "Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada".
Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione. Ogni tanto lo Stato paga: il ministero dell’Economia conteggia in 213 milioni di euro i soldi sborsati nel periodo 2004-2007 per risarcire le vittime di errore giudiziario e per custodia cautelare ingiusta (il grosso del malloppo). I risarciti sono 3.600: il 90% italiani, il 10% stranieri, perché si difende chi può.
L’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela. E se la storia dell'errore giudiziario potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. Nel nostro ordinamento non esiste una norma che "indennizza l’ingiusta imputazione. Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare". Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. Nel "giro" si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora.
Fonte: L’Unità, 5 gennaio 2009
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=2771&Itemid=29
http://www.ristretti.it/areestudio/giuridici/studi/eurispes.htm
GRAVINA: DA MOSTRO A INNOCENTE, STORIE DI CALVARI
Ora tocca a Pappalardi, che sembra l'ultima vittima non colpevole.
Un mostro. No, innocente. La vicenda di Filippo Pappalardi, subito accusato dell'omicidio dei due figli Ciccio e Tore, a Gravina, poi scagionato dall'evidenza delle scoperte degli investigatori fino alla revoca oggi degli arresti domiciliari, è solo l'ultimo di tanti casi che in Italia hanno visto protagonisti genitori presunti pedofili o assassini, spesso vittime di gogna mediatica e invece poi rivelati dalle indagini non colpevoli.
Il primo caso clamoroso fu quello di Lanfranco Schillaci. Insegnante di matematica a Limbiate, vicino a Milano, nell'aprile 1989 divenne un 'mostro da prima pagina': aveva portato la figlia Miriam di 2 anni all'ospedale Niguarda perché perdeva sangue, accusato di abusi e pedofilia anche dai vicini di casa, si vide allontanare la bambina dal Tribunale dei minori fino a quando, poche settimane dopo, i medici dell'ospedale decretarono che Miriam perdeva sangue perché affetta da teratoma sacro-coccigeo. Un cancro al retto che la portò alla morte il 3 giugno dello stesso anno. Anche l'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, chiese pubblicamente scusa all'insegnante per "le ingiuste sofferenze che la terrena limitatezza delle attività dello Stato vi ha così crudelmente inferto".
Nel settembre 1996 un tassista milanese di 45 anni, Marino, sulla base delle consulenze di psicologi e periti che poi si rivelarono incompetenti, fu accusato di abusi sessuali nei confronti della figlia di tre anni: il Tribunale dei minori del capoluogo lombardo prima decide per un allontanamento cautelativo dalla famiglia della piccola, poi riaffida la piccola ai genitori. Nel frattempo la separazione con la moglie, infine l'assoluzione.
Nello stesso anno un pensionato di 61 anni viene condannato in primo grado a sette anni e tre mesi di reclusione per presunti abusi sessuali e maltrattamenti nei confronti delle nipotine di 7 e 3 anni: queste si rivelarono poi 'suggestionate' dalle convinzioni a priori dei periti e dopo 18 mesi di carcere, nel 2001, il pensionato è stato assolto.
Alla fine degli anni '90 don Giorgio Govoni, parroco di S.Giorgio, chiesetta di Modena, è accusato di essere responsabile, con altri, di abusi nei confronti di 13 bambini tra i quattro mesi e i 13 anni negli anni 1996-1997 e 1998: si parla addirittura di un giro di pedofilia perpetrata nei cimiteri. Don Giorgio fu scagionato sia dalla sentenza in primo grado che dalla Corte d'Appello di Bologna, ma non fece in tempo a sentire la riabilitazione dei giudici perché morì, si dice di crepacuore per le accuse.
Ancora. A Torino, nel 2000, il professor P., insegnante di musica in una scuola media della città, viene indagato per violenza sessuale nei confronti di due alunni. Il professore fu prosciolto due anni dopo: i ragazzi si erano inventati tutto.
Nel 2001 è la volta di un altro caso clamoroso. Paola Mantovani, 44 anni, accusa alcuni albanesi di aver fatto irruzione nella villa di famiglia e di aver ucciso il figlio Matteo, bambino autistico di 14 anni. La donna però viene subito coinvolta nelle indagini, accusata dell'omicidio, infine è assolta nel 2006.
Nel luglio 2004, a Brescia, due suore che si erano sempre dette innocenti vengono assolte in secondo grado con formula piena "perché il fatto non sussiste" dall'accusa di aver commesso, tra il 1999 e il 2000, abusi sessuali nei confronti di otto bambini che frequentavano la scuola materna di un paese vicino Bergamo. Sempre a Brescia, nel 2007, dopo due anni di indagini e 120 udienze, vengono assolti dall'accusa di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di alunni della scuola materna Sorelli sei maestre, un bidello e un sacerdote: "Il fatto non sussiste".
Nel gennaio 2005, ancora a Brescia, la Corte di appello scagiona definitivamente Giuseppe R., 48 anni, accusato di aver molestato sessualmente nel 1997 il figlio di due anni e mezzo. Oltre il danno la beffa: nonostante la verità raggiunta nel frattempo il bambino era stato dato in adozione alla mamma e al suo nuovo compagno.
Nel giugno 2005, questa volta a Bologna, un pakistano di 28 anni lascia il carcere dopo un anno di detenzione per abusi sessuali nei confronti di una bambina di 11 anni poi rivelatisi inesistenti. Due mesi più tardi Elena Romani, un'hostess di Vercelli, è accusata di omicidio preterintenzionale nei confronti della piccola Matilda, la figlia di 22 mesi. Il tribunale di Novara la scagiona. Il processo ora è in appello.
Qualche mese dopo, è il febbraio 2006, don Giorgio Carli, parroco della chiesa di Don Bosco a Bolzano, accusato di violenze sessuali nei confronti di una sua parrocchiana che all'epoca dei fatti era minorenne, viene assolto e abbandona la detenzione dopo tre anni.
Arriva marzo, l'Italia è scossa dalla vicenda del piccolo Tommaso Onofri, il piccolo di 18 mesi malato di epilessia rapito a Casalbaroncolo, vicino Parma. Nei primi giorni delle indagini finisce nel registro degli indagati il padre del bambino, Paolo Onofri: gli investigatori scoprono nel pc dell'uomo centinaia di file pedopornografici. Giornali e tv lo accusano. Alcune settimane dopo il tragico epilogo: il piccolo Tommaso è stato ucciso dai rapitori la sera stessa in cui fu portato via dalla sua casa.
Infine il caso di Rignano Flaminio, piccolo paese alle porte di Roma. Nell'aprile 2007 sei persone (tre maestre, una bidella e due personaggi esterni alla scuola) vengono arrestate per violenza sessuale reiterata su bambini della scuola materna Olga Rovere, minacce, percosse, sequestro di persona, produzione e commercio di materiale pedo-pornografico. I giornali parlano di "orchi" e di "asilo degli orrori", ma già nel giro di pochi giorni, però, le prove e testimonianze contro i sei traballano e si invita alla prudenza. Il 10 maggio il Tribunale del riesame di Roma decreta la scarcerazione per tutti gli arrestati per "mancanza di gravi indizi". In ottobre, poi, la Cassazione evidenzia contro i sospettati "elementi ma non indizi gravi".
Francesco Pagano, ex direttore di Regina Coeli. Accusato da un magistrato di Vibo Valentia di concorso in sequestro di persona. E questo avviene dopo che il sequestrato, l’armatore D’Amico, crede di riconoscere uno dei suoi rapitori in Tiberio Cason, re della mala romana. Ma Cason ha un alibi di ferro: all’epoca del sequestro era rinchiuso in carcere, a Regina Coeli, appunto. Quello che per Cason è un alibi inattaccabile diventa l‘“indizio” per accusare Pagano. In sostanza il direttore del penitenziario romano avrebbe organizzato e protetto una fuga clandestina di Cason dal carcere. Pagano viene interrogato per complessive trenta ore dal magistrato calabrese che lo indizia di reati di concorso in sequestro di persona e procurata evasione. Un’accusa fumosa, una storia che va avanti comunque per un paio di anni e dalla quale l’imputato verrà completamente scagionato al termine di una lunga istruttoria. Colpito da infarto Pagano morirà pochi mesi più tardi.
Bruno Broglia, commerciante di tessuti, viene accusato di complicità nel sequestro del suo socio di affari. Secondo il magistrato inquirente avrebbe architettato il sequestro per impadronirsi dell’azienda. Un’accusa che non resta in piedi neanche in istruttoria, tant’è che Broglia sarà completamente scagionato senza arrivare al processo. Un’accusa che il commerciante inquisito non regge: morirà poche settimane dopo per un attacco cardiaco.
Giacomo Rosapepe, direttore del manicomio di Sant’Eframo. Condannato in primo grado a cinque anni, nell’ambito di un’inchiesta su alcune telefonate fatte da un internato utilizzando l’apparecchio dell’istituto. Alla condanna viene accoppiata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici: Rosapepe è quindi immediatamente rimosso dall’incarico e, in preda allo sconforto, tenta di togliersi la vita, ma viene salvato in tempo. Qualche mese più tardi la sentenza di appello lo manda assolto con formula piena. Ma ormai è troppo tardi. Completamente distrutto dall’esperienza patita, Rosapepe ritenta il suicidio, questa volta riuscendoci.
Alfonso Agnello arrestato per l’uccisione del cronista del Mattino Giancarlo Siani verrà rilasciato dopo pochi giorni. In “diretta” dal telegiornale il magistrato aveva comunicato che “al di là di ogni ragionevole dubbio Alfonso Agnello era da ritenersi uno dei killer del cronista Giancarlo Siani”.
Giuseppe Pecorelli viene scarcerato dopo nove mesi dal blitz anticamorra nel quale è coinvolto, tra gli altri, Enzo Tortora, per mancanza di indizi. Era finito in carcere dopo le rivelazioni di un “pentito”. Pecorelli era accusato di aver preso parte ad una esecuzione di stampo mafioso avvenuta nel carcere di Poggioreale. Le indagini rivelano che all’epoca del delitto il giovane non era in carcere, aveva solo tredici anni.
Mario D’Errico, di Succivo (Caserta), viene scarcerato perché innocente, dopo cinque anni e mezzo di custodia cautelare in carcere. Era stato accusato di aver ucciso un’insegnate del suo paese.
Antonello Demontis, pescatore, e Mauro Marangoni, marittimo, vengono riconosciuti estranei il 6 giugno 1985 dall’accusa di aver ucciso un pensionato a scopo di rapina. Hanno trascorso ventun mesi in carcere, in detenzione preventiva.
Francesco Maiorana, di Nocera Inferiore, viene scarcerato il 26 luglio 1985 per mancanza di indizi. Era stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. La denuncia era partita da un “pentito”. Ha patito una carcerazione di dieci mesi.
Mario Amoruso, di Mugnano (Napoli), accusato di omicidio, viene assolto il 18 novembre 1985 per “non aver commesso il fatto”. L’estraneità di Amoruso nella vicenda è apparsa tanto evidente nel corso del dibattimento, da indurre lo stesso Pubblico Ministero, al termine della sua requisitoria, a chiedere l’assoluzione con formula piena. Amoruso era stato arrestato tre anni prima, tutti trascorsi in carcere.
Stefano Lo Grasso, Michele Marino, Salvatore Marco, Gaspare Fiorino, Vito Mareca, accusati di estorsione continuata, vengono assolti il 29 febbraio 1986 perché il fatto non sussiste. Erano stati arrestati il 15 giugno 1984, e hanno trascorso due anni in cella prima di essere processati e prosciolti.
Domenico Zarrelli, accusato dell’assassinio degli zii e della cugina avvenuto il 30 maggio 1975, viene condannato all’ergastolo il 9 maggio 1978. Dopo tre processi d’appello e due sentenze della Cassazione, dieci anni trascorsi per la metà tra il carcere di Poggioreale e quello di Procida con un soggiorno di un mese e mezzo nel manicomio giudiziario di Sant’Eframo dove viene sottoposto a perizia psichiatrica, viene assolto con formula piena. Non è uno “sbaglio” tant’è che la Cassazione nella sentenza di assoluzione scrive “a carico di Zarrelli non esisteva nessun indizio e mai e poi mai nessuna corte avrebbe potuto condannarlo”.
Aldo Sardone amministratore di una ditta di Agrigento, trentadue anni, è rimasto in carcere per ventuno giorni a causa di una distrazione, un banale errore. Arrestato perché dichiara di aver risposto ad una telefonata ricattatoria che -visto che il telefono era sotto controllo- non risulta registrata. Dopo ventuno giorni -essendo l’avvocato difensore riuscito ad ottenere la trascrizione dei nastri- come per un prodigio la telefonata a cui fa riferimento Sardone c’è, esiste.
Giovanni Amato, muratore disoccupato di Palermo, viene arrestato nell’aprile del 1984, dopo che un rapinatore si “pente”. Dopo nove mesi, 275 giorni, viene scarcerato. E’ lo stesso giudice istruttore a spiegarne il perché, “Ho avuto la sfortuna di trovarmi tra le mani uno di quei casi in cui l’errore è inevitabile. Sì, proprio inevitabile. Succede perché deve succedere. Gli elementi coincidevano tutti”. Il fatto che abitassero nello stesso quartiere è l’elemento coincidente. Fatto salvo che si trattava di un altro Giovanni Amato.
Pietro Parracchio, presidente della Corte di Assise di Catania, viene arrestato l’1 dicembre 1984 per corruzione. A lanciare l’accusa è un “pentito”, Salvatore Parisi accusato di diciotto omicidi. Il magistrato, a detta del Parisi, l’aveva assolto in cambio di cento milioni, un gioiello per la moglie e un aiuto finanziario per la ristrutturazione della villetta. Il 22 luglio 1985, sette mesi dopo, il Tribunale della libertà annulla il mandato di cattura; scagiona il magistrato e manifestato sul merito processuale “un dissenso che non è solo marginale”.
Bino Baiamonte geologo palermitano arrestato il 3 gennaio 1984 per “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Dopo quattro giorni di detenzione apprende che un “pentito” ha rivelato che, in un periodo di comune detenzione all’Ucciardone, da un Bino Baiamonte ha ricevuto terribili confidenze. Ma Baiamonte non era mai stato all’Ucciardone perché non era mai stato arrestato. Poteva dunque considerarsi un fortunato se in solo quattro giorni Baiamonte aveva chiarito la propria posizione, beninteso stando in carcere. Dopo due settimane viene invitato a presentarsi in Questura: vogliono consegnato il passaporto e ogni altro documento che possa consentirgli l’espatrio. Altre due settimane, altro invito; gli viene tolto il porto d’armi e gli viene ingiunto di disfarsi dei fucili che possiede. In data 7 giugno, urgente convocazione al nucleo giudiziario dei carabinieri: gli notificano tre ingiunzioni, perché indiziato di otto delitti tra i più gravi accaduti a Palermo in questi ultimi anni.
Agatino Litrico nato il 19 luglio del 1956, nel quartiere di San Birillo a Catania. Pasticciere di ventotto anni ha avuto la “disgrazia” di dividere nome, cognome e luogo e data di nascita con un criminale. Per scoprire l‘“errore” e per riconoscerlo ci sono voluti settanta giorni che Agatino Litrico ha passato nelle carceri Nuove di Torino. Ma ad Agatino Litrico era già accaduto otto anni prima di finire in cella, per un paio di giorni, sempre per “errore”.
