di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
ACQUAVIVA
DELLE FONTI
CONCORSO VIGILI URBANI TRUCCATI. 8 RINVII A GIUDIZIO
Abuso d’ufficio e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, soppressione, distruzione e occultamento di atti e tentata truffa aggravata: sono le accuse per le quali il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Bari, Antonio Lovecchio, ha rinviato a giudizio otto persone, dipendenti e funzionari del Comune di Acquaviva delle Fonti.
Furono coinvolte in una inchiesta condotta dalla Procura e dai carabinieri della Compagnia di Gioia del Colle. Le indagini portarono nel marzo 2004 all’emissione di 5 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e a 4 avvisi di garanzia. Sotto accusa il concorso per l’assunzione di quattro vigili urbani (poi diventati dieci per effetto dello scorrimento della graduatoria e dei vuoti di organico appositamente creati), bandito dall’Ente nel 2000 quando era retto da un commissario. Tutto partì da alcuni esposti anonimi. L’udienza è prevista per il 5 giugno quando davanti alla 1° Sezione penale del Tribunale compariranno Antonio Orofino, 65 anni, segretario generale che presiedeva la commissione d’esame, il comandante della Pm Giovanni Centrone, 40, il dirigente dell’Ufficio Affari Generali, Maria Saveria Colamonico, 56, l’istruttore amministrativo, Anna Maria Labate, 52, il maresciallo dei vigili urbani e istruttore Franco Finizio, 62, e il figlio Umberto, 36, anche lui nella Pm, Donato Savino, 53, e Maria Assunta D’Ambrosio, 41.
Il nono imputato Rosa Maria Padovano, 44 anni, è stata ammessa al processo con rito abbreviato che comincerà il 12 giugno. Secondo l’accusa i componenti della commissione, oltre a non rispettare alcune procedure (mancanza di timbri e firme), si adoperarono per modificare i voti, sostituire le pagine delle prove d’esame per migliorare il risultato di 7 concorrenti su un totale di 112 partecipanti. Alcuni documenti sarebbero stati distrutti e i verbali falsificati in modo grossolano per facilitare figli, parenti e amici. Furono anche manipolati i files di alcuni computer del Comune. Addirittura un verbale di multa ad una automobilista sarebbe stato distrutto per le minacce di quest’ultima di rivelare le irregolarità del concorso. Alcune anomalie dei documenti furono riscontrate dalle perizie dei Ris di Roma.
http://www.notizie-online.it/index.php?option=com_content&task=view&id=20463&Itemid=41
ALTAMURA
Da “Il Corriere della Sera”: Altamura, intrecci tra mafia e politica. Quattordici indagati, due i carabinieri. In manette tre persone, coinvolti due avvocati. Ai domiciliari Logiudice, il comandante della stazione.
Ad Altamura perquisizioni e arresti scaturiti da un'operazione coordinata dall'Antimafia barese ed eseguiti da carabinieri e guardia di finanza. Sono quattordici gli indagati, tra questi due avvocati e due carabinieri. Tre le persone arrestate, due ai domiciliari, uno in carcere.
I FATTI - L'inchiesta è stata condotta dalla pm Desiree Digeronimo, che ipotizza un intreccio tra mafia, politica e colletti bianchi. Nel mirino gli affari con Bartolomeo Dambrosio, il presunto boss ucciso, a settembre 2010, con 43 colpi di pistola nelle campagne della Murgia barese. Le relazioni sospette sono state evidenziate anche da Valeryia Hiblova, 35 anni origini ucraine, moglie di Dambrosio. La donna ha ottenuto il programma di protezione e sarebbe stata ascoltata già più volte dagli inquirenti.
I NOMI - Gli indagati sono Giuseppe Antonio Colonna, Vincenzo Crapuzzi, il boss defunto, Bartolomeo Dambrosio e suo fratello Mario, Biagio Genco (scomparso cinque anni fa), Vincenzo Laterza (collaboratore di giustizia), Vincenzo Scalera, l’avvocato Vincenzo Siani, Giuseppe Bruno, l’ex assessore comunale e vice sindaco, nonché avvocato, Vito Zaccaria, Mario Clemente (detto Franco), il maresciallo dei carabinieri Nicola Logiudice, il carabiniere Massimo Carotenuto, e Domenico Cicirelli. La pm Desiree Digeronimo aveva chiesto la custodia cautelare per tutti, ma il giudice Vito Fanizzi ha concesso l’arresto in carcere solamente per Mario Dambrosio e Giuseppe Colonna, mentre è stato posto ai domiciliari il maresciallo Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri di Altamura.
GLI ADDEBITI - Ai 14 indagati vengono contestati, vario titolo, l’associazione mafiosa, lesioni personali, violenza privata, estorsione, usura, detenzione e porto d'armi da guerra, simulazione reato, favoreggiamento personale, frode processuale e omicidio e occultamento del cadavere di Biagio Genco. In particolare, avrebbero fatto parte dell’associazione mafiosa Giuseppe Antonio Colonna, Vincenzo Crapuzzi, il boss defunto, Bartolomeo Dambrosio e suo fratello Mario, Biagio Genco (scomparso cinque anni fa), Vincenzo Laterza (collaboratore di giustizia), Vincenzo Scalera, l’avvocato Vincenzo Siani, Giuseppe Bruno e Domenico Cicirelli. Ai due carabinieri, invece, è contestato il favoreggiamento e la frode processuale. Mentre all’ex vice sindaco, Zaccaria, è contestato il concorso esterno, lesioni personali e violenza privata.
Da “La Repubblica”: Mafia e politica, terremoto ad Altamura, arrestato anche il comandante dei carabinieri. Nell'inchiesta sono due i militari coinvolti, 13 in tutto gli indagati tra cui due avvocati penalisti del foro di Bari e alcuni presunti esponenti del clan Dambrosio. Sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, lesioni, estorsione, usura, detenzione di armi da guerra, favoreggiamento e frode processuale.
Tre persone, tra le quali il comandante dei carabinieri, sono state arrestate dal Gico della guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta su presunti intrecci tra organizzazioni mafiose ed esponenti politici nella Murgia barese. Durante il blitz della guardia di finanza e dei carabinieri ad Altamura i militari hanno notificato le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi su disposizione del sostituto procuratore antimafia Desiree Digeronimo.
