di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
CECCHINA
Shock a Cecchina (Roma). Da tutta la stampa e in particolare da “Il Tempo” del 23 giugno 2011. C'è anche una vigilessa figlia di un generale dei carabinieri nel gruppo di fuoco del massacro di via Colle Nasone. L'insospettabile killer di 42 anni - sorella di un ufficiale della Guardia di finanza, con una sorella questore. Clamoroso: la notizia che balza agli occhi non è l’accusa dei gravi reati per la vigilessa, ma il fatto che in quella famiglia vi sia un DNA particolare che li porta a vincere i concorsi pubblici più disparati ed a ricoprire gli incarichi più prestigiosi. Veramente bravi: Generale dei Carabinieri, Ufficiale della Guardia di Finanza, Questore di Pubblica Sicurezza, Vigile urbano.....Quante famiglie come queste in Italia, alla faccia di chi ha partecipato a quei concorsi, risultante non idoneo?!? La notte tra il 29 e 30 maggio, lei e altri bussarono alla villa, dissero «Aprite, polizia» e spararono con pistole calibro 7,65. Fecero due morti e due feriti per un regolamento di conti legato a una partita di droga. Ieri l'insospettabile killer di 42 anni - sorella di un ufficiale della Guardia di finanza, con una sorella questore - e i due complici di 37 e 30 anni sono stati fermati dai carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati del colonnello Marco Aquilio, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Le vittime: Fabio Giorgi, 41 anni, nato a Marino e residente ad Ardea, colpito a un polmone il giorno del suo compleanno, riuscì a fare qualche passo e poi crollò davanti all'abitazione. Il marocchino Rabii Baridi, 34 anni, stabile a Roma nella zona di piazza Dante, fu ferito a morte al volto e al collo. Se la sono cavata il proprietario di casa, Marco Paglia, nato 39 anni fa a Marino, ferito all'addome. E Paolo Paglioni, 37 anni, romano ma residente a Giudonia, anche lui raggiunto al ventre.
Per gli investigatori non è stato facile arrivare ai presunti responsabili. I sopravvissuti non sono stati molto collaborativi. Le loro testimonianze sono state piene di «non ricordo». I militari hanno controllato i tabulati telefonici, verificato i cellulari che erano attivi in quella zona e a quell'ora. Hanno spulciato le chiamate ricevute sui cellulari dei quattro, intestati a prostitute e extracomunitari, e hanno cominciato a tratteggiare i profili dei soggetti che potevano avere qualcosa a che fare col mondo della droga e con le vittime di via Colle Nasone. La killer cocainomane, figlia dell'alto ufficiale in pensione, è di Cecchina, come il suo convivente, con un curriculum criminale ricco di precedenti. Il terzo è residente ad Ardea, come Fabio Giorgi, stramazzato all'esterno della villa. Punti di contatto sui quali sono stati imbastiti i primi sospetti che alla fine hanno portato i carabinieri a fornire alla magistratura sufficienti indizi per procedere col fermo dei tre. L'indagine però è alla prima tappa. Non ci sono dubbi sul motivo che ha scatenato la sparatoria: al centro c'è la droga. Ma parole e fatti di quella sera tragica vanno ancora definiti. Era stupefacente che un gruppo doveva vendere all'altro? Oppure due fazioni di pusher che volevano spartirsi-contendersi il territorio?
CIVITAVECCHIA
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».
L’ex Procuratore capo del Tribunale di Civitavecchia Antonio Albano è stato rinviato a giudizio dal Gip del Tribunale di Perugia per l’accusa di corruzione in atti giudiziari.
L’udienza preliminare si è svolta ieri l’altro nel capoluogo umbro, dove il dibattimento inizierà il 18 gennaio. Albano fu indagato perché, secondo l’accusa, avrebbe facilitato il dissequestro del cantiere della società Ceim, in via Terme di Traiano (dove ora c’è il centro commerciale Le Terme) in cambio di una consulenza di lavoro che il costruttore Pietro Mezzaroma aveva fatto fare alla figlia del magistrato, Cristina, anche lei indagata.
