di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

CAMPOBELLO DI MAZARA
Da “La Repubblica” Arrestato il sindaco antimafia di Campobello di Mazara. "Era organico al clan di Messina Denaro".
Ciro Caravà è accusato di associazione mafiosa. Secondo la Dda Palermo e i carabinieri del Ros avrebbe pagato decine di biglietti aerei ai familiari dei boss detenuti al Nord e distribuito appalti alle ditte dei clan. Dalle intercettazioni è emerso anche il sostegno elettorale di Cosa nostra al primo cittadino. In manette, altre dieci persone, fra esponenti mafiosi e insospettabili ritenuti fedelissimi della Primula rossa di Cosa nostra: c'è pure un ex funzionario della prefettura di Trapani.
Nella sua stanza, in Municipio, teneva ben in vista le foto di Falcone e Borsellino: il sindaco democratico di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, diceva di aver fatto aderire il suo Comune all’associazione Libera e si era anche costituito parte civile nel processo ai favoreggiatori del superlatitante Matteo Messina Denaro. Eppure, i mafiosi più vicini a Messina Denaro continuavano a dire un gran bene di lui: “Io gli ho portato un mare di voti”, sussurrava uno dei messaggeri del padrino, Franco Luppino, che non sospettava di essere intercettato. “L’altra sera, il sindaco l’ho sentito parlare in Tv. Minchia, se non lo conoscessi…". Ciro Caravà è stato arrestato la mattina del 16 dicembre 2011 dai carabinieri del Ros con l’accusa di associazione mafiosa. Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato e i sostituti Pierangelo Padova e Marzia Sabella, il primo cittadino rieletto a giugno a fuor di popolo sarebbe stato addirittura “organico” alla famiglia mafiosa di Campobello, una delle più fedeli al verbo dell’imprendibile Matteo Messina Denaro, ormai latitante dal 1993.
Sono soprattutto le intercettazioni a mettere nei guai il primo cittadino. Gli investigatori del Ros hanno ascoltato ad esempio la moglie del boss Nunzio Spezia mentre dice al marito, detenuto in un carcere del Nord Italia: “Vedi, in due anni di sindaco quanto abbiamo risparmiato? Dopo le elezioni mi ha detto: vossia fino a quando va e viene dallo zio Nunzio, biglietti non ne paga più. Io gli telefono, gli ordino i biglietti e li passo a ritirare”. Dalle indagini dei carabinieri di Trapani è emerso che il sindaco Caravà avrebbe distribuito ai mafiosi anche lavori e appalti del Comune. Possibile che mai nessuno avesse avuto sentore della doppia vita di Ciro Caravà? Nel provvedimento di arresto, firmato dal gip di Palermo Maria Pino, si ricorda che il vulcanico primo cittadino era stato denunciato nel 2006 dalla polizia per estorsione e voto di scambio. Ma quella volta, l'inchiesta fu archiviata. Le polemiche tornarono però all'indomani di un blitz contro i favoreggiatori di Messina Denaro: uno degli arrestati, Franco Indelicato, era stato consulente del sindaco; un altro, tale Domenico Nardo, citava addirittura Caravà nelle intercettazioni. Lui, come sempre, respinse tutte le accuse: "Nardo? E' un impresario romano di spettacoli. L'ho conosciuto perché mi ha venduto un concerto di Bobby Solo". Nel 2008, il ministero dell'Interno mandò gli ispettori al Comune di Campobello, per verificare eventuali infiltrazioni mafiose. Quella volta, i boss e i loro insospettabili complici temettero il peggio. "Qua ci commissariano il Comune", diceva un dipendente della prefettura di Trapani, Giovanni Buracci, molto vicino al sindaco. Anche lui era intercettato dai carabinieri: si lamentava perché i mafiosi frequentavano ormai troppo spesso il municipio di Campobello. "I soldi, le tangenti ce li portano a casa. Ma che bisogno c'è di andare là... in Comune non ci doveva avvicinare nessuno. A me dispiace perché quel cretino pensava che dicendo antimafia si salvava, invece adesso gliel'hanno incappolata. Arrangiati". Per Giovanni Buracci, il "cretino" era il sindaco Caravà, che si sarebbe esposto troppo, assumendo persino la moglie di un mafioso nel suo staff. Ma alla fine, il Comune di Campobello non fu sciolto dal consiglio dei ministri.