Vito Surdo bancario del Credito italiano di Salemi, paese della provincia di Trapani, nell’estate del 1985 fu arrestato con l’imputazione di “associazione per delinquere, intimidazione ed estorsione”. Dopo sei mesi di carcere e quattro di arresti domiciliari la Procura della Repubblica di Trapani riconosce che non ci sono indizi sufficienti che giustifichino il processo.
Dante Forni bolognese, otto processi, ventidue mesi di carcerazione preventiva scontata in sette prigioni, alcune delle quali “speciali”. Infine il verdetto della Corte di Cassazione, che sancisce l’assoluzione con formula piena da tutti i reati e da tutte le accuse che via via si erano accumulate.
Adriana Avico il 19 dicembre 1984 si lasciava alle spalle il carcere romano di Rebibbia; libertà provvisoria. Aveva già scontato due mesi di carcere, di cui trentatré giorni in isolamento. L’accusa era: associazione per delinquere. Alla fine è stata assolta “per non aver commesso il fatto”.
Francesco Perrillo e Giuseppe Giordano, di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli; scrivono il 5 ottobre 1985 una lettera pubblicata dal quotidiano `La Repubblica’: “Noi sottoscritti Perillo Francesco e Giordano Giuseppe, classe 1928 (classe sfortunata e disgraziata, anche Tortora è del ‘28), ringraziamo pubblicamente attraverso le colonne della “Repubblica” chi ci ha privato della libertà personale per circa un anno, trasferendoci con violenza dai nostri domicili di onesti e integerrimi lavoratori nel carcere più infame del mondo, a contatto con assassini, ladri, drogati, magnaccia, con malfattori della peggior specie. In una fetida cella abbiamo trascorso i primi mesi a piangere, sì abbiamo pianto e tanto, noi uomini di lavoro sessantenni abbiamo pianto come quando eravamo bambini, e come allora abbiamo tanto pregato. Molte volte, tante volte, ci siamo trovati i pantaloni impregnati di urina. Grazie a chi non ha ritenuto opportuno e necessario fare dei `riscontri oggettivi’ (signor Bocca, la Madonna, quella della sofferenza, l’aiuti e la protegga insieme alla sua famiglia), perché sarebbe bastato un usciere del Tribunale per constatare che vivendo e lavorando in un unico basso, per di più al centro del paese, non si poteva certamente ospitare per mesi i latitanti Rosetta Cutolo e Vincenzo Casillo. Alle nostre preghiere di mandare qualcuno a rilevare quanto affermavamo, i giudici ci invitavano a confessare. E siamo stati quasi tentati di farlo. Di confessare l’impossibilità pur di venire fuori da quell’incubo. E così oggi, dopo circa tre anni, ci hanno assolto con `formula piena’. Grazie, grazie a tutti. Adesso non siamo che due relitti umani con la devastazione nel cuore e nella mente. Grazie soprattutto ai signori che hanno levato voci in favore dei Tribunali meridionali, con l’augurio che un giorno anche ad essi, o magari ai loro figli, possa capitare questa sciocchezzuola che a noi è capitata”.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati sulla propria pelle, accusato di interesse privato in atti di ufficio. Tutto nasce dopo la conclusione di un sequestro di persona. Il rapito e il suo avvocato, a liberazione avvenuta, vengono accusati di simulazione di reato. Imposimato, nella sua qualità di giudice istruttore, non è d’accordo, e dispone l’archiviazione del procedimento. Scatta, a questo punto, l’accusa contro di lui. Il processo ha luogo a Firenze. Si conclude con l’assoluzione piena. Dopo questa esperienza, Imposimato dichiara: “Il mio sentimento nei confronti della giustizia è di natura quasi di terrore. La mia esperienza mi conferma nella convinzione che sia ancora molto alta, e non solo per il mio caso personale, la possibilità di errori. In fondo è più facile difendersi da colpevoli che da innocenti. Un innocente è travolto dalla macchina dei sospetti. Nel mio processo fui trattato con molta durezza. Sembrava che il mio passato non avesse alcun peso. Per settimane ho dovuto leggere il mio nome a carattere cubitali, sui giornali: `Giudice accusato…’. L’assoluzione piena venne invece riportata con una breve notizia”. Imposimato ricorda quei giorni con una profonda amarezza. Tornano in mente sequenze da incubo, sottili insinuazioni, taglienti calunnie: ecco, anche lui, finalmente, il giudice irreprensibile, come gli altri, sul banco degli imputati: “Perfino un’assoluzione, dopo la condanna della pubblica opinione, non è sufficiente a riparare il danno subito”. “Mi fanno paura”, dice ancora Imposimato, “i giudici che sono o si ritengono `preparati’, perché conoscono a memoria i codici. Non è solo la preparazione, che pure occorre, e neanche il coraggio, ma l’equilibrio, la maturità, il senso delle cose. Chi afferma che anche per i giudici andrebbero fatte perizie psichiatriche, o attitudinali, non dice una sciocchezza. Andrebbero bene per evitare di commetterne, di sciocchezze, sulla pelle di gente innocente”. E conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
L’on. Franzoso è stato assolto, ma la notizia non fa notizia.
Come molti ricorderanno, l'on. Franzoso, tarantino,all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Il 25 settembre 2007, il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa riserva alla notizia poco spazio e pochissimo risalto. In proposito ecco il testo della lettera che i deputati pugliesi di Forza Italia hanno inviato alla Stampa. Per parte nostra non possiamo non testimoniare all'on. Franzoso la più viva solidarietà, insieme alla gioia per l'affermazione della verità e della sua innocenza.
LETTERA APERTA ALLA STAMPA DEI DEPUTATI PUGLIESI DI FORZA ITALIA.
La felicità per aver visto confermata la nostra assoluta certezza che il collega Pietro Franzoso fosse del tutto estraneo ai fatti che nel 2004 portarono al suo arresto mentre era assessore regionale, con accuse gravi e infamanti, viene oggi turbata da più di una vena di amarezza.
Leggendo i giornali nazionali, gli stessi che nel 2004 dedicarono ampio spazio all’arresto dell’On. Franzoso, non si trova traccia alcuna della notizia della sua assoluzione “perchè il fatto non sussiste"; leggendo quelli regionali su alcuni si trova un trafiletto con la notizia oltre la pagina 10 e su altri non si trova nulla se non nelle edizioni cittadine di Taranto.
Atteggiamento ben diverso rispetto al clamore dato quando il 16 dicembre 2004, l’allora assessore Franzoso fu prelevato al suo arrivo in aereo a Brindisi e fu portato in carcere dove trascorse una settimana. Allora i giornali nazionali pubblicarono servizi densi di particolari sulla presunta collusione di Franzoso con la mafia tarantina, quelli regionali dedicarono le prime pagine.
Non è al rispetto della legge sulla stampa che sentiamo di volerci appellare oggi, pur essendoci tutti i margini per farlo, ma alla deontologia, alla onestà intellettuale, alla coscienza di quegli stessi direttori e capiredattori che a dicembre 2004 decisero di dedicare le prime pagine regionali e le pagine nazionali all’arresto di un assessore in carica e oggi non danno neanche la notizia della sua assoluzione o la relegano nelle edizioni locali.
Non è un Paese giusto quello in cui un arresto viene sbattuto in prima pagina e un’assoluzione relegata in 15ma o addirittura ignorata; non è un Paese “normale" quello in cui l’onorabilità di un assessore, di un politico, di un uomo, viene cancellata nel momento in cui lo si ritiene colpevole e non gli viene riconsegnata quando, dopo tre anni, un Tribunale lo giudica innocente. Non è un Paese né normale né giusto quello in cui bisogna appellarsi al rispetto delle leggi, affinché ad una assoluzione sia dato lo stesso clamore che ad un arresto.
Non siamo animati da spirito polemico, né tantomeno da vittimismo.
Invochiamo solo giustizia e normalità.
Delitto di via Poma. La mano armata della Giustizia senza un limite.
Ovunque, nel mondo civile, questo sarebbe archiviato come un insuccesso delle autorità inquirenti, da noi, invece, lo si riesuma, periodicamente, per esaltare la tenacia di chi conduce le indagini. Ogni volta che il delitto di via Poma torna agli onori della cronaca, automaticamente, torna, in video e in pagina, la foto di Pietrino Vanacore.
La sua pietra al collo ce la sentiamo un po' tutti, e dovrebbe sentirsela la giustizia italiana che sa essere feroce nel punire, pur non essendo capace di giudicare.
Vanacore, il portiere dello stabile, che trovò il cadavere di Simonetta, fu arrestato tre giorni dopo, il 10 agosto 1990. Le cronache si riempirono di quest'omicidio, scandagliando e scardinando la vita di quel disgraziato. Gli andò anche bene, perché fu scarcerato il 30 agosto e, meno di un anno dopo, il 26 aprile del 1991, fu accolta la richiesta d'archiviazione, presentata dalla procura stessa. Ci volle più tempo, fino al gennaio del 1995, perché la Cassazione ponesse la parola "fine" alla faccenda, rendendo definitiva l'archiviazione.
Era finita, e lui si ritirò a vivere nella Puglia, a Torricella, da cui era venuto. E dove s'è ammazzato il 9 marzo 2010. Perché? Perché nonostante la Cassazione, in Italia la giustizia non sa usare la parola "fine", sicché una nuova indagine è stata archiviata. Nel maggio del 2009, e l'anno precedente, il 20 ottobre 2008, Vanacore aveva subito l'ennesima perquisizione domiciliare. Era atteso in tribunale, il 12 marzo 2010, per testimoniare. Non era neanche tenuto a rispondere, perché la giustizia lo considera ancora "indagato in procedimento connesso".
Ma, statene certi Vanacore avrebbe visto ancora il suo volto, esposto alla nazione, associato all'omicidio. Ha deciso di risparmiarselo, o, più probabilmente, non ha saputo reggerlo. La domanda è: che senso ha? Quale legge ha stabilito la possibilità di condannare all'ergastolo mediatico dei cittadini riconosciuti innocenti, ma di cui l'ultimo pennivendolo può disporre, usando le immonde formule di "già indagato", "fu imputato", "a lungo sospettato", "protagonista di una storia oscura", e così via macellando? Un cittadino può accettare d'essere ingiustamente sospettato e accusato, salvo riuscire a dimostrare, in tempi brevi, la propria innocenza. Subisce un danno, comunque, talora gravissimo, ma ciascuno di noi sa che può accadere. Quel che non dovrebbe accadere è che per il resto della vita si sia un oggetto nelle mani di chi non sa che pesci prendere, non sa che storie raccontare, e, quindi, ricorre al tuo nome e alla tua faccia quando gli fa comodo. E, si badi, questo vale per la giustizia, che è incivilmente e inconcludentemente interminabile, ma vale anche per ciascuno di noi.
Anzi, a un certo punto dovremo ammettere che abbiamo la peggiore giustizia del mondo civile anche perché abbiamo la peggiore politica e la peggiore cultura giuridica e il peggiore sistema informativo. Mancano, o sono flebili, le voci capaci di dire basta. Guardatevi attorno: la politica si rinfaccia questioni giudiziarie, anche se chiuse, anche se campate per aria. Le tifoserie politiche non fanno che parlare d'accuse penali, pensando che possano surrogare il giudizio morale e politico. La giustizia stessa campa d'accuse e ci lascia a digiuno di sentenze. Il tutto imbarbarisce il nostro vivere civile e seppellisce la presunzione d'innocenza. Vanacore s'è spinto oltre: ha preteso d'avere l'ultima parola. Non gli sarà riconosciuta neanche quella.
Il figlio accusa: «Mio padre condannato senza processo».
È anche lui portiere, come il papà che dal vecchio mestiere non ha avuto che dispiaceri. Lavora a Torino, custode di uno stabile dell’elegante quartiere della Crocetta. «Mio padre è stato condannato senza un processo - accusa Mario Vanacore - lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent’anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci». Anche lui, del resto, era stato sfiorato dall’inchiesta, per colpa di una visita di cortesia fatta al papà il 2 agosto del ’90, prima di partire per le vacanze con la moglie Donatella e la figlia di pochi mesi. Tanto bastò per ricevere un avviso di garanzia, assieme alla mamma Giuseppa De Luca, affinché i magistrati potessero comparare il suo sangue con quello di una traccia ematica trovata sulla porta dell’ufficio di Simonetta. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno - continua Mario Vanacore - aveva tanti progetti, voleva comprare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente perché lui era innocente».
Padre e figlio avrebbero dovuto testimoniare in aula al processo per la morte della Cesaroni. Accanto a Pietrino ci sarebbe stato il legale di sempre, Antonio De Vita. «Si sentiva braccato - racconta il penalista - vittima di una continua caccia all’uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero. Non era la nuova chiamata dei giudici ad intimorirlo, piuttosto il fatto di doversi nuovamente sentire braccato, accerchiato dai media. Vanacore era psicologicamente stressato e si riteneva perseguitato, un uomo senza scampo, anche se su di lui non c’erano più sospetti».
http://blog.trovoio.it/2008/05/il-delitto-di-cogne-anna-maria-franzoni/
MILANO: IL CASO RIZZOLI
Angelo Rizzoli, una storia tra carcere e malattia. Dieci mesi trascorsi in carcere e tre agli arresti domiciliari. Poi, Angelo Rizzoli, nipote del re dell’editoria arrestato nel 1983, è stato prosciolto. Ospite a "Niente di personale", il magazine condotto da Antonello Piroso in onda il 27 febbraio 2007, alle 21.30 su LA7, Rizzoli ci tiene però a precisare durante la sua intervista un "particolare" che ha reso ancora più dolorosa la sua vicenda: "Io ho la sclerosi multipla, una malattia che secondo me è incompatibile con la vita carceraria e che, purtroppo, girando cinque istituti di pena, si è notevolmente aggravata". Angelo Rizzoli parla poi di quanto gli sia costato essere l’erede di una famiglia così illustre. "Purtroppo, portare un nome altisonante comporta anche delle negatività.
Nel carcere di Bergamo, dove tra l’altro ero assieme a Enzo Tortora, sono stato anche estorto dal direttore. L’ho denunciato, sono stato rimesso in libertà, ma quando sono stato nuovamente arrestato, mi hanno rimandato lì". Eppure Rizzoli spiega al conduttore di aver detto esplicitamente: "Portatemi in tutti i carceri che volete, meno che a Bergamo". Niente da fare. Il Direttore è stato poi condannato a 5 anni per estorsione.
"E a Bergamo - prosegue - il direttore mi ha messo 45 giorni in cella di punizione, dal 10 novembre fino al giorno di Natale. Quando sono uscito, ero in uno stato di disperazione, ma anche in una condizione di grandissima prostrazione fisica". "Essere nato con un nome fortunato e in una famiglia baciata dal successo - commenta poi - non garantisce nella vita che queste condizioni di privilegio durino, anzi.
In qualche modo, io ho subito una legge di compensazione, perché, ai tanti benefici che ho avuto nella nascita, sono seguite poi altrettante sofferenze. E non parlo solo per me. Ho visto amici morire della mia stessa malattia, andare in galera mio fratello e morire mio padre, mentre mia sorella, indagata per lo stesso reato, non ha resistito e si è gettata fuori dalla finestra. Per queste vicende giudiziarie e per salvare la mia società sono finito nelle braccia della P.2.. Nessuno mi voleva aiutare".