La storia, che risale al 1993, venne nuovamente alla ribalta prima nel 1996 e poi nell’estate ’97, quando si venne a conoscenza di una nuova indagine della Procura di Perugia su alcuni magistrati romani, iniziata con l’arresto del tributarista Sergio Melpignano. Nell’autunno del ’96 ai magistrati umbri l’ex-sindaco Piero De Angelis inviò un esposto di 18 pagine, sempre in merito all’attività dell’allora Procuratore capo.
Il magistrato, ora a Bologna, ha sempre negato un qualsiasi collegamento tra l’inchiesta che lo vede imputato e la vicenda delle cosiddette ”toghe sporche”, così come del resto ha sempre rifiutato l’accusa di corruzione nei suoi confronti. «Mia figlia quel lavoro lo ottenne grazie a sue amicizie» disse l’estate scorsa, quando scrisse una una lunga lettera inviata al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia e, per conoscenza, al Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Roma, in cui rappresentava il proprio «rammarico personale per l'assurdo e distorto collegamento che viene fatto del mio nome con altre situazioni ed altri indagati che neppure conosco e completamente ignoro».
Albano chiedeva quindi al collega di Perugia di adoperarsi affinché tale collegamento fosse smentito «perchè possa ristabilirsi il senso della verità e della giustizia, le quali se possono essere ignorate dalla stampa, appartengono di sicuro all'ufficio da lei diretto».
Eppure, nonostante la fiducia nei colleghi, si è giunti all’udienza preliminare dell’altro ieri, terminata intorno alle 20 e 30, con il pm che ha appunto chiesto il rinvio a giudizio per l’ex-procuratore, difeso dall’avvocato Sandro Lungarini. «Da parte nostra - spiega il legale - abbiamo fatto richiesta del non luogo a procedere. Il giudice ha invece ritenuto che fosse necessario andare nell’aula di tribunale. E’ comunque una prassi normale - minimizza l’avvocato civitavecchiese - adesso prepareremo la difesa. Chi chiameremo a testimoniare? E’ ancora troppo presto per dirlo, credo che sceglieremo i nostri testimoni a ridosso del dibattimento».
IL MESSAGGERO ON LINE Mercoledì 1 luglio 1998
http://www.associttadini.org/cofiri/Rinviato%20a%20giudizio%20l'ex%20procuratore%20Albano.htm

MENTANA
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NETTUNO
TRUFFA AL SERVIZIO SANITARIO, SCOPERTI 400 'FALSI POVERI'
La grande truffa dei ticket: oltre 400 denunciati
Autocertificazioni false per ottenere l' esenzione. Sotto accusa dirigenti, medici e impiegati della Asl H
Coinvolti in 414 tra Anzio e Nettuno. Per oltre metà medici, infermieri, funzionari dell' Asl RmH, distretto 6. Con loro un centinaio di familiari e altrettanti utenti comuni.
Insomma un record, nel ramo delle truffe al Servizio sanitario pagato con i soldi dei contribuenti. Specialità del piccolo esercito di truffatori del litorale, le esenzioni dal ticket. Ottenute col vecchio metodo della falsa autocertificazione. Ma anche e soprattutto con la novità di disporre agli sportelli Asl di ben sette «addetti all' accettazione» che non solo chiudevano un occhio sulle impegnative falsificate ma contribuivano attivamente al raggiro esentando d' autorità chi non ne aveva alcun diritto. Il raggiro è stato documentato nell' arco degli ultimi due anni, per il periodo anteriore purtroppo le impegnative sono state già distrutte.
Chissà da quanto tempo andava avanti la truffa... In due anni comunque i truffatori hanno messo a punto un danno da 50 mila euro, una media di 11 «impegnative fasulle» a testa, un danno pro-capite nei confronti del servizio sanitario di 400 euro. Ne emerge un intero paese, come la conurbazione Anzio-Nettuno, in cui il singolare sistema in atto era attuato come la cosa più scontata. A scoprire il raggiro denunciando i 414 all' autorità giudiziaria (coordina l' indagine il pm della procura di Velletri Luigi Paoletti) sono state le Fiamme gialle della compagnia di Nettuno guidata dal capitano Vincenzo Di Filippo, sull' onda di un input investigativo promosso dal comandante provinciale, colonnello Giuseppe Zafarana.
