di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


ASCOLI SATRIANO

CONCUSSIONE E SUBAPPALTI NEL FOGGIANO, MANETTE AL SINDACO DI ASCOLI SATRIANO

Il fatto - Abusando della sua carica di sindaco avrebbe imposto alle ditte che stanno realizzando lavori nel campo eolico di subappaltare tutto ad un’impresa di sua fiducia. Con l'accusa di concussione, la Guardia di Finanza di Foggia ha arrestato il sindaco di Ascoli Satriano, Antonio Rolla. 72 anni, che ha ottenuto i domiciliari. Rolla è stato eletto per il centro sinistra nel 2006 sindaco ottenendo il 52,3% delle preferenze e recentemente era stato candidato per il Pd al consiglio provinciale, non risultando eletto. L'ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip del tribunale di Foggia Salvatore Casiello dopo le indagini eseguite dalla Guardia di Finanza e coordinate dal procuratore capo Vincenzo Russo e dai sostituti Giuseppe Gatti ed Enrico Infante. Secondo quanto emerge dall'inchiesta il sindaco avrebbe imposto a due ditte campane che avevano vinto l'appalto per i lavori di sbancamento del parco eolico che si sta costruendo, di affidare il subappalto ad una ditta che era vicina al Rolla. Questo nonostante la ditta non avesse i requisiti ma soprattutto gli uomini e i mezzi per eseguire i lavori. Nel corso delle indagini i militari delle fiamme gialle hanno anche evidenziato che il primo cittadino di Ascoli Satriano era in grado di condizionare la scelta dei subappaltatori solo se di suo gradimento, ma anche la scelto di chi doveva lavorare presso i cantieri. Da qui il nome del blitz Dominus che ha coinvolto altre tre persone che sono state indagate con l'accusa di false dichiarazioni al pubblico ministero.

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2821&Itemid=60


APRICENA

Da Repubblica: Sindaco arrestato.

Finisce in manette per un presunto abuso in materia urbanistica il sindaco di Apricena Vito Zuccarino. L’inchiesta della Procura di Lucera è partita a seguito di una denuncia su probabili irregolarità nella variante al piano regolatore generale del comune. Zuccarino, al suo secondo mandato nella città del marmo, è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, firmata dal gip Ida Moretti del tribunale del centro federiciano su richiesta del procuratore Domenico Seccia e del sostituto Alessio Marangelli. La Procura di Lucera ha chiesto il carcere per il sindaco, ma l’istanza è stata rigettata dal giudice per le indagini preliminari.

Zuccarino è accusato di tentata concussione. Secondo le indagini, partite nel febbraio 2010 e tuttora in corso, Zuccarino avrebbe tentato di ottenere l’approvazione da parte del Comune per la realizzazione della lottizzazione pubblica nella zona B2 di San Nazario. In particolar modo si tratta anche dei terreni di proprietà della moglie dello stesso Zuccarino, Incoronata. Il sindaco di Apricena, dopo aver avviato in giunta l’iter burocratico-amministrativo per la lottizzazione avrebbe stipulato con i proprietari dei suoli dei contratti di permuta dei terreni, con definizioni prima della stessa approvazione della lottizzazione pubblica in quella zona. Un’impresa di costruzioni, inoltre, avrebbe pubblicizzato tramite internet la vendita degli appartamenti, anche in questo caso precedentemente all’approvazione della lottizzazione pubblica. Mentre la pratica era in corso, l’imprenditore edile Luigi Potenza avrebbe acquistato una piccola striscia di terreno proprio all’interno della stessa lottizzazione pubblica. Il terreno acquistato dall’imprenditore sull’area pubblica sarebbe risultato “abbandonato”, con gli stessi proprietari del suolo che non avrebbero avuto “nulla da pretendere sullo stesso”. Ma con l’acquisto di questo terreno, Potenza sarebbe risultato dunque interessato al piano di lottizzazione del Comune nell’area e in grado pertanto di far valere i propri diritti, come acquirente del suolo, nella procedura pubblica. Diritti che avrebbero tuttavia “interferito” nel rapporto contrattuale in corso, al tempo, fra sindaco e l’impresa di costruzioni. Oltre all’acquisto del suolo di Apricena, Potenza sarebbe stato interessato anche alla procedura per un altro piano di lottizzazione nella stessa cittadina, in zona C3, via Pozzo Salso. Secondo la procura di Lucera, questo secondo interesse di Potenza sarebbe diventato lo strumento di ricatto del sindaco affinché lo stesso imprenditore non avesse interferito con la prima lottizzazione e avesse venduto il pezzo di terreno acquistato nella prima lottizzazione ad un “prezzo volgare”.