Il Giorno, 27 febbraio 2007.
MILANO: IL CASO BERLUSCONI
Di Berlusconi e i suoi processi parla Bruno Vespa su l'Unità del 11 ottobre 2008.
“Scrivo nel mio libro che Berlusconi dopo l’ingresso in politica ha avuto 22 processi e non 15 o 17 come scrive Travaglio, è perché ho i numeri di protocollo che sono costretto ad esibire.
1) N° 842/95 (Falso in bilancio Fininvest per libretti al portatore. Archiviato). 2) N° 6081/95 (Edilnord commerciale. Archviato). 3) N° 6031/94 (Palermo associazione mafiosa, archiviato nel ’97; riciclaggio, archiviato nel ’98). 4) N° 1370/98 (Caltanissetta su stragi Falcone e Borsellino, archiviato). 5) N° 3197/96 (Firenze su strage via dei Georgofili, archiviato) 6) N° 3000/96 (Progetto Botticelli, archiviato) 7) N° 11343/99 (Lodo Mondadori, prosciolto dal Gup perché il fatto non sussiste, amnistiato in appello e in Cassazione). 8) N° 11262/94 (Tangenti Guardia di Finanza, assolto per non aver commesso il fatto per tutti i capi d’imputazione tranne uno in cui c’è stata assoluzione per insufficienza probatoria). 9) N° 9811/93 (All Iberian, assolto per intervenuta prescrizione). 10) N° 10594/95 (Medusa, assolto per non aver commesso il fatto). 11) N° 4262/95 (Macherio, assolto da tre imputazione perché il fatto non sussiste e da una per amnistia). 12) N° 11747/97 + 12193/98 (Corruzione Ariosto Sme, assolto per non aver commesso il fatto e perché il reato non sussiste). 13) N° 5888/02 (Falso in bilancio Ariosto Sme, assolto perché il fatto non costituisce reato). 14) N° 735/96 (“Consolidato, falso in bilancio”, assolto perché il reato si è estinto per prescrizione). 15) N° 2569/99 (All Iberian 2, assolto perché il fatto non è più prevista dalla legge come reato). 16) N° 2569/99 (Lentini. Estinto per prescrizione).
Altri tre procedimenti (“Diritti”, “Mills”, “Mediatrade”) sono in corso come il processo Telecinco in attesa di archiviazione dopo che il tribunale ha assolto tutti gli otto imputati per i quali è stato celebrato il processo. E siamo a quota ventuno. Il 22esimo processo, il più vecchio (N° 5746/93 Viganò Verzellesi ha visto Berlusconi inscritto nel registro degli indagati il 28 gennaio del ’95. L’archiviazione è avvenuta cinque anni dopo. Nessuna indagine è stata dunque avviata su Berlusconi prima del suo ingresso in politica. Ho sempre sostenuto che il Cavaliere non è entrato in politica solo per “salvare l’Italia dai comunisti”, ma anche per proteggere le sue aziende. I Poteri Forti gli avrebbero fatto fare la fine di Angelo Rizzoli, depredato di tutto. Enrico Cuccia gli aveva fatto revocare dalla sera alla mattina fidi importanti. Glieli mantenne soltanto Cesare Geronzi, l’uomo che avrebbe salvato il Pds dai debiti.
Due parole, infine, sul caso Travaglio – Schifani – Ciuro. A chiunque può capitare di avere in buona fede rapporti con una persona che poi si scopre più che discutibile. Ma occorre un bel coraggio per crocifiggere il presidente del Senato per aver avuto un rapporto con una persona condannata per mafia 14 anni dopo, mentre si trascorrevano ripetutamente le vacanze e si accoglievano le amichevoli segnalazioni di una persona come il maresciallo Ciuro arrestato tre mesi dopo l’ultimo soggiorno con il giornalista Travaglio e definito “figura estremamente compromessa con il sistema criminale” prima della condanna in Corte d’Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento. Ma Ciuro aveva una grande benemerenza. Come scrivono Marco Travaglio e Saverio Lodato nel loro libro “Intoccabili”, il maresciallo era stato impiegato dal Pubblico Ministero Ingroia (anche lui partecipe delle stesse vacanze) “nell’ultima fase delle indagini su Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest”. Una medaglia d’oro al valor civile.
http://vivamarcotravaglio.splinder.com/tag/cuccia
MILANO: IL CASO BARILLA’
“Ho fiducia nella giustizia”, dice il protagonista del clamoroso errore cui la fiction s’ispira.
Daniele Barillà è un uomo mite, lo sguardo sereno, il sorriso aperto quasi fanciullesco, disarmante.
“Ho fiducia nella giustizia” dice, e la cosa sorprendente è che si è costretti a credergli.
Nonostante tutto, nonostante quest’uomo oggi quarantaduenne sia stato il protagonista di un clamoroso caso di errore giudiziario per il quale ha scontato sette anni di carcere e affrontato tre gradi di giudizio prima che venisse riconosciuta la sua innocenza.
Nel 1993 una Fiat Tipo color amaranto viaggia per le strade del milanese, alla guida il giovane imprenditore Daniele Barillà. D’improvviso l’auto è circondata dai carabinieri del Ros: Barillà è trascinato fuori dalla sua macchina e arrestato con l’accusa di traffico di droga.
Comincia così l’odissea giudiziaria che il regista Stefano Reali ha raccontato in L’Uomo Sbagliato, fiction di Raiuno.
Nei panni dell’imprenditore è Beppe Fiorello nuovamente alle prese con un personaggio scomodo, al centro di una vicenda che suscita rabbia e indignazione.
Tanto più visto che in questo caso i ‘cattivi’ sono proprio quelle forze dell’ordine e quella giustizia che per sua stessa definizione dovrebbe difendere gli innocenti e punire i colpevoli.
In realtà ad interessarsi del caso dell’imprenditore milanese fu un giornalista, Stefano Zullo che nel 1995 rilesse il caso Barillà, “ne parlai con il procuratore Borrelli – dice – e anche lui si disse convinto dell’innocenza di quest’uomo. Con una lettera alla procura di Livorno manifestò i suoi dubbi ma non venne ascoltato”.
La situazione si sblocca nel ’97 quando il capo dell’operazione che aveva portato all’arresto di Barillà, il colonnello Michele Riccio, venne arrestato per gravi irregolarità commesse durante varie indagini.
Furono così riaperti molti casi e anche quello di Barillà venne revisionato da Francesca Nanni una giovane PM della Procura di Genova.
“Posso dire che molti di quella ‘mitica squadra’ (di cui faceva parte anche il capitano Ultimo n.d.r.) che mi accusarono ingiustamente oggi sono in prigione – dice Barillà – mentre io sono qui, libero finalmente. Per questo credo ancora nella giustizia e nella sua capacità di correggere anche i propri errori”.
Ma non è tutta rose e fiori la vita di Barillà: “Anche oggi ogni volta che una pattuglia mi ferma vengo perquisito e mi smontano la macchina, per loro sono ancora qualcuno che è stato dentro per droga”.
Per non parlare degli enormi problemi economici che anni di carcere e il lunghissimo iter giudiziario hanno causato.
La Corte d’Appello di Genova ha infatti condannato lo Stato ad un mega risarcimento (4 milioni di euro) per gli anni che Barillà ha ingiustamente passato in prigione, ma i soldi tardano ad arrivare.
Barillà, nei lunghi anni
passati in prigione è venuto a conoscenza di altri casi simili al suo?
“Tanti, e potrei fare anche i nomi ma sarebbe una mancanza di rispetto. Il vero
male è questo maledetto patteggiamento. Molti, anche se innocenti, accettano pur
di tornare alle loro case e poter riabbracciare i propri cari. Io potevo uscire
dopo 6 mesi ma non ho patteggiato perché ero sicuro di poter dimostrare la mia
innocenza. Spero con questo film di poter aiutare quelli che hanno subito la mia
stessa ingiustizia”.
La ‘mitica squadra’…..
"Già! Di loro faceva parte anche il capitano Ultimo. Seguì la macchina
sbagliata, al processo fu uno dei miei accusatori e la sua testimonianza risultò
determinante. Quando ho incontrato Stefano Reali gli ho detto che il suo film su
Ultimo ha probabilmente allungato la mia detenzione: chi poteva credere che un
tale eroe avesse commesso un così grave errore?”
Sette anni di carcere, 24
prigioni diverse. Come si può sopravvivere a tanto sapendosi innocente?
“Fiducia nella giustizia e nella forza della verità. Come ha detto Zullo,
l’innocenza lascia tracce proprio come la colpevolezza! Ma è stata una prova
dura, un carcere ha le sue regole che bisogna imparare. Gli stupratori e chi
violenta o uccide i bambini, beh quelli non hanno vita facile. Io ho trovato
solidarietà e sostegno morale anche se ero un rompiscatole”.
Cioè?
“Giravo con in mano i verbali dei miei processi e dicevo a tutti che ero
innocente. Qui siamo tutti innocenti – mi rispondevano – mica solo tu. Ho capito
che ognuno ha i suoi guai. Lì dentro non contano le istituzioni ma l’umanità, e
i detenuti sono uomini. Quando mi hanno scarcerato, dopo venti giorni avrei
voluto tornare dentro, ormai era quella la mia casa”.
Si sa di tante violenze
all’interno dei carceri...
“Ho visto dei pestaggi, quanto all’omosessualità non posso dire di essermene
accorto. Fortunatamente io non ho subito queste violenze”.
http://www.ildue.it/Temi/Liberta/PaginaTLiberta.asp?IDPrimoPiano=1259
MILANO: I CASI MARIANI E CROSIGNANI
Sane di mente o
psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o
instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri
criminali o casuali coincidenze?
A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti
diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si
inseriscono in vicende per nulla chiare.
Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici.
Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti.
L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca.
La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono.
La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano.
E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finché la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre).
Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è
matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al
contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una
organizzazione truffaldina.
Ancora sette anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le
parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni
di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi».
A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro.
Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione.
Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari.
Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini».
Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia».
Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente».
Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno.
Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre.
E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani).
Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli.
Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte.
Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano.
Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti.
Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania».
Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni.
Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani.
Questa inchiesta è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perché forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara.
http://www.censurati.it/index.php?q=node/3632
MILANO: IL CASO PALAU GIOVANNETTI
Pietro Palau Giovannetti, oltre ad essere il coraggioso Direttore Responsabile del giornale on line “La voce di Robin hood”, è tra i padri fondatori del "Movimento per la Giustizia Robin Hood" e della rete di "Avvocati senza Frontiere", organizzazioni no profit che, da oltre 20 anni, si battono per l'affermazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e una giustizia pulita libera dagli interessi delle mafie e delle corporazioni, sostenendo quella parte sana e assolutamente minoritaria della magistratura, che non si presta a legittimare gli abusi che quotidianamente vengono perpetrati nelle aule di giustizia, dai poteri dominanti nei confronti dei cittadini più deboli e indifesi.
A fronte del suo impegno civile e delle sue coraggiose denunce nei confronti dei cd. "poteri forti" Pietro Palau Giovannetti ha subito oltre 750 procedimenti penali con le accuse più disparate e capziose per pseudoreati di natura ideologica, scaturenti dalle sue stesse denunce, mai esaminate, o dai suoi taglienti articoli giornalistici, i cui procedimenti nella stragrande maggioranza dei casi si sono conclusi con assoluzioni con formula piena o, con archiviazioni de plano per manifesta infondatezza delle notizie di reato.
Tra i tanti "procedimenti-farsa" sollecitamente istruiti a suo carico a tempi di giustizia scandinava dalle Procure e Corti di Appello di mezza Italia (da Torino, Treviso, Milano, Brescia, Trento, Trieste, Venezia, Alessandria, Bologna, Firenze, Roma, Palmi, Reggio Calabria), si registrano anche due singolari richieste di "perizie psichiatriche", da parte delle Procure di Milano e di Torino, nonché dalla Procura Generale di Milano, proprio come in uso nelle dittature dei Paesi dell'Est.
Per la mole di attività persecutorie a cui è stato sottoposto la sua figura è stata paragonata a quella di Danilo Dolci (pacifista nonviolento) che, come lui, dal 1952, dedicò la sua vita alla causa delle persone più deboli, in Sicilia, venendo ingiustamente arrestato e condannato per reati di opinione dalla magistratura di regime dell'epoca tutt'oggi asservita agli interessi della politica e della mafia siciliana.
La condanna venne infatti laconicamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, seppure in sua difesa avessero testimoniato i maggiori intellettuali e Premi Nobel dell'epoca e l'arringa fosse stata pronunciata dal grande giurista Piero Calamandrei, tra i padri della Costituzione.
http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=167&titolo=CHI%20E'%20PIETRO%20PALAU%20GIOVANNETTI?
CAGLIARI: IL CASO MANUELLA
I veleni dimenticati del Palazzaccio sardo
Repubblica — 21 agosto 1998 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA
"Ci voleva il suicidio di Lombardini perché decidessero di occuparsi di quel che succede qua", commentava ieri, con sardo disincanto, un magistrato isolano. Eh sì, perché il palazzo di giustizia di Cagliari si chiama da molti anni "palazzo dei veleni".
Proprio come quelli di Roma e di Palermo. Con una differenza: i veleni mafiosi palermitani e quelli politici romani sono sempre diventati, nel momento stesso della loro sintesi chimica, veleni nazionali, mentre i veleni sardi, fino al suicidio Lombardini, sono sempre rimasti sardi. Eppure con quelli nazionali avevano molti punti in comune. In alcuni casi li hanno anticipati. La Sardegna ha avuto un "caso Tortora" due anni prima di quello "vero".
Si chiamava "caso Manuella", dal nome di un civilista assassinato nell' aprile del 1981. Per l' omicidio Manuella, e per traffico di droga, finirono in manette quattro avvocati: uno di loro, Aldo Marongiu, morì di tumore, proprio come Enzo Tortora, pochi anni dopo la fine della sua tragedia giudiziaria.
L' inchiesta si era svolta in un cupo clima inquisitorio, con tre pentiti che adeguavano progressivamente le loro menzogne alle esigenze dell' accusa. Finì dopo due anni, con l' assoluzione dei quattro avvocati e, in seguito, con una veloce e indulgente indagine del Csm sui metodi del pm Enrico Altieri e del giudice istruttore Fernando Bova che lasciò con l' amaro in bocca l' inferocito foro di Cagliari. Luigi Lombardini era allora capo dell' ufficio istruzione. Sostenne, salvo defilarsi ai primi scricchiolii della tesi accusatoria, la sgangherata indagine dei due colleghi. Aveva altro di cui occuparsi. Risolveva a raffica tutti i sequestri di persona degli anni 77-79, i latitanti cadevano nelle sue mani come tordi, i giornali esaltavano il giudice-sceriffo. Le denunce di qualche avvocato sui suoi metodi di indagine (gli interrogatori con la pistola sulla scrivania, i testimoni accusati di concorso per indurli a parlare, etc. etc.) non trovavano ascolto da nessuna parte. Nemmeno al Csm.