IL CASO "Il carabiniere compagno di corsa del boss della Murgia"
Nell'inchiesta su presunti intrecci tra mafia e politica nella cittadina sono finiti però due i carabinieri della stazione di Altamura: il sottoufficiale è stato posto agli arresti domiciliari, un secondo è indagato. Tra gli indagati, inoltre, ci sono anche due avvocati penalisti del foro di Bari. In tutto, 13 gli avvisi di garanzia tra cui quelli notificati a presunti esponenti del clan Dambrosio.
L'ALLARME Le protezioni di Dambrosio. Mantovano: "Situazione grave"
Due ordinanze di custodia
cautelare in carcere sono state notificate al 44enne di Altamura Giuseppe
Antonio Colonna, detto "Il Fighetto", e al 39enne Mario Dambrosio, fratello del
defunto boss Bartolo, ucciso nelle campagne alla periferia di Altamura il 6
settembre 2010. Al 45enne di Matera Nicola Logiudice, comandante della stazione
dei carabinieri di Altamura, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Per il
maresciallo Massimo Carotenuto, in servizio presso la stessa stazione dei
Carabinieri, è stata rigettata la richiesta d'arresto ed è stato fissato
l'interrogatorio per il prossimo 13 dicembre. Sono indagate a piede libero altre
10 persone, tra cui il defunto boss Bartolo Dambrosio e Biagio Genco, scomparso
da Altamura il 17 novembre 2006, forse vittima di lupara bianca. Le posizioni di
entrambi saranno stralciate e archiviate perché defunti. Rigettate anche altre
sette richieste di misura cautelare, tra cui quelle a carico di due avvocati
altamurani, il 53enne Vincenzo Siani e il 36enne Vito Zaccaria, entrambi
impegnati in politica.
IL CASO Omicidio del boss di Altamura. si è dimesso il sindaco
Stacca
I reati contestati dall'Antimafia sono, a vario titolo, associazione mafiosa, lesioni personali, violenza privata, estorsione, usura, detenzione e porto di armi da guerra con relative munizioni e sostanze esplodenti, simulazione di reato, favoreggiamento personale e frode processuale. Al 35enne Giuseppe Bruno l'Antimafia contesta anche l'omicidio e l'occultamento di cadavere di Genco. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2010. L'indagine - a quanto si è saputo - è cominciata dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Laterza, indagato a piede libero in questo procedimento, a partire dal dicembre 2006.
Comitato di sicurezza riunito in Municipio: non si può esaltare un criminale
Amicizie
importanti nelle forze dell'ordine, che gli avrebbero garantito protezione.
Nella torbida storia dell'omicidio di Bartolo D'Ambrosio emergono nuovi spaccati
sui quali si indaga, mentre ad Altamura il sottosegretario all'Interno, Alfredo
Mantovano ha partecipato al comitato sicurezza, tenutosi in Municipio tra le
proteste della minoranza in Consiglio. «La gravità della situazione nella città
murgiana - ha detto Mantovano - la si può comprendere partendo dal 2005 e cioè
dall'omicidio Scalera avvenuto ad Altamura, dal sequestro De Nola, dalle
reazioni di carattere criminale che sono state condotte in quell'epoca nei
confronti di un giornalista di una emittente radiofonica locale, fino all'ultimo
omicidio». Partono da lontano anche i rapporti di Bartolomeo, per gli amici
"Bartolo", e sono tanti gli amici che il boss, ucciso una settimana fa, aveva
coltivato negli anni.
Tra questi, anche esponenti delle forze dell'ordine che lo avrebbero aiutato in
numerose circostanze. Uno, in particolare, avrebbe protetto D'Ambrosio. Un nome
che torna in numerose situazioni e che è stato portato all'attenzione degli
inquirenti dall'onorevole Pierluigi Zazzera, coordinatore regionale dell'Idv.
Nei giorni scorsi, il politico aveva dichiarato: «Ad Altamura è a rischio la
tenuta delle istituzioni e la sicurezza sociale». Lo stesso parlamentare, un
anno fa, aveva scritto al ministro Alfano un'interrogazione parlamentare nella
quale si denunciavano anomalie riguardanti la Compagnia dei carabinieri di
Altamura dove, riferiva Zazzera, il teste di giustizia Francesco De Palo
(fratello del conduttore di Radio Regio, Alessio, destinatario di minacce e
aggressioni, come menzionato ieri da Mantovano) sarebbe stato sequestrato e
picchiato, e poi arrestato.
Nella riunione di ieri, alla presenza dei vertici delle forze dell'ordine, del
prefetto di Bari Schilardi e del procuratore Laudati, Mantovano ha assicurato
una pronta risposta dello Stato: «Se qui oggi ci sono i vertici dei reparti
investigativi nazionali dei vari corpi di polizia - ha detto - è perché è questo
il profilo dal quale ci attendiamo maggiori risultati nell'immediato futuro,
soprattutto sul fronte dei tentativi di infiltrazione della criminalità di tipo
mafioso operante sul territorio all´interno del mondo economico».
E ha ripreso un comunicato diffuso dalla opposizione in Consiglio che si
dissocia dalle parole di apprezzamento espresse nei confronti di D'Ambrosio da
esponenti della maggioranza: «Mi auguro che appartengano solamente a un brutto
ricordo di un passato recente alcune esaltazioni di personaggi criminali
veramente inaspettate e fuori luogo - ha detto - E non è bello leggere nelle
cronache giornalistiche (ndr, Repubblica del 9 settembre), che "aveva una
personalità eccessivamente portata verso il prossimo, che il suo atteggiamento
di vita era quello di una persona che puntava a una promozione sociale". Stiamo
parlando di un morto, ma anche di un criminale».
"Il carabiniere compagno di corsa del boss della Murgia". Insieme in una foto, atleti della stessa squadra. Un sottufficiale dei carabinieri della Stazione di Altamura fotografato con Bartolo D'Ambrosio, ucciso lo scorso 6 settembre, mentre faceva footing. Lo stesso che la Direzione nazionale antimafia descrive come 'personaggio di spessore della criminalità organizzata.
