ACQUAVIVA DELLE FONTI

CONCORSO VIGILI URBANI TRUCCATI. 8 RINVII A GIUDIZIO

Abuso d’ufficio e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, soppressione, distruzione e occultamento di atti e tentata truffa aggravata: sono le accuse per le quali il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Bari, Antonio Lovecchio, ha rinviato a giudizio otto persone, dipendenti e funzionari del Comune di Acquaviva delle Fonti.

Furono coinvolte in una inchiesta condotta dalla Procura e dai carabinieri della Compagnia di Gioia del Colle. Le indagini portarono nel marzo 2004 all’emissione di 5 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e a 4 avvisi di garanzia. Sotto accusa il concorso per l’assunzione di quattro vigili urbani (poi diventati dieci per effetto dello scorrimento della graduatoria e dei vuoti di organico appositamente creati), bandito dall’Ente nel 2000 quando era retto da un commissario. Tutto partì da alcuni esposti anonimi. L’udienza è prevista per il 5 giugno quando davanti alla 1° Sezione penale del Tribunale compariranno Antonio Orofino, 65 anni, segretario generale che presiedeva la commissione d’esame, il comandante della Pm Giovanni Centrone, 40, il dirigente dell’Ufficio Affari Generali, Maria Saveria Colamonico, 56, l’istruttore amministrativo, Anna Maria Labate, 52, il maresciallo dei vigili urbani e istruttore Franco Finizio, 62, e il figlio Umberto, 36, anche lui nella Pm, Donato Savino, 53, e Maria Assunta D’Ambrosio, 41.

Il nono imputato Rosa Maria Padovano, 44 anni, è stata ammessa al processo con rito abbreviato che comincerà il 12 giugno. Secondo l’accusa i componenti della commissione, oltre a non rispettare alcune procedure (mancanza di timbri e firme), si adoperarono per modificare i voti, sostituire le pagine delle prove d’esame per migliorare il risultato di 7 concorrenti su un totale di 112 partecipanti. Alcuni documenti sarebbero stati distrutti e i verbali falsificati in modo grossolano per facilitare figli, parenti e amici. Furono anche manipolati i files di alcuni computer del Comune. Addirittura un verbale di multa ad una automobilista sarebbe stato distrutto per le minacce di quest’ultima di rivelare le irregolarità del concorso. Alcune anomalie dei documenti furono riscontrate dalle perizie dei Ris di Roma.

http://www.notizie-online.it/index.php?option=com_content&task=view&id=20463&Itemid=41


ALTAMURA

L’Imprenditore scomparso: Le sue prime dichiarazioni rientrato ad Altamura: «Basta vado via da qui».

«Me ne vado via per sempre con la mia famiglia, non sarò più deriso per le mie denunce e io e i miei famigliari non saremo più costretti a subire non solo le aggressioni dei criminali ma anche le umiliazioni da parte di chi, come un magistrato, è arrivato a dire che sono mentalmente instabile».

Lo ha detto l'imprenditore Francesco Dipalo, appena rientrato ad Altamura. L'uomo era stato via per cinque giorni senza dare notizie e suscitando preoccupazioni nei famigliari, che temevano potesse essere stato vittima di gruppi criminali dopo le sue denunce di estorsioni e aggressioni. Dipalo ha spiegato di essersi allontanato per cercare un luogo dove poter trasferire la propria famiglia, aggiungendo di non aver potuto avvertire neppure i suoi congiunti per non correre rischi.

A una domanda se vi siano state sottovalutazioni delle sue denunce, Dipalo ha detto che se ci sono state non gli interessa più, aggiungendo che «tutti possono constatare che da parte dello Stato non c'è stata alcuna reazione». Di chi sia la responsabilità, «della procura di Bari o di Matera, della polizia di Bari o di Matera, «non m'interessa più».

I RACCONTO DEI GIORNI IN CUI E' STATO VIA. «Ho preso il treno da Altamura e mi sono recato a Bari e da qui, sempre in treno per Milano,e quindi a Parigi dove avevo già fissato degli appuntamenti con alcuni colleghi industriali». Solo successivamente al rientro a Milano casualmente l’imprenditore avrebbe scoperto l’agitazione provocata dalla sua scomparsa e si sarebbe quindi recato a Roma dove in un internetpoint avrebbe verificato il grande clamore della sua scomparsa sui media nazionali.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.php?IDCategoria=273&IDNotizia=218433


GRAVINA DI PUGLIA

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO

Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile.

Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un' inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi.

Dall'altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l'ultima volta.

Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente.

Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo.  Qui non è in discussione la colpevolezza o l'innocenza del Pappalardi.

Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l'uno e incominci l'altro e viceversa.

SCRITTE SUI MURI: LO STATO HA AMMAZZATO CICCIO E TORE

«Lo Stato ha ammazzato Ciccio e Tore»: è una delle scritte che sono state fatte nelle ultime ore su muri di Gravina in Puglia, evidentemente in polemica con le modalità con cui sono state condotte le ricerche dei due fratellini. Ricerche che hanno trascurato quel pozzo annesso alla vecchia casa in via Giovanni Consolazione, nel quale sono morti i due fratellini.

PUBBLICO MINISTERO LUPO: LA POLIZIA HA DEPISTATO

Le accuse sono contenute nella richiesta di archiviazione del procedimento presentata dal pm nei confronti del padre dei bambini, Filippo Pappalardi. Nel provvedimento, di cui oggi sono pubblicati stralci sui giornali locali, si parla tra l’altro di «pesante ombra sull'operato della polizia giudiziaria (Squadra mobile ndr) delegata per le indagini».