In quegli anni l' Anonima era arrivata a tenere contemporaneamente in ostaggio diciannove persone, tra le quali tre cittadini inglesi e i cantanti Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Lombardini aveva risolto quella situazione. E se qualche pastore innocente era rimasto stritolato, pazienza: i garantisti, allora, erano meno, ed erano più poveri, di oggi. Le cose cominciarono a cambiare quando, a metà degli anni 80, andò in pensione il procuratore generale Giuseppe Villasanta, magistrato potentissimo, considerato una specie di viceré della Sardegna. Col pensionamento di Villasanta, Lombardini perse un grande protettore, l' uomo che ne aveva fatto il giudice unico antisequestri, e si rafforzò il fronte avverso. Si era trattato - per quanto queste categorie possono valere nel mondo giudiziario - dello scontro tra una destra (Villasanta- Lombardini) e una specie di sinistra. Sul fronte opposto a quello del giudice-sceriffo c' erano infatti Magistratura democratica (uno dei leader era l' attuale sostituto procuratore antimafia Mauro Mura), qualche altro giudice garantista, e il composito e sempre fluttuante mondo forense.
Così quando, quattro anni fa, alla procura generale di Cagliari fu nominato Francesco Pintus, ex senatore della Sinistra indipendente, si pensò che la partita fosse definitivamente chiusa. Nessuno poteva immaginare che sullo stagno dei veleni cagliaritani si stava per rovesciare l' autobotte dei veleni milanesi e romani. Nessuno aveva preso in considerazione l' esplosiva personalità di Pintus, uomo temerario fino all' autolesionismo, come lo strabiliante incontro con Grauso - è cronaca di ieri - dimostra. Ex membro della sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, Pintus cominciò a entrare in conflitto con la sinistra quando, in una intervista, prese le difese dell' ammazza- sentenze. Qualche tempo dopo, nel discorso inaugurale, attaccò i metodi del pool di Borrelli. La sua domanda per la procura generale di Milano fu letta come una specie di dichiarazione di guerra. Schiacciato, come si dice, "a destra", il garantista di sinistra Pintus divenne il principale sponsor dell' ormai ex sceriffo Lombardini nella corsa, perduta, per la guida della procura della Repubblica di Cagliari. Quasi contemporaneamente perse la sua corsa per Milano.
Negli ultimi due anni gli esposti e i controesposti sardi hanno tempestato il Csm. Un giudice di Sassari, Gaetano Cau, che accusa Lombardini e Pintus di interferenze; Pintus che invia al Csm un' intervista di Cau; Lombardini che viene alle mani col pm Paolo De Angelis; l' ex procuratore Franco Melis che segnala le interferenze di Lombardini nelle indagini sui sequestri; otto sostituti che sottoscrivono un esposto contro Pintus. Sarà un caso, ma il Csm ha cominciato a occuparsi seriamente dei veleni cagliaritani quando, con Pintus, hanno varcato il Tirreno. Per la prima volta sugli uffici giudiziari sardi, con le loro miserie e le loro deviazioni, è stato acceso un grosso riflettore: per Pintus è in corso l' istruttoria che potrebbe concludersi con l' avvio della procedura per il trasferimento d' ufficio. E per la prima volta le spericolate iniziative del giudice-sceriffo sono state prese in considerazione ed esaminate con sistemi investigativi moderni. Negli ultimi tempi Luigi Lombardini era sorpreso, e non solo angosciato.
NUORO: IL CASO CONTENA
ERRORE GIUDIZIARIO - UNA VITA DIETRO LE SBARRE. Assolto in primo e secondo grado fu condannato nel terzo processo disposto dalla Corte di Cassazione
Riconosciuto innocente dopo 30 anni di carcere.
Il calvario dell’orunese Melchiorre Contena accusato del sequestro-omicidio Ostini. Negli anni Novanta gli ex latitanti Soru e Mongile confessarono: «I veri colpevoli siamo noi».
NUORO. L’inferno può essere fatto di sbarre che sembrano imprigionare perfino il cielo, di muri spessi e grigi e di cancelli di ferro che rinchiudono in uno spazio immobile e claustrofobico anche i sogni e il dolore. Ma l’inferno è soprattutto nella lucida consapevolezza di essere vittima del furto più atroce, quello della libertà. E di vivere l’interminabile divenire di giorni grigi, sempre uguali, al posto di qualcun altro. Questa è la storia del calvario di un uomo che ha vissuto trent’anni all’inferno prima di vedersi restituiti, in nome del popolo italiano, la dignità e l’onore. Ma è anche la storia di una donna, sua moglie, che gli ha sempre creduto e che ha combattuto con una forza sovrumana una battaglia che sembrava impossibile.
Questa è la storia di Melchiorre Contena, pastore di Orune (NU), e di sua moglie Miracolosa Goddi.
Il 18 luglio scorso la corte d’assise d’appello di Ancona ha messo fine a un incubo durato trent’anni, spazzando via l’accusa terribile di sequestro di persona e omicidio che aveva sprofondato Melchiorre Contena nel buio universo chiuso del carcere. E’ l’epilogo di una complicata e contraddittoria storia giudiziaria che ha visto pronunciarsi per quattro volte i giudici di merito e per due quelli di legittimità. Senza contare due pronunce in risposta alla richiesta di revisione del processo. La sentenza finale, quella che stabilisce che Melchiorre Contena è innocente, arriva però quando l’orologio del tempo ha scandito anche l’ultimo giorno della pena.
IL RAPIMENTO. Tutto comincia alle 22,30 del 31 gennaio 1977. Marzio Ostini, imprenditore milanese di 38 anni, sposato e padre di un bambino di sei, torna nella sua villa “Le Querce”, nella tenuta di Armatello, a San Casciano Bagni, nel Senese. Con lui c’è il suo amministratore, Giuseppe Miscio. In casa lo attendono tre uomini armati e mascherati. Modi spicci, ruvidi, e poche parole in un inconfondibile accento sardo. Prima di andare via con l’imprenditore milanese dicono a Miscio: «Vogliamo cinque miliardi (poco meno di due milioni e mezzo di euro). E non avverta la polizia, altrimenti il riscatto raddoppia». Marzio Ostini svanisce nel buio insieme ai suoi carcerieri. Per lui comincia il tragico viaggio verso il nulla.
Il 4 febbraio il primo contatto telefonico con il padre di Marzio, il cavalier Carlo Ostini. E una nuova richiesta di riscatto: due miliardi di lire. Poi le lettere. In quella del 16 febbraio, la prova che l’ostaggio è vivo. I tempi del sequestro si bruciano con inconsueta rapidità e si raggiunge l’accordo per un riscatto di un miliardo e duecento milioni.
Il 20 febbraio il cavalier Ostini parte con una borsa piena di banconote da 50 e 100 mila lire. Ma l’appuntamento con i banditi non va in porto. Il contatto avviene il giorno dopo, alle 15,30, vicino al paese di San Quirico d’Orcia, nel Senese. Il patto è che l’ostaggio sarà liberato nelle 48 ore successive. Ma Marzio Ostini non tornerà mai a casa e il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Le indagini si orientano subito verso gli ambienti dei pastori sardi. Inevitabile: la cadenza dei banditi era inconfondibile e poi quelli sono gli anni terribili nei quali l’Anonima sequestri ha esportato nelle dolci campagne toscane la sua feroce e cupa ossessione per il furto di uomini, seminando spore di paura. In quel clima sociale, il solo essere sardi sembra quasi essere una colpa.
Il 25 marzo del 1977, quella che risulterà la svolta nelle indagini: un giovane servo pastore di Fonni, Andrea Curreli, viene trovato in possesso di due targhe appartenenti a un’auto rubata alcuni mesi prima. Il suo comportamento alimenta molti sospetti nei carabinieri, che cominciano a pensare di avere messo le mani su uno dei componenti della banda che ha rapito Marzio Ostini.
A fine aprile, i giornali pubblicano un messaggio della famiglia del rapito che dice di essere disposta a pagare 300 milioni di lire a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili alla liberazione di Marzio. Dopo qualche giorno, Curreli si presenta spontaneamente alla stazione dei carabinieri di Montefiascone e racconta di essere stato invitato, nell’ottobre del 1976, nel podere di Melchiorre Contena, a una riunione nella quale si era pianificato il sequestro di Carlo Ostini, il padre di Marzio. E fa i nomi di tutti i partecipanti a quel summit: Melchiorre, Bernardino e Battista Contena, Marco Montalto, Giacomino Baragliu e Pasquale Delogu. Di più: dice che successivamente Baragliu e Battista Contena, ubriachi, gli avrebbero confidato di aver ucciso Marzio Ostini.
I Contena, Baragliu, Delogu e Montalto finiscono in carcere e, poco dopo, vengono arrestati anche altri due sardi: Pietro Paolo De Murtas e Gianfranco Pirrone. Sconcertante il comportamento di Curreli che, con due lettere in due occasioni diverse, ritratta tutto, ma poi davanti al giudice istruttore reitera le accuse.
Non basta: le sue versioni altalenanti vengono smentite da molte verifiche degli investigatori ed emerge che Curreli in passato era stato servo-pastore dai Contena che poi lo avevano allontanato perché inaffidabile sul lavoro. E il giovane servo pastore non aveva mai nascosto il suo rancore per i tre fratelli di Orune.
IL PENTITO. Dopo qualche mese finisce in carcere anche il pastore di Paulilatino Antonio Soru, trovato con alcune banconote provenienti dal sequestro Ostini.
Andrea Curreli, dunque, è l’unico vero pilastro dell’accusa. Per dire la verità, si rivela subito un pilastro molto fragile. Tanto che, nel corso del processo, celebratosi davanti alla corte d’assise di Siena, la sua versione frana clamorosamente. La difesa porta in udienza l’impressionante curriculum del “super accusatore”: 35 denunce per falsa testimonianza, simulazione di reato e furto. Melchiorre Contena e gli altri imputati il primo marzo del 1979 vengono assolti.
La corte d’assise d’appello di Firenze, il 21 febbraio del 1980, arriva alle stesse conclusioni: Curreli, che si è addirittura autoaccusato dicendo di essere stato il vivandiere della banda, è inattendibile e l’assoluzione per Melchiorre Contena viene confermata.
Sembra tutto finito. E invece la Cassazione riapre i giochi: accogliendo il ricorso della procura generale, rinvia il processo alla corte d’assise d’appello di Bologna che, senza neppure riaprire l’istruttoria dibattimentale, ribalta le sentenze di Siena e Firenze. Per Melchiorre Contena la condanna è a trent’anni di carcere.
In estrema sintesi, i giudici di Bologna giudicano Curreli attendibile. Eppure sulla sua credibilità ha sempre avuto fortissimi dubbi perfino il suo avvocato, Fabio Dean, diventato famoso come difensore del sulfureo gran maestro della loggia massonica P2, Licio Gelli. Nel marzo del 1985, Dean spedisce una lettera in carcere a Contena. «Ho personalmente convincimento della vostra innocenza - scrive Dean -, maturata da impressioni derivate dal palese risentimento che Curreli manifestava apertamente nei vostri confronti». E ancora: «Mi riserbo di ribadire questa mia convinzione nelle sedi più opportune, sottolineando la natura assolutamente disinteressata di questo intervento che risolve solo un mio problema di coscienza».
L’ALTRA INCHIESTA. Curreli, uscito di galera subito dopo il processo, sarà assassinato poco tempo dopo alla periferia di Roma.
Ma il caso Ostini si evolve anche in un processo parallelo. Antonio Soru di Paulilatino, Pietrino Mongile di Ghilarza e Lussorio Salaris di Borore sono sospettati fin dall’inizio di essere coinvolti nel rapimento. Nel luglio del 1986, Salaris viene ucciso nel suo podere di San Donnino, al confine delle province di Perugia e Terni. In un macabro rituale, gli assassini gli mozzano le mani. Come dire: sei stato punito perché hai rubato. Per questo delitto, il 5 dicembre 1989, vengono condannati Soru e Mongile a 27 anni e sei mesi. Secondo la corte d’assise d’appello di Perugia, Salaris sarebbe stato punito perché avrebbe tenuto per sè parte del riscatto proveniente da un sequestro di persona compiuto dai tre e avrebbe poi cercato di “vendere” i suoi due complici ai carabinieri. Che si tratti del rapimento di Marzio Ostini è confermato dal procuratore generale di Perugia Di Marco nell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1988.
Conferme clamorose arrivano prima da Antonio Soru nel 1993 e poi da Mongile tre anni dopo. I due raccontano infatti che il sequestro era stato organizzato da loro e da Salaris e che quest’ultimo aveva ucciso l’ostaggio con un colpo di piccone in testa perché aveva paura di essere scoperto. Soru e Mongile dicono anche che loro non erano d’accordo sulla soppressione dell’ostaggio e che avevano eliminato Salaris perché questi si era tenuto parte del riscatto e li aveva poi traditi. Le loro confessioni sono suffragate da robusti riscontri.
Si arriva così a due sentenze radicalmente contradditorie, a due verità insanabilmente incongruenti. E’ quello che giuridicamente viene definito conflitto di giudicati. Eppure quella della revisione del processo per Melchiorre Contena è una strada ancora lunga. Infatti, sei anni fa la corte d’assise d’appello di Ancona dice no alla riapertura del processo. Ma nel maggio del 2004 la Cassazione interviene e trasmette gli atti del processo alla corte d’assise d’appello dell’Aquila che, nel luglio scorso, dice che Melchiorre Contena è innocente.
«RISTORO MORALE». L’avvocato romano Pasquale Bartolo, che ha difeso con passione il pastore orunese, è avaro di parole. Per lui l’importante è che sia stata restituita la dignità a Melchiorre Contena e alla sua famiglia: «Con un’espressione un po’ brutta dico che Contena e quella donna straordinaria che è sua moglie hanno diritto a un “ristoro morale”. Sulla vicenda giudiziaria non voglio fare commenti perché non è mio costume farli, anche se è impossibile non fare alcune valutazioni. La prima è che i sistemi giudiziari sono ragionevolmente garantisti quando si vive il processo in maniera diretta, mentre è molto facile sbagliare quando si giudica solo sulle carte. Devo anche riconoscere alla magistratura di essere capace di censurare i propri errori. E questo, fino a qualche anno fa, era impensabile».
Ora, anche per gli altri sette imputati, si apre la porta della riabilitazione. Dopo trenta lunghissimi anni.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Riconosciuto-innocente-dopo-30-anni-di-carcere/2049579
ROMA: IL CASO ANDREOTTI
IL PROCESSO ANDREOTTI TRA ACCUSA E DIFESA
Dopo tre processi e 11 anni di udienze, il senatore a vita Giulio Andreotti è stato assolto definitivamente dall’accusa di associazione mafiosa. Ma resta ancora un ultimo passaggio per chiarire se la sua immagine potrà uscire completamente riabilitata dal processo del secolo: anche la Cassazione, infatti, assolve per i reati successivi all’82, ma conferma «il non doversi procedere per il reato di associazione a delinquere sui fatti precedenti all’82 a causa dell’intervenuta prescrizione». A sostenere l’accusa in primo grado del suo ultimo processo a Palermo fu Giancarlo Caselli. In quel primo grado Andreotti fu assolto per insufficienza di prove.
Quella che segue è una sintesi a cura di Enrico Bellavia dei temi affrontati nel corso del processo di primo grado, anche in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Enrico Bellavia giornalista a Palermo per il quotidiano "La Repubblica" e collaboratore del "L'espresso" e "MicroMega".
Ogni lettore emetta la sua sentenza in base a dati certi e non a riporti ideologici.