Un sottufficiale dei carabinieri della Stazione di Altamura (Bari) è ripreso in tuta di ginnastica insieme con una trentina di persone tra le quali c'è il boss della malavita locale, Bartolo D'Ambrosio, ucciso lo scorso 6 settembre, mentre faceva footing. Lo denuncia il deputato Pierfelice Zazzera (Idv) che in una nota ha allegato anche la fotografia. Il sottufficiale - commenta - "si è fatto fotografare in tuta da ginnastica insieme al più potente dei boss della Murgia che la stessa Direzione nazionale antimafia nel suo rapporto annuale del 2008 descrive come 'personaggio di spessore della criminalità organizzata affiliato al clan Di Cosola, dedito a usura e estorsioni. Ma il rappresentante dello Stato che avrebbe dovuto garantire l'ordine pubblico nella città - aggiunge Zazzera - invece fa parte della stessa squadra di maratoneti cui il boss altamurano poi assassinato apparteneva". Il militare, secondo il deputato, sarebbe "colui il quale il 7 settembre 2009 presso la caserma di Altamura avrebbe pestato Francesco Di Palo, testimone di giustizia la cui unica colpa è aver denunciato i propri estorsori e che si trova attualmente sotto programma di protezione assieme alla famiglia". "Mi chiedo - conclude Zazzera - come sia possibile una risposta forte dello Stato laddove le guardie fanno parte della stessa squadra dei mafiosi? La lotta alla Mafia passa prima di tutto dal ripristino della credibilità delle istituzioni, che vanno depurate da infiltrazioni criminali come purtroppo sembra ci siano in pezzi dello Stato ad Altamura".
MAFIA ED ANTIMAFIA AD ALTAMURA. Resoconto da Panorama.
Dei testimoni di giustizia, cioè delle persone che denunciano i mafiosi di cui sono vittima e che rientrano in uno specifico programma di protezione (da distinguere dalla figura del collaboratore di giustizia), si parla poco. È per certi versi logico, visto che appunto vivono in località protette e in segreto. Ma questo comporta che le loro condizioni di vita, spesso difficili, non sono conosciute e non finiscono sui giornali. Anzi, se hanno la forza di lamentarsi e di denunciare i disservizi (nel migliore di casi) che subiscono, rischiano di passare per rompiscatole. La vicenda di Francesco Dipalo, il testimone di giustizia scomparso il giorno di Natale senza portare con sé soldi, cellulare né auto, è un esempio importante. La moglie di Dipalo, Laura Lorusso, ha spiegato che il marito non dà notizie di sé dal 25 dicembre 2010, giorno in cui si è allontanato dal luogo dove vive sotto protezione insieme alla famiglia. La Dda di Bari ha aperto un’inchiesta, le ricerche sono affidate ai carabinieri della stessa città, in collaborazione con quelli della località protetta. Secondo la donna, Dipalo è depresso perché si sente abbandonato dalla istituzioni ed è in cattive condizioni di salute. Il 24 dicembre avrebbe anche inviato una mail alla procura di Bari, senza ricevere risposta. Già nel 2008 l’imprenditore di Altamura, che aveva denunciato gli estorsori cui aveva pagato il pizzo per anni, era sparito per qualche giorno. Non si sentiva adeguatamente protetto, dichiarò, e si considerava vittima “non solo del racket delle estorsioni, ma anche di un sistema che non tutela chi denuncia i propri aguzzini”. Dopo aver testimoniato contro chi lo taglieggiava infatti sia lui sia la sua famiglia avevano subito aggressioni, una anche nella caserma dei carabinieri di Altamura. Anche in questo caso gli inquirenti credono che Dipalo si sia allontanato volontariamente. Questo è il punto. La vita dei testimoni di giustizia, e delle loro famiglie con bambini anche piccoli, è fatta di coraggio e rispetto per la legalità ma spesso anche di disattenzioni subite, amarezze, disagi pratici ed emotivi, sradicamento, ingiustizie. Persino scarsa protezione da parte dello Stato ed episodi che farebbero pentire i più di aver sfidato la criminalità ed essersi messi nelle mani delle istituzioni. Una condizione descritta, lucidamente e rivendicando le scelte fatte, in un libro (Organizzare il coraggio, Add Editore) da Pino Masciari dopo 13 anni di vita in fuga. L’imprenditore edile calabrese si è sempre rifiutato di cedere alla ‘ndrangheta e ha dovuto lasciare la propria terra. Lea Garofalo, compagna di un affiliato alla ‘ndrangheta e poi collaboratrice di giustizia, è stata uccisa e sciolta nell’acido. Francesco Dipalo, pare, si nasconde dai criminali ma anche da chi dovrebbe proteggerlo. “Se dovesse succedergli qualcosa, se dovesse fare qualche atto estremo, voglio che la gente sappia: denunciare non serve, è meglio non farlo. Quello che ti fa lo Stato è peggio di quel che fanno i delinquenti”, ha detto sua moglie.
L’Imprenditore scomparso: Le sue prime dichiarazioni rientrato ad Altamura: «Basta vado via da qui».
«Me ne vado via per sempre con la mia famiglia, non sarò più deriso per le mie denunce e io e i miei famigliari non saremo più costretti a subire non solo le aggressioni dei criminali ma anche le umiliazioni da parte di chi, come un magistrato, è arrivato a dire che sono mentalmente instabile». Lo ha detto l'imprenditore Francesco Dipalo, appena rientrato ad Altamura. L'uomo era stato via per cinque giorni senza dare notizie e suscitando preoccupazioni nei famigliari, che temevano potesse essere stato vittima di gruppi criminali dopo le sue denunce di estorsioni e aggressioni. Dipalo ha spiegato di essersi allontanato per cercare un luogo dove poter trasferire la propria famiglia, aggiungendo di non aver potuto avvertire neppure i suoi congiunti per non correre rischi. A una domanda se vi siano state sottovalutazioni delle sue denunce, Dipalo ha detto che se ci sono state non gli interessa più, aggiungendo che «tutti possono constatare che da parte dello Stato non c'è stata alcuna reazione». Di chi sia la responsabilità, «della procura di Bari o di Matera, della polizia di Bari o di Matera, «non m'interessa più».
I RACCONTO DEI GIORNI IN CUI E' STATO VIA. «Ho preso il treno da Altamura e mi sono recato a Bari e da qui, sempre in treno per Milano,e quindi a Parigi dove avevo già fissato degli appuntamenti con alcuni colleghi industriali». Solo successivamente al rientro a Milano casualmente l’imprenditore avrebbe scoperto l’agitazione provocata dalla sua scomparsa e si sarebbe quindi recato a Roma dove in un internetpoint avrebbe verificato il grande clamore della sua scomparsa sui media nazionali.