I reati ipotizzati sono al momento truffa e abuso d' ufficio. «Abbiamo cominciato con l' incrociare i dati della banca dati dell' Asl con quelli dell' anagrafe tributaria - spiegano le Fiamme gialle - e subito i primi nodi sono giunti al pettine: abbiamo individuato 28 persone che avevano usufruito delle esenzioni senza averne diritto. Ma lo spunto per andare oltre è venuto da alcune annotazioni a matita rintracciate sulle impegnative. Indicavano "dipendente"...».
Il passo successivo è stato informatico. Non bastava più un' indagine a campione, bisognava ricorrere all' elaborazione ex novo di un software di sintesi in grado di affrontare montagne di impegnative degli ultimi due anni. «Abbiamo organizzato un access, insomma un programma di gestione dei database». Grazie alla collaborazione del direttore del VI distretto dell' Asl Rmh, la Finanza ha ottenuto uno stanzone al pianterreno degli Ospedali Riuniti di Anzio in cui raccogliere una massa di impegnative di 6 metri per 5, trenta metri cubi di carta da passare al setaccio. Risultato? Individuati come perni della truffa 3 funzionari dell' Asl, 6 medici, 7 addetti all' accettazione, decine di portantini, decine di infermieri, insomma qualcosa come 220 dipendenti Asl. Più un centinaio di parenti. Più altrettanti compaesani. Tutti dediti al «saccheggio» della sanità pubblica.
Reazioni politiche? «In passato avevamo presentato più interrogazioni su quella Asl, ma la giunta Storace non si è mai degnata di rispondere», attaccano i Ds Giulia Rodano e Tonino d' Annibale. «La prima vittima della truffa è la Regione Lazio», ha ribattuto il capogruppo di Forza Italia Francesco Giro. «Ci costituiremo parte civile», aggiunge l' assessore regionale alla Sanità, Marco Verzaschi. Paolo Brogi 60% DIPENDENTI DELLA ASL Si tratta del gruppo più consistente di indagati: medici, infermieri, impiegati della Asl Rm H, sesto distretto Anzio-Nettuno 6 DOTTORI COINVOLTI La truffa era possibile grazie al coinvolgimento diretto di sei medici della Asl che chiudevano un occhio sulle falsificazioni 30 METRI CUBI DI FALDONI Il materiale sequestrato per arrivare alle 414 denunce ha riempito scatoloni per uno spazio complessivo di 6 metri per 5.

RIANO FLAMINIO
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RIGNANO FLAMINIO

SANT'ANGELO ROMANO
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TIVOLI
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».

VELLETRI
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».
Il primo sindaco che nel Lazio chiude i rubinetti per fronteggiare il caso dell’arsenico nelle acque potabili è quello di Velletri, Fausto Servadio. Con voce bassa e stanca sbotta così quando lo informano che la Regione ha chiesto al Governo lo «stato di emergenza»: «Avrebbero potuto pensarci da almeno sette anni, quando c’era il tempo necessario per intervenire e abbassare valori. E non ci troveremmo in questa situazione, dove tutti agiscono come Ponzio Pilato e dove saranno costretti a portare l’acqua da bere con le autobotti della Protezione civile». Sono le 16 di mercoledì 25 novembre 2010: l’ordinanza appena firmata dal sindaco inaugura la serie di provvedimenti analoghi che potrebbero arrivare a raffica da altre località dei Castelli, del Viterbese e del Pontino. Tutti provocati da quel «no» che l'Ue ha pronunciato contro la richiesta del governo italiano di prorogare la deroga ai limiti massimi di arsenico nelle acque pubbliche.