ACCUSA: nel 1968 - subito dopo le elezioni
politiche - Salvo Lima aderisce alla corrente di Andreotti, che grazie al nuovo
contributo si trasforma da semplice corrente laziale (2 per cento circa degli
aderenti al partito della Dc) in corrente di rilievo nazionale (10 per cento
circa), determinante per gli equilibri interni della DC.
DIFESA: L'apporto di Lima non ha mai modificato il peso di Andreotti dentro al
partito. Il prestigio e la sua forza elettorale preesistevano. L'autorevolezza
di Andreotti non derivava dalla corrente, come sostiene la Procura, perché gli
incarichi di governo sono settoriali, limitati e temporanei. Gli incarichi di
governo hanno coperto 39 anni su 50 di carriera politica.
ACCUSA: in quel periodo Salvo Lima, figlio
dell'uomo d'onore Vincenzo Lima, è uno dei politici più fortemente appoggiati da
Cosa Nostra (in particolare da Stefano Bontate), ed è legatissimo ai cugini
Salvo, dei quali è il principale referente politico.
DIFESA: né a carico di Lima, né a carico dei Salvo era mai stato adottato alcun
provvedimento giudiziario, né si aveva contezza delle frequentazioni dei Salvo,
che Andreotti - peraltro - non ha mai conosciuto. I Salvo, oltretutto, avevano
simpatie politiche per i dorotei.
ACCUSA: nel 1976, dopo Lima, Andreotti accetta un
accordo con Vito Ciancimino, legatissimo ai "Corleonesi". Il patto viene
stipulato a Palazzo Chigi, in un incontro cui partecipano Andreotti, Salvo Lima,
Vito Ciancimino, Mario D'Acquisto, Giovanni Matta. Ciancimino viene anche
finanziato dalla corrente andreottiana (tramite Gaetano Caltagirone) e a Palermo
Lima gli paga le tessere. Questo accordo, in forme più o meno palesi, dura
certamente fino al congresso regionale della Dc di Agrigento del 1983.
DIFESA: si tratta di normali accordi politici all'interno di un quadro politico
locale, di cui Andreotti si disinteressava. Nessuno dei protagonisti era
coinvolto, allora, in vicende giudiziarie. I rapporti con Ciancimino sono stati
episodici e legati al ruolo politico-istituzionale di Ciancimino in Sicilia.
ACCUSA: i rapporti tra Andreotti e gli esponenti
di Cosa Nostra dei quali Lima è già espressione si intensificano, e diventano
diretti, nel periodo 1978-1979, quando si verificano delle situazioni gravemente
critiche, che inducono Andreotti a servirsi di Cosa Nostra. Andreotti incontra
segretamente alcuni capimafia.
DIFESA: Andreotti non ha mai incontrato alcun esponente di Cosa nostra, né
poteva farlo, dato che essendo sempre sotto scorta, i suoi spostamenti e i suoi
contatti non potevano passare inosservati. Inverosimili e contraddittorie le
ricostruzioni dei collaboratori e della Procura.
ACCUSA: la prima di tali situazioni è il sequestro
Moro. In una prima fase della vicenda, per input di Salvo Lima e dei cugini
Salvo, Bontate si attiva per favorire la liberazione di Moro, e a tal fine
incarica Buscetta di contattare le Br. Poi arriva il contrordine. Il motivo del
contrordine si può individuare nel contenuto dei documenti scritti da Moro, in
cui lo statista rapito attacca pesantemente Andreotti con rivelazioni che in
parte saranno rinvenute soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di via
Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990).
DIFESA: i giudizi di Moro sono di un uomo che sente la fine imminente, sotto la
pressione dei carcerieri. La ricostruzione della Procura sugli scritti dello
statista assassinato dalle BR non è corretta. Andreotti non poteva promuovere
alcun genere di rapporti con Cosa nostra per intervenire sulle Brigate Rosse. Il
suo governo era per la linea della fermezza.
ACCUSA: nel periodo compreso tra il dicembre 1978
ed il gennaio 1979, il generale Dalla Chiesa cerca di acquisire informazioni nel
circuito carcerario anche sugli scritti di Moro ed ha contatti con Pecorelli, il
quale è pure interessato allo stesso argomento. Pecorelli viene a conoscenza di
parti omesse del memoriale Moro, e dall'ottobre del 1978 sulla rivista OP
intensifica gli attacchi contro Andreotti e Vitalone (scandali Italcasse e
Sindona).
DIFESA: quei contatti rientravano nell'ambito delle competenze del generale. Il
decreto con il quale Dalla Chiesa fu nominato a capo del coordinamento delle
attività contro il terrorismo e il crimine organizzato porta la firma di
Andreotti e dei ministri Rognoni e Ruffini. Andreotti ha subito negli anni
diverse campagne di stampa tese a delegittimarlo.
ACCUSA: Vitalone cerca di indurre Pecorelli a
cessare gli attacchi (cena alla Famiglia piemontese ed Evangelisti gli offre
denaro (subito 30 milioni datigli da Gaetano Caltagirone) per non fargli
pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del
Presidente.
DIFESA: Pecorelli aveva chiesto un sostegno economico per la rivista. Altri, e
non Andreotti, lo avevano sostenuto.
ACCUSA: Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a
Roma da Massimo Carminati, un killer neofascista incaricato da Danilo Abbruciati
(esponente della banda della Magliana ed uomo di Pippo Calò), e da Michelangelo
La Barbera (uomo d'onore della famiglia di Boccadifalco, a quell'epoca assai
vicino anche a Stefano Bontate). L'omicidio è stato commissionato a Cosa Nostra
dai cugini Salvo per conto di Andreotti ed agli uomini della banda della
Magliana da Claudio Vitalone.
DIFESA: Questa è l'impostazione accusatoria della Procura di Perugia ma non una
verità processualmente accertata; è fondata essenzialmente sul racconto,
riferitogli da Gateano Badalamenti, di Tommaso Buscetta. Badalamenti lo ha
smentito. Numerose emergenze oggettive lo smentiscono.
ACCUSA: Nello stesso periodo del 1979,
presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l'omicidio di Pecorelli
(segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per ragioni legate a
questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso Bontate era vicino"
matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa, e tenta di organizzare il delitto
facendo in modo che le Br se ne attribuiscano la paternità; Buscetta contatta le
Br, ma queste rifiutano l'offerta.
DIFESA: Di questo parla solo Buscetta, i brigatisti lo smentiscono. Perché la
mafia doveva avvertire preventivamente le Br?
ACCUSA: Sempre verso la fine del 1978 Andreotti,
utilizzando come tramite Evangelisti (allora Sottosegretario alla Presidenza del
Consiglio) fa ripetute pressioni sulla Banca d'Italia (in particolare su Mario
Sarcinelli, allora Capo della Viglianza), in favore di Sindona.
DIFESA: Andreotti non si è mai interessato dei destini personali di Sindona.
Fu invece un avvocato di Sindona a consegnare ad Evangelisti lo schema su un
possibile salvataggio della banca. Quando avvenne l'incontro, Andreotti era
all'estero. Del progetto di intervento, il governo delegò l'ex ministro Gaetano
Stammati. Verificata l'impossibilità di andare avanti, il caso fu archiviato.
ACCUSA: Sempre tra il 1978 ed il 1979 Andreotti
incontra ben 10 volte (25 luglio 1978; 1o settembre 1978; 5 ottobre 1978; 15
dicembre 1978; 8 gennaio 1979; 23 febbraio 1979; 22 marzo 1979; 26 giugno 1979;
5 settembre 1979; 21 maggio 1980) il difensore di Michele Sindona, Rodolfo Guzzi,
mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso
Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione. A
favore di Sindona si muove, d'intesa con Andreotti, anche Licio Gelli.
DIFESA: Andreotti ha conosciuto superficialmente Gelli, ma non si è mai
interessato dei suoi affari. Quanto a Sindona, lo ha conosciuto quando era uno
stimato banchiere, ma non ha mosso un dito per condizionarne l'ascesa o il
salvataggio dal crack economico.
ACCUSA: Nel 1979 nasce in Sicilia il caso
Mattarella. Il presidente della Regione Siciliana, fino ad allora partecipe di
equilibri politici con Lima e lo stesso Ciancimino, comincia ad andare
concretamente contro gli interessi di Cosa Nostra e della "cattiva politica".
DIFESA: E' una ricostruzione - peraltro opinabile - che si basa su elementi di
fatto con cui Andreotti non ha nulla a che vedere. La Procura intende creare uno
scenario adatto, in cui poter calare il racconto di Marino Mannoia.
ACCUSA: Nella primavera-estate del 1979
(sicuramente dopo l'omicidio di Michele Reina, commesso a Palermo il 9 marzo
1979), Andreotti, in una riunione svoltasi in una riserva di caccia con Stefano
Bontate, Salvo Lima, i cugini Salvo, viene informato del nuovo corso della
politica di Mattarella. Prende tempo e Bontate commenterà: "Staremo a vedere".
Sempre nella primavera-estate del 1979 (tra l'1 maggio e il 31 agosto), a
riprova dell'intensità dei rapporti che ormai lo legano a Cosa Nostra, Andreotti
ha a Catania un incontro con Benedetto Santapaola, cui partecipa Lima.
DIFESA: Andreotti non ha mai incontrato mafiosi; le date e le indicazioni
fornite dalla Procura sono inconfutabilmente contraddette da documenti ufficiali
che testimoniano la presenza dell'uomo politico in tutt'altra parte.
ACCUSA: verso la fine di ottobre del 1979 Mattarella, insistendo nella sua linea politica che lo ha ormai contrapposto agli interessi di Cosa Nostra e dei suoi referenti politici ha un incontro con Virginio Rognoni (allora Ministro dell'Interno) per manifestargli le gravi preoccupazioni che gli derivavano dall'interno del suo stesso partito; al suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, riferisce: "Se dovesse succedere qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il Ministro Rognoni, perchè a questo incontro è da ricollegare quanto di grave mi potrà accadere". Proprio nello stesso periodo, si era infatti consolidato il rapporto di alleanza tra gli andreottiani e Ciancimino. Quest'ultimo, per input dei Corleonesi, aderisce alla corrente andreottiana. Il 6 gennaio 1980 viene ucciso a Palermo Piersanti Mattarella. L'omicidio, secondo quanto riconosciuto dalla recente sentenza della Corte di Assise di Palermo è deliberato dalla Commissione; sono d'accordo, anche se non formalmente partecipi della decisione, i cugini Salvo. Pochi mesi dopo, Andreotti ritorna in Sicilia e - in una villetta alla periferia di Palermo incontra Bontate, Lima, i cugini Salvo. Andreotti protesta per l'omicidio ma, quando Bontate lo minaccia di ritirare il sostegno elettorale di Cosa Nostra alla sua corrente politica, accetta la situazione.
DIFESA: la fonte degli incontri palermitani è solo Marino Mannoia, che mente e si contraddice. In un caso il racconto è indiretto. Mentre del successivo incontro palermitano, Marino Mannoia dice di essere stato testimone oculare. Secondo Mannoia Andreotti sarebbe arrivato dall'aeroporto di Trapani. Piloti e responsabili di compagnie aeree lo smentiscono. Ma, in generale, il capitolo dei viaggi è smentito dalla notorietà di Andreotti, che chiunque avrebbe potuto riconoscere.
ACCUSA: Andreotti, dopo aver ritenuto di poter
utilizzare Cosa Nostra per i suoi fini di potere, e dopo le vicende del
sequestro Moro, di Sindona e di Pecorelli, non può più ritrarsi dal patto
criminoso con l'organizzazione mafiosa, ma è anzi costretto a consolidarlo.
Infatti, anche dopo l'omicidio Mattarella, permangono intensi i suoi rapporti
personali e politici non soltanto con l'onorevole Lima, ma anche con i cugini
Salvo. Andreotti ha sempre negato, contro ogni evidenza, di conoscere i Salvo e
ciò ben si comprende, poichè questi rapporti rappresentano un riscontro non
soltanto dei suoi rapporti con Cosa Nostra, ma anche del suo possibile
coinvolgimento in gravissimi fatti specifici quali gli omicidi di Pecorelli e
del generale Dalla Chiesa. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo sono invece
inconfutabilmente provati mediante fotografie, e numerose testimonianze. Così
come saranno inconfutabilmente provati i rapporti intrattenuti con i cugini
Salvo dal senatore Claudio Vitalone. Il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo
Dalla Chiesa. Il generale, in un colloquio avuto con Andreotti, il 5 aprile
1982, e sempre incredibilmente negato da Andreotti, aveva chiaramente detto a
quest'ultimo che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato alla
quale attingevano i suoi grandi elettori e successivamente aveva definito la
corrente andreottiana a Palermo la famiglia politica più inquinata del luogo,
aggiungendo che gli andreottiani c'erano dentro fino al collo.
DIFESA: Andreotti non conosce i Salvo; era amico di Dalla Chiesa, lo stimava,
tanto da volerlo a Palermo; criticò aspramente il mancato conferimento dei
poteri speciali da lui chiesti e stigmatizzò che gli venisse sottratta la
competenza sulla criminalità delle altre regioni del Sud. Nel colloquio che ebbe
con Andreotti, richiesto dal generale, Dalla Chiesa gli comunicò che Mario
D'Acquisto, allora presidente della Regione, lo aveva invitato a colazione e ad
Andreotti che rispondeva che la cosa non gli appariva strana, il generale
obiettò che non conosceva la diffidenza che al sud si ha per i carabinieri.
Andreotti non sapeva delle resistenze ambientali che Dalla Chiesa ha riferito
nel suo diario privato, sotto forma di dialogo con la moglie defunta; ma se vi
fosse stato motivo per prendere le distanze da qualcuno, il generale lo avrebbe
certamente avvertito.
ACCUSA: dopo la presa del potere in Cosa Nostra da
parte dei Corleonesi, i rapporti tra Andreotti e Cosa Nostra diventano più
difficili ma, quando la corrente andreottiana non si impegna a sufficienza
contro il maxi-processo, e soprattutto quando viene approvata la legge
Mancino-Violante del 17 febbraio 1987, che sostanzialmente preclude la
possibilità della scarcerazione degli uomini d'onore detenuti, Cosa Nostra
reagisce; in occasione delle elezioni politiche del 16 giugno 1987, indirizza i
consensi elettorali a favore del Psi.
DIFESA: la Dc non ha mai risentito in Sicilia di flessioni determinate da
accordi con Cosa Nostra. Andreotti, comunque, non si occupava delle vicende
locali ed era impegnato nell'attività di governo. Non entrava nel merito della
formazione delle liste. Confrontando i dati siciliani si passa dal 37,9 dell'83
al 38,8 del'87 contro un 41 per cento del '92. Il Psi ha avuto questo andamento:
13,3 (nell'83), 14,9 (nell'87) e 14 (nel '92).
ACCUSA: La posizione di Lima e di Ignazio Salvo
che sono sopravvissuti alla guerra di mafia del 1981-82 proprio perchè
utilizzati dai Corleonesi quali tramiti con Andreotti si fa pericolosissima.