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno dell’8 dicembre 2011, il resto. L’inchiesta si allarga. Sono almeno altre venti le persone finite sotto la lente d’ingrandimento della Dda. Coinvolti altri insospettabili: politici, imprenditori, professionisti. Nel fascicolo ci sono riferimenti anche alle attività estorsive ed usuraie e viene citato l'episodio in cui un avvocato altamurano si sarebbe rivolto a Bartolo Dambrosio per recuperare un credito nei confronti dell’impresario barese Ferdinando Pinto. A dimostrarlo, un’intercettazione ambientale del 20 gennaio 2008. Riferimenti anche ai «servigi» resi da un giudice di pace di Altamura «in favore di Colonna, dei suoi raccomandati e di Dambrosio».
Il giudice avrebbe «fruito – si legge nell’ordinanza – di alcune prostitute, messe a sua disposizione in cambio dei suoi interessamenti» che riguardavano il pagamento di multe, il rilascio di patenti di guida e persino la restituzione di veicoli rubati. A fronte dei nove indagati ai quali la Procura contesta, a vario titolo, l’associazione mafiosa, il concorso esterno nella stessa, e per i quali aveva chiesto l’arresto, il gip, ha riconosciuto la sussistenza dei gravi indizi solo per Colonna e Dambrosio, finiti in carcere, e per il maresciallo Nicola Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri di Altamura, posto ai domiciliari, con l’accusa di favoreggiamento personale e false dichiarazioni per non aver segnalato che Bartolo Dambrosio non ottemperava all’obbligo di firma. Stessa accusata contestata anche al maresciallo Massimo Carotenuto che rischia però solo una misura interdittiva.
Sebbene a parere del giudice non sussistano i gravi indizi di colpevolezza contestati dall’accusa nella richiesta di arresto (che infatti è stata rigettato), proseguono le indagini per l’avvocato altamurano Vincenzo Siani (denunciato per associazione mafiosa, violenza privata, estorsione e usura), Giuseppe Bruno (associazione mafiosa, detenzione e porto di armi, omicidio e occultamento di cadavere di Biagio Genco, scomparso il 17 novembre 2006), dell’avvocato ed ex assessore comunale Vito Zaccaria (concorso esterno nell’associazione mafiosa, lesioni personali e violenza privata ai danni di Dipalo) e di Mario Clemente (concorso esterno nell’associazione mafiosa, estorsione). Indagati a piede libero inoltre Vincenzo Crapuzzi e Vincenzo Scalera e Domenico Cicirelli, autista della Tradeco e uomo di fiducia di Dante Columella, ritenuto dall’accusa «collegamento tra sodalizio e apparato politico».
Vista dall’interno, la caserma dei carabinieri di Altamura, anziché un avamposto della legalità, diventa «una sorta di luogo di incontro e di ritrovo dei personaggi più controindicati della zona, tra cui Dambrosio Bartolomeo, Columella figlio, quello con i capelli lunghetti e biondino, un tale Macella Liborio a me noto come vicino agli ambienti della prostituzione». Un sottufficiale dell’Arma tale G. non ce la fa più. Il 24 febbraio scorso viene sentito dalla Dda che indaga su presunte coperture del comandante della stazione di Altamura maresciallo Nicola Logiudice e del maresciallo Massimo Carotenuto. Il primo avrebbe omesso di predisporre il registro dove il boss avrebbe dovuto firmare, in quanto sorvegliato speciale. Il secondo avrebbe saputo e non avrebbe denunciato. E quando il Tribunale chiede alla stazione come si fosse comportato il boss nel 2007, il comandante dichiara il falso. Il suo collaboratore lo sa e, anche questa volta, non denuncia.
Una situazione nota in caserma, stando al racconto di G.: «Come ho già detto - dichiara agli inquirenti - mi recai dal comandante provinciale per rappresentare la complessiva situazione da me constatata in diversi anni di servizio presso la stazione di Altamura, situazione di cui la vicenda relativa alla sorveglianza speciale del Dambrosio non era che l’ultima manifestazione di una interminabile serie di fatti e comportamenti che mi avevano umiliato come carabiniere, al punto che avevo anche pensato di farmi mettere in “forza assente”».
Una caserma, dunque, frequentata da persone «che per gli atteggiamenti complessivi» e «per il modo di fare non appariva certamente che venissero per ragioni istituzionali (...) ma per altri motivi che a noi subordinati venivano tenuti nascosti». Un clima di familiarità che il carabiniere descrive così: «Ciò che ci colpiva pure era il modo in cui queste persone si rivolgevano ai nostri sottufficiali, dandosi del “tu” e chiamandosi col nome proprio. Per loro il Logiudice non era “il maresciallo”, ma “Nicola”».
Le intercettazioni - La moglie del boss mandò al diavolo il capo del consiglio comunale.
La vedova del boss si sente abbandonata. Il suo Bartolo che tutti rispettavano e che qualcuno ha tradito è stato ucciso da cinque giorni quando Nico Dambrosio, cugino del boss, ma anche presidente del Consiglio Comunale di Altamura, la chiama e lei perde le staffe. La telefonata che segue è agli atti dell’inchiesta sul presunto intreccio tra mafia e affari che conta quattordici indagati e in cui due giorni fa tre persone sono state arrestate (Mario Dambrosio, fratello del boss assassinato, e Giuseppe Colonna, suo fedelissimo, entrambi in carcere oltre al comandante della stazione dei carabinieri di Altamura, maresciallo Nicola Logiudice che invece è stato posto agli arresti domiciliari).
Secondo la Dda per quasi dieci anni ad Altamura avrebbe agito un’associazione che avrebbe instaurato «rapporti con ambienti politico-amministrativi, economico- imprenditoriali, giudiziari e di polizia».
La conversazione tra la moglie di Bartolo Dambrosio e il politico Nico Dambrosio, viene intercettata l’11 settembre 2010. Cinque giorni prima Bartolo è stato ucciso in un agguato mentre correva nella campagna murgiana.
Valeryia Hiblova,
vedova del boss, accusa Nico Dambrosio «di aver utilizzato - annotano gli
inquirenti - la vittima quale “intermediario” in vicende politiche» e che dopo
la sua morte lo avrebbero invece scaricato.
Hiblova:
« Pronto?» .
Dambrosio:
«Sono Nico, buongiorno».
Hiblova:
«Nico non mi chiamare più nè tu e di a tutti quanti del Comune che siete dei
falsi ipocriti bastardi siete! Bastardi! capito? Bastardi!».