Cinquantuno anni, uomo di spicco del Pd, negli anni Novanta, il sindaco di Apricena è stato consigliere comunale d’opposizione nella città del marmo; dal ’93 al 2002 ed ha guidato il Governo cittadino per due volte. I consiglieri comunali del Popolo della Libertà hanno fatto richiesta di convocazione urgente consiglio comunale monotematico per affrontare la delicata questione morale che si ripropone anche ad Apricena.


 CAGNANO VARANO

Arrestato comandante della forestale. Avrebbe chiesto ad un imprenditore duecento euro in cambio di favori su alcuni controlli che dovevano essere effettuati in un'azienda.

A scoprirlo sono stati i carabinieri che a Carpino hanno arrestato il comandante della stazione del Corpo Forestale dello Stato di Cagnano Varano, Antonio Bisanzio di 46 anni. Nei suoi confronti l'accusa è di concussione. Sulla vicenda c'è il massimo riserbo e gli investigatori non hanno rilasciato alcuna informazione sul blitz. Secondo indiscrezioni però sembra che il tutto sia partito dalla segnalazione di un imprenditore di Carpino, una denuncia che ha fatto scattare la trappola consentendo ai carabinieri l'arresto al momento della consegna dei soldi.

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5331&Itemid=60

 


CERIGNOLA

SFRATTO AL COMMISSARIATO DI CERIGNOLA. POLIZIOTTI BARRICATI. LE ALTRE FORZE DELL’ORDINE NON INTERVENGONO.

Il contratto di affitto del Commissariato è scaduto nel 2003 ma il ministero ha continuato a pagare sulla base del contratto stipulato nel 1988. Non viene pagato il fitto da sei mesi e, per questo, il proprietario dell’immobile che ospita il Commissariato di Cerignola della Polizia di Stato, si è rivolto al giudice che ha emesso un provvedimento esecutivo di sfratto. Il proprietario dell’immobile, Antonio Parisi, proprietario della 'Sud Costruzioni sas', si è presentato con il suo legale, Felice Occhiello, e un ufficiale giudiziario, per procedere allo sfratto dell’immobile, ma i poliziotti non hanno permesso a nessuno di entrare. Parisi ha persino chiesto l’aiuto dei carabinieri, ma i militari non sono intervenuti. Così è stato anche per la Guardia di finanza e per i Vigili urbani. Era previsto l'ultimo step di una diatriba che dura da più di 5 anni, esattamente dal 31 maggio del 2003, quando cessò la locazione d'affitto. Questa mattina i locali del commissariato di polizia dovevano essere liberati e restituiti al legittimo proprietario Antonio Parisi che nel 1988 fece realizzare l'immobile che si estende su di una superficie di oltre 1600 mq. Di fatto però, è stato impedito l'accesso sia all'ufficiale giudiziario, sia alla ditta incaricata di effettuare materialmente il trasloco. "Quando c'è un titolo esecutivo - ci ha raccontato il legale del proprietario dello stabile Felice Occhiello - la forza pubblica ha il dovere di dare assistenza. Pertanto l'ufficiale giudiziario, nell'esercizio delle sue funzioni, ha allertato i carabinieri, ma dopo aver atteso un'ora ci hanno comunicato che tutte le pattuglie erano tutte occupate su altri fronti. Allora - ha proseguito lo stesso - ci siamo recati al Comando di Polizia Municipale ma anche qui non avevano agenti a disposizione ed infine abbiamo provato a contattare anche la Guardia di Finanza ma la risposta è stata la stessa". Il credito vantato dal proprietario dell'immobile è di 750mila euro, pari ad un anno di canone e 5 anni di adeguamento canone. Il commissariato di Polizia occupa lo stabile dal 1988, per 9 anni è stato stipulato un regolare contratto, rinnovato, tacitamente, per altri 6 anni, dietro il pagamento di un corrispettivo annuale di circa 53mia euro.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=213925&IDCategoria=1

http://www.teleradioerre.it/news/articolo.asp?idart=39346


MANFREDONIA

A proposito del delitto di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio e gli autogol della giustizia e del giornalismo italiano. Vi ricordate il caso di Giusy Potenza, antesignano del delitto di Avetrana?