LA REGIONE: 21 I COMUNI A RISCHIO - Nella cittadina a sud di Roma - 50 mila i residenti nel comune - e in molti altri centri del Lazio, il problema è lo stesso: l’arsenico trovato negli acquedotti supera di molto i 10 microgrammi per litro, valore massimo consentito dall’Unione Europea che il 12 novembre ha intimato all’Italia di correre ai ripari. D’improvviso e bruscamente, da Bruxelles hanno chiesto di riportare alla normalità i pericolosi parametri di quella sostanza che se assorbita a lungo in quantità eccessive risulta cancerogena. Secondo l’elenco Ue, nel Lazio sarebbero 91 i comuni a rischio anche se adesso l’assessore regionale all’Ambiente Marco Mattei, annunciando uno stanziamento straordinario di 8 milioni «per le popolazioni colpite», ha ridotto il numero a 21, mentre altri 67 sarebbero in grado di avere un’ erogazione salubre, dentro i limiti della deroga, entro 2 anni al massimo. Di fatto, però, adesso sono 91 comuni e le persone interessate sono molte di più di quei «100 mila cittadini senz'acqua potabile» ipotizzati dal ministro della Salute Ferruccio Fazio nel question time alla Camera.
ASL E ACEA, PRELIEVI CONTRADDITORI - La situazione nel Lazio resta incerta, anche adesso che la governatrice Polverini si è appellata alla Protezione civile chiedendo in sintesi la distribuzione dell’acqua tramite le autobotti. Quel che potrebbe succedere a Velletri è emblematico: quando viene raggiunto telefonicamente da Corriere.it il sindaco Servadio ha appena ricevuto analisi che contengono dati contrastanti. I primi, forniti dal Dipartimento prevenzione della Asl RmH (Castelli) sono scoraggianti: «Due rilievi indicano addirittura il superamento di 50 microgrammi/litro previsto dalla deroga e nella maggior parte c’è una quantità di arsenico superiore ai 20». Insomma: qui ci sarebbe la conferma che bere è vietato. Dall’Acea arrivano invece notizie più rassicuranti: «Mi parlano di concentrazioni sotto i 20, dunque derogabili» (ndr. il limite era 10 microgrammi/litro, la deroga era arrivata a 50, ma ora la Comunità Europea indica l'opportunità di non superare i 20 mg/l).
Il Comitato Acqua Pubblica di Velletri ha pubblicato 'Il libro nero dell'acqua. Il caso Velletri'. Il dossier racconta la vicenda della gestione del servizio idrico a Velletri: dall'appalto diretto ad Acea all'emergenza arsenico, passando per i piani tariffari irregolari e per la mancanza d'informazione ai cittadini.
Bere acqua all'Arsenico, al Vanadio, al Fluoro e pagarla persino più del dovuto. Questa la situazione paradossale che emerge dal dossier 'Il libro nero dell'acqua. Il caso Velletri'. Una situazione a cui i cittadini di Velletri hanno ormai da tempo fatto il callo. Esattamente dal 9 luglio 1997, quando i comuni della Provincia di Roma firmarono l'accordo per la costituzione dell'Ato2, l'ambito territoriale ottimale per la gestione del servizio idrico. Previsti dalla cosiddetta 'legge Galli' (36/94), gli ATO, sono delle frazioni di territorio – che sulla carta dovrebbero tener conto dei bacini idrici, in realtà corrispondono generalmente alle provincie – in cui la gestione del servizio idrico deve essere assegnata ad un unico ente. Nel caso di Ato2, la gestione fu affidata ad Acea, la società ex-municipalizzata romana. E già iniziarono le prime anomalie. Infatti la Convenzione di Gestione venne firmata dai Comuni con affidamento diretto, senza quindi essere preceduta da alcuna gara d'appalto pubblica, come invece previsto dalla legge.
Ma non finisce qui. Al momento di decidere sul tipo di assetto da dare alla società, si era optato per una Società per Azioni a prevalente capitale pubblico locale. Tale opzione prevedeva che i Comuni facenti parte dell'Ato potessero acquistare parte delle azioni messe a disposizione sul mercato (il 49 per cento, mentre il 51 già apparteneva al Comune di Roma). Questa possibilità non è mai stata data ai Comuni. Invece è stata assegnata loro d'ufficio una azione a testa. Proprio così: ad eccezione del Comune di Roma, tutti gli altri Comuni possiedono una sola azione di Acea, equivalente allo 0,000003 per cento del totale, per un valore nominale di circa 10 euro. Conseguenza di ciò è che i Comuni non risultano adeguatamente rappresentati. Come si legge nel dossier: "i Consigli comunali sono stati espropriati di quel controllo sui servizi pubblici previsto dalla costituzione e dalle norme sugli enti locali".