Dambrosio:
«Posso sapere cosa è successo?».
Hiblova:
«Bastardi! Non vi voglio neanche conoscere più! Non vi voglio conoscere più! Voi
dovevate sostenerlo capito? E adesso?».
Dambrosio:
.. ine...
Hiblova:
«E adesso tutto ciò che sto leggendo sui giornali è una vergogna, vergogna!
Vergognatev i!
Dambrosio:
«E che cosa...?».
Hiblova:
«Non voglio più sapere niente».
Dambrosio:
«Hai letto le mie dichiarazioni? ».
Hiblova:
Non mi interessa!»
Dambrosio:
«...ine...».
Hiblova:
«E specialmente a quell'altro... a quell'altro falso ipocrita, quel sindaco là
capito? Che io guarda credimi!»
Dambrosio:
«Ognuno, Valeria ognuno risponde delle proprie dichiarazioni...ine...».
Hiblova:
«Non mi interessa, meglio se chiude quella bocca sua e non parla, perché il
silenzio preferisco adesso! che parla, non deve neanche aprire bocca! Ne ai
giornalisti, ne ai Carabinieri! Meglio se chiude quella sua boccaccia! Che è lui
che è stato sempre quello che gli interessava, gli interessava per i comodacci
vostri! Voi avete attaccato il medaglione a mio marito come boss come quello ...
come quello...! Avete tenuto un fantoccio!»
Dambrosio:
«Assolutamente!».
Hiblova:
«A voi era comodo di avere un fantoccio! E adesso alzatevi i culi e lavorate
perchè sino ad oggi avete fatto la vacanza! grazie a mio marito! avete capito! »
.
«L’amministrazione comunale conferma piena fiducia nell’operato della magistratura, mantenendo comunque alta l’attenzione sugli sviluppi dell’indagine, al fine di potere tempestivamente tutelare i propri diritti». Quando sono quasi le sette della sera e sono trascorse ben più di ventiquattro ore dagli ennesimi arresti eccellenti che hanno sconquassato mezza città; quando già da ore più esponenti delle opposizioni (i parlamentari Dario Ginefra del Pd e Pierfelice Zazzera dell’Idv e il consigliere regione Michele Ventricelli di Sel) e tutto il fronte dei partiti di centrosinistra hanno chiesto le dimissioni del sindaco e lo scioglimento del consiglio comunale, ecco che dall’indirizzo di posta elettronica del primo cittadino di Altamura, Mario Stacca (Udc, medico, da oltre sei anni a capo di un’amministrazione di centrodestra), arriva sui computer di giornali, siti internet e tivvù locali un laconico e striminzito comunicato stampa.
Solo quattro righe quattro: quanto basta, a parer suo, per dare un segno di vita al termine di una giornata in cui ha fatto di tutto e di più per tenersi deliberatamente a distanza da microfoni e taccuini. Eppure, quelli fatti pervenire martedì dagli uffici della Procura antimafia di Bari (in un’inchiesta tutta incentrata sul ruolo di intermediazione politico-affaristico-mafiosa svolto sino ad un anno fa, prima che lo ammazzassero, dal boss locale Bartolo Dambrosio) non sono proprio messaggi indolore per una amministrazione di centrodestra che già in passato era finita nell’occhio del ciclone.
E non solo e non tanto perché tra gli indagati (la Procura ne aveva persino chiesto l’arresto) c’è quel Vito Zaccaria (36 anni, avvocato, co-coordinatore cittadino del Pdl) che sino a sei mesi fa (e per tutti i sei anni precedenti) ha ricoperto cariche amministrative importanti (assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici) e tuttora si trova a capo di «Murgia Sviluppo» (un consorzio di ben 14 Comuni, tra i quali la stessa Altamura).
Lo scenario che viene evidenziato nelle oltre 200 pagine dell’ordinanza è chiarissimo. Il boss Bartolo Dambrosio, finché è stato in vita (lo hanno ammazzato il 6 settembre 2010) avrebbe svolto un ruolo tutt’altro che marginale nei rapporti tra l’amministrazione comunale e svariati pezzi della città. Sia chiaro, né la Procura né il gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per 3 dei 14 indagati ritengono che il sindaco Stacca e l’intera amministrazione facciano parte del presunto sodalizio affaristico-mafioso ruotante intorno al boss Dambrosio.
Ma il fatto stesso che in questa indagine si sia arrivati a chiedere e in un caso ad ottenere l’arresto (ai domiciliari) di due sottufficiali dell’Arma dei Carabinieri, dà la misura di quanto elevata sia la volontà della magistratura di affondare le mani nei gangli più misteriosi di questa città. E che ve ne sia un disperato e impellente bisogno, è confermato da un clima sempre più irrespirabile soprattutto all’interno di quella che sulla carta dovrebbe essere la casa comune, ovvero il Municipio. È qui, ad esempio, che intorno a mezzogiorno chi scrive è costretto a registrare uno scenario inquietante.
Sì, perché nel giorno in cui Altamura torna alla ribalta della cronaca per fatti di mafia, si scopre che i giornalisti non possono entrare a Palazzo. E ad annunciarlo non è un dirigente o un funzionario. All’ingresso, a dare ordini, con tanto di divisa che fa potente, c’è una guarda giurata. E così quando le si chiede di parlare con il sindaco, si scopre che «oggi è impegnato e non parla con i giornalisti». E quando si prova a ribattere che a dirlo forse dovrebbe essere la segretaria del sindaco o il suo portavoce, questo ragazzone armato non sa fare di meglio che chiamare il suddetto portavoce e, di fatto, ordinargli di scendere. Tutto senza indugiare per un attimo. Come se fosse tutto normale. regolare. E così, per assistere al miracolo di far salire i giornalisti al primo piano dove si trova la stanza del sindaco Stacca (impegnato in non si sa bene quali faccende), c’è bisogno di chiamare i Carabinieri. Ma lui, il sindaco, «è appena andato via», come riferiscono alcuni consiglieri comunali, o comunque «non c’è», come fa sapere la sua segretaria. E non c’è nemmeno due ore dopo. E nemmeno sino a sera. Il sindaco, come si diceva, non va oltre le quattro righe quattro di un comunicato stampa, dal quale, peraltro, traspare una velata minaccia nei confronti di chi potrebbe attentare ai «diritti» dell’amministrazione comunale.