Giusy Potenza viene uccisa a Manfredonia con una grossa pietra. Il suo corpo è ritrovato il pomeriggio successivo all'omicidio sulla scogliera, vicino allo stabilimento ex Enichem. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Il caso scuote la città del Gargano che viene assediata nei giorni successivi dalle tv nazionali e locali in cerca di risoluzioni per quello che diviene un caso di cronaca nazionale. È stato un periodo di tensione e terrore, quello che si è consumato a Manfredonia, sessantamila abitanti, una quarantina di chilometri da Foggia. Per mesi questa fetta del Gargano è stata sotto shock per la tragica fine di Giusy, uccisa a colpi di pietra da Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni, che 40 giorni dopo (il 23 dicembre 2004) venne arrestato dalla polizia e che confessò l'omicidio: l'uomo, un cugino del padre della ragazza, ha ammesso di aver colpito la vittima con una pietra perché tra loro c'era una relazione e lei minacciava di raccontare tutto a sua moglie se l'avesse lasciata. Il ricordo della povera Giusy è ancora vivo in tutta la comunità accusata a suo tempo di omertà come tutte le comunità che subiscono vicende analoghe. Una vicenda drammatica con molti colpi di scena seguitissima da stampa e tv. Speciali tv sono stati dedicati al caso dalla solita Rai Tre con il programma “Ombre sul giallo”, ideato, scritto e condotto da Franca Leosini.

Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Intanto l’8 ottobre 2011 per quel delitto il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione “famiglia” della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita (Floriana) Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione.

Le ragazze accusate malamente in vario modo si rammaricano del fatto che i giornali e le tv pronti ad infierire con accanimento mediatico su di loro, nel momento in cui vi è stata per loro stesse una sentenza di assoluzione, omertosamente i medesimi giornalisti hanno censurato la notizia, tacitando gli errori dei magistrati.

Sono loro a gridare con una testimonianza esclusiva al dr Antonio Giangrande, scrittore (autore anche del libro in elaborazione su Sarah Scazzi, già pubblicato sul web) e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. In sintesi il loro pensiero conferma un tema ricorrente identico a sé stesso: povero territorio e poveri protagonisti della vicenda, vittime sacrificali di un sistema mediatico che nell’orrore e nella persecuzione ha la sua linfa. Si inizia con uno strillio del citofono, con le forze dell’ordine che ti cercano. In quel momento ti casca il mondo addosso. E’ un uragano che ti investe. Ti scontri con procuratori della repubblica innamoratissimi della loro tesi di accusa, assecondati dal Tribunale della loro città e sostenuti da giornalisti che pendono dalla loro bocca o che si improvvisano investigatori. E l’opinione pubblica, influenzata dalla stampa, ti odia fino ad augurarti la morte. «Dalla sentenza che ha acclamato la nostra estraneità ai fatti, nessuno ci ha cercato per ristabilire la verità e per renderci la nostra dignità e la nostra reputazione. Chi è schiacciato dal tritasassi della giustizia, anche se innocente, è frantumato per sempre». E’ il pensiero di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, ma possono essere le affermazioni di migliaia di innocenti che da queste vicende ne sono usciti distrutti.

Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda?

Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutti come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e accusate di essere state responsabili indirettamente della sua morte.

Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.

L'omicidio Giusy Potenza: le tappe.

Dal delitto all'arresto del cugino, al coinvolgimento delle due ragazze di Manfredonia per favoreggiamento della prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Giusy Potenza viene uccisa il 12 novembre del 2004 a Manfredonia con una grossa pietra da 4 chili. Il suo corpo è ritrovato nei pressi dello stabilimento ex Enichem e di una scogliera il pomeriggio successivo all'omicidio. Dopo un mese e mezzo di continue voci sulla presenza di un branco e su presunte frequentazioni poco raccomandabili della ragazza, arriva la confessione di Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni cugino del padre. Il 23 dicembre il presunto omicida, sposato e padre di due figli di 2 e 8 anni, racconta agli inquirenti di aver cominciato dalla fine dell'estate precedente una relazione segreta con la giovane studentessa. Il pomeriggio dell'ultimo incontro, dopo aver avuto un rapporto sessuale in auto, l'uomo avrebbe detto a Giusy di essere intenzionato a mettere fine alla relazione.