Andreotti è costretto ad incontrarsi con Riina, sia per salvare la vita a Lima,
sia per non compromettere il potere della sua corrente. L'incontro con Riina,
Lima, e Ignazio Salvo avviene a Palermo nell'autunno del 1987. In quel periodo,
e precisamente il 20 settembre 1987, Andreotti si trova a Palermo per
partecipare alla Festa dell'Amicizia, e nella sua giornata c'è un vuoto di circa
4 ore (dall'ora di pranzo al tardo pomeriggio) in cui nessuno, neppure il suo
abituale personale di scorta, sa dove egli sia andato.
DIFESA: Per la Festa del 1987, Andreotti non si è mai mosso da Villa Igiea, dove
risiedeva durante la sua permanenza a Palermo. La sua scorta avrebbe notato ogni
spostamento e così la vigilanza predisposta da Polizia e Carabinieri. Il resto
sono solo ricostruzioni di collaboratori inaffidabili, anche perché continuano a
delinquere mentre si trovano sotto la protezione dello Stato (Di Maggio).
ACCUSA: nel 1987 inizia l'opera di sgretolamento
del maxi-processo con una lunga serie di provvedimenti della Prima Sezione
Penale della Corte di Cassazione basati su una tecnica di valutazione delle
prove (e soprattutto delle dichiarazioni dei pentiti) "che apprezzava
atomisticamente ogni singolo indizio, e concludeva per ciascuno che di per sè
non era idoneo a confortare le circostanze che intendeva provare, nè a
contribuire ad una valutazione di attendibilità del complesso indiziario". Nel
maggio-giugno 1991 il Presidente Carnevale designa, per la trattazione in
Cassazione del maxi-processo, un collegio che - secondo le previsioni dello
stesso Carnevale non potrà che annullare le condanne. Questo disegno fallisce
per iniziativa del Presidente Brancaccio che, nell'ottobre 1991, designa come
Presidente del collegio Arnaldo Valente, il quale determina la conferma delle
condanne, senza che gli altri componenti del collegio, come dirà lo stesso
Carnevale, abbiano il coraggio di metterglisi contro. A riprova delle
dichiarazioni dei collaboranti sulla esistenza di un canale politico diretto a
condizionare l'esito del maxi-processo in senso favorevole a Cosa Nostra, si
dimostreranno i rapporti tra Andreotti e Carnevale, diretti e per tramite di
Claudio Vitalone (sempre negati dagli interessati), attraverso prove
fotografiche, documentali e testimonianze.
DIFESA: Andreotti non aveva con Carnevale rapporti di conoscenza intensa, né di
assidua frequentazione. Carnevale non ha mai ottenuto alcun incarico su
interessamento di Andreotti, né per il premio della Fondazione Fiuggi, né per
altro, contrariamente a quanto sostenuto da Vittorio Sbardella, (già vicino al
senatore, le cui dichiarazioni furono raccolte in incidente probatorio prima di
morire). Anzi, la testimonianza di Sbardella era molto condizionata dai
contrasti interni della Dc. Tuttavia lo stesso Sbardella smentì che Andreotti
conoscesse i Salvo. Quanto al premio Fiuggi, è probabile che Carnevale sia
arrivato lì per i suoi pregressi rapporti di esperto con il ministero
dell'Industria. Su alcune decisioni della sezione del giudice Carnevale,
Andreotti intervenne pubblicamente. Dopo la scarcerazione di 40 boss, Andreotti,
allora presidente del Consiglio, dichiarò pubblicamente che sarebbe intervenuto
per "correggere un offesa al popolo italiano". Non subì affatto il decreto, come
ha sostenuto l'ex guardasigilli, Claudio Martelli, ma anzi ne fu il promotore,
prefigurando anche una modifica costituzionale che riducesse al primo grado la
presunzione di innocenza. La difesa ha poi rintracciato numerose sentenze della
prima sezione che smentiscono i collaboratori che parlano di processi aggiustati
su interessamento di Carnevale. Il magistrato, oltretutto, ha chiarito che non
decise sul maxiprocesso perché aveva già chiesto il trasferimento alla corte
d'appello di Roma. E se Andreotti era interessato a che presiedesse la corte del
maxiprocesso, perché avrebbe dovuto interessarsi del suo trasferimento. Vitalone
ha smentito di avere mai affrontato la questione con Andreotti.
ACCUSA: il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione
conferma le condanne del maxi-processo, Riina scatena la vendetta di Cosa Nostra
contro i politici che hanno tradito. Il 12 marzo 1992 viene ucciso a Palermo
Salvo Lima. Nell'estate del 1992, dopo la strage di Capaci, Brusca e Bagarella
concepiscono un attentato contro Andreotti, appunto perché, dopo avere usato
Cosa Nostra, ha tradito. Il 17 settembre 1992 viene ucciso a Santa Flavia
Ignazio Salvo.
DIFESA: le dichiarazioni dei pentiti che si riscontrano tra loro con
aggiustamenti di tiro successivi offrono questa come spiegazione dei delitti, a
corollario di un teorema accusatorio costruito sull'asse Andreotti-Salvo del
quale non c'è prova.
http://www.ecorav.it/arci/approfondimenti/scheda13/scheda13.htm
ROMA: IL CASO SABANI
La tv piange la prematura scomparsa di Gigi Sabani.
Faceva l'imitatore, il suo umorismo era facile e popolare, una risata la strappava sempre. Gigi Sabani è stato uno di quei conduttori davanti a cui si aprivano tutte le porte, cui non mancavano le occasioni per inseguire un successo che pareva senza fine. Poi un bel giorno qualcosa si è rotto.
Nell'estate del 1996 finisce in manette... si inaugura la prima grande inchiesta di Vallettopoli. La storia finisce in niente, viene prosciolto senza nemmeno arrivare al processo.
Ancora, di fronte allo scandalo della seconda Vallettopoli, Sabani non riusciva a darsi pace: “Quando io e altri fummo sbattuti violentemente in prima pagina, senza certezze sulle eventuali responsabilità, nessuno, a parte pochi, si impegnò per difendere la nostra dignità”. Tagliato fuori dalla tv, sbalzato dal trono, Sabani subì anche la beffa del risarcimento. Tredici giorni di ingiusta detenzione patiti dal presentatore dal 18 giugno all'1 luglio del 1996 gli valsero 24 milioni di lire (più un milione e rotti per le spese processuali).
In tribunale avevano fatto i conti della serva: gli arresti domiciliari sono meno 'afflittivi' della gattabuia, il contratto con Sotto a chi tocca di Canale 5 non era ancora firmato, nel 1997 Sabani ci aveva rimesso 'solo' 250 milioni rispetto all'anno precedente e così via. Probabilmente, 24 milioni Sabani li guadagnava in una o due serate e la Corte d'appello di Roma non aveva tenuto conto che per un presentatore l'immagine è tutto e l'immagine di Sabani aveva subito un brutto colpo. Dal quale, con ogni probabilità, non si è mai più ripreso.
Aldo Grasso – Corriere della Sera 6 settembre 2007
CASERTA: IL CASO OGARISTI
STORIA DI UN INNOCENTE
Scritto da Conchita Sannino da la Repubblica Napoli, 28-01-2009
Marcire in prigione senza avere colpe. Era il destino di Alberto Ogaristi, operaio accusato di omicidio, condannato all´ergastolo. Ma, ancora prima, segnato dalla "tragedia" di essere nato a Casal di Principe. Tutto perso. Fino a ieri. Fino a quando le parole di un pentito offrono alla coscienza di un pm e alla determinazione di un avvocato il riscontro: «Non fu lui». Eppure non basta. Passeranno giorni, forse mesi, prima che la giustizia della logica si traduca in quella delle carte. Prima che un innocente possa riprendersi la propria esistenza.
La fetta di paese che non si arrende, sorride. Senza brindisi. E in una palazzina di via Giovanni Spadolini, a Casal di Principe, la madre dell´ergastolano che non aveva colpe da espiare, Teresa Ricciardi, si tormenta le mani, aspettando che torni libero il suo Alberto. «Ce l´avevo a morte con la giustizia. Pure i cortei e la fiaccolata mi hanno impedito. I parroci, don Franco Picone e don Carlo Aversano, ci erano vicini. Ora dico: ridatemelo presto. Mio figlio esce a testa alta».
Eccolo il caso di Alberto Ogaristi, «muratore e stuccatore», dall´età di 15 anni, da Reggio Emilia in Germania. Nato a Casal di Principe, incensurato e figlio di persone incensurate, primogenito del proprietario di un bar poi ammalatosi di cirrosi epatica, Alberto viene arrestato il 6 luglio 2007 come presunto killer del pregiudicato Antonio Amato - ucciso il 18 febbraio del 2002, nella faida di Villa Literno. Ad accusarlo è il cognato della vittima del raid, un cittadino albanese, Qoqu Telat, sfuggito per miracolo (oggi tornato in Albania, irreperibile). L´albanese crede di riconoscere l´assassino nella foto segnaletica di Alberto Ogaristi. I magistrati non credono all´alibi raccontato dalla fidanzata di allora (oggi è sua moglie: ma si erano appartati in auto, lei si vergognava di farlo sapere, ed esitò nella deposizione). Lui viene assolto in primo grado, ma condannato in appello. Con sentenza passata in giudicato. Ergastolo.
Invece. È un clamoroso errore giudiziario. Svelato ieri, definitivamente, dalle indagini dei carabinieri di Caserta e dai pm Raffaello Falcone e Marco Del Gaudio, che con un´ordinanza inchiodano tre pregiudicati per quel delitto: Luigi Guida, di 59 anni, Luigi Grassia, di 36 e Gaetano Ziello, di 29 (ai quali la misura è stata notificata in carcere). E scagionano di fatto, sulla scorta del racconto del pentito Emilio Di Caterino - che a sua volta conferma quanto dichiarato dal collaboratore Massimo Iovine - l´innocente Alberto. Rinchiuso in cella da 1 anno, 6 mesi e 22 giorni. Tuttora detenuto nel carcere di Rebibbia.
E ora a Casale, la signora Teresa bacia santini e madonne. «Scrivetelo che avevamo fatto di tutto per fare venire a galla la verità. Tutto sembrava perso. Ma non ho mai smesso di pregare». È una cinquantasettenne invecchiata di colpo, famiglia di contadini, quattro figli. Prova ad assaggiare un sollievo che sa di non potere ancora abbracciare. Anche il suo avvocato, Romolo Vignola, penalista tenace del foro di Santa Maria Capua Vetere, un professionista che non ha smesso di credere che l´antidoto alla malagiustizia fosse riposto nelle pieghe più asciutte e pazienti della giustizia, suggerisce moderazione: «Ci dà conforto sapere che ormai l´innocenza di Alberto è una verità sostanzialmente acquisita. Ma tecnicamente dobbiamo superare ostacoli importanti. Impossibile dire tra quanto tempo il mio assistito lascerà il carcere. Purtroppo siamo ancora alla fase del rigetto opposto alla nostra istanza di revisione del processo. Il 4 febbraio ci sarà la discussione del nostro ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, ma è evidente che non entreremo nel merito». Passaggi che due genitori non capiscono. Ma si fideranno, ancora. L´avvocato Vignola dice grazie ad un magistrato, in particolare: «Con encomiabile e davvero laica capacità di ascolto il pm Falcone che aveva sostenuto la pubblica accusa è stato poi il primo a lottare con noi, quando si è reso conto, già nel dicembre 2007, che il pentito Iovine scagionava Ogaristi. La stessa Procura generale di Napoli si è attivata». Si attende solo che giustizia sia fatta.
http://www.napolionline.org/index.php?option=com_content&task=view&id=17100
NAPOLI: IL CASO TORTORA
Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita.
Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone.
Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.
L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.
E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.
Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna.
Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.
Nel giugno del 1984 Enzo Tortora – nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana – viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.
Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.
Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV – protetto dall’immunità parlamentare - si consegna. Resterà agli arresti domiciliari.
Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.
Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.
Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.
Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.
Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà – purtroppo – ancora molti.
http://www.misteriditalia.it/altri-misteri/tortora/
In carcere 11 anni ma era innocente scagionato grazie alla sua compagna.
E' lei che non ha mai mollato. Per dieci anni ha cercato le prove per scagionare il compagno, in carcere per omicidio. è lei che non ha mai smesso di credere a quel giuramento. «Sono innocente», le disse prima di essere sbattuto in cella. Giuseppe Lastella, ragioniere di Bari accusato ingiustamente, in carcere c' è rimasto per undici anni. Avrebbe dovuto scontarne trenta se non ci fossero stati l' amore, la tenacia, la forza di Elisabetta che è riuscita a far riaprire il processo e a cambiare un destino baro. Era l' aprile del 1990, in provincia di Cosenza fu ucciso un pregiudicato coinvolto in un traffico di stupefacenti, Domenico Chionna. Prima di morire fece il nome dei suoi killer e indicò un autosalone gestito da Giuseppe Lastella. Il ragioniere fu rinviato a giudizio ma assolto in primo grado. Seguì l' appello del pubblico ministero, e il secondo processo a Catanzaro si concluse con una condanna a trent' anni. La sentenza fu impugnata in Cassazione che l' annullò, affidando il nuovo giudizio alla corte d' Assise di Reggio Calabria. La gioia durò poco, il 26 ottobre del 1994 arrivò di nuovo una condanna a trent' anni, poi confermata a piazza Cavour. Giuseppe Lastella rimase in carcere. Sembrava una situazione irrimediabile, ma Elisabetta decise di non rassegnarsi.
Credeva al suo uomo, credeva a ciò che le diceva il cuore. Diventò un segugio. Fu così che si mise a fare indagini per conto suo. E riuscì a trovare nuovi indizi. Gli avvocati chiesero la revisione del processo. Domanda respinta. Elisabetta decise di insistere con l' ennesimo ricorso in Cassazione, che a sorpresa dispose un processo di revisione davanti alla corte d' Appello di Salerno: il giudizio è stato dichiarato ammissibile perché due presunti complici di Lastella dichiararono che questi era completamente estraneo all' omicidio. «Se dopo undici anni la storia è finita bene - dice l' avvocato Gregorio De Palma, del foro di Bari - lo si deve soprattutto all' amore e alla tenacia della compagna dell' imputato. Non lo ha mai abbandonato, ha partecipato a tutti i processi, non ha mai messo di sperare e di lottare».

È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso.
Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita.
Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la corte d’appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto.
Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono condannate per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui al Giornale - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.
Ora, finalmente, la giustizia si mostra comprensiva con chi è stato vittima di un errore così grave: la corte d’appello di Lecce nota anzitutto che l’Avvocatura dello Stato «non si oppone alla liquidazione» della cifra. La scorsa estate Morrone aveva chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro; il tempo di condurre una rapida trattativa e il ministero si è detto disponibile a chiudere la pratica a quota 4, 5 milioni di euro. Senza opposizioni e contestazioni. La somma totale di 4,5 milioni è così ripartita: 1 milione e 300mila euro per la privazione della libertà; 1 milione e 700mila euro per i danni non patrimoniali; 1 milione per il danno patrimoniale da mancato guadagno; 500mila euro per le spese legali e per gli onorari del difensore. Un record per l’Italia. E anche un primato di velocità.