Sia chiaro, anche questo è legittimo, soprattutto se si tiene conto - e lo abbiamo già sottolineato - che né il sindaco né uno solo dei suoi assessori attuali è indagato di alcunché. Ma in questa giornata particolare, forse non è un caso che, nel Palazzo, a parlare, a non sottrarsi ai taccuini, sia quello che negli ultimi anni è stato da più parti indicato come il «vero sindaco» di Altamura. «Si fa presto a parlare di mafia e di scenario mafioso o di contiguità della politica, ma ho l’impressione che si stia esagerando», dice Pasquale Lomurno, democristiano da sempre, sulla scena da 35 anni, sino a pochi mesi fa capo di gabinetto del sindaco.
«Questa - aggiunge - è una città che si sta impoverendo. Qui ogni giorno c’è qualcuno che minaccia di impiccarsi. C’è una grandissima pressione. E qualche volta le minacce arrivano anche dagli ex detenuti come quel Regina che si è rivolto a Dambrosio e al sindaco per ottenere un lavoro. Ma dov’è la contiguità? Qui è materia di ogni giorno avere a che fare con queste richieste». Lomurno assolve ancor prima del processo anche il maresciallo Nicola Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri, da martedì agli arresti domiciliari, accusato di aver favorito la non sorveglianza del boss Bartolo Dambrosio. «Mi hanno riferito - dice Lomurno - che due anni fa fu proprio Logiudice ad arrestarlo in spiaggia a San Basilio nel Metapontino». E questa, se confermata, sarebbe una notizia.

CASAMASSIMA
VIGILOPOLI
Una nuova "vigilopoli" scoppia a Casamassima. E ricorda da vicino altri scandali che coinvolgono le polizie municipali pugliesi.
Il procuratore aggiunto Giuseppe Carabba, infatti, ha formalmente avvertito il sindaco del comune alle porte di Bari che sono in corso indagini riguardanti il comandante dei vigili urbani di Casamassima, Antonio Modugno, e il capitano, Vincenzo Balacco.
L'inchiesta è simile a quella che ad Acquaviva delle Fonti portò all' arresto del comandante Giovanni Centrone, che risulta coinvolto anche in questo procedimento: avrebbero "pilotato" il concorso facendo vincere persone a loro legate. Uno scandalo che si aggiunge ad altre inchieste riguardanti i vigili urbani: la più importante riguarda il concorso istituito ad Andria nel 2000, per il quale è stato rinviato a giudizio, il comandante dei vigili di Martina Franca, Antonio Cito. Che, in compenso, è stato recentemente promosso tenente colonnello dal sindaco della città, Leonardo Conserva, di Alleanza nazionale.
L'inchiesta su Casamassima, invece, sembrerebbe una costola della vicenda giudiziaria che ha portato, a marzo 2003, all'arresto di cinque persone ad Acquaviva delle Fonti, tra i quali il segretario generale del Comune, Domenico Orofino, già sindaco democristiano di Casamassima, e Centrone.
L'inchiesta della Procura, delegata ai carabinieri, ha portato alla luce, attraverso intercettazioni e denunce anonime, un sistema di complicità per favorire parenti e amici di alcuni personaggi influenti del paese. A Casamassima, invece, Modugno e Balacco avrebbero, in qualità di presidente e segretario della commissione esaminatrice, condizionato, tra il gennaio e il maggio del 2002, un concorso pubblico per l' assunzione di un vigile urbano insieme a Centrone e a Loredana Primo. Le indagini a carico di Balacco sono partite a febbraio, quelle su Modugno, invece, a maggio, portando all' acquisizione di documenti sul concorso.
Il comandante, però, è sereno: «Sono tranquillissimo. Ogni concorso ha la sua indagine. Io ho fatto il presidente di commissione in dieci concorsi: ogni volta c'è un esposto anonimo e la magistratura deve verificare se ci sia un fondamento o no. Non c'è nessun collegamento con l'indagine di Acquaviva. Il coinvolgimento di Centrone una pura coincidenza».
Come presidente regionale dell' Ancupm, l'associazione nazionale dei comandanti ufficiali di polizia municipale, a marzo aveva espresso solidarietà nei confronti di Centrone, che, nel frattempo è tornato a lavorare al comune di Acquaviva sia pure con un incarico diverso da quello che ricopriva. «L'ho fatto per dovere: Centrone non è neanche imputato ed è giusto che venisse difeso». Anche Cito, un passato nel centrodestra, è presidente regionale di un' associazione di comandanti di vigili urbani: è la Marcopolo, sigla che sta per "movimento associativo responsabili e comandanti di polizia locale", nato da una costola dell' Ancupm. Recentemente Marcopolo ha organizzato un convegno ad Alberobello sponsorizzato da diverse aziende, tra le quali la Italtraff, del gruppo Eurotraff, specializzata nella realizzazione di "semafori intelligenti", capaci di fotografare le auto al passaggio con il rosso. I dirigenti del gruppo sono coinvolti in diverse inchieste, una delle quali a Brindisi. (Fonte: La Repubblica)
http://www.puntoradiofm.it/vedi.php?idnews=526&tipo=apppage=13

GRAVINA DI PUGLIA
L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO
Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile.
Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un' inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi.
Dall'altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l'ultima volta.
Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente.
Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo. Qui non è in discussione la colpevolezza o l'innocenza del Pappalardi.
Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l'uno e incominci l'altro e viceversa.
SCRITTE SUI MURI: LO STATO HA AMMAZZATO CICCIO E TORE
«Lo Stato ha ammazzato Ciccio e Tore»: è una delle scritte che sono state fatte nelle ultime ore su muri di Gravina in Puglia, evidentemente in polemica con le modalità con cui sono state condotte le ricerche dei due fratellini. Ricerche che hanno trascurato quel pozzo annesso alla vecchia casa in via Giovanni Consolazione, nel quale sono morti i due fratellini.
PUBBLICO MINISTERO LUPO: LA POLIZIA HA DEPISTATO
Le accuse sono contenute nella richiesta di archiviazione del procedimento presentata dal pm nei confronti del padre dei bambini, Filippo Pappalardi. Nel provvedimento, di cui oggi sono pubblicati stralci sui giornali locali, si parla tra l’altro di «pesante ombra sull'operato della polizia giudiziaria (Squadra mobile ndr) delegata per le indagini».