Il 6 maggio 2005 le indagini hanno una svolta. Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Le due, residenti a Manfredonia e incensurate, avrebbero mentito agli inquirenti per non far sapere di essere implicate in un giro di prostituzione in cui avrebbero trascinato anche Giusy Potenza. Il sospetto di un loro coinvolgimento esisteva da tempo: le due ragazze avevano infatti sostenuto di aver trascorso a casa il pomeriggio dell'omicidio, mentre alcuni testimoni le avevano notate proprio davanti al negozio Bernini, dove Giusy si era recata per comprare dei dischi poco prima che si perdessero le sue tracce. Particolarmente importante la testimonianza di un uomo, secondo il quale le due giovani avrebbero fatto prostituire Giusy in sporadiche occasioni con clienti procurati da loro e con la promessa di dividere gli incassi. In ogni caso, secondo gli inquirenti, le due ragazze non sarebbero coinvolte nell'omicidio, di cui sarebbe unico responsabile Giovanni Potenza.

Poi, il 30 maggio, un nuovo colpo di scena. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. La rabbia innescata dal desiderio di vendetta lo ha spinto a entrare nel bar Olimpia di via Gargano, a Manfredonia, poco distante da casa sua: ha ordinato una birra, si è avvicinato con calma al bancone, ha estratto il coltello, ha urlato: «È ancora vivo questo qua?». Poi ha colpito, una volta sola, alla pancia, forse lo ha fatto seguendo un copione criminale maturato con il passare dei giorni, forse è stato un raptus scattato all'improvviso: fatto sta che in pochi istanti di lucida follia, Carlo Potenza, 37 anni, ha tentato di vendicare la figlia Giusy, la quindicenne massacrata il 12 novembre 2004 a Manfredonia, riducendo in fin di vita Pasquale Mangini, 41 anni, il padre di Filomena Rita, 19 anni, una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver spinto la minorenne alla prostituzione, una storia affiorata nel corso di ulteriori indagini avviate dalla polizia. Potenza è uscito dal bar subito dopo aver colpito, ha tentato di fuggire ma è stato bloccato e arrestato dalla polizia; il ferito è stato trasportato in ospedale: è stato ricoverato nel reparto di chirurgia d'urgenza e poi in rianimazione. I medici lo hanno operato, le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. L'uomo viene ferito all'addome, Carlo Potenza è arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Il giorno successivo altre due persone vengono arrestate con l'accusa di concorso in tentato omicidio: si tratta di due pescatori, amici del padre di Giusy, che lo avrebbero accompagnato nei pressi del bar e lo avrebbero aspettato fuori. Subito dopo il ferimento avrebbero preso in consegna il coltello e lo avrebbero nascosto mentre Potenza si dava alla fuga. Potenza era stanco delle voci del paese sulla figlia, diffuse sia durante la fase delle indagini ma anche successivamente al fermo del presunto assassino. Incontrò Mangini nel bar Olimpia dove quest’ultimo stava bevendo una birra e lo colpì con un grosso coltello da cucina. Poi uscì dal bar e consegnò l’arma a due amici pescatori, Antonio Varrecchia e Biagio Piemontese. Poco dopo giunsero i poliziotti del Commissariato che lo arrestarono e lo sottrassero al linciaggio della folla. Potenza, anche lui pescatore come il presunto assassino della figlia, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari in una località segreta, lontano da Manfredonia. Da quel momento Carlo Potenza è tornato a vivere a Manfredonia, sempre ai domiciliari presso la casa dei suoceri.

Infine, il 24 ottobre 2006, l’ennesimo lutto: la madre di Giusy, Grazia Rignanese, peraltro in attesa di 7 mesi di un figlio, si è tolta la vita impiccandosi. Non ha retto al dolore per la perdita tragica della figlia e a tutte le altre tragedie.