Ma non finisce qui. Morrone vuole presentare il conto anche ai magistrati che hanno sbagliato e per questo ricorrerà alla legge sulla responsabilità civile dei giudici. Il pescatore, come impone la norma, si rivolgerà alla Presidenza del consiglio, chiedendo 8 milioni di euro per l’operato di Vincenzo Petrocelli, il magistrato di Taranto che l’aveva messo sotto accusa.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=308765&START=1&2col=
TARANTO: IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO
Atto Camera. Interrogazione a risposta in Commissione 5-00589
presentata da
BERNARDINI. -
tra il 1994 ed il 1997 in Puglia vi furono quindici omicidi di donne anziane che vivevano da sole, per i quali vennero arrestate 7 persone, delle quali due sono ancora in carcere;
i suddetti omicidi avvennero tutti con le stesse modalità, tanto che anche i giornali dell'epoca formularono l'ipotesi del serial killer. Ipotesi non seguita dai magistrati inquirenti, che rinviarono a processo e condannarono molteplici imputati;
in particolare, per l'omicidio della signora Celeste Commesatti, avvenuto in Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995, furono condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito;
Giuseppe Tinelli è recluso presso il carcere di Ivrea da 11 anni, Davide Nardelli ha scontato 7 anni di carcere e Vincenzo Donvito in data 21 luglio 2005, si è tolto la vita all'interno del carcere di Castogno, nei pressi di Teramo, dopo aver scontato 7 anni di carcere. Donvito aveva sempre proclamato, inutilmente, la propria innocenza e si è determinato a togliersi la vita non potendo più reggere il peso di una ingiusta detenzione;
per l'omicidio della signora Pasqua Ludovico avvenuto a Castellaneta il 14 maggio 1997, sono stati condannati Vincenzo Faiuolo (che da 12 anni sconta la propria pena ed attualmente è ristretto presso il carcere di Volterra) e Francesco Orlandi (attualmente in regime di libertà vigilata, dopo aver scontato 11 anni di carcere);
per l'omicidio della signora Maria Valente, avvenuto a Palagiano in data 29 luglio 1997, sono stati condannati Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli, Carmina Palmisano e Sebai Ezzadine Ben Mohamed;
in riferimento ai fatti narrati, in epoca successiva alle condanne, sono emerse nuove e decisive prove, volte a dimostrare l'erroneità delle condanne impartite e l'effettiva esistenza di un unico serial killer. Infatti, in data 10 febbraio 2006, Sebai Ezzadine Ben Mohamed, già condannato a quattro ergastoli perché ritenuto responsabile dell'uccisione di quattro donne anziane, rendeva la propria confessione davanti al Procuratore della Repubblica di Milano, dottor Alberto Nobili, ammettendo la propria responsabilità in ordine ai quindici omicidi, tra i quali anche quelli relativi alle signore Celeste Commesatti, Pasqua Ludovico e Maria Valente;
il Sebai si determinò a rendere tale confessione per liberarsi la coscienza a seguito del suicidio del Donvito, scagionando completamente le persone condannate per i fatti sopra menzionati. Il Sebai, infatti, ha così dichiarato: «è mia intenzione ammettere le mie responsabilità in ordine a quindici omicidi. Preciso che per quattro omicidi sono già stato condannato in ciascun caso alla pena dell'ergastolo nel mentre sono responsabile anche per altri undici omicidi. Per alcuni di questi omicidi so che sono state condannate persone innocenti e quindi voglio liberarmi la coscienza da questo peso»;
le sue dichiarazioni sono state molto dettagliate, precise e concordanti in quanto lo stesso ha fornito puntuali descrizioni non solo circa le modalità degli omicidi, ma anche con riferimento ai luoghi ed alla refurtiva. Tali descrizioni hanno trovato oggettivi riscontri. In particolare, per quanto riguarda la refurtiva sottratta alle vittime, è da sottolineare come le dichiarazioni del Sebai abbiano portato al ritrovamento di parte della stessa presso la sua abitazione e presso un ricettatore al quale il Sebai l'aveva venduta;
nella sua confessione Sebai Ezzadine Ben Mohamed narra della sua infanzia difficile, dei maltrattamenti che riceveva in famiglia e di come fosse dedito all'alcolismo sin da piccolo nonché delle rapine che ha iniziato a fare dall'età di 12 anni a danno prima dei suoi familiari e successivamente a danno di donne anziane sole, e di come agisse sempre sotto l'effetto dell'alcool;
in particolare, riguardo all'omicidio di Celeste Commesatti, per il quale sono stati ingiustamente condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, il Sebai narrò di come l'avesse uccisa strangolandola con le proprie mani fornendo una dettagliata descrizione dei luoghi;
in data 3 giugno 2006 il Sebai confermava la sua confessione in modo ancor più dettagliato, davanti alla dottoressa Pina Montanaro, PM di Taranto, e le sue dichiarazioni vennero verificate e confermate dagli inquirenti, tanto che si determinarono ad aprire a carico del Sebai un ulteriore procedimento penale, recante RG n. 386/06, relativo all'omicidio di Celeste Commesatti e di Pasqua Ludovico;
la prossima udienza per il processo de quo, dopo una serie di rinvii d'ufficio, è stata fissata per il giorno 22 novembre 2008, davanti al GUP dottor Ingenito;
l'avvocato del Sebai ha formulato istanza di rito abbreviato, anticipando che la sua richiesta sarà comunque di condanna in quanto sarà volta all'accertamento della parziale incapacità di intendere e di volere del Sebai, all'epoca dei fatti contestati, e non la sua incapacità totale;
per l'omicidio di Celeste Commesatti e Pasqua Ludovico, Faiuolo è ancora detenuto presso il carcere di Volterra, mentre Orlandi ha scontato la pena ed è stato scarcerato nel giugno di quest'anno, avendo ancora da scontare tre anni di libertà vigilata;
la procura di Taranto ha rinviato il Sebai a giudizio per l'omicidio della signora Celeste Commesatti e della signora Pasqua Ludovico, ma non per la signora Maria Valente, per il quale il Sebai era già stato condannato unitamente a Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano, ritenendo impossibile processare nuovamente il Sebai per lo stesso omicidio, secondo il principio del ne bis in idem. Non ha però preso in considerazione il fatto che, in relazione a detto omicidio, sono stati condannati anche Giuseppe Tinelli (ad oggi ancora ristretto presso il carcere di Ivrea), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano;
a questo proposito preme sottolineare come la Procura generale di Taranto avrebbe potuto e, secondo gli interroganti, dovuto chiedere la revisione penale della sentenza che vedeva condannati ingiustamente, per l'omicidio della Valente, il Sebai unitamente agli altri tre summenzionati imputati, in quanto questi sono stati scagionati dalle dichiarazioni confessorie di Sebai Ezzadine Ben Mohamed, ed alcuni di loro stanno ancora scontando un'ingiusta pena;
a seguito delle dichiarazioni confessorie formulate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, in riferimento alla posizione di Giuseppe Tinelli l'avvocato Claudio Defilippi, difensore di quest'ultimo ha proposto istanza di revisione presso la Corte d'Appello di Potenza, presentata in data 2 settembre 2008, avverso la sentenza n. 05.1998 che lo riteneva colpevole, in concorso con Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, dell'omicidio della signora Celestina Commesatti (omicidio avvenuto in Palagiano il 13 agosto 1995) ed una successiva istanza di revisione volta ad ottenere la revoca della sentenza n. 06 del 2002 che lo riteneva colpevole, in concorso col Sebai Ezzedine, in qualità di esecutori materiali dell'omicidio di Maria Valente (omicidio avvenuto in Palagiano il 29 luglio 1997);
la prima istanza di revisione è stata rigettata dalla Corte d'Appello di Potenza che ha ritenuto inesistente un contrasto di giudicati, non essendo ancora pervenuti ad una sentenza di condanna definitiva in ordine ai fatti dei quali si è autoaccusato il Sebai. Sulla seconda istanza di revisione non è ancora pervenuta alcuna decisione da parte della Corte d'Appello di Potenza;
anche in riferimento alle posizioni di Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi l'avvocato Claudio Defilippi ha presentato due istanze di revisione davanti alla Corte d'Appello di Potenza, volte ad ottenere la revoca della sentenza che li ha ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dell'omicidio di Pasqua Ludovico;
anche in riferimento all'istanza presentata per conto di Faiuolo non è ancora stata comunicata alcuna decisione, ma è stata rigettata la revisione proposta a favore di Orlandi per gli stessi fatti;
le dichiarazioni confessorie del Sebai Ezzadine Ben Mohamed, a seguito delle quali lo stesso è stato mandato a giudizio per gli stessi fatti, evidenziano la possibilità dell'esistenza di gravi errori giudiziari. Si tenga presente, a questo proposito, che sono già stati comminati a persone presumibilmente innocenti complessivi 100 anni di carcere, con il conseguente pericolo per lo Stato italiano di dover pagare ingenti somme a titolo di risarcimento per detti errori giudiziari -:
se i tempi relativi al procedimento a carico di Sebai Ezzadine Ben Mohamed davanti al GUP dottor Ingenito, volto ad accertare le responsabilità dell'imputato per l'omicidio di Celestina Commesatti e Pasqua Ludovico, siano coerenti con i tempi medi di svolgimento dei giudizi nel medesimo tribunale e, nel caso in cui si rilevi l'abnormità della dilatazione dei medesimi, se non intenda disporre un'ispezione presso il citato tribunale di Taranto al fine dell'esercizio dei poteri di competenza;
se intenda inviare un'ispezione presso la procura generale presso la Corte di Appello di Taranto al fine di verificare i motivi per cui la stessa, alla luce delle dichiarazioni confessorie rilasciate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, non abbia ritenuto necessario formulare istanza di revisione delle sentenze che hanno visto condannati Giuseppe Tinelli (attualmente in carcere da 11 anni), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano in relazione all'omicidio di Maria Valente, omicidio per il quale era già stato condannato anche Sebai Ezzadine Ben Mohamed;
se intenda inviare un'ispezione presso la Corte d'Appello di Potenza per comprendere i motivi in base ai quali detta Corte non abbia concesso, pur avendone la facoltà la provvisoria scarcerazione di Vincenzo Faiuolo e di Giuseppe Tinelli, detenuti da oltre 11 anni, nonostante sussista il fumus relativo alla loro innocenza. (5-00589)
TARANTO – 8 gennaio 2009 - Il sostituto procuratore del tribunale di Taranto, Maurizio Carbone, ha chiesto la condanna alla pena di 20 anni di reclusione per Ben Mohamed Ezzedine Sebai, il tunisino di 44 anni ritenuto il serial killer delle vecchiette uccise in Puglia negli anni Novanta. La richiesta di condanna, formulata nel corso di un processo con rito abbreviato, riguarda l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia, di 90 anni, uccisa a Laterza (Taranto) il 21 agosto del 1997. Sebai è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi commessi in Puglia, a 18 anni (in primo grado) per un altro delitto compiuto nel foggiano ed ha confessato di aver ucciso altre nove donne. Nel corso del processo in corso a Taranto, che riguarda quattro omicidi di altrettante anziane, un altro pm, Vincenzo Petrocelli, sempre oggi ha chiesto invece l’assoluzione del tunisino dall’omicidio di Celestina Commessatti, di 73 anni, assassinata a Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995. Nella scorsa udienza, invece, il pm Antonella Montanaro aveva chiesto l'assoluzione del serial killer per gli omicidi di Grazia Montemurro, di 75 anni (uccisa a Massafra il 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86 anni (morta a Castellaneta il 14 maggio 1997). Per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta oggi la condanna, era ancora insoluto. Per gli altri delitti erano stati condannati in via definitiva altri imputati che vengono ritenuti «assolutamente innocenti» dai loro difensori.
IL GUP RESPINGE LA RICHIESTA DI SOSPENSIONE
DEL PROCESSO
Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di
sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art.
52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non
obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata
dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e
Petrocelli, che hanno chiesto oggi l’assoluzione del tunisino per tre dei
quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per
evidenti situazioni di incompatibilità visto che hanno sostenuto l’accusa di
persone (ottenendone poi la condanna, ndr) che alla luce delle confessioni di
Sebai risultano invece essere innocenti".
IL LEGALE DI SEI DELLE OTTO PERSONE DETENUTE
DA ANNI
TARANTO - ''La procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial
killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il
tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi;
per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione”. Lo
evidenzia l’avv.Claudio Defilippi legale di sei delle otto persone (una si è
suicidata in carcere dopo la condanna) detenute da lunghi anni “pur essendo
innocenti”.
Dei delitti per i quali gli otto sono stati condannati si è successivamente accusato Sebai. Defilippi chiede che il gup di Taranto Valeria Ingenito, dinanzi alla quale è a giudizio Sebai, disponga un confronto all’americana tra i suoi assistiti e il tunisino. E rilancia: “il fatto che i tre pm di Taranto non la pensino allo stesso modo sull'attendibilità di Sebai dovrebbe spingere il ministro della Giustizia a disporre un’ispezione in procura”. Per Defilippi, vi è nel processo una “situazione di incompatibilità dei pm Montanari e Petrocelli”.
“Questi – sottolinea – prima hanno chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio e la condanna definitiva di alcune persone che si proclamano da sempre innocenti (Vincenzo Donvito, poi suicidatosi, Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo) e successivamente chiedono l’assoluzione per gli stessi omicidi per il serial killer”.
TARANTO: IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO
Non erano colpevoli, ora chiedono 12 mln
Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento.
TARANTO – 2 maggio 2008 - Quattro imputati prima condannati e poi assolti nel processo di revisione per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, in cui morirono quattro persone, hanno chiesto complessivamente un risarcimento di 12 milioni di euro per ingiusta detenzione.
I quattro erano stati condannati con sentenza definitiva a pene comprese fra 30 anni e 11 anni di carcere. Si tratta di Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, tornati in libertà il 5 aprile del 1998 dopo sette anni di detenzione. Sta scontando la condanna a 30 anni di carcere invece, Giovanni Caforio, considerato uno degli esecutori materiali della strage. Alla revisione del processo si è arrivati dopo dichiarazioni di pentiti che hanno scagionato gli imputati.
Il primo ottobre del 1991, un commando di killer entrò nel salone da barba di via Garibaldi, uccidendo quattro innocenti. Il vero obiettivo, secondo gli investigatori, doveva essere il noto pregiudicato Antonio Martera. La richiesta di risarcimento passa al vaglio della Corte d’Appello di Potenza.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=201665&IDCategoria=11
http://www.tarantosera.com/news6.asp?id=7293
Sono tornati liberi dopo essere stati in carcere per sette anni per le condanne irrogate loro per aver partecipato ad un quadruplice omicidio col quale non c'entravano per nulla, secondo le ultime acquisizioni degli investigatori.
Giovanni Pedone (condannato a 30 anni di reclusione), Massimo Caforio (condannato a 29 anni e sei mesi), Francesco Aiello e Cosimo Bello (condannati a 11 anni di reclusione ciascuno per aver favorito i presunti assassini) sono usciti lunedì sera dal carcere: la Corte di appello di Taranto ha infatti accolto la richiesta, presentata dai loro avvocati sin dal luglio '97, di sospendere l'esecuzione della pena ed ha disposto la scarcerazione dei detenuti.
Le condanne erano state inferte per il quadruplice omicidio compiuto a Taranto la sera del primo ottobre '91 in una sala da barba e divenuto noto come "la strage della barberia". Dichiarazioni di "collaboratori di giustizia" e nuove indagini avevano portato però nel giugno '97 i pm inquirenti, Nicolangelo Ghizzardi, della procura di Taranto, e Antonio Maruccia, della Dda di Lecce, a chiedere il giudizio per lo stesso fatto di altre persone: le nuove indagini avevano anche accertato che sicuramente Pedone, ma di conseguenza anche gli altri tre condannati, non c'entravano nella strage.