Il magistrato accusa la polizia di avere posticipato di oltre due mesi (dal 17 giugno al 19 agosto 2006) la data di un verbale di audizione del padre che riferiva particolari sul luogo in cui i figli erano stati visti l’ultima volta. Secondo il pm, poiché questa audizione fu fondamentale per la formulazione dell’accusa nei confronti dell’uomo, il cambio di data lo avrebbe indotto in errore.
IL PM AL CSM: "VOLEVO SCARCERARE PAPPALARDO, MA IL CAPO DISSE NO..."
"Forti contrasti" e "conflitti accentuati" nella gestione delle ultime fasi dell'inchiesta sui fratellini di Gravina, Ciccio e Tore Pappalardi. Le audizioni al Csm del procuratore capo di Bari Emilio Marzano e del pm Antonino Lupo, titolare dell'indagine, confermerebbero quanto già circolato, ossia il sorgere di opinioni del tutto diverse tra il capo della Procura e del sostituto su come continuare l'inchiesta.
Il pm Lupo, secondo quanto si è appreso al termine delle audizioni davanti alla Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli, avrebbe voluto, subito dopo il ritrovamento dei cadaveri dei due fratellini, la pronta scarcerazione di Filippo Pappalardi, il padre finito in cella con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere. Il pm, però, avrebbe incontrato le resistenze del procuratore, la cui intenzione era quella di continuare il lavoro seguendo la linea più dura. Era stato proprio il pm Lupo ad inviare un esposto al Csm, lamentando il comportamento del capo della Procura, il quale, pur non essendo formalmente assegnatario dell'indagine sui bambini di Gravina, aveva delegato ad altri sostituti o alla squadra mobile l'adempimento di alcuni atti.
«ADDIO CICCIO E SALVATORE, ADDIO PICCOLI ANGELI»
Sono le parole scritte dal padre Filippo Pappalardi e lette da un nipote nella cattedrale di Gravina in Puglia al termine dei funerali dei suoi figli, Francesco e Salvatore. I due bambini vennero trovati morti in una cisterna sotterranea il 25 febbraio scorso.
«Addio Ciccio, addio Salvatore». Comincia così una lettera che Filippo Pappalardi ha scritto rivolgendosi ai suoi figli scomparsi, letta in cattedrale da un nipote del papà dei fratellini.
«Nei tristi giorni del buio della detenzione – ha scritto Pappalardi – un solo pensiero mi confortava: avrei potuto ancora rivedervi, stringervi, vi immaginavo in un paese lontano correre sereni verso casa. Sapevo che sareste tornati, aspettavo quel momento. Poi un bambino cadde in una cisterna. Michelino precipita lungo un cunicolo buio con lo stesso dolore di Ciccio. Grida aiuto, gli amici chiamano i soccorsi che arrivano e Michelino si salva. Starà bene. Ciccio e Salvatore hanno gridato per ore, ma nessuno ha potuto ascoltarli. Le loro grida mi tormentano, le urla di dolore di Ciccio e la disperazione del piccolo Salvatore osservare impotente spegnersi suo fratello nel buio freddo di una cisterna, lontani dalla luce della notte e sperare, pregare, implorare aiuto per lunghe, lunghissime ore che qualcuno si accorgesse che in fondo a quel pozzo un bambino lottava con la fame, il freddo, la sete, la paura, l’angoscia. Interminabili momenti di atroce dolore».
«Addio Ciccio – conclude la lettera – addio Salvatore. Addio piccoli angeli che in fondo al buio hanno visto la luce di una nuova vita. Angeli che con il loro spirito hanno chiamato un altro bambino, salvando lui e me, che resto un uomo solo che può continuare a vivere libero nel ricordo di tanti giorni felici vissuti insieme. Addio piccoli angeli. Il vostro papà».
L'uomo non era in condizione di leggere quelle parole: ha pianto per quasi tutta la durata del rito funebre, disperandosi. Sempre piangendo a dirotto e urlando i nomi dei figli, Ciccio e Salvatore, Filippo Pappalardi ha baciato e toccato le bare dei due bambini che sono state trasportate fuori dalla chiesa per il loro ultimo viaggio.
http://www.agi.it/cronaca/notizie/200806031604-cro-rt11217-art.html
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=199403&IDCategoria=1

MOLFETTA
EDILIZIOPOLI
Da “Il Corriere della Sera” e da “La Repubblica” del 24 giugno 2011 Un vero e proprio «comitato d’affari», che gestiva tutte le attività edilizie a Molfetta. A capo c'era proprio il dirigente dell'ufficio tecnico comunale, il 58enne Rocco Altomare, arrestato oggi dagli agenti del corpo forestale dello Stato, insieme con altre otto persone per aver creato nel territorio lottizzazioni abusive provocando un grave rischio idrogeologico. Per Altomare il gip di Trani, Roberto Oliveri del Castillo, su richiesta del pm Antonio Savasta, ha disposto l'arresto in carcere (eseguito nel pomeriggio dopo un ricovero in ospedale per malore seguito all'arresto), mentre gli altri otto sono finiti ai domiciliari. Tra questi ci sono anche il fratello Donato e il figlio Rocco, tutti impegnati nello studio di progettazione A&D, per le quali passavano tutte le pratiche edilizie, lecite e non.
I nove - secondo gli inquirenti - erano riusciti, almeno fra il 2007 e oggi, a controllare tutta l’attività riguardante le pianificazioni e le realizzazioni edilizie e residenziali in città e nel territorio di Molfetta facendole transitare attraverso lo studio di consulenza privato di Altomare stesso, l’A&D, i cui incarichi e progettazioni, dopo l’assunzione di Altomare in Comune, sarebbero aumentate del 600%. Gli arrestati dovranno rispondere di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione e a reati in danno dell’ambiente fino alla concessione lottizzazioni abusive. Dopo la nomina di capo dell'ufficio tecnico, l'ingegner Rocco Altomare non aveva mai interrotto i rapporti col suo studio privato, del quale era rimasto socio di fatto. Tutte le pratiche autorizzative e di concessione edilizie passavano attraverso quello studio. Rivolgendosi allo studio A&D non solo si percorreva una corsia preferenziale, turbando la libera concorrenza del mercato nel settore, ma si operava - secondo l’accusa - in violazione di norme, leggi e vincoli. Risultato: a Molfetta si è costruito o si stava costruendo anche in zone a rischio idrogeologico, comprese le lame. E grazie a queste corsie preferenziali, le cisterne di campagna, con una semplice Dia (la denuncia di inizio attività) sono diventate ville. Mentre in città un sito vincolato come l'Hotel Tritone, sul lungomare, è stato poi trasformato in appartamenti. Tutte le costruzioni (cioè ville, immobili, ristoranti, complessi residenziali e l’ex hotel Tritone) sono state sequestrate. I tecnici studieranno eventuali possibili soluzioni per capire il futuro di tali immobili. «Non si esclude però - ha spiegato il procuratore Carlo Maria Capristo - che possano essere abbattute per bloccare il rischio di inondazioni legato all'occlusione delle lame». L’ufficio comunale operava, nei casi in cui il piano urbanistico non prevedeva la possibilità di costruire in determinate zone, rilasciando sanatorie e lo ha fatto anche dopo i primi sequestri disposti dalla procura. Un altro strumento per operare in barba alle norme è stato, di fatto, anche il piano dell’agro. Redatto da un tecnico dell'Università di Bari e approvato dal Consiglio comunale, era in realtà stato modificato, nel perimetro e nelle disposizioni, trasformandosi in strumento per sanare tutte le illegittimità. Questo ha consentito ad Altomare anche di far costruire in terreni di proprietà della sua famiglia, prima sottoposti a vincolo.