La ragazza avrebbe reagito male minacciando di riferire tutto alla moglie del pescatore e agli altri familiari. A quel punto la vittima sarebbe uscita dall'auto e, forse per il buio e la pioggia, sarebbe caduta accidentalmente giù per la scogliera profonda 8 metri, ferendosi. L'uomo l'avrebbe aiutata a risalire ma la ragazza avrebbe ripetuto le minacce. In un impeto d'ira, il pescatore le avrebbe fracassato la testa con un grosso sasso, lasciandola esanime sotto una pioggia battente. A incastrare Giovanni Potenza, dopo 40 giorni di indagini, è il confronto tra il suo Dna, abilmente prelevato dagli investigatori, e quello del liquido seminale ritrovato sul corpo della vittima. Una prova che conferma quanto detto dalla ragazza a un suo coetaneo il pomeriggio dell'omicidio in un negozio di dischi, parole alle quali gli investigatori, in un primo tempo, non avevano dato peso. I familiari della ragazza, attraverso il loro legale, sostengono la presenza di altre persone al momento dell'omicidio (smentita dagli investigatori) e negano la relazione di Giusy con l'uomo, di cui peraltro in paese nessuno sembrava essere a conoscenza. Anche dai tabulati telefonici non arrivano elementi che confermano il rapporto. I risultati definitivi dell'autopsia poi sostanzialmente confermano quanto ipotizzato dagli inquirenti in un primo momento: nessuna violenza sessuale e omicidio d'impeto.

8 ottobre 2011. La corte d’appello di Bari ha assolto Filomena Rita (Floriana) Mangini e Sabrina Santoro, le due ragazze accusate e condannate in primo grado a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione di Giusy Potenza, la 15enne di Manfredonia uccisa da un cugino del padre il 13 novembre 2004 a colpi di pietra. In primo grado l’accusa sosteneva che le due ragazze dividessero tra loro i guadagni delle prestazioni di Giusy con i clienti (da 10 a 30 euro), visto che, secondo l’accusa, procacciavano i clienti alla giovanissima. In un secondo momento decadde l’accusa di sfruttamento e restò in piedi solo quella di favoreggiamento. Le dichiarazioni di un amico di Giusy non sono state ritenute credibili in appello, così come dai tabulati telefonici è emerso che non ci fossero contatti tra le due imputate e la ragazzina. Il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione famiglia della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione. Indagando sull’omicidio della minorenne (l’assassino è stato condannato a 30 anni in via definitiva), Procura foggiana, agenti del commissariato e squadra mobile scoprirono che Giusy si prostituiva per pochi euro, da 10 a 30 euro a secondo della prestazione. E lo faceva - diceva l’accusa che non ha retto al vaglio dibattimentale - perchè Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini le procacciavano i clienti e spartivano i guadagni, vicenda per le quali le due imputate furono arrestate e poste ai domiciliari il 6 maggio del 2005 (l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’omicida inizialmente ipotizzata dal pm fu poi archiviata), per poi tornare libere dopo due mesi. Già la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007, aveva in parte ridimensionato l’impianto accusatoria: escluse che le due imputate avessero indotto Giusy a prostituirsi e l’avessero sfruttata: furono comunque condannate a 4 anni a testa «solo» per favoreggiamento della prostituzione (e non anche per induzione e sfruttamento). Per questo reato, dopo innumerevoli rinvii, si è celebrato e chiuso in un’unica udienza il processo d’appello a Bari davanti alla «sezione famiglia». Il sostituto procuratore generale chiedeva la conferma della condanna, richiesta ribadita dagli avvocati Raul Pellegrini e Flora Torelli costituitisi parte civile per conto dei familiari di Giusy; i difensori, gli avv. Francesco Santangelo e Mario Russo Frattasi, hanno replicato parlando di accuse prive di riscontri, basate su voci e sulla testimonianza di un cliente di Giusy che tra indagini e processo di primo grado aveva cambiato innumerevoli versioni, dicendo tutto e il contrario di tutto. L’accusa contro Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini poggiava su due testimonianze, essenzialmente. C’era un coetaneo della vittima al quale la minorenne confidò, un mese prima dell’omicidio, d’essere entrata in un giro di prostituzione per soddisfare gli uomini e d’averlo fatto su proposta delle due imputate. E c’era soprattutto un manfredoniano di 34 anni (all’epoca dei fatti) che avrebbe avuto rapporti a pagamento con Giusy, dalla quale fu indirizzato - sostenevano inquirenti e investigatori - dalla Mangini e dalla Santoro («vuoi fre...? C’è quella ragazza lì...» l’invito che gli avrebbero rivolto le imputate, sempre smentito da queste ultime). La difesa replicava che le due imputate conoscevano Giusy solo per essere amiche della sorella maggiore, ma non la frequentavano e tantomeno ne «gestivano» la prostituzione; i tabulati telefonici dimostravano che non c’erano contatti tra la vittima e le imputate, pure «obbligatori» se le due amiche fossero state coinvolte nel presunto giro di prostituzione; il presunto cliente di Giusy aveva detto tutto e il contrario di tutto, negando prima, ammettendo rapporti a pagamento con la vittima, accusando le due imputate e poi facendo marcia indietro. Non è nemmeno certo che Giusy si prostituisse, altro argomento battuto dagli avv. Santangelo e Russo Frattasi per chiedere l’assoluzione delle due sipontine: vero che lei lo aveva confidato ad un amico, ma Giusy non sempre era credibile; e lo stesso presunto cliente ne aveva dette tante da renderlo assolutamente inattendibile e incredibile.