Il magistrato accusa la polizia di avere posticipato di oltre due mesi (dal 17 giugno al 19 agosto 2006) la data di un verbale di audizione del padre che riferiva particolari sul luogo in cui i figli erano stati visti l’ultima volta. Secondo il pm, poiché questa audizione fu fondamentale per la formulazione dell’accusa nei confronti dell’uomo, il cambio di data lo avrebbe indotto in errore.

IL PM AL CSM: "VOLEVO SCARCERARE PAPPALARDO, MA IL CAPO DISSE NO..."

"Forti contrasti" e "conflitti accentuati" nella gestione delle ultime fasi dell'inchiesta sui fratellini di Gravina, Ciccio e Tore Pappalardi. Le audizioni al Csm del procuratore capo di Bari Emilio Marzano e del pm Antonino Lupo, titolare dell'indagine, confermerebbero quanto già circolato, ossia il sorgere di opinioni del tutto diverse tra il capo della Procura e del sostituto su come continuare l'inchiesta.

Il pm Lupo, secondo quanto si è appreso al termine delle audizioni davanti alla Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli, avrebbe voluto, subito dopo il ritrovamento dei cadaveri dei due fratellini, la pronta scarcerazione di Filippo Pappalardi, il padre finito in cella con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere. Il pm, però, avrebbe incontrato le resistenze del procuratore, la cui intenzione era quella di continuare il lavoro seguendo la linea più dura. Era stato proprio il pm Lupo ad inviare un esposto al Csm, lamentando il comportamento del capo della Procura, il quale, pur non essendo formalmente assegnatario dell'indagine sui bambini di Gravina, aveva delegato ad altri sostituti o alla squadra mobile l'adempimento di alcuni atti.

«ADDIO CICCIO E SALVATORE, ADDIO PICCOLI ANGELI»

Sono le parole scritte dal padre Filippo Pappalardi e lette da un nipote nella cattedrale di Gravina in Puglia al termine dei funerali dei suoi figli, Francesco e Salvatore. I due bambini vennero trovati morti in una cisterna sotterranea il 25 febbraio scorso.

«Addio Ciccio, addio Salvatore». Comincia così una lettera che Filippo Pappalardi ha scritto rivolgendosi ai suoi figli scomparsi, letta in cattedrale da un nipote del papà dei fratellini.

«Nei tristi giorni del buio della detenzione – ha scritto Pappalardi – un solo pensiero mi confortava: avrei potuto ancora rivedervi, stringervi, vi immaginavo in un paese lontano correre sereni verso casa. Sapevo che sareste tornati, aspettavo quel momento. Poi un bambino cadde in una cisterna. Michelino precipita lungo un cunicolo buio con lo stesso dolore di Ciccio. Grida aiuto, gli amici chiamano i soccorsi che arrivano e Michelino si salva. Starà bene. Ciccio e Salvatore hanno gridato per ore, ma nessuno ha potuto ascoltarli. Le loro grida mi tormentano, le urla di dolore di Ciccio e la disperazione del piccolo Salvatore osservare impotente spegnersi suo fratello nel buio freddo di una cisterna, lontani dalla luce della notte e sperare, pregare, implorare aiuto per lunghe, lunghissime ore che qualcuno si accorgesse che in fondo a quel pozzo un bambino lottava con la fame, il freddo, la sete, la paura, l’angoscia. Interminabili momenti di atroce dolore».

«Addio Ciccio – conclude la lettera – addio Salvatore. Addio piccoli angeli che in fondo al buio hanno visto la luce di una nuova vita. Angeli che con il loro spirito hanno chiamato un altro bambino, salvando lui e me, che resto un uomo solo che può continuare a vivere libero nel ricordo di tanti giorni felici vissuti insieme. Addio piccoli angeli. Il vostro papà».

L'uomo non era in condizione di leggere quelle parole: ha pianto per quasi tutta la durata del rito funebre, disperandosi. Sempre piangendo a dirotto e urlando i nomi dei figli, Ciccio e Salvatore, Filippo Pappalardi ha baciato e toccato le bare dei due bambini che sono state trasportate fuori dalla chiesa per il loro ultimo viaggio.

http://www.corriere.it/editoriali/08_febbraio_28/ostellino_italia_pregiudizio_2c0fea56-e5c4-11dc-ab61-0003ba99c667.shtml

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDCategoria=273&IDNotizia=195449

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDNotizia=213742&IDCategoria=292

http://www.agi.it/cronaca/notizie/200806031604-cro-rt11217-art.html

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=199403&IDCategoria=1


MOLFETTA

POLIZIOTTI CONDANNATI.

Il tribunale di Bari ha condannato alla pena di 8 e 7 anni di reclusione i due agenti della Polizia Stradale che a gennaio del 2005 picchiarono, minacciarono e rapinarono un commerciante molfettese fermato per un controllo.

I giudici hanno condannato "in solido" anche il Ministero degli Interni per responsabilità oggettiva nella vicenda. "Il Fatto" aveva raccontato la storia di Sergio, la vittima.

http://www.ilfatto.net/index.php?option=com_content&view=article&id=3259:molfetta-picchiarono-automobilista-condannati-due-poliziotti&catid=35:Cronaca&Itemid=56