Dopo la nomina di dirigente del ufficio e del settore Territorio del comune, infatti, Rocco Altomare non aveva mai interrotto i rapporti col suo studio privato, dove ci sono anche il figlio Corrado e il fratello Donato. Tutte le pratiche autorizzative e di concessione edilizie passavano attraverso quello studio. Un meccanismo stabile, con ruoli definiti e l'obiettivo di anteporre i propri interessi a quelli della pubblica amministrazione. Rivolgendosi allo studio A&D non solo si percorreva una corsia preferenziale, turbando la libera concorrenza del mercato nel settore, ma si operava - secondo l'accusa - in violazione di norme, leggi e vincoli consentendo di costruire in zone a rischio idrico e idrogeologico, in lame dove, al posto di cisterne, con una semplice Dia, la denuncia di inizio attività, si sono potute realizzare ville.
"Il pericolo - è stato spiegato dagli inquirenti e dal procuratore - è che in caso di abbondanti piogge, tagliando la strada statale 16 bis il territorio come fosse una diga, si possano verificare situazioni e inondazioni come quella di Sarno, a grave rischio per la pubblica incolumità".
Al momento quelle edificazioni, ville, immobili, ristoranti, complessi residenziali e l'ex hotel Tritone, sono stati sottoposti a sequestro. Tecnici studieranno eventuali possibili soluzioni per capire il futuro di tali immobili. L'ufficio comunale operava, nei casi in cui il piano urbanistico non prevedesse la possibilità di costruire in determinate zone, rilasciando sanatorie e lo ha fatto anche dopo i primi sequestri disposti dalla procura. Un altro strumento per operare in barba alle norme era il Piano dell'agro. Redatto da un professionista e approvato dal consiglio comunale, era in realtà stato modificato, nel perimetro e nelle disposizioni, trasformandosi in strumento per sanare tutte le illegittimità. Il suo redattore, quando gli è stato sottoposto a verifica, ha riferito agli investigatori che non corrispondeva a quello da lui redatto e sottoscritto.
POLIZIOTTI CONDANNATI.
Il tribunale di Bari ha condannato alla pena di 8 e 7 anni di reclusione i due agenti della Polizia Stradale che a gennaio del 2005 picchiarono, minacciarono e rapinarono un commerciante molfettese fermato per un controllo.
I giudici hanno condannato "in solido" anche il Ministero degli Interni per responsabilità oggettiva nella vicenda. "Il Fatto" aveva raccontato la storia di Sergio, la vittima.

PUTIGNANO
INSABBIAMENTI, MOBBING E CALUNNIA.
Un ultimo tentativo per essere ascoltato, poi avvierà una causa per mobbing. Il maresciallo della Guardia di Finanza, Pascal Scatigno, di Conversano in servizio presso la tenenza di Putignano, è in sciopero della fame da otto giorni per cercare di avere visibilità su un contesto diventato insopportabile. Una situazione a suo dire «vessatoria» nei suoi confronti, che sembra si trascini da oltre dieci anni, tanto da spingerlo a scrivere una lettera aperta pubblicata sul sito dell'«Associazione finanzieri cittadini e solidarietà».
«Ho sempre lavorato con dedizione, riscuotendo la stima di tutti. Poi vi fu una parentesi, dieci anni fa, quando mi scontrai con un superiore che mi aveva ordinato (verbalmente) di impostare, in un modo che non condividevo, un controllo fiscale che mi era stato affidato», la lettera aperta del maresciallo inizia così, con un atto di accusa ma anche di amore verso un corpo, quello della Guardia di Finanza che ostinatamente continua a rispettare.
Il maresciallo Scatigno avvia la sua prima battaglia dieci anni fa a Monopoli, per sanare la questione ottiene il trasferimento a Putignano dove per anni lavora in piena tranquillità, poi qualche anno fa alcuni problemi riaffiorano con i suoi diretti superiori: gli si chiede di non essere «troppo pignolo» nel suo lavoro. «Con le accuse più disparate contro di me sono state avviate una cinquantina di denunce all'autorità giudiziaria – spiega – neanche fossi Totò Riina, tutte archiviate o per le quali è stato dichiarato il non luogo a procedere. Il punto è che io non sono disposto a chiudere un occhio se mi trovo di fronte a fatti penalmente rilevanti, la mia etica, il mio senso morale, il mio ruolo di militare mi impongono di attenermi a quello che la legge prevede: accertare la verità e comunicarlo all'autorità competente».
Invece in qualche caso c'è stato chi ha chiesto al maresciallo di chiudere un occhio, a volte anche due, magari facendo leva su un grado superiore, un comportamento per il quale il maresciallo Scatigno non si è sentito di dire «signor sì», arrivando oggi allo sciopero della fame. «Io chiedo solo di essere ascoltato dai miei superiori a Roma, che possa ritrovare la mia serenità, quella della mia famiglia. Le scelte che sto portando avanti non sono indolori, ma non mi è proprio possibile omettere di segnalare un reato quando so che è tale». Se il maresciallo non dovesse essere ascoltato la decisione è di continuare la sua battaglia in sede giudiziaria a rischio di scoperchiare pentole, che magari altri vorrebbero tenere chiuse.
La lettera aperta del Maresciallo.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/oggetti/36787.pdf