E’ stato scritto un libro sul delitto di Giusy Potenza: "Non ce lo dire a nessuno" di Innocenza Starace. Diario dell'avvocato di Giusy Potenza. Il libro comincia così: “Chiamo per conto di un amico, una giovane uccisa si trova vicino allo stabilimento ex Enichem”. - È un giorno di novembre piovoso quello in cui la telefonata, ovviamente anonima e inquietante, giunge al commissariato di Manfredonia. I poliziotti corrono e rinvengono il corpo di una giovinetta con il volto sfigurato e privo di alcuni denti. I jeans abbassati fino alle ginocchia. La ragazzina non aveva le scarpe e indossava una maglia gialla dal collo alto. Le braccia rivolte all’indietro. Il viottolo dove il corpo è disteso è di terra battuta e procede parallelo alla statale che porta alle spiagge di ciottoli bianchi di Mattinata e alle scogliere dei lidi di quella frazione di Monte Sant’Angelo dal breve nome di “Macchia”. Un luogo appartato, anche se vicino ci sono masserie frequentate da pecorai. Resti di biancheria intima, disseminati qua e là sull’erba, ne fanno intuire l’uso e la gente che lo frequenta quando cala la sera. Il corpo avrà presto un nome: Giusy. È la figlia quindicenne di Grazia Rignanese e Carlo Potenza, di cui era stata denunciata la scomparsa il giorno prima dai genitori, pazzi di terrore e rabbia. Inizia il giallo più sconcertante che abbia mai vissuto questa terra garganica, già insanguinata da faide e violenze. I suoi figli, però, seppur spesso presi da incomprensibili attacchi di violenza, mai si erano macchiati del sangue di una ragazzina innocente. In queste pagine vi è quella storia. È un diario cronaca perché registra i fatti, documenta le vicende, riporta gli atti giudiziari e le testimonianze raccolte negli interrogatori e nella fasi processuali; ma registra anche ciò che lo sguardo della donna avvocato, cittadina di Manfredonia, mamma di due ragazze, educatrice scout, non può fare a meno di vedere. Nella vicenda di Giusy si può entrare in modi diversi. Con la curiosità morbosa dei media o con il legittimo dovere di far luce sulla verità. Con i “lo avevamo sempre detto” della folla anonima e numerosa, sempre presente ad ogni cambio e colpo di scena o con il grido “vendetta e non giustizia” del nonno. Con la rabbia composta ma all’improvviso furente e aggressiva del padre o con il silenzio assordante del suicidio della mamma, ancora più assordante per la morte con lei del bimbo che ha un nome ma non viene al mondo. Con lo sguardo dolce e ammiccante di Michela e il suo prendersi cura, nell’abisso della tragedia, dei capelli di chi le sta accanto: “posso farti i capelli?” Io ci sono entrata perché coinvolta come avvocato di parte. La famiglia mi ha dato fiducia, abbandonandosi totalmente a me. Ci sono entrata al punto tale da capire che la ragione vera da trovare in questa storia non è solo quella della morte di Giusy, ma la ragione per cui si può morire a quindici anni in una città come Manfredonia (ma è solo Manfredonia?) che guarda a se stessa e ai suoi giovani voltando lo sguardo dall’altra parte. Dalla posizione privilegiata di chi è catapultato in una vicenda drammatica e complessa, tragica nel suo apparire e nel suo evolversi, mi è stato permesso di avere uno sguardo più profondo. Di quello sguardo il libro non priva il lettore, il quale può scegliere, una volta terminato la lettura, con la sentenza, di ritenere la vicenda conclusa. Oppure può ricominciare, pagina dopo pagina, a rileggere la storia e le domande vere che quel corpo trovato di fronte all’orizzonte, lasciano aperte. A queste domande ho dato forma non per futura memoria di Giusy ma per il futuro dei ragazzi che a quindici anni hanno molte domande, molti sogni, molti problemi. Ma non sempre hanno la fortuna di trovare le persone giuste.-

Torno a ripetere. Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda? Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutte come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e sono state responsabili indirettamente della sua morte. Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.