Acea ha varato un piano tariffario che è uguale solo in apparenza a quello romano, ma in realtà vi si discosta anche di parecchio. Le incoerenze però non si limitano all'impostazione organizzativa di Acea. Ci sono almeno altri due aspetti – in parte dipendenti dal primo – che fanno gridare allo scandalo i cittadini di Velletri e dintorni: le tariffe e la qualità dell'acqua. Attorno a questi ruota il nucleo del dossier preparato dal comitato acqua pubblica di Velletri.
I prezzi. L'affidamento ad Acea della gestione del servizio idrico integrato fu votato all'unanimità da tutti i consigli comunali perché il piano d'ambito presentato aveva un vantaggio economico: garantiva l'applicazione delle stesse tariffe in tutto l'Ato, dunque l'acqua avrebbe avuto lo stesso prezzo sia a Roma che a Pomezia che a Civitavecchia. In realtà anche questo paletto è stato aggirato. Prendiamo sempre Velletri come riferimento. Inizialmente al momento del passaggio di consegne dalla gestione comunale a quella di Acea avvenuto il 14 novembre 2006, si disse che le tariffe sarebbero state livellate l'anno successivo, una volta avvenuta l'acquisizione dei dati delle utenze. Ovviamente questo non accadde. Fino al 2009 furono applicate le solite tariffe, più care di quelle romane. Dal gennaio 2010, in seguito alle reiterate proteste dei cittadini e del Comitato Acqua Pubblica, l'assemblea dei Sindaci ha approvato l'applicazione dell'articolazione tariffaria di Roma nel territorio di Velletri. Ma non è bastato. Acea infatti ha varato un piano tariffario che è uguale solo in apparenza a quello romano, ma in realtà vi si discosta anche di parecchio. Ci sono sempre i cinque scaglioni con le diverse fasce di prezzo ma ad essi corrispondono consumi diversi. Ad esempio, mentre per Roma l'ultimo scaglione tariffario scatta oltre i 379 metri cubi, per Velletri scatta oltre i 300. Per una famiglia che consumi 400 metri cubi d'acqua in un anno – è un enormità, è vero ma è solo a titolo di esempio – la differenza di prezzo sarebbe addirittura di oltre il 30 per cento.
L'acqua erogata da Acea a Velletri contiene molti metalli pesanti, con valori fuorilegge per l'Arsenico, il Vanadio e il Fluoro.
Passiamo, infine, all'aspetto più grave della questione: la qualità dell'acqua. L'acqua erogata da Acea a Velletri contiene molti metalli pesanti, con valori fuorilegge per l'Arsenico, il Vanadio e il Fluoro. Inoltre nel Comune esistono una decina di scariche fognarie non a norma, che sversano in maniera incontrollata le acque nere nei fossi, con danni incalcolabili per l'ambiente e la salute dei cittadini. E cosa fa Acea per rimediare? Evita di fornire i valori di inquinamento dell'acqua per le zone più critiche. Ad esempio nel 2010 non vengono forniti i dati della zona 167, che nel 2008 aveva avuto un valore di 52,1 microgrammi/litro di arsenico, sceso poi a 39,2 nel 2009. Insomma, invece di finanziare gli interventi necessari al risanamento si cerca di coprire la verità fornendo un'informazione incompleta (ricordiamo che la legge che regolamenta il servizio idrico integrato stabilisce chiaramente che i cittadini hanno il diritto di sapere che acqua stanno bevendo). E si richiedono deroghe su deroghe, per poter continuare a fornire l'acqua nonostante questa contenga sostanze altamente nocive in quantità di molto superiori a quelle ammesse dalla legge.
http://www.ilcambiamento.it/beni_comuni/dossier_acqua_velletri_2010.html