Nonostante i sospetti, Ciro Caravà ha fatto il pieno di voti alle elezioni del giugno 2011. Doveva aver fatto molta presa il suo appello in campagna elettorale: "Abbiamo individuato un decreto firmato una quarantina di anni fa dall'allora presidente della Regione - annunciò - saranno salvate dalle demolizioni almeno un migliaio di case costruite dopo il 1976 a meno di 150 metri dalla battigia". L'eco di quell'appello pro-abusivismo arrivò fino a Roma: il segretario del Pd Pierluigi Bersani chiese chiarimenti al segretario regionale Lupo, che a sua volta telefonò a Caravà. Ma il sindaco di Campobello non si scompose più di tanto e offrì le sue motivazioni. D'altro canto, l'equilibrismo è stata sempre la sua migliore specialità: prima comunista, poi uomo di Forza Italia, e poi ancora del Pd.
Da “Il Corriere della Sera” Sindaco del Trapanese in manette. Ex del Pci, ma fedelissimo del boss. Ciro Caravà, eletto nel centrosinistra: una delle pedine del sistema che protegge l’ultimo grande boss di Cosa Nostra.
In campagna elettorale accusava i suoi avversari di essere degli impostori, ma il sindaco di Campobello di Mazara, un passato nel Pci, transitato dai socialisti a Forza Italia, approdato infine nel Pd e rieletto nelle ultime amministrative del maggio 2011 come leader del centrosinistra, sarebbe stata una delle pedine del sistema che protegge l’ultimo grande boss di Cosa Nostra ancora latitante, l’imprendibile Matteo Messina Denaro. E così il primo cittadino di questo paesone a pochi chilometri dai templi di Selinunte, Ciro Caravà, in carica dal 2006, è stato arrestato per associazione di tipo mafioso, anche se i suoi elettori ricordano bene come tuonasse ad ogni comizio contro la mafia e i poteri forti. Ma questo singolare personaggio, un po’ dottor Jekyll un po’ signor Hyde, viene considerato dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo e dal procuratore aggiunto Teresa Principato uno degli undici “fiancheggiatori” catturati dagli uomini della Dia all’alba, con un altro dei tanti blitz scattati negli ultimi anni per fare terra bruciata a Messina Denaro. La primula che lo scorso 4 novembre aveva avuto l’ultimo dispiacere con la condanna a 10 anni di carcere del fratello, Salvatore. Anche stavolta si va al cuore della gestione occulta dell’impero economico di Messina Denaro. Dopo il mondo dei supermercati, ecco i riflettori puntati su una serie di attività economiche vitali per Cosa nostra. Attività guidate, secondo l’accusa, dal capo della “famiglia” Leonardo Bonafede, inteso “u zu Nardino”, arrestato con Filippo Greco, noto imprenditore di Campobello, da tempo trasferitosi a Gallarate, gli occhi sull’edilizia a Milano e dintorni, ritenuto uno dei principali finanziatori e “consigliere economico” della cosca. Adesso ai raggi X in Sicilia alcune società e imprese in grado di monopolizzare il mercato olivicolo ed altri settori dell’economia. A cominciare da quello degli appalti. Sempre con l’ausilio di Caravà, il sindaco bollato nel provvedimento firmato dal gip Maria Pino come “l’espressione politica della locale consorteria mafiosa”. Un giudizio pesantissimo che annulla l’ostentato impegno antimafia di un uomo politico sempre in prima fila nelle iniziative antimafia. A cominciare dall’inaugurazione del centro raccolta sangue dell’Avis, avvenuta un anno prima su un fondo confiscato al boss Nunzio Spezia, morto nel 2009. Taglio del nastro, foto e tante parole contro la mafia anche allora. Con Caravà sul palchetto a declamare strali contro l’oppressione mafiosa inneggiando a Libera, l’associazione di Don Ciotti. Ma agli inquirenti era già apparso chiaro un ben diverso profilo di questo ragioniere cinquantaduenne eletto sindaco in quota Democrazia europea, la formazione politica promossa dall’ex leader della Cisl Sergio D’Antoni. Era accaduto proprio intercettando la moglie di Spezia, prima che morisse, durante un colloquio in carcere, loquace mentre sussurrava al marito parole scolpite negli atti giudiziari: “Vedi, in due anni di sindaco, quanto abbiamo risparmiato? Dopo le elezioni mi ha detto: ‘Vossia fino a quando va e viene dallo zio Nunzio, biglietti non ne paga più’. Io gli telefono, gli ordino i biglietti e li passo a ritirare”. E i carabinieri di Trapani avrebbero proprio accertato che il sindaco Caravà pagava, ma intascando tangenti in cambio di lavori e appalti del Comune. Una partita di giro. Sempre ufficialmente in nome dell’antimafia.