MONTELEONE DI PUGLIA

POLIZIA CARICA I MANIFESTANTI

A Monteleone di Puglia il 22 feb. 2008 alle ore 18 Consiglio comunale riunito in sessione straordinaria e urgente. All’ordine del giorno il documento di dura condanna agli avvenimenti di lunedì scorso e solidarietà alla popolazione dauno irpina che ancora una volta è chiamata a difendere il proprio territorio da chi vuole insediare una megadiscarica per rifiuti provenienti da tutta la Campania. Il commissario per l’emergenza rifiuti Gianni De Gennaro, infatti, ha  individuato un sito per la realizzazione di una discarica da 700mila tonnellate di rifiuti in contrada Pustarza, nel comune di Savignano  Irpino ma al confine con Monteleone di Puglia e Panni e a ridosso della discarica di Difesa Grande di Ariano Irpino. 21 ettari di terreno  coltivato vengono espropriati ai contadini ai quali viene tolta così l’unica fonte di sostentamento. In quella zona lamentano il fatto che lunedì scorso la polizia dello Stato avrebbe caricato in maniera cruenta 150 persone che manifestavano civilmente il loro dissenso a questo scempio. Rabbia e violenza definite “gratuite”, con cui le forze dell’ordine si sarebbero scagliate contro i contadini, sono evidenti nelle immagini girate da canale58 e che hanno fatto il giro del mondo. Anche un giornalista, Gianni Vigoroso, ha subito una manganellata riportando un trauma cranico. Una scena che sembrava provenire da un teatro di guerra. (Il Grecale/Fg01)

http://www.ilgrecale.it/attualita/articolo.php?id=23440


PESCHICI

Appalti pilotati, retata di politici, arrestato anche il sindaco di Peschici.

In manette oltre a Mimmo Vecera, anche il vicesindaco Memo Afferrante, il comandante della polizia municipale Vincenzo Losito. Coinvolti nel blitz anche politici, dirigenti, impiegati comunali, professionisti e imprenditori locali. Sono accusati di truffa aggravata che avrebbe causato un danno di un milione e mezzo di euro, pari all'attuale disavanzo di bilancio nelle casse comunali.Dalle  prime ore dell'alba, del 3 dicembre 2010, 150 carabinieri del comando sono stati impegnati nell’esecuzione di 23 provvedimenti cautelari nei confronti di politici, dirigenti comunali, professionisti ed imprenditori di Vico del Gargano, Foggia, Lucera, e Peschici. In manette anche il sindaco di Peschici, Mimmo Vecera, il vicesindaco Memo Afferrante, il comandante della polizia municipale Vincenzo Losito. Coinvolti nel blitz anche politici, dirigenti, impiegati comunali, professionisti ed imprenditori locali. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Lucera, hanno consentito di far luce su numerosi falsi commessi dagli indagati finalizzati sia alla realizzazione di altrettante truffe aggravate soprattutto ai danni del comune di Peschici, che alla turbativa di gare d'appalto per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro che costituisce l'attuale disavanzo di bilancio di quel comune. Il blitz del comando provinciale dei carabinieri di Foggia è coordinato dalla procura di Lucera, dove è arrivato il nuovo procuratore capo Domenico Seccia, che per anni si è occupato delle inchieste legate alla malavita del Gargano. Seccia è un profondo conoscitore del territorio dauno e delle relative problematiche legale alla criminalità organizzata. Stavolta non si tratta di reati di mafia, ma di illeciti che, se confermati, risulterebbero gravi. Associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta, aggiotaggio, falso e corruzione sono alcuni dei reati contestati a vario titolo ai politici, dirigenti comunali, professionisti ed imprenditori che con il loro comportamento avrebbero causato il disavanzo milionario nelle casse dell'amministrazione. Nell'operazione che segue le indagini avviate nel 2009 sono stati impiegati oltre 150 carabinieri.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/12/03/news/appalti_pilotati_retata_di_politici_indagato_il_sindaco_di_peschici