Di qui, la richiesta di revisione del processo e, nelle more, l'istanza di sospensione della esecuzione della pena, accolta dalla Corte col parere favorevole della procura generale. Di coloro che furono condannati per la prima volta nel '93 per la "strage della barberia" resta così in carcere solo Giovanni Caforio (fratello di Massimo Caforio), condannato a 30 anni di reclusione come Pedone e ritenuto tra gli organizzatori del quadruplice omicidio. «Questi sette anni pesano come venti. Forse le indagini all'epoca sono state troppo frettolose, sbagliare è umano, l'essenziale è ravvedersi», ha spiegato con calma ammirevole Giovanni Pedone.
«Ho trascorso sette anni in cella innocente - dice - e penso che chiunque al mio posto si sarebbe suicidato. Sapevo però che prima o poi doveva accadere qualcosa, anche se qualcuno forse da oggi non potrà più guardarsi allo specchio».
http://old.lapadania.com/1998/aprile/08/080498p14a7.htm
LECCE: IL CASO CERVETTI
PER L’ACCUSA E’ INNOCENTE, MA RESTA IN CARCERE.
Amedeo Cervetti è in carcere per omicidio. La Procura che lo fa condannare chiede la revisione: i giudici la negano.
Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può. Da quasi sette anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato fin anche dalla Cassazione a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi.
Lui, che oggi ha ventinove anni, ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996.
Il Cervetti si è sempre proclamato innocente.
Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Dalle dichiarazioni risulta evidente che Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce, ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici.
L’avvocato Claudio DeFilippi è convinto che, se le rivelazioni del pentito fossero saltate fuori in tempo, questo ragazzo sarebbe già stato liberato. Egli denuncia: «Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti».
DeFilippi è lo stesso avvocato che difende anche coloro che da anni in carcere, in base alle dichiarazioni di Sebai, risultano essere innocenti per i delitti delle vecchiette avvenuti nella zona di Taranto e Bari. E’ lo stesso che ha difeso Domenico Morrone di Taranto, anch’egli detenuto in carcere da innocente per tanti anni.
Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso procuratore generale di Lecce che chiede la revisione del processo per il Cervetti. La Corte d’Appello di Potenza la nega.
LECCE: IL CASO DI NAPOLI
Denunciato da una banca e assolto con formula piena Luigi di Napoli, che rinuncia anche alla prescrizione.
Primo in Italia ad ottenere un decreto ingiuntivo contro una banca, era stato denunciato per truffa aggravata e falso.
LECCE 27/01/2008 - Per la prima volta in Europa era stato dichiarato il fallimento del creditore, Luigi Di Napoli, 57 anni, imprenditore, su richiesta del debitore. Sbattuto fuori di casa nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento.
Denunciato dal direttore generale di una banca è stato assolto con sentenza di non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste” pronunciata l’11 gennaio scorso dal Giudice per l’udienza del Tribunale di Lecce, dott. Carlo Cazzella l’imprenditore Luigi (detto Gino) Di Napoli difeso dall’avv. Paolo Cantelmo ed assistito dal commercialista, dott. Giovanni de Matteis .
A seguito di un’udienza nel corso della quale l’imprenditore ha chiesto che fosse messa a verbale la sua espressa rinuncia a valersi della prescrizione e della incontestabile nullità degli atti del procedimento determinata dall’interrogatorio nel quale gli è stata negata, addirittura, l’assistenza di un difensore. 57 anni, imprenditore al quale, primo in Italia, è stato rilasciato dal presidente del Tribunale di Lecce un decreto ingiuntivo anche contro le banche per la restituzione delle somme indebitamente incassate, a seguito di un ricorso da lui stesso predisposto e firmato dal suo avvocato di fiducia .
“ Prevedibile” – dichiara Gino Di Napoli - “l’isterica reazione di alcuni rappresentati del mondo finanziario che, disperati per la mancanza di qualsiasi seria giustificazione delle loro pretese e degli interessi addebitati, si sono spregiudicatamente spinti lungo le impervie strade delle denunce calunniose e delle strumentali ed estorsive – finora non adeguatamente censurate - istanze di fallimento usate come pericolose armi per conseguire profitti non dovuti. Ho pensato così di costituire un’associazione, l’A.TU.SE.B. (tel. 3934788001) a tutela degli utenti dei servizi bancari.”
La sentenza di assoluzione di Gino di Napoli conferma che il Tribunale di Lecce non si discosta, quindi dalla pacifica giurisprudenza ormai formatasi in materia di divieto e disconoscimento di efficacia dell’addebito di interessi non pattuiti e capitalizzati periodicamente. Ed anzi, occorre dire, che, accogliendo, fin dal 1999 e per la prima volta in Italia un ricorso, presentato sempre da Gino di Napoli e finalizzato all’emissione di un decreto ingiuntivo contro un istituto di credito, proprio il Tribunale di Lecce ha anticipato analoghi provvedimenti emessi successivamente anche da altri Tribunali.
Gino di Napoli non è, quindi responsabile di false annotazioni nel libro degli inventari della società amministrata ed era realmente creditore della BN Commercio e Finanza, sezione factoring del Banco di Napoli .
“ Per vocazione, passione e tradizione familiare” – continua Gino Di Napoli – “ sono stato introdotto nel settore delle attività economico-produttive fin dall’età di quattordici anni, quando provvedevo a pesare l’uva depositata nello stabilimento del compianto mio zio, Martino Federico. Successivamente ho cominciato a frequentare anche le aule giudiziarie non essendomi rassegnato a subire i frequenti ricatti di cui sono destinatari lavoratori ed imprenditori e non avendo mai perso la fiducia, perfino in momenti difficili e tragici, nell’ordine giudiziario che comprende, anche, persone di alto profilo e spessore culturale e professionale e dotate di concreta autonomia ed indipendenza dai poteri forti. Ho avuto la fortuna di avere come guida illuminata, affettuosa e paterna, per oltre otto anni, fino al tragico omicidio, un Maestro indimenticabile e per me impareggiabile, Aldo Moro, che mi ha insegnato che le battaglie giuste, specie quelle difficili, vanno sempre affrontate, poiché, alla fine, il Giudice onesto, sereno e preparato, estraneo ai comitati d’affari si trova sempre. Così, anche in tale vicenda, ho preferito farmi processare rinunciando alla prescrizione ed ai più elementari diritti della difesa, negatimi, rincresce ricordarlo, pure in altre circostanze, per evitare che restasse qualche dubbio sulla trasparenza della mia condotta e sulla storia delle battaglie che ormai quotidianamente conduco con altri imprenditori e semplici cittadini in tutt’Italia, sicuro di poter confidare sulla professionalità e sull’indipendenza dai poteri forti della gran parte dei Magistrati. Ed anche perché la pretestuosità, a tacer d’altro, della denuncia presentata contro di me e la mia innocenza erano evidenti, considerato che al denunciante, spregiudicatamente spacciatosi per mio creditore, per giunta con la minaccia di farmi fallire, è caduta, poi, la maschera abilmente indossata ed è apparso per quello che é. Cioè mio debitore, tanto che è stato condannato a pagare in mio favore quattrocentoventiseimila euro, l’importo cioè riportato sulle scritture contabili e sul decreto ingiuntivo, con provvedimento ormai definitivo ed esecutivo. Con la sentenza viene riconosciuto che non sono, quindi responsabile di false annotazioni nel libro degli inventari della società da me amministrata che era, piuttosto, realmente creditrice della BN Commercio e Finanza, sezione factoring del Banco di Napoli” .
“Infatti” – prosegue Gino Di Napoli – “Il Direttore Generale mi aveva denunciato assumendo calunniosamente che il decreto ingiuntivo dell’importo di lire 656.150.200 emesso a favore della DINAUTO s.a.s. di Luigi DI NAPOLI & C. dal Presidente del Tribunale di Lecce era frutto di un’induzione in inganno del Magistrato al quale era stato esibito un estratto del libro inventari sul quale erano stati annotati crediti inesistenti. Nonostante la Magistratura salentina e la Suprema Corte abbiano sempre sostenuto la insequestrabilità del decreto ingiuntivo, il sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, dott.ssa Carolina Elia nel luglio 2003, sorprendentemente, lo sequestrava unitamente al libro degli inventari. Nel settembre 2003 il Tribunale del riesame accoglieva, con ampia e motivata decisione, il mio ricorso per l’annullamento del sequestro e la restituzione delle cose sequestrate ed ordinava al P.M. di restituirmi sia il libro degli inventari che il decreto ingiuntivo, non sussistendo neppure il fumus dei reati contestati . In realtà, come è documentato, mi ero limitato a negare, come dovrebbe fare ogni imprenditore serio ed in regola col fisco, secondo quanto stabilito dalla legge e dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, qualsivoglia validità all’addebito degli interessi non pattuiti ed a quelli capitalizzati periodicamente ed a riportare sul libro degli inventari i saldi reali. E’ più che evidente che il Tribunale del riesame si è accorto che censurabile non è la condotta di chi, come me, ha riportato sul libro degli inventari ogni annotazione depurandola da importi non dovuti come sono gli interessi non pattuiti o quelli capitalizzati periodicamente, ma quella di coloro i quali annotano come costi interessi quantunque non dovuti per abbattere il reddito e frodare il fisco. Pur tuttavia, il P.M., dott.ssa Elia richiedeva al Giudice per l’udienza preliminare l’emissione del decreto che dispone il giudizio del sottoscritto negandogli, perfino, il diritto di essere interrogato alla presenza di un difensore.
Il P.M. Elia autore della singolare richiesta di rinvio a giudizio del DI NAPOLI, non accolta dal Giudice per l’udienza preliminare che lo ha, invece assolto con la formula più ampia, è lo stesso Magistrato che, spogliatosi della veste di P.M. ed assunta, nel 2006, quella di Giudice dell’esecuzione del Tribunale di Gallipoli, ha ordinato di sbattere fuori di casa il DI NAPOLI e la sua famiglia, nonostante il Prefetto di Roma, sentiti il Presidente ed il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, avesse emesso il decreto ai sensi della normativa antiracket ed antiusura che blocca, per trecento giorni, in favore delle vittime di usura ed estorsione, quale è il DI NAPOLI, i provvedimenti di rilascio degli immobili.
Pier Paolo Calabrelli -
Luigi di Napoli
http://www.comunicati-stampa.net/com/cs-24902/Denunciato_da_una_banca_e_assolto_con_formula_piena_Luigi_di_Napoli_che_rinuncia_anche_alla_prescrizione
1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.
1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.
1996 – Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.
2005- Non sono mai state riaperte le indagini.
1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.
Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.
1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.
1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.
1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.
2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.
Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.
Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.
Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.
2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.
2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.
12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.
12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.
Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.
2001-2005- Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono gravate le sentenze a tutela della persona offesa. Di Napoli denuncia penalmente vari magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni. Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col giudice.
Di Napoli trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di sequestro della sentenza di fallimento.
5 Maggio 2005- Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le aggiudicazioni sono state opposte.
12 Maggio 2005- Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo l’arresto del giudice delegato e del curatore.
13 Maggio 2005- Due sostituti Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.
24 Maggio 2005- DI NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il sequestro delle sentenze di fallimento.
7 Giugno 2005- Il tribunale del Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di Lecce in favore dei giudici di Potenza.
30 Giugno 2005- il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura. Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”. Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.
6 Settembre 2005- La Corte di Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare disposta dai giudici di Lecce.
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COSENZA: IL CASO MASALA
Sono uomini bagnati. Con il freddo nelle ossa, per sempre. "Sa come si dice dalle mie partì? Chi è stato bruciato dall’acqua calda ha paura dell’acqua fredda". Le "parti" di Francesco Masala sono la Calabria e una stanza muta dove ha soggiornato per dieci armi, scontando una pena più lunga (16 anni) per un omicidio compiuto da un altro, un criminale con tanto di pedigree.
Lui, Masala, nel novembre del 1985 era un ragazzo che sei mesi prima aveva messo un mattone nella costruzione del suo futuro, prendendo la Maturità. Quel mattone divenne cemento, a destra, sinistra, sopra, sotto. Una porta blindata era il diversivo di quest’orizzonte negato. Non sono storie di denaro, ma sono storie d’amore. Francesco Masala era un ragazzino, dunque. E il futuro già dietro le spalle. Lei sapeva che Francesco era innocente, il suo Francesco, che cresceva e restava un bell’uomo, un metro e 85, spalle larghe, viso dolce, occhi inarcati e castani, capello lungo, barba che va e viene. Lei c’è anche oggi, 23 anni dopo. E mo, cosentino come i protagonisti, che da vent’anni ha "questo tarlo: far capire ai giudici che Francesco è innocente". Quella sera di novembre aveva la colpa di essere sul marciapiede di piazza Kennedy accanto a Sergio Palmieri, impiegato comunale.
Si riparavano dalla pioggia. Un killer conosciuto e sanguinario freddò Palmieri, due colpi precisi. Molti i testimoni, nessuno fece il nome dell’assassino. I poliziotti torchiarono un coetaneo e conoscente di Masala, finché non gli fecero ammettere di aver visto sparare l’amico. Il "falso" testimone affermerà 23 anni dopo: "Non ho mai detto di aver visto Masala con la pistola in mano. Lo interpretarono gli inquirenti".
Vi furono dubbi, una prima scarcerazione di un anno, nel 1989 (e Masala fu chiamato al servizio di leva!). Indefesso, il procuratore generale fece ricorso e la Cassazione lo accolse, rispedendo il calabrese in carcere. Il presidente della Suprema Corte era Corrado Carnevale, quello che semmai scarcerava i mafiosi. Il tarlo rode ancora l’avvocato: "Il processo di revisione è cominciato otto anni fa, a Salerno. Le procure sono oberate di carichi, e dilatano nel tempo la conclusione di un processo che deve certificare un loro errore. E per la causa civile serviranno altri dieci anni". Questo succede: l’Italia è lo Stato maggiormente sanzionato dalla Corte europea. I capi d’accusa di Strasburgo: lentezza nei processi e nei risarcimenti. Masala oggi è sposato e fa il manovale in una ditta di telefoni. Ha una figlia, "volevo che sapesse che sono innocente".
Fonte: L’Unità, 5 gennaio 2009
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=2771&Itemid=29
CALTANISSETTA: IL CASO TURCO
Nella storia di Felice Turco, siciliano di Gela, ci sono otto processi e un’ammissione di colpa che abbrevierà i tempi del processo di revisione: è la stessa procura di Caltanissetta che ha rinnegato la soluzione ai delitti del 1998.
Morirono un commerciante e un ragazzo (Fortunato Belladonna, 16enne) accusato di essere l’esecutore dell’altro omicidio. La coinquilina di Belladonna era la testimone del delitto del commerciante: per questo i due episodi furono collegati. Il nome di Felice Turco fu un depistaggio dei pentiti di mafia. Prese l’ergastolo, la pena massima, con sentenza definitiva. Adesso sono sette i collaboratori di giustizia che lo scagionano, "Turco non c’entra niente".
Colui che lo accusò con più vigore si è suicidato dopo aver ammesso la menzogna.
Come racconta Turco, l’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela.
Fonte: L’Unità, 5 gennaio 2009
http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=2771&Itemid=29